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Timestamp: 2019-03-25 14:43:58+00:00
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﻿	Azione di regresso dell’intermediario ai sensi dell’ art. 195, comma 9, TUF: è nulla la delibera di rinuncia per violazione dell’art. 1418 c.c. - Credito Finanza News
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Cassazione Civile – Sentenza 31 marzo 2016, n. 6255
Intermediazione finanziaria – Azione di regresso ex art. 195 TUB – Rinuncia – Nullità
Con la sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in materia di obbligatorietà, ai sensi dell’art. 195, comma 9, TUF, da parte dell’intermediario finanziario, dell’azione di regresso nei confronti dell’autore materiale dell’illecito.
L’azione di regresso prevista dall’art. 195, comma 9, TUF ha natura di obbligazione accessoria di legge, come tale, inderogabile stante la natura degli interessi alla trasparenza del mercato finanziario ed alla tutela del risparmio a copertura costituzionale. Ne consegue che la delibera con cui le società e gli enti che operano nel mercato finanziario rinunziano all’azione di regresso, disciplinata dalla suddetta norma imperativa, è nulla per violazione dell’art. 1418 c.c..
Entrando nel merito della causa, la Corte d’Appello di Venezia confermava la sentenza del Tribunale di Verona con cui era stato respinto il ricorso proposto dall’attore nei confronti della società convenuta, inteso a conseguire l’accertamento della assenza di giusta causa e di giustificato motivo del licenziamento intimatogli in data 5.02.2004 e la condanna al pagamento della indennità sostitutiva del preavviso, del trattamento di fine rapporto e della indennità supplementare, nonché al risarcimento dei danni ex artt. 2049 e 2087 c.c. risentiti per effetto della condotta posta in essere dalla convenuta, integrante gli estremi del mobbing.
Con la medesima pronuncia la Corte territoriale respingeva, altresì, l’appello incidentale con cui era stata chiesta la condanna dell’attore al pagamento della somma di euro 65.380,45, una volta compensato il credito del ricorrente risultante dall’ultima busta paga con quanto dovuto per la sanzione irrogata, per le condotte poste in essere dal lavoratore in violazione della normativa in materia di intermediazione finanziaria.
La pronuncia si fondava sui seguenti rilievi:
– quanto alla censura avente ad oggetto la tempestività della contestazione disciplinare, corretta era da ritenersi la procedura seguita dalla parte datoriale, avuto riguardo ad una nozione in senso relativo di detto requisito, riferito allo spazio temporale necessario alla valutazione dei fatti, in relazione alla loro problematicità ed alla complessità dell’organizzazione dell’impresa, in coerenza con i consolidati approdi di questa Corte di legittimità;
– quanto al merito degli addebiti, concernenti la movimentazione di conti correnti riconducibili all’attore in assenza di documenti di riscontro e l’autorizzazione all’esecuzione di operazioni in cambi nel periodo 10.12.2002 di una linea di credito scaduta il 1.10.2001 effettuata da una società cliente, se ne ribadiva la fondatezza, già acclarata dal giudice di prima istanza, alla stregua del compendio probatorio scrutinato, e la idoneità a scuotere il vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro inter partes, stante la connotazione, in termini di gravità, del comportamento del dipendente in ragione della posizione rivestita (vice direttore generale e responsabile area finanziaria), dell’oggetto delle mansioni, del grado di affidamento da queste richiesto;
– quanto alla domanda risarcitoria riferita ai comportamenti vessatori attribuiti alla società, si rimarcava l’infondatezza delle censure formulate al riguardo dal lavoratore, in assenza di alcuna prova del denunciato intento persecutorio, diretto ad emarginarlo dall’azienda;
– quanto all’appello incidentale, attinente alla individuazione della disciplina applicabile nel caso in cui, come era avvenuto nella fattispecie in esame, la società sanzionata dalla Consob omettesse di esercitare l’azione di regresso, ai sensi dell’art. 195, comma 9, TUF nei confronti del responsabile dell’infrazione, era da respingere, in forza della delibera 8.05.1 999 con la quale la società datrice di lavoro aveva assunto, anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, tutti i debiti per le sanzioni conseguenti alle violazioni che i rappresentanti ed i dipendenti della società potessero commettere nello svolgimento delle loro mansioni. A fronte di una disciplina che non prevede una specifica sanzione all’omesso esercizio della azione di regresso, l’unica conseguenza della inosservanza dell’art. 195 non poteva essere che nel senso della responsabilità degli amministratori, ai sensi degli artt. 2394 ss. c.c..
Il ricorso del lavoratore domanda la cassazione della sentenza per quattro motivi; resiste, con controricorso, la società convenuta.
Secondo quanto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, l’art. 195, comma 9, TUF, prevedendo l’obbligo di regresso, ne esclude tuttavia qualsiasi autonomia sostanziale. È la posizione dell’autore materiale dell’illecito, infatti, a dover rimanere definitivamente pregiudicata dal provvedimento sanzionatorio che, anche se ingiunto esclusivamente nei confronti della persona giuridica, non deve ricadere sul patrimonio di quest’ultima, che proprio per espressa previsione del comma 9 dell’art. 195 TUF ne deve chiedere il rimborso al soggetto persona fisica individuato come responsabile. In capo alla persona giuridica, quindi, nasce un’obbligazione ex lege che, all’esito dell’accertamento, deve gravare per intero sul singolo responsabile.
La Suprema Corte ha, dunque, evidenziato come l’azione di regresso sia stata predisposta dal legislatore a presidio di un interesse generale, ossia quello alla trasparenza del mercato finanziario, ed è pertanto da considerarsi inderogabile.
La delibera de quo, pertanto, è radicalmente nulla in quanto emessa contra legem.
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