Source: https://archividituglie.wordpress.com/2015/10/15/la-legislazione-sulla-beneficenza-pubblica-nelle-diverse-province-del-regno-ditalia-al-momento-della-costituzione-dellunita-nazionale/
Timestamp: 2018-01-19 13:31:59+00:00
Document Index: 36449924

Matched Legal Cases: ['art.97', 'art.1', 'art.2', 'art.3', 'art.4', 'art.5']

LA LEGISLAZIONE SULLA BENEFICENZA PUBBLICA NELLE DIVERSE PROVINCE DEL REGNO D’ITALIA AL MOMENTO DELLA COSTITUZIONE DELL’UNITA’ NAZIONALE – ARCHIVI DI TUGLIE
LA LEGISLAZIONE SULLA BENEFICENZA PUBBLICA NELLE DIVERSE PROVINCE DEL REGNO D’ITALIA AL MOMENTO DELLA COSTITUZIONE DELL’UNITA’ NAZIONALE
15 ottobre 2015 10 febbraio 2016 da Lucio Causo
Negli Stati italiani esistenti prima dell’unificazione nazionale, l’assistenza pubblica a favore dei poveri, dei malati, degli invalidi, degli orfani, ecc. non era molto sviluppata.
L’opinione prevalente, a quei tempi, era contraria all’intervento dello Stato per l’organizzazione dei soccorsi pubblici, e poi vi erano le istituzioni di beneficenza che dovevano provvedere ad assistere i bisognosi.
Per lungo tempo erano stati gli enti ecclesiastici a dedicarsi, più di ogni altro, alla beneficenza, sia per la convinzione generale che i beni della chiesa appartenessero ai poveri, sia perché alle chiese ed ai monasteri erano concessi determinati beni a condizione che con i proventi di essi venissero soccorsi i poveri, i malati, gli orfani, ecc.
Dopo l’unificazione, la legge 3 agosto 1862 disciplinò per la prima volta in Italia le istituzioni di beneficenza pubblica, consacrando il principio dell’autonomia degli istituti pii e stabilendo una limitatissima ingerenza statale.
Successivamente venne approvata dal Parlamento la legge 17 luglio 1890 che segnò un notevole progresso rispetto a quella del 3 agosto 1862.
La legge del 1890, presentata alla Camera dall’On. Crispi, riformò l’intera materia della beneficenza pubblica e gettò le basi per la graduale trasformazione del concetto di beneficenza in quello di assistenza sociale.
Negli antichi Stati della penisola italiana, lo stato della legislazione sulla beneficenza pubblica, al momento in cui ebbe inizio l’opera dell’unificazione nazionale, o, più precisamente, quando entrò in vigore la legge 3 agosto 1862 (legge Rattazzi), era il seguente:
1) Negli Stati Sardi, la legge 20 novembre 1859, n.3779, emanata in virtù dei poteri straordinari conferiti al Governo del Re con la legge 25 aprile 1859, n.3345, aveva sostituito le diverse disposizioni che regolavano le pie istituzioni nelle varie province di terraferma e della Sardegna.
All’esecuzione della suddetta legge era provveduto col regolamento approvato con regio decreto 18 agosto 1860, n.4249.
La legge ed il regolamento suddetti vennero estesi anche alla Lombardia, unitamente alla legge 5 giugno 1850, n.1037, sugli acquisti dei corpi morali.
2) In Lombardia era in vigore il decreto vice-reale 5 settembre 1807, attuato con altro decreto 28 novembre 1808, i quali sottoponevano gli istituti di beneficenza esistenti in ogni Comune, ad una sola amministrazione, col titolo di “Congregazione di Carità” (salvi i diritti patronali delle famiglie).
Nei due decreti erano tracciate con chiarezza e precisione le norme per la tutela governativa degli istituti, per la forma dell’amministrazione, per i bilanci e per i conti. A tale riguardo molto importanti erano le istruzioni contenute nel decreto 7 ottobre 1807 e nelle circolari del 27 febbraio, 24 marzo e 25 aprile dello stesso anno.
Le “Congregazioni di Carità” furono soppresse dal governo austriaco con la risoluzione 19 luglio 1819, che ordinava la separazione dei patrimoni e delle loro amministrazioni.
Con la restituzione dei patrimoni ai rispettivi stabilimenti ed istituzioni venne dichiarato che non potessero essere amministrati cumulativamente se non quelli presso i quali ciò si rendesse necessario per importanti motivi. Questo perché il concentramento precedentemente operato aveva prodotto gravi lamentele ed aveva rallentato lo slancio iniziale dei benefattori.
Nei nuovi ordinamenti venne provveduto alle pie istituzioni della Lombardia e della Venezia, le quali, salvo speciali disposizioni d’ordine secondario, vennero regolate secondo le stesse norme fondamentali. Negli istituti più importanti venne distinta la parte disciplinare ed economica interna, affidata ad un direttore, dalla parte amministrativa affidata ad un amministratore posto sotto la sorveglianza immediata della Congregazione provinciale.
Nel Lombardo-Veneto, per la verità, furono emanate numerose disposizioni per regolare le istituzioni di beneficenza. Fra queste, l’importante circolare 13 ottobre 1819, che conteneva tutto un complesso di istruzioni direttive; le circolari 15 marzo e 11 giugno 1822; le circolari 12 gennaio e 2 dicembre 1827, relative alle direzioni elemosiniere nei piccoli comuni; quelle del 5 marzo 1825, 13 aprile 1831 e 5 gennaio 1843, relative ai direttori e amministratori dei pii istituti.
Una volta promulgata nelle province del Lombardo-Veneto la legge del 3 agosto 1862, vennero lasciate in vigore le leggi concernenti l’assistenza ai malati, mantenutevi dall’art.97 della legge 17 luglio 1890, n.6972.
Fra le prescrizioni legislative del Lombardo-Veneto lasciate in vigore, piuttosto numerose, vi erano quelle riguardanti le “spese di spedalità”. Il principio del rimborso agli ospedali delle spese dei malati poveri da parte dei rispettivi Comuni dette luogo a tali controversie ed abusi che fu sentita la urgente necessità di provvedere in merito e fu il Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro dell’Interno, A. Di Rudinì, a preparare un apposito progetto di legge per regolare con disposizioni uniformi in tutto il Regno d’Italia l’importante materia.
3) Nell’ex Ducato di Parma erano state mantenute in vigore numerose disposizioni desunte dalle leggi francesi; ma con decreto del Governo provvisorio del 13 luglio 1859, completato con decreto 27 novembre 1859, si stabilirono norme particolari per l’amministrazione degli ospizi di Parma e Piacenza.
Con successivo decreto 5 dicembre 1859 si pubblicarono il regio editto sardo 24 dicembre 1836, la legge 5 giugno 1850 ed il regolamento approvato con regio decreto 21 dicembre dello stesso anno, riguardanti l’amministrazione degli istituti di carità e beneficenza. Intanto con decreto 10 febbraio 1859 era stato mantenuto il contributo di alcune confraternite e corpi laici, imposto in lire 40,000 dal regio decreto 30 aprile 1830, per sovvenzionare gli ospizi civili di Parma.
4) Nelle province Modenesi con decreto del Governo provvisorio vennero promulgate le leggi sarde 24 dicembre 1836, 1° marzo e 21 dicembre 1850 sulle opere pie e furono presi diversi altri provvedimenti di indole strettamente speciale.
5) Molto più radicali furono le innovazioni portate per l’amministrazione delle opere pie nelle Romagne. Con un primo decreto del regio Commissario straordinario, datato 25 luglio 1859, tutti gli stabilimenti e tutte le fondazioni di beneficenza pubblica venivano sottratti alla competenza dell’autorità ecclesiastica e posti “sotto l’alta tutela del Potere governativo”, dal quale per l’avvenire dovevano dipendere le diverse amministrazioni. Con una energica circolare del 28 dello stesso mese si davano chiarimenti sul predetto decreto e norme di applicazione.
Ma il provvedimento più radicale fu il decreto del 19 agosto 1859 che all’art.1 recitava:
“Tutti i beni spettanti agli spedali, luoghi pii, orfanotrofi, lasciti e stabilimenti elemosinieri sotto qualunque forma e denominazione e da chiunque dipendenti (salvo i diritti patronali delle famiglie) verranno in ogni Comune amministrati gratuitamente, sotto il nome di Congregazione di carità, da un certo numero di probi cittadini”.
E l’art.2 disponeva:
“Nei comuni la cui popolazione ecceda le cinquantamila anime questa Congregazione di carità si compone di dieci persone; di sei in quelli la cui popolazione ecceda le trentamila; di quattro nelle altre. Tutte queste Congregazioni verranno nominate dalle Commissioni municipali con l’approvazione governativa. Formano parte della Congregazione, oltre il numero predetto di cittadini, il vescovo; ed ove questo manchi, il parroco del luogo, l’intendente (sotto-prefetto) od il suo rappresentante ed il capo del municipio”.
L’art.3 stabiliva che le Congregazioni di carità dovevano dipendere dal gerente la Sezione di pubblica beneficenza; e l’art.4 aggiungeva:
“Benché riuniti in una sola amministrazione, i singoli istituti e le singole fondazioni conservano la loro speciale natura, non che le loro proprie passività ed attività, delle quali si terrà conto distinto”.
L’art.5 conteneva il termine fissato alle Commissioni o Amministrazioni municipali per la nomina delle Congregazioni di carità e la presa di possesso dell’amministrazione degli enti predetti.
Come si vede, ritornando al concetto cui erano informati i decreti italici 5 settembre 1807 e 28 novembre 1808, il provvedimento suddetto percorreva le disposizioni degli articoli 54 e seguenti della legge 17 luglio 1890, n.6972, sul concentramento delle istituzioni di beneficenza.
Successivamente con decreto 10 marzo 1860 venne provveduto al riordino degli ospedali di Bologna e venne promulgato un apposito statuto.
Alle suddette disposizioni si conformavano i provvedimenti emanati dai regi commissari straordinari per l’Umbria (decreto 20 ottobre 1860) e per le Marche (decreti 20 e 24 ottobre 1860), ma nell’Umbria il regio Commissario, con decreto 26 dicembre 1860, promulgava la legge sarda 20 novembre 1859 ed il regolamento 8 agosto 1860, abrogando le precedenti disposizioni.
6) In Toscana non vi fu mai una legge generale sulle istituzioni di beneficenza. Ciascuna istituzione ebbe il proprio statuto o regolamento. Fra le poche disposizioni sovrane relative alle opere pie da ricordare la notificazione 4 ottobre 1816, con la quale venne imposta alle città di Firenze, Siena, Pisa e Pistoia una tassa di beneficenza sulla introduzione nelle città stesse di generi soggetti a dazio, in favore degli ospedali e di altri pii stabilimenti del Gran Ducato.
Le istituzioni di beneficenza si distinguevano in regie ed in comunitative; le prime erano mantenute in gran parte con le rendite sopra indicate; mentre le altre, quando non erano a carico dei Comuni, vivevano delle loro entrate patrimoniali o della pubblica carità; perché i Comuni non avevano altro obbligo se non di provvedere all’aumento o al miglioramento dei rispettivi edifici.
Per gli esposti si provvedeva con le notificazioni ed istruzioni 28 febbraio 1818, 6 luglio 1820, 22 ottobre 1822, 5 aprile 1826, 22 marzo e 11 settembre 1827, in forza delle quali era stabilito che al mantenimento di essi si faceva fronte con le rendite patrimoniali dei diversi istituti; e si provvedeva a ciò che mancava con un contributo per compartimenti, ripartito poi fra i Comuni; e quando nello stesso luogo vi era un ospedale per gli infermi ed un ospizio per gli esposti, l’avanzo che si verificava nel bilancio dell’uno andava a diminuire lo sbilancio dell’altro, prima che si dovesse ricorrere alla sovvenzione attinta al provento della partecipazione dei dazi o al contributo del compartimento.
7) Nelle Province Napoletane l’ordinamento amministrativo delle opere pie era regolato dai regi decreti 1° febbraio 1845 e 6 dicembre 1852, dai rescritti 4 marzo 1856 e 18 maggio 1857, i quali in parte confermavano, in parte modificavano le precedenti disposizioni di legge.
L’amministrazione delle pie fondazioni fu assegnata, con decreto del 1812, ai Consigli degli Ospizi, istituiti a questo fine, e modificati posteriormente, specialmente nella loro composizione, essendo stati chiamati a farne parte gli intendenti (prefetti), i vescovi, e tre consiglieri scelti fra i maggiori possidenti.
I decreti 1°, 14 e 29 febbraio 1816, 20 maggio 1820, 7 dicembre 1832, provvedevano in modo particolare a questi servizi. Essi rimasero in vigore sino a che con decreti prodittatoriali 23 ottobre 1860 e 17 febbraio 1861 venne profondamente mutata la composizione, e ricostituita su diverse basi l’amministrazione.
La maggior parte di queste disposizioni vennero estese alla Sicilia.
8) Sopravvenuta la legge di unificazione 3 agosto 1862, n.753, mentre stabiliva norme generali da applicarsi a tutto il Regno, provvedeva con alcune disposizioni transitorie ad agevolare il passaggio nelle diverse parti del Regno dalle antiche leggi alla nuova legislazione.
La legge 3 agosto 1862, che venne ad unificare la condizione giuridica delle opere pie in tutto il Regno, risultò buona nei suoi principi fondamentali, ma presentò molte lacune, per cui fin dai primi tempi della sua applicazione si sentì il bisogno di una riforma. Una larga inchiesta eseguita sulle istituzioni pubbliche di beneficenza dimostrò subito la necessità e l’urgenza di riformare la legislazione sulle opere pie.
I progetti di riforma presentati dagli On.li Nicotera e De Pretis non giunsero in porto. Successivamente il progetto dell’On. Crispi riuscì a ottenere dal Parlamento il voto di una legge che finalmente regolava l’intera materia della pubblica beneficenza.
Il progetto di legge venne presentato dall’On. Crispi alla Camera nella seduta del 18 febbraio 1889; la prima relazione della Camera (Odoardo Luchini) fu presentata il 13 giugno 1889; la seconda (sulle modifiche introdotte dal Senato) il 20 giugno 1890. La prima relazione del Senato (relatore G. Costa) venne presentata il 10 aprile 1890.
La legge 17 luglio 1890, n.6972, sulle opere pie, venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 luglio 1890 e costituì la base della legislazione sulla beneficenza pubblica, almeno fino a quando rimasero in vita gli Enti Comunali di Assistenza istituiti nel 1937.
9) Secondo la statistica fatta alla data del 31 dicembre 1880 dal direttore di statistica Comm. L. Bodio, eminente studioso dell’epoca, le opere di beneficenza (escluse cioè quelle aventi funzioni di credito come i Monti Frumentari, i Monti di Pietà e le Casse di Prestanza Agraria), erano alla fine del 1880 in tutto il Regno d’Italia n. 21.866.
In detta statistica le opere pie erano distinte per tipi di beneficenza, cioè secondo gli scopi che esse si proponevano. E siccome un’opera pia poteva avere più d’uno scopo, la classificazione era stata fatta secondo lo scopo prevalente di ciascuna di esse, quello, cioè, per il quale l’opera pia destinava annualmente la maggior parte dei suoi redditi.
Questa statistica comprendeva soltanto le istituzioni che nel 1880 erano riconosciute come opere pie, ai sensi della legge 3 agosto 1862.
Il patrimonio lordo delle 21.866 opere pie esistenti alla fine del 1880 fu denunciato complessivamente in Lire 1.740.378.442, cioè Lire 732.845.056 in beni immobili e Lire 1.007.533,386 in beni mobili per tutte le opere pie del Regno.
La rendita patrimoniale lorda fu denunciata in Lire 90.446.446 ed il totale delle entrate, tanto patrimoniali che di ogni altra provenienza, ammontò nel 1880 su tutte le opere pie a Lire 135.191.227.
La somma disponibile nel 1880 per la beneficenza pubblica, dopo aver detratto tutti gli oneri, le spese di gestione e le imposte, ammontò in complessive Lire 96.509.071, cioè Lire 3,33 per abitante.
Dalla data del 31 dicembre 1880 in poi il patrimonio della pubblica carità andò man mano crescendo sia per nuove fondazioni sorte, sia per lasciti disposti a favore di fondazioni già esistenti.
Nel periodo dal 1° gennaio 1881 a tutto il 1895, fra nuove fondazioni e legati per opere pie preesistenti, si ebbe un aumento nel patrimonio della pubblica carità di complessive Lire 249.620.848, di cui Lire 98.892.466 in beni immobili e Lire 150.728.382 in beni mobili.
Si ebbero così maggiori somme per gli ospedali (Lire 76.087.121); le case di ricovero (Lire 26.613.131); gli orfanotrofi, collegi, ecc. (Lire 25.499.918); le opere pie elemosiniere (Lire 17.190.872), ecc.
INTITOLAZIONE DELLA PIAZZA GARIBALDI