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Timestamp: 2018-02-21 09:18:28+00:00
Document Index: 12040866

Matched Legal Cases: ['art. 88', 'art. 88', 'art. 88', 'art. 60', 'art.60', 'art. 60', 'sentenza ']

Trattamento fiscale della remissione del TFM da parte dell’amministratore
Non comporta in capo all’amministratore il realizzo di alcun reddito imponibile la remissione del trattamento di fine mandato effettuata alla società dall’amministratore stesso qualora la corrispondente rinuncia al credito vantato non gli attribuisce un vantaggio economico. (AIDC – Norma di comportamento in materia tributaria – 01 febbraio 2018, n. 201).
Ai fini fiscali, il compenso percepito dall’amministratore a titolo di trattamento di fine mandato è qualificato come reddito assimilato a quello derivante dal lavoro dipendente, fatte salve alcune eccezioni. L’assoggettamento a tassazione di tale reddito si realizza, in base al principio “di cassa”, nel momento della sua percezione.
Al contrario, la mancata percezione del compenso non manifesta alcuna capacità contributiva e, di conseguenza, non comporta il manifestarsi di alcun presupposto impositivo.
Quanto previsto fiscalmente è in contrasto con il dettame costituzionale. Il presupposto impositivo si realizza, invece, quando, pur in assenza dell’incasso monetario, la rinuncia al credito vantato dall’amministratore sia indirettamente collegata a una controprestazione di qualsiasi natura (in forma di beni o servizi differenti dal denaro), ovvero quando il credito stesso sia utilizzato per estinguere obbligazioni facenti capo all’amministratore.
In conclusione, si deve affermare che dalla mera remissione della posizione creditoria non può conseguire una presunzione automatica di incasso dei relativi importi, conseguenza che si determina solo nell’ipotesi in cui si realizzi un incremento patrimoniale o reddituale oggettivamente riconoscibile e fiscalmente riconosciuto.
Si assuma, a tal fine, che la mera remissione del debito dell’amministratore al trattamento di fine mandato intervenga dopo che la società abbia dedottole quote del trattamento di fine mandato, imputate a conto economico a titolo di accantonamento, senza che si sia prodotto alcun effetto reddituale in capo all’amministratore.
Al riguardo, si distingue tra l’altro l’ipotesi di amministratore non socio da quello socio:
– se l’amministratore non è socio la mera remissione del debito non comporta su di lui alcun beneficio e non può, pertanto, essere assunta quale forma di utilizzo o godimento del diritto di credito. Conseguentemente, non si determina alcun effetto reddituale in capo all’amministratore e la società, a fronte del costo precedentemente dedotto, realizza una sopravvenienza attiva imponibile,ai sensi dell’art. 88, comma 1 del Tuir.
– se l’amministratore è socio la mera remissione del debito non comporta su di lui alcun beneficio e non può, pertanto, essere assunta quale forma di utilizzo o godimento del diritto di credito. La mancata percezione rende l’operazione fiscalmente ininfluente per l’amministratore, ancorché socio, in quanto non gli attribuisce alcun vantaggio economico. Il credito così rinunciato ha un valore fiscale nullo in quanto la fattispecie reddituale sottostante non ha mai concorso a formare la base imponibile del reddito dell’amministratore. Ne consegue che, per l’amministratore, la rinuncia del credito non comporta un incremento del costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione. Per quanto riguarda la società, che imputa a una posta di patrimonio netto l’ammontare del credito rinunciato dall’amministratore socio, trova applicazione l’art. 88, comma 4-bis del Tuir, con la determinazione di una sopravvenienza attiva imponibile da assoggettare a imposizione mediante una corrispondente variazione in aumento in sede di dichiarazione dei redditi.
Quanto sopra è conforme alla volontà del legislatore, che ha introdotto il comma 4 bis dell’art. 88 del Tuir proprio al fine di assicurare l’uniformità di trattamento alle diverse ipotesi di rinuncia dei crediti dei soci.
Notifica della cartella di pagamento, contribuente irreperibile
Il messo notificatore, per ritenere l’irreperibilità assoluta del contribuente, deve effettuare le dovute ricerche circa l’esistenza di un ufficio o azienda del contribuente. (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 07 febbraio 2018, n. 2877).
Nella fattispecie posta alla esame della Cassazione la CTR Lombardia ha accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate e, in riforma della pronunzia di primo grado, ha ritenuto la legittimità della cartella di pagamento impugnata dal contribuente ritenendo ben notificati gli atti prodromici, tenuto conto dell’irreperibilità assoluta del contribuente acclarata dal messo notificatore attraverso le notizie acquisite dal custode dello stabile ove era ubicato il di lui domicilio fiscale e pure confermata dalla documentazione prodotta nel corso del giudizio dall’Ufficio.
Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, al quale l’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso. Con l’unico motivo proposto il ricorrente prospetta la violazione dell’art. 60 c.l lett.e) dPR n.600/73. La CTR avrebbe dovuto rilevare l’assenza dei presupposti per ritenere l’irreperibilità assoluta del contribuente, non avendo il messo notificatore compiuto alcuna ricerca circa l’esistenza di un ufficio o azienda del contribuente. Ricerche che, ove compiute, avrebbero agevolmente consentito all’amministrazione di individuare il luogo di lavoro in Milano ed in mancanza delle quali non poteva dirsi regolare il compimento della notifica con le modalità di cui all’art.60 lett.e) citato.
Il ricorso è fondato, in quanto, a tali principi non si è conformato il giudice di appello, considerando idonee a giustificare il ricorso alla notifica di cui alla lett.e) dell’art. 60 dPR n.600/73 unicamente le informazioni raccolte dal custode dello stabile ove era ubicato il domicilio fiscale del contribuente circa il di lui trasferimento in località non nota.
Sulla base di tali considerazioni, la Suprema Corte ha accolto il ricorso e la sentenza impugnata è stata cassata, con rinvio ad altra sezione della CTR Lombardia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.