Source: https://bmbarch.wordpress.com/category/professione/
Timestamp: 2018-02-21 07:31:44+00:00
Document Index: 168090616

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 32', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 15', 'art. 9', 'art. 8', 'art. 102', 'art. 120']

Categoria legata alla professione, alle normative, alle tecniche.
SUAP in variante al PRG – Rapporto tra norma regionale e norma statale e titolarità a presentare l’istanza
febbraio 4, 2018 febbraio 4, 2018 di bmbarch 1 commento
Recentemente, per motivi professionali, ho dovuto affrontare l’argomento del progetto di un’attività commerciale in variante al PRG vigente in un comune umbro. Le difficoltà erano date dal rapporto gerarchico tra la norma nazionale (DPR 160/2010) e quella regionale (LR 1/2015 e RR 2/2015). In questo breve scritto tento di dare un contributo di chiarezza operativa.
Innanzi tutto il rapporto tra la normativa nazionale e quella regionale. Benché sia nata una querelle tra coloro che vedono la norma del DPR molto incisiva (perché emanata ai sensi del DLgs. 112/1998), ritengo che in Umbria il rapporto sia stato inteso in maniera pienamente concorrenziale. In ogni caso, non ne voglio fare una questione dei principi di diritto (non ne ho le competenze), e fletterò la norma secondo una visione molto quotidiana, prosastica. La normativa nazionale si limita a indicare alcuni punti fissi, elencati all’art. 2 del DPR 160/2010. In alcun punto si esplicita in maniera chiara la prevalenza e la prescrittività della norma nazionale rispetto a quella regionale. Anzi, in più punti viene esplicitamente ribadita la salvezza (“fatta salva …”) della relativa disciplina regionale. In estrema sintesi, il Decreto dice quali sono le finalità e richiama i termini entro i quali il procedimento si deve chiudere. E sono quelli incardinati nella L. 241/1990. Per il resto si lascia ampia autonomia a Regioni, Camere di Commercio e Comuni al fine di promuovere la realizzazione, la modifica, l’ampliamento di attività produttive (in senso ampio).
L’autonomia della disciplina regionale è ribadita nei fatti (e nel diritto, ovviamente), anche dalla LR Umbria 1/2015 vigente (e mai impugnata dal Governo per questi aspetti). L’art. 32 co. 11 della legge regionale elimina per esempio l’esclusione del procedimento dell’art. 8 che il Decreto aveva posto per le medie e le grandi strutture di vendita. Dunque queste sono possibili in Umbria. E sono state già realizzate, anche in applicazione della LR 1/2015.
Detto ciò, vediamo chi ha titolo a presentare l’istanza ex art. 8 DPR 160/2010. La lettura “stretta” dell’ultima frase dell’art. 8 del citato decreto presidenziale potrebbe trarre in inganno. La frase è questa: “Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Sembrerebbe dunque che l’interessato debba avviare e concludere i lavori relativi al progetto. E la cosa ha un suo senso. Tuttavia la frase non finisce dopo la parola “richiedente”, ma continua dicendo “secondo le modalità previste dall’art. 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Cioè secondo le modalità con cui normalmente si realizzano gli interventi sottoposti a Permesso di Costruire.
Ora, l’art. 15 del DPR 380/2001 è rubricato: “Art. 15 (R) – Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”. Tra l’altro la lettera R messa tra parentesi affievolisce ancora l’incisività della norma poiché la porta a livello regolamentare e non legislativo (e infatti anche in questo caso la regione Umbria ha legiferato diversamente, seppure per fasi transitorie). In ogni caso, come è chiaro leggendo tutto l’articolo, questo intende solo fissare i termini di inizio e di fine dei lavori, e non disciplinare la titolarità a presentare l’intervento, che si trova in altra sede.
Che cosa ha voluto fare il decreto presidenziale con l’ultima frase dell’art. 8? Ricondurre a mio avviso l’esito della conferenza dei sevizi (la determinazione dirigenziale finale), a un istituto tipizzato e ben noto qual è quello del Permesso di Costruire, per fissare dei termini certi di inizio e di fine lavori.
Questo perché si erano verificati dei casi in cui era stata approvata la variante urbanistica e la convenzione allegata al progetto aveva disposto dei termini assimilabili a quelli di un piano attuativo (10 anni), per realizzare l’intervento, differendo nel tempo quindi l’attuazione di un progetto che era stato chiesto in deroga al PRG per evidenti e dimostrate necessità imprenditoriali impellenti (nuova attività o ampliamento dell’attività esistente), insinuando più di un dubbio sulla reale necessità di un procedimento acceleratorio e derogatorio.
L’ultima frase dell’art. 8 del DPR 160/2010 non ha secondo me innovato nulla rispetto alla titolarità di chi può presentare l’istanza e di come si conducono i lavori. Né ha espunto dall’ordinamento vigente l’istituto della volturazione del Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare congiuntamente un’istanza di Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare un’istanza di PdC a chi abbia diritto reale su un terreno. Si noti che il DPR parla tra l’altro di richiedente: nemmeno di “chi abbia titolo”, che è la formula generalmente usata per indicare chi deve realizzare un intervento edficatorio.
La lettura così stretta della norma si presterebbe poi a un effetto curioso in caso di variazione del soggetto giuridico. Se infatti il richiedente facesse acquisizioni, cessioni di ramo d’azienda, fusione, ecc., esso non sarebbe più (a rigore), lo stesso soggetto. Quindi una norma derivata da un Decreto presidenziale impedirebbe a una società, per un tempo stimabile di 4 anni, di fare alcun movimento societario (fusioni, cessioni, ecc.).
L’effetto paralizzante della interpretazione letterale di questa norma è aumentata poi dal caso (astrattamente sempre possibile), di fallimento della ditta che ha fatto istanza e ha avviato i lavori, ma che, ovviamente, non li ha conclusi. Non si capisce come il richiamo all’art. 15 del DPR 380/2001 del DPR 160/2010 potrebbe risolvere tutti questi casi.
Se il legislatore avesse voluto stringere così fortemente sul soggetto interessato, avrebbe ben potuto farlo all’art. 9 del decreto 160/2010, dove ha previsto una disciplina del collaudo piuttosto puntuale e incisiva. In quell’occasione avrebbe potuto controllare e sanzionare. Ma non lo ha fatto.
E’ evidente allora, che nulla è innovato rispetto alla disciplina ordinaria del Permesso di Costruire.Tra l’altro tutto l’art. 8 non si applica alle strutture di vendita, come recita il comma 3, facendoci tornare alla normativa regionale. Che infatti con l’art. 102 co. 1 lett. g) del RR 2/2015, risolve definitivamente la materia. “g) interventi relativi ai procedimenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 160 (Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo sportello unico per le attività produttive, ai sensi dell’articolo 38, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.).”E’ evidente dunque che il Comune, in caso di istanza da parte di un’impresa che voglia realizzare un’attività in variante al PRG, debba limitarsi a verificare se ci sono le condizioni urbanistiche e edilizie per consentire l’intervento, e non entrare nel ginepraio delle questioni societarie. Deve a mio avviso verificare tre condizioni: 1. se il PRG soddisfa o meno le intenzioni dell’impresa, 2. se l’impresa è veramente un’impresa (se sia in attività e al massimo se il suo oggetto sociale comprenda l’attività), 3. se l’impresa ha titolo per un intervento su quel terreno (o in caso di diversità di soggetti se il proprietario del terreno acconsente). Restando come sempre fermi i diritti di terzi.****
Art. 8 DPR 160/2010
1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all’insediamento di impianti produttivi o individua aree insuffi cienti, fatta salva l’applicazione della relativa disciplina regionale [neretto mio] l’interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14 -quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l’esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l’assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.
3. Sono escluse dall’applicazione del presente articolo le procedure afferenti alle strutture di vendita di cui agli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, o alle relative norme regionali di settore.
Art. 32 co. 6 LR 1/2015
6. Nel caso di procedimenti per i quali è previsto il ricorso a conferenze di servizi che comportano variazione degli strumenti urbanistici generali, le conferenze medesime tengono luogo dell’adozione della variante ed assolvono anche alle funzioni previste dagli articoli 23, 24, 25, e 29 per la conferenza di copianificazione e per la conferenza istituzionale. La potestà provvedimentale degli enti interessati si esprime nell’ambito della conferenza, in base alle competenze previste dal presente TU, nel rispetto dei tempi del procedimento previsti dalla l.r. 8/2011. I tempi di deposito e pubblicazione delle relative varianti e di tutti i procedimenti previsti dal presente TU sono ridotti della metà. Entro tali termini i soggetti di cui all’articolo 24, comma 3, possono presentare valutazioni e proposte in merito alla variante. Per i procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010 il comune, entro e non oltre venti giorni dalla presentazione della proposta progettuale di intervento, si esprime sull’insufficienza delle aree previste dallo strumento urbanistico generale, o sull’eventuale inadeguatezza delle previsioni medesime rispetto alle esigenze localizzative e dimensionali dell’impianto produttivo o per servizi rappresentate nella proposta stessa.
Art. 32 co. 11 LR 1/2015
11. I procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010, come disciplinati al comma 6, si applicano a tutte le attività produttive e per servizi.
Pubblicato su ProfessioneTagged commercio, PRG, urbanistica
settembre 24, 2017 di bmbarch 1 commento
Norme di salvaguardia in Umbria: qualche dubbio.
maggio 16, 2017 maggio 16, 2017 di bmbarch Lascia un commento
Ritengo che con l’articolazione del PRG su due livelli, comunemente detti Strutturale (PRGS) e Operativo (PRGO), l’istituto delle norme di salvaguardia debba subire un raffinamento logico e forse anche giuridico. Si veda già, qui di seguito, come varia e si articola il semplice istituto in considerazione i due livelli del PRG.
Sfioro appena l’argomento, con l’intenzione di tornarci in un’altra sede: mi sembra che, data l’autonomia procedimentale e l’assenza dell’obbligo di provvedere ad approvare anche il PRG Operativo una volta approvato il PRG Strutturale, questi due livelli della pianificazione debbano intendersi come due strumenti urbanistici con autonoma valenza giuridica. Se così non fosse, anche l’istituto delle norme di salvaguardia in presenza di varianti al PRG operativo ne uscirebbe completamente stravolto, anzi: espulso.
PRGS VIGENTE
PRGO VIGENTE
PRGS IN PROGRESS
PRGO IN PROGRESS
Prima configurazione stabile
Adozione nuovo PRGS – Configurazione A
Approvazione nuovo PRGS – Configurazione B
Adozione nuovo PRGO – Configurazione C
Nuova configurazione stabile
Se si eliminano le configurazioni di partenza e di arrivo, “stabili”, la matrice si semplifica come segue.
Questa matrice fa comprendere come la nuova articolazione su due livelli del PRG (PRG Strutturale e PRG Operativo), conduca ad avere almeno tre regimi di salvaguardia differenti.
Infatti l’adozione del PRGS (Configurazione A), fa scattare un primo livello di salvaguardia. In questo caso si ha la presenza contemporanea di due livelli strutturali del PRG. I titoli abilitativi devono essere conformi al PRGS vigente (che è ancora quello “vecchio”), e al PRGO, quest’ultimo ancora pienamente efficace. Inoltre (i titoli) non devono essere in contrasto con il PRGS adottato. Tutto ciò si desume dall’art. 120 della LR 1/2015. A me pare di cogliere subito una possibile area di frizione, laddove le previsioni del PRGS appena adottato non corrispondano con quelle del PRGO vigente, soprattutto se con le norme del PRGS non viene chiarita la prevalenza dell’uno o dell’altro. Per fare un esempio: l’adozione del PRG Strutturale potrebbe aver eliminato del tutto un’area che nel PRG Operativo è destinata a insediamenti residenziali. O abbassato delle altezze massime in un’area. Mi sembra insomma che una variante al PRG Strutturale implichi automaticamente anche una variazione del PRG Operativo. Questa, che sembra una banalità, potrebbe invece avere ricadute sul piano del procedimento e della partecipazione non del tutto banali.
Ancora: passati i tre anni di efficacia della salvaguardia, le previsioni urbanistiche del PRG mantengono invece la loro efficacia? Dunque l’efficacia delle previsioni adottate può permanere sine die? E può darsi dunque il caso di un rilascio del PdC difforme dalle previsioni urbanistiche adottate, dato che i tre anni di salvaguardia sono trascorsi?
La Configurazione B scatta invece quando entra pienamente in vigore il PRG Strutturale prima solo adottato, e quindi con la sua pubblicazione al BUR. Nel momento in cui il nuovo PRGS acquista efficacia, il vecchio PRGS deve uscire di scena. Abbiamo un PRG Stutturale nuovo e un vecchio PRG Operativo, che potrebbe non essere più allineato. Anzi: questo è il caso più probabile. Teoricamente non siamo più in regime di salvaguardia, poiché non ci sono strumenti urbanistici adottati, ma solo approvati ed efficaci. Anche in questo caso, e in modo ancora più più incisivo che nella Configurazione A, occorre che il PRG Strutturale dica cosa si può fare o non fare nelle aree non più “allineate”, non più conformi. Il PRG Operativo dice cose diverse dal PRG Strutturale: che tipo di valutazioni deve fare chi rilascia il PdC? Per quanto tempo può (r)esistere questo modello che prevede contemporaneamente cose diverse?
La Configurazione C scatta invece quando viene adottato un nuovo PRGO. In questo caso siamo in una variante al PRG Operativo. Poiché si presume che la variante al PRGO sia comunque conforme al PRGS, i titoli abilitativi devono essere conformi al PRGO vigente e non in contrasto con il PRGO adottato. E’ il caso più conosciuto e semplice.
A questa prima facile disamina (purché nelle NTA si districhi la matassa della prevalenza), si aggiungono due elementi di complessità: a) il tempo che può passare tra l’approvazione di un nuovo PRG Strutturale in presenza di un PRG Operativo “vecchio” (non allineato); b) il ruolo della salvaguardia nel caso in cui il vecchio PRG non sia articolato su due livelli, ma sia un PRG costruito su un unico livello, approvato ai sensi della L. 1150/1942.
a) Si pone un problema di tempi. Infatti l’approvazione di un PRGS è sempre asincrono rispetto all’approvazione del PRGO. Ma non esiste alcuna norma che imponga di approvare un PRG Operativo “allineato” al PRGS entro un certo termine. Ne deriverebbe che la durata della “salvaguardia” viene artatamente protratta per un tempo insostenibile. Non si tratta infatti di una salvaguardia attivata dall’adozione di un nuovo strumento urbanistico: qui abbiamo l’approvazione di un livello del PRG che non collide con le previsioni di dettaglio che gli “stanno sotto”. Che tipo di valutazioni tecniche e legislative è tenuto a fare il responsabile dell’ufficio PdC? Non solo il rilascio del titolo è a mio avviso problematico: lo è anche l’approvazione di un piano attuativo. Infatti e per esempio, se il PRG Strutturale ha abbassato le altezze o ridotto le capacità edificatorie di tutta un’area, queste modifiche non sono ancora recepite dal PRG operativo, che è quello “vecchio”. Il piano attuativo deve essere conforme ai due strumenti?
b) PRG vigente ex L. 1150/1942. In questo caso non è possibile operare un discorso sulla prevalenza tra i due livelli. Il PRGS che si adotta non può incidere completamente sul PRG vigente. In poche parole: se il PRGS non ha detto nulla nel dettaglio, a mio avviso le previsioni del PRG vigente (ex L. 1150/1942), mantengono la loro efficacia fino all’approvazione del nuovo PRGO, che contiene appunto nuove previsioni di dettaglio. Il PRGS non contiene (non può contenere, secondo la LR 1/2015), elementi e contenuti che appartengono al PRGO. Di conseguenza, dobbiamo accettare che ci sia un PRGS ex LR 1/2015 e un PRG ex L. 1150/1942. Anche in questo caso, si badi bene, non vi è alcuna norma esplicita che, che obblighi ad approvare un PRG Operativo entro un certo termine dall’approvazione del PRG Strutturale.
Pubblicato su ProfessioneTagged PRG, salvaguardia
febbraio 2, 2017 di bmbarch Lascia un commento
Ecco il modulo per la delocalizzazione delle attività predisposto dalla Regione Umbria.
richiesta-delocalizzazione-attivita-produttiva
Regolamento Edilizio Unico a “geometria variabile”
ottobre 25, 2016 ottobre 25, 2016 di bmbarch Lascia un commento
La Conferenza Unificata Stato Regioni ha approvato lo Schema per il Regolamento Edilizio Unico (leggi: Tipico).
Buone le intenzioni. A mio avviso rimane più di una perplessità nel gioco di specchi tra Stato, Regioni, Comuni.
regolamento_edilizio_allegato_a_definizioni
regolamento_tipo_accordo
regolamento-edilizio_allegato_b