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Timestamp: 2020-06-04 15:31:33+00:00
Document Index: 174514311

Matched Legal Cases: ['art. 1168', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1168']

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Sulla legittimazione del detentore qualificato ad esperire l’azione di reintegrazione nel possesso
Corte di Cassazione, Sez. II Civile, 4 gennaio 2013, n.99
Possesso – Detenzione – Qualificata – Legittimazione – Azione di reintegrazione – Ammissibilità
1. Il detentore qualificato del bene è legittimato a proporre l'azione di reintegra nel possesso anche nei confronti dello stesso possessore.
2. Occorre distinguere tra detenzione nell’interesse proprio del detentore (detenzione qualificata), in forza di un rapporto contrattuale anche atipico, e detenzione nell’interesse del possessore (detenzione non qualificata, quale quella del mandatario o del gestore).
1) Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nonché l’insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione alla ritenuta sussistenza, in capo a C.C.G., di un possesso giuridicamente rilevante in ordine al passaggio attraverso il cancello e la scivola d’ingresso del garage di proprietà esclusiva della P. Lamentano, in particolare, che il giudice di appello, pur dando atto che C.C. non aveva una copia personale delle chiavi, abbia escluso l’utilizzo precario ed a titolo di cortesia del passaggio verso il garage, senza considerare che i convenuti avevano dato all’attore il consenso al passaggio nell’area di loro proprietà solo fino al momento della realizzazione dei tramezzi divisori previsti nella piantina allegata all’atto di vendita dell’8-11-1989. Sostengono che le valutazioni espresse dalla Corte di Appello circa la sussistenza di un possesso tutelabile contrastano con le risultanze della prova testimoniale e documentale.
La Corte di Appello, sulla base delle deposizioni testimoniali e delle dichiarazioni rese nella fase cautelare da C.F.P., ha accertato, in punto di fatto, che C.C.G. sin dalla data di acquisto dell’appartamento e del garage utilizzava per accedere in quest’ultimo sia le scale condominiali che il cancello che delimitava l’area di proprietà della P., delle cui chiavi aveva la disponibilità. Ciò posto, il giudice del gravame ha osservato che, anche a voler ritenere che il C. non avesse personalmente una copia delle chiavi, ma dovesse prelevare quelle lasciate dal fratello nella sua officina, contigua al fabbricato, non si potrebbe parlare di un utilizzo precario e a titolo di cortesia, in quanto gli appellanti avevano dato un consenso preventivo e generalizzato al passaggio nell’area di loro proprietà. Esso ha evidenziato, infatti, che lo stesso C.F.P., nel corso del suo interrogatorio, ha ammesso che il fratello C. “usufruiva del passaggio regolarmente ed a partire dal 1989”, e che le chiavi “erano appese dentro l’officina che si trova di fronte all’immobile per cui è causa”.
Così motivando, la Corte territoriale ha sostanzialmente attribuito a C.C.G., in virtù del consenso preventivo e generalizzato al passaggio datogli dagli aventi diritto, un titolo di detenzione qualificata, tale da legittimarlo alla proposizione dell’azione di reintegrazione, ai sensi dell’art. 1168 c.c.
In tal modo, essa si è uniformata alla giurisprudenza di questa Corte, che distingue tra detenzione nell’interesse proprio del detentore (detenzione qualificata), in forza di un rapporto contrattuale anche atipico, e detenzione nell’interesse del possessore (detenzione non qualificata, quale quella del mandatario o del gestore), riconoscendo al detentore qualificato la legittimazione alla proposizione dell’azione di reintegra verso i terzi ed anche verso il possessore (v. Cass. 20-5-2008 n. 12751; Cass. 22-7-2002 n. 10676; Cass. 29-5-1998 n. 5314), ed al detentore non qualificato la legittimazione all’azione di reintegra verso i terzi, ma non verso il possessore (Cass. 22-7-2002 n. 10676; Cass. 29-10-1974 n. 3276).
L’apprezzamento espresso in ordine all’esistenza di un titolo e alla qualificazione dell’interesse dell’attore, d’altro canto, costituendo oggetto di un’indagine riservata al giudice di merito, non è censurabile in sede dì legittimità, essendo supportato da una motivazione congruente ed esaustiva, con la quale sono stati valorizzati elementi, quali la disponibilità delle chiavi di accesso e il lungo tempo per il quale è stato esercitato in modo pacifico il passaggio, poco compatibili con la tesi di una utilizzazione precaria ed a mero titolo di cortesia.
La decisione impugnata, pertanto, si sottrae alle censure mosse dai ricorrenti, essendo sorretta da una motivazione priva di vizi logici, ed avendo fatto corretta applicazione dei principi di diritto che disciplinano la materia.
2) Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano la violazione di norme di diritto, in relazione all’affermazione del giudice di appello, secondo cui C.C.G., avendo per anni coltivato il terreno ed avendo avuto le chiavi del cancello d’ingresso, aveva la qualifica di detentore ed era, quindi, legittimato all’esercizio dell’azione di spoglio. Deducono che la detenzione qualificata ricorre solo nelle ipotesi in cui il possessore conceda a terzi il godimento di un bene in virtù di un titolo giuridico che, nella specie, non sussiste. Il fondo, infatti, non era coltivato dal resistente, il quale aveva con esso un rapporto del tutto precario, dovuto ai rapporti di parentela, ed aveva la disponibilità delle chiavi di accesso al terreno per mera tolleranza dell’avente diritto. Sostengono che, a fronte delle contestazioni mosse dai convenuti, incombeva sul ricorrente in possessoria l’onere di provare la propria detenzione qualificata, mentre non spettava alla controparte la prova della detenzione precaria.
La Corte di Appello, sulla base delle deposizioni testimoniali acquisite, ha accertato che C.C. “da parecchi anni” coltivava il terreno di proprietà del fratello ed aveva le chiavi del cancello d’ingresso al fondo e del casotto sullo stesso insistente. Legittimamente, di conseguenza, essa ha attribuito all’odierno intimato la qualifica, se non di possessore, quanto meno di detentore qualificato, abilitato alla proposizione dell’azione di spoglio.
Per considerazioni analoghe a quelle svolte in relazione al primo motivo, infatti, non par dubbio che il protrarsi nel tempo della coltivazione del fondo nel proprio interesse da parte dell’intimato e la libertà di accesso al terreno ed al caseggiato rurale al medesimo concessa dal fratello mediante la dazione delle chiavi, costituiscono elementi dai quali il giudice del gravame ha ragionevolmente desunto l’esistenza di un autonomo titolo di detenzione in capo a C.C.
Anche in tal caso, pertanto, la tesi della precarietà del rapporto e della mera tolleranza dell’avente diritto è stata disattesa dal giudice di merito sulla base di argomentazioni corrette sul piano logico e giuridico, che rendono la decisione impugnata immune dai vizi denunciati dai ricorrenti.
3) Con il terzo motivo i ricorrenti si dolgono dell’erronea condanna alle spese, sostenendo che, per effetto dell’accoglimento del ricorso, queste devono essere poste a carico del resistente.
Il motivo è privo di autonomia, essendo basato sul presupposto, rivelatosi erroneo, della fondatezza degli altri motivi di ricorso e della conseguente soccombenza del resistente.
Poichè l’intimato non ha svolto alcuna attività difensiva, non vi è pronuncia sulle spese. […Omissis…]
L’attore, C.C.G., premesso di aver sempre esercitato l’accesso al suo garage sia dalla scala condominiale sia dal cancello che immette anche al garage di O.R., lamenta in giudizio che nel settembre 1996 quest’ultima e C.F.P. avevano occultamente chiuso lo spazio destinato a garage del ricorrente, mediante l’erezione di muri a mattoni, impedendo qualsiasi collegamento tra tale garage e le scale che conducono ai sovrastanti appartamenti, ed avevano altresì sostituito le chiavi del catenaccio apposto al cancello d’ingresso ai garage ed il telecomando per l’apertura automatica. L’attore, inoltre, affermava che i convenuti avevano sostituito la serratura del cancello d’ingresso ad un terreno posto in Nunziata di Mascali, coltivato a vigneto, con annesso casotto per il deposito degli attrezzi, del quale il deducente aveva il pacifico possesso da circa otto anni. Tanto premesso, l’attore chiedeva l’adozione dei provvedimenti necessari alla tutela del suo possesso. Con ordinanza in data 31-12-1997 il Pretore disponeva la reintegra del ricorrente nel possesso. Tale ordinanza veniva successivamente confermata dal Tribunale di Catania, Sezione Distaccata di Giarre, con sentenza del 7-6-2001. Il Tribunale, in particolare, osservava che era stata raggiunta la prova dello spoglio sofferto dal ricorrente, e che per contro non era stato dimostrato che il possesso avesse fondamento nella mera tolleranza e nei rapporti di parentela e di buon vicinato. Con sentenza depositata il 17-9-2005 la Corte di Appello di Catania rigettava il gravame proposto avverso la predetta decisione da C.F.P. e P.R. Questi ultimi hanno proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello, sulla base di tre motivi. C.C.G. non ha svolto attività difensive. La Cassazione, con la sentenza in rassegna, condivide le valutazioni operate dai giudici del merito, rigettando il ricorso, e ci consente di richiamare, seppur in modo cursorio, i tratti caratterizzanti l’azione di reintegrazione e le problematiche connesse all’esperibilità di tale azione
Com’è, senz’altro, noto, le azioni a tutela del possesso affondano le loro origini nel diritto romano ed, in particolare, negli interdicta emanati dai pretori in favore dei possessori che non avessero conseguito il possesso con violenza o clandestinamente. Attraverso il filtro dell’elaborazione medioevale, nella quale, pur nelle evidenti differenze tra un ordinamento e l’altro, la tutela del possesso viene sempre tenuta distinta da quella petitoria e connotata da un rito abbreviato o sommario, tale tutela viene codificata già nel codice del 1865, che presenta la tripartizione delle azioni – spoglio, manutenzione, denunzia di nuova opera – che oggi troviamo inalterata nell’attuale codice.
Venendo, più nello specifico, all’azione di reintegrazione, come si evince chiaramente dall’art. 1168 c.c., i presupposti per la sua esperibilità sono individuabili nel possesso o detenzione qualificata del bene e nello spoglio. Per quanto attiene a questo secondo presupposto, come chiarito dalla giurisprudenza, si ha spoglio ogniqualvolta un comportamento determini la privazione totale o parziale del possesso contro la volontà presunta o espressa del possessore; tale privazione non deve necessariamente avere carattere definitivo, ma deve essere duratura, ovvero permanere per una durata apprezzabile di tempo, determinando una compromissione giuridicamente apprezzabile dell’esercizio del possesso (ex plurimis Cass. n. 1577/87; n. 1743/05; n. 7579/07).