Source: https://it.scribd.com/document/73021788/doppia-conformita
Timestamp: 2019-10-23 05:31:50+00:00
Document Index: 141077106

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 36', 'art. 97', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 97', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 13', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 3', 'sentenza ']

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Consiglio Di Stato, Sez. v, 23 Gennaio 2012, n. 265
SULLA C.D.
Come noto, il principio della c.d. doppia conformit in materia di sanatoria degli abusi edilizi ha avuto nellart. 13 L. 47 del 1985 il suo primo riferimento normativo, trovando ulteriore conferma nel successivo art. 36 del D.P.R. 380 del 2001, oltre che in molteplici leggi regionali (si pensi, ad esempio, allart. 97 della L.R. Veneto 61/1985 o allart. 43 della L.R. Campania n. 16/2004). Il legislatore nazionale ed i legislatori regionali hanno dato, quindi, ampia conferma alloperativit del principio in oggetto, dimostrando di condividerne la ratio e le finalit di tutela urbanistica. La previsione normativa, infatti, prevedendo la posteriore sanabilit delle sole opere che, ancorch prive del titolo abilitativo od eseguite in parziale difformit dallo stesso, risultassero comunque conformi agli strumenti urbanistici generali e di attuazione approvati sia al momento della realizzazione dellopera sia al momento della presentazione della domanda di sanatoria, ha lobiettivo di evitare modifiche arbitrarie e opportunistiche agli strumenti urbanistici, a tutela e a salvaguardia di un pi generale e pubblico interesse. Sul punto, non altrettanto limpida la posizione della giurisprudenza, il cui atteggiamento risulta piuttosto oscillante. Particolarmente inaspettata stata, al riguardo, la recente sentenza del 7 maggio 20091, con la quale la sesta Sezione del
Sentenza Cons. di Stato, sez. VI, 7.05.2009, n. 2835 secondo la quale: a. La sanatoria edilizia di opere abusive pu ben intervenire anche a seguito di conformit "sopraggiunta" dellintervento in un primo tempo illegittimamente assentito, divenuto cio permissibile al momento della proposizione della nuova istanza dellinteressato, posto che questa si profila come del tutto autonoma rispetto alloriginaria istanza che aveva condotto al permesso annullato in sede giurisdizionale, in quanto basata su nuovi presupposti normativi in materia edilizia; sarebbe infatti palesemente irragionevole negare una sanatoria per interventi che sono legittimamente assentibili al momento della nuova istanza (Cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 12 novembre 2008, n. 5646); b. In materia di rilascio di concessioni edilizie in sanatoria, il principio normativo della "doppia conformit" previsto dallart. 13 della l. 28 febbraio 1985, n. 47 (v. oggi lart. 36 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) riferibile allipotesi ragionevolmente avuta di mira dal legislatore, desumibile cio dal senso obiettivo delle parole utilizzate dalle richiamate disposizioni normative, ipotesi che quella di garantire il richiedente dalla possibile variazione in senso peggiorativo della disciplina edilizia, a seguito di adozione di strumenti che riducano o escludano, appunto, lo jus aedificandi quale sussistente al momento dellistanza. Quindi, la tipicit del provvedimento di accertamento in sanatoria, quale espressione di disposizione avente carattere di specialit, va rigorosamente intesa come riferimento al diritto "vigente" (Cfr. Cons. Stato, Sez. V, 29 maggio 2006, n. 3267), e commisurata alla finalit di "favor" obiettivamente tutelata dalla previsione, in modo da risultare conforme al principio di proporzionalit e ragionevolezza nel contemperamento dellinteresse pubblico e privato; c. Lart. 13 della l. 28 febbraio 1985, n. 47 (v. oggi lart. 36 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380), nella parte in cui prevede, per il rilascio della concessione in sanatoria, il requisito della "doppia
Consiglio di Stato sembra aver nuovamente operato un revirement della propria posizione. Invero, lorientamento sostenuto dal Supremo Collegio in questa sentenza, in evidente disarmonia con la pi recente giurisprudenza amministrativa di primo e di secondo grado2 ed in contrasto con il dettato legislativo, comporta una disapplicazione sostanziale del duplice e pi restrittivo requisito introdotto dallart. 13 L. 47 del 1985.
conformit", non pu ritenersi diretto a disciplinare lipotesi inversa dello jus superveniens edilizio favorevole, rispetto al momento ultimativo della proposizione dellistanza. In effetti, imporre per un unico intervento costruttivo, comunque attualmente "conforme", una duplice attivit edilizia, demolitoria e poi identicamente riedificatoria, lede parte sostanziale dello stesso interesse pubblico tutelato, poich per un solo intervento, che sarebbe comunque legittimamente realizzabile, si dovrebbe avere un doppio carico di iniziative industriali-edilizie, con la conseguenza, contrastante con il principio di proporzionalit e di un significativo aumento dellimpatto territoriale ed ambientale, (altrimenti considerato in termini pi ridotti alla luce della "ratio" della norma in tema di accertamento di conformit) (Cfr. Cons. Stato, Sez. V, 21 ottobre 2003, n. 6498, secondo cui "gli artt. 13 e 15 della l. 28 febbraio 1985, n. 47, richiedenti per la sanatoria delle opere realizzate senza concessione e delle varianti non autorizzate, che lopera sia conforme tanto alla normativa urbanistica vigente al momento della realizzazione dellopera, quanto a quella vigente al momento della domanda di sanatoria, sono disposizioni contro linerzia dellAmministrazione, e significano che, se sussiste la doppia conformit, a colui che ha richiesto la sanatoria non pu essere opposta una modificazione della normativa urbanistica successiva alla presentazione della domanda. Tale regola non preclude il diritto ad ottenere la concessione in sanatoria di opere che, realizzate senza concessione o in difformit dalla concessione, siano conformi alla normativa urbanistica vigente al momento in cui lautorit comunale provvede sulla domanda in sanatoria". 2 Setenza Cons. di Stato, sez. V, 25.02.2009, n. 1126 e, ad ulteriore titolo esemplificativo, le sentenze del T.A.R Napoli Campania e, per un parere conforme alle posizioni qui adottate, T.A.R. Catania Sicilia, sez. I, 9.01.2009, n. 5 ove il collegio puntualizza che Parte della giurisprudenza si sforzata di mitigare gli effetti della rigorosa applicazione della normativa in questione, costruendo la cosiddetta sanatoria giurisprudenziale, la quale ammette la sanabilit di un'opera, anche se abusivamente realizzata, qualora ne risulti la conformit alla disciplina urbanistica vigente al momento del rilascio del titolo abilitativo (e addirittura anche solamente a quelle applicabili al momento della presentazione dell'istanza: C.d.S., Sez. V, 19 aprile 2005, n. 1796), rinvenendo tale orientamento la sua ratio nell'esigenza di non imporre la demolizione di un'opera prima di ottenere la concessione per realizzarla nuovamente. (cfr.: T.A.R. Abruzzo Pescara, 11 maggio 2007 , n. 534); cos opinando, sostanzialmente si supera e si svuota di significato la previsione della doppia conformit delle opere che si intende sanare agli strumenti urbanistici vigenti all'epoca della realizzazione ed al'epoca della domanda di sanatoria. Tuttavia, il collegio ritiene preferibile l'orientamento che - criticando l'impostazione della sanatoria giurisprudenziale - riafferma le molte buone ragioni che militano in favore della necessit della doppia conformit. Premesso che l'accertamento di conformit previsto dall'art. 13, l. 28 febbraio 1985 n. 47 (ora, art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001), diretto a sanare - a regime - le opere solo formalmente abusive, in quanto eseguite senza concessione o autorizzazione, ma conformi nella sostanza alla disciplina urbanistica applicabile per l'area su cui sorgono, vigente sia al momento della loro realizzazione che al momento della presentazione dell'istanza di sanatoria (cfr.: T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 21 marzo 2008 , n. 1460; T.A.R. Emilia Romagna Parma, 13 dicembre 2007 , n. 620), si osserva che le pur apparentemente forti ragioni invocate a sostegno della tesi contraria a quella qui seguita sono in realt tutte superabili. Denominatore comune delle argomentazioni solitamente addotte in favore della c.d. sanatoria giurisprudenziale costituito dalla pretesa esigenza di ispirare l'esercizio del potere di controllo sull'attivit edificatoria dei privati al buon andamento della p.a., canone costituzionale (art. 97 della Carta) che imporrebbe, in sede di accertamento di conformit ex art. 13 della l. n. 47/1985 (ed ora art. 36 del d.P.R. n. 380/2001), di accogliere l'istanza di sanatoria per quei manufatti che potrebbero ben essere realizzati sulla base della disciplina urbanistica attualmente vigente, ancorch non conformi alla disciplina vigente al momento della loro realizzazione. Si eviterebbe, cos, uno spreco di attivit inutili,
Levidente conseguenza di questo orientamento consiste nellinoperativit dei limiti e delle tutele che ispirano la norma, posto che la sua ratio, diretta a sanare unicamente gli abusi derivanti dalla sola mancanza o difformit del titolo abilitativo3, viene superata
sia dell'amministrazione (il successivo procedimento amministrativo preordinato alla demolizione dell'opera abusiva), sia del privato (la nuova edificazione), sia ancora dell'amministrazione (il rilascio del titolo per la nuova edificazione). A ben guardare, invece, quella sorta di antinomia che si vorrebbe creare con l'affermazione della cd. sanatoria giurisprudenziale - e quindi con il sostanziale ripudio dell'esigenza della doppia conformit, ad onta della sua esplicita previsione negli artt. 13 e 36 citati - tra i principi di legalit e di buon andamento della P.A., con assegnazione della prevalenza a quest'ultimo, in nome di una presunta logica "efficientista", risulta artificiosa (cfr.: T.A.R. Lombardia Milano, sez. II, 09 giugno 2006 , n. 1352). Va innanzitutto osservato che l'agire della pubblica amministrazione deve essere in ogni sua fase retto dal principio di legalit, inteso quale regola fondamentale cui informata l'attivit amministrativa (cfr. l'appena citata decisione del Tar Milano, ed ivi ulteriore ragguaglio giurisprudenziale) e che trova un fondamento positivo in varie disposizioni costituzionali (artt. 23, 97, 24, 101 e 113 Cost.). In altri termini, lungi dall'esservi antinomia fra efficienza e legalit, non pu esservi rispetto del buon andamento della p.a., ex art. 97 Cost., se non vi nel contempo rispetto del principio di legalit. Il punto di equilibrio fra efficienza e legalit, stato, nella specifica materia in questione, individuato dal legislatore nel consentire - come gi detto - la sanatoria dei c.d. abusi formali, sottraendo alla demolizione le opere che risultino rispettose della disciplina sostanziale sull'utilizzo del territorio, e non solo di quella vigente al momento dell'istanza di sanatoria, ma anche di quella vigente all'epoca della loro realizzazione (e ci costituisce applicazione del principio di legalit), e quindi evitando un sacrificio degli interessi dei privati che abbiano violato soltanto le norme che disciplinano il procedimento da osservare nell'attivit edificatoria (e ci in applicazione dei principi di efficienza e buon andamento, che sarebbero violati ove agli aspetti solo formali si desse un peso preponderante rispetto a quelli del rispetto sostanziale delle norme generali e locali in materia di uso del territorio). La vera insanabile contraddizione starebbe, da un lato nell'imporre alle autorit comunali di reprimere e sanzionare gli abusi edilizi, dall'altro consentire violazioni sostanziali della normativa del settore, quali rimangono - sul piano urbanistico - quelle conseguenti ad opere per cui non esista la cd. doppia conformit, dovendosi aver riguardo al momento della realizzazione dell'opera per valutare la sussistenza dell'abuso (cfr. la gi richiamata sentenza del Tar Milano n. 1352/2006). Ci in quanto sarebbe davvero contrario al buon andamento ammettere che l'amministrazione, una volta posta la disciplina sull'uso del territorio, di fronte ad interventi difformi dalla stessa sia indotta - anzich a provvedere a sanzionarli - a modificare la disciplina stessa. Si finirebbe cos per incoraggiare, anzich impedire, gli abusi, perch ogni interessato si sentirebbe incitato alla realizzazione di manufatti difformi, contando sulla loro acquisizione di conformit ex post, a mezzo di modifiche della disciplina del settore. Va inoltre tenuto nel debito conto che la sanabilit degli abusi sostanziali ottenibile non attraverso lo strumento dell'accertamento di conformit ex artt. 13 e 36 cit., ma tramite il diverso istituto giuridico del condono (T.A.R. Puglia, Lecce, n. 1007 del 1990; Tar Milano, n. 1352/2006, cit..) e nei limiti, in specie temporali, in cui quest'ultimo applicabile alla fattispecie concreta considerata. Infine, la sanatoria giurisprudenziale non ha trovato conferma - come spesso accade con gli istituti di creazione pretoria - nella recente legislazione, ch, anzi, la doppia conformit continua ad essere esplicitamente richiesta dall'art. 36 del d.P.R. n. 380/2001. In ordine a questo rilevante aspetto della questione stato osservato che il mancato recepimento nell'art. 36 t.u. dell'edilizia ( nonostante l'auspicio in tal senso espresso nel parere del 29 marzo 2001 della Adunanza generale del Consiglio di Stato - dell'orientamento affermatosi nel vigore dell'art. 13 l. 28 febbraio 1985 n. 47 e che viene denominato "sanatoria giurisprudenziale") impedisce che l'applicazione delle disposizioni che consentono la sanatoria degli abusi, prevedendo un provvedimento tipico oggetto di una disciplina puntuale ed esaustiva nell'art. 36 t.u. dell'edilizia, subisca ampliamenti in via interpretativa, e che in particolare si superi la c.d. doppia conformit (cfr.: Consiglio Stato , sez. IV, 26 aprile 2006 , n. 2306).
Sul punto, la giurisprudenza campana si esprime costantemente in termini di abuso formale, in quanto caratterizzato dallassenza del titolo abilitativo ma conforme, nella sostanza, alla disciplina urbanistica
e rovesciata dalla pronuncia in analisi. La sesta sezione del Consiglio di Stato, infatti, permettendo la sanabilit degli interventi edilizi in virt di uno jus interveniens edilizio favorevole, apre le porte alle sanatorie ad hoc, ottenute tramite lintroduzione di una disciplina urbanistica mirata e di favore. E ci proprio quanto il legislatore intendeva evitare introducendo il requisito della doppia conformit! A fronte di quanto sin qui detto, non sembra potersi condividere latteggiamento adottato della giurisprudenza del Consiglio e lesito cui pervenuta con la sentenza del 7 maggio 2009. Con essa, infatti, i giudici hanno platealmente disapplicato, con argomentazioni piuttosto discutibili, una disposizione legislativa chiara e consolidata. Occorre considerare, inoltre, le problematiche implicazioni della pronuncia sugli operatori del diritto, che si trovano ad avere evidenti difficolt nel conciliare il difforme (e pur sempre oscillante) orientamento giurisprudenziale con quello legislativo, decisamente pi consolidato. E di tutta evidenza, infatti, che la certezza operativa della norma oggi messa in discussione dalla interpretazione giurisprudenziale. La ratio dellart. 13 L. 47/1985 (e del successivo art. 36 D.P.R. n. 380/2001), la cui rigidit giustificata da chiare e comprensibili esigenze di deterrenza rispetto un uso scorretto degli strumenti urbanistici contrario allinteresse pubblico, risulta frustrata dalla creativit manifestata dalla giurisprudenza con questa sua ultima pronuncia. E pur vero che la norma, per come strutturata, non soggetta a deroghe ed, anzi, pu comportare dei problemi operativi in relazione ai singoli casi concreti. Non si pu negare, infatti, che lapplicazione delle disposizioni ai singoli casi concreti spesso risulti pesantemente punitiva per gli interessati, probabilmente in maniera eccessiva. Invero, se lintento della giurisprudenza mirava a rendere pi flessibile la disciplina, avrebbe dovuto sollevare una questione di costituzionalit della norma perch la Suprema Corte ne valutasse la ragionevolezza, ai sensi dellart. 3 della Costituzione. Il Consiglio di Stato, invece, con la sentenza n. 2835 del 7 maggio, nellintento di correggere il sistema, finisce per non farci pi capire che cosa significhi Principio di Legalit e se esso mantenga un significato nellordinamento italiano.
applicabile allarea su cui sorge lopera (cfr. T.A.R. Campania, sez VI, 17.12.2008, n. 21345, T.A.R. Campania, sez. II, 7.11.2008, n. 19373, T.A.R. Campania, sez. VI, 5.03.2008, n. 1106; T.A.R. Campania, sez VI, 31.12.2007, n. 16682).
Malo, 3 Giugno 2009
Dott.ssa Maria Gioia Zamburlin (http://venetoius.myblog.it)
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