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Timestamp: 2020-03-29 02:10:48+00:00
Document Index: 42286086

Matched Legal Cases: ['art.117', 'art. 117', 'art. 116', 'art 10', 'art 10', 'art.39']

Le modifiche al Titolo V | L'ora d'aria
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Da Redazione 24 Novembre 2016 24 Novembre 2016 4 dicembre, Competenza Stato-Regioni, Cosituzione, L'ora d'aria, Riforma Costituzionale
L’art.117 Cost. e la ripartizione delle competenze legislative dopo la riforma del 2001
L’art. 117 Cost., modificato con la riforma del 2001, provvede a ripartire le materie tra la potestà esclusiva dello Stato, quella residuale delle Regioni e quella concorrente. Al secondo comma sono elencate le materie di competenza esclusiva dello Stato, mentre al terzo comma è prevista una “clausola di residualità” che attribuisce tutte le materie “residuali”- cioè tutte le materie non attribuite alla competenza legislativa esclusiva dello Stato o alla competenza concorrente – alle Regioni. È prevista, infine, la potestà legislativa concorrente in virtù della quale, in materie specificamente indicate, le Regioni, attenendosi ai principi stabiliti dalla legge statale, provvedono alla legislazione di dettaglio.
Il disegno di legge di revisione costituzionale si propone di introdurre le seguenti modifiche:
eliminazione della potestà legislativa concorrente;
incremento dell’elenco delle materie di competenza esclusiva dello Stato;
creazione di un elenco di materie di competenza esclusiva delle Regioni;
mantenimento della “clausola di residualità“;
introduzione “clausola di supremazia”.
Il nuovo secondo comma prevede un aumento delle materie di competenza esclusiva dello Stato. Alcune materie, che prima erano attribuite o alla competenza concorrente o residualmente alle Regioni, sono state riportate sotto la competenza legislativa dello Stato. All’interno di questo elenco vi sono, poi, alcune materie in cui il legislatore statale è chiamato a disciplinare le disposizioni generali e comuni o ad individuare gli interessi nazionali o, ancora, a distinguere alcuni interessi da altri. Tra le principali materie così disciplinate troviamo: la tutela della salute, le politiche sociali, sicurezza alimentare, istruzione, istruzione e formazione professionale, attività culturali, turismo e governo del territorio.
La riforma ha previsto, al comma terzo, inoltre, l’introduzione di un elenco di materie di competenza esclusiva delle Regioni, lasciando invariata la previsione della clausola di residualità. Tra le materie attribuite alla competenza esclusiva delle Regioni, tuttavia, si annoverano una serie di materie che il legislatore ha già inserito nell’elenco di competenza esclusiva dello Stato al secondo comma. Al secondo comma, infatti, si afferma che lo Stato debba intervenire tramite disposizioni generali e comuni relativamente a tutela della salute, politiche sociali, sicurezza alimentare, istruzione, istruzione e formazione professionale, attività culturali, turismo e governo del territorio.
Come funzionerà, dunque, la potestà legislativa esclusiva delle Regioni su quelle materie?
Secondo una dottrina critica nei confronti della riforma, essa si limiterà a una legislazione di dettaglio, a una legislazione che dia attuazione alle disposizioni generali e comuni approvate dello Stato. Sostanzialmente la competenza concorrente “uscirebbe dalla porta per rientrare dalla finestra”. Secondo la dottrina favorevole alla riforma, invece, questa formula servirà a richiamare più chiaramente verso il centro, verso lo Stato, la potestà legislativa.
Clausola di supremazia: l’interesse nazionale
È stata reintrodotta al quarto comma la clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale, detta anche clausola di supremazia. Essa attribuisce allo Stato la potestà di attirare all’interno della propria competenza legislativa materie di competenza esclusiva della Regione. Quindi “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva qualora lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.
Ma che cos’è l’interesse nazionale?
Il concetto di interesse nazionale non è di facile definizione, anzi, potremmo dire che non esiste una definizione in astratto. La Corte costituzionale ha provato a definirlo nella sent.177/1988 facendo tesoro della giurisprudenza costituzionale precedente in materia.
Si tratta di un concetto dal contenuto elastico e relativo, che non si può racchiudere in una definizione generale. Come ogni nozione simile, che acquista un significato concreto soltanto in relazione ad un caso determinato, l’interesse nazionale può giustificare interventi del legislatore statale di ordine tanto generale e astratto quanto dettagliato e concreto. Per raggiungere lo scopo che si prefiggono, allora, le leggi deputate a soddisfare l’interesse nazionale non possono che essere dettagliate e puntuali.
Proprio in considerazione di questa sua particolare natura, qualora si voglia evitare che il legislatore statale lo utilizzi come un’arma per aprirsi qualsiasi varco nelle competenze regionali, l’interesse nazionale deve esser sottoposto, in sede di giudizio di costituzionalità, a un controllo particolarmente severo. Se così non fosse, la vaghezza del suo contenuto, nei casi in cui il legislatore statale ne abusasse, determinerebbe un’intollerabile incertezza e un’assoluta imprevedibilità dei confini che la Costituzione ha voluto porre a garanzia delle autonomie regionali.
Potrebbe, dunque, verificarsi una sostanziale e illegittima compressione, se pure circoscritta alle fattispecie disciplinate, dell’autonomia costituzionalmente garantita alle regioni. Per queste ragioni la Corte, di fronte all’eccezionale intervento statale nelle materie di competenza regionale effettuato in nome dell’interesse nazionale, procede a un controllo di costituzionalità particolarmente approfondito.
Caratteri generali delle Regioni a statuto speciale
In base al disposto dell’art. 116 “alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle D’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia secondo statuti speciali adottati con legge costituzionale”.
La ratio della disposizione e l’individuazione del principio di specialità consisteva nell’attribuire a tali Regioni, per peculiari situazioni locali e ragioni storiche, forme e condizioni di autonomia più ampie rispetto alle Regioni ordinarie. Tale scelta iniziale è stata, tuttavia, disattesa a causa di un processo attuativo del regionalismo italiano incentrato sull’uniformità piuttosto che sulla differenziazione, che ha trasformato la specialità in una forma disagiata di autonomia che insegue l’autonomia ordinaria. Sostanzialmente si è vissuta una fase di contenimento, limitazione della specialità cui hanno contribuito sia la giurisprudenza costituzionale che il potere legislativo.
Potestà legislativa delle Regioni a statuto speciale e la riforma del 2001
La riforma costituzionale del 2001 ha ridisegnato il regionalismo italiano con inevitabile conseguenze anche sulle Regioni a statuto speciale.
Un profilo caratterizzante la specialità è sicuramente quello che riguarda la potestà legislativa primaria, piena o esclusiva, di cui dispongono le sole Regioni a statuto speciale. Proprio tale competenza piena o esclusiva costituisce il principale tratto distintivo fra il modello di autonomia regionale speciale e quello ordinario, in quanto nelle materie enumerate dallo Statuto, le Regioni speciali dispongono di una potestà legislativa qualitativamente diversa da quella delle altre Regioni.
Nell’ottica di un progressivo processo di confronto tra Regioni speciali e Regioni ordinarie si inserisce una nuova disposizione: l’art 10, legge costituzionale n.3 del 2001, nota anche come clausola di maggior favore. La riforma del 2001 ha ampliato la potestà legislativa delle regioni ordinarie e il legislatore ha perciò introdotto tale disposizione, al fine di garantire la specialità di tali Regioni e non indebolirle in confronto a quelle ordinarie. L’art 10 prescrive che “sino all’adeguamento dei rispettivi statuti, le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano anche alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e Bolzano per le parti in cui prevedono forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già attribuite”. Viene, perciò, introdotto un meccanismo di adeguamento automatico in melius per le autonomie speciali che sembra eliminare definitivamente la condizione disagiata delle Regioni speciali nei confronti delle Regioni ordinarie.
Le Regioni a statuto speciale nel disegno di legge di revisione costituzionale
L’art.39 co.13 (recante disposizioni transitorie) del disegno di legge di revisione costituzionale stabilisce che” le disposizioni che incidono sul titolo V non devono essere applicate alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonome”. Quindi, secondo questa previsione di legge, la distanza tra Regioni a statuto speciale e Regioni ordinarie è destinata ad aumentare a favore delle Regioni a statuto speciale finché non si procederà alla modifica dei rispettivi statuti.