Source: http://www.giorgiofonio.ch/interpellanze/
Timestamp: 2019-04-20 22:25:54+00:00
Document Index: 146528326

Matched Legal Cases: ['art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 16', 'art. 15', 'art. 53', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 8', 'in fine']

Giorgio Fonio | Interpellanze
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Modifica dell’art. 30 della legge sulla formazione professionale. Intervento come relatore
in entrata di dibattito ci tengo a ringraziare gli iniziativisti che con questo atto parlamentare hanno dimostrato concretamente di avere a cuore la formazione professionale dei nostri giovani e hanno portato un contributo sostanziale alla modifica dell’art. 30 della Legge sull’orientamento scolastico e professionale e sulla formazione professionale del 4 febbraio 1998. Tutti giovani attivi nelle organizzazioni del mondo del lavoro: Nicola Pini, primo firmatario, ai tempi funzionario di AITI, Alex Farinelli, attivo presso la SSIC, Paolo Pagnamenta, impresario costruttore, Marco Passalia, attivo presso la Camera di Commercio, Lorenzo Jelmini e chi vi parla, attivi presso l’organizzazione Cristiano Sociale Ticinese.
Un grazie lo rivolgo anche al DECS, che accogliendo le richieste degli iniziativisti ha riconosciuto la necessità di iniziare dalla modifica di legge che andremo a votare oggi, ad un processo di cambiamento culturale all’interno della nostra società. Detto in parole povere non può più essere soltanto lo stato e la scuola ad occuparsi del futuro formativo dei nostri ragazzi!
Ed è in un contesto sempre più difficile del nostro mercato del lavoro che la formazione professionale assume un ruolo determinante nella pianificazione del futuro dei giovani che si accingono ad entrare nel mondo del lavoro. Nella valutazione degli iniziativisti, pur riconoscendo l’importante lavoro svolto dagli orientatori professionali, si è ritenuto fondamentale inserire nel gremio preposto alle scelte della politica dell’orientamento professionale chi quotidianamente tratta ed è confrontato con il tessuto lavorativo locale.
Agendo attraverso la modifica dell’art. 30 si intende responsabilizzare tutti gli attori attivi nel mondo del lavoro andando a fissare la collaborazione tra il servizio dell’orientamento e le stesse organizzazioni. Lo scopo principale dovrebbe essere quello di andare ad aumentare quel processo di sensibilizzazione avviato dal Servizio dell’orientamento professionale nei confronti delle aziende mentre il coinvolgimento delle organizzazioni dei lavoratori potrebbe aiutare a meglio a prevenire quelle problematiche spesso denunciate dai sindacati.
Inoltre, la partecipazione al processo di orientamento di tutti questi attori, quotidianamente a contatto con le dinamiche e le specificità del mondo del lavoro, può contribuire nel consigliare e indirizzare meglio gli allievi nelle loro scelte future.
Un altro importante attore che è fondamentale coinvolgere nel processo formativo dei giovani, prima ancora dello stato e delle organizzazioni dei lavoratori, è la famiglia. Secondo quanto riferito da chi opera al fronte, sono troppi i genitori distanti e disinteressati che delegano impropriamente compiti e scelte educative alla scuola. Ci si trova spesso confrontati con una forte pressione esercitata nei confronti dei docenti che oltre a dover svolgere il proprio ruolo di insegnanti si trovano a tutti gli effetti a dover seguire i propri allievi in decisioni che di fatto competono solo ed unicamente alle famiglie. In questo senso la proposta degli iniziativisti di includere le associazioni dei genitori all’interno dell’art. 30 della Legge sull’orientamento scolastico e professionale e sulla formazione professionale raggiungerebbe il duplice scopo di coinvolgimento e responsabilizzazione dei genitori, così da poter consigliare al meglio i propri figli. Non è infatti rara la presenza di pressioni più o meno insistenti (talvolta fondate anche su una conoscenza insufficiente delle opportunità dei vari percorsi formativi), le quali ancora troppo spesso portano – purtroppo – gli allievi a decidere per il prosieguo degli studi quando invece vorrebbero intraprendere un apprendistato.
Bellinzona, 23 gennaio 2017
A favore della mozione Jelmini/Guidicelli che chiedeva l’adesione ai CCL per chi beneficia di soldi pubblici! Intervento a nome del gruppo PPD
in un mercato del lavoro sempre più degradato urgono misure forti e concrete. E in un’arena politica che da anni, almeno a parole, dice di volersi impegnare a tutela dei salariati di questo Cantone, stride il fatto che questo pomeriggio ci si trovi a votare tra due rapporti: uno, quello di maggioranza, che chiede allineandosi al messaggio al Consiglio di Stato, di respingere la mozione e un altro di minoranza che per contro sostiene la proposta dei mozionanti.
È sicuramente in questo senso che i deputati PPD Guidicelli e Jelmini hanno presentato il 22 settembre 2014 la mozione oggi in discussione che chiede qualcosa di semplice e in parte scontato: far si che tutti coloro che per un qualsivoglia motivo si trovano a beneficiare di fondi e aiuti statali siano obbligati a garantire ai propri collaboratori condizioni dignitose regolamentate da contratti collettivi.
Leggendo le conclusioni del messaggio al rapporto del Consiglio di Stato vi sono alcuni passaggi che meritano alcuni chiarimenti. Il primo è quando il Governo scrive che: “ritenuto quanto precede, si rileva come, da una parte, la decisione di vincolare il finanziamento statale nei settori retti da contratti di prestazione al fatto che l’ente beneficiario del sussidio abbia concluso un CCL rappresenti un provvedimento contrario al diritto e meglio alla libertà contrattuale e sindacale degli enti beneficiari, in quanto lesivo del principio della proporzionalità”. Con questa posizione, si ha la sensazione di vedere la politica genuflettersi davanti al privato garantendogli finanziamenti e dunque soldi pubblici evitando però di mettere in discussione l’impegno da parte del beneficiario di aiuti statali di regole e condizioni chiare ai dipendenti da lui occupati. Inoltre, scusatemi, ma non è di ieri il comunicato stampa del governo che compatto chiede il mantenimento della richiesta del casellario giudiziario? Una misura giusta voluta per combattere la criminalità e a tutela della nostra sicurezza, ma contraria al diritto. Perché lo stesso metro di giudizio non può essere applicato per tutelare la sicurezza delle condizioni del mercato del lavoro ticinese?
Il secondo passaggio meritevole di attenzione è quello in cui si dice che “l’imposizione di un CCL di settore non è fattibile, ritenuto che le due imprese di trasporto più importanti che operano in Ticino sono FFS e Autopostale, le quali sottostanno a CCL validi a livello nazionale, con regole specifiche. Un CCL unico di settore porterebbe verosimilmente a un livellamento verso l’alto delle condizioni, ciò che non è sicuramente auspicabile per il Cantone. Occorre infine tenere in considerazione che un’impresa di trasporto opera sulla base di una concessione federale e che non è possibile cambiare il mandatario durante il periodo di concessione, che dura almeno dieci anni. È semmai ipotizzabile che, al momento del rinnovo di una concessione o di un bando per l’appalto di nuovi servizi, l’impresa di trasporto debba operare con un CCL concordato con i partner sindacali”.
In sostanza il Governo richiama alla responsabilità sociale due attori importante come FFS e Posta. Non vorrei fare del facile sarcasmo pensando alle ultime politiche in materia di personale annunciate proprio dall’ex gigante giallo, ex almeno in termini di responsabilità sociale, per comprendere come negli auspici molto spesso si nasconda la mancanza di volontà nel voler imporre scelte più coraggiose.
E pensando proprio al trasporto pubblico chiediamoci cosa succederebbe se gli appalti vengano vinti proprio da quelle aziende che non rispettano le regole del gioco nel senso di non aver aderito a nessun contratto collettivo? Evidentemente potrebbero offrire posti di lavoro solo a personale proveniente dall’estero in quanto molto spesso le condizioni salariali, ma non solo, non sarebbero accettabili da parte di chi si trova a vivere in questo Cantone!
Ed è pensando proprio a questo punto, quello occupazionale, che mi risulta incomprensibile vedere la firma dei promotori di Prima i nostri sul rapporto del collega Quadranti. Un rapporto che tra le argomentazioni cita il diritto superiore. Un diritto violato à la carte a dipendenza delle tematiche. Un diritto superiore che sembra essere interpretato come la bibbia solo e solamente quando si tratta di introdurre norme a tutela dei salariati.
Cosa mi dite voi colleghi dell’UDC se vi raccontassi la storia di una giovane donna incinta, attiva presso un asilo nido sussidiato con fondi pubblici (tralascio il fatto che per un’occupazione a 40 ore percepisce un salario inferiore ai 2’000 franchi), che per problemi di salute al 5° mese di gravidanza si ritrova inabile al lavoro e il suo datore di lavoro, per motivi di risparmio, aveva deciso di non stipulare una polizza per la perdita di guadagno? Ecco: questa donna, essendo alle dipendenze della struttura da due anni, percepirà il salario come previsto dalla scala bernese per un solo mese durante la sua malattia. E dopo? Potrebbe dover chiedere, pur avendo un lavoro, aiuto all’assistenza sociale. Se invece la lavoratrice è frontaliera, come spesso accade con salari di questo tipo, non avrà diritto a nulla e si ritroverà a vivere la sua già tribolata gravidanza con un problema in più.
È pensando a questa storia che mi chiedo dove sia la coerenza dell’UDC che per settimane ha letteralmente massacrato il collega Bacchetta Cattori, anche con vignette al limite della decenza, reo a loro dire di aver introdotto nel controprogetto il concetto dell’auspicio nell’assunzione del personale residente. Una coerenza invisibile alla luce della firma del collega Pinoja su un rapporto che nelle sue conclusioni recita testualmente: “la Commissione auspica che nei contratti di prestazione con gli enti menzionati si preveda regolarmente che comunque debbono essere rispettate le condizioni minime di lavoro contemplate in contratti collettivi o normali di lavoro, risp. regolamenti previsti nel settore o in settori affini.”
Colleghe e colleghi, con gli auspici difficilmente i problemi del mercato del lavoro verranno risolti e questo chiaro esempio dimostra che come contrariamente a quello che dice il Governo e la maggioranza commissionale la situazione da parte di enti beneficiari di aiuti statali non sia così rosea. Il problema inoltre non è quindi solo salariale ma anche di condizioni di lavoro.
È inutile richiedere la preferenza indigena se a questi non possiamo offrire condizioni accessibili ai nos gent!
Porto la convinta adesione del Gruppo popolare democratico al rapporto di Fiorenzo Dadò con la consapevolezza che alle argomentazioni del rapporto del Consiglio di Stato e del collega Quadranti a prevalere siano le storie e il l’esperienza quotidiana di chi chiede alla politica risposte concrete.
Bellinzona, novembre 2016
A favore dell’affiliazione dell’Istituto oncologico di ricerca all’Università della Svizzera italiana! Intervento come relatore e a nome del gruppo PPD
come ha ben spiegato il collega Käppeli, il messaggio oggi in discussione propone l’affiliazione dell’Istituto oncologico di ricerca di Bellinzona all’Università della Svizzera Italiana secondo le modalità previste dall’art. 12 della Legge LUSI/SUPSI.
Questa affiliazione è di competenza al Gran Consiglio poiché comporta anche il beneficio di contributi cantonali. Si va infatti a stanziare un contributo cantonale di gestione attingendo, almeno in parte, al fondo Swisslos.
Il tema è di quelli che contano e nella valutazione del messaggio governativo non si è voluto lasciare nulla al caso andando dove necessario a chiedere la conferma, per esempio delle partecipazioni finanziarie.
Personalmente ritengo molto importante chiarire una cosa: oggi non dibattiamo semplicemente sull’affiliazione dello IOR all’USI, oggi stiamo discutendo di una vera e propria eccellenza presente sul nostro territorio cantonale. Appunto lo IOR!
Il collega si è concentrato maggiormente sull’importanza di questa affiliazione per l’USI. A me il compito di andare a spigare l’importanza dello IOR in questo Cantone.
Ma meglio capire ritengo importante spiegare da dove nasce questo istituto.
Nel 2000 è stato creato l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana (IOSI) di Bellinzona quale istituto trasversale a disposizione dell’Ente ospedaliero cantonale ed è organizzato in sei divisioni. Lo IOR scaturisce da una parte della divisione ricerca ed è stato intergrato nel 2011 nella Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Linformi nel Ticino. Questa fondazione senza scopo di lucro oltre ad organizzare ogni due anni la Conferenza Internazionale sui Linformi Maligni si è posta lo scopo di promuovere e finanziare un istituto per la ricerca sperimentale in stretta collaborazione con altri istituti di ricerca in Svizzera e all’estero, mentre lo IOSI mantiene la competenza nel settore della ricerca clinica. Tra i due istituti permane un legame significativo in diversi ambiti specifici quali i linfomi maligni, i nuovi medicamenti e il tumore alla prostata. Anche dal profilo funzionale lo IOR rimane inserito nella divisone ricerca dello IOSI, che raggruppa sia la ricerca clinica che quella di laboratorio, il che comporta numerosi vantaggi in termini di sinergie, massa critica e sviluppo e ricerca.
Lo IOR dispone di uno Scientific Advisory Board composto da ricercatori riconosciuti internazionalmente il quale si occupa principalmente di proporre gli indirizzi scientifici e strategici della ricerca e di verificare la qualità della stessa. Esperti esterni hanno analizzato attentamente e criticamente lo IOR nel 2009, 2012 e 2013, su richiesta tra gli altri di DECS e Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione (SEFRI). Queste valutazioni sono risultate decisamente positive, pur evidenziando oltre ai punti forti anche le inevitabili debolezze. Gli ultimi due rapporti analizzano pure come si sia cercato di rimediare alle lacune precedentemente riscontrate. Anche l’analisi bibliometrica delle pubblicazioni evidenzia come la produzione scientifica sia non solo quantitativamente e qualitativamente importante, ma anche con un alto fattore d’impatto.
Infine nel messaggio si ricorda che lo IOR rispetta già dal 2013 le condizioni delle norme della LUSI/SUPSI, in particolare l’art. 12 cpv. 1 per l’affiliazione e l’art. 16 per l’ottenimento di contributi cantonali. Infatti, oltre a non perseguire uno scopo di lucro, lo IOR è riconosciuto dalla Confederazione e finanziato in base all’art. 15 della Legge federale sulla promozione della ricerca e dell’innovazione (LPRI) del 14 dicembre 2012.
Come ha ben illustrato il collega Käppeli questa affiliazione porterà grandi benefici anche all’Università della Svizzera Italiana in quanto creerà ulteriori canali di collaborazione con le università svizzere ed estere.
Non da ultimo è importante come questa affiliazione non possa essere vista semplicemente come un’operazione a se stante ma come il tutto rientri nella strategia di sviluppo dell’USI e in particolare in quella relativa alla quinta facoltà di scienze biomediche. Ha ben ricordato chi mi ha preceduto le due tappe importanti per lo sviluppo nel campo della medicina: la precedente affiliazione dell’IRB nel 2010 e il progetto di Master in medicina umana concretizzatosi nel 2014 con l’approvazione in questo Gran Consiglio.
È dunque con grande positività che porto il sostegno non solo personale in qualità di relatore ma anche del mio gruppo all’affiliazione dello IOR all’USI, convinti di riconoscere la nascita di una nuova sinergia che potrà portare lustro al nostro Cantone.
A favore della petizione delle famiglie che chiedono di modificare la legge sugli assegni familiari! Intervento come relatore e a nome del gruppo PPD
permettetemi in entrata di materia di ringraziare i 301 cittadini che con la loro petizione hanno permesso alla nostra commissione e subordinatamente oggi a questo Parlamento di chinarsi ulteriormente sulla questione degli assegni famigliari integrativi (AFI) e degli assegni prima infanzia (API).
Perché dei cittadini hanno sentito il bisogno di scendere in piazza a raccogliere delle firme che sono state poi consegnate all’attenzione nostro ex Presidente del Gran Consiglio, Luca Pagani?
Il 16 dicembre 2015 la maggioranza di questo Parlamento ha approvato nell’ambito del preventivo 2016 tre modifiche riguardanti gli assegni famigliari di complemento, vale a dire gli assegni familiari integrativi e gli assegni di prima infanzia:
Mantenimento del periodo di carenza a 3 anni per tutti (svizzeri di altri Cantoni e stranieri), ma per le unità di riferimento in cui entrambi i genitori sono stranieri il domicilio deve essere inteso nel senso del permesso C, ottenibile dopo 5 anni (quindi per questa categoria di famiglie il periodo di attesa è di 8 anni), decisione in seguito modificata;
Introduzione di un limite finanziario di reddito aziendale netto minimo da computare nel calcolo degli AFI e degli API concessi ai lavoratori indipendenti;
Computo sistematico del reddito ipotetico per le famiglie beneficiarie di API in cui entrambi i genitori non lavorano, di modo che, «qualora la prestazione non fosse sufficiente», le famiglie toccate potrebbero comunque «ricorrere alla prestazione assistenziale».
Una nota di colore, a dire il vero un po’ grigia, è che tutte queste modifiche sono entrate immediatamente in vigore all’inizio dell’anno andando di conseguenza a modificare la situazione personale delle famiglie toccate senza un adeguato preavviso. Ed è pensando a questo che indipendentemente dal risultato della votazione di oggi, chiedo al Consiglio di Stato e al Parlamento che nel caso in cui dovessero venir approvate ulteriori modifiche si tenga in considerazione la necessità di concedere un periodo di adattamento.
Delle tre misure toccate dal preventivo 2016 l’unica che è stata trattata nella petizione oggi in discussione è quella del reddito ipotetico e per questo motivo, nel rapporto di minoranza ci si è concentrati solo su questa misura evitando di entrare nel merito delle altre misure che hanno sollevato meno contestazioni
Detto questo ci tengo a precisare che il lavoro svolto dalla minoranza commissionale non si è limitato solo ed esclusivamente all’analisi delle richieste dei petenti ma si è ritenuto importante andare a ricostruire la storia e l’evoluzione di questi assegni. Questo per confutare alcune inesattezze presenti nel rapporto di maggioranza.
Questo anche perché alcune delle argomentazioni apportate nel rapporto del collega Cedraschi si scontrano con la realtà dei fatti, a iniziare dall’affermazione secondo cui “il motivo per cui furono introdotti l’AFI e API era quello di poter fornire un aiuto temporaneo alle famiglie in difficoltà finanziaria”. Si tratta di un goffo tentativo di nascondere una palese verità, seppure apparentemente e colpevolmente dimenticata, cioè che gli assegni familiari di complemento sono stati in realtà istituiti l’11 giugno 1996 con una chiara scelta politica al fine di assicurare un “reddito minimo garantito completivo per il figlio e la famiglia il cui scopo è quello di garantire i fabbisogni fondamentali” così da compensare “durevolmente la mancanza di risorse determinate dall’attività professionale, dal patrimonio, da altre prestazioni sociali e da obblighi alimentari”. Questa particolare attenzione nei confronti delle famiglie con figli in difficoltà era stata una chiara scelta politica cantonale volta ad evitare che le famiglie meno fortunate debbano ricorrere all’assistenza sociale. Sintomatica è la citazione ripresa dal rapporto della Commissione della gestione del maggio 1996 (relatore il deputato PLR Giorgio Pellanda) in cui sottolineava che “il disegno di nuova legge sugli assegni di famiglia colma un’importante lacuna poiché riconduce la politica della famiglia fuori dai confini della politica assistenziale”.
Pensando alle nobili intenzioni di chi ci ha preceduto sulle sedie di questo parlamento mi sento dunque a disagio pensando alle famiglie toccate dalle modifiche parlamentari dello scorso dicembre che han fatto si che quasi 40 famiglie (anche ticinesi) delle 77 toccate dalla modifica di cui stiamo dibattendo oggi sono cadute nell’oblio dell’assistenza sociale. Non credo si debba aprire oggi un dibattito sulle conseguenza sociali di chi si ritrova nell’oblio dell’assistenza sociale.
La petizione chiede al Gran Consiglio di attivarsi al fine di ritornare su una delle tre modifiche apportate alla Laf nel dicembre 2015 nell’approvazione del preventivo 2016, più precisamente quella concernente il computo sistematico del reddito alle famiglie in cui entrambi i genitori non svolgono un’attività lucrativa.
Il reddito ipotetico computato alle famiglie in cui entrambi i genitori sono senza lavoro costituisce una misura penalizzante e discriminante, poiché fa sì che una persona, indipendentemente dal suo grado di occupazione, si veda computato un salario al 100 %. Si tratta di un meccanismo perverso, nel senso che chi lavora a tempo parziale potrebbe anche decidere di non farlo più visto che comunque il suo salario è calcolato come se avesse un impiego a tempo pieno. A titolo di chiarezza, ecco un esempio pratico, ritenuto che il reddito ipotetico minimo è pari a CHF 34’882.- secondo i criteri della Legge sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali: se un impiegato di commercio guadagna CHF 30’000.- lavorando a metà tempo, per determinare il suo diritto agli AFI e API verrebbe preso quale riferimento un suo stipendio ipotetico a tempo pieno, cioè CHF 60’000.-, per cui egli perderebbe tale diritto.
Colleghe e colleghi, sostenendo il rapporto di minoranza non si farà altro che dare mandato alla Commissione della Gestione di chinarsi su questa distorsione e poter, insieme al dipartimento responsabile, trovare quella soluzione che permetterà alle nostre famiglie di evitare una situazione di profondo disagio.
Lo avete detto tutti, ognuno con le proprie sfumature, che le famiglie ticinesi meritano e necessitano del nostro sostegno. Vi chiedo dunque di non archiviare questa petizione trincerandovi dietro al fatto che la modifica di cui dibattiamo oggi è entrata in vigore da pochi mesi. Piuttosto vi chiedo di fermarvi un secondo e condividere con la minoranza commissionale il fatto che se anche solo una di queste famiglie, con un’applicazione diversa della legge potesse evitare di cadere in assistenza avremmo evitato una triste e palese discriminazione.
Vi ringrazio per l’attenzione e vi invito a voler bocciare il rapporto di Alessandro Cedraschi.
Bellinzona, 20 settembre 2016
Per ridurre l’inquinamento non interveniamo quando la situazione è già fuori controllo! Intervento a nome del gruppo PPD sui conti consuntivi 2015 del DT
il voto sul Consuntivo, al di là degli aspetti contabili, è l’occasione di esprimere un giudizio sulla politica che è stata condotta dal Governo in un certo settore. Di conseguenza mi permetterò di fare alcune considerazione sull’impostazione strategica adottata dal DT recentemente.
L’atteggiamento del dipartimento del territorio e del suo direttore nel modo di affrontare traffico ed inquinamento è sicuramente mutato rispetto al passato. Le ristrettezze finanziarie hanno sicuramente aiutato nelle scelte che hanno portato il governo a riprendere incarti che da tempo giacevano nei cassetti.
La tassa di collegamento, ne è un esempio. Il suo scopo dovrebbe essere duplice: ridurre il traffico e permettere allo stato di incamerare fondi da ridistribuire ai trasporti pubblici.
Solo il prossimo futuro ci dirà se la nuova impostazione dipartimentale porterà benefici alle zone da che tempo chiedono sostegno e soluzioni. Tra queste vi è sicuramente il mendrisiotto, che quotidianamente soffoca nel traffico.
Una regione che alla politica cantonale da sempre chiede sostegno ma soprattutto soluzioni e in questa ottica, l’approvazione compatta della tassa (ad eccezione di Vacallo) ha confermato come il distretto sia sensibile alle tematiche ambientali.
Ed è proprio con questo spirito che i ticinesi hanno seguito questo parlamento votando la tassa di collegamento. Lo scopo, interessante, dovrebbe essere quello di ridurre il traffico e di conseguenza l’inquinamento evitando i superamenti fissati dall’ordinanza federale.
Le cause dell’inquinamento sono molteplici:
– uso privato di automobili e moto
– economie domestiche
– mancanza di collaborazione a più livelli
– acquisto di prodotti con confezioni plastificate
Anche le cause del traffico sono altrettanto molteplici:
– uso individualista del mezzo di trasporto
– poca attrattività dei mezzi pubblici
– troppi semafori e poche rotonde
– automobili di Ticinesi e frontalieri
– mancanza di posteggi per tutti
– strade non adatte per il traffico attuale
– poca lungimiranza politico ambientale
– abitudine del cittadino
– difficoltà di raggiungere il luogo di destinazione con mezzi pubblici
– pigrizia del cittadino
E giustamente, bisogna pensare ad alcune proposte, non solo imposte dallo stato ma anche di cambio di mentalità da parte nostra:
– ridurre l’uso di mezzi inquinanti
– trasporto condiviso (taxi collettivi , car sharing)
– camion sui treni
– servizio pubblico verso I centri commerciali
– usare la bicicletta e muoversi a piedi
– tecnologia : informazioni e organizzazione del traffico
– tassa autostradale o stradale
– rendere meno attrattivo l’uso dei mezzi privati
– rendere più attrattivo l’uso dei mezzi pubblici
Una misura davvero forte potrebbe essere quella del blocco totale del transito di camion sulla nostra rete autostradale nei momenti di superamento dei limiti. Non dimentichiamoci, e qui mi rivolgo ai colleghi momo, che in alcuni momenti dell’anno, il tratto autostradale tra Mendrisio e Chiasso e diventa a tutti gli effetti un parcheggio a cielo aperto. Questo Consiglio di Stato ha più volte agito a muso duro nei confronti della Berna federale e di Bruxelles, lo faccia anche in questo caso se il fine ultimo è quello di garantire la salute dei ticinesi.
Sostanzialmente, chiediamo al ministro un riorientamento della sua azione politica in modo di non studiare misure per affrontare la situazione quando ormai è fuori controllo ma di continuare la sua azione politica con misure preventive al fine di ridurre costantemente l’inquinamento. Il riferimento è ovviamente all’offensiva anti smog lanciata la scorsa settimana.
In questo senso ricordo che Il 4 novembre 2013 – oramai due anni fa – i deputati popolari-democratici del Mendrisiotto hanno interrogato il Consiglio di Stato a seguito della decisione di sopprimere la S10 Albate-Chiasso; in questo contesto i deputati avevano chiesto se il Consiglio di Stato avesse intenzione di vincolare il versamento dei ristorni derivanti dall’imposta alla fonte al finanziamento di opere infrastrutturali in Italia (park & rail, park & ride) per favorire il trasporto pubblico.
Il Consiglio di Stato rispose che intendeva “considerare anche questo aspetto nell’ambito dei contatti con l’Autorità federale per le trattative fiscali con lo Stato italiano”.
Lo scorso mese di ottobre, non vedendo nulla di concreto all’orizzonte, sempre il PPD ha presentato una mozione che chiedeva al Consiglio di Stato di avviare delle trattative con le autorità italiane affinché i ristorni vengano utilizzati anche per il finanziamento di servizi e infrastrutture in favore della mobilità transfrontaliera.
Colgo l’occasione per chiedere a nome del nostro gruppo se vi sono novità in merito, dato che la carenza di strutture di mobilità transfrontaliera ha per effetto di aumentare i costi a carico del nostro cantone.
Bellinzona, 21 settembre 2015
Intervento a nome del gruppo PPD sulla mozione “Riformare gli Uffici regionali di collocamento (URC), per un aiuto concreto ai disoccupati”
in un momento difficile per il mercato del lavoro ticinese, ogni occasione di miglioramento degli organi preposti al sostegno delle persone in cerca di un’occupazione è da accogliere positivamente. Lo spirito con il quale il gruppo PPD ha presentato questa mozione, continuando l’interessante lavoro iniziato da Ticino e Lavoro e dal suo Presidente Giovanni Albertini, è di estrema collaborazione nei confronti della Sezione del lavoro e non una sorta di caccia alle streghe dei numerosi e validi collaboratori che giornalmente operano nei 5 Uffici regionali di collegamento sparsi sul territorio ticinese. La grande mole di lavoro di questi uffici è facilmente riassumibile leggendo i dati presentati nel messaggio del Consiglio di Stato sull’attività di questo servizio: in un anno i 5 URC ticinesi seguono circa 22’000 persone in cerca di impiego, effettuano 76’500 colloqui di consulenza e di controllo, formalizzano 19’000 proposte di lavoro, decidono 12’200 PML (Ladi e L-rilocc) ed emettono 7’500 sanzioni.
Il lavoro svolto dai consulenti del personale viene regolarmente controllato sia dai servizi di controllo interni cantonali, che dall’ispettorato della SECO, e i riscontri di queste verifiche sono in generale positivi.
Questa è una premessa doverosa che vuole sgombrare il campo da facili strumentalizzazioni che portano poco o nulla a chi per contro chiede alla politica e ai politici estrema lungimiranza e conoscenza della materia per intervenire puntualmente con misure a sostegno di chi è senza lavoro e di chi è preposto all’aiuto di questi ultimi.
E in questa ottica, voglio ringraziare il relatore, Saverio Lurati, che insieme alla sotto commissione della gestione che tratta tutte le tematiche inerenti il mondo del lavoro, ha saputo analizzare attentamente la mozione, valutare la risposta del Consiglio di Stato, ascoltare i mozionanti e decidere saggiamente di non respingere la mozione come inizialmente aveva proposto il Consiglio di Stato.
Respingerla sarebbe stato un errore anche alla luce dell’importante lavoro svolto in questi mesi dal dipartimento del Consigliere di Stato Christian Vitta. Non si può infatti non citare il pacchetto di misure a favore del mercato del lavoro e dell’occupazione lanciato a settembre dello scorso anno e che ha visto, per quanto concerne il collocamento, la presentazione della misura 7 lo scorso 13 giugno che va proprio nella direzione richiesta da questa mozione. Non per niente questa misura è stata intitolata: rafforzamento delle relazioni tra URC e aziende.
Sono state molteplici le misure entrate in vigore lo scorso 1° gennaio che confermano che delle migliorie erano necessarie. Proverò a riepilogarle brevemente:
Collaborazione DFE-DECS per migliorare il collocamento dei disoccupati
Dal 1° gennaio 2016, ogni visita in azienda, effettuata da undici consulenti-aziende degli Uffici regionali di collocamento (URC) e da otto ispettori di tirocinio della Divisione della formazione professionale (DFP), costituisce un’occasione preziosa per fornire ai datori di lavoro le informazioni utili a generare nuove collaborazioni e, possibilmente, a raccogliere nuovi posti di lavoro e di apprendistato.
La rapida attuazione di questa misura è stata possibile grazie agli intensi lavori preparatori, che hanno permesso di definire le procedure di collaborazione e gli strumenti di lavoro e di formare i consulenti e gli ispettori designati per il primo anno di test. Ogni mese i dati sono raccolti in un’apposita banca dati e permettono di valutare i risultati della misura, apportando eventuali correttivi direttamente in corso d’opera.
Riqualifica di giovani con un nuovo apprendistato
Il 1° gennaio 2016 è entrato in vigore l’assegno di formazione professionale previsto dalla Legge cantonale sul rilancio dell’occupazione e sul sostegno ai disoccupati (L-rilocc), contributo alla base del progetto di riqualifica di giovani con un nuovo apprendistato.
L’avvio della collaborazione con le associazioni economiche sta permettendo d’individuare dei posti di apprendistato in settori con sbocchi professionali interessanti, da mettere a disposizione di giovani disoccupati con un diploma professionale per settembre 2016. Inoltre, grazie alla collaborazione con la Divisione della formazione professionale (DFP), è stata chiesta la partecipazione di circa cinquanta aziende che vantano posti di apprendistato rimasti liberi con l’inizio dell’anno scolastico 2015. Non da ultimo, sono state avviate 29 riqualifiche nel settore sociosanitario. Tra di esse figurano quelle di quattro giovani che stanno svolgendo la selezione in vista di un apprendistato quale addetto alle cure sociosanitarie o operatore sociosanitario a partire dal mese di settembre 2016.
Rafforzamento delle relazioni tra URC e aziende
Lo scorso 13 giugno 2016, nel contesto dell’attuazione di una nuova strategia per rendere più efficaci le relazioni tra gli uffici regionali di collocamento (URC) e le aziende, è stata presentata alla stampa la nuova campagna “Più opportunità per tutti, Servizio aziende URC”. In particolare sono state illustrate quattro principali misure, quali la ridefinizione e l’ottimizzazione dell’offerta, la realizzazione di un opuscolo informativo, lo sviluppo di un sito web dedicato (www.ti.ch/servizoaziende-urc) e l’organizzazione di quattro eventi regionali dedicati alle aziende (previsti da settembre 2016 a dicembre 2016).
Sostegno intensivo al collocamento
A partire dal 1° gennaio 2016, il sostegno alla ricerca d’impiego è stato potenziato in tutte le misure attive a cui partecipano gli iscritti agli URC. Si tratta di importanti strumenti, volti a sviluppare tecniche e competenze per favorire il collocamento dei disoccupati. In particolare, oltre a un sostegno alla ricerca d’impiego personalizzato, è iniziata la sperimentazione che si basa sul modello di successo del Canton Berna. Si tratta di un’ottimizzazione degli attuali corsi di tecniche per la ricerca d’impiego (TRIS) e il loro svolgimento intensivo su un arco di tempo più breve.
Il Consiglio di Stato, nonostante stesse lavorando per portare dei miglioramenti all’interno degli URC come dimostrato dalle misure presentate settimana scorsa, nel suo rapporto ha puntualmente risposto a tutti punti andando a spiegare dettagliatamente la fattibilità e la situazione attuale delle singole proposte concludendo il messaggio invitando questo parlamento a respingere la nostra mozione.
Diverso è stato l’approccio della commissione, grazie anche all’apertura e alla disponibilità di tutti gli attori coinvolti: mozionanti e rappresentanti della sezione del lavoro. Questi incontri hanno permesso di giungere alla proposta della commissione della gestione di invitare questo parlamento a non respingere la mozione.
Il rapporto conclude dando tre importanti indicazioni che saranno fondamentali per il futuro degli Uffici regionali di collocamento e per i suoi assicurati:
la prima riguarda la necessità di poter disporre delle valutazioni indispensabili dell’implementazione della nuova L-rilocc;
la seconda è in relazione all’inchiesta che la SECO sta mettendo in opera circa la soddisfazione degli utenti degli URC;
la terza è legata alle dinamiche dell’applicazione pratica di una gestione per obiettivi che in parte è già presente e in parte deve essere ancora perfezionata.
Prima di procedere con ulteriori proposte bisognerà ora attendere l’implementazione di questi tre punti in modo da poter valutare gli effetti con cognizione di causa.
Permettetemi di concludere questo intervento esprimendo soddisfazione e gratitudine. Soddisfazione per aver voluto sedersi attorno ad un tavolo con grande disponibilità senza pregiudizi cercando di analizzare la nostra mozione punto per punto nel solo interesse dei disoccupati.
Gratitudine nei confronti dei numerosi volontari dell’associazione Ticino e Lavoro che con il loro lavoro hanno comunque avuto il merito di aprire ulteriormente il dibattito che gravità attorno il difficile mondo del collocamento del personale.
Un pensiero lo vorrei rivolgere infine ai numerosi collocatori che quotidianamente si impegnano nel cercare di trovare una soluzione per i propri disoccupati. A queste persone dobbiamo dare e offrire tutti gli strumenti possibili affinché possano operare senza troppi ostacoli.
E questi ostacoli in questo Cantone si chiamano agenzie interinali di collocamento che in verità altro non sono che una fabbrica del precariato a tutti gli effetti. Per capire la portata della questione basti pensare che nel 2’000 i lavoratori assunti dalle agenzie interinali erano 4’500 a fronte dei 10’800 del 2013. Questo aumento è inversamente proporzionale all’occupazione di lavoratori residenti che per contro è diminuito.
Se vogliamo davvero che i collocatori possano davvero svolgere il proprio lavoro a 360° dovremo capire come arginare lo strapotere che queste agenzie interinali hanno sul nostro territorio. Visto che da Berna non sembra muoversi nulla, ci riserviamo di presentare un’iniziativa cantonale allo scopo di limitare lo strapotere delle lobby del precariato.
Vi ringrazio per l’attenzione e vi invito a voler votare il rapporto di Saverio Lurati.
Bellinzona, 20 giugno 2016
Intervento a nome del gruppo PPD a sostegno dei giovani lavoratori che terminano l’apprendistato
Il tema della formazione dei giovani è al centro delle priorità del nostro gruppo parlamentare. Lo dimostrano i numerosi atti parlamentari presentati negli ultimi anni dai membri del nostro gruppo. A tal proposito ne ricordo uno in particolare e mi riferisco alla mozione presentata il 15 dicembre 2014 da Marco Passalia e tutt’ora inevasa che chiede anch’essa di intervenire sull’articolo 53 del regolamento di applicazione della Legge sulle commesse pubbliche e del Concordato intercantonale sugli appalti pubblici. Intervenire come? Riconoscendo l’importanza di sostenere concretamente l’apprendistato quale via formativa professionale. La richiesta di Passalia va nella direzione di arginare la possibilità da parte di grandi aziende su scala nazionale di eludere il criterio dell’apprendistato a livello svizzero attraverso la creazione di succursali in Ticino che non sono impegnate localmente nell’assunzione di apprendisti, ma che lo fanno esclusivamente a livello di gruppo nelle sedi principali situate nel resto della Svizzera.
Le mozioni di Lurati e Passalia, viaggiano sostanzialmente su uno stesso binario e perseguono di per se gli stessi scopi: favorire l’occupazione dei giovani che hanno conseguito un diploma e favorire le aziende che con impegno assumono e formano i nostri giovani.
Sostanzialmente, prendendo e valutando insieme i due atti parlamentari troveremmo delle risposte ai molti dubbi sollevati dal rapporto di maggioranza. Ed è per questo che sono partito dal testo di Passalia per spiegare la posizione favorevole del nostro gruppo. In politica non abbiamo bisogno di soli tecnicismi, anzi, abbiamo soprattutto bisogno di prendere decisioni lungimiranti nell’interesse dei cittadini.
Non posso nascondere un certo imbarazzo nell’essermi trovato di fronte a due rapporti su questa proposta. Infatti Lurati e compagni con il loro atto parlamentare vanno a toccare un problema di fondo che è quello dell’occupazione giovanile o meglio della disoccupazione giovanile. Per capire di cosa stiamo parlando potrebbe essere sufficiente partire da un dato: la percentuale svizzera dei disoccupati giovani (tra i 20 e i 24 anni, dunque post apprendistato) è del 4.2 % mentre in Ticino questo dato sale e arriva addirittura all’8.3 %, il doppio! Interessante proprio perché la percentuale di svizzero tedeschi che scelgono il tirocinio rispetto al liceo è quasi il doppio rispetto al Ticino! Tanto per ribadire che l’apprednsitato è importante e va sostenuto.
D’altra parte, chi di voi non conosce un ragazzo che ha terminato il tirocinio ed è rimasto senza lavoro? Chi di voi non conosce un’azienda che assume apprendisti più che 20enni che di per se sono operai fatti e finiti ma retribuiti, appunto, come un’apprendista?
Oggi questo parlamento approvando o respingendo questa mozione si assume una responsabilità molto importante. Può decidere di aiutare concretamente i giovani lavoratori approvando una proposta applicabile oppure far finta che il problema non esiste e trincerarsi dietro la più semplice delle affermazioni della politica: la proposta è interessante ma non è applicabile. La scusa contenuta nel rapporto di maggioranza di una penalizzazione delle PMI in caso di modifica dell’art. 53 non regge. Non regge se il parlamento avrà la capacità di guardare oltre la giornata di oggi e quell’oltre si chiama appunto mozione Passalia.
Sorrido inoltre, quando un rapporto firmato da numerosi esponenti della destra ticinese, che da sempre affermano di battersi per una maggiore sovranità cantonale e contro i balivi di Bruxelles, contiene tra le motivazioni per respingere una proposta a favore dei nostri giovani quella di un’incompatibilità con le vigenti normative di diritto superiore (in particolare internazionale). Sostanzialmente, quando ci fa comodo, ci dimostriamo accomodanti anche verso l’Europa.
Il PPD non ci sta ed è per questo che ha deciso coerentemente al suo impegno in favore della formazione professionale di sostenere questo atto parlamentare.
Non dimentichiamoci che oggi votiamo una mozione e di conseguenza, approvandola, abbiamo la possibilità di dare ulteriori strumenti al Consiglio di Stato per poter arginare la piaga della disoccupazione giovanile che tanto ha preoccupato i deputati nei mesi scorsi.
Concludo invitandovi a nome del Gruppo PPD di bocciare il rapporto di maggioranza che chiede di respingere la mozione.
Bellinzona, 9 maggio 2016
Intervento a nome del gruppo PPD sui preventivi 2016 del DSS
Negli ultimi venti anni, a livello svizzero e europeo, ma ancor più in Ticino, abbiamo assistito a due fenomeni contrapposti. Da un lato il sorprendente aumento dell’aspettativa di vita della popolazione e, dall’altro, l’aumento della prevalenza delle malattie croniche che si sono diffuse su scala globale, raffigurandosi in alcuni casi come vere e proprie epidemie.
La diretta conseguenza di tali fenomeni è avere una popolazione più longeva, ma al tempo stesso più malata e bisognosa di cure. Cure che negli anni sono diventate sempre più efficaci e costose, e che se da un lato fanno aumentare la speranza di vita, dall’altro creano problemi di sostenibilità finanziaria per le finanze pubbliche.
Contemporaneamente, l’andamento altalenante della congiuntura economica e una crisi che si protrae dal 2007 (la più prolungata fase di recessione economica dopo quella del 1929) hanno determinato alcuni fenomeni preoccupanti ed indicatori di disagio e fragilità sociali.
Ciò ha costretto nel recente passato Governo e Parlamento a ragionare su delle riforme strutturali della spesa pubblica senza tabù, anche nei settori sanitari e sociali, tendendo però ben presente il concetto di socialità mirata a chi ha più bisogno. Del resto questo è stato lo spirito della riforma dei sussidi cassa malati approvata da questo Parlamento lo scorso anno, i cui effetti consentono di contenere nel Preventivo 2016 l’aumento della voce di spesa a un + 2.3 mio. risp. al Preventivo 2015.
Torno alle riflessioni sul Preventivo 2016. Leggendo il Messaggio governativo per il capitolo DSS si ha purtroppo l’impressione di un ineluttabile andamento sempre rivolto alla crescita proprio per le ragioni evocate in entrata. Il Dipartimento ha relativamente poche voci che rappresentano tuttavia 1/3 della spesa globale del Cantone (su 3.6 mia. di uscite il DSS copre 1.3 mia. CHF) e 2/3 dei contributi (su 1.8 mia. di contributi totali, di cui 1.2 mia. del DSS).
Poche dunque le voci, ma importanti e difficilmente influenzabili a causa di taluni automatismi: leggi di competenza federale, andamento demografico e la fragilità di alcune fasce della popolazione.
Le prestazioni complementari per beneficiari dell’AVS (123 mio. + 3.7 mio di CHF risp. P15)
La partecipazione al premio assicurazione malattia (153 mio. +2.3 mio CHF risp. P15)
Prestazioni ordinarie per assistiti a domicilio (107 mio. + 16 mio CHF risp P15 )
Contributi per invalidi (109 mio. + 2.2 mio. CHF risp. P15)
E contributi per ospedalizzazioni nel cantone (318.1 mio. + 6.9 risp. P15)
Sono cifre importanti che interpellano riguardo la sostenibilità finanziaria di questa progressione per le finanze dello Stato ma anche per il futuro della solidarietà tra generazioni. Per questo motivo si sono resi necessari ulteriori interventi che commenterò qui di seguito:
Preoccupano e non poteva essere altrimenti l’andamento delle persone in assistenza, un’evoluzione in gran parte spiegabile con la riforma della LADI.
Questa variazione – si legge nel messaggio – è determinata principalmente dall’evoluzione del numero di persone a beneficio della prestazione, dalla crescita del numero medio mensile di domande di assistenza pagate (nel 2015 media mensile +50/60 domande pagate), nonché si precisa sempre nel messaggio, dal riversamento di oneri sull’assistenza dovuto alle misure di contenimento della spesa per gli assegni famigliari di complemento (AFI e API) di cui diremo sotto.
Risulta dunque vergognosa la decisione presa dal Consiglio di Stato di differire l’entrata in vigore dell’art. 10 iniziativa parlamentare presentata da Gianni Guidicelli) della L-Rilocc, recentemente votata da questo Parlamento. Quando venne votata la Rilocc e nel rapporto i commissari furono chiarissimi: “alla luce dell’inconfutabilità delle cifre che testimoniano di un drammatico trasferimento di molte persone da uno “statuto”, quello di persona in cerca di occupazione, all’altro, quello di assistito dallo Stato, la Commissione della gestione e delle finanze ritiene opportuno riconsiderare la situazione e quindi procedere a una reintroduzione (alcune misure erano già presenti prima del 2003) nella L-rilocc delle indennità straordinarie di disoccupazione.
Chi esaurisce il diritto alle indennità LADI finisce in assistenza. L’obiettivo dell’art. 10 L-rilocc è quello di ritardare, seppure solo di qualche mese, tale evento, con la speranza che le persone interessate riescano a trovare lavoro in questo periodo.”
Una decisione assolutamente irrispettosa di questo parlamento, della commissione della gestione che nella precedente legislatura ha lavorato seriamente su questo messaggio e dei numerosi disoccupati che per colpe non riconducibili a loro si ritroveranno in assistenza con tutti gli aspetti negativi che ben conosciamo!
Misure concernenti API e AFI
Passando agli AFI e agli API non posso non ricordare quanto accaduto in questo cantone negli scorsi mesi. Genitori di figli svizzeri minacciati di espulsione pur lavorando dignitosamente per il semplice motivo di beneficare di questi assegni, la cui unica colpa è di non riuscire a mantenere una famiglia con il proprio lavoro, considerato anche il livello salariale in Ticino e il fatto che molti stranieri dimoranti o domiciliati (anche da lungo tempo) lavorano proprio nei settori peggio pagati. Ricordo che nel messaggio del Governo del 19 gennaio 1994 furono introdotti specificando in maniera chiara che “la nuova legge sugli assegni di famiglia situa la politica familiare al di fuori dei confini della politica assistenziale”. È stato più volte denunciato come in questi mesi il Consiglio di Stato, o una parte di esso, ha messo in atto quella che abbiamo definito la macchina del forte coi deboli e deboli coi forti. Ci ha pensato poi fortunatamente il Tribunale Federale a fare chiarezza (anche se per i più il tutto era già più che chiaro) che contrariamente a quanto sentenziato da Consiglio di Stato e TRAM ha negato che questi assegni potessero essere paragonati all’assistenza sociale.
Non può dunque non preoccupare che il risanamento dei conti dello Stato, o almeno il contenimento, passi dal peggioramento di prestazioni introdotte negli anni per sostenere le famiglie. Se da un lato le misure possono apparire di primo acchito equilibrate dall’altro lato si ritiene che le famiglie tutte di questo cantone debbano venir sostenute.
E in questo preventivo il dipartimento qualcosa ha proposta. Nel concreto propone di mantenere il periodo di carenza per l’ottenimento degli assegni a 3 anni, precisando però che per gli stranieri è necessario possedere il permesso di domicilio e questo per mirare le prestazioni di complemento ai cittadini che hanno acquisito un legame duraturo con il nostro territorio.
Questa differenza tra svizzeri e stranieri sarebbe sicuramente impugnata davanti ad un tribunale e, come detto ieri dalla maggioranza dei colleghi durante la discussione sull’emendamento Dadò in merito alla tassa di collegamento, non è possibile fare differenze tra svizzeri e cittadini dell’unione europea. Dunque, dobbiamo decidere se vogliamo concretamente intervenire per ridurre gli abusi e il pendolarismo degli aiuti sociali o se vogliamo colpire le minoranze per soddisfare il palato di chi nello straniero vede un facile bersaglio.
A titolo personale annuncio un emendamento per introdurre una misura meno incisiva che eviti di “selezionare” le famiglia insistendo troppo sulla differenza tra residenti e straniera. Rinvio le spiegazioni di dettaglio in una seconda battuta del mio intervento….
il Preventivo 2016 propone delle misure di contenimento alla spesa sociale e sanitaria che hanno, secondo il Consiglio di Stato, come primo scopo quello di assicurare una durabilità all’intero sistema sociale, il famoso stato sociale che tanti ci invidiano.
Accanto a questo obiettivo importante occorre riconoscere che l’aumento generalizzato e costante della spesa sanitaria e sociale alla lunga non è sostenibile se non si procede quanto prima a una profonda revisione dell’intero sistema assicurativo e di prestazioni erogate alla popolazione. E questo anche per evitare pericolosi travasi dalle categorie di disoccupati all’assistenza; dalle famiglie beneficiare di assegni sempre all’assistenza.
Alla luce dell’andamento demografico e sociale di cui ho riferito in entrata del mio intervento, ritengo divenuto urgente intraprendere un aggiornamento delle misure di politica familiare allo scopo di favorire la natalità e nel contempo di evitare che le famiglie cadano nella povertà.
È stato ancora di recente dimostrato per il tramite di uno studio promosso dal medesimo Dipartimento e partito da una mozione del Gruppo PPD, come l’autonomia delle famiglie, soprattutto la decisione di avere o meno dei figli, è strettamente legata agli interventi di politica familiare, il che non significa necessariamente più sussidi o assegni, ma favorire la conciliabilità lavoro e famiglia, e la flessibilità negli orari e nel grado di occupazione dei genitori.
È appunto questa la strada da percorrere, una politica che favorisca l’inserimento dei neo-genitori nel mondo del lavoro allo scopo di avere famiglie finanziariamente autonome, e non quella dei tagli lineari, misura che a corto termine costituisce un guadagno in termini di efficienza, ma che alla lunga potrebbe costituire un boomerang per far confluire le famiglie nella categoria degli assistiti, con danni che potremmo vedere solo negli anni a venire.
Bellinzona, 16 dicembre 2015
Il mio sostegno all’iniziativa “Rafforziamo la scuola media per il futuro dei nostri giovani”
L’iniziativa ha il merito indiscusso di potenziare le biblioteche scolastiche e di ridurre in modo generalizzato il numero massimo di allievi per classe in un settore, quello della scuola media, dove nel 2009/10 il Ticino è stato in assoluto il cantone svizzero con il più alto numero medio di allievi per classe (20,6). Il tutto laddove il nostro tasso di scolarizzazione speciale si aggira intorno al 2 % contro un 5-6% del resto della Confederazione, quindi in un contesto di scuola fortemente integrativa.
Tuttavia tre aspetti introdotti dall’iniziativa esigono ulteriori chiarimenti e approfondimenti. Il primo riguarda la modifica dello scopo della scuola media, con la quale, tra tanti importanti obiettivi già indicati dalla Legge della scuola e dalla Legge sulla scuola media, viene introdotto il principio di una scuola che educhi secondo il genere cui appartiene l’allievo. Da non confondere con la promozione del principio di parità tra uomo e donna sancito della Legge della scuola.
Tale principio viene poi puntualmente ripreso all’articolo 8 quando si indica che i programmi e i metodi d’insegnamento devono mirare particolarmente, tra l’altro, anche a favorire lo sviluppo della capacità di scelta dell’allievo nel rispetto della diversità di genere. Nulla mi induce a pensare che attualmente le nostre scuole non rispettino le differenze di genere. Inoltre, seguendo tale impostazione si dovrebbe iniziare un elenco tendenzialmente infinito delle molteplici diversità di cui occorrerebbe tenere formalmente conto nell’insegnamento (diversità di etnia, di orientamento sessuale, di credo, di costituzione fisica, di struttura psichica,…). Eventualmente sarebbe stato più che sufficiente indicare “nel rispetto delle diversità”. Da un punto di vista pratico, a quanto mi risulta, neppure il nuovo Piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese propone questa distinzione didattico-pedagogica.
Il secondo motivo di preoccupazione è dato dal rischio di una progressiva e dannosa frammentazione di un percorso formativo che è già attualmente segmentato, non solo tra le numerose materie, ma anche tra i differenti progetti educativi che si susseguono nelle nostre scuole medie. In effetti l’iniziativa prevede l’allestimento di un programma differenziato e flessibile per allievi “deboli” e per allievi “intellettualmente precoci”, senza tuttavia definire i tratti né dell’allievo debole né di quello cosiddetto precoce. Non ritengo che prospettare una moltiplicazione dei percorsi formativi, soprattutto in termini così vaghi e indefiniti, (in aggiunta alla “differenziazione curricolare” già contemplata dal Sostegno pedagogico) apporti un reale beneficio alla scuola media. Mi pare anzi di scorgere il rischio dell’aumento dell’incertezza presso allievi, famiglie e docenti con una conseguente dispersione delle forze e una maggiore burocratizzazione (che cosa succede se, ad esempio, l’allievo è “intellettualmente precoce” ma “affettivamente immaturo” oppure nella media della sua età anagrafica? Si prepara un altro curriculum formativo ad hoc?). Una scuola così concepita appare sempre più una sorta di supermercato formativo in cui ognuno può attingere secondo i propri gusti o secondo le proprie più o meno presunte necessità.
Ciò mi conduce alla terza ed ultima considerazione. Non condivido il progetto di una scuola intesa non tanto quanto istituzione e luogo di apprendimento, quanto come strumento di servizio polivalente alla cittadinanza, comprendente il trasporto completamente gratuito (senza neppure una partecipazione simbolica ed educativa ai costi), in cui gli orari giornalieri delle lezioni devono tenere conto sia dei bisogni degli allievi sia perfino delle necessità dei genitori “impegnati professionalmente” (art. 18c, cpv. 2), in cui gli spazi devono essere concessi gratuitamente ed indistintamente (art. 19a) ad associazioni e gruppi giovanili (sebbene oggi sia già possibile ottenerli dietro richiesta motivata e soddisfatte le condizioni dell’istituto), dove si rafforzano i doposcuola e le mense, così come il monitoraggio tramite “scienziati della pedagogia” (art. 8, cpv. 2) senza migliorare però in modo più incisivo e mirato quelle condizioni di lavoro metodico e di studio nelle aule che dovrebbero restare, o tornare, al vertice delle nostre priorità. In definitiva, se c’è un certo rafforzamento scolastico, c’è ancor più un rafforzamento dell’apparato parascolastico.
Rafforziamo la scuola media è il nome dato a questa iniziativa popolare. Dobbiamo essere coscienti del fatto che il nostro è un cantone che si vuole universitario e nonostante ciò destina alla formazione meno di quanto facciano tutti gli altri cantoni universitari svizzeri.
Un cantone che, inoltre, all’interno di questa spesa limitata, da una parte decide di superare la media svizzera di spesa pubblica per la formazione terziaria (24% del credito per la formazione), mentre dall’altra, per tutti i settori della scuola obbligatoria la percentuale prevista risulta chiaramente inferiore alla media intercantonale (complessivamente solo il 41% contro il 45.9%).
Non è quindi più possibile far corrispondere ad alti progetti basse risorse speculando sulla motivazione e sulla disponibilità dei docenti.
Inoltre alla luce della crescente eterogeneità delle classi sono convinto che se si vuole mantenere alta la qualità della scuola, si impone un abbassamento del numero massimo di allievi per classe.
In conclusione sciolgo dunque la mia riserva sostenendo il rapporto di minoranza convinto che la nostra scuola meriti tutto il sostegno possibile da parte nostra.
No alle discriminazioni! I Padroncini presentino il casellario!
La proposta presentata da Lorenzo Quadri nel 2008 ha come scopo quello di verificare sistematicamente le eventuali pendenze penali di tutti coloro che intendono chiedere qualsiasi tipo di permesso di dimora. La richiesta è motivata “per evidenti ragioni di sicurezza interna”.
La Commissione della legislazione, aiutata dagli ultimi casi di cronaca, ha redatto questo rapporto che oggi noi dobbiamo discutere chiedendo l’accoglimento della proposta.
Dato che il tema è di grande importanza reputiamo fondamentale analizzare la questione tenendo in considerazione anche altri attori presenti sul territorio cantonale: nel caso specifico ci riferiamo ai lavoratori distaccati.
Basti pensare che nel solo 2014 sono state oltre 25’000 le persone che hanno raggiunto temporaneamente il nostro territorio per svolgere in totale oltre 673 mila giorni di lavoro. Per capirci stiamo parlando di circa 3’000 posti di lavoro a tempo pieno.
Ma al di là delle questioni relative al mondo del lavoro che meriterebbero una approfondita questione, il punto focale in questo caso è il numero importante di persone che raggiungono il nostro territorio in maniera incontrollata. Infatti, a differenza dei frontalieri che si presentano agli sportelli per richiedere il proprio permesso di lavoro, queste persone arrivano nel nostro paese semplicemente dopo essersi annunciate online. A questo proposito cogliamo l’occasione per chiedere perché non è stata ancora implementata la mozione accolta il 10 marzo 2014 da questo parlamento che chiedeva l’abolizione di questi ultimi. Gli abitanti di Cevio dopo 18 mesi stanno ancora aspettando l’apertura dello sportello come proposto da Fiorenzo Dadò.
Dunque non possiamo escludere dalla discussione questi ultimi e anzi, se si vuole davvero percorrere la strada della sicurezza pubblica, senza strumentalizzazioni di sorta bisogna ampliare il discorso senza creare discriminazioni.
Chiedo dunque a nome del Gruppo PPD di modificare la risoluzione in questi termini:
“Il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino chiede all’Assemblea federale di provvedere affinché le informazioni sui precedenti penali di cittadini di Stati dell’Unione Europea che chiedono di trasferirsi in Svizzera, sia per brevi periodi che durevolmente (compresi i lavoratori distaccati), possano tornare ad essere chieste sistematicamente, d’ufficio ai Paesi d’origine o a Stati terzi, senza bisogno di fornire alcuna particolare motivazione”.
Visto che questa risoluzione verrà trasmessa all’Assemblea Federale chiediamo che a questa proposta venga conferita l’urgenza in modo da essere votata ancora oggi per evitare che vengano inviate due risoluzioni praticamente identiche.
Bellinzona, 23 settembre 2015
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Il mendrisiotto (e non solo) sta soffocando nel traffico! Bisogna cambiare marcia!
Il voto sul Consuntivo, al di là degli aspetti contabili, è l’occasione di esprimere un giudizio sulla politica che è stata condotta dal Governo in un certo settore.
Per quanto riguarda il Dipartimento del Territorio, non voglio creare nessuna suspense e dirò subito che il nostro Gruppo non approverà il Consuntivo dipartimentale.
Da abitante del Mendrisiotto, ogni giorno sono costretto a constatare che la situazione del traffico è oramai totalmente fuori controllo; vedrei le stesse cose se abitassi nel Malcantone, oppure sul piano di Magadino.
La nostra gente soffoca nel traffico.
Queste situazioni, nonostante tante promesse e nonostante un potenziamento notevole delle risorse umane del Dipartimento, sono irrisolte da decine di anni e non si vede all’orizzonte alcuna strategia per affrontarle in modo adeguato, a parte proporre sempre nuove tasse.
Gli ultimi due esempi di questa impostazione sono la tassa di collegamento e la ventilata introduzione di un pedaggio per entrare a Lugano.
Per rendere più digeribile queste nuove tasse si fa credere che verranno colpiti solo i lavoratori frontalieri, che oramai sono diventati un capro buono per qualsiasi espiazione.
La realtà è ben diversa; se il Consiglio di Stato non correggerà il tiro rispetto al progetto in consultazione verranno colpiti anche i lavoratori ticinesi che pagano già il loro posteggio o che lavorano in zone dove i mezzi pubblici arrivano poco e male, o dove si vogliono addirittura sopprimere le linee, come di recente in Valle Maggia.
Insomma, i lavoratori ticinesi potrebbero essere costretti a sborsare fino a 1’250 franchi di tassa di posteggio, senza avere in cambio alcun servizio pubblico.
La tassa di collegamento promuove inoltre in modo molto insufficiente le imprese che favoriscono la mobilità aziendale, ciò che rafforza il sospetto che qui si cerchi solo di fare cassetta.
È evidente che se la tassa di collegamento resterà com’è uscita dagli uffici del Dipartimento del territorio la popolazione ticinese sarà chiamata ad esprimersi.
L’idea del pedaggio per entrare a Lugano è ancora peggiore: in pratica potrà entrare in centro solo chi potrà permetterselo; semaforo verde per avvocati, direttori di banca e superfunzionari pubblici o privati. Semaforo rosso per operai, impiegati e artigiani.
Già oggi l’aumento dei valori immobiliari ha spinto i residenti ad abbandonare il centro cittadino e a trasferirsi in periferia. Con il pedaggio i ceti popolari saranno cacciati anche dalle strade che hanno contribuito a pagare con le loro tasse, il tutto per consentire a qualche privilegiato di circolare senza l’assillo di code e traffico.
Crediamo che se c’è un problema di traffico ci siano criteri più giusti ed equi del salario per definire chi ha più o meno diritto di entrare in città con la propria auto.
È vero che la possibile introduzione del pedaggio fa seguito a una proposta della Consigliera federale Leuthard, ma è anche vero che non è obbligatorio aderire a qualsiasi proposta; il Consiglio di Stato deve avere quale priorità di tutelare gli interessi dei ticinesi, non di assecondare ogni sperimentazione che ci viene proposta dalla Berna federale.
Già i greci si chiedevano del resto: “È più sciocco chi munge il caprone o chi gli mette sotto il secchio?”
Crediamo che nel Dipartimento del Territorio sia necessario cambiare passo: se si vogliono risolvere i problemi del traffico, non bisogna accanirsi contro i lavoratori con tasse buone solo a fare cassetta, ma bisogna meglio organizzare l’offerta di mezzi pubblici, per renderli davvero più competitivi rispetto all’automobile privata.
Il Consiglio di Sato ha risposto che intendeva “considerare anche questo aspetto nell’ambito dei contatti con l’Autorità federale per le trattative fiscali con lo Stato italiano”.
Da qualche anno a primavera viene inscenato una specie di psico-thriller per il “blocco dei ristorni”; mai però che sia stato seriamente tematizzato l’aspetto più problematico della vicenda, ovvero l’utilizzo dei ristorni, che secondo l’Accordo devono essere impiegati “per opere e servizi pubblici che alcuni Comuni italiani di confine sostengono a causa dei loro residenti che lavorano come frontalieri nei Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese”.
Insomma, al posto di mettere le mani nelle tasche dei ticinesi con balzelli di varia natura ed entità – soluzione certamente molto comoda, ma ingiusta – è venuto il momento di affrontare in modo più determinato e sistematico il tema della collaborazione transfrontaliera in materia di traffico. È vero che le discussioni con l’Italia sono spesso ostiche, ma se non ci si prova neppure, difficilmente si raggiungerà qualche risultato.
Inoltre, l’offerta di trasporto pubblico potrebbe risultare molto più efficiente e completa se appena ci fosse un maggiore coordinamento tra le diverse entità comunali e consortili che oggi si occupano del tema.
Per quanto riguarda invece la rete stradale, sollecitiamo qui nuovamente un deciso cambio di marcia sul tema A2/A13, richiesto con sempre maggiore insistenza anche dai Comuni del piano e delle rispettive Commissioni regionali dei trasporti.
Sono passati 8 anni dalla votazione sulla “Variante 95” e al di là delle belle intenzioni, per ora, non sembra esserci nulla di veramente concreto.
Egregio Consigliere di Stato, da quando è entrato in Governo ha saputo farsi apprezzare dai cittadini ticinesi per la sua franchezza e per il suo carattere deciso; credo che lei disponga del credito politico e del sostegno popolare per proporre progetti ambiziosi e riforme importanti.
L’auspicio del nostro Gruppo è che lei colga pienamente questa opportunità e vada oltre la logica del “tassa e spendi”; il Ticino e i suoi abitanti ne hanno bisogno.
Concludo invitandovi nuovamente a nome del Gruppo PPD a non votare i conti consuntivi del dipartimento del territorio.
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Intervento a nome del gruppo PPD sui conti dell’EOC
Porto l’adesione del Gruppo popolare democratico e Generazione Giovani al Messaggio e al Rapporto n. 7027 dell’allora gran consigliere Christian Vitta.
Al di là degli aspetti tecnici contenuti nel messaggio e nel rapporto – non di facile comprensione per chi vi parla agli esordi della sua carriera in Gran Consiglio – l’analisi di fondo dei conti conferma come l’EOC e le sue strutture ospedaliere, adattando in continuazione strumenti e processi alle mutate esigenze della sanità elvetica, riesce non solo ad assicurare prestazioni di qualità, ma anche a confermare buoni risultati d’esercizio.
In tal senso va rilevato come l’Ente ospedaliero goda di una situazione finanziaria globalmente solida, riflessa chiaramente nei due rapporti annuali 2012 e 2013 che chiudono con un avanzo di esercizio risp. di oltre 15 e 6 milioni. Risultati positivi che vanno salutati positivamente in periodo economicamente non facile, soprattutto per le finanze dello Stato e che dimostrano la capacità di garantire una gestione oculata e di far fronte adeguatamente anche alle sfide poste dall’introduzione, nel 2012, del nuovo sistema di finanziamento ospedaliero per le prestazioni stazionarie.
Grazie a questa situazione finanziaria sana l’EOC potrà affrontare con fiducia le sfide che toccano il sistema sanitario nazionale: dall’evoluzione demografica, all’accresciuta specializzazione, alla pressione sui costi sanitari e alla tendenza alla riduzione delle tariffe cui si aggiungono i sempre più importanti investimenti nella formazione del personale specializzato e infermieristico, tema su cui tornerò più sotto.
Limiterò pertanto il resto del mio intervento ad alcuni aspetti sollevati dal rapporto lasciando quelli più tecnici ai colleghi più esperti della Commissione della gestione.
Ammortamenti e accantonamenti effettuati dall’EOC nel 2012 e 2013, tema sollevato dall’allora collega PPD Carlo Luigi Caimi in commissione. Ringrazio il relatore per aver fornito le opportune risposte. Chiedo, però, all’EOC di non far uso esaustivo – per non dire estremo – in futuro delle possibilità offerte dalla regolamentazione del settore per effettuare ammortamenti e accantonamenti, perché, anche se formalmente riconosciuti dagli assicuratori malattia nell’ambito del calcolo delle tariffe– alla fin fine – arrischiano di far lievitare l’importo del contributo globale a a carico dello Stato.
Sulla Pianificazione Ospedaliera 2015. La Commissione di pianificazione ospedaliera (CPO) ha lavorato bene, e celermente. L’obiettivo primario della centralità del paziente e della qualità delle cure, oltre che gli importi milionari in gioco e le conseguenze finanziarie per lo Stato del Cantone Ticino, impongono alla politica una valutazione responsabile, oculata e attenta al miglioramento della qualità delle prestazioni sanitarie. Invito, a nome del Gruppo PPD, i nuovi colleghi che siederanno nella CPO a continuare in questa legislatura il lavoro svolto dai predecessori, lavoro che non potrà prescindere da una intensa e proficua collaborazione con il Consiglio di Stato, sulla base di proposte e soluzioni condivise, nell’interesse dell’intera popolazione ticinese. È auspicabile in ogni caso che il dossier giunga nel giro di qualche mese sui banchi del Gran Consiglio per decisione, onde evitare di protrarre oltre misura l’attuale situazione di incertezza gravosa per le strutture ospedaliere implicate.
Vicenda La Carità. Sulla questione delle fatturazioni effettuate dal viceprimario dell’Ospedale La Carità di Locarno, la Commissione della gestione ha ritenuto di svolgere opportuni accertamenti concludendo che – al di là della delicatezza della vicenda ammessa dai vertici dell’Ente (v. p. 7 Rapporto) – “i danni materiali sono contenuti rispetto al volume annuo di fatture emesse dall’EOC”. Certo, dal profilo etico la vicenda può sollevare alcune perplessità e a nome del Gruppo PPD posso senz’altro condividere le raccomandazioni formulate nel rapporto volte a rafforzare le procedure di controllo interno, valutare una sostituzione più rapida dei medici specialisti, organizzare ameno una volta all’anno un incontro tra i vertici dell’EOC e la commissione della gestione e delle finanze. Invito pertanto la direzione dell’EOC a farle proprie e ad implementarle senza indugio. Tuttavia ritengo altresì opportuna la relativizzazione della vicenda insita nella frase del rapporto appena citata. Vi è stata senza dubbio un’eccessiva strumentalizzazione, che può aver ingenerato preoccupazioni fuori luogo nei pazienti ticinesi. È bene cogliere anche questa occasione per rassicurare che si è trattato in ogni caso esclusivamente di irregolarità amministrative, senza alcun pericolo dal profilo sanitario e per la qualità delle cure prestate.
Costi di formazione: Cari colleghi, consentitemi di dedicare qualche minuto in più dell’ultimo intervento a un punto che mi sta estremamente a cuore e che riguarda gli sforzi nel campo della formazione. Il rapporto rileva come l’EOC continui ad attribuire grande importanza alla formazione del proprio personale, medico e infermieristico, e questo ci rallegra. Vorrei qui ricordare anche la recente adozione il 5 marzo scorso da parte del Gran Consiglio della Mozione del collega di sindacato Gianni Guidicelli (“Per un’azione di collocamento dei disoccupati nel settore sanitario e sociale”). Questo per dire che d’ora in poi, grazie alla mozione Guidicelli, al pari di quanto già attuato per gli impieghi statali, anche l’EOC e le altre strutture sanitarie e socio-sanitarie dovranno farsi parte attiva adottando ogni strumento che permetta di diminuire il tasso di disoccupazione del personale socio-sanitario, attingendo in primis dal bacino di persone iscritti agli URC. Le strutture ospedaliere cantonali (EOC) ma anche le cliniche private, le case per anziani, i servizi di assistenza e cure a domicilio e le istituzioni sociali beneficiano tutte di finanziamenti pubblici. Ci si deve quindi aspettare da loro che continuino e se possibile accrescano l’attenzione alla realtà locale e si caratterizzino per una marcata responsabilità sociale. In questo senso è ragionevole chiedere nello spirito della mozione oramai approvata, che si impegnino a riassorbire la fascia di disoccupazione presente nei loro settori di attività, nell’ambito della normale rotazione del personale.
Se ciò avverrà tutti ne potranno trarre beneficio; ci sarebbe sicuramente un migliore clima sociale, che è anche un elemento essenziale per attrarre attività economiche, e un beneficio diretto per le finanze delle assicurazioni sociali e degli enti pubblici. È un obiettivo probabilmente ambizioso ma bisogna crederci, insistere e investire energie per raggiungerlo. Invito pertanto il CdS e nello specifico l’Ente a tradurre rapidamente nella pratica la decisione scaturita dal Gran Consiglio, e orientare in maniera ancora più marcata il meccanismo di assunzione verso la preferenza dei residenti disoccupati che rientrano nel settore socio-sanitario, rispettando così lo spirito e le richieste dalla Mozione Guidicelli approvata dal Parlamento ticinese.
Concludo invitandovi a nome del Gruppo PPD ad approvare il rapporto 7027 della Commissione della gestione e delle finanze.
Bellinzona, 8 giugno 2015