Source: https://osservatoriomediterraneosullamafia.blogspot.com/2015/05/report-sulla-mafia-in-umbria.html
Timestamp: 2020-01-19 14:08:58+00:00
Document Index: 124590024

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 119', 'art. 89', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 33', 'art. 135', 'sentenza ']

REPORT SULLA MAFIA IN UMBRIA 2015 A CURA DI SALVATORE CALLERI IN UMBRIA LA MAFIA C'E' E VUOLE COLONIZZARLA INDICE PRESENTAZIONE COLLANA REPORT LUOGHI COMUNI FOCUS NAZIONALE SU INFILTRAZIONI MAFIOSE NEGLI APPALTI PUBBLICI ANALISI INFILTRAZIONI CRIMINALI UMBRIA ELENCO OPERAZIONI RIGUARDANTI MAFIA, CRIMINALITA' ORGANIZZATA ED AVVENIMENTI SIGNIFICATIVI CONCLUSIONI PRESENTAZIONE DELLA COLLANA DEI RAPPORTI DI PIERO GRASSO (inviata per il rapporto sulla Toscana presentato il 19 luglio 2013) Anche quest’anno, il Rapporto “Per una Toscana senza mafia”, curato dalla Fondazione Antonino Caponnetto, offre un’analisi accurata e puntuale sulla penetrazione della criminalità organizzata in una Regione, come la Toscana, famosa in Italia e nel mondo soprattutto per le sue bellezze paesaggistiche ed artistiche, per la sua cultura e storia secolari, per la sua capacità imprenditoriale. Eppure, lo stesso territorio toscano, da sempre considerato impermeabile alle infiltrazioni mafiose, non manca di presentare elementi di rischio. È questo il campanello d’allarme che, come già nelle precedenti edizioni, il Rapporto invita a non sottovalutare. Non possiamo mai considerarci al sicuro di fronte al fenomeno mafioso, neanche in quelle realtà, come la Regione Toscana, dove la mafia trova condizioni meno favorevoli. Penso alla mancanza di consenso sociale verso la criminalità organizzata, al radicamento nella collettività locale di un senso di appartenenza allo Stato e alle istituzioni pubbliche, alla presenza di una sana e capillare economia di mercato. Nonostante questi importanti fattori di garanzia, non possiamo “abbassare la guardia” nè cadere nei tanti luoghi comuni che, in Toscana come altrove, circondano il fenomeno mafioso. Per questa sua funzione pedagogica, oltre che per il suo contenuto informativo e per i preziosi spunti di riflessione e di intervento, il Rapporto 2013 rappresenta uno strumento fondamentale della nostra battaglia comune verso la legalità. Ho speso 43 anni della mia vita professionale al servizio della magistratura e della giustizia. Quando ho scelto di lasciare questa attività per dedicarmi alla politica, l’ho fatto pensando che, come esperto del settore, avrei potuto continuare ad occuparmi di giustizia da un’altra prospettiva. Oggi, come Presidente del Senato, sono chiamato a un ruolo di garanzia che mi impedisce di entrare nel vivo del procedimento di formazione della legge e persino di votare le leggi. Ma non per questo ho rinunciato alla lotta per la legalità e la giustizia. È questo un obiettivo al quale tutti dobbiamo contribuire, con un rinnovato impulso etico e una ancora maggiore conoscenza tecnica del fenomeno.Sono certo che questo Rapporto, straordinariamente innovativo nella sua capacità di analizzare le infiltrazioni mafiose, sarebbe piaciuto ad Antonino Caponnetto, eroe simbolo di questa lotta. Nonno Nino, come lo chiamavano tutti, era per me un padre, da quando - lui Consigliere Istruttore a capo del Pool antimafia, io fresco di nomina quale a giudice a latere nel maxi processo di Palermo - mi dette un buffetto sulla guancia, che somigliava ad una carezza, per darmi la forza di andare avanti e per invitarmi a seguire solo la voce della mia coscienza.Il suo coraggio, la sua forza, la sua capacità di creare armonia e affiatamento nel lavoro sono ora la linfa vitale della Fondazione che porta il suo nome, impegnata in prima linea contro la criminalità organizzata, in particolare attraverso la costante opera di formazione e sensibilizzazione rivolta ai giovani, i futuri cittadini del nostro Paese. Senza l’impegno della Fondazione Antonino Caponnetto e di tutte le altre realtà associative che ogni giorno lottano per la legalità saremmo oggi sicuramente più indifesi nel contrasto alle mafie.Alla Fondazione, a Nonna Betta, all’Autore Renato Scalia ed alla Regione Toscana va dunque il mio sentito ringraziamento per questo primo volume della collana, al quale spero seguiranno presto i prossimi, dedicati all’Emilia Romagna, alla Liguria e all’Umbria. Piero Grasso Presidente del Senato LUOGHI COMUNI La mafia ed i luoghi comuni. Vediamo quali sono: 1) la mafia non esiste. Oramai è stato appurato il contrario. Ma fino al maxiprocesso del 1986 di Caponnetto era il più diffuso. 2) la mafia se esiste è puramente un fenomeno criminale. Persiste ancora e favorisce la sottovalutazione del problema. Se fosse un puro e semplice fenomeno criminale sarebbe stata già debellata da tempo. 3) si ammazzano tra di loro a noi non interessa. Errato. Quando c'è una guerra di mafia chi rimane vivo rafforza il proprio gruppo ed aumentano i problemi. 4) di mafia non bisogna parlarne perché si rovina la reputazione di un territorio. Errore gravissimo che tuttora persiste in quasi tutto il nord ed in parte del centro e del sud. Non parlare della mafia significa aiutare la sua espansione. 5) teoria dell'isola felice. Non esistono luoghi nel nostro paese ed in Europa ove la mafia in qualche sua forma non sia presente. Questo errore di valutazione ad oggi persiste specialmente nel centro nord. 6) la mafia nasce dalla povertà. Al contrario la mafia nasce nei territori potenzialmente ricchi e li rende poveri. In Sicilia Cosa Nostra ha iniziato nella conca d'oro con il traffico di limoni.7) teoria della totale sconfitta dopo gli ultimi arresti. Errore strategico già commesso nel 1996. Mai vendere prima della sua morte la pelle dell'orso. 8) la mafia una volta era buona. Falso non lo è mai stata. 9) di mafia straniera non bisogna parlarne perché si rischia il razzismo. Errore grave perchè parlarne significa aiutare gli stranieri onesti. 10) non si fanno passi avanti. Falso. In Italia ne sono stati fatti molti. Non bastano però in quanto bisogna agire sul piano internazionale. In Europa sono messi peggio.11) ci prendiamo solo i soldi del riciclo dei mafiosi. Tanto i mafiosi non arrivano. Falso. I mafiosi dopo arrivano. 12) la mafia è invincibile. Non è vero. I danni che ha subito sono notevoli.13) la mafia dà lavoro. Falso. Se fosse vero Reggio Calabria, Palermo e Napoli non avrebbero disoccupati, anche se in determinate situazioni l'unico lavoro possibile è quello offerto dai mafiosi dopo la distruzione del territorio. La mafia è un virus. Un virus mutante. Superare i luoghi comuni è come un vaccino e rappresenta un primo passo per sconfiggerla. FOCUS NAZIONALE SU INFILTRAZIONI MAFIOSE NEGLI APPALTI PUBBLICILe organizzazioni mafiose, come oramai le cronache quotidiane ci raccontano, hanno esteso i loro tentacoli su tutto il territorio nazionale e oltre. Le mafie diventano una minaccia per la libera economia quando riescono a trasformare i loro guadagni criminali in soldi puliti. Il problema che si pone oggi è riuscire a contrastare le preoccupanti acquisizioni immobiliari e di esercizi pubblici, nonché le frequenti sofisticazioni delle gare d’appalto a causa delle organizzazioni criminali che tendono a propagarsi nella economia legale. Le infiltrazioni mafiose presenti negli appalti pubblici, ormai sono un dato di fatto. La presenza di numerose stazioni appaltanti, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, rende difficile e qualche volta quasi impossibile, un controllo efficace anche da parte delle stesse Forze di polizia. E’ evidente che le normative che regolano gli appalti pubblici hanno delle lacune macroscopiche. Le organizzazioni mafiose da molti anni hanno deciso di puntare su attività legali per riciclare gli enormi capitali guadagnati illecitamente. Oltretutto, utilizzando materiali scadenti o depotenziati, la “mafia s.p.a.” continua a mantenere assicurato il lavoro di manutenzione delle opere costruite. Alla luce di questi fatti si può ben comprendere perché l’Italia è un Paese a rischio disastri. Molti ancora non comprendono che le mafie diventano anche un’insidia per la libera economia quando riescono a convertire i loro guadagni criminali in soldi puliti. Un’altra anomalia tutta italiana è il numero di società iscritte nel registro imprese, 6 milioni, una ogni 10 abitanti. E’ poi noto a tutti il problema del “massimo ribasso”. Da anni si parla dei danni che produce questo sistema, ma nessuno fa nulla per cambiare. A tal proposito, occorre tener presente che l’impresa “mafia spa” riesce ad accaparrarsi molti degli appalti, su tutto il territorio nazionale, proprio con il sistema del massimo ribasso, presentando offerte inavvicinabili per le altre imprese. In questo modo, crea un sistema welfare (assunzione di lavoratori provenienti dalle terre di origine), un consenso nelle regioni di provenienza e un controllo del territorio nelle altre. Molti amministratori sono convinti che in questo modo si facciano risparmiare i cittadini, dimenticandosi però altre questioni importanti. Oltre a sottolineare che così facendo si rafforzano le associazioni mafiose, occorre ribadire con forza che: • Gli imprenditori onesti non potranno mai fare ribassi eccessivi, quindi, molti di questi saranno costretti a chiudere; • Nei cantieri dove lavorano le “imprese infiltrate” non sono mai rispettate le norme della sicurezza nei luoghi di lavoro; • Nella maggior parte dei casi, come è stato detto, sono utilizzati materiali scadenti e quindi le costruzioni sono a rischio crollo; • La criminalità organizzata crea consenso sociale e controlla il territorio; • La presenza abnorme di imprese, un numero elevatissimo di stazioni appaltanti, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, rende difficile e qualche volta quasi impossibile, un controllo efficace negli appalti pubblici da parte delle Forze di polizia.E’ necessario tener presente anche che, come solitamente avviene nel nostro Paese, si corre ai ripari troppo tardi. Come abbiamo visto le mafie hanno messo il loro “zampino” in questi affari da molti anni. Vediamo il quadro normativo vigente.Un primo passo contro le infiltrazioni mafiose viene fatto con l’introduzione del sistema delle informative antimafia, mediante la legge delega n. 47/1994. Con questa norma le Prefetture hanno iniziato ad acquisire le informazioni particolari volte all’accertamento dei tentativi di infiltrazione mafiosa negli organismi societari. La legge delega è stata attuata con il D.lgs n. 490/1994, il quale nell’art. 4, ha introdotto il sistema dell’informativa oggi disciplinato anche dall’art. 10 del D.P.R. n. 252/1998 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia). L’informativa, che può essere tipica o atipica, quindi è il provvedimento che emette il Prefetto nei confronti della società infiltrata. L’ informativa tipica può caratterizzarsi in: - informazioni che sono di per sé interdittive e sono indicate nelle lett. a) e b) del comma 7 art. 10 ed ha natura meramente ricognitiva di provvedimenti giudiziari di applicazioni di misure cautelari o di sottoposizione a giudizio o di adozione di sentenze di condanna per alcuni reati (esempio reato di estorsione, riciclaggio, etc.) o di applicazione di misure interdittive. La natura ricognitiva di tale informativa prefettizia si evince con estrema chiarezza dalla presenza di provvedimenti in generale giudiziari, dei quali il Prefetto si limita a dare notizia alla stazione appaltante richiedente; - informativa prefettizia contemplata dalla lett. c) del medesimo comma 7 art. 10, e si fonda su accertamenti autonomi del Prefetto, sulla base di attività di indagine effettuata dagli organi inquirenti, al fine di evincere l’esistenza di elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle imprese. L’informativa atipica può essere emessa ai sensi dell’art. 1- septies, d.l. n. 629/1982, conv. in l. n. 726/1982 (l’art. 10 comma 9 Dpr n. 252 è stato abolito dell’entrata in vigore dell’articolo 9 del D.lgs n. 218/2012, c.d. Codice Antimafia). La norma consente alle prefetture, quali autorità preposte all’ordine pubblico, di comunicare alle autorità competenti al rilascio di licenze, autorizzazioni, concessioni in materia di armi ed esplosivi e per lo svolgimento di attività economiche, nonché di titoli abilitativi alla conduzione di mezzi ed al trasporto di persone o cose, gli elementi di fatto e le altre indicazioni utili alla valutazione dei requisiti soggettivi richiesti per il rilascio, il rinnovo, la sospensione e revoca delle licenze, autorizzazioni o concessioni, laddove si dovessero riscontrare indizi non così gravi, precisi e concordanti da far maturare il convincimento circa la reale sussistenza del “pericolo di infiltrazione mafiosa”, quindi la loro valutazione viene rimessa all’amministrazione richiedente per l’eventuale adozione di provvedimenti ostativi o risolutori al sorgere o alla prosecuzione di rapporti con l’impresa sospetta. I primi frutti della norma sulle informative antimafia sono arrivati, però, dopo molti anni, forse troppi. Solo negli ultimi tempi, infatti, alcuni Prefetti hanno iniziato ad emettere provvedimenti interdittivi nei confronti di società infiltrate. Occorre tener presente che, in molti casi, si lavora con il sistema del “doppio binario”, la parte amministrativa, quella prefettizia e quella giudiziaria dalla quale possono scaturire – i tempi sono molto più lunghi – sequestri e confische della società infiltrata dalla mafia. Con la Legge nr.443 del 21.12.2001, sono stati stabiliti gli obiettivi in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive. Con il successivo Decreto Legislativo nr.190 del 20.08.02, sono individuate 21 grandi opere di interesse strategico nazionale (valichi e assi ferroviari, assi viari e autostradali, sistema integrato trasporto, sistema Mo.Se. Laguna di Venezia, Nuova Romea, ponte sullo Stretto di Messina, interventi per l’emergenza idrica nel Mezzogiorno) e stabilite misure normative atte a favorirne e accelerarne la realizzazione. Lo Stato si rende conto che queste “grandi opere pubbliche” possono essere un fattore di attrazione per gli interessi delle organizzazioni criminali. Per questo motivo viene per la prima volta creato un sistema di contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata nei pubblici appalti. Siamo arrivati nel 2003 e, nel frattempo gli interessi delle mafie nelle opere pubbliche hanno raggiunto livelli incredibili. Con il decreto interministeriale del 14 marzo 2003 tra il Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro della Giustizia e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, viene stabilito che le “grandi opere” dovranno essere monitorate mediante l’istituzione del Comitato di Coordinamento per l’Alta Sorveglianza delle Grandi Opere e definisce il ruolo della Direzione Investigativa Antimafia, dei Gruppi Interforze e del Servizio per l’Alta Sorveglianza delle Grandi Opere.Riteniamo opportuno sottolineare che all’epoca il Ministro dell’Interno era Giuseppe Pisanu, persona sicuramente sensibile a queste tematiche, e a capo della Direzione Nazionale Antimafia c’era Piero Luigi Vigna. Con la successiva circolare attuativa del 18 novembre 2003 del Capo della Polizia, viene istituito presso la D.I.A. l’Osservatorio centrale sugli appalti con il compito mantenere un costante collegamento con i Gruppi interforze; di acquisire informazioni suscettibili di generare specifiche attività informative ed investigative; di proporre accessi ispettivi nei cantieri e di inviare ai Prefetti le risultanze relative, ai fini dell’adozione dei provvedimenti di competenza. Passano ancora degli anni e i risultati di contrasto alle mafie in questo settore sono ancora scarsi.Con la legge n. 94 del 15 luglio 2009 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica) viene fatto un altro piccolo passo in avanti. Viene esteso l’ambito di applicazione degli accessi ispettivi a tutte le opere pubbliche e stabilita l’esclusione dagli appalti pubblici per gli imprenditori che non denuncino le estorsioni. Con la direttiva del Ministro dell’Interno del 23 giugno 2010, i Prefetti si potranno avvalere dei Gruppi interforze per il monitoraggio delle cave ed effettuare controlli antimafia preventivi nelle attività a rischio di infiltrazione da parte delle organizzazioni criminali. Con la Legge n. 136 del 13 agosto 2010, piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia, viene introdotto lo strumento della tracciabilità dei flussi finanziari. I pilastri fondamentali dell’art. 3 della legge n. 136/2010 sono: l’utilizzo di conti correnti dedicati per l’incasso e i pagamenti di movimentazioni finanziarie derivanti da contratto di appalto; il divieto di utilizzo del contante per incassi e pagamenti di cui al punto a) e di movimentazioni in contante sui conti dedicati; l’obbligo di utilizzo di strumenti tracciabili per i pagamenti. Con il Decreto Legislativo n. 159 del 6 settembre 2011, è stato adottato il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli artt. 1 e 2 della legge 13 agosto 2010 n. 136. Il 13 febbraio 2013 è entrato in vigore il nuovo Codice antimafia, come previsto dal decreto legislativo n. 218/2012 che ha introdotto delle modifiche e integrazioni al D.lgs n. 159/2011 (Codice delle Leggi Antimafia). Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 290 del 13 dicembre 2012, il Dlgs n. 218/2012, si compone due parti: la prima – Capo I – contente disposizioni correttive in materia di amministrazione dei beni sequestrati e confiscati e di rilascio della documentazione antimafia; la seconda parte – Capo II – recante disposizioni transitorie e di coordinamento. L’anticipo al 13 febbraio 2013 riguarda solamente l’entrata in vigore delle disposizioni in materia di documentazione antimafia di cui al Libro II del Codice Antimafia. L’art. 119, comma 1 del Codice Antimafia prevede l’applicabilità delle relative disposizioni, decorsi 24 mesi dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Regolamento, ovvero, quando più di uno dall’ultimo dei regolamenti riguardanti la modalità di funzionamento della Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia, istituita presso il Ministero dell’Interno che pertanto non è ancora attiva, restando collegata all’entrata in vigore definitiva del Codice. Il decreto legislativo 15 novembre 2012, n.218 recante “Disposizioni integrative e correttive al Codice Antimafia”, ha previsto l’entrata in vigore delle disposizioni del Libro II, relativo alla documentazione antimafia due mesi dopo l’avvenuta pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale e, quindi, in maniera del tutto autonoma rispetto all’effettiva attivazione della Banca dati. Tra le novità più rilevanti, si riscontra l’ampliamento della categoria dei soggetti obbligati a richiedere la certificazione antimafia allo scopo di prevenire le infiltrazioni o i condizionamenti mafiosi nei confronti delle imprese. Vi faranno, infatti, parte tutti gli organismi di diritto pubblico, comprese le aziende vigilate dallo Stato, le società controllate da Stato o altre ente pubblico, il contraente generale e le società in house providing (società multiservizi). Gli accertamenti sulle infiltrazioni mafiose, non solo per l’informazione ma anche per la comunicazione antimafia, si estendono a tutti i familiari conviventi dell’imprenditore. Il nuovo Codice prevede l’estensione a ulteriori fattispecie di reato-omessa denuncia di usura ed estorsione, subappalti non autorizzati, traffico illecito di rifiuti, turbata libertà degli incanti. Si allungano anche i tempi per il termine di efficacia dell’informativa antimafia, che passano da 6 mesi ad un anno. In base alle nuove norme, il certificato antimafia è rilasciato esclusivamente dalla Prefettura (non potranno più farlo le Camere di Commercio) e solo nel caso di rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni. E’ divenuto obbligo degli Enti Pubblici/Stazioni Appaltanti acquisire d’ufficio, tramite le Prefetture competenti per territorio, la documentazione antimafia nelle forme della comunicazione o dell’informazione. I privati non possono più ottenere, come in precedenza, il “nulla osta antimafia”, presso le Camere di Commercio e pertanto non dovranno più richiederlo nemmeno alla Prefettura. Solo nelle ipotesi di “comunicazione”, i privati possono autocertificare all’Ente Pubblico/Stazione Appaltante (ai sensi dell’art. 89 del D.Lgs. 159/2011) di non essere nelle condizioni di decadenza, sospensione o divieto che impediscono di contrarre con la Pubblica Amministrazione. Dopo aver parlato rapidamente delle leggi vigenti, passiamo alla fase operativa, tralasciando quella burocratica. Vediamo cosa succede, in concreto con l’esempio seguente.Il Centro Operativo DIA di Firenze, competente per il territorio della Toscana, effettua un’attività di monitoraggio delle imprese affidatarie di lavori pubblici in una determinata Provincia. Individuata l’impresa su cui sono stati rilevati elementi sufficienti per poter ipotizzare l’influenza da parte della criminalità organizzata, viene prodotto un documento con il quale, citando le ragioni, si propone al Prefetto della provincia interessata, un accesso ispettivo ai cantieri ove la società attenzionata lavora. La predetta Autorità, valutata la richiesta e dopo opportuni approfondimenti forniti dalle Forze di Polizia territoriali, convoca il Gruppo Interforze. Piccola parentesi. Come abbiamo detto in precedenza, i Gruppi Interforze sono stati istituiti presso le Prefetture – Uffici territoriali del Governo – con decreto interministeriale 14 marzo 2003. Sono coordinati da un funzionario della Prefettura e sono così composti: da un funzionario della Polizia di Stato, un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, un ufficiale della Guardia di Finanza, un funzionario/ufficiale delle articolazioni periferiche della Direzione Investigativa Antimafia, un rappresentante del Provveditorato alle Opere Pubbliche, un rappresentante dell’Ispettorato del Lavoro. Torniamo alla fase operativa. Il Gruppo Interforze decide che sussistono i motivi per effettuare l’accesso ispettivo al cantiere e il Prefetto emette un provvedimento. Il cantiere individuato (ad esempio: realizzazione di una tangenziale), privilegiando il fattore sorpresa, viene presidiato da personale della Dia, delle Forze di polizia territoriali, dell’Ispettorato del lavoro e dell’Asl. Durante questa fase si procede alla rilevazione dei dati di tutte imprese (subappaltatrici, forniture servizi e manufatti); si acquisiscono le generalità delle maestranze e di tutti i presenti nel cantiere; si procede all’identificazione mezzi, per individuare i proprietari e/o gestori degli stessi (noli a caldo o a freddo); si verifica il rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e di quelle attinenti alla disciplina previdenziale; la Guardia di Finanza si occupa della tracciabilità dei flussi finanziari; si ricerca ogni notizia ritenuta utile all’individuazione di collegamenti con la criminalità organizzata. Dopo l‘accesso ispettivo eseguito nel cantiere, la Dia e le altre Forze di Polizia, entro trenta giorni, redigono una relazione con tutti i dati raccolti e gli accertamenti svolti, menzionando tutte le criticità riscontrate. Dopo aver acquisito tutti i riscontri del caso, il Prefetto della Provincia ove le ditte hanno sede, entro 15 giorni dalla ricezione della relazione, quando si riscontrano oggettivi elementi per ritenere sussistente il pericolo di infiltrazioni mafiose tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi dell’attività delle imprese, emette l’interdittiva antimafia. Il sistema, nel complesso è macchinoso, poco efficace e non è eseguito in maniera capillare. Non vi è dubbio, quindi, che l’impianto che regola gli appalti pubblici di lavori, servizi e forniture, necessità di essere riformato. E’ assolutamente necessario puntare sulla trasparenza nelle procedure e sul potenziamento dei controlli e delle verifiche. Nel frattempo, è imprescindibile che tutti profondano il massimo impegno per agevolare il lavoro delle Forze di polizia e della magistratura. E’ un dato di fatto inconfutabile che un nuovo impulso al sistema di monitoraggio lo hanno dato le innovazioni dei cosiddetti “pacchetti sicurezza” del 2009 e del 2010 e gli indirizzi emanati a tutte le Prefetture dall’ex Ministro dell’Interno, Roberto Maroni.La possibilità di estendere i controlli a tutti gli appalti pubblici (l’opera di monitoraggio della DIA e gli accessi ai cantieri proposti ai Gruppi Interforze e disposti dai Prefetti potevano essere fatti per le grandi opere), alle cave e torbiere, l’imput di creare una Banca Dati dove inserire tutte le società colpite da provvedimenti interdittivi antimafia, la tracciabilità dei flussi finanziari, sono un piccolo passo avanti per contrastare le infiltrazioni in questo settore. Esistono anche altri strumenti in grado di poter, in qualche modo, frenare l’ascesa delle mafie.I protocolli di legalità, costituiscono oggi utili dispositivi pattizi per ostacolare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nelle attività economiche, anche nei territori dove queste manifestazioni non sono particolarmente radicate. Il 21 novembre 2000, il Ministro dell’Interno Enzo Bianco sottoscrisse un protocollo d’intesa con l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici per favorire, tramite le Prefetture, la promozione e la tutela della legalità e trasparenza anche nel settore degli appalti attraverso appositi “Protocolli di Legalità” fra Prefetture e Amministrazioni Pubbliche e/o oggetti privati interessati. I protocolli sono disposizioni volontarie tra i soggetti coinvolti nella gestione dell’opera pubblica (normalmente la Prefettura, il Contraente Generale, la Stazione appaltante e gli operatori della filiera dell’opera pubblica), che rafforzano i vincoli previsti dalla norme della legislazione antimafia, anche con riferimento ai subcontratti, non previste della normativa vigente. In alcuni casi i protocolli prevedono anche la rinuncia al ricorso al Tribunale amministrativo regionale in caso di esclusione dall’appalto. Il protocollo può essere applicato dopo il nulla osta rilasciato dal Ministero dell’Interno. Un altro strumento a disposizione è la S.U.A., la Stazione Unica Appaltante. Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30.06.2011, concernente la definizione delle modalità per l’istituzione a livello regionale di Stazioni Uniche Appaltanti (SUA), in attuazione dell’art. 13, della L. 136/2010 inerente il Piano straordinario contro le mafie, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 200 del 29.08.2011. La Stazione Unica Appaltante ha le caratteristiche della centrale di committenza di cui all’art. 3, comma 34, del D. L.vo 163/2006 (codice dei contratti pubblici) e cura, per conto degli enti aderenti, l’aggiudicazione di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ai sensi dell’art. 33, dello stesso decreto legislativo, svolgendo tale attività a livello regionale, provinciale o ultraprovinciale. Di conseguenza possono aderire alla SUA le Amministrazioni dello Stato, le Regioni, gli enti pubblici territoriali, altri enti pubblici non economici, gli organismi di diritto pubblico ed altri soggetti che operano in virtù di diritti speciali o esclusivi. I compiti della SUA sono numerosi. Collabora con l’ente aderente per l’individuazione dei contenuti dello schema di contratto e per la procedura di gara per la scelta del contraente privato; si occupa della redazione dei capitolati; contribuisce alla definizione del criterio di aggiudicazione; definisce i criteri di valutazione delle offerte, in caso di criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa; redige gli atti di gara, incluso il bando, il disciplinare e la lettera di invito; cura gli adempimenti relativi allo svolgimento della procedura di gara in tutte le sue fasi; nomina la commissione giudicatrice, nel caso di criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa; cura gli eventuali contenziosi; collabora con l’ente aderente ai fini della stipulazione del contratto. Le SUA costituite in Italia sono 13, tra queste le Regioni Liguria e Marche, le provincie di Bologna, Genova, Crotone, Reggio Calabria, Salerno, Caserta. Queste realizzate hanno permesso di accorpare ben 477 stazioni appaltanti. Per contrastare gli effetti dell’infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici è sicuramente necessario fare di più. In primo luogo abolire il sistema del massimo ribasso e magari sostituirlo definitivamente, anche se non è semplice, con l’offerta economicamente più vantaggiosa.D’altra parte, sulla base di una valutazione obiettiva dell’importo previsto per la realizzazione di un’opera, appare difficile comprendere come una ditta possa eseguire i lavori della stessa, aggiudicati con ribassi che vanno oltre il 40%, senza rimetterci. Come quasi sempre avviene, in seguito, i costi dell’opera lieviteranno. Durante l’esecuzione dei lavori compariranno, inevitabilmente, problematiche esecutive che determineranno la necessità – ai fini di una corretta esecuzione – di ulteriori interventi in corso d’opera, con il conseguente aumento dei costi che erano stati preventivati. Una concreta ed effettiva trasparenza nell’assegnazione e gestione degli appalti, pubblici e privati, è la base indispensabile per un controllo efficace di questi aspetti, ad oggi presi come situazioni di fatto e valutati in modo asettico ai fini dell’assegnazione dei lavori ai vincitori delle gare. Occorrerà poi sicuramente rinforzare gli organici delle D.I.A., l’Ufficio che ha il compito di monitorare le imprese impegnate nei lavori pubblici. Sicuramente anche le cosiddette “white list”, cioè le liste delle imprese virtuose nelle attività più esposte al rischio di infiltrazione (trasporto, forniture di calcestruzzo, noleggio), introdotte dalla Legge anticorruzione n. 190 del 06.11.2012, consentiranno di poter più celermente superare i tempi dell’accertamento informativo per la documentazione antimafia e arricchire tutto il sistema. La stessa Legge introduce altre novità interessanti come: - Risoluzione del contratto – modifica art. 135 codice appalti. Nuove ipotesi di risoluzione del contratto. Sono sanzionate in questo modo le sentenze passate in giudicato per: associazione mafiosa, contrabbando, traffico di rifiuti, spaccio di stupefacenti, delitti con finalità di terrorismo, peculato, malversazione ai danni dello Stato, concussione;- Trasparenza - Ogni Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di inserire i costi delle opere pubbliche;- Incompatibilità – commissioni giudicatrici non ne potranno fare parte i condannati, con sentenza passata in giudicato, per delitti contro la PA come peculato, malversazione, corruzione, abuso d’ufficio o interruzione di pubblico servizio. In questa ottica, deve necessariamente essere migliorato lo scambio di informazioni e dati tra i soggetti incaricati dei controlli, problema causato anche dalla mancanza di una banca dati contenente l’elenco delle società interdette. La questione sarà risolta con la realizzazione di una Banca Dati presso il Ministero dell’Interno, prevista dal nuovo Codice delle leggi antimafia. Passerà ancora qualche anno prima che questo strumento entri a regime e il ritardo accumulato rischia di favorire, inevitabilmente la criminalità organizzata. A tal proposito, non si comprende il motivo per il quale il legislatore non abbia già previsto l’utilizzo della Banca dati interforze (Sdi – Sistema d’indagine), collocata presso il predetto Ministero che poteva già essere implementata da queste informazioni. Il difetto di circolazione di informazioni, sino ad ora, ha lasciato ampi spazi alle società infiltrate dalla criminalità organizzata che sono riuscite a sfruttare queste lacune, continuando a lavorare indisturbate nei lavori pubblici. Questo è quanto prevede la normativa e quello che concretamente avviene per contrastare le infiltrazioni mafiose in questo delicato settore. ANALISI INFILTRAZIONI CRIMINALI UMBRIA La Fondazione Antonino Caponnetto, da quando è nata, segue con attenzione i fenomeni criminali ed esamina i fatti di cronaca avvenuti. Dalle attività svolte emerge una situazione delicata in merito alla presenza di organizzazioni mafiose attive in Umbria.L'analisi che segue, di natura socio-politica, basata sull'osservazione del territorio, si auspica possa servire a contrastare i fenomeni criminali, sia comuni che mafiosi, servendo da sprone a tutti e a ciascuno, per non far mai abbassare la guardia davanti a questi avvenimenti.Non si può non notare che i segnali presenti da tempo in Umbria sono probabilmente stati sottovalutati, confidando nel fatto che tale territorio, storicamente non mafioso, possedesse un tessuto sociale in grado di respingere i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata. Diversi fattori devono essere presi in considerazione. I primi contatti sono avvenuti con tutta probabilità attraverso soggetti appartenenti a organizzazioni criminali inviati in Umbria in soggiorno obbligato. Scelgono altresì l'Umbria sodalizi mafiosi in fuga od in cerca di silenzio per la tranquillità che tale territorio offre e per la facilità nel riciclaggio del denaro sporco. Inoltre il dramma del terremoto ha permesso ad imprese mafiose provenienti da altre regioni di infiltrarsi nella ricostruzione. A preoccupare negli ultimi anni è soprattutto la possibilità e la capacità delle mafie italiane di realizzare sodalizi affaristici anche con le mafie straniere presenti sul territorio.Il tutto s'inserisce in un quadro economico internazionale che mostra una ripresa instabile, con la possibilità di rischi recessivi. La crescita degli Stati Uniti risulta essere lenta e l’incertezza sulla possibilità di tenuta di economie trainanti quali quelle emergenti dipinge un affresco economico globale ancora fragile. In Europa ha particolarmente pesato il debito pubblico dei singoli stati membri che ha costretto ad interventi di rientro dai disavanzi. Anche l’Italia ha fortemente risentito di una serie di manovre finanziarie tendenzialmente restrittive. Tale quadro economico in crisi rappresenta il terreno ideale per l'infiltrazione criminale di tipo mafioso mirante all'investimento di soldi provenienti dalle attività illegali. Altro fattore di debolezza è la propensione al consumo delle droghe da una parte della popolazione. Ciò comporta, oltre agli inevitabili problemi di gestione sociale del problema il finanziamento diretto delle organizzazioni criminali organizzate mafiose e non da parte dei consumatori spesso vittime di overdose. Idem per quanto riguarda una certa propensione al gioco. Anche quest'anno le relazioni della DNA e quella della DIA si sono occupate della situazione in Umbria. In particolare la DNA nel periodo in esame della relazione considera la 'ndrangheta come sodalizio autonomo composto quasi esclusivamente da calabresi residenti in Umbria da oltre un decennio con contatti con la terra di origine ma che agiscono in via esclusiva in Umbria. Nelle relazioni si trovano ulteriori conferme dei vari ceppi mafiosi e/o criminali organizzati italiani e stranieri dediti alle varie attività tipiche che vanno dallo sfruttamento della prostituzione, alla tratta degli esseri umani, al traffico di rifiuti, al riciclaggio, alla droga ed alle estorsioni. ELENCO OPERAZIONI RIGUARDANTI MAFIA, CRIMINALITA' ORGANIZZATA ED AVVENIMENTI SIGNIFICATIVI A differenza che per altri report, in Umbria conviene, per avere un quadro esaustivo, elencare le numerose operazioni contro la mafia in tutte le sue forme. Ecco le principali: 1.Febbraio 2008. Operazione “Naos” dei R.O.S., coordinata dalla DDA di Perugia, ha evidenziato la presenza di una sorta di alleanza sinergica tra camorra e l 'ndrangheta mirante ad impadronirsi di aziende pulite. In questo modo i sodalizi espandevano le proprie attività e miravano ad occuparsi di ambiziosi progetti infrastrutturali relativi ad appalti pubblici, anche per il tramite di politici “amici”. Il sodalizio mafioso era collegato al clan camorristico dei Casalesi e alla cosca della 'ndrangheta dei Morabito – Palamara -Bruzzaniti. 2.Ottobre 2008. Operazione dei CC a Terni con l'arresto del latitante DI CATERINO inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi, appartenente alla fazione stragista dei casalesi.3.Maggio 2009. Operazione DIA /CC relativa ad un ingente quantitativo di droga proveniente dall'Afghanistan all'Umbria e gestito da gruppi napoletani ed albanesi. 4.Giugno 2009. Operazione contro il clan Terracciano della camorra, del valore di oltre 20 milioni di euro (immobiliare e non). Le città coinvolte sono: Perugia, Città di Castello e Monteleone di Orvieto. 5.Gennaio 2010. Operazione Pandora contro il clan Gallo della camorra. I camorristi in un'intercettazione ritenevano che in Umbria gli affari sono buoni. Il valore dell'operazione è di svariati milioni di euro. 6.Febbraio 2010. Dal rapporto DIA. Sequestro a Spoleto di un appezzamento di terreno e relativo casolare di proprietà di un ergastolano mafioso di Agrigento. 7.Febbraio 2010. Dal rapporto DIA. Coclusione indagini “Little”, “Smeraldo 1” e “Smeraldo 2” su traffico droga criminalità albanese. 8.Marzo 2010. Dal rapporto DIA. Sequestro a Foligno di alcuni beni e di una società di costruzioni riconducibili ad un mafioso di Carini. 9.Marzo 2010. Operazione DIA/CC contro il clan di Cosa Nostra di Lo Cricchio collegato ai Lo Piccolo. Beni confiscati pari ad un milione e mezzo di euro. Alcuni dei quali a Terni. 10.Marzo 2010. Dal rapporto DIA. Operazione “Iktus” inerente la criminalità rumena dedita alle truffe informatiche. 11.Agosto 2010. Operazione CC/GDF di Montepulciano. Due residenti a Spoleto fra gli arrestati avevano messo una base dell'ndrangheta in Umbria per invadere la Toscana. Indagini partite da un incendio nel senese. 12.Dicembre 2010. Aperta indagine su infiltrazione 'ndrangheta negli alberghi in Umbria collegata alle vicende che hanno portato l'ex senatore De Girolamo in carcere. 13.Febbraio 2011. Operazione PS Black Passenger. Scoperto traffico di droga gestito da nigeriani passanti per l'Olanda. 14.Febbraio 2011. Arrestato ad Orvieto Maurizio Sangermano esponente in passato collegato alla banda della magliana. 15. Febbraio 2011. Arrestato in Romania grazie ai contatti che teneva a Terni il latitante dell'ndrangheta Cosimo Scaglione. 16. luglio 2011. 27 arresti oggi contro la mafia nissena. Cosa nostra e stidda risultano alleate e con interessi in Sicilia, Marche, Umbria e Lombardia. 17. luglio 2011. Operazione contro l'ndrangheta a San Marino , Umbria, Lazio, Liguria , Emilia Romagna e Trentino Alto Adige. Non esistono isole felici. Le autorità sanmarinesi hanno collaborato in modo strategico. Tale operazione nasce dalla'omicidio Barbieri. Perquisiti anche dei commercialisti indagati nel calcio scommesse. 18. settembre 2011. Operazione dei Ros e della Gdf nei confronti dei Casalesi clan Ucciero a Perugia, Firenze, Ancona, Padova e Pesaro. Circa 100 milioni di euro il valore dei beni sottoposti a sequestro preventivo. Al dettaglio il suddetto sequestro riguarda trecentoventi immobili, di cui 300 appartamenti al complesso dell'ex Margaritelli a Ponte San Giovanni, due alberghi, quattro terreni. Oltre a 18 società, 45 quote societarie, 9 polizze assicurative, 200 conti correnti su 53 istituti di credito, 2 natanti, un cavallo e 144 macchine di lusso. Risultano coinvolte Perugia, Ancona, Firenze, Padova, Pesaro e Caserta. 19. dicembre 2011. Un esponente della scu salentina condannato per mafia ha comprato casa a Terni senza effettuare le comunicazioni di legge. Il gico lo ha scoperto. Risiede in Umbria da anni. 20. febbraio 2012. Colpito il clan Terracciano in Toscana, Campania, Basilicata, Lazio, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Umbria. Operazione Don Chisciotte della GDF. 21. febbraio 2012. Un incendio doloso ha devastato in Umbria una discoteca estiva. 22. luglio 2012. L'inchiesta decollo ter sfira anche l'Umbria con l'arresto a Città di Castello di un esponente della 'ndrangheta del vibonese. Il caso riguarda i soldi riciclati del narcos calabrese Barbieri . 23. luglio 2012. I GICO della GDF ed i CC sequestrano al clan della camorra Magliulo due appartamenti e una tabaccheria nel centro storico di Foligno. 24. ottobre 2012. Un'operazione che ha riguardato la corruzione sugli appalti e sui rifiuti a Viterbo ha coinvolto anche l'Umbria. 25. dicembre 2012. Operazione Fulcro della DIA colpisce il clan della camorra Fabbrocino con interventi in varie parti dell'Umbria tra cui il Perugino ed il Trasimeno. Toccata anche Assisi. 26. marzo 2013. Operazione dei NOE dei CC a Gubbio smantella un'organizzazione dedita allo smaltimento dei rifiuti con minacce ed estorsioni con metodo mafioso. 27. marzo 2013. Le cronache hanno riportato un tentativo fallito di truccare una partita del campionato regionale di calcio umbro. 28. settembre 2013. Operazione dei CC contro il clan casalese degli Schiavone che ha portato a numerosi arresti a Terni. 29. settembre 2013. Viene arrestata per i lavori TAV in Toscana l'ex presidente della Regione Umbria Lorenzetti. 30. febbraio 2014. Scatta l'allarme per il gioco d'azzardo in Umbria. 31. febbraio 2014. Scoperto un traffico di volatili di ciuffolotti europei e di peppole. Denunciato un rumeno. 32. marzo 2014. La GDF ha sequestrato dei beni a Perugia durante un'operazione contro il riciclaggio internazionale. 33. marzo 2014. Spari contro vetrina di alcuni negozi in date diverse nel perugino. Il racket è una delle ipotesi. Sette arresti per tali episodi nel mese di aprile. 34. giugno 2014. Operazione nazionale contro 'ndrangheta coinvolge anche l'Umbria. Colpite le cosche che si rifanno ai Molè di Gioia Tauro ed ai Mancuso del vibonese. 35. luglio 2014. I CC a Terni arrestano un esponente della cosca Bellocco della 'ndrangheta. 36. settembre 2014. L'operazione della DIA contro la 'ndrangheta dei “grande aracri” di Cutro trova anche delle tracce di questi a Perugia. 37. novembre 2014. Intervento in Umbria della Presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi e del nuovo Prefetto Antonella De Miro atto alla non sottovalutazione del problema della presenza mafia. 38. dicembre 2014. Operazione “quarto passo” dei ROS/CC che ha portato all'arresto di 61 persone collegate alle cosche calabresi di Cirò dei Farao.alleati dei Marincola. Sequestri per 30 milioni in tutta Italia. 39. dicembre 2014. Operazione “polaris” del Corpo Forestale dello Stato di Firenze che ha smantellato un'organizzazione che organizzava dalla Campania un traffico di fauna selvatica da mettere in vendita in Umbria e Toscana. 40. dicembre 2014. Dalle cronache di stampa emerge una probabile presenza di “mafia capitale” a Terni sulla questione dello smaltimento rifiuti. 41. gennaio 2015. Operazione “trolley” dei ROS/CC che ha portato un altro duro colpo ai calabresi della cosca Farao-Marincola. Dalle intercettazioni emerge un quadro molto chiaro sui comportamenti di tale gruppo criminale. 42. gennaio 2015. L'operazione “drug in the city” della Polizia smantella una rete narcos tra Abruzzo, Lazio, Campania ed Umbria. 43. gennaio 2015. Operazione del Corpo Forestale dello Stato che smantella un traffico di rifiuti ferrosi effettuato senza alcuna autorizzazione. 44. febbraio 2015. Operazione della DIA di Agrigento che confisca a cosa nostra beni in tutta Italia ed a Spoleto. 45. febbraio 2015. Operazione “mama boys” della Polizia contro i narcos nigeriani. Smantellata una vera e propria rete. GRUPPI CRIMINALI TRACCIATI SUL TERRITORIO UMBRO Gruppi campani: casalesi - clan Di Caterino, clan Ucciero, clan Schiavone. camorra - clan Terracciano, clan Gallo, clan Magliulo, clan Fabbrocino. Gruppi calabresi: clan Pollino, clan Mancuso, clan Molè, clan Bellocco, clan cutresi del grande aracri, clan Farao Marincola, clan Morabito Palamara oltre ad altri gruppi. Gruppi siciliani: cosa nostra - di Carini, di Agrigento, di Caltanissetta, di Trapani, i Palermo. stidda- di Caltanissetta. Gruppi laziali: mafia capitale, magliana. Gruppi pugliesi: scu. Gruppi stranieri: vari ceppi criminali organizzati di: albanesi, nigeriani, rumeni, nordafricani, cinesi, colombiani. CONCLUSIONI Oggi come si evince dal suddetto report la situazione in Umbria è assolutamente da non sottovalutare in alcun modo. Il rischio che questa bellissima terra corre è quello di venire colonizzata dalle organizzazioni criminali mafiose e non. Rischio concreto. L'elenco parziale delle principali operazioni e di alcuni fatti significativi deve risvegliare in noi la massima attenzione, così come le relazioni della DNA e della DIA. Il fatturato plausibile delle varie organizzazioni criminali è stimabile per l'Umbria tra i 2 ed i 3 miliardi di euro, prendendo come base il fatturato nazionale pari a c.a. 200 miliardi