Source: http://www.rzlex.it/2018/08/
Timestamp: 2019-02-21 18:55:56+00:00
Document Index: 114671731

Matched Legal Cases: ['art. 47', 'art. 1455', 'art. 1455', 'art. 47', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 1470', 'art. 1490', 'art. 1492', 'art. 1495', 'art. 1495', 'art. 1490', 'sentenza ', 'art. 1490']

agosto 2018 - RZLEX - Avvocato Romina Zanvettor
Visti il periodo estivo e, soprattutto, il godimento delle ferie, il tema affrontato in questa sede è molto attuale e riguarda il risarcimento del danno da vacanza rovinata.
Questo danno è rappresentato dal pregiudizio, in termini di disagio e afflizione, subito dal viaggiatore-consumatore per non avere potuto godere, in tutto o in parte, della vacanza programmata come occasione di svago e di riposo, in senso qualitativo o qualitativo.
La risarcibilità del citato pregiudizio è oggi espressamente prevista dall’art. 47 del Codice del Turismo[1] che così recita: “Nel caso in cui l’inadempimento o inesatta esecuzione della prestazione che formano oggetto del pacchetto turistico non sia di scarsa importanza ai sensi dell’art. 1455 c.c., il turista può chiedere, oltre ed indipendentemente dalla risoluzione del contratto, un risarcimento del danno correlato al tempo di vacanza inutilmente trascorso ed all’irripetibilità dell’occasione perduta”.
In sostanza, secondo la legge, si ha diritto al risarcimento del danno da vacanza rovinata quando:
– vi è inadempimento o inesatta esecuzione delle prestazioni oggetto del pacchetto turistico, aspettative che, però, devono essere comprovate ad esempio dalla pubblicità del pacchetto fornita, dai depiliants o dagli opuscoli informativi rammostrati o dallo stesso contratto di viaggio;
– l’inadempimento o l’inesatta esecuzione sono di non scarsa importanza, ovverosia che i disagi patiti dal vacanziere siano tali da superare una minima soglia di tollerabilità, ex art. 1455[2] c.c., secondo i principi generali di correttezza e buona fede;
– l’inadempimento o l’inesatta esecuzione abbiano comportato un periodo di vacanza inutilmente trascorso o la perdita di un’occasione irripetibile.
Più in particolare, a norma dell’art. 47 C.d.T., possono essere risarciti sia il danno patrimoniale – quantificabile nel prezzo dell’intero viaggio in caso di mancato godimento dello stesso, oppure in una riduzione del prezzo complessivo in caso di vacanza soltanto parzialmente rovinata a causa di contrattempi o disservizi di vario genere -, sia il danno esistenziale o morale, conseguente a una situazione di disagio tale da rendere la vacanza una fonte di stress e sofferenza psichica.
La casistita del riconoscimento, in favore del turista, a vedersi risarcito tale danno è stata via via elaborata dalla giurisprudenza e di seguito si riportano le ipotesi più frequenti.
Albergo di qualità inferioree assenza di servizi adeguati a quanto contrattualmente pattuito: il Tribunale ha condannato iltour operator al risarcimento dei danni in favore del turista, in ragione del “disagio apprezzabile e dalla serie di afflizioni del viaggiatore per non aver potuto godere pienamente della vacanza come occasione di svago e di riposo conformemente alle proprie aspettative ovvero come stress e minor godimento della vacanza” (Trib. Napoli, Sez. XII, 18 febbraio 2013, n. 2195; cfr. ex multis Cass. Civ., n. 3256/2012).
Smarrimento bagaglio: nella fattispecie il turista in viaggio di nozze ha dovuto affrontare, a seguito della perdita della propria valigia, spese per l’acquisto di beni di prima necessità; per tali ragioni, il Tribunale ha riconosciuto il diritto dell’attore a vedersi risarcito non soltanto il danno patrimoniale ma anche quello morale, in ragione degli “intuitivi ed inevitabili disagi riconducibili al pregiudizio derivante dalla lesione dell’interesse di godere pienamente del viaggio organizzato in un paese distante migliaia di chilometri, (…) pregiudizio tanto più grave trattandosi di viaggio di nozze e come tale di occasione irripetibile” (Trib. Reggio Emilia, 13 febbraio 2013, n. 279; cfr. ex multis Cass. Civ., n. 14667/2015; Cass. Civ., n. 17724/18: “Il venditore o organizzatore di un pacchetto turistico, in virtù dell’assunzione legale del rischio per i danni che possa subire il viaggiatore, è responsabile del risarcimento patito per fatto illecito commesso da un terzo, salvo la possibilità di rivalersi nei confronti di quest’ultimo”).
iii. Rapina subita nel villaggio turistico, a seguito di aggressione con lesioni personali (Cass. Civ. n. 6830/2017).
Scarse condizioni igienichedell’hotel e conseguente malattia del danneggiato (Trib. Como, Sez. I, 18 luglio 2014, n. 1304; cfr. ex multis Trib. Roma n. 15634/2015).
Mancato acquisto da parte dell’Agenzia dei biglietti aereinecessari al trasferimento da una località all’altra nel contesto di una vacanza itinerante, con conseguente ulteriore esborso da parte dei turisti (Trib. Milano Sez. XI, Sent., 15 aprile 2014).
Mancato rispetto del pacchetto “all inclusive” o viaggio “tutto compreso”: è stato riconosciuto il diritto al risarcimento in un caso in cui un soggetto si era trovato a sostenere esborsi relativi a servizi teoricamente inclusi nel prezzo di acquisto del pacchetto (Trib. Monza, Sez. I, 11 gennaio 2012; cfr. ex multis Cass. Civ., n. 1033/2013).
vii. Disturbo della quiete per attività rumorosa vicino al resort (Trib. Arezzo, 20 marzo 2012).
Cosa fare nel caso in cui si abbia subito un danno da vacanza rovinata a causa di disservizi, inadempienze e ritardi?
In primis è opportuno che la prima contestazione avvenga sul posto stesso, per consentire all’operatore di porvi eventualmente rimedio tempestivamente ed evitare il protrarsi di disagi.
Una volta rientrato, il turista deve inviare un reclamo all’Agenzia Viaggi o al tour operator entro il termine di dieci giorni dal rientro dal viaggio, in cui segnala il disservizio o la situazione e richiede formalmente il risarcimento del danno, nonché il rimborso di quanto eventualmente sborsato a causa dell’inadempimento o dell’inesatta esecuzione.
Si consideri, inoltre, che il diritto risarcitorio si prescrive in tre anni dalla data del rientro del turista nel luogo di partenza per i danni alla persona e in un anno dal rientro del viaggiatore nel luogo della partenza per i danni diversi da quelli alla persona.
In capo al vacanziere sussiste soltanto l’onere di provare l’inadempimento o l’inesatta esecuzione, senza la necessità di comprovare i disagi e gli stati psichici sottoposti a stress.
In altri termini, a titolo esemplificativo, basterà conservare copia del contratto, depliant illustrativo, foto o filmati del luogo, ricevute di pagamenti extra, denunce per furti o danneggiamenti, dal momento che per giurisprudenza costante e uniforme “la raggiunta prova dell’inadempimento esaurisce in sé la prova anche del verificarsi del danno, atteso che gli stati psichici interiori dell’attore, per un verso, non possono formare oggetto di prova diretta e, per altro verso, sono desumibili dalla mancata realizzazione della finalità turistica” (Cass. Civ., n. 6830/2017).
Avv. Romina Zanvettor
Avv. Alessandra Tagliapietra
[1] Prima dell’entrata in vigore del Codice del Turismo, la giurisprudenza riconduceva il danno in oggetto, all’operatività dell’art. 2059 c.c. per la rilevata sussistenza di un interesse di rango costituzionale inerente alla persona (art. 2 Cost.), violato dalla condotta dell’organizzatore del viaggio.
[2] Art. 1455 c.c.: “Il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra”.
Acquisto di un bene e valenza della clausola “merce vista e piaciuta”
Molto spesso nei contratti di compravendita, in particolare negli acquisti di cose usate, le parti inseriscono la clausola “visto e piaciuto”, una pattuizione che implica l’accettazione senza riserva del bene da parte del compratore che fa venir meno l’operatività della garanzia per i vizi.
Ma qual è l’efficacia di essa in caso di vizi occulti?
In poche parole, cosa accade se l’acquirente, una volta acquistata la cosa con contratto di compravendita ove è inserita la suddetta clausola, scopre che l’oggetto presenta di problemi non conosciuti o conoscibili prima?
Andiamo per ordine, anzitutto analizzando il contratto de quo.
Nel contratto di compravendita, definito dall’art. 1470 c.c. come “il contratto che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo”, il venditore, ai sensi dell’art. 1490, comma 1, c.c. è tenuto, tra le altre, “a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore”. Il secondo comma del medesimo articolo precisa poi che “il patto con cui si esclude o limita la garanzia non ha effetto, se il venditore ha in malafede taciuto al compratore i vizi della cosa”.
Quando sussistono dei vizi o difetti sul bene oggetto di compravendita, il compratore, ai sensi dell’art. 1492 c.c. può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto (azione redibitora) o la riduzione del prezzo (azione estimatoria), salvo in ogni caso il risarcimento del danno.
Se l’acquirente intende avvalersi della garanzia dei vizi, ha l’onere, ex art. 1495 c.c., di denunciarne l’esistenza al venditore entro otto giorni dalla scoperta, se si tratta di vizi occulti, ovvero dalla conclusione del contratto, se invece i vizi sono apparenti, a pena di decadenza.
A tal proposito, si sottolinea che la denuncia, per giurisprudenza costante, è un atto recettizio non soggetto a particolari prescrizioni di forma o di contenuto; è, pertanto, sufficiente, al fine di impedire la decadenza di cui al citato art. 1495 c.c., anche una contestazione generica o sommaria che valga a informare il venditore.
Inquadrato l’istituto della compravendita, a questo punto occorre indagare se il venditore risponda per i vizi, ai sensi dell’art. 1490 c.c., allorquando questi siano di difficile individuazione (occulti), oppure possa far valere la clausola “vista e piaciuta” inserita nel contratto, che sembrerebbe prima facie sollevarlo da qualsiasi responsabilità.
Già in passato la Suprema Corte aveva avuto modo di precisare che “la garanzia per i vizi della cosa oggetto della compravendita è esclusa dalla clausola “vista e piaciuta” – la quale ha lo scopo di accertare consensualmente che il compratore ha preso visione della cosa venduta -, qualora si tratti di vizi riconoscibili con la normale diligenza e non taciuti in malafede” (Cass. civ., sez. II, 03.07.1979, n. 3741).
Da tale principio può desumersi, ragionando a contrario, come la clausola non possa riferirsi ai vizi occulti, che si manifestano, cioè, dopo i normali controlli eseguiti in occasione dell’acquisto e, in particolare, dopo l’uso ordinario, anche se più intenso, del bene compravenduto. In caso contrario, del resto, si determinerebbe uno squilibrio contrattuale ingiustificato.
Pertanto, in ossequio anche al canone generale della buona fede e correttezza contrattuale, è pacifico che la clausola in questione non esoneri il venditore dalla garanzia per i vizi occulti, potendo operare soltanto nel caso di difetti riconoscibili ictu oculi o, quantomeno, ravvisabili a seguito di una diligente disamina del bene.
Questa conclusione è stata condivisa dai Giudici di legittimità, anche nel caso – sempre più frequente – di acquisto di bene usato: la Corte di Cassazione, infatti, con sentenza n. 21204 del 19 ottobre 2016, ha affermato che “la garanzia prevista dall’art. 1490 c.c. deve ritenersi operante anche per i casi di vendita di cose mobili usate, dovendo rimanere il vizio della cosa, ed, in particolare, il vizio occulto preesistente alla conclusione del contratto, ben distinto dal semplice logorio del bene, dovuto al normale uso. E anche nei casi di beni usati i contraenti, nel! ‘ambito della loro autonomia contrattuale possono derogare alla disciplina legale della garanzia” …. “la clausola “vista e piaciuta” non può riferirsi ai vizi occulti, quelli che si manifestano cioè, dopo i normali controlli eseguiti ante acquisto, soltanto dopo l’uso del bene compravenduto. Né potrebbe essere diversamente, giacché l’espressione “vista”, se priva di precisazioni rafforzative, inequivocabilmente allude solo ai vizi agevolmente riscontrabili dall’acquirente a primo esame. Pertanto “il visto e piaciuto” di per sé intende riferirsi allo stato apparente in cui si trova il bene compravenduto, cioè così come possa essere, ragionevolmente, percettibile e manifesto ed occorre in ogni caso considerare il senso letterale della clausola alla luce dei principi contrattuali dell’equità e del corretto sinallagma del contratto, nonché della buona fede contrattuale”. Alla luce di quanto esposto, quindi, qualora, in seguito all’acquisto concluso con la formula del “visto e piaciuto”, il compratore verifichi l’esistenza di vizi non riconoscibili al momento della conclusione del contratto, potrà far valere la garanzia, con denuncia del vizio al venditore entro otto giorni dalla sua scoperta.
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