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Timestamp: 2020-07-05 08:09:01+00:00
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Politica | Giornalismo d'inchiesta. A Messina e dintorni | Page 2
Lo spettro di arresti e commissariamenti evocati da Dino Bramanti: l’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà, il tentativo di concussione per induzione prescritto. Ecco cosa dicono le carte dei procedimenti pendenti su Cateno De Luca
23 giugno 2018 Michele Schinella (In)Giustizia, Politica No comments
Il cambio di tattica gliel’ha indicata Lucio D’amico dalle pagine della Gazzetta del sud: “I suoi alleati vorrebbero che passasse all’attacco chiedendo conto a Cateno De Luca dei suoi guai giudiziari”.
Dino Bramanti, l’avversario al ballottaggio del 24 giugno per la scelta del sindaco di Messina, non vedeva l’ora.
Ma quando uno scienziato della medicina si cimenta sul terreno tecnico giuridico i rischi di confusione diventano molto forti.
“De Luca è sotto processo, potrebbe essere arrestato e il Comune se fosse eletto sindaco potrebbe essere commissariato”, ha ripetuto Bramanti. “E’ stato assolto per prescrizione, rinunci alla prescrizione”, ha ancora sfidato. “E’ stato arrestato ed è sotto processo per associazione mafiosa finalizzata all’evasione fiscale”, ha arringato il candidato a sindaco sponsorizzato da Francantonio Genovese e Nino Germanà, prima che qualche presente al comizio lo avvertisse che la mafia non c’entra.
I guai giudiziari di De Luca
Cateno De Luca ha due procedimenti penali pendenti:uno riguarda l’inchiesta denominata (impropriamente) “Sacco di Fiumedinisi”; l’altra attiene la gestione della Fenapi, sindacato da De Luca creato e gestito – secondo l’accusa della Procura – facendo ricorso all’evasione fiscale.
Entrambi i procedimenti penali lo hanno portato agli arresti domiciliari. per il primo il 27 giugno del 2011; per il secondo l’8 novembre del 2017.
Ambientalisti nel “Sacco di Fiumedinisi”
Nel primo procedimento penale, a De Luca veniva contestato nella sostanza di aver usato illegalmente il Contratto di quartiere, strumento urbanistico previsto e incentivato con appositi finanziamenti per riqualificare borghi o paesi in stato di abbandono, al fine di ottenere deroghe al Piano regolatore generale di Fiumedinisi di cui era sindaco e quindi consentire attività edificatorie ai privati, i quali intervenivano conferendo finanziamenti propri, tra cui società riconducibili ai membri della propria famiglia.
L’accusa era declinata in termini di abuso di ufficio.
Il Tribunale di Messina il 10 novembre del 2017, dopo alcuni anni di processo, pronunciandosi nel merito ha stabilito che Il Contratto di quartiere era uno strumento di cui legittimamente il comune di Fiumedinisi si poteva servire, avendone tutti i requisiti; che l’intervento dei privati era previsto dalla legge anzi dava maggiore credibilità al Contratto stesso e che nulla impediva che potessero parteciparvi pure imprenditori o società vicine a chi impersonava in quel momento il Comune: ovvero De Luca.
Il Tribunale lo ha così assolto.
Nell’ambito del Contratto di Quartiere era pure previsto che il torrente che attraversa Fiumedinisi fosse irregimentato al fine di proteggere l’abitato da eventuali esondazioni. Dapprima, fu prevista la costruzione di gabbioni di pietre. Successivamente, con perizia di variante, si decise di procedere con muri in cemento armato.
Le associazioni ambientaliste insorsero e la Procura contestò a De Luca di aver fatto illegittimamente la variante per favorire i privati (tra cui le società riconducibili alla sua famiglia) in modo che più agevolmente potessero costruire a monte le opere previste dal Contratto di quartiere.
L’attività istruttoria – come hanno motivato i giudici – ha permesso di accertare che le difese in cemento armato erano molto più efficaci per la pubblica incolumità di quelle con gabbioni e che comunque nessuna relazione ci fosse tra le difese spondali e le opere private a monte comunque già da tempo autorizzate dalla regione Sicilia.
Il Tribunale ha così assolto nel merito De Luca anche da questa accusa di abuso d’ufficio.
La concussione nell’interesse delle vittime
Nell’ambito di questa inchiesta, però, l’accusa più grave da cui De Luca doveva difendersi declinata in termini di Tentata concussione, era di avere fatto pressioni con violenza e minaccia ai danni di due cittadini proprietari di terreni su cui secondo il Contratto di Quartiere sarebbero dovuti sorgere delle opere per costringerli a vendere i terreni stessi, accettando l’offerta di acquisto nettamente superiore a quella che sarebbe spettata a titolo di espropriazione.
Il Contratto di quartiere, infatti, prevede l’espropriazione dei terreni per il caso in cui i proprietari non li cedono volontariamente.
La procedura espropriativa tuttavia in genere allunga i tempi.
Proprio per questo, Cateno De Luca, con il Contratto di quartiere e le procedure espropriative già avviate, nell’anno 2006 è intervenuto.
“Ci ha voluto incontrare e ci ha detto: “O lo cedete oppure vi verrà espropriato a prezzi molto più bassi di quelli che vi vengono offerti. Non pensate possiate fermare il Contratto di quartiere. Poi non venite a piangere“, hanno riferito agli inquirenti gli interessati, familiari di esponenti dell’opposizione politica a De Luca, i quali hanno anche raccontato di ritorsioni subite successivamente da parte dell’amministrazione.
Il Tribunale ha ritenuto che la condotta di De Luca non sia atteggiata né in termini di violenza né in quelli di minaccia né mai si siano verificati gli atti aventi natura ritorsiva e dunque ha escluso il tentativo di concussione.
I giudici hanno riconosciuto invece De Luca responsabile del reato, meno grave, di tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità.
In altre parole, De Luca – secondo i giudici – visto il ruolo di sindaco nel momento in cui ha prefigurato l’espropriazione ha posto in essere atti idonei a condizionare la libertà dei proprietari dei terreni, non avendo rilievo che il sindaco in realtà volesse orientare la loro condotta in senso anche per loro più vantaggiosa in termini economici, né che quest’ultimi al massimo potevano rallentare l’attuazione del Contratto di Quartiere ma mai impedirlo.
Su queste ultime circostanze avevano molto insistito le difese per escludere la rilevanza penale della condotta di De Luca, ma non hanno convinto i giudici i quali hanno messo in rilievo che De Luca era sì portatore degli interessi del Comune ma anche delle imprese private a lui riconducibili e attori del Contratto di Quartiere.
Tuttavia, il Tribunale ha ritenuto il reato prescritto e ha emesso sentenza di non doversi procedere.
La Procura ha fatto appello così come De Luca.
La pubblica accusa infatti chiede che venga riconosciuto il reato di tentativo concussione, che ha un termine di prescrizione più lungo: 10 anni.
il deputato regionale che non venga ritenuto sussistente neppure il reato di Induzione indebita.
Cateno De Luca, se anche volesse, potrebbe raccogliere la sfida di Dino Bramanti e rinunciare alla prescrizione?
La risposta è no. La giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto è pacifica (ad esempio, Cassazione penale, sez. III, 8 febbraio 2012, n. 4946, Cassazione penale sez.V, 06/07/2017, n. 40499)
E in quale caso l’ipotetico sindaco De Luca potrebbe decadere?
Solo nel caso in cui la Corte d’appello accogliesse l’impugnazione della Procura e stabilisse che l’aver detto “accettate la somma che vi viene offerta se no avrete un danno economico”, integri gli estremi della violenza o della minaccia necessari per la concussione, De Luca nell’ipotesi in cui nel frattempo fosse eletto sindaco, in base alla legge Severino, decadrebbe da primo cittadino.
L’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà
Non erano neppure passate 48 ore dalle elezioni a deputato regionale che Cateno De Luca l’8 novembre del 2017 è stato arrestato per ordine del Giudice per le indagini preliminari, Monia De Francesco, che ha accolto in toto le richieste della Procura, avanzate 10 mesi prima.
L’accusa per De Luca è di essersi associato con altri collaboratori al fine di rappresentare nei bilanci di Caf Fenapi Srl passività inesistenti per personale, sedi e per servizi affidati ad altre società, in modo da abbattere gli utili e pagare meno tasse: un milione e 800 mila euro secondo la stima degli inquirenti negli anni compresi tra il 2009 e il 2012.
In altre parole, secondo gli inquirenti, il sindacato Fenapi e il Caf Fenapi Srl rappresentava in bilancio trasferimenti di denaro ai circoli territoriali che in realtà non avvenivano.
Il Gip De Rose, il 20 novembre del 2017, ha rivisitato la decisione della collega che il giorno dopo aver firmato l’ordinanza si è messa in maternità, revocando gli arresti domiciliari a cui era stato ristretto De Luca, e sostituendo gli stessi con l’inibizione a ricoprire cariche societarie.
Qualche giorno dopo, il 23 novembre del 2017, il Tribunale della Libertà ha letteralmente fatto a pezzi l’impianto accusatorio della Procura.
“Il compendio documentale e testimoniale mostra in maniera chiara che non c’è stata creazione di passività fittizia. Le passività ci sono e sono documentali: il Caf Fenapi Srl che incassava i contributi statali trasferiva effettivamente ai circoli risorse per pagare il personale e le sedi. E’ fuor di dubbio che i circoli svolgevano in effetti l’attività e non si vede come si possa pensare che in presenza di attività svolta dalle strutture territoriali per conto del Caf Fenapi Srl e del sindacato Fenapi questi incassassero e poi non sostenessero i costi di chi in concreto svolgeva l’attività produttiva”, ha motivato in sintesi il Tribunale del Riesame. “Peraltro – ha aggiunto il collegio – l’Agenzia delle entrate aveva considerato assolutamente legittimo lo stesso identico modo di contabilizzare le partite contabili tra Fenapi e Caf Fenapi Srl da un lato e i circoli e le società che erogano servizi per le due entità madri dall’altro per gli anni precedenti al 2009”.
La Procura ha fatto appello in Cassazione e confermando le accuse ha chiesto il rinvio a giudizio di Cateno De Luca.
Se De Luca diventasse sindaco e poi fosse prima rinviato a giudizio e poi condannato in primo grado e in appello per associazione finalizzata all’evasione fiscale comunque non ci sarebbe la decadenza. La legge Severino non la prevede per questo reato.
Ufficio stampa del Comune, il generoso “regalo” di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per palazzo Zanca un salasso (non dovuto) di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana
11 gennaio 2018 Michele Schinella (In)Giustizia, Politica No comments
La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno stabilito che ai componenti degli uffici stampa degli enti locali della Sicilia non è dovuta l’applicazione del vantaggioso contratto collettivo dei giornalisti professionisti. E vada loro applicato quello degli Enti locali, come accade d’altro canto nel resto d’ Italia.
Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, e i componenti della Giunta che guida, però, del giudice delle leggi e del massimo organo della giurisdizione se ne sono infischiati.
Hanno così “regalato” al funzionario del Comune Sergio Colosi un contratto di giornalista con qualifica di capo redattore che, a seconda dell’anzianità di servizio, può arrivare a costare per Palazzo Zanca solo di stipendio base circa 120 mila euro all’anno, più o meno 80 mila euro in più di quanto Colosi avrebbe diritto a percepire.
Il regalo è contenuto in una delibera della Giunta voluta fortissimamente da Renato Accorinti.
Ha la forma di una transazione che costerà negli anni a Palazzo Zanca centinaia di migliaia di euro e garantirà a Colosi uno stipendio e un Trattamento di fine rapporto triplo rispetto al dovuto e in misura eguale a quelli di un giornalista che ha la responsabilità di pensare in tempi ristretti un giornale, di coordinare di decine di redattori, di pagare risarcimenti danni per diffamazione: nulla a che vedere con gli impegni di un capo ufficio stampa di un Comune.
L’uso del tempo indicativo futuro è obbligatorio perché dopo l’approvazione della delibera, l’iter che avrebbe concretamente fatto sorridere il giornalista ha avuto una battuta di arresto: l’accordo transattivo a cui la Giunta aveva dato il via libera di fatto non è stato ancora firmato.
Trattative sotto traccia
La delibera della Giunta (che ha la firma di regolarità contabile del Segretario generale Antonino Le Donne e di regolarità tecnica del dirigente Giovanni Bruno) è dell’estate: reca il numero 462 ed è del 29 giugno del 2017.
Ma a monte vi è un frenetico lavoro sottotraccia sollecitato da alcuni esponenti dell’organizzazione sindacale dei giornalisti Assostampa (tra questi si è distinto Massimo Passalacqua in versione esperto di diritto) e da diversi “consigliori” del primo cittadino, che hanno preso a cuore la battaglia di Colosi.
Quest’ultimo, infatti, a capo dell’ufficio stampa del Comune sin dall’insediamento del sindaco Accorinti (giugno del 2013), il 27 agosto del 2015 si è rivolto al Tribunale del Lavoro perché gli venisse riconosciuta la qualifica di capo redattore in applicazione del Contratto collettivo dei giornalisti con richiesta di 45 mila euro di differenze retributive. Aurora Notarianni, sino a due mesi fa assessore regionale ai Beni culturali, il suo legale. Il Comune si è affidato alla competenze di Santa Chindemi, dello studio legale che fu di Angelo Falzea, accademico dei Lincei.
Il sindaco Renato Accorinti.
Il cuore di Accorinti batte…. per Colosi
Renato Accorinti, pur alle prese con innumerevoli problemi e con i disastrati conti del Comune, si è innamorato così tanto della causa di Colosi che l’ 1 dicembre del 2016 ha preso carta e penna e ha scritto all’Avvocatura e al Dipartimento risorse umane: “Proponete una soluzione per la definizione del contenzioso”.
La soluzione già trovata dal sindaco e da Colosi è in una transazione: Colosi rinuncia a tutti gli arretrati che gli spetterebbero se gli fosse stato applicato il contratto di giornalista sin dall’inizio della sua avventura all’Ufficio stampa e che aveva chiesto al giudice del Lavoro, il Comune gli applica dal momento della firma della transazione il contratto di caporedattore.
Il dirigente dell’Avvocatura Giovanni Bruno il 7 dicembre del 2016 chiede un parere prognostico sull’esito della causa al legale Chindemi.
Tuttavia, il 3 aprile del 2017, prima ancora che il parere dell’avvocata giungesse, Accorinti manifesta la sua determinazione e, come se già fosse sicuro dell’esito del parere, scrive al Segretario generale, Antonino Le Donne: “E’ intenzione dell’amministrazione cessare la materia del contendere e applicare a Colosi il Contratto dei giornalisti”
Il parere del legale del Comune di Messina, Santa Chindemi, giunge un mese e mezzo dopo, il 17 maggio del 2017: è paradossale, quasi degno del miglior Pirandello, e appare confezionato in maniera tale da accontentare la volontà palese di chi l’aveva chiesto.
“Il Comune per legge e per dictum della Corte costituzionale non può applicare il Contratto dei giornalisti a Colosi e in punto di diritto sono convinta che abbia ragione da vendere come ho rappresentato nelle memorie difensive; ma di recente ci sono state alcune pronunce di Giudici siciliani di primo grado che hanno detto cose diverse. Quindi il Comune potrebbe anche perdere la causa“, ha scritto in sintesi il legale. “Pertanto, si ritiene possibile valutare positivamente l’ipotesi transattiva allo studio“, ha concluso l’avvocata.
Due giorni dopo, il 19 maggio del 2017, l’avvocata Notarianni ribadisce ufficialmente la disponibilità alla transazione.
Il sindaco Accorinti, senza tenere in nessuna considerazione che in ogni caso il potere di transazione che impegna economicamente gli enti pubblici è sottoposto dalla Corte dei conti a limiti molto stringenti, non perde tempo.
Il 25 maggio 2017 ordina al Segretario generale che si proceda con lo schema di transazione da sottoporre all’approvazione della Giunta.
Nel frattempo, la causa davanti al giudice del Lavoro è stata rinviata per due volte (la prossima udienza è fissata al 2 febbraio prossimo) proprio in attesa che la transazione venga firmata e così dichiarata cessata la materia del contendere.
La Corte di Cassazione dixit
L’avvocata Chindemi si è fermata ad alcune decisioni dei giudici di primo grado siciliani, ma non ha citato la sentenza della Corte Cassazione numero 488 del 2017.
Depositata nella cancelleria l’11 gennaio del 2017 è di 4 mesi prima che rendesse il parere.
Con questa pronuncia, il massimo organo della giurisdizione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Messina che, confermando quella del Tribunale, aveva riconosciuto a Maria Flavia Carilli, in forza all’ufficio stampa della Provincia regionale di Messina, l’applicazione del contratto di giornalista sulla base delle stesse argomentazioni giuridiche su cui poggia il ricorso proposto da Colosi.
Il precedente di Attilio Borda Bossana
Prima di Sergio Colosi, alla guida del ufficio stampa del Comune c’era Attilio Borda Bossana, entrato nell’organico del Comune senza alcun concorso. Collaboratore esterno di Palazzo Zanca sin dal 1980, Borda Bossana nel 1999 ne divenne dipendente in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione.
Grazie a un delibera voluta dal vicesindaco di allora Giampiero D’alia e avallata dal segretario generale Filippo Ribaudo non solo divenne dipendente ma gli fu da subito applicato il contratto di caporedattore.
A cavallo tra 2011 e il 2012, Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella raccontò come a Borda Bossana in violazione di legge fosse garantito un trattamento mensile medio di 10 mila euro per 13 mensilità.
Insomma, Borda Bossana (titolo di studio geometra), era il dipendente più pagato di Palazzo Zanca, più di qualsiasi dirigente.
Il sindaco Giuseppe Buzzanca a seguito degli articoli chiese un parere al collegio di difesa, presieduto da Francesco Marullo. Quattro componenti si astennero perché intimi amici di Borda Bossana.
Il parere giunse. Il dirigente del Personale Giuseppe Mauro lo ritenne “incomprensibile e contraddittorio”. Ne chiese uno a chiarimento. Arrivò sul tavolo di Provvidenza Castiglia, dirigente che nel frattempo sostituì Mauro, ma fu secretato.
Qualche mese dopo Giuseppe Buzzanca si dimise.
A ottobre del 2012 a palazzo Zanca giunse il commissario Luigi Croce, ex capo della procura di Messina.
Attilio Borda Bossana (a sx) premiato da Luigi Croce
Passarono 6 mesi e il primo maggio del 2013 Attilio Borda Bossana si mise in pensione, a 62 anni.
A lui andò un trattamento di fine rapporto e una pensione che se non gli fosse stato applicato il contratto dei giornalisti si sarebbe sognato.
Quindici giorni dopo, il 14 maggio del 2013, con delibera numero 47, il commissario Croce eliminò la figura professionale di capo redattore dall’organigramma del Comune e la sostituì con quella di giornalista inserendola nella categoria D3 del Contratto degli enti locali: così come viene fatto in tutti i Comuni d’ italia.
Tuttavia, l’ex magistrato Croce nessuna iniziativa giuridica intraprese per fare chiarezza sul diritto di Borda Bossana di ricevere emolumenti da manager di un’azienda privata.
L’amministrazione Accorinti, che si trovò per le mani la spinosa questione del sontuoso trattamento di fine rapporto reclamato da Borda Bossana, fece a sua volta finta di nulla.
E alcuni anni dopo, mettendo nel nulla pure l’operato del commissario Croce, si appresta, a fine legislatura, a fare di Colosi il nuovo Borda Bossana.
Eppure, che Colosi ora (e Borda Bossana prima) non abbia alcun diritto all’applicazione del Contratto dei giornalisti e alla qualifica di caporedattore e per contro il Comune abbia l’obbligo di non applicarlo a pena di responsabilità contabile, lo ha stabilito indirettamente la sentenza della Corte di Cassazione che si è pronunciata su Maria Flavia Carilli.
La vicenda in punto di diritto
Per chi ha un minimo di tempo e di dimestichezza con il diritto e non cade (come talvolta anche taluni giudici) nelle trappole fumose tese da avvocati e giornalisti in cerca di privilegi (dopo aver criticato quelli dei politici) la vicenda è di una semplicità disarmante.
La legge nazionale n° 150 del 2000 ha previsto che “Le amministrazioni pubbliche possono (non devono, ndr) dotarsi di un ufficio stampa“.
Per ciò che attiene specificamente la vicenda che riguarda il trattamento economico e giuridico tra gli altri di Colosi, ha precisato che: “Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’ attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“.
In Sicilia, tuttavia, un legislatore molto attento alle esigenze economiche dei giornalisti emanò una serie di norme nel tentativo di anticipare il contenuto dell’Accordo tra le parti sociali stabilendo in sintesi che: “Ai giornalisti degli uffici stampa degli enti locali siciliani si applica il contratto collettivo dei giornalisti e la qualifica di caporedattore”
Queste norme regionali furono spazzate via dalla Corte costituzionale che con sentenza 189 del 5 giugno 2007 ha ribadito in maniera molta chiara un principio pacifico nella giurisprudenza: “I rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione per legge sono regolate dalla contrattazione collettiva al fine di garantire su tutto il territorio nazionale uniformità di trattamento dei lavoratori. Questo principio si impone anche nelle regioni a statuto speciale e quindi limita la potestà legislativa esclusiva della regione Sicilia“, ha concluso la Consulta.
In altre parole, in omaggio al principio costituzionale di uguaglianza non può accadere che il componente dell’ufficio stampa del Comune di Roma guadagni 4 mila euro lordi al mese e quello di Messina arrivi a 10 mila: i dati sarebbero quelli reali se la delibera di Giunta fosse attuata a favore di Colosi.
E’ per evitare queste discriminazioni e per consentire un controllo da parte del Governo e della Corte dei conti sulla spesa pubblica che è stata creata l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale), unico organismo che per legge ha la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni ai fini della firma dei Contratti collettivi di lavoro e può dunque validamente vincolarle.
L’Aran non ha mai sottoscritto un accordo con le organizzazioni rappresentative di categoria dei giornalisti, che avrebbe comunque il limite di non dover determinare nuovi oneri per le finanze pubbliche.
E, dunque, in tutta Italia ai giornalisti che fanno parte dell’ufficio stampa dei Comuni e delle Province si applica il contratto degli enti locali.
L’Accordo di Pulcinella in terra siciliana
La decisione della Corte costituzionale non piacque all’Assostampa Sicilia e cosi si cercò subito il modo per aggirarla.
Il 24 ottobre del 2007 a Palermo si riuniscono per le parti pubbliche: l’assessore regionale alla Presidenza, Mario Torrisi; il presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci) della Sicilia; il segretario dell’Unione regionale provincie siciliane (Uprs); per le parti private: il segretario dell’Associazione stampa siciliana (Assostampa) e il presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi).
Stipulano un Contratto.
L’Accordo in sostanza ripristina il principio che la Corte costituzionale aveva spazzato via dall’ordinamento giuridico: ovvero l’applicazione del Contratto dei giornalisti ai componenti degli uffici stampa degli enti locali.
Per tentare di ammantarlo della forza di fonte del diritto, l’Accordo fu pure pubblicato nella Gazzetta ufficiale della regione Sicilia
E’ su questo Contratto che fanno leva le cause proposte in tutta la Sicilia da vari giornalisti in forza all’ufficio stampa dei Comuni (e dallo stesso Sergio Colosi) o delle Province (è il caso di Maria Flavia Carilli) per vedersi riconoscere il trattamento di giornalista.
Il tema determinante su cui alcuni giudici, aiutati talvolta da distratti difensori degli enti enti locali, si sono incartati è proprio questo.
Che efficacia vincolante ha questo Accordo?
Non ci vuole molta competenza per capire che non ne ha alcuna: basti solo osservare che metterebbe nel nulla il principio di uniformità di trattamento richiamato dalla Corte costituzionale.
Può l’Associazione (politica) dei comuni siciliani o l’Unione (politica) regionale delle province siciliane vincolare una pubblica amministrazione nel trattamento giuridico ed economico dei dipendenti dei comuni o delle province? Può l’organo politico Assessore regionale vincolare la regione Sicilia? Certo che no.
Alessandro Garilli, ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Palermo, chiamato in causa anni fa sul tema, ha dato la sua autorevole opinione: “E’ carta straccia. E’ stato sottoscritto da chi non ha nessuna competenza a rappresentare i Comuni e le Province o la regione Sicilia. Questa legittimazione spetta solo all’ Aran nazionale per comuni e le province, e all’Aran Sicilia per la Regione”.
Se per assurdo….
Ma, in ipotesi, si consideri pure (per assurdo) che l’Accordo sia vincolante e cioè che chi lo ha sottoscritto avesse legittimazione a farlo impegnando le pubbliche amministrazioni.
Basta dare una lettura attenta al testo per scoprire che è lo stesso Accordo a stabilire all’articolo 1 che” l’applicazione riguarda il personale degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10 del 2000″: è facile, leggendo quest’ultima norma avvedersi che si tratta della “Regione e degli enti sottoposti a controllo o vigilanza delle Regione”.
Quindi per andare al caso di Colosi, il Contratto del 24 ottobre 2007 all’ente Comune neppure si potrebbe applicare.
E’ sempre lo stesso Accordo (art. 2) a disporre che “l’operativa dello stesso è subordinata alle contrattazioni integrative aziendali”. Che al Comune di Messina non sono state mai fatte e dunque mai potrebbe Colosi invocare davanti ai giudici il Contratto con successo.
Infatti, è la stessa Corte di Cassazione nella sentenza che ha riguardato la Carilli a dichiarare che questo Accordo non abbia alcuna efficacia vincolante per le amministrazioni pubbliche siciliane.
Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.
14 novembre 2017 Michele Schinella (In)Giustizia, Politica No comments
Antonio Catalioto e Donatella Sindoni
Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.
La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.
Dura lex… sed lex
Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.
Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.
Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.
La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.
La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.
Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.
L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015, da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.
Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).
Una difesa…eccezionale
Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese) pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.
La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.
Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”