Source: http://www.tornello.it/i-danni-risarcibili/
Timestamp: 2017-08-23 21:09:36+00:00
Document Index: 11124737

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 32', 'art. 2043', 'art. 2059', 'art. 13', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art.185', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ']

I danni risarcibili – STUDIO LEGALE TORNELLO & PARTNERS
Il danno biologico consiste nella lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità fisica della persona. Questo sussiste in presenza di una lesione fisica o psichica della persona[1], permanente o reversibile, da cui derivi, però, una compromissione delle attività vitali del soggetto, considerate nel senso più ampio.
Per arrivare però ad un riconoscimento del danno biologico pieno e definito, bisogna aspettare la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 184/1986 la quale partendo dall’ art. 32 Cost. (danno alla salute) in combinato disposto con l’art. 2043 c.c. (danno ingiusto) ne consacra il riconoscimento in tutte le accezioni. Successivamente, la Suprema Corte di Cassazione, nel ribadire che si tratta di un danno di natura non patrimoniale, in quanto non lesivo di interessi patrimoniali, precisava che la sua natura lesiva nei confronti di un diritto costituzionalmente garantito (quello alla salute e all’integrità fisica), lo rende risarcibile ai sensi dell’art. 2059 del codice civile[2].
Il danno biologico nel Codice delle Assicurazioni
Per danno biologico, così come descritto dall’art .139 co 2 del codice delle assicurazioni, “si intende la lesione temporanea o permanente all’ integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.
Il danno biologico in ambito INAIL
Anche in ambito INAIL è stata formulata una definizione del danno biologico. La stessa è evidenziata nell’art. 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38[3].
Tale articolo, testualmente, recita quanto segue: “In attesa della definizione di carattere generale di danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento, il presente articolo definisce, in via sperimentale, ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria conto gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona. Le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato”.
Il danno morale è un danno soggettivo, inteso come turbamento dello stato d’animo, ad esempio dovuto alla perdita di una persona cara. Si tratta di uno stato transeunte che, in tema di risarcimento del danno in sede civile, viene invocato soprattutto dai parenti delle vittime di incidenti stradali, del lavoro ecc. Si tratta di danno che, sebbene spesso riconosciuto dal giudice, è difficilmente quantificabile perché dipendente da fattori soggettivi difficilmente accertabili ed individuabili.
La Corte di Cassazione, con Sentenza del 30 luglio 2015, ha ribadito che il danno morale, pur costituendo un pregiudizio non patrimoniale al pari di quello biologico, non è ricompreso in quest’ultimo e va liquidato autonomamente, non solo in forza di quanto normativamente stabilito dall’articolo 5, lettera e), Decreto del Presidente della Repubblica del 3 marzo 2009, n. 37, ma in ragione della differenza ontologica fra le due voci di danno, che corrispondono a due momenti essenziali della sofferenza dell’individuo: il dolore interiore e la significativa alterazione della vita quotidiana [3bis].
Tale pregiudizio si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. nel cui alveo rientrano i danni di natura non patrimoniale. La quantificazione del danno in parola viene effettuata con criterio equitativo tenuto conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione della convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza idonea a comprovare l’intensità del legame con il de cuius. L’intensità del vincolo familiare, ai fini della valutazione del danno morale conseguente alla morte di un prossimo congiunto, può già di per sé costituire un utile elemento presuntivo su cui basare la prova dell’esistenza del menzionato danno morale, in assenza di elementi contrari, mentre l’accertata mancanza di convivenza dei soggetti danneggiati con il congiunto deceduto può rappresentare soltanto un idoneo elemento indiziario da cui desumere un più ridotto danno morale.
[fonte:http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/responsabilita/2015-11-30/il-danno-perdita-rapporto-parentale-e-responsabilita-medica-100824.php]
Il danno tanatologico o danno da morte è un danno derivante dalla morte di un soggetto a seguito di un’azione di terzi, tipicamente una lesione e in genere conseguente a fatto illecito altrui. Si tratta attualmente di una figura di danno non universalmente accettata nel suo principio costitutivo e nei suoi effetti civili (soprattutto ai fini del risarcimento).
Tuttavia, recentemente, con la sentenza n. 15350 del 22 luglio 2015, Rel. Salmé, le SS.UU. dirimono il contrasto sorto in giurisprudenza (in particolare tra Cass. 1361/2014 ed il precedente costante orientamento) e ritengono la non risarcibilità iure hereditatis del danno da perdita del bene vita, immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito. Al contrario, ribadiscono la risarcibilità del danno da lesione del bene vita in capo al defunto, con conseguente trasmissibilità mortis causa dell’obbligazione risarcitoria agli eredi, qualora la morte segua dopo un apprezzabile lasso di tempo (sebbene parte della giurisprudenza si riferisca ad un danno biologico terminale, mentre altra ad un danno catastrofale).
L’orientamento negazionista nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni è risalente in giurisprudenza[4], costantemente affermato (cfr. le cc.dd. sentenze gemelle di San Martino) e financo ribadito dalla giurisprudenza costituzionale[5].
Il danno estetico è una definizione nel campo del diritto, che indica la modificazione peggiorativa dell’aspetto esteriore della persona suscettibile di valutazione medico-legale, ovvero l’alterazione fisionomica e/o fisiognomica dei tratti somato-espressivi dell’individuo a potenziale valenza patrimoniale quando il danneggiato ha un pregiudizio economico, per cui egli non trae più lucro dall’esibizione della propria immagine nelle pubbliche relazioni ed extrapatrimoniale o morale, quando il danno subito crea disagio e sofferenza psicologica con compromissione della vita di relazione. È la tematica centrale della dermatologia legale.
Il danno psichico è costituito da una o più disfunzioni provocate da un disagio psichico causato, a sua volta, da un evento traumatico. Esso è “una compromissione durevole ed obiettiva che riguarda la personalità individuale nella sua efficienza, nel suo adattamento, nel suo equilibrio; come un danno, quindi, consistente, non effimero, né puramente soggettivo, che si crea per effetto di cause molteplici e che, anche in assenza di alterazioni documentabili dell’organismo fisico riducono, in qualche misura le capacità, le potenzialità della vita della persona”, aggiungendo però la precisazione che tale compromissione riguarda sempre una o più funzioni psichiche e ha sempre, come esito, un turbamento della sfera relazionale [6].
Il risarcimento del danno psichico, inteso come danno alla salute e classificato come sottospecie del danno biologico, è stato riconosciuto dalla Suprema Corte come un diritto individuale esercitabile in ambito privatistico. Sgomberato il campo dal problema della sua legittimazione, facendolo derivare non più dall’art. 2059 c.c., che lo limitava ai casi di illecito penale (attraverso il rimando all’art.185 del c.p.), ma facendolo invece discendere dalla più ampia tutela sancita dalla nostra Costituzione (artt. 2 e 32) e dal suo ancoramento all’art. 2043 del c.c. e seguenti, l’attenzione si è ora tutta concentrata sui problemi inerenti alla definizione, alla determinazione e alla quantificazione di tale tipo di danno [7].
Possiamo dire che le difficoltà nel pervenire ad un equo risarcimento del danno psichico, derivano sostanzialmente da tre tipi di problemi:
Il problema di una definizione del danno psichico che tenga conto della sua peculiarità e specificità, in modo da evitare sia situazioni di sovrapposizione che di esclusione risarcitoria;
il problema della determinazione del danno psichico e della sua necessaria correlazione in termini di causa-effetto con l’evento dannoso;
il problema della quantificazione del danno psichico, in modo che il risarcimento sia il più possibile in rapporto con la gravità delle conseguenze prodotte dall’evento dannoso. A tale riguardo, il tema della “restitutio ad integrum”, quasi totalmente ignorato, troverà un suo spazio complementare di trattazione.
Tuttavia, una volta stabilito che il danno psichico consiste nella diminuzione delle capacità funzionali di far fronte alla sofferenza psichica (persecutoria, depressiva e confusionale) riattivata ad opera dell’evento danno ed una volta stabilito che il danno psichico è oggettivamente determinabile esaminando ed evidenziando:
a) i turbamenti avvenuti nelle diverse aree di espressione e di realizzazione della personalità,
b) la natura della sofferenza psichica,
c) le carenze funzionali che ne hanno impedito la tolleranza e il superamento;
sarà possibile, con la collaborazione di un medico psichiatra ed un medico-legale, procedere alla corretta quantificazione del predetto danno.
[fonte: www.psicologiaforense.it]
Il danno iatrogeno è l’aggravamento ascrivibile a condotta imperita del medico delle conseguenze di un fatto dannoso già verificatosi e non imputabile al medico.
Pertanto il danno non patrimoniale prodottosi risulta riconducibile al concorso di due condotte umane distinte: quella del terzo (ad es. responsabile del sinistro stradale), che ha causato la lesione originaria; e quella del medico, chiamato a curarla, che l’ha invece aggravata.
La sentenza del Tribunale di Milano del 30 ottobre 2013 interviene sulla valutazione e liquidazione del danno iatrogeno proprio inteso come danno disfunzionale che si inserisce in una situazione in parte già compromessa, rispetto alla quale si determina un incremento differenziale del pregiudizio.
In merito a tale tematica il Tribunale di Milano ritiene che a prescindere da qualunque impostazione e soluzione voglia darsi alle problematiche proprie del danno iatrogeno incrementativo, si pone la necessità di procedere, sotto il profilo della causalità giuridica, ad una selezione, nell’ambito della complessiva situazione di invalidità della parte lesa, delle conseguenze per individuare il danno alla persona oggetto dell’obbligo risarcitorio a carico del medico operante.
Tale principio inevitabilmente deve riflettersi anche sui criteri liquidatori del danno che non possono prescindere dal rilievo che assume la situazione preesistente sotto due principali profili: a) non può farsi gravare sul medico, in via automatica, una misura del danno da risarcirsi incrementata da fattori estranei alla sua condotta, così come verrebbe a determinasi attraverso una automatica applicazione di tabelle con punto progressivo, computato a partire, in ogni caso, dal livello di invalidità preesistente; b) la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa.
Tali profili, nell’ambito del danno iatrogeno, difficilmente sono risolvibili con il ricorso ad uno schema liquidatorio rigido, proprio per la variabilità dei casi: si pensi ai diversi effetti che possono determinarsi a seconda che la complessiva invalidità sia la risultante della sommatoria di lesioni coesistenti che colpiscono diverse funzionalità, ovvero la condotta del sanitario abbia determinato una concorrente lesione che incide sulla medesima preesistente disfunzionalità. D’altra parte, non può non constatarsi che la stessa medicina legale non è riuscita a maturare una scelta univoca e prevalente in merito ai criteri di valutazione del danno incrementativo-differenziale, giacché le proposte sinora elaborate hanno trovato una saltuaria disomogenea applicazione con assenza di un convinto riscontro giurisprudenziale.
Un criterio orientativo per guidare l’esercizio dell’equità del giudice nella liquidazione del danno non patrimoniale da danno iatrogeno è il ricorso alle tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale. Il dato relativo concernente la misura differenziale, coerentemente con i principi sovra espressi, va considerato nel suo rilievo di base (al fine di evitare, come detto, che l’obbligo risarcitorio del debitore sia automaticamente maggiore in dipendenza di fatti e condotte già da altri causate o preesistenti) e, quindi, adeguatamente rimodulato in considerazione della vicenda clinica e della situazione concreta della parte lesa: ciò sotto ogni profilo rilevante e attinente ai riflessi sulla sua integrità psico-biologica, al condizionamento e al pregiudizio nello svolgimento delle sue attività areddituali, ad ogni ulteriore aspetto morale che concorre a descrivere il danno non patrimoniale, e, necessariamente, sulla base delle risultanze e delle allegazioni anche presuntive offerte dalla parte.
Tale rimodulazione risponde a quella esigenza di “personalizzazione” del danno che la stessa Suprema Corte, pur riaffermando l’utilità – in difetto di criteri di legge – dell’applicazione delle tabelle giurisprudenziali, specificatamente del Tribunale di Milano, pone ripetutamente quale operazione imprescindibile in sede di risoluzione della singola controversia.
Al fine di evitare eventuali equivoci, giova notare che con la “personalizzazione” del danno – con dato di partenza quello di base della tabella del Tribunale di Milano – non si individua , nell’ambito del danno differenziale iatrogeno, il fenomeno dell’aumento progressivo marginale del punto in considerazione della maggiore afflittività ipotetica della lesione, cui fa riferimento la tabella milanese, ma l’ adeguamento della determinazione del risarcimento base, in aumento o in diminuzione, alla condizione concreta della parte lesa, senza alcun prefigurato e rigido vincolo in aumento o in diminuzione[8].
Si parla di danno patrimoniale quando un evento colpisce un soggetto e ne danneggia in modo diretto il patrimonio economico. L’evento in questione può essere costituito da un infortunio o da una malattia. Il danno patrimoniale può essere ricondotto soltanto alla sfera economica del soggetto, quindi, esclusivamente alle sue mancate capacità di guadagno, in quanto pregiudicate dall’infortunio o dalla malattia.
Il lucro cessante calcola la quantità di guadagno che l’assicurato non potrà percepire e aggiungere al suo patrimonio a causa dell’evento che lo ha colpito e danneggiato. In sostanza, nella categoria del lucro cessante rientrano tutti i futuri guadagni che si erano previsti e che la persona perderà a causa dell’evento.
Il danno emergente viene definito dal codice civile come “perdita subita”. In sede di risarcimento, si calcola come danno patrimoniale la diminuzione quantitativa del patrimonio dell’assicurato, o, caso molto più frequente, del valore dei suoi beni nel loro complesso. In questo tipo di danno rientrano però non solo i beni, ma anche i cessati diritti che possono essere valutati da un punto di vista economico. Altri tipi di danno patrimoniale emergente possono essere le spese di cura presenti e future, quelle di sepoltura, le spese per l’attività stragiudiziale e quelle per il vestiario danneggiato nel corso dell’incidente.
La perdita di chance è risarcibile a condizione che il danneggiato dimostri (anche in via presuntiva, ma pur sempre sulla base di circostanze di fatto certe e puntualmente allegate) la sussistenza d’un valido nesso causale tra il danno e la ragionevole probabilità della verificazione futura del danno.
Il risarcimento del danno da perdita di chance, presente nell’ordinamento francese da cui ha preso spunto l’esperienza italiana, è stato riconosciuto nel nostro Ordinamento da non molto tempo grazie all’opera interpretativa (decisiva) della Cassazione ed ha trovato applicazione in variegati settori, soprattutto quelli relativi alla responsabilità professionale sanitaria e dell’avvocato (temi che saranno trattati più approfonditamente e che rappresentano il terreno di elezione nel campo della responsabilità contrattuale) nonché, in ambito giuslavoristico, da cui, in verità, ha preso le mosse, quelli riguardanti molteplici fattispecie, come a titolo di esempio, il mancato avanzamento di carriera del dipendente nonostante i requisiti posseduti (cfr. Cass. 2013/8443), significandosi che “in tema è necessaria la allegazione e la prova di quegli elementi di fatto idonei a far ritenere che il regolare svolgimento della procedura selettiva avrebbe comportato una concreta, effettiva e non ipotetica probabilità di conseguire la promozione, in forza della quale probabilità si giustifica l’interesse stesso del lavoratore alla pronuncia di illegittimità della proceduta selettiva, altrimenti insussistente[9].
La Corte Costituzionale con una sentenza del 2004 ha affermato che: “…la violazione dell’obbligo di adibire il lavoratore alle mansioni cui ha diritto (demansionamento) arreca danni alla sua professionalità intendendosi con essa il complesso delle capacità e attitudini del lavoratore. Tale danneggiamento provoca compromissione delle aspettative del lavoratore, danni alla persona e alla sua dignità…”.
Attualmente quando si parla di risarcimento “integrale” non si può più prescindere dalle ormai costanti pronunce della Cassazione la quale precisa che “il risarcimento dei danni deve essere integrale, liquidato in ogni componente dei danni accertati”.
Tale categoria di danno, oltre ad un danno di natura patrimoniale, può provocare un danno di natura non patrimoniale quale, ad esempio, un danno morale e/o psichico.
[1] da dirittoprivatoinrete.it
[2] Corte di Cassazione 12 dicembre 2003
[3] Disposizioni in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali a norma dell’articolo 55, comma 1, della legge 17 maggio 1999, n. 144
[3bis] Corte di Cassazione – Terza Sezione Civile, Sentenza 30 luglio 2015, n. 16197
[4] Cass. sez. un. 22 dicembre 1925 n. 3475
[5] Corte Cost. n. 372 del 1994
[6] Dott. Renato Voltolin
[7] www.psicologiaforense.it
[8] Altalex, 16 dicembre 2013. Nota di Michele Iaselli
[9] Cass S.U. 23/09/2013 n. 21678; Cass. 10/01/2014 n. 3771
admin 22 settembre 2016 Uncategorized
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