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Timestamp: 2019-08-26 05:59:19+00:00
Document Index: 184281015

Matched Legal Cases: ['art. 669', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 14', 'art. 4']

Avvocati foro Novara Bossi Buscaglia Dulio: processi diritto penale, del lavoro, civile. Avvocato per causa divorzio licenziamento furto truffa incidente sinistro stradale - » Procreazione assistita. Una interessante pronuncia del Tribunale di Catania in merito all’ applicazione della legge 40/2004. Tribunale di Catania – Sezione Prima Civile – Ordinanza 3 maggio 2004
Procreazione assistita. Una interessante pronuncia del Tribunale di Catania in merito all’ applicazione della legge 40/2004. Tribunale di Catania – Sezione Prima Civile – Ordinanza 3 maggio 2004
Procreazione assistita. Una interessante pronuncia del Tribunale di Catania in merito all’applicazione della legge 40/2004
Tribunale di Catania – Sezione Prima Civile – Ordinanza 3 maggio 2004 – Ordinanza.
Giudice Dr. Felice Lima
Letti gli atti del procedimento n. 4612/04 R.G.Presidenza, relativo al ricorso ex art. 669 bis e segg. c.p.c. proposto da M. A. e R. F. contro G. A.;
«I signori M. A. e R. F. contraevano matrimonio il _____.
Nel 1999 i signori M. – R. si recavano presso il dott. A. D., il quale, dopo avere effettuato ulteriori indagini nel corso del 1998 (all. 4) e 1999 (all. 5), sottoponeva la coppia ad un primo tentativo di riproduzione assistita mediante inseminazione intrauterina.
Dopo un periodo di pausa, nel novembre del 2000, i coniugi decidevano di ritentare, ricorrendo ad una ulteriore inseminazione intrauterina.
Il _____ 2001 la signora M. otteneva una gravidanza biochimica, rilevabile solo ai test ematici, anch’essa arrestatasi dopo i primi giorni (all. 9 e 10).
Solo alla fine del 2002 i coniugi venivano a conoscenza della esistenza della possibilità della diagnosi genetica prima dell’impianto. Tale indagine può essere effettuata solo all’interno di un programma riproduttivo di fecondazione in vitro e avrebbe consentito alla coppia M. – R., da una parte, di individuare in fase precoce l’eventuale trasmissione della malattia genetica di cui ambedue i coniugi sono portatori, risolvendo il problema di ordine genetico e, al contempo, di poter trovare soluzioni indicate alla loro infertilità.
Il ____ 2002 i signori M. – R. si recavano presso il Centro *** di Catania, uno dei pochi centri in Italia specializzato nella diagnosi genetica di preimpianto e in particolare nella diagnosi della talassemia e drepanocitosi.
Il ____ 2003 veniva avviato il protocollo riproduttivo (all. 18) con una prima stimolazione e con la produzione di circa 30 follicoli a cui seguiva un prelievo ovocitario con successiva fecondazione in vitro con il cosiddetto metodo ICSI che aveva per effetto la formazione di 6 embrioni, di cui uno solo, dopo l’esecuzione dell’analisi genetica pre-impianto per la talassemia risultava non malato. Tale embrione veniva quindi trasferito in utero.
A fine gennaio 2004 i signori ritornavano presso il Centro *** per effettuare un ulteriore tentativo e avviavano i protocolli diagnostici (all. 19).-
I due coniugi, tuttavia, dopo una riflessione attenta, legata soprattutto alla eventualità di trasmettere il gene della talassemia al futuro nascituro, richiedevano in data 23 aprile 2004 per iscritto al Centro *** di procedere alla diagnosi genetica pre-impianto ai sensi dell’art. 14 comma 5 della Legge e, all’esito delle risultanze di questa, di non impiantare gli embrioni eventualmente malati (si allega lettera – all. 21).
Il dottor G., direttore responsabile del Centro ***, ribadiva ai coniugi che, in forza della nuova normativa, tale richiesta non era esaudibile sussistendo l’obbligo di contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti (art. 14 secondo comma) (all. 22)».
Quel dibattito è stato seguito – com’era logico e giusto che accadesse – dall’opinione pubblica del paese ed è stato oggetto, nelle più diverse sedi, di confronti che hanno messo in luce i moltissimi profili di rilievo della normativa in questione.
Ciò impone a coloro ai quali la legge si rivolge – cittadini, medici, operatori del diritto – un ancor più attento (se possibile) scrupolo deontologico e un ancor più rigoroso autocontrollo nell’esercizio dei proprio poteri e nell’adempimento dei propri doveri, onde non arrogarsi – con l’alibi del perseguimento di una maggiore “giustizia sostanziale” – il potere di dare o negare e a quali condizioni la salute e la vita.
In particolare, fra l’altro, «la volontà può [potrà] essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma [solo] fino al momento della fecondazione dell’ovulo», ma, mentre la facoltà di revoca da parte dei futuri genitori è, «fino al momento della fecondazione dell’ovulo», piena e del tutto libera, quella del medico è limitata dal 4° comma dell’art. 6, che dispone: «Fatti salvi i requisiti previsti dalla presente legge, il medico responsabile della struttura può decidere di non procedere alla procreazione medicalmente assistita, esclusivamente per motivi di ordine medico-sanitario. In tale caso deve fornire alla coppia motivazione scritta di tale decisione».–
Ciò è espressamente e inequivocabilmente proibito dalla legge 40/2004, sotto pena della reclusione fino a tre anni e della multa da 50.000 a 150.000 euri (art. 14, comma 6 della legge).-
Dispone, infatti, il 1° comma dell’art. 14 della legge che «è vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni».–
Da questa disposizione e da quella contenuta nel 3° comma della stessa norma discende l’obbligo di trasferire immediatamente o comunque «non appena possibile» gli embrioni nell’utero della donna.-
I procuratori del dr G. sostengono nella loro memoria di costituzione (cfr, in particolare, pag. 3 di quell’atto) che questo dettato normativo sarebbe conseguente al fatto che «alcuni aspetti [della materia] sarebbero sfuggiti o sarebbero stati sottovalutati dal legislatore».
I procuratori dei signori M. e R. affermano nel loro ricorso (cfr, in particolare, pag. 8 di quell’atto) che «un elemento – che i ricorrenti, in quanto talassemici ritengono opportuno sottolineare, anche se non impeditivo del loro caso specifico – è rappresentato dalla mancata considerazione da parte della normativa in oggetto delle problematiche relative alle patologie genetiche».-
Emerge, infatti, dalla letture delle diverse relazioni – di maggioranza e di minoranza – che hanno accompagnato le proposte di legge dalle quali è scaturita poi la 40/2004, di tutti gli atti parlamentari che le riguardano e dei resoconti dei lavori in commissione e in aula, che tutte le questioni poste in questa sede dai ricorrenti e dal convenuto sono state affrontate e discusse in Parlamento, con il rigetto di tutte le istanze di coloro che, come auspicato dal dr G., chiedevano al Parlamento di consentire la selezione degli embrioni con riferimento alle loro condizioni di salute.
Il legislatore ha scelto che la legge sulla procreazione assistita si limiti a porre rimedio alle malattie – note e ignote – che in qualsiasi modo producono la sterilità di una coppia, consentendo a quest’ultima di avere figli, ma di averli in condizioni analoghe a come, per natura, le hanno le coppie fertili. Senza la possibilità, cioè, di selezionare i nascituri in sani e malati, eliminando questi ultimi.
Queste questioni sono suggestive, perché vengono prospettate invocando tutela per beni rilevantissimi come la salute, la libertà, l’uguaglianza (con argomenti, peraltro, massicciamente utilizzati sui mezzi di comunicazione di massa da chi legittimamente chiedeva al Parlamento di fare scelte diverse), ma, superata la suggestione e analizzate le questioni – com’è doveroso – sotto il profilo tecnico giuridico, esse appaiono fondate su evidenti paralogismi e su errate ricostruzioni giuridiche della materia.
Questa disposizione normativa viene invocata, peraltro, sia come argomento che dimostrerebbe l’illogicità della legge sia come possibile chiave interpretativa della stessa in favore delle tesi degli odierni ricorrenti.
«Al di là delle ragioni di ordine sanitario, i divieti citati pongono alcuni interrogativi e una possibile ed eventuale soluzione al caso di specie. Il richiamo alla Legge n. 194 del 1978 subito dopo la previsione di entrambi i divieti [di cui al 1° comma dell’art. 14 della legge], infatti, potrebbe consentire una interpretazione meno drastica in merito a situazioni come quella della signora M. per cui sarebbe possibile solo una interruzione di gravidanza – al terzo mese – una volta accertata la malattia del nascituro. Al fine di evitare un dramma già vissuto da altre donne portatrici di malattie genetiche con ricadute sicuramente più gravi sulla loro salute fisica e psichica, si potrebbe in sostanza leggere il richiamo di cui all’art. 14 nel senso che, in presenza dei presupposti richiesti dalla Legge 194/78 questa troverebbe un’applicazione estensiva anche nel casi, esclusivi della fecondazione in vitro, di embrioni portatori di gravi malformazioni. E’ evidente che, una simile interpretazione della norma, armonizzerebbe l’art. 14 con il dettato costituzionale, rendendola rispondente al generale criterio di ragionevolezza sotto il duplice profilo della disciplina conforme di fattispecie similari e della realizzazione di adeguati strumenti di tutela rispetto al bene protetto.
Infatti, la legge 194/78 riconosce il diritto di procedere all’interruzione di gravidanza prima dei novanta giorni (art. 4) alla donna “che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito …” e successivamente ai novanta giorni (art. 6) ogni qualvolta vi sia rischio per la salute fisica o psichica della donna in relazione alla propria situazione e a quella del nascituro.
Le questioni così poste – in Parlamento e in questo procedimento – si fondano, però, su un errore di diritto e su due equivoci logici.
Esso è verosimilmente causato dal fatto – che questo giudice evidentemente non ignora – che vi sono diffuse prassi applicative di quella legge palesemente contrarie al suo spirito e anche alla sua lettera.
La prima consistente nel fatto che l’art. 4 della legge 194/1978, quando fa riferimento «a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito» lo fa non già come motivo in sé legittimante il ricorso all’aborto, ma come una delle possibili cause dell’unica cosa che può legittimare l’aborto, che è «un serio pericolo per la (…) salute fisica o psichica» della madre.
Dunque, la legge non consente alla donna di praticare l’aborto perché non “vuole” la nascita di un bambino malato o perché – come accade per gli odierni ricorrenti – vuole a tutti i costi la nascita di un bambino sano.
L’aborto è possibile – con riferimento alla questione che qui si discute – solo quando «la prosecuzione della gravidanza» (art. 4 della legge 194/1978) «comporterebbe un serio pericolo per la (…) salute fisica o psichica» della madre.-
Né è possibile, ovviamente, ritenere aprioristicamente che ogni gravidanza nella quale il feto sia affetto da una malattia è necessariamente causa di una malattia – del corpo o della mente – della madre.
Sulla logica di queste considerazioni sta – in tutta coerenza, come argomento ulteriormente decisivo di questa controversia – la prescrizione del 3° comma dell’art. 14 della legge 40/2004 che consente la (temporanea) crioconservazione degli embrioni solo quando ciò «non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione».
Il richiamo alla legge 194/1978 – dunque, non già illogico e contraddittorio, ma coerente e sommamente opportuno – dà certezza del fatto che il ricorso alle pratiche della legge 194/1978 sarà possibile anche nei casi di gravidanza ottenuta mediante il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita, ma, ovviamente, solo in presenza delle gravi (e proprio in relazione alla loro eccezionale gravità, che rende irrilevante il consenso prestato preventivamente alla gravidanza) circostanze di cui all’art. 4 della legge 194/1978 medesima.
Peraltro, evitando, per brevità, ulteriori approfondimenti, la semplice lettura del ricorso dimostra all’evidenza come nessun «bilanciamento di interessi» i coniugi ricorrenti propongano fra i loro interessi e quelli del concreto nascituro eventualmente malato, anteponendo a tutto incondizionatamente il loro desiderio-interesse ad avere un figlio sano. Un figlio ipotetico e altro rispetto a quello che concretamente verrà in essere all’esito della fecondazione degli ovuli, eventualmente malato, della cui tutela la Costituzione e anche la legge 40/2004 si preoccupano.
La confusione suggestiva di concetti discende qui dal fatto che nel ricorso si confondono gli interessi del figlio “desiderato” con quelli del figlio che concretamente verrà in essere, in ipotesi malato, e, per giustificare la concreta lesione degli interessi del figlio – reale – che concretamente verrà in essere, si invoca l’esigenza di tutelare la salute del figlio “desiderato” che, diversamente da quello che realmente si sacrificherà, è entità virtuale, del tutto astratta, esistente solo nella rappresentazione mentale dei suoi aspiranti genitori.
Le espressioni «la nostra Carta Costituzionale protegge i diritti fondamentali della persona quale sfera intangibile che non può essere ridotta per ragioni di ordine politico o amministrativo (riguardando diritti primari e assoluti della persona) né sacrificata in nome di un interesse collettivo, salvo in casi in cui si deve operare un bilanciamento con l’interesse collettivo alla salute» sopra riportate dal ricorso non sono pertinenti con il caso oggetto del contendere.
Proprio perché i beni in discussione sono numerosi e costituiscono patrimonio di persone diverse – l’aspirante madre, l’aspirante padre, gli embrioni, la società – era indispensabile che la loro tutela e il loro bilanciamento venissero disciplinati dalla legge e non lasciati a quella che, in alternativa, diverrebbe inevitabilmente prevaricazione degli uni sugli altri.
Moltissimi sono – nel nostro (come in tutti gli altri) ordinamenti giuridici – gli obblighi materialmente incoercibili.
Come si potrà costringere fisicamente il medico di un Pronto Soccorso a intervenire chirurgicamente su una persona che gli sia stata condotta in situazione di emergenza? Ma è certo che l’obbligo di quel soccorso incomba – alle condizioni di legge – su di lui e che l’omissione di quel soccorso sarebbe punita dalla legge.
Nella materia di cui qui si discute, peraltro, si può confidare nella correttezza che i medici – sensibili come l’odierno convenuto ai propri doveri deontologici (nella comparsa di costituzione e risposta vengono espressamente citati proprio i doveri deontologici del medico) – metteranno nel doveroso rispetto della legge e nella non complicità in condotte di fraudolenta elusione della stessa.
I procuratori del convenuto hanno omesso di produrre la prescritta nota.
Il giudice rigetta il ricorso e condanna M. A. e R. F. al rimborso, in favore di G., delle spese del procedimento, come sopra liquidate in complessivi € 800,00 (ottocento/00), oltre I.V.A. e C.P.A., come per legge.