Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-penale/art-83-codice-penale-evento-diverso-da-quello-voluto-dallagente
Timestamp: 2018-09-24 18:26:20+00:00
Document Index: 110755673

Matched Legal Cases: ['art. 83', 'art. 43', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 1917', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 83', 'art. 1917', 'art. 83', 'art. 586', 'art. 83', 'art. 133', 'art. 586', 'art. 83']

Art. 83 codice penale: Evento diverso da quello voluto dall'agente
Fuori dei casi preveduti dall’articolo precedente, se, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un’altra causa, si cagiona un evento diverso da quello voluto (1), il colpevole risponde, a titolo di colpa, dell’evento non voluto, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo (2).
Se il colpevole ha cagionato altresì l’evento voluto, si applicano le regole sul concorso dei reati (3).
(1) L’ipotesi disciplinata dall’art. 83 è quella della cd. aberratio delicti che si realizza allorché nel corso dell’esecuzione di un reato si realizza un evento diverso da quello voluto: ad esempio Tizio spara verso Caio per ucciderlo, ma mancandolo provoca un incendio. In tal caso, quindi, si agisce per commettere un reato ma se ne realizza uno diverso. In ciò l’aberratio delicti si distingue dall’aberratio ictus [v. 82]. In tale ultimo caso, infatti, il reato voluto dall’agente resta immutato nel suo titolo ma lede un soggetto passivo diverso: es. Tizio spara per uccidere Caio, ma per errore nell’esecuzione uccide Sempronio.
(2) L’agente dell’evento diverso non voluto (né previsto come probabile) non può risponderne a titolo di dolo. La legge pertanto prevede che egli ne risponda «a titolo di colpa».
Secondo parte della dottrina per attribuire la responsabilità del reato sarà necessario dimostrare la sussistenza di una colpa generica secondo i criteri di cui all’art. 43. Secondo altri il reato si configura indipendentemente dalla sussistenza concreta di una colpa, per mera responsabilità oggettiva [v. 423] purché sussista il nesso di causalità tra condotta ed evento.
Secondo l’orientamento prevalente, invece, nel caso dell’art. 83 si verserebbe in un’ipotesi di colpa specifica ricorrente tutte le volte in cui l’evento si verifica in conseguenza della violazione di una norma giuridica: la norma violata in tal caso è la legge penale che l’agente voleva infrangere mirando a compiere il reato doloso non realizzatosi.
L’ulteriore conseguenza dell’adesione a tale interpretazione è nel fatto di poter individuare nell’aberratio delicti plurioffensiva un’ipotesi di concorso di reati (tra quelli voluti e quelli per errore commessi).
Secondo la Cassazione, l’evento non voluto è valutabile ai sensi dell’art. 83 c.p. ed è, quindi, addebitabile all’agente a solo titolo di colpa, soltanto quando esso sia materialmente ed essenzialmente diverso da quello voluto. Qualora, invece, si tratti di un evento dolosamente voluto, anche se verificatosi con modalità diverse, il colpevole risponde a titolo di dolo dell’evento cagionato, al quale abbia comunque partecipato (Cass. 9-6-2010, n. 21955).
(3) Il secondo comma disciplina la cd. aberratio delicti plurioffensiva che si realizza quando viene consumato oltre al reato diverso anche quello voluto: ad esempio Tizio sparando verso Caio lo ferisce e provoca un incendio.
In tal caso l’agente risponde a titolo di dolo dell’evento voluto (nell’esempio tentato omicidio) ed a titolo di colpa per l’evento o gli eventi non voluti (nell’esempio per il reato di incendio).
Per l’applicazione della pena si farà applicazione delle norme sul concorso dei reati (v. Libro I, Titolo III , Capo III ).
Parte della dottrina (LEONE, AN TOLISEI, M. GALLO, CON- TI) sostiene che si debbano applicare le norme sul concorso anche quando il primo reato sia rimasto allo stadio di tentativo: così se il soggetto, tentando di ammazzare il suo rivale, sbaglia mira e colpisce materie infiammabili provocando un incendio, risponderà di tentato omicidio ed incendio colposo.
Di diverso avviso è, invece, la giurisprudenza, secondo la quale non trova applicazione la disciplina del concorso di reati richiamata dall’art. 83, 2° comma, quando «l’evento voluto sia configurabile come delitto tentato».
La distinzione tra aberratio ictus ed aberratio delicti, come visto, risiede nel fatto che nel primo caso vi è uguaglianza tra evento voluto ed evento non voluto in danno di persona diversa, che per errore si realizza; nel secondo caso, invece, per errore di esecuzione viene realizzato un reato diverso per titolo (es.: invece dell’omicidio, l’incendio).
È da precisare, però, che egualmente si fa luogo all’applicazione della disciplina dell’art. 82 (aberratio ictus) quando pur essendo diverso il titolo del reato non voluto realizzatosi, rispetto a quello voluto, è però offeso lo stesso bene giuridico: ad esempio ricorre l’ipotesi di cui all’art. 82 se, volendosi uccidere Tizio, per errore si ferisce Caio. In tal caso pur essendo diversi i titoli di reato, omicidio (quello voluto), lesioni (quello non voluto ma realizzatosi), identici sono i beni giuridici della vita e dell’integrità fisica tutelati dalle due norme.
Integra un'ipotesi di "aberratio ictus", disciplinata dall'art. 82 c.p., e non di "aberratio delicti", prevista dall'art. 83 c.p., la condotta consistita nel compimento di atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte di una persona, quando tale condotta, per errore, è indirizzata nei confronti di una vittima diversa da quella che si intendeva attingere, cagionandosene il ferimento, poiché l'errore non determina la realizzazione di un evento di natura diversa da quello che l'agente si proponeva, ma, cadendo sull'oggetto materiale del reato, dà luogo ad un'azione che, pur non offendendo il bene-interesse specificamente preso di mira, lede lo stesso bene-interesse di altra persona, e che, sotto il profilo soggettivo, è sorretta da una volontà la cui direzione non muta. (Annulla in parte con rinvio, App. Napoli, 22/05/2013 )
L'evento non voluto è valutabile ai sensi dell'art. 83 c.p. ed è, quindi, addebitabile all'agente a solo titolo di colpa, soltanto quando esso sia materialmente ed essenzialmente diverso da quello voluto. Qualora, invece, si tratti di un evento dolosamente voluto, anche se verificatosi con modalità diverse, il colpevole risponde a titolo di dolo dell'evento cagionato, al quale abbia comunque partecipato. Annulla in parte senza rinvio, Ass.App. Siracusa, 06/07/2006
Cassazione penale sez. I 02 febbraio 2010 n. 21955
Nell'ipotesi di cui all'art. 83 c.p. (il quale prevede la responsabilità a titolo di colpa dell'agente che cagiona un evento diverso da quello voluto), dopo la condanna penale per il delitto doloso effettivamente voluto dall'agente e dal quale sia derivata, quale conseguenza non voluta, la morte di una persona, compete al giudice civile investito della causa per il risarcimento dei danni cagionati da quella morte di accertare, in relazione al disposto dell'art. 1917 c.c., se la condotta dell'agente in ordine all'evento non voluto sia qualificabile autonomamente come colposa, distinta da quella dello stesso agente qualificata come dolosa in riferimento al delitto voluto. (Nella specie, nel cassare la sentenza che aveva escluso la copertura assicurativa sull'erroneo presupposto che, in sede penale, l'agente era stato giudicato responsabile a titolo di dolo in relazione al delitto di omissione di atti d'ufficio, la S.C. ha precisato che il giudice di merito avrebbe dovuto valutare autonomamente l'effettivo elemento psicologico nella condotta omissiva dell'agente, tenendo conto che tra gli elementi tipici della colpa, ai sensi dell'art. 43 c.p., è compresa la stessa inosservanza della legge penale).
Cassazione civile sez. III 17 dicembre 2009 n. 26505
Nell'ipotesi di cui all'art. 83 c.p., dopo la condanna penale per il delitto doloso effettivamente voluto dall'agente o dal quale sia derivata, quale conseguenza non voluta, la morte di una persona, compete al giudice civile investito della causa per il risarcimento dei danni cagionati da quella morte l'onere di accertare, in relazione al disposto di cui all'art. 1917 c.c., se la condotta dell'agente in ordine all'evento non voluto sia qualificabile autonomamente come condotta colposa, distinta da quella dello stesso agente qualificata come dolosa in riferimento al delitto voluto.
Evento diverso da quello voluto, addebitabile a titolo di colpa ex art. 83 c.p., è soltanto quello materialmente ed essenzialmente diverso da quello voluto. (Nel caso concreto è stato escluso che l'incendio di cose altrui possa essere considerato fatto diverso dall'incendio di cosa propria).
Tribunale Oristano 13 dicembre 2001
È vero che il delitto di cui all'art. 586 c.p. (morte o lesione come conseguenza di altro delitto) è imputabile a titolo di colpa (per il richiamo all'art. 83 stesso codice), ma la colpa stessa consiste specificamente nella violazione di legge commessa col delitto doloso presupposto. Ne consegue che nel prendere in considerazione l'elemento psicologico del reato ai sensi dell'art. 133 c.p., il giudice può legittimamente valutare il grado di colpa del delitto "conseguente" attraverso l'accertamento dell'intensità del dolo relativo al delitto "presupposto". (Fattispecie relativa a rigetto di ricorso con il quale si deduceva anche illogicità della motivazione laddove escludeva la prevalenza delle attenuanti generiche sulla contestata aggravante nella considerazione che l'imputato, anestesista rianimatore, con i suoi ripetuti ed ingiustificati rifiuti di accompagnare ed assistere un paziente a rischio, aveva dimostrato una notevole intensità del dolo di omissione, che si era ripercossa a titolo di colpa sull'evento morte non voluto).
Cassazione penale sez. III 06 dicembre 1995 n. 1602
In tema di omicidio preterintenzionale, l'elemento psicologico, a differenza di quanto si verifica nell'ipotesi prevista dall'art. 586 c.p. (morte o lesioni come conseguenza per la quale è richiesto, in virtù del richiamato art. 83 c.p., un elemento di colpa, non è costituito da dolo misto a colpa, ma unicamente dalla volontà di infliggere percosse o provocare lesioni, per cui è sufficiente che l'agente abbia posto in essere atti diretti a percuotere o ledere una persona (dunque neanche effettive percosse o lesioni) e che esista un rapporto di causa ed effetto tra i predetti atti e l'evento morte.
Cassazione penale sez. V 22 settembre 2011 n. 219