Source: http://www.siciliaterradelsole.com/2016/08/malacarne-il-nuovo-romanzo-di-francesco.html
Timestamp: 2017-06-27 02:02:40+00:00
Document Index: 62104483

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 25', 'art. 122', 'art. 85', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 4', 'art. 18', 'art. 18']

mia figlia, la luce dei miei occhi.
Diritti esclusivi di sfruttamento economico nel diritto
d’autore e diritti connessi. Tutti i diritti letterari della presente opera
sono di esclusiva proprietà dell’autore, Francesco Toscano, così come previsto
dalla legge 22 maggio 2004, n. 128 sulla diffusione telematica abusiva delle
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per l'università e la ricerca, dal DLGV 13 febbraio 2006, n. 118, dal DLGV 16 marzo
2006, n. 140 e dal DDL S861 approvato dal Parlamento il 21 dicembre 2007 che
consente la libera pubblicazione attraverso la rete d’immagini o musiche a
bassa risoluzione o degradate. Il diritto di pubblicazione (art. 12) è il primo
tra tutti i diritti esclusivi di sfruttamento economico e spetta all’autore o
agli autori. E’ anche un diritto morale. L'autore ha il diritto esclusivo di
pubblicare l'opera. E' considerata come prima pubblicazione la prima forma di
esercizio del diritto di utilizzazione. L’autore ha altresì il diritto
esclusivo di utilizzare economicamente l'opera in ogni forma e modo, originale
o derivato, nei limiti fissati dalla legge, e in particolare con l'esercizio
dei diritti esclusivi indicati in seguito. L'autore ha altresì il diritto
esclusivo di pubblicare le sue opere in raccolta (art. 18). L’autore è l’unico
che ha il diritto esclusivo di introdurre nell'opera qualsiasi modificazione
(art. 18). Per diritti di sfruttamento economico (artt.12 e 19) s’intendono una
serie di diritti di seguito elencati. Tutti questi diritti esclusivi previsti
dalla legge (art. 19) sono fra loro indipendenti. L'esercizio di uno di essi
non esclude l'esercizio esclusivo di ciascuno degli altri diritti. Essi hanno
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spettano i diritti esclusivi di utilizzazione economica dell'opera, qual è
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cui al comma 1, spetta al curatore dell’edizione critica e scientifica il
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dal diritto d'autore, fatta da istituzioni aperte al pubblico, per un periodo
limitato, a fini diversi dal noleggio. L’autore ha il potere esclusivo di
autorizzare il prestito da parte di terzi. Alla Legge 633/1941 si affianca
anche il Codice Civile, libro V titolo nono, capo I°, articoli da 2575 a 2583.
© 2016, Francesco TOSCANO.
Gli ultimi arredi urbani
erano arrivati da poco tempo in via Maqueda, antico asse viario di Palermo,
quando Francesco Salvatore Magrì si accingeva a festeggiare il suo diciottesimo
Figlio di Carlo e Maria
Pia Perracchio, piccoli pregiudicati della Vucciria, da tempo allontanatisi
dalla malavita del quartiere in cui risiedevano, la Kalsa, Salvatore era
cresciuto nutrendosi di malaffare e di violenza devoluta, il più delle volte, a
Alto poco più di un metro
e settanta, dall’ossatura poderosa, carnagione chiara, occhi verdi, capelli
neri e irsuti, Salvatore era ormai divenuto un adulto: “un uomo” egli si definiva
al cospetto dei suoi genitori; un giovane emancipato e ormai maggiorenne, forte
e sicuro di sé. Egli rassicurava suo padre
e sua madre, il più delle volte, dicendo loro che non avrebbero dovuto temere per
lui in quanto, ribadiva, non sarebbe più incappato nelle maglie della Giustizia;
sosteneva che era divenuto scaltro e che si sarebbe potuto difendere facilmente
da quanti in passato gli avevano teso delle trappole, che gli avevano infine
fatto trascorrere due anni della sua vita all’interno dell’Istituto Penale per
minorenni “Malaspina” di Palermo, ove era stato recluso per rapina a mano
armata e sequestro di persona.
Salvatore amava la via
Maqueda, quell’antica arteria stradale della sua città natia; passeggiando
lungo quella via diceva tra sé e sé, nel suo dialetto, così traducibile nella
lingua italiana corrente: “si respirano
gli antichi fasti degli uomini e delle donne appartenenti ai casati blasonati e
di alto lignaggio della Palermo che fu, oggi estintisi.”. Erano da poco scoccate le
ore 16.00 di quel venerdì 29 luglio 2016, quando Salvatore, giunto in
prossimità di via Discesa dei Giovenchi, traversa di via Maqueda, ebbe un leggero
mancamento. L’aria era afosa, giacché Palermo era sprofondata nel caldo del
mese di luglio, che era, a detta di alcuni meteorologi, tra i più caldi degli
ultimi vent’anni. L’inquinamento dovuto al
traffico congestionato presente nel tessuto urbano del capoluogo siciliano,
poi, aveva reso ancora più irrespirabile l’aria del centro storico cittadino;
così le difficili condizioni climatiche e ambientali contribuirono in maniera
determinante a quel lieve malore che avvolse le membra grevi del giovane.
Tuttavia non era stato il
caldo a farlo barcollare, né tantomeno le polveri sottili presenti nell’aria,
ma la nitida visione di una carrozza spinta da due cavalli, uno di colore
bianco e uno di colore nero, condotta da un cocchiere in livrea, all’interno
della quale vi erano due nobili uomini. La carrozza, finemente
intarsiata e di stile barocco, sfrecciava lungo quell’antica arteria stradale cittadina
priva di quegli arredi urbani da poco collocati dal Municipio, lungo il quale
non vi era rimasta anima viva, come se il tempo e gli uomini si fossero ad un
tratto fermati, così da consentire alla retina degli occhi verdi del giovane
Magrì di trattenere un’istantanea della Palermo di fine Settecento, inizio
Ottocento. Che cosa significava
quella visione? Salvatore si chinò, come a
voler prendere qualcosa da terra, portando la mano destra al petto, all’altezza
del costato sinistro. Le tempie gli martellavano. Non si reggeva più sulle gambe,
che si stavano pian piano sgretolando come quei castelli di sabbia che i bambini
costruiscono in riva al mare in estate. Svenne. Si ridestò dopo pochi
minuti, circondato da un gruppo di nordafricani, residenti a Ballarò, i quali
cercavano di fargli coraggio e invitandolo a sorseggiare un bicchiere d’acqua e
zucchero che uno di loro gli porgeva per farlo riprendere.
Francesco Salvatore Magrì
si alzò; ringraziò gli uomini e le donne che lo avevano soccorso in un dialetto
a loro facilmente comprensibile, riprendendo subito dopo la marcia in direzione
Giunto in prossimità dei
Quattro Canti di città, mentre osservava sulla sua sinistra la splendida
fontana di Piazza Pretoria, Salvatore udì una voce che gli diceva di non
proseguire da lì, ma di svoltare in direzione di Corso Vittorio Emanuele, verso
Porta Felice. Si guardò attorno, ma non
vide nessuno. Eppure quella voce… chi aveva parlato? Si sarebbe dovuto
cominciare a preoccupare della sua salute mentale?
Egli non capì a che cosa
quella voce d’uomo, gutturale e intensa, volesse alludere. Pensò seriamente di
essere impazzito. D’altronde aveva da sempre nutrito il dubbio che “la pazzia”, quella vera, fosse scritta
nel suo patrimonio genetico, ma ubbidì a quella voce, di fantasma e/o essere
vivente che fosse, spinto da una forte sensazione di malessere interiore.
ora dopo, quando ormai Salvatore era all’interno della sua stanza da letto, protetto
dagli affetti più cari e dalle solide mura della casa paterna ubicata
nell’antico quartiere della Kalsa, venne a conoscenza che gli sbirri, poco dopo
la via Torino, quel pomeriggio avevano tratto in arresto Vito Gulì, Gianluca
Ciprì, Renato Galioto, i suoi tre amici, un’allegra combriccola, che aveva
spopolato nel quartiere per via di tante bravate, con i quali egli, qualche
giorno prima, aveva rapinato un supermercato in piazza Nascè, a Borgo Vecchio.
La rapina, che non era
stata preventivamente autorizzata da Cosa
Nostra, aveva mandato su tutte le furie Don Francesco Baiamonte, alias “à facci tagghiata”, il capo della famiglia
mafiosa del Borgo Vecchio. Questi riteneva che essendo quell’esercizio
commerciale in regola con il pagamento del pizzo, era inconcepibile che al
titolare, Nicola Capasanta, fosse stato arrecato un danno economico, e che a
lui fosse stato arrecato un danno d’immagine al suo incondizionato potere criminale. Dopo la rapina, il Baiamonte,
che si era più volte sfregato le mani quasi a togliersi la pelle, poiché era
forte il suo desiderio di punire i colpevoli, aveva mandato alcuni suoi sodali,
con in testa il suo capo decina, Fofò Caparessa, a casa del Magrì, chiedendo a
Carlo, un vecchio truffatore del quartiere, nonché padre del giovane Francesco
Salvatore, la testa del responsabile di quell’avventato delitto, possibilmente su
un piatto d’argento. L’anziano truffatore
intavolò con quegli uomini una lunga ed estenuante trattativa, alla fine della
quale fu costretto a versare a favore della cassa della famiglia mafiosa di
Borgo Vecchio, la metà della somma di denaro provento della rapina perpetrata
da Francesco Salvatore e dai suoi complici, all’incirca 1000 euro, e altre 500
euro a favore della compagine mafiosa della Kalsa, inserita nella famiglia
mafiosa di Palermo Centro, mandamento di Porta Nuova, giacché era ritenuto colpevole
di non aver impedito al suo figliolo di commettere quel reato in danno di un
esercizio commerciale già “messo a posto”.
Salvatore si stava per
addormentare, quando gli venne in mente il malore fisico che lo aveva colpito
nel pomeriggio di quel giorno e soprattutto la visione di quella carrozza
barocca di un’altra epoca che correva lungo la via Maqueda; egli non riusciva a
comprendere quello che gli fosse veramente accaduto quel caldo pomeriggio di
fine luglio, né tantomeno riusciva a capire il perché qualcuno, forse l’anima
di qualche fuorilegge o qualche “mariuolo”
suo conoscente, rimasto ignoto, lo avesse voluto avvertire. Non riusciva proprio a
persuadersi di come fosse riuscito a scampare all’arresto, a differenza di Vito
e degli altri due suoi amici. Egli proprio grazie a quella benedetta voce udita
in via Maqueda se l’era fatta franca. Si sforzava di capire il perché fosse
successo, senza riuscirvi.
Salvatore si chiese,
pertanto, se l’indomani non fosse stato il caso di andare da un avvocato
penalista, uno di quegli azzeccagarbugli che suo padre, già da tempo, gli aveva
fatto conoscere, al fine di comprendere se fosse stato emesso un ordine di
custodia cautelare in carcere anche nei suoi confronti per la rapina commessa
al Borgo Vecchio; se fosse stato necessario costituirsi alle Autorità.
ragionamenti contorti, uno dei quali lo aveva portato a considerare anche lo
stato di latitanza, chiuse gli occhi, così sprofondando in un sonno ristoratore
dai benefici effetti collaterali.