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Timestamp: 2018-02-23 22:21:21+00:00
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8 luglio 2017 di: Andrea Cinquegrani
IL PM DEL CASO ALPI / IL DEPISTAGGIO E’ FINITO, ANDATE IN PACE
L’ennesimo ceffone alla memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ad assestarlo, stavolta, il pm della procura di Roma Elisabetta Ceniccola, con l’avallo del procuratore capo, Giuseppe Pignatone, che controfirma la richiesta di archiviazione su cui dovrà decidere il gip. Il contenuto della richiesta fa completamente a cazzotti con la sentenza di Perugia che cinque mesi fa ha assolto, dopo 16 anni di ingiusta galera, Omar Ashi.
Un saggio parasociologico, quello di Ceniccola, che dà tutte le colpe alla complessa e articolata società ‘clanica‘ somala, al trascorre del tempo galeotto, mentre gli investigatori e le forze di polizia hanno agito in modo perfetto, senza alcuna sbavatura, e hanno fatto il possibile per rintracciare il super teste fuggiasco, Ahmed Ali Rage, alias Gelle. Nessun depistaggio, come ha sostenuto Perugia, nessun colpevole, una verità ormai irreperibile. Cerchiamo di passare in rassegna i punti salienti della richiesta di archiviazione, orrore per orrore.
Franco Ionta. In apertura Ilaria Alpi e a destra Giuseppe Pignatone
Va prima comunque rammentato che Cennicola torna – è il caso di dirlo – sul luogo del delitto, dal momento che esattamente dieci anni fa aveva preso in mano le indagini, dopo che il gip Emanuele Cersosimo non aveva accolto una analoga richiesta di archiviazione avanzata allora dal pm Franco Ionta.
Secondo Ceniccola, il lavoro svolto in questi ultimi quattro mesi (ossia dalla richiesta di riapertura indagini presentata dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D’Amati per conto della famiglia Alpi) rappresenta in qualche modo una risposta a quegli interrogativi allora sollevati da Cersosimo. O meglio: una non risposta, perchè è ormai impossibile – sottolinea più volte il pm casertano – trovare killer e mandanti, nonché ovviamente scoprire il movente. Buio pesto come 23 anni fa.
QUEI SOMALI CHE NON COLLABORANO
Seguiamo il filo della domanda di archiviazione.
Prima debacle, siamo a pagina 4. “L’Ufficio di Procura ha fin da subito attivato una richiesta di assistenza giudiziaria che risale al 2008, sollecitata nel 2009 e, da ultimo, l’11 marzo 2014, senza ottenere alcuna risposta. Dal 2014 ha poi ottenuto puntuali report da parte della polizia giudiziaria delegata alle indagini sull’attività condotta dal servizio di cooperazione internazionale di polizia, che ha portato scarsi e non confortanti risultati fin anche nella localizzazione di persone la cui escussione era stata ritenuta importante dal Giudice”.
La constatazione della non collaborazione delle autorità somale e dei risultati pressochè nulli da parte della polizia giudiziaria. Anatomia di un crac: ma che si sta a fare, a questo punto, la magistratura? A girarsi i pollici? E a che servono i ministeri, degli Interni e degli Esteri? A mangiar soldi e far niente?
A pagina 5 viene emesso un verdetto: il pm si dice ormai certo che il colpo mortale contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stato esploso ‘a distanza’ e da ‘arma lunga’, circostanza che verrà ribadita nel finale pirotecnico (pagina 75). “La perizia balistica ha escluso che la Alpi sia stata uccisa da un colpo di pistola sparato da vicino e che quindi si sia trattato di un’esecuzione decisa in precedenza”.
Torna in pista lo scippo? O la rapina? No, Ceniccola è buona e giusta, e concede: “Certo l’ipotesi più attendibile sul piano logico rimane quella che la decisione omicida sia stata motivata dal fatto che Ilaria Alpi si interessava di qualcuno dei traffici illeciti fiorenti in quell’epoca nella Somalia dilaniata dalla guerra e divisa tra clan”. “Ma si tratta – aggiunge – solo di un’ipotesi”, esclusa proprio da quella “perizia balistica, che è l’unico dato oggettivo che avrebbe potuto convalidarla”. Forse un ‘colpo’ di sole a Mogadiscio?
DA PERUGIA NESSUNO SPUNTO INVESTIGATIVO
Eccoci a un primo snodo. La sentenza di Perugia che ha scagionato Ashi, il colpevole inventato da qualcuno e che da innocente s’è fatto 16 anni di galera. Imperturbabile scrive Ceniccola: “Il processo di revisione non ha fornito nuovi spunti investigativi ai fini dell’individuazione del movente e dei responsanbili del fatto di sangue, aspetti che peraltro nella sentenza di Perugia non vengono trattati”.
Forse il pm non ha letto con la dovuta attenzione quella sentenza, di tenore diametralmente opposto a tutte le precedenti sentenze di archiviazione e a questa odierna richiesta; e in grado di fornire una serie di piste investigative da novanta, a partire dalla domanda delle domande: chi ha inventato e pilotato il teste taroccato Gelle?
Ceniccola non risponde a questo interrogativo, ma sottolinea che “le ricerche del Gelle sono state condotte in maniera diligente e serrata”, circostanza seccamente smentita – anzi addirittura ridicolizzata – dalla sentenza di Perugia.
Come la Voce ha ampiamente dettagliato nell’inchiesta che potete leggere cliccando in basso, il teste falso Gelle è stato coperto della polizia per diversi mesi, accompagnato al lavoro presso una officina meccanica, spesato, mantenuto a vitto e alloggio (Hotel La Fenice!), insomma un servizio perfetto finchè un bel giorno – sotto il vigile occhio della polizia – Gelle è diventato uccel di bosco, è partito per la Germania, dove ha soggiornato per un breve periodo, fino al viaggio verso l’Inghilterra, destinazione Manchester.
UN TESTE CHE LA POLIZIA NON TROVA, CHI L’HA VISTO SI’
Dove non lo ha trovato certo la stessa polizia, ma Chiara Cazzaniga, inviata per Chi l’ha visto, la quale ha semplicemente chiesto informazioni alla comunità somala di Roma, che l’ha messa in contatto con quella inglese. Facile come bere un bicchier d’acqua.
Un vero affare di stato, di difficilissima soluzione “seguendo le vie istituzionali”, secondo Ceniccola. Che seriosa scrive: “le ricerche di Gelle proseguirono ininterrottamente, mediante l’interessameno di tutti gli organi nazionali e internazionali, fino alla sua escussione per rogatoria a Birmigham. Quest’ultimo risultato fu ottenuto con non poche difficoltà anche dopo che la giornalista Chiara Cazzaniga l’aveva intervistato l’anno precedente”. Dodici mesi per trovare un ‘super ricercato’ già trovato! Incredibile ma vero.
Passiamo ad un altro personaggio chiave del giallo, l’ambasciatore italiano a Mogadiscio all’epoca dei fatti, Giuseppe Cassini, grande regista per la costruzione del teste fasullo, Gelle.
Cassini è stato interrogato a Perugia e, candido come un giglio, ha dichiarato: “quello che mi ha sconvolto è quando mi è stato detto che Gelle era partito, questo mi è stato detto dalla Polizia giudiziaria e io dissi: ‘ma scusate, se Gelle è partito, il testimone chiave scompare’ e loro mi dissero ‘e cosa si può fare?’ e io dico ‘ma è facilissimo, io telefono ad Ahmed Washington e dopo due giorni Washington mi puo’ dire dove è andato e infatti dopo un paio di giorni Washington mi dice, ‘Gelle è andato a Duren, una cittadina vicino a Colonia”.
QUEL CASSINI NON DEVE VERBALIZZARE
Sorge spontanea la domanda? Come mai il solerte pm Ceniccola non ha reinterrogato uno dei testi base, ossia l’ambasciatore Cassini? Perchè non chiedergli qualcosa sul suo grande amico e spia della Cia Washington, l’uomo con il quale ha inventato – pagandolo e facendogli imparare la lezione a memoria – il teste Gelle servito a depistare per anni? Misteri di casa nostra.
Sempre a proposito di Gelle, ecco un altro che cade dal pero, il pm di dieci anni fa, Franco Ionta: “dagli atti che mi vengono esibiti noto che il Gelle non aveva indicato un domicilio in Italia e questo conferma il mio ricordo di averlo sempre cercato tramite polizia”.
E aggiunge l’allora dirigente generale della Polizia, ed oggi direttore centrale della Polizia di Prevenzione, Lamberto Giannini, anche lui sentito a Perugia ma non risentito a Roma, un altro che scende dal pero: “ho saputo che Gelle è stato cercato in Germania dalla polizia di Prevenzione”. Quindi: “ricordo che poi furono interessate le autorità inglesi ma senza nessun esito”.
Il pm Ceniccola fa riferimento a “delle puntuali relazioni di servizio redatte dagli appartenenti al Dipartimento della Polizia di Prevenzione e della Digos che si erano occupati della gestione del Gelle nel periodo di permanenza in Italia, poi sentiti dalla commissione parlamentare d’inchiesta”. Ecco alcuni nomi. Coloro che maggiormente si occuparono di Gelle – viene precisato – furono il dottor Fabrizio La Vigna, l’ispettore Luigi Palumbo e il dottor Renato Masia. Come mai nessuno ha pensato di sentire le loro odierne dichiarazioni? Da un lato perchè sono in netto contrasto con quelle rese dal titolare dell’officina presso la quale Gelle lavorava, Giuseppe Scomparin; e poi soprattutto perchè è la sentenza di Perugia a ravvisare quantomeno delle anomalie nei loro comportamenti.
A scanso di equivoci, comunque, Ceniccola tiene a precisare che in seguito le indagini non sono state più affidare alla Polizia, ma al Ros dei Carabinieri.
Comunque non manca di sottolineare: “le puntuali dichiarazione rese dal dott. Lamberto Giannini non consentono di aggiungere alcunchè agli elementi già raccolti, ma insieme al dott. Ionta ha consentito di percepire il clima di urgenza in cui si operava”. Urgenza? Con un teste libero di girare come un fringuello per mezza Europa?
Ma ecco un’altra pietra tombale (pagina 69): “Quanto alle altre richieste formulate dalla difesa Alpi, ha ritenuto l’Ufficio di Procura di non procedere ad ulteriori escussioni delle persone indicate, in considerazione del fatto che il lunghissimo periodo trascorso dall’epoca dei fatti non gioca assolutamente a favore della memoria che esse ne potrebbero avere oggi. Ogni ulteriore escussione sarebbe, pertanto, non precisa”. Perciò, scordammoce ‘o passato.
Siamo alle considerazioni finali. Tutto ruota intorno alla inaffidabilità della polizia e dei cittadini somali. Il pm riporta alcune frasi del giornalista del Corriere della Sera, Massimo Alberizzi, ascoltato a Perugia: “la polizia somala non è affidabile, adesso di più ma già a quel tempo non era affidabile”, “non sapevi bene se erano più delinquenti i poliziotti o il delinquente che ti stava inseguendo”. E poi di Douglas Duale, il legale di Omar Ashi, che “in quanto somalo e avvocato, bene esprime la dicotomia tra realtà storica e realtà clanica”. Boh.
Tutto ciò fa commentare a Ceniccola: “Un’utile chiave di lettura nella valutazione del materiale probatorio raccolto, tenendo conto che il fatto di sangue è stato commesso in Somalia e che presenti ai fatti sono risultati essere esclusivamente cittadini somali. Ogniqualvolta nel corso delle lunghissime indagini è emerso uno spunto investigativo, non ha retto al successivo necessario approfondimento o riscontro”.
Ribadita perciò “la situazione politica somala di allora e di oggi, la divisione tra clan ostili, l’inesistenza delle forze di polizia, queste condizioni hanno determinato e determinano la sostanziale impossibilità di raggiungere alcun risultato positivo basato su accertamenti da svolgere in Somalia”.
E qui sta il nodo. E l’Italia, cui spetta la regia del giallo, è anch’essa suddivisa tra clan ostili e fazioni in guerra?
Perchè il problema siamo noi, i nostri depistaggi, il Gelle taroccato, poi la gestione Gelle: cosa c’entrano i somali? Quei traffici di armi, monnezze tossiche & miliardi della cooperazione non avevano come primattore l’Italia? O chi?
Ma eccoci al massimo. A proposito delle anomalie riscontrate in modo clamoroso dal tribunale di Perugia e adesso altrettanto clamorosamente negate, insabbiate, sentiamo Ceniccola, imperturbabile: “alcune di queste anomalie si spiegano con la situazione generale della Somalia”, arieccoci. Poi: “Non risulta da tutto quanto acquisito in 23 anni da molte fonti diverse e anche da Autorità inquirenti e giudicanti diverse che vi sia stata una dolosa manipolazione delle prove o testimonianze pilotate. Del resto, non si può neanche trascurare il fatto che queste prove erano state sottoposte ai Giudici competenti ed erano state ritenute sufficienti a fondare una sentenza di condanna divenuta irrevocabile”. Da 113.
E’ DEPISTAGGIO CONTINUO
Luciana Alpi, madre di Ilaria
Non è finita. Incalza Ceniccola: “Nè, come si è visto, sono ravvisabili condotte dolose nell’operato degli organi di polizia che si sono occupati delle indagini”. Mamma mia.
Il finale: “pertanto non si può non rilevare che tutti i reati ipotizzati sono estinti per prescrizione. Infine il reato di frode in processo penale e depistaggio, da ultimo indicato dal difensore, non può certo trovare applicazione per fatti antecedenti alla sua introduzione. Anche sotto questo profilo, dunque, deve essere chiesta l’archiviazione del procedimento”.
Eccoci al punto. La nuova normativa sul reato di depistaggio è stata introdotta esattamente da un anno, e precisamente dalla legge numero 133 dell’11 luglio 2016. Sostiene il pm: “non può certo trovare applicazione per fatti antecedenti alla sua applicazione”, in soldoni non può avere valore, ovviamente, retroattivo.
Ma le cose, in realtà, non stanno così. Abbiamo chiesto il parere ad un penalista di lungo corso: “la cosa è molto più articolata e non può essere liquidata come ha fatto sbrigativamente il pm. Se infatti nel caso Alpi c’è stata attività di depistaggio, come chiaramente dimostra la sentenza di Perugia, è evidente che questa attività non solo sia continuata nel tempo, ma con ogni probabilità sia in atto ancora oggi. Il depistaggio non è qualcosa che si commette una volta per tutte ed è finita lì, lo metti sul comodino. Si tratta di una complessa rete di comportamenti, azioni ed omissioni che, come in una fitta rete, coinvolgono più soggetti e per un tempo indefinito”.
A questo punto la parola passa al gip.
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