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Timestamp: 2019-11-13 18:11:56+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 15', 'art. 75', 'sentenza ', 'art. 136', 'art. 11', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 75', 'art. 123', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 134', 'art. 100']

Le antinomie ed i criteri di risoluzione - Wikiversità
Le antinomie ed i criteri di risoluzione
Nel diritto si ha un'Antinomia quando norme giuridiche diverse ricollegano ad una medesima fattispecie conseguenze tra loro logicamente incompatibili e, quindi, in conflitto. Nell'antinomia, dunque, c'è un eccesso di norme a differenza della lacuna in cui c'è un'assenza di norme.
2 La Classificazione delle Antinomie
3 Le Tecniche di Risoluzione delle Antinomie
3.1 Il Criterio Cronologico
3.1.1 L'Abrogazione
3.1.1.1 L'Abrogazione delle Leggi
3.1.1.2 L'Abrogazione delle Norme Secondarie
3.1.1.3 L'Irretroattività ed Effetti Temporali dell'Abrogazione
3.1.1.4 La Desuetudine e L'Abrogazione
3.2 Il Criterio Gerarchico
3.2.1 L'Illegittimità Costituzionale
3.2.2 L'Annullamento
3.3 Il Criterio di Specialità
3.3.1 La Deroga
3.3.1.1 La Differenza con la Dispensa
3.4 Il Criterio della Competenza
3.4.1 La Competenza
3.4.1.1 Le Diverse Forme di Competenza
3.4.1.2 La Delega e la Supplenza
3.4.1.3 Il Conflitto di Competenza
La Classificazione delle Antinomie[modifica]
Le Tecniche di Risoluzione delle Antinomie[modifica]
Gli ordinamenti giuridici contengono tradizionalmente tecniche di risoluzione delle antinomie normative di tipo ermeneutico, basate cioè sull'interpretazione delle norme.
Il Criterio Cronologico[modifica]
Il Criterio Cronologico, espresso dal brocardo "lex posterior derogat priori", secondo il quale, in caso di antinomia tra due norme giuridiche prevale quella che è stata promulgata successivamente, ossia quella più recente. La norma anteriore cessa quindi di produrre i suoi effetti con l'entrata in vigore della norma posteriore; si parla, in questo caso, di abrogazione della prima da parte della seconda (mentre il termine deroga, che pure compare nella locuzione latina, viene propriamente utilizzato nel diverso caso in cui opera il criterio di specialità, espresso dal brocardo "lex specialis derogat generali"). Nel caso in cui le due norme abbiano la stessa data di promulgazione, si prende in esame la data di pubblicazione.
Il criterio cronologico è altresì recessivo rispetto a quello di specialità; pertanto, la norma posteriore generale non abroga la norma anteriore speciale (principio espresso dal brocardo "lex posterior generalis non derogat priori speciali"), salvo che dalla lettera o dalla ratio della prima si evinca la volontà di abrogare la seconda o la discordanza tra le due norme sia tale da rendere inconcepibile la loro coesistenza.
Nell'ordinamento italiano il criterio cronologico è codificato dall'art. 15 delle "Disposizioni sulla legge in generale" (cosiddette Preleggi) preliminari al Codice civile.
L'Abrogazione[modifica]
L'Abrogazione è l'istituto mediante il quale il legislatore determina la cessazione ex nunc (non retroattiva) dell'efficacia di una norma giuridica. Si distingue dalla deroga (posta in essere da una norma speciale o eccezionale) in quanto una norma "derogata" resta in vigore per la generalità dei casi, mentre una norma abrogata cessa di produrre effetti giuridici. Si distingue dall'annullamento, che priva retroattivamente di efficacia una norma.
L'Abrogazione delle Leggi[modifica]
La norma fondamentale in tema di abrogazione è posta dall'art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale.
Tale norma regola il fenomeno della successione delle leggi nel tempo, prevedendo che la nuova legge abroghi quella precedente qualora:
vi sia un'espressa previsione in tal senso da parte del legislatore (abrogazione espressa)
vi sia incompatibilità tra le nuove norme e quelle precedenti (abrogazione tacita)
la nuova legge ridisciplini l'intera materia prima regolata dalla legge previgente (abrogazione implicita).
La norma costituisce esplicazione del principio lex posterior derogat priori, cioè del criterio cronologico utilizzato per la risoluzione delle antinomie normative (i.e. dei contrasti tra norme di legge).
Con l'entrata in vigore delle Costituzione repubblicana è stato conferito al corpo elettorale il potere di abrogare una norma: il referendum popolare (art. 75 Cost.). Tale strumento non è tuttavia utilizzabile per abrogare leggi in materia tributaria, di bilancio, di amnistia e di indulto, e per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, ulteriori limiti sono posti in via interpretativa dalla Corte Costituzionale. L'abrogazione mediante referendum lascia inalterata la possibilità per il legislatore di reintrodurre la norma abrogata, anche se si è affermata una giurisprudenza costituzionale secondo la quale il legislatore non può produrre norme in contrasto con il risultato del referendum per un periodo di tempo equivalente alla durata di una legislatura (5 anni) a partire dal referendum stesso.
Non costituisce abrogazione, bensì annullamento, la sentenza pronunciata dalla Corte Costituzionale che dichiari l'illegittimità costituzionale di una disposizione, secondo il disposto dell'art. 136 Cost..
Nei primi anni dalla costituzione della Comunità Economica Europea, la Corte Costituzionale riteneva le norme comunitarie gerarchicamente pari a quelle nazionali, riteneva dunque che il contrasto fra le due dovesse risolversi mediante applicazione del criterio cronologico e l'abrogazione della legge anteriore. Oggi l'eventuale contrasto di una norma interna con il diritto comunitario non comporta abrogazione: il giudice può disapplicare la norma nazionale utilizzando il criterio della competenza (se ritiene l'UE incompetente in materia può adire la Corte di Giustizia delle Comunità europee) se la norma comunitaria è self-executing (ha efficacia diretta). Se la norma non ha efficacia diretta il giudice deve adire la Corte Costituzionale chiedendo l'abrogazione della norma nazionale che indirettamente viola la Costituzione (art. 11 Cost., mediante il quale si giustifica l'introduzione del diritto comunitario nell'ordinamento italiano).
L'Abrogazione delle Norme Secondarie[modifica]
Sebbene la lettera dell'art. 15 disp. prel. cod. civ. si riferisca solo alle "leggi", anche le norme poste dai regolamenti (fonti secondarie) possono essere abrogate espressamente, tacitamente o implicitamente da un successivo regolamento. Una legge può abrogare un regolamento ma, se l'abrogazione non è espressa, l'interprete potrebbe ritenere prevalente il criterio gerarchico su quello cronologico e considerare necessario l'annullamento della norma, per cui richiedere l'intervento del giudice amministrativo.
I regolamenti e le altre norme secondarie non possono invece essere abrogati mediante referendum (né annullate con sentenza della Corte Costituzionale), esclusivamente applicabile alle fonti primarie, art. 75 Cost. È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge (la Corte Costituzionale si ritiene competente a giudicare sulla legittimità costituzionale dei soli atti aventi forza di legge).
Il referendum regionale, previsto dall'art. 123 Cost. e disciplinato dai singoli Statuti, può invece determinare l'abrogazione di atti diversi dalle fonti primarie: leggi e provvedimenti amministrativi della regione.
L'Irretroattività ed Effetti Temporali dell'Abrogazione[modifica]
Di regola, l'abrogazione di una norma opera dal momento in cui entra in vigore la nuova legge (ex nunc).
La norma abrogata cessa di avere efficacia per il futuro, ma di norma continua a disciplinare i fatti verificatisi prima dell'abrogazione (salvo che la nuova legge sia retroattiva, per espressa previsione del legislatore, art. 11 disp. prel. cod. civ. la legge non dispone che per l'avvenire, essa non ha valore retroattivo. disposizione posta da una fonte primaria e perciò derogabile dal legislatore). La deroga al principio di irretroattività, tuttavia, non può essere arbitrariamente disposta dal legislatore, i particolari effetti su rapporti giuridici precedentemente costituiti possono portare la Corte Costituzionale a stabilire l'annullamento di un'abrogazione retroattiva per violazione del principio di ragionevolezza.
In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma (annullamento, non abrogazione), al contrario, la cessazione di efficacia opera ex tunc, e travolge quindi tutti gli effetti giuridici sorti nel vigore della legge dichiarata incostituzionale, (con la sola esclusione di quelli stabilizzati in via definitiva: i casi decisi con sentenza passata in giudicato e i diritti quesiti.)
In alcuni casi, anche se non espressamente previsto dal legislatore, l'abrogazione ha effetti retroattivi:
1. in conformità con il principio del favor rei, che porta a ritenere retroattiva l'abrogazione di una norma penale: nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato (art. 2 cod. pen.).
2. la legge di interpretazione autentica: vale a dire la legge con cui lo stesso organo emanante la fonte fatto (il legislatore) sceglie, fra le possibili interpretazioni di una disposizione precedentemente posta, quella autentica, chiarendo in questo modo quale fosse la voluntas legis. La legge di interpretazione autentica dunque non può innovare l'ordinamento giuridico, ma solo chiarire quale interpretazione deve essere privilegiata partendo da testi già in vigore.
La Desuetudine e L'Abrogazione[modifica]
La consuetudine di inosservanza di una certa norma (desuetudine) non produce, nell'ordinamento italiano, alcun effetto abrogativo, né sulle leggi, né sui regolamenti. L'art. 1 delle disp. prel. cod. civ. pone una gerarchia fra le fonti e colloca leggi e regolamenti (fonti-atto) in posizione privilegiata rispetto agli usi (consuetudini, fonti-fatto). Il criterio gerarchico prevale qui su quello cronologico e la norma inferiore non può abrogare quella superiore.
Il Criterio Gerarchico[modifica]
Al criterio gerarchico si può ricondurre anche il criterio della competenza, pure invocato per risolvere le antinomie normative. In base a questo criterio, in caso di antinomia tra due norme prevale quella posta dalla fonte del diritto alla quale è attribuita la riserva nel disciplinare la materia entro la quale ricade la fattispecie. Poiché la riserva deve essere necessariamente attribuita da una fonte gerarchicamente sovraordinata a quelle che, in conseguenza della riserva, vedono sottratta la materia dalla loro sfera di competenza, le norme di queste ultime che disciplinano tale materia si pongono in contrasto con la norma di rango superiore che ha previsto la riserva e, di conseguenza, sono invalide (in altri termini, il contrasto tra norma della fonte che gode della riserva e norma di altra fonte si risolve in contrasto tra quest'ultima e la norma superiore che ha stabilito la riserva). Si noti che l'invalidità di una norma posta da una fonte non competente, per aver disciplinato una materia riservata ad altra fonte, sussiste anche quando la norma stessa non è in antinomia con una norma posta dalla fonte competente, essendo la violazione della riserva sufficiente a determinare l'invalidità.
Il criterio gerarchico prevale sia sul criterio di specialità, espresso dal brocardo "lex specialis derogat generali", sia su quello cronologico, espresso dal brocardo "lex posterior derogat priori". In caso di antinomia tra una norma inferiore anteriore e una norma superiore posteriore è quest'ultima a prevalere sia che si applichi il criterio gerarchico che quello cronologico; tuttavia, se si applica il primo, la norma precedente diventa invalida (cosiddetta invalidità sopravvenuta) e, ove l'ordinamento non consenta la disapplicazione ma solo l'annullamento della norma invalida, continuerà ad essere applicata fino a che non sarà annullata; viceversa, se si applica il criterio cronologico, la norma precedente si considera abrogata e non sarà più applicabile anche in assenza di annullamento.
L'Illegittimità Costituzionale[modifica]
Nell'ordinamento giuridico italiano l'Illegittimità Costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge è oggetto di sindacato giurisdizionale da parte della Corte costituzionale. La Costituzione italiana (art. 134, 1° comma) investe la Corte del compito di giudicare "sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni".
La sua composizione è variegata. Composta da 15 membri, un terzo viene eletto dal Parlamento in seduta comune (con una maggioranza dei 2/3) un terzo dal Presidente della Repubblica, ed un terzo dell'organo della magistratura.
Gli atti amministrativi governativi, ministeriali ed interministeriali sono soggetti al giudizio di legittimità costituzionale della Corte dei Conti (art. 100.2 Cost.); il giudizio della Corte dei Conti non è completamente vincolante: il Governo può rimandare il giudizio alla Corte, motivandolo e chiedendo alla Corte stessa di registrare l'atto, che diventerà efficace sotto responsabilità politica del Governo stesso. La Corte dei Conti ha il dovere di informare il Parlamento ogni volta che il Governo rimandi il giudizio alla Corte.
L'Annullamento[modifica]
L'Annullamento di una norma è la rimozione della norma stessa dall'ordinamento giuridico, in quanto invalida perché contrastante con altra norma posta da una fonte che si colloca ad un livello superiore nella gerarchia delle fonti del diritto. L'annullamento è disposto da un organo, di solito giurisdizionale, al quale l'ordinamento giuridico ha attribuito il relativo potere ed ha efficacia erga omnes, nel senso che la norma annullata non può più essere applicata da chiunque, a differenza della disapplicazione la cui efficacia è invece limitata al processo nel corso del quale è stata decisa dal giudice.
Il Criterio di Specialità[modifica]
Il Criterio di Specialità, espresso dal brocardo "lex specialis derogat generali", secondo il quale, in caso di antinomia tra due norme giuridiche prevale quella più specifica, ossia quella la cui fattispecie è contenuta nella fattispecie dell'altra. Quest'ultima non cessa del tutto di produrre i suoi effetti (ossia, non viene abrogata) ma vede il suo ambito di applicazione ristretto ai casi in cui non trova applicazione la norma più specifica, che si pone con essa in un rapporto di regola ed eccezione; si parla, in questo caso, di deroga della norma generale da parte della norma speciale.
Il criterio di specialità prevale, invece, sul criterio cronologico, espresso dal brocardo "lex posterior derogat priori"; pertanto, la norma posteriore generale non abroga la norma anteriore speciale (principio espresso dal brocardo "lex posterior generalis non derogat priori speciali"), salvo che dalla lettera o dalla ratio della prima si evinca la volontà di abrogare la seconda o la discordanza tra le due norme sia tale da rendere inconcepibile la loro coesistenza.
La Deroga[modifica]
La Deroga è conseguenza dell'operare del principio espresso dal brocardo "lex specialis derogat generali" (la legge speciale deroga quella generale), uno dei principi, presente nella generalità degli ordinamenti, attraverso i quali vengono risolte le antinomie normative.
Tipico esempio ricorre quando la fattispecie disciplinata da una norma (detta norma derogante) è più specifica di quella disciplinata da un'altra (detta norma derogata) di modo che tra le due intercorre un rapporto di regola ed eccezione. Ad esempio, una norma che vieta la circolazione degli autocarri deroga a una norma più generale che permette la circolazione dei veicoli a motore perché la prima fa riferimento ad una classe - gli autocarri - che è inclusa nella classe alla quale fa riferimento la seconda - i veicoli a motore - ed è più specifica di questa.
La norma derogante può contenere una disciplina della fattispecie diversa da quella della norma derogata, e allora la prima si sostituisce alla seconda, o semplicemente stabilire che la norma derogata non si applica alla fattispecie. La deroga è contestuale quando norma derogante e derogata sono poste nello stesso atto. La deroga viene detta successiva, invece, quando la norma derogante è contenuta in atto entrato in vigore successivamente a quello che ha prodotto la norma derogata. Si parla di deroga anche quando una norma dispositiva non trova applicazione avendo le parti del rapporto giuridico disciplinato diversamente il rapporto stesso. Anche in questo caso, però, siamo di fronte alla mancata applicazione di una norma inter partes, ossia in relazione a specifici soggetti, e non con efficacia erga omnes.
La norma derogata non viene eliminata dall'ordinamento giuridico ma vede ridotto il suo ambito di applicazione; questo distingue la deroga dall'abrogazione che comporta, invece, la totale cessazione di vigenza della norma. Sotto questo punto di vista, la deroga può essere vista come un'abrogazione parziale della norma. Va peraltro tenuto presente che il termine deroga viene talora usato con significato più ampio, comprensivo anche dell'abrogazione.
La Differenza con la Dispensa[modifica]
La deroga si distingue dalla dispensa in quanto quest'ultima sottrae uno specifico soggetto dall'applicazione della norma, mentre la deroga agisce sulla norma stessa ed ha, quindi, efficacia erga omnes, ossia nei confronti della generalità dei soggetti. La dispensa consegue all'esercizio di una potestà attribuita dall'ordinamento ad un'autorità e, quindi, ad un provvedimento della stessa, mentre la deroga è un'espressione della medesima potestà normativa in virtù della quale è stata emanata la norma derogata. Talvolta, peraltro, il termine deroga viene utilizzato come sinonimo di dispensa.
Va osservato che la dispensa e la deroga di una norma dispositiva possono essere ricondotte alla deroga, nel significato proprio del termine, laddove si accolga l'impostazione kelseniana che vede una forma di produzione normativa anche negli atti aventi efficacia inter partes (provvedimenti amministrativi, contratti e altri negozi di diritto privato ecc.), sebbene le norme così prodotte non presentino i caratteri della generalità ed astrattezza.
Il Criterio della Competenza[modifica]
La Competenza[modifica]
La Competenza indica la sfera di poteri e facoltà attribuita ad un organo. La competenza ha una funzione di limite, in quanto definendo facoltà e poteri pone dei limiti all'agire degli organi: gli atti compiuti dall'organo al di fuori della sua competenza sono invalidi e precisamente affetti dal vizio di incompetenza.
Le Diverse Forme di Competenza[modifica]
Se la persona giuridica ha un solo organo, questo esercita tutti i poteri e le facoltà spettanti alla persona giuridica. Se, invece, come normalmente accade, gli organi sono più di uno, i poteri e facoltà sono ripartiti tra gli stessi, in relazione alla divisione del lavoro operata nella struttura organizzativa, sicché ad ogni organo è attribuita una competenza. Si suole pertanto distinguere l'attribuzione di poteri e facoltà all'ente dalla competenza del suo organo, che è la frazione di tali poteri e facoltà spettante al medesimo.
La Delega e la Supplenza[modifica]
La delega si distingue inoltre dalla supplenza, che si ha quando un organo (supplente) esercita le competenze spettanti ad altro organo, a seguito dell'impossibilità di quest'ultimo di funzionare, per assenza o impedimento del suo titolare. Anche la supplenza deve essere prevista da una norma avente forza non inferiore a quella che ha conferito la competenza. Di solito le norme che prevedono la supplenza prestabiliscono in via generale l'organo (detto vicario) destinato a funzionare quale supplente di un altro
Il Conflitto di Competenza[modifica]
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