Source: http://www.laleggepertutti.it/143160_se-abito-sullo-stesso-pianerottolo-dei-genitori-sono-convivente
Timestamp: 2017-02-23 02:25:09+00:00
Document Index: 84848803

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 139', 'art. 129', 'art. 7', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 354']

Se abito sullo stesso pianerottolo dei genitori sono convivente?
Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Se abito sullo stesso pianerottolo dei genitori sono convivente? L’AUTORE: Redazione
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Il giovane senza redditi e nullatenente non si considera convivente coi genitori anche se abita sullo stesso pianerottolo dell’appartamento del padre e della madre. Immaginiamo di vivere in un appartamento posto sullo stesso pianerottolo di quello dei nostri genitori, dirimpetto ad esso. Nonostante – almeno formalmente – risultiamo “staccati” dal nucleo familiare di nostro padre, poiché ancora non percepiamo un reddito fisso è proprio quest’ultimo che, a conti fatti, ci mantiene grazie a sostegni economici elargiti costantemente. Un giorno però chiediamo alla pubblica amministrazione di beneficiare di un servizio sociale concesso, per legge, solo a coloro che, come noi, sono nullatenenti: ad esempio, il gratuito patrocinio per ottenere un avvocato che ci assista in una causa. Senonché la risposta che ci viene data è negativa perché – secondo lo Stato – l’essere nullatenenti e abitare sullo stesso pianerottolo dei propri genitori è la dimostrazione che, sebbene sul piano formale abbiamo un numero di appartamento diverso, siamo ancora a carico di mamma e papà ed è grazie a questi che sopravviviamo. Detto in un’unica parola: facciamo ancora parte del loro nucleo familiare e, pertanto, ai fini dell’accesso ai servizi sociali, il loro reddito “fa cumulo” con il nostro, proprio come se abitassimo ancora con loro.
Così è successo e succede più di una volta. L’amministrazione nega i benefici spettanti a quanti hanno un Isee basso se risulta che il richiedente – benché formalmente autonomo – è mantenuto ancora dai familiari.
L’altro giorno, però, la Cassazione ha bollato questa pratica sostenendo che non si può decidere “a priori” la revoca automatica del beneficio (che, nel caso di specie era proprio l’accesso al gratuito patrocinio) solo perché il giovane senza redditi abita sullo stesso pianerottolo dei genitori. Questo è solo un elemento indiziario che non basta se non c’è una valutazione del caso concreto. In pratica, il giudice dovrà compiere un rigoroso accertamento – se necessario anche tramite la Guardia di finanza – per chiarire se il richiedente ha aiuti economici dai familiari o meno.
La semplice continuità della relazione del richiedente con i propri genitori non basta quindi a dimostrare che questi è ancora sulle loro spalle e vive “a carico”. Certo, potrebbe anche essere che il giovane si sia staccato solo formalmente da mamma e papà, fissando la propria residenza in un diverso appartamento (di proprietà sempre dei genitori) solo al fine di eludere il fisco e poter, in questo modo, risultare nullatenente. Una finzione che gli consente di accedere a una serie di benefici riconosciuti a chi presenta un Isee basso. Cosa che, invece, gli sarebbe preclusa se continuasse a vivere con madre e padre. Tuttavia, prosegue la Cassazione, ciò non basta a dare la prova certa dell’intento fraudolento del giovane. Servono, in sostanza, altri fattori che dimostrino la finzione. E questi fattori potranno essere ricercati dalle Fiamme gialle. La Finanza sarà così chiamata a verificare se il richiedente continua o meno a valersi dei contributi economici dei familiari, già con lui conviventi, anche se non più inseriti nell’ambito di un unico nucleo anagrafico, così da poterli considerare ai fini dell’importo sul quale determinare il riconoscimento del beneficio sociale.
[1] Cass. sent. n. 53356/16 del 15.12.2016.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 3 maggio – 15 dicembre 2016, n. 25876
In contumacia della convenuta P. C., il tribunale di Saluzzo il 31.12.2008 ha accolto la domanda che contro di lei aveva proposto l’avv. G. G., per il recupero dei compenso per prestazioni professionali in relazione a una vertenza intercorsa tra la C. e il MIUR.
L’appello dell’odierna ricorrente era relativo alla mancata notifica della citazione, effettuata il 19. 3. 2008, in luogo diverso da quello di residenza effettiva in cui risiedeva, anche anagraficamente dal 5 marzo 2008. La Corte di appello ha rilevato che la notifica risultava ricevuta da suocera dichiaratasi convivente e ha ritenuto che tale rapporto familiare superi e renda irrilevante la circostanza che la consegna sia avvenuta in luogo diverso da quelli indicati dall’art. 139 cpc (Cass 22607/09).
Il ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 139 e 149 c.p.c. Deduce tra l’altro che la presunzione di convivenza, che mai vi era stata, non poteva operare perché la notificazione era stata effettuata presso l’abitazione della suocera e non presso la propria.
Parte resistente oppone che il trasferimento di residenza era avvenuto solo 14 giorni prima della notifica e che peraltro la ricorrente aveva contattato lo studio dei resistente dopo la notifica, come risulterebbe dalla agenda dell’avv. G. alla data del 29 luglio 2008.
Rileva inoltre la novità della questione posta con il secondo motivo , relativa alla violazione non solo dell’art. 129 c.p.c., ma anche dei 149 cpc, per il mancato invio della raccomandata informativa prevista dall’art. 7 della legge 890/82 dopo la modifica di cui alla legge 231 /08.
Cass 4095/14 ha chiarito che «Ai fini della validità della notificazione, la parentela e la convivenza tra destinatario dell’atto e consegnatario non possono presumersi dall’attestazione dell’agente postale, che fa fede solo delle dichiarazioni a lui rese, non anche dell’intrinseca veridicità dei relativo contenuto, sicché il destinatario, che abbia prodotto a confutazione di tale veridicità un certificato storico di residenza, non è tenuto ad un’ulteriore, impossibile, prova del fatto negativo circa l’assenza di ogni relazione di parentela e convivenza col consegnatario dell’atto.»
D’altra parte da tempo è stato insegnato che la presunzione di convivenza non meramente occasionale non opera nel caso in cui la notificazione sia stata eseguita nella residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, in tal caso non potendosi ritenere avverato il presupposto della frequentazione quotidiana sul quale si basa l’ipotesi normativa della presumibile consegna (Cass 6817/99).
Sempre in tema di notifica ricevuta da un familiare del destinatario questa Sezione ha avuto modo di stabilire come principio consolidato ai sensi dell’art. 360 bis, n. 1, cod. proc. civ.), non solo che la presunzione di convivenza non meramente occasionale non opera nel caso in cui questa sia stata eseguita nella residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, con conseguente nullità della notifica stessa, ma anche che la notificazione non è sanata dalla conoscenza “aliunde” della notificazione dell’atto di citazione, se non è accompagnata dalla costituzione del convenuto (Cass 7550/11).
Ciò comporta la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio al giudice di primo grado ex art. 354 c.p.c.
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