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Timestamp: 2019-07-20 22:43:55+00:00
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Ministero dell’Interno | Responsabile Civile
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La pratica, ancora molto diffusa in occasione della notte di San Silvestro, continua a causare ogni anno molti incidenti
Mancano poche ore veglione di San Silvestro e s’intensifica l’accensione di prodotti pirotecnici da parte dei cittadini. Una pratica soggetta a un sistema di regole estremamente rigoroso sia in relazione alla commercializzazione dei prodotti che al loro impiego. Tuttavia, tale forma di divertimento continua a svolgersi, troppo spesso, senza l’osservanza delle necessarie cautele e delle dovute precauzioni. Lo evidenzia l’elevato numero di incidenti che si verifica ogni anno, con conseguenze spesso gravi per l’incolumità degli utilizzatori e di chi gli è vicino.
Oltre ai gravi danni fisici derivanti da un uso improprio, l’accensione dei fuochi determina disturbo, se non turbamento alla quiete e alla tranquillità dei cittadini. Soprattutto quando riguarda articoli esplodenti ad alta rumorosità, i cosiddetti “botti”. Tali prodotti producono alterazioni anche sul comportamento degli animali, non solo di quelli domestici, con possibili riflessi sul loro stato di salute.
Di qui l’appello del Ministero dell’Interno ai Sindaci affinché svolgano, a livello locale, ogni ritenuta opera di sensibilizzazione per un uso consapevole degli articoli pirotecnici.
In particolare, il Viminale suggerisce di non utilizzare o a limitare al massimo l’utilizzo dei “botti”, privilegiando viceversa l’impiego di prodotti meno invasivi e pericolosi. Tra questi ad esempio, gli articoli “che valorizzano i giochi di luce e che producono effetti scenici gradevoli e meno dirompenti”.
Al contempo viene rivolto un appello ai consumatori a un uso responsabile di tali prodotti. In particolare, si invitano i cittadini ad evitare di utilizzare i “botti” nei luoghi di aggregazione o comunque in tutti quelli affollati. E ancora, nelle aree a rischio di propagazione degli incendi, nei pressi di ospedali, scuole, luoghi di culto o comunque nelle vicinanze di monumenti, edifici o aree a valenza storica, archeologica, architettonica, naturalistica o ambientale. Massima attenzione dovrà essere rivolta alla presenza di bambini o di altri soggetti deboli. Questi dovranno essere tenuti sempre a debita distanza da chi fa uso dei fuochi e in condizioni di sicurezza.
Si tratta di raccomandazioni ispirate al buon senso – spiega una circolare del Ministero – volte oltretutto ad evitare che il peso della gestione del fenomeno e delle sue conseguenze ricada esclusivamente sulle tradizionali componenti del Sistema di sicurezza del Paese (Forze di polizia, Vigili del fuoco, Sistema sanitario, Polizia locale).
Multa stradale, proprietario del veicolo tenuto a sapere chi guidava
In caso di multa stradale non si può ritenere giustificato il proprietario che non dimostri quali misure abbia adottato per conservare la memoria del conducente
La Cassazione, con sentenza n. 30939/2018, si è pronunciata sul contenzioso tra una Srl e il Ministero dell’Interno insorto a causa di una multa stradale. La Società, proprietaria di un’autovettura cui era stato contestato un eccesso di velocità, aveva omesso di comunicare l’identità del conducente al momento dell’infrazione.
I Giudici del merito avevano negato che l’azienda fosse incorsa nella violazione dell’articolo 126 bis, comma 2, del codice della strada. Il legale rappresentale della società opponente aveva inviato alla Polizia Stradale una comunicazione in cui faceva presente che egli -“avendo utilizzato il veicolo di proprietà aziendale durante il mese di agosto con tutta la famiglia, ed essendosi alternato con la moglie alla guida” – non era in grado di dire chi fosse alla guida al momento della violazione dei limiti di velocità.
Così facendo, secondo il Tribunale, egli avrebbe “tenuto la condotta collaborativa che secondo le indicazioni della Corte costituzionale può ritenersi idonea a scriminare l’omessa comunicazione”.
La Cassazione, investita della vicenda, ha chiarito che occorre distinguere tra la condotta del proprietario del veicolo che non risponda alla richiesta di comunicazione dell’identità del conducente e la condotta del proprietario del veicolo che a tale richiesta risponda adducendo una valida giustificazione della propria non conoscenza della identità del conducente.
In definitiva, si tratta di stabilire se il motivo per il quale il proprietario ha dichiarato di non conoscere l’identità del conducente sia “documentato” e “giustificato”.
In altri termini, occorre la presenza di situazioni imprevedibili ed incoercibili che impediscano di conoscere l’identità del guidatore. Sempre purché risulti dimostrata l’adozione di misure idonee, esigibili secondo criteri di ordinaria diligenza, a garantire la concreta osservanza del dovere di conoscere e di ricordare nel tempo l’identità di chi si avvicendi alla guida del veicolo.
Per contro non si può ritenere giustificato il proprietario che non dimostri quali misure abbia adottato per conservare la memoria del conducente. Nel caso esaminato, ricorrendo quest’ultima circostanza, i Giudici Ermellini hanno ritenuto di cassare la sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale per un nuovo giudizio.
STATO DI NECESSITÀ PUÒ RENDERE NULLE LE MULTE PER ECCESSO DI VELOCITÀ?
Immobili abusivamente occupati, illecito il mancato sgombero
Accolto il ricorso di due società proprietarie di immobili abusivamente occupati nei confronti della sentenza che escludeva la responsabilità del ministero dell’interno
E’ colposa la condotta dell’amministrazione dell’interno che, a fronte dell’ordine di sgombero di immobili abusivamente occupati, trascuri di dare attuazione al provvedimento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione pronunciandosi sul ricorso presentato da due società in accomandita semplice.
Le aziende, proprietarie rispettivamente di 32 e 18 appartamenti, avevano convenuto in giudizio nel 1996 il Ministero della Giustizia e quello dell’interno. Tra il 1993 e il 1994, infatti, gli appartamenti erano stati occupati abusivamente da terzi. Le parti attrici avevano quindi denunciato il fatto alla Procura della Repubblica. Ma i conseguenti provvedimenti di sgombero erano rimasti inattuati. Sia l’assessore alla casa che il prefetto e il questore si erano “astenuti deliberatamente dal ripristinare la legalità”.
Le società sarebbero rientrate in possesso degli immobili solamente sei anni dopo.
Da qui la richiesta di risarcimento dei danni patiti “per la colpevole e prolungata inerzia della amministrazioni nel dare esecuzione all’ordine di sgombero”.
In primo grado la domanda era stata accolta nei confronti della sola amministrazione dell’interno. In sede di appello, tuttavia, la sentenza era stata riformata, con il rigetto della pretesa. Per la Corte d’appello, infatti, nei fatti non era emersa una condotta colposa da parte dell’amministrazione. La decisione di ritardare di sei anni lo sgombero degli immobili abusivamente occupati sarebbe stata frutto di una ‘scelta attendista’ adottata per evitare disordini, a tutela dell’ordine pubblico.
Nel ricorrere per cassazione le due società lamentavano la violazione e compressione, per sei anni, del loro diritto di proprietà. Il tutto senza alcuna contropartita, ovvero un risarcimento o ristoro monetario. Di conseguenza, la sentenza impugnata, avrebbe violato i principi dettati dalla Costituzione e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
La Cassazione, con la sentenza n. 24918/2018, ha ritenuto fondate le censure proposte dalle ricorrenti.
Per gli Ermellini il rifiuto di assistenza della forza pubblica all’esecuzione di un provvedimenti del Giudice costituisce un comportamento illecito lesivo del diritto alla prestazione. Come tale, dunque, è generatore di responsabilità da parte della pubblica amministrazione.
La discrezionalità della P.A, secondo la Suprema Corte, non può estendersi sino a stabilire se un provvedimento dell’autorità giudiziaria debba o non debba essere eseguito. A maggior ragione quando questo abbia ad oggetto la tutela di un diritto riconosciuto dalla Costituzione o dalla Cedu, come nel caso del diritto di proprietà. In caso contrario, si stravolgerebbe “ogni fondamento dello Stato di diritto”.
Da qui la decisione di accogliere il ricorso, cassare la sentenza impugnata e rinviare la causa alla Corte d’appello per un nuovo esame della causa.
CENTRI SOCIALI: UNA SENTENZA DELLA CASSAZIONE LI SALVA
Controlli in strada, vigili potranno accedere al ced del Viminale
Via libera del Garante della Privacy allo schema di decreto che prevede l’accesso da parte della polizia municipale alla banca dati del ministero dell’interno per rafforzare i controlli in strada su veicoli e documenti rubati
Via libera allo schema di decreto che regolerà l’accesso della polizia municipale alla banca dati del Viminale per la verifica dei veicoli e dei documenti rubati. L’ok arriva dal parere n. 316/2018 del Garante della Privacy, come riporta il quotidiano Italia Oggi. Per questa tipologia di attività, volta a rendere più incisivi i controlli in strada, andranno dettagliati bene i rapporti tra comune e dipartimento di pubblica sicurezza.
Il testo del regolamento prevede la possibilità da parte degli operatori qualificati di polizia locale di accedere a una piccola porzione della banca dati del ministero dell’interno. Ciò limitatamente alla verifica dei veicoli e dei documenti smarriti.
La consultazione, tuttavia, impone la necessità di regolare dettagliatamente anche la questione del trattamento dei dati personali.
Peraltro si tratta di un sistema che sarà realizzato in modalità automatica in molte città grazie ai moderni impianti di videosorveglianza collegati tramite le questure con il ced del Viminale.
A tal proposito il Garante è intervenuto chiarendo aspetti importanti anche per l’ordinaria attività della polizia municipale. Sulla questione, infatti, non troverebbe diretta applicazione non il Gdpr, bensì la direttiva n. 2016/680. Quindi non occorre regolare l’attività di trattamento dei dati ai sensi del codice della privacy ma facendo specifico riferimento dal dlgs 51/2018.
Il titolare del trattamento dei dati, a parere dell’autorità centrale, non sarà solo il dipartimento di pubblica sicurezza ma anche il Comune. Il comandante della polizia locale diventerà quindi un contitolare del trattamento di questi dati.
Per la regolarizzazione della gestione tecnica e dell’attività operativa spetterà quindi al dirigente nominare i soggetti autorizzati.
In ogni caso, sottolinea il Garante, sarà opportuno regolare queste attività speciali effettuate dalla polizia locale in un regolamento comunale ad hoc. Tale documento risulta necessario per orientare meglio la complessa attività di adeguamento dei comandi alle nuove regole sulla privacy.
PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI, RISCHI E OPPORTUNITÀ DEL GDPR
La Direttiva del Ministero dell’Interno Spiagge sicure prevede multe salate per chi acquista dai venditori ambulanti e per chi paga per tatuaggi e massaggi
Multe salate per chi acquista in spiaggia dai venditori ambulanti. Nel mirino anche chi paga per un tatuaggio o un massaggio. Lo prevede la direttiva del Ministero dell’Interno Spiagge sicure destinata alle varie prefetture e che “sarà pronta a fine mese”. La stretta prevista dal Viminale, inoltre, punta anche “a monitorare chi affitta alloggi e magazzini per la merce” agli ambulanti.
Secondo quanto riportato nei giorni scorsi dal quotidiano ‘La Stampa’, il Ministero starebbe definendo le linee guida volute dal ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini. Al centro del progetto ci sarebbe il rafforzamento della collaborazione tra forze dell’ordine e la polizia municipale delle zone balneari.
Per fare fronte alle difficoltà dei sindaci ad attingere dalle casse comunali per potenziare gli organici dei vigili urbani, Salvini – secondo ‘La Stampa’ starebbe pensando di ricorrere ai fondi europei della legalità. Nell’attesa sarebbero previsti turni a rotazione ed eventuali spostamenti temporanei del personale nelle zone più critiche.
Secondo i dati diffusi da Confesercenti quello dell’abusivismo nei settori del commercio e del turismo sarebbe un giro di affari di 22 miliardi di euro.
Un valore molto elevato, pari al 14% del fatturato dei due comparti. Il fenomeno non danneggia solo le imprese ma anche lo Stato, causando un danno erariale di € 11,5 miliardi in mancato gettito fiscale e contributivo. Se le attività abusive fossero azzerate, sottolinea l’Associazione, l’Erario recupererebbe abbastanza entrate per finanziare un cospicuo taglio dell’Irpef. “Ci guadagnerebbe anche l’occupazione: la regolarizzazione farebbe emergere 32mila posti di lavoro aggiuntivi”.
BANCOMAT E TAGLI ALLE COMMISSIONI SUI PAGAMENTI, ARRIVANO LE NORME UE
Il Ministero dell’Interno ha fatto chiarezza sulle modalità di voto per il prossimo 4 marzo, specificando anche in che tipo di sanzioni incorrerà chi porterà il cellulare in cabina elettorale
In occasione delle imminenti elezioni del 4 marzo, il Ministero dell’Interno ha deciso di diffondere delle “Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione”, oltre a mettere in guardia sulle sanzioni per chi non rispetta il divieto di portare il cellulare in cabina elettorale.
Tra le varie indicazioni, c’è infatti anche quella che riguarda l’impossibilità di fotografare la propria scheda elettorale.
Una precisazione, quella del Ministero, che si è resa necessaria proprio per via delle numerose domande in tal senso.
Si ricorda, infatti, che quando si voterà non sarà assolutamente possibile portare con sé il proprio telefono cellulare in cabina elettorale.
Nella sezione dedicata alle “Operazioni di votazione”, viene espressamente indicato quanto segue.
Ovvero che vige il “divieto di introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini”.
In tale paragrafo si chiarisce la ratio di tale disposizione.
“Per assicurare il regolare svolgimento delle operazioni elettorali e, in particolare, la libertà e segretezza della espressione del voto – si legge – è vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali ‘telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini’”.
Pertanto, il presidente di seggio dovrà invitare gli elettori, prima del voto, a farsi consegnare i telefoni cellulare. Questi andranno depositati prima dell’ingresso in cabina.
I cellulari verranno presi in consegna dal presidente per essere poi restituiti all’elettore. La restituzione avverrà “insieme al documento di identificazione e alla tessera elettorale, dopo l’espressione del voto”.
Ma in che sanzioni può incorrere chi porta il cellulare in cabina elettorale?
Ebbene, “per gli eventuali contravventori al divieto – si legge – è prevista la sanzione dell’arresto da tre a sei mesi e dell’ammenda da 300 a 1.000 euro”.
Tutti i provvedimenti da adottare nel caso in cui l’elettore venga colto nell’atto di fotografare o registrare immagini della espressione del proprio voto, concernenti l’annullamento della scheda e l’esclusione dal voto, sono stabiliti nel capitolo 17 al paragrafo 4.
Laddove poi l’elettore venga colto in flagrante, e quindi “nell’atto di fotografare o registrare immagini della espressione del proprio voto”, le conseguenze saranno immediate.
Scheda di voto annullata, votata o meno, e allontanamento dell’elettore che non potrà essere riammesso a votare.