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Timestamp: 2019-01-20 14:41:55+00:00
Document Index: 90861461

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 7', 'art.6', 'art.6', 'art.19', 'art.19', 'sentenza ', 'art.2', 'art.25', 'art.727', 'art.733', 'art.25', 'art.29', 'art.256', 'art. 25', 'art.25', 'art. 2381', 'art.2043', 'art.2383', 'art.2490', 'art.2408', 'art.25', 'art.2', 'art.25', 'art.6', 'art.25', 'art.2', 'art.258']

L’estensione ad alcuni reati ambientali del D.Lgs. n.231/2001 sulla responsabilità degli enti - Angelo Merlin avvocato, Sinthema Professionisti Associati | Journal | Pool Inquinamento
L’estensione ad alcuni reati ambientali del D.Lgs. n.231/2001 sulla responsabilità degli enti - Angelo Merlin avvocato, Sinthema Professionisti Associati
1. Dalla legge delega 29.09.2000 nr.300 al decreto legislativo 121 del 2011
Il sistema di responsabilità degli enti collettivi conseguenti a reato (D.Lgs. n.231/2001) comprendeva, nelle intenzione del legislatore delegato della L. 29.09.2000 nr.300[1], anche i reati in materia di tutela dell’ambiente e del territorio (“punibili con la pena detentiva non inferiore nel massimo ad un anno anche se alternativa alla pena pecuniaria”) previsti da diverse leggi speciali (tra cui, ad esempio, l’allora vigente D.Lgs. n.22/1997 in materia di rifiuti).
L’introduzione dei reati ambientali avrebbe fatto della responsabilità degli enti “un problema di quotidiana amministrazione della giustizia”[2] e, quindi, il legislatore delegato, nella fase finale di elaborazione del decreto legislativo 231/2001 li ha esclusi dall’attuazione della delega[3] spiegando, nella relazione di accompagnamento al predetto atto normativo, che “l’introduzione della responsabilità sanzionatoria degli enti assume carattere di forte innovazione nell’ordinamento e, quindi, sembra opportuno contenerne, perlomeno nella fase iniziale, la sfera di operatività, anche allo scopo di favorire il progressivo radicamento di una cultura aziendale della legalità che, se imposta ex abrupto con riferimento ad un ampio novero di reati, potrebbe fatalmente provocare non trascurabili difficoltà di adattamento”.
Dopo l’estensione della responsabilità dell’ente ai delitti di omicidio e lesioni colpose ex artt. 589 e 590 c.p. (si veda, dapprima, la legge 123/2007 e, da ultimo, il D.Lgs. n.81/2008), con cui si è rotto il monolitico fronte della esclusiva iscrizione di responsabilità per i soli reati dolosi, si è nuovamente iniziato a riparlare dell’inserimento degli illeciti ambientali nel catalogo dei reati presupposto nel quadro di una progettata riforma della disciplina penale dell’ambiente[4].
Ci voleva, però, una direttiva comunitaria per imporre – in tempi ragionevolmente brevi – al nostro legislatore una modifica al decreto legislativo 231/01, relativamente ai comportamenti posti in essere, in violazione della normativa ambientale, nell’ambito dell’attività imprenditoriale di tipo societario.
La Direttiva 2008/99/CE del 19.11.2008[5], sulla tutela penale dell’ambiente, introduceva all’art. 6, la corporate liability, vincolando gli Stati membri a prevedere sanzioni «efficaci, proporzionate e dissuasive” (art. 7) in capo alle persone giuridiche[6] per le ipotesi di realizzazione (nonchè di agevolazione o istigazione), a loro vantaggio e da parte di qualsiasi soggetto che agisca individualmente o in quanto parte di un organo dell’ente – e che detenga una posizione preminente in seno alla stessa basata “sul potere di rappresentanza della persona giuridica o sul potere di prendere decisioni per conto della persona giuridica, o sul potere di esercizio del controllo in seno a tale persona giuridica” - dei reati indicati agli artt. 3 e 4.
Il secondo comma dell’art.6 introduceva, altresì, una responsabilità da reato dell’ente «per carenza di sorveglianza o controllo» da parte di uno dei soggetti aventi la posizione preminente sopracitata, che abbia reso possibile la perpetrazione dei suddetti reati, a vantaggio della persona giuridica da parte di una persona soggetta alla sua autorità.
Il comma 3 dell’art.6 precisava come la responsabilità dell’ente non escluda l’azione penale nei confronti delle persone fisiche che siano autori, incitatori o complici dei reati di cui agli artt. 3 e 4.
E’ evidente che collegare ai reati ambientali, che per la maggior parte vengono a configurarsi - nel nostro ordinamento - come contravvenzioni, anche la responsabilità diretta dell’ente collettivo viene a rappresentare un “proficuo rimedio alla loro scarsa deterrenza generalpreventiva e alla loro tenue efficacia specialpreventiva”[7].
Inoltre, nel settore del diritto penale italiano dell’ambiente, si è assistito alla diffusione di sanzioni pecuniarie particolarmente elevate e d’invasive sanzioni interdittive accessorie (chiusura di stabilimenti, interdizioni dallo svolgimento di un’attività, etc...) che restituiscono l’immagine di un sistema che, pur muovendo le labbra in direzione della persona fisica, si rivolge alla societas.
Quindi, il coinvolgimento delle persone giuridiche nella materia ambientale era reclamata dalla stessa “natura delle cose”: sono le persone giuridiche - gli enti economici che svolgono attività industriale - i veri soggetti attivi nel cui interesse vengono colposamente o dolosamente compiute le aggressioni all’ambiente; sono ancora le persone giuridiche i soggetti destinatari dei provvedimenti della P.A. di fare o di non fare, soprattutto quando il fare o non fare comporta l’impiego di risorse economiche che solo la persona giuridica è in grado di sopportare[8].
Nonostante l’art.19 della Legge comunitaria 2009[9] delegasse il Governo all’adozione di un decreto legislativo di recepimento della direttiva 2008/99/CE, quest’ultima è avvenuto ben oltre il termine indicato (26 Dicembre 2010) tanto da costringere la Commissione Europea, che ha il compito di assicurare la corretta applicazione del diritto dell’Unione, ad attivare un “procedimento di infrazione” per questo inadempimento[10].
Il recepimento della direttiva in materia di tutela penale dell’ambiente doveva, nelle intenzioni del legislatore (art.19, comma 2, della L. 96/2010):
introdurre nel novero del c.d. reati presupposto previsti per la responsabilità “amministrativa” delle persone giuridiche (D.Lgs. n.231/01) “le fattispecie criminose indicate nella direttiva”;
prevedere, nei confronti delle persone giuridiche nell’interesse o a vantaggio delle quali è stato commesso uno dei reati succitati, adeguate e proporzionate sanzioni amministrative pecuniarie, di confisca, di pubblicazione della sentenza ed eventualmente anche interdittive, nell’osservanza dei principi di omogeneità ed equivalenza rispetto alle sanzioni già previste per le fattispecie simili, e comunque nei limiti massimi previsti dagli articoli 12 e 13 del D.Lgs. n.231/01.
In attesa dell’emanazione del decreto legislativo di recepimento, alcuni commentatori hanno cercato di comprendere che cosa volesse significare il legislatore delegato con il testuale rinvio alle “fattispecie criminose indicate nella direttiva”.
Si è ipotizzato un rinvio implicito a reati presupposto di “nuovo conio” da inserire ex novo sul modello delle fattispecie descritte nelle direttive (reati di danno o di pericolo concreto per le risorse ambientali protette o per la vita dell’uomo)[11] mentre, altri, sostenevano “la conformità dell’attuale legislazione penale italiana quale maximum standard rispetto al minimun standard europeo, ferme restando le perplessità circa l’adeguatezza delle pene rispetto alle fattispecie comunitarie connotate da maggiori indici di offensività”[12].
Il legislatore delegato ha introdotto, tramite l’art.2 del D.Lgs. 7 Luglio 2011 n.121, l’art.25 undecies al D.Lgs. n.231/01 - optando, eccetto che per l’introduzione dei due nuovi reati di “uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette”, previsto dall’art.727-bis del c.p. e di “distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto”, previsto dall’art.733-bis del c.p., per la seconda soluzione e cioè inserendo nel catalogo dei reati presupposto della responsabilità amministrativa numerosi illeciti già contenuti nel D.Lgs. n.152/2006 (in materia di acque, rifiuti e atmosfera) ed in materia di commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione (Legge 07.02.1992 n.150) e di misure a tutela dell’ozono atmosferico e dell’ambiente (Legge 28.12.1993 n.549).
A questo link (Download in pagina Normativa) trovate una tabella che contiene una dettagliata indicazione dei singoli reati ambientali presupposto della responsabilità degli enti, con le correlate sanzioni pecuniarie ed interdittive.
E’ bene precisare che il progetto originario del decreto legislativo in commento prevedeva un più generalizzato coinvolgimento delle persone giuridiche nel sistema della repressione degli illeciti ambientali penalmente rilevanti, mentre il testo dell’art.25 undecies del D.Lgs. n.231/01 ha compiuto scelte di gran lunga più selettive e non tutte facilmente comprensibili (ad es. escludere i reati di cui all’art.29-quattordecies del D.Lgs. n.156/2006 in tema di autorizzazione ambientale integrata oppure la mancata inclusione della contravvenzione di abbandono o deposito incontrollato di rifiuti di cui al successivo art.256, comma 2, atteso che tale disposizione contempla espressamente tra gli autori propri del reato addirittura i rappresentanti degli enti[13]).
2. Il modello organizzativo ed il suo ruolo “autenticamente fondativo” nel nuovo sistema della responsabilità degli Enti.
Il provvedimento normativo in commento costringerà le imprese, la cui attività ha un effettivo rischio-reato in materia ambientale, a riflettere sulla prodromica necessità di progettare le modalità di gestione di questo rischio per poi, in una fase successiva, adottare ed implementare misure concrete con le quali contenere il suddetto rischio-reato, per come esso di sviluppa, nelle diverse fasi dell’attività aziendale.
L’adozione di regole di comportamento che orientino l’agire dell’ente verso la prevenzione “ragionevole” del rischio-reato in materia ambientale (quindi, la predisposizione dei modelli organizzativi citati dagli artt. 6 e 7 del D.Lgs. n.231/01) consente di:
a) rendere non rimproverabile all’ente (salvo il limite nell’elusione fraudolenta) la realizzazione dell’illecito penale consumato da un soggetto formalmente deputato ad incarnare la politica d’impresa (c.d. funzione esimente del modello). La colpevolezza dell’ente è fondata sulla violazione di un dovere tipizzato dalla legge: l’adozione di specifici ed effettivi modelli di comportamento. In sostanza il rimprovero che si potrà oggettivamente muovere all’azienda, nel caso in cui un soggetto interno alla stessa commetta un reato ambientale tra quelli indicati all’art. 25-undecies del D.Lgs. n.231/01 finalizzato nell’interesse o a vantaggio della società stessa, consisterà nella mancata adozione o nel carente funzionamento dei modelli di organizzazione, gestione e controllo. Il modello di organizzazione costituisce la vera e propria “chiave di volta” della responsabilità dell’ente; la sua adozione ed efficace attuazione costituisce il presidio utile ad evitare la responsabilità dell’ente e, quindi, l’applicazione delle sanzioni previste. Sanzioni che, anche nel caso di lievi ipotesi contravvenzionali formali possono costituire un peso economico rilevante per la tipica piccola e media impresa italiana (pensiamo, ad esempio, all’ipotesi dell’accertamento giudiziale di una semplice inosservanza alla prescrizione contenuta in un’autorizzazione alla gestione dei rifiuti pericolosi; la sanzione pecuniaria inflitta all’ente potrebbe variare da un minimo di € 19.350 a un massimo di € 193.625);
b) svolgere un’importante funzione di natura riparatoria. Infatti, la sua adozione (o il suo adeguamento) post delictum determina, ricorrendo altre condizioni indicate dalla legge (cfr. artt. 12 e 17 del D.Lgs. n.231/01), una ragguardevole riduzione della sanzione pecuniaria e l’inapplicabilità delle temute sanzioni interdittive (si pensi, ad esempio, al caso – molto frequente nella pratica giudiziaria - di un superamento, in uno scarico di acque reflue industriali, dei valori limite previsti per le sostanze pericolose: l’art.25-undecies del D.Lgs. n.231/01 prevede l’applicazione di una sanzione interdittiva non superiore a 6 mesi);
c) adempiere agli obblighi contenuti nella riforma del diritto societario del 2003, in cui il principio di adeguatezza degli assetti organizzativi interni è assunto da autentica “architrave” della governance delle società per azioni. L’art. 2381 c.c. impone, infatti, agli organi delegati di predisporre assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati alla natura e alle dimensioni dell’impresa azionaria, informandone il consiglio di amministrazione, chiamato, a sua volta, a “valutare” tale adeguatezza. L’art.2043 c.c., appunta, poi, sui sindaci l’obbligo di vigilare sui principi di corretta amministrazione ed in particolare sull’adeguatezza dell’assetto, organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società. Quindi, il legislatore, richiamando il principio di adeguatezza, richiede che ciascuna fase dell’attività venga formalizzata in un procedimento e che questo procedimento formi oggetto di valutazioni preventive, in ordine alla sua adeguatezza, e di continui controlli, deputati a saggiarne la corretta applicazione. Da questo scenario normativo, deriva che, se da un lato, di facoltatività nell’adozione del modello può astrattamente parlarsi con riguardo all’ente, non così, per contro, rispetto agli organi sociali, segnatamente agli amministratori, gravati da un obbligo di corretta amministrazione, sì che non possono sottrarsi al dovere di verificare se l’ente, da loro amministrato, possa esporsi al rischio di una propagazione della responsabilità sanzionatoria da reato[14]. Un tale obbligo si risolve, sul piano degli assetti organizzativi, dapprima nel censimento delle potenziali aree a rischio-reato e, successivamente, nella predisposizione del modello. Pertanto, in tutti gli enti in cui opera il ricordato principio di adeguata organizzazione, l’adozione del modello risulterà inevitabile e la sua mancata attivazione potrà issarsi ad un inadempimento ascrivibile agli amministratori in termini di responsabilità e “quale giusta causa di revoca ex art.2383, quale grave irregolarità denunciabile ai sensi dell’art.2490 e quale fatto censurabile di essere segnalato all’organo di controllo ai sensi dell’art.2408 c.c.”[15].
Ma, allora, quando adottare il modello organizzativo per i reati presupposto in materia ambientale ?
Sul piano precettivo il D.Lgs. n.231/01 dice agli enti: evita che questi reati siano commessi da “tuoi” uomini, che hanno agito nel tuo interesse o a tuo vantaggio.
E specifica ulteriormente: la tua responsabilità “amministrativa” si gioca alla luce del tuo effettivo modello di organizzazione; i tuoi doveri di comportamento hanno dunque a che fare con i modelli di comportamento che debbono essere idonei alla prevenzione dell’evento vietato.
Quindi, ove sussistano situazioni di rischio, non c'è dubbio che sia necessario agire tempestivamente a tutela del “bene ambiente”, adottando tutte quelle misure adeguate a prevenire eventi lesivi, non potendosi altrimenti sacrificare il bene protetto in ragione di inefficienze organizzative e di gestione.
L'obbligo di fattibilità dei modelli va, pertanto, correlato ai rischi specifici di commissione degli illeciti, avuto riguardo alle dimensioni, all'organizzazione, alla natura dell'attività svolta e alla stessa "storia" operativa dell'ente, di guisa che più elevato è il pericolo nel caso concreto, più urgente e prioritario è l'obbligo di adozione dello strumento organizzativo.
L’entrata in vigore, il 16 Agosto 2011, dell’art.25 – undecies del D.Lgs. n.231/01, non lascerebbe, atteso il principio di legalità contenuto all’art.2 del predetto dettato normativo, alcun margine di discrezionalità al giudice che si trovasse a decidere sulla responsabilità amministrativa di un ente (per un reato ambientale commesso da soggetti apicali o subordinati all’ente commesso a “vantaggio” o “nell’interesse” di quest’ultimo successivo a tale data) sprovvisto di idoneo modello organizzativo.
La Suprema Corte ha, infatti, avuto modo di affermare che “la mancata adozione dei modelli organizzativi in presenza dei presupposti oggettivi e soggettivi indicati dalla legge (reato commesso nell’interesse o a vantaggio della società e posizione apicale dell’autore del reato) è sufficiente a costituire quella “rimproverabilità” di cui alla Relazione ministeriale del decreto legislativo e ad integrare la fattispecie sanzionatoria, costituita dall’omissione delle previste doverose cautele organizzative e gestionali idonee a prevenire talune tipologie criminose”[16].
3. L’importanza della fase di costruzione dei protocolli cautelari per la prevenzione dei reati ambientali.
Ancor oggi, nonostante siano trascorsi 10 anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. n.231/01, molte realtà imprenditoriali intendono l’adempimento del dovere di “buona organizzazione” come la predisposizione di documenti (spesso redatti “in serie”) che possano, occorrendo, attestare in sede giudiziaria l’effettiva ed idonea presa in carico del problema di prevenzione dei reati che possono comportare la responsabilità dell’ente.
In realtà, il modello organizzativo cui si riferisce il D.Lgs. n.231/01, non è un documento che si aggiunge ai tanti altri conservati in azienda, ma è il modello di organizzazione proprio di quell’ente “formulato su misura” in relazione alla propria attività.
In sintesi può essere inteso come il complesso delle regole interne dell’ente previste per lo svolgimento delle attività “sensibili” (nelle quali, cioè, sia astrattamente ravvisabile un rischio reato) e per le funzioni di organizzazione e di controllo specificatamente previste dal decreto legislativo (costituzione e funzionamento dell’organismo di vigilanza e quant’altro previsto negli artt. 6 e 7).
Una volta individuate le aree di rischio in relazione alle specifiche attività dell’impresa che impattano con le norme di diritto ambientale richiamate dall’art.25 – undecies del D.Lgs. n.152/2006 (ad es. produzione e gestione dei rifiuti prodotti e/o gestione dei reflui industriali con l’individuazione delle possibili modalità operative attuative dei reati previsti), si dovrà procedere ai seguenti steps[17]:
a definire gli obiettivi del modello per quanto riguarda la prevenzione dei reati ambientali;
individuare i destinatari del modello, chiarirne la posizione gerarchica e le funzioni;
individuare specifiche misure e protocolli di gestione per la prevenzione dei reati;
definire idonee procedure di gestione delle risorse finanziarie (politica ambientale, budget, delega di funzioni);
definire idonee procedure di registrazione e di informazione;
definire un sistema disciplinare e, successivamente, pubblicizzarlo adeguatamente;
adottare il modello organizzativo con deliberazione dell’organo dirigente (art.6, comma 1, lett. a) del D.Lgs. n.231/2001);
attribuire il compito di vigilare sull’applicazione del modello e di provvedere al suo aggiornamento ad un Organismo indipendente dotato di poteri di iniziativa e controllo;
effettuare un’adeguata formazione a tutti i soggetti che operano all’interno dell’ente sui principi e sulle misure del modello.
Particolare importanza riveste, in questo complesso contesto, la fase della costruzione dei protocolli di gestione del rischio reato (c.d. risk management); protocolli che devono contenere regole comportamentali ed operative con un elevato grado di tassatività ed orientate sullo specifico rischio-reato da contenere.
Per comprendere l’importanza pratica della costruzione, all’interno del modello organizzativo, di efficaci protocolli cautelari è sufficiente scorrere le poche sentenze che, sino ad oggi, si sono occupate della responsabilità da reato delle società per la violazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro, dove i Giudici sono andati ad accertare, nel concreto, la colpa organizzativa sulla base della inosservanza delle norme che la legislazione speciale pone a tutela della salute dei lavoratori[18].
Pertanto, questa esigenza richiede che i protocolli si traducano, sul piano strutturale[19]:
nella effettiva regolamentazione del processo, quindi nella individuazione preventiva delle regole cautelari da seguire e nella individuazione dei soggetti deputati a presidiare quelle specifiche funzioni. Nell’ambito dei reati ambientali indicati come presupposto della responsabilità amministrativa dall’art. art.25 – undecies del D.Lgs. n.231/01, le regole cautelari funzionali a non commettere questi reati, sono contenute sia nel decreto legislativo D.lgs. n.152/2006 che, in tutte le altre norme (anche di contenuto meramente tecnico) correlate (ad es. D.M. 5.2.1998 sulle procedure semplificate). Pertanto, le cautele sono eteronormate, come nel settore della sicurezza sul lavoro, e la novità normativa relativa alla predisposizione dei protocolli cautelari sta nel messaggio più che nei contenuti (in altri termini l’azienda è comunque tenuta ad osservare la fitta trama di norme cautelari ordita dal t.u. in materia ambientale). Infatti, la necessità – ad esempio - che il legale rappresentante dell’impresa “adotti tutte le misure necessarie per evitare il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti in assenza delle prescritte autorizzazioni” era già desumibile dal nostro ordinamento giuridico in quanto funzionale al rispetto della legalità derivante da precisi obblighi giuridici[20]. Maggiori difficoltà si potranno incontrare laddove l’interpretazione normativa non è univoca (si ricorda, ad esempio, l’accidentato dibattito che nel corso del tempo è avvenuto sull’individuazione dei confini tra la disciplina sulla tutela delle acque e quella sui rifiuti) oppure quando gli aspetti tecnici sono condizionati dall’interpretazione giurisprudenziale (ad es. nel prevedere che il controllo di conformità degli scarichi di acque reflue industriali debba essere riferito a “un campione medio prelevato nell’arco di tre ore”) – così come prevede l’Allegato 5 al D.Lgs. n.152/2006 – non si potrà dimenticare, nel redigere protocolli e strumenti scientifici di controllo dello scarico, che “l’autorità preposta al controllo può, con motivazione espressa nel verbale di campionamento, effettuarlo su tempi diversi al fine di ottenere il campione più adatto a rappresentare lo scarico qualora lo giustifichino particolari esigenze, quali quelle derivanti dalle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni dello scarico, dalle caratteristiche del ciclo tecnologico , dal tipo di scarico”[21]. In relazione, invece, ai soggetti deputati a presidiare le specifiche funzioni, si dovranno considerare anche le “posizioni di garanzia” che, ad esempio, la giurisprudenza assegna al direttore di stabilimento ove si gestiscono rifiuti laddove si afferma una precisa responsabilità dello stesso “per aver omesso di segnalare agli organi societari a lui sovraordinati la necessità di provvedere – ritenendo che l’intervento esulasse dai suoi poteri decisionali – alla rimozione di una situazione di fatto caratterizzata da profili di illegalità”[22] ;
nella specificità rispetto al rischio in concreto da contenere (ad es. il gestore di una discarica deve “esercitare la massima diligenza nel controllo del materiale conferito, facendosi eventualmente coadiuvare da adeguate figure professionali, se non sia dotato egli stesso delle necessarie cognizioni tecniche, mentre non può esimersi da responsabilità facendo riferimento alle risultanze dei dati meramente cartacei”[23]) e nella prontezza del suo adeguamento, nel caso sia della presenza di segnali di insufficienza operativa che dell’insorgenza di modifiche strutturali e strategico-operative dell’ente, che impongano di ridisegnare (adeguandone con sollecitudine) le modalità della cautela;
nel garantire la completezza dei flussi informativi, che rivestono un ruolo assolutamente centrale sul versante dell’effettività della prevenzione;
nell’agevolare l’emersione delle violazioni, così da mettere immediatamente in condizione di intervenire l’organismo di vigilanza e i vertici dell’ente;
nella documentazione formale delle attività;
nel monitoraggio e controllo;
nella indicazione di un responsabile del processo a rischio-reato, su cui grava il compito di dotare di una propria “evidenza” il processo stesso.
Per le imprese che hanno già adottato un sistema di gestione ambientale (secondo il Regolamento EMAS o la norma ISO 14001) dovrebbe essere più semplice costruire i suddetti protocolli cautelari in quanto potrebbe essere sufficiente verificare in concreto l’idoneità e l’adeguatezza preventiva dei presidi adottati (procedure ed istruzioni operative) idonei a garantire la conformità ai requisiti legali ai quali è sottoposto l’ente e, in caso contrario, procedere ad un loro adeguamento e/o implementazione.
Adeguamento e/o implementazione che dovrà anche verificare la necessità che i protocolli cautelari realizzino un’osmosi sia con le migliori evidenze scientifiche disponibili, sia con gli indici qualitativi mutuati dalla giurisprudenza che, nel campo ambientale, giocano un ruolo molto importante.
1) Pubblicata nella G.U. 25 ottobre 2000, n.250 S.O..
2) D.Pulitanò, La responsabilità da reato degli enti: i criteri di imputazione, in Riv.it.dir. e proc.pen., 2002, 02, 415.
3) “E’ evidente la ratio che ha ispirato la iniziale scelta minimalista del legislatore: evitare l’impatto troppo dirompente di una normativa che, infrangendo il plurisecolare canone societas delinquere non potest, scuoteva dalle fondamenta l’intero ordinamento giuridico, ridisegnandone l’assetto, e andare a dischiudere per l’apparato industriale-imprenditoriale la prospettiva di rilevanti e sino ad allora sconosciuti rischi, con conseguenti costi in termini giudiziari, strutturali ed economici”, cfr. G.Casaroli, Sui criteri di imputazione della responsabilità da reato alla persona giuridica, in Riv. trimestrale di diritto penale dell’economia, 2008, fascicolo 3, pag. 561.
4) Si veda il disegno di legge concernente i delitti contro l’ambiente con la conseguente delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della relativa disciplina, presentato nel Consiglio dei Ministri nr.47 del 23 aprile 2007.
5) In G.U.C.E. L. 328/28, per il cui commento sia consentito rinviare, in Ambiente&Sicurezza nr. 3 del 10.2.2009, a A.Merlin, La tutela penale dell’ambiente nella Direttiva 2008/99/CE, pag. 86 e ss.
6) Nozione che include espressamente un rinvio recettizio alla qualifica ed alla disciplina della personalità giuridica degli ordinamenti interni [art.2, lettera d)].
7) Cfr. G.Casaroli, Sui criteri di imputazione della responsabilità da reato alla persona giuridica, cit., pag. 564.
8) Si veda G. Azzali, La tutela penale dell’ambiente. Una indagine di diritto comparato, Cedam, 2001, p. 367.
9) Legge 4 Giugno 2010 n.96 in G.U. 25 Giugno 2010 n.146, S.O.
10) Il 16 Giugno 2011 la Commissione Europea ha emesso, ai sensi dell’art.258 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, un parere motivato nei confronti dell’Italia (ed altri nove Stati membri) chiedendo alla stessa di porre fine all’infrazione entro due mesi recependo nell’ordinamento interno la direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente.
11) A.L. Vergine, Rossi di vergogna, anzi paonazzi…leggendo la legge comunitaria 2009”, in Ambiente&Sviluppo, 2/2011, p.131.
12) C. Ruga Riva, Diritto penale dell’ambiente, Giappichelli, 2011, p.68.
13) Cfr. A.Scarcella, Responsabilità degli Enti e Modelli Organizzativi ambientali: il recepimento della direttiva 2008/99/CE, in Resp.amm.soc.enti, 4/2011, p. 64.
14) Cfr. N.Abriani, La responsabilità da reati degli enti: modelli di prevenzione e linee evolutive del diritto societario, in Analisi giuridica dell’economia, 2/2009, p.195.
15) Cfr. C.Piergallini, Paradigmatica dell’autocontrollo penale (dalla funzione alla struttura del “modello organizzativo” ex d.lgs. 231/2001, relazione all’incontro di studio del Consiglio Superiore della Magistratura sul tema: “Le tipologie di colpa penale tra teoria e prassi”, 28-30 Marzo 2011, pag.9 e ss, in www.csm.it. In giurisprudenza, si segnala Trib.Milano, 13 febbraio 2008, in Giur.Comm., 2009, 1, 177, che ha condannato il presidente, con funzioni delegate, di una società di capitali, priva del modello 231, a risarcire i danni patiti all’ente, in termini di sanzioni pecuniarie, per effetto della mancata attivazione del presidio preventivo
16) Cfr. Cass.pen., Sez.VI, 09.07.2009, n.36083.
17) M.Zalin e M.Chilosi, Le prospettive di applicazione della responsabilità amministrativa delle società al diritto penale dell’ambiente, in Resp.amm.soc.enti, 1/2010, p. 117 e ss.
18) Cfr. Trib. Novara, sezione GIP/GUP, 1.10.2010 (depositata 26.10.2010), in www.rivista231.it.
19) Cfr. C.Piergallini, Paradigmatica dell’autocontrollo penale (dalla funzione alla struttura del “modello organizzativo” ex d.lgs. 231/2001, cit., p.30 e ss.
20) Cfr. Cass.pen., Sez.III, 15.06.2011 (ud. 25.5.2011), n.23971 che ha confermato la condanna per gestione illecita di rifiuti inflitta al titolare di una impresa di rifacimento di manti stradali, perché sebbene l’articolo 256 del D.Lgs. n.152/2006 punisca “chiunque” effettui l’attività di gestione di rifiuti non autorizzata , è legittima la condanna del titolare dell’impresa – e non dell’autista sorpreso a trasportare i rifiuti – nel caso di mancata adozione delle misure necessarie alla gestione dei rifiuti da parte della direzione aziendale.
21) Cfr. Cass.pen., Sez.III, 21.04.2011 (ud. 16.03.2011), n.16054.Cfr.
22) Cass.pen., sez.III, 17.1.2008 (ud. 09.10.2007, n.2485.
23) Cfr. Cass.pen., sez.III, 6.2.2008 (ud. 19.12.2007) n. 5797.