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Timestamp: 2019-09-21 09:49:43+00:00
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Sentenza della Corte (grande sezione) Egenberger v. Evalingelisches werk
17 aprile 2018 ( *1 )
Nella causa C 414/16,
– per la Commissione europea, da D. Martin e B. R. Killmann, in qualità di agenti,
27 La sig.ra Egenberger, ritenendo che la sua candidatura fosse stata respinta per il fatto che non apparteneva a nessuna confessione religiosa, ha proposto un ricorso dinanzi all’Arbeitsgericht Berlin (Tribunale del lavoro di Berlino, Germania), affinché l’Evangelisches Werk fosse condannato a versarle, a titolo dell’articolo 15, paragrafo 2, dell’AGG, l’importo di EUR 9788,65. L’interessata ha sostenuto che la rilevanza attribuita alla religione nella procedura di assunzione, rinvenibile nell’offerta di lavoro in questione, non era compatibile con il divieto di discriminazione sancito dall’AGG, come interpretato conformemente al diritto dell’Unione, e che l’articolo 9, paragrafo 1, dell’AGG non poteva giustificare la discriminazione di cui essa era stata vittima.
29 L’Arbeitsgericht Berlin (Tribunale del lavoro di Berlino, Germania) ha parzialmente accolto il ricorso della sig.ra Egenberger. Esso ha dichiarato che quest’ultima era stata vittima di una discriminazione, ma ha limitato l’importo del risarcimento a EUR 1957,73. Dato che l’appello proposto dalla sig.ra Egenberger contro tale decisione è stato respinto dal Landesarbeitsgericht Berlin Brandenburg (Tribunale superiore del lavoro del Land, Berlino Brandeburgo, Germania), l’interessata ha proposto un ricorso in cassazione («Revision») dinanzi al giudice del rinvio, al fine di ottenere il pagamento di un risarcimento adeguato.
44 Ciò premesso, conformemente a una costante giurisprudenza della Corte, ai fini dell’interpretazione di una norma del diritto dell’Unione si deve tener conto non soltanto del tenore letterale della stessa, ma anche del suo contesto e degli scopi perseguiti dalla normativa di cui essa fa parte e, in particolare, della genesi di tale normativa (v., in tal senso, sentenza del 1o luglio 2015, Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland, C 461/13, EU:C:2015:433, punto 30).
49 Inoltre, la Carta – che è applicabile a una controversia come quella di cui al procedimento principale poiché, da un lato, l’AGG comporta l’attuazione, nel diritto tedesco, della direttiva 2000/78, ai sensi dell’articolo 51, paragrafo 1, della Carta, e, dall’altro, tale controversia riguarda una persona che è stata oggetto di una differenza di trattamento basata sulla religione nell’ambito dell’accesso a un posto di lavoro – sancisce, al suo articolo 47, il diritto degli interessati a una tutela giurisdizionale effettiva dei diritti loro conferiti dal diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza del 16 maggio 2017, Berlioz Investment Fund, C 682/15, EU:C:2017:373, punto 50).
68 A tale riguardo, il requisito di cui all’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78 deve essere conforme al principio di proporzionalità. Infatti, se è vero che tale disposizione non prevede espressamente, a differenza dell’articolo 4, paragrafo 1, di detta direttiva, che tale requisito debba essere «proporzionato», essa dispone tuttavia che qualsiasi differenza di trattamento deve essere effettuata nel rispetto, in particolare, dei «principi generali del diritto comunitario». Dal momento che il principio di proporzionalità rientra tra i principi generali del diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenze del 6 marzo 2014, Siragusa, C 206/13, EU:C:2014:126, punto 34 e giurisprudenza ivi citata, nonché del 9 luglio 2015, K e A, C 153/14, EU:C:2015:453, punto 51), i giudici nazionali devono verificare che il requisito in questione sia appropriato e non vada al di là di quanto è necessario per conseguire l’obiettivo perseguito.
71 A tale riguardo, occorre ricordare che spetta ai giudici nazionali, tenendo conto di tutte le norme del diritto nazionale e applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da quest’ultimo, decidere se e in quale misura una disposizione nazionale, come l’articolo 9, paragrafo 1, dell’AGG, possa essere interpretata conformemente all’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78, senza procedere ad un’interpretazione contra legem di tale disposizione nazionale (v., in tal senso, sentenza del 19 aprile 2016, DI, C 441/14, EU:C:2016:278, punti 31 e 32 nonché giurisprudenza ivi citata).
72 La Corte ha peraltro statuito che l’esigenza di un’interpretazione conforme include l’obbligo, per i giudici nazionali, di modificare, se del caso, una giurisprudenza consolidata se questa si basa su un’interpretazione del diritto nazionale incompatibile con gli scopi di una direttiva (sentenza del 19 aprile 2016, DI, C 441/14, EU:C:2016:278, punto 33 e giurisprudenza ivi citata).
73 Pertanto, un giudice nazionale non può validamente ritenere di trovarsi nell’impossibilità di interpretare una disposizione nazionale conformemente al diritto dell’Unione per il solo fatto che detta disposizione è stata costantemente interpretata in un senso che è incompatibile con tale diritto (v., in tal senso, sentenza del 19 aprile 2016, DI, C 441/14, EU:C:2016:278, punto 34).
75 Nel caso in cui gli fosse impossibile procedere a una siffatta interpretazione conforme della disposizione nazionale di cui al procedimento principale, occorre precisare, da un lato, che la direttiva 2000/78 non sancisce essa stessa il principio della parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il quale trova la sua fonte in diversi strumenti internazionali e nelle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, ma ha il solo obiettivo di stabilire, in queste stesse materie, un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate su diversi motivi, tra i quali la religione o le convinzioni personali, come risulta dal titolo e dall’articolo 1 della medesima (v., in tal senso, sentenza del 10 maggio 2011, Römer, C 147/08, EU:C:2011:286, punto 59 e giurisprudenza ivi citata).
76 Il divieto di ogni discriminazione fondata sulla religione o le convinzioni personali riveste carattere imperativo in quanto principio generale del diritto dell’Unione. Sancito all’articolo 21, paragrafo 1, della Carta, tale divieto è di per sé sufficiente a conferire ai singoli un diritto invocabile in quanto tale nell’ambito di una controversia che li vede opposti in un settore disciplinato dal diritto dell’Unione (v., per quanto riguarda il principio di non discriminazione fondata sull’età, sentenza del 15 gennaio 2014, Association de médiation sociale, C 176/12, EU:C:2014:2, punto 47).
77 Riguardo all’effetto imperativo che esso esplica, l’articolo 21 della Carta non si distingue, in linea di principio, dalle diverse disposizioni dei Trattati istitutivi che vietano le discriminazioni fondate su vari motivi, anche quando tali discriminazioni derivino da contratti conclusi tra privati (v., per analogia, sentenze dell’8 aprile 1976, Defrenne, 43/75, EU:C:1976:56, punto 39; del 6 giugno 2000, Angonese, C 281/98, EU:C:2000:296, punti da 33 a 36; del 3 ottobre 2000, Ferlini, C 411/98, EU:C:2000:530, punto 50, nonché dell’11 dicembre 2007, International Transport Workers’ Federation e Finnish Seamen’s Union, C 438/05, EU:C:2007:772, punti da 57 a 61).
80 Tale conclusione non è rimessa in discussione dalla circostanza che un giudice possa essere chiamato, in una controversia tra privati, a contemperare diritti fondamentali concorrenti che le parti in causa traggono dalle disposizioni del Trattato FUE e della Carta e che sia addirittura tenuto, nell’ambito del controllo che deve effettuare, ad assicurarsi che il principio di proporzionalità sia rispettato. Infatti, un simile obbligo di stabilire un equilibrio tra i diversi interessi in gioco non incide in alcun modo sull’invocabilità, in una simile controversia, dei diritti in questione (v., in tal senso, sentenze del 12 giugno 2003, Schmidberger, C 112/00, EU:C:2003:333, punti da 77 a 80, nonché dell’11 dicembre 2007, International Transport Workers’ Federation e Finnish Seamen’s Union, C 438/05, EU:C:2007:772, punti da 85 a 89).
81 Peraltro, allorché il giudice nazionale è chiamato a garantire il rispetto degli articoli 21 e 47 della Carta, procedendo a un eventuale bilanciamento dei diversi interessi in gioco, quali il rispetto dello status delle Chiese sancito all’articolo 17 TFUE, esso deve prendere in considerazione, in particolare, l’equilibrio stabilito tra tali interessi dal legislatore dell’Unione nella direttiva 2000/78, al fine di determinare gli obblighi risultanti dalla Carta in circostanze come quelle di cui al procedimento principale [v., per analogia, sentenza del 22 novembre 2005, Mangold, C 144/04, EU:C:2005:709, punto 76, e ordinanza del 23 aprile 2015, Commissione/Vanbreda Risk & Benefits, C 35/15 P(R), EU:C:2015:275, punto 31].
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