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Timestamp: 2019-04-23 09:52:07+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 630', 'sentenza ', 'art. 6', '§ 3']

Newsletter n. 3 del 7 marzo 2018, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 3 del 7 marzo 2018
In ricordo dell’Avv. Tina Lagostena Bassi
Risarcimento danni per contagio da sangue infetto: la Corte d’appello di Roma, in sede di rinvio, ribadisce l’orientamento delle Sezioni unite (sent. 581/2008) in tema di scienza medica.
Possibile l’affidamento condiviso dei figli anche se uno dei genitori non ha la capacità genitoriale.
No all’assegno di mantenimento per il figlio che ha superato l’esame di avvocato e lavora stabilmente presso uno studio legale.
La Corte europea riconosce la corretta esecuzione da parte dell’Italia della sentenza Drassich sulla riqualificazione del fatto.
Il 4 marzo 2008 ci lasciava l’Avv. Tina Lagostena Bassi, co-fondatrice del nostro Studio insieme all’altrettanto compianto Avv. Mario Lana.
La storia dell’Avv. Lagostena Bassi è legata indissolubilmente alle battaglie ed alle campagne d’opinione relative alla tutela della donna, come persona e come attiva protagonista della vita politica, economica e sociale, a partire dagli anni ’70.
Battaglie che la videro in prima linea tanto come avvocata (chi non ricorda la sua celebre arringa, poi trasfusa nel documentario RAI “Processo per stupro” del 1979, o l’appassionata difesa dei Donatella Colasanti, la sfortunata protagonista superstite del “delitto del Circeo”?), quanto come parlamentare (al suo fattivo impegno, come presidente della Commissione pari opportunità, si deve la gestazione e la promulgazione della Legge 15 febbraio 1996, n. 66, che nell’introdurre il reato di violenza sessuale tra i delitti contro la persona, restituì alle vittime di tali violenze piena dignità umana e sociale).
Una donna di straordinaria intelligenza ed umanità, schietta, pervicace e volitiva, che aveva scelto ed orientato il suo impegno di vita e di professione alla tutela dei più deboli, dei minori e, in particolare, delle donne, facendosi strenua oppositrice e combattente ogni manifestazione di sopruso, sessismo e maschilismo.
Con gli altri componenti dello Studio ha condiviso importanti battaglie nel campo dei diritti umani e, in particolare, numerose iniziative giudiziarie, nazionali ed internazionali, a tutela delle vittime di “malasanità”.
Negli ultimi anni aveva scelto di dedicarsi anche a quella che lei chiamava “educazione giuridica”, partecipando alla trasmissione televisiva “Forum” in veste di giudice-arbitro, non accontentandosi di largire decisioni in punto di diritto, ma dispensando al contempo preziosi consigli di vita e di buon senso.
A dieci anni dalla sua scomparsa ci piace ricordare il suo insegnamento a non arrendersi mai di fronte alle ingiustizie; a favorire in via privilegiata, sempre e senza compromessi, l’interesse dei minori specie quando coinvolti loro malgrado nelle crisi familiari e, non ultimo, ad esercitare la professione forense con grinta, dedizione e lealtà.
La decisione della Corte d’Appello di Roma in sede di rinvio, dello scorso 21 febbraio, riconosce la responsabilità del Ministero della Salute per un contagio da HCV avvenuto nel 1978.
La vicenda giudiziaria aveva inizio nel 1999 con il procedimento promosso dal danneggiato nei confronti dell’attuale Ministero della Salute dinanzi al Tribunale di Roma. Il giudice di primo grado affermava la responsabilità dell’Amministrazione convenuta, condannandola ad un risarcimento per € 509.281,85.
Tale pronuncia veniva, tuttavia, riformata in appello, in applicazione di un orientamento minoritario e superato della giurisprudenza di legittimità, che consentiva di escludere la responsabilità del Ministero per contagi da HCV avvenuti prima del 1988, anno in cui il virus è stato specificamente individuato dalla scienza medica.
Gli eredi del danneggiato, nelle more deceduto, proponevano, quindi, ricorso per Cassazione, chiedendo l’applicazione dei principi espressi dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 581/2008, che “in tema di patologie conseguenti ad infezione con i virus HBV, HIV e HCV contratti a causa di assunzione di emotrasfusioni o di emoderivati con sangue infetto, non sussistono tre eventi lesivi, bensì un unico evento lesivo, cioè la lesione dell’integrità fisica (essenzialmente del fegato) in conseguenza dell’assunzione di sangue infetto, con la conseguenza che già a partire dalla data di conoscenza dell’epatite B sussisteva la responsabilità del Ministero della salute anche per il contagio degli altri due virus”.
Sulla scorta di tali argomentazioni, la Corte di Cassazione ha, dunque, accolto il ricorso degli eredi del danneggiato, cassando la sentenza della Corte d’Appello di Roma con rinvio ad altra sezione della medesima Corte, la quale – applicando gli orientamenti giurisprudenziali ormai consolidati – ha definitamente riconosciuto la responsabilità del Ministero della Salute per il contagio da HCV del 1978.
Con l’ordinanza n. 5096 del 5 marzo scorso, la sesta sezione della Corte di Cassazione ha statuito che il regime di affidamento condiviso non può essere derogato in caso di incapacità genitoriale di uno dei due coniugi (in questo caso la madre, affetta da disturbi della personalità manifestati con condotte violente, anche nei confronti dei figli).
Infatti, l’incapacità, di per se’ sola, influisce sulla collocazione prevalente – decisa in favore del padre – e sulle modalità di frequentazione del genitore privo di capacità genitoriale con la prole (con la previsione di incontri tenuti sotto la sorveglianza dei servizi sociali), ma non può elidere il rapporto genitore/figlio, né alterare la quotidianità tra gli stessi.
Si tratta di una importante pronuncia, nel solco della tutela dell’interesse del minore a preservare il rapporto con il genitore.
Con l’ordinanza n. 5088 del 5 marzo 2018, la sezione sesta della Cassazione, ribaltando quanto statuito dalla Corte d’Appello di Bari, ha revocato l’assegno di mantenimento dovuto dal padre al figlio che aveva superato l’esame di abilitazione di avvocato e che svolgeva la professione presso lo studio del fratello, percependo dei compensi.
La Corte, cassando con rinvio alla predetta Corte d’Appello, ha precisato che la più recente giurisprudenza, a partire da Cass. Civ. n. 12952 del 22 giugno 2016, ha un atteggiamento più ‘rigoroso’, rispetto al passato, in ordine al perdurare dell’obbligo di versamento dell’assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne. Ed infatti, un primo elemento che va considerato – dice la Corte – è senz’altro l’avanzare dell’età del figlio. Oltre a ciò, va vagliato, caso per caso, l’effettivo livello di conseguimento di un livello di competenza professionale o tecnica del soggetto percettore dell’assegno ed, infine, l’impegno nel reperire un’attività lavorativa. Nel caso di specie, il ragazzo, nato nel 1982, aveva superato l’esame di avvocato e si era iscritto all’albo, aveva frequentato lo studio legale del fratello per tutta la durata della pratica legale e continuava, da avvocato, a svolgervi la propria attività professionale. Infine, il padre aveva allegato i rapporti bancari del figlio dai quali si evinceva la percezione di compensi professionali derivanti dall’attività legale.
Si tratta di una decisione in linea con la giurisprudenza degli ultimi anni che va nella direzione di ‘responsabilizzare’ i figli, in un’epoca in cui, anche un’occupazione precaria, o l’inizio di una attività professionale, benché inidonei a coprire gli interi bisogni della persona, sono comunque reputate condizioni sufficienti per elidere l’assegno di mantenimento.
Con la sentenza Drassich (n. 2) c. Italia del 22 febbraio 2018, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha rigettato il nuovo ricorso presentato per dolersi dalla mancanza corretta esecuzione di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in violazione dell’art. 6 CEDU (che – come noto – tutela il diritto all’equo processo).
La Corte era stata adita dal sig. Drassich, di professione magistrato, il quale lamentava che i giudici nazionali non avessero dato corretta esecuzione alla sentenza Drassich c. Italia dell’11 dicembre 2007 di condanna per violazione dell’art. 6 CEDU. In quel caso, la Corte di Strasburgo aveva valutato che nel corso del processo penale a suo carico, il sig. Drassich non era stato informato in modo puntuale sulla natura e l’oggetto dell’accusa, a causa della riqualificazione del fatto (da corruzione a corruzione in atti giudiziari) effettuata dai giudici interni e che conseguentemente non aveva potuto sviluppare le proprie difese.
A seguito della richiesta di revisione del processo penale ex art. 630 c.p.p., il procedimento era stato riaperto e il ricorrente questa volta lamentava la violazione delle statuizioni della sentenza della Corte europea da parte dei giudici nazionali e il fatto di non aver potuto partecipare personalmente all’udienza in Cassazione.
Ma questa volta la Corte europea gli ha dato torto: secondo i giudici di Strasburgo, se è vero che il diritto dell’imputato di comparire personalmente in giudizio costituisce un aspetto fondamentale dei principi di cui all’art. 6 CEDU, tuttavia le modalità con cui detto canone viene declinato innanzi alla Corte di Appello o di Cassazione dipende, tuttavia, dalle peculiarità delle norme procedurali interne. Qualora un giudizio abbia, infatti, ad oggetto solamente questioni di diritto, la procedura può essere conforme ai requisiti dell’equità anche quando l’imputato non sia ammesso a partecipare personalmente.
D’altronde il ricorrente, consapevole della riqualificazione del fatto, aveva ottenuto una riapertura del procedimento. Nè vi era bisogno – come sostenuto dal sig. Drassich – di alcuna espressa notificazione formale dell’accusa di corruzione in atti giudiziari. L’articolo 6 § 3 CEDU non impone infatti alcuna forma particolare circa le modalità con le quali l’imputato deve essere informato della natura e dell’oggetto dell’accusa contro di lui. A ciò si aggiunga che l’imputato ha avuto la possibilità di presentare due memorie scritte nel corso del processo di revisione e, quindi, ha potuto compiutamente difendersi.