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Timestamp: 2020-08-15 13:53:37+00:00
Document Index: 90652237

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 580', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

IL CROCEVIA: settembre 2019
LA CORTE NON E’ UNA ENTITA’ METAFISICA, MA UN ORGANO DI INDIRIZZO POLITICO
Ieri la Corte costituzionale ha emesso una sentenza con la quale legittima, a determinate condizioni, l'aiuto al suicidio. (Non il “suicidio assistito” o “l'assistenza al suicidio”, come pur si sente dire, con una piccola truffa linguistica basata sull'ambiguità del verbo “assistere”. L'art. 580 del Codice penale, puniva chi «agevola in qualsiasi modo l'esecuzione» di un suicidio).
Lo ha fatto dopo una camera di consiglio durata due giorni: segno inequivocabile di un dibattito molto tormentato e indizio quasi certo di una decisione presa a maggioranza. Del resto, anche il testo dell'ordinanza di rinvio emessa undici mesi fa dalla stessa Corte, – nella quale peraltro, del tutto irritualmente, veniva già prefigurato il contenuto della sentenza di ieri – portava il segno di forti contrasti tra dottrine e orientamenti diversi in seno al collegio giudicante.
MARTA CARTABIA, Vicepresidente della Corte
So che l'ordinamento italiano non prevede, a differenza di altri, la possibilità che i membri di un collegio giudicante rendano pubblica la loro dissenting opinion, cioè il proprio motivato dissenso dalla decizione presa dalla maggioranza del collegio. Quello che ignoro – e pregherei chi tra gli eventuali lettori fosse in grado di illuminarmi su questo di spiegarmelo – è se per i giudici della Corte costituzionale esista una norma di legge che esplicitamente lo vieta e come sia punita la violazione di tale divieto.
Lo chiedo perché, se non vi fosse una proibizione esplicita e diretta, io credo che almeno in un caso come questo, in cui è in gioco un bene di tale importanza, i giudici dissenzienti avrebbero il dovere morale di far conoscere al popolo italiano (nel cui nome giudicano!) il loro diverso giudizio. Anche a costo di una forzatura rispetto alla prassi consolidata e rispetto ad un “principio generale”. (Le forzature, quando si voglion fare, si fanno: del resto, anche anticipare la sentenza in un'ordinanza di rinvio non è una “sgrammaticatura”, e non da poco, rispetto al principio che un giudice decide solo con la sentenza e nella sentenza, e non prima?)
Me lo aspetterei, in particolare, dal giudice Marta Cartabia, vicepresidente della Corte, cattolica, che presumo sia stata in prima fila nel sostenere ragioni diverse e contrarie a quelle che hanno portato alla sentenza di ieri.
Perché penso che sarebbe doveroso compiere un gesto di rottura di questo genere? Perché servirebbe a togliere di mezzo un inganno: quell'alone di “falsa sacralità” con cui ancora si avvolge l'operato della “Suprema Corte”, come se essa pronunciasse verdetti “divini” che scendono direttamente dall'Olimpo del Diritto e non fosse invece un organo di indirizzo politico. Sapere che non “La Corte” come entità metafisica, ma poniamo otto o nove giudici su quindici hanno fatto un certo ragionamento, mentre sette o otto ne hanno fatto un altro; poter mettere a confronto le diverse logiche culturali-politiche-giuridiche che hanno condotto a conclusioni opposte, eccetera eccetera, significherebbe restituire ai cittadini la possibilità di sapere come stanno le cose. Che è la base di ogni libertà.
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Etichette: CARTABIA, CORTE COSTITUZIONALE, EUTANASIA, LUGARESI
CARDINALE BASSETTI: “DARE RAGIONE DI QUELLO CHE SOSTENIAMO”
Questa parole chiare ci invitano a non tacere davanti all’apertura all’eutanasia
Caro direttore, ora i cattolici italiani non hanno più scuse.
Dopo il discorso pronunciato («a nome della Chiesa italiana») dal presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, di fronte a 76 associazioni cattoliche impegnate nella difesa della vita e della famiglia e dalla Cei convocate a Roma, ripeto che i cattolici italiani non hanno più scuse. Nell’ultima parte del suo intervento, il cardinal Bassetti, nel paragrafo intitolato “Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole”, delinea quale sia il «compito della Chiesa» di fronte all’attacco che viene portato, da una certa cultura, alla vita con l’apertura all’eutanasia, attraverso la legge già approvata relativa alle Dat e attraverso la possibile abrogazione dell’articolo 580 del codice penale (“Istigazione o aiuto al suicidio”).
Il presidente della Cei usa parole molto chiare, di fronte alle quali i cattolici non possono più avere dubbi.
Il cardinale aggiunge: «Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo».
Bando, dunque, ad un interpretazione riduttiva della “testimonianza”, che non è solo quella muta e nascosta. Quando occorre, dobbiamo proclamare le “ragioni” anche pubbliche della nostra presenza. E quando si tratta di formulare una legge, il silenzio non basta. Anche una certa lotta, condotta cristianamente, costituisce una testimonianza a Cristo. Tutto è testimonianza se operiamo per Cristo. Talvolta occorre il silenzio ed il puro ascolto, ma talvolta occorre la parola chiara e forte, anche correndo il rischio di una dialettica. Senza questa dialettica, sant’Ambrogio e sant’Eusebio e tanti altri non avrebbero sconfitto la terribile e mortifera eresia di Ario. Di fronte alle demoniache (il demonio esiste e oggi più che mai lo si vede) affermazioni di oggi contro la vita da parte di chi si crede diventato Dio non possiamo solo stare zitti. Ringraziamo il cardinal Bassetti per avercelo ricordato.
E poi altre sue parole. «Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità».
Il metodo comunitario è “insostituibile” e costituisce la via migliore e più efficace per contrastare l’attuale trend individualista che porta ad affermare, al contrario, il metodo della “autodeterminazione” (come se l’uomo si fosse fatto da sé!), la quale porta alla conseguenza estrema di scegliere non la vita, ma la morte.
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Etichette: BASSETTI, CHIESA, EUTANASIA, PRESENZA, SUICIDIO, ZOLA GIUSEPPE
Giorgia Brambilla (professore presso la Pontificia università Lateranense)
VIAGGIO NEL PENSIERO CHE HA CONTRIBUITO A FABBRICARE QUESTA RIPUGNANTE MACCHINA
Si scopre, infatti, che lo stesso sistema ne incentiva un altro che alcuni sostengono non esista o perlomeno non abbia nulla a che fare con queste faccende: la visione, chiamata ideologia gender, che “naturalizza” ciò che non è naturale cioè le unioni tra persone dello stesso sesso. E così la coppia affidataria, impersonando la figura di “salvatrice dell’infanzia offesa”, rincara l’idea che chiunque può crescere un bambino, anzi che la “famiglia omogenitoriale” lo sa fare pure meglio, creando contemporaneamente una casistica a riguardo.
A un certo punto, però, i nodi vengono al pettine: assistenti sociali che confessano, giudici che ammettono di aver ricevuto pressioni, psicologi laureati in altro, segnalazione di metodi impropri fino alla manipolazione mentale dei bambini. Escono altri casi in altre parti d’Italia. La politica glissa sulle “fake news” e non ferma la macchina, tanto che nella notte del 27 luglio con una seduta record di 40 ore, proprio la regione Emilia Romagna fa passare la “Legge contro l’omotransnegatività”, rinominata in modo più asettico “Legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere”. Parallelamente, anche il progetto scolastico di “educazione alla parità e al rispetto delle differenze di genere allo scopo di superare gli stereotipi” va avanti; del resto, in un sistema in cui la famiglia naturale viene neutralizzata e le altre unioni naturalizzate, la scuola, così come il sistema Bibbiano, non può che fungere da riprogrammatrice di cervelli. Il tutto dietro al paravento delle “pari opportunità”.
È infatti proprio la retorica femminista ad aver gradualmente disinnescato il gender riassorbendolo da un lato nella violenza di genere, dall’altro in una versione melensa di “tolleranza”. Le “teorie del genere” e l’omosessualismo – dove con questo termine intendiamo i gruppi di militanti gay che cercano di ottenere il riconoscimento di taluni diritti – ancorano le loro argomentazioni a una sorta di egualitarismo che mostra la differenza, nella fattispecie quella sessuale, come motivo di discriminazione. Questo approccio diventa muro, se non addirittura strategia, che impedisce di entrare in merito alla questione omosessuale e alle sue innumerevoli implicazioni individuali, culturali e sociali. Tutto il discorso è riportato continuamente all’aspetto dei diritti, alla lotta contro le discriminazioni, alla ricerca dell’uguaglianza.
I movimenti LGBT affermano che la differenza tra uomo e donna presuppone un’ingiustizia e lo fanno attuando una specie sillogismo: la differenza dei sessi è una disuguaglianza, la diseguaglianza è un’ingiustizia; dunque, la differenza sessuale è un’ingiustizia.
Etichette: BIBBIANO, CULTURA, FAMIGLIA, GENDER, IDEOLOGIA, LGBT, STATALISMO
LUIGI GIUSSANI E LA DENUNCIA DEL “NUOVO UMANESIMO”