Source: http://www.penalecontemporaneo.it/d/2091
Timestamp: 2016-10-25 03:03:54+00:00
Document Index: 75540278

Matched Legal Cases: ['art. 97', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 150', 'art. 71', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Inizialmente la Corte non ha avuto dubbi circa la necessaria prevalenza del diritto all'autodifesa sul diritto ad essere giudicati, e sulle stesse ragioni di celerità del processo e di economia delle risorse, in ciò favorita dall'evocazione di un parametro (quello dell'art. 97 Cost.) da sempre ritenuto privo di pertinenza all'amministrazione della giustizia (si veda, in particolare, la sentenza 28 giugno 1995, n. 281). D'altra parte la stessa sospensione del termine prescrizionale è stata ritenuta confacente al dettato costituzionale, in quanto utile a garantire la ripresa del processo anche nei casi di patologie asseritamente irreversibili, e che però risultino ad un certo punto superate (è uno degli argomenti spesi contro l'ipotesi della sentenza di non doversi procedere con l'ordinanza 4 febbraio 2003, n. 33). Dunque le strategie mirate ad introdurre una sentenza di improcedibilità dell'azione sono state respinte, anche in tempi relativamente recenti (si veda l'ordinanza 29 marzo 2007, n. 112), e non solo perché una scelta del genere esprime valutazioni discrezionali rimesse al legislatore.
Non è mancato neppure - a fronte del ripetuto fallimento di sollecitazioni pertinenti a «soluzioni processuali» - il tentativo di introdurre una causa «sostanziale» di definizione del giudizio contro l'«eterno giudicabile». Con la citata ordinanza n. 289 del 2011 la Corte è stata chiamata a valutare un intervento additivo sull'art. 150 c.p., che stabilisce l'estinzione del reato in caso di morte del reo: il rimettente avrebbe voluto che la norma comprendesse, tra le fattispecie estintive, anche lo stato di insuperabile incapacità di stare in giudizio. Ovviamente, la risposta è stata nel senso della manifesta infondatezza, non essendo comparabili, nell'ambito del principio di uguaglianza, la posizione del «morto» e quella dell'incapace, anche per la già evocata fallibilità della valutazione medico-legale, che caratterizza la seconda condizione e non certo la prima. È fallito poi, e naturalmente, il tentativo di risolvere il problema imponendo la prosecuzione del giudizio nonostante la condizione di incapacità, mediante l'assegnazione di una funzione di rappresentanza dell'imputato «definitivamente» incapace al curatore che deve essere nominato ai sensi dell'art. 71, comma 2, c.p.p. (sentenza n. 281 del 1995).
Il monito finale che caratterizza la sentenza in commento appare insolitamente deciso: «nel dichiarare l'inammissibilità dell'odierna questione - dovuta al rispetto della priorità di valutazione da parte del legislatore sulla congruità dei mezzi per raggiungere un fine costituzionalmente necessario - questa Corte deve tuttavia affermare come non sarebbe tollerabile l'eccessivo protrarsi dell'inerzia legislativa in ordine al grave problema individuato nella presente pronuncia ». Please enable JavaScript to view the comments powered by Disqus.