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Massimario di lavoro e previdenza 2 - CSDDL.it - Centro Studi Diritto Dei Lavori
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Massimario di lavoro e previdenza 2
Lunedì 13 Dicembre 2010 10:09	di Mario Di Corato
Massimario di lavoro e previdenza
Licenziamento disciplinare per scarso rendimento sul posto di lavoro
Riguarda il caso di un lavoratore licenziato per scarso rendimento e più volte oggetto di lamentele da parte dei colleghi per i suoi ritardi e per le continue omissioni nello svolgimento del lavoro, per cui spesso gli stessi colleghi erano costretti a terminare il lavoro lascato incompleto. La Suprema Corte confermava il giudizio della Corte d’Appello che aveva ribaltato la decisione dei giudici di primo grado, sulla base di elementi di prova rappresentativi di un quadro di scarsa diligenza, sufficiente a legittimare il licenziamento.
Cassazione sentenza n. 24361 del 1.12.2010
Non sussiste giusta causa di licenziamento per chi sottrae fondi aziendali per l’acquisto di materiale
La Cassazione ha rigettato il ricorso di una Azienda che aveva licenziato un suo dipendente per irregolarità commesse nella gestione dei fondi ( pagamento di alcune fatture e sottrazione di fondi societari per l’acquisto di merci, senza autorizzazione). La suprema Corte ha condiviso la decisione del Tribunale e poi quella della Corte di Appello, in quanto era esistente una "prassi aziendale" in base alla quale il pagamento delle fatture poteva avvenire anche in assenza di un buono d’ordine; mentre la mancata autorizzazione non è stata ritenuta illecito penale tenuto conto che il lavoratore ha utilizzato i fondi societari unicamente per esigenze aziendali. La Corte di Cassazione nel ritenere illegittimo il licenziamento non ha ritenuto i fatti così gravi da far venir meno il rapporto fiduciario tra il lavoratore e l’Azienda e tali da giustificare la massima sanzione disciplinare.
Cassazione sentenza n. 23932 del 25.11.2010
Legittima l’assegnazione a mansioni inferiori del lavoratore che rientra dalla Cassa Integrazione Guadagni
La Suprema Corte ha ritenuto corrette le decisioni del Tribunale e della Corte di Appello che avevano respinto l’ istanza di un lavoratore in ordine alla condanna del datore di lavoro, al risarcimento del danno, che lo aveva assegnato a mansioni inferiori al suo livello di inquadramento al rientro dalla CIG. Ha precisato che il cosiddetto “patto di dequalificazione”, quale unico mezzo per conservare il rapporto di lavoro costituisce non già una deroga all’art. 2103 c.c. norma diretta alla regolamentazione dello “jus variandi” del datore di lavoro e, come tale inderogabile secondo il disposto del comma secondo dello stesso articolo, bensì un adeguamento del contratto alla nuova situazione di fatto, sorretto dal consenso e dall’interesse del lavoratore. Pertanto la validità del patto presuppone l’impossibilità sopravvenuta di assegnare mansioni equivalenti alle ultime esercitate e la manifestazione, sia pure in forma tacita, della disponibilità del lavoratore ad accettare.
Cassazione sentenza n. 23926 del 25.11.2010
Il privato è responsabile dell’infortunio dell’operaio che lavora in casa
Il privato, in qualità di committente di lavori edili da svolgersi nella sua abitazione, risponde di omicidio colposo qualora l’operaio da lui incaricato, in assenza di qualsiasi cautela relativa alla sicurezza, muoia in occasione del lavoro assunto. La Corte di cassazione, respingendo il ricorso del proprietario avverso le sentenze di primo e secondo grado che lo avevano condannato in qualità di responsabile della morte dell’operaio, affermano che “in tema di sicurezza sul lavoro riveste una posizione di garanzia il committente (proprietario) che affida lavori edili in economia a lavoratore autonomo di non verificata professionalità in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta a fronte di lavorazioni in quota superiore ai metri due”. Precisano, inoltre, che è errata la tesi di diritto secondo la quale in caso di prestazione d’opera il lavoratore autonomo sia comunque l’unico responsabile della sicurezza.
Cassazione penale sentenza n. 42465 del 1.12.2010
Legittimo il licenziamento di chi si addormenta sul posto di lavoro
La terza sezione penale della Corte di Cassazione ha bocciato il ricorso di un lavoratore e, ha sottolineato che “ l’addormentarsi costituisce abbandono del posto di servizio”, respingendo così il ricorso proposto da un agente di polizia che in servizio alla frontiera si era allontanato per recarsi a riposare nel gabbiotto. Secondo la Corte “l’addormentamento, quando dipende da una libera scelta del soggetto e non da cause patologiche, è sempre un atto volontario “ e, come tale costituisce abbandono del posto di lavoro. Inoltre l’abbandono del lavoro deve intendersi non solo quello di colui che materialmente si allontana dal luogo dove il servizio deve essere prestato, ma anche colui che, pur presente nel luogo in realtà non lo presta.
Cassazione penale sentenza n. 43412 del 7.12.2010
Il licenziamento del lavoratore che timbra al posto di un altro è legittimo
La Cassazione ha respinto il ricorso di un lavoratore che aveva timbrato il cartellino di presenza di una collega che in quel momento stava parcheggiando, confermando le sentenze dei Giudici di merito che “hanno ricostruito la condotta del lavoratore sotto tutti i profili – soggettivo ed oggettivo – ponendo in rilievo la gravità dei fatti e la proporzionalità tra essi e la sanzione inflitta, per essere venuta meno la fiducia del datore di lavoro nell’operato del dipendente“.
Cassazione sentenza n. 24796 del 7.12.2010