Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-19886-del-23-07-2019
Timestamp: 2020-08-06 01:36:33+00:00
Document Index: 27450442

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 491', 'art. 2', 'art. 378', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 384', 'art. 14', 'art. 44', 'art. 55', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 55', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 35', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 37', 'art. 6', 'art. 62', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 37', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 10']

Sentenza Cassazione Civile n. 19886 del 23/07/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19886 del 23/07/2019
Cassazione civile sez. un., 23/07/2019, (ud. 18/06/2019, dep. 23/07/2019), n.19886
sul ricorso 19786/2016 proposto da:
F.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI
456/2015), depositato il 20/01/2016.
18/06/2019 dal Consigliere Dott. ROBERTO GIOVANNI CONTI;
SALVATO Luigi, che ha concluso per il rigetto del ricorso ed
assorbito quello incidentale condizionato;
uditi gli avvocati Ferdinando Emilio Abbate, Giovambattista Ferriolo
ed Emanuele Manzo per l’Avvocatura Generale dello Stato.
F.A., con ricorso depositato il 4.3.2015, chiese alla Corte di appello di Firenze la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento dell’equo indennizzo per irragionevole durata di un procedimento promosso per ottenere l’indennizzo ai sensi della legge Pinto svoltosi innanzi alla Corte di appello di Perugia che si era articolato in tre fasi (due di cognizione davanti alla Corte di appello ed alla Cassazione ed una di esecuzione).
Il ricorrente rappresentò che il processo aveva avuto una durata complessiva di anni quattro e mesi due, essendo decorso detto periodo dal 13.5.2010 al 1.7.2014, in cui era stata disposta con ordinanza l’assegnazione della somma.
La domanda di equo indennizzo fu accolta dal consigliere delegato, con condanna del Ministero anche al pagamento di Euro 1.000,00 oltre alle spese legali.
Avverso tale decreto propose opposizione ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5 ter, il Ministero della Giustizia.
La Corte di appello di Perugia, con decreto del 20.1.2016, ritenne preliminarmente l’infondatezza delle eccezioni di incompetenza territoriale e di decadenza ex art. 4 della legge Pinto avanzate dal Ministero.
Osservò, in particolare, quanto alla prima eccezione, che il procedimento rispetto al quale si era proposto il giudizio per la violazione della ragionevole durata del processo era stato definito dal giudice del Distretto di Corte di appello di Perugia, mentre quanto all’eccezione di decadenza, che il termine semestrale di proponibilità della domanda era stato rispettato, risultando l’ordinanza di assegnazione emessa l’1.7.2014, definitiva dopo giorni venti.
La Corte di appello ritenne invece fondato l’ulteriore motivo di ricorso proposto del Ministero affermando che, nella durata del procedimento, dal quale andava detratto il termine di anni 2, mesi sei e giorni 5, non potevano essere valutati i c.d. “tempi morti”, in forza di quanto previsto dalla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-quater, non potendo questi ultimi ritenersi addebitabili al sistema giudiziario.
Secondo la Corte di appello non andavano quindi considerati nel computo, ai fini della ragionevole durata, sia il periodo intercorrente tra la data di emissione del decreto che definisce il merito ed il deposito del ricorso per Cassazione, sia il periodo intercorrente tra la definizione del processo di cognizione e l’inizio del processo esecutivo da identificarsi, quest’ultimo, con la notifica dell’atto di pignoramento ex art. 491 c.p.c.. Secondo la Corte di appello, operando lo scomputo di tali periodi, la durata totale del processo doveva essere determinata in trenta mesi e ventitrè giorni, sicchè il ritardo rispetto al termine ritenuto congruo – di anni due, mesi sei e giorni cinque – era di pochi giorni, inferiore dunque a quello di 6 mesi ritenuto necessario per affermate la sussistenza di una lesione del diritto ad un processo di durata ragionevole, secondo quanto previsto dalla L. n. 89 del 2001, art. 2 bis, comma 1.
F.A. ha proposto ricorso per cassazione affidato, a due motivi.
Il Ministero della Giustizia ha resistito con controricorso, proponendo a sua volta ricorso incidentale condizionato, affidato a due motivi.
All’udienza del 15.12.2017, il Collegio con ordinanza interlocutoria, ha rinviato la causa alla pubblica udienza, ritenuta la necessità di un approfondimento della questione di diritto sollevata.
All’udienza pubblica del 19.4.2018, la ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
La seconda sezione, all’esito della camera di consiglio, ha pronunziato ordinanza interlocutoria n. 806/2019, con la quale ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle S.U..
La ricorrente ha depositato memoria in data 7 giugno 2019.
1. Il ricorrente principale, con il primo motivo, deduce la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 4. Il giudice di appello avrebbe errato nel non considerare unitariamente il periodo compreso fra la fase di cognizione e quello della fase esecutiva, lamentando altresì che la Corte territoriale non avrebbe valorizzato, nel computo della durata del processo, il termine di 120 gg. dalla data della notifica del titolo esecutivo, in pendenza del quale la parte privata non può, ai sensi del D.L. n. 669 del 1996, art. 14, notificare alcun atto di precetto. Rileva altresì che, a differenza di quanto ritenuto dalla Corte territoriale, il processo esecutivo inizierebbe con la notifica del precetto e non con il pignoramento.
1.2 Con il secondo motivo di ricorso principale si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e del D.M. n. 55 del 2014, censurando il decreto impugnato per non aver disposto la compensazione delle spese di giudizio dovendo tener conto del mutamento giurisprudenziale su questioni dirimenti.
1.3 Il Ministero della Giustizia, con il primo motivo di ricorso incidentale prospetta la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 14, riproponendo l’eccezione di inammissibilità del ricorso per decorrenza del termine decadenziale di cui al ricordato art. 4, fondata sul carattere non unitario della fase di cognizione rispetto alla fase esecutiva, dolendosi della valutazione unitaria dei due giudizi (di merito ed esecuzione). Secondo il Ministero in caso di duplicità di giudizio (di cognizione e di esecuzione) ai fini della decadenza dovrebbe aversi riguardo alla definitività della decisione di merito, in caso contrario dilatandosi in modo smisurato il termine di decadenza per proporre ricorso per irragionevole durata del processo. Andrebbe quindi esclusa la fondatezza dell’alternativa fondata sul fatto che la fase esecutiva costituisce una fase dell’unitario giudizio ex L. n. 89 del 2001.
1.4 Con il secondo motivo il ricorrente incidentale impugna la decisione nella parte in cui aveva disatteso l’eccezione di incompetenza territoriale. Secondo il ricorrente, poichè il giudizio per il quale era stato chiesto il riconoscimento dell’indennizzo per irragionevole durata del processo, inizialmente promosso innanzi alla Corte di appello di Perugia, poi definito quanto alla fase di cognizione innanzi alla Corte di Cassazione e in fase esecutiva innanzi al tribunale di Roma, la Corte di appello di Firenze avrebbe dovuto dichiarare la propria incompetenza in favore della Corte di appello di Perugia ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 3, a cui tenore “la domanda di equa riparazione si propone con ricorso al presidente della Corte di appello del distretto in cui ha sede il giudice competente ai sensi dell’art. 11 del c.p.p. a giudicare nei procedimenti riguardanti i magistrati nel cui distretto è concluso o estinto relativamente ai gradi di merito il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata”. Secondo il Ministero l’inciso relativamente ai gradi di merito avrebbe dovuto ricomprendere anche la fase esecutiva, dovendo considerarsi quest’ultima come un unicum rispetto all’intero giudizio Pinto.
2.1 Alla luce di un assai articolato ordito motivazionale che ha ripercorso l’evoluzione della giurisprudenza interna e sovranazionale relativa ad alcuni aspetti della L. n. 89 del 2001, prevalentemente calibrati sul tema del rapporto fra fase di cognizione e di esecuzione ai fini del riconoscimento dell’indennizzo la seconda sezione, con l’ordinanza interlocutoria sopra ricordata, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle S.U., al fine di decidere la seguente questione:
2.2 Dicano le Sezioni Unite, alla luce, da un lato, della menzionata sentenza delle Sezioni Unite n. 9142 del 2016 e, dall’altro, della richiamata giurisprudenza della Corte EDU e della Corte costituzionale, se, nel caso in cui l’indennizzo sia stato riconosciuto per la prima volta con la pronuncia emessa in sede di legittimità (ex art. 384 c.p.c., comma 2):
a) si debba superare la concezione autonoma delle due “fasi”, prescindendo, ai fini della continuità tra le stesse, da una instaurazione tempestiva della procedura esecutiva (ferma restando, poi, la necessità che la procedura ex lege Pinto venga attivata a pena di decadenza, dalla parte privata, entro sei mesi dalla definizione di quella espropriativa);
b) il privato debba in ogni caso attendere il maturare infruttuoso del termine di sei mesi e cinque giorni prima di attivare (nei successivi sei mesi) la procedura esecutiva;
c) nell’arco temporale di sei mesi dalla irrevocabilità della decisione definitiva del procedimento di cognizione debba essere notificato l’atto di pignoramento o sia sufficiente la notifica del titolo esecutivo ovvero dell’atto di precetto;
d) sia sufficiente, per il privato, notificare, entro sei mesi dalla sua irrevocabilità, il titolo esecutivo all’Amministrazione o la notifica debba avvenire immediatamente (e, in siffatta evenienza, entro quale termine), ciò ai fini non della considerazione nel calcolo complessivo del tempo utilizzato per l’adempimento, ma della configurabilità, o meno, di una soluzione di continuità tra il giudizio di cognizione e la procedura esecutiva.
Dicano altresì le Sezioni Unite se:
a) il termine di 120 giorni introdotto dal D.L. 31 dicembre 1996, n. 669, art. 14, conv. con L. n. 30 del 1997 (anche alla luce della modifica apportata al suo testo dal D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 3, conv. con L. n. 326 del 2003), sia tendenzialmente ricompreso in quello di 6 mesi e 5 giorni dalla esecutività del decreto di liquidazione del compenso, entro il quale la PA sarebbe tenuta a pagare o debba altresì essere tenuto presente ai fini di una valutazione unitaria delle fasi di cognizione e di esecuzione;
b) nell’eventualità in cui, per inerzia del creditore, il primo termine dovesse slittare in avanti a causa della tardiva notifica del titolo esecutivo, ciò dovrebbe gravare sul medesimo o dovrebbe restare a carico dello Stato”.
3.2 Sono seguite diverse pronunzie giurisprudenziali di questa Corte a Sezioni Unite e della Corte costituzionale in ordine a singole previsioni normative introdotte anche in epoca successiva rispetto a quelle che vengono in discussione nei giudizi rinviati all’esame delle Sezioni Unite, per le quali deve invece considerarsi la L. n. 89 del 2001, nel testo emendato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 55, conv. nella L. n. 134 del 2012, entrata in vigore, in forza dell’art. 1, comma 2 della legge anzidetta, il 12 agosto 2012, coincidente con il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale sul supplemento ordinario n. 171 dell’11 agosto 2012 n. 187.
3.4 Una valutazione diacronica di tali pronunzie – pur non incidenti sulla questione specifica qui al vaglio delle S.U. – consente di affermare che queste Sezioni Unite abbiano fin dall’inizio avuto come obiettivo la conformazione di un sistema di protezione del diritto alla ragionevole durata del processo destinato progressivamente ad armonizzarsi con la disciplina concretamente declinata dall’art. 6 CEDU e dal diritto vivente della Corte edu, bastando a tal proposito ricordare l’affermazione ivi espressa secondo la quale “la giurisprudenza della Corte di Strasburgo s’impone ai giudici italiani per quanto riguarda l’applicazione della L. n. 89 del 2001”. Ciò pur senza sottovalutare o considerare sempre subalterne e recessive le caratteristiche e peculiarità del rimedio interno, adottato nell’ambito del margine di apprezzamento riservato allo Stato che decida di approntare un rimedio di ordine generale volto all’eliminazione di una violazione convenzionale di natura strutturale – v., infatti, Cass., S.U., 9142/2016, p.VI della motivazione. Margine di apprezzamento che, tuttavia, non può mai andare a detrimento dell’effettività del rimedio – cfr. Corte Cost. n. 30/2014 p. 4.1 del cons. in diritto.
3.5 Proprio l’introduzione, all’interno della L. n. 89 del 2001, di un termine, previsto a pena di decadenza, di sei mesi per la proposizione dell’azione “Pinto”, decorrente – secondo quanto previsto dall’art. 4, qui in rilievo nella formulazione modificata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 55, comma 1, lett. d), conv. nella L. n. 134 del 2012, pure oggetto di una pronunzia parzialmente caducatoria resa dalla Corte costituzionale (sent. n. 88/2018) – dalla definitività della decisione che conclude il procedimento, ha imposto a questa Corte di delineare i rapporti fra fase di cognizione e fase di esecuzione ai fini della ragionevole durata del processo.
5.2 Rispetto a tale contenzioso la giurisprudenza della seconda sezione civile di questa Corte si attestò prontamente nel senso di ritenere che il giudizio volto ad ottenere l’indennizzo per la irragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, è un ordinario processo di cognizione che è soggetto, in quanto tale, all’esigenza di una definizione in tempi ragionevoli, la quale è tanto più pressante in quanto finalizzata all’accertamento della violazione di un diritto fondamentale nel giudizio presupposto, la cui lesione genera di per sè una condizione di sofferenza e un patema d’animo che sarebbe ingiustificato non riconoscere anche per i procedimenti di cui alla L. n. 89 del 2001 – Cass. n. 5924/2012, conf., ex plurimis, Cass. n. 8283/2012, Cass. n. da 17414 a n. 17419/2013 e, di recente, Cass. n. 9695/2019 -.
5.6 In definitiva, secondo le sette sentenze sopra ricordate “(…) allorquando, nel processo civile o amministrativo, sia stata fatta valere dinanzi al giudice una situazione giuridica soggettiva sostanziale di vantaggio e questa sia stata riconosciuta al suo titolare con decisione definitiva ed obbligatoria (“fase” processuale della cognizione) e, tuttavia, tale decisione non sia stata spontaneamente ottemperata dall’obbligato ed il titolare abbia scelto di promuovere l’esecuzione del titolo così ottenuto (“fase” processuale dell’esecuzione forzata o dell’ottemperanza) – la garanzia costituzionale di effettività della tutela giurisdizionale e l’art. 6, par. 1, della CEDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo, impongono di considerare tale articolato e complesso procedimento come un “unico processo” scandito, appunto, da “fasi consequenziali e complementari”.
5.7 Il segmento del quale le decisioni delle S.U. rese nell’anno 2014 si sono occupate ha dunque riguardato specificamente la durata dei procedimenti “Pinto”, peraltro ponendo una netta linea di sbarramento fra le richieste di indennizzo fondate sulla durata di tali procedimenti da quelle concernenti il ritardo nell’adempimento delle somme liquidate in esito alla definizione di procedimenti Pinto, liquidabile quale autonoma e distinta fonte di lesione dell’art. 6 par.1 CEDU solo dalla Corte edu.
6. Le S.U. del 2016 (sent. n. 9142/2016) ed il parziale revirement rispetto alle S.U. del 2014.
6.3 In questo modo, collegando le due fasi, il termine per promuovere il giudizio Pinto poteva farsi coincidere con la definitività della fase esecutiva, decorrendo dalla piena soddisfazione del diritto stesso, purchè tale fase fosse iniziata prima della scadenza del termine semestrale per promuovere l’azione Pinto in seguito alla definitività della sentenza che accerta l’esistenza del diritto. Secondo le S.U. del 2016, in mancanza di attivazione della fase esecutiva nel termine di decadenza previsto dall’art. 4, non era quindi possibile sommare, ai fini dell’individuazione della ragionevole durata del processo, il tempo occorso per la definizione della fase di cognizione, potendosi invece profilare un’irragionevole durata del processo unicamente per la durata della fase esecutiva.
6.4 Da qui l’affermazione che “ai tini dell’equa riparazione per irragionevole durata, il procedimento di cognizione e quello di esecuzione devono essere considerati unitariamente o separatamente in base alla condotta di parte, allo scopo di preservare la certezza delle situazioni giuridiche e di evitarne l’esercizio abusivo. Pertanto, ove si sia attivata per l’esecuzione nel termine di sei mesi dalla definizione del procedimento di cognizione, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 4, la parte può esigere la valutazione unitaria dei procedimenti, finalisticamente considerati come unicum, mentre, ove abbia lasciato spirare quel termine, essa non può più far valere l’irragionevole durata del procedimento di cognizione, essendovi soluzione di continuità rispetto al successivo procedimento di esecuzione”.
6.6 Nell’ottica condivisa dalle S.U. il punto di equilibrio fra i principi espressi dalla Corte edu sull’unitarietà tout court fra le fasi (di cognizione ed esecutiva) ed il canone della certezza delle situazioni giuridiche sotteso al termine decadenziale di cui all’art. 4 cit. era in definitiva rivolto a realizzare un corretto bilanciamento fra i diversi interessi in gioco, anche in relazione al carattere potenzialmente abusivo della condotta del soggetto che, ottenuto il riconoscimento del diritto potesse poi omettere di promuovere la fase esecutiva per poi far valere, all’atto dell’inizio di tale procedimento, magari a distanza di anni, il diritto all’indennizzo per irragionevole durata del processo, in modo da locupletare un vantaggio economico approfittando della sua stessa inerzia o della lentezza dei giudizi e delle fasi amministrative correlate alla mancata esecuzione dell’obbligo giudizialmente acclarato.
7.7 Giova ricordare che nell’esaminare l’eccezione di tardività del ricorso proposta dal Governo italiano sul presupposto che la parte, promuovendo il giudizio Pinto al termine del giudizio esecutivo, avesse inteso eludere le norme relative alla decadenza della domanda di equa soddisfazione contenute nell’art. 4 L. ult. cit., la Corte edu respinse detta eccezione.
7.9 Orbene, la sentenza Bozza ha ritenuto che “la presente causa riguardi essenzialmente la questione di stabilire se, nell’ambito procedurale della via di ricorso “Pinto”, la decisione del giudice dell’esecuzione del 25 gennaio 2005 possa essere considerata la “decisione interna definitiva” del procedimento principale ai sensi dell’art. 35 della Convenzione” poi precisando che, in caso affermativo, la stessa Corte sarebbe stata “chiamata a decidere se il rigetto della domanda di equa soddisfazione da parte dei giudici “Pinto” abbia costituito una violazione del diritto della ricorrente a un processo entro un termine ragionevole ai sensi dell’art. 6 p. 1 della Convenzione” – p. 25 sent. Bozza.
7.10 Il giudice di Strasburgo è, quindi, passato ad esaminare la violazione prospettata dal ricorrente ed ha ricordato la sua giurisprudenza in tema di rapporto fra sentenza che riconosce il diritto ed esecuzione quale parte integrante del “processo” ai sensi dell’art. 6 CEDU affermando testualmente che “Nella sua sentenza storica Hornsby (p.p. 40 e segg.; si vedano anche Silva Pontes c. Portogallo, 23 marzo 1994, Di Pede e Zappia c. Italia, 26 settembre 1996), la Corte ha fissato il principio secondo il quale il diritto a un tribunale sarebbe illusorio se l’ordinamento giuridico interno di uno Stato contraente permettesse che una decisione giudiziaria definitiva e vincolante rimanesse inoperante a scapito di una delle parti. L’esecuzione di una sentenza, indipendentemente da quale giudice l’abbia pronunciata, deve essere dunque considerata come facente parte integrante del “processo” ai sensi dell’art. 6 (si veda anche Bourdov c. Russia (n. 2), ric. n. 33509/04, p. 65, CEDU 2009)” – cfr. p. 42 sent. Bozza -.
7.14 Nel secondo, quando viene pronunciata una sentenza contro lo Stato, il privato che ha ottenuto una sentenza contro quest’ultimo non deve di norma avviare un procedimento distinto per ottenerne l’esecuzione forzata (sent. Metaxas c. Greece, p. 19).” – v.p. 45 sent. Bozza -.
7.18 Orbene, secondo la Corte edu la ricorrente non era tenuta a intentare una qualsiasi azione di esecuzione, poichè si trattava, nella fattispecie, di una sentenza ottenuta contro lo Stato. Senza dire che “l’esecuzione di tale sentenza non comportava alcuna difficoltà particolare oltre al semplice versamento di una somma di denaro” p.50 sent. cit. -.
7.19 Secondo la Corte, l’atto satisfattivo del credito, avvenuto il 25.1.2005 con il pignoramento presso terzi, “costituiva (…) nella presente causa, la “decisione interna definitiva” del procedimento principale” – p. 52 sent..
7.20 La Corte edu, al fine di valutare il ricorso, ha quindi esaminato la sentenza delle Sezioni Unite n. 9142 del 2016, osservando che era stato “operato (…) un capovolgimento giurisprudenziale in materia (…)”. E benchè i fatti all’origine della sentenza n. 9142/2016 potessero ritenersi simili ai fatti esaminati dal giudice di Strasburgo, la Corte edu ha ritenuto che “pur non essendo perfettamente allineata ai principi fissati nella sua giurisprudenza (paragrafo 48 supra), questa sentenza si presta a una lettura globale secondo la quale “è possibile considerare il procedimento come un tutt’uno, ai fini del calcolo della durata (del procedimento stesso)”.
7.22 La Corte ha concluso ricordando “di avere trattato più volte cause che sollevavano questioni analoghe in materia di durata del procedimento, nelle quali ha constatato l’inosservanza dell’esigenza del “termine ragionevole” alla luce dei criteri individuati dalla sua giurisprudenza consolidata in materia (…). Non vedendo alcun motivo per discostarsi dalle sue precedenti conclusioni, la Corte ritiene che la durata del procedimento sia stata eccessiva e non sia conforme all’esigenza del “termine ragionevole”. In conclusione, la Corte ha rigettato l’eccezione del Governo relativa alla tardività del ricorso, ritenendo che vi sia stata violazione dell’art. 6, p. 1, della Convenzione in ragione della durata eccessiva del procedimento.
c) la tutela accordata dall’art. 6, par. 1, CEDU alla ragionevole durata del processo va riconosciuta in modo pieno ed integrale anche se la parte abbia attivato la domanda indennitaria considerando come epoca finale quella della decisione definitiva resa in sede esecutiva.
8.1 Di particolare rilievo ai fini della decisione delle questioni sollevate dalla Sezione remittente è, poi, la vicenda – sulla quale si sono soffermate anche nella discussione orale le parti di alcuni dei giudizi rimessi a queste Sezioni Unite – definita con la decisione di cancellazione della causa dal ruolo della Corte edu ai sensi dell’art. 37, par. 1, lett. c, CEDU, sul ricorso Di Blasi e altri c. Italia (ric. n. 42256/2012).
8.4 Nel corso del successivo giudizio promosso dalle parti private innanzi alla Corte edu, unito ad altri otto procedimenti di analogo contenuto, il Governo italiano ha presentato dichiarazione unilaterale con la quale ha riconosciuto la violazione dell’art. 6, par.1, CEDU ai sensi dell’art. 62 A del Reg. della Corte – Le Gouvernement italien reconnait que les requerants… ont subi la violation de l’article 6 p. 1 della CEDU, selon les principes exprimes per la Cour EDH dans le affaires Di Pede c. Italie,…Hornsby c. Grece.., Metaxas c. Grece…et Burdov n. 2 c. Russie”, offrendo una somma ai ricorrenti per il pregiudizio subito.
8.5 In esito a tale dichiarazione la Corte edu, dopo avere valutato che il ricorso andava esaminato sotto il profilo della violazione dell’art. 6, par. 1, CEDU e che la giurisprudenza in materia di durata eccessiva del processo era “claire et abondante” – tenendo in considerazione, oltre alle decisioni Metaxas c. Grecia e Bourdov c. Russia, già richiamate nelle questioni sottoposte alle parti con la comunicazione del 20 gennaio 2017 e dal Governo nella dichiarazione unilaterale, anche la sentenza Bozza c. Italia, p.p. 57 e 58 del 14 settembre 2017, già esaminata – con decisione pubblicata il 21 febbraio 2019 ha ritenuto che non fosse necessario l’esame nel merito della decisione, ai sensi dell’art. 37, p. 1, lett. c) CEDU e nel prendere atto della dichiarazione del Governo, ha disposto la cancellazione dal ruolo della causa ai sensi del ricordato art. 37, p. 1, lett. c), CEDU, ritenendo che non si giustificasse il proseguimento della procedura.
8.7 In particolare, Corte edu, 23 febbraio 2017, Grande Camera, ric., n. 43395/09, De Tommaso c. Italia, ha rilevato che “(…) in alcune circostanze può essere opportuno cancellare un ricorso dal ruolo ai sensi dell’art. 37 p. 1, lettera c) della Convenzione sulla base di una dichiarazione unilaterale da parte del Governo convenuto anche qualora il ricorrente desideri che l’esame della causa prosegua. Ha sottolineato al riguardo che tale procedura non è di per sè finalizzata a eludere l’opposizione del ricorrente a una composizione amichevole. Deve essere accertato sulla base delle particolari circostanze della causa se la dichiarazione unilaterale offra una base sufficiente per concludere che il rispetto dei diritti umani, come definito dalla Convenzione, non richieda che la Corte continui l’esame della causa”, a tal fine rilevando la natura delle doglianze sollevate, la questione di sapere se le questioni sollevate siano simili a questioni già determinate dalla Corte in precedenti cause, la natura e la portata delle misure adottate dal Governo convenuto nell’esecuzione delle sentenze pronunciate dalla Corte in tali cause, nonchè le conseguenze di queste misure sul caso in esame – cfr. p. 135 sent. cit.
8.8 Assume, poi, particolare rilievo il fatto che la dichiarazione unilaterale del Governo “(…) debba, sulla base delle doglianze sollevate, contenere il riconoscimento della responsabilità in relazione alle asserite violazioni della Convenzione, o per lo meno qualche ammissione al riguardo” – cfr. p. 136, sent. ult. cit.
9.2 Se la funzione del giudice nazionale è, stando ai più recenti arresti di questa Corte a Sezioni Unite – Cass., S.U., n. 33208/2018 e altri precedenti ivi richiamati – ed a quelli della Corte costituzionale per citare solo le più recenti, sent. n. 49/2015, n. 24 e n. 25 del 2019 quella di cooperare attivamente, anche attraverso l’interpretazione convenzionalmente orientata, alla protezione dei diritti fondamentali, dialogando con la giurisprudenza delle Corti costituzionali e sovranazionali in modo da offrire un livello elevato di protezione dei diritti fondamentali, il definitivo assestamento della giurisprudenza della Corte edu in ordine alla non necessità dell’attivazione di un procedimento esecutivo nei confronti dello Stato debitore dal quale deriva l’unitarietà piena fra fase di cognizione e fase esecutiva quando il soggetto debitore è appunto lo Stato impone una parziale revisione, sul piano interpretativo, delle conclusioni a suo tempo espresse dalla sentenza n. 9142/2016, proprio alla luce della giurisprudenza della Corte edu.
9.3 Ne consegue che la necessità del raccordo fra fase di cognizione ed esecutiva introdotta in quell’occasione attraverso il meccanismo della proposizione dell’azione esecutiva entro il termine semestrale dalla definitività del giudizio di cognizione non può trovare oggi alcuna giustificazione se il soggetto debitore è lo Stato, essendo questi tenuto ad adempiere l’obbligazione pecuniaria senza che sia possibile individuare una condotta abusiva da parte del creditore che rimanga inerte, in attesa dell’adempimento spontaneo del debitore-Stato.
9.5 Tale conclusione risulta oggi doverosa e pienamente in linea con la giurisprudenza convenzionale che, come si è visto, è andata consolidandosi nel senso di ritenere che, nel contesto della procedura “Pinto”, non vi è alcun obbligo per il creditore di avviare un procedimento di esecuzione volto ad ottenere il pagamento dell’indennizzo concesso, non potendosi ipotizzare alcuna forma di cooperazione da parte del creditore che abbia già ottenuto il proprio credito nei confronti dello Stato al termine di un procedimento giudiziario – non venendo qui in alcuna considerazione la disciplina normativa esaminata da Corte Cost. n. 135/2018 (L. n. 89 del 2001, art. 5 sexies, introdotto dalla L. n. 208 del 2015, art. 1,comma 777, lett. l).
9.6 In questa direzione milita, del resto, proprio la ricordata sentenza Bozza, ancorchè non relativa ad un processo “Pinto su Pinto” analogo a quelli per i quali oggi intervengono le S.U..
9.22 In realtà, va detto che il plesso normativo introdotto dalla Legge Pinto ha una sua autonomia e specificità all’interno del sistema generale delle obbligazioni in cui è parte lo Stato, inserendosi in un contesto che nasce dalla necessità di rispetto dell’art. 6, par. 1 CEDU sulla base della giurisprudenza della Corte edu.
9.34 Si viene in tal modo a realizzare quella confluenza fra gli orientamenti delle giurisdizioni nazionali e sovranazionali che proprio la Corte costituzionale ha di recente auspicato quando vengono in gioco valori fondamentali che traggono linfa da plurime fonti normative – cfr. Corte Cost. n. 25/2019, cit., p. 8 dei cons. in diritto -.
9.37 Si tratta, come già ampiamente chiarito dalle Sezioni Unite nelle sette sentenze del 2014, di un autonomo pregiudizio che, pur risultando protetto dall’art. 6, par. 1 CEDU, riguarda il ritardo nell’esecuzione della decisione favorevole eccedente lo spatium adimplendi di mesi sei e giorni 5 e che è estraneo alla tutela approntata dal rimedio interno introdotto dalla legge c.d. Pinto, indirizzata inequivocabilmente a riconoscere un indennizzo per i tempi del processo, siano essi collegati al protrarsi irragionevole della fase di cognizione che di quella esecutiva, ma non idoneo, in assenza di un apposito rimedio interno, ad offrire tutela per il diverso ed autonomo pregiudizio sofferto con riguardo al ritardo nell’esecuzione della decisione favorevole – cfr. p.B) delle più volte ricordate sette sentenze del 2014 di queste S.U.-.
9.39 Nè è superfluo sottolineare che la diversa natura dei due pregiudizi viene in rilievo anche innanzi alla Corte edu che ha proceduto a liquidare entrambi i pregiudizi solo quando la parte aveva contestualmente richiesto l’indennizzo sia per la non ragionevole durata del processo che per il ritardo nell’esecuzione – cfr. Corte dir. uomo, 21.12.2010, Belperio c. Italia, p. 41: “Il sensuit que, lorsquun requerant se plaint de la duree de la phase judiciaire d’un recours “Pinto”, ainsi que d’un retard dans le paiement de l’indemnisation, le temps secoulant entre la date de la decision executoire de la cour d’appel “Pinto” et le paiement effectif de la somme accordee doit etre pris en consideration pour evaluer la duree de la procedure, et ce indèpendamment de la mise en ceuvre d’une procedure d’execution par le requerant” -. Con ciò ancora una volta confermando l’autonomia delle singole voci di danno.
9.49 In termini generali, può affermarsi che nel vigore della L. n. 89 del 2001 – come novellata nell’anno 2012 – la pronunzia adottata in tema di indennizzo Pinto, pur non avendo la forma di sentenza, ha pienamente e sostanzialmente il contenuto di un provvedimento decisorio in materia di diritti soggettivi, idoneo ad assumere valore ed efficacia di giudicato, ai fini della ammissibilità del ricorso per ottemperanza (v. Cons. Stato, sez. IV, 28 ottobre 2013, n. 5182; Cons. Stato, 23 agosto 2010 n. 5915; Cons. Stato, sez. IV, 16 marzo 2012, n. 1484; Cons. Stato, sez. IV, 4 aprile 2012, n. 2001).
9.50 La giurisprudenza del giudice amministrativo è poi ferma nel ritenere che il giudizio di ottemperanza nella materia di cui qui si discute è esperibile per l’esecuzione di una condanna al pagamento di somme di danaro, alternativamente o congiuntamente rispetto al rimedio del processo di esecuzione dinanzi al giudice civile, con il solo limite della impossibilità di conseguire due volte la medesima somma – cfr., Cons. Stato, 29 dicembre 2010, 9541; Cons. Stato, 16 marzo 2012, n. 1484 -.
10.1 Alla luce dei superiori principi il primo motivo di ricorso principale proposto dal ricorrente è infondato.
10.2 Ed invero, il giudice di appello, nel considerare unitariamente la fase di cognizione e quella di esecuzione si è pienamente uniformato ai principi espressi in punto di unitarietà delle fasi sopra fissati – cfr. pag. 4, ultimo cpv., decreto impugnato escludendo che la durata del processo ulteriore a quella indicata come ragionevole (stimata dalla Corte di appello in anni due mesi sei e giorni cinque) superasse la soglia minima prevista dalla L. n. 89 del 2001, art. 2 bis.
10.3 Parimenti coerente con la ricostruzione qui operata risulta la ritenuta irrilevanza del tempo di inerzia protrattosi fra la fase di definitività del giudizio di cognizione e la fase di esecuzione, al cui interno è stato preso in considerazione il lasso di tempo fra la notifica dell’atto di precetto (sicuramente anteriore all’epoca della notifica dell’atto di pignoramento, come si è detto indicativa dell’inizio della fase esecutiva) e la definitività dell’ordinanza di assegnazione. Ed infatti, la decisione impugnata risulta ancora una volta in piena sintonia con il principio della irrilevanza quale “tempo del processo” del lasso temporale intercorso fra le due fasi, non potendo avere alcun rilievo il termine di 120 giorni di cui al D.L. n. 699 del 1996, art. 14, conv. dalla L. n. 30 del 1997.
10.4 Il secondo motivo di ricorso principale è infondato.
10.5 La giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che in tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione – cfr., da ultimo, Cass. n. 11329/2019 -.
10.6 Nè tale statuizione può determinare un vulnus rispetto ai principi espressi dalla Corte edu che si è limitata a riconoscere il diritto della parte vittoriosa al rimborso delle spese processuali che si affrontano quando viene presentato un ricorso se il loro ricorso è considerato fondato (cfr. Corte edu, Scordino c. Italia, cit., p. 201).
10.7 A tale principio si è attenuto il giudice di appello, addossando alla parte soccombente il peso delle spese processuali.
10.8 L’esito del ricorso principale impone l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato proposto dal Ministero della Giustizia.
10.9 Sulla base di tali considerazioni, il ricorso principale va rigettato, assorbito il ricorso incidentale.
10.10 Le ragioni che hanno giustificato il rinvio del processo alle Sezioni Unite giustifica la compensazione delle spese del giudizio; non sussistono i presupposti di legge sul raddoppio del contributo unificato (Cass. n. 2273/2019) come si desume dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10.