Source: https://www.laleggepertutti.it/167221_e-possibile-una-condanna-esemplare
Timestamp: 2018-09-20 15:31:41+00:00
Document Index: 175617934

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È possibile una condanna esemplare?
Le Sezioni Unite riconoscono la possibilità di un risarcimento ulteriore rispetto al danno subito quando il danneggiante ha agito con dolo o colpa grave.
«Puniscine uno per educarne cento» diceva Mao Tse-Tung nel 1949: una politica punitiva ripresa anche dalle Brigate Rosse negli anni ’70. Senonché nel nostro ordinamento non è legale la cosiddetta «condanna esemplare», quella cioè che, andando oltre la punizione stabilita dalla legge per un determinato comportamento, assegna al colpevole una condanna più pesante per ragioni di ordine pubblico e sociale. Si chiamano anche danni punitivi (o «punitive ramages») e sono invece del tutto leciti nel diritto anglosassone. In pratica, numerosi Stati esteri, tra cui gli Usa, consentono il riconoscimento al danneggiato di una somma ulteriore, a titolo di risarcimento, rispetto a quella necessaria per compensare il danno da lui subito qualora il danneggiante abbia agito con dolo o colpa grave.
Così inquadrata, la condanna esemplare presenta il rischio di accordare una eccessiva discrezionalità al giudice, consentendogli di prevedere qualcosa che la legge non ha mai voluto prevedere. La stessa certezza del diritto e della pena ne verrebbero meno proprio per l’impossibilità, da parte del colpevole, di sapere in anticipo a cosa va incontro nel momento in cui compie un comportamento non corretto. Insomma, la condanna esemplare (o i «punitive damages») finiscono per non avere una funzione risarcitoria, ma punitiva. Se volessimo fare un esempio scolastico di danno punitivo potremmo pensare al comportamento di un ragazzino che scarica cinque album musicali dal web attraverso un sito pirata a cui il giudice assegna una condanna di diverse decine di migliaia di euro, superiori quindi al danno effettivamente subìto dalla casa discografica, proprio nell’intento di educare la collettività e far comprendere il disvalore che deve avere la condotta di chi compie atti di pirateria informatica.
Proprio per ciò, a lungo la giurisprudenza ha escluso la possibilità delle condanne esemplari nel nostro ordinamento. Risultato: il giudice non può condannare il colpevole a un risarcimento ulteriore rispetto al danno effettivamente subìto dalla vittima.
Ora però c’è stato un parziale dietrofront. Con una sentenza di ieri [1] le Sezioni Unite della Cassazione hanno ammesso la possibilità di riconoscere, all’interno del nostro Paese, le sentenze straniere di condanna che prevedono, oltre al risarcimento del danno in sé e per sé, anche i danni punitivi. Ma ad una sola condizione: la sentenza straniera dovrà essere ancorata a una dato normativo che permetta la tipicità delle ipotesi di condanna, la loro prevedibilità e i limiti di natura quantitativa al risarcimento stesso.
Questa apertura delle Sezioni unite non significa però che da domani anche per cause solo nazionali i giudici italiani potranno accordare un (anche notevole) incremento nel risarcimento dei danni. Gli effetti della sentenza in commento si limitano solo ai provvedimenti stranieri. Invece, per applicare questo istituto anche nel nostro Paese sarebbe necessaria una apposita legge.
Dunque, per oggi, chi commette in Italia una condotta illecita, che è fonte di danno per un’altra persona, può essere condannato a risarcire quest’ultima nei limiti del danno stesso (e non oltre), nelle sue due componenti del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale (danno biologico e morale).
[1] Cass. S.U. sent. n. 16601/2007 del 5.07.2017.
Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 7 febbraio – 5 luglio 2017, n. 16601
Presidente Rordorf – Relatore D’Ascola
la sentenza del 23 settembre 2008, esecutiva, della Circuit Court of the 17th Judicial Circuit for Broward Count (Florida), confermata in appello dal District Court of Appeal of the State of Florida, dell’U agosto 2010, che aveva concannato la società italiana AXO Sport spa a pagare la complessiva somma di dollari USA 1.436.136,87, oltre interessi al tasso annuo dell’11%, a seguito di procedimento giudiziario svoltosi davanti a quell’autorità;
la sentenza del 14 gennaio 2009, con cui il medesimo giudice aveva liquidato dollari USA 106.500,00, a titolo di rifusione dei costi, delle spese lega i e degli interessi al tasso annuo dell’8%;
la sentenza del 13 ottobre 2010 che aveva liquidato, in relazione al giudizio di appello, l’ulteriore somma di dollari USA 9.000,00, a titolo di rifusione dei costi, delle spese legali e degli interessi al tasso annuo del 6%. Con tali pronunce, i giudici americani hanno accolto la domanda di garanzia promossa da NOSA, in relazione ad un indennizzo di un milione di Euro transattivamente corrisposto ad un motociclista che aveva subito danni alla persona in un incidente avvenuto in una gara di motocross, per un asserito vizio del casco prodotto da AXO, distribuito da Helmet House e rivenduto da NOSA.
NOSA ha ottenuto dalla Corte di appello di Venezia (sentenza 3 gennaio 2014) il riconoscimento delle suddette pronunce, a norma dell’art. 64 della legge 31 maggio 1995 n.218, avendo la AXO accettato la giurisdizione straniera.
2) Con il primo motivo di ricorso AXO denuncia violazione dell’art. 64 della legge 218/95, nonché omesso esame di un fatto decisivo.
Lamenta che la Corte di appello abbia ritenuto non contraria all’ordine pubblico la condanna della ricorrente, ancorché il giudice americano abbia pronunciato contro AXO in forza dell’applicazione dell’istituto del potential liability test, senza verificare il fondamento della domanda di garanzia.
Parte ricorrente espone che in base all’istituto de quo, allorquando il garantito addivenga, con il danneggiato, ad una composizione transattiva del giudizio, il garante viene posto davanti all’alternativa di approvare la transazione stipulata inter alios, subendone gli effetti, ovvero assumere la difesa del garantito. Quest’ultimo pertanto risulterebbe comunque vittorioso, semplicemente dimostrando che al momento della stipula dell’accordo vi era ragionevole probabilità di un esito a sé sfavorevole del giudizio.
Né potrebbe influire, ai fini della conformità all’ordine pubblico italiano, il rilievo della Corte veneta secondo cui vi era comunque stato un giudizio prognostico sul -ischio di causa, poiché trattavasi di valutazione che riguardava solo la posizione del garantito.
È stato fatto valere un meccanismo processuale che si fonda non certo su una responsabilità oggettiva, ma sull’onere del soggetto che è all’origine della catena causale del danno di “farsi avanti” se ha ragioni per contrastare la pretesa risarcitoria.
Parte ricorrente attacca due parti della sentenza già esaminate: a) quella in cui si afferma che AXO aveva “profittato, ai sensi dell’art. 1304 c.c., dell’accordo stipi, lato da NOSA Inc”;
Quanto al profilo sub a), parte ricorrente nega di aver mai profittato dell’accordo concluso da Nosa e sostiene che la Corte di appello avrebbe errato nell’inquadrare gli accordi intercorsi tra le parti, perché avrebbe omesso di considerare che con le sue dichiarazioni il motociclista aveva rinunciato ad ogni pretesa contro AXO a fronte del pagamento di 50.000 USD e di altro “idoneo corrispettivo” ricevuto in precedenza. L’accettazione di soli cinquantamila dollari sarebbe maturata in un contesto che faceva presagire “prospettive alquanto nefaste” per l’attore, sicché, se la Corte di appello avesse correttamente inteso la vicenda, avrebbe dovuto escludere che AXO sport avesse profittato della transazione che in precedenza gli altri convenuti avevano concluso con il motociclista.
È dunque smentita nei presupposti di fatto la tesi, illustrata in memoria, secondo cui detta transazione costituisse non accettazione ma negazione della volontà di avvantaggiarsi della transazione “stipulata inter alios”.
Di qui l’inattendibilità della ulteriore conseguenza, peraltro di per sé irraggiungibile per la marginalità dell’assunto di partenza, che il motivo di ricorso ha preso di mira: l’inammissibilità del riconoscimento di una sentenza resa (nel giudizio NOSA/AXO) senza che il garante abbia potuto contestare la fondatezza della domanda di garanzia per il solo fatto che il garante avesse “già autonomamente definito, in via transattiva, i propri rapporti con il danneggiato”.
4) Il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 64 L. 218/95 e vizio di motivazione e lamenta che la Corte veneziana non avrebbe ravvisato che la sentenza della Corte USA riguardava, senza specifica motivazione in ordine alla tipologia di danni indennizzati, un indennizzo corrisposto al danneggiato anche a titolo di danni punitivi, perché la proposta transattiva NOSA, accettata dal motociclista, fissava l’importo “a titolo di composizione integrale di tutte le pretese risarcitorie del sig. D., comprese quelle per punitive damages”.
Si possono così riassumere: a) La sentenza non ha specificato quali danni sono stati indennizzati perché ha recepito “l’importo della transazione con il danneggiato”; b) non è necessario individuare la tipologia di danni, perché comunque AXO si è avvantaggiata di tale transazione; c) non risulta in atti il riconoscimento di tale profilo risarcitorio, ed anzi l’accordo va inteso diversamente.
4.1) Il motivo risulta inammissibile, giacché è imperniato su un presupposto insussistente: la configurabilità, nella condanna addebitata al garante, di una liquidazione di “danni punitivi” in favore della vittima del sinistro.
Su questo punto, che il ricorso non riesce a scalfire, la valutazione della Corte di appello non è viziata da omesso esame di alcun fatto decisivo, nel senso voluto dalla riforma dell’art. 360 n. 5 c.p.c..
Occorre subito ricordare che secondo la giurisprudenza della Corte (SU 805:3/14) va esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione e viene in rilievo, ai fini del controllo sulla motivazione, soltanto l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo.
Nel caso di specie, a fronte di grave pregiudizio alla persona (al calcolato silenzio del ricorso sul punto, ha fatto riscontro il dettagliato controricorso, che ha specificato i particolari delle lesioni craniche e dei postumi invalidanti subiti dall’infortunato) la liquidazione, peraltro su base transattiva, di un importo di un milione di Euro (o due, considerando la analoga transazione stipulata dall’infortunato con Helmet, come sottolineato negli scritti di parte), non è definibile di per sé abnorme.
L’apprezzamento di fatto reso sotto questo profilo dalla Corte di appello non è sindacabile in questa sede, perché la Corte di appello ha valorizzato la considerazione della sentenza americana circa la ragionevolezza della transazione e ha osservato, a chiusura, che ulteriore somma era stata aggiunta a quell’importo con la transazione diretta AXO-motociclista.
Se cosi è, non v’è margine in sede di legittimità per una nuova valutazione della pretesa abnormità degli effetti della sentenza americana nell’ordinamento italiano (questo è l’ambito del sindacato della Corte Suprema, che non può valutare la correttezza della soluzione adottata alla luce dell’ordinamento straniero o della legge italiana: cfr. 9483/13, ma già, acutamente, Cass. 10215/07).
Non vi è questo spazio soprattutto perché lo si propugna in relazione all’asserita liquidazione di danni punitivi, dedotta in assenza di una puntuale evidenziazione, in ricorso, delle circostanze che legittimerebbero tale affermazione, relative alla articolazione (tra danni patrimoniali, morali ed eventualmente punitivi) delle richieste delle parti, al loro fondamento giuridico nel sistema a quo, all’incedere delle contestazioni insorte sul punto nel giudizio americano, etc..
Né giova a parte ricorrente dedurre che in carenza di indicazione, nella sentenza, di regole e/o criteri di liquidazione del danno si dovrebbe presumere una natura parzialmente sanzionatoria del quantum transatto.
Ne discende che non v’è alcun modo per ipotizzare il carattere “punitivo” della condanna pronunciata, carattere che comunque non si può presumere sol perché manchi nella sentenza, o meglio nella transazione recepita dal giudice americano, una chiara distinzione delle componenti del danno.
Il motivo in questo senso ripropone una lettura “radicale” dei precedenti specifici citati, i quali erano però fondati (cfr in particolare Cass. 1781/12) sul riscontro dell’”insufficienza argomentativa”, canone ormai non utilizzabile e che costringe quindi chi si opponga al riconoscimento a individuare inequivocabilmente eventuali profili normativi falsamente applicati dal provvedimento di delibazione.
5) L’esito dei tre motivi svolti da parte ricorrente conduce al rigetto del ricorso. L’inammissibilità dell’ultimo motivo dà tuttavia alle Sezioni Unite la facoltà di pronunciarsi sulla questione in esso dibattuta, potendosi interpretare l’articolo 363 co. 3 c.p.c. nel senso che la enunciazione del principio di diritto è consentita anche in relazione a inammissibilità di un singolo motivo di ricorso che involga una questione di particolare importanza, ancorché il ricorso debba nel suo complesso essere rigettato.
5.1) Nel 2007 la Cassazione ha fondato il rifiuto di riconoscimento di una pronuncia in materia, sancendo l’estraneità al risarcimento del danno dell’idea di punizione e di sanzione, nonché l’indifferenza della “condotta del danneggiante”. Ha affermato il carattere monofunzionale della responsabilità civile, avente la sola funzione di “restaurare la sfera patrimoniale” del soggetto leso.
Le Sezioni Unite hanno tuttavia precisato che questo connotato sanzionatorio non è ammissibile al di fuori dei casi nei quali una “qualche norma di legge chiaramente lo preveda, ostandovi il principio desumibile dall’art. 25 Cost., comma 2, nonché dall’art. 7 della Convenzione Europea sulla salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali”.
Se si completa quest’avvertenza con il richiamo, altrettanto pertinente, all’art. 23 Cost., si può comprendere perché mai, perfino nello stesso ambito temporale, ritornino (l’esempio più significativo: SU n. 15350/15) dinieghi circa la funzione sanzionatoria e di deterrenza della responsabilità civile. Essi risalgono, quando non si tratta di meri arricchimenti argomentativi, alla esigenza di smentire sollecitazioni tese ad ampliare la gamma risarcitoria in ipotesi prive di adeguata copertura normativa.
A incaricarsi di formare questo elenco, per definizione mai completo, sono state, oltre agli studi dell’Ufficio del Massimario, l’ordinanza di rimessione n.9978/16 e la sentenza n.7613/15, chiamata a vagliare la compatibilità con l’ordine pubblico italiano delle misure di astreintes previste in altri ordinamenti (nella specie in quello belga).
Quest’ultima ha recensito: ” in tema di brevetto e marchio, il R.D. 29 giugno 1127, n. 1939, art. 86, e R.D. 21 giugno 1942, n. 929, art. 66, abrogati dal D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, che ha dettato a tal fine le misure dell’art. 124, comma 2, e art. 131, comma 2; il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 140, comma 7, c.d. codice del consumo, dove si tiene conto della “gravità del fatto”; secondo alcuni, l’art. 709 ter c.p.c., nn. 2 e 3, introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, per le inadempienze agli obblighi di affidamento della prole; l’art. 614 bis c.p.c., introdotto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 49, il quale contempla il potere del giudice di fissare una somma pecuniaria per ogni violazione ulteriore o ritardo nell’esecuzione del provvedimento, “tenuto conto del valore della controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o prevedibile e di ogni altra circostanza utile”; il D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 114, redatto sulla falsariga della norma appena ricordata, che attribuisce analogo potere al giudice amministrativo dell’ottemperanza.” Ha considerato “le ipotesi in cui è la legge che direttamente commina una determinata pena per il trasgressore: come – accanto alle disposizioni penali degli artt. 388 e 650 c.p. – l’art. 18, comma 14, dello statuto dei lavoratori, ove, a fronte dell’accertamento dell’illegittimità di un licenziamento di particolare gravità, la mancata reintegrazione è scoraggiata da una sanzione aggiuntiva; la L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 31, comma 2, per il quale il locatore pagherà una somma in caso di recesso per una ragione poi non riscontrata; l’art. 709 ter c.p.c., n. 4, che attribuisce al giudice il potere di infliggere una sanzione pecuniaria aggiuntiva per le violazioni sull’affidamento della prole; o ancora il D.L. 22 settembre 2006, n. 259, art. 4, convertito in L. 20 novembre 2006, n. 281, in tema di pubblicazione di intercettazioni illegali”.
gli artt. 158 della legge 22 aprile 1941, n. 633 e, soprattutto, 125 del d.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30 (proprietà industriale), pur con i limiti posti dal cons. 26 della direttiva CE (cd. Enforcement) 29 aprile 2004, n. 48 (sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale), attuata dal d.lgs. 16 marzo 2006, n. 140 (v. art. 158) e la venatura non punitiva ma solo sanzionatoria riconosciuta da Cass. n. 8730 del 2011;
– l’art. 187 undecies, comma 2, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (in tema di intermediazione finanziaria); – “il d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7 (artt. 3-5), che ha abrogato varie fattispecie di reato previste a tutela della fede pubblica, dell’onore e del patrimonio e, se i fatti sono dolosi, ha affiancato al risarcimento del danno, irrogato in favore della parte lesa, lo strumento afflittivo di sanzioni pecuniarie civili, con finalità sia preventiva che repressiva”. Entrambe le pronunce annettono precipuo rilievo alla L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 12, che prevede una somma aggiuntiva a titolo riparatorio nella diffamazione a mezzo stampa e al novellato art. 96, comma 3, c.p.c., che consente la condanna della parte soccombente al pagamento di una “somma equitativamente determinata”, in funzione sanzionatoria dell’abuso del processo (nel processo amministrativo l’art. 26, comma 2, del d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104).
E ancora, si vedano l’art. 18 comma secondo dello Statuto dei lavoratori, che prevede che in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto; l’art. 28 co.2 del d.gs n.81/2015 in materia di tutela del lavoratore assunto a tempo determinato e la anteriore norma di cui all’art. 32, 5, 60 e 70 comma, l. n. 183 del 2010, che prevede, nei casi di conversione in contratto a tempo indeterminato per illegittimità dell’apposizione del termine, una forfettizzazione del risarcimento. L’elenco di “prestazioni sanzionatorie”, dalla materia condominiale (art. 70 disp. Att. C.c.) alla disciplina della subfornitura (art. 3 co. 3 L. 192/98), al ritardo di pagamento nelle transazioni commerciali (artt. 2 e 5 d.lgs n. 231/02) è ancora lungo. Non è qui il caso di esaminare le singole ipotesi per dirimere il contrasto tra chi le vuol sottrarre ad ogni abbraccio con la responsabilità civile e chi ne trae, come le Sezioni Unite ritengono, il complessivo segno della molteplicità di funzioni che contraddistinguono il problematico istituto.
Corte Cost. n. 303 del 2011, riferendosi alla normativa in materia laburistica da ultimo citata (l. n. 183 del 2010), ha avuto modo di chiarire che trattasi di una novella “diretta ad introdurre un criterio di liquidazione del danno di più agevole, certa ed omogenea applicazione”, avente “l’effetto di approssimare l’indennità in discorso al danno potenzialmente sofferto a decorrere dalla messa in mora del datore di lavoro sino alla sentenza”, senza ammettere la detrazione dell’aliunde perceptum e così facendo assumere all’indennità onnicomprensiva “una chiara valenza sanzionatoria”.
Corte Cost. n. 152 del 2016, investita di questione relativa all’art. 96 c.p.c. ha sancito la natura “non risarcitoria (o, comunque, non esclusivamente tale) e, più propriamente, sanzionatoria, con finalità deflattive” di questa disposizione e dell’abrogato art. 385 c.p.c..
Ciò che va registrato è senz’altro che la nozione di “ordine pubblico”, che costituisce un limite all’applicazione della legge straniera, ha subito profonda evoluzione. Da “complesso dei principi fondamentali che caratterizzano la struttura etico-sociale della comunità nazionale in un determinato periodo storico, e nei principi inderogabili immanenti nei più importanti istituti giuridici” (così Cass. 1680/84) è divenuto il distillato del “sistema di tutele approntate a livello sovraordinato rispetto a quello della legislazione primaria, sicché occorre far riferimento alla Costituzione e, dopo il trattato di Lisbona, alle garanzie approntate ai diritti fondamentali dalla Carta di Nizza, elevata a livello dei trattati fondativi dell’Unione Europea dall’art. 6 TUE (Cass. 1302/13)”.
Come si è anticipato sub § 2.2, a questa storica funzione dell’ordine pubblico si è affiancata, con l’emergere e il consolidarsi dell’Unione Europea, una funzione di esso promozionale dei valori tutelati, che mira ad armonizzare il rispetto di questi valori, essenziali per la vita e la crescita dell’Unione.
È stato pertanto convincentemente detto che il rapporto tra l’ordine pubblico dell’Unione e quello di fonte nazionale non è di sostituzione, ma di autonomia e coesistenza.
Le Sezioni Unite ne traggono riprova dall’art. 67 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), il quale afferma che “l’Unione realizza uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali nonché dei diversi ordinamenti giuridici e delle diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri”.
Pertanto a fungere da parametro decisivo non basta il confronto tra le reazioni delle corti dei singoli Stati alle novità provenienti da uno Stato terzo, o da un altro stato dell’Unione; né lo è un’enunciazione possibilista come quella, proprio in tema di danni non risarcitori, contenuta nel Considerando n. 32 del reg. CE 11 luglio 2007 n. 864.
Schematicamente si può dire che, superato l’ostacolo connesso alla natura della condanna risarcitoria, l’esame va portato sui presupposti che questa condanna deve avere per poter essere importata nel nostro ordinamento senza confliggere con i valori che presidiano la materia, valori riconducibili agli artt. da 23 a 25 della Costituzione.
7.1) È d’uopo a questo punto dar conto della circostanza che nell’ordinamento nordamericano, dal quale provengono le condanne per le quali la giurisprudenza degli Stati Europei si affatica, vi è stata una rapida evoluzione, che ha ormai scacciato la prospettiva dei danni cosiddetti grossly excessive.
Nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.
Enuncia, ai sensi dell’art. 363 cod. proc. civ., il principio di diritto di cui al punto 8 della motivazione.
Dà atto della sussistenza delle condizioni di cui all’art.13 comma 1 quater del d.p.r 30 maggio 2002, n. 115, introdotto dal comma 17 dell’art. 1 della legge n. 228/12, per il versamento di ulteriore importo a titolo di contributo unificato.