Source: https://www.studiomissale.it/newsletter-archives/i-piani-attestati-di-risanamento-nel-codice-della-crisi/
Timestamp: 2020-04-03 09:55:49+00:00
Document Index: 345825

Matched Legal Cases: ['art. 56', 'art. 56', 'art. 39', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 67']

I piani attestati di risanamento nel Codice della Crisi | Missale
Uno dei principali meriti della riforma attuata con il D.lsg. 12 gennaio 2019 n. 14 è stato quello di aver da un lato introdotto meccanismi di allerta e prevenzione della crisi di impresa, dall’altro di aver disciplinato in modo organico i piani attestati di risanamento.
Questi ultimi infatti avevano fatto ingresso nel nostro ordinamento in via del tutto indiretta, essendo stati tratteggiati dalla legge fallimentare soprattutto con riferimento agli effetti nell’ambito delle esenzioni dall’azione revocatoria fallimentare. L’impianto predisposto dall’art. 56 invece, pur non essendo caratterizzato da innovatività, si presenta come un contributo prezioso all’interprete perché dimostra di aver recepito principi e regole affermate da dottrina e giurisprudenza nella vigenza della legge fallimentare e operanti nella prassi.
L’importanza dei piani attestati di risanamento si apprezza soprattutto con riferimento alla loro finalità. Si tratta infatti di strumenti di regolazione della crisi di impresa che consentono all’imprenditore commerciale che si trova in stato di crisi o di insolvenza di proporre un progetto, rivolto ai creditori, che appaia idoneo a consentire il risanamento della propria esposizione debitoria. In sostanza, si intende garantire la continuità aziendale attraverso il recupero di una situazione normale da punto di vista economico e finanziario, donde questo strumento non può essere utilizzato con mere finalità liquidatorie.
La disciplina analitica e positiva introdotta individua in modo chiaro il contenuto e le formalità che devono rispettare. Così l’art. 56 al comma 2 stabilisce che il piano deve avere forma scritta e data certa. E ciò al fine di garantire una sufficiente tutela degli interessi dei creditori, soprattutto rispetto a potenziali comportamenti abusivi del debitore e dei terzi beneficiari dell’atto di disposizione. Anche perché gli effetti protettivi degli atti compiuti in ottemperanza di un piano attestato si realizzano solo nell’ambito della liquidazione giudiziale.
Con riferimento ai dettagli che il piano deve contenere la legge indica: la situazione economico-patrimoniale e finanziaria dell’impresa; le principali cause della crisi; le strategie d’intervento e dei tempi necessari per assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria; i creditori e l’ammontare dei crediti dei quali si propone la rinegoziazione e lo stato delle eventuali trattative; gli apporti di finanza nuova; i tempi delle azioni da compiersi, che consentono di verificarne la realizzazione, nonché gli strumenti da adottare nel caso di scostamento tra gli obiettivi e la situazione in atto.
A corredo di tali elementi l’imprenditore deve allegare al piano i documenti previsti dall’ art. 39 del D.lgs. n.14/2019. Chiaramente ciò si giustifica in virtù degli effetti premiali dell’istituto esaminato, soprattutto nella comprensibile prospettiva di consentire al tribunale di svolgere (seppur a posteriori nel corso della liquidazione giudiziale, ma con giudizio ex ante) un giudizio sulla ragionevolezza del piano e sull’idoneità dello stesso a consentire il risanamento.
Sul punto sembra che si debbano applicare i principi sanciti dalla giurisprudenza di legittimità, di merito e, in particolare, in questa sede opportuno appare il rinvio a Cass. 19 dicembre 2016 n. 26226 che, ha affermato che la verifica del giudice ha ad oggetto la “manifesta attitudine all’attuazione del piano di risanamento”, superando l’orientamento che richiedeva di espletare una verifica sulla “ragionevolezza del piano di risanamento in termini di ragionevole possibilità di attuazione” (in tal senso Cass. 5 luglio 2016, n. 13719).
Con riferimento ai contenuti minimi del piano sembra che possano essere così suddivisi: a) parte ricognitiva dello stato attuale in cui si trova il debitore; b) illustrazione delle azioni da compiere al fine di consentire il risanamento; c) predisposizione di piani economici finanziari previsionali che includano anche previsioni circa i rimedi da attuare in caso di scostamento in corso di esecuzione di obiettivi e piano.
Da rammentare poi che, per beneficiare dell’esenzione da revocatoria e da responsabilità penale degli atti esecutivi in esecuzione di esso, è necessaria l’attestazione che deve essere rilasciata da un professionista. Alla luce di quanto disposto dall’art. 2, comma 1, lett. o), CCI, l’attestatore deve soddisfare congiuntamente i seguenti requisiti: essere iscritto all’albo dei gestori della crisi e insolvenza delle imprese, nonché nel registro dei revisori legali; essere in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 2399 c.c.; non essere legato all’impresa o ad altre parti interessate all’operazione di regolazione della crisi da rapporti di natura personale o professionale. Con riferimento infine al requisito previsto dall’art. 2, comma 1, lett. o) n. 3, CCI si ribadisce che il professionista ed i soggetti con i quali è eventualmente unito in associazione professionale non devono aver prestato negli ultimi 5 anni attività di lavoro subordinato o autonomo in favore del debitore, né essere stati membri degli organi di amministrazione o controllo dell’impresa, né aver posseduto partecipazioni in essa. È chiaro che la presenza del professionista va letto nell’ottica di assicurare la veridicità dei dati nonché fattibilità giuridica ed economica della operazione, potendosi ritener in parte sovrapponibile l’oggetto dell’attestazione a quello di cui all’art. 67 comma 3) lettera d) della legge fallimentare.
Avv. Viola Cornaro