Source: http://www.studiocardillo.com/semi1.htm
Timestamp: 2017-11-22 23:54:17+00:00
Document Index: 14453056

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.2059', 'art.2043', 'art.32', 'art.61', 'art.146', 'sentenza ', 'art.220', 'art.221', 'art.220', 'art.445']

Per l'estensione della normativa vigente in ambito penale e previdenziale nella nomina del consulente d'ufficio e per un quesito medico-legale rispondente alle esigenze delle parti
Se infatti il consulente tecnico, nei processi odierni, svolge una funzione valutativa che si concreta in un giudizio, sia pure ausiliario alla formazione del convincimento del magistrato (che emette il giudizio finale e dunque la sentenza), egli, deve avere la capacita' tecnica, non solo di acquisire dati e valutarli, ma di indagare direttamente sugli stessi, per ricostruirli, sia sotto il profilo c.d. dinamico (cause), sia sotto il profilo c.d. cinematico (svolgimento), e riferire dunque al giudice non in qualita' di "teste" ma in qualita' di valutatore, compiendo spesse volte, un giudizio storico nella ricostruzione dei fatti.
Egli non esprime un parere, come comunemente si ritiene, ma svolge una indagine, spesso complessa, per l'accertamento dei fatti, divenendo ausiliare dell'attivita' intellettiva del giudice nel giudizio.
Cio' e' tanto piu' vero, in tema di danni alla persona a seguito di sinistro stradale per lesioni (micro o macro permanenti), o per morte della stessa.
Nel qual caso, il C.T.U., necessariamente medico, ha una funzione valutativa piu' complessa, in quanto, a causa delle lesioni patite dal soggetto, si possono produrre varie disutilita', perdite, costi nel patrimonio dello stesso, definiti danni: alcuni, attuali, visibili e dunque calcolabili; altri, del pari attuali, meno direttamente percettibili, meno immediatamente calcolabili, nei loro plurimi aspetti, altri ancora, futuri, anch'essi non direttamente visibili (come i dolori morali o ipertubamenti della mente o dell'anima).
Orbene, come sappiamo, non sempre il valore di un bene e' necessariamente rappresentato dal prezzo c.d. "mercantile" (vi sono beni unici o rari che non hanno un prezzo di mercato e altri per i quali neppure puo' dirsi "esista il mercato"), in dottrina infatti, si sostiene che le risorse individuali, c.d. "scarse", rappresentano una utilita' soggettiva notevole, per la quale non esiste una corrente rappresentazione monetaria.
Ecco perche' storicamente la giurisprudenza ha abbandonato il criterio unico dell'indennizzazione del c.d. danno patrimoniale.
Gli studi di marketing piu' avanzati hanno dimostrato che l'individuo medio spende il suo tempo non solo a produrre reddito ma anche dormendo, passeggiando, studiando, in tali casi, quando l'individuo e' produttore di reddito, si dice che egli e' disposto a comprarsi questo tempo per proteggere le sue risorse individuali scarse, e, dunque, la intervenuta lesione acquista la valenza di danno patrimoniale, sia nel senso della diminuzione del reddito prodotto o producibile, sia nel senso del costo di quel tempo acquistato e non potuto godere.
Ma v'e' di piu', se e' vero che il bene della salute va concepito come una serie di beni unici, che pur non avendo un mercato, rappresentano, per chi li possiede, fonti di utilita' scarsa ed, in quanto tali, hanno oggettivamente un valore economico, (anche se spesso non e' facilmente rappresentabile il valore pecuniario degli stessi), non vi e' dubbio che il patrimonio, anche in senso economico del soggetto, e' formato da queste risorse scarse e quindi uniche.
Alla luce di quanto esposto, pare opportuno, dissentendo dalla dottrina prevalente, (che, come si sa, tende molto spesso alle teorizzazioni di principio, disperdendosi nella formulazione di categorie capillari), qualificare anche questo danno (indipendentemente dalle etichette giuridiche), come danno patrimoniale, poiche' comunque l'evento lesivo determina un danno alla sfera patrimoniale (intesa come insieme di beni oggettivi che piu' direttamente costituiscono prevalente patrimonio dell'individuo e dunque del soggetto leso).
Ed occorre, dunque, dar ragione al Busnelli quando precisa e rileva che il concetto di danno biologico, definito poi giuridicamente danno legale che, nell'attivita' valutativa pratica, ha sentito l'esigenza d'includere in una definizione unica tutti quei danni arrecati all'integrita' fisica della persona umana, considerando tutte le utilita' che derivano da tale integrita' che, pur costituendo patrimonio personale unico ed insostituibile del soggetto, non avevano e, per certi versi, non hanno ancora, una corrente misura pecuniaria o mercantile; e dobbiamo dire grazie alla giurisprudenza pisana e genovese se questa categoria medico-legale del danno biologico, identifica nella prassi con l'evoluzione della tecnologia e dei mezzi di elaborazione ed interpretazione propri unici ed insostituibili della medicina legale, e' stata recepita nel diritto.
Da quella prima sentenza del 25/05/74 del Tribunale di Genova (che, coraggiosamente, analizzando una serie di sentenze della Suprema Corte in cui tra le righe, ed ancora sommessamente, si ipotizzava il danno fisico in se' considerato astrattamente risarcibile, interpretando l'art.2059 c.c. con riferimento ai soli danni morali e facendo rientrare la nozione di danno biologico nella ampia nozione di danno ingiusto di cui all'art.2043 c.c., con riferimento all'art.32 Cost.) nacque, infatti, il "tertius genus" del danno: il valore della persona deve essere risarcito non solo nella sua proiezione economica e oggettiva, fatta palese dal patrimonio, ma anche soggettiva biologica e sociale, anche se. non si puo' far a meno di notare, che il danno alla salute si distingue dal danno morale in quanto non ha carattere esclusivamente soggettivo, ma si presta ad essere valutato con criteri obbiettivi, sebbene temperati, da una valutazione che il medico, e solo il medico legale, puo' compiere, tenendo conto delle percentuali tabellari come base, alla quale attingere, per una valutazione integrata dal concreto atteggiarsi di molte coordinate del caso singolo.
L'art.61 del c.p.c. "consiglia", (ma non dispone) al magistrato di farsi assistere per il compimento di singoli atti, o per tutto il processo, da uno o piu' consulenti di "particolare competenza tecnica" e tale scelta deve essere "normalmente" (non necessariamente) fatta tra le persone iscritte in albi speciali; il principio recepito nella norma e' dunque quello di una ampia discrezionalita' del magistrato, tanto nella valutazione della necessita' di ricorrere al consulente, quanto nella scelta della persona che dovra' effettuare la valutazione.
Le norme che disciplinano la scelta del consulente tecnico d'ufficio, per costante definizione giurisprudenziale, hanno carattere ordinatorio e finalita' soltanto direttive, poiche' la nomina di tale ausiliare, anche con riferimento alla categoria professionale di appartenenza ed alla specifica qualificazione, e' demandata alla discrezionalita' del magistrato; per cui, l'inosservanza della normativa stessa non produce nullita' del processo, non avendo essa carattere cogente, in quanto l'obbligo ex art.146 disp. att. c.p.c. d'includere nell'albo dei consulenti, medici legali e delle assicurazioni e medici del lavoro,e' imposto all'organo che presiede alla formazione dell'albo, ma non limita il potere e la discrezionalita' del giudice.
Non si comprende come tale normativa, e la conseguente interpretazione giurisprudenziale, si possa conciliare con quell'altra giurisprudenza (Cass.17 Giugno 1992 n�7465) che riconosce al consulente poteri di accertamento di un fatto biologico (ad esempio in tema di riconoscimento di paternita' giudiziale) di per se' suscettibile di rilevazione solo con l'ausilio di competenze tecniche particolari.
In tal caso, il giudice non utilizza la consulenza come mezzo di valutazione della prova offerta dall'attore, bensi' acquisisce, attraverso il consulente, la conoscenza di un fatto giuridicamente essenziale.
Ci�, era stato evidenziato in un'altra sentenza della Cass. (30/5/83 n�3731), ove si ammoniva che la C.T.U. non e' solo uno strumento di valutazione tecnico ma, anche, di accertamento e ricostruzione di fatti storici.
Cio', e' tanto piu' vero, in tema di danno biologico che coinvolge, come sottolinea il Cannavo', il concetto di vita "intesa non solo come stato biologico, ma come modo di essere, cioe' come qualita' della vita e, quindi, un concetto sociale e culturale complesso e sofisticato"la cui valutazione, e a nostro avviso, non puo' e non deve essere demandata dai magistrati (come spesso, mi duole sottolineare, e' avvenuto) a medici a volte appena laureati, sforniti di specializzazione o con una specializzazione diversa da quella richiesta per l'esame della specifica lesione.
Consulenze di questo tipo hanno avuto l'abilita' d' "dare i numeri", in termini di percentuali d'invalidita', per eccesso o per difetto, anche se, e' doveroso aggiungere, che spesso anche il medico, fiduciario di Compagnie di Assicurazioni, e' sfornito di specializzazione in medicina legale ed eccessivamente condizionato dalle direttive dell'azienda, finisce per "dare i numeri", mai in eccesso, ma sempre per difetto.
Sembra opportuno ricordare, a tal proposito, a tutti gli operatori del diritto, cio' che riferi' il Prof Giuseppe Mantovani dell'Universita' di Padova al Convegno Internazionale di Volterra, quando, molto opportunamente, citava un brano della lettera scritta da Bejamin Franklin all'amico Joseph Priestley: "Non posso consigliarti che cosa decidere, ma ti diro' come decidere:.........
io prendo un foglio, lo divido a meta', scrivo da una parte i pro e dall'altra i contro e mi sforzo di stimare i pesi per fare un bilancio; questa equazione e' "algebra morale".
Alla luce delle norme vigenti in materia civile, all'avvocato non resta che affidarsi al buon senso e alla preparazione e competenza del magistrato nella scelta dell'ausiliario; anche se, attualmente, i magistrati, per carico di lavoro, tendono a relegare il ruolo del C.T.U. a semplice perito, alle cui conclusioni si rimettono acriticamente mentre e' pressoche' svalutata la funzione dei periti di parte, sia in sede di giudizio, che in sede di trattativa stragiudiziale, ove si assiste al quotidiano accantonamento delle loro perizie, anche se redatte da medici legali esperti e motivate congruamente e logicamente.
Piu' attenta e', invece, la nuova normativa esistente in materia penale: intanto, perche' l'art.220 c.p.p. stabilisce che la perizia e' senz'altro ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche scientifiche, sottolineando l'obbligatorieta' del ricorso allo strumento tecnico; di poi, perche' l'art.221 statuisce che il giudice nomina il perito scegliendo tra gli iscritti negli appositi albi o tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina.
Orbene, come sottolinea la "Relazione al progetto preliminare", in diritto penale (considerato sempre dal legislatore con maggiore attenzione) si e' evidentemente sentita l'esigenza di un riordinamento dell'istituto della perizia, assicurando la massima competenza tecnica e scientifica dei periti, nonche' l'interdisciplinarieta' della ricerca peritale e spesso la collegialita' dell'organo, dunque una maggior tutela delle parti nell'ambito della consulenza.
Non puo' non sottolinearsi il merito di tale normativa nell'introdurre all'art.220 c.p.p., l'inciso "quando occorre svolgere indagini" che manifesta una chiara presa di coscienza del legislatore che, apertamente, avverte l'anacronismo dell'idea esasperata dello "iudex peritus peritorum", quando egli si avvale del consulente ausiliario. La norma, infatti, fa espresso riferimento alla indagine che il consulente svolge e alle valutazioni che egli compie, evidenziando che lo svolgimento di accertamenti e la formulazione di giudizi, necessitano di qualificate esperienze e cognizioni di ordine tecnico.
Si nota, poi, dalla analisi dell'intera normativa in materia, che il consulente entra nel procedimento penale come primo attore e non come semplice comparsa cui il giudice si rivolge appunto quale ausiliario: La formulazione dei quesiti viene fatta dal giudice sentiti il perito e i consulenti tecnici, mentre la relazione orale raccolta nel verbale appare piu' rispondente alle nuove esigenze di un procedimento in cui il magistrato abbia immediata cognizione e contezza del pensiero e/o dell'iter logico che segue l'ausiliare nella formulazione del giudizio; anche se, ovviamente, nei casi di particolare complessita' dei quesiti, il perito depositera' le conclusioni scritte in un termine che, comunque, anche se prorogato, non potra' superare i sei mesi.
L'art.445 c.p.p. in materia di controversie di lavoro prevede che nei processi incoati da domande attinenti a prestazioni previdenziali e assistenziali, che richiedono accertamenti tecnici, il giudice nomini uno o piu' consulenti tecnici scelti negli appositi albi.
Anche in tal caso appare contenuta la discrezionalita' del giudice in favore dell'obbligo di disporre. Mentre l'accertamento medico-legale di situazioni patologiche postula una indagine non necessariamente ancorata alla allegazione di parte, tant'e' che in assenza di documentazione probatoria specifica, il dubbio annesso al responso tecnico non legittima, di per se stesso, il rigetto della domanda per difetto di prove, ma comporta la rinnovazione o l'approfondimento dell'indagine fino a raggiungere un accettabile grado di relativa certezza positiva o negativa sull'esistenza della prestazione richiesta (Cass. 25/01/92, 822).
Per tuttavia, anche in dette controversie la nomina di un esperto non rientrante nella categoria dei medici legali e delle assicurazioni o dei medici del lavoro non e' causa di nullita', atteso sempre che le norme che disciplinano la scelta del consulente tecnico hanno natura e finalita' direttive. (Cass. Civ. Sez. Lav. 17/02/92 n�47).
Ma se e' ormai assodato che l'evoluzione tecnica, da una parte, e la complessita' della valutazione medico-legale in tema di danno alla salute o alla integrita' fisica, dall'altra, hanno portato la stessa giurisprudenza, il piu' delle volte anticipatrice delle riforme legali, a una precisa definizione del consulente quale ausiliare, con funzione integratrice della attivita' intellettiva del giudice, che si concreta nel giudizio, non puo' non evidenziarsi che l'attivita' valutativa in tema di danno alla persona presuppone cognizioni tecniche complesse e specialistiche non tanto e non solo in campo medico, ma piu' specificamente nel campo della medicina legale. Questa disciplina infatti e' l'unica che consente, attraverso meccanismi di accertamento, approfondimento ed indagini particolari, di raggiungere una valutazione del caso concreto, che tenga conto di tutti i parametri di riferimento necessari e che ha portato alla elaborazione dottrinale, giurisprudenziale ed infine anche giuridica di nuovi istituti che restituiscono alla dignita' umana e alla persona fisica quella tutela che una normativa spesso troppo capillare aveva cancellato. Concludendo, dunque, appare quanto mai auspicabile, "de jure condendo", una estensione della disciplina normativa in materia penale e previdenziale, in tema di CTU, al giudizio civile. Nell'interesse delle parti in causa, nessuna esclusa, e soprattutto, nel supremo interesse della giustizia.