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Timestamp: 2019-01-20 17:19:41+00:00
Document Index: 141121896

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Relazioni stabili di cittadini dell'Unione e diritto di soggiorno: la CGUE si pronuncia | IRPA
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Relazioni stabili di cittadini dell’Unione e diritto di soggiorno: la CGUE si pronuncia
Lo scorso 12 luglio, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha adottato un’interessante sentenza a fronte di un rinvio pregiudiziale da parte dell’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) del Regno Unito.
La questione riguardava una cittadina sudafricana che aveva intrattenuto una relazione more uxorio con un cittadino inglese, e che si era vista negato il diritto di soggiorno da parte delle autorità inglesi. Nell’interessare la Corte di Lussemburgo, il tribunale inglese chiedeva: i) Se i principi sanciti nella [sentenza del 7 luglio 1992, Singh (C‑370/90, EU:C:1992:296),] obblighino uno Stato membro a rilasciare o, in alternativa, ad agevolare il rilascio di un’autorizzazione al soggiorno a una persona non cittadina dell’Unione, che sia il partner non coniugato di un cittadino dell’Unione il quale, dopo aver esercitato il diritto conferitogli dal [t]rattato [FUE] alla libera circolazione in un altro Stato membro per svolgervi un’attività lavorativa, faccia ritorno con detto partner nello Stato membro di cui ha la cittadinanza; ii) in subordine, se sussista un obbligo di rilasciare o, in alternativa, di agevolare il rilascio di tale autorizzazione al soggiorno in forza della direttiva [2004/38]; iii) qualora il diniego di un’autorizzazione al soggiorno non sia fondato su un esame approfondito della situazione personale del richiedente, né sia giustificato da motivi adeguati o sufficienti, se tale provvedimento risulti illegittimo in quanto in contrasto con l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva [2004/38]; iv) se risulti compatibile con la direttiva [2004/38] una disposizione di diritto nazionale che impedisca di impugnare dinanzi a un giudice il provvedimento di un’autorità amministrativa con cui è negata la concessione della carta di soggiorno a una persona la quale rivendichi la propria condizione di membro della famiglia allargata.
Sciogliendo tali dubbi interpretativi, la Corte ha affermato quanto segue:
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