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Timestamp: 2017-10-17 06:09:11+00:00
Document Index: 21728864

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 115', 'art. 116', 'art. 117', 'art. 13', 'art. 666', 'art. 678', 'art. 69', 'art. 678', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 39', 'art. 165', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1']

Osservazioni (malgradite) sulle liquidazioni ex D.M. 55/2014 nel patrocinio a spese dello Stato e nei procedimenti di sorveglianza
Vignera Giuseppe, 20 maggio 2014
Sommario: 1. Premessa. Il vuoto normativo relativo ai procedimenti innanzi al magistrato di sorveglianza e sua integrazione. – 2. L’operatività dei parametri previsti dal D.M. 55/2014 rispetto ai procedimenti innanzi alla magistratura di sorveglianza. – 3. La persistente vigenza dell’art. 1 D.M. 140/2012 e conseguente derogabilità (pure) dei parametri previsti dal D.M. 55/2014. – 4. La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di invalidità del D.M. 55/2014 e della sua disapplicabilità. Premessa. – 4. 1. (Segue) La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di disapplicabilità del D.M. 55/2014 per violazione dell’art. 2, comma 1, D.L. 223/2006 (c.d. Decreto Bersani). – 4. 2. (Segue) La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di disapplicabilità del D.M. 55/2014 per violazione dell’art. 3 Cost. – 4. 3. (Segue) La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di disapplicabilità del D.M. 55/2014 per violazione dell’art. 1, comma 5, L. 247/2012. – 5. Conclusioni.
1. Premessa. Il vuoto normativo relativo ai procedimenti innanzi al magistrato di sorveglianza e sua integrazione.
A prescindere da quanto si dirà in seguito sui rapporti intercorrenti col D.M. 140/2012 ([3]), tale liquidazione soggiace oggi alle disposizioni contenute nel D.M. 55/2014 ([4]), il cui art. 1 stabilisce: “Il presente regolamento disciplina per le prestazioni professionali i parametri dei compensi all’avvocato quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale degli stessi, comprese le ipotesi di liquidazione nonché di prestazione nell’interesse di terzi o prestazioni officiose previste dalla legge, ferma restando – anche in caso di determinazione contrattuale del compenso – la disciplina del rimborso spese di cui al successivo articolo 2”.
– i parametri numerici esplicitamente previsti dalla tabella de qua per il “Tribunale di Sorveglianza” sono assolutamente speculari a quelli indicati per la “Corte di Appello”, di guisa che il criterio ispiratore della tabella stessa sembra essere quello della composizione dell’organo e non quello della funzione espletata;
– l’assimilazione tabellare del “Magistrato di Sorveglianza” al “Tribunale monocratico” (e del “Tribunale di Sorveglianza” alla “Corte di Appello”) era espressamente prevista dalla normativa precedente ([8]).
2. L’operatività dei parametri previsti dal D.M. 55/2014 rispetto ai procedimenti innanzi alla magistratura di sorveglianza.
– la ricerca dei documenti prodotti dalla parte viene già prevista per la fase di studio [art. 12, comma 3, lettera a)]: di guisa che riconoscere qualcos’altro a tale titolo si risolverebbe in una inammissibile duplicazione di compenso per la stessa attività.
– quando proviene dal difensore, l’atto introduttivo del procedimento è solitamente redatto in modo sintetico, stante il carattere officioso del procedimento stesso [nell’ambito del quale l’accertamento delle condizioni di ammissibilità e dei presupposti di merito del provvedimento richiesto è pressoché integralmente rimesso all’ufficio ([10])].
– l’art. 12, comma 2, ultima parte, D.M. 55/2014 prende (fittiziamente) in considerazione “le liquidazioni delle prestazioni svolte in favore dei soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato a norma del testo unico delle spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002 n. 115”, stabilendo (in modo anodino e comunque assolutamente superfluo) che “si tiene specifico conto della concreta incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa”;
– per le suindicate liquidazioni (delle prestazioni svolte in favore dei soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato), nondimeno, opera la riduzione di un terzo prevista dall’art. 106-bis D.P.R. 115/2002 ([14]);
– i criteri numerici indicati dalle tabelle allegate al decreto non sono vincolanti per il giudice, ma costituiscono solo criteri di massima: così come stabilito dall’ art. 1, comma 7, D.M. 140/2012, che deve considerasi ancora in vigore per le ragioni che passiamo ad esporre.
3. La persistente vigenza dell’art. 1 D.M. 140/2012 e conseguente derogabilità (pure) dei parametri previsti dal D.M. 55/2014.
– il D.M. 140/2012 è stato emanato in attuazione delle norme (costituzionalmente e comunitariamente necessarie) sulle c.d. liberalizzazioni e/o sulla concorrenza contenute nel D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 ([16]): più esattamente ed in particolare, anzi, in attuazione dell’art. 9, comma 2, primo periodo, stesso D.L. ed in conseguenza dell’abrogazione delle tariffe professionali regolamentate nel sistema ordinistico (operata dal comma 1 dell’art. 9 cit.);
– la disciplina contenuta nel D.M. 140/2012 è così suddivisa:
4. La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di invalidità del D.M. 55/2014 e della sua disapplicabilità. Premessa.
– di atto (a contenuto normativo, ma) formalmente amministrativo, costituente l’oggetto di un mero “rinvio formale” da parte degli artt. 1, comma 3, e 13, comma 6, L. 31 dicembre 2012 n. 247 ([17]);
– di atto incidente su materia nella quale si fa questione di diritto soggettivo ([18]).
4. 1. (Segue) La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di disapplicabilità del D.M. 55/2014 per violazione dell’art. 2, comma 1, D.L. 223/2006 (c.d. Decreto Bersani).
La supposta inderogabilità dei valori minimi stabiliti dal D.M. 55/2014 e tabelle allegate, anzitutto, inficerebbe la validità di quest’ultimo per violazione di legge: per violazione, più esattamente, dell’art. 2, comma 1, D.L. 4 luglio 2006 n. 223 (convertito dalla L. 4 agosto 2006 n. 248: c.d. Decreto Bersani), il quale dispone: “… in conformità al principio comunitario di libera concorrenza … al fine di assicurare agli utenti un’effettiva facoltà di scelta nell’esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali: a) l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti …” ([19]).
4. 2. (Segue) La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di disapplicabilità del D.M. 55/2014 per violazione dell’art. 3 Cost.
– statisticamente la maggior parte delle udienze innanzi alla magistratura di sorveglianza ha per oggetto (per quanto riguarda l’organo monocratico) il riesame della pericolosità di persone sottoposte a misure di sicurezza oppure (relativamente all’organo collegiale) la richiesta di misure alternative alla detenzione o l’impugnazione dei provvedimenti del magistrato di sorveglianza in tema di liberazione anticipata o di permessi: procedimenti che normalmente sono avviati d’ufficio o su istanza-impugnazione personale dell’interessato, che quasi sempre sono istruiti ex officio, che spesso implicano l’esame di poche (al massimo 3-4) decine di fogli cartacei e che di regola vengono definiti in un’unica udienza camerale ed a seguito di brevissima discussione tra le parti;
4. 3. (Segue) La supposta inderogabilità dei “nuovi” parametri quale causa di disapplicabilità del D.M. 55/2014 per violazione dell’art. 1, comma 5, L. 247/2012.
L’ipotizzata inderogabilità dei valori minimi stabiliti dal D.M. 55/2014 e tabelle allegate, infine, concretizzerebbe un altro suo vizio di legittimità per violazione dell’art. 1, comma 5, L. 31 dicembre 2012 n. 247, il quale afferma perentoriamente che “dall’attuazione dei regolamenti di cui al comma 3” (ivi compreso quello in esame: v. art. 13, comma 6) “non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.
Ciò premesso in via generale e passando adesso a più dettagliate valutazioni specifiche alla magistratura di sorveglianza, si rileva che in base ai criteri del D.M. 140/2012 [recte, tenuto conto: a) del valore medio di liquidazione; b) del massimo della percentuale di diminuzione prevista dalla Tabella B, allegata al D.M. 140/2012; c) della riduzione del 50% ex art. 9, comma 1, secondo periodo, ultima parte, D. M. 20 luglio 2012 n. 140 (richiamato dall’art. 12, comma 7, stesso D.M.) prevista per le liquidazione dei compensi spettanti ai difensori di soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato (o di soggetti ad essi assimilati)] si avevano i seguenti importi minimi per ciascuna fase:
([1]) La delimitazione dell’oggetto delle presenti osservazioni ha motivazioni esclusivamente personali. Lo scrivente, infatti, esplica attualmente le proprie funzioni giudiziarie presso l’Ufficio di Sorveglianza di Alessandria e presso il Tribunale di Sorveglianza di Torino.
([2]) V. art. 115 per il difensore di persona ammessa al programma di protezione dei collaboratori di giustizia; art. 116 per il difensore di ufficio; art. 117 per il difensore di ufficio di persona irreperibile.
([3]) Decreto Ministero Giustizia 20 luglio 2012 n. 140, Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della giustizia, ai sensi dell’articolo 9 del decreto-legge 24 gennaio 2012 n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012 n. 27.
Su tale testo normativo v. VIGNERA, Brevi note sulle liquidazioni ex D.M. 140/2012 nel patrocinio a spese dello Stato e nei procedimenti di sorveglianza, in www.ilcaso.it, II, 348/2013.
([4]) Decreto Ministero Giustizia 10 marzo 2014 n. 55, Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell’art. 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012 n. 247.
([5]) Per quest’ultima disposizione ai fini della liquidazione “si tiene conto di tutte le particolari circostanze del caso”, esemplificativamente specificate nell’importanza, nella natura e nella complessità del procedimento, nell’urgenza e nel pregio dell’opera prestata, nell’esito ottenuto per il cliente, nel numero delle udienze diverse da quelle di mero rinvio, nel tempo necessario all’espletamento delle attività, ecc.
([6]) BULGARELLI, Parametri forensi model year 2014, in www.altalex.it, articolo 03.04.2014, esattamente evidenzia “l’abuso nei vari articoli del decreto in esame del termine ‘di regola’, utilizzato ben 34 volte, che per la sua vaghezza sembra lasciare una certa discrezionalità al giudice nel determinare il compenso concretamente liquidabile all’avvocato”.
([7]) Recita tale norma: “Nell’ambito dell’applicazione dei precedenti articoli 1 e 2, per i compensi ed i rimborsi non regolati da specifica previsione si ha riguardo alle disposizioni del presente decreto che regolano fattispecie analoghe”.
([8]) V. Tabella B-Avvocati allegata al D.M. 140/2012 e Tabella C-Penale allegata al D.M. 127/2004.
([9]) Non è più prevista la “fase esecutiva” contemplata, invece, dal D.M. 140/2012.
([10]) V. art. 666, comma 5, c.p.p., richiamato per il procedimento di sorveglianza dall’art. 678, comma 1.
([11]) V. art. 69-bis L. 26 luglio 1975 n. 354 (O.P.).
([12]) V. comb. disp. artt. 678, comma 1-bis, e 667, comma 4, c.p.p.
([13]) V. artt. 666, comma 3, c.p.p., richiamato per il procedimento di sorveglianza dall’art. 678, comma 1.
([14]) In base a tale norma “gli importi spettanti al difensore…” della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato (e dei soggetti assimilati) “sono ridotti di un terzo”.
([15]) Così testualmente Trib. Milano, decreto 9 aprile 2014, in www.ilcaso.it, Sez. Giurisprudenza, 10321.
Analogamente e più specificamente v. in dottrina v. BULGARELLI, Parametri forensi model year 2014,cit., secondo cui “non è stato, per fortuna, riproposto il contenuto dell’art. 1, comma 7, dei vecchi parametri, che prevedeva che in nessun caso i parametri vincolassero la liquidazione del giudice, il quale dunque non potrà ora prescindere dai valori medi previsti, dovendo anche motivare le ragioni degli ammessi scostamenti percentuali in aumento o diminuzione” [assumendo così (a nostro avviso erroneamente) la sopravvenuta abrogazione della disposizione suindicata].
([16]) Tale D.L. è stato convertito con modificazioni dalla L. 24 marzo 2012 n. 27.
([17]) V. esemplificativamente (e con specifico riferimento all’art. 5 D.M. 28 luglio 1992 n. 570 sulla liquidazione del compenso spettante al commissario giudiziale nella procedura di concordato preventivo) Cass. civ., Sez. unite, 26 maggio 1997 n. 4670, in Fallimento, 1998, 3, 256, nella cui motivazione sta scritto: “Il primo problema da affrontare attiene alla sussistenza, o non, del potere del Giudice ordinario di disapplicare un provvedimento regolamentare ritenuto illegittimo. Sul punto occorre richiamare la giurisprudenza della Corte Costituzionale (in particolare, per il caso di specie, l’ordinanza in data 30 dicembre 1993 n. 484), secondo cui il rinvio dell’art. 39 L.F. (e tramite esso dall’art. 165 L.F.), al D.M. 28 luglio 1992, n. 570 ha carattere formale, per cui il regolamento stesso non assume il valore di norma primaria. Si introduce così nella giurisprudenza di detta Corte, nell’ambito della sua competenza, una dicotomia fra i casi in cui la legge si limita a demandare al regolamento una disciplina (rinvio formale) e i casi in cui la legge recepisce, come una norma in bianco, il contenuto del regolamento (rinvio materiale) quando il richiamo sia indirizzato a norme determinate ed esattamente individuate dalla stessa norma che lo effettua. Nel primo caso, corrispondente alla situazione in esame, ravvisandosi negli artt. 39 e 165 L.F. una situazione di rinvio formale, viene esclusa l’ammissibilità della proposizione della questione di legittimità costituzionale, sotto il profilo dell’art. 3 Cost. Peraltro la Corte Cost. ha precisato sul punto: <<l’assunta violazione del parametro costituzionale evocato può essere sempre accertata incidentalmente dal giudice ordinario al fine della disapplicazione della norma regolamentare>>. Questa enunciazione non costituisce (come sostenuto dal ricorrente) un obiter dictum della Corte Costituzionale, per di più espresso in un’ordinanza, ma costituisce una precisa indicazione di principio che la Corte ha espresso in altre sentenza (Sent. 11 luglio 1991 n. 333; 27 aprile 1993 n. 199), precisando che i regolamenti non costituenti norme primarie <<al pari di qualsiasi norma regolamentare e come per ogni atto amministrativo, il riscontro della sua legittimità costituzionale è riservata a qualsiasi giudice chiamato ad applicarla e può condurre alla sua disapplicazione (art. 5 L. 20 marzo 1865 n. 1865 all. E)>>; ed inoltre <<‘eventuale illegittimità dell’integrazione amministrativa di norma …. primaria … radicherebbe il potere-dovere del giudice ordinario di disapplicare nel caso concreto la fonte normativa integratrice secondaria (nella parte in cui venga ritenuta illegittima) dato il potere di disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo che compete all’autorità giudiziaria>>. Queste indicazioni, ripetute nella giurisprudenza della Corte Costituzionale, enucleano principi perfettamente condivisibili, in quanto inerenti al sistema normativo vigente, ed applicabili al caso di specie”.
Analogamente Cass. civ., Sez. I, 26 agosto 2004 n. 16987; Cass. civ., Sez. I, 26 agosto 2004 n. 16989; Cass. civ., Sez. I, 28 aprile 2006 n. 9864 in Fallimento, 2006, 12, 1369.
Sull’argomento v. in generale VIGNERA, Sui vigenti criteri per la determinazione dei compensi dei curatori, commissari giudiziali e liquidatori, in Informazione prev., 2001, 290 ss.
([18]) Oltre a quelle menzionate nella nota precedente, v. Cass. civ., Sez. I, 28 ottobre 1998 n. 10745, in Fallimento, 1999, 8, 883: “Il potere del giudice ordinario di disapplicazione dell’atto amministrativo sussiste, ed è legittimamente esercitato, tutte le volte in cui tale atto incida su materie nelle quali si fa questione di diritti soggettivi, come nel caso in cui venga disapplicata la norma regolamentare di cui al D.M. n. 570 del 1992, contenente criteri di liquidazione del compenso al commissario giudiziale (nominato in seno alla procedura di concordato preventivo), per contrasto con l’art. 3 della Costituzione”.
([19]) Sulla vigenza di tale norma v. Cons. Stato, Sez. VI, 6 marzo 2009 n. 1342, in Giornale Dir. Amm., 2009, 5, 531, che ha ricostruito il controverso avvicendarsi delle disposizioni inerenti le tariffe professionali minime ed affermato l’attualità della norma de qua anche a seguito dei successivi interventi operati sui testi normativi.
([20]) Sul punto v. sempre Cass. civ., Sez. unite, 26 maggio 1997 n. 4670, cit.: “Il sindacato del giudice ordinario sull’atto amministrativo, ai soli fini della sua disapplicazione al caso concreto, non è limitato alla mera violazione di legge, ma si estende anche all’accertamento del vizio di eccesso di potere, non comportando tale controllo l’esame delle ragioni di opportunità e di merito (rientranti nei poteri della P.A., incensurabili da parte dell’A.G.O.), bensì l’accertamento circa il rispetto di quei criteri generali ed astratti che debbono presiedere all’esercizio dei poteri peculiari della P.A. Pertanto, l’atto amministrativo può essere legittimamente disapplicato dal giudice ordinario per dedotta violazione dell’art. 3 Cost., che, costituendo un principio generale di diritto condizionante l’intero ordinamento nella sua obiettiva struttura ed esprimendo un generale canone di coerenza dell’ordinamento normativo, individua proprio l’eccesso di potere dell’organo amministrativo, il quale, se non si uniforma a tale principio, finisce per eccedere i limiti della propria competenza (nella specie, la S.C., sulla stregua dell’enunciato principio, ha confermato il provvedimento del giudice del merito che aveva disapplicato la norma regolamentare di cui al D.M. n. 570 del 1992, sulla liquidazione del compenso al commissario giudiziale alla procedura di concordato preventivo, ritenendolo posto in violazione dell’art. 3 Cost.)”.
([21]) V. esemplificativamente Cass. civ., Sez. unite, 26 maggio 1997 n. 4670, cit., in motivazione: “La norma dell’art. 3 Cost. integra un generale principio di ragionevolezza, per cui l’atto normativo, ancorché secondario, deve trattare in maniera eguale situazioni eguali ed in maniera razionalmente diversa situazioni diverse”.
Per la giurisprudenza costituzionale v. in tal senso (e tra le tante) Corte cost. 28 aprile 1966 n. 30; Corte cost. 30 giugno 1971 n. 149; Corte cost. 26 maggio 1976 n. 135; Corte cost. 29 ottobre 1999 n. 402, in Cons. Stato, 1999, II, 1472; Corte cost. 4 luglio 2006 n. 255; Corte cost. 5 marzo 2010 n. 83, in Giur. It., 2010, 6.
Sull’evoluzione della giurisprudenza costituzionale relativa al principio di eguaglianza-ragionevolezza ci permettiamo rinviare ad ANDOLINA-VIGNERA, I fondamenti costituzionali della giustizia civile, Torino, 1997, 111 ss.
([22]) V. artt. 82-83 R.D. 18 novembre 1923 n. 2440; artt. 18-20 D.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3; art. 1, comma 4, L. 14 gennaio 1994 n. 20.
([23]) Cfr. C. Conti, Sez. riunite, 9 aprile 1990 n. 659, in Foro Amm., 1990, 2164: “L’economia nazionale è un bene giuridico pubblico e qualsiasi fatto che incida negativamente sulla situazione complessiva dell’economia è pregiudiziale per l’intero corpo sociale e, quindi, per lo stato che di tale interesse è istituzionalmente il portatore; e, pertanto, tale pregiudizio è economicamente valutabile e copre un’area che i profili di danno direttamente riconducibili al patrimonio dello stato o degli enti pubblici non esauriscono (interessi alla stabilità monetaria, all’equilibrio economico nazionale ecc.)”.