Source: http://www.diritto2000.it/giurisprudenza/giurespr/vincolicost179-99.htm
Timestamp: 2019-01-22 12:26:18+00:00
Document Index: 142306657

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I vincoli urbanistici e la loro indennizzabilità.
Con la sentenza in esame la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, primo comma, della la legge 19 novembre 1968, n. 1187 il quale dispone che: "Le indicazioni di piano regolatore generale, nella parte in cui incidono su beni determinati ed assoggettano i beni stessi a vincoli preordinati all'espropriazione od a vincoli che comportino l'inedificabilità, perdono ogni efficacia qualora entro cinque anni dalla data di approvazione del piano regolatore non siano stati approvati i relativi piani particolareggiati od autorizzati i piani di lottizzazione convenzionati. L'efficacia dei vincoli predetti non può essere protratta oltre il termine di attuazione dei piani particolareggiati e di lottizzazione".
A seguito della sentenza della dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 5 del 1980 – la quale ha sancito che lo ius aedificandi continua ad inerire al diritto di proprietà, la previsione di un vincolo a durata indeterminata ha conseguentemente comportato un obbligo di indennizzo anche nel caso di espropriazioni di valore. Sulla scia di quanto in precedenza previsto dalle sentenze della la Corte costituzionale n. 82 del 1982 e n. 575 del 1989, le quali già avevano
affermato che la temporaneità e la indennizzabilità dei vincoli urbanistici di natura espropriativa sono tra loro
alternative, per cui l'indeterminatezza temporale comporta il diritto all'indennizzo, la recente sentenza della Corte Costituzionale n. 179 del 20 maggio 1999 ha ulteriormente precisato che la reiterazione dei vincoli urbanistici scaduti non può che determinare un indennizzo in mancanza dell’effettiva espropriazione .
Quanto alla misura dell’indennizzo la Corte demanda la previsione di adeguati criteri al legislatore non necessariamente risarcitori ma anche riparatori.
La Corte Costituzionale ha cura di precisare che l’indennizzo spetta soltanto ai vincoli di carattere espropriativo imposti a titolo particolare con i quali, quindi, si priva un bene dello jus aedificandi che, invece, inerisce a beni aventi analoghe caratteristiche.
Non hanno, quindi, carattere espropriativo i vincoli paesistici ed ambientali i quali non sono posti a titolo particolare ma ineriscono all’intera categoria di beni con determinate caratteristiche, il cui regime giuridico è così delineato in via generale dal legislatore. In essi la privazione dello jus aedificandi inerisce al regime giuridico generale, previsto dalla legge, per l’intera categoria di beni con certe caratteristiche e non, quindi, a titolo particolare. Infatti i singoli provvedimenti amministrativi riguardanti specifici beni si limitano a riconoscere in capo ad essi le caratteristiche di appartenenza alla categoria generale con il conseguente regime giuridico. Non vi è, quindi, la privazione a titolo particolare dello jus aedificandi e per essi non si pone il problema della spettanza di un indennizzo. (Federico Lorenzini)
Nello stesso tempo, occorre sottolineare l'indirizzo secondo cui "è propria della potestà pianificatoria la possibilità di rinnovare nel tempo i vincoli su beni individuati, purché, come ritenuto dalla giurisprudenza amministrativa, risulti adeguatamente motivata in relazione alle effettive esigenze urbanistiche" (sentenza n. 575 del 1989). Essendo i due requisiti della temporaneità e della indennizzabilità tra loro alternativi, l’indeterminatezza temporale dei vincoli, resa possibile dalla potestà di reiterarli nel tempo anche con diversa destinazione o con altri mezzi, "è costituzionalmente legittima a condizione che l’esercizio di detta potestà non determini situazioni incompatibili con la garanzia della proprietà secondo i principi affermati dalle sentenze n. 6 del 1966 e n. 55 del 1968" (sentenza n. 575 del 1989).
5.- Inoltre è da precisare esplicitamente che sono al di fuori dello schema ablatorio-espropriativo con le connesse garanzie costituzionali (e quindi non necessariamente con l’alternativa di indennizzo o di durata predefinita) i vincoli che importano una destinazione (anche di contenuto specifico) realizzabile ad iniziativa privata o promiscua pubblico-privata, che non comportino necessariamente espropriazione o interventi ad esclusiva iniziativa pubblica e quindi siano attuabili anche dal soggetto privato e senza necessità di previa ablazione del bene. Ciò può essere il risultato di una scelta di politica programmatoria tutte le volte che gli obiettivi di interesse generale, di dotare il territorio di attrezzature e servizi, siano ritenuti realizzabili (e come tali specificatamente compresi nelle previsioni pianificatorie) anche attraverso l’iniziativa economica privata - pur se accompagnati da strumenti di convenzionamento. Si fa riferimento, ad esempio, ai parcheggi, impianti sportivi, mercati e complessi per la distribuzione commerciale, edifici per iniziative di cura e sanitarie o per altre utilizzazioni quali zone artigianali o industriali o residenziali; in breve, a tutte quelle iniziative suscettibili di operare in libero regime di economia di mercato.
6.- Sulla base delle anzidette premesse può essere confermato che la reiterazione in via amministrativa degli anzidetti vincoli decaduti (preordinati all'espropriazione o con carattere sostanzialmente espropriativo), ovvero la proroga in via legislativa o la particolare durata dei vincoli stessi prevista in talune regioni a statuto speciale (v., per quest’ultimo profilo, sentenze n. 344 del 1995; n. 82 del 1982; n. 1164 del 1988) non sono fenomeni di per sé inammissibili dal punto di vista costituzionale. Infatti possono esistere ragioni giustificative accertate attraverso una valutazione procedimentale (con adeguata motivazione) dell’amministrazione preposta alla gestione del territorio o rispettivamente apprezzate dalla discrezionalità legislativa entro i limiti della non irragionevolezza e non arbitrarietà (v. sentenze n. 344 del 1995; nn. 186 e 185 del 1993; n. 1164 del 1988).
Invece, assumono certamente carattere patologico quando vi sia una indefinita reiterazione o una proroga sine die o all’infinito (attraverso la reiterazione di proroghe a tempo determinato che si ripetano aggiungendosi le une alle altre), o quando il limite temporale sia indeterminato, cioè non sia certo, preciso e sicuro e, quindi, anche non contenuto in termini di ragionevolezza (sentenza n. 344 del 1995). Ciò ovviamente in assenza di previsione alternativa dell’indennizzo (sentenze n. 344 del 1995; n. 575 del 1989), e fermo, beninteso, che l’obbligo dell’indennizzo opera una volta superato il periodo di durata (tollerabile) fissato dalla legge (periodo di franchigia).
Per la determinazione concreta dell’indennizzo in conseguenza della reiterazione di vincoli urbanistici esistono molteplici variabili, che non possono essere definite in sede di verifica di legittimità costituzionale con una sentenza additiva, in quanto detto indennizzo non è, nella quasi totalità dei casi (in ciò sta la netta differenza rispetto alla diversa - anche per natura - indennità di esproprio), rapportabile a perdita di proprietà. Né può essere utilizzato un criterio di liquidazione ragguagliato esclusivamente al valore dell’immobile, in quanto il sacrificio subito consiste, nella maggior parte dei casi, in una diminuzione di valore di scambio o di utilizzabilità. Inoltre l’indennizzo per il protrarsi del vincolo è un ristoro (non necessariamente integrale o equivalente al sacrificio, ma neppure simbolico) per una serie di pregiudizi, che si possono verificare a danno del titolare del bene immobile colpito, e deve essere commisurato o al mancato uso normale del bene, ovvero alla riduzione di utilizzazione, ovvero alla diminuzione di prezzo di mercato (locativo o di scambio) rispetto alla situazione giuridica antecedente alla pianificazione che ha imposto il vincolo.
F.to: Renato GRANATA , Presidente