Source: http://www.nuovidirittiasti.it/2017/01/27/prossima-stazione-matrimonio-egualitario/
Timestamp: 2018-12-15 04:12:19+00:00
Document Index: 36981350

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 20', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 574']

Prossima “stazione”: matrimonio egualitario! – Nuovi Diritti
Sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti attuativi finali previsti dalla Legge 76/2016. Entreranno in vigore l’11/02/2017.
Qui di seguito i testi completi ed una nota esplicativa redatta per il sito www.articolo29.it da Angelo Schillaci Ricercatore TDB – Università di Roma “Sapienza”.
Da un lato, infatti, il Governo è intervenuto unicamente laddove l’adeguamento dell’ordinamento appariva strettamente necessario, lasciando impregiudicata, in tutti gli altri ambiti di disciplina, la piena operatività della clausola di equivalenza recata dall’art. 1, comma 20, della legge n. 76/2016. A tale proposito, solo per fare un esempio, si pensi alla mancata modifica espressa dell’art. 5 della legge n. 91/1992, in tema di acquisto della cittadinanza italiana a seguito di matrimonio: la scelta di non intervenire puntualmente su tale disposizione si spiega unicamente alla luce della piena operatività, in materia, del comma 20, con la conseguenza che, a seguito della costituzione dell’unione civile e al verificarsi delle condizioni richieste dallo stesso art. 5 (due anni di legale residenza in Italia o tre anni di matrimonio, in caso di residenza all’estero), lo straniero unito civilmente con cittadino italiano potrà ottenere la cittadinanza italiana. Il rapporto tra i decreti attuativi e il comma 20 della legge, peraltro, è stato declinato in termini analoghi dalla Commissione Giustizia del Senato che, nei pareri resi lo scorso novembre, ha sottolineato che la disciplina attuativa “deve ritenersi integrativa, e non sostitutiva […] di quanto autonomamente disposto dall’articolo 1, comma 20 della legge 20 maggio 2016, n. 76, che pone una generale clausola di equivalenza tra matrimonio e unione civile tra persone dello stesso sesso, in funzione antidiscriminatoria ed in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione” e che tale conclusione “discende dallo stesso tenore testuale del comma 28 che, nel porre i criteri di delega, espressamente lascia salve le ulteriori disposizioni della legge 20 maggio 2016, n. 76″; con riferimento specifico alla mancata modifica dell’art. 5 della legge sulla cittadinanza, poi, nel parere sullo schema di decreto legislativo in materia internazionalprivatistica si legge espressamente che “l’applicazione di tale disposizione all’unione civile tra persone dello stesso sesso discende per effetto immediato dell’articolo 1, comma 20, della legge n. 76 del 2016″.
Con riferimento alle modalità di costituzione e registrazione dell’unione civile, il decreto legislativo n. 5/2017 reca modifiche espresse al D.P.R. n. 396/2000 e al R.D. n. 1238/1939 (ordinamento dello stato civile). Come affermato dalla Commissione Giustizia del Senato nel proprio parere del 16 novembre 2016, la disciplina introdotta dal decreto in esame chiarisce che “il procedimento di costituzione dell’unione civile deve essere governato dai medesimi principi di formalità previsti dall’ordinamento, come confermato anche dalla opportuna modifica dell’articolo 70 del decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000″ con la previsione che la fascia tricolore debba essere indossata anche in sede di costituzione dell’unione civile, sottolineando che “tale soluzione è conseguenza necessaria della particolare pubblicità richiesta per un istituto che determina la perdita della libertà di stato”. Allo stesso tempo, la disciplina introdotta chiarisce definitivamente molte delle incertezze interpretative che hanno condizionato la prassi seguita dai Comuni in questi primi mesi di applicazione della legge, dando luogo, in non pochi casi, a soluzioni palesemente discriminatorie (e già censurate da alcuni TAR). Il quadro che ne consegue è quello di un procedimento di costituzione perfettamente modellato sulla celebrazione del matrimonio, con la possibilità di delega dell’atto ai sensi dell’art. 1, comma 3 del D.P.R. n. 396/2000 (anche a comuni cittadini in possesso dei requisiti per l’eleggibilità a consigliere comunale), l’obbligo di indossare la fascia tricolore, la lettura dei commi 11 e 12 della legge (corrispondenti agli artt. 143 e 144 del codice civile), la dichiarazione delle parti di voler costituire una unione civile tra di loro; degna di nota anche l’introduzione della possibilità, per il Pubblico Ministero, di opporsi alla celebrazione dell’unione civile, quando l’ufficiale di stato civile gli notifichi l’esistenza di impedimenti (analogamente a quanto previsto per il matrimonio). La scelta di intervenire espressamente sul testo del D.P.R. n. 396/2000, integrando quanto già autonomamente previsto dal comma 20 della legge, si fonda sull’intento di rafforzare e chiarire, oltre ogni ragionevole dubbio, l’istanza antidiscriminatoria, restringendo in maniera significativa la discrezionalità amministrativa in materia. Viene inoltre chiarito che la scelta del cognome comune, effettuata all’atto della costituzione dell’unione civile o successivamente (ai sensi del comma 10 della legge e dell’art. 1, comma 1, lett. m), n. 1, sub f), capov. g-sexies del Decreto), non incide sui dati personali delle parti, in conseguenza dell’espressa modifica dell’art. 20 del D.P.R. n. 223/1989, con la previsione che le schede anagrafiche restano intestate al cognome posseduto prima dell’unione civile (cfr. art. 3, comma 1, lett. c, n. 2, del decreto in esame). L’art. 8 del Decreto prevede, peraltro, che l’ufficiale di stato civile annulli l’annotazione relativa alla scelta del cognome effettuata a norma dell’articolo 4, comma 2, del decreto “ponte” (vale a dire l’annotazione sull’atto di nascita, unitamente all’aggiornamento della scheda anagrafica), così facendo venir meno gli effetti dell’assunzione del cognome comune, effettuata nella vigenza della disciplina transitoria, sui dati personali delle parti. Permangono, a ben vedere, due profili di debolezza: a) l’istituzione di un autonomo Registro, in cui saranno registrate le costituzioni delle unioni civili, e le trascrizioni delle unioni civili e dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero. Sul punto, tuttavia, si deve osservare che il legislatore delegato è intervenuto unicamente sul R.D. n. 1238/1939 (relativo ai registri cartacei, ed ancora vigente in via transitoria) e non anche sull’art. 10 del D.P.R. n. 396/2000 (relativo ai registri informatici, in via di attuazione), come conferma l’art. 1, comma 1, lett. d) del decreto in esame. Ne consegue che, quando entrerà a regime il sistema dei registri informatici, verrà meno la distinzione tra registro dei matrimoni e registro delle unioni civili; b) l’assenza di formale dichiarazione, da parte dell’ufficiale di stato civile, dell’avvenuta unione civile (“vi dichiaro uniti civilmente”); l’espressa previsione legislativa di tale formalità, che pure è già entrata nella prassi, avrebbe avuto il pregio di chiarire al meglio la natura dell’istituto, ulteriormente raffinandone l’analogia con il matrimonio. Si deve tuttavia osservare, al riguardo, coma la migliore dottrina abbia già chiarito che la carenza di una dichiarazione solenne attesta in verità il definitivo superamento della concezione “pubblicistica” della famiglia, che rinveniva nella partecipazione dell’ufficiale di stato civile una funzione “costitutiva” del vincolo (Ferrando, Gattuso).
Per ciò che riguarda, infine, il D. Lgs. n. 6/2017, recante disposizioni di coordinamento in materia penale in attuazione della delega di cui al comma 28, lett. c), merita sottolineare che il legislatore delegato, limitando l’intervento di adeguamento normativo alla sola materia penale, ha ulteriormente confermato la portata generale del comma 20 della legge: in altri termini, si è scelto di intervenire solo in quei casi in cui l’applicazione della clausola di equivalenza avrebbe potuto determinare dubbi, in relazione al rispetto di principi costituzionali concorrenti con quello di non discriminazione (direttamente attuato dal comma 20): così, in materia penale, l’automatica applicazione del comma 20 a norme penali sfavorevoli già riferite ai coniugi (ad es. norme incriminatrici o configuranti circostanze aggravanti del reato) avrebbe rischiato di pregiudicare i principi di stretta legalità e tassatività della legge penale. Di qui, la necessità di un intervento legislativo espresso, tuttavia con due significativi corollari: a) anzitutto, come rilevato dalla Commissione Giustizia del Senato nel proprio parere sul decreto in esame, l’intervento espresso in materia penale non esclude “l’applicabilità diretta dell’articolo 1, comma 20 ad altri ambiti del sistema penale, come ad esempio nel caso delle disposizioni non incriminatrici e di quelle disposizioni incriminatrici, anche di futura emanazione, che, per la loro determinatezza e la loro evidente funzione di rafforzare la protezione di diritti o l’adempimento di obblighi, trovano sicura applicazione anche alle unioni civili fra persone dello stesso sesso, in forza del combinato disposto con il menzionato articolo 1, comma 20 della legge 20 maggio 2016, n. 76″; b) in secondo luogo, il legislatore delegato, anziché intervenire puntualmente su singole disposizioni del codice penale, si è limitato a riprodurre, con il nuovo art. 574 ter c.p., una clausola analoga a quella contenuta nel comma 20, formulandola però in termini tali da assicurare il rispetto del principio di tassatività della legge penale. Tale scelta del legislatore delegato appare oltremodo significativa in quanto, ricollegandosi a quanto si sottolineava in apertura, conferma l’esistenza di un principio ben chiaro, volto ad assicurare l’esigenza di garantire alle coppie unite civilmente piena parità di trattamento rispetto alle coppie coniugate, riservando l’eventualità di un trattamento differenziato ai soli casi in cui esso possieda una ragionevole giustificazione.