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Timestamp: 2019-10-18 09:53:42+00:00
Document Index: 96461896

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 550', 'art. 552', 'art. 595', 'art. 13']

Cass. Pen. Sez. V, n. 4973/2017: denigrare qualcuno su Facebook non integra il reato di “diffamazione a mezzo stampa” - Scuola di Legge
Cass. Pen. Sez. V, n. 4973/2017: denigrare qualcuno su Facebook non integra il reato di “diffamazione a mezzo stampa”
La Suprema Corte torna ad interrogarsi sulla tematica dei delitti di opinione commessi a mezzo social network e lo fa pronunciandosi sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Imperia avverso il provvedimento col quale il Gip aveva disposto la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, affinché disponesse la citazione diretta a giudizio dell’imputato.
Il ricorrente, in particolare, denunciava l’abnormità dell’ordinanza con cui il Gip locale aveva riqualificato l’imputazione a carico di un imputato catanese, reo di avere offeso la reputazione di un terzo mediante post diffamatori su Facebook. Per il giudice preliminare detta condotta valeva sì a configurare il delitto di diffamazione aggravata dal mezzo della pubblicità (Facebook, appunto) e dall’attribuzione di un fatto determinato, ma non anche la particolare aggravante dell’aver commesso il fatto col “mezzo della stampa”. Differenza determinante per i riflessi in ambito processuale: l’esclusione dell’aggravante del “mezzo della stampa”, infatti, preclude l’applicabilità della fattispecie delittuosa di cui all’art. 13 L. 47/1948 (legge sulla stampa), dimezzandone la pena edittale, con la conseguenza di escludere la necessità dell’udienza preliminare ai fini dell’esercizio dell’azione penale, essendo reato perseguibile mediante citazione diretta a giudizio.
Impostazione condivisa dalla Suprema Corte nella pronuncia in commento, la quale, nel solco già tracciato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 31022 del 29/01/2015, ha affermato il seguente principio di diritto: “Se, come ripetutamente affermato nella giurisprudenza di legittimità, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, poichè questa modalità di comunicazione ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, il social-network non è inquadrabile nel concetto di “stampa””, trattandosi di “un servizio di rete sociale, basato su una piattaforma software che offre servizi di messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone all’interno dello stesso sistema“.
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Imperia propone ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del giudice per l’udienza preliminare che aveva disposto, ai sensi degli artt. 33 -quinquies e 33 – sexies c.p.p., la restituzione degli atti al pubblico ministero perchè provvedesse alla citazione diretta a giudizio dell’imputato, essendo stato a quest’ultimo contestato il delitto di cui all’art. 595 c.p., commi 1, 2 e 3 – per avere pubblicato sul proprio profilo “facebook” un testo con il quale offendeva la reputazione di MI.Fr., attribuendogli un fatto determinato tramite Internet. In (OMISSIS), reato per il quale è stabilito, ai sensi dell’art. 550 c.p.p., comma 1, l’esercizio dell’azione penale mediante il decreto di citazione diretta a giudizio ai sensi dell’art. 552 c.p.p., essendo punito con la pena edittale massima di tre anni di reclusione.
A sostegno della dedotta abnormità dell’ordinanza impugnata, che aveva determinato un’indebita regressione del procedimento, il ricorrente osservava che il giudice dell’udienza preliminare erroneamente aveva ritenuto che il delitto contestato fosse punito con una pena edittale non superiore a quattro anni di reclusione, poichè la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, venendo in essere una condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone; con la conseguenza che, essendo stata altresì contestata l’ipotesi di attribuzione di fatto determinato, il giudice dell’udienza preliminare avrebbe dovuto prendere in considerazione, ai fini della determinazione della propria competenza, la pena massima edittale della reclusione fino a sei anni prevista dalla L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 13 (Disposizione sulla stampa) quale circostanza ad effetto speciale del delitto di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato.
Scuola di Legge2017-02-09T15:53:01+02:009 Febbraio 2017|Sentenze|