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Timestamp: 2017-11-23 11:13:14+00:00
Document Index: 184838440

Matched Legal Cases: ['art. 603', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 603', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 567', 'art. 603']

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1#ART 600 TER DOLO
La responsabilità penale dell’imputato è stata ritenuta sussistente sulla base dei risultati di indagini svolte dalla polizia postale, la quale si è connessa per rilevare la lista di utenti collegati alla rete internet e condividenti, tramite un sistema peer to peer, file rispondenti alla ricerca di immagini di contenuto pedopornografico attraverso parole chiave del tipo “pedo” o “YR”, eventualmente accompagnate da indicazioni relative all’età dei soggetti ritratti. Tale procedura aveva consentito di cogliere quali utenti fossero in rete in una determinata fascia oraria per condividere file di contenuto pedopornografico, e tra questi era stato individuato il nickname M., nella cui cartella di condivisione era stato trovato un file contenente un’immagine dal contenuto chiaramente pedopornografico, sia per le caratteristiche della stessa, sia per la sua etichettatura *11 (riferito all’età YR E.). Quanto alla volontarietà della condivisione dell’immagine in rete, questa è stata desunta dalle caratteristiche del programma di condivisione e la consapevolezza che, una volta scaricati i file sarebbero stati divulgati, la perquisizione svoltasi circa nove mesi dopo l’acquisizione dell’immagine incriminata, la polizia postale aveva ritrovato nel cestino del computer, che si trovava nella camera dell’imputato, altre immagini di contenuto pedopornografico.
affinché sussista il dolo del reato di cui all’art. 603-ter. Comma 3, c.p., occorre che sia provato che il soggetto abbia avuto, non solo la volontà di procurarsi materiale pedopornografico, ma anche la specifica volontà di distribuirlo, divulgarlo, diffonderlo o pubblicizzarlo, desumibile da elementi specifici e ulteriori rispetto al mero uso di un programma di file sharing. Va ricordato, infatti, che l’art. 600-ter, comma 3, c.p. punisce, tra l’altro, chiunque «con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza» materiale pedopornografico. Si tratta, nei singoli casi concreti, di questione interpretativa abbastanza delicata, perché il sistema dovrebbe essere razionalmente ricostruito giungendo a soluzioni che tengano conto delle effettive caratteristiche e delle concrete modalità di utilizzo di programmi del genere da parte della massa degli utenti e che,nello stesso tempo,soddisfino l’esigenza di contrastare efficacemente una assai grave e pericolosa attività illecita, quale la diffusione di materiale pornografico minorile, cercando però di evitare di coinvolgere soggetti che possono essere in piena buona fede o che comunque possono non avere avuto nessuna volontà o addirittura consapevolezza di diffondere materiale illecito, soltanto perché stanno utilizzando questi (e non altri) programmi di condivisione, e cercando altresì di evitare che si determini di fatto la scomparsa di programmi del genere. Del resto, le due suddette esigenze ben possono essere entrambe soddisfatte perché, con indagini adeguate, è possibile accertare chi stia davvero agendo col dolo di diffondere e non solo con quello di acquisire e con la consapevolezza del vero contenuto dei file detenuti
Una diversa interpretazione, secondo cui la semplice volontà di procurarsi un file illecito utilizzando un programma timo Emule o simili, implicherebbe, di per se stessa e senza altri elementi di riscontro, sempre e necessariamente anche la volontà di diffonderlo (solo in considerazione della modalità di funzionamento del programma e del fatto che questo permette l’upload anche senza alcun intervento di un soggetto che concretamente metta il file in condivisone), porterebbe a configurare una sorta di presunzione iuris et de iure di volontà di diffusione o una sorta di responsabilità oggettiva, fondate esclusivamente sul fatto che, per procurarsi il file, il soggetto sta usando un determinato programma di condivisione e non un programma o un metodo diversi. (Sez. III, 12 gennaio 2010, n. 11082; Sez. III, 7 novembre 2008, n. 11169).
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE – SENTENZA 28 novembre 2011, n.44065 – Pres. Petti – est. Andronio
mRitenuto in fatto
2. Avverso la sentenza, l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, tramite il difensore, evidenziandone l’annullamento e lamentando, in primo luogo, la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in quanto gli elementi indiziari utilizzati ai fini della prova per l’individuazione dell’imputato quale autore del fatto sarebbero mere congetture. In particolare: a) quanto allo username (…) e al nickname M. usato per l’accesso al servizio di file sharing (…), la Corte di appello non avrebbe tenuto conto del fatto che nel nucleo familiare dell’imputato esistono altri soggetti che avrebbero facilmente potuto utilizzare il computer in questione; b) quanto all’orario della connessione cioè le 15.38 di un giorno lavorativo, esso non consentirebbe alcuna presunzione relativa al fatto che i genitori dell’imputato fossero intenti in attività lavorative, trattandosi di un artigiano, per definizione privo di orario, e di una casalinga; c) quanto alla tipologia del programma, particolarmente utilizzato dai giovani per lo scambio file attraverso la rete, essa non proverebbe nulla, perché il fenomeno della pedopornografia è ormai diffuso anche tra i giovanissimi, tanto che sarebbe potuta essere stata la sorella dell’imputato, di 13 anni all’epoca dei fatti, a scaricare il file in questione; d) il fatto che al momento della perquisizione, svoltasi circa nove mesi dopo la connessione illecita, siano stati trovati nell’hard disk del computer, seppure nel cestino, altre immagini a contenuto pedopornografico non proverebbe nulla, sia perché la presenza delle immagini nel cestino escludeva la volontà di mettere in condivisione con altri utenti, sia perché il computer era utilizzato potenzialmente da tutti gli appartenenti alla famiglia.
3.1 – Il primo motivo di doglianza – con cui si deduce la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in quanto gli elementi indiziari utilizzati ai fini della prova per l’individuazione dell’imputato quale autore del fatto sarebbero mere congetture – è infondato.
La sentenza censurata reca, infatti, una motivazione completa e coerente sul punto dell’ascrivibilità del download e della detenzione del file incriminati all’imputato, perché evidenzia, quali elementi decisivi, lo username e il nickname, formati con la parola M. nome dell’imputato, e soprattutto la presenza del computer in camera sua all’atto della perquisizione, presenza segnalata agli inquirenti dallo stesso imputato.
3.2 – Del pari infondato è il terzo motivo di ricorso, con cui si denuncia il difetto di motivazione della sentenza impugnata in relazione alla circostanza che all’esame del file si potesse desumere senz’ombra di dubbio, il contenuto osceno della foto e la minore età della persona ritratta.
Correttamente, infatti, la sentenza censurata evidenzia che, al di là della maggiore o minore nitidezza dell’immagine, legata alla sua dimensione, il file aveva una denominazione tale da riferirsi inequivocabilmente ad un soggetto minorenne di sesso femminile. A ciò deve, peraltro, aggiungersi che la presenza di foto dello stesso tipo nel cestino del computer è elemento che conferma la consapevolezza, in capo all’imputato, dell’illiceità delle immagini scaricate.
Come evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte, affinché sussista il dolo del reato di cui all’art. 603-ter. Comma 3, c.p., occorre che sia provato che il soggetto abbia avuto, non solo la volontà di procurarsi materiale pedopornografico, ma anche la specifica volontà di distribuirlo, divulgarlo, diffonderlo o pubblicizzarlo, desumibile da elementi specifici e ulteriori rispetto al mero uso di un programma di file sharing. Va ricordato, infatti, che l’art. 600-ter, comma 3, c.p. punisce, tra l’altro, chiunque «con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza» materiale pedopornografico. Si tratta, nei singoli casi concreti, di questione interpretativa abbastanza delicata, perché il sistema dovrebbe essere razionalmente ricostruito giungendo a soluzioni che tengano conto delle effettive caratteristiche e delle concrete modalità di utilizzo di programmi del genere da parte della massa degli utenti e che,nello stesso tempo,soddisfino l’esigenza di contrastare efficacemente una assai grave e pericolosa attività illecita, quale la diffusione di materiale pornografico minorile, cercando però di evitare di coinvolgere soggetti che possono essere in piena buona fede o che comunque possono non avere avuto nessuna volontà o addirittura consapevolezza di diffondere materiale illecito, soltanto perché stanno utilizzando questi (e non altri) programmi di condivisione, e cercando altresì di evitare che si determini di fatto la scomparsa di programmi del genere. Del resto, le due suddette esigenze ben possono essere entrambe soddisfatte perché, con indagini adeguate, è possibile accertare chi stia davvero agendo col dolo di diffondere e non solo con quello di acquisire e con la consapevolezza del vero contenuto dei file detenuti. Una diversa interpretazione, secondo cui la semplice volontà di procurarsi un file illecito utilizzando un programma timo Emule o simili, implicherebbe, di per se stessa e senza altri elementi di riscontro, sempre e necessariamente anche la volontà di diffonderlo (solo in considerazione della modalità di funzionamento del programma e del fatto che questo permette l’upload anche senza alcun intervento di un soggetto che concretamente metta il file in condivisone), porterebbe a configurare una sorta di presunzione iuris et de iure di volontà di diffusione o una sorta di responsabilità oggettiva, fondate esclusivamente sul fatto che, per procurarsi il file, il soggetto sta usando un determinato programma di condivisione e non un programma o un metodo diversi. (Sez. III, 12 gennaio 2010, n. 11082; Sez. III, 7 novembre 2008, n. 11169).
Venendo al caso in esame, deve rilevarsi che, da quanto emerge dalla descrizione del fatto contenuta nella sentenza censurata, l’imputato ha sicuramente commesso la condotta prevista e punita come reato dall’art. 609-quater cod. pen., essendosi consapevolmente procurato (scaricandone uno da altri utenti attraverso il programma Kazaa) ed avendo consapevolmente detenuto file pedopornografici. La Corte d’appello ha però qualificato il fatto ai sensi dell’art. 600-ter, comma 3, invece che ai sensi dell’art. 600-quater cod. pen.; e ciò, sulla base della sola circostanza che l’imputato stava utilizzando il programma di file sarin Kazaa, ossia ravvisando in sostanza nell’utilizzazione di tale programma una sorta di responsabilità oggettiva.
Tale qualificazione appare, dunque, erronea, perché, come si è già osservato, la pronuncia censurata ha sostanzialmente ritenuto che la sola condotta di essersi procurato i file pedopornografici mediante la utilizzazione di un programma di condivisione integri il reato di divulgazione del materiale, a prescindere dalla sussistenza di ulteriori specifici elementi in tal senso.
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BOLOGNA DECRETO CITAZIONE GIUDIZIO DIRITTO PENALE AVV PENALE BOLOGNA L’accoglimento dell’impugnazione del P.G. distrettuale assorbe e vanifica le doglianze espresse con il ricorso dell’imputato (OMISSIS), rendendone ultronea l’analisi. Senza sottacersi, per completezza espositiva, che – diversamente da quanto sostenuto nell’odierno ricorso del (OMISSIS) – l’atto di appello dell’imputato contro la sentenza di condanna del Tribunale non ha dedotto la nullita’ dell’udienza preliminare, ma u’ limitandosi ad addurre la generica mancata conoscenza del procedimento da parte dell’imputato – ha postulato la nullita’ della notificazione del solo decreto dispositivo del giudizio, nulla adducendo in punto di rituale instaurazione dell’udienza preliminare.
REATO ALTERAZIONE DI STATO art. 567, 2° comma, c.p...
Questo articolo è stato pubblicato in AVVOCATO PENALISTA AVVOCATO PENALE e taggato come c.p, dolo del reato di cui all’art. 603-ter. Comma 3 il 22 luglio 2016 da Armaroli
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