Source: https://www.studiolegalelocatelli.net/contenuti/newsletter_1/07_2020_58
Timestamp: 2020-08-10 11:38:56+00:00
Document Index: 54009497

Matched Legal Cases: ['art. 1892', 'art. 1892', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1374', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Studio Legale Locatelli - Newsletter - 07.2020
Mancato pagamento dell’indennizzo a fronte di dichiarazione inesatte e reticenti
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 11905 de 19 giugno 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte si pronuncia sulla legittimità del rifiuto da parte dell’assicurazione di pagare l’indennizzo in favore dell’assicurato a fronte da una parte della mancata segnalazione da parte dell’assicurato della possibile esistenza di un problema relativo alla sua posizione e dall’altro della presenza di una clausola contrattuale secondo la quale l’assicurazione è operativa, quanto ai fatti e comportamenti anteriori alla data di stipula della polizza, esclusivamente per le responsabilità in relazione alle quali l’assicurato non abbia ricevuto, alla data di stipula, richiesta risarcitoria alcuna e se l’assicurato non abbia avuto percezione, notizia o conoscenza dell’esistenza dei presupposti di detta responsabilità.
A fronte del rilievo di parte ricorrente, secondo il quale l’assicuratore, ai sensi dell’art. 1892 c.c., come unica possibile conseguenza delle dichiarazioni inesatte e delle reticenze, avrebbe dovuto chiedere l’annullamento del contratto, la Corte ha richiamato il costante orientamento della giurisprudenza secondo il quale in tema di assicurazione contro gli infortuni, l’onere imposto dall’art. 1892 c.c., all’assicuratore, di manifestare, allo scopo di evitare la decadenza, la propria volontà di esercitare l’azione di annullamento del contratto, per le dichiarazioni inesatte o reticenti dell’assicurato entro tre mesi dal giorno in cui ha conosciuto la causa dell’annullamento, non sussiste nei seguenti due casi:
quando il sinistro si verifichi prima che sia decorso il termine suddetto;
quando il sinistro si verifichi prima che l’assicuratore sia venuto a conoscenza dell’inesattezza o reticenza della dichiarazione
poiché, in tali casi, si ritiene sufficiente, per sottrarsi al pagamento dell’indennizzo, che l’assicuratore stesso invochi, anche mediante eccezione, la violazione dolosa o colposa dell’obbligo posto a carico dell’assicurato di rendere dichiarazioni complete e veritiere sulle circostanze relative alla rappresentazione del rischio.
In altri termini, in caso di dichiarazioni inesatte o di reticenze dell’assicurato che siano rilevanti ai fini della manifestazione del consenso al contratto da parte dell’assicuratore, questi ha la possibilità di chiedere l’annullamento del contratto se tale reticenza venga scoperta prima che il sinistro si verifichi, oppure di rifiutare il pagamento dell’indennizzo, anche lasciando in vita il contratto, se la reticenza venga scoperta dopo il sinistro.
Diversità dei criteri di prova del nesso causale nel processo civile e nel processo penale
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 13864 del 6 luglio 2020
Nell’ordinanza in oggetto la Corte affronta il tema della utilizzabilità nel giudizio civile delle prove raccolte nel procedimento penale, in particolare in relazione al diverso modo di operare dei criteri di prova del nesso causale tra la condotta dell’autore e il danno.
Costituisce un principio consolidato della giurisprudenza di Cassazione quello secondo il quale le prove raccolte nel procedimento penale siano liberamente utilizzabili nel processo civile e possano essere poste alla base del convincimento del giudice civile, purché da questi sottoposte ad autonoma valutazione e vagliate secondo le diverse categorie di responsabilità tipiche del processo civile.
Infatti, laddove nel processo penale l’efficienza causale deve essere provata oltre ogni ragionevole dubbio, in sede civilistica è sufficiente che, secondo il giudizio controfattuale con valutazione ex ante, risulti più probabile che non che, qualora si fosse tenuto il comportamento che la situazione avrebbe imposto, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, il danno alla persona si sarebbe evitato.
Secondo la Corte, deve essere utilizzato un criterio probabilistico di valutazione dei fatti che non si aggancia ad un dato di probabilità assoluta (il 50 + 1% di probabilità), ma relativo, secondo il quale, tenuto conto di tutte le cause e di tutti i possibili esiti, in quella situazione, ove si fosse tenuto il comportamento corretto, esisteva un maggior grado di probabilità, rispetto a tutti gli altri possibili esiti, che l’esito mortale non si sarebbe verificato. Un criterio siffatto consente di giungere all’affermazione secondo la quale il nesso causale tra condotta e danno sussisterebbe anche con una percentuale di probabilità inferiore al 50%.
Incostituzionalità della norma che nega il diritto all’indennizzo per i danni conseguenti a vaccinazione non obbligatoria ma raccomandata
Corte costituzionale, sentenza n. 118 del 23 giugno 2020
La Corte di cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 1, comma 1, della legge n. 210 del 1992, nella parte in cui non prevede che il diritto all’indennizzo da parte dello Stato spetti anche a soggetti che abbiano subito lesioni o infermità a causa di una vaccinazione non obbligatoria, ma raccomandata, contro il contagio da virus dell’epatite A.
La questione verte sulla natura raccomandatoria e non obbligatoria della vaccinazione in oggetto, natura che, stando alla lettera della legge, escluderebbe il diritto all’indennizzo in capo ai soggetti che lamentino lesioni o infermità dovute a vaccinazioni di tipo non obbligatorio.
Benché la tecnica della raccomandazione esprima maggiore attenzione all’autodeterminazione individuale e, quindi, al profilo soggettivo del diritto fondamentale alla salute, essa è pur sempre indirizzata allo scopo di ottenere la migliore salvaguardia della salute come interesse (anche) collettivo.
Pertanto, secondo la Corte, ferma la diversità delle due tecniche, quel che rileva è l’obiettivo essenziale che entrambe perseguono nella profilassi delle malattie infettive: ossia il comune scopo di garantire e tutelare la salute (anche) collettiva, attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale. In questa prospettiva, infatti, non c’è differenza tra obbligo e raccomandazione: la obbligatorietà del trattamento è solo uno degli strumenti a disposizione delle autorità sanitarie pubbliche per il perseguimento della tutela della salute collettiva.
In ambito medico, raccomandare e prescrivere sono azioni percepite come ugualmente doverose in vista di un determinato obiettivo: in presenza di una effettiva campagna a favore di un determinato trattamento vaccinale è naturale che si sviluppi negli individui un affidamento nei confronti di quanto consigliato dalle autorità sanitarie.
Secondo la Corte, dunque, la ragione che fonda il diritto all’indennizzo del singolo non risiede nel fatto che questi si sia sottoposto ad un trattamento obbligatorio, ma riposa, piuttosto, sul necessario adempimento, che si impone alla collettività, di un dovere di solidarietà, laddove le conseguenze negative per l’integrità psico-fisica derivino da un trattamento, obbligatorio o raccomandato che sia, effettuato nell’interesse della collettività, oltre che del singolo.
Danno da perdita della vita e danno da perdita del rapporto parentale
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 11279 del 12 giugno 2020
Nella sentenza in commento la Corte si pronuncia sulla risarcibilità del danno da perdita della vita nonché del danno da perdita del rapporto parentale.
In merito al primo profilo, la Corte afferma che in materia di danno non patrimoniale in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.
Inutile pertanto, secondo la Corte, invocare il diritto alla vita di cui all’art. 2 della CEDU: norma che, pur di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene vita, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito ed i modi in cui tale tutela debba esplicarsi; né, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela risarcitoria. Il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile ex se.
In merito, invece, alle contestazioni dei ricorrenti relative al rigetto della domanda di risarcimento da perdita del rapporto parentale, la Corte afferma che il pregiudizio si compone di due essenziali elementi, da risarcire unitariamente, costituiti dalla sofferenza eventualmente patita, sul piano morale soggettivo, nel momento in cui la perdita del congiunto è percepita nel proprio vissuto interiore, e quella che eventualmente si sia riflessa, in termini dinamico-relazionali, sui percorsi della vita quotidiana del soggetto che l’ha subita. La parte interessata può fornire la prova di tale danno anche con ricorso a meccanismi presuntivi, tuttavia la valutazione, in base alle evidenze probatorie, della sussistenza in concreto del danno spetta comunque al giudice di merito.
La responsabilità del medico del lavoro
Cassazione penale, IV sezione, sentenza n. 19856 del 2 luglio 2020
Nella sentenza in commento la Corte si pronuncia in merito alla responsabilità dell’imputato, nella qualità di medico del lavoro, per aver sottovalutato le condizioni del lavoratore, quanto meno pre-patologiche, che imponevano lo svolgimento di ulteriori accertamenti.
La Corte sottolinea come il medico del lavoro, pur legato da un rapporto di natura privatistica nei confronti dell’imprenditore che coadiuva nell’esercizio degli obblighi di prevenzione, rivesta, al contempo, un ruolo contraddistinto da connotati di natura pubblicistica in quanto è tenuto ad operare con imparzialità nell’ottica esclusiva della tutela dell’integrità fisica dei lavoratori. Tale figura risponde, nella qualità di titolare di un’autonoma posizione di garanzia, delle fattispecie di evento che risultano di volta in volta integrate dall’omissione colposa delle regole cautelari poste a presidio della salvaguardia del bene giuridico – salute dei lavoratori – sui luoghi di lavoro, direttamente riconducibili alla sua specifica funzione di controllo delle fonti di pericolo istituzionalmente attribuitagli dall’ordinamento giuridico.
Ciò premesso, a fronte di una condotta colpevole che abbia cagionato un certo evento, occorre operare il giudizio controfattuale ovvero chiedersi se in caso di comportamento alternativo lecito, l’evento che ne è derivato si sarebbe verificato ugualmente. Il nesso di causalità tra la condotta omissiva tenuta dal medico e il decesso del paziente sussiste allorquando risulti accertato che la condotta doverosa avrebbe inciso positivamente sulla sopravvivenza del paziente nel senso che l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato in epoca posteriore, rallentando significativamente il decorso della malattia, o con minore intensità lesiva.
Risarcimento a favore del proprietario del veicolo quale terzo trasportato
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 13738 del 3 luglio 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte si occupa della questione relativa alla risarcibilità dei danni al terzo trasportato, quale proprietario del veicolo.
La Corte si pronuncia a favore della applicabilità del principio vulneratus ante omnia reficiendus, enunciato dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, in forza del quale il proprietario trasportato ha diritto, nei confronti del suo assicuratore, al risarcimento del danno alla persona causato dalla circolazione non illegale del mezzo, essendo irrilevante ogni vicenda normativa interna e nullo ogni patto che condizioni la copertura del trasportato all’identità del conducente.
L’obiettivo della normativa comunitaria consiste nel garantire che l’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli debba consentire a tutti i passeggeri vittime di un incidente causato da un veicolo di essere risarciti dei danni subiti. Pertanto, le norme interne dei singoli Stati non possono privare le dette disposizioni del loro effetto utile, cosa che accadrebbe se una normativa nazionale negasse al passeggero il diritto al risarcimento da parte dell’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli o limitasse tale diritto in misura sproporzionata esclusivamente sulla base della corresponsabilità del passeggero stesso nella realizzazione del danno.
La Corte considera, dunque, irrilevante il fatto che il passeggero interessato sia il proprietario del veicolo che ha causato l’incidente, poiché la finalità di tutela delle vittime impone che la posizione giuridica del proprietario del veicolo che si trovava a bordo del medesimo al momento del sinistro, non come conducente, bensì come passeggero, sia assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente.
L’unica eccezionale ipotesi in cui all’assicuratore è consentito opporre alla vittima che viaggiava sul veicolo la clausola che esclude la copertura assicurativa a causa della guida da parte di persona non autorizzata è quella in cui venga data la prova che la vittima stessa era a conoscenza del fatto che il veicolo aveva formato oggetto di furto.
L’accertamento delle lesioni di lieve entità
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 13292 dell’1 luglio 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte torna a pronunciarsi sulla validità del solo esame clinico obiettivo per l’accertamento dell’esistenza di un danno biologico di natura permanente di lieve entità.
Sebbene il comma 3ter dell’articolo 32 del D.L. n. 1 del 2012 preveda che in ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dare luogo a risarcimento per danno biologico permanente, la Corte ritiene che tale disposizione non costituisca una norma di tipo precettivo bensì una norma in senso lato, a cui può esser data un’interpretazione compatibile con l’art. 32 Cost., dovendo essa essere intesa nel senso che l’accertamento del danno alla persona deve essere condotto secondo una rigorosa criteriologia medico-legale, nel cui ambito, tuttavia, non son precluse fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali, i quali non sono l’unico mezzo utilizzabile ma si pongono in una posizione di fungibilità ed alternatività rispetto all’esame obiettivo (criterio visivo) e all’esame clinico.
Exordium praescriptionis per il risarcimento dei danni a decorso occulto
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 14480 del 9 luglio 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte si pronuncia in merito alla dibattuta questione dell’exordium praescriptionis nel caso di domanda risarcitoria per danni cosiddetti a decorso occulto.
È principio ormai consolidato in materia che nel caso di danni a decorso occulto, l’exordium praescriptionis va individuato nel momento in cui il danneggiato, con l’ordinaria diligenza esigibile dal cittadino medio, sia in grado di avvedersi non solo dell’esistenza del danno, ma anche della sua derivazione causale dalla condotta illecita di un terzo.
Secondo la Corte, il fatto che gli atti prodotti in giudizio consentano di affermare che la paziente fosse a conoscenza della malattia, non implica affatto che la paziente, oltre a sapere di essere ammalata, sapesse anche, o potesse sapere con l’uso dell’ordinaria diligenza, che causa della malattia fosse la trasfusione.
La Corte statuisce quindi che l’accertamento del momento in cui ad un paziente viene resa nota l’esistenza della sua malattia, da solo, non è sufficiente per desumerne che a partire da quel momento il paziente sia anche consapevole della causa della malattia. Di conseguenza, qualora non sussistano ulteriori elementi, l’exordium praescriptionis del diritto al risarcimento del danno consistito nella contrazione di una malattia infettiva, causata da un fatto illecito, non può farsi decorrere dal momento della sola comunicazione al paziente dell’esistenza della malattia.
Legittimità del ragionamento presuntivo del giudice di merito
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 12109 del 22 giugno 2020
Nella causa in oggetto, la Corte d’appello riconosceva il concorso di responsabilità del terzo trasportato ex art. 1227 c.c. sull’assunto che, dalle lesioni subite e dalla ricostruzione della dinamica del sinistro, fosse desumibile che il trasportato non indossasse la cintura di sicurezza.
In merito alla validità del ragionamento presuntivo condotto dal giudice di merito, la Corte di Cassazione ricorda che nella prova per presunzioni non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità, ovvero che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, la cui sequenza e ricorrenza possano verificarsi secondo regole di esperienza.
Quindi, secondo la Corte, se il giudice, ricorrendo alle presunzioni, nel risalire dal fatto noto a quello ignoto, ha reso apprezzabili i passaggi logici posti a base del proprio convincimento, allora il giudizio diviene insindacabile in sede di giudizio di legittimità, in quanto espressione di un corretto esercizio del potere di libera valutazione della prova.
Contenuto della prestazione contrattuale nei confronti del paziente psichiatrico
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 14258 dell’8 luglio 2020
La vicenda in esame ha ad oggetto la domanda di risarcimento dei danni conseguenti al suicidio di un paziente avvenuto durante il ricovero presso la struttura ospitante.
Secondo la Corte, qualsiasi struttura sanitaria, nel momento stesso in cui accetta il ricovero d’un paziente, stipula un contratto dal quale discendono naturalmente, ai sensi dell’art. 1374 c.c., due obblighi: il primo è quello di apprestare al paziente le cure richieste dalla sua condizione; il secondo è quello di assicurare la protezione delle persone di menomata o mancante autotutela, per le quali detta protezione costituisce parte essenziale della cura.
Sebbene sia stato abbandonato l’approccio trattamentale di tipo manicomiale-custodiale, i nuovi metodi di cura non interferiscono sull’obbligo di sorveglianza che incombe su coloro che in concreto sono incaricati di tale compito a seguito di una precisa diagnosi e ciò in quanto, diversamente, ad una maggiore tutela della personalità finirebbe per corrispondere una tutela minore della persona.
Pertanto, una volta ricondotta la salvaguardia dell’incolumità del paziente psichiatrico tra gli obblighi contrattuali assunti dalla struttura, ai fini della ripartizione dell’onere probatorio, il paziente è tenuto a provare solo che il danno si sia verificato durante il tempo del ricovero, mentre sulla struttura incombe l’onere di dimostrare di aver adempiuto la propria prestazione con la diligenza adeguata ad impedire l’evento.
Ciò vale per il paziente. Il diritto che i congiunti vantano, autonomamente sebbene in via riflessa, ad essere risarciti dalla medesima struttura dei danni direttamente subiti in relazione al decesso del parente si colloca invece nell’ambito della responsabilità extracontrattuale dal momento che, perché sia possibile postulare l’efficacia protettiva verso i terzi, occorre che l’interesse di cui essi siano portatori risulti anch’esso strettamente connesso a quello regolato sul piano della programmazione negoziale.
La responsabilità del Ministero della Salute per i danni da contagio
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 11298 del 12 giugno 2020
Nella sentenza in commento la Corte si pronuncia in merito alla responsabilità risarcitoria posta a carico del Ministero della salute per i danni cosiddetti da contagio.
Il Ministero della salute è tenuto ad esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati e risponde, per omessa vigilanza, dei danni conseguenti al contagio: il dovere del Ministero della salute di vigilare attentamente sulla preparazione ed utilizzazione del sangue e degli emoderivati postula l’osservanza di un comportamento informato a diligenza particolarmente qualificata, specificamente in relazione all’impiego delle misure necessarie per verificarne la sicurezza, essendo tenuto ad evitare o ridurre i rischi a tali attività connessi.
Secondo la Corte, la trasmissione del virus resa possibile dalla condotta colposa di chi tale evenienza era chiamato ad impedire comporta doversi ritenere al medesimo causalmente ascrivibile la malattia che da quel virus si sviluppi, anche in conseguenza della relativa evoluzione o mutazione, tale evento costituendo integrazione del rischio specifico che la regola violata tende(va) ad evitare.
La Corte infine statuisce, in forza del principio di unicità dell’evento lesivo, che il Ministero della salute risponde anche per il contagio degli altri due virus (ovvero HIV e HCV) già a partire dalla data di conoscenza dell’epatite B trattandosi non già di eventi autonomi e diversi ma solamente di forme di manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo dell’integrità fisica da virus veicolati dal sangue infetto.
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 12928 del 26 giugno 2020
Con la sentenza in oggetto la Corte, nell’affrontare un caso di mancata comunicazione dell’avvenuto riscontro di una patologia tumorale, argomenta in merito alla tematica del danno da perdita di chance di sopravvivenza ribadendo in proposito quanto segue:
la perdita di chance di natura non patrimoniale di cui si tratta in ambito di responsabilità sanitaria consiste nella privazione della possibilità di conseguire un vantaggio sperato, incerto ed eventuale, che può variamente atteggiarsi in termini di migliori opportunità di cura o di maggiore durata della vita o di sopportazione di minori sofferenze; in altri termini, nel sacrificio della possibilità di un risultato migliore;
al pari di ogni altro evento di danno, l’affermazione del pregiudizio da perdita di chance presuppone il necessario accertamento di un nesso di derivazione causale da una condotta colpevole (commissiva od omissiva), da effettuarsi secondo il consueto criterio della preponderanza dell’evidenza, senza possibilità di sovrapporre (e confondere) la possibilità costituente il contenuto della chance con la probabilità significativa sul piano eziologico;
per poter rilevare sul piano risarcitorio, la chance deve essere apprezzabile, seria e consistente (ossia non risultare talmente labile e ipotetica da non essere neppure determinabile in termini probabilistici) e, al tempo stesso, deve conservare immutato il proprio connotato di incertezza eventistica, senza tradursi in pregiudizi di diversa natura suscettibili di autonomo risarcimento;
la liquidazione correlata ad una perdita di chance propriamente intesa non può che essere effettuata in via equitativa, con una valutazione commisurata alla peculiarità del caso concreto, che tenga conto delle caratteristiche della possibilità perduta e del suo grado di apprezzabilità, serietà e consistenza, mentre va sicuramente escluso il ricorso – anche mediato – ai criteri tabellari in uso per la liquidazione del danno da invalidità permanente o da inabilità temporanea che, pur attenendo a danno non patrimoniali, presuppongono la sussistenza di pregiudizi incompatibili con quello derivante da perdita di chance.
Potere del giudice di valutare la misura del risarcimento del danno
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 13269 dell’1 luglio 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte si pronuncia sui confini entro i quali può esercitarsi la facoltà al giudice di merito di stabilire il risarcimento ritenuto più adeguato al caso concreto.
Per la stima del danno non patrimoniale da decesso di un prossimo congiunto, in mancanza di criteri legali, da molti anni gli uffici giudiziari di merito hanno concepito criteri standard al fine di rendere omogenee e prevedibili le decisioni.
Tra questi criteri, larga diffusione ha avuto quello adottato dal Tribunale di Milano, il quale si estrinseca nella determinazione ex ante della misura del risarcimento in base alla natura del vincolo che legava il congiunto superstite alla vittima: per ciascun tipo di vincolo parentale è prevista una somma variabile tra un minimo ed un massimo, molto divaricati tra loro e la scelta del risarcimento concretamente dovuto nel caso specifico è rimessa alla valutazione equitativa del giudice.
La Corte ritiene che un sistema che lascia al giudice la facoltà di scegliere il risarcimento ritenuto equo tra un minimo ed un massimo molto distanti tra loro è, nella sostanza, un sistema equitativo puro, con l’unico temperamento del divieto di scendere al di sotto o salire al di sopra delle soglie tabellari.
In un sistema equitativo puro, lo stabilire se la misura del risarcimento più adatta a ristorare il danno nel caso concreto sia quella minima, quella media o quella massima prevista dalla tabella è una valutazione di puro fatto, riservata al giudice di merito e pertanto insindacabile in sede di legittimità.
In conclusione, è potere-dovere del giudice di merito, secondo quanto le parti hanno allegato e provato, accertare con gli strumenti a sua disposizione quale sia stata la reale entità del danno nel caso concreto.
La regola del più probabile che non in tema di causalità
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 13872 del 6 luglio 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte si occupa dei principi applicabili in tema di ricostruzione del nesso causale evidenziando come nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria si delinei un duplice ciclo causale: solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato l’evento dannoso e che questo sia causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari, sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa ad essa non imputabile.
Poiché l’aggravamento della situazione patologica e l’insorgenza di nuove patologie non sono immanenti alla violazione delle leges artis, potendo avere una diversa eziologia, all’onere del danneggiato di allegare la connessione puramente naturalistica tra la lesione della salute e la condotta del medico si affianca – posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento – anche l’onere di provare quella connessione.
Sono configurabili due momenti: la costruzione del fatto idoneo a fondare la responsabilità e la successiva determinazione del danno cagionato, che costituisce l’oggetto della obbligazione risarcitoria ovvero l’operazione che, collegando l’evento al danno, consente di delimitare i confini della responsabilità.
Per ciò che riguarda la regola del più probabile che non, anche detta della preponderanza dell’evidenza, la Corte sottolinea come essa, in realtà, sia il frutto della combinazione di due regole:
quella del più probabile che non, la quale implica che rispetto ad ogni enunciato si consideri l’eventualità che esso possa essere vero o falso, ossia che sul medesimo fatto vi siano un’ipotesi positiva ed una complementare negativa, sicché, tra queste due ipotesi alternative, il giudice deve scegliere quella che, in base alle prove disponibili, ha un grado di conferma logica superiore all’altra;
quella della prevalenza relativa della probabilità, secondo la quale nel caso in cui sullo stesso fatto esistano diverse ipotesi, ossia diversi enunciati che narrano il fatto in modi diversi, e che queste ipotesi abbiano ricevuto qualche conferma positiva dalle prove acquisite al giudizio, dovendo essere prese in considerazione solo le ipotesi che siano risultate più probabili che non, il giudice è tenuto a scegliere come vero l’enunciato che ha ricevuto il grado relativamente maggiore di conferma sulla base delle prove disponibili.
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 11905 del 19 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 13864 del 6 luglio 2020.pdf
Corte costituzionale, sentenza n. 118 del 23 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 11279 del 12 giugno 2020.pdf
Cassazione penale, sezione IV, sentenza n. 19856 del 2 luglio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 13738 del 3 luglio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 13292 del 1 luglio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 14480 del 9 luglio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 12109 del 22 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 14258 dell'8 luglio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 11298 del 12 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 12928 del 26 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 13269 del 1 luglio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 13872 del 6 luglio 2020.pdf
Il danno da perdita della capacità lavorativa [...]