Source: https://renatodisa.com/acquiescenza-al-provvedimento-amministrativo/
Timestamp: 2019-04-25 14:07:51+00:00
Document Index: 175490603

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 21', 'art. 71', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 2935', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 396', 'art. 395', 'art. 398', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 52']

Acquiescenza al provvedimento amministrativo - Renato D'Isa
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Acquiescenza al provvedimento amministrativo
Consiglio di Stato, sezione quarta, Sentenza 22 marzo 2019, n. 1908.
Sentenza 22 marzo 2019, n. 1908
In tema di acquiescenza al provvedimento amministrativo, non rilevano come comportamenti concludenti ai fini dell’acquiescenza quelli adottati dall’interessato in una logica soggettiva di riduzione del pregiudizio.
sul ricorso numero di registro generale 7422 del 2018, proposto dal signor -OMISSIS-, rappresentato e difeso dagli avvocati Gi. Ma. Fl. e Fr. Sa. Be., con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Fr. Sa. Be. in Roma, via (…);
Il Ministero della Difesa, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato ex lege in Roma, via (…);
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana Sezione Prima n. 946 del 29 giugno 2018, resa tra le parti, concernente l’azione di accertamento dell’inesistenza o della nullità del d.P.R. 11 ottobre 1983.
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2019 il Cons. Giuseppa Carluccio e uditi per le parti gli Avvocati Gi. Ma. Fl. e Fr. Sa. Be. e l’Avvocato dello Stato Fa. Ur. Ne..
a) dichiararsi nullo il d.P.R. dell’11 ottobre 1983 – con il quale era stata disposta, con la stessa decorrenza, la perdita del grado per rimozione – ai sensi dell’art. 21-septies della l. n. 241 del 1990, in quanto mancante della sottoscrizione del Presidente della Repubblica, quale elemento essenziale della forma, o inesistente, atteso che l’atto, anche considerando i dubbi sulla controfirma del Ministro della difesa, risulta privo di un elemento talmente essenziale da comportarne l’inesistenza;
– era stato notiziato il 20 ottobre 1983 (in via gerarchica) di un telegramma proveniente dalla direzione generale del Ministero, inviato l’11 ottobre 1983, che lo informava di un provvedimento, in corso di perfezionamento, con il quale gli era stata inflitta la sanzione di perdita del grado, in esito al giudizio disciplinare e alla deliberazione del Consiglio di disciplina, adottata integralmente dal Ministro;
– il Bollettino Ufficiale del Ministero della difesa faceva riferimento ad un d.m. dell’11 ottobre 1983, registrato l’11 gennaio 1984, non verificabile per la mancanza dello stesso nell’archivio; mentre, invece, secondo la legge all’epoca vigente (art. 71, l. n. 113 del 1954) la sanzione si sarebbe potuta disporre con decreto del Presidente della Repubblica;
– il Ministero, nonostante precedenti richieste (negli anni 1983, 1984 e 1985), aveva rilasciato copia del d.P.R. dell’11 ottobre 1983 solo in data 11 marzo 1992;
– la firma “Pertini” appariva falsa, in quanto difforme da tutte le firme presidenziali, le quali riportavano il nome e il cognome del Presidente della Repubblica e il riferimento alla carica istituzionale, così come era priva del riferimento alla carica istituzionale la firma del Ministro della difesa Gi. Sp.;
– in data 26 ottobre 2010, aveva proposto querela di falso dinanzi al Tribunale di Firenze per far accertare la falsità della firma del Presidente della Repubblica;
– con sentenza n. 2812 del 2 agosto 2016, era stata dichiarata apocrifa la firma del Presidente della Repubblica, e che con la sentenza era stata sottolineata anche la mancata indicazione della carica istituzionale dello stesso oltre che del Ministro della difesa, e la difficile decifrabilità di quest’ultima firma;
– la suddetta sentenza era passata in giudicato.
3.1. Il primo giudice – dopo aver dato atto delle vicende temporali rappresentate dal ricorrente e dell’iter del procedimento disciplinare, che lo aveva coinvolto sin dal 1979 anche con d.m. di sospensione dal servizio, e che si era concluso con il d.P.R. del 1983, all’esito della Commissione di disciplina e della proposta del Ministro, ricevuto in copia solo nel 1992 – ha ritenuto ravvisabile l’acquiescenza al procedimento disciplinare, non essendo stato impugnato alcun provvedimento ed essendo stato posto in essere dal ricorrente un comportamento incompatibile, anche intraprendendo diverse attività lavorative.
b) sussistono i presupposti dell’acquiescenza, in presenza della disponibilità del diritto, della piena conoscenza degli atti lesivi della propria situazione giuridica soggettiva e di un comportamento spontaneo di adesione alle altrui determinazioni, quali individuati dalla giurisprudenza civile e amministrativa, perché :
c2) se si accogliessero le argomentazioni del ricorrente si minerebbe la certezza e l’intangibilità del procedimento disciplinare concluso da lungo tempo, mentre proprio in ragione delle esigenze di certezza, i provvedimenti amministrativi sono assistiti da una presunzione di validità (oggi valevole anche per l’azione di nullità ), superabile solo se la contestazione avvenga nei termini decadenziali previsti dalla legge, sempre che sussista, quale condizione dell’azione, un interesse che non sia venuto meno in conseguenza di comportamenti contrastanti della parte;
5.2. Secondo un secondo profilo, la sentenza – limitandosi a rilevare che l’art. 31 c.p.a. non si attaglia alla fattispecie – sarebbe erronea per non aver considerato che, essendo l’azione proposta non volta all’annullamento del provvedimento, ma all’accertamento dell’inesistenza, o quantomeno della nullità, dello stesso in ragione della falsità del documento che lo rappresenta, il tempo rilevante non è quello dal 1983 al 1992, durante il quale non aveva neanche conoscenza piena dell’atto, né quello successivo alla consegna della copia da parte dell’amministrazione, ma solo quello successivo all’accertamento definitivo della falsità del documento, a partire dal quale il diritto chiesto poteva farsi valere (art. 2935 c.c.).
5.3. Secondo un terzo profilo, la sentenza sarebbe erronea nell’aver ravvisato l’acquiescenza senza identificare l’atto o la condotta fonte di accettazione, non potendosi, invece, ritenersi integrata l’acquiescenza presuntivamente nella mancata proposizione di azioni giudiziali e nello svolgimento di altre attività lavorative, mancanti del necessario carattere della univocità .
Non è sufficiente, pertanto, il compimento di atti resi necessari od opportuni, nell’immediato, dalla esistenza del suddetto provvedimento, in una logica soggettiva di riduzione del pregiudizio, che non per questo escludono la eventuale coesistente intenzione dell’interessato di reagire poi per la eliminazione degli effetti dell’atto (Cons. Stato, sez. VI, n. 1417 del 2015).
8.1. Il percorso logico che l’appellante sviluppa – sul presupposto della inesistenza o della nullità del provvedimento – può così riassumersi:
– nel caso di sentenza di primo grado non impugnata con l’appello, la scoperta della falsità deve essere successiva alla scadenza dei termini per l’appello (art. 396 c.p.c.);
– il ricorso per revocazione, ai sensi dell’art. 395, primo comma, n. 2, deve contenere la data della scoperta della falsità (art. 398, secondo comma, c.p.c.).
Né trova applicazione la previgente disciplina, pur se interpretata nel senso più favorevole alle deduzioni dell’appellante, atteso che la disposizione transitoria, di cui all’art. 2, all. 3, c.p.a., vale per le azioni già proposte alla data del 16 settembre 2010, data di entrata in vigore del codice processuale amministrativo. Naturalmente, nessun rilievo ha la data di proposizione della querela di falso, che, comunque, è successiva per essere stata proposta il 26 ottobre 2010.
10. In conclusione, è accolto il terzo profilo del primo motivo di appello e sono rigettati il primo e il secondo profilo dello stesso primo motivo; per l’effetto, in riforma della sentenza gravata, il ricorso proposto dinanzi al T.a.r. deve essere dichiarato irricevibile per tardività .
11. Conseguente è l’improcedibilità – per il difetto di interesse conseguente a tale preclusione processuale – delle censure attinenti alla decisione del merito della controversia – che la sentenza impugnata ha svolto in via ipotetica e per mera completezza – dedotte attraverso un ulteriore autonomo profilo del primo motivo, nonché attraverso la riproposizione delle ragioni del ricorso di primo grado, invocando l’inesistenza o, comunque, la nullità dell’atto (secondo motivo) ed il diritto alla ricostituzione della carriera, della pensione e al risarcimento del danno (terzo motivo).
Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sull’appello n. 7422 del 2018, come in epigrafe proposto, così provvede:
a) accoglie il terzo profilo del primo motivo di appello – escludendo che vi sia stata l’acquiescenza dell’interessato – e rigetta il primo e il secondo profilo dello stesso primo motivo; per l’effetto, in parziale riforma della sentenza gravata, dichiara irricevibile il ricorso introduttivo del giudizio proposto dinanzi al T.a.r.;
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità, nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare l’appellante.
Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia sulla revoca di...