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Timestamp: 2020-08-08 17:44:15+00:00
Document Index: 51211991

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CGIL Padova - Lavoro in carcere: Storica sentenza del Tribunale di Padova che riconosce la dignità del lavoro
Con la sentenza n. 242/2020 – dice l’Avvocata Marta Capuzzo dello Studio Legale Moro – il Giudice del Lavoro del Tribunale di Padova, Dott. Mauro Della Casa, poche settimane fa ha accolto il nostro ricorso nei confronti della Cooperativa Giotto per il riconoscimento del giusto salario al lavoratore detenuto che si è rivolto a noi. La vicenda giudiziaria vede i prodromi della sua nascita nel 2012, ossia quando il detenuto-lavoratore in questione iniziò a lavorare alle dipendenze della coop. sociale Giotto, svolgendo le mansioni di operatore telefonico addetto al Cup ospedaliero, in esecuzione di un appalto conferito alla cooperativa dall'allora Ulss 16 e la cui remunerazione si rifaceva all’adozione del cottimo e del lavoro a domicilio”.
Il lavoro come fattore di dignità professionale e umana dei detenuti
“L’opinione pubblica – continua l’Avvocata Marta Capuzzo – più attenta al rispetto dei diritti del lavoro, ambito in cui la CGIL è, fin dalla sua nascita, fortemente impegnata, ha sempre ritenuto giustamente meritoria la realizzazione di attività lavorativa in carcere. Anche il sentimento comune in Italia accetta che i detenuti acquisiscano dignità professionale e umana attraverso il lavoro.
Concorrono a questo obiettivo una buona legislazione ( l’art. 2° della Leg. Pen. recita ”il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato”) e la presenza di una imprenditorialità cooperativa sociale che ha la finalità di promozione umana e integrazione sociale dei lavoratori detenuti”
Tutto bene ma c'è un "ma"
“Il "Ma" – conclude l'Avv. Capuzzo – riguarda la qualità della remunerazione. Non si è ancora consolidata nella cultura pubblica l'idea che i contratti in carcere debbano prevedere regole e limiti a garanzia della persona lavoratore-detenuto. Non è ancora patrimonio condiviso il Principio di "NON DISCRIMINAZIONE TRA IL LAVORO IN CARCERE E IL LAVORO NELLA SOCIETÀ LIBERA. Perciò, l'attuale sentenza (la prima in Italia a quanto consta, motivo per cui la si può definire "storica") si configura come un importante passo per il riconoscimento del giusto salario alla persona del lavoratore-detenuto.
"In pratica – dice Palma Sergio della Segreteria Confederale della Cgil di Padova, che ha seguito questa vicenda dal suo inizio, ossia da quando era nella Segreteria della Funzione Pubblica CGIL Veneto, – questa sentenza dice chiaramente che il lavoro a domicilio è altra cosa da quello svolto in carcere dal lavoratore-detenuto e che nella fattispecie risulta illegittimo il lavoro a cottimo, non previsto dal Contratto Nazionale di Categoria applicato, cioè il Contratto Collettivo Nazionale Cooperative Sociali.
Viene sancita la dignità del lavoro e ribaltato il ragionamento, che purtroppo sembra essere alla base di questa vicenda che è il seguente: "Caro detenuto, io ti dò il lavoro, ti aiuto in un percorso di recupero però decido io quanto pagarti e come pagarti, anche a cottimo, pure se il cottimo è stato abolito e ringrazia che ti dò questa opportunità". È evidente che questo modo di tendere la mano per aiutare una persona è sbagliato e non lo si può certamente chiamarare riabilitativo, eticamente parlando. Oltretutto, anche se non c'entra con questa sentenza, aggiungiamoci il fatto che una volta fuori dal carcere viene interrotto bruscamente qualsiasi tipo di accompagnamento verso gli ex detenuti e questo avviene proprio quando, forse, ne avrebbero più bisogno. Inevitabile il senso di impotenza e ingiustizia che li pervade. O qualcuno pensa che venire sfruttati aiuti nel recupero?"
Dice Alessandra Stivali della Segreteria FP Cgil di Padova e che fin dall’inizio, all’epoca era nella Segreteria Confederale, ha seguito questa vicenda: “In Funzione Pubblica abbiamo avuto la possibilità di incrociare questa vertenza in diversi, a cominciare da Vinicio Capuzzo, allora nella Segreteteria della FP, che evidenziò la problematica, fino a Roberta Pistorello. All’epoca ero in Segreteria Confederale e ricordo bene l’incredulità che provai nel constatare che proprio nel luogo della riabilitazione e della redenzione sociale si praticasse il lavoro a cottimo, tra l’altro non previsto dal regime contrattuale applicato e cioè quello del Contratto Nazionale delle Cooperative Sociali.
E’ evidente che il lavoro non può essere strumento di sfruttamento, soprattutto se chi dà lavoro, quale appunto una cooperativa sociale, gode di una normativa fiscale vantaggiosa a cui si aggiungono ulteriori sgravi per l'attività che svolge in carcere. E poichè queste modalità lavorative nulla hanno a che fare con il recupero del detenuto, quando il lavoratore si è rivolto a noi abbiamo preso in carico la sua istanza in quanto lavoratore.”
Sentenza Tribunale di Padova N 242-2020 - Lavoro subordinato ordinario in carcere
Così è successo che qualcuno ha deciso di non piegarsi. “La Cgil – dichiara Michele Zanella, Direttore dell’Ufficio Vertenze della CGIL – che ha nel suo DNA l'inclinazione a difendere non solo il lavoro in quanto tale, ma anche le persone che subiscono delle evidenti ingiustizie a prescindere se lavorino o meno, lo ha affiancato quando ha deciso di promuovere una controversia giudiziaria per ribellarsi a questo stato di cose. A farlo è stato un detenuto-lavoratore che ha svolto per anni attività di operatore telefonico, occupandosi di svolgere attività di prenotazione di visite mediche o altre prestazioni specialistiche in favore degli utenti. Lavoro ottenuto dopo un tirocinio formativo durato 9 mesi, che si è svolta all'interno di un'area dedicata e adibita a call center secondo orari di lavoro prestabiliti, con un responsabile interno (anch'egli detenuto) e il controllo costante, anche se in remoto, di una responsabile dell'Azienda opedaliera che si occupava anche di eseguire periodici incontri all'interno del carcere. Come funziona normalmente nei rapporti di lavoro, per assenze o permessi era necessario l'autorizzazione del datore di lavoro. Il contratto, formalizzato secondo lo schema del lavoro a domicilio, prevedeva una retribuzione secondo le regole del cottimo, ossia era legata al numero delle telefonate ricevute ed evase. Non solo: la Giotto aveva pensato bene di adottare un sistema di cottimo collettivo ossia la retribuzione veniva calcolata sulla base di una media del numero di telefonate di tutti gli operatori telefonici del call center in carcere.”
Il Tribunale ha accertato l'illegittimita del rapporto di lavoro evidenziando sia che il rapporto, per le sue caratteristiche concrete, rivelava gli indici della subordinazione ordinaria, sia che, di fatto, la contrattazione collettiva di riferimento non consentiva la previsione di tariffe di cottimo né tanto meno, l'applicazione di tariffe di cottimo collettivo e, sostanzialmente, ne venivano violate le disposizioni. Detta decisione, ad un attento esame, appare in linea con quanto di recente espresso dall'Ispettorato Nazionale del Lavoro (nota del 23 gennaio del 2020, n. 596) che prosprio su questo tema, tra le varie cose, sanciva "È tuttavia necessario che le attività lavorative svolte, siano ontologicamente compatibili con le specificità della disciplina del lavoro a domicilio. A tale riguardo, quindi, la verifica dell'organo di vigilanza deve essere effettuata secondo i medesimi criteri di valutazione adottati per le attività lavorative svolte presso il domicilio privato, a prescindere dalla contingente condizione di detenzione".
"Insomma – conclude Palma Sergio – questa sentenza ribadisce un principio per il quale, come Sindacato e come CGIL, da più di cento ci battiamo: il Lavoro è Lavoro, è Dignità, è ciò che ti fa sentire parte della collettività e il fatto che lo si svolga in carcere non significa che deve essere svilito pagandolo meno. La condizione di detenuto non dà a nessuno il diritto di sfruttamento”.