Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-22735-del-28-09-2017
Timestamp: 2020-06-07 10:37:34+00:00
Document Index: 136306742

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 53', 'art. 4', 'art. 526', 'art. 360', 'art. 137', 'art. 153', 'art. 13', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 22735 del 28/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22735 del 28/09/2017
Cassazione civile, sez. VI, 28/09/2017, (ud. 06/07/2017, dep.28/09/2017), n. 22735
sul ricorso 6596/2414 proposto da:
B.A., BE.AN., C.A.,
L.A., S.M.;
avverso la sentenza n. 400/2013 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
depositata il 13/09/2013;
partecipata del 06/07/2017 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.
che con la sentenza impugnata la Corte di appello di Genova ha confermato la decisione del giudice di primo grado che, per quanto in questa sede interessa, aveva accolto la domanda proposta da B.A., Be.An., C.A., L.A., S.M., i quali avevano prestato servizio alle dipendenze del Ministero dell’Istruzione in forza di reiterati contratti a tempo determinato, volta al riconoscimento del diritto dei predetti alla progressione stipendiale in relazione al servizio prestato in forza di tali contratti;
che la Corte territoriale, richiamato il principio di non discriminazione sancito dalla clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato, trasfuso nella Direttiva 99/70/CE del 28 giugno 1999, nel rigettare le ulteriori censure mosse dal MIUR, ha svolto le seguenti considerazioni: – le condizioni di impiego, rispetto alle quali sussiste il divieto di discriminazione, comprendono, in conformità con quanto chiarito dalla Corte di Giustizia, tutti gli istituti idonei ad incidere sulla quantificazione del trattamento retributivo, non essendo idonei a giustificare una diversità di trattamento tanto la mera circostanza che un impiego nel settore pubblico sia definito non di ruolo, quanto la specialità del sistema del reclutamento scolastico; – la posizione del docente a tempo indeterminato e quella di chi ha lavorato con continuità nella medesima mansione in forza di una pluralità di rapporti a termine sono pertanto pienamente equiparabili, non potendo essere preclusiva la circostanza che si tratti di un impiegato non di ruolo, non assunto per pubblico concorso e non soggetto a stabilizzazione dopo un periodo di prova; – s’impone, di conseguenza, una lettura della disciplina nazionale conforme alla norma europea come interpretata dalla Corte di Giustizia;
che i predetti dipendenti non hanno svolto attività difensiva;
che con l’unico articolato motivo il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 6,D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18, come convertito dalla L. n. 10 del 2011, L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 53 e della L. 3 maggio 1999, art. 4, nonchè dell’art. 526 TU istruzione, violazione della direttiva 99/70/CE in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Assume che: – i apporti di lavoro a tempo determinato del settore scolastico sono assoggettati ad una normativa speciale di settore, sicchè agli stessi non si applica la disciplina generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001; – il principio di non discriminazione è correlato all’abuso del contratto a termine, che nella specie deve essere escluso in quanto il ricorso alla supplenza e alla stipula di contratti a termine del personale scolastico trova giustificazione in ragioni oggettive e non è maliziosamente finalizzato a consentire al datore di lavoro un risparmio di spesa;
che il motivo non è fondato, osservandosi, in conformità con Cass. n. 22558/2016; Cass. n. 27387/2016; Cass. n. 165/2017; Cass. n. 290/2017 (alle cui motivazioni ci si riporta integralmente in quanto del tutto condivise), che il Ministero ricorrente sovrappone e confonde il principio di non discriminazione, previsto dalla clausola 4 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (concluso il 18 marzo 1999 fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale – CES, CEEP e UNICE – e recepito dalla Direttiva 99/70/CE), con il divieto di abusare della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo, laddove i due piani debbono, invece, essere tenuti distinti, essendo il primo principio teso a migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato garantendo il rispetto del principio di non discriminazione e il divieto a creare un quadro normativo per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato;
che l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato condizioni di impiegò che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato comparabile, sussiste, quindi, a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto, giacchè detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che costituiscono:norme di diritto sociale dell’Unione di articolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutela (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa C177/14, Regojo Dans, punto 32);
che la clausola 4 dell’Accordo quadro è stata più volte oggetto di esame da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha affrontato tutte le questioni rilevanti nel presente giudizio rilevandone il carattere incondizionato idoneo alla disapplicazione di qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte di Giustizia 15.4.2008, causa C-268/06, Impact; 13.9.2007, causa C-307/05, Del Cerro Alonso; 8.9.2011, causa C-177/10 Rosado Santana) ed affermando la esclusione di ogni interpretazione restrittiva, non potendo la riserva in materia di retribuzioni contenuta nell’art. 137, n. 5 del Trattato (oggi art. 153, n. 5), “impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorchè proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (Del Cerro Alonso, cit., punto 42);
che anche in questa sede il Ministero, pur affermando l’esistenza di condizioni oggettive a suo dire idonee a giustificare la diversità di trattamento, ha fatto leva su circostanze che prescindono dalle caratteristiche intrinseche delle mansioni e delle funzioni esercitate, le quali sole potrebbero legittimare la disparità, insistendo, infatti, sulla natura non di ruolo del rapporto di impiego e sulla novità di ogni singolo contratto rispetto al precedente, ossia su ragioni oggettive che legittimano il ricorso al contratto a tempo determinato e che rilevano ai sensi della clausola 5 dell’Accordo Quadro, da non confondere, per quanto sopra si è già detto, con le ragioni richiamate nella clausola 4, che attengono, inveLe, alle condizioni di lavoro che contraddistinguono i due tipi di rapporto in comparazione, in ordine alle quali nulla ha dedotto il ricorrente;
che nulla va disposto in ordine alle spese del giudizio di legittimità, in mancanza di svolgimento di attività difensiva da parte degli intimati;
che non può trovare applicazione nei confronti delle amministrazioni dello Stato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, atteso che le stesse, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. n. 1778/2016).