Source: http://journals.openedition.org/mefrm/623
Timestamp: 2018-01-22 16:30:43+00:00
Document Index: 100815808

Matched Legal Cases: ['arte1', '§ 47', '§ 49', '§ 52', '§ 53', '§ 57', '§ 66', '§ 34', '§ 110', '§ 362', '§ 17', '§ 48', '§ 58', '§ 59', '§ 68', '§ 71', '§ 78', '§ 82']

I signori rurali in Italia centrale (secoli xii-metà xiv) : profilo sociale e forme di interazione
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Feudal lordships in central Italy (12th to mid 14th century): social characteristics and forms of interaction
Per capire il ruolo giocato, nel pieno medioevo e in Italia centrale, dalla signoria rurale nell’organizzazione territoriale, occorre classificare e distinguere i signori laici, che non furono un gruppo omogeneo né stabile nel tempo. Ne derivò un loro variabile peso e significato nell’organizzazione territoriale. L’articolo è un primo tentativo di tassonomia dei signori laici dell’Italia centrale in base a certi parametri fondamentali (territorialità o meno dei poteri; accumulo di più signorie o loro divisione in quote; forme di interazione tra signori; qualità dei rapporti con il mondo urbano; progetti politici dispiegati). Dall’interazione fra questi parametri emerge un quadro complesso e in evoluzione continua e non lineare. Fino al primo Trecento, comunque, i signori rimasero fra i principali protagonisti dell’organizzazione del territorio, seppur in forme sub-regionalmente differenziate.
To understand the role played by feudal lords in the High Middle Ages in central Italy in the rganisation of the territory, it is necessary to classify and distinguish the secular lords, who do not form a homogenous group, nor do they have chronological consistency. The first aim of this article is to create a taxonomy of the secular lords in central Italy, based on certain fundamental parameters (the rough territory of power; the accumulation of more lordships or their division into parts; forms of interaction between the lords; characteristics of the relationship with the urban world; political projects undertaken). From the interaction between these parameters a complete picture emerges with a continual, non-linear evolution. Up to the beginning of the 14th century, however, the lords remained the principal actors in the organisation of the territory, even if in sub-regionally diverse forms.
Caratteristiche della signoria in Italia centrale ed elementi di classificazione dei signori
Stato degli studi e considerazioni storiografiche
Alcune caratteristiche della signoria rurale in Italia centrale
La diversità dei signori laici in Italia centrale
Criteri di base per una tassonomia dei signori dell’Italia centrale
Per una tassonomia dei signori dell’Italia centrale : geografia e cronologia
Dalle origini alla stabilizzazione della signoria (1050-1150 c.)
Trionfo e regolarizzazione della signoria in Italia centrale (1150 al 1225 c.)
Una divaricazione degli esiti (1225-1350 c.)
1 Quando parlai a Roma nel dicembre 2006 e in una prima versione di questo testo avevo ritenuto oppor (...)
1In apertura, può essere utile precisare l’ambito di questo contributo. In primo luogo quanto allo spazio cui ci si riferisce parlando di Italia centrale : grosso modo le attuali regioni di Marche, Umbria e Toscana. Anche se frequenti saranno i riferimenti al Lazio, lo stato degli studi e, ancor più, le mie limitate competenze hanno consigliato di considerarlo a parte1. Si è inoltre ritenuto utile concentrare l’attenzione in primo luogo sugli aspetti politico-istituzionali della signoria rurale, non perché li si ritenga più importanti di altri, ma perché questo taglio è parso il migliore nel quadro di un ciclo di inco ntri finalizzati a interrogarsi sui «poteri territoriali in Italia centrale e nel Sud della Francia». Questa scelta ha influenzato la stessa classificazione dei gruppi signorili, che, spostando il fuoco su altri aspetti, avrebbe ben potuto essere differente. Infine, essendomi stata commissionata una relazione sul profilo sociale dei signori, mi è parso naturale concentrare l’attenzione sui signori piuttosto che sulla signoria e sulle famiglie signorili piuttosto che sulle signorie ecclesiastiche e sui poteri signorili esercitati dall’impero e dai suoi ufficiali nel xii e xiii secolo.
2 C. Violante, La signoria rurale nel secolo x. Proposte tipologiche, in Il secolo di ferro : realtà (...)
2Dato che la mia ricostruzione si fonda in primo luogo su alcune recenti sintesi regionali o subregionali, prima di entrare nel vivo, occorrono alcune rapide considerazioni sullo stato degli studi e sulla storiografia. La ricerca sulla signoria in Italia centrale nel pieno medioevo è senz’altro ricca e stimolante, ma anche contraddittoria e di difficile sintesi. Per il primo aspetto basti richiamare da un lato le numerose ricerche sul campo condotte negli ultimi tre decenni e il loro livello per lo più eccellente, e dall’altro il peso dell’esperienza diretta di ricerca sull’Italia centrale per alcuni studiosi che, a partire dagli anni Settanta, hanno orientato (e orientano) il dibattito italiano sui nostri temi : basti citare i nomi di Cinzio Violante e Paolo Cammarosano, Chris Wickham e Sandro Carocci2. La ricchezza delle ricerche, però, non può nascondere la contraddittorietà degli esiti e la conseguente difficoltà di sintetizzarne i risultati. Notevoli sono le divergenze interpretative anche tra autori che hanno studiato aree periodi e temi analoghi – distanze tanto ampie da rendere difficile la stessa comparazione dei risultati raggiunti. Non meno significativi sono poi gli scarti nell’arco cronologico preso in esame : in Toscana, per esempio, al centro dell’interesse sono state le fasi più risalenti della signoria per lo più fino a tutto il secolo xii, mentre altrove la ricerca ha privilegiato il xiii secolo.
3 Il termine, tipico delle scienze naturali (e così definito da L. Zingarelli, Vocabolario della ling (...)
4 S. Carocci, Signoria rurale e mutazione feudale. Una discussione, in Storica, 8, 1997, p. 49-91, Id (...)
5 M. E. Cortese, Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra x e xii secol (...)
3Naturalmente, oltre a queste questioni generali, ci sono problemi più specificamente inerenti a quanto si intende fare qui, cioè proporre una tassonomia3 dei signori laici dell’Italia centrale. Diversi studiosi si sono concentrati in primo luogo sulla signoria ecclesiastica (quella del resto meglio documentata) o non hanno ritenuto opportuno, o utile, distinguere signori laici ed ecclesiastici. Del resto, solo di recente – in particolare grazie alle sollecitazioni di Sandro Carocci4 – il tema dei differenti e specifici profili sociali dei signori ha assunto una nuova centralità nel dibattito. Fino ad ora, però, limitate sono state le ricadute di questa nuova sensibilità sul piano concreto della ricerca di base. Fra le eccezioni vorrei segnalare, per ampiezza delle ricerche, il recente libro di Maria Elena Cortese sull’aristocrazia rurale del Fiorentino fino al 1150, i volumi di Sandro Tiberini sulla signoria nel Perugino e nell’Eugubino, e la monografia di Alessio Fiore sulla signoria in Umbria e nelle Marche5. Del tutto caratteristico dello stato degli studi sul nostro tema è poi il fatto che proprio questi ultimi due studiosi, muovendo da presupposti interpretativi assai diversi, giungano a risultati molto divergenti, il che mostra bene la difficoltà di comparare e sintetizzare gli studi disponibili che parlano spesso linguaggi non coerenti.
6 Vd. almeno A. Castagnetti, L’organizzazione del territorio rurale nel medioevo. Circoscrizioni eccl (...)
7 Tiberini, Repertorio... cit. n. 5, p. 29-37.
8 Vd. specialmente G. Pasquali, Una signoria rurale assente o silente ? Il caso anomalo della Romagna(...)
4Per provare a farlo è essenziale prendere preliminarmente posizione su alcune questioni che dividono la ricerca sugli assetti politici e sociali dell’Italia centrale, e in particolare sulla signoria. Molto rilevante è in primo luogo il problema della contrapposizione tra aree di tradizione romanica e longobarda. Una risalente e autorevole linea di ricerca, avviata da Vito Fumagalli, e poi sviluppata da Massimo Montanari ed Andrea Castagnetti, cui si ispirano le ricerche di Tiberini, ha sostenuto la radicale diversità tra le evoluzioni tipiche delle campagne di tradizione longobarda e quelle dell’area romanica6. Se si accogliesse questa interpretazione, verrebbe meno la stessa utilità di usare la categoria di «Italia centrale», in quanto nel medesimo contenitore geografico coesisterebbero due realtà diversissime e inconciliabili. Coerentemente con questa impostazione, Tiberini ha ritenuto inutile comparare le aree da lui studiate (parte del cosiddetto «corridoio bizantino») con l’Umbria «longobarda» o con settori della Toscana che presentano chiare prossimità tipologiche con il Perugino, come Pisano e Lucchesia7. Al contrario, personalmente, sono incline a non enfatizzare il peso di una tale contrapposizione, in linea con quanto convincentemente sostenuto da Gianfranco Pasquali e, nell’introduzione al suo libro, da Alessio Fiore8. Del resto, non mi pare che la realtà delle altre zone di confine tra aree di tradizione romanica e longobarda (in primis quella tra Lazio e Toscana) confermi in alcun modo la proposta di Tiberini.
5Un’altra questione preliminare riguarda l’utilità di costruire modelli che comprimano e semplifichino la molteplicità degli esiti regionali, subregionali e locali; se sia utile, cioè, parlare di signoria e di signori dell’Italia centrale. La risposta al quesito può essere positiva solo se, preliminarmente, si sottolinea la complessa articolazione del fenomeno signorile nella regione, una pluralità di esiti e forme che, su scala ridotta, riproduce in tutta la sua ampiezza la complessità del fenomeno nelle sue più generali manifestazioni europee. Ciononostante, si possono individuare alcuni elementi che, al di là delle variabili subregionali, conferiscono alle esperienze signorili dell’Italia centrale, e di conseguenza ai suoi signori laici, un’aria di famiglia.
9 Wickham, La signoria rurale in Toscana... cit. n. 2.
10 Vd. S. M. Collavini, Il « servaggio » in Toscana nel xii e xiii secolo : alcuni sondaggi nella docu (...)
6Si tratta innanzitutto dei tempi e delle forme dello sviluppo signorile, che in Italia centrale fu tardo (dal 1050 c. in poi) e piuttosto rapido. Altra caratteristica comune a tutta l’Italia centrale è la notevole differenza nell’intensità e nella diffusione della signoria non solo a livello regionale, ma anche locale : l’alternanza di aree di signoria forte, di signoria debole e di signoria pressoché assente, ritenuta da Chris Wickham la cifra della signoria toscana9, può essere generalizzata a tutta l’Italia centrale. A conferma di quanto già detto, va sottolineato che tali distinzioni travalicano il confine tra Romania e Langobardia : si pensi alla diversità d’intensità e di forme della signoria nel Perugino e nell’Eugubino (quanto all’area romanica); o nella Toscana settentrionale e in quella meridionale, per quanto riguarda l’area longobarda; oppure si pensi alle notevoli similitudini tra peculiare debolezza della signoria in prossimità di Ravenna e Perugia («romaniche»), o di Pisa e Lucca («longobarde»). Un ultimo tratto tipico della signoria dell’Italia centrale (e che in parte la distingue da altre regioni europee, pur senza costituire un unicum) è la fortissima incidenza di forme di signoria, nelle quali si fondono signoria fondiaria (per usare la categoria elaborata dalla storiografia italiana) e signoria personale : colonato, manentia, hominicium, villanaggio10. Tali esperienze furono diversamente codificate da regione a regione, ma mostrano evidenti affinità tipologiche, che ben si colgono se, abbandonato il piano astrattamente legale, ci si concentra su quello delle relazioni sociali e degli obiettivi di dominio perseguiti dai signori. Anche sotto questo aspetto non si notano apprezzabili differenze tra Romania e Langobardia. Del resto, proprio nelle aree longobarde furono rifunzionalizzati in senso signorile modelli giuridici romani, come il colonato; mentre larga fortuna ebbe anche in aree romaniche l’hominicium, corrispettivo volgare e «longobardo» del colonato.
7L’ampia diffusione di questa forma di signoria in Italia centrale rende particolarmente importante, nel descrivere i signori della regione, distinguere attentamente signori territoriali e signori personali (o fondiari). E ciò tanto più nel caso in cui l’attenzione voglia concentrarsi sulle ricadute dei poteri signorili sull’organizzazione territoriale : un conto, infatti, era esercitare i superiori poteri di banno su intere comunità di uomini, concentrati o meno in castelli, tutt’altro era invece esercitare poteri, magari anche d’intensità analoga (ma non sempre era così), solo su alcune famiglie contadine, magari sparpagliate in località diverse. I due modelli non furono territorialmente alternativi : frequenti furono le forme di concorrenza o integrazione in sede locale; continue furono le alternanze tra le due tipologie nel corso del tempo anche a livello del singolo villaggio, per i continui processi di scomposizione e ricomposizione delle signorie territoriali. Non è possibile riconoscere neppure un’evoluzione univoca e coerente da un modello all’altro nel corso degli anni : né nel senso di un superamento delle forme di signoria personale in seguito allo sviluppo della signoria territoriale, né, viceversa, nel senso di una graduale frammentazione dei poteri territoriali e di una loro riduzione a diritti di signoria personale o fondiaria in seguito alla pressione delle città. Infine, va tenuto presente che la maggior disponibilità sul mercato di famiglie contadine, rispetto alle signorie territoriali, dovuta a un tempo al loro maggior numero in termini assoluti e alla loro più rapida circolazione, fece sì che il gruppo dei «signori personali» fosse molto più ampio e socialmente differenziato al suo interno di quello dei signori territoriali : vi ebbero accesso infatti numerosi milites rurali e urbani ed anche esponenti dei nuovi ceti cittadini in ascesa nel pieno medioevo.
11 Per casi simili in Toscana vd. S. M. Collavini, Formes de coseigneurie dans l’espace toscan. Réflex (...)
12 Mi pare questo un limite del pur meritevole tentativo di de l’École Française de Rome. Moyen Âge, 1 (...)
8La distinzione tra signoria territoriale e signoria personale, pur fondamentale, non è l’unica utile a impostare una prima approssimazione di tassonomia dei signori. Nella nostra area e nell’arco cronologico in esame, anche fra i signori territoriali di banno le differenze furono enormi : si va da membri di consorzi signorili che controllavano uno o due castelli, dividendoseli a volte in quote davvero minime (fino a 1/32 o a 1/77)11, a signori di un solo castello, da famiglie che controllavano nuclei signorili di rispettabili dimensioni (fra le 5 e le 10 signorie), fino a pochi grandissimi signori, i cui domini erano nell’ordine di più decine di castelli. Tali differenze non incidono solo sul tentativo di creare una tassonomia dei signori (cioè di descriverli e classificarli), ma influenzarono fortemente le forme e il significato della signoria in ciascun contesto. La presenza anche di uno solo di questi grandissimi signori o di alcuni signori pluricastellani alterava del tutto gli equilibri sul terreno : nel classificare i signori di una certa regione non ci si può pertanto limitare a contarli in temini assoluti, ripartendoli magari per tipologie, ma occorre pesarne l’incidenza locale12. Un signore di 20 castelli o quattro signori di 5, per dire, contano come venti signori monocastellani; ed anzi pesano assai di più, dato che la concentrazione in poche mani di molte signorie (anche se in assoluto minoritarie nel controllo della popolazione rurale) cambiava completamente le dinamiche e le pratiche del potere locale.
9Se la tipologia dei poteri signorili, la quantità delle signorie e il loro grado di concentrazione sono gli assi fondamentali in base ai quali cercare di catalogare e descrivere i signori laici, vanno considerati anche altri elementi. Anche se non sempre se ne potrà tener conto nelle pagine seguenti, vanno richiamati altri tre aspetti : la qualità dei poteri esercitati (estesi o meno all’alta giurisdizione; comprensivi o meno della proprietà della terra; spartiti o meno con altri signori e/o comunità urbane o rurali); il tipo di legame che correva tra i signori e un mondo urbano sempre molto incisivo nel determinare gli assetti politici e sociali dell’Italia centrale; e, infine, il tipo di progetti politici dispiegati dai signori.
13 Sul problema generale vd. M. Nobili, L’evoluzione delle dominazioni marchionali in relazione alla d (...)
10Quest’ultimo è un punto molto importante e spesso sottovalutato; merita quindi qualche breve considerazione. Per i signori il dominio sugli uomini e sui territori non era fine a se stesso, piuttosto esso fu funzionale al conseguimento di determinati scopi, che variarono moltissimo, non solo in relazione alle dimensioni della signoria, ma anche al panorama politico in cui ogni signore si mosse, al suo profilo sociale, alla sua cultura. Limitiamoci a due esempi estremi ed opposti. È difficile immaginare che la maggioranza dei signori personali conferisse un significato schiettamente politico ai propri poteri (se non in sede estremamente locale), mentre più evidenti sono le ricadute, in termini di redditi economici e soprattutto di status personale, garantite dal possesso di homines o coloni e quindi dalla condivisione con gli strati superiori dell’aristocrazia delle medesime forme di esercizio del potere sugli uomini. Al contrario, i dominati formati da un numero consistente di signorie tendevano naturalmente a caricarsi di connotati politici, fino a conoscere talvolta sviluppi francamente principeschi. Essi erano perseguiti attraverso l’affermazione di vincoli politici con i signori minori e la ridefinizione dei rapporti tra principi e abitanti dei domini diretti in termini di dominio politico – politico appunto, piuttosto che solo economico o personale. Tali tensioni principesche si svilupparono pienamente solo quando i signori ritennero utile e opportuno mandare in crisi i circuiti politici di cui essi erano parte : tagliare i ponti con i poteri superiori che ne avevano favorito l’ascesa, abbandonare gli scenari politici (urbani o di corte) nei quali si erano formati, localizzare – seppur relativamente – i propri ambiti d’azione politica e patrimoniale. Tutte scelte né scontate, né automaticamente derivanti dal semplice accumulo di (anche numerose) signorie. Lo mostrano chiaramente le scelte di Aldobrandeschi e Guidi da un lato, di Gherardeschi (nel secolo xii) e Salimbeni (tra xiii e xiv) dall’altro13.
11Per passare dalle considerazioni generali a un concreto tentativo di tassonomia dei signori è necessario articolare ulteriormente l’analisi, facendo interagire tre diversi piani di riflessione e cercando di cogliere alcune caratteristiche comuni a tutta l’Italia centrale, senza tralasciare di richiamare le specificità regionali : accanto all’individuazione di alcuni parametri descrittivi di base, sui quali ci si è finora soffermati, vanno considerate le forme di interazione fra signori e, infine, l’evoluzione nel tempo sia delle forme della signoria, sia soprattutto del sistema nel suo complesso.
12Quanto al primo aspetto, quello dei parametri descrittivi di base, si farà riferimento in particolare ai tre elementi testé evocati : 1) la tipologia di signoria esercitata (territoriale o personale), la sua ampiezza spaziale e il suo eventuale inserimento in complessi signorili più ampi; 2) i rapporti tra signori e mondo urbano; e 3) i progetti (politici, economici, identitari) cui i diversi signori miravano attraverso l’esercizio dei poteri signorili. Quanto al secondo aspetto, le forme d’interazione tra signori – esse stesse non scontate – possono essere distinte in due polarità alternative : una, di tipo orizzontale, basata su patti, alleanze, concordie e conventiones ed una, di tipo verticale, fondata sulle diverse forme di gerarchizzazione dei poteri (giuramenti, sottomissioni, rapporti feudo-vassallatici). Ovviamente, sia le forme di interazione orizzontale che quelle di gerarchizzazione si mantennero a lungo in bilico tra funzionamenti informali e forme più istituzionalizzate. Tali parametri (e altri che si potrebbero introdurre) non bastano, però, per elaborare una tassonomia dei signori dell’Italia centrale, se non li si articola, considerando l’evoluzione nel tempo di ciascuna categoria di signori e del suo peso relativo all’interno del sistema. È questo il terzo, fondamentale, elemento della nostra tassonomia.
14 Sulle potenzialità euristiche di una periodizzazione per generazioni cfr. P. Cammarosano, Storia de (...)
13Vari elementi, che spero di riuscire a chiarire nel corso dell’esposizione, mi hanno indotto a distinguere tre fasi. Un primo periodo che va dalla comparsa dei poteri signorili di banno in Italia centrale (1050 c.) fino al 1150, quando la signoria era ormai una realtà consolidata da un paio di generazioni14. Un secondo periodo, corrispondente alle tre generazioni successive (1150-1225 c.), che vide la massima fioritura della signoria in termini quantitativi e di varietà tipologica. Questa fase fu anche caratterizzata dalla crescente omogeneità degli sviluppi locali e dalla nascita di formazioni politiche complesse a base signorile. Un terzo periodo, infine, corrispondente al pieno Duecento e al primo Trecento, caratterizzato in primo luogo dal divergere delle esperienze da regione a regione. È questa la cifra comune di quest’ultimo periodo, più che quella di una generale crisi della signoria. Infatti, non meno importanti dei fenomeni di erosione o scomparsa della signoria (che furono localizzati e limitati, anche se importanti) furono il naufragio di gran parte dei progetti principeschi precedentemente dispiegatisi e, soprattutto, il più netto divergere delle esperienze in ogni regione dell’Italia centrale e persino da area ad area (se non da località a località) in ciascuna regione.
15 Sul rapporto complesso tra forme documentarie e « rivoluzione feudale » messo al centro del dibatti (...)
16 Sul contesto generale vd. Carocci, I signori... cit. n. 4. Per la Toscana, vd. Wickham, La signoria (...)
14Nelle fonti scritte del terzo quarto del secolo xi in Toscana, in Umbria e nelle Marche i poteri signorili fanno la loro comparsa, per lo più in contesti documentari eccezionali (epistole, querimonie ecc.) o in tipologie documentarie non del tutto codificate – e quindi meno ancorate alle tradizionali modalità di descrizione dei rapporti sociali e di potere – come i brevia che riportano convenzioni o giuramenti15. In Italia centrale, dunque, la signoria pare essersi sviluppata in ritardo rispetto al resto dell’Europa, ma il processo ebbe ritmi piuttosto serrati. In una prima fase l’imposizione di diritti di tipo signorile sembra aver avuto una base schiettamente militare, sebbene nell’emergere del fenomeno non vada sottovalutata l’importanza del preesistente possesso fondiario. La centralità assunta dai castelli nel processo illustra bene il convergere tra elemento militare e fondiario / patrimoniale in questa trasformazione : i castelli erano sia elementi di aggregazione e gestione patrimoniale (in quanto eredi della tradizione curtense), che punti di partenza delle spedizioni militari, simboliche rappresentazioni di un dominio a base innanzitutto militare e concreti luoghi di stabilizzazione delle pratiche di dominio sugli uomini attraverso l’imposizione di obblighi di costruzione, di riattamento degli edifici (per lo più costruiti in materiali deperibili) e di guardia16.
17 Oltre a quelli delle famiglie citate alla nota precedente, vd. i casi dei conti di Assisi e di quel (...)
18 Sul carattere complessivamente ambiguo della dominazione canossiana, vd. G. Sergi, I Canossa : pote (...)
15Altra caratteristica tipica del primo sviluppo signorile è il protagonismo delle dinastie comitali e marchionali. Applicando sia all’interno che all’esterno dei propri distretti i poteri in precedenza esercitati come ufficiali pubblici e facendo gioco sugli ingenti beni fondiari posseduti, furono i titolari di cariche pubbliche i primi a esercitare poteri signorili su uomini e chiese17. Essi portavano così alle estreme conseguenze, sciogliendoli in senso schiettamente signorile, i tratti di ambiguità tipici, tra x e xi secolo, dell’esercizio del potere pubblico (cioè regio, direttamente o per delega), anche ai suoi più alti livelli. Il potere pubblico, infatti, da un lato aveva continuato (e continuava) a costituire un argine alla diffusione dei poteri signorili; d’altro canto, però, le sue più dirette incarnazioni locali, ivi comprese le maggiori dinastie marchionali, furono fra i primi attori politici dell’Italia centrale, i cui poteri fossero comunemente percepiti come signorili (in quanto ritenuti abusivi e contrapposti a quelli pubblici, cioè quelli tradizionali e «legittimi»). Esemplare è il caso dei Canossa che in Toscana, pur cercando di salvaguardare le istituzioni pubbliche nella misura in cui esse risultavano ancora efficaci e funzionali alle loro ambizioni di dominio, non esitarono ad applicare al territorio dominato – specialmente laddove avessero concrete basi fondiarie – poteri e atteggiamenti signorili, del resto da tempo correnti nei loro domini trans-appenninici18.
19 Per alcuni esempi dalla Toscana nord-occidentale vd. Lettere originali... cit. n. 18, no 18 e I Bre (...)
16Gli ultimi anni del secolo xi sono caratterizzati da due elementi di novità. Da un alto si ha la regolarizzazione dei poteri emersi in precedenza, che si può apprezzare chiaramente a partire da quattro fenomeni : l’aumento delle attestazioni dei diritti signorili; la comparsa di accordi tra diversi signori e tra signori e loro avversari (segnatamente le grandi chiese) riguardo all’esercizio di tali poteri; la negoziazione di poteri signorili (vendite, refute, donazioni); e, infine, la tendenza dei termini che rimandano ai poteri signorili a insinuarsi anche nei più tradizionali formulari notarili. La signoria, insomma, non è più confinata allo spazio documentario dell’inusuale e dell’eccezionale. Parallelamente, dapprima in documenti ancora una volta inusuali per tipologia o per forma, comincia a essere attestato con una certa continuità l’esercizio di forme di signoria da parte di famiglie estranee al gruppo degli ex-ufficiali pubblici. Ciò è frutto del convergere di quattro principali fattori, così sommariamente riassumibili : imitazione delle famiglie comitali e marchionali; maturazione ed emersione di poteri di fatto, sviluppatisi a partire dal grande possesso fondiario; scomparsa dei limiti posti al pieno dispiegarsi dell’autorità dei grandi proprietari dalle istituzioni pubbliche di matrice carolingia; stimolo alla militarizzazione delle aristocrazie e all’emergere delle conflittualità latenti connesso alla «lotta per le investiture»19.
20 Un esempio di ormai compiuta stabilizzazione dei poteri signorili da parte di famiglie non-comitali (...)
17Nel primo quarto del secolo xii, infine, anche per questo secondo livello aristocratico, i poteri signorili si stabilizzano, secondo percorsi analoghi a quelli già descritti per le famiglie comitali e marchionali20. Solo alla fine di questo processo, e cioè negli anni Venti del xii secolo, la distinzione tra famiglie comitali e altri aristocratici perde gran parte della sua importanza in una tassonomia dei signori, se non per la tendenziale (ma non generalizzabile) maggior ampiezza dei dominati delle famiglie comitali.
21 A puro titolo d’esempio, si ricordino i casi pisani del Val di Serchio e di Casciavola (cit. supra (...)
18Va infine sottolineato che, se nel complesso le linee guida del processo sono chiaramente quelle su illustrate, esse non vanno intese come assolutamente vincolanti, in quanto non mancano eccezioni. Né, del resto, l’esito del processo che porta dal protagonismo locale a base militare e patrimoniale alla creazione di un dominato signorile è scontato : frequenti furono i fallimenti di progetti signorili, sia per la concorrenza fra soggetti diversi nelle medesime località, sia per le resistenze che in alcune situazioni enti ecclesiastici, possessori locali e nascenti comuni cittadini seppero esercitare21.
22 Eccezionalmente precoce è l’accordo tra Guidi e monastero di S. Salvatore di Fucecchio, edito in N. (...)
19Fin verso la metà del xii secolo, i poteri dei signori laici furono comunque complessivamente caratterizzati da un alto livello di disordine e fluidità. La territorializzazione fu relativamente lenta; e anche là dove sono attestate signorie territoriali, esse appaiono in continua trasformazione sotto la spinta del dinamismo dei signori laici. Eccezionali, e confinati alla fase finale del periodo, sono i documenti che ricordino esplicitamente castelli dotati di un proprio territorio, precisamente individuato e confinato, soggetto a poteri di banno22. Più frequentemente i poteri signorili insistono su aree fluide e non ancora ben definite, nel caso delle maggiori dinastie comitali, oppure sono l’immediata ricaduta di progetti di valorizzazione in senso politico e militare della grande proprietà fondiaria e dei castelli che ormai la costellavano. Nonostante il graduale emergere di altre tipologie di signori, poche grandi famiglie comitali e marchionali, attive su spazi vasti, mantengono il ruolo di protagonisti egemoni del fenomeno, cercando di dar vita ad ampi dominati. Ne deriva una notevole incidenza assoluta delle maggiori famiglie signorili, dotate di più nuclei signorili. Tratto comune a tutti i signori in questa prima fase è il forte dinamismo espansivo, che permette la continua formazione di nuovi nuclei signorili, ampiamente capace di compensare gli elementi di dissoluzione inerenti alla signoria laica : il ripetersi di donazioni e refute alle chiese e le pratiche ereditarie egalitarie.
23 Come nel caso del legame dei conti Guidi con Pistoia, vd. M. Ronzani, Lo sviluppo istituzionale di (...)
24 Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 231-258 per il Fiorentino ; una proposta di generalizzazione di q (...)
20I signori laici – di rango comitale o meno – sono un gruppo d’impianto rurale, debolmente connesso al mondo urbano, se non in casi eccezionali23. Sembra anzi che proprio le nuove prospettive politiche ed economiche aperte dallo sviluppo signorile abbiano talora causato – specialmente nella Toscana centro-settentrionale – l’abbandono della residenza cittadina e la rinuncia a partecipare alla vita politica urbana da parte di famiglie della media aristocrazia, determinando il tracollo di sistemi politici molto risalenti e stabili24. La cifra della destrutturazione dei sistemi politici pre-esistenti – e in particolare di quanto restava in piedi delle istituzioni pubbliche regie – è del resto generalizzabile al fenomeno dello sviluppo signorile nel suo complesso : esso si risolse infatti nella creazione di un nuovo ordine politico localizzato e più capace di controllare alla base le nuove risorse prodotte dalla crescita demografica, dall’incremento della produzione agricola e dai dissodamenti di terre incolte (spesso beni pubblici).
25 Per esempio, i percorsi, inizialmente divergenti, di Marchiones (Tiberini, I « Marchesi di Colle ». (...)
21Significativamente, il processo eversivo fu tanto più rapido ed esplicito quanto più i protagonisti, spesso per motivi del tutto contingenti, si trovarono a militare nello schieramento imperiale che si opponeva ai Canossa, marchesi di Tuscia e più concreta manifestazione del publicum in Italia centrale. Comunque, seppur in tempi più distesi e con percorsi più accidentati, anche i più importanti sostenitori dei Canossa giunsero ad esiti simili25. Ciò dimostra, se occorresse ribadirlo, che determinati processi di trasformazione furono di ordine strutturale e rimandano al tramonto di un intero sistema politico sociale ed economico, per l’irrimediabile alterazione degli equilibri di forza tra monarchia, uomini liberi e nobiltà, in seguito all’irresistibile crescita di potere e ricchezza di que-st’ultima. In questa fase paiono aver giocato un ruolo importante le trasformazioni connesse alla crescita demografica e ai nuovi dissodamenti, con la conseguente valorizzazione dei complessi patrimoniali di origine fiscale in mano alle famiglie comitali, largamente innervati di terre incolte e quindi potenzialmente colonizzabili.
26 Una buona guida a questi fenomeni in Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 131-151 e Cortese, Signori... (...)
22Per passare dal profilo sociale degli attori alle relazioni che tra loro intercorrevano, va detto che cifre comuni del periodo furono l’orizzontalità e l’informalità dei rapporti. La crisi del sistema politico centro-italiano, culminata nell’estinzione dei Canossa, lasciò spazio a una pluralità di attori politici meno strutturati e integrati che in precedenza. Né, fino alla metà del xii secolo, emersero istanze capaci di ricostruire forme di aggregazione sufficientemente ampie e organiche da superare la frammentazione del quadro politico. Le tensioni espansive e la differente scala delle forze sul terreno si risolsero così in forme di egemonia politica poco istituzionalizzata, che lasciarono scarsa traccia di sé nelle fonti. È anche questa incapacità di formalizzare (e mettere per iscritto) i processi di mediazione politica tra soggetti di diversa potenza di fatto – che pure dovettero necessariamente esistere – a conferire al periodo tra 1075 e 1150 i suoi accentuati tratti di disordine e di violenza. Ben più spazio ebbero invece le forme di interazione orizzontale che, infatti, hanno lasciato maggiore testimonianza di sé grazie alla messa per iscritto, seppur solo occasionale, di convenzioni patti e giuramenti reciproci, volti a regolamentare i rapporti tra vicini o tra soggetti diversi che ambivano al controllo delle medesime aree o dei medesimi gruppi umani. Sebbene per lo più inseriti nel quadro di negozi giuridici e di forme documentarie tradizionali di tipo verticale (come enfiteusi, livelli, benefici, donazioni o refute), tali accordi tradiscono la loro natura pattizia paritaria e orizzontale nella frequente divisione a metà di beni e diritti contesi e nella reciprocità di tutte le clausole che sfuggono alla ripetitività formulare26.
23Alla metà del xii secolo giunse a parziale compimento il processo di stabilizzazione e formalizzazione della signoria rurale in Italia centrale. Da allora si incontrano più signorie e più signori in termini assoluti (rispetto al limitato manipolo del periodo precedente); si intensificano i fenomeni di territorializzazione dei poteri signorili; cresce l’ampiezza delle aree in cui le esperienze di signoria sono presenti. Sono fenomeni connessi anche (ma non solo) alla crescita quantitativa della documentazione, alla sua distribuzione più omogenea nello spazio e soprattutto all’evoluzione delle sue forme. Tutto ciò permette, per la prima volta e con tutte le prudenze del caso, di abbozzare una tassonomia dei signori dell’Italia centrale, che non sia puramente impressionistica.
27 Collavini, Il « servaggio »... cit. n. 10 e Id., La condizione giuridica... cit. n. 10. Un’analisi (...)
24Prima di procedere, va ricordato che l’inedita ricchezza delle fonti e le profonde trasformazioni sociali allora in corso consentono di cogliere il fissarsi di una nuova forma di signoria nelle campagne dell’Italia centrale, la signoria personale o servaggio. Ho già sostenuto altrove l’opportunità di considerare le diverse forme di dipendenza personale caratteristiche delle campagne dell’Italia centrale (manentia, villanaggio, colonato, hominicium) nel quadro della signoria, perciò non mi dilungherò su questo aspetto, se non per ricordare che questa forma di dominio che, per brevità, si definirà qui «signoria personale» si diffuse massicciamente in Italia centrale dal 1150 in poi. Ciò avvenne per il convergere di vari fenomeni di segno diverso : l’emergere e il fissarsi, per il mutare delle pratiche documentarie e per la crescente scritturazione del fenomeno signorile, di risalenti forme di dominio dei proprietari terrieri sui coltivatori; la comparsa di fenomeni di imitazione delle pratiche signorili da parte di minori aristocratici o la loro estensione da parte di grandi signori ad aree nelle quali la loro presenza patrimoniale era solo marginale; la reazione dei signori alle nuove opportunità di mobilità fisica e sociale aperte ai contadini dalla crescita economica e dall’urbanesimo; la frammentazione delle signorie territoriali in seguito alla negoziazione in quote dei diritti o a causa delle divisioni ereditarie, cui si fece fronte dividendo in quote reali quegli uomini che la signoria componevano27.
25Per la questione che ci interessa, quella di una tassonomia dei signori, la diffusione della signoria personale è un passaggio fondamentale; essa attivò, infatti, dinamiche di concorrenza tra signori territoriali e signori personali; accrebbe il numero assoluto dei signori (coinvolgendo anche vari cittadini); e, nel medio periodo, causò una sempre più netta divaricazione nella fisionomia dei signori fra quelli presenti nelle aree caratterizzate dalla prevalenza della signoria territoriale e quelli, invece, i cui patrimoni insistevano su aree, come Chianti, Volterrano o Perugino, nelle quali prevalse piuttosto la signoria personale.
26Come detto, lo stato delle fonti e la relativa ricchezza degli studi sul xii secolo permettono di proporre una meno sommaria tassonomia dei signori laici. Considerando in primo luogo dimensioni e caratteristiche dei poteri signorili, possiamo ripartire i signori in cinque categorie :
detentori di grandi complessi signorili, for-mati da più di una decina di castelli / signorie territoriali;
signori pluricastellani (dotati di più castelli, ma meno di una decina);
signori monocastellani (che controllavano una o due signorie);
condomini di uno o più castelli (in quote spesso limitate);
titolari di diritti di signoria personale.
27Queste diverse tipologie, pur tutte presenti in Italia centrale, non erano omogeneamente diffuse, il che contribuì a connotare diversamente ciascuna area, accelerando processi di differenziazione avviatisi fin dalla comparsa della signoria. Nel valutare l’incidenza regionale di queste differenti tipologie è del resto opportuno non limitarsi a ragionare in termini di numero assoluto di signori o di castelli (o signorie), ma occorre tener presente che la presenza di grandi signori dei tipi (A) e (B), seppur minoritari, era un elemento decisivo nel connotare gli equilibri di potere locale.
28 Una situazione simile pare quella della Tuscia romana, vd. Carocci, Signoria rurale nel Lazio... ci (...)
29 Per la definizione di « aree di signoria debole » e per la caratterizzazione delle diverse aree tos (...)
28I grandi complessi signorili (tipi A e B) sono minoritari (per dimensioni e densità) o del tutto assenti in Toscana occidentale, in larga parte dell’Umbria e delle Marche (così come in Lazio, fino all’avvento dei baroni). Se da una definizione in negativo – cioè di cosa non c’era – si passa a una definizione in positivo, queste aree possono essere ulteriormente distinte. Da un lato c’erano zone di signoria debole o assente, nelle quali si incontrano quasi solo signori personali (tipo E), per lo più cittadini o personaggi comunque orbitanti sulla città, come nei pressi di Pisa, Lucca, Perugia (e Ancona ?)28. D’altro canto, invece, si hanno aree la cui cifra comune è la frammentazione dei poteri e la concorrenza tra signori di tipo diverso (C, D, E), piuttosto che la debolezza della signoria. È il caso di gran parte delle Marche, di Versilia e Garfagnana, dell’Umbria centro-settentrionale – ma anche di ampi settori della Toscana centrale29.
30 Sulle famiglie ricordate nel testo, oltre agli studi citati alle n. 16-17, vd. Rauty, Documenti... (...)
31 Limitandosi alla Toscana, per la quale le mie conoscenze sono più adeguate, non paiono avere sicure (...)
29Nel resto dell’Italia centrale, invece, la presenza delle prime due tipologie di signori (A e B) strutturò fortemente il tessuto signorile locale. Si tratta di parte della Toscana centrale e nord-orientale (Guidi, Alberti, Ubaldini), orientale (Guidi, Marchiones, Pazzi, Ubertini) e meridionale (Aldobrandeschi, Gherardeschi, Pannocchieschi, Tignosi); dell’Umbria occidentale (Marchiones, conti di Coccorano); del Piceno (Alviano, Monte-marte Brancaleoni) e del Fermano (da Mogliano, Attoni); del Lazio settentrionale (Vico, conti di Guiniccesca)30. Tali aree vanno poi a loro volta distinte fra quelle dominate da una sola grande dinastia, dotata di più decine di signorie (Aldobrandeschi, Guidi, Marchiones), e quelle in cui coesistevano più signori di peso comparabile fra loro. Quasi tutte le maggiori aggregazioni territoriali erano in mano a discendenti da ufficiali pubblici (anche se non mancano le eccezioni31), ma ciò non significa che esse fossero l’esito normale dei numerosissimi complessi signorili messi in piedi dalle famiglie comitali nella prima fase dello sviluppo signorile. In tutte le tipologie su delineate si trovano infatti discendenti di famiglie comitali e marchionali; e frequenti sono i passaggi delle stesse famiglie dall’uno all’altro gruppo nel corso del tempo : l’importanza degli ascendenti non costituiva certo una garanzia di successo.
32 Sui conti di Coccorano vd. S. Tiberini, « Cum mero et mixto imperio et omnimoda iurisidctione et cu (...)
30La differente scala dei dominati signorili e la loro ineguale distribuzione sub-regionale interagiscono con gli altri parametri descrittivi di base, cui si è fatto riferimento in apertura. Con il mondo urbano, infatti, i signori di tipo (A) e (B) ebbero rapporti limitati e oscillanti tra lo scontro militare e la concorrenza (nel caso dei signori con ambizioni principesche o di quelli i cui domini erano più minacciosi per le città) o la completa estraneità. Quest’ultima possibilità, spesso trascurata dalla storiografia, è ben illustrata dai casi di famiglie (come conti di Coccorano o conti della Guiniccesca) che appaiono solo molto tardi, e apparentemente dal nulla, nelle fonti dell’Italia centrale (che, com’è ben noto, sono nettamente urbano-centriche)32. Al contrario, già a questa altezza cronologica, più significativi sono i rapporti delle altre tipologie di signori (C, D, E) con le città, risolti spesso in forme di subordinazione politica o di inurbamento. E ciò anche senza considerare la penetrazione di aristocratici e milites cittadini nel mondo signorile, specialmente attraverso l’acquisto di diritti di signoria personale.
33 Il fenomeno non si limitò infatti solo al rapporto con le città (quello storiograficamente più noto (...)
34 Sulla presenza imperiale in Italia centrale vd. A. Fiore, L’Impero come signore: istituzioni e prat (...)
31Anche quanto ai progetti e alle finalità affidate alla signoria dalle diverse tipologie di signori si hanno evidenti scarti, frutto in primo luogo delle dimensioni dei loro dominati : i maggiori signori (A), come vedremo in seguito, perseguirono a volte disegni principeschi; altri grandi signori (tipi A e B) paiono invece avere continuato a mirare alla completa autonomia e autosufficienza politica, il che li portò spesso a scontrarsi con città e principi33. Durante la seconda metà del xii secolo, invece, i signori di minor calibro (tipi C e D) furono spesso inglobati, in forme lasche e poco istituzionalizzate, in esperienze di ricomposizione dei poteri territoriali del taglio più diverso : da quella imperiale sveva (in Umbria, nelle Marche, in Versilia e Garfagnana o in settori della Toscana centro-orientale)34, a quelle cittadine, fino a quelle principesche di Guidi e Aldobrandeschi. Del resto, per signori monocastellani (C), condomini di castello (D) e signori personali (E) i diritti signorili avevano più valore come posta economica e come testimonianza di uno status, che come base di ambizioni politiche, perciò il loro inserimento in compagini politiche più vaste e complesse non era assolutamente percepito in termini negativi.
35 Cfr. le osservazioni in tal senso di Fiore, Signori... cit. n. 5, passim e spec. p. 118-119, 422-42 (...)
32Anche nel terzo ambito problematico individuato come utile ad abbozzare una tassonomia dei signori, quello delle forme di interazione tra loro, la fase 1150-1225 c. segna un’evidente discontinuità rispetto alla precedente. In Italia centrale, in linea con più generali tendenze europee, il periodo fu caratterizzato dall’intensificazione dei legami di tipo verticale rispetto a quelli a base orizzontale, pur sempre importanti. Emersero allora nel mondo signorile centro-italiano progetti di ricomposizione dei quadri politici, che superassero il semplice accumulo di signorie, proponendosi di coordinare i poteri locali (signori minori di vario rango e comunità rurali) presenti in un dato spazio geografico. Si tratta degli embrionali principati, definiti dalle fonti marchia o comitatus, di Marchiones, Guidi e Aldobrandeschi, che si articolavano in domini diretti e indiretti (alimentati da pratiche come il feudo oblato e l’infeudazione di intere signorie o di singoli nuclei famigliari di dipendenti). La base schiettamente signorile di questi dominati e i caratteri del tutto analoghi assunti dalla presenza sveva in Italia centrale furono un potente elemento di legittimazione del la signoria e dei signori (in tutte le loro forme e tipologie), che controbilanciò l’opera di erosione svolta dalle esperienze comunali (cittadine e rurali), in primo luogo nel campo delle rappresentazioni simboliche35.
33Nonostante l’importanza di queste esperienze di ricomposizione dei poteri locali, è opportuno sottolineare due elementi : la loro ridotta estensione (per spazi egemonizzati e per numero) e la loro limitata fortuna nel tempo; e il persistere di forti elementi di frammentazione, orizzontalità e localizzazione del potere nelle campagne almeno fino a tutto il primo quarto del xiii secolo. In sostanza, dunque, ancora per tutta questa fase, furono i poteri locali a dettare l’agenda politica : la loro integrazione in organismi più ampi (pattizia e parziale) avvenne più in seguito a un’opera di attrazione e di conquista del consenso, che attraverso l’imposizione di un dominio (e tanto meno di un controllo istituzionalizzato).
36 Qualche cenno su questi fenomeni, ancora largamente da indagare, in Collavini, Il « servaggio »... (...)
34Non bisogna dimenticare del resto che questi fenomeni si svilupparono in un contesto d’intensa crescita demografica e produttiva nelle campagne, con cui dovettero confrontarsi sia il sistema signorile nel suo complesso, sia ciascuna tipologia di signori. Le risposte a queste novità furono molto variegate, tanto che non ha senso parlare di una reazione dei signori alla crescita. Senz’altro le reazioni furono influenzate in primo luogo dal diverso grado di sviluppo economico delle aree di radicamento dei signori, ma, nel differenziare le reazioni, non meno importante fu la diversa tipologia dei signori, che ne orientò le priorità. La crescita demografica e l’espansione economica comportavano innanzitutto l’emergere di nuovi gruppi sociali e, parallelamente, il consolidarsi dei vecchi. Da un lato stava la crescita sempre più prepotente di élites rurali che, spesso a partire dall’esercizio di funzioni delegate per i signori, e attraverso l’accumulo di terre e risorse si erano innalzate, per censo e legami «politici», sulla massa dei dipendenti. Le loro ascese, per non risultare distruttive per la signoria, andavano governate e assecondate, attraverso gli affrancamenti (che spesso comportavano la trasformazione degli oneri signorili in vincoli di tipo feudale) e attraverso l’incoraggiamento delle esperienze comunitarie, egemonizzate proprio da questo nuovo gruppo36.
37 Importanti spunti su questo processo in M. Nobili, Piccola nobiltà di campagna fra autarchia e merc (...)
38 Cfr. le osservazioni in tal senso di Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 286-292 ; del tutto simile era (...)
35D’altro canto la crescita delle risorse, la centralità che la guerra manteneva come forma primaria di confronto politico e di accumulazione economica e il prestigio delle parallele esperienze dei milites cittadini favorirono il consolidamento dei gruppi militari rurali (per lo più inquadrati nelle clientele signorili) e la crescita della loro forza contrattuale nei confronti dei signori37. Nel gruppo dei milites rurali confluivano i più fortunati esponenti delle élites rurali, i membri delle masnade signorili (stabilizzati attraverso benefici, che tendevano a farsi ereditari), ma anche i più impoveriti esponenti dei consortili castellani (spesso ormai indistinguibili dai signori personali di tipo E). Terreno di coltura comune di tutti questi personaggi era la fedeltà ai signori maggiori e la sperimentazione di forme di autogoverno comunitario, modellate su quelle in impetuosa crescita in ambito urbano. Un ruolo importante nel conferire ai cavalieri un’identità comune, nel renderne efficaci le rivendicazioni politiche e nel garantir loro risorse economiche va riconosciuto – in larga parte dell’Italia centrale – al controllo di diritti di signoria personale da parte di questi milites, soprattutto nel caso di coloro che risiedevano nei borghi rurali più sviluppati e socialmente differenziati. In tali contesti il possesso di homines garantiva, infatti, sostanziose entrate e clientele localmente spendibili e serviva a riaffermare e marcare il proprio status superiore rispetto al resto dei vicini, avvicinando i milites all’aristocrazia di alto rango38.
39 Sulla crisi delle forme di signoria personale, vd. Collavini, Il « servaggio »... cit. n. 10 e Id., (...)
36Fu in primo luogo la variabile capacità d’attrazione nei confronti di questo gruppo militare in ascesa a determinare successi e fallimenti dei progetti di ricomposizione territoriale (imperiali, comunali, principeschi) messi in campo nella seconda metà del xii secolo. Del resto, l’identità signorile dei signori di tipo (D) ed (E) era assai più incerta di quella dei signori maggiori, perciò, intorno al primo quarto del xiii secolo si giocò una partita fondamentale : dove questi gruppi rimasero inseriti in sistemi politici di stampo signorile (come in Maremma, nelle Marche o nel Volterrano), essi continuarono a connotarsi signorilmente, dove invece si inserirono in contesti che andavano rapidamente evolvendo in senso opposto (come quelli comunali urbani e rurali, nei quali si andavano affermando le nuove istanze politiche «popolari») la signoria rurale andò gradualmente stemperandosi, più per desuetudine che per contestazione attiva, nelle forme vaghe e indistinte di un dominio informale a base fondiaria, che si può riportare al modello della seigneurie foncière della storiografia francese : lo mostrano, per esempio, l’improvvisa eclissi di coloni e manentes in larga parte del Fiorentino o della Lucchesia, nella seconda metà del xiii secolo o il rapido declino di molte signorie umbre dalla metà del xiii secolo39.
40 Per questi aspetti cfr. le conclusioni di Fiore ibid., passim e spec. p. 173-195 ; per esempi di in (...)
37Fu perciò soprattutto la più o meno completa fortuna del modello comunale (piuttosto che semplicemente l’espansionismo dei comuni cittadini) a determinare la crisi della signoria, tanto che per alcuni signori la perpetuazione dell’egemonia politica locale passò per la rinuncia ai poteri signorili, per l’inserimento nella compagine comunale e per il suo controllo più o meno formalizzato, per esempio attraverso il controllo della funzione podestarile40. Va comunque sottolineato che, sia dove si svilupparono i contadi cittadini, sia do vesul campo le signorie territoriali cedettero piuttosto il passo a comunità di castello, non fu assolutamente automatico che venissero meno le forme di signoria personale su settori, anche molto consistenti, della popolazione : esse infatti paiono essere state percepite come pienamente compatibili con una condizione di raggiunta libertà della comunità nel suo insieme, soprattutto laddove i comuni rimasero caratterizzati da regimi aristocratici, refrattari ai nuovi modelli politici popolari.
41 Eccezioni parziali in Cammarosano, La famiglia dei Berardenghi... cit. n. 2 e Collavini, « Honorabi (...)
42 Cfr., anche per il decisivo influsso sulla storiografia successiva, Cammarosano, Le campagne... cit (...)
43 I volumi di Tiberini e Fiore, citati supra n. 5, fanno ampio uso delle fonti pieno duecentesche. An (...)
38Dal secondo quarto del xiii secolo si assiste a una sempre più evidente divaricazione delle fortune e degli esiti della signoria rurale nelle diverse regioni e sub-regioni dell’Italia centrale. Tale pluralità delle evoluzioni, che ha un precedente nella complessa geografia dei poteri signorili del pieno xii secolo, rende più difficile parlare di una signoria dell’Italia centrale. Ed è proprio questa accresciuta variabilità sub-regionale delle forme, dell’incidenza e della capacità egemonica della signoria la cifra comune di quest’ultimo periodo (1225-1350 c.). Ineguale presenza e variabile intensità della signoria non significano comunque né un suo univoco arretramento o una sua persistenza solo inerziale, né una sua crisi strutturale, come vuole un filone storiografico risalente e tut-t’ora dominante, specialmente in Toscana. La ricaduta più importante di tale tradizionale sensibilità storiografica è il concentrarsi degli studi sulla signoria toscana sui secoli xi e xii, con limitate incursioni nel Due e Trecento, sebbene anche in questa regione le fonti due e trecentesche siano molto ricche41. In base a questo orientamento storiografico, le fonti duecentesche sono state usate innanzitutto, regressivamente, per studiare le fasi più risalenti della signoria; ciò anche in base alla convinzione che esse siano il precipitato in forma scritta di pratiche risalenti42. Ne deriva che le nostre conoscenze positive sia sulla tenuta che sulla crisi della signoria sono molto limitate, per la debolezza tanto degli studi di dettaglio che, ancor più, di quelli di sintesi. Si può dire che la crisi duecentesca della signoria toscana è parso fenomeno talmente scontato da non meritare l’attenzione ravvicinata degli storici. Del tutto diversa, e più in linea con le potenzialità delle fonti, è la situazione storiografica di Marche e Umbria43. Uno stato complessivo degli studi che non può non influenzare le successive considerazioni sulla fisionomia sociale dei signori tra 1225 e 1350.
44 A puro titolo di esempio, si consideri il caso senese : L. Zdekauer, Il Constituto del comune di Si (...)
45 Vd., anche per una bibliografia aggiornata, F. Panero, Manumissioni di ‘servi’ e affrancazioni di ‘ (...)
39Al di là di queste generalissime considerazioni storiografiche, non ci si soffermerà sul fin troppo noto fenomeno di erosione della signoria territoriale in vasti settori dell’Italia centrale nel Duecento e nel primo Trecento, in particolare nel contesto del processo di comitatinanza. Vorrei soltanto richiamare due punti necessari per sfumare e rendere più complesso un quadro spesso descritto troppo univocamente. Innanzitutto, protagonisti della contestazione della signoria territoriale, non meno delle città e dei loro ceti dominanti, furono le nuove élites locali, emerse all’interno del mondo rurale. Inoltre, se nelle aree più prossime alle città l’erosione della signoria territoriale fu molto significativa, non altrettanto può dirsi delle forme di signoria personale. Le sue fortune, infatti, in molte aree ressero a lungo : lo mostrano alcuni statuti urbani duecenteschi (a volte, anche tardo duecenteschi) che regolano e salvaguardano con ampiezza e precisione le diverse forme di signoria personale di matrice vol-gare (hominicium, manentia, villanatico) o dotta (colonato), difendendo con decisione i diritti dei domini nei confronti dei dipendenti44. Solo avendo presente questa tenuta, se non addirittura crescita, della signoria personale nei «contadi cittadini» pieno duecenteschi e ponendosi nel contesto delle lotte interne alle città tra gruppi diversamente avvantaggiati dal dispiegarsi di questo fenomeno, si possono comprendere adeguatamente gli episodi di «affrancamento collettivo» dalla «servitù rurale», tanto studiati e tanto diversamente interpretati dalla storiografia dell’ultimo secolo45.
40Notevoli furono del resto le resistenze e le controspinte anche nei confronti del processo di erosione della signoria territoriale. In pieno xiii secolo in Toscana e in Umbria occidentale – ma questa situazione sembra generalizzabile a tutta l’Italia centrale – c’erano ancora signori di tutte e cinque le tipologie su delineate, sebbene a cavallo del 1300 (per cause più congiunturali che strutturali) naufragasse l’ultimo principato dell’Italia centrale, la contea aldobrandesca. Anche nella prima metà del secolo xiv, comunque, c’erano signori (come alcuni rami dei Guidi e degli Aldobrandeschi) che controllavano almeno una decina di castelli, sebbene i loro dominî non potessero competere con i principati di xii secolo, né per estensione e complessità, né per ampiezza degli orizzonti e per ambizione degli obiettivi politici.
46 Sul caso esemplare degli Aldobrandeschi, vd. Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, spec. (...)
47 Oltre ai rami degli Aldobrandeschi (conti di Pitigliano, poi Orsini, e conti di S. Fiora, poi Sforz (...)
41Al contrario, la tipologia (B) di signori (sotto la decina di castelli) tenne bene anche dopo il 1225, crescendo forse addirittura di numero, anche in seguito all’assorbimento al loro interno di alcuni dei rami in cui si divisero le dinastie principesche toscane e altre grandi famiglie signorili di tipo (A), come Marchiones e Pannocchieschi. Sembrerebbe, ma qui siamo alla pura suggestione da verificare attraverso indagini più puntuali, che in questo periodo si determinasse una soglia minima (mezza dozzina di castelli ?), necessaria e sufficiente a garantire stabilità e durata ai complessi signorili e a chi li controllava. La distribuzione geografica dei signori maggiori (tipi A e, soprattutto, B) tende a porsi in continuità con quella preesistente, ma si ebbe un loro arretramento verso le aree economicamente e geograficamente più marginali, in primo luogo quelle appenniniche. Si trattava di zone spesso caratterizzate dalla centralità di risorse naturali e beni incolti (boschi e pascoli, miniere e saline), settori economici la cui importanza strategica era esaltata dalla persistente crescita demografica ed economica dell’Italia centrale. In questi settori, del resto, i tradizionali monopoli signorili rimanevano decisamente efficaci nel controllare le risorse e nell’estrarne il surplus46. In ogni caso, ancora nel primo Trecento rimanevano aree subregionali, come la Maremma, sostanzialmente dominate e strutturate da questa tipologia di signori47.
42Seppur ancora vivaci in certe aree sub-regionali (settori delle Marche, Maremma settentrionale, Versilia e Garfagnana), nel complesso più in difficoltà appaiono i signori di tipo (C) e (D) (signori monocastellani e membri di consortili). Ciò innanzitutto perché, venuta meno la capacità di espansione tipica dei due secoli precedenti, la naturale crescita demografica spingeva verso una sempre più accentuata frammentazione delle loro signorie e verso la conseguente liquidazione di diritti e poteri. Fu anche per questo che molti di questi signori scelsero di inurbarsi (come fecero alcuni rami dei Berardenghi o molti signori maremmani) oppure ripiegarono sulle più facilmente gestibili forme di signoria personale, fondendosi con il gruppo, sempre molto vivace e in continua espansione, dei signori di tipo (E). In ogni caso, gli esiti di questi signori minori sono molto differenziati, variando – anche nel caso di rami diversi della medesima famiglia – dal declino economico (o dall’estinzione) alla fortuna in città. Né, al momento, saprei suggerire chiare differenziazioni regionali o sub-regionali del fenomeno.
48 Vd. almeno M. Ginatempo, L. Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rina (...)
49 Per Siena cfr. le fonti e la bibliografia cit. supra n. 44 ; per Perugia cfr. le considerazioni di (...)
43Va infine considerato il diverso impatto sul sistema signorile della crescita economica e politica dei ceti urbani, in connessione alla «rivoluzione commerciale» e alla costruzione di organismi statali sempre più complessi e potenti. Tale crescita si risolse talvolta – è il classico caso fiorentino – nella penetrazione della «libera proprietà cittadina» nelle campagne a danno della signoria. Ma le cose non andarono sempre così : in vari contesti, anche in città grandi e sviluppate (per non parlare dei centri minori, predominanti in larga parte dell’Italia centrale, in particolare nelle Marche e in Umbria48), i «ceti urbani» investirono nell’acquisto di villani (come a Siena e Perugia49), salvaguardando così, se non addirittura accrescendo, l’incidenza della signoria personale, anche grazie all’accoglimento e alla codificazione di queste pratiche di dominio negli statuti urbani.
50 Un cenno alla questione e l’indicazione delle fonti principali in Collavini, Formes de coseigneurie(...)
51 Vd. rispettivamente A. Pellegrinetti, Lo statuto dei Gherardinghi del 1272, Tesi di Laurea. Univers (...)
52 Belle pagine al riguardo, per il primo Trecento, in S. Carocci, Una nobiltà bipartita. Rappresentaz (...)
44Del resto, in alcuni specifici contesti, come nel Senese, l’acquisto di diritti signorili non si limitò a homines e villani, ma riguardò intere signorie territoriali o addirittura complessi di signorie : tra la seconda metà del xiii secolo e l’inizio del xiv, la grande famiglia di origine mercantile dei Salimbeni, acquistò dal comune di Siena e da una miriade di contitolari, un vastissimo patrimonio signorile, costituito da più signorie ormai parte nel grande distretto senese. Nacque così un dominato signorile molto consistente per dimensioni e decisamente notevole per intensità e compattezza dei poteri esercitati : nel celebre caso di Tintinnano / Rocca d’Orcia lo illustra esemplarmente un confronto tra la franchigia d’inizio Duecento dei Tignosi e gli statuti salimbeniani di fine secolo50. Sebbene altrove il fenomeno sia poco studiato, paiono emergere chiari paralleli. Restando alla Toscana, si considerino gli investimenti dei lucchesi Guidiccioni per impadronirsi dell’ampio complesso signorile centrato su Verrucola Garfagnana o la costante capacità espansiva mostrata dagli Ubaldini in Mugello, grazie alle risorse derivanti alla famiglia dall’inserimento ai vertici delle istituzioni ecclesiastiche. Ancor più importante e nota è l’azione analoga, ma ben più massiccia e destinata a secolare fortuna, dispiegata negli stessi decenni dai Baroni romani per costruire i propri domini signorili laziali. Questi neo-signori sfruttarono a vantaggio delle proprie ambizioni signorili due elementi che altrove furono fra le cause della crisi della signoria territoriale : la negoziabilità in quote dei diritti e l’accumulazione di consistentissime risorse finanziarie e politiche da parte delle élites urbane51. Sia le dimensioni di questi complessi signorili che l’intensità dei poteri esercitati rendevano i neo-signori simili a quelli di tipo (A e B) del xii secolo, ma del tutto diverso era il loro profilo sociale, se si guarda agli altri indicatori fin qui considerati. Si tratta di norma di famiglie nuove, emerse e cresciute economicamente e politicamente in ambito urbano; assente è pertanto qualsiasi tentativo di destrutturare i sistemi politici più ampi di cui signori e signorie facevano parte (il comune di Siena o lo «stato» pontificio). Ciò, anche se queste famiglie non si fecero certo scrupolo di sfruttare le proprie basi signorili per manipolare a proprio vantaggio tali sistemi politici, sfruttando ampiamente, anche in termini di forze militari e di basi di appoggio esterne alla città, il controllo di ampi dominati rurali52.
53 Specialmente per la Toscana, mancano indagini puntuali che rivedano le tradizionali rappresentazion (...)
54 Vd. il bel saggio di Ch. M. de la Roncière, Fidelités, patronages, clientèles dans le contado flore (...)
45Del resto, nel primo Trecento, la crescente efficacia dei sistemi d’inquadramento politico e la concorrenza fra entità politiche più ampie fece sì che la gran parte dei signori abbandonasse le ambizioni di piena indipendenza, tipiche delle fasi precedenti. Non va comunque troppo enfatizzata l’efficacia dell’inquadramento «statale», urbano in Toscana e papale altrove, che spesso non andò molto oltre un labile controllo latamente politico, per lo più a base pattizia53. Le concrete basi del potere locale, specialmente nel caso dei signori di tipo (B), non furono normalmente intaccate : la diramazione delle clientele e l’ampiezza del possesso fondiario, il controllo della giustizia, la percezione di tributi ed il controllo di risorse naturali strategiche continuavano a fare dei signori in alcune parti dell’Italia centrale «una versione semplice e locale dello stato» (per ricorrere alla fortunata definizione di Chris Wickham)54. Soltanto, dalla metà del Duecento in poi ciò avvenne in spazi geografici molto più ristretti che nei due secoli precedenti e le ambizioni di autonomia dei signori furono più compresse; la geografia dei poteri territoriali si fece così ancor più complessa, dato che l’universo signorile (in tutta la sua complessità, che spero di essere riuscito, almeno in parte a suggerire) era ridotto a essere soltanto una delle possibili forme di strutturazione dei poteri territoriali nelle campagne dell’Italia centrale.
1 Quando parlai a Roma nel dicembre 2006 e in una prima versione di questo testo avevo ritenuto opportuno includere anche il caso laziale. Una più matura riflessione, frutto di nuove letture e delle discussioni sulla relazione romana e su di una sua ulteriore versione presentata nell’ambito di uno dei « Seminari del mercoledì » della sezione di medievistica del Dipartimento di Storia di Pisa (gennaio 2007), mi fanno ritenere più prudente e corretto non prendere in considerazione il Lazio. In troppi punti cruciali lo stato degli studi e/o la mia conoscenza della bibliografia non permettono una verifica delle interpretazioni e delle ipotesi avanzate nelle pagine seguenti per Toscana (campo delle mie ricerche di prima mano), Umbria e Marche. In altri casi, i risultati della storiografia sul Lazio, almeno per come li conosco e li capisco, non sono in linea con quanto emerge per il resto dell’Italia centrale. Si è perciò preferito indicare puntualmente, nel testo e nelle note, coerenze e differenze del caso laziale rispetto agli altri esaminati, lasciando ad altri, o a più matura riflessione, una considerazione sul grado di integrabilità del Lazio (o di suoi specifici settori) nel modello di tassonomia qui presentato. L’articolo fu consegnato nel luglio 2008 ; salvo minimi interventi in bozze, ad allora è ferma la bibliografia.
2 C. Violante, La signoria rurale nel secolo x. Proposte tipologiche, in Il secolo di ferro : realtà e mito del secolo x. Atti della xxxviii Settimana di Studio (Spoleto, 19-25 aprile 1990), Spoleto, 1991, p. 329-385 e Id., La signoria rurale nel contesto storico dei secoli x-xii, in G. Dilcher, C. Violante (a cura di), Strutture e trasformazioni della signoria rurale nei secoli x-xiii, Bologna, 1996 (Annali dell’Istituto storico italo-germanico. Quaderno, 44), p. 7-56 ; P. Cammarosano, La famiglia dei Berardenghi. Contributo alla storia della società senese nei secoli xi-xiii, Spoleto, 1974 (Biblioteca degli « Studi medievali », 6), Id., Le campagne nell’età comunale (metà sec. xi -metà sec. xiv), Torino, 1974 (Documenti della storia, 7), p. 57-92, e Id., Abbadia a Isola. Un monastero toscano nell’età romanica. Con una edizione dei documenti 953-1215, Castelfiorentino, 1993 (Biblioteca della « Miscellanea storica della Valdelsa », 12); C. Wickham, The mountains and the city. The Tuscan Appennines in the early Middle Ages, Oxford, 1988 e Id., La signoria rurale in Toscana, in Strutture e trasformazioni... cit., p. 343-409; S. Carocci, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Roma, 1993 (Nuovi studi storici, 23).
3 Il termine, tipico delle scienze naturali (e così definito da L. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, Bologna, 197110, s.v.: « metodo e sistema di descrizione e classificazione dei corpi organici e inorganici »), mi pare riassumere bene l’operazione tentata qui.
4 S. Carocci, Signoria rurale e mutazione feudale. Una discussione, in Storica, 8, 1997, p. 49-91, Id., Signoria rurale nel Lazio (secoli xii e xiii), in A. Spicciani, C. Violante (a cura di), La signoria rurale nel medioevo italiano, 2 vol. , Pisa, 1997-1998 (Studi medioevali, 3-4), I, p. 167-198, Id., I signori : il dibattito concettuale, in Señores, siervos, vasallos en la Alta Edad Media. xxviii Semana de Estudios Medievales (Estella, 16-20 julio 2001), Pamplona, 2002, p. 147-181 e Id., Signoria rurale, prelievo signorile e società contadina (sec. xi-xiii) : la ricerca italiana, in M. Bourin, P. Martínez Sopena (a cura di), Pour une anthropologie du prélèvement seigneurial dans les campagnes médiévales (xie-xive siècles). Réalités et représentations paysannes, Paris, 2004 (Histoire ancienne et medievale, 68), p. 63-82.
5 M. E. Cortese, Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra x e xii secolo, Firenze, 2007 (Biblioteca storica toscana, 53) ; S. Tiberini, Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale. Perugia e Gubbio, secc. xi-xiii, Roma, 1999 (Pubblicazioni degli archivi di stato. Saggi, 52) e spec. Id., Repertorio delle famiglie e dei gruppi signorili nel Perugino e nell’Eugubino tra xi e xiii secolo (con un saggio introduttivo), Perugia, 2006 (ediz. in e-book) ; A. Fiore, Signori e sudditi. Strutture e pratiche del potere signorile in area umbro-marchigiana (secoli xi-xiii), Spoleto, 2010 (Istituzioni e società, 13).
6 Vd. almeno A. Castagnetti, L’organizzazione del territorio rurale nel medioevo. Circoscrizioni ecclesiastiche e civili nella « Langobardia » e nella « Romania », Bologna, 1982 e Id., Società e potere a Ferrara dall’età post-carolingia alla signoria estense, Bologna, 1985 e B. Andreolli, M. Montanari, L’azienda curtense in Italia. Proprietà della terra e lavoro contadino nei secoli viii-xi, Bologna, 1983; cfr. Tiberini, Repertorio... cit. n. 5, p. 36 e P. Angelucci, Aspetti e problemi della signoria rurale nell’Umbria settentrionale, in La signoria rurale nel medioevo italiano... cit. n. 4, I, p. 139-166: 139-141, 148-150.
8 Vd. specialmente G. Pasquali, Una signoria rurale assente o silente ? Il caso anomalo della Romagna, in La signoria rurale nel medioevo italiano... cit. n. 4, I, p. 63-80 e Fiore, Signori... cit. in. 5, spec. p. 5-8 e passim. Cfr. anche le convergenti considerazioni, seppur in relazione ad un tema diverso, di S. Gelichi, Note su città bizantine dell’Esarcato e Pentapoli, in G. P. Brogiolo (a cura di), Early medieval towns in the western Mediterranean, Mantova, 1996 (Documenti di archeologia, 10), p. 67-76.
10 Vd. S. M. Collavini, Il « servaggio » in Toscana nel xii e xiii secolo : alcuni sondaggi nella documentazione diplomatica, in Melanges de l’École française de Rome. Moyen Age -Temps Modernes, 112, 2000, p. 775-801 e, per il contesto europeo, M. Bourin, P. Freedmann, Introduction, ibid., p. 633-641. Cfr. anche S. M. Collavini, La condizione giuridica dei rustici/villani nei secoli xi-xii. Alcune considerazioni a partire dalle fonti toscane, in C. Violante e M. L. Ceccarelli (a cura di), La signoria rurale in Italia nel medioevo. Atti del II Convegno di studi (Pisa, 6-7 novembre 1998), Pisa, 2006 (Studi medioevali, 11), p. 331-384.
11 Per casi simili in Toscana vd. S. M. Collavini, Formes de coseigneurie dans l’espace toscan. Réflexions préliminaires à partir de quelques exemples en Maremme (fin xiie-xiiie siècle), in Mélanges de l’École Française de Rome. Moyen Âge, 122, 1, 2010. p. 35-54 : 44 ; il fenomeno ha ampiezza europea vd. Carocci, Signoria rurale e mutazione feudale... cit. n. 4, p. 85-86.
12 Mi pare questo un limite del pur meritevole tentativo di de l’École Française de Rome. Moyen Âge, 122, 1, 2010, classificazione di Tiberini, Repertorio... cit. n. 5.
13 Sul problema generale vd. M. Nobili, L’evoluzione delle dominazioni marchionali in relazione alla dissoluzione delle circoscrizioni marchionali e comitali e allo sviluppo della politica territoriale dei comuni cittadini nell’Italia centro-settentrionale (secoli xi e xii) (1983), in Id., Gli Obertenghi e altri saggi, Spoleto, 2006 (Collectanea, 19), p. 151-176 ; sugli Aldobrandeschi vd. S. M. Collavini, « Honorabilis domus et spetiosissimus comitatus ». Gli Aldobrandeschi da « conti » a « principi territoriali » (secoli ix-xiii), Pisa, 1998 (Studi medioevali, 6) ; sui Guidi vd. Id., Le basi materiali della signoria dei Guidi tra prelievo signorile e obblighi militari (1075 c.-1230 c.), in Società e Storia, 115, 2007, p. 1-32 ; sui Gherardeschi vd. M. L. Ceccarelli Lemut, Nobiltà territoriale e comune : i conti Della Gherardesca e la città di Pisa (secoli xi-xiii), in R. Bordone, G. Sergi (a cura di), Progetti e dinamiche nella società comunale italiana, Napoli, 1995 (Europa mediterranea. Quaderni, 9), p. 23-100 ; sui Salimbeni vd. infra n. 50. Del tutto assimilabile alla seconda tipologia è il caso dei Baroni romani, vd. Carocci, Baroni... cit. n. 2.
14 Sulle potenzialità euristiche di una periodizzazione per generazioni cfr. P. Cammarosano, Storia dell’Italia medievale. Dal vi all’xi secolo, Roma-Bari, 2001
15 Sul rapporto complesso tra forme documentarie e « rivoluzione feudale » messo al centro del dibattito da D. Barthélemy, La société dans la comté de Vendôme de l’an mil au xive siècle, Paris, 1993 (cfr. anche Id., La mutation de l’an mil a-t-elle eu lieu ? Servage et chevalerie dans la France des xe et xie siècles, Paris, 1997), vd. da ultimo P. Cammarosano, Carte di querela nell’Italia dei secoli x-xiii, in Frühmittelalterliche Studien, 36, 2002, p. 397-402. (Per un inquadramento storiografico del problema vd. i lavori di S. Carocci citati supra n. 4).
16 Sul contesto generale vd. Carocci, I signori... cit. n. 4. Per la Toscana, vd. Wickham, La signoria rurale in Toscana... cit. n. 2, i cui risultati paiono generalizzabili a tutta l’Italia centrale. Una critica a questa posizione in P. Cammarosano, Cronologia della signoria rurale e cronologia delle istituzioni comunali cittadine in Italia: una nota, in La signoria rurale nel medioevo italiano... cit. n. 4, I, p. 11-17. Le successive ricerche sulle fonti centro-italiane sembrano, però, confermare la cronologia di Wickham, vd. Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 176-190, 201-208 (per il Fiorentino, dagli anni Settanta dell’xi secolo), Fiore, Signori... cit. n. 5, spec. p. 79-88 e passim (per Umbria e Marche, dal 1050 c.), S. Tiberini, Origini e radicamento territoriale di un lignaggio umbro-toscano nei secoli x-xi : i « Marchesi del Colle » (poi « del Monte S. Maria »), in Archivio storico italiano, CLII, 1994, p. 481-559 : 517-539 e J. P. Delumeau, Arezzo espace et sociétés, 715-1230. Recherches sur Arezzo et son contado du viiie au début du xiiie sicècle, Roma, 1996 (Collection de l’École Française de Rome, 219), p. 162-164, 181-187 (per i Marchesi di Colle, da metà xi sec.), Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, p. 128-143 (per gli Aldobrandeschi, dal 1040 c.) e Id., Le basi materiali... cit. n. 13, p. 5-14 (per i Guidi, dal 1050 c.). Cfr. anche M. Nobili, Le malae consuetudines in Lunigiana : il documento del Vescovo Eriberto per gli homines di Trebbiano del 4 novembre 1039, in Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze « Giovanni Cappellini », LXXV, 2005, p. 129-138 e G. Francesconi, La signoria rurale nel contado pistoiese (secoli xi-xiii). Geografia, forme, assetti sociali, in Il territorio pistoiese dall’alto medioevo allo stato territoriale fiorentino. Atti del convegno di studi (Pistoia, 11-12 maggio 2002), Pistoia, 2004, p. 117-149.
17 Oltre a quelli delle famiglie citate alla nota precedente, vd. i casi dei conti di Assisi e di quelli di Foligno, in Umbria, e di quelli di Ascoli (Gualcherii) e di quelli di Cagli, nelle Marche, cit. in Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 79-88, 225-227. 248-250. Anche i poteri signorili dei Gherardeschi, in Toscana centro-meridionale, sono precocemente attestati, vd. C. Wickham, Economia e società rurale nel territorio lucchese durante la seconda metà del secolo xi : inquadramenti aristocratici e strutture signorili, in C. Violante (a cura di), Sant’Anselmo vescovo di Lucca (1073-1086) nel quadro delle trasformazioni sociali e della riforma ecclesiastica (Lucca 25-28 settembre 1996), Roma, 1992 (Nuovi studi storici, 13), p. 391-422 : 408-409 (anni Settanta del secolo xi).
18 Sul carattere complessivamente ambiguo della dominazione canossiana, vd. G. Sergi, I Canossa : poteri delegati, feudali e signorili (1994), in Id., I confini del potere. Marche e signorie fra due regni medievali, Torino, 1995 (Biblioteca Studio, 17), p. 230-241 : 241 e Id., Dinastie e città del regno italico nel secolo xi (1988), ibid., p. 329-343 : 334-337. Per alcuni esempi toscani di tale ambiguità cfr. da un lato A. Petrucci et al. (a cura di), Lettere originali del medioevo latino (vii-xi sec.), I, Italia, Pisa, 2004, no 18, p. 150-157, a. [1098-1106], che li presenta come difensori dell’ordine tradizionale contro la deriva signorile (un’immagine veicolata anche dell’epistolario di Pier Damiani), e dall’altro i diplomi di Enrico IV a Pisa e Lucca del 1081 (G. Rossetti, Pisa e l’Impero tra xi e xii secolo. Per una nuova edizione del diploma di Enrico IV ai Pisani, in C. Violante (a cura di), Nobiltà e chiese nel Medioevo e altri saggi. Scritti in onore di Gerd G. Tellenbach, Roma, 1993, p. 159-182 : 165, 167 e Heinrici IV. Diplomata, ed. D. v. Gladiss, A. Gawlik, Berlino-Weimar, 1941-1978 [M.G.H., Diplomata, 6], no 334, 357), che li presentano come eversori, in senso appunto signorile, delle tradizionali e legittime forme del potere pubblico (qui connesse alla figura di Ugo il Grande) ; per una convincente lettura in quest’ottica dei due diplomi, vd. A. Puglia, Reazione alla dominazione canossana e costruzione della memoria dell’autonomia cittadina : i diplomi di Enrico IV per Lucca e Pisa, in Bollettino storico pisano, LXXVII, 2008, p. 33-47 : 40-41. L’esercizio di poteri schiettamente signorili da parte dei Canossa in Toscana emerge, per esempio, da Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa. Fondo Arcivescovile, 2, (1101-1150), ed. S.P.P. Scalfati, Pisa, 2006 (Biblioteca del « Bollettino storico pisano ». Fonti, 11. II), no 68 (1125) (deposizioni riguardanti il castello di Rosignano e il periodo di Goffredo il Barbuto e di Beatrice) ; su Rosignano cfr. M. L. Ceccarelli Lemut, Terre pubbliche e giurisdizione signorile nel comitatus di Pisa (secoli xi-xiii), in La signoria rurale nel medioevo italiano cit. n. 4, II, p. 87-137 : 112-113.
19 Per alcuni esempi dalla Toscana nord-occidentale vd. Lettere originali... cit. n. 18, no 18 e I Brevi dei consoli del comune di Pisa degli anni 1162 e 1164, ed. O. Banti, Roma, 1997 (Fonti per la storia d’Italia. Antiquitates, 7), Appendice, no 3, p. 108-110, [1091-92] (entrambi con bibliografia in calce alle edizioni) ; Die Urkunden und Briefe der Markgräfin Mathilde aus Tuszien, ed. E. Goez, W. Goez, (M. G. H., Laienfürsten – und Dynasten-Urkunden der Kaiserzeit, II), Hannover, 1998, no A8 (1099) e P. Guidi, O. Parenti (a cura di), Regesto del Capitolo di Lucca, 4 vol. , Roma 1910-1939 (Regesta chartarum Italiae, 6, 9, 18), I, no 563-566 (1099), cfr. Wickham, Economia... cit. n. 17, p. 391-392. Per il Fiorentino vd. Cortese, Signori... cit. n. 5, spec. p. 205 ; per l’Aretino vd. Delumeau, Arezzo... cit. n. 16, p. 162-164, 181-187.
20 Un esempio di ormai compiuta stabilizzazione dei poteri signorili da parte di famiglie non-comitali viene dall’atto di divisione del patrimonio degli Ubaldini nel 1145 (Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Ubaldini Vai Greppi, a. 1145 mag. 9) : vd. Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 179 e L. Magna, Gli Ubaldini del Mugello : una signoria feudale del contado fiorentino, in I ceti dirigenti dell’età comunale nei secoli xii e xiii. Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana (Atti del II convegno : Firenze, 14-15 dicembre 1979), Pisa, 1982, p. 13-65 : 17.
21 A puro titolo d’esempio, si ricordino i casi pisani del Val di Serchio e di Casciavola (cit. supra n. 19) oppure il tentativo degli Adimari di imporre la propria signoria sulla località di Gangalandi all’inizio del xii secolo (R. Piattoli, Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), Roma, 1938 [Regesta chartarum Italiae, 23], no 156 (1108), con commento in Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 185-186). Per un livello sociale più eminente si confrontino gli esiti diametralmente opposti (fallimentare nel primo, coronato da successo nel secondo) del tentativo degli Aldobrandeschi di imporre la propria signoria sulle aree circostanti ai monasteri di S. Michele di Passignano e di S. Salvatore al Monte Amiata, vd. Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, p. 129-141. Per un fallimentare tentativo in area marchigiana vd. Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 224-227 (scontro tra i Gualcherii, un ramo dei conti Ascoli e il monastero di Farfa).
22 Eccezionalmente precoce è l’accordo tra Guidi e monastero di S. Salvatore di Fucecchio, edito in N. Rauty, Documenti per la storia dei conti Guidi in Toscana. Le origini e i primi secoli 887 1164, Firenze, 2003 (Documenti di storia italiana, ser. II, X), no 150 (1114) ; un significativo parallelo è il caso della signoria dei Gherardeschi su Forcoli, vd. Carte dell’Archivio Arcivescovile di Pisa... cit. n. 18, no 69 (1126) e no 121 (1137). Sulla tarda territorializzazione dei poteri signorili dei Marchiones richiama l’attenzione S. Tiberini, I « marchesi di Colle » dall’inizio del secolo xii alla metà del XIII : la costruzione del dominato territoriale, in Archivio storico italiano, CLV, 1997, p. 199-264 : 203 ; dati analoghi per gli Aldobrandeschi in Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, p. 181-182. La lentezza del processo di territorializzazione fu fenomeno più generale, almeno secondo Carocci, I signori... cit. n. 4, p. 171.
23 Come nel caso del legame dei conti Guidi con Pistoia, vd. M. Ronzani, Lo sviluppo istituzionale di Pistoia alla luce dei rapporti con il Papato e l’Impero fra la fine del secolo xi e l’inizio del Duecento, in P. Gualtieri (a cura di), La Pistoia comunale nel contesto toscano ed europeo (secoli xiii-xiv), Pistoia, 2008 (Biblioteca storica pistoiese, 14), p. 19-72 (con bibliografia precedente). Anche i « conti di Pisa », pur tradizionalmente radicati in città, paiono in questa fase allontanarsi almeno parzialmente da Pisa, cfr. M. Ronzani, Le prime testimonianze dell’attività dei consoli pisani in quattro documenti del 1109 relativi ai rapporti fra l’autogoverno cittadino e i discendenti dei conti dell’età ottononiana, in Quel mar che la terra inghirlanda. In ricordo di Marco Tangheroni, Pisa, 2007, II, p. 679-705 : 682-685.
24 Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 231-258 per il Fiorentino ; una proposta di generalizzazione di questo modello in S. M. Collavini, Spazi politici e irraggiamento sociale delle élites laiche intermedie (Italia centrale, secoli viii-x), in Ph. Depreux, F. Bougard, R. Le Jan (a cura di), Les élites et leurs espaces : mobilité, rayonnement, domination (du vie au xie siècle), Turnhout, 2007 (Haut Moyen Âge, 5), p. 319-340 : 336-340. Pare inseribile in questo schema anche l’evoluzione della nobiltà romana in questa fase, anche se su posizioni più prossime a quelle « pisane » che a quelle « fiorentine », vd. S. Carocci, Nobiltà romana e nobiltà italiana nel medioevo centrale, in S. Carocci (a cura di), La nobiltà romana nel medioevo, Roma, 2006 (Collection de l’École française de Rome, 359), p. 15-42 : 22, 25-26.
25 Per esempio, i percorsi, inizialmente divergenti, di Marchiones (Tiberini, I « Marchesi di Colle »... cit. n. 22) e Guidi (Collavini, Le basi materiali... cit. n. 13, p. 9-12) sul lungo periodo si riallineano.
26 Una buona guida a questi fenomeni in Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 131-151 e Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 139-149 ; cfr. anche P. Brancoli Busdraghi, Patti di assistenza giudiziaria e militare in Toscana fra xi e xii secolo, in Nobiltà e ceti dirigenti in Toscana nei secoli xi-xiii : strutture e concetti. Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana. Atti del IV Convegno (Firenze, 12 dicembre 1981), Firenze, 1982, p. 29-55.
27 Collavini, Il « servaggio »... cit. n. 10 e Id., La condizione giuridica... cit. n. 10. Un’analisi in linea con queste proposte in Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 264-285 ; per una posizione diversa vd. F. Panero, Schiavi servi e villani nell’Italia medievale, Torino, 1999.
28 Una situazione simile pare quella della Tuscia romana, vd. Carocci, Signoria rurale nel Lazio... cit. n. 4, p. 196-197.
29 Per la definizione di « aree di signoria debole » e per la caratterizzazione delle diverse aree toscane vd. Wickham, La signoria rurale in Toscana... cit. n. 2, da integrare con Ceccarelli Lemut, Terre pubbliche... cit. n. 18 (Pisano), Cortese, Signori... cit. n. 5 (Fiorentino) e con i contributi in Lontano dalle città. Il Valdarno di Sopra nei secoli xii-xiii. Atti del convegno (Montevarchi – Figline Valdarno. 9-11 novembre 2001), Roma, 2005 e P. Pirillo (a cura di), Semifonte in Val d’Elsa e i centri di nuova fondazione nell’Italia medievale. Atti del convegno nazionale organizzato dal Comune di Barberino Val d’Elsa (Barberino Val d’Elsa, 12-13 ottobre 2002), Firenze, 2004 (Biblioteca storica toscana, XLVI) (Toscana centrale). Importanti spunti sul tessuto signorile di Lunigiana, Garfagnana e Versilia in M. Nobili, Gli Obertenghi... cit. n. 13, Id., Una scheda sulla domus lunigianese dei Bianchi da Moregnano (secoli xii-xiii), in Reti Medievali. Rivista, VI/2, 2005, p. 1-6, Id., Per lo studio della « società feudale » lunigianese : milites, castellani e vassalli nei secoli xi-xiii, in Archivio storico italiano, CLXV, 2007, p. 423-448. Sul Perugino vd. Tiberini, Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale... cit. nt. 5 e Id., Repertorio... cit. n. 5 ; sul resto dell’Umbria e sulle Marche vd. Fiore, Signori... cit. nt. 5.
30 Sulle famiglie ricordate nel testo, oltre agli studi citati alle n. 16-17, vd. Rauty, Documenti... cit. n. 22, p. 1-23, M. Bicchierai, La signoria dei conti Guidi in Valdarno. Osservazioni ed ipotesi, in Lontano dalle città... cit. n. 29, p. 83-116 e specialmente Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 7-21 (Guidi) ; ibid., p. 27-30 e M. L. Ceccarelli Lemut, I conti Alberti in Toscana fino all’inizio del xiii secolo, in Formazione e strutture dei ceti dominanti nel medioevo : marchesi conti e visconti nel regno italico (secc. ix-xii), 2, (Atti del secondo convegno di Pisa : 3-4 dicembre 1993), Roma, 1996 (Nuovi studi storici, 39), p. 179-210 (Alberti) ; Cortese, Signori... cit. n. 5, p. 366-369 e Magna, Gli Ubaldini... cit. n. 20 (Ubaldini) ; Tiberini, Origini... cit. n. 16, Id., I « marchesi di Colle »... cit. n. 22 e Delumeau, Arezzo... cit. n. 16, p. 307-364 (Marchiones) ; ibid., p. 1069-1071, M. E. Cortese, Dai filii Griffi agli Ubertini : note sulle famiglie signorili del piviere di Gaville, in P. Pirillo, M. Ronzani (a cura di), Storie di una pieve in età medievale. San Romolo a Gaville. Atti del Convegno (Figline Valdarno, 22 ottobre 2005), Roma, 2008 (Valdarno medievale, 3), p. 55-75: 69-74, Ead., Signori e castelli. Famiglie aristocratiche, dominati signorili e trasformazioni insediative nel comitatus fiorentino (fine x-met à xii secolo), Tesi di Dottorato in storia medievale (xiv ciclo). Università di Firenze, 2004, p. 513-516 (Ubertini); ibid., p. 455 e Delumeau, Arezzo... cit. n. 16, p. 955 e passim (Pazzi); Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13 (Aldobrandeschi); Ceccarelli Lemut, Nobiltà territoriale... cit. n. 13 (Gherardeschi); C. Cucini, Il medioevo, in C. Cucini (a cura di), Radicondoli. Storia e archeologia di un comune senese, Roma, 1990, p. 253-352: 283-287 (Pannocchieschi); Collavini, Formes de coseigneurie... cit. nt. 11 (Tignosi); Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 88-89 (Alviano); ibid., p. 174 (Montemarte); ibid., p. 92 (Brancaleoni); ibid., p. 94 (da Mogliano); ibid., p. 225 (Attoni); C. Calisse, I Prefetti di Vico, in Archivio della Società romana di storia patria, 10, 1887, p. 1-136, 353-594 (Vico). Qualcosa di simile esisteva forse anche in altre aree del Lazio, cfr. le osservazioni su Frangipane e Tuscolani di Carocci, Signoria rurale nel Lazio... cit. n. 4, p. 191-198. Va sottolineato, sebbene ciò esuli dal tema, che in alcune parti dell’Italia centrale (Lunigiana, Marche, Lazio settentrionale) alcune vaste signorie ecclesiastiche (vescovili o monastiche) ebbero un ruolo analogo ai dominati di queste grandi famiglie comitali : basti ricordare, a puro titolo d’esempio, i casi dei vescovi di Luni (Nobili, Gli Obertenghi... cit. n. 13, p. 353-383, 537-552 e Id., Il « Principato feudale » dei vescovi di Luni tra xii e xiii secolo, i.c.s negli atti del convegno cit. infra n. 53) e di Fermo (Fiore, Signori... cit. n. 5) e del monastero di Farfa nelle Marche (ibid.) e, ovviamente, in Sabina (P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du ixe siècle à la fin du xiie siècle, 2 vol. , Roma, 1973 [Bibliothèque des Écoles françaises d’Athenès et de Rome, 221]).
31 Limitandosi alla Toscana, per la quale le mie conoscenze sono più adeguate, non paiono avere sicure ascendenze comitali Pazzi, Ubertini, Tignosi e Pannocchieschi, sebbene in alcuni casi tali ascendenze siano possibili (per i Pazzi e il loro possibile legame con i « conti di Soffena » vd. Cortese, Signori e castelli..., cit. n. 30, p. 455 n. 341-342).
32 Sui conti di Coccorano vd. S. Tiberini, « Cum mero et mixto imperio et omnimoda iurisidctione et cum regalibus » : sviluppi del dominato territoriale nel « patto di famiglia » del 1284 tra i conti di Coccorano, in Bollettino storico della deputazione di storia patria dell’Umbria, 96, 1999, p. 5-60, Id., Repertorio... cit. n. 5, Scheda famigliare, no 25, C, p. 36-50 ; sui conti della Guiniccesca vd. Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, p. 274-281.
33 Il fenomeno non si limitò infatti solo al rapporto con le città (quello storiograficamente più noto), come mostra il caso degli Aldobrandeschi e dei conti della Guiniccesca, cfr. ibid.
34 Sulla presenza imperiale in Italia centrale vd. A. Fiore, L’Impero come signore: istituzioni e pratiche di potere nell’Italia del xii secolo, in Storica, 30, 2004, p. 31-60, Id., Signori... cit. n. 5, p. 113-126 (Umbria e Marche) e Delumeau, Arezzo... cit. n. 16, p. 1168-1177 (Toscana).
35 Cfr. le osservazioni in tal senso di Fiore, Signori... cit. n. 5, passim e spec. p. 118-119, 422-423 e in Id., L’Impero... cit. n. 34, p. 45.
36 Qualche cenno su questi fenomeni, ancora largamente da indagare, in Collavini, Il « servaggio »... cit. n. 10, p. 370-383.
37 Importanti spunti su questo processo in M. Nobili, Piccola nobiltà di campagna fra autarchia e mercato nei secoli xi-xiii : un modello e una breve ricognizione storiografica, in Quaderni storici, 123, 2006, p. 703-727. Per l’impostazione « classica » del problema in area transalpina, vd. G. Duby, Una società fran cese nel Medioevo. La regione di Mâcon nei secoli xi e xii, Bologna, 1985, specialmente p. 459-522. È fondamentale allargare al mondo rurale la ricerca condotta sui milites urbani da J. C. Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini nell’Italia comunale, Bologna, 2004.
38 Cfr. le osservazioni in tal senso di Fiore, Signori... cit. n. 5, p. 286-292 ; del tutto simile era la situazione di centri minori toscani come Colle Valdelsa, S. Gimignano, Massa Marittima o Suvereto.
39 Sulla crisi delle forme di signoria personale, vd. Collavini, Il « servaggio »... cit. n. 10 e Id., La condizione giuridica... cit. n. 10; tale andamento è confermato dal caso delle signorie del vescovo di Firenze, cfr. G. W. Dameron, Episcopal power and Florentine society, 1000-1320, Cambridge Mass., 1991 (Harvard historical studies, 107), specialmente p. 141-185. Sulla crisi pieno duecentesca della signoria in Umbria vd. Tiberini, Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale... cit. n. 5 e Fiore, Signori... cit. n. 5.
40 Per questi aspetti cfr. le conclusioni di Fiore ibid., passim e spec. p. 173-195 ; per esempi di inserimento degli ex-signori ai vertici di comuni rurali, ibid., p. 190-191.
41 Eccezioni parziali in Cammarosano, La famiglia dei Berardenghi... cit. n. 2 e Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, p. 424-554 ; promette dati interessanti l’ancora inedito S. Coazzin, Liberi domini totius castri. L’aristocrazia rurale « minore » nel Senese e nella Toscana meridionale. Forme di egemonia, assetto sociale e patrimoniale di lignaggi, famiglie e gruppi consortili di castello (secc. xi-xiv), tesi di dottorato in Storia medievale, Università di Firenze, 2005. È soprattutto il pieno Duecento ad essere stato trascurato dagli studi sulla Toscana, qualcosa di più si ha sulle evoluzioni successive, vd. per esempio M. Bicchierai, Ai confini della Repubblica di Firenze. Poppi dalla signoria dei conti Guidi al vicariato del Casentino (1360-1480), Firenze, 2005 (Biblioteca storica toscana, 50); non stupisce perciò la marginalità della regione in quadri d’insieme come G. Chittolini, Signorie rurali e feudi alla fine del Medioevo, in Comuni e Signorie: istituzioni, società e lotte per l’egemonia, Torino, 1981 (Storia d’Italia, dir. G. Galasso, IV), p. 589-676 o F. Cengarle, G. Chittolini, G. M. Varanini (a cura di), Poteri signorili e feudali nelle campagne dell’Italia settentrionale fra Tre e Quattrocento : fondamenti di legittimità e forme di esercizio, Firenze, 2005 (Quaderni di RM Rivista, 1).
42 Cfr., anche per il decisivo influsso sulla storiografia successiva, Cammarosano, Le campagne... cit. n. 2, p. 17, 27-28 ; posizione ribadita p.es. in Id., Cronologia... cit. n. 16, p. 13-15. Per un tradizionalissimo quadro del superamento della signoria nelle campagne centro-italiane duecentesche vd. G. Piccinni, La campagna e le città (secoli xii-xv), in A. Cortonesi, G. Pasquali, G. Piccinni, Uomini e campagne nell’Italia medievale, Roma-Bari, 2002, p. 123-189 : 165-168.
43 I volumi di Tiberini e Fiore, citati supra n. 5, fanno ampio uso delle fonti pieno duecentesche. Ancor più nettamente orientate sul xiii e xiv secolo sono le ricerche sul Lazio vd. per esempio Carocci, Baroni... cit. n. 2 e A. Cortonesi, Terre e signori nel Lazio medioevale. Un’economia rurale nei secoli xiii-xiv, Napoli, 1988 ; cfr. anche le considerazioni in tal senso di Carocci, Signoria rurale nel Lazio... cit. n. 4, p. 169-170, 185-187.
44 A puro titolo di esempio, si consideri il caso senese : L. Zdekauer, Il Constituto del comune di Siena dell’anno 1262 (1897), rist. anast. Bologna, 1983, specialmente IV, § 47; IV, § 49; IV, § 52; IV, § 53; IV, § 57; IV, § 66; ma anche ibid., I, § 34; I, § 110; I, § 362; II, § 17 (1238); IV, § 48; IV, § 58; IV, § 59; IV, § 68; IV, § 71 (1246); e Id., Il frammento degli ultimi due libri del più antico Constituto Senese (1262-1270), in Bollettino senese di storia patria, 1, 1894, p. 131-154, 271-284; 2, 1895, p. 137-144, 315-322; 3, 1896, p. 79-92: IV, § 78; IV, § 82 (tutti 1262-73). Cfr. O. Redon, « Villanus » au xiiie siècle dans la documentation siennoise, in Melanges de l’École française de Rome. Moyen Age-Temps Modernes, 112, 2000, p. 803-825.
45 Vd., anche per una bibliografia aggiornata, F. Panero, Manumissioni di ‘servi’ e affrancazioni di ‘rustici’ nell’Italia settentrionale (secoli x-xiii), in La signoria rurale in Italia nel medioevo... cit. n. 10, II, p. 385-404 e A. I. Pini, Ancora sull’affrancazione dei servi di Bologna del 1256-’57, ibid., p. 405-420 ; cfr. anche Panero, Schiavi... cit. n. 27, p. 261-295 ; per l’Umbria vd. Tiberini, Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale... cit. n. 5, p. 264-270, 276-289.
46 Sul caso esemplare degli Aldobrandeschi, vd. Collavini, « Honorabilis domus »... cit. n. 13, spec. p. 537-554.
47 Oltre ai rami degli Aldobrandeschi (conti di Pitigliano, poi Orsini, e conti di S. Fiora, poi Sforza) e dei Pannocchieschi, vanno ricordati i vari rami dei Visconti di Campiglia e Campagnatico, nel primo Duecento, e i Baschi e i Farnese tra Due e Trecento. Solo alcune di queste famiglie sono state studiate, anche solo sommariamente, vd. A. Cirier, La fine dei conti Aldobrandeschi : il crollo di un mito (secc. xiii-xv), in M. Ascheri, L. Niccolai (a cura di), Gli Aldobrandeschi. La grande famiglia feudale della Maremma toscana. Atti del convegno (S. Fiora, 26 maggio 2001), Santa Fiora-Arcidosso, 2002, p. 173-209, Ead., Noblesse du contado et seigneurie au xive siècle : les comtes d’Elci et les communautés rurales, in Reti Medievali. Rivista, VII, 2006/2, A. Canestrelli, I visconti di Campiglia in Val d’Orcia, in Bollettino senese di storia patria, XXII, 1915, p. 181-204, 313-337 e A. Ricci, Storia di un comune rurale dell’Umbria (Baschi), Pisa, 1913 cfr. Anche G. Chittolini, Note sul comune di Firenze e i « piccoli signori » dell’Appennino secondo la Pace di Sarzana (1353), in A. Ramada Curto et al. (a cura di), From Florence to the Mediterranean and Beyond. Essays in honour of Anthony Mohlo, Firenze, 2009, p. 193-209.
48 Vd. almeno M. Ginatempo, L. Sandri, L’Italia delle città. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli xiiixiv), Firenze, 1990, p. 117-137.
49 Per Siena cfr. le fonti e la bibliografia cit. supra n. 44 ; per Perugia cfr. le considerazioni di Tiberini, Repertorio... cit. n. 5, p. 15-17 e Id., Le signorie rurali nell’Umbria settentrionale... cit. n. 5, p. 289-298.
50 Un cenno alla questione e l’indicazione delle fonti principali in Collavini, Formes de coseigneurie... cit. n. 11, p. 40-44 ; per la storia di Tintinnano è fondamentale G. Salvemini, Un comune rurale del secolo xiii (1901), in Id., Scritti di storia medievale, II, a cura di E. Sestan, Milano, 1972, p. 274-297. Sui Salimbeni vd. A. Carniani, I Salimbeni : quasi una signoria. Tentativi di affermazione politica nella Siena del ’300, Siena, 1995. Vicende non troppo dissimili caratterizzano i Tolomei, vd. R. Mucciarelli, I Tolomei banchieri di Siena : la parabola di un casato nel xiii e xiv secolo, Siena, 1995.
51 Vd. rispettivamente A. Pellegrinetti, Lo statuto dei Gherardinghi del 1272, Tesi di Laurea. Università di Pisa, a.a. 1992-93, rel. C. Violante, p. 154-195 ; Magna, Gli Ubaldini... cit. n. 20 ; e Carocci, Baroni di Roma... cit. n. 2.
52 Belle pagine al riguardo, per il primo Trecento, in S. Carocci, Una nobiltà bipartita. Rappresentazioni sociali e lignaggi preminenti a Roma nel Duecento e nella prima metà del Trecento, in Bullettino dell’Istituto storico italiano e Archivio muratoriano, 95, 1989, p. 71-122.
53 Specialmente per la Toscana, mancano indagini puntuali che rivedano le tradizionali rappresentazioni del processo di comitatinanza ; spunti importanti in tal senso nelle relazioni, ancora inedite, al seminario pisano su Territori e spazi politici. Dalla Marca di Tuscia alla Toscana comunale (Pisa, 10-12 giugno 2004), curato da G. Petralia, M. Ronzani (in particolare quella di M. Ginatempo su La costruzione dello stato territoriale di Siena tra metà xii e metà xiv secolo). Una revisione delle posizioni tradizionali quanto alla piena territorializzazione degli « stati » e istituzionalizzazione delle forme di dominio locale è assai più avanzata per il periodo bassomedievale, vd. p.es. A. Zorzi, W. J. Connell (a cura di), Lo stato territoriale fiorentino (secoli xiv-xv). Ricerche, linguaggi, confronti, Pisa, 2001 (Fondazione Centro studi sulla civiltà del tardo medioevo. Biblioteca, 2) e, per l’area padana, il recentissimo A. Gamberini, Principe, comunità e territori nel ducato di Milano : spunti per una rilettura, in Quaderni storici, 127, 2008, p. 243-265.
54 Vd. il bel saggio di Ch. M. de la Roncière, Fidelités, patronages, clientèles dans le contado florentin au xive siècle. Les seigneuries féodales, le cas des comtes Guidi, in Ricerche storiche, XV, 1985, p. 35-59. La definizione citata è in Wickham, La signoria rurale in Toscana, cit. n. 2, p. 393.
Simone M. Collavini, « I signori rurali in Italia centrale (secoli xii-metà xiv) : profilo sociale e forme di interazione », Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge, 123-2 | 2011, 301-318.
Simone M. Collavini, « I signori rurali in Italia centrale (secoli xii-metà xiv) : profilo sociale e forme di interazione », Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge [En ligne], 123-2 | 2011, mis en ligne le 20 février 2013, consulté le 22 janvier 2018. URL : http://journals.openedition.org/mefrm/623 ; DOI : 10.4000/mefrm.623
Dipartimento di storia, Università di Pisa, s.collavini@mediev.unipi.it
Signoria ed élites rurali (Toscana, 1080-1225 c.) [Texte intégral]
10.4000/mefrm.623
Signoria ed élites rurali (Toscana, 1080-1225 c.) [Texte intégral] Paru dans Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge, 124-2 | 2012