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Timestamp: 2020-07-02 06:44:19+00:00
Document Index: 151235086

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 41', 'art. 48', 'art. 24', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 37', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 24']

Avvocato: viola l’art. 24 c.d.f. la condotta dell’avvocato che non garantisca la propria terzietà ed indipendenza, anche se l’esistenza di un conflitto di interessi sia solo apparente o potenziale, nello svolgimento della propria attività professionale, in particolare se in astratto possono essere presunti condizionamenti dovuti a rapporti di tipo personale | Il Foglio del Consiglio
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Avvocato: la comunicazione e-mail con la quale un avvocato assicura l’adempimento della società propria cliente è producibile in giudizio rientrando nella ipotesi prevista dall’art. 48, comma 2, lett. b), del c.d.f. →
30.03.2020 parere
Avvocato: viola l’art. 24 c.d.f. la condotta dell’avvocato che non garantisca la propria terzietà ed indipendenza, anche se l’esistenza di un conflitto di interessi sia solo apparente o potenziale, nello svolgimento della propria attività professionale, in particolare se in astratto possono essere presunti condizionamenti dovuti a rapporti di tipo personale
È stato richiesto parere riguardo alla insorgenza di un possibile conflitto di interessi per l’avvocato che assiste due clienti, di cui uno è il proprio genitore; i clienti hanno posizioni diverse e non in conflitto, tuttavia, il proprio genitore, commercialista dell’altra cliente, vanta un credito nei confronti di questa e potrebbe agire giudizialmente per il relativo soddisfacimento. L’avvocato non assisterebbe la cliente in un’eventuale giudizio promosso dal genitore e chiede altresì se, ritenuta sussistente una ipotesi di conflitto di interessi, sia sufficiente per eliminare il conflitto rinunciare ad ogni mandato ricevuto dal proprio genitore.
Viene in rilievo l’art. 24 del Codice deontologico forense (c.d.f.), il quale stabilisce che:
“1. L’avvocato deve astenersi dal prestare attività professionale quando questa possa determinare un conflitto con gli interessi della parte assistita e del cliente o interferire con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale.
6. La violazione dei doveri di cui ai commi 1, 3 e 5 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale da uno a tre anni. La violazione dei doveri di cui ai commi 2 e 4 comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.”
Tali principi sono stati messi in evidenza dal Consiglio Nazionale Forense nelle proprie sentenze, dove si è sottolineato che l’avvocato deve garantire l’assoluta terzietà, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, nell’espletamento della professione.
Così il C.N.F. nella sentenza n. 182 del 17 dicembre 2018 (vd. anche sentenza del 12 luglio 2016, n. 186):
“Affinché possa dirsi rispettato il canone deontologico posto dall’art. 24 c.d.f. (già art. 37 codice previgente) non solo deve essere chiara la terzietà dell’avvocato, ma è altresì necessario che in alcun modo possano esservi situazioni o atteggiamenti tali da far intendere diversamente. La suddetta norma, invero, tutela la condizione astratta di imparzialità e di indipendenza dell’avvocato – e quindi anche la sola apparenza del conflitto – per il significato anche sociale che essa incorpora e trasmette alla collettività, alla luce dell’id quod plerumque accidit, sulla scorta di un giudizio convenzionale parametrato sul comportamento dell’uomo medio, avuto riguardo a tutte le circostanze e peculiarità del caso concreto, tra cui la natura del precedente e successivo incarico”.
La ratio dell’art. 24 c.d.f. è, per il Consiglio Nazionale forense, quella di “evitare situazioni che possano far dubitare della correttezza dell’operato dell’avvocato e, quindi, perché si verifichi l’illecito, è sufficiente che potenzialmente l’opera del professionista possa essere condizionata da rapporti di interesse con la controparte. “
In particolare, la sentenza in questione nell’individuare la natura giuridica dell’illecito disciplinare in materia di conflitto di interessi fa riferimento alle categorie del diritto penale, affermando che l’illecito disciplinare “è un illecito di pericolo, quindi l’asserita mancanza di danno è irrilevante perché il danno effettivo non è elemento costitutivo dell’illecito contestato. “()
In altre parole, le situazioni personali (quali i rapporti familiari) o gli atteggiamenti del professionista che, anche solo astrattamente, possano implicare un conflitto di interesse, violano il codice deontologico.
E’ pur vero che nella vicenda in esame, così come prospettata dalla Collega, le posizioni dei clienti appaiono totalmente indipendenti tra loro; le circostanze concrete, la natura dei rispettivi incarichi professionali e, in particolare, l’esistenza di stretti rapporti familiari devono tuttavia indurre il professionista ad assumere un atteggiamento prudente e valutare eventuali ragioni di opportunità nell’assumere o mantenere incarichi professionali.
Alla luce di quanto sopra, appare irrilevante, ai fini di escludere l’astratta configurabilità di un conflitto di interessi. L’eventuale rinuncia dei mandati ricevuti dal cliente–padre, visto che uno dei punti centrali della questione pare proprio essere il rapporto di parentela.
Viola l’art. 24 c.d.f. la condotta dell’avvocato che non garantisca la propria terzietà ed indipendenza, anche se l’esistenza di un conflitto di interessi sia solo apparente o potenziale, nello svolgimento della propria attività professionale, in particolare se in astratto possono essere presunti condizionamenti dovuti a rapporti di tipo personale.