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Timestamp: 2020-07-07 08:27:38+00:00
Document Index: 89642239

Matched Legal Cases: ['art. 63', 'art. 16', 'art. 32', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 336', 'art. 337', 'art. 16', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 7']

pietro – Studio Legale Smeriglio
di Paolo M. Storani – Facciamo chiarezza con un quadro di sintesi per LIA Law In Action dell’Avv. Francesca Serretti Gattoni in tema di premio di cento euro ai lavoratori dipendenti.
Da diversi giorni riecheggia nelle orecchie dei dipendenti, pubblici e privati, che nel mese di marzo hanno continuato a lavorare nella propria sede di lavoro, la notizia che nella relativa busta paga riceveranno un “premio” pari ad € 100 netti in aggiunta alla retribuzione.
Va subito detto che non necessariamente il premio deve essere erogato nel mese di aprile 2020, potendo il datore di lavoro scegliere di erogarlo entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno.
Il D.L. c.d. “Cura-Italia” n. 18/2020 (pubblicato in G.U. n. 70 del 17/03/2020) è il secondo provvedimento che segue a ruota il suo antecedente (il D.L. n. 9/2020) all’art. 63 (Premio ai lavoratori dipendenti) prevede che,
“1. Ai titolari di redditi di lavoro dipendente di cui all’articolo 49, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, che possiedono un reddito complessivo da lavoro dipendente dell’anno precedente di importo non superiore a 40.000 euro spetta un premio, per il mese di marzo 2020, che non concorre alla formazione del reddito, pari a 100 euro da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese.
I sostituti d’imposta di cui agli articoli 23 e 29 del decreto del Presidente della Repubblica29 settembre 1973, n. 600 riconoscono, in via automatica, l’incentivo di cui al comma 1 a partire dalla retribuzione corrisposta nel mese di aprile e comunque entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno.
I sostituti d’imposta di cui al comma 2 compensano l’incentivo erogato mediante l’istituto di cui all’articolo 17 del decreto legislativo9 luglio 1997, n. 241.
All’onere derivante dall’attuazione del presente articolo si provvede ai sensi dell’articolo 126″.
Chi riceverà il bonus
Dalla lettura della norma sopra menzionata, emerge subito che con molta probabilità non tutti riceveranno la cifra esatta di € 100 netti, somma che, in ogni caso, non concorre alla formazione del reddito. Ciò in quanto i € 100 vanno calcolati sulle giornate effettivamente svolte sul luogo di lavoro.
La proporzione segue la ratio legis del decreto-legge in questione, fondata sul riconoscimento di una ricompensa – un “premio” appunto – per il disagio ed il conseguente rischio di esposizione al virus (Covid-19) vissuto dai lavoratori che hanno prestato attività lavorativa fisicamente all’interno dell’azienda (anche part-time) nel mese di marzo 2020.
E’ chiaro che, in tale logica, sono esclusi dal beneficio i lavoratori che hanno continuato a lavorare da casa, ovverosia con la modalità dello smart working – o lavoro agile -, né si computano i giorni di malattia, di ferie e a tutte le giornate di assenza per aspettativa senza corresponsione di assegni di cui i dipendenti hanno beneficiato nell’arco del mese di marzo.
Sarà, poi, necessaria per il lavoratore – specie se assunto nel corso dell’anno 2019 o nel 2020 – fornire al proprio datore di lavoro una sorta di autocertificazione che attesti il requisito reddituale richiesto dalla norma.
Il premio spetta, infatti, solo a titolari di redditi da lavoro dipendente (assoggettati a tassazione progressiva IRPEF; cfr. Circolare Agenzia Entrate n. 8/E del 2020), che nell’anno 2019 non superino il reddito complessivo di € 40.000.
Ad oggi, il premio in questione è un “una tantum” riconosciuto ai dipendenti per il mese di marzo, ma si auspica che la medesima norma venga replicata in un successivo D.L. anche per il corrente mese di aprile.
Il Tribunale di Vasto con decreto del 2 aprile 2020 respinge l’istanza ma consente al ricorrente videoconversazioni in orario ampio e predefinito, previa diffida alla madre a non frapporre ostacoli
Il provvedimento collegiale urgente qui di seguito in disamina, emesso dal Tribunale di Vasto appena il 2 aprile 2020, estensore il Dott. Fabrizio Pasquale, desta considerevole interesse in un periodo in cui la fase emergenziale pare comprimere e soffocare l’esercizio di ogni diritto costituzionalmente garantito; costituisce, altresì, una valida e perspicua soluzione per contemperare il diritto del padre (oltretutto proveniente da Milano, zona ad alto tasso epidemico) a mantenere rapporti significativi e costanti con la figlia da esercitarsi attraverso strumenti telematici che consentano conversazioni in videochiamata, con cadenza anche quotidiana in orario ampio pomeridiano e serale (14:30-21:30), previa diffida alla madre a non frapporre ostruzionismo.
Durante l’emergenza sanitaria nazionale conseguente a pandemia da COVID-19, dichiarata dall’OMS, il genitore non collocatario e residente in comune diverso da quello di residenza del figlio non può ottenere di tenere presso di sé il figlio minore nato fuori del matrimonio perché non si realizzano le condizioni di sicurezza e prudenza ed il diritto-dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo sia rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, ai sensi dell’art. 16 Cost. (libertà di circolare e soggiornare in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza), sia rispetto al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost.
Il genitore non collocatario, che vive e lavora a Milano, area di alto tasso di contagio virale, ma si è spostato una settimana prima del deposito dell’istanza ad Aversa, ove possiede un’abitazione di famiglia e vorrebbe ospitare la figlia per un certo periodo di tempo, in data 1° aprile 2020 ricorre ai sensi dell’art. 337 quinquies c.c. (revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli) al Tribunale di Vasto rappresentando di non aver potuto trascorrere con la figlia minore i periodi di tempo prestabiliti, a causa dell’attuale situazione di emergenza sanitaria nazionale; chiede di poter tenere con sé la bambina dal 7 al 14 aprile (o, in alternativa, dal 13 al 26 aprile), presso la propria abitazione di Aversa, in modo da recuperare anche i fine settimana in cui si è trovato nell’impossibilità di rispettare la calendarizzazione stabilita, deducendo una perdurante difficoltà di instaurare conversazioni telefoniche con la figlia per le resistenze e l’ostruzionismo della resistente.
1.1. Il Collegio del Tribunale di Vasto, presieduto dalla Dott.ssa Annarosa Capuosso, Relatore il Dott. Fabrizio Pasquale, altra componente la Dott.ssa Prisca Picalarga, valuta «preliminarmente l’ammissibilità dell’adozione di provvedimenti cautelari inaudita altera parte nell’ambito del giudizio di revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, ex art. 337 quinquies c.c., al fine di garantire la piena tutela del minore anche attraverso provvedimenti cautelari, tutte le volte in cui il diritto assistito dal fumus boni iuris sia minacciato dal pericolo di un pregiudizio imminente e irreparabile, che non può essere tutelato nei tempi necessari per farlo valere in via ordinaria»;
1.2. Il Tribunale di Vasto rileva, inoltre, che «l’emissione di provvedimenti provvisori è espressione di una tutela immanente alla salvaguardia dell’interesse del minore, come si evince dall’art. 336 c.c., che legittima il tribunale all’adozione di provvedimenti nell’interesse del figlio anche in assenza di domanda, e dall’art. 337 ter c.c., che consente di adottare ogni provvedimento relativo alla prole, compreso l’affidamento a terzi, “anche d’ufficio”, e ciò in quanto l’instaurazione del contraddittorio differito assicura la necessaria tutela dei diritti di difesa delle parti»;
2.1. Il Tribunale di Vasto ritiene «che gli incontri dei minori con genitori dimoranti in comune diverso da quello di residenza dei minori stessi non realizzano affatto le condizioni di sicurezza e prudenza di cui al D.P.C.M. 9/3/2020 ed all’ancor più restrittivo D.P.C.M. 11/3/2020, come pure al D.P.C.M. 21/3/2020 e, da ultimo, al D.P.C.M. del 22/3/2020, dal momento che lo scopo primario della normativa che regola la materia è quello di attuare una rigorosa e universale limitazione dei movimenti sul territorio (con il divieto di spostarsi in comuni diversi da quello di dimora), tesa al contenimento del contagio, con conseguente sacrificio di tutti i cittadini ed anche dei minori».
2.2. Talché, il Collegio abruzzese ritiene «quindi, che il diritto-dovere dei genitori e dei figli minori di incontrarsi, nell’attuale momento emergenziale, è recessivo sia rispetto alle limitazioni alla circolazione delle persone, legalmente stabilite per ragioni sanitarie, ai sensi dell’art. 16 Cost., sia rispetto al diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost. (cfr., in tal senso, Trib. Bari, ord. 26 marzo 2020)».
2.3. Il Tribunale vastese ritiene «peraltro, che – nel caso di specie – non è verificabile se la minore si esponga a rischio sanitario, tenuto conto: a) che il padre proviene da un luogo ad alto tasso di contagio virale; b) che non è dimostrato che lo stesso abbia rigorosamente rispettato le prescrizioni imposte dalla normativa vigente; c) che non è chiaro se nell’abitazione di destinazione siano presenti altre persone, oltre al ricorrente».
Epilogo del decreto urgente
In conclusione il Collegio «ritenuto, alla luce delle considerazioni sin qui espresse, che l’istanza del ricorrente non possa essere accolta, fermo restando che il diritto del padre a mantenere rapporti significativi e costanti con la figlia può essere esercitato attraverso strumenti telematici che consentano conversazioni in videochiamata, Paolo M. Storani
La crisi da Covid-19. La gravissima crisi sociale, sanitaria ed economica provocata da Covid-19 (pandemia secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) pone, tra gli altri, il problema dell’impossibilità di adempiere le obbligazioni contrattuali. Non è infatti improbabile che imprenditori, fornitori e comunque parti contrattuali in genere si trovino nell’impossibilità di adempiere le proprie obbligazioni alla luce delle rigide restrizioni imposte dall’autorità governativa – impossibilità di uscire di casa se non nei casi di stretta e comprovata necessità, chiusura di molte attività commerciali – o anche solo alla luce della necessità di esporsi il meno possibile al contagio del tanto temuto virus. Gli istituti giuridici dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione e della risoluzione del contratto per forza maggiore rappresentano delle valide garanzie a tutela delle parti contrattuali danneggiate dalla crisi.
A parere di chi scrive la situazione di crisi determinata da Covid-19 e dai conseguenziali provvedimenti governativi direttamente incidenti sulle libertà individuali, contiene i caratteri oggettivi della straordinarietà e, per i contratti antecedenti allo scoppio della crisi, anche della soggettiva imprevedibilità. Talché, non apparirebbe errato, qualora a causa di tale crisi la prestazione contrattuale – da valutare caso per caso e fermo restando il relativo onere di allegazione probatoria – fosse divenuta eccessivamente onerosa invocare la forza maggiore.
Diritto e giustizia .it
Leggevo su varie riviste ed articoli specializzati che in Cina vi è grande aumento delle richieste alla riapertura degli sportelli pubblici: il virus colpisce le coppie costrette in casa!
Gli uffici pubblici cinesi sono sommersi di richieste di divorzio
– Fra le conseguenze del coronavirus ce n’è una che forse non di si aspettava: dopo il periodo di quarantena, ora in Cina è boom di divorzi. Secondo quanto riporta il quotidiano Global Times, sembra infatti che le richieste di scioglimento dei matrimoni siano in forte crescita, al punto che a Xi’an e in altri distretti (come quello di Yanta) si registrano sportelli intasati di pratiche e di persone in attesa di separazione e divorzio.
Perché questo curioso aumento? Prima di tutto perché in ogni caso le persone che avevano già in mente di divorziare hanno dovuto far passare il periodo di chiusura degli uffici, che ora sono quindi particolarmente sotto pressione. Ma si avanza anche l’ipotesi che la convivenza forzata in casa per settimane abbia minato molti rapporti e molte famiglie. L’estrema esperienza della crisi da virus ha messo a dura prova le coppie, che non si erano mai trovate di fronte a qualcosa del genere, costrette alla ‘sopravvivere’ fianco a fianco 24 ore su 24.
La gestione famigliare, gli spazi da condividere, l’organizzazione per lo smart working e per recuperare il cibo, le altre emergenze e le lunghe giornate nelle quattro mura domestiche hanno lavorato contro chi era forse già un po’ a rischio. Che ora, appena si può riaffacciare la testa fuori casa, decide di porre fine a una relazione.
In Italia stiamo vivendo una situazione paragonabile a quella di chiusura che abbiamo visto in Cina: faremo anche noi questo tipo di conti più avanti?
È possibile scoprire chi si nasconde dietro un profilo falso di Facebook o di Instagram? Cos’è il codice ID e a cosa serve? Come si smaschera un profilo fake?
Purtroppo il crimine viaggia di pari passo con la tecnologia, spesso sfruttando strumenti messi a disposizione da quest’ultima per fini assolutamente leciti. Uno degli esempi più significativi di quanto ho appena detto riguarda i social network: normalmente utilizzati per sentire gli amici e mantenere i contatti con le persone care che vivono lontano da noi, sempre più frequentemente vengono impiegati per portare a termine disegni criminosi ai danni delle vittime. Uno sei metodi più diffusi è quello di creare finti profili per compiere atti di stalking nei confronti di determinati individui, oppure per rubare l’identità di altre persone. In pratica, accade ciò: ci si registra a Facebook (o ad altro social, tipo Instagram) fornendo delle generalità fittizie oppure appartenenti ad altro soggetto; in quest’ultima circostanza, chi compie una condotta del genere commette il reato di sostituzione di persona. A questo punto, sorge spontanea una domanda: è possibile risalire a un profilo falso Facebook o Instagram?
Si tratta di una domanda molto importante, la cui risposta diviene fondamentale nel momento in cui il falso profilo viene utilizzato per commettere reati. Pensa alla persona che è vittima di atti persecutori da parte di un individuo che si cela dietro un’identità fittizia: in un caso come questo, oltre al reato di sostituzione di persona si integrerebbe anche quello di molestie e, nella peggiore delle ipotesi, perfino di stalking. Ebbene, sappi che, nonostante l’autore del delitto si nasconda dietro una maschera virtuale, è sempre possibile scovarlo e consegnarlo alla giustizia. Se questo argomento ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme come si può risalire ad un falso profilo Facebook o Instagram.
Profilo falso Facebook o Instagram: è reato?
Prima di comprendere come si può risalire ad un falso profilo Facebook o Instagram vediamo cosa dice la legge nel caso in cui qualcuno ponga in essere una condotta di questo tipo. Chi, adoperando un social network di qualsiasi genere, crea un account i cui dati corrispondono ad una persona diversa, commette il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno [1].
Secondo il nostro ordinamento giuridico è punibile penalmente la condotta di chi, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio, ovvero di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendosi illegittimamente ad un’altra persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici. Per incorrere nel reato, quindi, è necessario che la creazione del falso profilo Facebook o Instagram sia preordinata a raggiungere uno degli scopi sopra indicati, e cioè:
ricavarne un vantaggio, non necessariamente economico: pensa a chi chiuda una transazione con condizioni favorevoli concesse solamente perché si è spacciato per altra persona;
arrecare un danno: è il classico caso di chi, vigliaccamente, si cela dietro una falsa identità digitale per minacciare e molestare qualcuno.
Quando non è reato creare un falso profilo sui social network?
Quanto detto nel paragrafo precedente non deve indurre a pensare che ogni creazione di un profilo falso Facebook o Instagram costituisca reato: non lo è, infatti, ogniqualvolta non ricorra uno dei fini sopra elencati, ovvero quando ci si inventi un’identità di pura fantasia (un personaggio immaginario, oppure uno realmente esistito ma che, per ovvie ragioni, non potrebbe essere in internet, tipo Napoleone) purché, in quest’ultimo caso, non si sfrutti il profilo per commettere altri reati.
Quindi, creare un profilo falso su Facebook o Instagram costituisce reato solamente se:
ci si appropria dell’identità di un’altra persona, con lo scopo di arrecargli danno oppure di trarne qualche indebito vantaggio;
si crea un profilo falso, non corrispondente a nessuna persona reale, con lo scopo di ingiuriare, diffamare, molestare o, comunque, ledere i diritti di un’altra persona. In questa ipotesi, infatti, potrebbero sempre ricorrere i reati di diffamazione, minaccia e stalking.
Profilo falso Facebook o Instagram: cosa fare?
Nel caso in cui tu abbia scoperto che su Facebook, Instagram oppure altro social o applicazione esista un profilo con le tue generalità (foto, data di nascita, indirizzo di residenza, ecc.), oppure sei bersaglio di insulti e continui messaggi da parte di un profilo palesemente finto, puoi tutelarti in due modi: segnalando l’accaduto al social; sporgendo denuncia. In quest’ultimo caso, però, è bene che tu ti premunisca di alcune informazioni che saranno essenziali per lo svolgimento delle indagini. Vediamo come agire.
Segnalare a Facebook un profilo falso: come fare?
Per segnalare a Facebook un profilo falso e ottenere, così, che venga bloccato, dovrai semplicemente fare ciò che sto per dirti:
visitare il profilo fake;
nella successiva finestra, selezionare la voce “Segnala/Blocca”;
Come risalire a un profilo falso Facebook?
Ovviamente, oltre che segnalare l’illecito a Facebook, è tuo diritto sporgere querela per il reato di sostituzione di persona ed, eventualmente, per ogni altro che sia stato commesso abusando del profilo falso. Potrai fare ciò recandoti presso la stazione dei carabinieri più vicina a te, oppure presso la polizia postale: quest’ultima, infatti, è competente in materia di reati commessi attraverso l’utilizzo di internet. Solamente le autorità inquirenti potranno risalire al profilo falso Facebook. Come? Te lo spiego subito.
Bloccare un profilo falso mediante segnalazione a Facebook non ti consentirà di risalire alla vera identità di chi ha commesso il reato: ciò che otterrai così facendo è la cessazione della molestia perpetrata a mezzo di quell’account. Le autorità alle quali sporgerai denuncia, invece, hanno interesse a scoprire l’autore del crimine. Per farlo, occorre conoscere il codice ID. Che cos’è? È un numero che identifica in maniera univoca e infallibile l’account di ogni utente iscritto ad un social network. In pratica, se il profilo “Mario Rossi” pubblica costantemente dei commenti lesivi della tua dignità, non sarà sufficiente andare alla polizia postale e segnalare l’accaduto: la tua denuncia dovrà essere accompagnata da immagini che testimoniano il fatto e, soprattutto, dal codice identificativo dell’account.
In alternativa al procedimento che ti ho illustrato, puoi agevolmente individuare il codice ID di un profilo falso Facebook cliccando qui: ti apparirà la pagina di un sito nel quale, inserendo all’interno dell’apposita barra di ricerca l’Url (cioè, l’indirizzo internet che compare in alto) dell’account che intendi smascherare, ti comparirà immediatamente il codice che cerchi.
Una volta in possesso di questi dati, potrai validamente sporgere denuncia/querela presso la polizia postale, la quale, grazie appunto al codice ID, potrà risalire all’utente che si è registrato con il falso profilo.
Come risalire a un profilo falso Instagram?
Quanto appena detto vale anche per risalire a un profilo falso Instagram: se c’è un’identità fasulla che ti molesta, puoi segnalarla alle autorità (nello specifico, alla polizia postale), avendo cura però di fornire anche il codice ID, cioè quella serie di numeri che identifica univocamente un profilo, come spiegato sopra. Per risalire al codice ID di un profilo falso Instagram puoi avvalerti di questo utile e semplice servizio, che puoi trovare cliccando qui: si tratta di un sito che ti consente, semplicemente inserendo nella barra delle ricerche il nome del profilo, di risalire all’ID di cui hai bisogno. Come vedi, ti viene indicato a destra, al di sotto dell’immagine di profilo.
Grazie a questa informazione, potrai aiutare la polizia postale a risalire al profilo falso Instagram e, soprattutto, a scoprire la vera identità del responsabile dei reati denunciati.
Come capire se un profilo Facebook o Instagram è falso?
Abbiamo visto sinora come aiutare le autorità a risalire a un profilo falso Facebook o Instagram. Se volessimo metterci in proprio, sarebbe possibile fare ciò? In altre parole: si può risalire a un profilo falso Facebook o Instagram senza sporgere denuncia? Purtroppo la risposta è negativa: non possiamo sostituirci agli inquirenti nell’attività di indagine. Quello che si può fare, però, è verificare la “bontà” del profilo che ci molesta attraverso alcune dritte. In pratica, se c’è un account che ci invia continui messaggi e ci infastidisce, ma non sappiamo se l’identità dello stesso sia vera oppure falsa, è possibile fare alcune piccole ricerche che possono indirizzarci verso l’esatta risposta.
Per capire se un profilo Facebook o Instagram sia falso o meno possiamo controllare:
se l’account è verificato (se c’è, accanto al nome del profilo, la spunta blu che rappresenta la certificazione di autenticità del social);
l’autenticità delle foto facendo qualche ricerca con Google;
le informazioni di profilo, in quanto, in genere, gli accountfalsi presentano profili incompleti, con poche e sporadiche informazioni o addirittura senza immagini;
la frequenza dei post (molto sporadici nei profili falsi);
i commenti sugli altri profili;
la lista degli amici o dei followers(un profilo fake, in genere, non ne ha oppure ne ha pochissimi).
Di Mariano Acquaviva LlpT
[1] Art. 494 cod. pen.
L’agente per la riscossione del Comune non ha la possibilità di autenticare le relate di notifica e le copie degli atti in quanto non è un pubblico ufficiale.
Non sarà certo una sentenza “pilota”, ma ha certamente il merito di mettere al corrente numerosi automobilisti del fatto che le cartelle esattoriali per vecchie multe non sempre vanno pagate: si tratta della pronuncia del giudice di pace di Parlemo [1] pubblicata lo scorso dicembre. Il motivo è semplice: quando, dopo la notifica della cartella, viene avviato il pignoramento e il debitore eccepisce di non aver mai ricevuto il precedente atto o che sono decorsi i cinque anni di prescrizione, spetta all’esattore dimostrare il contrario. Ma come? La prova non può che essere documentale: servirà quindi l’originale della relata del messo notificatore o l’avviso di ricevimento della raccomandata. Il deposito invece di una semplice copia è insufficiente anche se autenticata. Difatti, il dirigente dell’Agente della riscossione delegato dal Comune non ha le funzioni di un pubblico ufficiale come invece le ha quello di Agenzia Entrate Riscossione che è un ente pubblico; quindi non può autenticare le copie.
Per comprendere perché la sentenza in commento ritiene nulla la cartella per multe non pagate facciamo un esempio.
Immaginiamo che una persona non abbia pagato alcune multe fatte con l’autovelox. Per alcune di queste gli viene notificata, negli anni successivi, la relativa cartella esattoriale da parte della società privata che cura la riscossione esattoriale delle entrate del Comune. L’automobilista non si oppone neanche in questo caso e lascia scadere i termini per il ricorso. Successivamente però arriva un fermo auto e il pignoramento del quinto dello stipendio. È qui che il debitore si sveglia e decidere di fare opposizione. Le sue contestazioni si basano su due punti. Il primo: alcune cartelle non sono mai state ricevute, probabilmente per qualche errore nell’indirizzo riportato sulla busta. Il secondo: la notifica delle cartelle correttamente consegnate al destinatario è invece avvenuta ben oltre cinque anni fa; per cui, nel frattempo, si è verificata la prescrizione.
Si costituisce in causa l’Esattore locale che deposita la copia delle relate di notifica di tutte le cartelle e dei solleciti di pagamento interruttivi della prescrizione. Si tratta, come detto, di fotocopie e non degli originali. Ma su di esse, il dirigente della società privata ha apposto un visto di autentica dichiarando che sono “conformi all’originale”.
Di qui il quesito di carattere legale: quale valore ha tale attestazione? La risposta è fin troppo scontata: nessun valore.
E difatti i Comuni possono valersi di società di capitali private per il recupero dei propri crediti, ivi comprese le multe non pagate. Queste società non sono enti pubblici come invece lo è l’Agente per la riscossione delle entrate statali. Sicché i suoi dipendenti non sono pubblici ufficiali. Ebbene: solo un pubblico ufficiale può avere poteri certificatori e autenticare una copia come appunto quella della relazione di notifica di una cartella o l’avviso di ricevimento della raccomandata con cui tale cartella è stata spedita. Non vale quindi “l’autentica” della relata di notifica proveniente dal dipendente della società di riscossione, in quanto soggetto non abilitato.
Risultato: non essendo la fotocopia una valida prova documentale per contrastare le contestazioni sollevate dall’automobilista, il giudice è tenuto ad accogliere il ricorso di quest’ultimo e a ritenere che la cartella o l’intimazione di pagamento interruttiva della prescrizione non è mai arrivata a destinazione.
Peraltro – aggiunge il giudice di pace di Palermo – l’Esattore locale non può limitarsi a depositare solo gli originali della relazione di notifica (per le notifiche a mano) o dell’avviso di ricevimento della raccomandata (per le notifiche a mezzo posta); deve anche produrre le cartelle di pagamento cui tali documenti si riferiscono. E ciò perché altrimenti impedisce al giudice di accertare la regolarità del procedimento di consegna nei confronti dell’automobilista sanzionato, ossia di verificare che a quelle specifiche prove corrisponde la cartella relativa alla multa e non un’altra.
In sintesi, per far annullare la cartella di pagamento relativa a una multa mai pagata potrebbe essere sufficiente contestare il pignoramento o il fermo auto successivo e sostenere che la notifica dell’atto precedente – appunto la cartella – non è mai avvenuta correttamente, onerando così l’Agente per la riscossione della prova contraria. Quest’ultimo potrà vincere il giudizio solo producendo gli originali tanto dell’avviso di ricevimento o della relata di notifica, tanto della cartella cui esso si riferisce.
note [1] Gdp Palermo, sent. n. 4538/18.
Con il “testamento digitale” possiamo disporre della nostra identità digitale dopo il nostro decesso. Ma il legislatore pone dei limiti
Possiamo veramente, con il nuovo codice della privacy, disporre dei nostri diritti personali e la nostra identità digitale dopo il decesso?
Mi ero occupato dell’argomento lo scorso anno per indicare i surrogati di “testamento digitale”, in mancanza di una compiuta disciplina legislativa, messi a disposizione dai quattro principali social network.
In questi giorni di plaude al riconoscimento legislativo, con l’art. 2-terdecies “Diritti riguardanti le persone decedute“, introdotto dal D. Lgs. 10. 8.2018 n. 101 di recepimento del GDPR General Data Protection Regulation europeo, del testamento digitale; in verità la previsione è deludente per la logica patrimonialista sottesa, che apre molteplici possibilità di superare le ultime volontà digitali dell’interessato laddove vengano compromessi i diritti patrimoniali della successione legittima e testamentaria.
Viene in sostanza ufficialmente legittimato ciò che si poteva fare anche prima, cioè la possibilità di redigere una sorta di testamento con cui il titolare di un profilo social o di un account in Rete può dettare le ultime volontà sulla gestione dei suoi dati personali in caso di morte.
La norma precisa che per poter esercitare i diritti sulla privacy è sufficiente essere “portatori di un interesse proprio”, o essere stati incaricati dall’interessato deceduto oppure vantare ragioni familiari meritevoli di protezione.
Tuttavia l’esercizio di tali diritti (che sono: – l’accesso ai dati; – la rettifica dei dati; – la cancellazione dei dati; – la limitazione all’utilizzo dei dati; – la portabilità dei dati; – l’opposizione all’utilizzo dei dati) non è ammesso quando il de cujus – come si suole chiamare in linguaggio giuridico l’interessato deceduto – lo ha espressamente vietato con dichiarazione scritta comunicata al titolare del trattamento.
La norma prosegue con l’ovvia precisazione che il divieto può riguardare tutti o solo alcuni dei propri dati; che deve essere espressa in forma scritta; risultare in modo non equivoco; che deve essere “specifica, libera e informata”; che può essere modificata o revocato dall’interessato in ogni momento.
Ma ecco che, al quinto e ultimo comma, prevale la logica patrimonialista che può rendere nulle tali ultime volontà: il divieto dell’interessato non può infatti produrre effetti pregiudizievoli per l’esercizio da parte di terzi dei diritti patrimoniali che derivano dalla morte dell’interessato e del diritto di difendere in giudizio i loro interessi.
Eppure i beni personali digitali, come i nostri testi, i nostri contatti, le nostre foto, etc. sfuggono alla tradizionale logica successoria dei beni patrimoniali. Se ragioniamo in termini di valore, quali dei due beni contano di più, quelli personali o quelli patrimoniali?’
Ci si aspettava una legge più articolata che disciplinasse le modalità di backup dei nostri documenti, dei nostri scritti, delle nostre foto, delle credenziali di accesso a tutti i nostri siti di posta elettronica e di servizi, in modo che i beneficiari designati dal de cujus potranno aprire il “box virtuale” dei nostri dati personali e dare continuità ai nostri progetti e alle nostre missioni.
La previsione normativa di cui all’art. 2 terdecies D. Lgs. 101/2018 definisce – e per questo ha comunque una sua importanza – per la prima volta, i “servizi della società dell’informazione“, che sono quei servizi prestasti a distanza, per via telematica e a richiesta individuale di un destinatario, che ben comprendono i trattamenti di dati conseguenti all’iscrizione a social network o a servizi di posta elettronica o di messaggistica.
Ma per quanto riguarda l’effettiva messa a tutela dei propri dati personali restano validi i sistemi, di cui parlo nel mio articolo, messi a disposizione dai principali social network, i quali – e con le modalità in esser descritte – consentono di conservare effettivamente e tramandare ai posteri la nostra eredità digitale.
Restiamo sempre in attesa di una compiuta regolamentazione, perché, come già dicevo, fare il proprio testamento digitale rientra tra le buone pratiche di utilizzo della Rete ed è una buona azione di social reputation che riguarda ogni aspetto del nostro modo di abitare il Web: proteggere i nostri dati personali anche quando non ci saremo più, prima ancora che disporre delle nostre sostanze nel testamento tradizionale, è un segno di rispetto per chi ci è (stato veramente) vicino, che non dovrà impazzire per avere accesso ad account o siti nel marasma di impedimenti burocratici.
Gli eredi non pagano le sanzioni fiscali
La Suprema Corte ritiene non dovute le sanzioni amministrative derivanti dalla violazione delle norme tributarie che, stante il loro carattere afflittivo, non si trasmettono agli eredi
Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, quinta sezione civile, nell’ordinanza n. 6500/2019 accogliendo il ricorso degli eredi di uomo proprietario di un terreno che aveva impugnato due avvisi di accertamento ICI (ora IMU) ed era poi deceduto nel corso del giudizio.
Secondo l’originario attore, il proprio terreno non poteva considerasi edificabile solo perché inserito come tale nel piano regolatore generale, in assenza di approvazione del piano particolareggiato. Tuttavia, il ricorso veniva respinto sia in prima che in secondo grado.
Sanzioni tributarie non si trasmettono gli eredi
Innanzi agli Ermellini, tra l’altro, moglie e figli del de cuius lamentano l’applicazione delle sanzioni nei loro confronti, che ritengono non dovute, e questo motivo viene ritenuto meritevole di accoglimento.
La Cassazione rammenta che le sanzioni pecuniarie amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla L. 689/1981, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore.
Di conseguenza, spiega la Corte, a esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 cit., secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi (cfr. Cass. n. 13894/2008).
La Cassazione, dunque, accoglie l’originario ricorso del contribuente limitatamente alle sanzioni che dichiara non dovute. Studiocataldi.it