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Timestamp: 2019-03-25 22:03:31+00:00
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 24 febbraio 2015, n. 3598. Mentre la declaratoria di cessazione della materia del contendere è in effetti una pronunzia processuale di sopravvenuta carenza di interesse, inidonea a formare il giudicato sostanziale, ma solo processuale, limitandosi tale efficacia di giudicato, appunto, al solo aspetto del venir meno dell'interesse alla prosecuzione del giudizio, la decisione sulla rilevanza e sul contenuto della transazione costituisce un rigetto nel merito della domanda, impedita appunto dalla transazione (novativa o semplice che sia). - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 24 febbraio 2015, n. 3598. Mentre la declaratoria di cessazione della materia del contendere è in effetti una pronunzia processuale di sopravvenuta carenza di interesse, inidonea a formare il giudicato sostanziale, ma solo processuale, limitandosi tale efficacia di giudicato, appunto, al solo aspetto del venir meno dell'interesse alla prosecuzione del giudizio, la decisione sulla rilevanza e sul contenuto della transazione costituisce un rigetto nel merito della domanda, impedita appunto dalla transazione (novativa o semplice che sia).
sentenza 24 febbraio 2015, n. 3598
Nel 2000 la New Indigo Veneta S.r.l. conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Rovigo, sezione distaccata di Adria, l’Italcofin S.r.l. per sentir dichiarare la risoluzione del contratto di locazione tra le parti relativo ad un immobile sito in (…), con condanna della convenuta al risarcimento dei danni, mancando il bene delle caratteristiche necessarie all’uso cui doveva essere destinato.
La convenuta si costituiva e produceva un atto di transazione.
La New Indigo Veneta S.r.l. iniziava un altro giudizio per sentir dichiarare l’annullamento della detta transazione per essere stato Patto sottoscritto dal suo legale rappresentante in stato di incapacità naturale e/o per dolo; assumeva che, comunque, tale transazione atteneva solo alle modalità di rilascio dell’immobile e non anche alla risoluzione del contratto di locazione ed ai danni.
Decidendo sulle predette cause riunite, il Tribunale adito, con sentenza del 7 giugno 2005, rigettava la domanda di annullamento della transazione per incapacità naturale del sottoscrittore, riteneva che la stessa investisse tutto il rapporto controverso, dichiarava cessata la materia del contendere e regolava le spese tra le parti.
Avverso tale decisione la New Indigo Veneta S.r.l., ribadendo che la transazione atteneva solo alle modalità di rilascio, proponeva appello, cui resisteva la Italcofin S.r.l..
La Corte di appello di Venezia, con sentenza del 30 giugno 2011, rigettava l’appello, ritenendo che la transazione investisse l’intero rapporto e che, quindi, correttamente fosse stata dichiarata la cessazione della materia del contendere, dando atto, altresì, che non era stata impugnata la sentenza nella parte in cui rigettava la domanda di annullamento (impropriamente indicata nella sentenza impugnata come “domanda di nullità”) del contratto per dolo.
Avverso la sentenza della Corte di merito la New Indigo Veneta S.r.l. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi.
L’intimata Italcofin S.r.l. non ha svolto attività difensiva in questa sede.
1. Con il primo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 100 e 112 c.p.c., la società ricorrente sostiene che, nella fattispecie, non sussisterebbe la cessazione della materia del contendere, avendo essa contestato il contenuto asseritamente transattivo dell’atto sottoscritto in data 22 dicembre 2010, “sia argomentando e deducendo mezzi istruttori atti a comprovare l’effettiva valenza e portata di tale scrittura, sia chiedendone in via giudiziale l’annullamento per incapacità naturale e/o per dolo”.
Si osserva che nella transazione intervenuta in corso di causa la giurisprudenza di questa Corte individua un fatto idoneo a determinare la cessazione della materia del contendere (v. Cass. 10 febbraio 2003, n. 1950).
Quindi, mentre la declaratoria di cessazione della materia del contendere è in effetti una pronunzia processuale di sopravvenuta carenza di interesse, inidonea a formare il giudicato sostanziale, ma solo processuale, limitandosi tale efficacia di giudicato, appunto, al solo aspetto del venir meno dell’interesse alla prosecuzione del giudizio (Cass., sez. un., 28 settembre 2000, n. 1048; Cass. 3 marzo 2006, n. 4714), la decisione sulla rilevanza e sul contenuto della transazione costituisce un rigetto nel merito della domanda, impedita appunto dalla transazione (novativa o semplice che sia).
Alla luce di quanto appena evidenziato e sussistendo controversia tra le parti in merito al contenuto ed ai limiti della transazione, nella fattispecie all’esame, non poteva il giudice del merito adottare la formula definitoria della cessazione della materia del contendere, ma avrebbe dovuto adottare quella dell’infondatezza della domanda, ove avesse riconosciuto – così come ha fatto – che l’accordo investiva tutti i rapporti contenziosi tra le parti.
2. Con il secondo motivo la ricorrente, lamentando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1362, 1363, 1363, 1366 e 1965 c.c., deduce che i giudici del merito avrebbero errato nell’applicazione dei canoni di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1362, 1363, 1364 e 1366 c.c. ed avrebbero pertanto erroneamente attribuito all’accordo del 22 dicembre 2000 una valenza transattiva onnicomprensiva che, ad avviso della New Indigo Veneta S.r.l., detto accordo non aveva, con conseguente violazione dell’art. 1965 c.c..
3. Con il terzo motivo, dolendosi di “omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, la ricorrente rappresenta che la Corte di merito, nella motivazione della sentenza impugnata, non avrebbe in alcun modo fatto riferimento alle deposizioni testimoniali rese da Be.Om. e F.D. ed avrebbe omesso di valutare i due documenti prodotti dal suo difensore all’udienza del 18 gennaio 2002 (dichiarazioni di Be.Om. e P.G. ).
4. Il secondo e il terzo motivo, che, essendo strettamente connessi, possono essere esaminali congiuntamente, sono entrambi infondati. 4.1. Ed invero é corretto l’accertamento della Corte di merito sull’estensione e sul contenuto della transazione, nel senso che essa investiva non solo il rilascio del bene, ma aveva valenza onnicomprensiva,non sussistendo i denunciati errori di diritto e i lamentati vizi logici.
Si osserva poi che, con le doglianze volte a censurare vizi motivazionali della sentenza impugnata, la ricorrente tende inammissibilmente ad una rivalutazione del merito. Sul punto si osserva che, come già affermato da questa Corte e come va ribadito in questa sede, la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Ne deriva, pertanto, che alla cassazione della sentenza, per vizi della motivazione, si può giungere solo quando tali vizi emergano dall’esame del ragionamento svolto dal giudice del merito, quale risulta dalla sentenza, che si rilevi incompleto, incoerente o illogico, e non già quando – come nel caso all’esame – il giudice del merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore ed un significato difformi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (Cass. 20 ottobre 2005, n. 20322; Cass. 9 agosto 2007, n. 17477).
5. Va pertanto accolto il primo motivo del ricorso e rigettati i restanti e la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto.
6. La causa si presta ad essere decisa nel merito ex art. 384 c.p.c., con rigetto della domanda di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno, per quanto evidenziato nell’ultimo capo verso del p.1.1..
7. Tenuto conto dell’esito del giudizio, vanno confermate le statuizioni dei giudici di merito quanto alle spese di quei giudizi e vanno compensate per intero, tra le parti, le spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, rigetta i restanti; cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di risoluzione del contratto e di risarcimento dei danni; conferma le statuizioni dei giudici di merito quanto alle spese di quei giudizi e compensa per intero, tra le parti, le spese del presente giudizio di legittimità.