Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20091028.htm
Timestamp: 2017-11-20 07:42:52+00:00
Document Index: 99308853

Matched Legal Cases: ['art. 1321', 'art. 21', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ']

CORTE DI APPELLO DI MILANO, sez. I, 15 aprile 2009, n. 1094 - Pres. Boiti – Rel. Lamanna - Banca c. Tizia (avv. Heffler)
Non caso di specie, in aggiunta, l’emissione obbligazionaria non era stata assoggettata a rating. Il rating è uno strumento con il quale la collettività viene informata sul merito di credito di un determinato soggetto. Nel caso di società altamente indebitate il rating è basso e ciò scoraggia gli investimenti. Il mercato è disponibile a finanziare il soggetto con rating basso solo a fronte della promessa di alti interessi. Si crea però - in questo modo - un circolo vizioso, nel senso che proprio chi è maggiormente indebitato deve affrontare un costo del danaro maggiore e, sotto questo profilo, aumenta ulteriormente il rischio di propria insolvenza.
Accertata l’inosservanza di un dovere informativo facente capo all’intermediario finanziario, il compito del civilista è quello di chiedersi quali siano le conseguenze di tale violazione. Il legislatore comunitario, che ha introdotto le norme di condotta delle banche, non ha definito quali siano i rimedi per il caso di inosservanza delle norme di comportamento degli intermediari. Dal punto di vista del diritto comunitario ciò è comprensibile, in quanto le direttive comunitarie devono trovare applicazione in tutti i Paesi membri e - dal momento che le tradizioni giuridiche dei singoli Stati variano parecchio da ordinamento a ordinamento - sarebbe stato difficile pre-determinare e imporre a tutti lo stesso tipo di sanzione civilistica.
Ciò premesso, bisogna però distinguere nettamente fra il contenuto del contratto e il comportamento della banca. La confusione fra questi due elementi è stata la fonte delle incertezze che hanno caratterizzato la giurisprudenza di merito prima dell’intervento delle Sezioni Unite. Se è la sola condotta dell’intermediario a violare disposizioni imperative, ciò non determina nullità del contratto. L’art. 1321 c.c. recita: “il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Nullo può essere solo il “contratto”, vale a dire il risultato dell’accordo dei contraenti, non il “comportamento” di una delle parti. Un esempio aiuta a chiarire il concetto che si intende esprimere. Se le parti inserissero nel contratto d’intermediazione finanziaria una clausola in contrasto con l’art. 21 TUF, tale pattuizione sarebbe nulla per violazione di disposizione imperativa. Si immagini che la banca e il cliente introducano nel testo contrattuale una pattuizione che dispensa l’intermediario dall’acquisire le informazioni necessarie dagli investitori e dall’operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati. Questa previsione sarebbe in chiaro contrasto con il tenore letterale dell’art. 21 comma 1 lett. b TUF. Siccome questa disposizione di legge è imperativa in quanto tutela interessi pubblici, tale clausola sarebbe nulla. Ma la situazione tratteggiata è radicalmente differente da quella riconducibile a un comportamento (unilaterale) illegittimo della banca. Le condotte scorrette delle parti (e segnatamente dell’intermediario) non entrano a far parte del programma contrattuale. Non vi è accordo sul punto e, dunque, non vi è – al riguardo - contratto. Ne consegue che non vi può essere nullità.
Anzitutto, richiamandosi alla sentenza della Corte di cassazione n. 17340 del 2008, l’autorità giudiziaria milanese afferma che gli obblighi informativi degli intermediari finanziari - in considerazione dell’esistenza di una disposizione come l’art. 21 comma 1 lett. b TUF - sono più intensi di quelli che altrimenti risulterebbero dalla applicazione del canone generale di correttezza.
Bisogna tuttavia distinguere fra il contratto di intermediazione finanziaria (o contratto-quadro) e le successive operazioni di investimento o disinvestimento. Anche le successive operazioni rappresentano dei contratti, di natura diversa - però - dal contratto d’intermediazione finanziaria. Si può trattare di un contratto di vendita (se l’intermediario finanziario è già proprietario degli strumenti finanziari) oppure di un contratto di commissione (se l’intermediario non è originariamente proprietario dei titoli, ma deve prima recuperarli sul mercato). Anche in relazione alle singole operazioni d’investimento successive alla conclusione del contratto-quadro è possibile esperire i rimedi generali che l’ordinamento giuridico riconosce: annullamento oppure risoluzione. A ragione la sentenza della Corte di appello di Milano in commento conferma la sentenza di primo grado, la quale aveva dichiarato risolto un singolo “contratto-ordine” (e non l’intero rapporto d’intermediazione finanziaria intercorso fra le parti).
Sta di fatto che la sig.ra … - secondo lo stesso teste sopra citato – manifestò solo l’intenzione di investire in “titoli che assicuravano cedole con rendimento del 5% netto annuo” senza nulla precisare “in ordine alla tipologia del titolo che riteneva di acquistare a parte l’aspetto del rendimento”, sì che le obbligazioni Cirio furono consigliate proprio dall’addetto di … sig. … che lo ha anche chiaramente ammesso: “ho preso in considerazione solo obbligazioni perché i clienti avevano escluso titoli azionari”.