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Timestamp: 2019-09-19 11:20:52+00:00
Document Index: 117904572

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 1218', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ']

Art. 2087 c.c. e responsabilità del datore di lavoro • IUSinAction
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Testo articolo 2087 codice civile:
L'obbligo di prevenzione di cui all'art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro di adottare non solo le particolari misure tassativamente imposte dalla legge in relazione allo specifico tipo di attività esercitata e quelle generiche dettate dalla comune prudenza, ma anche tutte le altre che in concreto si rendano necessarie per la tutela del lavoratore in base all'esperienza e alla tecnica.
Il lavoratore Tizio, autista addetto al trasporto di merci pesanti, agiva in giudizio nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento del danno patito, a titolo di danno biologico differenziale, danno morale e danno alla vita di relazione, in relazione all'infortunio sul lavoro avvenuto mentre si trovava alla guida di un autoarticolato. Sosteneva che il datore di lavoro non si fosse adoperato per una adeguata manutenzione dell’automezzo affidatogli e che lo stesso avesse omesso di informarlo sulla pericolosità delle strade da percorrere per raggiungere la località di consegna delle merci.
Il Tribunale di Pescara rigettava la domanda del lavoratore così come la Corte di appello di L'Aquila che, nel confermare la sentenza di primo grado, rigettava il ricorso statuendo in ordine all’assenza di responsabilità ex art. 2087 c.c.
Il lavoratore Tizio proponeva ricorso in Cassazione.
Quid iuris.
L’art. 2087 c.c. configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva?
Tale articolo non configura però un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto non può desumersi in astratto la prescrizione di un obbligo assoluto da parte del datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile ed innominata diretta ad evitare qualsiasi danno, con la conseguenza di ritenere automatica la responsabilità del datore di lavoro ogni volta che il danno si sia verificato.
In altre parole, non può accollarsi al datore di lavoro l'obbligo di garantire un ambiente di lavoro a "rischio zero" quando di per sé il rischio di una lavorazione o di una attrezzatura non sia eliminabile, egualmente non può pretendersi l'adozione di accorgimenti per fronteggiare evenienze infortunistiche ragionevolmente impensabili.
Nel caso in specie.
Non può ritenersi configurata una responsabilità civile a carico del datore di lavoro sia sotto il profilo della cattiva manutenzione dell'automezzo affidato al lavoratore sia riguardo all'omessa informazione di adeguate notizie all'autista in ordine alle strade da percorrere.
L’inefficienza del sistema frenante non era imputabile alle condizioni del sistema stesso, pur non ottimale ma superiore ai limiti previsti per la revisione, bensì ad una condotta di guida non appropriata del lavoratore, caratterizzata da frenate ripetute e dal mancato utilizzo delle marce basse azionanti il freno motore.
Inoltre, l'obbligo del datore di lavoro esercente un'impresa di autotrasporto non può certo spingersi fino a richiedergli di accertare le caratteristiche delle strade al fine di consigliare l'utilizzo di quella meno pericolosa.
Sotto entrambi i profili, dunque, la diligenza esigibile è stata correttamente valutata dalla Corte territoriale, in relazione a quello che si poteva pretendere dal datore di lavoro.
L'automezzo, così come accertato dalla c.t.u., aveva un’efficienza frenante pari al 68%, superiore ai limiti richiesti dalla normativa per la revisione degli autoveicoli. Vieppiù che lo stesso era stato affidato al lavoratore Tizio che, per le sue conoscenze e competenze, avrebbe dovuto porre in essere una condotta di guida consona sia in relazione al mezzo stesso trasportante ferro che alle condizioni della strada da percorrere. Egli avrebbe anche dovuto essere in grado di valutare autonomamente, e non su consiglio del datore di lavoro, il percorso consigliabile.
Il lavoratore che agisce nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, seppure non debba provare la colpa del datore di lavoro, nei cui confronti opera la presunzione posta dall'art. 1218 c.c., è pur sempre onerato, in base al principio generale affermato da Cass. S.U. 30 ottobre 2001, n. 13533, della prova del fatto costituente l'inadempimento e del nesso di causalità materiale tra l'inadempimento e il danno (Cass. 19 luglio 2007, n. 16003). Infatti, soltanto "una volta provato l'inadempimento consistente nell'inesatta esecuzione della prestazione di sicurezza nonché la correlazione fra tale inadempimento ed il danno, la prova che tutto era stato approntato ai fini dell'osservanza del precetto dell'art. 2087 c.c. e che gli esiti dannosi erano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile deve essere fornita dal datore di lavoro" (Cass. 8 maggio 2007, n. 10441). La prova liberatoria a carico del datore di lavoro va, poi, generalmente correlata alla quantificazione della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle misure di sicurezza, imponendosi, di norma, allo stesso l'onere di provare l'adozione di comportamenti specifici i quali, ancorché non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli "standard" di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe (Cass. 24 febbraio 2006, n. 4148; id. 25 maggio 2006, n. 12445; 24 luglio 2006, n. 16881; 27 luglio 2010, n. 17547).
L’art. 2087 c.c. non configura però un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto non si può desumere dallo stesso articolo la prescrizione di un obbligo assoluto da parte del datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile ed innominata diretta ad evitare qualsiasi danno ed a garantire così un ambiente di lavoro a "rischio zero".
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 22 ottobre 2013 - 22 gennaio 2014, n. 1312
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