Source: http://www.ingiustadetenzione.it/sentenza-2451-2014.html
Timestamp: 2018-12-13 07:06:43+00:00
Document Index: 900155

Matched Legal Cases: ['art. 648', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 29', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 315', 'art. 606', 'art. 314', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 314', 'sentenza ', 'art. 314', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 314', 'art. 273', 'art. 273', 'art. 280', 'sentenza ', 'art. 314', 'art. 314', 'sentenza ', 'art. 157', 'art. 314']

Sentenza 2451/2014
Dott. SQUASSONI Claudia -Presidente-
Dott. DI NICOLA Vito -rel. Consigliere-
Dott. ANDREAZZA Gastone -Consigliere-
Dott. GENTILI Andrea -Consigliere-
Dott. PEZZELLA Vincenzo -Consigliere-
sul ricorso proposto da: D.R., nato il (OMISSIS);
nei confronti del: Ministero dell'economia e delle finanze,
avverso l'ordinanza del 24/02/2014 della Corte di appello di Catania;
udita la relazione svolta del consigliere Dott. DI NICOLA Vito;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero che ha chiesto l'annullamento con rinvio.
La Corte di appello di Catania, giudicando in sede di rinvio, ha rigettato, con l'ordinanza in epigrafe, la domanda di riparazione per l'ingiusta detenzione proposta da D.R. nei confronti del Ministero dell'economia e delle finanze.
È pacifico e non controverso, risultando anche dal ricorso, che il ricorrente fu attinto da ordinanza di custodia cautelare in regime di arresti domiciliari per i reati previsti (capo b) dalla L. 2 ottobre 1967, n. 895, artt. 1 e 2, per avere illegalmente introdotto nello Stato, posto in vendita e detenuto nove barre contenenti combustibile nucleare; (capo c) dall'art. 648 c.p. per aver ricettato le suddette nove barre; (capo d) dalla L. 9 luglio 1990, n. 185, artt. 2 e 25, per avere senza autorizzazione importato e fatto transitare le nove barre contenenti materiale nucleare; (capo e) dalla L. 27 febbraio 1992, n. 222, art. 12, per avere detenuto e posto in transito in Italia le dette nove barre di materiale nucleare.
A seguito dell'espletamento di perizia dibattimentale volta ad accettare la reale natura del materiale contenuto nell'unica barra in sequestro, il pubblico ministero contestò agli imputati i reati previsti dal D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 230, artt. 23 e 136 (capo f), per avere detenuto, senza averne fatto denunzia, materie fissili e speciali, materiali e combustibili nucleari; dalla L. 31 dicembre 1962, n. 1860, art. 5 e art. 29, comma 2 (capo g), per avere trasportato il detto materiale nucleare senza la prescritta autorizzazione; dal D.Lgs. 24 febbraio 1997, n. 89, art. 7 (capo h), per avere effettuato operazioni di esportazione di barre contenenti combustibile nucleare, da considerarsi materiale a duplica uso militare e civile, ai sensi del regolamento 94/3381 del Consiglio CE del 19 dicembre 1994 e dell'allegato 1 alla decisione 96/613/PESC del Consiglio CE del 22 ottobre 1996, con l'aggravante di cui al D.L. 13 maggio 1991, n. 152, art. 7 convertito in L. 12 luglio 1991, n.203.
Con sentenza dell'11 ottobre 2001 il tribunale di Catania dichiarò gli imputati (tra cui D.R.) colpevoli dei soli reati contestati in udienza dal pubblico ministero, e precisamente dei reati cui ai capi f), in esso assorbito il capo b), di cui al capo g), in esso assorbito il capo d), e di cui al capo h), e limitatamente ad una sola barra di uranio e condannò, per quanto qui interessa, D.R. alla pena di anni tre, mesi due e giorni otto di reclusione, assolvendo tutti gli imputati dai reati di introduzione nello Stato e di offerta in vendita di cui alla residua contestazione ex capo b), di ricettazione di cui al capo c), e di esportazione e di offerta in vendita di materiale di armamento di cui alla residua contestazione ex capo d), perchè il fatto non sussiste, e dal reato di cui al capo e) perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.
La Corte d'appello di Catania, con sentenza del 3 maggio 2004, dichiarò estinti per prescrizione i reati di cui ai capi f) e g) e rideterminò la pena per il reato di cui al capo h), confermando nel resto la sentenza di primo grado.
D.R., unitamente ad altri coimputati, propose ricorso per cassazione e la Corte Suprema annullò la sentenza impugnata nonchè la sentenza del tribunale di Catania dell'11 ottobre 2001 per incompetenza territoriale, con rinvio al tribunale di Roma competente per territorio.
Il Gip presso il tribunale di Roma, su richiesta del pubblico ministero, cui erano stati trasmessi gli atti per l'ulteriore corso, archiviò il residuo reato di cui al capo h) per intervenuta prescrizione.
All'esito, D.R. propose domanda di riparazione per ingiusta detenzione (pari a quattordici mesi di custodia cautelare) che venne dichiarata inammissibile ma, a seguito di ricorso, la relativa ordinanza venne annullata con rinvio dalla Corte di cassazione per nuovo esame.
La Corte territoriale ha poi rigettato nel merito le istanze ex art. 315 c.p.p., sul rilievo che non è configurabile il diritto alla riparazione per l'ingiusta detenzione nel caso di estinzione del reato per prescrizione, a meno che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile, o a quella in concreto inflitta, ma solo per la parte di detenzione subita in eccedenza, ovvero quando risulti accertata in astratto la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'ingiustizia formale della privazione della libertà personale.
Con unico complesso ed articolato motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), in relazione all'art. 314 c.p.p., nonchè per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in base a vizio risultante dal testo del provvedimento impugnato.
In sintesi, assume che, disposta l'archiviazione da parte dell'autorità giudiziaria romana, non è stata pronunciata, come erroneamente dedotto dalla Corte catanese, una sentenza di proscioglimento per prescrizione che, se emessa, avrebbe implicato l'accertamento del reato contestato; è stato invece emesso un decreto di archiviazione, reso prima ancora che l'autorità giudiziaria competente svolgesse qualsiasi indagine diretta ad accertare la sussistenza o meno del reato sicchè non poteva affermarsi fosse stato compiuto, neppure in via incidentale, un accertamento sull'esistenza di esso, conseguendo da ciò la mancanza di ogni indagine di merito sulla responsabilità sia in ordine al reato di cui al capo h) e sia per gli altri reati posti originariamente a fondamento dell'ordinanza di custodia cautelare da cui era scaturita la detenzione ritenuta ingiusta.
Subita quindi una restrizione della libertà personale sulla base di un titolo inesistente per fatti non accertati, emergendo l'illegittimità anche formale della detenzione per la sopravvenuta nullità dei titoli custodiali in quanto emessi da autorità giudiziaria incompetente, e mai rinnovati, e risultando infine non contestati i calcoli effettuati dagli attori sul quantum debeatur, il ricorrente chiede l'annullamento dell'ordinanza impugnata con le conseguenze di legge.
Il Procuratore generale, nella requisitoria scritta, ha concluso in conformità alla tesi sostenuta dal ricorrente che ha fatto pervenire memoria con la quale ha ribadito le prospettazioni contenute nel ricorso ed avversate con memoria prodotta dal convenuto Ministero.
Il ricorso è infondato nei limiti e sulla base delle considerazioni che seguono.
La questione sottoposta alla Corte è se e a quali condizioni, in tema di riparazione per l'ingiusta detenzione, il diritto all'indennizzo può essere riconosciuto anche in presenza di un decreto di archiviazione pronunciato per prescrizione del reato e, in caso positivo, a quali ulteriori condizioni tale principio si applichi nelle ipotesi di imputazioni cumulative, incise dal titolo custodiale, in ordine alle quali sia intervenuta, per alcune di esse, sentenza di proscioglimento nel merito o decreto di archiviazione.
Questa Corte ha già affermato che non è configurabile il diritto alla riparazione per l'ingiusta detenzione in caso di estinzione del reato per prescrizione, a meno che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile, o a quella in concreto inflitta, ma solo per la parte di detenzione subita in eccedenza, ovvero quando risulti accertata in astratto la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'ingiustizia formale della privazione della libertà personale (Sez. 4^, n. 34661 del 10/06/2010, Mugeri, Rv. 248076), precisando che tale principio è applicabile anche all'ipotesi in cui il diniego del diritto alla riparazione per l'ingiusta detenzione sia fondato su un decreto di archiviazione emesso per la intervenuta prescrizione del reato (Sez. 4^, n. 38167 del 10/07/2013, Paterno, Rv. 256207).
Secondo quanto disposto dall'art. 314 c.p.p., comma 3, che rinvia al primo comma del medesimo articolo, il decreto di archiviazione può, di certo, dare luogo alla riparazione per l'ingiusta detenzione nei casi di infondatezza della notizia di reato (perchè il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perchè il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato), e ciò esclude che il diritto alla riparazione maturi anche quando il procedimento sia definito, con sentenza o con decreto di archiviazione, per estinzione del reato per prescrizione.
Va tuttavia ricordato che dell'art. 314 c.p.p., il quale peraltro equipara gli epiloghi decisori ivi contemplati (decreto di archiviazione e sentenza di non luogo a procedere), rinvia anche al comma 2 dello stesso articolo per disciplinare le condizioni, in aggiunta a quelle previste nel comma 1, dalle quali origina il diritto alla riparazione, con la conseguenza che il diritto spetta anche a coloro la cui posizione processuale sia stata definita con decreto di archiviazione o con una sentenza di non luogo a procedere e che nel corso del processo siano stati sottoposti a custodia cautelare, quando sia stato accertato che il provvedimento dispositivo della misura sia stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilitÃ previste dagli artt. 273 e 280 c.p.p..
Ne consegue che la disposizione prevista dall'art. 314 c.p.p., comma 2, disciplina esclusivamente i casi in cui, a prescindere dall'esito del processo (quindi anche nell'ipotesi di condanna), si accerti con decisione irrevocabile che la custodia cautelare sia stata disposta o mantenuta illegittimamente per la mancanza dei gravi indizi di colpevolezza (art. 273 c.p.p., comma 1), per la presenza di una fattispecie impeditiva della restrizione (art. 273 c.p.p., comma 2) operativa in partenza o intervenuta nel corso della perdurante restrizione della "libertà in senso stretto" oppure senza la presenza delle particolari condizioni di applicabilitÃ delle misure coercitive previste dall'art. 280 c.p.p..
È noto che tra le fattispecie impeditive delle restrizioni della libertà personale figurano le cause di estinzione del reato (tra cui la prescrizione) ma esse per fungere da condizioni negative di applicabilità delle misure cautelari personali devono sussistere in via genetica, devono cioè essere operative in partenza, nel senso che la custodia cautelare deve essere stata disposta nonostante l'esistenza attuale di una causa di estinzione del reato impeditiva dell'adozione della misura cautelare custodiate.
Va anche ricordato che la Corte costituzionale, con sentenza 11 giugno 2008 n. 219, ha ampliato il contenuto del diritto alla riparazione dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'art. 314 c.p.p., nella parte in cui non risulta previsto il diritto all'equa riparazione allorquando la pena definitivamente inflitta all'imputato, ovvero oggetto di una preclusione processuale che la sottragga a riforma nei successivi gradi di giudizio, risulti inferiore al periodo di custodia cautelare sofferto".
Con la pronuncia richiamata, la Corte costituzionale ha escluso che il diritto alla riparazione debba essere automaticamente ricollegato al proscioglimento nel merito: ma ciò non significa che gli epiloghi decisori, diversi da quelli indicati nel primo comma dell'art. 314 c.p.p., radichino per ciò solo il diritto alla riparazione.
Si deve in primo luogo considerare che, quando il reato è dichiarato estinto per intervenuta prescrizione, la natura del provvedimento (sia esso sentenza di proscioglimento o decreto di archiviazione) si fonda sul mero decorso del tempo che costituisce un elemento neutro per stabilire l'ingiustizia o meno della detenzione.
In secondo luogo, va tenuto presente come la prescrizione sia sempre espressamente rinunciabile dall'imputato (art. 157 c.p., comma 7) che ha quindi la possibilità di optare per una scelta difensiva diretta ad ottenere il proscioglimento nel merito ove ritenga che la detenzione cautelare sia stata ingiustamente applicata nei suoi confronti.
Nel caso di specie, il ricorrente, senza che sia stata accertata l'ingiustizia sostanziale o formale della detenzione cautelare sofferta, impropriamente reclama il diritto alla riparazione per il solo fatto che il procedimento sia stato archiviato per essere il reato estinto per prescrizione.
Nè rileva il fatto che, seppure ex post, sia stata accertata l'incompetenza dell'autorità giudiziaria che emise i provvedimenti custodiali, derivando da ciò, secondo il ricorrente, l'ingiustizia formale di essi, perchè l'adozione di titoli custodiali da parte di giudice incompetente esula dalle fattispecie (art. 314 c.p.p., comma 2) di mancanza delle condizioni di applicabilità di cui agli artt. 273 e 280 c.p.p., al cui solo cospetto è integrabile il requisito dell'ingiustizia formale del titolo custodiale.
È vero, come sottolinea il Procuratore generale, che, in materia di riparazione per l'ingiusta detenzione, vale il principio che, se il provvedimento restrittivo della libertà è fondato su più contestazioni, il proscioglimento con formula non di merito anche da una sola di queste, semprechè autonomamente ; idonea a legittimare la compressione della libertà, impedisce il sorgere del diritto, irrilevante risultando il pieno proscioglimento dalle altre imputazioni (da ultimo, Sez. 4^, n. 31393 del 18/04/2013, Lili, Rv. 257778).
Nel caso di specie, sia dal ricorso che dal testo del provvedimento impugnato, risulta che la declaratoria di prescrizione, pronunciata con il decreto di archiviazione, ha investito il solo reato di cui al capo h) e ciò significa che l'autorità giudiziaria romana ha correttamente ritenuto coperti dal giudicato interno parziale i reati di cui al capo f) e al capo g), che avevano assorbito rispettivamente i reati di cui al capo b) ed al capo d) e per i quali la custodia cautelare fu pure disposta.
Va infatti ricordato che, in ordine ad essi, il ricorrente riportò in primo grado condanna, sebbene limitatamente alla parte dell'imputazione cautelare assorbita nella definitiva imputazione penale come risultante dalla successiva contestazione orale dibattimentale, a pena detentiva ampiamente superiore, come ha precisato la Corte territoriale, alla custodia cautelare sofferta ed i relativi reati furono dichiarati estinti per prescrizione in secondo grado, con rideterminazione della pena per il solo reato di cui al capo h) sicchè, da un lato, non è neppure esatta l'affermazione del ricorrente secondo la quale mancherebbe un accertamento incidentale in ordine alla corretta applicazione della custodia cautelare e, dall'altro, occorre considerare che l'intervenuta prescrizione, ossia l'adozione di una formula di proscioglimento non di merito, che è stata dichiarata dalla Corte di appello di Catania e che ha polverizzato la precedente condanna, è stata ritenuta dal Giudice della riparazione, in quanto autonomamente idonea a legittimare la compressione della libertà, ostativa al sorgere del diritto, essendo risultato perciò irrilevante il pieno proscioglimento, dalle altre imputazioni.
Va pertanto affermato il principio che, in tema di riparazione per l'ingiusta detenzione, non spetta il diritto all'indennizzo nell'ipotesi di archiviazione per prescrizione del reato, a meno che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile, o a quella in concreto inflitta, ma solo per la parte di detenzione subita in eccedenza, oppure salvo che risulti accertata in astratto la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'ingiustizia formale della custodia cautelare sofferta e fermo restando che, se il provvedimento restrittivo della libertà è fondato su più contestazioni, il proscioglimento con formula non di merito anche da una sola di queste, in tanto impedisce il sorgere del diritto se ed in quanto sia autonomamente idonea a legittimare la compressione della libertà, irrilevante risultando il pieno proscioglimento dalle altre imputazioni.
Da ciò consegue il rigetto del ricorso consegue e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.