Source: https://www.consulenzalegaleitalia.it/dare-della-mantenuta-alla-ex-moglie-costituisce-reato/
Timestamp: 2017-04-28 08:25:44+00:00
Document Index: 76327392

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 595']

Una multa di 1.000 euro e un risarcimento di 5.000 euro: sono queste le sanzioni a capo di un uomo che ha definito la moglie “mantenuta”, utilizzando tale termine nella causale del vaglia con cui ogni mese versa il mantenimento all’ex consorte. Definire mantenuta una persona costituisce pertanto reato, poiché ricorrere a una simile parola non può che celare un carattere dispregiativo. Vediamo dunque nel dettaglio quali sono le motivazioni della sentenza n. 522/2016 da parte della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, come si sia giunti alla formulazione di una simile pronuncia.
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Attraverso la sentenza del 9 luglio 2015, il Tribunale di Potenza confermava la sentenza del giudice di pace, con la quale un uomo era stato ritenuto responsabile dei reato di diffamazione nei confronti della ex moglie per averla definita “mantenuta” nella causale dei vaglia postali con i quali, ogni mese, versava all’ex consorte la somma a titolo di mantenimento. Con la sentenza il Tribunale aveva condannato l’uomo a 1.000 euro di multa, oltre al risarcimento del danno non patrimoniale per 5.000 euro.
Contro tale sentenza l’uomo ha quindi proposto ricorso, lamentando l’erronea applicazione dell’art. 595 c.p. ed il vizio di motivazione, “posto che i giudici di merito hanno presunto la conoscenza dell’offesa contenuta nel telegramma in base a norme di comune esperienza, laddove non si evince da alcun atto processuale che effettivamente qualcuno abbia letto la frase diffamatoria, se non i testi (omissis), i quali hanno appreso della frase della parte offesa; invero, in virtù delle attuali norme in materia di corrispondenza vige una rigida tutela della privacy, sicché non è affatto vero che l’operatore dell’Ufficio Postale possa leggere le comunicazioni del mittente; il sistema di spedizione attuale dei telegrammi comporta una riservatezza assoluta sui dati ivi contenuti, tanto è vero che il messaggio perviene al destinatario in busta chiusa; il reato in questione poi necessita pur sempre del dolo generico e vale a dire della coscienza e volontà del fatto materiale, ma l’elemento intenzionale non può configurarsi con la mera spedizione di un plico sigillato, la cui apertura e successiva diffusione (l’uomo, ndr) non poteva immaginare, essendo convinto che il testo dei telegramma non potesse essere letto da alcun operatore postale”.
Con il secondo motivo di ricorso, l’uomo evidenziava “l’inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 2043 c.c. e 1226 c.c. atteso che il Giudice dell’appello ha riconosciuto congruo il risarcimento del danno non patrimoniale come liquidato dal Giudice di Pace (5.000 euro) avuto riguardo al grado di offensività della condotta e al nocumento psicologico patito dalla persona offesa, laddove, la comunicazione dell’offesa all’addetto e alla parte non pare, invece, determinare un grado di offensività elevato nella condotta (dell’uomo).
Arriviamo così alla decisione della Corte di Cassazione, che ha definito inammissibile, poiché manifestatamente infondato, il ricorso dell’uomo.
In particolare, il primo motivo del ricorso (quello con cui il ricorrente censura la sussistenza dell’elemento della comunicazione con più persone) è “completamente destituito di fondamento, atteso che il giudice d’appello – nel ritenere che il termine “mantenuta”, utilizzato dall’imputato nella causa del vaglia postale, nel rivolgersi all’ex coniuge, risulta offensivo della reputazione della donna, riferendosi alla nozione comunemente accettata in ambito sociale di percettrice di reddito, in assenza di qualsivoglia prestazione lavorativa, da soggetti terzi – ha evidenziato correttamente come il contenuto del vaglia postale non resta riservato tra il mittente ed il destinatario, ma, per necessità operative del servizio postale (registrazione, trasmissione e comunicazione al destinatario), entra a far parte del patrimonio conoscitivo di più persone addette all’ufficio incaricato”.
Per il contesto di cui sopra sarebbe pertanto ben soddisfatto il requisito di cui all’art. 595 c.p. che richiede, per poter configurare il reato di diffamazione, che l’autore della frase lesiva dell’altrui reputazione comunichi con almeno due persone ovvero con una sola persona ma con modalità tali che detta notizia venga sicuramente a conoscenza di altri, come avvenuto nella fattispecie in esame.
Viene inoltre definito come manifestamente infondato anche il secondo motivo di ricorso, “atteso che il giudice d’appello, con ragionamento immune da vizi, ha ritenuto congruo il danno liquidato alla persona offesa, in relazione al nocumento psicologico dalla stessa patito. Tale valutazione, implicando una discrezionalità di merito, avrebbe potuto essere censurata nella misura in cui si fosse tradotta in una valutazione del tutto esorbitante al di fuori di ogni logica e del senso comune, elemento questo che senz’altro non si ravvisa nella fattispecie in esame”.
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