Source: http://www.medialaws.eu/il-riconoscimento-della-tutela-costituzionale-del-diritto-alla-privacy-in-india/
Timestamp: 2019-04-25 23:43:04+00:00
Document Index: 182651232

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 141', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 141', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 19', 'art. 20', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 14', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 20']

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By Monica Senor on	 December 6, 2017 Comments, Note
TAGS: data protection, dignità, diritti fondamentali, libertà personale, privacy, privacy informazionale
Nota a Corte suprema indiana, 24 agosto 2017
Il diritto alla privacy è un diritto fondamentale dell’uomo che trova riconoscimento costituzionale in quanto connaturato al diritto alla vita ed alla libertà personale tutelati dall’art. 21 nonché alle altre libertà garantite nella Parte III della Costituzione indiana, con espresso annullamento della precedente giurisprudenza contraria e vincolante.
Sommario: 1. Premessa. – 2. Il caso. – 3. I precedenti vincolanti. – 3.1. Il caso M P Sharma. – 3.2. Il caso Kharak Singh. – 4. Le motivazioni della sentenza. – 4.1. La privacy è un diritto naturale. – 4.2. Il superamento dei precedenti giurisprudenziali contrari. – 4.3. Il riconoscimento costituzionale del diritto alla privacy. – 4.4 L’essenza del diritto alla privacy. – 4.5. L’informational privacy. – 5. Riflessioni conclusive.
In data 24 agosto 2017, con una importante sentenza[1], la Corte Suprema dell’India ha riconosciuto che il diritto alla privacy è un diritto fondamentale dell’uomo riconducibile all’art. 21 della Costituzione indiana che tutela il diritto alla vita ed alla libertà personale ed alle libertà garantite dalla Parte III della stessa Costituzione[2].
La Parte III tutela i diritti fondamentali; in particolare l’art. 21 sancisce che nessuno possa essere privato della vita o della libertà personale se non in forza di una procedura prevista per legge[3].
L’art. 141 della Costituzione prevede che il sistema delle fonti del diritto si debba conformare alla regola del precedente giudiziario vincolante, caratteristica degli ordinamenti giuridici di common law[5].
L’art. 348, comma 1, stabilisce che tutti i procedimenti e le decisioni della Corte Suprema e delle High Court, nonché gli atti dei Parlamenti dei singoli Stati e dell’Unione siano redatti in lingua inglese[6].
I precedenti vincolanti
Nella sentenza in commento la prima grande questione giuridica affrontata dalla Corte Suprema riguarda la presenza ostativa di due importanti precedenti giudiziari, vincolanti ai sensi dell’art. 141 della Costituzione indiana.
Alla Corte era stata sottoposta la questione relativa alla legittimità costituzionale dell’art. 96, comma 1, del codice di procedura penale indiano in materia di perquisizione e sequestro di cose e documenti con riferimento agli artt. 19[12] e 20, comma 3,[13] della Costituzione indiana. In particolare, era stato chiesto alla Corte di pronunciarsi in merito alla legittimità delle attività investigative di perquisizione e sequestro rispetto al divieto di auto-incriminazione costituzionalmente protetto.
Kharak Singh aveva sollevato la questione di legittimità costituzione di tale regolamento con riferimento agli artt. 19 e 21 della Costituzione indiana.
La Corte, con sentenza emessa il 18 dicembre 1962, aveva dichiarato invalido il regolamento di polizia nella parte in cui prevedeva i controlli notturni per violazione dell’art. 21 della Costituzione. I giudici, richiamando antichi e consolidati principi giurisprudenziali anglosassoni (every man’s house is his castle), avevano riconosciuto l’inviolabilità del domicilio contro le intrusioni non autorizzate, facendo discendere il principio dalla “ordered liberty” garantita dall’art. 21 della Costituzione indiana.
Tuttavia, nel valutare la legittimità delle altre disposizioni del regolamento di polizia impugnato, tra cui la sottoposizione dei soggetti sorvegliati a questionari periodici, a segnalazioni da parte del personale delle forze dell’ordine ed al monitoraggio dei loro dei movimenti, la Corte riteneva che non fosse ravvisabile una violazione della libertà di movimento prevista dall’art. 19, né poteva essere ravvisata, come sostenuto dal ricorrente, una violazione della privacy in quanto diritto non espressamente garantito dalla Costituzione indiana.
Partendo dal caso M P Sharma, la Corte osserva come l’enunciazione del principio secondo cui, in assenza di un esplicito diritto parificabile al IV Emendamento americano, non possa essere riconosciuto in India un diritto alla privacy a livello costituzionale, sebbene molto rigorosa, invero, è da considerarsi ultronea rispetto thema decidendum. I Giudici del ‘54, infatti, in motivazione, avevano escluso la violazione del divieto di autoincriminazione (art. 20 Costituzione indiana), in caso di esecuzione di decreti di perquisizione e sequestro, sulla base del fatto che questi ultimi sono atti coercitivi emessi ed eseguiti dall’autorità giudiziaria che non obbligano il soggetto indagato a tenere comportamenti o rilasciare dichiarazioni contra se: l’affermazione che alla privacy non debba essere riconosciuta una tutela costituzionale è stata dunque del tutto secondario ed inconferente rispetto alla questione di legittimità costituzionale sottoposta a giudizio.
Il principio a cui si è omologata tutta la giurisprudenza successiva è, dunque, un principio che è stato espresso in modo incidentale e senza i dovuti approfondimenti; soprattutto, scrive la Corte, i Giudici della sentenza M P Sharma non hanno esaminato (e quindi neanche escluso) l’ipotesi che la riservatezza possa essere un diritto costituzionalmente protetto da altre disposizioni che garantiscono diritti fondamentali, come l’art. 21 della Costituzione indiana.
In merito al caso Kharak Singh, invece, la Corte sottolinea come la sentenza non contenga nessun richiamo esplicito alla pronuncia M P Sharma. Le motivazioni della majority opinion in Kharak Singh sono, infatti, essenzialmente divise in due parti: la prima concerne l’illegittimità del regolamento di polizia sulle visite domiciliari notturne, mentre la seconda riguarda il resto del regolamento. Nella motivazione relativa alla prima parte (in cui è stata affrontata la questione sotto il profilo dell’inviolabilità del domicilio), i Giudici del ’62, pur non utilizzando mai espressamente la parola privacy, avevano tuttavia fatto riferimento alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti Wolf v. Colorado del 1949[20], che si occupa del diritto alla privacy. Inoltre, nel dichiarare illegittimo il regolamento di polizia relativamente alle visite domiciliari notturne per violazione dell’art. 21 della Costituzione indiana, a parere dell’attuale Corte Suprema, i Giudici di Kharak Singh hanno dato un’interpretazione ampia del diritto alla libertà protetto dall’art. 21 che include il godimento di tutte le facoltà che afferiscono a tale diritto fondamentale.
Soprattutto negli ultimi tre decenni, la giurisprudenza della Corte ha sempre più spesso riconosciuto il diritto alla privacy come parte integrante del diritto alla vita ed alla libertà e delle libertà enunciate nell’art. 19 della Costituzione indiana: i casi riportati nella sentenza in commento sono numerosi e vanno da questioni attinenti alla pubblicazione di materiale relativo ad un condannato a morte (caso Rajagopal del 1994), alle intrusioni nella sfera privata da parte delle forze di polizia (caso PUCL del 1997), , alla divulgazione dello status di HIV (caso Mr X del 1998), alle preferenze alimentari (caso Hinsa Virodhak Sangh del 2008), all’interruzione di gravidanza (caso Suchita Srivastava del 2009), alle prove scientifiche nelle indagini penali (caso Selvi del 2010), alla divulgazione del contenuto di conti bancari accesi all’estero (caso Ram Jethmalani del 2001), fino ai diritti dei transgender (caso NALSA del 2014)[21].
E la Corte, nella sua funzione di giudice costituzionale, si autoriconosce non solo la competenza ma anche il dovere di definire la natura e l’estensione dei diritti alla luce dei diritti e delle libertà che sono costituzionalmente protette. La giurisprudenza degli ultimi decenni aveva già esercitato tale funzione individuando nell’art. 21 della Costituzione indiana un insieme di garanzie che proteggono diversi aspetti della dignità personale: l’art. 21, infatti, tutela la vita non solo nel senso materiale di esistenza fisica, ma comprende tutte quelle facoltà a cui la vita è correlata. Al contempo, l’interpretazione sistematica ed evolutiva degli artt. 14, 19 e 21 ha dato vita ad una giurisprudenza che riconosce l’interrelazione tra diritti fondamentali al fine di garantire tutela costituzionale ad ogni aspetto della vita sociale.
Osserva, infine, la Corte come in passato sia stato pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza che un diritto fondamentale ne possa ricomprendere o possa riflettere il valore essenziale di un altro, che in tal modo viene, di rimando, riconosciuto come diritto parimenti fondamentale[23]: con questa ratio è stato sancito che la libertà di espressione comprende la libertà di la stampa così come l’art. 21 comprende il diritto alla salute, il diritto di conoscere, il diritto a ricevere un’educazione e tutta una serie di diritti connessi al diritto ed alla procedura penale.
Libertà è, invero, un concetto più ampio di privacy, ma se è vero che non tutte le libertà possono essere esercitate in privato, è altresì vero che alcune possono essere soddisfatte solo preservando uno spazio privato personale.
In particolare, ogni futura disciplina legislativa dovrà tenere conto del fatto che la Corte, con la sentenza in commento, ha definito la privacy come un elemento sostanziale del diritto alla vita e alla libertà personale di cui all’art. 21 ed un valore costituzionale incarnato nelle libertà fondamentali incorporate nella Parte III della Costituzione indiana.
Alla luce di tali principi, a parere dei Giudici supremi, laddove l’Unione indiana decidesse di legiferare in tema di tutela dei dati personali, dovrà essere messo in atto un sistema che soddisfi tre presupposti minimi che derivano dall’interdipendenza dei diritti fondamentali di cui il diritto alla privacy è espressione: 1) innanzitutto, qualsiasi limitazione del diritto alla privacy (informazionale e non) dovrà essere prevista per legge atteso che l’art. 21 della Costituzione indiana prevede che nessuno possa essere privato della vita o della libertà personale se non in conformità ad una procedura stabilita per legge; 2) qualunque limitazione del diritto alla privacy dovrà soggiacere al principio di necessità, inteso come perseguimento di un legittimo scopo statale, atteso che l’art. 14 della Costituzione indiana costituisce una garanzia contro azioni arbitrarie dello Stato; 3) qualunque limitazione del diritto alla privacy dovrà, infine, rispettare il principio di proporzionalità, nel senso che i mezzi adottati dal legislatore dovranno essere proporzionali rispetto all’oggetto e agli obiettivi della legge, essendo la proporzionalità, al pari della necessità, un requisito di garanzia contro azioni arbitrarie dello Stato.
Per comprendere l’importanza del concetto basti pensare al fatto che la giurisprudenza italiana, attraverso la riconduzione della riservatezza sotto l’egida dell’art. 2 della nostra Costituzione italiana che tutela il diritto alla dignità personale, ha di fatto sottratto a tale diritto (ed alla protezione dei dati personali che ad esso viene ricondotto), le garanzie della doppia riserva di legge e di giurisdizione previste a tutela delle nostre libertà fondamentali con conseguente minore efficacia concreta della sue protezione costituzionale.
[12] L’art. 19 della Costituzione indiana protegge una serie di libertà fondamentali tra cui la libertà di espressione, di assemblea, di circolazione, di residenza, di praticare una professione, un’occupazione, un commercio o degli affari.
[13] L’art. 20, comma 3, della Costituzione indiana prevede che: «No person accused of any offence shall be compelled to be a witness against himself».
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