Source: https://www.101mediatori.it/sentenze-mediazione/quali-sanzioni-per-il-convenuto-che-non-partecipa-alla-mediazione-866.aspx
Timestamp: 2020-08-14 17:47:59+00:00
Document Index: 72183719

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 96', 'art 96', 'art.\n1815', 'art. 1815', 'art. 1175', 'art. 644', 'art. 96', 'art. 1175', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 93', 'art. 96', 'art. 42', 'art. 96', 'art. 96']

Quali sanzioni per il convenuto che non partecipa alla mediazione?
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Tribunale di Velletri, sentenza del 05/01/2020
Letto 708 dal 06/02/2020
Ai fini della applicazione della sanzione ex. art. 96 cpc il comportamento tenuto dalla parte è un imprescindibile elemento di valutazione.
Se la parte, nel caso di specie il convenuto, non partecipa alla mediazione e costringe l'attore ad incardinare un giudizio evitabile, il giudice può applicare la sanzione prevista dall'art 96 cpc.
Ciò soprattutto nella circostanza in cui dalla mancata partecipazione alla mediazione discende la nascita di un giudizio che, altro non fa, se non caricare sull'attore esborsi che potevano essere evitati con il corretto esperimento della procedura stragiudiziale.
Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Maurizio Colangelo _ ha pronunciato la seguente
XXX, con il patrocinio; XX con il patrocinio dell’avv. X e ell’avv. , elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematicopresso il difensore avv.---; XXX, con il patrocinio dell’avv. X e dell’avv. , elettivamente domiciliato in
XX, con il patrocinio dell’avv. XX e dell’avv. , elettivamente domiciliato in----; XXX, con il patrocinio dell’avv.____ ATTORE/I
BANCA con il patrocinio dell’avv.X e dell’avv. , elettivamente domiciliato in elett.te dom.ta presso lo studio ……….. CONVENUTO
- Con atto introduttivo , l’attore conveniva in giudizio l’odierno convenuto, per ivi sentir accogliere le seguenti conclusioni:
1)”CONCLUSIONI COME DA ATTO INTRODUTTIVO DEL GIUDIZIO
- parte attrice concludeva:
-accertare e dichiarare l’illegittima presenza nel rapporto di c/c dell’usura oggettiva derivante dal
superamento dei tassi soglia da parte del TEG secondo la legge 108/96 e derivata applicabilità dell'art.
1815, II comma, c.c. agli interessi e alle competenze addebitate;
- accertare e dichiarare l’illegittima applicazione della Commissione disponibilità fondi e della
Commissione istruttoria veloce;
- accertare e dichiarare la costante registrazione delle operazioni in conto con variazione delle valute a completo favore dell’istituto di credito, con un indiretto ed ingiustificato aumento dei tassi di interesse praticati, attraverso l’applicazione di valute antergate per le poste passive e postdatate per quelle attive, on derivate variazioni contrattuali sfavorevoli solo per il cliente che hanno portato al determinarsi di un tasso effettivo globale superiore ai tassi soglia (ex lege 108/96) in materia di usura lasciando spazio all’applicazione di quanto previsto dell’art. 1815, II comma, c.c. ;
- accertare e dichiarare la violazione dei doveri di correttezza, trasparenza e buona fede ex art. 1175 c.c. per tutte le causali di cui in premessa;
- acceretare e dichiarare, pertanto, che la società attrice ha versato interessi ultralegali ripetibili in termini di usura oggettiva ex art. 644 c.p. e L. 108/96 per € 7.331,46, di cui interessi passivi per € 5.684,68, CMS
per € 96,00, e per spese collegate al credito € 800,17;
- accertare e dichiarare la responsabilita' della banca ex art. 96 cpc, per non aver partecipato, senza giustificato motivo, alla mediazione esperita dagli attori e, per l’effetto,
Condannare la Banca XXXXXXXXXXXXX, in persona del legale rappresentante p.t., a restituire alla XXXX, in persona del suo legale rappresentante p. t. Sig.XXXXXXXXXXXX, le somme indebitamente percepite pari a complessive € 7.331,46;
- Condannare la Banca XXXX, in persona del legale rappresentante p.t., al
risarcimento dei danni, da calcolarsi in via equitativa o nella misura che verrà ritenuta di giustizia e comunque nei limiti della competenza per valore del Giudice di Pace adito, per la la violazione dei doveri di correttezza, trasparenza e buona fede ex art. 1175 c.c. nonché ex art. 96 cpc, per non aver partecipato,
senza giustificato motivo, alla mediazione esperita dagli attori.
Si costituiva in giudizio la Banca convenuta la quale concludeva affinché chiedendo “IN VIA
- dichiarare l’inammissibilità di tutte le domande avversarie e/o la nullità dell’atto di citazione per assoluta
genericità ed indeterminatezza;
IN TESI: rigettare tutte le domande formulate da attrice perchè non fondate e/o non provate per i motivi esposti in narrativa;
Veniva espletata istruttoria con incarico a CTU che tranne per una iniziale difficoltà nel reperire la
documentazione successivamente ha adempiuto positivamente il suo incarico
In una materia complessa come questa a livello bancario si possono tener conto delle conclusioni
rassegnate dal CTU che ben ha argomentato sotto ogni profilo i quesiti formulati dal giudicante.
Si parte dal principio che sono stati sforati i termini di legge in materia di usura come rassegnato nelle
conclusioni del CTU.
Partendo dal presupposto per cui deve rilevarsi che l'annotazione in conto di una posta comporta solo un incremento del debito del correntista, o una riduzione dei crediti di cui egli ancora dispone, ma in nessun modo si risolve in un pagamento, nei termini sopra indicati: perchè non vi corrisponde alcuna attività solutoria del correntista medesimo in favore della banca.
SALDO CONTESTATO DA PARTE ATTRICE - 56.502,52 MINOR SALDO EVIDENZIATO NELLE LE C.T. DI PARTE Debito della Società Attrice XXXXXXXXx. - 49.517,14 CONTEGGIO FINALE DEL SALDO NELLA FATTISPECIE ANATOCISMO Debito della Società Attrice XXX. - 11.931,01
CONTEGGIO FINALE DEL SALDO NELLA FATTISPECIE ANATOCISMO e USURA CREDITO A FAVORE DELLA SOCIETÀ ATTRICE XXX euro 5.729,78
Il presente giudizio, pertanto, vede chiaramente fondata la domanda attorea anche alla luce delle risultanze Peritali Accoglibili anche le argomentazioni in merito alla applicazione dell’art. 96 cpc
Tale problema deve essere deviato, pertanto, sul comportamento, anche ai fini dell’applicazione dell’art. 96 cpc, nei confronti della parte opponente non costituita. E’ incomprensibile, infatti, come la parte convenuta, di fronte alla copiosa ed incontrovertibile documentazione offerta da parte attrice, nonché di fronte alle conclusioni del CTU abbia creduto di poter agire resistendo in giudizio, in misura pretestuosa e strumentale, non fornendo alcuna prova a sostegno di quanto preteso e/o contestato, così prospettando un quadro radicalmente diverso da quello entro cui la lite doveva e deve essere decisa:
essa ha cioè resistito non avendo fornito, alcun riscontro probatorio rispetto alle argomentazioni difensive attoree. Ed è palese che una simile condotta non possa essere stata perpetrata se non, quantomeno, a causa di marcata negligenza, tale da integrare gli effetti (si ripete: quantomeno) della colpa grave. Si versa senz’altro, in conclusione, in una situazione di coscienza della infondatezza della domanda e delle tesi sostenute, ovvero di difetto della normale diligenza per l’acquisizione di detta consapevolezza, che, secondo l’indirizzo della S.C, integra gli estremi dell’elemento soggettivo di cui all’art. 96 Cpc (tra le molte, Cassazione 9060/03).
Le parti convenute conoscevano molto bene tutta la situazione....ma hanno preferito resistere in giudizio, quale il convenuto principale, ma tale comportamento omissivo non esclude la colpa ex art. 96 cpc.
Per questo, si trova sovente ripetuto che l’art 96 Cpc, nel disciplinare come figura di torto extracontrattuale la responsabilità processuale aggravata per mala fede o colpa grave della parte soccombente, non deroga al principio secondo il quale colui che intende ottenere il risarcimento dei
danni deve dare la prova sia dell’an che del quantum: ed il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza .........e l’attore sotto questo profilo ne ha forniti....
L’atteggiamento interpretativo così riassunto non può più essere condiviso e, anzi, una lettura in chiave costituzionalmente orientata dell’art. 96 Cpc ( novellato) impone di facilitarne l’impiego, sicché essa — scoraggiando le iniziative o le resistenze giudiziali che non hanno ragione di essere — possa fungere quale presidio di tutela del principio di ragionevole durata del processo. In tal senso merita incondizionata adesione l’affermazione dell’Assemblea Plenaria della Corte Suprema di Cassazione (ndr....che ha precorso i tempi di novella legislativa della norma dell’art. 96 cpc), riunitasi il 21 luglio 2005 ai sensi dell’art. 93 O.G., la quale ha osservato: «Sanzionare in modo più efficace ogni forma di abuso del processo rappresenta una misura di razionalizzazione indispensabile se si vuole mantenere l’attuale regime di sostanziale gratuità della giustizia senza determinare sprechi ingiustificati e insostenibili di una risorsa inevitabilmente scarsa, quale è quella del processo. Da più parti è avvertita la necessità di superare l’attuale disciplina della responsabilità aggravata, resa sostanzialmente inoperante dalla difficoltà di dare la prova del danno patrimoniale conseguente all’abuso del processo». In detta prospettiva occorre allora sottolineare che, se l’art. 96 Cpc, inserendosi nel contesto della disciplina aquiliana, risponde essenzialmente ad una logica risarcitoria, ciò non esclude che la stessa disposizione manifesti anche una — assolutamente evidente — funzione sanzionatoria di una condotta riprovevole e dannosa per l’intera collettività: detta funzione, di qui, non può non tradursi in una agevolazione, sotto il profilo dell’allegazione e prova, degli oneri gravanti sul danneggiato (....come sancito dalla Suprema Corte di Cassazione).
Per altro verso, va posto l’accento anche su quell’indirizzo giurisprudenziale, derivato dalla giurisprudenza della CEDU ( Corte di Giustizia Europea), secondo cui, in caso di danno da eccessiva durata del processo, pur non essendo in re ipsa il pregiudizio, lo è però la prova di esso, nel senso che la sussistenza di un danno morale, sotto forma di sofferenza interiore, è ordinariamente correlata alla protrazione di qualunque processo oltre i limiti della sua ragionevole durata (il riferimento è alle note Cassazione, Su, 1339/04; 1340/04; la successiva giurisprudenza vi si è adeguata, a quanto consta senza eccezioni).
Nel caso di specie la resistenza al giudizio da parte del convenuto, , contro le attuali parti attrici nonostante l’evidente ipotesi di saldo a credito emerso dalla CTU ( ndr...il problema si sposta solo sul “quantum”) , e l’aver subito passivamente, senza sua colpa, da parte attrice, o meglio l’essere stata costretta ad incardinare l’odierno procedimento per colpa grave della parti convenute, va ad integrare quella lesione di interessi costituzionalmente garantiti quale quello previsto dall’art. 42 Cost, laddove si sancisce che la iniziativa economica non può essere limitata se non dalla legge e, conseguentemente, da ingiustificate azioni legali o di resistenza in giudizio.
Rilevata pertanto, anche, la pretestuosità e la strumentalità delle motivazioni addotte dalla parti convenute e della assenza di documentazione, LA RESISTENZA IN GIUDIZIO, la mancata comparizione dinanzi all’organismo di mediazione, a supporto delle sue pretese, si ritiene vi siano tutti i presupposti anche per l’applicazione dell’art. 96 cpc che si liquidano in Euro 20.000da liquidarsi a favore di parte attrice.
2) Condanna la parte resistente alla rifusione in favore della parte ricorrente ex art. 96 cpc alla somma di euro 20.000
3) Condanna la parte resistente alla rifusione in favore della parte ricorrente delle spese processuali nella misura di Euro 7.800 oltre le spese generali, Iva e Cpa, come per legge, oltre le spese di CTU Velletri, 5.01.2020
AVV. DOTT MAURIZIO COLANGELO