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Timestamp: 2019-09-20 04:24:36+00:00
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Sentenze: le novità dal 14 al 18 dicembre
Questa settimana: specializzandi 99-2006, responsabilità medica e linee guida, discipline bionaturale, mansioni superiori.
Tribunale di Ferrara – sentenza n. 256 del 3 dicembre 2015 - No al rapporto di lavoro subordinato, sì all'equo indennizzo: questo quanto deciso dal Tribunale di Ferrara che ha dichiarato il diritto alla percezione di equo indennizzo per attività antigiuridica dello Stato derivante dal mancato tempestivo recepimento della direttiva 93/16/CEE.Il ricorso era stato patrocinato dall’Anaao Assomed ed aveva ad oggetto in via principale l’accertamento del rapporto di lavoro subordinato dei medici specializzandi e la rispettiva condanna al pagamento delle differenze retributive; in subordine l’equo indennizzo.Il Tribunale, pur rigettando la domanda principale sul presupposto di diritto ormai consolidato che l’attività dei medici iscritti alle Scuole di specializzazione Universitarie non possa inquadrarsi nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato, difettando il nesso di corrispettività tra le prestazioni dello specializzando e gli emolumenti percepiti, ed anche perché le prestazioni dello specializzando sono rivolte alla formazione teorica e pratica post lauream, ha tuttavia riconosciuto in capo ai ricorrenti (ferma restando la prescrizione decennale) il diritto all’equo indennizzo per attività non antigiuridica dello Stato cagionata dal tardivo recepimento nell’ordinamento nazionale della direttiva comunitaria 93/16/CEE. Dunque, no al riconoscimento del rapporto di lavoro, si ad equo indennizzo.
Corte di Cassazione - Quarta sezione Penale – con sentenza n. 40708/2015 ha ribadito l’onere in capo al chirurgo di allegare le linee guida osservate. Il medico infatti che assuma di aver rispettato le regole di diligenza e i protocolli ufficiali deve allegare le linee guida alle quali egli ha conformato la propria condotta, al fine della verifica della loro correttezza e scientificità. Secondo la sentenza n. 40708/2015 della Cassazione, soltanto nel caso di linee guida conformi alle regole della miglior scienza medica è, infatti, possibile utilizzare le medesime come parametro per l’accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico.
Corte Costituzionale – Sentenza n. 217 del 2015. Con questa sentenza la Consulta boccia la legge regionale Umbria n. 19/2014 riguardante la valorizzazione e la promozione delle discipline bionaturali. Nella fattispecie il legislatore ha individuato nuove figure professionali ignote come tali alla legge statale, travalicando di fatto le sue competenze sulla materia.Ribadisce la Consulta “la disciplina legislativa regionale nella materia concorrente delle professioni deve rispettare il principio secondo cui l’individuazione delle figure professionali, con i relativi profili e titoli abilitanti, è riservata, per il suo carattere necessariamente unitario, allo Stato".
Tar Catania – sentenza n. 2627 del 13 novembre 2015 – torna sull’argomento mansioni superiori e diritto alla retribuzione. Ai fini della remunerazione delle mansioni superiori non è necessario un formale incarico, ma la norma di riferimento non può trovare applicazione al di fuori dei casi da essa specificatamente contemplati (impedimento, assenza o più generiche ragioni di urgenza) perché gli stessi presuppongono eventi relativi alla capacità operativa di un primario già esistente e già immesso nei ruoli dell'Amministrazione. In difetto di tali presupposti, è indispensabile l'esistenza di ordini di servizio provenienti da organi legittimati a mutare lo stato giuridico del dipendente
Sentenze: le novità dal 1 al 5 dicembre
Questa settimana: depenalizzazione colpa lieve, infortuni sul lavoro, danno e retroattività, medici specializzandi ante 1983
Corte di Cassazione Penale – Sezione IV – Sentenza n. 45527 del 16 novembre 2015.La Corte di Cassazione, con la sentenza 45527, amplia il raggio di azione della legge Balduzzi, che depenalizza la colpa medica lieve, estendendola anche ad addebiti diversi dall’imprudenza. Nella fattispecie, niente omicidio colposo per il medico a domicilio che sbaglia la diagnosi, appiattendosi sulle conclusioni dei colleghi che avevano osservato il paziente nel corso di un ricovero.
Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – Sentenza n. 22413 del 3 novembre 2015 afferma il principio in base al quale in caso di infortuni sul lavoro, il datore è responsabile anche se c’è negligenza del dipendente. Infatti le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l'insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso.Il datore di lavoro, in caso di violazione della disciplina antinfortunistica, è esonerato da responsabilità soltanto quando la condotta del dipendente abbia assunto i caratteri dell'abnormità, dell'imprevedibilità e dell'esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute. Qualora non ricorrano tali presupposti, l'imprenditore è integralmente responsabile dell'infortunio, non rilevando in alcun grado il concorso di colpa del lavoratore, poiché è tenuto a proteggerne l'incolumità nonostante la sua imprudenza e negligenza.
Il Tribunale di Udine - Sezione I Civile- Sentenza n. 1429 del 3 novembre 2015 ha affermato che nel caso di liquidazione del danno non patrimoniale su base medico-legale, non è applicabile in via retroattiva la norma introdotta dalla Legge Balduzzi, secondo la quale la liquidazione nel caso di colpa medica va effettuata secondo i valori già previsti per il danno da circolazione stradale, con riferimento alle tabelle indicate dal Codice delle Assicurazioni, in alternativa a quelle elaborate dal Tribunale di Milano. Il principio di irretroattività comporta che la legge nuova non possa essere applicata, oltre che ai rapporti giuridici esauriti prima della sua entrata in vigore, a quelli sorti anteriormente ed ancora in vita, se in tal modo si disconoscano gli effetti già verificatisi del fatto passato o si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali e future di esso.
La Corte di Cassazione - Ordinanza interlocutoria n. 23652 - ritorna sulla questione dei medici specializzandi, in particolare sugli iscritti ante 1983, ribadendo la tesi secondo la quale lo Stato italiano deve essere considerato inadempiente dal 1983 non avendo attuato le direttive, ma non prima perchè non era ancora scaduto il termine del recepimento degli atti UE. Ma c'è di più.Tenendo conto che il corso di specializzazione va considerato in modo unitario, nello sviluppo pluriennale, senza possibilità di un frazionamento della disciplina, per i corsi avviati prima del 1983 lo Stato non è inadempiente neanche per gli anni successivi nei confronti di chi si è iscritto prima del 1983. Per la Corte i medici non sono stati danneggiati e non vi è alcun inadempimento. Infatti le regole da applicare sono quelle esistenti al momento di avvio del corso per l'intera sua durata.
Sentenze: le novità dal 23 al 28 novembre
Questa settimana: stabilizzazione, nomina dirigente struttura complessa, servizio di pronta disponibilità, giudizi medico legali, rischio radiologico, responsabilità dell’Ente.
Tribunale di Trani – Sentenza n. 1528 del 26 ottobre 2015 - . Il giudice del lavoro ha accolto il ricorso di un dirigente medico precario da oltre 36 mesi e condannato la Asl a riammettere immediatamente in servizio il ricorrente, risarcendole inoltre il danno in misura pari ad “un’indennità onnicomprensiva” di 6 “mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto”, maggiorata degli accessori di legge. Per il giudice, infatti, superati i 36 mesi, il rapporto di lavoro tra il medico e la Asl “deve essere considerato a tempo indeterminato ai sensi dell’art. 5, comma 4-bis, del D. Lgs. 368/2001, con decorrenza da agosto 2012”. Dunque, il medico ha il diritto di vedere il suo contratto trasformarsi da tempo determinato a tempo indeterminato.
Corte di Cassazione – Sezione Penale – Sentenza n. 18091 del 15 settembre 2015. La commissione non deve attribuire punteggi né formulare giudizi comparativi, né tanto meno assegnare pesi diversi al colloquio piuttosto che al curriculum, ma solo esprimere un giudizio complessivo di idoneità o meno del candidato a essere selezionato per l'incarico. Poiché si tratta di un giudizio complessivo, nel senso della coessenzialità di tutte le risultanze sulle quali esso è basato, è evidente che anche la sola inadeguatezza del candidato rispetto all'incarico da assegnarsi quale emergente dal colloquio può giustificare una valutazione di inidoneità.
Corte di Cassazione – Sezione Penale – Sentenza n. 45928 del 19 novembre 2015 riafferma il principio in base al quale il servizio di pronta disponibilità non prevede la discrezionalità del medico ma l’obbligo comunque di intervenire, indipendentemente dalla valutazione della urgenza.
Tar Friuli Venezia Giulia – Sezione I - Sentenza n. 481 del 10 novembre 2015 ha affermato il principio in base al quale i giudizi medico – legali resi dai competenti organi tecnici non possono essere contraddetti da eventuali certificazioni mediche di parte.
Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – Sentenza n. 18221 del 17 settembre 2015 ha pronunciato una sentenza sulle ferie aggiuntive dei lavoratori sottoposti a rischio radiologico non assimilabile alle ordinarie. L’articolo del contratto va interpretato nel senso che nel periodo di 15 giorni di ferie aggiuntive da usufruirsi in unica soluzione, vanno ricompresi e restano quindi assorbiti le festività, i giorni domenicali e il sabato, per coloro i quali prestano servizio in turni di cinque giorni settimanali, ricadenti in tale periodo, poiché la norma contrattuale contempla il beneficio di un ulteriore periodo feriale continuativo e unitariamente stabilito, da computarsi secondo il calendario e senza far riferimento ai giorni lavorativi.
Corte di Cassazione – Sezione Civile – Sentenza n. 23198 del 13 novembre 2015.Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo; ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell'ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, all'inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, all'inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario. Nessuna differenziazione emerge tra natura pubblica o privata della struttura sanitaria. E non potrebbe essere diversamente, in ragione della intrinseca identica natura del contratto atipico di spedalità e della irrilevanza della scelta del medico.
Sentenze: le novità dal 16 al 20 novembre
Questa settimana: abuso d’ufficio e mobbing, malattia del lavoratore e inidoneità al lavoro
Corte di Cassazione – Sezione Penale – Sentenza n. 40320 del 7 ottobre 2015. Ciò che dal punto di vista del codice deontologico medico viene considerato una grave violazione della regola del rispetto fra i colleghi con il camice bianco, dal punto di vista della Corte di Cassazione penale viene punito invece come abuso d’ufficio e mobbing. La Corte di Cassazione con la sentenza n. 40320 del 7 ottobre 2015 infatti punisce le condotta meschina di un direttore d’ospedale verso un suo medico e lo condanna perché responsabile dei delitti di abuso d'ufficio e maltrattamenti in famiglia. Il caso prende le mosse dalle continue condotte discriminatorie perpetrate sistematicamente da un direttore dell'unità di cardiochirurgia nei confronti di un medico chirurgo. Il direttore inizia la sua “escalation di prevaricazione” destinando il medico ad attività di consulenza in una struttura diversa e meno importante di quella dove abitualmente egli si reca. Non solo, fa anche in modo che il medico nella ripartizione degli interventi chirurgici tra lui e i colleghi, ne debba effettuare sempre meno degli altri. La vittima quindi non solo viene messa da parte all’interno dell’ambiente ospedaliero nel quale soleva svolgere le prestazioni mediche, ma assiste progressivamente allo screditamento delle sue competenze professionali.
Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – Sentenza n. 22410 del 3 novembre 2015. La malattia del lavoratore costituisce una situazione diversa dalla sua inidoneità al lavoro; pur essendo entrambe cause d'impossibilità della prestazione, hanno natura e disciplina diverse. La prima è di carattere temporaneo e implica la totale impossibilità della prestazione, che determina la legittimità del licenziamento quando abbia causato l'astensione dal lavoro per un tempo superiore al periodo di comporto; la seconda ha carattere permanente o, quanto meno, durata indeterminata o indeterminabile, e non implica necessariamente l'impossibilità totale della prestazione, consentendo la risoluzione del contratto, eventualmente previo accertamento della sua esistenza con la procedura stabilita dall'art. 5 dello Statuto dei Lavoratori.
Sentenze: le novità dal 9 al 13 novembre
Questa settimana: falsa attestazione di esame non eseguito, compensi dei Direttori Generali, accesso a medicina e chirurgia da Università straniere, diritto di accesso agli atti deliberativi per la determinazione dei fondi di risultato Asl
Tribunale di Monza – Sezione II – sentenza del 29 settembre 2015 si è pronunciata sulla falsa attestazione di un esame non eseguito, che ha determinato la risoluzione per giusta causa del rapporto di collaborazione tra il medico e una struttura sanitaria. Tenuto conto che il rapporto di collaborazione tra le parti era iniziato solo da pochi mesi, si è affermato che il comportamento tenuto dal sanitario in occasione di una visita integrasse una gravissima violazione del codice deontologico, tale da incrinare la fiducia della Casa di Cura e una giusta causa di recesso. L'importanza dell'inadempimento risiede nella falsa attestazione dell’espletamento di una specifica attività diagnostica, in realtà non eseguita, a prescindere dalla correttezza della prescrizione impartita al paziente di eseguire biopsia prostatica alla luce dei risultati dell'esame del PSA, recanti valori sensibilmente superiori alla norma.
La Corte dei Conti – Sezione Regionale per la Basilicata -Delibera n. 53/2015, è stata chiamata a pronunciarsi sui compensi da attribuire ai direttori generali delle Aziende del SSR. Successivamente all'entrata in vigore dell'art. 61 del D.L. n. 112 del 2008 non può più trovare applicazione il meccanismo di rivalutazione o di indicizzazione delle retribuzioni dei Direttori Generali delle Aziende del Servizio Sanitario Regionale introdotta con legge della Regione Basilicata n. 1/2006, in quanto contrario alle disposizioni di principio sulla materia introdotte, in sede di coordinamento della finanza pubblica, con D.L. n. 112 del 2008, art. 61, comma 14.
Consiglio di Stato – VI Sezione -Sentenza n. 2746/2015, si è pronunciato sull’accesso a medicina e chirurgia da università straniere , senza test ma con rigorosa valutazione del percorso di formazione. La richiesta dello studente, iscritto al corso di laurea in medicina e chirurgia in università straniere, di essere iscritto in università italiane ad anni di corso successivi al primo, con riconoscimento del pregresso periodo di formazione universitaria, non può, sulla base della vigente normativa nazionale ed Europea, essere condizionata all'obbligo del test di ingresso previsto per il primo anno. Restano salvi, in ogni caso, sia il potere/dovere dell'Università italiana della concreta, rigorosa valutazione del percorso di formazione svolto all'estero (per riscontrare l'effettiva equipollenza delle competenze e degli standard formativi dell'università di provenienza rispetto a quelli assicurati dall'istituzione universitaria nazionale) sia, da parte della stessa Università, il rispetto ineludibile del limite del numero di posti disponibili per trasferimento programmato per ogni anno accademico.
TAR Marche Ancona - Sezione I - sentenza n. 769 del 23 ottobre 2015 ha stabilito che sussiste l’interesse del dirigente sanitario ad accedere agli atti deliberativi di determinazione dei fondi di risultato. L’accesso, quantomeno in relazione agli anni successivi all’assunzione, non configura un controllo generalizzato sull’attività amministrativa bensì una operazione giustificata dalla necessità di accedere ad atti che per quanto storicamente e numericamente rilevanti sono suscettibili di produrre effetti diretti o indiretti sulla posizione retributiva/contributiva del dipendente del SSN. Non può quindi negarsi che sussiste l'interesse, in capo a quest'ultimo, a svolgere tutte le necessarie verifiche prima di intraprendere un'eventuale azione giurisdizionale davanti al giudice competente a tutela delle proprie posizioni giuridiche.
Sentenze: le novità dal 2 al 6 novembre
Questa settimana: responsabilità medica: obbligatorietà del trattamento sanitario, onere della prova, infezione trasfusionale, prova obbligo del consenso informato. Applicazione del contratto collettivo di specialistica ambulatoriale, delitti contro l’onore, prestazioni di lavoro straordinario.
Corte di Cassazione – Quinta Sezione Penale -Sentenza n.38914/2015, è stata chiamata a pronunciarsi sull’obbligatorietà del trattamento terapeutico. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge, che garantisce l’inviolabilità della libertà personale con riferimento anche alla libertà di salvaguardia della propria salute e della propria integrità fisica, e che esclude la possibilità d’accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, se questo è in grado di prestarlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità. Pertanto l’operatore trova un limite invalicabile al suo operare proprio nella volontà del paziente, manifestata in forma inequivocabilmente negativa concretizzante un rifiuto del trattamento terapeutico prospettatogli.
CASSAZIONE CIVILE - Sezione III – sentenza n. 18307 del 18 settembre 2015 Nella responsabilità civile derivante da attività medico-chirurgica, il paziente-creditore ha il mero onere di provare il contratto e allegare il relativo inadempimento o inesatto adempimento, non essendo invece tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria, e la relativa gravità. Si è al riguardo ulteriormente precisato che la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà non può valere come criterio di distribuzione dell’onere della prova, bensì solamente ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa riferibile al sanitario. Incombe in ogni caso al medico dare la prova della particolare difficoltà della prestazione, giacché la norma in questione implica solamente una valutazione della colpa del professionista in relazione alle circostanze del caso concreto.
La Corte di Cassazione – Terza Sezione Civile -Sentenza n.18895/2015, è stata chiamata a pronunciarsi sul danno da infezione trasfusionale. E’ onere della struttura ospedaliera dimostrare che al momento della trasfusione il paziente avesse già contratto l’infezione per la quale domanda il risarcimento. Nel danno da infezione trasfusionale, le Sezioni Unite hanno stabilito che compete al debitore ovvero alla struttura ospedaliera dimostrare che l’inadempimento non era eziologicamente rilevante – perché l’affezione era già in atto al momento del ricovero. La sentenza d’appello ha palesemente violato tale principio, pretendendo che fosse non l’ospedale a dimostrare che la paziente fosse già infetta al momento dei ricovero, ma che fosse la paziente a dimostrare di essere stata sana al momento della trasfusione.
Corte di Cassazione – Terza Sezione Civile -Sentenza n.19212/2015, ribadisce che l’obbligo del consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario senza il quale l’intervento del medico è – al di fuori dei casi di trattamento per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità – sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente. Si tratta di obbligo che attiene all’informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto, e in particolare in ordine alla possibilità che ne consegua un aggravamento delle condizioni di salute del medesimo, al fine di porlo in condizione di consentirvi in modo consapevole. Il medico ha pertanto il dovere di informare il paziente in ordine alla natura dell’intervento, alla portata dei possibili e probabili risultati conseguibili e delle implicazioni verificabili. Si è al riguardo ulteriormente precisato che l’acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell’intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria in caso di relativa mancata prestazione da parte del paziente.
La Corte di Cassazione –Sezione Lavoro -Sentenza n.19308/2015, si è pronunciata sull’applicazione del contratto collettivo della specialistica ambulatoriale. Il contenuto del contratto individuale stipulato con il libero professionista può essere diverso a seconda che sia stato stipulato in applicazione del d.lgs. n. 165 del 2001, nel qual caso gli obblighi corrispettivi sono determinati autonomamente dalle parti, ovvero in applicazione del D.P.R. n. 271 del 2000, ove il contenuto del contratto è predeterminato dalla contrattazione collettiva, recepita dal decreto presidenziale, e imposto ab esterno alle parti; nel secondo caso, peraltro, anche la costituzione del rapporto segue precise regole.
La Corte di Cassazione –Sezione Penale -Sentenza n.34395/2015, si è pronunciata sulla legittimazione ad agire in caso di delitti contro l’onore.Quando l'offesa assume carattere diffusivo (nel senso che essa viene ad incidere sulla considerazione di cui l'ente gode nella collettività – nella fattispecie espressioni denigratorie nei confronti di colleghi dell’ospedale - ), detto ente, al pari dei singoli soggetti offesi, è legittimato alla presentazione della querela ed alla successiva costituzione di parte civile e ad esso compete eventualmente la facoltà di proporre impugnazione. Infatti le espressioni denigratorie dirette nei confronti di singoli appartenenti ad un'associazione od istituzione possono, al contempo, aggredire anche l'onorabilità dell'entità collettiva, cui essi appartengono, entità alla quale, conseguentemente, anche compete la legittimazione ad assumere la qualità di soggetto passivo di delitti contro l'onore.
La Corte di Cassazione - Sezione lavoro - Sentenza 21262 del 2015 ha pronunciato una sentenza con la quale si esprime il principio secondo cui le prestazioni di lavoro straordinario effettuate dai dirigenti per garantire le guardie e le pronte disponibilità notturne e festive, se non compensate con riposi sostitutivi, devono essere remunerate secondo le maggiorazioni previste dal contratto collettivo e ciò a prescindere dalla capienza del relativo fondo contrattuale. In altri termini viene affermato il principio di corrispettività e proporzionalità della retribuzione, contenuto nell’art. 36 Cost., che deve trovare applicazione a prescindere da eventuali limitazioni finanziarie e tenendo conto di quanto previsto dalle regole contrattuali che governano il rapporto di lavoro.
Sentenze: le novità dal 26 al 30 ottobre
Questa settimana: responsabilità per scomparsa paziente psichiatrico, esclusività di rapporto, retribuzione di posizione variabile aziendale.
Tribunale di Rimini – Sezione Unica Civile -Sentenza dell’8 settembre 2015, conferma la responsabilità in capo alla struttura nell’ipotesi di scomparsa di un paziente dalla residenza sanitaria psichiatrica; la responsabilità consiste nel riconoscimento del colpevole abbandono dello stesso, che ne ha permesso l'allontanamento; in virtù del contratto fra le parti, la struttura sanitaria deve fornire una prestazione assai articolata, definita genericamente di "assistenza sanitaria", che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi di protezione ed accessori. Il medico è considerato corresponsabile della scomparsa, dal momento che, se avesse svolto con la diligenza richiesta il ruolo di responsabile sanitario della struttura, avrebbe avuto modo di accorgersi dei rischi che incombevano sull'incolumità del paziente (come le mancanze nella attuazione delle misure di sicurezza) e avrebbe potuto sollecitare un'intensificazione dei controlli o disporne il trasferimento in luogo più protetto.
Corte dei Conti – sezione I Appello – Sentenza n. 491/2015 – La Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per il Lazio, aveva condannato un dirigente medico al pagamento di un certo importo nei confronti della ASL di appartenenza per avere utilizzato in alcune annualità la partita IVA in relazione a prestazioni rese, ma senza optare per il regime non esclusivo. Da ciò, era derivata la percezione di emolumenti in violazione di disposizioni di legge contrattuali disciplinanti l'attività medica, ed in particolare quelli erogati a titolo di indennità di esclusiva, retribuzione di risultato e d’indennità di direzione, incompatibili con il regime giuridico retributivo di riferimento. La Sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei Conti ha confermato la sentenza di condanna evidenziando, tra gli altri aspetti, che alcun valore esimente poteva essere attribuito all’affermazione del medico appellante, secondo cui vi sarebbe stata una sorta di autorizzazione implicita, una sorta di silenzio-assenso, da parte dell'Azienda nello svolgimento di attività libero-professionale in costanza di regime lavorativo a tempo pieno. Una tale forma di autorizzazione non era stata dimostrata nel caso specifico e mai il medico avrebbe potuto legittimamente dedicarsi ad attività professionale autonoma prima di attendere quanto meno il riscontro da parte della ASL ad una siffatta istanza.
La Cassazione Civile – Sezione Lavoro – con sentenza n. 19040/2015 ha confermato che alla base della retribuzione di posizione variabile aziendale vi è la graduazione delle funzioni. Il provvedimento di graduazione delle funzioni ha natura di atto di macro organizzazione ed integra un elemento costitutivo della parte variabile della retribuzione di posizione. Ne consegue che nel caso in cui l’ASL non adotti l’atto organizzativo in questione, la componente variabile non può essere determinata né con riferimento soltanto all'importanza e complessità dell'incarico ricoperto, né, in maniera indifferenziata, in proporzione alla disponibilità dell'apposito fondo aziendale, i cui atti di determinazione hanno natura contabile e non sono idonei a fondare posizioni giuridiche piene, a sostegno di pretese economiche individuali. Mentre la componente fissa della retribuzione di posizione non è modificabile, l'incremento della componente variabile minima contrattuale, sulla base della graduazione delle funzioni, è competenza delle singole aziende in relazione alle risorse disponibili nell'apposito Fondo.
Sentenze: le novità dal 5 al 9 ottobre
Questa settimana: danno erariale, pianificazione delle attività dei direttori di struttura complessa
La Corte dei Conti – Regione Puglia – (Sentenza n. 413/2015), ha convenuto in giudizio un professore ordinario dell’Università, Direttore dell’U.O. di Neurochirurgia del Policlinico, per aver arrecato un danno erariale all’Azienda Ospedaliera e all’Università, avendo percepito indebitamente il trattamento retributivo di professore a tempo pieno, nonché quello accessorio (c.d. indennità di esclusività) per l’espletamento di attività professionale in regime di c.d. “intramoenia” ed esercitato anche autonomamente la professione medica presso una Casa di Cura, senza darne comunicazione. La Corte ha precisato che, per il docente a tempo pieno, vi è assoluta incompatibilità con lo svolgimento di attività professionale, poiché per il legislatore lo svolgimento delle stesse è comunque ritenuto pregiudizievole sotto il profilo della completa disponibilità del professore per l’attività di docenza; inoltre, anche la disciplina del dirigente medico in regime di intramoenia è assai rigorosa, atteso che l’inosservanza del divieto reca comunque un danno all’organizzazione ed al corretto svolgimento della prestazione sanitaria dell’Azienda di appartenenza
Tribunale di Napoli sentenza del 9 luglio 2015 . L’azienda non può unilateralmente modificare il sistema di pianificazione dell’ attività dei direttori di struttura complessa. Il Tribunale di Napoli ha stabilito che l’azienda non può unilateralmente modificare il sistema di pianificazione dell’ attività dei direttori di struttura complessa. Con tale motivazione ha dichiarato illegittima la delibera con la quale l’Azienda aveva unilateralmente introdotto un sistema di rilevazione delle presenze basato sull’uso del badge, estendendo tale modifica anche ai direttori di struttura complessa. Resta tuttavia devoluta all’amministrazione ogni altra ulteriore determinazione in ordine alla questione in ottemperanza al disposto del comma 2 dell’art. 15 del CCNL 2002-2005.
Sentenze: le novità dal 28 settembre al 2 ottobre
Questa settimana: responsabilità, mobbing, risoluzione anticipata del DA, legge anticorruzione, responsabilità della Asl
La Cassazione – VI Penale– (Sentenza n. 38281/2015), ha assolto due medici che avevano curato un latitante con ferite da arma da fuoco senza denunciare il fatto, dall’accusa di favoreggiamento. Così gli ermellini: “Nell’intersecarsi di esigenze tutte costituzionalmente correlate, i valoro legati alla integrità fisica rendono necessariamente recessivi quelli contrapposti e finiscono per imporre comunque l’intervento sanitario”.
La Cassazione - Sezione Lavoro – (Sentenza n. 18039/2015), ha stabilito che anche in presenza di alcuni apparenti indici rilevatori, il mobbing non si configura. Infatti non sono sufficienti a caratterizzare il mobbing, se non supportati da idonea prova in giudizio, gli atteggiamenti minacciosi che il primario del reparto era solito attuare nei confronti del personale del reparto - la mancata concessione delle ferie, se non a condizione che fossero state chieste da lui personalmente - il mancato deposito, a seguito dell'ordinanza del giudice di primo grado, dei turni lavorativi da parte dell'Azienda - taluni documenti comprovanti il demansionamento del ricorrente e la condanna del primario , per oltraggio a pubblico ufficiale nei suoi confronti - le certificazioni mediche e la consulenza tecnica d'ufficio attestanti la grave sindrome depressiva conseguente ai comportamenti vessatori posti in essere nei suoi confronti - l'inerzia del datore di lavoro che, pur essendo a conoscenza della grave situazione conflittuale esistente nel reparto, ha omesso di adottare ogni misura idonea a prevenire i fatti in questione.
La Cassazione - Sezione Lavoro – (Sentenza n. 14349/2015), si è pronunciata sulla risoluzione anticipata del rapporto di lavoro tra Asl e Direttore Amministrativo. In mancanza di una giusta causa il rapporto di lavoro non può risolversi anticipatamente rispetto al periodo minimo triennale, dovendosi ritenere nulla la clausola che consenta il recesso unilaterale con contestuale decadenza dall'incarico - per il venir meno del rapporto fiduciario tra direttore generale e direttore amministrativo, e a quest'ultimo, in applicazione della disciplina propria del recesso per giusta causa derivante da inadempimento. Pertanto la risoluzione del rapporto di lavoro tra Asl e Direttore Amministrativo genera il diritto al risarcimento del danno.
TAR Lazio - Sezione III – (Sentenza n. 11391/2015), si è pronunciata sulle misure di trasparenza della Legge Severino dovranno applicarsi anche agli Ordini professionali. Il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso, presentato da cinque ordini degli avvocati (Locri, Pisa, Biella, Catanzaro, Cosenza), contro le delibere dell'Anac, l'Autorità nazionale anticorruzione, con le quali venivano applicati gli obblighi di trasparenza della legge Severino anche agli Ordini professionali. La sentenza è relativa al ricorso presentato dagli avvocati, ma, secondo il Tar, gli Ordini rimangono entro la categoria degli enti pubblici non economici. E la conseguenza è che dovranno predisporre un piano triennale di prevenzione della corruzione, nominare un responsabile anticorruzione, pubblicare i dati su patrimonio e redditi dei titolari delle funzioni di indirizzo politico, nonché attuare incompatibilità e inconferibilità degli incarichi. Respinte quindi, tra le altre, le tesi della natura associativa degli Ordini, dell'autonomia finanziaria, dell'esclusivo finanziamento mediante i contributi degli iscritti, mentre prevale il fatto che la loro funzione sia anche quella di regolamentare la professione.
Tribunale di Pisa – (Sentenza del 4 maggio 2015), ha stabilito la responsabilità in capo alla Asl nel caso di una caduta del Primario all’interno della sala operatoria a causa della presenza sul pavimento di un ostacolo; in questo caso la ASL è tenuta al risarcimento, poiché responsabile dei danni causati dalle cose in propria custodia. Nella fattispecie è sufficiente provare il nesso fra l’oggetto in custodia e l’evento. Tra l’altro, è da escludere che al medico possa essere attribuita una condotta colpevole perché, nel caso specifico al momento dell'ingresso nella sala operatoria aveva le mani alzate ed ha evitato di appoggiarle per ripararsi dalla caduta, verosimilmente aggravando le conseguenze della stessa. Il giudice ha ritenuto comprensibile il fatto che non si sia riparato al momento dell’incidente, posto che il chirurgo ha l'istinto di proteggere le mani dalle contaminazioni prima di un intervento, dopo che ha effettuato tutte le preventive operazioni di sterilizzazione.
Sentenze: le novità dal 21 al 25 settembre
Questa settimana: atti di macro-organizzazione delle Aziende, blocco contratti, “incompletezza” della cartella clinica, utilizzabilità del prelievo ematico, rimborso spese per cure all’estero
Il Consiglio di Stato - Sezione III– (Sentenza n. 3815/2015), ha stabilito che la cognizione degli atti di macro-organizzazione delle Pubbliche Amministrazioni rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo; diversa è la disciplina dell'attività organizzativa del S.S.N.. Ai sensi dell'art. 3, del d.lgs. n. 502 del 1992, come modificato dal d.lgs. n. 229 del 1999, le USL (cui sono succedute con analoga disciplina le aziende sanitarie) si costituiscono in aziende con personalità giuridica pubblica e autonomia imprenditoriale; la loro organizzazione e il loro funzionamento sono disciplinati con atto aziendale di diritto privato, agiscono mediante atti di diritto privato; il direttore generale adotta l'atto aziendale di organizzazione, è responsabile della gestione complessiva e nomina i responsabili delle strutture operative dell'azienda. Pertanto, diversamente dalle amministrazioni pubbliche in genere, gli atti di macro-organizzazione delle aziende sanitarie sono adottati con atto di diritto privato in coerenza con il carattere imprenditoriale strumentale, con conseguente devoluzione della cognizione degli stessi alla giurisdizione del giudice ordinario.
Il Tribunale di Roma - Sezione III Lavoro - (sentenza n. 7552/2015) ha accolto il ricorso presentato contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Aran e ha dichiarato il diritto all’avvio del procedimento di contrattazione collettiva per i contratti della scuola, dell’Università e Ricerca scientifica, dell’alta formazione artistica musicale e coreutica e delle relative aree dirigenziali.
La Cassazione Civile - Sezione III– (Sentenza n. 12218/2015), ha stabilito che l'incompletezza della cartella clinica è circostanza di fatto che il giudice di merito può utilizzare per ritenere dimostrata l'esistenza d'un valido nesso causale tra l'operato del medico e il danno patito dal paziente. Non in modo automatico, però: affinché quella incompletezza rilevi ai fini del decidere, è necessario che: l'esistenza del nesso di causa tra condotta del medico e danno del paziente non possa essere accertata proprio a causa della incompletezza della cartella; il medico abbia comunque posto in essere una condotta astrattamente idonea a causare il danno.
La Cassazione Penale – Sezione IV - (Sentenza n. 36062/2015), ha stabilito che ai fini dell’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, i risultati del prelievo ematico che sia stato effettuato secondo i normali protocolli medici di pronto soccorso, durante il ricovero presso una struttura ospedaliera pubblica a seguito dell'incidente stradale, sono utilizzabili nei confronti dell'imputato per l'accertamento del reato. Si tratta di elementi di prova acquisiti attraverso la documentazione medica per i quali è irrilevante, ai fini della valenza in ambito processuale, la mancanza del consenso.
La Cassazione Civile (Sentenza n. 18787/2015), ha riconosciuto il rimborso delle spese sostenute per recarsi in un centro di riabilitazione all’estero.
Sentenze: le novità della settimana dal 14 al 18 settembre
Questa settimana: differenze retributive in caso di sostituzioni, colpa medica, consenso informato.
Il Consiglio di Stato - Sezione III– (Sentenza n. 3792), ha stabilito che non risulta ostativo al riconoscimento economico differenziale, la circostanza che la delibera di conferimento delle funzioni primariali lo limitava al periodo di mesi sei, escludendo espressamente maggiorazioni retributive per i primi 60 giorni nonché una durata superiore a mesi sei nell'arco dell'anno solare. Inoltre, ricorda il Consiglio di Stato, la Corte Costituzionale con sentenza n. 101/2001ha affermato che la spettanza al lavoratore del trattamento retributivo corrispondente alle funzioni espletate è un precetto derivante dall'art. 36 Cost., la cui applicabilità al pubblico impiego non può essere messa in discussione, mentre la astratta possibilità di protrazioni illegittime dell'assegnazione a funzioni superiori non è un argomento idoneo a giustificare una restrizione dell'applicabilità del principio costituzionale di equivalenza della retribuzione al lavoro effettivamente prestato.
La Corte Conti - Sezione Giurisdizionale Valle d’Aosta– (Sentenza n. 11 del 23/07/2015), ha stabilito che se una Asl evita il giudizio ma “sborsa” troppo, questo atteggiamento rappresenta una grave perdita per la collettività. Nella fattispecie, una neomamma si ammala di febbre puerperale e la salva un'isterectomia, denuncia i medici che l'hanno seguita e l'Asl paga con soldi suoi non coinvolgendo l'assicurazione ed evitando il processo civile. Poi la Corte dei Conti decide di rivalersi sui due medici e scopre che l'Asl non doveva pagare o al massimo doveva dare quaranta volte meno. Il Ctu della Corte ha ristretto infatti i contorni della colpa al medico che non ha inserito in cartella clinica l'antibioticoterapia praticata: è come se non l'avesse fatta. Il convenuto contestava che "l'Asl nell'accettare la proposta di transazione, non ha mai verificato l'effettiva sussistenza della colpa medica e nemmeno se l'importo da versare fosse effettivamente inferiore (...)". La Corte gli ha risposto che le questioni relative all'iter stragiudiziale "appaiono estranee al presente giudizio: esse afferiscono, infatti, ai rapporti tra l'Azienda USL di Aosta, la Società di assicurazione e gli odierni convenuti, rapporti che potranno, in ipotesi, essere oggetto di controversie in altra sede fra i citati soggetti, ma sono privi di influenza nel procedimento dinanzi a questa Corte".
Il Tribunale di Firenze - Sezione II Civile– (Sentenza n. 452), ha ribadito che è onere del chirurgo, prima di procedere a un'operazione, al fine di ottenere un valido consenso del paziente, specie in caso di chirurgia estetica, informare questi dell'effettiva portata dell'intervento, degli effetti conseguibili, delle inevitabili difficoltà, delle eventuali complicazioni, dei prevedibili rischi coinvolgenti probabilità di esito infausto. Quando consegua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o ad attenuare, all'accertamento che di tale possibile esito il paziente non era stato compiutamente e scrupolosamente informato consegue ordinariamente la responsabilità del medico per il danno derivatone, quand'anche l'intervento sia stato correttamente eseguito. E’ opportuno quindi non tralasciare nulla e garantire una qualità dell’informazione (prospettando nel modulo anche la possibilità – statisticamente molto probabile – di eventuali conseguenze negative che si possono manifestare a seguito dell’intervento).
Asl Livorno: l'Anaao ottiene il riconoscimento dell'indennità di esclusività sui 15 anni.
Nella determinazione del direttore Generale ASL Livorno, n. 70 del 29 gennaio scorso, è stata affrontata, con esito positivo, la questione del mancato riconoscimento della fascia di esclusività al conseguimento della esperienza superiore a 15 anni, attraverso un procedimento di verifica degli incarichi affidati ai dirigenti all’atto della maturazione dei suddetti anni. La determinazione è stato il prodotto di una attenta ed efficace contrattazione aziendale in cui, come affermato dallo stesso Segretario Aziendale Anaao Assomed, dott. Vito Giudice, l’attività sindacale esperita dall’Anaao aziendale ha avuto un ruolo determinate per l’esito positivo della vicenda anche in via giudiziale (sentenza Tribunale di Livorno 381 del 16 luglio 2015), essendo la determinazione dirimente per l’esito della controversia, già a suo tempo instaurata dall’Associazione.
Da una breve disamina della delibera si evince che l’Azienda Asl 6 di Livorno, mentre aveva provveduto, a partire dall’anno 2012, al riconoscimento della fascia superiore di esclusività al conseguimento della esperienza quinquennale (fattispecie che si ricorda, prevede al maturare dei requisiti di esperienza professionale per i dirigenti di prima nomina l’attribuzione – mediante sottoscrizione di contratto individuale – di un incarico diverso o di rango superiore di lett. c) e b) art. 27 CCNL 8/6/2000, presupposto divenuto irrinunciabile per il riconoscimento sia ai fini giuridici che ai fini economici della fascia della indennità di esclusività), viceversa nel caso della maturazione dell’esperienza superiore a 15 anni, non era stato previsto ed attuato alcun au-tomatismo circa l’attribuzione della fascia superiore della indennità di esclusività, dato che “la vigente contrattazione collettiva prevede che la valutazione dell’incarico svolto, laddove positiva, al maturare del 15° anno, è utile in via prioritaria anche ai fini dell’attribuzione al dirigente di un incarico – ove disponibile – tra quelli della lettera c) dell’art. 27 CCNL 8/6/2000, ma non identifica un vincolo/automatismo di attribuzione di diverso incarico”.
In data 8 settembre 2014, era stata siglata con le OO.SS. della dirigenza Medica e Veterinaria un’intesa che prevedeva di dare soluzione a tale problematica, attraverso un procedimento di verifica degli incarichi nel tempo affidati ai dirigenti all’atto della maturazione dei 15 anni; per dare attuazione ai contenuti della predetta intesa, all’interno di ciascun dipartimento e macro-struttura, si è provveduto ad una verifica ed attestazione di determinate condizioni ovvero che gli incarichi di struttura semplice e IPEQ già esercitati all’atto dai dirigenti al momento della maturazione dei 15 anni, avessero avuto successivamente una evoluzione del loro contenuto in termini di grado di autonomia responsabilità e competenze, tale da configurare, a parità di tipologia, una funzione e/o incarico di maggiore complessità atto a giustificare il riconoscimento retributivo anche in arretrato; ed allo stesso modo che gli incarichi di base lettera c) art. 27 CCNL 8/6/2000 conferiti ai Dirigenti al momento della maturazione dei 15 anni di esperienza professionale nel periodo 01.01.2011 – 31.12.2014, presentassero effettivamente maggiori contenuti e competenze e maggior grado di autonomia e responsabilità, e/o che fossero state esercitate di fatto funzioni e competenze aggiuntive rispetto a quelle previste nella lettera con-tratto.
Pertanto l’Azienda ha proposto di provvedere alla erogazione della indennità di esclusività nel rispetto della intesa 8 settembre 2014 rilevato che “in esito alle verifiche e certificazioni sussi-stono le condizioni per il riconoscimento dei benefici legati alla indennità di esclusività a decorrere dalla data attestata attraverso la procedura di verifica; che l’erogazione delle indennità di esclusività avverrà con le specifiche modalità e tempistiche previste dalla intesa del 8 settembre 2014, provvedendosi con la mensilità stipendiale di febbraio 2015 alla messa a regime della indennità di esclusività, unitamente al riconoscimento delle quote eventualmente maturate con riferimento all’ano 2013, rinviandosi la erogazione degli arretrati 2014 all’atto della chiusura del bilancio 2014 sulla base di apposito accantonamento; che in merito alle quote arretrate relative agli anni 2011 e 2012, si provvederà previo esperimento dei passaggi regionali previsti dalla intesa; che la Direzione procederà attraverso specifiche ed omogenee linee guida che saranno fornite ai dipartimento per l’adattamento riformulazione e conferimento nel 2015 degli incarichi lett. c) art. 27 CCNL 98-2001 già conferiti e da conferire ai dirigenti con esperienza prof > 15 anni, in coerenza con il nuovo assetto e le correlate esigenze organizzative funzionali”.
La contrattazione aziendale, attentamente formulata dal Segretario Aziendale Anaao Asl 6 Li-vorno, ha prodotto altresì, con la deliberazione n. 70 depositata in corso di causa, un esito po-sitivo (sentenza n. 381 del 16 luglio 2015), in Tribunale sul riconoscimento dell’indennità di esclusività al compimento dei 15 anni di servizio. Infatti i ricorrenti, tutti dirigenti con rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e in regime di esclusività con la Azienda USL di Livorno, con anzianità di servizio superiore a 15 anni, avevano adito il Tribunale per chiedere l’accertamento del proprio diritto ad ottenere, anche nel triennio 2011-2013 l’indennità di esclusività ad essi spettante al maturare dei presupposti di legge e di contratto. I ricorrenti avevano altresì domandato di condannare l’Azienda convenuta ad “adottare tutto quanto necessario a rideterminare l’indennità di esclusività spettante ai ricorrenti ivi compreso, il giudizio del Collegio Tecnico” ed a condannarla a corrispondere loro l’indennità di esclusiva, con conseguente regolarizzazione della posizione previdenziale e contributiva degli stessi, oltre interessi e rivalutazione di legge.
In corso di causa, in sede di note conclusive, i ricorrenti hanno dato atto che, essendo venuto meno il c.d. blocco stipendiale dal 1° gennaio 2015 ed avendo nelle more del giudizio la ASL convenuta provveduto alla corresponsione degli arretrati relativi all’anno 2013, l’interesse alla causa di essi ricorrenti era “circoscritto alle differenze stipendiali, inerenti alla indennità di esclusiva, relative agli arretrati maturati negli anni 2011, 2012 e 2014”. Hanno altresì prodotto in giudizio la delibera n. 70 del 29 gennaio 2015, documento determinante l’esito della causa, dove si legge che “in esito alle verifiche e certificazioni sopra richiamate sussistono le condizioni per il riconoscimento dei benefici legati alla indennità di esclusività a decorrere dalla data attestata attraverso la procedura di verifica, come sopra indicata”.
Quanto alla domanda relativa agli anni 2013-2014, avendo nel giugno 2015 l’Asl provveduto al pagamento della indennità con riferimento ai due anni, il Tribunale ha dichiarato la cessazione della materia del contendere e la sopravvenuta carenza di interesse alla pronuncia giudiziale, avendo i ricorrenti ottenuto il bene della vita cui aspiravano con la domanda giudiziale.
Quanto alle ulteriori domande, relative agli anni 2011 e 2012, la domanda è stata dichiarata fondata ed accolta per le seguenti ragioni:
1) nella deliberazione del Direttore Generale n. 70 del 29 gennaio 2015, l’Asl di Livorno ri-conosce chiaramente la sussistenza del diritto dei ricorrenti a percepire la indennità di esclusiva domandata in ricorso anche con riferimento a quanto maturato nel 2011 e 2012, secondo determinate modalità di pagamento;
2) nella stessa deliberazione si dà infatti atto che “in esito alle verifiche e certificazioni so-prarichiamate, sussistono le condizioni per il riconoscimento dei benefici legati alla in-dennità di esclusiva, a decorrere dalla data attestata attraverso la procedura di verifica, come sopra indicata (…) in merito alle quote arretrate relative agli anni 2011 e 2012 si provvederà previo esperimento dei passaggi regionali previsti dall’intesa”.
Pertanto, avuto riguardo alla delibera n. 70/2015 la domanda dei ricorrenti è stata accolta e l’Azienda USL 6 convenuta è stata conseguentemente condannata non solo al pagamento in favore dei ricorrenti della indennità di esclusività nella misura spettante al quindicesimo anno di servizio secondo le decorrenze stabilite nelle tabelle contenute nella determinazione n. 70, ma anche alla relativa regolarizzazione contributiva e previdenziale. Su tali somme sono stati calcolati interessi e rivalutazione spettanti per legge.
Coordinamento servizi Anaao Assomed
Sentenze: le novità della settimana dal 31 agosto al 5 settembre
Questa settimana: conferimento incarichi, responsabilità da tardiva diagnosi, medici convenzionati.
La Corte Costituzionale - (sentenza 37/2015) si è pronunciata sul conferimento degli incarichi dirigenziali. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta «l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso».
La Cassazione Civile - Sezione III– (Sentenza n. 16993), ha precisato che in tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale sia possibile effettuare solo un intervento c.d. palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione cagiona al paziente un danno dovendo quest’ultimo sopportare tutte le conseguenze di quel processo morboso, e in particolare il dolore che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso.L’omissione di diagnosi di un processo terminale pertanto determina un danno risarcibile alla persona ravvisato anche in conseguenza della mera perdita per il paziente della chance di vivere per un (breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ovvero anche solo della chance di conservare, durante quel decorso, una "migliore qualità della vita"
La Cassazione Civile - Sezione Lavoro– (Sentenza n. 14415 del 10/07/2015), ha stabilito che per l’inserimento nel ruolo sanitario dei medici convenzionati è imprescindibile il rispetto dei limiti dei posti delle dotazioni organiche, definite e approvate dalle Aziende U.S.L.La modifica realizzata nel 1999, con l'introduzione dell'inciso "nei limiti dei posti delle dotazioni organiche definite ed approvate nel rispetto dei principi di cui al d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29 e successive modificazioni, art. 6", ha introdotto una precisa condizione per l'inserimento nel ruolo sanitario dei medici convenzionati, consistente nelle previsioni delle dotazioni organiche, mantenuta all'esito dell'intervento del 2000. Pur nell'ottica di una tendenziale stabilizzazione dei medici addetti alle aree di attività dell'emergenza territoriale e della medicina dei servizi individuate dalle regioni come obiettivo di rafforzamento strutturale, al fine del miglioramento dei servizi, la legge sopravvenuta ha quindi demandato all'autonomia delle singole AUSL la concreta attuazione di tale potenziamento, che deve conciliarsi con le determinazioni generali della pianta organica. Il fatto che il diritto sia condizionato alla disponibilità del posto nell'organico è peraltro confermato anche dall'ultimo periodo del comma 1-bis introdotto nel 1999, sopra riportato, che manifesta come il passaggio in ruolo non debba necessariamente essere immediato, ma si debba armonizzare con il complessivo programma di assunzioni delle aziende regionali.
Questa settimana: bandi di concorso, responsabilità e linee guida, "culpa in vigilando" e "conta degli strumenti"
Il Tar Campania - (Sezione V-bis sentenza n. 3413), ha ribadito che le prescrizioni di un bando sia di gara che di concorso sono tassative e non suscettibili di interpretazione analogica, in quanto si violerebbe la “par condicio” dei candidati. Pertanto le clausole di un bando di concorso sono per l’Amministrazione vincolanti e devono ritenersi di stretta interpretazione, onde garantire l’esigenza di certezza allo svolgimento delle procedure concorsuali .In capo all’Amministrazione non vi è alcuna discrezionalità nella loro interpretazione, tanto più vanno escluse le interpretazioni integrative, specie in ordine alle cause di esclusione oppure specie, come nella fattispecie, laddove manchi proprio la clausola che penalizzi i concorrenti che non hanno sottoscritto l'elenco dei titoli
La Cassazione Penale - (Sentenza n. 26985) torna a pronunciarsi sulla responsabilità medica ed in particolare sulle “linee guida” ribadendo che in giudizio le linee guida devono essere specificate ed allegate. Infatti il semplice assunto difensivo concernente l'avvenuto rispetto da parte del medico imputato delle regole di diligenza e dei protocolli ufficiali, resta una mera enunciazione laddove sia stata omessa la necessaria allegazione delle linee guida alle quali la condotta del medico si sarebbe conformata. L'allegazione si rende necessaria ai fini della verifica della correttezza e scientificità delle stesse: solo nel caso di linee guida conformi alle regole della migliore scienza medica è possibile, infatti, utilizzare le medesime come parametro per l'accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico ed attraverso le indicazioni dalle stesse fornite sarà possibile per il giudicante valutare la conformità ad esse della condotta del medico al fine di escludere profili di colpa.
Tribunale di Vercelli - (ordinanza n. 2342): il Gip di Vercelli, ha pronunciato un’ordinanza sulla responsabilità in “vigilando” del medico nell’ipotesi di “conta degli strumenti chirurgici”, ampliando un filone giurisprudenziale che comincia a farsi strada ovvero la responsabilità riconosciuta in capo alla solo equipe infermieristica – infermiere strumentista e infermiere di sala – atteso il riconosciuto ruolo di preparazione preoperatoria e di collaborazione intraoperatoria cristallizzato oggi da Raccomandazioni ministeriali e check list. Infatti partendo lettura delle Raccomandazioni ministeriali in materia, il giudice ha affermato che il chirurgo “è esclusivamente tenuto a verificare che il conteggio dei corpi chirurgici venga eseguito e che il totale di garze utilizzate e rimanenti corrisponda a quello delle garze ricevute prima e durante l’intervento”. Conseguenza di questo assunto è che “i responsabili della conta degli strumenti sono il ferrista e gli infermieri addetti”. Compete al chirurgo la “sorveglianza…limitata alla circostanza che la conta (rectius: le conte) siano effettivamente eseguite e sottoscritte”. In buona sostanza compito del chirurgo primo operatore è il mero controllo dell’accertamento della effettuazione della procedura della conta “senza che l’obbligo di controllo si estenda all’esattezza e alla conformità della stessa e quindi senza responsabilità di errori di conteggio e di trascrizione commessi dal personale deputato”. D’altra parte, argomenta il giudice piemontese, onerare il chirurgo anche del controllo dell’esattezza lo porterebbe a effettuare la verifica personalmente distraendolo dal suo compito principale.
Questa settimana: blocco dei contratti della Pubblica Amministrazione, test in medicina, risarcimento dei danni non patrimoniali per figlio nato morto, indennità di turno
La Corte Costituzionale 178/2015 ha dichiarato illegittimo il blocco economico dei contratti della Pubblica Amministrazione che perdura dal 2010. “Il reiterato protrarsi della sospensione delle procedure di contrattazione economica altera la dinamica negoziale in un settore che al contratto collettivo assegna un ruolo centrale”. Nella sentenza la Corte rileva come “Il carattere ormai sistematico di tale sospensione sconfina in un bilanciamento irragionevole tra libertà sindacale (art. 39, co.1, Cost.), indissolubilmente connessa con altri valori di rilievo costituzionale e già vincolata da limiti normativi e da controlli contabili penetranti (artt. 47 e 48 del d.lgs. n. 165 del 2001), ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa, all’interno di una coerente programmazione finanziaria (art.81, co. 1, Cost.)”
Il Tar Lazio - (Sezione III-bis del 17 luglio 2015), con decreto cautelare del Presidente di Sezione, ha riammesso un candidato del concorso di specializzazione di medicina previsto per il prossimo 28 luglio, escluso dal test per un errore informatico. Il software era infatti incorso in un malfunzionamento. La prova è contenuta in un video dove si vede come nella pagina d'iscrizione il tasto di “upload” per la definitiva conferma dell'iscrizione non funziona nonostante la procedura fosse stata compilata in tempo, secondo le regole stabilite (ovvero le ore 13).
La Cassazione Civile - (Sentenza n. 12717) è stata chiamata a decidere sulla quantificazione del risarcimento dei danni non patrimoniali per il figlio nato morto. Con specifico riferimento al danno per perdita del rapporto parentale, le tabelle milanesi prevedono - con riferimento ai vari possibili rapporti di parentela - una forbice che, nel caso di danno subito dal genitore per la morte di un figlio, oscillava (nell'edizione 2011 fra 154.350,00 e 308.700,00 Euro); per quanto emerge dai "criteri orientativi" che illustrano la tabella, tale forbice consente di tener conto di tutte le circostanze del caso concreto, ivi compresa la "qualità ed intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale con la persona perduta". Deve allora ritenersi che, anche a voler assimilare le due situazioni (del feto nato morto al decesso di un figlio), non può tuttavia non considerarsi che per il figlio nato morto è ipotizzabile soltanto il venir meno di una relazione affettiva potenziale (che, cioè, avrebbe potuto instaurarsi, nella misura massima del rapporto genitore-figlio, ma che è mancata per effetto del decesso anteriore alla nascita), ma non anche di una relazione affettiva concreta sulla quale parametrare il risarcimento all'interno della forbice di riferimento.
La Cassazione Civile - (Sentenza n. 13804) si è pronunciata sui criteri di erogazione della indennità di turno.Si tratta di un compenso strettamente connesso alla penosità del lavoro prestato in turni ed agganciato alla effettiva prestazione del servizio, con la sola deroga delle assenze che sono causalmente collegate a tale organizzazione del lavoro e funzionali al recupero della maggior durata della prestazione lavorativa, rispetto all'orario normale contrattualmente convenuto di 36 ore, per effetto della necessità di copertura dei turni stessi. Non è condivisibile la ricostruzione che qualifica come giornata di riposo compensativo quella del sabato non lavorato per effetto della diversa distribuzione dell'orario di lavoro su cinque invece che su sei giorni lavorativi. In tal modo, secondo la Corte, si snatura il senso dell'indennità riconosciuta dall'art. 44 del contratto che, come si è ricordato, è funzionale a ristorare solo la maggior gravosità del lavoro prestato per turni a copertura dell'intero arco delle 24 ore.
Settimana dal 13 al 17 luglio
Questa settimana: facente funzione, incarico di direttore di struttura complessa, danno per mancato consenso informato
Sentenze: le novità dal 13 al 17 luglio
La Cassazione Civile - (Sentenza n. 27686 del 06.07.2015), ha espresso una pronuncia sull’articolo 18 del CCNL del 2000.La sostituzione nell'incarico dirigenziale, in caso di pensionamento del precedente titolare, ha una durata limitata nel tempo ed è finalizzata a consentire l'espletamento della procedura per la copertura del posto resosi vacante. Il periodo massimo per il quale essa può operare è pertanto di sei mesi, prorogabili a 12, nei quali spetta, a partire dal terzo mese, l'indennità prevista.La sostituzione, nell'ambito definito dalla disposizione, non configura esercizio di mansioni superiori, in quanto è considerata insita nelle funzioni normalmente attribuibili. A diversa conclusione deve giungersi qualora tale ambito venga superato ovvero quando si superino i tempi massimi previsti oppure la procedura venga espletata e il sostituto superi la selezione.In tal caso, infatti, si esorbita dalla previsione contrattuale secondo la quale l'assegnazione delle mansioni dirigenziali "in sostituzione" rientra nell'ambito delle mansioni normalmente esigibili, e si configura quindi esercizio di mansioni superiori, con il diritto alla corrispondente retribuzione.
Il TAR Friuli Venezia Giulia – sezione I – sentenza n. 297 del 23 giugno 2015 ha ribadito che L’atto di conferimento dell’incarico di direttore di struttura complessa di cui all’art. 15, comma 7-bis, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, continui ad essere espressione di una scelta di carattere fiduciario di tipo negoziale, ancorché avvenga all’esito di una procedura atta a garantire le condizioni di un trasparente ed imparziale esercizio dell’attività amministrativa, in applicazione dei principi fissati dall’art. 97 della Costituzione. Il previo esperimento di una procedura di carattere valutativo, affidata ad una commissione composta dal direttore sanitario dell'azienda interessata e da tre esperti (direttori di struttura complessa nella medesima disciplina dell'incarico da conferire), scelti mediante sorteggio “da un elenco nazionale nominativo costituito dall'insieme degli elenchi regionali dei direttori di struttura complessa appartenenti ai ruoli regionali del Servizio sanitario nazionale”, e atta all’individuazione della terna di candidati idonei da presentare al Direttore Generale, ai fini della successiva individuazione del candidato da nominare, assolve, infatti, unicamente all’esigenza di porre un freno al malcostume che, negli ultimi decenni, ha caratterizzato il conferimento di tali prestigiosi, ambiti e ben remunerati incarichi, che, troppo spesso, hanno seguito logiche di “appartenenza correntizia” piuttosto che di reale merito.
La Cassazione Civile- Sezione III - sentenza n. 12717 del 19 giugno 2015 è tornata a pronunciarsi sull'obbligo del consenso informato ribadendo che quest'ultimo costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario senza il quale l’intervento del medico è – al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità – sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente. Ai sensi dell’art. 32 , 13 della Costituzione e dell’art. 33 l. 833/1978 esso è a carico del sanitario, il quale, una volta richiesto dal paziente dell’esecuzione di un determinato trattamento, decide in piena autonomia secondo la lex artis di accogliere la richiesta e di darvi corso. Trattasi di obbligo che attiene all’informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto, e in particolare al possibile verificarsi, in conseguenza dell’esecuzione del trattamento stesso, di un aggravamento delle condizioni di salute del paziente, al fine di porre quest’ultimo in condizione di consapevolmente consentire al trattamento sanitario prospettatogli. Il medico ha pertanto il dovere di informare il paziente in ordine alla natura dell’intervento, alla portata dei possibili e probabili risultati conseguibili e delle implicazioni verificabili. L’acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell’intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente. Trattasi di due diritti distinti. Il consenso informato attiene al diritto fondamentale della persona all’espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, e quindi alla libera e consapevole autodeterminazione del paziente, atteso che nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge (anche quest’ultima non potendo peraltro in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana). Il trattamento medico terapeutico ha viceversa riguardo alla tutela del (diverso) diritto fondamentale alla salute.
Questa settimana: esercizio abusivo della professione, equipollenza delle discipline, "complicanza" di evento dannoso
La Corte di Cassazione – Sezione VI - (Sentenza 27818 dell’1/7/2015) ha confermato il risarcimento del danno in capo alla paziente curata da “falso medico”. La Corte d’Appello di Firenze, a seguito di impugnazione proposta dall'imputato contro la sentenza emessa dal Tribunale di Prato, in parziale riforma di quest'ultima aveva dichiarato non doversi procedere per essere il reato di esercizio abusivo della professione estinto per prescrizione, rideterminando il risarcimento del danno in favore della parta civile curata dal falso medico nella misura di euro mille. Il giudice d’appello, riconoscendo la sussistenza del danno morale in capo alla parte civile, l'ha correlato alla frustrazione della paziente di essersi affidata per anni alle cure di persona che, abusando della professione, ha abusato anche della sua fiducia e posto comunque a rischio la sua salute, ma anche l'evidente timore di aver ricevuto cure complessivamente inadeguate, insufficienti o eccedenti le necessità, dalle quali avrebbero potuto anche prendere origine in futuro ulteriori conseguenze negative.
Il Consiglio di Stato - Sezione III– (Sentenza n. 3272), è tornato a parlare di accesso al SSN, con la pronuncia del 1 luglio scorso, affermando la “non perfetta fungibilità” dell’equipollenza delle discipline. In luogo della indizione di una nuova procedura concorsuale (ovvero in luogo della utilizzazione della relativa graduatoria comprensiva anche degli idonei), la necessità della previa utilizzazione di una precedente graduatoria, ha ragione di porsi qualora vi sia omogeneità assoluta tra i posti da coprire con l'uno e con l'altro meccanismo selettivo ovvero con la più remota e la più recente graduatoria concorsuale. Nel caso specifico il Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi sulla diversa disciplina scientifica dei posti da coprire inerenti il profilo professionale di Dirigente Biologo - disciplina Patologia Clinica - rispetto a quelli per la cui copertura veniva approvata la graduatoria concorsuale attinente il profilo professionale di Dirigente Biologo - disciplina di Biochimica Clinica presso i SERT, ha dichiarato l’inesistenza di tale presupposto di omogeneità assoluta.
La Cassazione Civile - Sezione III– (Sentenza n. 13328 del 30.06.2015), ha stabilito l’irrilevanza per il diritto del "concetto medico di irrilevanza”. Infatti la medicina clinica e la medicina legale designano solitamente come “complicanza” un evento dannoso, insorto nel corso dell'iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe evitabile. Tale concetto è inutile nel campo giuridico.Quando, infatti, nel corso dell'esecuzione di un intervento o dopo la conclusione di esso si verifichi un peggioramento delle condizioni del paziente, delle due l'una, sostiene la Corte: o tale peggioramento era prevedibile ed evitabile, ed in tal caso esso va ascritto a colpa del medico, a nulla rilevando che la statistica clinica lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze"ovvero tale peggioramento non era prevedibile oppure non era evitabile: ed in tal caso esso integra gli estremi della "causa non imputabile", a nulla rilevando che la statistica clinica non lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze". Al diritto non interessa se l'evento dannoso non voluto dal medico rientri o no nella classificazione clinica delle complicanze: interessa solo se quell'evento integri gli estremi della "causa non imputabile”.
Sentenze: le novità della settimana dal 29 giugno al 3 luglio
Questa settimana: colpa grave, danno cosiddetto "catastrofale", e consenso informato
La Corte dei Conti - (Sezione Giur. Calabria - sentenza 111 del 10/06/2015) è stata chiamata a decidere sulla colpa grave. Non ogni condotta diversa da quella doverosa implica colpa grave ma solo quella che sia caratterizzata da particolare negligenza, imprudenza od imperizia e che sia posta in essere senza l'osservanza, nel caso concreto, di un livello minimo di diligenza, prudenza o perizia; occorre precisare, inoltre, che tale livello minimo dipende dal tipo di attività concretamente richiesto all'agente e dalla sua particolare preparazione professionale, in quel settore della P.A. al quale è preposto. Con questa pronuncia la Corte dei Conti ha escluso la sussistenza della colpa grave assolvendo i medici cui era stato richiesto dalla procura regionale, la condanna a risarcire l’Azienda Ospedaliera datrice di lavoro di un danno erariale pari a complessivi Euro 1.886.520,55, oltre accessori e spese per una vicenda di qualche anno prima che si era conclusa con la morte di un bambino di sette anni.
La Cassazione Civile - Sezione III– (Sentenza n. 12722), ha stabilito che per danno morale c.d. catastrofale si intende il danno morale subito dalla vittima che è consapevole della gravità delle sue condizioni e attende lucidamente, benché atterrita, l'approssimarsi ineluttabile della morte. In caso di morte della vittima a seguito di sinistro stradale, la brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni, se esclude l'apprezzabilità ai fini risarcitori del deterioramento della qualità della vita in ragione del pregiudizio della salute, non esclude viceversa che la stessa abbia potuto percepire le conseguenze catastrofiche delle lesioni subite e patire sofferenza, il diritto al cui risarcimento, sotto il profilo del danno morale, risulta pertanto già entrato a far parte del suo patrimonio al momento della morte, e può essere conseguentemente fatto valere dagli eredi.
La Cassazione Penale - Sezione IV– (Sentenza n. 21537), ha confermato la definizione di consenso informato, già espressa dalla Consulta, quale “vero e proprio diritto della persona”. In quanto diritto, nell’attività medico-chirurgica la mancanza del consenso informato del paziente può incidere, come elemento di colpa, sulla valutazione del comportamento del medico se ciò ha impedito al sanitario di tracciare un’anamnesi completa del malato. Esso costituisce pertanto un presupposto di liceità dell’attività medico-chirurgica e quindi, in quanto tale, nell’ipotesi di sua mancanza o invalidità, il sanitario è responsabile per la violazione dell’obbligo. E’ stato evidenziato dalla Cassazione che il sanitario può intervenire in assenza del consenso del paziente soltanto qualora questi sia impossibilitato ad esprimere alcun consenso o dissenso o qualora sussistano i requisiti dello stato di necessità.
Sentenze: le novità della settimana dal 22 al 26 giugno
Questa settimana: colpa grave, consenso informato, dimissioni di tipo "protetto"
La Cassazione Penale - (Sezione IV - sentenza 22404 del 27/05/2015) torna a pronunciarsi in tema di colpa grave dichiarandola in capo al chirurgo che erri nell’applicazione delle “clips di ancoraggio alla parete addominale” - sia perché in concreto operata a ridosso della parete vescicale, sia perché effettuata con una pressione eccessiva -.Nella fattispecie la condotta era stata considerata tale da denotare un netto e marcato allontanamento dalle “leges artis” e potersi apprezzare la violazione di regole di base ossia il mancato esercizio di "quel minimo di abilità e perizia tecnica nell'uso dei mezzi manuali o strumentali adoperati nell'atto operatorio e che il medico deve essere sicuro di poter gestire correttamente": quest’ultima constatazione manifesta un evidente allontanamento qualificabile in termini di colpa grave, e come tale esclude che la fattispecie possa essere ricondotta alla “previsione decriminalizzante” contenuta nella “legge Balduzzi
La Cassazione Civile - Sezione III– (Sentenza n. 12205), è stata chiamata a decidere sul consenso informato. La possibilità di scegliere di non sottoporsi all’intervento è una eventualità che è preservata dal diritto al consenso informato. Quest’ultimo diritto consiste nella facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di rifiiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla in tutte le fasi della vita ivi compresa quella terminale. Tali assunti trovano il loro fondamento nel principio personalistico che anima la Costituzione, e nella nuova dimensione che ha assunto la salute, non più intesa come semplice assenza della malattia ma come stato di completo benessere fisico e psichico, coinvolgendo anche la percezione che ciascuno ha di sé. Pertanto la circostanza che l'intervento medico non preceduto da acquisizione di consenso sia stato, in ipotesi, risolutivo della patologia che il paziente presenta non risulta idonea di per sé ad eliminare i danni conseguenti. Infatti il beneficio tratto dall'esecuzione dell'intervento in queste ipotesi non "compensa" la perdita della possibilità di eseguirne uno meno demolitorio e nemmeno uno che, se eseguito da altri, avrebbe provocato meno sofferenza.
La Cassazione Civile – Sezione IV– (Sentenza n.24203), è stata chiamata a decidere sulle dimissioni di tipo “protetto”. Condannato in due gradi di giudizio per omicidio colposo il medico che si era limitato a stampare una lettera di dimissioni richiesta dalla caposala per la consegna.Il documento evidenziava la presenza di un aneurisma all'aorta ascendente che aveva poi causato il decesso del paziente. Il sanitario è stato assolto dalla Corte di Cassazione che ha evidenziato che l'unica "colpa" dell'imputato era stata quella di trovarsi innanzi al computer al momento in cui la caposala era entrata nella stanza dei medici chiedendo la stampa della lettera di dimissioni disposte da altri colleghi. L'imputato, oltre a non avere avuto in cura il paziente, non era stato neanche reso edotto delle sue condizioni da parte dei colleghi sanitari, per cui non aveva alcuna conoscenza della condizione clinica dell’uomo. Il compito della sua redazione e consegna spettava a chi l'aveva predisposta e cioè al medico che aveva avuto i contatti con il soggetto ricoverato e dimesso. L'attenzione dell’imputato non doveva essere maggiore perchè la dimissione era del tipo "protetto", con invito a ritornare in Ospedale per controlli.
Sentenze:le novità dal 15 al 20 giugno
Questa settimana: responsabilità medica e onere della prova, mobbing, danno patrimoniale, specializzandi non medici, Irap.
Il Tribunale di Roma - (sentenza del 30 aprile 2015) torna a pronunciarsi in tema di responsabilità professionale del medico, in particolare sul concetto di onere della prova. Per chiedere il risarcimento di un danno per presunta colpa del medico, non è sufficiente per il paziente o per il suo familiare affermare che esiste una responsabilità generica in capo ai sanitari e che il risultato ottenuto non è adeguato alle loro attese, ma occorre mettere il giudice in grado di trovare l'inadempimento causa di danno; in caso contrario si aprirebbe "un varco sempre più grande all'ingresso di azioni giudiziarie infondate o di natura esplorativa". Con la sentenza depositata il 30 aprile scorso, il Tribunale di Roma affida al medico e/o sanitario l'onere di provare il proprio adempimento e/o la propria estraneità ai danni causati. Nella fattispecie specifica i giudici hanno rigettando la richiesta di condanna a risarcimento da parte dei parenti di un paziente defunto per bronco pneumopatia aggravata da infezioni contratte durante la degenza e hanno prosciolto una struttura convenuta disponendo una consulenza d'ufficio verso un'altra. Secondo il tribunale di Roma, infatti “al paziente spetta solo di provare l'esistenza di un contratto con la struttura e di un danno nei suoi confronti ma, affinché l'assunto giurisprudenziale funzioni, oltre a dimostrare che non si è guariti o ci si è aggravati, si deve specificare e provare la responsabilità del medico e della struttura con il danno o il mancato risultato patito; e il giudice deve verificare se, cambiando il medico ed il sanitario, il danno non si sarebbe prodotto”.
La Cassazione Civile - Sezione Lavoro – (Sentenza n. 10037), è stata chiamata a decidere sul mobbing. Per configurare il mobbing afferma la Cassazione, rilevante è la dimostrazione dell’umiliazione del lavoratore attraverso dei comportamenti concludenti. La sottrazione delle mansioni, la conseguente emarginazione, lo spostamento senza plausibili ragioni da un ufficio all'altro, l'umiliazione di essere subordinati alla persona che prima era un proprio sottoposto, l'assegnazione ad un ufficio aperto al pubblico senza possibilità di poter lavorare, rende ancora più rilevante la complessiva umiliazione significativa sul piano ricostruttivo del comportamento mobbizzante posto in essere sui luoghi di lavoro.
La Corte di Cassazione – III Sezione Civile – (Sentenza n. 10263), ha ribadito che il ricorso alle “Tabelle” per la quantificazione del danno è da ritenersi un valido criterio di valutazione equitativa. Tale sistema, tra l’altro, costituisce solo una modalità di calcolo tra le molteplici utilizzabili. In particolare le Tabelle di Milano sono andate nel tempo assumendo una "vocazione nazionale", in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell'equità valutativa, e ad evitare (o quantomeno ridurre) - al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali - ingiustificate disparità di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell'art. 3 della Costituzione. Si è quindi al riguardo ulteriormente precisato che i parametri delle Tabelle di Milano sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale.
Il Tribunale di Roma – II Sezione Civile – (Sentenza del 2 aprile 2015), torna a pronunciarsi sugli “specializzandi non medici” esclusi dal diritto alla remunerazione concludendo che è inesistente un obbligo dello Stato italiano di prevedere per legge il diritto alla retribuzione degli specializzandi di area sanitaria non medica. Peraltro, poiché l’ordinamento nazionale ha stabilito una retribuzione in favore dei medici in «conseguenza di un vincolo di fonte europea», è quindi inesistente - aggiunge il Tribunale - «una disparità di trattamento non giustificata» tra le due categorie di specializzandi. Né le Università convenute sono tenute a un indennizzo in base all’articolo 2041 del Codice civile (intitolato «Azione generale di arricchimento»)
La Corte di Cassazione – Sezione Tributaria – (Sentenza n. 12287), ha richiamato l’orientamento giurisprudenziale consolidato in base al quale grava il pagamento dell’Irap in capo al professionista che per prestazioni afferenti l’esercizio della propria attività eroghi elevati compensi a terzi, a nulla rilevando il mancato impiego da parte del contribuente di personale dipendente. Infatti secondo la Corte il requisito dell'autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente: impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.
Sentenze: le novità dall'8 al 11 giugno
Questa settimana: adeguata informazione del paziente, libera professione e consulenze tecniche d’ufficio, rapporto tra attività di medico in formazione con borsa di studio e contestuale attività di medico competente.
La Corte di Cassazione Civile – Terza Sezione - (sentenza n. 9331), torna a pronunciarsi in tema di responsabilità professionale del medico, in particolare in presenza di un atto terapeutico necessario e correttamente eseguito in base alle regole dell'arte, dal quale siano tuttavia derivate conseguenze dannose per la salute, ove tale intervento non sia stato preceduto da un'adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili. In questo caso il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo se viene dimostrato, anche attraverso delle presunzioni, che, se adeguatamente informato, il paziente avrebbe verosimilmente rifiutato l'intervento. Nella fattispecie la Corte di Cassazione ha risolto in via definitiva la vicenda processuale intrapresa da una paziente che aveva deciso di chiamare in giudizio il medico radioterapista-oncologo per ottenere il risarcimento dei gravi danni patiti in esito alla radioterapia, effettuata nella fase postoperatoria di un intervento chirurgico e dopo l'intolleranza manifestata alla chemioterapia. La donna attribuì la responsabilità del medico nella cura radioterapica e l'omissione di ogni informazione in ordine ai rischi del trattamento. Il Tribunale di Roma chiamato a decidere in prima istanza aveva già escluso qualunque colpa medica sia in fase diagnostica che terapeutico.
La Corte dei Conti - Sezione Giur. Calabria – (Sentenza n. 38), è stata chiamata a decidere sulla natura degli incarichi svolti come consulenze tecniche d’ufficio e sulla titolarità della partita Iva. In particolare per il medico dipendente della Pubblica Amministrazione il possesso della partita IVA, utilizzata per la fatturazione dei compensi extraistituzionali, costituisce l’ indicatore sintomatico per eccellenza della non occasionalità dell’attività svolta. Tuttavia, nel caso di incarichi svolti dal sanitario in qualità di Consulente Tecnico d’Ufficio, è esclusa la volontà colpevole del dipendente, se, (indotto anche dal proprio consulente fiscale alla luce di una disciplina non chiara ed univoca in materia), apre la partita IVA per poter fatturare le prestazioni mediche rese agli organi giudiziari, non potendo qualificare tali prestazioni come occasionali e operando al di fuori del regime intramurario (ALPI).
La Corte dei Conti -Sezione Giur. Calabria – (Sentenza n. 69), ha agito in giudizio per ottenere il risarcimento da una dottoressa alla quale veniva contestato lo svolgimento di attività libero professionale contestualmente alla partecipazione al corso di formazione di medicina generale con percezione di una borsa di studio che implicava l’obbligo di partecipazione in via esclusiva alle attività didattiche, pratiche e teoriche. La Corte dei Conti ha escluso la responsabilità della professionista la quale, appena avuto conoscenza della condizione di incompatibilità in cui versava a causa dello svolgimento del doppio incarico e dopo aver dichiarato lo svolgimento di attività libero professionale non incompatibile, ha rinunciato al corso di formazione ancor prima dell’avvio delle indagini penali a suo carico. Tale comportamento -ha affermato la Corte - denota l’assenza nella condotta del medico in formazione del dolo contestato nonché della colpa grave per assenza di consapevole violazione di chiare e precise disposizioni di legge.
Sentenze: le novità dal 1 al 6 giugno
Questa settimana: legittimità secondo lavoro del dipendente pubblico, esercizio abusivo della professione medica, responsabilità oggettiva del primario, linee guida della legge Balduzzi, obbligo di informazione, attività assistenziale
La Corte Costituzionale (ordinanza n. 90), si pronuncia sulla legittimità costituzionale dell’articolo 53 del d.lgs. 165/2001, ovvero sul fatto che i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza, ritenendolo legittimo. I giudici ordinari e i Tar, sostiene la Corte, non possono occuparsi del recupero delle somme percepite da dipendenti pubblici che hanno svolto una attività ulteriore per conto di altri soggetti pubblici o privati senza preventiva autorizzazione da parte della propria amministrazione. La relativa competenza spetta alla Corte dei conti, in quanto responsabilità erariale.
La Corte di Cassazione Penale (Sezione V- Sentenza n. 19554), è stata chiamata a decidere sull’esercizio abusivo della professione medica in mancanza della relativa abilitazione professionale (nella fattispecie visitava e medicava un paziente affetto da una vescica al piede destro omettendo di prescrivergli la necessaria terapia antibiotica, i dovuti accertamenti diagnostici ed il ricovero ospedaliero tanto da determinare un il processo cancrenoso con amputazione della gamba destra. La Suprema corte ha anche evidenziato che il successo di interventi realizzati nei confronti di altri pazienti non contrasta con la consapevolezza dell'imputato di potersi trovare nell'impossibilità di gestire situazioni diverse, in mancanza di adeguata preparazione professionale, e con la conseguente accettazione del realizzarsi di tali condizioni.
La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro – sentenza n. 6438), torna a pronunciarsi sulla responsabilità oggettiva del primario. Nella fattispecie un paziente agiva in giudizio contro l’Azienda Sanitaria e il primario proponendo domanda di risarcimento del danno per lesioni gravissime concluse con l’amputazione della gamba sinistra, per complicanze successive ad intervento chirurgico. La Corte di Cassazione, in accoglimento della tesi difensiva del primario che nel periodo in questione si trovava in ferie, si è chiarito che la colpa eventuale del sanitario che ha in carico il paziente non può estendersi al primario, per la ragione che egli è estraneo al fatto lesivo e non è parte sostanziale e neppure è imputabile per un omesso intervento che, se posto in essere, avrebbe modificato il decorso causale degli eventi.
La Corte di Cassazione (Sezione Penale – sentenza n. 16944), interviene sulla portata dell’articolo 3 della legge 189/2012 (la cosiddetta legge “Balduzzi”, in tema di responsabilità del medico) secondo cui «l'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve». Dalla Corte viene ribadito che il dettato normativo può valere solo quando debba giudicarsi della “perizia” del medico, e non quando si discuta della sua imprudenza o della sua negligenza. La Corte chiarisce che la disposizione limitativa della responsabilità è applicabile solo limitatamente ai casi nei quali si faccia questione di essersi attenuti a linee guida e, quindi, può operare solo allorquando si discuta della “perizia” del sanitario, non estendendosi alle condotte professionali “negligenti” e “imprudenti”, anche perché è concettualmente da escludere che le linee guida e le buone prassi possano in qualche modo prendere in considerazione comportamenti professionali connotati da tali profili di colpa. Ciò significa anche, per la Cassazione, che il medico imprudente e negligente non potrebbe invocare una pretesa adesione alle linee guida per eludere la propria responsabilità
La Corte di Cassazione (Sezione Civile – sentenza n. 9331), è stata chiamata a decidere sull’obbligo di adeguata informazione del paziente. Infatti in presenza di un atto terapeutico necessario e correttamente eseguito, dal quale siano tuttavia derivate conseguenze dannose per la salute, se non vi è stata adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo se il paziente dimostri - anche tramite presunzioni - che, ove completamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l'intervento, non potendo altrimenti ricondursi all'inadempimento dell'obbligo di informazione alcuna rilevanza causale sul danno alla salute.
Il Consiglio di Stato (Sezione III – sentenza n. 2236), ha chiarito la natura giuridica delle attività assistenziali, non un diritto ma un interesse legittimo. La pretesa allo svolgimento dell'attività assistenziale in posizione strutturata, con le connesse corrispondenze funzionali e correlata indennità, è tutelabile in capo al docente universitario medico, ma non può dirsi che sia un diritto, non potendo l'ente ospedaliero adempiere obbligatoriamente se vi sia l'impedimento obbiettivo della non disponibilità della struttura o del correlato posto di organico.La posizione suddetta si individua di conseguenza come tutelabile a titolo di interesse legittimo, poiché corrispondente all'esercizio di un potere.
Sentenze: le novità dal 25 al 30 maggio 2015
Questa settimana: periodo di prova, utilizzo anomalo della legge 104, rimborsi per trasferte dei medici, mediazione, consenso informato, Irap, danno erariale.
La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro – sentenza n. 8934), torna a pronunciarsi sul periodo di prova affermando che ai fini del computo di quest’ultimo non rileva l’attività di collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale. Infatti le caratteristiche di un rapporto professionale, di natura autonoma e non esclusiva, con impegno orario massimo di 24 o 26 ore settimanali, con compenso ragguagliato alle ore prestate, non risultano comparabili con il complesso degli obblighi che fanno capo ad un dirigente medico inserito stabilmente, a tempo pieno e indeterminato nella struttura dell'azienda. Ne consegue che se il medico supera un concorso e diviene dipendente dovrà comunque espletare proficuamente e superare il periodo di prova non essendo valida la precedente attività svolta.
La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro – sentenza n. 8784), si pronuncia sull’utilizzo anomalo del permesso per assistenza al disabile grave. Configura un disvalore sociale aver partecipato ad una serata danzante durante la fruizione di un permesso per assistere un genitore disabile grave; il lavoratore, nel caso specifico, aveva infatti usufruito di permessi per l'assistenza a portatori di handicap per soddisfare proprie esigenze personali scaricando il costo di tali sua esigenza sulla intera collettività (i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall'ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi, il datore di lavoro è costretto ad organizzare, ad ogni permesso, diversamente il lavoro in azienda ed i colleghi di lavoro sono obbligati ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa).
La Corte di Cassazione (Sezione Civile – ordinanza n. 6793), si pronuncia sui rimborsi per le trasferte dei medici, in particolare sul rimborso delle spese del medico specialista per lo svolgimento dell’incarico presso gli ambulatori esterni al comune di residenza. Secondo i giudici della Suprema Corte, tale rimborso ha “natura risarcitoria”, e “non retributiva”. Pertanto non è prevista alcuna trattenuta nel rimborso spese del medico specialista per lo svolgimento dell’incarico presso tali ambulatori, escludendo quindi la tassabilità del risarcimento per i costi di viaggio ai fini IRPEF.
Il Tribunale di Roma (ordinanza 29 aprile 2015), si pronuncia sul valore della mediazione, ribadendo l’interpretazione del decreto legislativo 28/2010 in maniera tale da favorire al massimo il raggiungimento di un accordo tra le parti, deflazionando il contenzioso. In particolare nella mediazione medico legale, ed in particolare in tema di responsabilità medica il tribunale ha affermato che la mediazione possa procedere anche in assenza della parte convocata, non essendovi in contrario dirimenti ostacoli né giuridici né logici.
Il Tribunale di Milano (sentenza n. 3779 del 2015), riafferma il principio in base al quale la casa di cura risponde dell’omessa informazione all’intervento, anche da parte di un medico non dipendente. Nella fattispecie si trattava di intervento di chirurgia estetica per il quale il consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario, attesa la non indispensabilità dell’intervento. Nel caso della rinoplastica, è del tutto verosimile che il paziente avrebbe rifiutato di sottoporvisi se informato della possibilità che l'esito avrebbe potuto addirittura risolversi in un peggioramento del suo aspetto fisico
La Commissione Tributaria Regione Liguria (sentenza n. 375 del 2015), sulla scia di un recente filone giurisprudenziale, accoglie il ricorso di un medico convenzionato con il Servizio Sanitario nazionale, che richiedeva un rimborso Irap, in quanto l’attività professionale svolta era sprovvista del requisito di autonoma organizzazione, presupposto dell’Irap. La Commissione Tributaria ritiene di dover escludere la sussistenza dell'autonoma organizzazione in quanto l'apporto di una segretaria, tenuto conto della peculiare attività di un medico convenzionato con il SSN, nulla aggiunge alla sua capacità di produrre reddito, essendo del tutto irrilevante a tali fini l'attività di un dipendente che risponde al telefono o apre la porta dello studio durante l'orario delle visite.
La Corte dei Conti della Toscana (sentenza n. 81 del 2015) è stata chiamata a decidere sulle modalità di pagamento con cui il Ssn rimborsa i costi delle prestazioni svolte presso gli istituti privati. Infatti, ha condannato, per una somma complessiva superiore a 25 milioni di euro, oltre a interessi legali e rivalutazione monetaria, varie case di cura private e i dirigenti di un'azienda sanitaria, in conseguenza del danno causato alle casse di quest'ultima per l'indebito rimborso di prestazioni sanitarie non previste a carico del Servizio sanitario nazionale, e già in precedenza pagate dai pazienti privati.
Sentenze: le novità dal 18 al 23 maggio 2015
Questa settimana: riconoscimento studi, danno erariale, demansionamento, responsabilità parto cesareo.
Il Consiglio di Stato (sentenza n. 2228/2015), riafferma il principio di diritto che consente di ritenere meritevole di accoglimento la richiesta di uno studente “comunitario” che da iscritto in corso di laurea dell’area medico-chirurgica presso università straniere ha chiesto il trasferimento, con riconoscimento della carriera e la iscrizione ad anni di corso successivi al primo, presso le università italiane.
La Corte dei Conti Lombardia (sentenza n. 54/2015), torna a pronunciarsi sul danno erariale. I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza. Ai fini dell’autorizzazione, l’amministrazione verifica l’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Pertanto si configura danno erariale a carico del dipendente Asl per prestazioni extra-lavorative occasionali retribuite presso terzi ed espletate in assenza della prescritta autorizzazione.
La Corte di Cassazione (Terza sezione Civile - sentenza n. 7682/2015) ha stabilito che il taglio cesareo è eseguibile da un solo medico, coadiuvato da uno strumentista. In assenza del primario, l’aiuto ha il dovere di far predisporre la sala chirurgica, far preparare la paziente e, stante l'urgenza ed informato il primario, deve procedere senza indugio ad operare, assumendosene tutte le responsabilità.
La Corte di Cassazione (Terza sezione Penale - sentenza n. 15644 del 15 aprile 2015), si pronuncia sul “demansionamento”, stabilendo che configura condotta penalmente irrilevante il demansionamento di due cardiochirurghi illegittimamente esclusi dalla sala operatoria. Questo è vero quando la condotta dell’imputato (come nella fattispecie del Direttore del Dipartimento di cardiologia) era priva del dolo intenzionale e del movente puramente ritorsivo, ma aveva in via principale l’intento di procedere ad una riorganizzazione volta a migliorare la qualità e l'efficienza del reparto di cardiochirurgia, pur accettando, quale conseguenza di tale preminente obiettivo, il verificarsi di un danno ingiusto alla professionalità dei due cardiochirurghi illegittimamente esclusi dalla sala operatoria.