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Timestamp: 2019-01-20 03:51:05+00:00
Document Index: 29160306

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 19', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 2106', 'art. 55', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9']

Previdenza - Bonus bebè - Avviso termine ultimo per rinnovo ISEE 2018 ai fini dell’erogazione delle mensilità riferite all’anno 2018
Con il messaggio n. 4569 del 06 dicembre 2018, l'INPS ricorda che a decorrere dal 01 gennaio 2015, l’Istituto gestisce le domande di assegno di natalità di cui all’art. 1, commi da 125 a 129, della l. 190/2014 (c.d. bonus bebè) e provvede al pagamento delle singole mensilità in favore dei soggetti aventi diritto. L’art. 1, commi 248 e 249, della l. 205/2017 ha riconosciuto lo stesso beneficio anche per ogni figlio nato o adottato dal 01 gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 fino al compimento del primo anno di età ovvero del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito di adozione. In entrambi i casi, per poter richiedere l’assegno deve essere presentata, preliminarmente, una Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU) secondo le regole introdotte dal d.p.c.m. 159/2013, ove siano ricompresi nel nucleo familiare (quadro a) anche i dati del figlio nato, adottato, o in affido preadottivo per il quale si richiede il beneficio.
Da una verifica nella procedura di gestione delle domande di assegno è risultato che molti utenti, avendo presentato domanda di assegno per gli anni 2015/2016/2017 ai sensi della l. 190/2014, non hanno ancora provveduto alla presentazione della DSU, utile al rilascio dell’ISEE per l’anno 2018. Ciò ha comportato, per questi ultimi, la sospensione dell’erogazione dell’assegno per l’anno in corso che, stante la durata triennale della prestazione, potrebbe essere ancora corrisposto. Affinché l’Istituto possa riprendere il pagamento delle predette mensilità, e ferma restando la permanenza dei requisiti di legge, è pertanto necessario che gli utenti, che avevano in pagamento l’assegno nel 2017, presentino la DSU per l’anno in corso entro e non oltre il 31 dicembre 2018.
Previdenza - Diritto assegno sociale e qualifica di “ ultrasessantacinquenne” - Innalzamento requisiti anagrafici
L’INPS ha emanato il messaggio n. 4570 del 6 dicembre 2018, con il quale informa che a partire dal 01 gennaio 2019, il requisito anagrafico minimo previsto per il conseguimento dell’assegno sociale, di cui all’art. 3, commi 6 e 7, della l. 335/1995, dell’assegno sociale sostitutivo della pensione d’inabilità civile e dell’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali, di cui all’art. 19 della l. 118/1971, nonché dell’assegno sociale sostitutivo della pensione non reversibile ai sordi, di cui all’art. 10 della l. 381/1970, è innalzato di 5 mesi e, pertanto, l’età richiesta per poter accedere alle prestazioni in oggetto sarà pari a 67 anni rispetto ai 66 anni e 7 mesi previsti per il 2018.
Procedimento disciplinare e contenzioso - Giudizio proporzionalità applicazione sanzione espulsiva - Criteri
"La proporzionalità della sanzione disciplinare rispetto ai fatti commessi è regola valida per tutto il diritto punitivo (sanzioni penali, amministrative ex art. 11 L. 689 dei 1981), e risulta trasfusa, per l'illecito disciplinare, nell'art. 2106 c.c., richiamato dall'art. 55 del D. Lgs. n. 165 del 2001, anche nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D. Lgs. n. 150 del 2009.
[...] la relativa valutazione deve essere operata con riferimento agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla utilità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, al nocumento eventualmente arrecato, alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del loro verificarsi, ai motivi e all'intensità dell'elemento intenzionale o di quello colposo, con la precisazione, quanto a quest'ultimo, che, al fine di ritenere integrata la giusta causa di licenziamento, non è necessario che l'elemento soggettivo della condotta del lavoratore si presenti come intenzionale o doloso, nelle sue possibili e diverse articolazioni".
Questi i principi ribaditi dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 28445 del 07 novembre 2018, con la quale ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare irrogato ad un dipendente pubblico, rimasto coinvolto in un procedimento penale per reati pedopornografici.
In particolare, la Corte illustra che, in termini generali, anche un comportamento di natura colposa, per le caratteristiche sue proprie e nel convergere degli altri indici della fattispecie, può risultare idoneo a determinare una lesione del vincolo fiduciario così grave ed irrimediabile da non consentire l'ulteriore prosecuzione del rapporto. Nel caso in esame, del resto, era emerso che il soggetto aveva detenuto, anche nell'ambito della sua postazione di lavoro in ufficio, un'ingente quantità (circa 1000 diversi supporti informatici) di materiale pedopornografico, per cui siffatta condotta era da ritenersi contraria ai doveri che fanno carico al pubblico dipendente che - proprio in ragione di tale qualità e del fatto di essere immedesimato nelle pubbliche funzioni - è tenuto a tenere condotte corrette e "morali" anche nella vita privata.
Dunque, il giudizio di gravità della condotta, sul piano oggettivo, era fondato non solo sulla imponente quantità di materiale pedopornografico trovato in possesso del lavoratore, anche nella postazione di lavoro, ma anche sul rilievo che pure la mera detenzione di materiale pedopornografico e la sua agevole riproduzione concorre ad incrementare l'attività di coloro che lo producono per diffonderlo. Quanto all'elemento soggettivo, pur prendendo atto che nel processo penale era stata riconosciuta la seminfermità mentale del dipendente, il Collegio rileva che l'elevato numero di riproduzioni di cui era stato trovato in possesso anche in ufficio costituiva, quanto meno, prova di un atteggiamento psicologico pervicace, tale da giustificare la sanzione espulsiva.
Capacità assunzionale - Mancato rispetto termini per adozione documenti contabili (bilancio e rendiconto) - Applicazione sanzione divieto reclutamento
Il Presiedente della Regione Campania interroga la Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Campania, sull’interpretazione dei commi da 1-quinquies a 1-octies, dell’art. 9 del d.l. 113/2016 e, in particolare, se si dia luogo “all'applicazione indiscriminata della "sanzione" disposta dalla legge sopra richiamata anche rispetto alle procedure di reclutamento di personale, mediante comandi e/o contratti di collaborazione, per le attività sostanzialmente politiche di competenza dei Gruppi consiliari, delle commissioni consiliari e degli uffici di diretta collaborazione dell'Ufficio di Presidenza”.
Con deliberazione n. 130/2018/PAR del 27 novembre 2018, dopo aver ripercorso il disposto normativo, la Sezione osserva che l’art. 9 succitato statuisce la limitazione non per un organo in particolare, ma per l’intero ente territoriale, inquadrandosi tra le “misure di salvaguardia” a garanzia dell’efficace e tempestiva elaborazione del “bene pubblico” bilancio, nella sua dinamica articolazione di previsione e rendicontazione.
Posto che la disponibilità di nuovo personale e/o la possibilità del suo turn over è naturale premessa del buon funzionamento degli organi, tale effetto “limitativo” e transitorio mira a stimolare il concorso da parte di tutti gli organi regionali, politici e burocratici, coinvolti, a vario titolo, nel processo di predisposizione, adozione, approvazione e trasmissione dei documenti di bilancio. Dunque, premessa la disamina della struttura del bilancio bifasica e continua, il Collegio ritiene che l’effetto della norma oggetto di interpretazione debba estendersi anche al consiglio, finanche ai suoi organi interni.