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Timestamp: 2020-05-25 07:58:51+00:00
Document Index: 23043118

Matched Legal Cases: ['art. 37', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 43', 'art. 1352', 'art. 13', 'art. 16', 'art. 37', 'art. 140', 'art. 118', 'art. 15', 'art. 48', 'art. 48', 'art. 214', 'art. 22', 'art. 26', 'art. 71', 'art. 27', 'art. 120', 'art. 223', 'art. 76', 'art. 28', 'art. 55', 'art. 27', 'art. 65', 'art. 14', 'art. 65', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 139', 'art. 28', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 30', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 175', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 135', 'sentenza ', 'art. 178', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 180', 'art. 181', 'art. 74', 'art. 76', 'art. 212', 'art. 76', 'art. 76', 'art. 21', 'art. 76', 'art. 203', 'art. 202', 'art. 16', 'art. 69', 'art. 68', 'art. 9', 'art. 63', 'art. 55', 'sentenza ']

Home > Reato militare e reato comune
La distinzione tra “reato militare” e “reato comune”, espressamente codificata nel nostro ordinamento è fondamentale ed imprescindibile per poter stabilire la sede giurisdizionale, cioè, il Tribunale, la Magistratura competente a giudicare quel fatto illecito sul piano penale.
Nel Codice penale militare di pace viene fornita una definizione formale e restrittiva del “reato militare”. Infatti l’art. 37 c.p.m.p. recita che «è reato militare qualunque violazione della legge penale militare» a cui è collegata l’irrogazione di una «sanzione penale militare»: ergastolo, reclusione comune e reclusione militare.
Ad esempio, è punito con la reclusione, il militare riconosciuto responsabile del reato di omicidio nei confronti di un superiore (artt. 186, 2 comma c.p.m.p. – insubordinazione con violenza)[1] [1],.
Occorrono, pertanto, altri strumenti per focalizzare più esattamente il reato militare, che di norma è compreso nel codice penale militare di pace e di guerra, ma può anche essere riportato in una diversa fonte normativa (ad esempio: nella legge sulla leva.).
Secondo la dottrina più autorevole, che stabilisce un legame indissolubile tra reato militare e legge penale militare, perché un reato possa qualificarsi “militare” devono concorrere due elementi:
un elemento formale e cioè l’espressa previsione da parte di una legge penale militare;
un elemento sostanziale costituito dall’offesa di un interesse militare.
Oltre a questi “elementi oggettivi”, di norma ricorre anche un “requisito soggettivo”, cioè «l’appartenenza alla Forze Armate» del soggetto incriminato. Un elemento ulteriore, eventuale, può essere il luogo ove è stato commesso il fatto, che diviene, ad esempio presupposto del furto militare (art. 230 c.p.m.p.).
Si esclude solitamente che ai reati militari sia applicabile la bipartizione “delitti-contravvenzioni” e si tende ad affermare che tutti i reati militari sono «delitti». Il motivo più attendibile per cui il Codice penale militare di pace ignora le contravvenzioni è, probabilmente, questo:
l’ordinamento militare ha la possibilità di perseguire con efficacia le infrazioni non delittuose senza bisogno di ricorrere alla legge penale e al processo penale;
l’esistenza di una forte ed efficiente organizzazione (quale è quella delle Forze Armate) garantisce un pronto ed efficace perseguimento delle infrazioni meno gravi attraverso il sistema delle “sanzioni disciplinari”.
L’illecito disciplinare sostituisce, in fondo, la contravvenzione: col vantaggio, di sottrarre al circuito penale illeciti di particolare lievità, nei cui confronti il processo penale sarebbe sproporzionato. In ciò il diritto penale militare ha in certo senso, anticipato la tendenza del legislatore verso la «depenalizzazione».
Il legislatore non ha previsto per il reato militare pene pecuniarie ma solo pene detentive (ergastolo, reclusione e reclusione militare).
Si pensi ad esempio, ai reati minaccia o ingiuria a un inferiore (artt. 196 c.p.m.p.), che punisce con la reclusione militare da 6 mesi a 3 anni il militare, che minaccia un ingiusto danno ad un inferiore in sua presenza, ovvero con la reclusione fino a 2 anni chi offende il prestigio, l’onore o la dignità di un inferiore in sua presenza […]
Si pensi ad esempio, al reato di furto (art. 230 c.p.m.p.), chepunisce con la reclusione militare da due mesi a due anni il militare, che, in luogo militare[2] [2], si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendolaad altro militare che la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri.
Se il fatto è commesso a danno della amministrazione militare, la pena è della reclusione militare da uno a cinque anni. La condanna importa la rimozione.
[1] [3]Agli effetti della legge penale militare, sotto la denominazione di “violenza” si comprendono l’omicidio, ancorché tentato o preterintenzionale, le lesioni personali, le percosse, i maltrattamenti e qualsiasi tentativo di offendere con armi (art. 43 c.p.m.p.).
[2] [4]Agli effetti della legge penale militare, sotto la denominazione di "luogo militare" si comprendono le caserme, le navi, gli aeromobili, gli stabilimenti militari e qualunque altro luogo, dove i militari si trovano, ancorché momentaneamente, per ragione di servizio.
Nell’ambito dell’Ordinamento militare[ [5]1] [5] l’illecito disciplinare è descritto con indicazione molto sommaria dall'articolo 1352 che stabilisce: «Costituisce illecito disciplinare ogni violazione dei doveri del servizio e della disciplina militare sanciti dal presente codice, dal regolamento, o conseguenti all’emanazione di un ordine. La violazione dei doveri indicati nel comma 1 comporta sanzioni disciplinari di stato o sanzioni disciplinari di corpo». Ogni violazione dei doveri del servizio o della disciplina costituisce trasgressione disciplinare militare, soggetta a sanzioni amministrative (sanzioni di stato, quali la perdita del grado per rimozione o retrocessione, la sospensione disciplinare dall’impiego o dalle funzioni del grado; sanzioni di corpo quali il richiamo verbale, rimprovero scritto, consegna e consegna di rigore).
[ [5]1] [5] Codice dell'Ordinamento militare (D.lgs. n. 66 del 15 marzo 2010)
La definizione giuridica di “infrazione disciplinare” é data dall’art. 1352, comma 1°, del Decreto legislativo n. 66 del 15 marzo 2010, che così sancisce: «Costituisce illecito disciplinare ogni violazione dei doveri del servizio e della disciplina militare sanciti dal presente codice, dal regolamento, o conseguenti all’emanazione di un ordine. La violazione dei doveri indicati nel comma 1 comporta sanzioni disciplinari di stato o sanzioni disciplinari di corpo».
La legge 11 luglio 1978, n. 382 (Norme sui principi della disciplina militare) che ha integrato l'abrogato Regolamento di disciplina militare del 1986, prevede il potere sanzionatorio dell’Autorità militare nel campo della disciplina (art. 13) e dispone che la violazione dei doveri della disciplina militare comporta sanzioni disciplinari di stato e sanzioni disciplinari di corpo, e riserva alla legge la regolamentazione delle sanzioni disciplinari di stato; rimette al regolamento di disciplina militare la regolamentazione delle sanzioni disciplinari di copro, ma fissa limiti e modi di tale regolamentazione, indicando, negli artt. 14 e 15, la natura delle sanzioni e i fondamentali criteri procedurali per la loro applicazione.
La legge predetta prevede inoltre l’obbligo di contestazione degli addebiti e di valutazione delle giustificazioni addotte; vieta l’inflizione della consegna di rigore (cioè il vincolo a rimanere fino a un massimo di 15 giorni in un apposito spazio dell’ambiente militare o nel proprio alloggio) se non è stato sentito il parere di un’apposita commissione composta di tre militari, di cui due di grado superiore e uno di grado pari a quello del militare cui è addebitata la mancanza; prevede l’assistenza di un difensore, scelto fra i militari dell’ente a cui appartiene l’interessato, o, in mancanza, designato di ufficio; prevede altresì garanzie per l’esercizio del diritto di difesa.
Infine l’art. 16 si occupa della impugnazione del provvedimento disciplinare, sia sotto il profilo del ricorso gerarchico, sia sotto il profilo del ricorso giurisdizionale e del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica; prevede altresì la facoltà del militare di presentare istanze tendenti ad ottenere il riesame di sanzioni disciplinari di corpo.
Il Codice penale militare di pace distingue i reati in:
reati esclusivamente militari
reati non esclusivamente (obiettivamente) militari
Secondo l’art. 37, 2° comma c.p.m.p. «è reato esclusivamente militariquello costituito da un fatto che, nei suoi elementi materiali costitutivi, non è, nemmeno in parte, previsto come reato della legge penale comune».
E la non-previsione da parte di norme comuni sta ad indicare che l’interesse tutelato dalla norma incriminatrice è un interesse esclusivamente militare.
Si pensi ad esempio, alle norme relative ai reati di violata consegna (artt. 118-124 c.p.m.p.), di mancanza alla chiamata (artt. 151-153 c.p.m.p.), di diserzione (artt. 148 e 150 c.p.m.p.), di forzata consegna (art. 140 c.p.m.p.).
In particolare (art. 118-124 c.p.m.p.):
Commette il reato di diserzione, il militare che, allontanatosi dalla caserma in libera uscita, vi fa ritorno dopo una assenza comprendente cinque giorni interi.
Commette il reato di violata consegna, il militare in servizio di sentinella che si allontana dal suo posto o il militare in servizio di sentinella che, in contrasto con le prescrizioni della consegna, si mette a fumare ovvero si addormenta.
Commette il reato di forzata consegna, militare che, nonostante il divieto espressamente oppostogli da altro militare in servizio di guardia, esce dalla porta carraia.
Accanto alla categoria dei reati esclusivamente militari si delinea per contrapposto la categoria comprendente tutti quei reati militari i cui elementi materiali costituitivi sono in tutto o in parte puniti dalla legge penale comune (peculato militare, che ha il suo corrispondente nel peculato comune, furto militare, che ha il suo corrispondente nel furto comune, ecc.).
Il Codice tace e si astiene da definizioni in merito: ma la dottrina ha ritenuto di indicare questa seconda categoria con l’espressione «obiettivamente militari». Detta categoria è caratterizzata dal fatto che i reati in essa compresi ledono o mettono in pericolo «interessi comuni» oltreché «interessi militari», e quindi sono tutti reati “plurioffensivi”, in quanto offendono contemporaneamente più interessi protetti.
Si pensi ad esempio, ai reati di insubordinazione con violenza (artt. 186-187 e 190 c.p.m.p.) o con minaccia o ingiuria (artt.189-190 e 196 c.p.m.p.), i quali offendono non soltanto l’interesse militare «disciplina», bensì anche «incolumità, sfera psichica» (onore, prestigio e reputazione del superiore) ponendo in essere comportamenti che sono già di per sé puniti dal codice penale comune come reati di percosse, lesioni, omicidio, minaccia, ingiuria, resistenza a Pubblico Ufficiale.
Le norme che prevedono i reati obiettivamente militari sono speciali rispetto alle norme incriminatrici che prevedono i corrispondenti reati comuni: il rapporto tra le due categorie di norme è regolato dall’art. 15 c.p.
Riassumendo,possiamo dire che vi sono reati che sono autonomamente previsti dalla legge penale militare e che contengono intere fattispecie (o elementi di fattispecie) di reati comuni.
Si pensi ad esempio, all’insubordinazione che contiene la fattispecie della ingiuria o della minaccia o delle lesioni o dell’omicidio; il furto militare che contiene la fattispecie del furto comune: essi hanno, cioè, ad oggetto interessi militari ed interessi comuni (interesse non esclusivamente militare).
E vi sono reati che vengono considerati in tutto o per tutto reati militari perché lesivi di un interesse «esclusivamente militare» e che non trovano riscontro nella legge penale comune. La distinzione tra reati elusivamente militari e obiettivamente militari non è una distinzione puramente accademica, fatta solo per il gusto di astrarre geometrie concettuali.
E’ una distinzione che ha una sua concreta rilevanza pratica:
vedremo in seguito come l’art. 48 n. 1 c.p.m.p. preveda una circostanza attenuante (eccesso di zelo) configurabile soltanto nei reati esclusivamente militari;
al reato esclusivamente militare si applica l’attenuante della gravità del fatto quando il militare colpevole non ha ancora compiuto, alla data del crimine, 30 giorni di servizio di leva (“attenuante del servizio breve” - art. 48, 2 comma. c.p.m.p.);
l’art. 214 c.p.m.p. estende il reato di istigazione a commettere reati militari anche ai militari in congedo illimitato quando l’istigazione si riferisca, tra l’altro, a reati elusivamente militari;
la distinzione in esame può presentare una rilevanza in tema di pericolosità sociale;
analoga rilevanza la distinzione presenta ogni qualvolta il legislatore, nel formulare le singole norme incriminatrici, deve scegliere la pena da comminare, optando per una pena militare o per una pena comune;
solitamente, poi, i trattati di estradizione non contemplano i reati esclusivamente militari;
talvolta i decreti di amnistia e indulto contengono disposizioni particolari per taluni reati esclusivamente militari.
Il sistema delle pene principali nel diritto militare (cioè il sistema delle sanzioni penali principali ricollegate alle fattispecie criminose militari) si presenta impostato da un lato sulla configurazione di pene “speciali“ militari e dall’altro sulla utilizzazione di talune pene “comuni” (art. 22 c.p.m.p.). E’ dunque un «sistema misto».
Le pene comuni utilizzate sono l’ergastolo e la reclusione; la pena speciale appositamente configurata dall’ordinamento militare è la «reclusione militare». Il Codice penale militare non utilizza né l’arresto né le pene pecuniarie; quest’ultime sono state talora utilizzate in leggi penali militari speciali. Fino al 1994 il codice penale militare di guerra utilizzava anche la pena di morte, ma tale pena è stata abolita con la legge 13 ottobre 1994, n. 589. La «reclusione militare», si estende da 1 mese a 24 anni (art. 26 c.p.m.p.); essa si differenzia dalla reclusione comune essenzialmente per i modi di esecuzione (è scontata infatti in uno Stabilimento militare[1] [6] [6], con l’obbligo del lavoro, secondo le norme stabilite dalla legge o dai regolamenti militari approvati con decreto del Presidente della repubblica), e per le pene accessorie che l’accompagnano (ad essa non consegue mai la degradazione). La reclusione militare non comporta mai la degradazione, a differenza della reclusione comune.
Se la durata della reclusione militare non supera sei mesi, essa può essere scontata in una sezione speciale del carcere giudiziario militare. Il condannato a pena militare detentiva per un tempo non superiore a tre anni, il quale abbia scontato metà della pena (o almeno tre quarti in caso di recidiva) purché tale entità di pena espiata non sia inferiore a 3 anni e un rimanente di pena da espiare che non superi i 3 anni, e abbia dato prova costante di buona condotta, può essere ammesso alla liberazione condizionale[2] [7] [7] (art. 71 c.p.m.p).
Ne consegue, ad esempio, che un militare condannato a 8 anni di reclusione militare non potrà fruire della liberazione condizionale militare prima di aver espiato cinque anni, mentre un condannato a pena comune potrà fruire del beneficio dopo aver espiato solo 4 anni.
Quanto detto può trovare spiegazione nel fatto che il legislatore militare disciplina, di regola, i reati militari (e tutti gli istituti che ad essi attengono) con severità normalmente maggiore di quanto non faccia il legislatore comune nelle corrispondenti materie di sua competenza. Alla pena della reclusione comune, inflitta o da infliggersi ai militari per reati militari, è sostituita la pena della reclusione militare di eguale durata, quando la condanna non importa la degradazione. In questi casi, per la determinazione delle pene accessorie e degli altri effetti penali della condanna, si ha riguardo alla pena della reclusione militare (art. 27).
Quale criterio segue il legislatore militare nel comminare, di volta in volta, una pena militare o una pena comune ?
Per rispondere a questo quesito occorre anzitutto premettere che il legislatore è libero di stabilire, con assoluta discrezionalità, se comminare pene militari o pene comuni e, in particolare, se comminare la reclusione militare o la reclusione comune.
Il criterio di massima seguito nella scelta si rifà anzitutto al tipo di interesse offeso:
► per i reati che offendono soltanto interessi militari viene preferita la «reclusione militare»;
Si pensi ad esempio, al reato di abbandono di posto o violata consegna (art. 120 c.p.m.p.), che punisce con la reclusione militare fino ad un anno, il militare che abbandona il posto ove si trova di guardia o di servizio, ovvero viola la consegna avuta.
► per i reati che, accanto ad interessi militari, offendono anche interessi comuni viene preferita la «reclusione comune».
Si pensi ad esempio, al reato di lesione personale (art. 223 c.p.m.p.), che punisce, salvo che il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione militare da due mesi a due anni, il militare che, cagiona ad altro militare una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente. Se la malattia ha una durata non superiore ai dieci giorni, e non ricorre alcuna delle circostanze aggravanti previste dagli articoli 583 e 585 del codice penale, si applica la reclusione militare fino a sei mesi.
E’ quindi possibile affermare, in linea di massima, una correlazione tra reato esclusivamente militare e pena militare, e una correlazione tra reato non esclusivamente militare e pena comune. Quando la natura del reato comporta la “espulsione dal consorzio militare e la pena detentiva”, viene irrogato l’«ergastolo» o la «reclusione comune» (pene principali – come vedremo - collegate alla degradazione); quando la natura del reato “consente il mantenimento del colpevole nel consorzio militare”, viene irrogata la «reclusione militare».
Ciò suggerisce una osservazione: non esiste una pena militare che importi la detenzione a vita. Infatti una pena di tal genere è incompatibile con il concetto di pena militare detentiva, poiché simile concetto presuppone la possibilità di mantenere nel consorzio militare il soggetto condannato e di recuperarlo pienamente agli effetti del servizio militare, laddove invece la pena detentiva a vita non può che espellere definitivamente il soggetto dal consorzio militare e non può offrire alcuna prospettiva di recupero al servizio militare.
la reclusione militare non comporta mai la degradazione;
la reclusione comune la comporta quando raggiunge o supera, in concreto, i 5 anni, e ciò presuppone che la pena edittale raggiunga o superi tale limite;
pertanto, quando il legislatore non intende far luogo alla degradazione commina la reclusione militare; quando ritiene debba esservi (al di là di certi limiti di gravità) la degradazione, commina la reclusione comune.
La degradazione diventa dunque un «perno di distribuzione» delle pene detentive per i reati militari la cui pena edittale è la reclusione comune.
[1] [8] [8]Gli stabilimenti militari di pena si distinguono in reclusori militari, destinati ad accogliere i condannati e carceri preventivi militariper i detenuti in attesa di giudizio. L’espiazione della pena da parte di Ufficiali che comunque non abbiano perduto il grado deve avvenire in uno stabilimento diverso da quello destinato ad altri militari e ciò per le esigenze stesse della disciplina e della dignità del grado
[2] [9] [9]La concessione, gli effetti e la revoca della liberazione condizionale sono regolati dalla legge penale comune, salva la disposizione dell’art. 76 c.p.m.p.
Abbiamo detto che, in linea di massima, esiste una correlazione tra «reato esclusivamente militare e pena militare», ed esiste altresì una correlazionetra «reato non esclusivamente militare e pena comune».
Tuttavia, mentre la prima correlazione può dirsi costante[1] [10], la seconda correlazione non è assoluta e va incontro a numerose deroghe, dalle quali si evince che nello scegliere il tipo di pena per i reati non esclusivamente militari il legislatore militare ha riguardo non soltanto alla natura degli interessi offesi, bensì anche alla natura e gravità del comportamento incriminato.
Per esempio, l’insubordinazione è un reato non esclusivamente militare: ma solo i casi più gravi di insubordinazione mediante violenza (omicidio, lesioni gravissime, lesioni gravi - artt. 186 e 187 c.p.m.p.) sono puniti con pena comune; i casi meno gravi di insubordinazione mediante violenza (ad esempio, lo spintone, lo schiaffo, ecc.), nonché l’insubordinazione mediante minaccia o ingiuria (artt. 189 e 190 c.p.m.p.), sono puniti, invece, con pena militare.
I casi di insubordinazione prevista dagli artt. 189 e 190 c.p.m.p. non possono, infatti, giustificare una espulsione dal consorzio militare, e d’altra parte sono di tal natura da consentire una rieducazione del soggetto nell’ambito dell’organizzazione militare.
Quindi nei reati c.d. obiettivamente militari il legislatore sceglie il tipo di pena in relazione all’opportunità o meno di espellere il soggetto attivo (=autore) del reato dal consorzio militare; e quando commina la reclusione comune è perché tendenzialmente orientato verso quella espulsione. Tale tendenza si esprime nel fatto che la pena della reclusione comune è prevista dal legislatore militare in misura tale che il massimo edittale non è mai inferiore a 5 anni: è sempre aperta, quindi, per il Giudice la possibilità di determinare la pena concreta nella misura di 5 anni o più e di far conseguentemente scattare la degradazione[2] [11], in forza dell’art. 28, 3° comma c.p.m.p. La riprova di ciò si ha nel fatto che in nessuna norma dei Codici penali militari il legislatore commina a carico di militari una pena della reclusione comune il cui massimo edittale sia inferiore ai 5 anni.
Le poche norme, infatti, che prevedono la reclusione comune con un massimo edittale inferiore a 5 anni riguardano tutte “soggetti attivi” non aventi la qualità di militari e nei cui confronti, quindi, non si pone il problema della degradazione.
Così, ad esempio, gli articoli 254 (pilota non militare che rifiuta, omette o ritarda di prestare servizio), 255 (pilota che induce in errore il Comandante), 257 (reati di comandanti di navi mercantili o di aeromobili civili), 259 (rifiuto di assistenza a nave o aeromobile militare da parte di comandante di una nave mercantile o di aeromobile civile) c.p.m.p.
Una riprova ulteriore si ha nel disposto dell’art. 55 c.p.m.p., dove il legislatore, disciplinando il concorso di reati che comportano la reclusione comune e di reati che comportano la reclusione militare, determina l’applicabilità dell’una o dell’altra specie di pena proprio sulla base della irrogazione o meno della pena accessoria della degradazione.Tuttavia, se poi in concreto il Giudice determina la reclusione comune in misura inferiore a 5 anni, la degradazione non scatta, la espulsione non si verifica. Sorge allora l’esigenza di sostituire alla reclusione comune la reclusione militare, dato che il condannato mantiene lo status di militare, con tutte le relative conseguenze.
A quella esigenza il legislatore provvede con l’art. 27 c.p.m.p., il quale prevede la c.d. sostituzione della pena militare alla pena comune, disponendo nel 1° comma: «Alla pena della reclusione comune, inflitta o da infliggersi ai miliari per reati militari, è sostituita la pena della reclusione militare per uguale durata, quando la condanna non importa la degradazione».
[1] [12] [12]Vi è un solo caso in cui viene leso soltanto un interesse militare ma al tempo stesso è impossibile irrogare la reclusione militare: è il caso della procurata inabilità permanente al servizio militare.
[2] [13] [13] La degradazione non è semplicemente – come a prima vista parrebbe far pensare la parola – la perdita del grado: è la perdita della qualità di militare; una sorta di indegnità che comporta delle vere e proprie incapacità militari.
Secondo una autorevole dottrina[1] [14], la sostituzione, in sede esecutiva, della reclusione militare alla reclusione comune mira ad evitare che nel condannato sia interrotto l’ambito della disciplina militare ed il conseguente contagio derivante da una convivenza con persone non militari, e a garantire, altresì, che il militare possa, pur in espiazione di pena, svolgere quelle istruzioni militari compatibili con la detenzione e giovevoli alla sua educazione militare. In questa sede di sostituzione, può anche accadere che la reclusione militare venga ad essere concretamente applicata per un periodo inferiore al minimo edittale di 1 mese, dato che il minimo edittale della reclusione comune è di 15 giorni.
[1] [15] [15] Mazzini, Commento ai codici penali militari per l’Esercito e per la marina, Torino, 1916, pag. 66
L’art. 65 c.p.m.p. prevede che l’estraneo alle Forze Armate il quale sia stato condannato alla reclusione militare per un reato militare, in forza di concorso nel reato con soggetto militare oppure in forza del disposto di cui all’art. 14 c.p.m.p., si veda sostituire la reclusione militare con la reclusione (comune) di pari durata.
E’ una sostituzione inversa a quella vista in precedenza, e che non pone particolari problemi. Essa è disposta anche nei confronti di coloro che abbiano cessato di appartenere alle Forze Armate, nonché nei confronti degli assimilati ai militari, degli iscritti ai corpi civili militarizzati ordinati e dei militari di fatto.
La ratio su cui essa si fonda è evidente: per chi non è ovvero non è più militare non ha senso infliggere la reclusione militare. Si impone dunque il meccanismo di cui all’art. 65 c.p.m.p.
L’ art. 24 c.p.m.p. elenca le pene militari accessorie, le quali conseguono, nei casi stabiliti dalla legge, a condanne per reati militari e per reati comuni, come effetti penali di esse; si cumulano con le pene accessorie comuni e possono essere:
Sono pene militari accessorie “perpetue”:
Sono pene militari accessorie “temporanee”:
la sospensione dall’impiego
Anzitutto, c’è da chiedersi se le pene accessorie militari conseguono solo alla condanna per reati militari o anche alla condanna per reati comuni ?
A questo quesito risponde il legislatore militare, il quale all’art. 33 c.p.m.p. dispone che la condanna per un reato comune pronunciata contro un militare in servizio alle armi o in congedo importa, oltre le pene accessorie comuni:
la degradazione, se trattasi di condanna alla pena dell’ergastolo, o alla reclusione in misura tale che, a norma della legge penale comune, importi la "interdizione dai pubblici uffici"; ed inoltre, nei casi di "dichiarata abitualità o di professionalità nel delitto", o la "tendenza a delinquere", pronunciata contro militari in servizio alle armi o in congedo, per i reati preveduti dalla legge penale comune.
la rimozione, se trattasi di delitto non colposo contro la personalità dello Stato, o di alcuno dei reati preveduti dagli artt. 476 a 493 (della falsità in atti); dal 531 al 537 (delle offese al pudore e all’onore sessuale); dal 624, 628, 629, 630 (dei delitti contro il patrimonio); 640, 643, 644 e 646 (dei delitti contro il patrimonio mediante frode) del codice penale comune; ed inoltre, se il condannato, dopo aver scontato la pena, deve essere sottoposto ad una misura di sicurezza detentiva diversa dal ricovero in una casa di cura o di custodia per infermità psichica, o alla libertà vigilata;
la sospensione dall’impiego o dal grado in ogni altro caso di condanna alla reclusione comune, da sostituirsi con la reclusione militare ai sensi degli artt. 63 c.p.m.p.
Dunque, vi sono parecchi casi in cui un reato comune può provocare l’applicazione non soltanto di una pena principale comune e di una pena accessoria comune, bensì anche l’applicazione di una pena accessoria militare.
Il sistema delle pene accessorie militari non presenta sostanziali singolarità rispetto al sistema delle pene accessorie comuni. L’art. 34 c.p.m.p. dispone che «le pene della degradazione e della rimozione decorrono, a ogni effetto, dal giorno in cui la sentenza è divenuta irrevocabile», e che «le pene della sospensione dall’impiego e della sospensione del grado decorrono dal momento in cui ha inizio l’esecuzione della pena principale».
Ci si potrebbe dunque domandare per quale motivo la sospensione dall’impiego e la sospensione dal grado (che sono pene accessorie temporanee) sfuggono alla disciplina dell’art. 139 codice penale comune e, anziché decorrere (come le pene accessorie comuni) dal giorno in cui termina l’espiazione della pena principale, decorrono dal momento in cui ha inizio l’esecuzione della pena principale stessa.
Le suddette pene accessorie militari hanno un senso solo se cominciano a decorrere con la pena detentiva: sarebbe assurdo che nei casi in cui la legge prevede la sospensione, questa non funzionasse durante l’espiazione della pena detentiva, cioè proprio nel periodo in cui il condannato non può esercitare le attribuzioni dell’impiego e del grado (e, quand’anche fisicamente lo potesse, non sarebbe opportuno – per evidenti motivi – che le esercitasse).
La decorrenza della pena accessoria deve dunque incominciare con la decorrenza della pena principale.
Il quesito potrebbe trovare un apparente fondamento nell’esigenza dell’ordinamento militare di riportare al più presto i propri membri alla loro piena efficienza, ogni qualvolta la sospensione non sia definitiva, e di sottrarli il meno possibile alla funzione che essi esplicano nel consorzio militare.
La degradazione (art. 28 c.p.m.p.) consiste nella «perdita della qualità di militare e, salvo che la legge disponga altrimenti, con la incapacità perpetua di prestare qualunque servizio per le Forze Armate nonché di fruire di decorazioni».
Consegue a condanne inflitte da qualsiasi Giudice per reati militari o per reati comuni ed opera dal giorno in cui l’Autorità amministrativa ha adottato il provvedimento di esclusione dalle Forze Armate.
Consegue alla pena principale nei seguenti casi:
condanna alla pena di morte solo però quando la legge lo dispone espressamente;
condanna alla pena dell’ergastolo;
condanna alla reclusione comune per un tempo non inferiore a 5 anni, purché inflitta per reati militari;
quando il condannato è dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza;
condanna alla reclusione ordinaria quando ad essa segue la pena accessoria comune della interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Non consegue mai alla reclusione militare di qualsiasi durata
La degradazione è accompagnata sempre dalla «interdizione dai pubblici uffici»
Si applica ai militari di qualsiasi grado, in servizio o in congedo, ed il suo effetto principale è quello di privare il condannato della sua qualità di militare, facendolo diventare estraneo alle Forze Armate; non si applica alle persone estranee alle Forze Armate le quali tuttavia, per effetto della interdizione perpetua dai pubblici uffici, non possono mai rivestire la qualifica di militare.
in relazione alla durata della pena,alla reclusione militare superiore a 3 anni per tutti i militari [1] [16] [16] rivestiti di un grado appartenenti ad una classe superiore all’ultima;
[1] [17] [17] Sull’art. 29 c.p.m.p. è intervenuta una importante sentenza della Corte costituzionale (28 maggio 1993, n. 258), la quale ha dichiarato la illegittimità costituzionale di tale norma «nella parte in cui prevede che per gli “altri militari” la rimozione consegue alla condanna alla reclusione militare per una durata diversa da quella stabilità per gli ufficiali e sottufficiali»; e ciò per irragionevole disparità di trattamento a danno dei graduati di truppa.
La sospensione dall’impiego (art. 30 c.p.m.p.) consiste nella «privazione temporanea dell’impiego, cui vengono sottoposti gli Ufficiali in servizio permanente effettivo durante l’espiazione della pena principale».
La sospensione dal grado (art. 31 c.p.m.p.) colpisce i «Sottufficiali» e i «graduati di truppa» per la durata della espiazione della pena principale e consiste nella «privazione temporanea del grado».
La Pubblicazione della sentenza penale di condanna (art. 36 c.p.) consegue alla sentenza di condanna alla pena dell’ergastolo. Essa è pubblicata per estratto mediante affissione nel Comune dove il reato fu commesso e in quello dove ha sede il Corpo o è ascritta la nave, a cui il condannato apparteneva.
Il Giudice, se ricorrono particolari motivi, può disporre altrimenti, o anche che la sentenza non sia pubblicata.
La sentenza di condanna alla pena di morte [1] [16] o all'ergastolo è pubblicata mediante affissione nel Comune ove è stata pronunciata, in quello ove il delitto fu commesso, e in quello ove il condannato aveva l'ultima residenza. La sentenza di condanna è inoltre pubblicata, per una sola volta, in uno o più giornali designati dal Giudice. La pubblicazione è fatta per estratto, salvo che il Giudice disponga la pubblicazione per intero; essa è eseguita d'ufficio e a spese del condannato. La legge determina gli altri casi nei quali la sentenza di condanna deve essere pubblicata. In tali casi la pubblicazione ha luogo nei modi stabiliti nei due capoversi precedenti.
Non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale (art. 175 c.p.)
Se, con una prima condanna, è inflitta una pena detentiva non superiore a due anni, ovvero una pena pecuniaria non superiore a 519 €, il Giudice, avuto riguardo alle circostanze indicate nell'art. 133, può ordinare in sentenza che non sia fatta menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, spedito a richiesta di privati, non per ragione di diritto elettorale [2] [16].
La non menzione della condanna può essere altresì concessa quando è inflitta congiuntamente una pena detentiva non superiore a due anni ed una pena pecuniaria che, ragguagliata a norma dell'articolo 135 e cumulata alla pena detentiva, priverebbe complessivamente il condannato della libertà personale per un tempo non superiore a trenta mesi.
Se il condannato commette successivamente un delitto, l'ordine di non far menzione della condanna precedente è revocato. Le disposizioni di questo articolo non si applicano quando alla condanna conseguono pene accessorie [3] [16].
[1] [16] La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l'ergastolo.
[2] [16] La Corte costituzionale, con sentenza 7 giugno 1984, n. 155, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del presente comma (nel testo sostituito dalla L. n. 689/1981) , nella parte in cui esclude che possano concedersi ulteriori non menzioni di condanne nel certificato del casellario giudiziale spedito a richiesta di privati, nel caso di condanne, per reati anteriormente commessi, a pene che, cumulate con quelle già irrogate, non superino i limiti di applicabilità del beneficio. Successivamente la stessa Corte, con sentenza 17 marzo 1988, n. 304, ha dichiarato l'illegittimità del comma nella parte in cui prevede che la non menzione nel certificato del casellario giudiziale di condanna a sola pena pecuniaria possa essere ordinata dal giudice quando non sia superiore a un milione, anziché a somma pari a quella risultante dal ragguaglio della pena detentiva di anni due, a norma dell'art. 135 cod. pen.
[3] [16] Comma è stato abrogato dalla L. 7 febbraio 1990, n. 19.
Per ottenere, dunque, la completa riabilitazione dopo la condanna che abbia comportato pene militari accessorie ed altri effetti penali militari (ad esempio, incapacità in materia di perdita del grado, delle decorazioni, delle onorificenze) occorrerà rivolgersi al Tribunale di sorveglianza ordinario[1] [18]; dopo che il Tribunale di sorveglianza ordinario avrà emanato la sentenza di riabilitazione a norma della legge comune, occorrerà rivolgersi al Tribunale militare di sorveglianza per ottenere una decisione estensiva nel senso sopraindicato.
[1] [19] Il nuovo Codice di procedura penale del 1988 (VASSALLI) ha spostato la competenza del giudice ordinario della Corte di appello al Tribunale di sorveglianza.
Fatte queste premesse di ordine generale, occorre ora esaminare più da vicino i rapporti che intercorrono tra «riabilitazione militare» e «riabilitazione comune», e in particolare tra il «Tribunale di sorveglianza ordinario» e il «Tribunale militare di sorveglianza».
Tali rapporti possono essere puntualizzati in queste due posizioni salienti:
il Tribunale militare di sorveglianza non può concedere la riabilitazione militare se il Tribunale di sorveglianza ordinario non ha, da parte sua, concesso la riabilitazione comune;
il Tribunale militare di sorveglianza può negare la riabilitazione militare anche quando il Tribunale di sorveglianza ordinario ha già pronunciato la riabilitazione comune.
Quindi la riabilitazione comune rappresenta per il Giudice militare un precedente necessario, ma non vincolante, nel senso che il Giudice militare possa riesaminare il giudizio formulato del Tribunale di sorveglianza ordinario ma nel senso che il Giudice militare, ferma restando l’integrità e la validità della riabilitazione comune, può ravvisare gli estremi per respingere l’istanza di riabilitazione militare, ponendo fondamento della reiezione motivi di ordine prettamente militare non esaminati agli effetti di negare la riabilitazione comune.
Riabilitazione (art. 178 c.p.)
Condizioni per la riabilitazione (art. 179 c.p.)
La riabilitazione è concessa quando siano decorsi cinque anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o si sia in altro modo estinta, e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta. Il termine è di dieci anni se si tratta di recidivi, nei casi preveduti dai capoversi dell'articolo 99.
Il termine è, parimenti, di dieci anni se si tratta di delinquenti abituali, professionali o per tendenza e decorre dal giorno in cui sia stato revocato l'ordine di assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro.
La riabilitazione non può essere concessa quando il condannato:
sia stato sottoposto a misura di sicurezza, tranne che si tratti di espulsione dello straniero dallo Stato ovvero di confisca, e il provvedimento non sia stato revocato;
non abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che dimostri di trovarsi nella impossibilità di adempierle.
Revoca della sentenza di riabilitazione (art. 180 c.p.)
Riabilitazione nel caso di condanna all'estero (art. 181 c.p.)
Le disposizioni della legge penale comune relative alle misure di sicurezza si osservano anche in materia penale militare (art. 74 c.p.m.p.) salvo talune deroghe, la più notevole delle quali riguarda la «sospensione, durante il servizio militare, della esecuzione delle misure di sicurezza» ordinate sia in applicazione della legge penale militare, sia in applicazione della legge penale comune, tranne – aggiunge la disposizione (art. 76 c.p.m.p.) – che si tratti di misure «curative» (ricovero in una casa di cura e di custodia o in un istituto psichiatrico giudiziario) o di «confisca». Ne risulta che la sola misura detentiva di sicurezza che è sospesa è la «assegnazione ad una colonia agricola o casa di lavoro», quando, si intende, essa non sia connessa a condanna che comporti la degradazione.
Le misure personali non detentive sono tutte sospese; esse infatti appaiono incompatibili con gli obblighi militari (divieto di soggiorno) o con il servizio militare (libertà vigilata).
Delle misure patrimoniali, solo la cauzione di buona condotta è soggetta a sospensione; non vi è ragione di sospendere la confisca, che concerne non la persona, ma le cose.
Come abbiamo avuto modo di vedere, parlando di misure di sicurezza, il legislatore comune prevede una sola ipotesi di sospensione l’esecuzione di una misura di sicurezza applicata a persona imputabile è sospesa se questa deve scontare una pena detentiva, e riprende il suo corso dopo l’esecuzione della pena (art. 212 c.p.). Unica causa di sospensione è dunque la pena detentiva, la cui espiazione fa si che si apra una parentesi nella esecuzione della misura e che quest’ultima continui il suo corso a pena espiata.
Il legislatore militare, invece, affianca alla pena detentiva, quale causa di sospensione della misura di sicurezza, anche il servizio militare (art. 76, 1° comma c.p.m.p.). E’ sempre l’interesse all’integrità e alla piena efficienza delle Forze Armate che ha il sopravvento su ogni altra considerazione e che induce il legislatore a predisporre accorgimenti idonei, diretti ad evitare, quanto più possibile, di sottrarre al consorzio militare dei membri validi ed effettivi: ciò, beninteso, compatibilmente con lo stato del soggetto e con il tipo delle misure di sicurezza, poiché vi sono misure (quali ad esempio, quelle curative) la cui esecuzione non è dilazionabile ed esige una precedenza assoluta.
La sospensione riguarda, beninteso, soltanto determinate misure di sicurezza, e cioè quelle rieducative applicate a soggetti imputabili e conseguenti a condanna che non importi la degradazione: non invece, evidentemente, le misure di sicurezza curative (ospedale psichiatrico giudiziario, casa di cura e di custodia) e quelle che siano collegate a una declaratoria di abitualità, professionalità o tendenza a delinquere. Escluse dalla sospensione sono altresì, per altra ragione, le misure di sicurezza patrimoniali (confisca): la loro esecuzione non è infatti ostacolata dal servizio militare (o meglio, non costituisce ostacolo al regolare compimento del servizio militare).
Il legislatore militare poi esplicitamente risolve il quesito se il servizio militare abbia efficacia sospensiva solo nei confronti delle misure ordinate in applicazione della legge penale militare o anche nei confronti delle misure ordinate in applicazione della legge penale comune: l’efficacia sospensiva si estende anche a queste ultime; nulla infatti giustificherebbe una diversa soluzione, dal momento che le misure di sicurezza non mutano natura e disciplina a seconda che vengano ordinate in applicazione dell’una o dell’altra legge.
L’art. 76, 2° comma c.p.m.p. dispone che “alla cessazione del servizio alle armi, o durante l’esecuzione della misura di sicurezza, anche prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge, il Ministro di Giustizia può revocare la misura di sicurezza applicata dal giudice, o, quando trattasi di misura di sicurezza detentiva, sostituirla con altra no detentiva”.
Peraltro il predetto comma deve ritenersi non più applicabile per il combinato disposto degli artt. 69 legge 26 luglio 1975 n. 354 (come modificato dall’art. 21 legge 10 ottobre 1986, n. 663) e D.L. 27 ottobre 1986, n. 700 (convertito in legge 23 dicembre 1986 n. 897[1] [20] [20].
Il combinato disposto di tali norme devolve, quindi, al magistrato militare di sorveglianza ogni competenza in materia di revoca delle misure di sicurezza e quindi implicitamente e da ritenersi abrogato dalla nuova normativa l’art. 76, 2° comma c.p.m.p.
Un’altra singolarità, nell’applicazione delle misure di sicurezza, riguarda la disciplina di talune specifiche misure di sicurezza, quali:
C’è da chiedersi se nel consorzio militare possano verificarsi ipotesi di pericolosità sociale ?
Se siano concepibili nel diritto penale militare certe forme di delinquenza qualificata (abitualità, professionalità, tendenza a delinquere) a cui si ricollegano le misure di sicurezza applicabili ?
Se sia compatibile la misura di sicurezza (sia essa curativa o rieducativa) col servizio militare ?
Non si può dire che questi sono quesiti oziosi e fuor di luogo. Essi scaturiscono infatti da talune osservazioni non prive di rilievo.
La pericolosità sociale è una nozione foggiata dal legislatore comune e prevista in relazione ai reati comuni, tuttavia anche dal reato militare può validamente scaturire un giudizio di pericolosità sociale: lo si deduce chiaramente dal disposto dell’art. 203 c.p., il quale (richiamando l’art. 202 c.p.) pone come presupposto della pericolosità sociale la commissione di un «fatto preveduto dalla legge penale come reato». Il legislatore usa il termine «legge» (s’intende: penale) e termine «reato» in senso lato , includendo quindi, in virtù dell’art. 16 c.p., anche la legge penale militare ed il reato militare.
I reati militari si raggruppano in due categorie chiaramente differenziate: quella dei reati esclusivamente militari e quella dei reati non esclusivamente militari.
La commissione di un reato della prima categoria non pare costituire sintomo di una pericolosità di ordine generale: trattandosi di reato esclusivamente militare, la probabilità di commissione di altri reati non può attenere che ad un reato militare, poiché la capacità a delinquere resta circoscritta nell’ambito della violazione di interessi esclusivamente militari.
La commissione di un reato della seconda costituisce, per contro, sintomo di una pericolosità di ordine generale poiché offende, accanto a un interesse militare, un interesse comune, e rivela pertanto nel soggetto una attitudine a violare la legge penale comune oltreché la legge penale militare.
Le espressioni più caratteristiche dei comportamenti criminosi dei soggetti alle armi possono ripartirsi, in linea di massima, nel seguente modo:
fenomeni delinquenziali capaci di rilevare la inadattabilità del soggetto alle forme di società militare (categoria comprendente le ribellioni all’ambiente militare o le deviazioni nell’adattamento all’ambiente militare, e coincidente, grosso modo, con quella dei reati non esclusivamente militari);
manifestazioni di criminalità rispetto alle quali l’ambiente militare gioca un ruolo di mera occasionalità, ponendosi come una delle condizioni più favorevoli predisponenti al delitto (categoria coincidente, grosso modo, con quella dei reati non esclusivamente militari);
fatti in cui si scorge la presenza di elementi di natura politica in senso lato e che possono presentare o il segno dell’inadattabilità o quello del rapporto di mera occasionalità fra delitto e ambiente (tradimento, spionaggio, crimini internazionali, collaborazionismo).
Queste considerazioni offrono una conferma di massima alla distinzione precedentemente prospettata.
[1] [21] La prima norma ha attribuito alla competenza del magistrato di sorveglianza l’applicazione, esecuzione, trasformazione o revoca, anche anticipata, delle misure di sicurezza; la seconda norma ha stabilito che per le funzioni e i provvedimenti del magistrato militare di sorveglianza si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’art. 69 predetto.
L’art. 68 c.p.m.p. dispone che per i reati di diserzione e di mancanza alla chiamata il termine decorre, se l’assenza perduri, «dal giorno in cui il militare ha compiuto l’età con la quale cessa in modo assoluto l’obbligo del servizio militare, a norma delle leggi sul reclutamento» [1] [22] [22].
[1] [23] [23] Età che l’art. 9 D.P.R. 15 febbraio 1964, n. 237 sulla leva e il reclutamento obbligatorio, non modificato da successivi interventi legislativi, fissa al 31 dicembre del 45° anno di età per i militari dell’esercito e dell’aeronautica, e al 31 dicembre del 39° anno per i militari della marina; e che per gliufficiali e per i sottufficiali è variamente determinata dall’art. 63 della legge 10 aprile 1954 n. 113 sullo stato degli ufficiali e dall’art. 55 legge 31 luglio 1954 n. 599 sullo stato dei sottufficiali.
La Non menzione della condanna è un istituto, in certo senso, gemello della condizionale, poiché anch’esso presuppone una prognosi favorevole, una condanna che intervenga per la prima volta e una pena inflitta che non superi un certo limite (2 anni di pena detentiva) [1] [22] [22]. I suoi effetti sono più limitati perché riguardano soltanto le conseguenze che derivano dalla menzione della di agevolare il reinserimento sociale del condannato. Normalmente viene applicato insieme con la condizionale.
[1] [23] In seguito alla sentenza n. 225/75 della Corte costituzionale il beneficio può essere concesso più d’una volta.
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