Source: https://www.tidona.com/inadempimento-contrattuale-e-responsabilita-nel-caso-lehman-brothers/
Timestamp: 2018-08-18 19:44:52+00:00
Document Index: 178440495

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 1218', 'art. 1218', 'art. 1218', 'art. 1374', 'art. 1218', 'art. 1455', 'art. 1471', 'art. 1711', 'art. 1418', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 1418', 'art. 1418', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 21']

Inadempimento contrattuale e responsabilità nel caso Lehman Brothers - Studio Legale Tidona e Associati
13 settembre 2010 | By Studio In Diritto bancario
La sentenza del Tribunale di Udine merita di essere commentata in quanto si tratta di una delle prime pronunce sul noto caso delle obbligazioni Lehman Brothers. La vicenda è conosciuta anche dai non addetti ai lavori, per il rilievo che essa ha avuto sui mezzi di comunicazione di massa: la banca d’affari statunitense Lehman Brothers, che veniva considerata uno dei più blasonati operatori del settore, improvvisamente viene dichiarata insolvente (15 settembre 2008). Precedentemente erano state collocate presso il pubblico obbligazioni emesse da tale banca, ma – a causa dell’insolvenza – Lehman Brothers non è più in grado di pagare le cedole dovute né di restituire il capitale.
Ancora in riferimento all’oggetto della domanda, si deve rilevare che l’attore nel caso di specie ha chiesto la dichiarazione d’invalidità del singolo investimento (e non del contratto quadro, che deve precedere lo svolgimento di qualsiasi attività da parte degli intermediari finanziari). La parte attrice deve sempre valutare in via preventiva se il suo obiettivo sia quello d’invalidare una sola delle operazioni compiute in esecuzione del contratto quadro oppure tutte le operazioni compiute in esecuzione del medesimo. Solo in questo secondo caso ha senso chiedere la nullità del contratto quadro; difatti la dichiarazione di nullità del contratto quadro porta con sé, a cascata, l’invalidità di tutte le successive operazioni compiute in base allo stesso. L’investitore che intende invece colpire una sola operazione deve concentrare le proprie contestazioni all’intermediario finanziario proprio su tale operazione. Fa eccezione il caso in cui al contratto quadro abbia fatto seguito un’unica operazione: in questa ipotesi la dichiarazione d’invalidità del contratto quadro rende invalida tale unica successiva operazione e l’effetto economico che si raggiunge è identico. Nella maggior parte delle evenienze, però, sussiste il rischio che l’invalidità del contratto quadro porti con sé l’invalidità di operazioni che – essendosi rivelate positive dal punto di vista economico – l’investitore non ha in realtà interesse a porre nel nulla.
Con riguardo infine al criterio della “dimensione”, nella sentenza in commento viene considerata inadeguata la concentrazione del 50% del portafoglio dell’investitore nei titoli di un solo emittente. Nella già menzionata sentenza del Tribunale di Milano, si è stabilito che è inadeguata sotto tale profilo un’operazione che comporti l’impiego di circa un terzo del patrimonio complessivo dell’investitore[9]. Il punto è che mancavano criteri precisi nella legge e nel regolamento, per cui la valutazione sul quantum dimensionale che fa scattare l’inadeguatezza era lasciata all’autorità giudiziaria che affrontava il singolo caso[10]. Ciò comportava, evidentemente, una considerevole incertezza del diritto. Il principio a cui devono ispirarsi gli intermediari è la riduzione del rischio, nella misura massima possibile, risultato che si può raggiungere solo con una appropriata diversificazione degli investimenti. Però, come detto, cosa ciò significhi concretamente lo può stabilire solo la giurisprudenza nei singoli casi. Al riguardo rileva anche l’ammontare del portafoglio gestito in termini assoluti. Nel caso di patrimoni ingenti è più facile conseguire un’elevata diversificazione, mentre nel caso di un portafoglio modesto la diversificazione comporta dei costi eccessivi. Se, ad esempio, il patrimonio di un certo soggetto ammonta a € 1.000.000,00, è facile distribuirlo fra una ventina di emittenti, senza con ciò rendere la prestazione del servizio d’investimento eccessivamente costosa. Lo stesso risultato non può raggiungersi con un patrimonio di, si supponga, € 10.000,00, caso in cui la frammentazione eccessiva dell’investimento imporrebbe dei costi per l’investitore – in termini di commissioni – troppo elevati.
Seguendo il ragionamento del Tribunale di Catania, si può affermare che – in assenza di informazioni provenienti dal cliente e altresì in assenza di informazioni reperibili in altro modo sulla sua situazione patrimoniale e propensione al rischio – si possono (al più) ritenere come adeguate solo le operazioni di basso livello di rischio. Difatti non si comprende come l’intermediario finanziario, in assenza di qualsivoglia informazione, sia in grado di proporre un investimento adeguato a un soggetto di cui ignora praticamente tutto. Ma vi è, forse, di più: se si riflette sul fatto che, in assenza di qualsiasi informazione fornita dal cliente, diventa pressoché impossibile per l’intermediario suggerire un’operazione ragionevole, si potrebbe arrivare a sostenere la tesi che anche prima della riforma del 2007 in assenza di informazioni sul cliente non fosse possibile per gli intermediari dar seguito agli investimenti richiesti. Mi rendo conto che questa tesi è radicale, e potrà forse essere tacciata di essere illiberale, ma a me pare che le esigenze di tutela del risparmio debbano prevalere rispetto alle pur legittime aspettative degli intermediari di trarre lucro dal compimento di operazioni d’investimento.
Al riguardo bisogna partire dalla considerazione che l’inosservanza dell’art. 29 comma 1 reg. n. 11522 del 1998 consiste nel compimento di un’operazione inadeguata. Secondo le sentenze della Corte di cassazione nn. 26724 e 26725 del 2007, l’inosservanza di norme di comportamento configura un inadempimento dell’intermediario finanziario che determina l’obbligo di risarcire il danno (e nei casi più gravi la risoluzione del contratto). La responsabilità della banca si fonda sull’art. 1218 c.c. secondo cui “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno”. L’applicazione dell’art. 1218 c.c. presuppone che in capo all’intermediario vi sia l’obbligo di effettuare una prestazione. La “prestazione dovuta” dal debitore ai sensi dell’art. 1218 c.c. è quella che risulta – da un lato – dall’assetto contrattuale pattuito espressamente dalle parti, ma – dall’altro – anche da tutto quello che le norme applicabili al caso di specie impongono (cfr. l’art. 1374 c.c. per l’integrazione del contratto). Se l’intermediario viola un dovere che gli fa capo e non esegue dunque esattamente la prestazione dovuta, in applicazione del dettato dell’art. 1218 c.c. è tenuto a risarcire il danno che l’investitore patisce. Nei casi più gravi, l’intermediario non è tenuto al solo risarcimento del danno, ma è lo stesso contratto a poter essere risolto. Secondo la disposizione generale del codice civile, peraltro, “il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra” (art. 1455 c.c.). Ne consegue che solo se l’inadempimento ha non scarsa importanza, il contratto può essere risolto.
Forse, però, si può addirittura prescindere dall’applicazione analogica dell’art. 1471 c.c. oppure dell’art. 1711 c.c. Nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 la Corte di cassazione dice espressamente che l’area delle norme inderogabili, la cui violazione può determinare la nullità del contratto in conformità al disposto dell’art. 1418 comma 1 c.c., è più ampia di quanto parrebbe a prima vista suggerire il riferimento al solo contenuto del contratto medesimo: vi sono ricomprese anche le norme che vietano la stipulazione stessa del contratto. Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio – continuano le Sezioni Unite – che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni ancora più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo. Questo passaggio delle sentenze della Corte di cassazione indica che, quando la norma di comportamento si sostanzia in un divieto di contrarre, e – ciò nonostante – l’intermediario finanziario contrae, il contratto può essere ritenuto nullo.
Nella prassi – talvolta – è in contestazione dinanzi all’autorità giudiziaria non tanto il compimento di un investimento inadeguato, ma il fatto che esso non sia stato debitamente autorizzato dal cliente. Il reg. n. 11522 del 1998 non vietava difatti in assoluto operazioni inadeguate; al contrario: le consentiva quando l’investitore era stato previamente informato e prestava il suo consenso. L’intermediario finanziario doveva porre in essere una vera e propria “procedura”, al fine di garantire la prestazione di un consenso informato da parte del cliente. Se l’investimento chiesto dall’investitore risultava inadeguato, l’intermediario non poteva compierlo (art. 29 comma 1 reg. n. 11522 del 1998). Se tuttavia l’investitore insisteva per il compimento dell’operazione, la banca era tenuta a un’informativa specifica: doveva spiegare non solo che l’operazione era inadeguata, ma anche i motivi per cui essa risultava inadeguata. Se il cliente insisteva ulteriormente per il compimento dell’investimento, il corrispondente ordine doveva essere dato (per iscritto oppure registrato[15]) con esplicito riferimento alle avvertenze ricevute. Solo a questo punto l’operazione poteva essere compiuta (art. 29 comma 3 reg. n. 11522 del 1998). In altre parole, con il consenso informato dell’investitore era possibile compiere un investimento inadeguato.
Il comma 3 dell’art. 29 reg. n. 11522 del 1998 appare in grado di mettere in dubbio la natura imperativa del comma 1 del medesimo articolo: se difatti il divieto di compiere investimenti inadeguati rappresenta una disposizione derogabile con il consenso dell’investitore, allora – nella valutazione della Consob – tale divieto non aveva natura cogente. Si potrebbe quindi argomentare nel senso che l’art. 29 comma 1 reg. n. 11522 del 1998 non era una disposizione imperativa, con la conseguenza che la sua violazione non poteva determinare nullità del contratto ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c. È vero che l’imperatività non si misura con la derogabilità a opera delle parti, bensì con la natura dell’interesse tutelato (secondo il seguente schema: interesse privato = disposizione non imperativa; interesse pubblico = disposizione imperativa)[19]. È però altrettanto vero che la previsione normativa della possibilità di derogare a un divieto (quello di compiere investimenti inadeguati) in presenza del consenso della parte interessata (l’investitore) è un significativo indizio che l’interesse tutelato non è di carattere pubblico. Altrimenti il regolatore secondario non avrebbe consentito tale deroga.
[14] Cosa si intende per disposizione “imperativa” ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c.? Al riguardo bisogna considerare che, nella materia dell’intermediazione finanziaria, si rinvengono sia disposizioni finalizzate alla tutela d’interessi pubblici sia norme preposte alla tutela d’interessi privati. In questo senso appare significativo l’enunciato dell’art. 5 comma 1 TUF secondo cui “la vigilanza sulle attività disciplinate dalla presente parte ha per obiettivi: a) la salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario; b) la tutela degli investitori; c) la stabilità e il buon funzionamento del sistema finanziario; d) la competitività del sistema finanziario; e) l’osservanza delle disposizioni in materia finanziaria”. La lettura di questa disposizione fa emergere chiaramente due categorie di obiettivi della vigilanza: l’una pubblicistica (fiducia, stabilità, buon funzionamento e competitività del sistema finanziario), l’altra privatistica (tutela degli investitori). A questa impostazione si potrebbe contestare che l’art. 5 comma 1 TUF è una disposizione sulla vigilanza ed è dunque indirizzata alle autorità di vigilanza e non alle banche. L’obiezione è corretta, ma bisogna tenere conto che la duplicità degli obiettivi di tutela (pubblicistici e privatistici) trova un riscontro espresso nel contesto delle norme di comportamento degli intermediari finanziari, e segnatamente nell’art. 21 comma 1 lett. a TUF, dove si stabilisce – fra le altre cose – che “nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”. “Interesse dei clienti” e “integrità dei mercati” esprimono, rispettivamente, il profilo di tutela privatistico e quello pubblicistico nel contesto normativo che qui interessa; si tratta di due obiettivi che convivono nella materia in esame. La legge stabilisce dunque espressamente che le norme di comportamento degli intermediari finanziari sono finalizzate anche alla realizzazione di interessi pubblici (oltre che degli interessi dei singoli investitori). Chi scrive condivide pertanto quanto ha stabilito la Corte di cassazione nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007, secondo le quali le norme di comportamento degli intermediari finanziari vanno considerate come disposizioni imperative alla luce degli interessi di carattere pubblicistico che intendono tutelare.