Source: https://www.studiolegalelucente.it/category/casi-interesse-legale/
Timestamp: 2020-07-05 15:39:07+00:00
Document Index: 126377033

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Casi di interesse legali - Studio Legale Lucente - Archivio
Danno odontoiatrico: trovato l’accordo con il dentista e la sua assicurazione e che soddisfa pienamente il paziente
By GiuliaCasi
Al termine di una proficua opera conciliativa con controparte, la paziente rappresentata e difesa dall’Avv. Luigi Lucente riusciva ad ottenere, in tempi ridotti, il risarcimento dei danni subiti, e, quindi, una tutela rapida ed efficace dei propri diritti.
La vicenda qui riassunta è quella di una signora che si recava presso uno Studio Dentistico dell’hinterland milanese poiché accusava un fastidioso quadro di mobilità a carico dei denti incisivi centrali superiori, uno dei quali pilastro di una protesi incollata di tre elementi sostitutiva dell’incisivo laterale superiore sinistro.
Il sanitario, titolare dello Studio Dentistico, formulava alla paziente diversi preventivi nel corso del trattamento comprensivi di ablazione tartaro, avulsioni, devitalizzazioni, inserzione di perni moncone, applicazione di denti provvisori, installazione di impianti endo-ossei, perni-moncone sugli impianti e corone oro-ceramica definitive.
Nel corso delle cure odontoiatriche, tuttavia, la paziente lamentava tutta una serie di fastidi di carattere funzionale alle protesi installate ed una chiara difficoltà nell’eloquio, specie a causa di una ‘s’ sibilante in precedenza mai avuta. Oltretutto, con il trascorrere del tempo i fastidi agli impianti non accennavano a diminuire, così come persisteva, altresì, anche un insistente sanguinamento gengivale. Inoltre, la paziente poteva constatare come l’applicazione dei denti provvisori fosse insoddisfacente anche da un punto di vista estetico: i denti, infatti, erano troppo sporgenti e di differenti lunghezze, causando alla stessa seri problemi anche per tutta quella che è la componente estetica. Ed al contempo sopraggiungeva anche un ascesso gengivale e, da ultimo, la frattura di uno dei denti provvisori applicati.
A fronte della descritta situazione, la signora si rivolgeva allo Studio Legale Lucente, conferendo allo stesso mandato di intraprendere ogni azione, giudiziale e stragiudiziale, necessaria alla tutela dei propri diritti e legittimi interessi.
La questione veniva sottoposta all’attenzione del Consulente Tecnico di Parte, il Dott. Marco Pecchioli, Medico Chirurgo Odontostomatologo e Consulente iscritto all’Albo del Tribunale di Milano, il quale individuava diversi profili di responsabilità professionale medica. In particolare, si dava risalto a due ordini di notazioni: la prima riguardante l’errata ratio della terapia protesica impostata (cd. approccio terapeutico), e la seconda attinente, invece, alla fase più propriamente tecnica di esecuzione dei lavori.
Si procedeva, inoltre, alla quantificazione tecnica del danno alla salute emerso in capo alla paziente e delle spese necessarie alla stessa per l’emendamento futuro di questo.
Così, esperita una puntuale istruttoria della pratica, e approfonditi quindi tutti gli aspetti patrimoniali e non patrimoniali emergenti dalla fattispecie, lo Studio Legale Lucente si attivava per prendere contatti con lo Studio Dentistico.
I tentativi di componimento bonario della vertenza, tuttavia, non consentivano di addivenire ad una immediata risoluzione stragiudiziale della controversia.
Pertanto, nel febbraio del 2019 l’Avv. Luigi Lucente incardinava presso il competente Organismo di Mediazione Forense dell’Ordine degli Avvocati il procedimento di mediazione previsto ex lege quale condizione di procedibilità della domanda in materia medico-sanitaria. Tale procedura, tuttavia, non permetteva al pari di giungere a una definizione della lite.
Per l’effetto, nel mese di maggio 2019 veniva notificato alla controparte atto di citazione in Tribunale mirato ad ottenere, in particolare:
il risarcimento del danno non patrimoniale subito dalla paziente, sia in termini di residuali postumi permanenti (cd. invalidità permanente) che transitori (cd. inabilità temporanea).
il risarcimento per le spese medico-sanitarie resesi necessarie e che si sarebbero rese necessarie anche in futuro per emendare nel possibile la condizione odontoiatrica della paziente.
la risoluzione del contratto medico-professionale instaurato dalla paziente per fatto e colpa esclusivamente imputabili allo Studio Dentistico, con contestuale domanda di integrale ripetizione dei compensi dallo stesso percepiti per prestazioni preventivate e non eseguite ovvero eseguite in modo contrario alla leges artis – in ottemperanza al principio di matrice giurisprudenziale per cui “il risarcimento dovuto si estende anche alla restituzione al cliente dei corrispettivi e dei fondi che questi ha dato, il cui pagamento diviene privo di causa in ragione della difformità di esecuzione dell’opera professionale rispetto alle regole della materia e nella considerazione della inutilità dell’opera e anzi della sua contrarietà all’interesse del cliente” (così, ex plurimis, Corte d’Appello di Milano, sentenza n. 643/2015).
il rimborso integrale delle spese legali, di giudizio e di accertamento peritale.
nonché i rispettivi interessi legali al saldo e, ove prevista, la rivalutazione monetaria.
Su queste basi veniva dunque introitato il relativo procedimento civile (TRIB. MILANO, SEZ. I, Dott.ssa V. Boroni, R.G. N. 27370/2019).
L’ACCORDO TRANSATTIVO.
Parallelamente, nel corso della fase introduttiva del procedimento incardinato venivano intavolate nuove ed ulteriori trattative finalizzate ad una chiusura della vertenza fuori dalle sedi giudiziarie; trattative coinvolgenti sia lo Studio Dentistico che l’Istituto Assicurativo dallo stesso interpellato quale proprio Ente Assicurativo attivato per la copertura del rischio da R.C. professionale.
Ed in quest’ottica, tramite gli uffici in chiave conciliativa dello Studio Legale Lucente si riusciva a giungere ad un valido accordo tra le parti: una soluzione valida e celere per la tutela dei diritti della paziente.
Infatti, con atto di transazione del 9 dicembre 2019 – ossia a non più di 6 mesi dall’instaurazione del Giudizio – la paziente otteneva l’assunzione di un obbligo contrattuale da parte delle citate controparti di versare in suo favore una somma pari a circa € 30.000,00 a titolo di risarcimento del danno, restituzione dei compensi professionali pagati e di rimborso delle spese vive processuali e peritali sostenute, oltre anche ad un ulteriore importo a titolo di rimborso delle spese legali sostenute.
Somme, queste, che venivano corrisposte in breve tempo tramite versamento diretto sul conto corrente.
Operazione di ernia inguinale ad impegno scrotale produttiva di seri danni al paziente: clinica e medici condannati al risarcimento del danno.
Rappresentato e difeso dall’Avv. Luigi Lucente, la vittima di una serie di errate manovre chirurgiche coinvolgenti l’apparato uro-genitale ha trovato ristoro per i danni subiti (SENTENZA TRIB. MILANO, SEZ. I, 19.11.2019, N. 10651).
Correva il mese di luglio 2014 quando presso una nota clinica privata milanese veniva previsto un intervento chirurgico di routine nel campo dell’urologia: una ernioalloplastica inguinale sec. Lichtenstein (come riportava il relativo verbale operatorio).
Al paziente quarantanovenne, infatti, era stata fornita una indicazione chirurgica in ragione della diagnosi di “ernia inguinale destra ad impegno scrotale”.
In sede operatoria non veniva evidenziata alcuna complicanza od anomalia di sorta. Giacché il giorno seguente l’operazione il paziente veniva dimesso in buone condizioni generali e con un moderato quadro algico delimitato alla zona interessata dall’intervento.
Tuttavia, nei giorni seguenti alle dimissioni la sintomatologia dolorosa non accennava a diminuire, ma, al contrario, si acuiva sin a indurre il paziente a recarsi di sua sponte presso la medesima clinica, anticipando di fatto di alcuni giorni la visita di controllo prefissata in sede di ricovero. In quell’occasione veniva riscontrata una condizione patologica grave, tale da comportare un nuovo ricovero della durata di sette giorni, a cui sarebbero seguiti, poi, diversi mesi di terapia farmacologica di natura antalgica, antinfiammatoria ed antibiotica.
All’esito della vicissitudine occorsa, residuava in capo al paziente una condizione clinica patologica stabilizzata, la quale determinava lo stesso – ancora non capacitatosi della natura del problema che lo continuava ad affliggere – a rivolgersi al Dott. Maurizio Bruni (medico specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni nonché specialista in Chirurgia Generale – Urologia) per un’approfondita analisi della vicenda e per l’eventuale individuazione di profili di responsabilità medico-sanitaria.
Il perito, scrutinata la vicenda clinica, disposti ed ottenuti appositi accertamenti strumentali, ed attuato un esame dell’intero incartamento medico-sanitario disponibile, individuava chiari profili di responsabilità intra-operatoria nella condotta posta in essere dagli operatori chirurgici in occasione dell’intervento occorso nel luglio del 2014. La dinamica produttiva del danno biologico – spiegava il perito – trovava origine in primis in disacconce manovre operatorie, che avevano comportato per il paziente una “necrosi dell’organo, che ora appare palpatoriamente come una struttura di consistenza aumentata (fibrotica, verosimilmente) con perdita sia della componente endocrina, sia della componente spermatogenetica … [e con] una ridotta produzione di testosterone (totale ai limiti inferiori, libero ben al di sotto del minimo)”.
Il paziente si rivolgeva dunque allo Studio Legale Lucente, al quale veniva conferito mandato di intraprendere ogni azione, anche giudiziale, necessaria alla tutela dei diritti e legittimi interessi del proprio assistito, vittima di malpratica medica. La questione veniva così dapprima istruita, sia documentalmente che attraverso l’individuazione di testimoni. Veniva quindi riassunta la cronistoria; attribuito il corretto inquadramento giuridico alla vicenda; ed enucleati tutti i vividi motivi di sofferenza e disagio che avevano caratterizzavano la delicata storia del paziente.
Dopodiché – una volta rivelatisi infruttuosi i tentativi di addivenire ad un ricomponimento bonario della vertenza, al pari anche del seguente tentativo di mediazione previsto ratione temporis quale condizione di procedibilità della domanda in materia medico-sanitaria – veniva incardinato d’innanzi al Tribunale di Milano il procedimento civile finalizzato ad ottenere il ristoro di tutti i danni, alla salute ma anche economici, capitati al paziente. Ed in particolare, venivano chiamati in giudizio la clinica presso cui si era tenuto l’atto chirurgico ed i sanitari responsabili del medesimo (I° e II° operatore), con richiesta al Tribunale meneghino di una loro condanna solidale al risarcimento del danno.
Il Tribunale milanese disponeva Consulenza Tecnica medica d’Ufficio, con collegio peritale composto da un dottore specialista in medicina legale e delle assicurazioni, un dottore specialista in urologia ed un dottore specialista in chirurgia generale.
Al termine delle operazioni di accertamento, l’elaborato peritale depositato dai Consulenti del Tribunale ricalcava e confermava i tratti della difesa attorea patrocinata dallo Studio Legale Lucente, affermando che “Da tempo sono state elaborate strategie atte a ridurre il potenziale lesivo delle manovre intra-operatorie. Tra queste si annoverano:
[1] l’adozione di una tecnica chirurgica che rispetti le strutture anatomiche del funicolo, riservando ad esempio la manovra di legatura del muscolo cremastere a pochi e selezionati casi [tra cui non rientrava, però, quello di specie];
[2] l’impiego di supporti morbidi e flessibili, quali fettucce di gomma in luogo dei divaricatori di metallo quali la pinza di Bottini nella mobilizzazione del funicolo;
[3] la sezione del sacco erniario in corrispondenza dell’orifizio inguinale interno”.
Nel caso di specie, invece – hanno proseguito i Consulenti del Tribunale –: “dalla descrizione dell’atto risulta che nel corso dell’intervento furono disattese le predette raccomandazioni, ossia:
[1] fu praticata la sezione dei fasci del muscolo cremastere;
[2] si procedette con la completa dissezione del sacco erniario;
[3] per la mobilizzazione del testicolo, si fece ricorso alla pinza di Bottini”.
Di conseguenza: “l’esecuzione tecnica dell’intervento di «ernioalloplastica inguinale sec. Lichtenstein» appare censurabile”.
Inoltre il Collegio peritale dell’Ufficio confermava la sussistenza di un danno non patrimoniale e un nesso di causa intercorrente tra il danno prodotto al paziente e l’atto chirurgico (“nell’ambito del giudizio probabilistico è da ritenere che la manipolazione intraoperatoria, per quanto detto non sufficientemente cauta, delle strutture vascolari del funicolo spermatico abbia assunto ruolo causale nel determinismo del danno ischemico del testicolo destro patito”).
A fronte dell’esito peritale l’Avv. Luigi Lucente richiamava quindi l’attenzione del Giudicante sulla riconosciuta sussistenza nel caso di specie di tutti gli elementi costitutivi della domanda risarcitoria avanzata dal paziente, chiedendone, di conseguenza, l’accoglimento.
Così il Magistrato incaricato, una volta ritenuto di non dover disporre l’ammissione di ulteriori mezzi istruttori, e, quindi, di avere già a sua disposizione tutti gli elementi necessari ai fini del giudizio, dichiarava la causa matura per la decisione e concedeva i termini di rito per gli atti difensivi conclusivi.
Seguiva pertanto, come da rito, la sentenza.
Nel corpo del provvedimento decisorio il Tribunale così disponeva: “Nel merito, le domande spiegate da **** possono essere accolte … Dalle risultanze della consulenza tecnica emerge incontrovertibilmente che la condotta professionale dei sanitari **** e **** non si è conformata alle leges artis in materia… Accertata la sussistenza di una condotta colposa in capo ai sanitari, è stato condivisibilmente evidenziato come essa sia eziologicamente riconducibile al danno patito dall’attore… Per questi motivi Il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando:
I. Accoglie la domanda di parte attrice e, per l’effetto, condanna la **** e i sanitari **** e **** in solido tra loro a risarcire il danno cagionato al paziente *****;
II. Condanna i convenuti ****, **** e **** in solido tra loro a rimborsare all’attore le spese di lite …
III. Pone definitivamente a carico dei convenuti ****, **** e **** le spese di Consulenza Tecnica di Ufficio del presente procedimento”.
Peraltro – come spesso accade nelle verbalizzazioni redatte nelle immediatezze dei fatti – l’agente si esprimeva in termini ipotetici e presuntivi nel rapporto nel senso che, inizialmente, presumeva che fosse stata la vittima ad invadere la corsia opposta.
ESPOSIZIONE all’AMIANTO…
…Gli eredi del lavoratore deceduto a causa di un mesotelioma pleurico contratto a seguito di contatto con l’amianto sul posto di lavoro hanno diritto a vedersi riconosciuto – iure hereditatis – il danno biologico permanente del defunto padre anche se la patologia contratta aveva condotto quest’ultimo alla morte senza che vi fosse stata guarigione clinica? La risposta è: NO.
Con ricorso ex art. 414 c.p.c., nell’anno 2009, un figlio conveniva in giudizio avanti al Tribunale, Sezione Lavoro, la Società che era stata datrice di lavoro del defunto padre chiedendo di accertare e dichiarare la responsabilità della prima in ordine alle lesioni patite dal padre ed in ordine al successivo decesso.
Il ricorrente poneva a sostegno delle proprie ragioni le seguenti allegazioni:
-che Egli sarebbe stato l’unico erede del di lui padre deceduto nel 2007 a causa di mesotelioma pleurico, forma tumorale che colpisce esclusivamente individui esposti a contatto con l’amianto e che ha un periodo di latenza tra i 20 e i 40 anni;
-che il padre aveva prestato attività lavorativa quale idraulico manutentore in favore della resistente per 26 anni, senza soluzione di continuità fino al pensionamento;
-che durante il ridetto periodo lavorativo il padre, nell’espletamento delle proprie mansioni sarebbe venuto a contatto con “importanti quantità di polvere d’amianto” e che nel corso del rapporto di lavoro nessuno l’avrebbe informato circa i rischi specifici dell’esposizione all’amianto;
-che, dunque, essendo il periodo di latenza della forma di malattia compreso tra i 20 e i 40 anni ed avendo il padre lavorato presso la resistente in quel lasso di tempo sarebbe certo, “senza ombra di smentita”, che la malattia che ha portato alla morte è stata causata dal contatto con l’amianto.
La Società convenuta difesa dagli avvocati Luigi Lucente e Ilaria Donini si costituiva in giudizio contestando integralmente tutte le avverse prospettazioni e domande, chiedendone l’integrale reiezione.
Il Tribunale di primo grado, dopo l’istruttoria, accoglieva il ricorso del ricorrente e con sentenza n. 241/2012 dichiarava “la responsabilità della Datrice di Lavoro per le lesioni patite dal padre del ricorrente a seguito del mesotelioma pleurico che lo condussero al decesso, accertata la sussistenza del nesso eziologico causale tra la malattia e l’attività lavorativa svolta condanna la Datrice di Lavoro a pagare il risarcimento e in particolare – per quel che attiene questo commento – a pagare una consistente somma superiore al mezzo milione di Euro a titolo di risarcimento del danno biologico permanente e temporaneo del de cuius”.
Il Tribunale – sul punto – disattendendo, peraltro, le valutazioni espresse nella CTU che prevedeva solo un danno di temporanea invalidità di circa 3 anni (compreso tra la diagnosi e la morte) riconosceva al lavoratore nel frattempo defunto il danno da invalidità permanente.
Si sottolinea ancora una volta che il perito del Tribunale non aveva accertato in capo al de cuius la stabilizzazione di eventuali postumi permanenti.
La Società, Datrice di Lavoro, impugnava la sentenza di primo grado innanzi alla Corte d’Appello di Milano. Criticava in generale il Giudicante di prime cure che, pur dichiarando di aderire alle valutazioni espresse al consulente tecnico d’Ufficio le aveva poi disattese senza fornire una adeguata motivazione del suo convincimento e senza indicare i criteri logici e giuridici che avevano determinato il suo giudizio.
Tra i motivi d’Appello invocati dagli Avvocati Luigi Lucente e Ilaria Donini vi era quello della:
Erroneità della sentenza sotto il profilo della determinazione del quantum del risarcimento del danno iure hereditario e omessa motivazione sul punto.
Per i sopraddetti difensori aveva errato clamorosamente l’estensore quando, dopo aver riportato pedissequamente la quantificazione percentuale individuata dal suo C.T.U., aveva disatteso le valutazioni espresse nell’elaborato tecnico, riconoscendo in favore del ricorrente una voce di danno non accertata in sede di C.T.U e assolutamente non provata dal ricorrente.
Si faceva notare che, seppur le valutazioni del Ctu non sono vincolanti per il Giudice, quando quest’ultimo decide di discostarsene è obbligato a fornire adeguata motivazione del proprio convincimento, indicando il percorso logico giuridico che lo ha determinato a giungere a conclusioni di segno opposto.
Nella fattispecie l’estensore, anziché limitarsi a liquidare i danni biologici da invalidità temporanea (parziale e assoluta) così come accertati dal consulente, aveva deciso senza motivare in alcun modo la propria determinazione e quindi arbitrariamente di condannare la Società non solo al ristoro del danno biologico iure hereditario da invalidità temporanea, ma anche al risarcimento del danno biologico iure hereditario da invalidità permanente.
Ebbene sempre secondo i difensori Lucente e Donini tale voce di danno non poteva e non doveva essere riconosciuta al ricorrente in quanto nel caso che ci occupa non vi era stata in capo al de cuius la stabilizzazione di eventuali postumi permanenti.
I difensori hanno esposto a sostegno delle ragioni della propria assistita che la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione sul punto è chiarissima: in ipotesi in cui sia deceduto un lavoratore, deve essere negata la sussistenza di un danno biologico da invalidità permanente quando manca, come nel caso trattato, una censura temporale tra il periodo di invalidità permanente e quello di invalidità temporanea, non seguita dalla cessazione della malattia e dalla stabilizzazione dei relativi postumi.
Il presupposto imprescindibile per il riconoscimento del danno biologico da invalidità permanente è rappresentato, infatti, dalla stabilizzazione dei postumi: stabilizzazione che nel caso che ci occupa non si è avuta.
La malattia, dal giorno della diagnosi, è proseguita senza soluzione di continuità portando alla morte.
In un caso analogo a quello che ci occupa – hanno spiegato i difensori – agli eredi di un lavoratore deceduto a causa di mesotelioma contratto per inalazione di fibre di amianto nell’ambiente di lavoro è stato riconosciuto un danno non patrimoniale iure hereditatis da invalidità temporanea totale con relativa personalizzazione. La Sentenza della Corte di Cassazione n. 9238 del 21.04.2011 ha, infatti, statuito che: “La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei principi posti dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 26972 e, tenuto conto dell’esigenza di evitare la duplicazione dei titoli di risarcimento, ha dato atto come, nel caso, l’invalidità temporanea si fosse protratta dalla diagnosi della malattia al decesso del lavoratore, con la conseguenza, che mancando una censura temporale tra il periodo di invalidità permanente e quello di invalidità temporanea, non seguita dalla cessazione della malattia e dalla stabilizzazione dei relativi postumi, il riconoscimento di entrambi i titoli di danno, avrebbe comportato il ristoro, non consentito, di un identico pregiudizio”.
Ed ancora la recentissima sentenza delle Corte di Cassazione Sezione Lavoro, n. 8655 del 30.05.2012 sempre in tema di problematica concernente l’esposizione ad amianto e sempre alla stregua della sentenza delle Sezioni Unite Civili della Suprema Corte n. 26972 dell’11.11.2008, ha riconosciuto agli eredi di un operaio di un cantiere navale deceduto a seguito della morte a causa di una neoplasia polmonare, quale conseguenza della inalazione delle fibre di amianto presenti sul luogo di lavoro, esclusivamente il danno non patrimoniale iure hereditario da invalidità temporanea e non quello da invalidità permanente, se pur con un criterio di personalizzazione che ha tenuto conto della intesità della sofferenza provata dalla vittima.
Sempre in tema di quantificazione del danno richiesto dagli eredi di un lavoratore addetto alla lavorazione dell’amianto e deceduto per aver contratto la malattia in ambiente lavorativo insalubre, – i difensori hanno fatto notare che – anche la sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 2251 del 16 febbraio 2012 ha riconosciuto agli eredi del lavoratore esclusivamente il danno biologico correlato all’inabilità temporanea del de cuius per il tempo di permanenza in vita, determinato anche in base “ alla intensità della sofferenza provata, dalle condizioni personali e soggettive del lavoratore e dalle altre particolarità del caso concreto”.
Precisamente la ridetta sentenza della Suprema Corte confermava la pronuncia n. 448/2006 della Corte d’Appello di Venezia del 09.01.2007 in punto di quantificazione del danno, laddove statuiva che l’unico danno biologico risarcibile è quello correlato all’inabilità temporanea per il tempo di permanenze in vita, mentre censurava la pronuncia di merito nella parte in cui si era proceduto alla liquidazione del danno in maniera automatica, senza tener conto della situazione soggettiva del soggetto danneggiato.
Dunque correttamente era stato riconosciuto esclusivamente il risarcimento del danno biologico e morale sofferto dal defunto, rivendicato dai figli a titolo successorio e maturato nel periodo intercorrente tra il manifestarsi della malattia e il decesso.
Ed ancora in senso conforme, con riguardo ad un caso di azione promossa per il riconoscimento del risarcimento dei danni da parte degli eredi di un lavoratore deceduto per infortunio, è stato riconosciuto in capo alla vittima esclusivamente un danno biologico da invalidità temporanea, la cui entità è stata personalizzata, ma non un danno da invalidità permanente (Cfr. Corte di Cassazione sentenza n. 1072 del 18.01.2011).
I difensori Lucente e Donini insistevano, dunque, affinché sul punto la sentenza venisse integralmente riformata.
La Corte d’Appello di Milano, con sentenza n. 5/2015 ha accolto il 4° motivo di appello ( di cui al presente commento).
Ha osservato come non sia stato accertato in sede peritale alcun consolidamento degli effetti invalidanti della patologia, progressivamente evolutasi dalla diagnosi al decesso – nell’arco di circa 2 anni e 8 mesi in assenza di alcuna comprovata stabilizzazione di postumi permanenti.
In tale ipotesi, secondo la giurisprudenza condivisa da questa Corte, deve farsi luogo ad una liquidazione del danno – sia pure di natura solo temporanea – che tenga conto, in base ad un procedimento di personalizzazione operato mediante “un criterio equitativo puro”, della “natura peculiare” e dell’enormità del pregiudizio” subito dal soggetto nel corso della patologia che lo conduce al decesso (v. Cass. 31.10.2014, n. 23183).
Ciò in quanto, come rilevato dal Supremo Collegio, “tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte” (Cass. 23183/14, cit.).
La liquidazione da operarsi, alla luce di tale insegnamento, nel caso di specie, dovrà tenere conto di una serie di elementi, quali – da un lato – la protratta durata della patologia, l’assenza di prospettive di guarigione, la rilevante entità delle relative conseguenze invalidanti, come sopra evidenziate e – dall’altro – l’età avanzata del soggetto, deceduto all’età di 78 anni.
Quindi la Corte d’Appello di Milano si è uniformata all’orientamento della Suprema Corte di Cassazione per cui lo stato di “invalidità permanente” presuppone un periodo di malattia, dunque una guarigione che permetta di valutare i danni riportati.
(Orientamento confermato anche nella recente sentenza n. 5197 del 17 marzo 2015 Corte di Cassazione civile, sezione terza)