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Document Index: 75680276

Matched Legal Cases: ['art.9', 'art. 9', 'art. 41', 'art. 17', 'art. 9', 'art. 9']

T.A.R. Friuli Venezia Giulia, 15 novembre 2012 a cura del Dott. Francesco BarchielliT.A.R. Friuli Venezia Giulia, 15 novembre 2012La ratio del decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968 n. 1444 è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: si tratta cioè di norma volta a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitarioSENTENZA N. 411
1. La ratio del decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968 n. 1444 è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: si tratta cioè di norma volta a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario. 2. Tali distanze tra costruzioni sono, cioè, predeterminate con carattere cogente in via generale e astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni d’igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (Cons. St., sez. IV, 12 giugno 2007, n. 3094, e 5 dicembre 2005, n. 6909).
3. Tale previsione è dunque, tassativa e inderogabile e può essere derogata solo relativamente alle zone A e nel caso di “strumenti attuativi con previsioni plano volumetriche".
Il ricorrente, proprietario di un immobile prospiciente quello oggetto dell’impugnato permesso a costruire, osserva come il previsto intervento comporta un aumento di volumetria e altezza con una violazione delle vigenti norme sulle distanze e con la creazione di un’intercapedine non consentita.
L’atto comunale deriverebbe da una non corretta rappresentazione della realtà e si porrebbe in contrasto con l’art.9 del DM 1444/68 sulle distanze.
Resistono in giudizio sia il Comune sia la ditta controinteressata che sostengono la piena legittimità dell’intervento, interessato da un piano particolareggiato.
Sia il ricorrente sia le altre parti hanno ribadito in apposite memorie le rispettive tesi.
Nel corso dell'udienza del 14 novembre 2012 la causa è stata introitata per la decisione.
Oggetto della presente controversia è il permesso a costruire rilasciato dal Comune alla Società immobiliare del Carso per la ristrutturazione e ampliamento dell'edificio sito al confine con l'immobile di proprietà del ricorrente.
Va innanzitutto osservato come non rilevi nella presente controversia il fatto che il ricorrente avrebbe in passato usufruito della medesima normativa posta alla base del permesso a costruire qui gravato, perché la questione è del tutto estranea alla controversia, dove quello che rileva è la legittimità o meno del permesso a costruire gravato, non una curiosa e giuridicamente irrilevante comparazione tra due situazioni, quasi che l’eventuale legittimità o illegittimità dell’una possa “contagiare” l’altra.
Venendo al merito, l’intervento assentito si colloca nella zona omogenea A2, interessata da un Piano particolareggiato comunale d’iniziativa pubblica, che, agli articoli 9 e 10 delle norme tecniche di attuazione (vigenti e non impugnate da parte ricorrente) consente tutte le tipologie d’intervento, dalla manutenzione alla nuova edificazione, mentre non viene affatto prescritto il rispetto della distanza di 10 m tra le pareti finestrate ma, anche per le nuove costruzioni, obbliga solo al rispetto degli allineamenti indicati nei grafici e dell'altezza massima di metri lineari otto.
L'immobile in questione, (il quale non ricade nei comparti interclusi o in quelli in cui è prescritta la distanza minima di 10 metri), risulta quindi vincolato unicamente dall'obbligo di allineamento e al rispetto dell'altezza; questi ultimi due aspetti non vengono contestati nel ricorso e risultano conformi alla normativa.
Va poi ricordato che il decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968 n. 1444, invocato da parte ricorrente, fissa i limiti "inderogabili" di distanza fra i fabbricati e prevede all'art. 9 che tra i fabbricati debba essere rispettata "in tutti i casi" la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Lo stesso decreto, peraltro, ammette distanze inferiori, solo relativamente alle ipotesi di ristrutturazione in zone A e "nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche".
La ratio di tale normativa, come sembra evidente, è quella non di tutela del diritto alla riservatezza, bensì di salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie: trattasi cioè di norma volta a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario. Tali distanze tra costruzioni sono, cioè, predeterminate con carattere cogente in via generale e astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni d’igiene e di sicurezza, di modo che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell'applicazione della disciplina in materia di equo contemperamento degli opposti interessi (Cons. St., sez. IV, 12 giugno 2007, n. 3094, e 5 dicembre 2005, n. 6909).
Tale previsione è dunque, tassativa e inderogabile e può essere derogata solo relativamente alle zone A e nel caso di “strumenti attuativi con previsioni plano volumetriche"; si tratta proprio del caso in esame, ricadendo l’immobile in zona A interessata da un piano particolareggiato con previsioni plano - volumetriche.
Al contrario, solo per gli edifici ricadenti in zona territoriale diversa dalla A la distanza minima assoluta di metri dieci tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, prescritta ai sensi dell'art. 41 quinquies, l. 17 agosto 1942 n. 1150, modificato dall'art. 17, l. 6 agosto 1967 n. 765, e dell'art. 9, d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, costituisce una prescrizione di carattere cogente e generale e comporta altresì l'obbligo per il giudice di merito non solo di disapplicare le disposizioni illegittime, nel caso di strumenti urbanistici contrastanti, ma anche di applicare direttamente la disposizione del menzionato art. 9, che, per inserzione automatica, diviene parte integrante dello strumento urbanistico, anche in sostituzione della eventuale norma illegittima a disapplicata (Cass. Civ. sez. II 7.01.2010 n. 56).
Ciò premesso, va rilevato come la peculiare disciplina della zona citata si giustifica in quanto concerne il centro storico del borgo carsico di Santa Croce, in cui prevale la necessità di rispetto degli allineamenti e della tipologia costruttiva, (quest’ultima contestata da parte ricorrente solo in modo del tutto generico), per cui è consentito sia un ampliamento dell'edificio preesistente sia una nuova costruzione senza tener conto dell'obbligo di distanze. Va quindi ribadito che si tratta di una normativa di piano particolareggiato specifica ricadente in zona A e che in parte deroga alla normativa generale sulle distanze e che risulta applicabile, oltre che nemmeno impugnata da parte ricorrente.
In questo quadro giuridico e fattuale, risulta irrilevante la distinzione, su cui si concentra parte ricorrente, tra ristrutturazione e nuova edificazione, stante l'omogeneità della disciplina delle due ipotesi nel caso concreto.
Per le suindicate ragioni il ricorso va rigettato laddove le spese del giudizio debbano seguire l’ordinaria regola della soccombenza.
l Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.
Condanna la parte ricorrente al pagamento a favore del Comune delle spese di giudizio che liquida in complessivi euro 3.000 (tre mila), oltre agli accessori di legge e a favore della ditta controinteressata per euro 2.000 (due mila) oltre agli accessori di legge.
Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 14 novembre 2012 con l'intervento dei magistrati:
Enzo Di Sciascio, Consigliere