Source: https://journals.openedition.org/mefrim/3143
Timestamp: 2019-03-19 20:54:10+00:00
Document Index: 155098187

Matched Legal Cases: ['sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 87', 'art. 76', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 76', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 76', 'art. 68', 'art. 42', 'art. 74', 'art. 89', 'art. 87', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 90', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 97', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 75', 'art. 86', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 492', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 42', 'art. 74', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 20']

La confisca nel Lombardo-Veneto tra normativa e prassi giudiziaria. Il caso della congiura bresciano-milanese del 1814
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Nei primi tempi successivi al ritorno degli austriaci e fino al 1 gennaio 1816, nel Lombardo-Veneto restano in vigore i codici napoleonici, e tra questi il codice penale e il codice di procedura penale del Regno d’Italia. La severità con cui il primo punisce i reati politici si manifesta anche sul piano dell’apparato sanzionatorio, che fa ampio ricorso alla pena di morte e alla confisca generale dei beni. In un noto processo, celebrato tra il dicembre del 1814 e l’aprile del 1815, gli imputati civili, accusati di aver ordito, insieme ad alcuni militari, una congiura tesa a ripristinare il cessato Regno italico, vengono assolti dalle accuse più gravi, salvandosi così dalla decapitazione e dalla confisca del loro patrimonio. Con il presente saggio ci si propone di ricostruire le possibili ragioni di un giudizio che per gli imputati ha un esito più favorevole non solo di quello auspicato dal governo austriaco ma anche di quello al quale l’applicazione del codice penale avrebbe senz’altro condotto.
The first few times after the return of the Austrians and until January 1, 1816, in Lombardy-Venetia napoleonic codes remain in force, and among them the criminal code and the code of criminal procedure of the Kingdom of Italy. The severity with which the criminal code punishes political crimes is also evident on the penalty structure plan, which makes extensive use of the death penalty and the general confiscation of property. In a noted trial, held between December 1814 and April 1815, civil defendants, accused of plotting, along with some military, a conspiracy aiming to restore the Kingdom of Italy, are acquitted by the most serious charges, saving themselves by decapitation and the confiscation of their assets. With this paper we intend to reconstruct the possible reasons for judgment that for the defendants has a more favorable outcome not only of the one advocated by the austrian government but also the one to which the application of the criminal code would certainly conducted.
Confiscation, politic crimes, Brescian-Milanese conspiracy
Confisca, reati politici, congiura bresciano-milanese
La congiura del 1814. A proposito di un processo celebre
La confisca generale dei beni nel codice penale napoleonico
L’assoluzione degli imputati dall’accusa di « macchinazioni e intelligenze » con agente di potenza estera
L’assoluzione dall’accusa di cospirazione
Il garantismo dei giudici nella conduzione del processo
La riforma austriaca dei processi politici nelle more della sentenza
1 Spadoni 1937.
2 Rondini 2006, p. 289-292. Tra la storiografia che più di recente ha esaminato l’intero procediment (...)
3 Rondini 2006, p. 291, nota 14 e testo corrispondente, e Latini 2010, p. 32.
1Tra il dicembre del 1814 e il novembre del 1815 tra Milano e Mantova si celebra un processo da tempo noto alla ricerca storica. Si può affermare che esso, in ragione dei tanti saggi che se ne sono occupati, sia diventato celebre tra gli studiosi dei processi politici del Lombardo-Veneto nel periodo della Restaurazione. Se a Domenico Spadoni, ad esempio, si deve un dettagliato resoconto dell’intero procedimento1, parte della più recente storiografia giuridica ha attentamente ripercorso il processo condotto segnatamente nei confronti degli imputati militari2. Ricordiamo che dei sedici imputati, accusati di aver ordito una congiura tesa a ripristinare il cessato Regno italico, alcuni sono militari, altri civili. Un fatto, questo, che spiega la scelta del governo di predisporre un doppio binario processuale. Dopo il processo informativo, la procedura viene difatti sdoppiata. Da un lato, gli imputati civili vengono giudicati, tra il febbraio e l’aprile del 1815, da una commissione composta interamente da civili. Dall’altro lato, gli ex-ufficiali dell’esercito napoleonico vengono processati da una commissione militare, che pronuncia la sentenza nel novembre del 18153.
4 La documentazione relativa a questo processo è conservata presso l’Archivio di Stato di Milano : A (...)
2Sebbene si tratti di una vicenda giudiziaria da tempo oggetto delle attenzioni della storiografia, il proposito di queste note è di riesaminare il giudizio contro i civili4. L’attenzione sarà rivolta, in particolare, alla sentenza che, lo anticipiamo, derogando alle norme del codice penale napoleonico, assolve gli accusati dalle più gravi imputazioni comportanti la pena di morte e la confisca generale dei beni. Una condanna, quest’ultima, che pareva per la verità scritta nei verbali processuali e che gli imputati confessi, se solo fosse stata applicata la normativa vigente, difficilmente avrebbero potuto evitare.
5 Si vedano le Conclusioni dell’Imperiale Regio Procuratore, in ASMi, Processi politici, cart. 1, vo (...)
6 Per riferimenti alla bibliografia su questo testo normativo, si veda infra, note 10, 12 e 13, e te (...)
7 Del Giudice 1923, p. 258-267.
3Punto di partenza delle nostre riflessioni sono le imputazioni formulate e argomentate dall’imperiale regio procuratore al termine del dibattimento5. Alcuni imputati sono accusati di « macchinazioni e intelligenze con potenze estere », altri di cospirazione, e altri ancora di « scienza e non rivelazione di crimini che compromettono la sicurezza interna o esterna dello Stato ». Il testo che fa da cornice normativa alle imputazioni è il Codice dei delitti e delle pene del Regno d’Italia del 1811 che, è noto, è la traduzione italiana del codice penale napoleonico del 18106 e che rimane in vigore nel Lombardo-Veneto fino al 10 gennaio 18167.
8 È l’art. 12 del codice penale a disporre la decapitazione per ogni condannato alla pena di morte.
9 Art. 76 e art. 87 cod. pen.
10 Si vedano : Neppi Modona 1985, p. 145 ; Rondini 2002, p. cxli-cxliv ; Cattaneo 2002, p. xxvi-xxvii (...)
11 Un principio accolto invece dal codice penale rivoluzionario del 1791. Si veda Da Passano 2000, p. (...)
12 Cavanna 2002, p. xviii.
13 Cattaneo 2002, p. xxvii-xxviii.
4Tra i reati di cui gli imputati sono accusati, le « macchinazioni e intelligenze con potenze estere » e la cospirazione sono punite con la pena di morte mediante decapitazione8 e con la confisca dei beni9. Una chiara testimonianza della severità scelta dal legislatore francese per reprimere e prevenire soprattutto i « crimini e delitti contro la cosa pubblica ». Chi si è occupato ex professo del codice penale del Regno d’Italia ha messo in relazione l’autoritarismo di quel testo con le pene comminate in particolare ai colpevoli dei reati che qui interessano10. Un sistema di pene, quello, che abbandona l’idea della funzione rieducativa della sanzione penale11 e che viene descritto come « capace di effettiva potenza deterrente ed eliminatrice »12. In un simile contesto, anche la confisca dei beni, che è pena accessoria a quella capitale per i reati politici, e dunque il rifiuto del principio della personalità della pena si possono considerare espressione dello spirito e delle radici ideologiche del codice, informato a un deciso assolutismo illiberale13.
5E ciò nonostante il tentativo dei redattori di rivestire questa pena di un manto di legittimità. Un dato che emerge dalle discussioni che accompagnano l’approvazione del codice è difatti il preciso disegno del legislatore di giustificare una pena che viola apertamente i principi del garantismo penale. Tanto i membri della commissione di legislazione quanto gli oratori del Consiglio di Stato nei loro rapporti al corpo legislativo non esitano a insistere sulle « rimembranze tanto dolorose » che il solo termine confisca richiama, e ricordano come giuste e ragionevoli le battaglie illuministe per l’abolizione di questa pena. Essi sono tuttavia consapevoli di dover far approvare un testo che della confisca fa un largo impiego. Un obiettivo, che tentano di perseguire insistendo sulla funzione che questa sanzione esplicherebbe quale forma di legittimo risarcimento del danno subito dallo Stato.
14 Codice dei delitti 1811, I, p. 131-132.
15 Codice dei delitti 1811, I, p. 150-151.
6È quanto si può leggere, ad esempio, nel Rapporto dei consiglieri di Stato Berlier, Corsini e Pelet14. Certamente « odiosa » se comminata ai « delitti comuni », commentano, la confisca deve invece considerarsi giusta per come è disciplinata dal codice. Qui infatti, lungi dal ricevere un’applicazione generalizzata, è bensì limitata ai « principali crimini di Stato ». Un fatto, questo, che per i consiglieri deve rendere di per sé apprezzabile il nuovo testo normativo. Se in passato l’amplissimo ricorso alla confisca rispondeva alla precisa volontà di rimpinguare le casse del Fisco, ora il legislatore, sensibile alle idee liberali, non intende rispristinare quell’uso « deplorevole ». Nel codice del 1810 essa fungerebbe come « una debole e insufficientissima rappresentazione della indennità dovuta allo Stato, pel vasto inestimabile danno che ha sofferto ». Un orientamento, questo, condiviso anche da Bruneau de Beaumez, membro della commissione di legislazione. Per lui i beni del reo sono « pel Governo una riparazione necessaria, un equo compenso ». La loro confisca perde perciò i caratteri dell’iniquità e anche « la morale meno indulgente » è costretta a riconoscere la giustizia ad essa sottesa15. Si vuol dunque far passare l’idea che i capisaldi del diritto penale liberale non vengono in alcun modo compromessi.
16 Locré 1843, XV, p. 219-220.
7Nel seno delle discussioni innanzi al corpo legislativo non manca, per la verità, chi non condivide un simile indirizzo di politica criminale. Tra coloro che si oppongono all’introduzione della confisca possiamo ricordare il conte Berlier. Oltre a chiedere che per la maggior parte dei reati politici si segua la « via dei danni-interessi », ovvero del risarcimento civile, egli condanna la scelta di comminare la confisca anche a chi, come vedremo, è colpevole di solo attentato. Una critica che a suo giudizio si giustifica considerando che colui che si ferma allo stadio del tentativo non ha ancora cagionato un danno, e dunque è priva di fondamento la sua condanna a una sanzione alla quale si attribuisce un fine eminentemente risarcitorio16.
17 Art. 38 cod. pen.
18 Art. 39 cod. pen.
8Prevalso l’orientamento maggioritario che ritiene doveroso « spiegare una legittima severità » nei riguardi di chi cagiona allo Stato danni « incalcolabili », nel codice la confisca generale incontra ciononostante alcuni limiti, atti a tutelare in parte i diritti di ascendenti e discendenti del reo. Viene difatti preservata la metà della quota di legittima a favore dei figli e degli altri discendenti e anche chi ha diritto agli alimenti non ne viene privato17. È infine riconosciuta al sovrano la possibilità di disporre dei beni confiscati a favore dei genitori e degli altri ascendenti del condannato, della vedova, dei figli, siano essi legittimi, naturali o adottivi, o degli altri parenti18.
19 L’osservazione è ripresa da Cavanna 2002, p. xiii.
20 Come noto, e come emerge dalla lettera della legge, i reati contro la cosa pubblica nel codice pen (...)
9Se l’apparato sanzionatorio, lo si è visto, ben rappresenta l’« assolutismo di ritorno del codice »19, la costruzione delle fattispecie criminose è altrettanto rivelatrice della politica criminale seguita dal legislatore. Concentrando l’attenzione sui reati perseguiti nel processo che qui interessa, ci riferiamo innanzitutto alle « macchinazioni e intelligenze con potenze estere », tra i primi a figurare nell’elenco dei « crimini e delitti contro la sicurezza esterna dello Stato »20. All’art. 76 il codice stabilisce che
chiunque avrà praticato delle macchinazioni o avuto delle intelligenze colle potenze estere o loro agenti, per eccitarle a commettere delle ostilità, od intraprendere la guerra contro il Regno, o per procurarne loro i mezzi, sarà punito colla morte, ed i suoi beni saranno confiscati.
10Al secondo comma si precisa che
questa disposizione avrà luogo anche nel caso in cui le dette macchinazioni o intelligenze non fossero state seguite da ostilità.
11Coerentemente con l’ordinamento francese, ai fini della pena non vi è alcuna differenza tra il reato consumato e il reato tentato. Per l’art. 2 del codice penale, come noto,
21 Sulla disciplina del tentativo nel codice penale napoleonico, diffusamente Isotton 2002, p. xcvii- (...)
ogni attentato di crimine che sarà stato manifestato con atti esterni e seguito da un principio di esecuzione, se esso non fu sospeso o non ne mancò l’effetto che per circostanze fortuite od indipendenti dalla volontà dell’autore, si considera come lo stesso crimine21.
12È sufficiente che il reo abbia intrapreso delle macchinazioni o abbia avuto delle intelligenze con le potenze straniere per incorrere nella pena della decapitazione accompagnata dalla confisca dei beni. In questo la norma è chiarissima.
22 Sulla genericità della formulazione delle norme della parte speciale del codice, cfr. Neppi Modona (...)
23 Locré 1843, XV, p. 221-222.
13Allorché però si tratta di stabilire quali macchinazioni e quali intelligenze siano meritevoli di pena il dettato normativo si fa decisamente meno chiaro. Il codice, in questo come in altri casi, offre una formulazione della fattispecie criminosa estremamente generica, tanto da compromettere la certezza del diritto22. Evita le definizioni e le distinzioni, e di fatto rimanda all’autorità giudiziaria la scelta dei comportamenti punibili, rendendo legittima l’inflizione della pena a tutte le macchinazioni e intelligenze. Un rischio, quest’ultimo, che in sede di lavori preparatori viene, per la verità, paventato. A fronte di chi si dichiara contrario sia alle definizioni sia alle formulazioni casistiche, altri chiedono di definire con maggiore precisione la condotta incriminata, poiché « tutte le macchinazioni e intelligenze », si osserva, « non meritano la morte »23.
24 Locré 1843, XV, p. 221.
14Alla fine prevale però la fazione dei fautori della formulazione generica, anche perché, ed è questo un punto cruciale, si vuole dare una marcata connotazione soggettiva all’incriminazione. Perspicue sono al proposito le parole dell’Arcicancelliere, per il quale « conviene dappoi combinare la compilazione in modo che i giudici profferiscano secondo l’intenzione de’ prevenuti, anziché secondo il fatto materiale »24.
25 In tal senso si esprime, ancora una volta, l’Arcicancelliere. Cfr. Locré 1843, XV, p. 221.
15Ciò che si intende punire e si punisce è dunque la volontà criminosa del soggetto. Evitando di definire, la norma in esame lascia aperta la possibilità di perseguire e condannare qualsiasi forma di dissenso politico. Meritevoli di pena diventano, per espressa volontà del legislatore, anche quelle condotte che « all’esterno non presentano il carattere di fellonia », e che sono tali solo « intrinsecamente »25.
26 ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice B.
27 Redatto dall’imputato avvocato Soveri Latuada, è edito da Spadoni 1937, II, p. 281-286.
16Nel processo contro i congiurati del ’14, il procuratore imperiale, nel chiedere la condanna di alcuni imputati per il reato di « macchinazioni e intelligenze con potenze estere », offre un’interpretazione dell’art. 76 del codice penale in linea con la politica del legislatore napoleonico testé richiamata. Egli ricorda le reiterate riunioni nelle abitazioni di alcuni congiurati, avvenute con la partecipazione di un sedicente agente del re di Francia, al quale gli imputati si sono affidati per la realizzazione del disegno criminoso26. Sebbene nel corso del processo non si siano potuti dimostrare i legami tra questo personaggio e il governo francese, per il procuratore il reato risulta integrato e pienamente provato. Ciò che rileva, spiega, è la volontà di delinquere degli imputati, che per lui ha trovato una chiara e inequivoca espressione nelle riunioni svolte, nel progetto, condiviso e peraltro confessato, di attentare alla sicurezza esterna dello Stato. Un progetto, che non è rimasto sul piano delle dichiarazioni, ma che si è concretato nella redazione di un « piano di costituzione governativa »27.
28 Così si legge nella sentenza : « La commissione quindi dichiarò che consta delle praticate macchin (...)
29 « La commissione ha creduto di pronunciare per questo imputato la formula “non constare abbastanza (...)
30 ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice N, fol. 10r : « Anche rispetto al secondo tito (...)
17L’arringa del procuratore non trova accoglimento nella sentenza. I giudici, pur riconoscendo come provate le macchinazioni, attribuiscono rilevanza decisiva al fatto che non si sia potuta ascrivere in capo al francese coinvolto nelle « intelligenze » la qualifica di « agente di potenza estera »28. Sebbene gli imputati, scrivono, fossero convinti di progettare un attentato alla sicurezza dello Stato con l’aiuto di un emissario del re di Francia, per i giudici il mancato accertamento della reale identità di questi destituisce di fondamento l’impianto accusatorio. E così mentre il francese rimane indiziato del crimine29, gli altri imputati vengono assolti dall’accusa del reato punito dall’art. 76 del codice penale30.
31 Per tutti i profili inerenti all’istituto del delitto tentato nel sistema normativo francese, qui (...)
18Queste conclusioni meritano alcune considerazioni, per il fatto di costituire un’importante deroga al codice penale napoleonico. E ci riferiamo non solo all’art. 76 ma anche, a ben vedere, alla più generale disciplina in tema di tentativo. Rinviando alle conclusioni di chi ha dedicato a questo istituto indagini ampie ed esaustive, ci limitiamo a ricordare che nell’ordinamento penale napoleonico ciò che si punisce come tentativo è la volontà criminosa, manifestata con atti esterni e tesi a dimostrarla in maniera inequivoca. La prospettiva marcatamente soggettiva e la politica fortemente intimidatrice che vi è sottesa sono state ripercorse con grande precisione dalla ricerca storica. In quel contesto ciò che rileva è l’inizio dell’esecuzione della condotta criminosa, senza che se ne valuti l’idoneità ad offendere. La tipicità della condotta non assume pertanto rilevanza, come irrilevante è la distinzione fra atti preparatori e atti esecutivi. Anche con i primi si può dare inizio all’esecuzione31.
19Leggendo però le argomentazioni dei giudici che si sono pronunciati sui fatti del ’14, ciò che emerge con sufficiente chiarezza è che essi compiono un tipo di valutazione della condotta degli imputati non prevista e non ammessa dal codice penale. Il rilievo che essi attribuiscono al mancato accertamento della reale identità del personaggio francese coinvolto nei piani criminosi è al proposito eloquente. Essi assolvono gli imputati dall’accusa di macchinazioni poiché il fatto che non si siano potuti provare i legami tra quel personaggio e il governo d’oltralpe rende la loro condotta inidonea ad offendere. Le macchinazioni sono state provate e ammesse nel corso del procedimento. Tuttavia, la circostanza che gli accusati si siano affidati a un soggetto, che potrebbe non essere un agente di potenza estera, toglie al loro tentativo l’elemento della dannosità o pericolosità. I giudici condizionano dunque la punibilità del crimine tentato alla sua idonenità ad offendere.
32 Isotton 2012, p. 108.
33 Il giudizio è di Seminara 2012, p. 25.
20È questo un tipo di valutazione che, estranea al codice francese, ha un precedente importante nella stagione di progetti italo-lombardi di codice penale, da tempo oggetto delle attenzioni della storiografia giuridica. Una stagione, quella, che si contraddistingue per i ripetuti tentativi di realizzare una legislazione penale originalmente italica32, messi in atto da coloro che oggi vengono considerati come « i migliori intelletti penalistici italiani del tempo »33. Sebbene quei tentativi di codificazione penale si dispieghino nell’arco di un ventennio, dal 1790 al 1810, in queste pagine ci concentriamo sul periodo coincidente con il primo Regno d’Italia.
34 Redatto da una commissione composta da giuristi di vaglia, il progetto, come noto, viene presentat (...)
35 Isotton 2006, p. 377-378 e Seminara 2012, p. 27-32.
36 In argomento, diffusamente, Isotton 2006, p. 378, nota 52 e testo corrispondente.
37 Isotton 2006, p. 376-377, ha messo in luce alcuni importanti precedenti in cui la categoria dell’a (...)
38 Seminara 2012, p. 29-32.
21Dei progetti redatti tra il 1801 e il 1810, di speciale interesse in questa sede è innanzitutto il cosiddetto progetto dei Travagli del 180634. Chi ha studiato ex professo le disposizioni che quel testo dedica al tentativo, ha messo in luce le novità di non poco momento che esso prevede rispetto alla tradizione francese. Novità, destinate peraltro a grande successo. Anche se non approvato, il progetto del 1806 in tema di tentativo condizionerà in effetti la successiva codificazione italiana35. All’art. 68 esso stabilisce che « l’attentato di delitto, perché sia punibile, deve essere manifestato con atti esterni e prossimi all’esecuzione ». Com’è stato autorevolmente sottolineato, il concetto di prossimità, pur nella sua ambiguità e seppur già ampiamente utilizzato dalla criminalistica di diritto comune, in questo progetto viene impiegato per uno scopo del tutto originale36. Esso mira difatti a restringere la sfera della punibilità37. Inoltre, chi ha esaminato nel dettaglio il Rapporto che contiene i motivi del progetto ha messo in luce la precisa volontà dei suoi artefici di attribuire rilevanza alla « idoneità dell’atto o del mezzo come presupposto della dannosità della condotta »38.
39 All’art. 42 si stabilisce che « chiunque dopo aver deliberato di commettere un fatto criminoso inc (...)
40 Ci si riferisce all’art. 74 (ripreso da Isotton 2006, p. 387, nota 74), per il quale « è attentato (...)
41 In argomento, diffusamente, Isotton 2006, p. 389-396.
22Il requisito dell’idoneità degli atti viene adombrato anche nel successivo Progetto sostituito di codice penale per il Regno d’Italia messo a punto da Gian Domenico Romagnosi nel 180639, e confluisce infine nel progetto del 1809. Anche con riguardo a quest’ultimo testo le osservazioni accompagnatorie si rivelano decisive per cogliere l’orientamento dei redattori. A dispetto infatti di una norma che sembrerebbe allineata con la tradizione francese40, per la quale la tipicità della condotta è del tutto irrilevante, il ministro Luosi nelle sue Osservazioni chiarisce l’indirizzo, potremmo dire italiano, ormai volto a subordinare la punibilità del tentativo all’idoneità degli atti compiuti41.
42 L’espressione è mutuata da Seminara 2012, p. 28.
23Tornando al processo contro i congiurati del ’14, ciò che il rapidissimo excursus normativo testé compiuto ci permette di cogliere è dunque una stretta connessione tra l’orientamento dei giudici e l’indirizzo espresso da alcuni progetti italo-lombardi di codice penale. Prima che Napoleone estenda al Regno italico il suo codice, una brillante generazione di penalisti, coinvolta nel processo codificatorio, tenta di affermare in tema di delitto tentato categorie e principi lontani da quelli di matrice francese, e chiaramente ispirati a un garantismo estraneo alla normativa d’oltralpe. Ed è a quei principi e a quelle categorie che la commissione, chiamata a decidere della colpevolezza degli imputati del ’14, si affida, lasciando penetrare nella prassi giudiziaria i capisaldi di quella che, a proposito di tentativo, diventerà la « tradizione penalistica italiana »42.
24Anche dall’imputazione di cospirazione, parimenti punita con la morte e la confisca generale dei beni, gli accusati della congiura bresciano-milanese vengono assolti e anche con riferimento a questo capo di imputazione l’autorità giudiziaria offre un’interpretazione delle norme più garantista di quella voluta dal legislatore.
25La cospirazione, ai sensi dell’art. 89 del codice penale, sussiste allorché « la risoluzione di agire è concertata e stabilita fra due o un maggior numero di cospiratori, quantunque non siavi stato attentato ». La risoluzione di agire, in base all’art. 87, deve essere diretta, tra l’altro, a distruggere o cambiare il governo o ad indurre i cittadini ad armarsi contro l’autorità reale.
26Già dalla lettera delle norme richiamate appare con chiarezza che nell’ordinamento francese la cospirazione può essere integrata ad uno stadio anteriore a quello del tentativo. Per quest’ultimo, lo ricordiamo, è necessario un principio di esecuzione. Affinché vi sia cospirazione è sufficiente la risoluzione ad agire concertata fra due o più persone. Una volta di più trova conferma la politica severamente repressiva del legislatore.
43 Si veda il rapporto dei consiglieri di Stato Berlier, Corsini e Pelet in Codice dei delitti 1811, (...)
27Nel corso delle discussioni innanzi al corpo legislativo, gli oratori del Consiglio di Stato illustrano la ratio della norma. In tema di cospirazione si vuole « imprimere un carattere speciale di crimine a progetti i quali se riguardassero delitti ordinari, sarebbero odiosi bensì, ma non tali da essere considerati come il delitto medesimo »43. E ciò al punto che si può essere condannati come cospiratori alla pena di morte e alla confisca dei beni anche se non si è « già devenuti all’azione »44.
45 ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice N, fol. 2r-7v. Spadoni 1937, III, p. 258-262.
46 ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice N, fol. 5r. Spadoni 1937, III, p. 260.
28Nel processo contro i congiurati del ’14, i giudici, come anticipato, respingono la richiesta di condanna per cospirazione formulata dal procuratore imperiale nei riguardi di cinque imputati. E ciò sul presupposto che la loro condotta è rimasta allo stadio del progetto. I membri della commissione speciale riconoscono che nel processo è stata provata la partecipazione degli imputati a molte riunioni, organizzate per trovare i mezzi per una rivolta generale. Richiamano le risultanze processuali dalle quali emerge anche l’adescamento di alcune persone per indurre in esse « una risoluzione di agire ». Ricordano i viaggi che alcuni degli imputati hanno intrapreso per ottenere anche dall’estero appoggio alle loro operazioni. Eppure, si legge nella sentenza, le « proposizioni rimasero non altro che proposizioni »45. Due imputati, in particolare, Teodoro Lecchi e Gaspare Bellotti, vengono assolti dall’accusa di cospirazione in quanto, sebbene abbiano prospettato i mezzi per dar seguito al progetto criminoso, nel momento di assumere la direzione dell’insurrezione hanno rifiutato l’incarico46.
29Le norme codicistiche non trovano dunque applicazione. La connotazione esasperatamente soggettiva dell’incriminazione voluta dal legislatore napoleonico lascia il posto a una lettura di segno nettamente diverso. Nonostante il tenore della norma sia chiaro, per i giudici affinché la cospirazione possa considerarsi integrata non basta la risoluzione ad agire. La sentenza, segnatamente nella parte relativa a Lecchi e a Bellotti, non lascia spazio a dubbi circa l’orientamento seguito dai giudici.
47 Tale reato è punito dall’art. 90 del codice penale.
48 Art. 103 e 105 cod. pen.
49 Delle pene irrogate si ha notizia indiretta attraverso la relazione che il giudice de Flamio il 2 (...)
50 Spadoni 1937, III, p. 141-142.
30Tutte le imputazioni vengono derubricate. Alcuni imputati sono condannati per « proposizioni fatte e non accolte » di formare una cospirazione47, altri per « scienza e omessa rivelazione di crimini che compromettono la sicurezza dello Stato »48. Le pene irrogate consistono nel bando temporaneo, in sanzioni pecuniarie e nella detenzione fino a cinque anni. Tutti gli imputati sono condannati anche alla sorveglianza speciale della polizia49. Se questa è la decisione della commissione speciale, merita segnalare la risoluzione con la quale il 30 giugno 1816 l’imperatore mitiga le pene nei riguardi di tutti i condannati50.
31L’indirizzo garantista seguito nella formulazione della sentenza orienta la commissione speciale anche nella conduzione del processo. Ciò che la documentazione superstite rivela, sotto il profilo propriamente procedurale, è la precisa volontà dei giudici di assicurare agli imputati il rispetto delle garanzie processuali che il diritto vigente riconosce loro, tanto da non esitare a correggere alcuni provvedimenti irrituali assunti nella precedente fase istruttoria.
51 Dezza 1983, p. 313-315 e Dezza 2003, p. 111-134.
52 I verbali relativi alla fase istruttoria sono conservati in ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. (...)
53 Sull’Appendice, resasi necessaria per coordinare il codice Romagnosi al codice penale, Dezza 1983, (...)
54 Esso è edito in Bollettino 1808, p. 222-229.
55 Questo decreto, che disciplina la procedura innanzi alle corti speciali, è stato confermato dall’A (...)
56 Su questi profili ha richiamato l’attenzione Latini 2010, p. 28-29.
32Secondo lo schema del processo misto di matrice francese e accolto dal codice Romagnosi51, il procedimento segue due fasi nettamente distinte. Dopo l’arresto dei sospettati e la raccolta delle informazioni preliminari da parte della polizia, il ministro plenipotenziario Bellegarde affida la conduzione dell’istruzione a una commissione speciale mista, composta da funzionari pubblici e da militari52. Sebbene il ministro, in questo come in altri provvedimenti, invochi il rispetto della normativa vigente, la nomina di questa commissione sembra piuttosto rispondere a una decisione discrezionale del governo austriaco. Essa non trova legittimazione nell’ordinamento processuale, che come noto fa capo alla normativa napoleonica, non ancora abrogata. Il riferimento è in particolare al già citato codice Romagnosi, al Regolamento Organico della giustizia civile e punitiva del 1806, all’Appendice al codice di procedura penale del 181153 e alla congerie di leggi speciali che nel volgere di poco tempo hanno portato a una discreta stratificazione normativa. Se difatti la nomina di corti speciali, incaricate di conoscere anche di alcuni reati politici, trova fondamento nella normativa del Regno italico, la composizione mista imposta da Bellegarde deroga invece alla stessa. Il codice Romagnosi, all’art. 97, è chiaro nell’attribuire la competenza al giudice ordinario qualora imputati di uno stesso delitto non militare siano civili e militari. E il decreto del 21 marzo 180854, ancora in vigore55, riconosce al governo la possibilità di « erigere in corti speciali le corti di giustizia civile e criminale »56.
57 Spadoni 1937, III, p. 6-10.
33La fase istruttoria, informata ai caratteri della segretezza e della scrittura, dura poco meno di due mesi, dal 7 dicembre 1814 al 26 gennaio 1815. Le carte d’archivio e il dettagliato resconto di Spadoni informano dell’efficienza della commissione e dello zelo del governo. Sebbene i commissari ritengano opportuno un approfondimento dell’istruzione, il ministro plenipotenziario preferisce non indugiare oltre e chiudere celermente la prima fase del procedimento. Egli vorrebbe altresì che la successiva fase dibattimentale venisse affidata a una commissione mista, anch’essa formata in parte da civili e in parte da militari, tutti senza legami con la Lombardia, la cui decisione dovrebbe essere inappellabile57.
58 Art. 133 cod. proc. pen. Su questa dispozione, Dezza 1983, p. 333-334.
34Tuttavia, il 6 febbraio, ottemperando a una disposizione sovrana, Bellegarde è costretto a sdoppiare la procedura. Continuando a seguire il processo contro i civili, è interessante osservare come la celerità impressa al procedimento comporti il sacrificio di alcune garanzie che, pur minime, il codice di procedura penale accorda all’inquisito anche nella fase istruttoria. L’imputato ha difatti diritto di prendere visione degli atti in cancelleria e di farsi assistere da « una persona di sua confidenza » prima della chiusura dell’istruzione. In tal modo egli ha la possibilità di produrre nuovi mezzi di prova che tuttavia il giudice istruttore può rifiutare di assumere58. Orbene, nella vicenda giudiziaria oggetto di esame in queste pagine, quella disposizione viene disattesa e la fase istruttoria si conclude nella più assoluta segretezza.
59 Art. 138 cod. proc. pen.
60 ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX.
35Merita segnalare che anche l’iter di nomina della commissione investita della decisione non rispetta le formalità prescritte dal codice di rito. Questo difatti prevede a chiusura dell’istruzione che il regio procuratore formuli l’atto di accusa, ovvero presenti le proprie conclusioni perché venga dichiarata « dissipata l’imputazione »59. Nel procedimento contro i congiurati del ’14 l’istruzione viene chiusa per volontà del ministro plenipotenziario il 26 gennaio, la commissione incaricata del giudizio è nominata il 6 febbraio e l’atto di accusa viene formulato solo il 2 marzo60.
36Le irregolarità procedurali non superano però il vaglio della commissione giudicante. Essa difatti, lo abbiamo anticipato, cerca, dove può, di ripristinare le garanzie violate nel corso della fase istruttoria. E così all’indomani del suo insediamento, come primo provvedimento avverte tutti gli imputati della facoltà loro concessa di nominare quella persona di loro fiducia che essi avrebbero dovuto scegliere poco prima della fine dell’istruzione61. Una scelta, questa, che non sostituisce la nomina del difensore, ma che mira esclusivamente a ristabilire retroattivamente il rispetto delle regole processuali.
62 Sui caratteri ai quali è informata la fase dibattimentale, diffusamente Dezza 1983, p. 346-352.
37Il dibattimento procede secondo lo schema dettato dal codice di procedura penale. L’unica deroga, imposta dal ministro Bellegarde, attiene al fatto che questa fase si svolge a porte chiuse, disattendendo dunque il principio della pubblicità imposto dal Regolamento Organico62. Gli altri principi ai quali la fase dibattimentale deve esse informata, ovvero l’oralità e il contraddittorio, sono invece rispettati. Ed è anzi costante premura dell’autorità giudiziaria richiamare le disposizioni che fondano le decisioni assunte di volta in volta.
38I profili che si sono qui esaminati sono solo alcuni dei molteplici punti di vista dai quali il processo contro i congiurati civili del ’14 può essere letto o, forse più opportunamente, riletto. In questa sede, lo abbiamo precisato, si è scelto di concentrare l’attenzione sulla sentenza proferita dall’autorità giudiziaria e sulle possibili ragioni di un giudizio che per gli imputati si è concluso con un esito più favorevole, non solo di quello auspicato dal governo austriaco, ma anche di quello al quale poteva condurre l’applicazione della normativa vigente. Le considerazioni qui svolte non esauriscono certo i motivi di interesse sottesi a quella vicenda giudiziaria. Siamo anzi convinti che essa, pur nota da tempo, possa offrire alla ricerca storica nuove interessanti suggestioni. Rinviando ad altra sede ulteriori approfondimenti, intendiamo ora riflettere su alcuni avvenimenti che a quel giudizio ci sembrano in qualche modo collegati.
63 Tale decreto è pubblicato in Atti 1815, p. 33-34.
64 Su questo aspetto, Latini 2010, p. 27-33.
39È la fine di marzo del 1815. Il dibattimento sta per concludersi e il regio procuratore imperiale sta per pronunciare la sua arringa quando il governo austriaco riforma ab imis il processo per i reati politici. La riforma investe sia i profili giurisdizionali sia la procedura. Con decreto del 31 marzo Bellegarde istituisce a Milano una corte straordinaria permanente incaricata di conoscere di tutti i crimini e delitti contro la sicurezza dello Stato63. Si tratta di un provvedimento rilevante nella storia della repressione dei reati politici. Se la vicenda della congiura bresciano-milanese testimonia il ricorso a una commissione mista segnatamente nella fase istruttoria del procedimento64, con il decreto ora in esame nel Lombardo-Veneto, per la prima volta a quanto ci consti, una commissione mista viene investita dell’intero giudizio. Da questo momento gli imputati dei reati politici, lo anticipiamo, subiscono una decisa riduzione delle garanzie processuali. Il feldmaresciallo e governatore generale dà veste normativa a quell’orientamento fortemente repressivo, si potrebbe dire arbitrario, già manifestato in occasione del processo contro i congiurati del ’14. In quella sede i suoi tentativi di orientare e condizionare lo svolgimento del giudizio sono falliti. Ora, con un decreto dalla portata generale, riesce a introdurre un tipo di procedimento che, in deroga ai codici napoleonici, voleva fosse seguito anche contro i cospiratori.
65 Art. 2.
66 Art. 13-16.
40E difatti, come accennato, egli impone alla nuova corte speciale insediata a Milano la composizione mista, a presunta garanzia di un’imparzialità che a suo avviso difetta ai giudici ordinari. Degli otto membri previsti, tre devono essere militari e cinque devono essere scelti tra i giudici delle corti d’appello65. Bellegarde avoca a sé la decisione esclusiva sulla nomina dei membri della corte, i quali devono osservare il procedimento disciplinato dal decreto del 21 marzo 1808. Voluto da Napoleone, esso contempla un tipo di processo più rapido di quello ordinario. L’« istruzione preparatoria », pur dovendo rispettare le norme del codice di procedura penale sull’interrogatorio dell’imputato, deve essere compiuta sommariamente66. Ciò comporta un’inevitabile compressione delle garanzie per l’inquisito. Già ridotte nella fase istruttoria di un processo ordinario, qui sono ulteriormente sacrificate. Viene omessa, ad esempio, la facoltà dell’imputato di farsi assistere da persona di « sua confidenza » prima della conclusione dell’istruzione. Una facoltà, lo ricordiamo, che, pur non consentendo all’accusato grandi opportunità difensive, gli permette nondimeno di produrre prove a discolpa. Ci siamo già soffermati sull’importanza che la commissione di giudizio nel processo politico del ’14 ha attribuito a quella possibilità.
67 Art. 18.
41Se la fase istruttoria deve concludersi nel più breve tempo possibile ed è dominata dalla presenza del giudice istruttore, durante il dibattimento l’imputato ha la possibilità di farsi assistere da un difensore. Anche i principi dell’oralità e della pubblicità sono confermati. Di non poco conto è però la disposizione che vieta qualsiasi gravame contro la sentenza. I membri della corte giudicano inappellabilmente e contro la loro decisione non è ammesso nemmeno il ricorso in cassazione67.
42Ciò che Bellegarde ha tentato invano nel corso del processo del ’14 ora gli riesce pienamente. Dalla composizione mista della commissione giudicante, alla sommarietà dell’istruzione, alla inappellabilità della sentenza si tratta di scelte che il governatore generale aveva già cercato di introdurre nella prassi. E dunque la volontà di evitare una nuova sconfitta di fronte al garantismo del vigente codice di procedura penale spiega forse le ragioni di un provvedimento che, oltre a essere informato a una decisa severità, legittima l’invadenza dell’autorità politica nell’amministrazione della giustizia. All’atto però di emanare il decreto che si è qui esaminato Bellegarde non sa ancora, né probabilmente può immaginare, che i congiurati riusciranno a scampare alla pena di morte e alla confisca generale dei beni non tanto, o non solo, grazie alle garanzie processuali che vengono loro assicurate, ma anche e soprattutto grazie a un’interpretazione del diritto penale sostanziale da parte dei giudici che disattende il disposto di alcune norme del codice penale.
Milano, Archivio di Stato.
Processi politici, cart. 1 e 2.
Appendice 1811 = Appendice al codice di procedura penale sancita il 7 dicembre 1810 e posta in attività col primo gennaio 1811, in A. De Giorgi (a cura di), Opere di G.D. Romagnosi, IV, II, Milano, 1842, p. 1013-1024.
Atti 1815 = Atti del governo, Milano, 1815.
Bollettino 1808 = Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, Milano, 1808.
Cattaneo 2002 = M.A. Cattaneo, L’autoritarismo penale napoleonico, in Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia (1811), Padova, 2002, p. xxv-xxxiv.
Cavanna 2002 = A. Cavanna, Il codice penale napoleonico. Qualche considerazione generalissima, in Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia (1811), Padova, 2002, p. XIII-XXIII.
Cavanna 2007 = A. Cavanna, Codificazione del diritto italiano e imperialismo giuridico francese nella Milano napoleonica. Giuseppe Luosi e il diritto penale, già in Ius Mediolani. Studi di storia del diritto milanese offerti dagli allievi a Giulio Vismara, Milano, 1996, p. 659-760, e in A. Cavanna, G. Vanzelli, Il primo progetto di codice penale per la Lombardia napoleonica (1801-1802), Padova, 2000, p. 142-238, ora in A. Cavanna, Scritti (1968-2002), II, Napoli, 2007, p. 833-927.
Codice dei delitti 1811 = Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia. Edizione conforme all’orginale del Bollettino delle leggi, colla versione dei Motivi degli Oratori del Consiglio di Stato dell’Impero francese e della Commissione del Corpo legislativo, I, Milano, 1811.
Da Passano 2000 = M. Da Passano, Emendare o intimidire ? La codificazione del diritto penale in Francia e in Italia durante la Rivoluzione e l’impero, Torino, 2000.
Del Giudice 1923 = P. Del Giudice, Fonti : legislazione e scienza giuridica dal secolo decimosesto ai giorni nostri, Milano, 1923, p. 258-267.
Dezza 1983 = E. Dezza, Il codice di procedura penale del Regno italico. Storia di un decennio di elaborazione legislativa, Padova, 1983.
Dezza 1992 = E. Dezza, Appunti sulla codificazione penale nel primo Regno d’Italia : il progetto del 1806, in E. Dezza, Saggi di storia del diritto penale moderno, Milano, 1992, p. 199-280.
Dezza 2003 = E. Dezza, L’avvocato nella storia del processo penale, in G. Alpa, R. Danovi (a cura di), Un progetto di ricerca sulla storia dell’avvocatura, Bologna, 2003, p. 111-134.
Dezza 2009 = E. Dezza, Multa renascentur quae iam cecidere. La plurisecolare vicenda del Progetto sostituito di Giandomenico Romagnosi, in Criminalia. Annuario di scienze penalistiche, 4, 2009, p. 157-187.
Isotton 2002 = R. Isotton, Archetipi francesi ed austriaci dell’intimidazione penale. La repressione del delitto tentato dalla Giuseppina al code pénal del 1810, in Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia (1811), Padova, 2002, p. xci-cxviii.
Isotton 2006 = R. Isotton, Crimen in itinere. Profili della disciplina del tentativo dal diritto comune alle codificazioni penali, Napoli, 2006.
Isotton 2012 = R. Isotton, Il progetto sostituito di codice penale per il Regno d’Italia di G.D. Romagnosi (1806), prima trascrizione, in R. Isotton, Tra autorità e libertà. Saggi di storia delle codificazioni penali, Torino, 2012, p. 107-166.
Latini 2010 = C. Latini, Cittadini e nemici. Giustizia militare e giustizia penale in Italia tra Otto e Novecento, Milano, 2010.
Locré 1843 = J.C. Locré, Legislazione civile, commerciale e criminale ossia comentario e compimento dei codici francesi, trad. it. di G. Cioffi, XV, Napoli,1843.
Neppi Modona 1985 = G. Neppi Modona, Il codice napoleonico del 1810, in U. Levra (a cura di), La scienza e la colpa, Milano, 1985, p. 145.
Rath 1969= R.J. Rath, The provisional Austrian regime in Lombardy-Venetia 1814-1815, Austin-Londra, 1969.
Rondini 2002 = P. Rondini, Il reato politico nel Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia (1811) e nel Codice penale universale austriaco (1815) : la repressione dei crimini contro la sicurezza dello Stato, in Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia (1811), Padova, 2002, p. cxxxix-cliii.
Rondini 2006 = « Ius Gladii et aggratiandi ». La legislazione e la giurisdizione penale militare nel Regno Lombardo-Veneto, in P. Caroni, E. Dezza (a cura di), L’ABGB e la codificazione asburgica in Italia e in Europa. Atti del Convegno Internazionale, Pavia, 2002, Padova, 2006, p. 283-316.
Seminara 2012 = S. Seminara, Il delitto tentato, Milano, 2012 (Raccolta di studi di diritto penale, 65).
Spadoni 1937 = D. Spadoni, Milano e la congiura militare nel 1814 per l’indipendenza italiana, Modena, 1937.
Travagli 1807 = Collezione dei Travagli sul Codice Penale pel Regno d’Italia, I, Brescia, 1807.
2 Rondini 2006, p. 289-292. Tra la storiografia che più di recente ha esaminato l’intero procedimento, si rinvia a Latini 2010, p. 27-33, e tra i contributi meno recenti, senza pretesa di completezza, Rath 1969, p. 243-273.
4 La documentazione relativa a questo processo è conservata presso l’Archivio di Stato di Milano : ASMi, Processi politici, cart. 1 e 2.
5 Si vedano le Conclusioni dell’Imperiale Regio Procuratore, in ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice B. Per un succinto resoconto, Spadoni 1937, III, p. 87-88.
6 Per riferimenti alla bibliografia su questo testo normativo, si veda infra, note 10, 12 e 13, e testo corrispondente. Sull’opera di codificazione in materia penale compiuta nel primo Regno d’Italia tra il 1806 e il 1811, cfr. : Dezza 1992, p. 199-280 ; Cavanna 2007, II, p. 833-927 ; Isotton 2012, p. 107-166.
10 Si vedano : Neppi Modona 1985, p. 145 ; Rondini 2002, p. cxli-cxliv ; Cattaneo 2002, p. xxvi-xxviii.
11 Un principio accolto invece dal codice penale rivoluzionario del 1791. Si veda Da Passano 2000, p. 29-50.
20 Come noto, e come emerge dalla lettera della legge, i reati contro la cosa pubblica nel codice penale del Regno d’Italia comprendono sia crimini che delitti ; una classificazione, questa, di carattere formale, legata al tipo di sanzioni comminate. Il codice stesso, all’art. 1, stabilisce che il crimine è « la violazione della legge punita con pena afflittiva e infamante », e il delitto è « la violazione della legge punita con pena correzionale ». Nel seno poi dei crimini e delitti contro la cosa pubblica, il legislatore distingue i « crimini e i delitti contro la sicurezza esterna dello Stato » (art. 75-85) dai « crimini e delitti contro la sicurezza interna » (art. 86-102). Sul punto, Rondini 2002, p. cxli.
21 Sulla disciplina del tentativo nel codice penale napoleonico, diffusamente Isotton 2002, p. xcvii-civ ; Isotton 2006, p. 345-359.
22 Sulla genericità della formulazione delle norme della parte speciale del codice, cfr. Neppi Modona 1985, p. 145.
28 Così si legge nella sentenza : « La commissione quindi dichiarò che consta delle praticate macchinazioni ed intelligenze. Siccome poi sul giudizio del diritto, ossia quanto al doversi o no questo fatto ritenere punibile poteva influire la circostanza che il S. Aignan (il sedicente agente del re di Francia n.d.a) fosse o no un agente, qual si spacciava di estera potenza, così doveva dichiararsi parimenti nella sede di giudizio del fatto, che non consta di questa attribuitasi qualità mancandone affatto ogni prova negli atti ». La sentenza è conservata in ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice N. È stata trascritta da Spadoni 1937, III, p. 257-264.
29 « La commissione ha creduto di pronunciare per questo imputato la formula “non constare abbastanza della sua colpabilità nel fatto”, che gli fu contestato, la qual formula peraltro indica in senso e secondo il linguaggio delle veglianti leggi rimaner egli tuttavia indiziato dello stesso delitto ». ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice N, fol. 8v. La formula impiegata dalla commissione speciale è una delle tre con le quali i giudici possono esprimere il proprio giudizio sulla colpevolezza dell’imputato, secondo il disposto dell’art. 492 del codice di procedura penale del Regno italico. In argomento, Dezza 1983, p. 350-352.
30 ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. IX, Appendice N, fol. 10r : « Anche rispetto al secondo titolo contestato dal Fisco cioè di macchinazione contro l’esterna sicurezza dello Stato potrebbe altamente sorprendere dopo che il fatto, in parte almeno, fu ammesso, di vederla dichiarata nel secondo giudizio non soggetta ad esser punita, ma ritenuto che lo straniero nominato pel sig. di S. Aignan non consta esser altrimenti quello che si spacciava, e che forse fu anche creduto dagli imputati, vale a dire un agente di estera potenza, non si poteva senza far oltraggio alla legge ritener avverati in questo caso gli estremi dell’art. 76 ».
31 Per tutti i profili inerenti all’istituto del delitto tentato nel sistema normativo francese, qui accennati in estrema sintesi, rinviamo a : Isotton 2002, p. xcvii-civ ; Isotton 2006, p. 345-359 ; Seminara 2012, p. 126-134.
34 Redatto da una commissione composta da giuristi di vaglia, il progetto, come noto, viene presentato dal Gran Giudice Giuseppe Luosi al viceré Eugenio Beauharnais il 25 giugno 1806. Il testo è pubblicato in Travagli 1807, I, p. 1-133. Per un esame di questo progetto, si veda, per tutti, Dezza 1992, p. 225-238.
37 Isotton 2006, p. 376-377, ha messo in luce alcuni importanti precedenti in cui la categoria dell’actus proximus era già stata utilizzata per ridurre il novero dei comportamenti punibili. Si veda anche Seminara 2012, p. 29.
39 All’art. 42 si stabilisce che « chiunque dopo aver deliberato di commettere un fatto criminoso incomincia con atti esterni valevoli ad effettuarlo a dare esecuzione al disegno suo, si fa reo di delitto tentato ». Il riferimento agli « atti valevoli » impone una valutazione circa l’idonenità dei comportamenti posti in essere a raggiungere il fine criminoso. Per il testo del progetto, si veda Isotton 2012, p. 119-166. Per un esame della norma sul tentativo, testè riportata, si rinvia a Isotton 2006, p. 380.
40 Ci si riferisce all’art. 74 (ripreso da Isotton 2006, p. 387, nota 74), per il quale « è attentato di delitto l’intraprendimento d’ogni atto esterno che ne manifesti un principio di esecuzione ». Su questo progetto : Dezza 1992, p. 236 ; Dezza 2009, p. 157-187.
43 Si veda il rapporto dei consiglieri di Stato Berlier, Corsini e Pelet in Codice dei delitti 1811, I, p. 129.
49 Delle pene irrogate si ha notizia indiretta attraverso la relazione che il giudice de Flamio il 2 ottobre 1815 trasmette al Supremo tribunale di giustizia di Vienna. Detta relazione è conservata in ASMi, Processi politici, cart. 2. Di essa dà conto Spadoni 1937, III, p. 102-103.
52 I verbali relativi alla fase istruttoria sono conservati in ASMi, Processi politici, cart. 1, vol. I-VIII. Il resoconto dettagliato in Spadoni 1937, II, p. 145-276.
53 Sull’Appendice, resasi necessaria per coordinare il codice Romagnosi al codice penale, Dezza 1983, p. 373-377.
55 Questo decreto, che disciplina la procedura innanzi alle corti speciali, è stato confermato dall’Appendice al codice Romagnosi, che ne ha altresì esteso l’ambito di applicazione. Cfr. Appendice 1811, art. 20 e 21.
Emanuela Fugazza, « La confisca nel Lombardo-Veneto tra normativa e prassi giudiziaria. Il caso della congiura bresciano-milanese del 1814 », Mélanges de l’École française de Rome - Italie et Méditerranée modernes et contemporaines [En ligne], 129-2 | 2017, mis en ligne le 03 avril 2018, consulté le 19 mars 2019. URL : http://journals.openedition.org/mefrim/3143 ; DOI : 10.4000/mefrim.3143
Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi di Pavia, emanuela.fugazza@unipv.it
10.4000/mefrim.3143