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Timestamp: 2020-08-09 15:10:26+00:00
Document Index: 61094095

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 41', 'art. 3', 'art. 47']

LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA SULLA POLITICA BCE DI ACQUISTO DI TITOLI PUBBLICI NAZIONALI: GERMANIA CONTRO EUROPA O PIUTTOSTO GERMANIA 1 CONTRO GERMANIA 2? O PIUTTOSTO ANCORA, TENTATIVO ILLUSORIO DI “DEUTSCHLAND UBER ALLES”? Featured
La sentenza della Corte Costituzionale tedesca (la Corte di Karlsruhe) sulla politica Bce –instaurata da Draghi e proseguita da Lagarde- di acquisto illimitato di titoli pubblici nazionali (“Quantitative Easing”) non boccia tale politica ma prospetta in modo minaccioso la bocciatura. Fondatamente, la Corte di Karlsruhe ha escluso che tale acquisto violi i Trattati Europei: e non può essere altrimenti visto che l’acquisto di titoli pubblici è un compito fondamentale delle Banche Centrali, e la BCE è l’unica Banca Centrale dell’Area Euro –vale a dire l’unica Banca Centrale con compiti di emissione della moneta e di svolgimento diretto di compiti monetari, mentre le Banche Centrali dei singoli Paesi svolgono tali compiti solo partecipando ai meccanismi ed ai sistemi europei diretti dalla stessa BCE-. Altrettanto fondatamente, la Corte di Karlsruhe ha sollevato il dubbio se tale politica, pur in astratto legittima, sia o no compatibile con gli obiettivi di politica monetaria e fiscale dell’Unione: ed anche qui non può essere altrimenti, visto che un’operazione così massiccia e continuativa di sostegno dei Paesi deboli risulta in potenziale contrasto con la filosofia e con l’essenza della’Europa di Maastricht e di Lisbona, nel momento in cui consente ai Paesi traballanti di stare in piedi. Quanto meno il sospetto che in virtù di tale politica detti Paesi possano eludere i vincoli ed i parametri europei, vale a dire che essa politica costituisca un mezzo surrettizio di sottrazione degli Stati deboli ai propri obblighi. Con tale politica, l’Europa, a mezzo del proprio Organo fondamentale, vale a dire la propria Banca Centrale, pone le basi di un vero auto-dissolvimento. In modo ineccepibile, la Corte di Karlsruhe ha dato tempo alla BCE per il tramite formale dello Stato tedesco di motivare la propria politica al fine di risolvere il dubbio. E’ una mossa ineccepibile, in quanto concede il tempo necessario alla BCE ma soprattutto a sé stessa per verificare se il sostegno si trasformi o no in elusione. Per tale accertamento ci vuole del tempo, proprio quello che la Corte di Karlsruhe ha concesso alla BCE e, soprattutto, a sé stessa. La decisione della Corte di Karlsruhe è nella sostanza ineccepibile: ha colto la sostanza della questione e così ha sollevato il dubbio –si ripete “il dubbio”, non “un dubbio”- sacrosanto, riservandosi di verificare la fondatezza di esso dubbio alla luce dell’esito del trascorrere del tempo quale sarà passato al vaglio sapiente della BCE, per il tramite formale dello Stato tedesco. Ma allora perché le vestali dell’europeismo, presenti anche in Italia, si stracciano le vesti per gridare al lupo ed al crimine di lesa maestà europea? Quello che è certo è da un punto di vista costituzionale gli argomenti utilizzati sono palesemente inconsistenti, anche se utilizzati da autorevolissimi interpreti –è un vero e proprio peccato che a loro non sia unito il massimo degli esperti, Sabino Cassese, presumibilmente troppo dedito a denunziare l’incostituzionalità -del tutto frutto della più fervida fantasia- delle norme italiane in materia di “virus”. Essi sostengono genericamente l’affossamento dell’Europa che la decisione della Corte di Karlsruhe avrebbe provocato, senza entrare nel merito del nodo impeccabilmente sollevato dalla stessa Corte. Così sono costretti a denunciare che la Corte di Karlsruhe non ha competenza e legittimazione a giudicare del comportamento degli Organi comunitari, di spettanza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee che sarebbe sovra-ordinata alla Corte di Karlsruhe. E’ difficile individuare tanti e colossali abbagli tutti in una volta. Ed infatti, non ha senso alcuno, da un punto di vista di diritto costituzionale e di diritto comunitario ed internazionale, quale delle due Corti sia sovra-ordinata all’altra. All’esatto contrario, l’una giudica in relazione alle norme europee e soprattutto, per il tramite di queste, ai Trattati europei ed alle norme fondamentali europee, in relazione alle Costituzioni interne. Per concludere nel senso della prevalenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee sulla Corte di Karlruhe, le vestali dell’europeismo sono costrette a sostenere l’ammissibilità di deroghe alle Costituzioni interne da parte dei Trattati e delle norme fondamenta europee. Ebbene, qualche hanno fa, proprio la Corte di Karlsruhe ha solennemente e limpidamente statuito l’inammissibilità di deroghe e violazioni in tal senso in relazione alla Costituzione tedesca: i Giudici della Corte indossano ciascuno una toga rossa ed adesso tutti li apostrofano come “toghe rosse”, cercando di giocare sull’equivoco lessicale, mentre invece il sovversivismo giuridico della Magistratura tedesca è semplicemente irresistibile come umorismo involontario. Sia ben chiaro, il problema vi è ed è enorme, ma è opposto a quello che viene indebitamente presentato: il vero problema non è nell’orientamento della Corte di Karlsruhe, ineccepibile in quanto la Costituzione interna può essere cambiata ma non violata. Il vero problema è nella circostanza che analogo orientamento non è stato assunto in Italia dove le violazioni di norme fondamentali della nostra Costituzione sono continue e gravissime, dall’art. 1, 2° comma, e dall’art. 11, che vietano il sacrificio indiscriminato della sovranità interna e popolare (ammettendo solo limitazioni specifiche per ragioni di giustizia e di pace, che in ogni caso non ricorrono), fino ad arrivare all’art. 41,2° e 3° comma, sull’inderogabilità della politica economica interna ed all’art. 3,2° comma, fondativo di uno stato sociale egualitario. Grida ancora vendetta l’applicazione acritica nel nostro Paese della normativa europea “bail-in” che vieta salvataggi bancari a tutela di tutti i risparmiatori non azionisti, in violazione inammissibile dell’art. 47, che tutela inderogabilmente ed imperativamente il risparmio in tutte le sue forme –lo scrivente non ricorda al riguardo lamentele delle sacre vestali dell’europeismo, ivi compreso il Professor Sabino Cassese-. Ciò detto e chiarito, occorre individuare in quali aspetti la politica della BCE abbia violato la Costituzione tedesca (quella di Bonn, per intendersi). Ebbene, qui è il vero punto nevralgico della questione. La Corte di Karlsruhe imputa evidentemente alla politica della Bce la violazione della Costituzione tedesca non quale lesione dei principi fondamentali di questi ma quale coinvolgimento della Germania, a livello di sacrifici di questa ed imposti al popolo tedesco: poiché la Germania ha ottenuto corposi vantaggi dall’Europa, a livello di esportazioni e di supporto alla propria industria, nonché di compartecipazione al costo dell’unione con la ben povera Germania Est ed al salvataggio delle banche tedesche: la Germania, secondo la ricostruzione della Corte di Karlsruhe, ha diritto a beneficiare dei vantaggi dell’Europa ma non a sopportare gli svantaggi. Poiché i vantaggi sono quelli propri di una situazione di dominio, il conflitto evocato dalla Corte è non tra europeismo e nazionalismo e nemmeno tra due forme diverse di nazionalismo -come invece vagheggia la destra nazionalista-, ma tra imperialismo e tutela dell’indipendenza nazionale, che è cosa ben diversa dal nazionalismo. Ma è riduttivo ed anche ingenuo individuare il conflitto a livello europeo, visto che l’Europa è oramai in via di consunzione: il problema è ben più serio e riguarda il rapporto tra Germania ed Europa, “rectius” la configurazione dell’Europa come Impero Tedesco. La posizione contro cui si rivolge la Corte è quella tradizionale della Merkel, di un impero tedesco, morbido e protettivo, comprensivo e benevolo, addirittura con una pallida ottica sociale, che non a caso ha appoggiato, sia pur con qualche mugugno e brontolio, la linea di Draghi di salvataggio dei Paesi deboli. La posizione cui la Corte fornisce prepotente ingresso nell’agone politico tedesco è quello di un imperialismo aggressivo e accentratore, che non concede più agevolazioni alle province deboli dell’Impero se non con definitiva ed irreversibile consacrazione della loro sudditanza. In tale ottica, la Corte non fornisce voce al nazionalismo interno contro l’europeismo della Merkel, ma al contrario fornisce legittimazione al cambio di strategia dell’imperialismo tedesco travestito da (fittizio) europeismo. Ed è una presa di posizione, quella della Corte non trasparente, anacronistica, ma efficacissima: la politica della BCE, basata sull’acquisto dei titoli del debito pubblico, è oramai superata, visto che il debito pubblico è insostenibile per i Paesi deboli, dal che consegue la necessità di passare ad altra fonte di sostegno finanziario basata su erogazioni a fondo perduto o su interventi sull’ “equity”, vale a dire di natura azionaria. Ed in vista di tale inevitabile passaggio, la Corte ha voluto porre il paletto fisso che lo stesso passaggio potrà essere realizzato solo se la Germania dominerà il relativo processo. L’Europa è in via di totale disfacimento e la Germania deve stringere la presa e la propria morsa di acciaio, visti la profonda crisi economica e il suo schiacciamento tra la Cina e l’America. Vagheggiare il ritorno all’europeismo è semplicemente vano: l’Europa non è mai esistita, dilaniata al proprio interno fino al secondo dopoguerra, quando quella occidentale ha trovato un’identità ed un minimo comun denominatore grazie all’orpello dell’America ed alla sua inclusione nella Nato. Il tentativo di Ciampi di far passare l’Europa di Maastricht quale erede della prospettiva di cui al progetto di Ventotene è stato un clamoroso falso storico, essendo quella di Ventotene socialista ed autonoma dall’America e quella del secondo dopoguerra liberista e suddita dell’America, con autonomia veramente circoscritta. Nell’abbandonare fittizi ideali, occorre concentrarsi sulla geopolitica, vale a dire sulla politica internazionale che si concentri sui concreti assetti di forza, a partire dall’assetto geografico. In tale ottica, scartato il vacuo europeismo -si chiede venia se si ripete fino all’ossessione tale concetto-, occorre scegliere, in piena autonomia come Italia, se rinsaldare l’alleanza con l’America, od al contrario scegliere l’asse privilegiato con la Cina, od infine stringere un’alleanza all’interno dell’Europa con Francia e Spagna. Scartata senza indugio alcuno la prima in quanto nient’altro vorrebbe dire che rinsaldare non un’alleanza ma una sudditanza, portata all’estremo negativo vista la follia in cui l’America è finita, occorre scartare, sia pure con matura riflessione, la terza. Questa è stata recentemente proposta, non in conformità ad un vetusto europeismo, ma secondo una lucida lettura di geopolitica, dall’insigne avvocato milanese e fraterno amico Emilio Girino, che ha colto con anticipo alcune tendenze dell’attivismo di Macron. Ciò nonostante, essa si rivela non condivisibile proprio sul piano della concreta geopolitica. La Francia non ha mai avuto un ruolo propositivo, essendo un addentellato della Germania -la cui centralità dipende proprio dalla geopolitica come baluardo dell’Occidente nei confronti dell’Oriente del Nord- ed essendo il suo protagonismo passato il frutto di una posizione di rendita geopolitica nell’immediato primo dopoguerra in dipendenza della diffidenza generalizzata nei confronti della Germania. Diventata quest’ultima la forza preponderante dell’Europa, la Francia si è trovata schiacciata tra questa e l’Inghilterra, con la necessità fisica di trovare sfogo sulle deboli spalle dell’Italia. Il rapporto tra Germania ed Inghilterra è quello cardine dell’Europa, sin dai tempi di Bismark -non è un caso che Marx sia partito dalla Germania e dalla sua filosofia classica per approdare in Inghilterra ed alla sua suola economica classica-, ma senza dimenticare Federico il Grande. E’ un rapporto che ancora adesso è vitale, con l’Inghilterra che con Brexit ha riscoperto un ruolo di prim’attore, come rivelato molto bene su “Milano Finanza” da Bepi Pezzulli, che ha magistralmente da tempo mostrato come Brexit sia non un errore e frutto di miopia ma la conseguenza di una lucida strategia atta a fondare un nuovo Impero, questa volta privo di elementi militari e solo inerente al capitale finanziario: l’a., per la sua vicinanza alla Lega, esalta nel nuovo corso di Jhonson il trionfo del nazionalismo di destra e liberista, con una solida alleanza con l’America, mentre invece è da ritenere che sia un progetto alternativo all’America che parte da una volontà di stabilire una singolare ma geniale e solida “joint-venture” con la Cina, il che comporterà necessariamente l’abbandono del liberismo, visto che il modello cinese è quella di un capitalismo di Stato, il che comporterà anche un riposizionamento del ruolo stesso del capitale finanziario visto che al modello cinese è estraneo lo stesso capitale finanziario. In definitiva, la Francia. per la propria posizione geopolitica, non può che svolgere, e continuare a svolgere, un ruolo di solo sostegno privilegiato, come ha fatto da tempo immemorabile, a volte in modo sconcertante: non si deve infatti dimenticare che l’imposizione di condizioni di pace umilianti alla Germania dopo il primo conflitto mondiale, vincendo la ritrosia inglese -il che fu nefasto come subito notato da Keynes-, scatenò il nazismo; ma non occorre nemmeno dimenticare l’attivismo mostrato nel recente passato per liberarsi di una figura sanguinaria come Gheddafi, il che ha provocato uno sconquasso non ancora arginato nella fondamentale zona libica. Resta la seconda soluzione, di un’alleanza strategica con la Cina per la Via della Seta, alleanza strategica cui non a caso Germania e Francia si sono opposte tenacemente poco tempo fa per mantenere tale Via strettamente ancorata all’Europa del Centro e del Nord. A scanso di equivoci, l’alleanza stretta con la Cina è vista dallo scrivente in chiave nient’affatto ideologica: ed infatti, il marxismo dello scrivente è sempre stato rigorosamente rispondente al filo-occidentalismo (proprio dello stesso Marx); ma non solo, il capitalismo di Stato può essere apprezzato dai marxisti allo stesso modo come gli interisti “quorum lo scrivente- possano apprezzare l’Atalanta solo perché questa ha gli stessi colori sociali. In una sana e realistica ottica geopolitica, si può -e si deve- lavorare per una ricostruzione dell’Europa ma esclusivamente in chiave geopolitica -si chiede venia di nuovo per l’ennesima ripetizione- e l’Italia deve basarsi sulla sua posizione vitale nel Mediterraneo per guardare alla Cina passando per il Medio Oriente, per stringere sinergie, questa volta alla pari con l’asse anglo-tedesco. Ed ‘ un asse necessario per riposizionare il capitalismo occidentale in chiave non liberista -se non addirittura antiliberista- e con una sinergia tra il capitale industriale tedesco e quello finanziario inglese. Non è un caso che la Germania da Bismark e da Weber non sia riuscita ad attribuire la giusta collocazione al proprio capitale finanziario -la Deutsche Bank proprio per il suo coinvolgimento illimitato negli strumenti derivati è oramai in stato di decozione – e l’Inghilterra non è riuscita a collegare il proprio capitale industriale con quello finanziario una volta caduto l’Impero, che vuole adesso rifondare su basi finanziarie.
Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO