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Timestamp: 2020-06-02 13:48:23+00:00
Document Index: 95856462

Matched Legal Cases: ['CGUE ', 'sentenza ', 'CGUE ', 'art. 88', 'CGUE ', 'art. 11', 'art. 11', 'sentenza ', 'CGUE ', 'art. 119', 'art. 123', 'art.121']

﻿ Monetizzare il debito pubblico grazie alla BCE senza cambiare i parametri di Maastricht? – laCostituzione.info
Standard and Poor’s ha confermato il rating dell’Italia (“BBB”), evitando, così, di declassare a spazzatura i molti titoli pubblici detenuti da banche private italiane, con le conseguenze che tutti intuiamo. Il mancato declassamento del nostro debito pubblico non è certo dovuto al miraggio del MES sanitario, bensì dal fatto che, nelle parole dell’agenzia di rating, «l’attuale sostegno finanziario della Bce consente all’Italia di rifinanziare il proprio debito a tassi di interesse reali di circa lo 0%».
Non erano state isolate, del resto, le voci di chi si era già espresso per la monetizzazione dei debiti pubblici da parte della BCE, sull’esempio della Bank of England. Assai interessante che a invocare la monetizzazione siano personalità di diversa estrazione, come Fassina, Ciocca o De Grauwe. Quest’ultimo, già nel 2015, aveva chiarito che la monetizzazione dei debiti pubblici da parte della BCE non si tradurrebbe, come paventato dalla Germania, in un trasferimento di ricchezza dai contribuenti tedeschi a quelli degli Stati “debitori”.
Una cosa va, però, chiarita: nel quadro giuridico attuale (Tratti europei e Statuto BCE), l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano da parte della BCE (rectius: di Bankitalia all’interno del Sistema delle banche centrali europee) è affare un poco diverso dall’acquisto dei titoli di stato che si comprava Bankitalia per calmierare gli interessi prima del divorzio dal Tesoro del 1981. All’epoca, quei titoli venivano incamerati da Bankitalia in cambio di liquidità e cessavano di esistere come debito pubblico, almeno nella sostanza. Oggi, i titoli del debito pubblico italiano incamerati dal Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) continuano a costituire formalmente “debito pubblico” ai fini del Patto di stabilità e crescita (i famigerati parametri di Maastricht) e possono essere rimessi sui mercati finanziari dalla BCE in ogni momento. L’impegno della BCE a effettuare il rinnovo di tali titoli alla scadenza (c.d. “roll-over”) non è, infatti, assistito da alcuna garanzia giuridica. Esso dura fintanto che la BCE lo ritiene necessario alla sua funzione di trasmettere impulsi al sistema bancario europeo unitariamente inteso, in modo da condurre l’inflazione verso la soglia ottimale del 2%. Anzi, un eventuale impegno formale della BCE a operare per sempre il rinnovo dei titoli pubblici alla scadenza costituirebbe – udite, udite! – una violazione della Costituzione tedesca. Questa è stata la minaccia implicita nel rinvio pregiudiziale operato dal BVerG (Tribunale costituzionale tedesco) nel caso Weiss e a., su cui la CGUE (Corte di giustizia dell’UE) ha già dato il suo responso nel dicembre del 2018, e su cui lo stesso BVerG dirà l’ultima parola nella sentenza annunciata per il prossimo 5 maggio.
Il lettore dirà: e chi se ne importa! La Costituzione tedesca non sono i Trattati europei; se la CGUE ha detto che l’acquisto dei titoli pubblici da parte della BCE è conforme ai Trattati (e allo Statuto della BCE), i giudici tedeschi devono piegarsi.
Ecco, qui stanno almeno due problemi.
Il primo è quello della prevalenza dei Trattati europei e della CGUE. Come noi italiani sosteniamo che le nostre limitazioni di sovranità in favore dell’UE sono valide fintanto che non violano i principi costituzionali “supremi” e i diritti inviolabili della persona (Corte cost. sentt. nn. 183/1973, 170/1984, 232/1989, ord. n. 24/2017), così i tedeschi, che sono sempre un po’ più precisi, dicono che la partecipazione al “programma di integrazione europeo” della Germania può avvenire solo a certe condizioni. Una di queste è piuttosto circostanziata e stabilisce, all’art. 88 della Costituzione tedesca, che la rinuncia al marco per l’euro è condizionata al fatto che la BCE sia un’istituzione indipendente dalla politica, si limiti strettamente a fare politica monetaria e non politica economica, e che questa politica monetaria abbia per obiettivo prioritario la stabilità dei prezzi. Ebbene, per il BVerG l’acquisto dei titoli del debito pubblico degli Stati membri eccede dai confini di una simile politica monetaria monofocale della BCE, specie se tali titoli del debito pubblico cessassero di esistere dal punto di vista economico attraverso la garanzia di un loro rinnovo automatico alla scadenza.
Il secondo problema sta nella risposta che la CGUE ha già dato nel 2018 al BVerG: «l’eventuale conservazione, da parte del SEBC, dei titoli acquistati nell’ambito [del Quantitative easing] fino alla loro scadenza […] non implica alcuna rinuncia al pagamento del debito da parte dello Stato membro emittente una volta arrivato a scadenza il titolo»; la rivendita dei titoli del debito pubblico, però, non deve «essere considerata come il principio e la loro conservazione come una deroga a tale principio»; «la mancanza di un obbligo a procedere alla rivendita dei titoli acquistati non può essere sufficiente per dimostrare l’esistenza di una violazione dell’articolo 123, paragrafo 1, TFUE» (divieto per la BCE di finanziare gli Stati membri o la stessa UE).
Il bicchiere per la Corte di giustizia è, come si vede, mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda dell’ottimismo dell’interprete.
La monetizzazione implicita negli acquisti della BCE di tutto il debito necessario per uscire da questa crisi serve sia a calmierare gli spread, per permettere all’Italia di ripagare gli interessi senza ridenominare il debito in “nuove lire”, sia, e più ancora, a non rendere proibitivo l’accesso al credito alle nostre imprese.
Ciò di cui oggi abbiamo bisogno, però, non è solo questo. A essere necessario è anche che il debito incamerato dalla BCE – nelle circostanze eccezionali del momento – non possa MAI essere contabilizzato come debito pubblico italiano ai fini del Patto di stabilità e crescita (PSC), ossia dei famigerati parametri di Maastricht. Il PSC è attualmente sospeso, ma quando tornerà a essere efficace i nostri partner europei ci chiederanno di “rientrare dal debito”, che a quel punto avrà raggiunto livelli monstre. Tanto più che i parametri del 3% del deficit/Pil e del 60% del debito/Pil si calcolano, appunto, in relazione al Pil, che dopo mesi di blocco della produzione avrà subito un calo rilevantissimo.
Se l’UE dev’essere un’Unione di competitività, come ama ripetere la Merkel a nome di tutti i tedeschi (degli olandesi, ecc.), allora noi dovremmo affermare con forza che la competitività delle nostre imprese e dei nostri sistemi pubblici (sanitari e universitari, in primis, in quanto sistemi di ricerca) può sopravvivere solo se le regole del gioco europeo sono eque (fair). Se non avvantaggiano, cioè, sistematicamente qualcuno e non danneggiano sistematicamente qualcun altro. Se uscire da questa crisi seguendo le regole (ossia, sospendendo il Patto di stabilità e crescita senza, però, neutralizzare il debito pubblico contratto per salvare i sistemi produttivi e di welfare nazionali) importa consegnarci mani e piedi legati ai nostri partner-competitori europei, significa che quelle regole non sono eque e che esse vanno cambiate, da subito.
La BCE può anche comportarsi come se quelle regole non esistessero, almeno temporaneamente. Cioè comprando parte del nostro debito pubblico e rinnovando gli acquisti alla scadenza. Ma se quelle regole torneranno in vigore, tutto quel che nel frattempo avrà fatto la BCE rischia di farci ripiombare a terra, posto che l’Italia avrà comunque accumulato un debito monstre a fronte del quale ci verranno chiesti (dall’UE) avanzi primari elevati a ogni ciclo di bilancio (Chessa). E gli avanzi primari, dovremmo averlo ormai compreso, non generano crescita e non aiutano a stabilizzare il debito pubblico (Realfonzo).
È per questo che continuare a chiederci quanto potrebbe essere utile accedere al c.d. MES sanitario è una schermaglia di retroguardia. Le vere battaglie vanno condotte alla luce dell’unico dato certo, che questa crisi renderà inconfutabile: le regole su deficit e debito pubblico stabilite nel lontano 1992 a Maastricht, assieme con quelle che costringono gli Stati a indebitarsi in una valuta che non controllano, sono assurde, inique e insostenibili. L’art. 11 della Costituzione è l’unica base sulla quale l’Italia può giustificare le sue cessioni di sovranità in favore dell’UE. L’art. 11 non parla solo di “pace”, ma anche di “giustizia tra le Nazioni”.
Categorie AttualitàTag BCE, debito pubblico, MES, quantitative easing, recovery fund
4 commenti su “Monetizzare il debito pubblico grazie alla BCE senza cambiare i parametri di Maastricht?”
29 Aprile 2020 alle 11:01	 | Rispondi
Che i titoli del debito pubblico (di qualsiasi Stato), incamerati dalla BCE, quindi in “FINE CORSA”, possano essere rimessi sui mercati in ogni momento, anziché, nel bisogno, emettere altro denaro-aria-fritta cliccando sul bottone del computer, è pura follia di un sistema economico che sta collassando.
L’unica fine che dovrebbe fare qual debito pubblico, incamerato dalla BCE, è metterlo perennemente nel freezer. Oppure, meglio ancora: cancellato premendo il tasto “Canc” !
E nessuno ne avrebbe danno.
2 Maggio 2020 alle 10:20	 | Rispondi
Commento i due articoli del 21 e del 27 aprile insieme. L’autore promuove “nelle circostanze eccezionali del momento” una monetizzazione – formalmente vietata – del debito degli stati più in difficoltà. L’argomentazione parte da una ricostruzione fedele del diritto vigente, dell’attività della BCE, della giurisprudenza tedesca ed europea e di alcune critiche italiane (primo articolo) e conclude (secondo articolo) “che il debito incamerato dalla BCE – nelle circostanze eccezionali del momento – non possa MAI essere contabilizzato come debito pubblico italiano ai fini del Patto di stabilità e crescita (PSC), ossia dei famigerati parametri di Maastricht. Il PSC è attualmente sospeso, ma quando tornerà a essere efficace i nostri partner europei ci chiederanno di rientrare dal debito”. La conclusione poco chiara configura in ogni caso una novazione normativa; rivendica una revisione dei trattati, rampante, per vie di fatto, o da approvare all’unanimità, nel secondo caso probabilmente inaccettabile per la maggior parte degli altri paesi, e da far valere dall’Italia, non si capisce in quale sede, per ragioni superiori di equità, se necessario, con strumenti di diritto costituzionale nazionale.
L’autore non nasconde che l’adozione di una nuova chiave di ripartizione per l’acquisto di titoli nazionali da parte della BCE/del SEBC, favorevole agli stati più indebitati, rivendicata da Minenna come diritto, o obbligo di tenere i titoli acquistati indefinitamente sul bilancio della BCE rifinanziandoli automaticamente a scadenza (roll-over), e di non contabilizzarli più nel debito nazionale, necessiterebbe una riforma dei trattati, il consenso di tutti. L’ortodossia europea è formulata nella sentenza CGUE del 2018. Il concetto chiave è che “la mancanza di un obbligo” la quale salva “l’effettiva conservazione dei titoli acquistati fino alla scadenza” (e forse pure un eventuale roll-over, passando da acquisti sul mercato secondario a quello primario) dall’accusa di eccesso di potere. Gli interventi prudenziali della BCE sono aiuti di fatto allo stato interessato, ma non costituiscono alcun diritto all’aiuto illimitato, nonostante il “whatever it takes”, una regola prudenziale e un monito agli speculatori, non un principio di diritto. La distinzione fra fatto e prudenza da un lato, obbligo e diritto dall’altro, esprime l’equilibrio precario sul quale si reggono le istituzioni dell’euro-zona.
I fondatori scommettevano su una dinamica spontanea alla convergenza economica e fiscale, per ragioni di interesse nazionale dei vari paesi membri. Non consideravano la possibilità che dei governi adottassero deliberatamente misure divergenti, per ragioni di politica elettorale contingente o peggio inserite in un‘ideologia politica anti-europea, solo provocatoria o mirando alla disaggregazione dell’intera costruzione. Ma proprio quello scenario si è realizzato. In Italia. Non adesso con la crisi dell’epidemia (peraltro abbastanza simmetrica, non specifica a uno o più paesi), ma sin dal principio. Pensiamo solo agli ultimi 12 anni! La politica fiscale italiana è stata condizionata da un contesto istituzionale altalenante: governo Berlusconi-Tremonti, crisi del debito facile da fine 2008, spread nel 2011 a 550, governo Monti di unità nazionale, cura da cavallo, elezioni, Bersani-streaming-Grillo, governo Letta, golpe PD, governo Renzi, europee, doppia riforma istituzionale, referendum, governo Gentiloni creato da Renzi, elezioni, governo Conte-Di Maio-Salvini nato dal rifiuto calcolato di Renzi, golpe Salvini, governo Conte-bis voluto da Renzi. Se questa è democrazia, il popolo deve essere pazzo: schizofrenico, bipolare, paranoico (il complotto europeo; i Tedeschi ci vogliono poveri). Se invece il popolo è sano, allora la democrazia italiana non lo è.
Comunque sia, la storia recente non è un buon augurio per il prossimo futuro. A parte l’avanzo primario c’è poco da essere soddisfatti. Intanto gli impegni del PSC sono sospesi e i “famigerati parametri” di Maastricht (che erano solo una promessa da marinaio di coloro che pretendevano ottenere i vantaggi della moneta comune, i tassi bassi, ma non intendevano seriamente adottare misure fiscali e economiche convergenti con gli altri paesi membri), stupidi perché ciechi, saranno comunque da riformulare radicalmente quando si conosceranno i nuovi rapporti debito/PIL. Se l’Italia, a 20 anni dall’introduzione della moneta unica, alla quale ha insistito di partecipare ad ogni costo, nonostante le reticenze tedesche, continua a perdere competitività, possiamo fingere di credere che sia dovuto ad un’asimmetria strutturale inevitabile (questo è un presupposto della conclusione del secondo articolo) o non dovremmo piuttosto sospettare che il divario crescente sia la conseguenza prevedibile di determinate politiche economiche e fiscali, sicuramente non azzeccate (argomento ignorato nella dimostrazione)? A meno di accettare l’argomento paranoico dell’austerità imposta. In altre parole dobbiamo chiederci se lo spread (base dell’argomento di Minenna) riflette il livello di indebitamento strutturale del paese o piuttosto le prospettive delle politiche fiscali (di controllo del debito) di oggi e di domani. Basta confrontare il differenziale di alcuni paesi che avendo avuto problemi similari hanno agito diversamente, o osservare le oscillazioni dello spread di uno stesso paese in seguito, non ad una variazione del debito, ma a misure o solo annunci di misure fiscali diverse, per rendersi conto che la politica nazionale è il fattore determinante. Dovremmo quindi almeno considerare, se non possano essere l’instabilità di governo, il dissenso politico, il discorso pubblico confuso, l’assenza di una solida ideologia riformista le vere cause della mancanza di competitività dell’Italia di oggi e della scarsa fiducia degli osservatori, valutatori ed investitori in un miglioramento prossimo.
Questo paese così imprevedibile, il suo governo, l’opinione e la maggior parte degli esperti, fra cui l’autore, chiede ora agli altri, per ragioni di equità o di “fairness”, di monetizzare, cioè annullare di fatto una quota del suo debito. La BCE applicherebbe una politica non più monetaria ma fiscale a favore del o dei paesi più indebitati. Questo è vietato dai Trattati perché gli stati membri non intendevano né creare un debito pubblico europeo in aggiunta a quelli nazionali né tanto meno permettere alla BCE di annullare il debito pubblico di alcuni paesi. Per rispetto delle sovranità nazionali e della natura inter-nazionale dell’UE, la politica fiscale seppur coordinata è rimasta nazionale, e con essa il debito (cioè la responsabilità per le conseguenze della politica fiscale) pure. La conclusione dell’articolo promuove invece una europeizzazione rampante (non decisa dalle istanze democratiche, i governi nel Consiglio in accordo con i loro parlamenti, elettori e giudici supremi, ma dalla BCE agendo ultra vires) della politica fiscale (parziale mutualizzazione, prima novazione) attraverso una politica monetaria più aggressiva (monetizzazione del debito, seconda novazione).
Ma questa soluzione sarebbe davvero più equa? Significherebbe che i cittadini-elettori-contribuenti di tutti paesi partecipanti garantiscono – per solidarietà (una petizione di principio) o nell’interesse proprio (questo suona quasi come una minaccia) – o apertamente risorse comuni da spendere secondo le preferenze dei cittadini-elettori italiani (euro-bond, risorse di un recovery fund da spendere liberamente, prestate o regalate) o più di nascosto l’annullamento asimmetrico del debito nazionale. L’autore cita due articoli di Paul De Grauwe (un economista che immagina stratagemmi da inventare dagli avvocati per renderli realizzabili senza revisione) che trattano un’ipotesi diversa: il professore belga promuove l’annullamento sostanziale dei titoli acquisiti dalla BCE in quanto l’attivo di un soggetto pubblico, la BCE, sarebbe annullato dal passivo di un altro soggetto sempre pubblico, gli stati emettenti; questa tesi bizzarra di acrobazia finanziaria (contestata da quasi tutti, p.es. Guntram Wolff, Bruegel 22/04/20) suppone come minimo il rispetto della chiave di ripartizione rigorosa, il capital key contestato da Minenna, in base alla partecipazione di ogni paese al capitale della BCE, una norma che sarebbe invece da superare secondo il prof. Guazzarotti (e Minenna). Spero che qualcuno si renda conto della forzatura e dell’assurdità della conclusione, davvero iniqua, democraticamente aberrante e finanziariamente insostenibile. Se fosse generalizzata, provocherebbe l’auto-distruzione dell’euro-zona e dell’Ue: il virus italiano della politica irresponsabile (secondo il motto “facciamo quello che vogliamo, intanto altri ne pagheranno le conseguenze!” cioè gli stupidi, i nostri nipoti o gli altri cittadini europei, tutti a parte i primi senza diritto di voto per decidere della spesa) infetterebbe le istituzioni europee e avrebbe conseguenze imprevedibili nelle altre democrazie.
L’attuale situazione insoddisfacente è riassunta perfettamente nella gaffe della presidente della BCE, anzi doppia gaffe, perché l’affermazione prima ha creato una tensione, sicuramente non voluta, sullo spread dei BTP; e gli interventi della BCE hanno comunque come obiettivo di dissuadere gli investitori di speculare su un rialzo dello spread di paesi in difficoltà, vera o presunta. La polemica provocata dalla gaffe è tuttavia più aberrante della gaffe stessa. Il significato dell’affermazione maldestra di Christine Lagarde è senz’altro il seguente: state cercando la responsabilità delle tensioni nella direzione sbagliata; lo spread dipende in ultima analisi non dagli interventi della BCE ma dalle politiche fiscali dei singoli paesi. Davanti all’evidente paradosso dell’euro (una moneta comune presuppone politiche fiscali convergenti, mentre il coordinamento è solo informale e senza poteri coercitivi contro chi persiste nella divergenza; NB: il prof. Guazzarotti interpreta il paradosso assai diversamente: “le regole che costringono gli Stati a indebitarsi in una valuta che non controllano, sono assurde, inique e insostenibili”) la BCE non può supplire all’infinito a quello che il potere politico omette di fare, cioè conciliare l’inconciliabile. Ma quale potere politico? Chi decide la politica fiscale, le tasse e il debito? I governi nazionali sotto il monitoraggio dell’UE, Commissione, Consiglio, l’Euro-gruppo. Siamo alla sovranità. Il problema è che i paesi del euro-zona si trovano davanti a un dilemma: se non aiutano i paesi in difficoltà, i problemi dell’indebitamento fuori controllo rischiano di aggravarsi e di ripercuotersi prima o poi su tutta la zona; se invece li aiutano garantendo una parte del loro debito, i governi di questi paesi non hanno alcun interesse di adottare politiche fiscali e riforme economiche convergenti con il resto dell’euro-zona.
Il caso greco illustra le modalità per risolvere il dilemma: la sovranità nazionale prevale solo se i titolari della sovranità, elettori e il loro governo, accettano di pagarne ne conseguenze. Dopo aver valutato attentamente, gli elettori italiani potrebbero prima o poi preferire la costrizione imposta (le condizioni per la spesa delle risorse comuni) dall’autorità delegata di secondo livello alla libertà gestita dalla poco autorevole autorità suprema nazionale.
Nel dilemma l’unico punto certo è il seguente: se l’Euro-gruppo deve garantire un paese “rimasto indietro”, allora deve anche decidere la politica economica e fiscale di quel paese, per ipotesi o per ammissione incapace di farlo da solo, ma potenzialmente recalcitrante, cioè intenzionalmente inadempiente. La soluzione promozionata dal prof. Guazzarotti implica una divaricazione fra potere di decidere e responsabilità per le conseguenze della decisione. Vogliamo davvero che l’incapacità politica (i.e. eleggere, rappresentare, governare) e fiscale (un sistema economico competitivo, un sistema sociale protettivo, una tassazione giusta, efficiente ed effettiva) di un paese possa mettere in pericolo il benessere e la sicurezza di tutti, Italiani inclusi?
Ciro D'Alterio
3 Maggio 2020 alle 6:00	 | Rispondi
Non sono un esperto in economia ma, a naso, osservo che la sua posizione, le sue critiche sono più che logiche. Non sono un europeista convinto ovvero non sento mia questa Europa che, a sentir il dibattito interno, è matrigna (posizioni centrodx) una grande madre (posizioni centrosx). Con delle eccezioni in ambo gli schieramenti. Ho sempre ritenuto che non vi può essere una comune casa Europea fino a quando tutti gli stati non osserveranno e praticheranno le stesse politiche scolastiche, fiscali, di giustizia etc.. che gli attuali trattati non permettono. Fino a quando non saranno cambiati, questo è lo spettacolo cui assisteremo perché anche fuori dall’Italia i politici fanno politica guardando ai sondaggi. Occorre trovare una strada perché il Covid19 rischia di far esplodere, definitivamente, la crisi già in atto.
30 Maggio 2020 alle 10:14	 | Rispondi
La monetizzazione pro quota del debito non è vietata dal trattato; trattasi dell’unico strumento di politica monetaria espansiva che potrà essere utilizzato dalla BCE per raggiungere i suoi obiettivi, in questa crisi; la BCE deve aumentare la base monetaria, l’ultimo comunicato dell’Eurostat, ha rilevato la diminuzione dell’inflazione dal 1,2% allo 0,7%; nonostante il nuovo QE, abbiamo che si va verso la deflazione, siamo ben lontani dal 2% di inflazione che dovrebbe essere garantito, almeno tendenzialmente, dalla BCE.
La BCE non può subire l’influenza delle istituzioni europee.
Per garantire la stabilità dei prezzi e quindi della moneta, alla BCE dovrebbe essere tutto permesso, ad eccezione di ciò che è espressamente vietato.
Nel raggiungimento della stabilità dei prezzi, la BCE deve anche rispettare i principi di cui all’art. 119 del TFUE (principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza).
L’art. 123, per il rispetto del principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, e per non compromettere il buon funzionamento dell’unione economica e monetaria (art.121, c.), vieta l’acquisto diretto dei titoli di debito degli stati membri da parte della BCE e delle BCN.
Nel nostro caso, la monetizzazione si attua con titoli già acquistati con i precedenti QE; la cancellazione dei titoli verrà realizzata in proporzione alla partecipazione di ogni stato alla BCE, quindi non vi sarà nessun privilegio esclusivo per un singolo stato membro, tutti beneficeranno di tale manovra di politica monetaria espansiva con strumenti non convenzionali, non verranno violati i citati principi europei.
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