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Timestamp: 2018-10-20 17:02:15+00:00
Document Index: 147071904

Matched Legal Cases: ['art. 48', 'art. 47', 'art. 48', 'art. 47', 'art. 48', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 48', 'art 116', 'sentenza ', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 48', 'art. 640', 'art. 594', 'art. 2043']

Art. 48 codice penale - Errore determinato dall'altrui inganno - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 48 Codice penale
Le disposizioni dell'articolo precedente si applicano anche se l'errore sul fatto che costituisce il reato è determinato dall'altrui inganno (1); ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona ingannata risponde chi l'ha determinata a commetterlo.
(1) Tale articolo richiama la disciplina dell'art. 47 del c.p. relativamente al caso in cui un soggetto sia caduto in errore per opera dell'altrui inganno. Anche in tali casi viene quindi esclusa la colpevolezza dell'agente e risponderà quindi solo l'autore cd mediato,cioè colui che volontariamente l'abbia indotto in errore, salvo che il suo errore non sia incolpevole. In quest'ultimo caso, ferma la non configurabilità del dolo, sarà il soggetto chiamato a rispondere del reato a titolo di colpa.
La ratio della norma si coglie nella necessità di tutelare il soggetto vittima di un'inganno, che quindi non potrà essere chiamato a rispondere, salvo che non si tratti di errore dipeso da colpa.
Spiegazione dell'art. 48 Codice penale
La norma in oggetto equipara la disciplina l'errore determinato dall'altrui inganno a quella prevista per l'errore sul fatto (art. 47) cui pertanto si rimanda.
In questo caso l'errore sul fatto che costituisce il reato è causato da un soggetto terzo, il quale dolosamente approfitta della buona fede dell'esecutore materiale.
Lo strumento tramite il quale si attua l'inganno può esser sia una menzogna, sia il mero silenzio, ma solo quando in capo all'ingannatore sussista un obbligo di informazione.
La seconda parte della norma sancisce la responsabilità del soggetto che trae in inganno per il fatto commesso dall'ingannato, salva l'ipotesi in cui l'errore in cui è incorso l'autore materiale sia dipeso da colpa ed il fatto sia previsto dalla legge come delitto colposo. In quest'ultimo caso l'autore risponderà per colpa, mentre l'ingannatore per dolo.
Non manca tuttavia chi afferma che colui che ha determinato l'altro in errore possa rispondere anche per colpa, qualora quest'ultimo elemento sia da ravvisare in un'errata informazione dei fatti costituenti reato. In questo caso entrambi risponderanno per colpa, sempre che il fatto sia previsto come delitto colposo.
Massime relative all'art. 48 Codice penale
Cass. pen. n. 8096/2011
Integra il reato di falso per induzione, anche a seguito dell'abrogazione del reato previsto dall'art. 2, comma quarto, D.L. 29 dicembre 1983, n. 746 (recante "Disposizioni urgenti in materia di imposta sul valore aggiunto", conv. con modd. in L. 27 febbraio 1984, n. 17), l'esibizione ad un funzionario doganale di una dichiarazione d'intento non veritiera, sì da indurlo a formare una bolletta doganale ideologicamente falsa.
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 8096 del 2 marzo 2011)
Cass. pen. n. 15481/2004
Non ricorre la fattispecie del così detto «concorso anomalo» di cui all'art. 116 c.p., bensì quella prevista all'art. 48 c.p. nel caso in cui si accerti che i concorrenti non abbiano avuto ab origine un accordo criminoso comune - inteso come convergenza delle volontà dei soggetti in concorso - ed il reato sia stato realizzato in conformità della reale intenzione di un concorrente dissimulata all'altro. (Nella specie, la Corte ha escluso la responsabilità a titolo di concorso ai sensi dell'art 116 c.p. nel reato di traffico di stupefacenti, nel comportamento di un soggetto che, avendo offerto la propria collaborazione per l'importazione in Italia di merci in violazione di disposizioni doganali, quali diamanti e pelli di rettile, aveva invece trasportato cocaina per errore determinato dall'inganno dell'altro concorrente).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 15481 del 1 aprile 2004)
Cass. pen. n. 537/1998
In materia di reato commesso in conseguenza di altrui inganno (art. 48 c.p.), l'idoneità dell'azione dell'autore “mediato” va valutata necessariamente in rapporto alle qualità ed alle capacità dell'autore “immediato”, con la conseguenza che qualora questo sia un pubblico ufficiale occorre in particolare tenere conto del grado di preparazione che la sua qualifica richiede e dei doveri di controllo che gli incombono. Pertanto, quando alla luce di siffatti dati le prospettazioni del privato non valgono ad alterare la realtà fattuale, deve escludersi induzione mediante errore, da parte di tale soggetto nei confronti di quello pubblico, alla commissione del reato. (Fattispecie in tema di false dichiarazioni rese dal privato per ottenere una licenza edilizia, dichiarazioni che la Corte non ha ritenuto sufficienti per la configurazione del reato, alla luce dei doveri di esame e di controllo del funzionario pubblico).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 537 del 19 gennaio 1998)
Cass. pen. n. 6389/1996
Al fine di affermare la responsabilità del cosiddetto autore mediato ai sensi dell'art. 48 c.p., occorre avere riguardo all'atteggiamento psichico di quest'ultimo non soltanto circa la sussistenza del dolo del reato commesso dall'ingannato (nel senso che chi trae in inganno deve agire con previsione e volontà che l'altrui condotta integri il fatto punibile che si intende realizzare), ma anche con riferimento ad ogni altra finalità che attraverso la condotta strumentale dell'autore immediato si persegua e della quale è necessario valutare la rilevante incidenza in ordine alla qualificazione o alla sussistenza stessa del reato in questione. (Affermando siffatto principio la Cassazione ha ritenuto che quando un soggetto detenuto determini con l'inganno altri ad introdurre nello stabilimento carcerario sostanze stupefacenti al fine di farne uso personale, detta finalità dell'autore mediato assuma valore di esclusione della punibilità qualora il giudice ne accerti la sussistenza).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6389 del 26 giugno 1996)
La responsabilità dell'autore mediato ex art. 48 c.p., si configura anche in relazione ai reati cosiddetti propri, in cui la qualità del soggetto attivo è presupposto o elemento costitutivo della fattispecie criminosa. Pertanto risponde del reato di peculato, a norma degli artt. 48 e 314 c.p. anche l'extraneus, che traendo in inganno il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, per il tramite di questo si appropri di una cosa da questi posseduta per ragione del suo ufficio.
Cass. pen. n. 607/1996
In tema di errore determinato dall'altrui inganno, ad integrare la responsabilità ex art. 48 c.p. è necessario e sufficiente che venga posta in essere una condotta causalmente e consapevolmente correlata all'induzione in errore di chi dovrà commettere il fatto costituente reato.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 607 del 10 gennaio 1996)
Cass. pen. n. 4842/1995
Il fatto della persona che, incaricata dal sostituto d'imposta del versamento delle ritenute erariali operate sulle retribuzioni dei dipendenti, ne ometta il versamento al fisco, integra, ai sensi dell'art. 48 c.p., il reato proprio previsto dall'art. 2, comma secondo, L. 7 agosto 1982, n. 516, con esclusione, peraltro, stante l'impossibilità di distinguere ontologicamente e cronologicamente tale condotta dall'interversione del possesso, del tutto coincidente, della configurabilità del concorso del reato di appropriazione indebita.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4842 del 2 maggio 1995)
Cass. pen. n. 10159/1990
L'inganno da cui deriva la responsabilità ex art. 48 c.p. (errore determinato dall'altrui inganno) può consistere, in qualunque artificio o altro comportamento atto a sorprendere l'altrui buona fede, attraverso il quale l'autore mediato induca in errore l'autore immediato del delitto. (Nella specie era stata taciuta a provveditore agli studi, da parte di funzionario del Ministero della P.I., una situazione di incompatibilità, rispetto all'Ufficio di presidente di commissione di esame, in cui si trovava un professore il cui nominativo era stato suggerito al provveditore dal funzionario medesimo e che implicava la strumentalizzazione ad interesse privato della predetta nomina).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10159 del 10 luglio 1990)
relativi all'articolo 48 Codice penale
Argomento: Articolo 48 Codice penale - Errore determinato dall'altrui inganno | Quesito Q201411700
martedì 11/11/2014 - Calabria
“Desidero conoscere se ci sono gli elementi giuridici per presentare querela nei confronti di un cittadino che mi ha tratto inganno, telefonandomi, di raggiungerlo nella sede comunale della mia Città, adducendo che ci sono degli amici. Appena sono arrivato, trovo un signore che mi rivolge delle domande sulla mia attività politica e professionale. Non sapendo chi fosse, e non avendo nulla da nascondere, ho risposto a tutte le domande. Alla fine delle domande, questo sconosciuto signore, mi ha fatto presente che si tratta dell'inviato di Mediaset Canale 5. Ho capito, poi, che si trattava di un'intervista. Poichè sono caduto in errore per opera dell'altrui inganno a raggiungere la sede comunale, da parte di questo signore, mio compaesano, che si è manifestato "amico", chiedo se ci sono gli elementi per produrre querela nei suoi confronti, ai sensi dell'art. 48 codice penale.”
L'art. 48 del codice penale non prevede una fattispecie di reato, tant'è che tale articolo è inserito nel libro primo del codice penale, che tratta del reato in generale e non dei singoli specifici reati (delitti o contravvenzioni).
La norma ha lo scopo di rendere applicabili le disposizioni in tema di errore al caso in cui l'errore sul fatto che costituisce reato sia determinato dall'altrui inganno; in tale ipotesi, del fatto commesso dalla persona ingannata risponde chi l'ha determinata a commetterlo.
Quindi, nella vicenda descritta nel quesito, questo articolo non trova alcuna applicazione.
Si può cercare, però, di inquadrare il comportamento dell'"amico" come figura delittuosa o come illecito di tipo civile.
Dal punto di vista penalistico, la prima figura che viene alla mente è quella della truffa (art. 640 del c.p., reato commesso da chi, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno). Tuttavia, non sembrano essersi realizzati tutti gli elementi della fattispecie: l'errore della vittima, infatti, deve portare conseguenzialmente al profitto dell'agente e al danno dell'offeso, i quali devono essere strettamente legati tra loro. Mentre il danno deve avere necessariamente carattere patrimoniale, il profitto può avere anche natura morale o affettiva, in grado così di avvantaggiare l'agente o un terzo. Il danno cagionato a colui che ha "subito" l'intervista non appare come un danno patrimoniale, casomai di immagine o di lesione della reputazione, pertanto la truffa - anche provando che l'"amico" abbia avuto un qualche vantaggio dalla cosa - dovrebbe essere esclusa.
Non si ravvisa nemmeno ipotesi di ingiuria (art. 594 del c.p.), in quanto manca una offesa alla persona dell'intervistato da parte del presunto amico, il quale lo ha semplicemente ingannato circa il reale scopo dell'incontro, senza per questo denigrarlo in modo palese.
Tutt'al più, se l'intervista fosse divulgata, si potrebbero valutare gli estremi del reato di diffamazione a mezzo stampa (artt. 595 e 596 bis c.p.), se il contenuto dell'intervista stessa offenda l'altrui reputazione e il reato non sia escluso dal corretto esercizio del diritto di cronaca da parte della testata giornalistica (la divulgazione di una notizia lesiva della reputazione può essere considerata lecita e come tale rientrante nel diritto di cronaca quando vi sia un interesse pubblico alla conoscenza del fatto, e vi sia correttezza formale dell'esposizione che non travalichi lo scopo informativo). Il reato di diffamazione, però, non sarebbe commesso dall'amico, ma dal giornalista che ha fatto l'intervista. Resta fermo che la persona può diffidare il giornalista dal rendere pubblica l'intervista "carpita" con l'inganno.
Dal punto di vista civilistico, si può solo abbozzare l'idea di un illecito, naturalmente extracontrattuale ex art. 2043 del c.c., laddove l'intervistato possa provare di aver subito un danno grave ed ingiusto. Sotto questo profilo, sarebbe necessario sapere quali siano state le conseguenze dell'intervista, per giudicare se vi sia stato o meno un pregiudizio risarcibile.
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