Source: http://www.lavorofisso.com/jobs-act-il-governo-riscrive-la-delega-sul-contratto-unico-e-larticolo-18/
Timestamp: 2017-10-23 13:26:03+00:00
Document Index: 59306951

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art.4', 'art.4', 'art.4', 'art.4', 'art.76', 'art.3', 'art.4', 'art.4']

Jobs act: il Governo riscrive la delega sul contratto unico e l'articolo 18 | Lavoro Fisso
lunedì 23 ottobre 2017 | 14:26
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Jobs act: il Governo riscrive la delega sul contratto unico e l’articolo 18
Come preannunciato alle Camere nell’intervento sul “programma dei 1000 giorni”, il Governo accelera sul Jobs Act e deposita in Commissione Lavoro al Senato un emendamento che riscrive la delega sul riordino delle forme contrattuali ventilando –implicitamente – l’eliminazione delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori per le nuove assunzioni.
Come illustrato nell’articolo pubblicato sul Quotidiano il 13 settembre scorso, la Commissione Lavoro del Senato – dopo averlo accantonato per procedere speditamente all’esame degli altri articoli del DDL – ha iniziato nei giorni scorsi l’esame dell’art.4 del DDL Jobs Act.
All’esito del confronto parlamentare e, soprattutto dei contenuti del “programma dei 1.000 giorni” illustrato dal Presidente del Consiglio dei Ministri alle Camere il Governo ha impresso un’accelerazione all’iter del disegno di legge ed ha operato una sorta di “riqualificazione” del testo presentando, il 17 settembre, in Commissione un emendamento integralmente sostitutivo dell’art.4, recante – come noto – la delega al Governo per il “riordino delle forme contrattuali”.
L’articolo 4 del DDL e l’emendamento sostitutivo del Governo
In questa sede – rinviando ai testi allegati per coloro i quali volessero operare una propria, autonoma, valutazione – ci dedichiamo al raffronto tra il testo originario dell’art.4 del DDL e l’emendamento sostitutivo del Governo al fine di illustrare le principali novità e differenze oltre che – per quel che più conta – il quadro delle politiche del Governo in materia di contratti di lavoro che emerge dal nuovo testo: articolato che – secondo alcuni commentatori – dovrebbe essere approvato dal Senato tra la fine di settembre ed i primi giorni di ottobre (per poi passare all’esame della Camera dei Deputati.
In primo luogo, è interessante notare due variazioni, nell’incipit della norma, ossia nella parte della norma che indica i “motivi” della delega, quali precondizioni per la successiva elencazione dei principi e dei criteri direttivi che dovranno presiedere alla normazione delegata:
1) il fine “originario” dell’art.4 era quello di “riordinare e semplificare” le tipologie contrattuali esistenti. Invece, l’odierno emendamento prevede che il fine della delega sia quello di “riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo …”. Il che non significa, necessariamente, che le tipologie contrattuali vengano ridotte o semplificate;
2) la seconda variazione attiene, invece, ad una “strana espunzione”. Il testo originario prevedeva, infatti, che i decreti delegati avrebbero dovuto tenere conto “degli obiettivi indicati dagli orientamenti annuali dell’Unione Europea in materia di occupabilità”.
Con il suo emendamento invece il Governo – peraltro nel pieno del semestre di presidenza italiano dell’Unione Europea – ha cassato, per motivi incomprensibili (in specie se si considera come tali previsioni siano, spesso, “formule di cortesia”) tale riferimento.
I principi e criteri direttivi della “nuova delega”
Semplificazione delle tipologie contrattuali
Viene integralmente confermato il primo principio di delega che affida al Governo il compito di “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;”.
Al riguardo restano, quindi, pienamente in campo le perplessità di ordine tecnico-giuridico e di “effettività” della norma già in passato evidenziate. In primo luogo, il compito appare “improprio”, dal momento che si conferisce al Governo un potere “legislativo” (adottare decreti legislativi) al fine di svolgere un’attività (l’analisi delle tipologie contrattuali esistenti) che in realtà rappresenta l’ordinaria attività amministrativa del Ministero del Lavoro che – auspicabilmente – ha già da tempo compiuto tali analisi (quantomeno perché in caso contrario sfuggirebbe la ratio della sua operatività).
In secondo luogo, al di là del compito da “centro studi”, teso all’analisi dei contesti produttivi mondiali, la delega appare eccessivamente generica (e, quindi, conferisce margini eccessivi di azione al Governo), nella parte in cui – riferendosi genericamente ad interventi di semplificazione delle tipologie contrattuali – non consente di capire se l’obiettivo sia quello (pubblicamente enunciato) di “disboscare” o comunque ridurre i modelli contrattuali, ovvero – più timidamente – “semplificarne”, appunto, le modalità di fruizione ed utilizzo da parte delle imprese, riducendo o semplificando gli adempimenti amministrativi “a parità” di tipi di contratto.
Questo aspetto è quello più direttamente (e mediaticamente) innovato dall’emendamento governativo.
Infatti, l’odierno testo rompe gli indugi e abbandona ogni tono dubitativo (eventualità, sperimentalità, ecc.), per affermare espressamente che tra i criteri di delega vi dovrà essere la “previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;”.
Questo, senza nulla togliere alle altre misure in materia di ammortizzatori sociali e di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, è – con ogni evidenza – il fulcro giuridico (e politico) del DDL: fulcro che, tra l’altro, rappresenta l’elemento di maggior frizione tra le componenti politiche che formano la maggioranza di Governo.
Per quanto di nostro diretto – e tecnico – interesse, devono essere evidenziate, al riguardo, le seguenti criticità:
1) pur apprezzando l’eliminazione delle precedenti formule ellittiche e poco idonee al testo di una legge delega, l’emendamento non pone un “principio o criterio direttivo” al quale il Governo si debba attenere nella legislazione delegata. In realtà, questo testo indica semplicemente un fine (verrebbe da dire, un titolo), così esautorando il Parlamento, in violazione dell’art.76 Cost. che – come noto – dispone che “L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”;
2) la perplessità di cui sopra risulta acuita, se si pone mente al fatto che, in una materia costituzionalmente tutelata come quella del diritto al lavoro:
a) le tutele – secondo quanto espressamente affermato dallo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri – saranno sì “crescenti”, ma a partire da un livello inferiore a quello attuale, se è vero – come sembra essere vero – che sarà questa la sede (delegata) nell’ambito della quale si costruirà il “superamento” dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori;
b) non viene indicato alcun limite o criterio per la futura individuazione delle soglie di anzianità per l’incremento delle tutele;
c) non viene indicato il punto di partenza (quello “a tutela zero”);
d) non vengono fissati (anche solo indicativamente) i momenti significativi o le tipologie dei gradi (si presume progressivi) di incremento delle tutele stesse; d) infine, ulteriori perplessità sorgono – in punto di rispetto dell’art.3 Cost. – se si pone mente al futuro caso di due lavoratori che – a seconda della data di stipula del contratto di lavoro – avranno contratti a tempo indeterminato per lo svolgimento delle identiche mansioni, a parità di retribuzione, ma – in caso di trattamento discriminatorio del datore di lavoro che culmini nel licenziamento – uno dei due potrà essere licenziato maturando il diritto ad una mera indennità economica (oggi ignota nei suoi criteri di computo) mentre l’altro potrà – per la sua intera vita lavorativa – mantenere il diritto di adire il Giudice al fine di ottenere il reintegro quale sanzione della condotta illecita del datore di lavoro.
Eliminazione del divieto di demansionamento
L’emendamento governativo prevede – ex novo – la possibilità, in sede di legislazione delegata di “revisionare” la “disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento;”.
Su questo esempio di flessibilizzazione estrema del lavoro, ci limitiamo a rilevare come:
1) la scelta sia “rischiosa” e, potenzialmente foriera di livelli di contenzioso ben più elevati di quelli odierni;
2) la valutazione di merito sull’ipotesi è – evidentemente – totalmente da rinviarsi al momento in cui saranno stati concretamente delineati i “limiti” menzionati nel testo: limiti che – quantomeno – dovrebbero prevedere l’esclusione di provvedimenti meramente “individuali” ed uno stretto legame ai casi di eccezionalità, con il coinvolgimento delle parti sociali ai fini di una preventiva individuazione dei termini e delle modalità entro i quali il datore di lavoro potrà fruire di tale possibilità.
Un altro criterio di delega novitario, introdotto dall’emendamento governativo – che peraltro sembra “estraneo” all’argomento della revisione delle forme contrattuali oggetto della norma – è quello che prevede il superamento (anche) dell’art.4 dello Statuto dei Lavoratori. Il testo prevede, infatti, la “revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore;”. Anche in questo caso la norma – in se – “non dice nulla” e, considerando che già oggi la normativa e la giurisprudenza hanno da tempo “circoscritto e chiarito” i limiti posti al datore di lavoro in materia, ogni valutazione in ordine a tale misura non può che essere rinviata al momento in cui saranno stati redatti i decreti delegati attuativi.
Introduzione generalizzata del compenso orario minimo
L’emendamento governativo amplia l’originaria previsione “sperimentale” di introduzione del compenso orario nei settori non regolati da contratti collettivi estendendola dai soli rapporti di lavoro subordinato sino a comprendere i rapporti di co.co.co. Questa misura, evidentemente, è particolarmente incisiva e – tuttavia – sconta il limite di essere posta, sostanzialmente, ad esclusivo carico dei datori di lavoro: con la conseguenza che – ove non resti lettera morta – si candida a creare ulteriori sacche di lavoro nero.
Le altre deleghe dell’articolo 4
L’emendamento non tocca, invece, quanto già previsto dal DDL:
1) in materia di futura estensione della possibilità di ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali “a tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati”
2) in ordine all’abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali (eventualmente, aggiungiamo noi) incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato.
Quale ultima modifica, l’emendamento ha inserito, nell’art.4 un’ulteriore norma (totalmente in conferente con l’oggetto dell’articolo stesso), che delega il Governo alla razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva, attraverso misure di coordinamento ovvero attraverso l’istituzione di una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro che integri in un’unica struttura i servizi ispettivi del Ministero del lavoro, dell’INPS e dell’INAIL, prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle ASL e delle ARPA.
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