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Timestamp: 2018-10-16 07:59:27+00:00
Document Index: 12151456

Matched Legal Cases: ['art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art.2043', 'art. 13', 'art. 2059', 'art. 2059', 'sentenza ']

Il danno psichico e il danno psicologico ai confini del danno esistenziale
Il danno psichico e il danno psicologico
ai confini del danno esistenziale
Avv. Rodolfo Berti*
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L’argomento che mi è stato assegnato mi ha in un primo momento preoccupato non poco data la vastità del campo da trattare e soprattutto le origini che, partendo da lontano, si fondono ora con l’attualità. Poi però ad una maggior riflessione ho capito che sarebbe stato più semplice, e soprattutto più proficuo prima per me e poi per i miei ascoltatori, limitare la trattazione ad una indagine ermeneutica sulle definizioni di danno psichico e di danno psicologico in relazione al danno esistenziale, dando per scontato, necessariamente, che la storia di questi danni sia nota. Una prima considerazione mi sia però consentita: se oggi come non mai parliamo ancora di queste figure di danno, se abbiamo travalicato i confini della certezza del diritto ricorrendo al virtuale diritto vivente, è perché nonostante il valore uomo oggi sia riconosciuto in tutti gli ambiti del vivere civile come summa di valori umani attraverso le varie esplicazioni dell’individuo negli infiniti modi di essere e di realizzare la propria personalità, il nostro diritto è ancora vincolato nei ristretti limiti delle norme codificate preposte al risarcimento del danno che, nonostante gli sforzi da più parti compiuti, ancora resistono costringendo quindi i giuristi e le Corti a equilibrismi logico-giuridici per giustificare risarcimenti di danni, indubbiamente equi, ma non previsti dal nostro ordinamento. Le tre figure di danno di cui trattiamo immediatamente suscitano un sentimento di diffidenza dovuto alla evanescenza, alla incertezza e al sospetto di speculazione che, proprio per la loro indeterminatezza, non può non provarsi. Eppure dovremmo essere ormai abituati all’evanescenza di certi danni, perché sono 20 anni ormai che conviviamo con il danno biologico che, riguardando il danno alla persona come pura essenza di danno, più evanescente non può essere. Evanescenza però non vuol significare inesistenza e quindi relegare l’ipotetico danno fuori dei confini risarcitori del danno ingiusto perché, avendo doverosamente e necessariamente adottato nel nostro ordinamento il danno biologico, non possiamo non tener conto di altre ipotesi di danno che, a causa dell’emergere di una più compiuta visione del valore dell’individuo, vengono considerate e valutate come figure autonome di danno o come ulteriori aspetti di danni già noti. Ritenuto questo è quindi più facile per l’interprete partire dalla posizione concreta della esistenza di danni extra fisici, che riguardano cioè il comportamento, il modo di essere, il modo di porsi verso gli altri, la felicità e l’esistenza.
Quando ancora il danno biologico non era stato del tutto accettato e se ne discuteva l’appartenenza, le modalità, l’accertamento, si parlava però già del danno psichico(1) – P. Cendon 1984., sotto le due diverse versioni di danno conseguenza del danno fisico e di danno autonomo, essendo ovviamente la prima quella che poi altro non è che una ulteriore patologia mentale consequenziale ad una patologia fisica. La seconda è interessante perché per primo Cendon l’ha introdotta e poi, nel corso degli anni, l’ha elaborata con l’aiuto di altri giuristi quali Monateri e Ziviz, sino a farla confluire, o meglio defluire nella figura oggi più di moda del danno esistenziale. Su questa dicotomia del danno psichico si è dibattuto e ancora si dibatte perché si obbietta che laddove il danno psichico sia una conseguenza di una lesione fisica, altro non è che una componente dell’aspetto dinamico del danno biologico, anche con riflessi patrimoniali, mentre laddove si debba trattare di un danno psichico autonomo, cioè non conseguente ad una lesione fisica, ma quale danno ingiusto di per sé causato dall’altrui illegittimo comportamento, il problema è indubbiamente più ampio ed oggetto di molteplici interpretazioni che di volta in volta lo riconducono nei limitati confini del danno morale subbiettivo di cui all’art. 2059 c.c., nel danno biologico per lesione all’integrità psichica, individuato incidentalmente (e forse anche involontariamente) dalla Corte Costituzionale con la sentenza Mengoni(2) o, da ultimo, nell’ambito ben più vasto del neonato danno esistenziale sovrapponendo così evanescenza ad evanescenza con conseguenze drammatiche per l’interprete. Tre sono le categorie preposte alla interpretazione del diritto: gli elaboratori delle teorie che sono i giuristi; gli operatori del diritto che applicano le teorie, che sono gli avvocati; i giudici che interpretano le teorie elaborate della prima e applicate dalla seconda categoria al fatto. Dottrina quindi è il prodotto della prima categoria, giurisprudenza quello delle altre due. Non voglio con questo demeritare l’opera della prima categoria, che è anzi preziosa in quanto puntualmente elabora principi di tutela di disconosciuti diritti, ma questo è puro pensiero che poi deve essere imbrigliato da chi lo deve applicare al caso concreto e quindi sottoporre il risultato dell’incontro tra teoria e pratica al vaglio dell’interprete finale che è il giudice, che ne deve riconoscerne quindi la fondatezza. Se ho detto questo è perché dal mio punto di vista, quale operatore manuale del diritto, sono più portato alla concretezza che alla teoria perché quand’anche smanioso di eludere le regole del gioco per seguire suggestive ed intriganti tesi innovative, mi trovo sempre costretto a dover poi far sfoggio di equilibrio per rientrare nei limiti precisi del diritto codificato. Nei lunghi anni di professione, quale appassionato del diritto, mi sono convinto che il gioco debba per forza di cose essere condotto nei limiti delle norme, altrimenti si bara e la vittoria può essere anche amara. D’altra parte il nostro ordinamento, per quanto obsoleto e non più all’altezza delle più moderne esigenze ed aspettative di congrua giustizia risarcitoria, può prestarsi ancora ad essere ulteriormente dilatato, anche se non più di tanto, per consentirci di comprendere in esso queste figure di danno. Se il danno ingiusto aquiliano è la lesione alla integrità psico-fisica della persona, la prima cosa da accertare è se vi sia una lesione, per cui é inevitabile, accertato questo, acquisire certezza se si tratta di lesione fisica o di lesione psichica. Quest’ultima, che una volta veniva definita danno neurologico, è una patologia e niente altro di più, ed è compito del medico legale, che si avvale anche del consulto psichiatrico, determinarne l’entità e le influenze, anche se è un compito arduo perché al di là di quella sintomatologia oggettivamente riscontrabile, vi sono delle connotazioni indubbiamente soggettive che, variando da individuo ad individuo e in relazione a varie contingenze e precedenti, comportano una indagine estremamente difficile e che sovente rischia di influenzare o di essere influenzata dallo stesso esaminatore(3). Di scarsa importanza, ai fini della sua esistenza, è stabilire se il danno psichico sia una componente del danno ingiusto quale conseguenza dello stesso o un danno di per sé considerato quale unico danno patito dal soggetto, perché al di là delle metodologie accertative, in ogni caso costituisce pur sempre un danno di ordine neuro-psichico, cioè quel danno che pregiudica “il complesso dei fenomeni e delle funzioni che consentono all’individuo di formarsi un’esperienza di sé e del mondo e di agire di conseguenza”(4). Semmai sarà più semplice l’accertamento qualora sia una conseguenza patologica di una lesione fisica, posto che ad una gravissima lesione può senz’altro sommarsi una conseguenza psichica dovuta alla grave perdita della integrità, ma quand’anche sia l’evento stesso di danno, quale unico pregiudizio, si tratterà solo (anche se tra mille difficoltà) del criterio di accertamento da adottare. In questi casi è indubbio che il danno psichico sia danno biologico, nel senso di lesione alla salute psichica e vada quindi liquidato secondo i parametri relativi alla diminuzione della integrità che tale patologia comporta. Mi sono reso conto però che molto spesso si tende a indistintamente parlare di danno psichico e di danno psicologico senza sostanziali differenze, mentre sono convinto che il danno psicologico sia fondamentalmente diverso perché diversa è la disciplina scientifica che lo riguarda. Vi è infatti una profonda diversità tra lo psichiatra e lo psicanalista perché diverse sono le scienze delle quali si occupano. La psicologia è infatti una materia che ben poco ha della medicina e che studia “l’insieme di quei fenomeni che possono essere direttamente osservati soltanto da colui nel quale si determinano; è scienza della esperienza immediata”(5). Si tratta infatti di analizzare il comportamento individuale attraverso quelle componenti variabili soggettive che si estrinsecano con manifestazioni esteriori nell’ambito bio-psico-sociale.
La psicologia dunque riguarda l’individuo in sé stesso considerato, e quindi è lo studio di una sintomatologia soggettiva che va inquadrata nella realtà di quell’unico soggetto cioè del suo “io” più interiore. L’apprezzamento da parte dell’esaminatore è estremamente difficile perché sfugge ad analogie o equiparazioni, essendo la personalità individuale difforme da soggetto a soggetto e dunque non equiparabile proprio perché non costituisce una patologia ma solo un comportamento. Quello che chiamiamo danno psicologico può essere una componente del danno psichico perché una patologia dissociativa, o fobica, o isterica, o paranoica può manifestarsi anche attraverso una sintomatologia soggettiva, ma esiste anche il pregiudizio psicologico quale conseguenza di un danno ingiusto come afflizione della serenità e dell’esistenza: danno morale quindi o danno esistenziale? E qui entriamo forse nel vivo della questione, o meglio in quella nebulosa zona nella quale si annida il danno esistenziale alle soglie del danno morale e del danno biologico. Secondo alcuni autori (Monateri – Bona) il danno esistenziale si affiancherebbe al danno biologico mentre secondo altri (Cendon – Ziviz) il danno biologico sarebbe solo un aspetto del più vasto danno esistenziale, cioè quell’aspetto della lesione che sia accertabile con le metodiche della medicina legale, facendo rientrare in questa nuova figura tutti i danni non patrimoniali. Non mi compete, per fortuna, disaminare che cosa sia il danno esistenziale ma certo è che in questa accezione non può non comprendersi anche quella componente psicosomatica che indubbiamente deriva da una modificazione della personalità. Vi sono delle malattie cd. psicosomatiche (psoriasi, nevralgie ecc.) che non sono altro che manifestazioni esteriori di sofferenze psicologiche: nel caso del danno esistenziale invece le manifestazioni esteriori sono le modificazioni del vivere la vita quotidiana, cioè quel non fare più quello che si faceva prima a causa di un illegittimo comportamento che abbia compromesso la stabilità del quotidiano. La determinazione di siffatti pregiudizi sfugge ad una apprezzabilità concreta, e senz’altro ad un accertamento diagnostico secondo i criteri medico-legali, ma sfugge anche ad un accertamento diagnostico psichiatrico o psicologico, essendo il non plus ultra del soggettivo. Tra l’altro, per provarlo, si dovrebbe fornire una inammissibile prova negativa e soprattutto superare quello sbarramento che il nostro ordinamento prevede per la attribuibilità del danno ingiusto alla colpa, cioè la prevedibilità dell’evento.
Ricordo che al congresso di Milano, del novembre dello scorso anno, Rossetti sollevò il dubbio della prevedibilità di un siffatto danno e quindi l’impossibilità di imputarlo a titolo di colpa al danneggiante ma Cendon gli obiettò che ai fini dell’accertamento della sussistenza della colpa è necessario che sia prevedibile l’evento dannoso e non le sue conseguenze, cioè “colui il quale arreca ad altri un danno alla salute risponde del danno se poteva prevedere la lesione, sebbene le privazioni ingenerate dalla invalidità residuata alle lesioni, siano per lo più imprevedibili”(6).
Certo che il danno esistenziale, nelle aspettative di tutti, giuristi, operatori e giudici, è danno da individuarsi anche se la sua origine va ricercata in quella del danno biologico e nel processo di erosione dell’art. 2059 c.c..(7). Infatti se dobbiamo convenire con Monateri che il danno esistenziale non è valutabile con i criteri medico-legali, né accertabile come patologia psichica, essendo un aspetto ancor più puro del già puro danno alla persona, dobbiamo pur in qualche modo inquadrarlo per cui si tratta solo di mettersi d’accordo sulle definizioni, come avevo detto sin dall’inizio, allo scopo di non travalicare i limiti ormai traballanti della certezza del diritto aprendo la stura ad ulteriori monadizzazioni di infinite categorie di danni. A questo scopo possiamo mettere a confronto le tre figure di danno di cui abbiamo sommariamente trattato e cercato di definire, per vedere che cosa abbiano in comune e che cosa invece le distingua nettamente. Il danno psichico è una patologia e quindi rientra indubbiamente nell’ambito del danno biologico, sia che costituisca danno autonomo o sia invece una conseguenza di una patologia fisica. Il danno psicologico, quale danno a sintomatologia soggettiva e relativo alla modifica della personalità dell’individuo, può essere sia un ulteriore componente dinamica del danno biologico, sia danno morale subiettivo, quand’anche nei limiti dell’art. 2059 c.c., sia infine danno esistenziale se si manifesta in rinunce ad attività quotidiane di qualsiasi genere, in compromissioni delle proprie sfere di esplicazione personale, insomma in quel non facere che costituisce il presupposto delle perdite di utilità quotidiana.
E’ indubbio che per esempio il danno psichico, quale patologia, comporti una modificazione del vivere e dell’esistenza, ma in questo caso il cd. danno esistenziale sarà una conseguenza del danno biologico cioè una componente dinamica, perché se la lesione fisica o psichica mi impedisce di giocare a carte con gli amici, di curare il mio giardino, di andare al cinema, insomma di fare quello che comunemente prima facevo, è certo che costituisca un ulteriore pregiudizio dell’aspetto relazionale dinamico che appunto è componente del danno biologico. Diverso e più complesso è il caso in cui non vi sia una lesione né fisica né psichica, come per esempio il caso dell’ingiusto e vessatorio licenziamento, delle immissioni acustiche o del danno ambientale perché in tali ipotesi non c’è un danno conseguenza di una lesione psicofisica ma solo una modifica esistenziale del vivere la quotidianità: si tratta indubbiamente di una compromissione che ha sia una componente psicologica che una componente materiale (per esempio le immissioni acustiche o il danno ambientale mi impedisce di fatto di godere dei miei beni) di valenza esclusivamente soggettiva e di difficile apprezzamento anche per il nesso causale, la cui individuazione può essere influenzata dal diverso modo di approccio o dal tipo di indagine che si compie per il suo accertamento. Nell’altalenanza delle decisioni delle Corti sulla esistenza di un danno
ingiusto al di fuori della oggettiva lesione alla integrità psicofisica(8) nelle opposte conclusioni cui giungono i vari Autori(9) é assai arduo per l’interprete destreggiarsi tra cotanto dire senza lasciarsi fuorviare dalle opposte tesi parimenti convincenti. Ma non si può prescindere dalla considerazione che vi sono delle situazioni che causano danni ingiusti pur senza ledere l’integrità psicofisica della persona, come nel caso di forzato abbandono della casa avita pericolante, o della denigrazione mirata al discredito o, per fare un esempio attualissimo, il Mobbing che indubbiamente crea uno stato di alterazione nella esistenza del mobbizzato: in tali casi non c’è dubbio che sussista un danno ingiusto etiologicamente collegato al comportamento illegittimo che quindi va risarcito in forza dell’art.2043 c.c.. La difficoltà è semmai nella sua determinazione, cioè nell’individuare la sua consistenza, la sua durata, ma che esista non c’è dubbio. Non ammettere il risarcimento in tali casi equivarrebbe a lasciare senza tutela diritti riconosciuti da norme prioritarie quali gli artt.2, 3, 4, 13, 19, 29, 36, 37 della Costituzione che sanciscono la dignità dell’individuo, la sua libertà di pensiero, il diritto al lavoro, la libertà personale, la famiglia, la qualità del lavoro, la parità tra i sessi. D’altra parte la stessa giurisprudenza di legittimità si barcamena per trovare il modo di tutelare danni altrimenti misconosciuti quale il danno dei congiunti del macro leso riconoscendo loro un proprio danno morale anche se non vittime dirette del reato, o il danno del coniuge che per la perdita della capacità coeundi dell’altro non può più avere rapporti sessuali con questo: sono fictio juris, escamotage per coprire i vuoti del nostro ordinamento, perché in pratica si è risarcito il danno esistenziale. Pare proprio di rivivere quello che è già successo per il danno biologico quando il Tribunale di Genova negli anni 70(10) per primo parlò di tale danno, per poi riconoscerlo più aulicamente la Corte di Cassazione(11) ed infine, attraverso il pratico richiamo al diritto vivente, la Corte Costituzionale decretarne la nascita(12). Solo di recente il danno biologico è entrato nel nostro ordinamento e quindi riconosciuto dal diritto vigente con la pubblicazione del Decreto Legislativo di Attuazione della Legge di Riforma dell’Assicurazione Obbligatoria degli Infortuni sul Lavoro che all’art. 13 definisce il danno biologico come lesione alla integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico-legale della persona, affrancandone anche la diversificazione tra sfera statica e sfera dinamica. Infatti il danno esistenziale è entrato nel diritto vivente perché alcuni giudici di merito lo hanno riconosciuto(13), mentre la Cassazione ancora tergiversa apprezzandolo in pratica ma timorosa ancora di nominarlo: chissà che in un prossimo futuro la Corte Costituzionale non lo adotti?. Se ciò non avverrà, sarà solo perché il legislatore modificherà, eliminandoli, i limiti dell’art. 2059 c.c. come appare probabile dal progetto di legge di riforma del danno alla persona elaborato dalla commissione ISVAP. E infatti nella sua attuale formulazione l’art. 2059 è un ostacolo concreto per il riconoscimento giuridico di tale danno perché è indubbio che sia un danno extrapatrimoniale ma è altrettanto indubbio che possa essere non solo conseguenza di un fatto reato ma di qualsiasi comportamento che, causando danno ingiusto, determini una modificazione esistenziale. Siamo sempre di fronte al bavaglio del danno extrapatrimoniale così come lo eravamo per il danno biologico per il quale però la Corte Costituzionale si è arroccata in una strenua difesa dell’integrità della sanzione privata che è appunto rappresentata dal danno morale.
E’ con particolare piacere che ho seguito, in un recente congresso tenutosi nel dicembre scorso a Bologna,
l’intervento di Franzoni che ha sostenuto una tesi da me da sempre condivisa(14): non c’è bisogno di eliminare il danno extrapatrimoniale, così come è previsto nel progetto ISVAP, sostituendolo con il danno morale non più limitato alle ipotesi previste dalla legge, perché sarebbe sufficiente invece semplicemente creare una cella di appartenenza del danno morale subiettivo come conseguenza diretta e limitata alle ipotesi di reato, riconoscendogli quindi quella valenza di sanzione privata che ha sempre avuto sin dal tempo della lex aquilia, di modo che rimanga quello che è sempre stato e cioè una diversa ed ulteriore forma di riparazione della gravità offensiva che il reato ha causato, essendo indubbio che un delitto comporta una offensività maggiore di un illecito civile. Quindi un ulteriore conseguenza dannosa limitata a determinati casi, consentendo però, nello stesso tempo, che il danno extrapatrimoniale, quello cioè non legato a parametri reddituali, venga ugualmente risarcito sia quale conseguenza di un reato sia quale conseguenza della responsabilità civile o della responsabilità contrattuale. D’altra parte la Cassazione ha già richiamato nell’ambito della responsabilità contrattuale ipotesi di colpa che prima erano rapportate alla responsabilità aquiliana da fatto illecito, come è avvenuto per la recente sentenza della III Civile della Cassazione n. 589 del 1999 che ha definito la responsabilità dei sanitari dipendenti dal Servizio Nazionale Sanitario una responsabilità contrattuale da contatto sociale(15).
E’ quindi mia convinzione che il danno psichico sia sempre e necessariamente un danno biologico rappresentato da una lesione alla integrità psichica e quindi “suscettibile di accertamento medico-legale” , mentre il danno psicologico può essere una forma morbosa di manifestazione del danno psichico o un modo di esteriorizzare una sofferenza comportamentale modificativa della personalità e del modo di vivere la propria vita rispetto a prima che quindi appartenga a quello che oggi viene definito danno esistenziale ma che in un prossimo futuro potrebbe riassumere la sua legittima identità di danno morale.
(1) Il prezzo della follia. Lesione della salute mentale e responsabilità civile
(2) Corte Costituzionale 27/10/1994 n. 372 in Corr. Giur. 1994, 12, 1455.
(3) Danno psichico. Brondolo – Marigliano; Ed. Giuffré 1996.
(4) Brondolo – Marigliano Op. Cit.
(5) Psicologia generale. Cesa, Bianchi, Massimini, Poli; Bologna 1989.
(6) Danno esistenziale: adesione iconoclastia od ????? ?. Rossetti – Danno e Resp. n. 2/2000, 209.
(7) Il nuovo danno alla persona. Monateri, Bona, Oliva; Giuffrè 1999, 17.
(8) Contra: Cass. Civ. Sez. III 3/2/1999 n° 911 Resp. Civ. e Prev. 1999,753 con nota di Ziviz; a favore: Cass. Civ. Sez. III 7-2-1994 n° 1219 Sez. Lav. in Resp. Civ. e Prev. 1995, 756.
(9) Monateri, Alle soglie di una nuova categoria risarcitoria: il danno esistenziale. Danno e Resp. 1999, 593; Cendon, Il prezzo della follia. 1994; Ziviz, La tutela risarcitoria della persona. Giuffrè 1999, da una parte; Alpa, La responsabilità civile. Giuffrè 1999, 410; Busnelli in Resp. Civ. e Priv. 1997, 917 dall’altra.
(10) Trib. Genova 25/5/1974 in Giur. It. 1975, I, 2; Trib. Genova 30/5/1974 in Resp. Civ. e Prev. 1975, 415.
(11) Cass. Civ. S. U. 6/10/1979 n. 5172 in Resp. Civ. e Prev. 1979, 715.
(12) Corte Cost. 14/7/1986 n. 184 in Foro It. 1986, I, 2053.
(13) Giud. di Pace Casamassima 10/6/1999; Trib. Milano 21/10/1999 in Resp. Civ. e Prev. 1999, 1335 con note Ziviz.
(14) Quel che resta del danno morale. Berti – Conf. Ancona 1996 atti in Orientamenti di Giur. Marchigiana 1996.
(15) Cass. Civ. Sez. III 22/1/1999 n. 589 in Resp. Civ. e Prev. 1999, 652.
*Avvocato, Ancona