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Timestamp: 2019-03-25 20:04:23+00:00
Document Index: 38177102

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What I was Wearing – FdAgorà
Home > Contemporaneità > What I was Wearing
di Red@zione 3 Marzo 2018 14 Maggio 2018 Lascia un commentoWhat I was WearingContemporaneità, Filosofia, Riflessioni, Scuola
by lizzie 14/F/Maine
when your hands roam
my body unwillingly
the first thing the police ask is
“so what were you wearing?”
as if that explains why
and dug their fingers into my skin.
as if a woman doesn’t have a right
to wear crop tops and tight jeans
that hug our bodies
my body is no one’s prize
but a home where I should
be able to feel comfortable in,
I grow to hate
yet it seems as if the
world wants me to.
only when it happens do
people say it isn’t okay.
yet there was nothing done
in pity, as you try not to cry,
he said you gave consent,
as women, we have a voice,
but our society teaches us not to use it.
no one is to blame but ourselves
we are taught to keep quiet, to look
and act as if nothing is wrong.
when there is a whole war going
on inside of us.
do you want to make me feel better?
don’t ask me what I was wearing.
take the man who scarred me,
give me and all the other girls
he assaulted, tainted. justice.
lizzie 14/F/Maine
https://mic.com/articles/141781/here-are-9-times-clothing-was-blamed-for-sexual-assault-rather-than-the-obvious#.RxoEqtK4M
https://sapec.ku.edu/about
Nei siti americani si cita un episodio avvenuto in Italia, in Basilicata: lo stupro di P. da parte del suo istruttore di guida. La sentenza venne resa pubblica il 10 febbraio 1999.
Sei in: Archivio > la Repubblica.it > 1999 > 02 > 11 > Portava i jeans, non fu s…
Portava i jeans, non fu stupro
POTENZA – Lei indossava i jeans, quindi non poteva essere stuprata. Anzi la ragazza era consenziente. Perché è “dato di comune esperienza” che questo tipo di pantaloni non si possono sfilare “nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi li porta”. Così si esprime la III sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Gennaro Salvatore Tridico) che ha annullato – con rinvio alla Corte d’ Appello di Napoli – una sentenza di condanna al presunto violentatore di R., una ragazza di Bella, duemila anime in provincia di Potenza. Lei, all’ epoca della violenza, aveva 18 anni. Secondo il suo avvocato era vergine. Denunciò che alle 12,30 del 12 luglio 1992 l’ istruttore di scuola guida andò a prenderla a casa per la consueta lezione di pratica per ottenere la patente. Dopo averla fatta guidare per un po’ lungo le strade di Muro Lucano, un paese vicino, l’ istruttore si mise alla guida dell’ auto e con la scusa di dover andare a prendere un’ altra ragazza che doveva fare lezione di guida e che abitava fuori mano, si diresse in un luogo distante dal centro abitato. L’ auto si inoltrò in una strada interpoderale, in campagna. Raggiunse un castagneto. La ragazza (assistita dall’ avvocato Gerardo Di Ciommo) denunciò che a quel punto l’ istruttore la strattonò, la gettò a terra e la violentò, vincendo a schiaffi la sua resistenza. Quindi la riaccompagnò a casa e la minacciò perché non raccontasse nulla. Lei, dopo i primi attimi di smarrimento, riferì tutto al padre. Che l’ accompagnò a sporgere la denuncia. Oggi R. è andata via dal suo paese: vive in provincia di Firenze, non lavora. Il suo legale dice che è rimasta profondamente traumatizzata da quell’ esperienza. Lui, l’ istruttore di guida, C.C., aveva 45 anni. Sposato, due figli. Assistito dall’ avvocato Donato Pace, ha sempre sostenuto che la ragazza era consenziente. E che quel giorno, dopo mezz’ ora di lezione, entrambi di comune accordo si recarono in un luogo appartato. Lì, all’ interno dell’ auto, ebbero un rapporto sessuale completo, protetto da un profilattico. Secondo il suo racconto, la ragazza sulla strada del ritorno si fermò ad una fontana per rinfrescarsi e poi invitò l’ uomo a pranzo a casa. Lui rifiutò. Il giorno stesso della denuncia l’ istruttore fu sottoposto a fermo; poi fu liberato. Queste le due versioni. Su un particolare concordano entrambi: nel corso del rapporto la ragazza non si spogliò del tutto, ma sfilò solo in parte il jeans che indossava, restando completamente nuda con una gamba e nuda sino al ginocchio con l’ altra. Nel processo di primo grado, celebratosi a porte chiuse il 29 febbraio del ‘ 96, l’ uomo fu assolto “per insussistenza del fatto” dal Tribunale di Potenza. Ebbe una pena di tre mesi – sospesa – per atti osceni in luogo pubblico. In Appello, il 19 marzo del ‘ 98, la Corte gli diede torto e lo condannò a due anni e due mesi di reclusione. Adesso la sentenza della Cassazione. I giudici rilevano che i jeans non si possono sfilare facilmente e di certo è impossibile riuscirvi se la vittima si oppone “con tutte le sue forze al violentatore”. E spiegano: “E’ illogico affermare che una ragazza possa subire supinamente uno stupro, che è una grave offesa alla persona, nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla propria incolumità fisica”. L’ avvocato della ragazza definisce “assurda” la sentenza e ricorda che la stessa Cassazione “s’ è già espressa in precedenti sentenza affermando che non è necessaria una violenza estrema nell’ atto, ma è sufficiente anche l’ esercizio di una violenza psicologica che metta la vittima in condizioni di non reagire”. Ma per Donato Pace, il legale dell’ istruttore “non è mai stato riscontrato alcun segno di violenza e il particolare di una sola gamba scoperta prova che si tratta di un’ operazione che si esercita solo se c’ è il consenso e non con violenza”.
Qui il link alla sentenza nella sua completezza, ripetuta anche alcuni mesi dopo il 10 febbraio 1999. E’ questa la sentenza che viene ripresa dai giornali.
Qui un commento a caldo di Annalisa Usai, sempre sul quotidiano Repubblica
Tuttavia la cosa non finì, in realtà, come si ricava da questo breve riassunto apparso sul Corriere della Sera, che riportiamo anche di seguito per maggior semplicità di lettura.
Stupro e jeans: le precedenti sentenze
Queste le precedenti sentenze della III sezione penale della Cassazione sullo stupro subito da donne in jeans
10 FEBBRAIO 1999 – La sentenza 1636 annulla con rinvio la condanna a due anni e 10 mesi di reclusione per violenza sessuale inflitta a un istruttore di guida per aver approfittato di una sua allieva. Per la Suprema Corte il fatto che la ragazza portava i jeans non rendeva credibile la sua denuncia, perché «è un dato di comune esperienza» che non si possono sfilare senza la «fattiva collaborazione di chi li porta»
15 FEBBRAIO 1999 – La Cassazione prende le distanze dal verdetto sui jeans – che aveva sollevato l’opinione pubblica italiana e internazionale – e fa sapere che verranno presi tutti gli accorgimenti giuridici per far sì che «non sia più seguita una simile tecnica di motivazione». Dunque «sepoltura con ignominia» della sentenza 1636, che deve rimanere «un caso isolatissimo e se mai dovesse essere ripresa sarà solo per dire: in questo modo non vanno scritte le sentenze»
15 NOVEMBRE 1999 – La Cassazione mantiene fede alla parola data e convalida la condanna a due anni e sei mesi di carcere per il violentatore. Lei sfilò i jeans per la paura che le accadesse di peggio. E la Suprema Corte sottolinea che la parola di una donna violentata non può essere messa in dubbio solo perché indossava un paio di jeans: «nessuno è tenuto a immolarsi», dicono i supremi giudici, togliersi i pantaloni non vuol dire essere consenzienti.
Nel 2008 la Cassazione insissteva sul fatto che i jeans non sono una “cintura di castità”:
Repubblica, 21 luglio 2008
ROMA – “I jeans non sono paragonabili ad una specie di cintura di castità”. Lo stabilisce nuovamente la Cassazione nella sentenza con cui ha confermato la condanna nei confronti di un 37enne che aveva molestato la figlia, ancora adolescente, della sua compagna infilandole le mani sotto i jeans.
La giovane aveva raccontato tutto al padre e al ragazzo. Quindi era scattata la denuncia. A maggio del 2005 il gip del tribunale di Padova aveva condannato l’uomo a un anno di reclusione per violenza sessuale. La corte d’appello di Venezia, a ottobre del 2007, aveva confermato il verdetto. Contro questa decisione l’imputato aveva fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la ragazza era seduta sul divano con i jeans aperti e che quindi questo significava che fosse in qualche modo consenziente.
La Cassazione torna a occuparsi di violenze sessuali su donne in jeans, dopo dieci anni di sentenze controverse e di segno opposto. La pronuncia che fece più scalpore fu quella del febbraio 1999 che stabilì l’impossibilità di parlare di violenza nel caso in cui la vittima portasse i blue-jeans. L’indossare l’indumento significava “essere consenziente” a causa della difficoltà di sfilare i pantaloni “senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”. Da allora una serie di marce indietro: la prima due anni dopo quella pronuncia, ora l’ultima.
Facciamo un possibile punto sulla situazione