Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2008/09/gli-interpelli-ministeriali-collocamento-obbligatorio-aumento-contribuzione-parasubordinati.html
Timestamp: 2017-11-21 11:56:55+00:00
Document Index: 64383680

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 11', 'art. 18', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1']

Fra le risposte ad interpelli pubblicate nelle ultime settimane dalla Direzione generale per l’Attività ispettiva del Ministero del lavoro, esponiamo per l’interesse che rivestono in ambito lavorativo, quella riferita al collocamento obbligatorio dei disabili, e quella sulla clausola di salvaguardia relativa all’incremento di contribuzione per i parasubordinati.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Collocamento obbligatorio disabili
Il Ministero parte da quanto chiarito nella circolare n. 66/2001, secondo la quale sono esclusi dalla base di computo e calcolati nella quota di riserva, i lavoratori già invalidi prima della costituzione del rapporto di lavoro, anche se assunti al di fuori delle procedure che regolano il collocamento obbligatorio. La condizione essenziale è il riconoscimento di un’invalidità civile non inferiore al 60%, o un’invalidità derivante da infortunio sul lavoro o malattia professionale superiore al 33% e l’inabilità a svolgere le mansioni precedentemente assegnate. Tali lavoratori non devono necessariamente essere iscritti nelle liste del collocamento obbligatorio dei disabili, o stipulare convenzioni con i Servizi competenti; devono solo comunicare il loro stato di invalidità agli stessi Servizi.
Nell’interpello il Ministero precisa che, qualora il dipendente abbia ottenuto la necessaria certificazione in costanza di rapporto di lavoro, non può considerarsi imputabile al datore di lavoro la scopertura venutasi a determinare nel lasso di tempo intercorso fra la richiesta di verifica dello stato invalidante ed il successivo accertamento sanitario. Nel caso in cui il collocamento obbligatorio abbia iniziato le procedure di avviamento al lavoro, queste saranno sospese in attesa dell’esito dell’accertamento sanitario. Se il datore di lavoro, per posizioni aziendali soggettive è
tenuto ad assumere ulteriori unità di soggetti disabili, la sospensione sarà solo parziale. Se l’accertamento sanitario dà un esito negativo circa la sussistenza del grado di invalidità utile ai fini del computo del lavoratore nella quota di riserva, al datore si potrebbero, tuttavia, imputare responsabilità per la scopertura venutasi a determinare nel lasso di tempo intercorso fra la sospensione delle procedure di avviamento, e l’esito degli accertamenti. Se si riscontrasse, invece, nessuna invalidità, oppure una percentuale notevolmente e prevedibilmente inferiore alla soglia utile ai fini del collocamento obbligatorio, le responsabilità sarebbero certe.
Cosa succede in questo caso? i Servizi competenti informeranno le Direzioni provinciali del lavoro, le quali Direzioni, dopo le opportune verifiche, potrebbero irrogare la sanzione amministrativa prevista dall’art. 15, comma 4, della legge n. 68/1999, secondo cui trascorsi sessanta giorni dalla data in cui insorge l’obbligo di assumere soggetti appartenenti alle categorie di cui all’articolo 1, per ogni giorno lavorativo durante il quale risulti non coperta, per cause imputabili al datore di lavoro, la quota dell’obbligo, il datore di lavoro stesso è tenuto al versamento, a titolo di sanzione amministrativa, di una somma pari a E 57,17 per ciascun lavoratore disabile che risulta non occupato nella medesima giornata.
La risposta chiude ricordando la possibilità di concordare con i Servizi competenti una dilazione dell’obbligo, nell’ambito delle convenzioni previste dall’art. 11 della legge n. 68/1999. Dette convenzioni stabiliscono i tempi e le modalità delle assunzioni che il datore di lavoro si impegna ad effettuare, fra cui la facoltà della scelta nominativa, lo svolgimento di tirocini con finalità formative o di orientamento, l’assunzione con contratto di lavoro a termine e lo svolgimento di periodi di prova più ampi di quelli previsti dal contratto collettivo.
a) i soci di cooperative di produzione e lavoro;
b) i dirigenti;
c) i lavoratori assunti con contratto di reinserimento;
d) i lavoratori oggetto di somministrazione di lavoro ai sensi degli artt. 20 e ss. del DLGS n. 276/2003 presso l’impresa utilizzatrice;
e) i lavoratori assunti con contratto di lavoro a domicilio o con modalità di telelavoro che, se disabili, sono computabili a copertura della quota di riserva, purché svolgano una quantità di lavoro corrispondente al normale orario di lavoro;
f) i lavoratori operanti all’estero per la durata di tale attività;
g) i soggetti di cui all’art. 18, comma 2, legge n. 68/1999 (orfani e coniugi superstiti di coloro che sono deceduti per cause di lavoro, di guerra o di servizio, coniugi e figli dei soggetti riconosciuti grandi invalidi per causa di lavoro, di guerra o di servizio, profughi italiani rimpatriati, familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata), nei limiti della percentuale prevista dalla legge.
Sono esclusi dalla base di computo e calcolati nella quota di riserva:
a) i lavoratori disabili occupati ai sensi della stessa legge n. 68/1999, nonché quelli in forza avviati ai sensi della normativa precedente;
b) i lavoratori già assunti divenuti inabili nello svolgimento delle proprie mansioni per infortunio o malattia (invalidi civili), che abbiano subito una riduzione della capacità lavorativa in misura pari o superiore al 60% (art. 4, comma 4, legge n. 68/1999 e art. 3, comma 2, DPR n. 333/2000). Tali soggetti sono tuttavia inclusi nella base di calcolo e non sono quindi computabili nella quota di riserva, qualora la loro inabilità sia dipesa da violazione da parte del datore di lavoro delle norme in materia di sicurezza e igiene del lavoro, accertata in sede giudiziale;
c) i lavoratori divenuti inabili successivamente all’assunzione per infortunio sul lavoro o malattia professionale (invalidi del lavoro), che abbia comportato un grado di invalidità superiore al 33% (art. 3, comma 4, DPR n. 333/2000);
d) i lavoratori assunti ai sensi della L. n. 686/61 (massaggiatori e massofisioterapisti ciechi), nonché della L. n. 113/85 (centralinisti non vedenti) e della L. n. 29/94 (terapisti della riabilitazione non vedenti).
Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro ha avanzato richiesta di interpello per conoscere il parere della scrivente Direzione in merito alla computabilità dei lavoratori disabili assunti al di fuori delle liste del collocamento obbligatorio ed alla conseguente possibilità di interrompere le procedure di avviamento obbligatorio eventualmente già avviate da parte dei Servizi competenti, anche in mancanza di una convenzione ex art. 11 legge n. 68/ 1999.
Al riguardo, acquisito il parere della Direzione generale del Mercato del lavoro, si conferma l’orientamento già espresso con la circ. n. 66/2001, in merito alla possibilità di computare nella quota di riserva anche i lavoratori disabili assunti al di fuori delle procedure di collocamento obbligatorio ai quali sia stata riconosciuta un’invalidità civile non inferiore al 60% o un’invalidità derivante da infortunio sul lavoro o malattia professionale superiore al 33% e l’inabilità a svolgere le mansioni precedentemente assegnate (v. risposta ad interpello n. 31/2008). Si precisa che la computabilità dei lavoratori in possesso della certificazione attestante tale grado di invalidità non è subordinata alla preventiva iscrizione nelle liste del collocamento obbligatorio dei disabili, né alla stipula di una convenzione con i Servizi competenti, ma deve essere semplicemente comunicata ai Servizi competenti. Si precisa, inoltre, che qualora il dipendente abbia ottenuto la necessaria certificazione in costanza di rapporto di lavoro, non può considerarsi imputabile al datore la scopertura venutasi a determinare nel lasso di tempo intercorso fra la richiesta di verifica dello stato invalidante ed il successivo accertamento sanitario. Di conseguenza, qualora siano già in corso delle procedure di avviamento obbligatorio da parte dei Servizi competenti, queste saranno sospese in attesa dell’esito dell’accertamento sanitario. Detta sospensione, evidentemente, sarà solo parziale se il numero dei lavoratori per i quali venga richiesta la visita di controllo risulti inferiore a quello degli avviamenti in corso. In caso di accertamento negativo circa la sussistenza del grado di invalidità utile ai fini del computo del lavoratore nella quota di riserva, tuttavia, anche al fine di evitare possibili manovre dilatorie, potrà valutarsi l’imputabilità al datore di lavoro della scopertura venutasi a determinare nel lasso di tempo intercorso fra la sospensione delle procedure di avviamento e l’accertamento medico. Ciò, in particolare, quando non sia stata effettivamente riscontrata alcuna invalidità o sia stata riscontrata una percentuale di invalidità notevolmente e quindi prevedibilmente inferiore alla soglia utile ai fini del collocamento obbligatorio. In simili ipotesi, i Servizi competenti ne daranno notizia alla Direzione provinciale del lavoro, per le valutazioni di competenza sull’eventuale imputabilità al datore dell’infruttuosa sospensione delle procedure di avviamento e sull’irrogazione delle conseguenti sanzioni amministrative. Resta salva, evidentemente, la possibilità di concordare con i Servizi competenti una dilazione dell’obbligo, nell’ambito delle convenzioni previste dall’art. 11 legge n. 68/1999.
Clausola di salvaguardia contribuzione parasubordinati
Il Ministero del lavoro risponde ad una richiesta di interpello avanzata da Confindustria in merito alla corretta applicazione della clausola di salvaguardia prevista dalla legge Finanziaria 2007 (296/2006) con la nota n. 39 del 12 settembre 2008.
Secondo il parere del Ministero, la clausola di salvaguardia, per la quale l’incremento delle aliquote contributive della gestione separata dei lavoratori parasubordinati non può in ogni caso determinare una riduzione del compenso netto percepito dal lavoratore superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota, deve essere applicata sul compenso mensile al netto dei soli oneri contributivi, prima di effettuare le ritenute fiscali.
L’art. 1, c. 770, della legge n. 296/2006, ha portato, dal 1° gennaio 2007, l’aliquota contributiva della gestione separata art. 2, c. 26, legge n. 335/1995, per i lavoratori non assicurati presso altre forme previdenziali obbligatorie al 23%, e per i soggetti titolari di altra copertura previdenziale al 16%. Il successivo comma 772 disponeva ulteriormente che dal suddetto aumento non potesse derivare una riduzione del compenso netto percepito dal lavoratore superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota. Partendo da questo dettato <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Confindustria ho osservato come la modifica, dal 1° gennaio 2007, degli scaglioni di reddito e delle relative aliquote, la sostituzione del sistema delle deduzioni con il regime delle detrazioni di imposta, ha determinato sui redditi medio/alti un probabile incremento dell’incidenza fiscale.
L’istante osserva: che qualora tale maggiore prelievo fiscale erodesse i compensi netti spettanti al collaboratore dal 2007 nella misura superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota contributiva, il riferimento normativo del comma 772 potrebbe ritenersi astrattamente violato, ove non intervenisse un’integrazione economica da parte del datore di lavoro a favore del lavoratore parasubordinato in maniera tale da compensare il menzionato superamento percentuale. Pertanto, nell’interpello, si è chiesto “se fosse corretto interpretare la clausola di salvaguardia de quo nel senso che non integri alcuna violazione della norma l’eventuale riduzione, in misura maggiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota contributiva, del compenso netto percepito nel 2007 dal collaboratore determinata unicamente dalla maggiore incidenza del prelievo fiscale”.
Le osservazioni del Ministero indicano che l’incremento della contribuzione prevista dalla legge Finanziaria 2007 non può ricadere sul singolo lavoratore parasubordinato.
Dal testo: “il rispetto delle condizioni previste dall’art. 1, comma 772, della Finanziaria 2007, sulla diminuzione del compenso netto in ragione non superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota sia verificato qualificando come compenso netto, di fatto, l’imponibile fiscale (fatta salva l’incidenza della quota parte dell’aliquota Inail a carico del lavoratore), fermo restando l’ultimo compenso mensile percepito dal committente e tenendo in considerazione i soli oneri contributivi posti a carico del lavoratore”. L’incremento delle aliquote previdenziali non altera la distribuzione dell’onere contributivo, che rimane ripartito tra collaboratore e committente nella misura stabilita rispettivamente in un terzo ed in due terzi; pertanto, l’aumento apportato deve gravare sulle parti in termini proporzionali alla quota di ripartizione dell’onere previdenziale e, più specificamente per il lavoratore, in misura non superiore ad un terzo. L’applicazione della contribuzione così come è esposta nella Finanziaria 2007 non può influire sulla corretta ripartizione dell’onere previdenziale: il committente non può addebitare al collaboratore una quota parte superiore la misura di un terzo come previsto, riducendo il compenso netto al momento del versamento mensile del contributo totale dovuto.
La lettura dell’interpretazione ministeriale sembra individuare nella norma una finalità del legislatore volta a prevenire eventuali comportamenti fraudolenti dei committenti a discapito dei lavoratori, imputandogli il maggior costo determinato dall’incremento contributivo, previa una decurtazione del compenso lordo. All’uopo, la disposizione impone un confronto con l’ultimo compenso mensile già riconosciuto alla data di entrata in vigore della legge che, da un lato, fatto salvo l’effetto aumento di contribuzione a carico del lavoratore, non può decrementare in termini ulteriori e, dall’altra, che: “in ogni caso, i compensi corrisposti ai lavoratori a progetto devono essere proporzionati alla quantità e qualità del lavoro eseguito e devono tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per prestazioni di analoga professionalità, anche sulla base dei contratti collettivi nazionali di riferimento”.
Il chiarimento lascia cadere l’incertezza derivante dall’uso, o dalla lettura equivoca della parola “netto”, intendendosi per tale il compenso netto e non il netto in busta. Con frasi differenti il legislatore avrebbe dato il giusto peso all’aumento della contribuzione ed al fatto chiaro, che lo stesso incremento non potesse esser fatto gravare sul lavoratore determinando una diminuzione del compenso lordo.
Il testo: Ministero del lavoro – Risposta a interpello 12 settembre 2008, n. 39
Oggetto: Art. 9, DLGS n. 124/2004 – Lavoratori parasubordinati – Incremento dell’aliquota contributiva – Clausola di salvaguardia contenuta nell’art. 1, comma 772, della legge n. 296/2006 (Finanziaria 2007)
La Confindustria ha avanzato richiesta di interpello per conoscere il parere di questa Direzione generale in merito alla corretta interpretazione dell’art. 1, comma 772, della legge n. 296/2006 (Finanziaria 2007). La disposizione normativa in parola, testualmente, prevede che “l’incremento contributivo di cui al comma 770 non può in ogni caso determinare una riduzione del compenso netto percepito dal lavoratore superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota. A tal fine, si assume a riferimento il compenso netto mensile già riconosciuto alla data di entrata in vigore della presente legge, in caso di rapporti in essere alla medesima data, ovvero il compenso netto mensile riconosciuto sulla base dell’ultimo contratto stipulato dal lavoratore con il medesimo committente. In ogni caso, i compensi corrisposti ai lavoratori a progetto devono essere proporzionati alla quantità e qualità del lavoro eseguito e devono tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per prestazioni di analoga professionalità, anche sulla base dei contratti collettivi nazionali di riferimento”. La richiesta di chiarimenti, in particolare, investe l’espressione utilizzata dal Legislatore secondo la quale “l’incremento contributivo di cui al comma 770 non può in ogni caso determinare una riduzione del compenso netto percepito dal lavoratore superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota”. L’interpellante fa rilevare, al proposito, che la Finanziaria 2007 ha altresì modificato, con efficacia dal 1° gennaio 2007, gli scaglioni di reddito e le relative aliquote, sostituendo il sistema delle deduzioni con il regime delle detrazioni di imposta. L’aumento delle aliquote e la rimodulazione degli scaglioni così introdotti comporterebbero, di per sé, modifiche nella determinazione dell’Irpef per l’anno 2007 rispetto a quella dovuta per il 2006, tali da incidere sui redditi medio/alti e, per ciò che interessa specificamente i collaboratori coordinati e continuativi con redditi di fascia medio alta, una probabile riduzione dei compensi netti dal gennaio 2007. Detta riduzione risulterebbe determinata non tanto da una non corretta ripartizione del maggior onere di contribuzione previdenziale introdotto dalla legge n. 296/2006, quanto direttamente dalla maggiore incidenza dell’onere fiscale. Secondo l’interpellante, qualora tale maggiore prelievo fiscale erodesse i compensi netti spettanti al collaboratore dal 2007 nella misura superiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota contributiva, il riferimento normativo del comma 772 potrebbe ritenersi astrattamente violato, ove non intervenisse un’integrazione economica da parte del datore di lavoro a favore del lavoratore parasubordinato in maniera tale da compensare il menzionato superamento percentuale. Ciò posto, si chiede se sia corretto interpretare l’articolo 1, comma 772, della legge n. 296/2006 nel senso che non integra alcuna violazione della medesima norma la eventuale riduzione, in misura maggiore ad un terzo dell’aumento dell’aliquota contributiva, del compenso netto percepito nel 2007 dal collaboratore determinata unicamente della maggiore incidenza del prelievo fiscale. Al riguardo, acquisito parere della Direzione generale delle Politiche previdenziali e dell’Inps, si osserva quanto segue. Come è noto, la legge n. 296/2006, con l’articolo comma 770, ha introdotto importanti innovazioni riguardanti le aliquote contributive e di computo dovute dal 2007 per tutti iscritti alla Gestione separata. La previsione normativa in menzione, infatti, dispone che “con effetto dal gennaio 2007, l’aliquota contributiva pensionistica per gli iscritti alla gestione separata di cui all’articolo comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, che non risultino assicurati presso altre forme obbligatorie, e relativa aliquota contributiva per il computo delle prestazioni pensionistiche sono stabilite in misura pari 23%. Con effetto dalla medesima data per i rimanenti iscritti alla predetta gestione l’aliquota contributiva pensionistica e la relativa aliquota contributiva per il computo delle prestazioni pensionistiche sono stabilite misura pari al 16%”. Sull’argomento, peraltro, l’Inps si espressa con circolare 11 gennaio 2007 n. 7, precisando che le aliquote contributive dovute alla Gestione separata, ai sensi delle suddette disposizioni, a decorrere dal 1° gennaio 2007, sono complessivamente fissate nel 23,50% (23,00 aliquota Ivs più 0,50 di aliquota aggiuntiva) dovuto per tutti i soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie e nel 16,00%, dovuto dai soggetti titolari di pensione (diretta o indiretta) e dai soggetti provvisti di altra forma pensionistica obbligatoria (per inciso, si ricorda che tali percentuali sono state da ultimo modificate dal comma 79 della legge n. 247/2007). Pur essendo variato l’assetto percentuale sopra richiamato non muta, tuttavia, la distribuzione dell’onere contributivo, che rimane ripartito tra collaboratore e committente nella misura stabilita rispettivamente di un terzo (1/3) e di due terzi (2/3) come conferma la menzionata circolare Inps. Per comprendere la portata della disposizione di cui al comma 772 dell’art. 1 della legge n. 296/2007 occorre necessariamente procedere ad una lettura combinata della stessa con la previsione del comma 770 del medesimo articolo, dalla quale emerge che l’intento del Legislatore è quello di evitare che l’aumento contributivo introdotto possa esser fatto ricadere sul lavoratore. altri termini, l’incremento contributivo prefigurato con la legge Finanziaria 2007 non può comunque incidere sulla corretta ripartizione dell’onere contributivo in maniera tale da consentire al committente di alterarla oltre la misura di 1/3 a carico del collaboratore e, dunque, senso peggiorativo per lo stesso, riducendone così fatto il compenso netto al momento del versamento mensile del contributo totale dovuto. A tale interpretazione si perviene sulla base del confermato riparto del carico contributivo tra collaboratore e committente, nonché valorizzando il senso letterale della disposizione del comma 772 in esame, da cui si ricava l’esistenza di un necessario nesso di causalità tra l’incremento contributivo e la sua incidenza sul compenso a carico del lavoratore, che non deve essere pertanto sperequata. È appena il caso di osservare che la violazione dell’art. 1, comma 772, della legge n. 296/2006 è da ritenersi esclusa posto che per le collaborazioni a progetto, per cui non è prevista una specifica disciplina fiscale, l’imponibile fiscale è al netto delle quote di contribuzione previdenziale ed assistenziale poste a carico del collaboratore e dei premi relativi ad assicurazioni per infortuni e malattie professionali. Conseguentemente, la verifica della corretta osservanza del disposto dell’art. 1, comma 772, deve essere operata assumendo a riferimento il compenso mensile già riconosciuto alla data di entrata in vigore della l. 296/2006 (ovvero il compenso mensile riconosciuto sulla base dell’ultimo contratto stipulato con il medesimo committente, nel caso di rapporto non più in essere alla predetta data) al netto dei soli oneri contributivi, cioè prima di effettuare le ritenute fiscali. Resta comunque fermo il rispetto del criterio generale di proporzionalità ed adeguatezza del trattamento economico riservato al collaboratore a progetto, giusta la previsione dell’articolo 36 della Costituzione, ribadito nella clausola finale di salvaguardia dello stesso comma 772, ultimo periodo, secondo cui “in ogni caso, i compensi corrisposti ai lavoratori a progetto devono essere proporzionati alla quantità e qualità del lavoro eseguito e devono tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per prestazioni di analoga professionalità, anche sulla base dei contratti collettivi nazionali di riferimento”.