Source: http://sanbenedetto.org/2017/03/11/altro-che-legalizzazione-ora-arriva-anche-il-daspo/
Timestamp: 2018-02-24 13:57:01+00:00
Document Index: 47568127

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Altro che legalizzazione, ora arriva anche il "Daspo" | Comunità San Benedetto al Porto
Altro che legalizzazione, ora arriva anche il “Daspo”
Se il decreto sicurezza del governo fosse approvato, oltre alle condanne penali, il Questore avrebbe il potere di interdire l’accesso e la frequentazione del locale (e anche la zona immediatamente intorno) nel quale si fu arrestati o sorpresi a cedere gli stupefacenti. Una novità che va ben oltre il diritto penale, che limita la libertà di movimento e che purtroppo non è l’unica del decreto sicurezza “Minniti”.
di Andrea Oleandri (coordinatore NMLSG) e Elia De Caro (Antigone)
“Nei confronti delle persone condannate con sentenza definitiva o confermata in grado di appello nel corso degli ultimi tre anni per la vendita o la cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope, di cui all’articolo 73 DPR 309/90, per fatti commessi all’interno o nelle immediate vicinanze di locali pubblici, aperti al pubblico, ovvero in uno dei pubblici esercizi di cui all’articolo 5 della legge 25 agosto 1991, n. 287, il questore può disporre, per ragioni di sicurezza, il divieto di accesso agli stessi locali o a esercizi analoghi, specificamente indicati, ovvero di stazionamento nelle immediate vicinanze degli stessi”.
È questa parte dell’articolo 13 del nuovo decreto sicurezza sul quale, nei prossimi giorni, il Governo potrebbe chiedere la fiducia alla Camera dei Deputati e che conferisce nuovi poteri a Sindaco, Questore, Prefetto, tra cui queste “Ulteriori misure di contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti all’interno o in prossimità di locali pubblici, aperti al pubblico e di pubblici esercizi”.
Un provvedimento che andrà da 1 a 5 anni e che riguarderà tutte le persone che abbiano compiuto almeno 14 anni. Oltre questa pena “accessoria”, per i soggetti con condanna definitiva negli ultimi tre anni, il Questore potrà disporre (per un massimo di due anni) l’obbligo di presentarsi almeno due volte a settimana presso una caserma delle forze dell’ordine; l’obbligo di rientrare nella propria abitazione entro una determinata ora e di non uscirne prima di altra ora prefissata; il divieto di allontanarsi dal comune di residenza; l’obbligo di comparire in un ufficio o comando di polizia specificamente indicato, negli orari di entrata ed uscita dagli istituti scolastici.
Per chi violerà questi provvedimenti, stabilisce sempre il decreto, ci sarà una sanzione amministrativa da 10.000 a 40.000 euro e la sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.
Si ripropongono sostanzialmente quelle sanzioni, dal contenuto che riproduce in parte delle misure cautelari e in altra misure di prevenzione, previste dall’art. 75 bis del DPR 309/90 (Legge Iervolino-Vassalli) dichiarato incostituzionale con sentenza n. 94/2016, che avevano avuto scarsa applicazione e si erano dimostrate del tutto inutili nel garantire l’ordine pubblico e la salute, ovvero i beni giuridici tutelati da tale normativa.
Altro elemento “accessorio” rispetto alla condanna sta nel fatto che, nel caso il reato sia commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di locali pubblici, la concessione della sospensione condizionale della pena potrà essere concessa subordinandola al divieto di accedere in locali pubblici o pubblici esercizi specificamente individuati.
Si realizza un capolavoro di illogicità poiché la sospensione condizionale viene concessa laddove vi sia una prognosi favorevole sull’astensione da condotte criminose: in questo modo, invece, si impone una misura che riproduce il contenuto di una misura cautelare fortemente limitativa della libertà personale.
Tra i firmatari del decreto c’è anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando che meno di un anno fa, intervenendo ad Ungass (la Sessione Straordinaria delle Nazioni Unite sulle droghe), disse che quell’Assemblea rappresentava “un’occasione eccezionale per promuovere maggiore consapevolezza circa l’obiettivo ultimo delle Convenzioni sulla droga: la salute e il benessere dell’umanità”, e che si sarebbe dovuto sfruttare “la flessibilità prevista dalle Convenzioni per applicarle in maniera più bilanciata, efficace ed umana, assicurando che le nostre politiche in materia di droga rispettino pienamente i diritti umani e siano orientate alla tutela della salute”. “La Comunità internazionale — disse ancora Orlando — dovrebbe pienamente riconoscere il consumo di droga come una questione sanitaria e la tossicodipendenza come un disturbo multi-fattoriale cronico e curabile, che dovrebbe essere trattato e non punito. Dovrebbe tenere un approccio pragmatico, non ideologico”.
Appare chiaro come il pensiero di Orlando di allora non sia in linea con i contenuti di questo decreto. Con il provvedimento che ci troviamo davanti, ancora una volta la chiave per affrontare la questione droghe è repressiva e criminalizzante. Lo stigma sociale, uno degli effetti più perversi delle attuali politiche, va oltre la condanna penale e si allarga ad aspetti della vita comunitaria e sociale di una persona limitandone, in maniera preoccupante e del tutto arbitraria, la libertà personale e di movimento.
Come si diceva poco più su si reintroducono quelle sanzioni questorili di cui già all’art. 75 bis dpr 309/90 dichiarato incostituzionale con sentenza della Corte Costituzionale 94/2016 per eccesso di delega.
Inoltre, si deroga anche all’articolo 27 della Costituzione, laddove si viola il principio della presunzione di innocenza, nel momento in cui la sanzione possa essere emessa anche contro chi condannato solo in appello (e quindi ancora in attesa di sentenza definitiva).
Insomma, che l’attuale governo non fosse così disponibile a discutere un cambio di politiche sulle droghe lo si era capito relativamente al disinteresse verso la proposta di legge dell’intergruppo “Cannabis Legale” e alla pletora di emendamenti tesi a frenarne la discussione in commissione o a limitarne fortemente l’ambito di applicazione, tra cui parte di questi presentati proprio da alcuni dei componenti dell’intergruppo.
Con questi provvedimenti si torna però indietro ai nefasti periodi della Fini-Giovanardi e della criminalizzazione totale (e inutile), segnando una pericolosa involuzione verso modelli securitaristi rivelatisi inefficienti e dannosi.
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