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Timestamp: 2018-01-17 14:55:22+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 1', 'art. 29', 'art. 144', 'art. 143', 'art. 144', 'art. 147', 'art. 16', 'art. 24', 'art. 143', 'art. 29', 'art. 37', 'art. 144', 'art. 143', 'sentenza ', 'art. 143', 'art. 143', 'art. 143', 'art. 144', 'art. 145', 'art. 147', 'art. 143', 'art. 7']

Il diritto di coppia prima che la coppia scoppi
Marzario Margherita, 23 luglio 2015
Si verificano sempre più spesso crisi irreversibili di coppia (talvolta con risvolti patologici o nefasti) e si organizzano percorsi di consapevolezza, di identità o di altro. Anziché a posteriori, occorrerebbe a priori prendere consapevolezza che, come vi sono fasi nella formazione della personalità e dell’identità di ognuno, così vi sono fasi nella formazione e nella vita di coppia.
Punto d’inizio e di approdo può essere il discusso ossimoro contenuto nell’art. 29 comma 1 della Costituzione: “[…] famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. La coppia, e successivamente la famiglia, si basa sull’amore – espresso nel termine “matrimonio” che indica la generatività – da cui consegue il rispetto per ogni persona e per il futuro di ogni persona.
La coppia si basa o si dovrebbe basare su vari pilastri, tra cui anche l’amicizia, che è uno dei linguaggi dell’amore, uno dei gradini della scala dell’amore e solo successivamente i figli sono dei mattoni del castello dell’amore. Quel castello da cui si suole dire che chi è fuori vorrebbe entrarvi, chi è dentro vorrebbe uscire perché gravato dai pesi delle responsabilità, tra cui la “manutenzione delle relazioni”, espressione invalsa nell’ambito relazionale. L’amicizia, aspetto trascurato o addirittura ignorato, è quello stadio (etimologicamente da “distendere”) che precede e segue alla passione fisica, è quello spazio fatto di atteggiamenti interiori e concreti, come quelli che si realizzano in tutte quelle espressioni che cominciano col “cum”, “con, insieme”, in primis la comunicazione.
“Nella coppia l’occasione principale per giungere a sentirsi uniti e per creare via via una vera comunione d’anima, è rappresentata soprattutto da un dialogo, in cui i coniugi cerchino di accogliersi totalmente l’uno con l’altro” (Claudio e Violetta Mina, psicologi). Nella nostra legislazione si parla espressamente di “comunione” della coppia nella cosiddetta legge sul divorzio n. 898/1970: “Il giudice […] accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita” (art. 1). Prima di rendersi conto e lagnarsi che è venuta a mancare la comunione bisognerebbe cogliere e coltivare il vero senso del dialogo che è conversazione, discorso tra due o più persone e non “di due o più persone”. Bisognerebbe instaurare nella coppia, già dal fidanzamento, le varie dimensioni del dialogo (da quella filosofica a quella musicale) per sperimentare i vari canali e codici di comunicazione. Il dialogo si basa sulla dialogica, sul riconoscimento che si è in due e che si può non essere o non andare sempre d’accordo, conservando differenze e divergenze. Occorre che la coppia non sia (o non solo) “diadica”, un’entità chiusa all’esterno e ricca solo al suo interno, ma sia dialogica, capace di mettersi in discussione e di aprirsi ad ogni confronto, proprio come la particella “dia” che significa “per mezzo, attraverso”. La coppia è essa stessa “mediazione” di vita e per questo quando è disfunzionale si ricorre (o si dovrebbe ricorrere) alle varie forme di “relazione di aiuto”, dalla consulenza di coppia alla mediazione familiare. “Coppia” da “copula”, due corpi che si uniscono nel coito ma restano e tornano ad essere distinti. L’unità familiare, di cui all’art. 29 comma 2 Costituzione, e l’indirizzo della vita familiare, di cui all’art. 144 cod. civ., indicano il percorso teleologico della coppia.
Con le lettere della parola “coppia” si possono formulare varie parole, positive e negative. Tra quelle positive, “paio”, “copia”, “coppa”, “pio/a”, “poi”. In particolare “coppa” evoca quanto detto dallo scrittore Kahil Gibran sul matrimonio nel famoso “Il Profeta”: “Riempitevi a vicenda le coppe, ma non bevete da una coppa sola. Datevi cibo a vicenda, ma non mangiate dello stesso pane”. La coppia non è una realtà statica, ma dinamica, un progetto di vita. In alcuni Paesi africani esiste il cosiddetto “matrimonio a tappe”, per esempio un matrimonio diventa veramente tale quando nasce il primo figlio. Nel nostro ordinamento, precisamente nel codice civile, sembrano delineate le tappe di crescita di una coppia nei tre articoli che si leggono a compimento del rito, gli artt. 143, 144, 147. L’art. 143 può attribuirsi alla coppia sponsale, l’art. 144 alla coppia coniugale, l’art. 147 alla coppia genitoriale. Propedeutica è la fase del fidanzamento (dal verbo latino “fidere”, aver fede, e, pertanto, fidarsi, confidare), in cui ci si scambia reciproche promesse, in cui si costruisce quel consenso (che porta ad essere “consorti”) che è fondamentale per il matrimonio, affinché sia “libero” e “pieno” in ogni senso (art. 16 par. 2 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).
“Ma scusate, quale donna vorrebbe essere la soluzione ai problemi di immaturità, di solitudine, di depressione di un uomo, o viceversa? Una crocerossina, forse, dunque una donna ugualmente sbilanciata. Conosco molte donne «crocerossine» che stanno insieme a uomini malati. Due persone incompiute non fanno una coppia che funziona, al contrario!” (lo scrittore Simone Perotti). Le scelte sentimentali e relazionali sono determinanti non solo per la propria vita ma anche e soprattutto per quella di eventuali figli. “[…] sviluppare la medicina preventiva, l’educazione dei genitori e l’informazione ed i servizi in materia di pianificazione familiare” (lettera f dell’art. 24 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). La pianificazione familiare non è solo evitare gravidanze indesiderate o numerose, ma progettare una vita insieme (da “simile”) e questo è possibile solo se alla base c’è una vera coppia (da “legare, attaccare”) e non due che si appoggiano l’un l’altro e che in realtà continuano ad essere e a vivere soli pur stando sotto lo stesso tetto e nello stesso letto.
“Una grande virtù, particolarmente necessaria per l’armonia della coppia, è la tolleranza: cioè un’indulgenza verso i limiti del partner, basata sulla realistica consapevolezza che anche persone dotate di amore, di buona volontà e di altri pregi, possono al tempo stesso presentare un certo bagaglio di difetti non facilmente superabili, specialmente se radicati da sempre nel carattere dell’individuo” (C. e V. Mina). “Tollerare” significa “sollevare” e “coppia” significa “legarsi”, vale a dire esperienze che comportano un peso, un impegno e tutto ciò è prescritto nella reciprocità degli obblighi coniugali di cui all’art. 143 comma 2 cod. civ.. Nel matrimonio o, in genere, nella coppia, se c’è sincerità delle persone, nei sentimenti e nei progetti di vita si può passare dalla teoria alla pratica con l’impegno quotidiano e con la buona volontà.
“In passato il matrimonio non sposava solo un uomo e una donna, ma due famiglie. Ora la logica privatizzata del “basta volersi bene” ha tagliato via la dimensione pubblica e parentale di questa unione, considerata ormai polverosa e demodé persino da molti anziani” (il sociologo Vittorio Filippi). Il matrimonio (o estensivamente una convivenza more uxorio) e la conseguente famiglia non sono mai stati, non sono e non potranno essere solo un fatto privato ed affettivo. Le definizioni normative (su tutte quella dell’art. 29 Costituzione in cui si legge “società naturale”) ed extranormative, le istanze di tutela (“assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”, art. 37 comma 1 Costituzione), le patologie causate da famiglie patogene, gli elevati costi economici e sociali di famiglie frantumate rivelano la natura, la dimensione e la funzione sociali della famiglia. È doveroso conoscere e riconoscere la necessità di prevenire ed evitare gli incistamenti relazionali sin dal sorgere della coppia sentimentale. “Coppia”, etimologicamente da “attaccare, legare”: l’uno deve essere consapevole di legarsi al sistema familiare d’origine (S.F.O.) dell’altra. Nelle relazioni odierne, a malapena ci si conosce veramente nella coppia pur stando insieme da decenni perché, spesso, si guarda in direzioni diverse e non si sa cosa si voglia veramente da se stessi e dall’altro.
“Durante il ciclo vitale una coppia deve attraversare sempre momenti di crisi. Una coppia senza crisi sarebbe una “coppia perversa” o, meglio, una coppia finta. Quella tra due persone che si amano può essere vista come una “relazione terapeutica” in cui l’uno, attraverso l’altro, cerca di superare alcune residue dinamiche infantili (tecnicamente, il “residuo di transfert”) per continuare il proprio processo di crescita interiore. Ma attenzione: serve consapevolezza da parte di entrambi i soggetti, perché solo così la coppia può incontrarsi su un piano di maggiore maturità. In questo modo si riduce proprio quel senso di precarietà che rende gli uomini sempre bambini di fronte alle difficoltà dell’esistenza e poco disposti ad assumere le responsabilità della propria vita” (lo psichiatra Luigi Baldascini). Deve essere questo il senso dell’art. 144 cod. civ. “Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia”, in cui si legge “I coniugi concordano l’indirizzo della vita familiare”: i due possono avere tentennamenti, difficoltà, pause, ma l’importante è che si ritrovino nello stesso “indirizzo”.
Anche se ammissibile la “pacifica deroga” all’obbligo di coabitazione (di cui all’art. 143 comma 2) per esigenze lavorative o per accordo tra i due (la storica sentenza Cassazione Sezione I Civile n. 4558/2000), è necessario per il benessere della coppia la consumazione (etimologicamente secondo alcuni da “dare perfezione e compimento”, quindi in passato gli si attribuiva un significato sacro) della quotidianità perché è nella quotidianità che si coltiva il benessere o, viceversa, il malessere della coppia e di ogni persona. Bisognerebbe “rispolverare” il vero senso della coabitazione che, dal legislatore della riforma del diritto di famiglia del 1975, è stato posto non più come primo ma come quarto obbligo reciproco tra i coniugi, non perché sia ultimo ma perché fondamento e realizzazione dei precedenti tre obblighi. Occorre altresì evidenziare che non si recita più nell’art. 143 cod. civ. “obbligo della coabitazione”, ma “obbligo alla coabitazione”, perché deve essere un traguardo cui tendere, cui dare contenuto e vitalità e non uno stato già predisposto. “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama” (dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute, 1986). “Il cibo ha a che fare con il senso stesso della vita. Antropologicamente esso, o per meglio dire l’atto del mangiare, ha una valenza simbolica. Il mangiare, ma ancor prima il cucinare e il mangiare insieme hanno forti valenze spirituali. A tavola non si condivide soltanto il cibo, ma sguardi, parole, sorrisi, cioè il senso della vita sostenuto dal cibo stesso: mangiare insieme è una dimensione che apre la comunione” (il biblista padre Luciano Manicardi). Per la “comunione spirituale e materiale” (da notare che il legislatore della L. 898/1970 ha anteposto l’aggettivo “spirituale” a “materiale”) della coppia è importante cucinare e mangiare insieme, che rientra pure nell’adempimento dei doveri reciproci dei coniugi di cui all’art. 143 cod. civ., in particolare l’assistenza morale e materiale. Nelle dinamiche relazionali è così importante per una coppia il mangiare insieme che uno dei primi obiettivi di quando ci si approccia in una storia d’amore è proprio l’invito a cena. Si dovrebbe continuare a mangiare insieme con lo stesso spirito dell’appuntamento o perlomeno ricordarsi di quello spirito palpitante nei momenti di crisi.
“L’affetto, infatti, non va tenuto in disparte, per certi momenti, ma dovrebbe essere un’atmosfera che impregna tutti i rapporti e in particolare quello verbale, che rappresenta un’occasione frequente e privilegiata di incontro spirituale, in cui l’affetto può tanto aiutare le personalità a compenetrarsi reciprocamente” (C. e V. Mina). Nella coppia coniugale, o in qualsiasi coppia pluriennale, occorre rinverdire l’affetto e manifestarlo nel modo giusto per l’altro (è questa una delle lagnanze più frequenti nelle crisi di coppia); l’affetto è uno dei significati dell’obbligo di assistenza morale di cui all’art. 143 comma 2 cod. civ.. Affetto che deve essere ben gestito e manifestato affinché non diventi anaffettività o disaffettività o dipendenza affettiva, affettività distorte che da larvate diventano sempre più incontrollabili. Scambio di affetto e condivisione è anche vivere quell’indirizzo concordato della vita familiare di cui all’art. 144 cod. civ. per il quale era previsto l’intervento “mediativo” del giudice nell’art. 145 cod. civ. che purtroppo è rimasto inapplicato.
“Bisogna pure comprenderlo, mio padre non ha mai avuto una figura maschile positiva accanto” (dal film “Parenti, amici e tanti guai”). I figli devono essere frutto di adultità, intesa non solo come età ma come raggiungimento di maturità, quando si sono dipanati i propri irrisolti e si sono chiarificati i propri progetti come persona e come coppia. In tal modo sarà più possibile garantire ai figli la migliore formazione possibile, senza metterli in condizione di essere loro i genitori dei propri genitori. I genitori, o meglio gli adulti, devono ricordare sempre, e soprattutto nei periodi critici della coppia, che ogni figlio è un progetto di vita e ha una sua progettualità e che non è un oggetto da progettare. Non sono i figli che fanno e mantengono la coppia, ma è la coppia che fa e mantiene i figli. “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis” (art. 147 cod. civ. modificato dal decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154). È l’unico articolo formulato in tal modo (mentre prima della riforma del diritto di famiglia aveva lo stesso incipit anche l’art. 143 cod. civ.) per rilevare in maniera “edittale” la serietà e l’inestricabilità dell’impegno genitoriale, un impegno con la vita e per la vita; “impegno”, secondo alcuni deriva da “pugno”, ed i genitori hanno in pugno la vita dei figli e la vita in generale, così come anche il verbo mantenere significa “tenere in mano” e tutto ciò deve richiamare all’adultità e alla responsabilità dell’essere genitori. I bambini sono sempre soggetti di diritto e di questo devono prendere coscienza innanzitutto quei genitori che pensano di usare i figli come collante della coppia o si contendono i figli in caso di rottura della coppia. I bambini non devono MAI essere “frutto” di egoismi né nella coppia eterosessuale né in quella omosessuale. Figlio, secondo alcuni etimologi, ha la stessa radice di felicità, pertanto il figlio nasce per una sua felicità ma non per darla a chi si vuole così sentire appagato.
“Questo mondo è pieno di ex mogli ed ex mariti. Ma non esistono ex figli” (Bruno Ferrero, sacerdote salesiano e scrittore). Non esistono ex figli come pure non esistono ex genitori: il fanciullo ha diritto a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito (art. 7 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). “Conoscere” è uno dei verbi che derivano dal latino “cum”, con, insieme: la genitorialità-filiazione è una relazione che si costruisce e si vive insieme, indipendentemente dalle sorti della coppia coniugale o sentimentale.
“Sottomessa o messa sotto, la base della famiglia… chi sta sotto regge il mondo, non chi si mette sopra agli altri” (la scrittrice Costanza Miriano)[1]. Tradizionalmente l’uomo è stato la base della donna, la donna è la base dell’umanità: insieme fanno coppia e famiglia, la storia umana.
Essere e fare vera coppia è partecipare della biofilia, amore per la vita, e della creatività umana: è arte del vivere e convivere.
[1] C. Miriano in “Sposati e sii sottomessa”, ed. Vallecchi 2011