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Timestamp: 2020-02-19 22:17:07+00:00
Document Index: 136123593

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 35', 'art. 16', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 16', 'art. 11', 'art. 12', 'art 156', 'art. 12', 'art. 153', 'art. 153', 'art. 156', 'art. 170', 'art. 16', 'art. 51', 'art. 153', 'art. 16', 'art. 16', 'Cass. Sez. ', 'art. 121', 'art. 156', 'art. 16', 'art. 669', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 16', 'art. 45', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 325', 'art. 45', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 133', 'art. 45', 'art. 325', 'art. 348', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 15', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 145', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 291', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16']

L’introduzione del PCT, disciplinato da una normativa dispersa in più fonti di rango diverso e talvolta di natura prettamente tecnica con una terminologia estranea agli operatori del diritto, ha provocato il sorgere di numerose questioni giuridiche.
In questa sezione una piccola rassegna delle questione più importanti emerse nella giurisprudenza di merito e di legittimità.
il deposito di atti telematici in uffici che non avevano ottenuto l'autorizzazione alla ricezione con il decreto previsto dall'art. 35 DM 44/2011
Nei primi tempi vi sono state molte pronunce sulla questione del deposito di atti telematici in uffici che non avevano ancora ottenuto il cd. “valore legale” per questi depositi in virtù di un decreto ministeriale previsto dall’art. 35 DM 44/2011. La giurisprudenza di merito si era divisa tra coloro che sostenevano l’inammissibilità di questo deposito (tra queste: Trib. Foggia 10 aprile 2014; Trib. Torino 15 luglio 2014; decreto Trib. Bergamo 20 gennaio 2015) e quelli che, invece, ritenevano che avesse raggiunto lo scopo (in questo senso: Trib. Bologna 14 luglio 2014; Trib. Milano 7 ottobre 2014; Trib. Brescia 7 ottobre 2014; Trib. Genova 1° dicembre 2014).
Sulla questione è intervenuta la Suprema Corte, sez. II, con la pronuncia n. 9772/2016 in un caso di atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo depositato telematicamente presso il Tribunale di Bergamo all’epoca autorizzato al deposito telematico della sola comparsa di costituzione e degli atti endoprocessuali. Il tribunale con decreto del 20 dicembre 2015 aveva dichiarato inammissibile l’opposizione; la Corte, pur dichiarando inammissibile il ricorso poiché avverso detto decreto occorreva proporre appello, ha affermato il principio di diritto, trattandosi di questione nuova e sulla quale si erano registrati diversi orientamenti tra i giudici di merito, secondo cui “nei procedimenti contenziosi incardinati dinanzi ai tribunali dal 30 giugno 2014, anche nella disciplina antecedente alla modifica dell'art. 16-bis del d.l. n. 179 del 2012, inserito dall'art. 1, comma 19, n. 2, della l. n. 228 del 2012, introdotta dal d.l. n. 83 del 2015, il deposito per via telematica, anziché con modalità cartacee, dell'atto introduttivo del giudizio, ivi compreso l'atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo, non dà luogo ad una nullità della costituzione dell'attore, ma ad una mera irregolarità, sicché ove l'atto sia stato inserito nei registri informatizzati dell'ufficio giudiziario, previa generazione della ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del Ministero della giustizia, è integrato il raggiungimento della scopo della presa di contatto tra la parte e l'ufficio giudiziario e della messa a disposizione delle altre parti”.
La Corte ha osservato che, in mancanza di una sanzione espressa di nullità del deposito degli atti introduttivi in via telematica, la questione va risolta considerando che, secondo il principio cardine di strumentalità delle forme desumibile dal combinato disposto degli artt. 121 e 156 cod. proc. civ. (cfr. anche Sez. Un., 3 novembre 2011, n. 22726; Sez. Un., 18 aprile 2016, n. 7665), le forme dagli atti del processo non sono prescritte dalla legge per la realizzazione di un valore in sé o per il perseguimento di un fine proprio ed autonomo, ma sono previste come lo strumento più idoneo per la realizzazione di un certo risultato, il quale si pone come l’obiettivo che la norma disciplinante la forma dell'atto intende conseguire. Il tessuto normativo del codice di rito, ispirato ad un principio di economia conservativa, mostra di ritenere la nullità come un sistema di limiti e di rimedi. Considerando irrilevante l’eventuale inosservanza della prescrizione formale se l'atto viziato ha egualmente raggiunto lo scopo cui è destinato, l’ordinamento decrementa le volte che il processo civile si conclude con una pronuncia di carattere meramente processuale, incapace di definire il merito dalla lite con una distribuzione del torto e della ragione tra le parti. Poiché lo scopo del deposito di un atto processuale consiste nella presa di contatto fra la parte e l'ufficio giudiziario dinanzi al quale la controversia è instaurata e nella messa a disposizione delle altre parti processuali, il deposito per via telematica, anziché con modalità cartacee, dell'atto introduttivo del processo di cognizione si risolve in una mera irregolarità: una imperfezione non viziante la costituzione in giudizio dell'attore e non idonea ad impedire al deposito stesso di produrre i suoi effetti tipici tutte le volte che l'atto sia stato inserito nei registri informatizzati dell'ufficio giudiziario previa generazione della ricevuta di avvenuta consegna.
Di eguale tenore è la successiva sentenza n. 22479 del 4 novembre 2016 della Suprema Corte.
Cass. 9772-2016 (112,9 kB)
Cassazione 22479 del 2016 (351,8 kB)
Tribunale Bologna 14 luglio 2014 (187,1 kB)
Tribunale Torino 15 luglio 2014 (64,2 kB)
Tribunale Brescia 7 ottobre 2014 (166 kB)
Tribunale Genova 1° dicembre 2014 (2058,3 kB)
Tribunale Milano 7 ottobre 2014 (237,3 kB)
il deposito di atti processuali non nativi digitali
Altra questione, sulla quale la giurisprudenza di merito si è divisa, è quella del deposito telematico di atti principali non nativi digitali. Le regole tecniche di cui al DM 44/2011, pubblicate in virtù della delega di cui all’art. 4 del d.l. 193/2009 ed alla cui osservanza rinvia anche l’art. 16-bis d.l. 179/2012, prevedono all’art. 11 che l’atto del processo in forma di documento informatico è privo di elementi attivi ed è redatto nei formati previsti dalle specifiche tecniche di cui all'articolo 34; le specifiche tecniche (Provv. DGSIA 16 aprile 2014) a loro volta all’art. 12 stabiliscono che l’atto del processo in forma di documento informatico, da depositare telematicamente all’ufficio giudiziario, deve essere in formato PDF e deve essere ottenuto da una trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini.
Accade talvolta che l’atto principale del processo sia depositato dall’avvocato telematicamente previa scansione di un atto redatto su carta. Dal punto di vista pratico si perde così la possibilità di effettuare il “taglia ed incolla” e di poter fare ricerche sul testo e si inserisce nel registro informatico un documento informatico sicuramente più “pesante” di un documento ottenuto trasformando un documento testuale in .pdf.
Il Tribunale di Livorno con decreto del 25 luglio 2014 ha dichiarato nullo un ricorso monitorio rappresentato da un file cd. “.pdf immagine” sostenendo che, oltre a violare le norme richiamate in tema di forma, non avesse comunque raggiunto lo scopo poiché “il rispetto delle regole tecniche (quali ad esempio quella sui formati ammessi dei files degli allegati) ha lo scopo di rendere tali atti immediatamente intelligibili a tutti gli attori del processo (senza imporre la necessità di ricercare programmi di conversione di formati diversi), così come la norma che impone che l’atto del processo sia un .pdf ottenuto mediante la trasformazione di un documento testuale, ha lo scopo di rendere l’atto navigabile ad ogni attore del processo e dunque quello di consentire l’utilizzo degli elementi dell’atto, senza la necessità di ricorrere a programmi di riconoscimento ottico dei caratteri, detti OCR (optical character recognition). Ma se così è, la redazione dell’atto processuale in formato .pdf ottenuto mediante scansioni per immagini non è idoneo a raggiungere lo scopo dell’atto e dunque deve essere dichiarato nullo ai sensi dell’art 156 comma 2° c.p.c.”.
Ha dichiarato inammissibile il ricorso monitorio per i medesimi motivi il Tribunale di Oristano con decreto del 10 luglio 2014. Anche il Tribunale di Roma con provvedimenti del 9 giugno 2014 e del 13 luglio 2014 ha dichiarato l’inammissibilità di ricorsi ex artt. 633 e segg. c.p.c. scansionati perché mancanti “dei requisiti genetici indispensabili per dar valido corso ad un procedimento telematico”. Secondo il tribunale capitolino, “lo scopo dell’atto processuale telematico diviene, prima d’ogni altro, quello di inserirsi efficacemente in una sequenza intrinsecamente assoggettata alle regole tecniche che impongono l’adozione di particolari formati in luogo di altri”.
Di diverso avviso il Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa, che con decreto reso nel giudizio n. 35964/2014 ha ordinato il deposito del ricorso d’urgenza, presentato in modalità .pdf immagine, secondo le specifiche tecniche.
Tribunale Oristano 10 luglio 2014 (141,3 kB)
Tribunale Roma 9 giugno 2014 (678,3 kB)
Tribunale Roma 13 luglio 2014 (89,1 kB)
il deposito in fascicolo errato
Altra questione che divide la giurisprudenza di merito è quella del deposito dell’atto endoprocessuale in un fascicolo diverso da quello al quale era destinato. Accade, infatti, che nella predisposizione della busta elettronica contenente l’atto principale e gli allegati il file .xml (art. 12 del Provv. Resp. DGSIA 16 aprile 2014 recante le specifiche tecniche del PCT) prediposto dal programma imbustatore con i dati inseriti dal mittente sia compilato erroneamente perché al momento di indicare il numero del ruolo oppure il registro sul quale deve avvenire il deposito (contenzioso civile, lavoro, esecuzioni, prefallimentare, fallimentare, volontaria giurisdizione) il depositante sbagli ed indichi, ad esempio, invece che il numero di ruolo 1324, il numero 1234, oppure il ruolo del contenzioso del lavoro al posto di quello del contenzioso civile.
In questi casi, solitamente i controlli automatici (terzo messaggio PEC) eseguiti dal Gestore Locale segnalano che l’abilitato esterno non ha accesso a quel fascicolo e che la cancelleria, alla quale il deposito viene evidenziato con un ERROR (cd. pallino rosso), deve eseguire dei controlli. Può accadere che il cancelliere accetti comunque l’atto (nel caso del numero errato il cancelliere potrebbe accettare l’atto inserendolo direttamente nel fascicolo esatto dopo averlo individuato in base alle indicazione emergenti dalla lettura dell’atto stesso, possibilità che allo stato i sistemi non consentono nel caso di registro errato). Tuttavia, non tutte le cancellerie funzionano allo stesso modo e ciò per motivi diversi, e tra questi vi è sicuramente la notoria mancanza di personale, e, quindi, si possono verificare diversità di trattamento anche all’interno del medesimo ufficio nel caso del numero di ruolo errato, con cancellerie che riescono ad individuare il fascicolo corretto ed a provvedere al deposito all’interno di questo e con altre che si limitano a rifiutarne l’accettazione segnalando il problema.
Sul punto si è pronunciata allo stato soltanto la giurisprudenza di merito.
Il Tribunale di Pescara con l’ordinanza del 2 ottobre 2015, provvedendo su un’istanza di rimessione in termini, l’ha accolta, in un caso in cui il rifiuto era stato comunicato al depositante dopo la scadenza del termine perentorio per quell’attività difensiva, rilevando che “il banale errore materiale di indicazione del numero del fascicolo di destinazione del suddetto atto difensivo è stato segnalato dal sistema telematica solo il 1.7.2015, anziché immediatamente, come dovrebbe avvenire se tale sistema fosse ideato e realizzato in modo da funzionare adeguatamente e cioè con efficienza quantomeno pari a quella umana in operazioni automatizzabili. In proposito si osserva, infatti, che qualsiasi operatore addetto ad uno sportello di Cancelleria, all’atto di ricevere una comparsa di risposta sarebbe perfettamente in grado di rilevare immediatamente, semplicemente incrociando i dati relativi ai nominativi delle parti o in causa e al numero della causa, l’indicazione erronea del numero del fascicolo da parte del depositante l’atto e di segnalarglielo, sicché identica capacità si può e si deve pretendere da un sistema telematico. Pertanto si può ritenere che parte convenuta sia incorsa m una decadenza per causa imputabile essenzialmente ad un difetto del predetto sistema, inidoneo a segnalare all’interessato un semplice errore materiale, come tale non meritevole di essere sanzionato con una decadenza processuale”.
Sulla stessa linea anche l’ordinanza del Tribunale di Brescia del 22 giugno 2016 in un caso di errore nell’indicazione del ruolo.
In sostanza, queste pronunce ritengono che l’errore del depositante resti assorbito dal più grave errore commesso dal cancelliere che accetta in un fascicolo diverso l’atto riguardante altro procedimento. Tuttavia, si osserva che l’attuale formulazione dell’art. 153 c.p.c. secondo cui “la parte che sia incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa in termini” appaia in questi casi come una forca caudina per tutte le istanze di rimessione in termini poiché tutti gli eventi che vengono in esame scaturiscono da un errore del mittente che, seppure qualificato come mero errore materiale, è pur sempre una causa imputabile allo stesso.
Per questo motivo, il Tribunale di Torino nell’ordinanza del 13 maggio 2016, in un caso in cui il deposito con il numero errato non era stato accettato dal cancelliere, ha ritenuto, invece, inappropriata l’applicazione, in questi casi, dell’art. 153 comma 2°, c.p.c. “…in primo luogo perché l’errore che ha generato l’anomalia è imputabile alla parte. Si tratta, certamente, di un errore non grave (o, se si preferisce, di un mero errore materiale o di una svista); ma è indiscutibile che esso sia ascrivibile alla parte che l’ha commesso, che ha sbagliato a indicare il numero di ruolo. Se si trattasse di deposito in forma cartacea, un tale errore non ingenererebbe alcuna conseguenza, se non quella di una rettifica (correzione a mano) dell’atto in fase di deposito, qualora il cancelliere registri e segnali la svista”. Il Tribunale di Torino, quindi, ha scelto una diversa soluzione, sempre favorevole al depositante, sul presupposto che la cancelleria avrebbe dovuto forzare l’errore segnalata ed accettare l’atto nel fascicolo corretto ed ha ordinato alla stessa di aprire un cd. “ticket” all’assistenza per modificare lo stato del deposito da rifiutato ad in stato di accettazione e procedere, quindi, al deposito nel fascicolo corretto.
Di segno opposto il Tribunale di Napoli con l’ordinanza 15 dicembre 2015 in un caso in cui il depositante aveva ricevuto tempestivamente il terzo messaggio, che gli evidenziava di non avere accesso in quel fascicolo perché il numero di ruolo non era valido - avviso che lo avrebbe dovuto indurre in base all’ordinaria diligenza ad ipotizzare l’errata indicazione del numero nel primo deposito e ad effettuare le dovute verifiche -, ed era ancora in tempo per effettuare nuovamente il deposito.
Per la negativa anche il Tribunale di Torino con ordinanza dell’11 giugno 2015 nella quale si legge che “il deposito di un atto processuale in un fascicolo non pertinente è affetto da nullità perché mancante dei requisiti indispensabili al raggiungimento dello scopo (art. 156 cpv. c.p.c.). Il deposito in cancelleria ha, infatti, la funzione di comunicare la memoria alla controparte (art. 170 co. 4 c.p.c.), oltre che al giudice. Questa funzione viene del tutto a mancare se l’atto non può essere reso accessibile nel pertinente fascicolo telematico perché indirizzato altrove”. (…) “Non offre argomenti in senso contrario, nel senso cioè della tempestività, l’art. 16‐bis co. 7 introdotto dalla legge 17.12.2012 n. 221 (poi modificato da art. 51 co. 2 del d.l. 24.6.2014 n. 90) secondo cui “il deposito con modalità telematiche si ha per avvenuto al momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna [RdAC] da parte del gestore di posta elettronica certificata del ministero della giustizia. Il deposito è tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna è generata entro la fine del giorno di scadenza”, ossia in data 30.1.2015. Funzione di questa norma è, all’evidenza, quella di esonerare il depositante dal rischio di tardività del deposito in ragione di ritardi di lavorazione a lui non imputabili – ci si riferisce ai controlli automatici effettuati dal dominio giustizia e, soprattutto, a quelli manuali degli operatori di cancelleria che possono avvenire a distanza di giorni – ma non dal rischio di nullità del deposito per carenza dei requisiti indispensabili. Se, dunque, la RdAC è generata entro il giorno di scadenza del deposito, il termine decadenziale è rispettato e non rileva che la cancelleria accetti il deposito fuori termine. Ma se il deposito è nullo (vedi sopra) non vale a far salvo il rispetto del termine la circostanza che la RdAC sia stata generata entro la fine del giorno di scadenza”.
E’ indubbio che un errore nell’indicazione del numero non dovrebbe minare la tutela dei diritti, tuttavia, è anche evidente che l’attuale formulazione dell’art. 153 c.p.c. concede poco spazio all’accoglimento delle istanze di rimessione in termine e ritenere che la disposizione dell’art. 16-bis, co. 7, d.l. 179/12 appena richiamata dal Tribunale di Torino possa costituire un dato forte per ritenere comunque tempestivi e validi i depositi per i quali si sono commessi errori tecnici, è una conclusione in grado di minare alle fondamenta l’architettura del processo civile telematico.
Tribunale Pescara 2 ottobre 2015 (134,7 kB)
Tribunale Brescia 22 giugno 2016 (147,6 kB)
Tribunale Napoli 16 dicembre 2015 (236,8 kB)
Tribunale Torino 11 giugno 2015 (117,3 kB)
Tribunale Torino 13 maggio 2016 (134,6 kB)
il deposito "cartaceo" di un atto endoprocessuale dopo l'entrata in vigore dell'obbligatorietà del deposito telematico
La Cassazione non si è ancora pronunciata sul caso del deposito “cartaceo” di un atto endoprocessuale dopo l’entrata in vigore dell’obbligatorietà del deposito telematico per questa tipologia di atti.
La questione presuppone una visione ben chiara di quali siano gli atti “endoprocessuali”. L’art. 16-bis del d.l. 179/2012 stabilisce che “il deposito degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche”; in virtù di questa disposizione l’obbligatorietà sussiste per ogni atto depositato in giudizio da una parte che si è già costituita.
Ma cosa avviene, ad esempio, nel caso del reclamo cautelare? Il reclamante è parte già costituita oppure il reclamo apre una nuova fase processuale in cui è richiesta una nuova costituzione delle parti? Su questi quesiti si sono registrate pronunce dei giudici di merito che, pur ritenendo il carattere endoprocessuale del reclamo, sono giunte a conclusioni opposte. Il Tribunale di Torino con ordinanza del 26 gennaio 2015 (così anche Trib. Asti, 23 marzo 2015) ha concluso per l’ammissibilità del reclamo cartaceo per avere il medesimo raggiunto lo scopo: “(…) sotto il profilo del raggiungimento dello scopo dell’atto, la circostanza che l’atto - dei cui requisiti di forma-contenuto non viene fatta questione - sia stato ricevuto dalla cancelleria per via telematica, o a seguito del deposito di atto cartaceo presso gli uffici, non influisce sull’idoneità dell’atto – una volta ricevuto comunque dalla cancelleria - di conseguire lo scopo di adire il giudice competente, per ottenere la riforma del provvedimento impugnato”.
Al contrario, il Tribunale di Foggia con ordinanza del 15 maggio 2015 (così anche Trib. Bologna 6 marzo 2015) condividendo la natura endoprocessuale del reclamo e partendo dall’assunto che il “deposito - propriamente inteso - è un’attività materiale priva di requisito volitivo autonomo (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 5160 del 04/03/2009 in un caso in cui l’atto era pervenuto in cancelleria a mezzo posta) e non può quindi considerarsi un atto del processo, né ai fini di cui all’art. 121 c.p.c., né ai sensi dell’art. 156 c.p.c.”, ha dichiarato inammissibile il reclamo cartaceo. I giudici foggiani hanno sottolineato che “avendo il legislatore previsto l’esclusiva modalità telematica per il deposito degli atti endoprocessuali, deve ritenersi implicitamente che l’ordinamento giuridico non ammette per tali atti modalità di deposito alternative. Sicché è dal contenuto implicito della stessa disposizione dell’art. 16 bis d.l. n. 179/2012 che va ricavato il corollario della inammissibilità dei depositi degli atti endoprocessuali effettuati con modalità diverse da quella telematica. E, del resto, solo attraverso una simile esegesi è possibile dare reale senso normativo all’avverbio esclusivamente utilizzato dal legislatore, che finirebbe per risultare privo di valore precettivo nell’ipotesi in cui si ritenesse ad esso prevalente il principio generale della sanatoria per raggiungimento dello scopo. Tale interpretazione appare conforme ai principi di certezza del diritto e di ragionevole durata del processo, che hanno ispirato la riforma del processo civile telematico, essendo il deposito telematico funzionale ad un più rapido ed immediato accesso agli atti e documenti del processo, per il giudice e per le parti già costituite”. Ad eguali conclusioni è giunto il Tribunale di Trani con ordinanza del 24 novembre 2015 in un caso in cui il ricorso ex art. 669duodecies c.p.c. per l’attuazione di un provvedimento possessorio, ritenuto atto endoprocessuale, era stato depositato cartaceamente e non telematicamente.
Tuttavia non può non osservarsi che le sentenze della Cassazione nn. 9772 e 22479 del 2016, pur decidendo su fattispecie diverse da quella in esame, qualificano il deposito come atto del processo ed applicano allo stesso gli artt. 121 e 156 c.p.c..
Tribunale Torino 26 gennaio 2015 (200 kB)
Tribunale Foggia 15 maggio 2015 (203,4 kB)
in tema di comunicazioni/notificazioni di cancelleria
La Suprema Corte è già intervenuta in questa materia con alcuni significativi arresti. La sentenza n. 15070 del 2014 ha disatteso il motivo di impugnazione con il quale il ricorrente si doleva di non avere potuto apprendere della comunicazione del deposito del decreto di fissazione udienza di un appello in materia di controversia di lavoro e, quindi, procedere alla notifica del ricorso in appello e del decreto alla controparte perché non ancora in possesso delle password per accedere alla propria casella di posta elettronica certificata da pochi giorni ottenuta. La Corte ha affermato il principio secondo cui “l’avvocato, che abbia effettuato la comunicazione del proprio indirizzo di PEC al Ministero della Giustizia per il tramite del Consiglio dell'Ordine di appartenenza, diventa responsabile della gestione della propria utenza, nel senso che ha l'onere di procedere alla periodica verifica delle comunicazioni regolarmente inviategli dalla cancelleria a tale indirizzo, indicato negli atti processuali, non potendo far valere la circostanza della mancata apertura della posta per ottenere la concessione di nuovi termini per compiere attività processuali”.
La Suprema Corte è scesa anche in dettagli di natura più tecnica affermando la ritualità di una comunicazione di cancelleria con allegato un file compresso (con estensione .zip), contenente un’ordinanza istruttoria, che richiede per la sua decompressione e, quindi, lettura un programma specifico. Dalla mancata apertura di questo file ne era derivata la decadenza del destinatario dall’assunzione della prova che il medesimo aveva articolato in primo grado.
Con la sentenza n. 14827 del 2016 la Corte di Cassazione si è spinta ad affermare che “è noto, infatti, che il formato zip non muta il contenuto del documento, ma serve soltanto al fine di comprimere il file in sede di trasmissione, in modo che occupi uno spazio minore; non è, in questo senso, un formato diverso. Ne consegue che, alla luce delle Specifiche tecniche - di cui all'art. 34 del d.m. n. 44 del 2011 … - tanto nel testo vigente all'epoca dei fatti di causa (decreto del 18 luglio 2011) quanto in quello attualmente vigente (provvedimenti del 16 aprile 2014 e 28 dicembre 2015) - risulta infondata la doglianza sulla scusabilità dell'errore, potendosi esigere dal difensore l'utilizzo di un'idonea configurazione del computer tale da consentire l'accesso al formato compresso. È appena il caso di aggiungere, infine, che il semplice onere di diligenza che grava sul difensore avrebbe dovuto consigliare, in caso di dubbio, di rivolgersi alla cancelleria del giudice per risolvere il problema, eventualmente chiedendo una nuova trasmissione, tanto più che si era in una fase ancora iniziale delle comunicazioni telematiche”.
Con la modifica apportata dall’art. 16 del d.l. 179/2012, convertito con modificazioni dalla legge 221/2012, l’art. 45 disp. att. c.p.c. ora prevede che alla comunicazione di cancelleria a mezzo PEC deve essere allegato il testo integrale del provvedimento e non più un solo estratto come era previsto per il vecchio biglietto di cancelleria cartaceo notificato dall’ufficiale giudiziario. Questa novella non aveva, tuttavia, modificato l’art. 133 c.p.c. che continuava a prevedere che il cancelliere dava atto del deposito della sentenza mediante biglietto di cancelleria contenente il solo dispositivo e non anche il testo integrale. Nella pratica, tuttavia, la comunicazione da parte del cancelliere alle parti costituite della pubblicazione della sentenza avveniva comunque allegando integralmente al messaggio PEC il provvedimento nativo digitale o acquisito tramite scansione. Ciò aveva ingenerato in alcuni il dubbio che questa forma di comunicazione integrale potesse far decorrere il termine breve di impugnazione previsto dall’art. 325 c.p.c..
E’ intervenuto, quindi, l’art. 45, D.L. 24.06.2014, n. 90, così come modificato dalla legge di conversione 11.08.2014, n. 114, che se, da un lato, ha previsto anche per la sentenza la comunicazione del testo integrale, dall’altro, nell’ultimo periodo ha precisato che in questo caso “la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’articolo 325”.
La Cassazione con la sentenza n. 23526 del 2014 è intervenuta per estendere questa inidoneità a tutti i provvedimenti diversi dalla sentenza suscettibili di impugnazione nel predetto termine breve ed ha precisato che “la novella del secondo comma dell'art. 133 cod. proc. civ., operata con l'art. 45, comma 1, lett. b), del d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni in legge 11 agosto 2014, n. 114, secondo cui la comunicazione, da parte della cancelleria, del testo integrale del provvedimento depositato non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all'art. 325 cod. proc. civ., è finalizzata a neutralizzare gli effetti della generalizzazione della modalità telematica della comunicazione, se integrale, di qualunque tipo di provvedimento, ai fini della normale decorrenza del termine breve per le impugnazioni, solo nel caso di atto di impulso di controparte, ma non incide sulle norme processuali, derogatorie e speciali (come l’art. 348-ter, terzo comma, cod. proc. civ., nella parte in cui fa decorrere il termine ordinario per proporre il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado dalla comunicazione dell'ordinanza che dichiara l'inammissibilità dell'appello ai sensi dell'art. 348 bis cod. proc. civ.), che ancorino la decorrenza del termine breve di impugnazione alla mera comunicazione di un provvedimento da parte della cancelleria, senza che rilevi che la comunicazione sia integrale o meno”.
Sempre la Cassazione, con la sentenza n. 15035 del 2016, è intervenuta in un caso in cui il medesimo indirizzo PEC comunicato al registro delle imprese risultava assegnato a più soggetti giuridici. Nello specifico un imprenditore aveva comunicato al registro delle imprese il medesimo indirizzo PEC, sia per l’impresa individuale poi fallita sia per altra società di capitali di cui era comunque amministratore. La Corte ha ritenuto che, in difetto della prova del contrario di cui è onerato il destinatario (che non l’aveva fornita), la notifica telematica, a cura della cancelleria ai sensi dell’art. 15 L. Fall., del ricorso di fallimento e del relativo decreto di fissazione dell’udienza si ove ritenere perfezionata nei confronti del titolare dell'indirizzo di PEC - ancorché lo stesso sia contemporaneamente riferibile a più soggetti -, nel momento in cui è emessa la ricevuta di avvenuta consegna da parte del suo gestore di posta elettronica certificata.
Su simile questione – nel 2014 vi erano ben 191.000 indirizzi duplicati all’interno del registro delle imprese - si era prima pronunciata anche la Corte di Appello di Bologna (sent. 20 ottobre 2014). Anche qui il ricorso per fallimento era stato notificato a mezzo PEC dalla cancelleria a una società omonima che aveva il medesimo indirizzo PEC ma che aveva sede in una città diversa dall’effettiva destinataria e diversi oggetto, data di costituzione e codice fiscale. In questo caso la Corte accertato che tecnicamente il messaggio era giunto solo alla società omonima e non anche all’effettiva destinataria aveva accolto il reclamo dichiarando la nullità della sentenza di fallimento.
Sempre la sentenza n. 15035 del 2016 della Suprema Corte ha affermato un importante principio in ordine al valore giuridico della ricevuta di avvenuta consegna (RdAC) in tema di comunicazioni/notificazioni di cancelleria, ma che si può applicare anche alle notifiche a mezzo PEC eseguite dagli avvocati ai sensi della legge 53/1994, negando che per contestare il valore di questa ricevuta occorra proporre querela di falso: “la ricevuta di avvenuta consegna (RAC), rilasciata dal gestore di posta elettronica certificata del destinatario, costituisce documento idoneo a dimostrare, fino a prova contraria, che il messaggio informatico è pervenuto nella casella di posta elettronica del destinatario, senza tuttavia assurgere a quella certezza pubblica propria degli atti facenti fede fino a querela di falso, atteso che, da un lato, atti dotati di siffatta speciale efficacia, incidendo sulle libertà costituzionali e sull'autonomia privata, costituiscono un numero chiuso e non sono suscettibili di estensione analogica e, dall'altro, l'art. 16 del d.m. n. 44 del 2011 si esprime in termini di opponibilità ai terzi ovvero di semplice prova dell'avvenuta consegna del messaggio, e ciò tanto più che le attestazioni rilasciate dal gestore del servizio di posta elettronica certificata, a differenza di quelle apposte sull'avviso di ricevimento dall'agente postale nelle notifiche a mezzo posta, aventi fede privilegiata, non si fondano su un'attività allo stesso delegata dall'ufficiale giudiziario”.
Anche la Corte Costituzionale è intervenuta nella materia delle notificazioni di cancelleria in sede prefallimentare. L’art. 15, comma 3, della legge fallimentare, così come modificato, dall’art. 17 del d.l. 179/2012 prevede, infatti, che “(…). Il ricorso e il decreto devono essere notificati, a cura della cancelleria, all'indirizzo di posta elettronica certificata del debitore risultante dal registro delle imprese ovvero dall'Indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata delle imprese e dei professionisti. L’esito della comunicazione è trasmesso, con modalità automatica, all’indirizzo di posta elettronica certificata del ricorrente. Quando, per qualsiasi ragione, la notificazione non risulta possibile o non ha esito positivo, la notifica, a cura del ricorrente, del ricorso e del decreto si esegue esclusivamente di persona a norma dell'articolo 107, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 15 dicembre 1959, n. 1229, presso la sede risultante dal registro delle imprese. Quando la notificazione non può essere compiuta con queste modalità, si esegue con il deposito dell'atto nella casa comunale della sede che risulta iscritta nel registro delle imprese e si perfeziona nel momento del deposito stesso”.
La Corte di Appello di Catanzaro aveva dubitato della legittimità costituzionale di questa norma in un caso in cui dopo l’esito negativo di precedenti notifiche presso l’indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) e presso la sede di detta società, il ricorso di fallimento ed il decreto di fissazione udienza erano stati notificati alla società di cui era stato chiesto il fallimento con deposito nella casa comunale della sede risultante dal registro delle imprese. Secondo la corte territoriale questo meccanismo, che non prevedeva anche l’applicazione della procedura di notificazione di cui all’art. 145 c.p.c., non garantiva il diritto di difesa ai sensi dell’art. 24 Cost. .
La Corte Costituzionale con la sentenza n. 146 del 18 maggio 2016 ha dichiarato non fondata la questione rilevando che “…il diritto di difesa, nella sua declinazione di conoscibilità, da parte del debitore, dell’attivazione del procedimento fallimentare a suo carico, è adeguatamente garantito dalla norma denunciata, proprio in ragione del predisposto duplice meccanismo di ricerca della società. Questa, infatti, ai fini della sua partecipazione al giudizio, viene notiziata prima presso il suo indirizzo di PEC, del quale è obbligata a dotarsi, ex art. 16 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dalla l. 28 gennaio 2009, n. 2, ed è tenuta a mantenere attivo durante la vita dell’impresa; dunque, in forza di un sistema che presuppone il corretto operare della disciplina complessiva che regola le comunicazioni telematiche da parte dell’ufficio giudiziario e che, come tale, consente di giungere ad una conoscibilità effettiva dell’atto da notificare, in modo sostanzialmente equipollente a quella conseguibile con i meccanismi ordinari (ufficiale giudiziario e agente postale). Solo a fronte della non utile attivazione di tale primo meccanismo segue la notificazione presso la sede legale dell’impresa collettiva: ossia, presso quell’indirizzo da indicare obbligatoriamente nell’apposito registro ex l. 29 dicembre 1993 n. 580 (Riordinamento delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura) e successive modifiche, la cui funzione è proprio quella di assicurare un sistema organico di pubblicità legale, sì da rendere conoscibili – e perciò opponibili ai terzi, nell’interesse dello stesso imprenditore – i dati concernenti l’impresa e le principali vicende che la riguardano. Per cui, in caso di esito negativo di tale duplice meccanismo di notifica, il deposito dell’atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale ragionevolmente si pone come conseguenza immediata e diretta della violazione, da parte dell’imprenditore collettivo, dei descritti obblighi impostigli dalla legge”.
In tema di notifica del ricorso di fallimento a mezzo PEC a cura della cancelleria si è pronunciata anche la Cassazione con la sentenza n. 13917 del 7 luglio 2016 affermando che “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 15, comma 3, l.fall. - nel testo successivo alle modifiche apportate dall'art. 17 del d.l. n. 179 del 2012, conv. con modif. nella l. n. 221 del 2012 - nella parte in cui non prevede una nuova notifica dell'avviso di convocazione in caso di accertata aggressione ad opera di esterni all'"account" di posta elettronica del resistente: quest'ultimo, infatti, tenuto per legge a munirsi di un indirizzo PEC, ha il dovere di assicurarsi del corretto funzionamento della propria casella postale certificata e di utilizzare dispositivi di vigilanza e di controllo, dotati di misure anti intrusione, oltre che di controllare prudentemente la posta in arrivo, ivi compresa quella considerata dal programma gestionale utilizzato come posta indesiderata".
Sempre sulla base di questo dovere a carico del titolare di una casella PEC, il Tribunale di Milano con ordinanza del 20 aprile 2016 ha ritenuto perfezionatasi in cancelleria la comunicazione di un’ordinanza per la quale era stata generata una ricevuta di mancata consegna perché la casella PEC del destinatario era piena, facendo così applicazione della disposizione di cui all’art. 16 d.l. 179/2012 dal quale si desume che sussiste un obbligo per il destinatario di preservare l’efficienza della propria casella.
Cassazione 14827 del 2016 (147,7 kB)
Cassazione 15070 del 2014 (160,6 kB)
Cassazione 23526 del 2014 (585,2 kB)
Cassazione 15035 del 2016 (305,9 kB)
Cassazione 13917 del 2016 (305,2 kB)
Tribunale Milano 20 aprile 2016 (156,7 kB)
Corte Costituzionale sent. 146 del 2016 (114,8 kB)
in tema di notificazioni a mezzo PEC eseguite dagli avvocati ai sensi della l. 53/1994
La legge 53/1994, all’art. 11, sanziona con la nullità la violazione delle sue prescrizioni e, quindi, anche di quelle introdotto dal d.l. 179/2012 con la possibilità per gli avvocati di notificare in proprio a mezzo PEC.
Ci si è chiesto se tutte proprio tutte le violazioni della legge n. 53/1994 siano da qualificarsi con la sanzione della nullità.
Cassazione, sez. 6, ord. n. 19814/2016 ha esaminato un caso in cui il ricorrente si lamentava della violazione dell’art. 3 bis, comma 4, della citata legge che stabilisce che quando l'avvocato esegue la notificazione di atti processuali per mezzo della posta elettronica certificata, "il messaggio deve indicare nell'oggetto la dizione: «notificazione ai sensi della legge n. 53 del 1994»". Nel caso di specie, il messaggio inviato da un difensore all’altro recava nel campo dedicato all'oggetto la dizione: "Notifica controricorso in tassazione". In calce al testo del controricorso era, tuttavia, estesa la relazione di notificazione, che è intitolata: "Relazione di notificazione ai sensi della legge n. 53 del 1994". La Corte ha ritenuto che non ricorresse una nullità affermando per due ragioni: la prima è “che l'art. 11, là dove commina la nullità della notificazione eseguita personalmente dall'avvocato se non sono osservate le disposizioni di cui agli articoli precedenti non intende affatto sanzionare con l'inefficacia anche le più innocue irregolarità (come già ritenuto da questa Corte: in tal senso, Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 13758 del 17/06/2014, Rv, 631724); la seconda ragione è che, a tutto concedere, anche le nullità di cui all'art. 11 sono sanate, ai sensi dell'art. 156 c.p.c., dal raggiungimento dello scopo: il quale nel nostro caso è certamente avvenuto, dal momento che lo stesso ricorrente mostra di avere ricevuto la notifica del controricorso ed averne ben compreso il contenuto”.
Nella giurisprudenza del Supremo Collegio è consolidato il principio, quanto alla notifica cartacea dell’avvocato, che qualsiasi violazione delle prescrizioni (ivi compresa la mancanza dei presupposti soggettivi od oggettivi per l'esercizio del potere notificatorio) si traduce in vizio di nullità - e non di inesistenza - della notifica, come tale suscettibile di sanatoria in conformità del generale principio del raggiungimento dello scopo dell’atto ex art. 156 co3 c.p.c..
Lo ha chiarito anche in tema di notifica a mezzo PEC la Cassazione a Sezioni Unite n. 7665 del 18 aprile 2016 in un caso in cui i ricorrenti avevano eccepito la nullità del controricorso per vizi formali della sua notificazione effettuata con PEC, in ragione della asserita violazione delle regole dettate dall'articolo 3-bis, co. 4) - 5), della legge n. 53 del 1994 e dall'articolo 19-bis del provvedimento ministeriale del 16 aprile 2014. La Corte ha ritenuto l'eccezione non è fondata perché anche nella fattispecie si applica «il principio, sancito in via generale dall'articolo 156 del codice di rito, secondo cui la nullità non può essere mai pronunciata se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato, vale anche per le notificazioni, anche in relazione alle quali - pertanto - la nullità non può essere dichiarata tutte le volte che l'atto, malgrado l'irritualità della notificazione, sia venuto a conoscenza del destinatario» (Cass., sez. lav., n. 13857 del 2014; conf., sez. trib., n. 1184 del 2001 e n. 1548 del 2002). Secondo la Corte “Il risultato dell'effettiva conoscenza dell'atto che consegue alla consegna telematica dello stesso nel luogo virtuale, ovverosia l'indirizzo di PEC espressamente a tale fine indicato dalla parte nell'atto introduttivo del giudizio di legittimità, determina infatti il raggiungimento dello stesso scopo perseguito dalla previsione legale del ricorso alla PEC. Nella specie i ricorrenti non adducono né alcuno specifico pregiudizio al loro diritto di difesa, né l'eventuale difformità tra il testo recapitato telematicamente, sia pure con estensione.doc in luogo del formato. pdf, e quello cartaceo depositato in cancelleria. La denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme di rito non tutela l'interesse all'astratta regolarità del processo, ma garantisce solo l'eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione (Cass., sez. trib., n. 26831 del 2014). Ne consegue che è inammissibile l'eccezione con la quale si lamenti un mero vizio procedimentale, senza prospettare anche le ragioni per le quali l'erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa o possa comportare altro pregiudizio per la decisione finale della Corte”.
Cass., Sezioni Unite, 14916/2016, ha, poi, affermato, esaminando una notifica tradizionale, che l'inesistenza della notificazione è configurabile, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, oltre che in caso di totale mancanza materiale dell'atto, nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un'attività priva degli elementi costitutivi essenziali idonei a rendere riconoscibile un atto qualificabile come notificazione, ricadendo ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale nella categoria della nullità. Tali elementi consistono: a) nell'attività di trasmissione, svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilità giuridica di compiere detta attività, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato; b) nella fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall'ordinamento (in virtù dei quali, cioè, la stessa debba comunque considerarsi, "ex lege", eseguita), restando, pertanto, esclusi soltanto i casi in cui l'atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente, così da dover reputare la notificazione meramente tentata ma non compiuta, cioè, in definitiva, omessa.
Al principio successivamente affermato si era già attenuta Cass. 07/10/2015, n. 20072, che aveva ricollegato alla mancata produzione della ricevuta di avvenuta consegna, in caso di mancata costituzione in giudizio dell’intimato, la fattispecie della inesistenza piuttosto che della nullità al fine di escludere la possibilità per il Supremo Collegio di disporne il rinnovo ai sensi dell'art. 291 cod. proc. civ., in quanto la sanatoria ivi prevista è consentita nella sola ipotesi di notificazione esistente, sebbene affetta da nullità (così sull'ultima affermazione ex multis Cass. n. 3303 del 1994, Cass. n. 8287 del 2002, Cass. Sez. U., n. 20604 del 2008).
Si è, invece, pronunciata in termini di inesistenza l’ ordinanza del 17 settembre 2016, n. 17941 della Cassazione, sezione tributaria, che ha dichiarato inesistente e, quindi, insuscettibile di sanatoria la notifica in data 5 dicembre 2014 di una sentenza effettuata a mezzo PEC dal difensore del contribuente all’Amministrazione finanziaria, e come tale non idonea a far decorrere il termine breve per l'impugnazione, atteso che, ai sensi dell’art. 16 bis, comma 3, del d.lgs. n. 546 del 1992, che richiama il d.m. 23 dicembre 2013, n. 163, le notifiche tramite PEC degli atti del processo tributario sono previste in via sperimentale solo a decorrere dal 1° dicembre 2015 ed esclusivamente dinanzi alle commissioni tributarie della Toscana e dell'Umbria, come precisato dall'art. 16 del d.m. 4 agosto 2015.
Cassazione, sez. lav., sent. n. 8886/2016 ha affermato che l'art. 16 septies del d.l. n. 179 del 2012, conv. con modif. dalla l. n. 221 del 2012, non prevede la scissione tra il momento di perfezionamento della notifica per il notificante ed il tempo di perfezionamento della notifica per il destinatario, espressamente disposta, invece, ad altri fini, dall'art. 16quater dello stesso d.l. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto quindi tardiva la notifica del ricorso per cassazione affermando che si era perfezionata, sia per il notificante che per il notificato, il giorno successivo a quello di scadenza del termine per l'impugnazione, poiché eseguita dopo le ore 21 di quest'ultimo giorno). In sostanza, secondo la Corte, anche nel caso in cui la ricevuta di accettazione sia stata rilasciata dal gestore prima delle 23.59.59 dell’ultimo giorno, non si ha la scissione degli effetti tra notificante e destinatario e comunque la notifica si intende perfezionata dopo le 7 del mattino successivo anche per il notificante, con conseguente impossibilità, attesa la maturata decadenza, di richiedere la rinnovazione della notificazione all’organo giudicante.
Cassazione 19814 del 2016 (241,1 kB)
Cassazione Sez. Unite 7665 del 2016 (105,1 kB)
Cassazione sez. lav. 20072 del 2015 (211,6 kB)
Cassazione 17491 del 2016 (175,4 kB)
Cassazione sez. lav. 8886 del 2016 (215,7 kB)