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Timestamp: 2018-07-18 00:36:41+00:00
Document Index: 183898617

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 51', 'art. 100', 'art. 1', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 95', 'art. 100', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 100', 'art. 6', 'art. 2033', 'art. 21', 'art. 2043', 'art. 1173', 'art. 6', 'art. 1218', 'art. 1218', 'art. 2946', 'art. 60', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 33', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 73', 'art. 5']

Via libera definitivo del Consiglio dei Ministri al correttivo sull’impresa sociale
Le spese di gestione di una testata non sono deducibili se sostenute prima dell’acquisizione
Nella cessione dell’azienda affittata l’avviamento considera solo il punto vendita ceduto
Mercoledì, 18 luglio 2018 - Aggiornato alle 6.00
Per i reati in contratto il profitto sequestrabile dipende dal corrispettivo incassato per i raggiri
Nella scelta del tipo di canale da utilizzare per trasmettere le fatture elettroniche, gli operatori non potranno prescindere da valutazioni che concernono non soltanto le dimensioni del singolo file, che non possono eccedere il limite massimo di 5 megabytes qualsiasi sia il “mezzo” prescelto per l’invio, ma anche, e soprattutto, il numero di fatture che devono essere inviate. Se la decisione può risultare più semplice per le imprese e i professionisti che emettono un ridotto numero di fatture...
18 luglio 2018 / Luca BILANCINI e Simonetta LA GRUTTA
L’inerenza «qualitativa» non blocca il giudizio di congruità del costo
Il giudizio quantitativo di congruità non è irrilevante e si colloca nell’ambito dell’onere probatorio dell’inerenza del costo
Il principio di inerenza dei costi deducibili si ricava dalla nozione di reddito d’impresa ed esprime una correlazione tra costi ed attività d’impresa in concreto esercitata, traducendosi in un giudizio di carattere qualitativo, che prescinde, in sé...
Comunicazioni debitorie nel Cassetto Committenti Gestione Separata
Con il messaggio n. 2862 pubblicato ieri, l’INPS ha reso noto di aver completato l’elaborazione delle situazioni debitorie delle aziende committenti, sia pubbliche che private, che durante il corso dell’anno 2017 hanno denunciato tramite il flusso ...
Il terreno e il fabbricato possono essere ceduti separatamente
Nell’ordinanza n. 19007 depositata ieri, la Cassazione esamina l’ipotesi della cessione “separata” del terreno e del fabbricato su di esso esistente. La questione sorge da un atto di compravendita immobiliare con il quale vengono venduti “...
Rimessa alla Consulta la legittimità della notifica diretta a mezzo posta
I giudici della C.T. Reg. Campania con l’ordinanza n. 95/6/17 del 10 novembre 2017, pubblicata nella G.U. n. 27 del 4 luglio 2018, hanno sollevato l’eccezione di incostituzionalità dell’art. 14 della L. 890/82 laddove prevede che la notifica degli ...
Welfare aziendale «obbligatorio» interamente deducibile
Assonime, nell’ambito della circolare n. 15/2018, analizza la deducibilità del welfare aziendale. Lato dipendente, ai sensi della lett. f) del comma 2 dell’art. 51 del TUIR, le opere e i servizi erogati dal datore di lavoro per le finalità di cui all’art. 100 del TUIR sono esclusi dal reddito del lavoratore sia se erogati su decisione unilaterale e liberale del datore, sia se erogati sulla base di un obbligo assunto dal datore di lavoro per contratto, accordo o regolamento aziendale. La norma di interpretazione autentica di cui all’art. 1 comma 162 della L. 232/2016 ha poi chiarito, con valenza retroattiva, che la contrattazione collettiva di ogni livello (aziendale, nazionale, interconfederale e territoriale) rappresenta fonte idonea a garantire al dipendente il riconoscimento degli oneri di utilità sociale previsti dalla lett. f) del comma 2 dell’art. 51 del TUIR ed esclusi da imposizione. Sulla base dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate (circ. n. 5/2018), devono considerarsi ricompresi nella previsione della lett. f) del comma 2 dell’art. 51 del TUIR – e, come tali, possono essere oggetto di contrattazione sia a livello nazionale (primo livello) sia decentrata (secondo livello), cioè territoriale e aziendale – anche le somme, i servizi e i contributi erogati dal datore di lavoro per le finalità di educazione e istruzione (art. 51 comma 2 lett. f-bis del TUIR), le somme e le prestazioni erogate dal datore di lavoro per la fruizione di servizi di assistenza (lett. f-ter) e i contributi e i premi versati dal datore di lavoro per prestazioni aventi per oggetto il rischio di non autosufficienza o aventi per oggetto il rischio di gravi patologie (lett. f-quater). Assonime evidenzia quindi che la precisazione dell’Agenzia sulla portata della norma di interpretazione autentica rileva non soltanto ai fini IRPEF per il lavoratore (attraverso l’esplicito riconoscimento della non imponibilità, in capo al dipendente, dei benefit di utilità sociale erogati dal datore di lavoro in virtù di contrattazione collettiva nazionale o decentrata) ma anche ai fini della determinazione del reddito d’impresa del datore di lavoro. L’erogazione dei benefit di utilità sociale ai lavoratori è infatti integralmente deducibile, ai sensi dell’art. 95 del TUIR, solo se “obbligatoria”, mentre è consentita nel limite del 5 per mille ai sensi dell’art. 100 del TUIR se “volontaria”. Posto che l’Agenzia ha chiarito che i benefit previsti dalle lett. f-bis), f-ter) e f-quater) dell’art. 51 del TUIR rappresentano species diverse del più ampio genus costituito dalle opere e dai servizi ricompresi nella lett. f) del medesimo art. 51, Assonime afferma che tutti i benefit di utilità sociale siano assoggettati alla medesima disciplina fiscale non solo ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente ma anche ai fini della determinazione del reddito d’impresa. Secondo Assonime, un “regolamento aziendale che configuri l’adempimento di un obbligo negoziale” non può essere assimilato a un’erogazione volontaria, per cui i relativi costi per welfare aziendale sono sempre integralmente deducibili per l’impresa ex art. 95 del TUIR. Viene altresì evidenziato che il regolamento inidoneo a garantire l’integrale deducibilità dei costi per un piano welfare è quello a carattere “elusivo”, predisposto al solo fine di ottenere l’applicazione di un più favorevole regime fiscale (cioè l’integrale deduzione del costo in luogo della sua deducibilità nel limite del 5 per mille). In questa prospettiva, sono viceversa idonei a garantire l’integrale deducibilità dei costi per piani di welfare di utilità sociale non solo i “piani welfare” erogati sulla base di un regolamento aziendale “attuativo” di un accordo collettivo, ma anche i “piani welfare” erogati sulla base di un regolamento aziendale unilateralmente predisposto dal datore di lavoro che però lo vincoli effettivamente a riconoscere un diritto al lavoratore. [CATENACCIO] Tale impostazione troverebbe conferma anche in una risposta resa dall’Agenzia delle Entrate non ancora pubblicata (interpello n. 913-807/2017), nella quale si affermerebbe che la previsione della “possibilità di apportare variazioni, integrazioni o modifiche in corso di validità del piano, qualora si rendesse necessario dall’evolversi della normativa” valga a escludere la natura obbligatoria dell’erogazione. Pertanto, secondo Assonime, un regolamento aziendale che non sia “revocabile” o modificabile dal datore di lavoro ad nutum o in relazione all’evoluzione normativa non può essere assimilato a un atto volontario del datore di lavoro; coerentemente, dal piano di welfare previsto nel suddetto regolamento dovrebbero emergere, in capo al datore di lavoro, costi integralmente deducibili dal reddito d’impresa ai sensi dell’art. 95 del TUIR. Viceversa, per i piani di welfare liberamente modificabili dal datore di lavoro, dovrebbe trovare applicazione la deducibilità limitata prevista dall’art. 100 comma 1 del TUIR.
18 luglio 2018 / Pamela ALBERTI
Per l’IVA errata, possibile la responsabilità contrattuale
Su Eutekne.info si è accennato al tema della natura della responsabilità del cedente per i danni cagionati al cessionario in seguito all’applicazione errata dell’IVA (si veda “Il cedente deve risarcire i danni al cessionario per l’IVA indebita” del 16 luglio 2018). Riprendendo le fila del discorso, in un’ottica più generale, può dirsi che il tema della “rivalsa ingiusta” si identifica nella questione che sorge tra il rivalsante e il rivalsato, ogni qual volta, sul piano dei rapporti interni, venga messa in discussione la correttezza dell’imposta. Il problema sussiste in tutti i casi in cui il rivalsato non abbia in concreto il diritto alla detrazione (perché il cedente non ha assolto l’imposta ex art. 6 comma 6 del DLgs. 471/97; o perché si tratta di un consumatore finale). Ci si chiede quale sia lo strumento più adatto per il cessionario (ma il problema, come si è detto, riguarda anche il consumatore finale) per ottenere la restituzione dell’ammontare, ogni qualvolta non vi sia una “condotta collaborativa” del cedente, che non intenda restituire in via stragiudiziale l’IVA indebitamente incamerata. Tradizionalmente, si ritiene che nei rapporti interni tra cessionario e cedente lo strumento da azionare in sede civile sia l’azione di indebito oggettivo ex art. 2033 c.c., soggetta al termine di prescrizione decennale. Questa soluzione sconta la circostanza che l’erronea applicazione dell’IVA non rende di per sé indebito il rapporto di rivalsa e non esclude l’obbligo per il cedente di versare all’erario l’IVA documentata in fattura (art. 21 comma 7 del DPR 633/72). L’IVA applicata indebitamente, quindi, non è equiparabile ad un versamento indebito. Secondo un altro filone, lo strumento corretto dovrebbe individuarsi nell’azione di responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c., soggetta al termine di prescrizione quinquennale, attraverso la quale il danneggiato chiederà la restitutio in integrum e il risarcimento dei danni patiti. La responsabilità del cedente per l’IVA applicata in eccesso però, come ha osservato la dottrina, non nasce dalla lesione di un interesse giuridicamente rilevante in via generale nella vita di relazione, trattandosi della violazione di un dovere specifico, cui il cedente è tenuto verso il cessionario (il corretto addebito dell’imposta). Non ricorre, quindi, una ipotesi di occasionale invasione nella sfera giuridica altrui (violazione del dovere generale del neminem laedere), posto che nell’IVA non può porsi in dubbio l’esistenza di un’inscindibilità dei rapporti tra cedente/cessionario/Fisco. Né può parlarsi di “danno ingiusto” arrecato al cessionario, in quanto è lo stesso legislatore che impone al cedente di addebitare l’IVA (indebita o meno) e, poi, di versarla all’Erario. Il comportamento di chi emette la fattura deve rispondere ai canoni di diligenza nell’adempimento dell’obbligo di esercizio della rivalsa, da cui deriva la produzione di effetti immediati nella sfera del cessionario; perciò, il cedente dovrebbe ritenersi responsabile nei confronti del cessionario se nel suo comportamento è mancata la diligenza e la correttezza che l’esercizio della rivalsa impone. Muovendo da questa prospettiva, parte della recente dottrina ritiene che la responsabilità del cedente trovi collocazione nell’ambito della “responsabilità da contatto sociale”, la quale non trova origine in un preesistente vincolo contrattuale, quanto piuttosto in una posizione qualificata del danneggiante nei confronti del danneggiato all’interno di un rapporto caratterizzato da obblighi e aspettative necessari alla salvaguardia dell’interesse della controparte. [CATENACCIO] Questa soluzione appare maggiormente condivisibile, ma consente di spingere il nostro ragionamento oltre. Alla base dell’errata applicazione dell’IVA vi è un rapporto sottostante costituito da un contratto, che costituisce fonte, ex art. 1173 c.c. sia dell’obbligo a carico dei contraenti/operatori economici di eseguire le prestazioni a loro carico, sia di un complesso di obblighi accessori ex artt. 1176 e ss. L’applicazione di un’IVA indebita, o il mancato assolvimento del tributo ex art. 6 comma 6 del DLgs. 471/97, costituisce la violazione degli obblighi accessori di condotta che gravano a carico del cedente. In questo senso, vi sono margini per sostenere che la responsabilità del cedente non sia lontana dai connotati tipici della responsabilità civile contrattuale di cui all’art. 1218 c.c. Le conseguenze in senso favorevole per il cessionario di questa qualificazione, ai fini risarcitori, sarebbero di profondo rilievo, sia sotto il profilo del regime probatorio (ex art. 1218 c.c. incomberà sul cedente l’onere di dimostrare che l’errore nella fatturazione è dipeso da causa a lui non imputabile, mentre il cessionario dovrebbe solo allegare l’altrui inadempimento); sia sotto il profilo della prescrizione dell’azione di risarcimento, di dieci anni, ex art. 2946 c.c.
18 luglio 2018 / Antonio NICOTRA
È stato siglato il 5 luglio 2018 da ANAGINA e FISAC-CGIL, FIRST-CISL, UILCA-UIL, FNA il testo definitivo del CCNL per il personale amministrativo dipendente delle Agenzie Generali di Generali Italia (ex Ina-Assitalia), dopo la preintesa dell’8 maggio 2018. Il nuovo contratto, che interessa i 2.500 lavoratori dipendenti dalle 257 Agenzie associate ad ANAGINA, decorre dalla data di stipulazione e scadrà il 30 giugno 2020, sia per la parte normativa che per quella economica. Per la parte normativa, la Commissione paritetica incaricata dalle parti l’8 maggio scorso, ha provveduto a una revisione formale dell’articolato contrattuale (aggiornamento e modifica dei rinvii a norme di legge, rinumerazione di articoli e allegati), senza apportare modifiche sostanziali rispetto al testo previgente. Per la parte economica, invece, sono stati stabiliti nuovi minimi retributivi, l’aumento delle indennità di carica, di funzione, di cassa, del valore del buono pasto e la corresponsione degli arretrati per il periodo 1° gennaio-30 giugno 2018. In particolare, sono previsti aumenti retributivi dal 1° gennaio 2018 e dal 1° gennaio 2019, con un incremento percentuale, rispettivamente, dell’1,70% e dello 0,30% sui minimi in vigore fino al 31 dicembre 2017. Gli aumenti in parola non devono essere decurtati dell’eventuale indennità di vacanza contrattuale corrisposta dalle aziende nel periodo di carenza. A decorrere dall’8 maggio 2018, il valore del buono pasto passa da uno a due euro. Si ricorda che tale elemento, non riassorbibile da eventuali erogazioni aziendali della stessa natura, è stato introdotto per la prima volta dal CCNL 8 luglio 2014 e spetta per ogni giornata intera di effettiva presenza al lavoro. Ne hanno diritto anche i lavoratori a part time e i lavoratori di cui al Protocollo d’intesa del 16 luglio 2014 (Allegato 10 al CCNL). Gli arretrati – relativi sia ai minimi retributivi in vigore dal 1° gennaio 2018 che all’aumento del buono pasto dall’8 maggio 2018 – sono corrisposti, ai sensi della preintesa dell’8 maggio, in un’unica soluzione con la retribuzione del mese di luglio 2018. I nuovi valori dell’indennità di carica mensile per i lavoratori inquadrati nell’Area professionale A, con Prima posizione organizzativa e 6° livello retributivo (Funzionari) sono fissati in 38,05 euro, dal 1° gennaio 2018 e in 38,16 euro, dal 1° gennaio 2019. Per i lavoratori con qualifica di quadro i nuovi importi mensili dell’indennità di funzione sono pari a 33,13 euro dal 1° gennaio 2018 e a 33,23 euro dal 1° gennaio 2019. Le indennità di cassa sono rideterminate nelle seguenti misure mensili:
- Area professionale B, seconda posizione organizzativa, 4° livello retributivo: 38,05 euro dal 1° gennaio 2018 e a 38,16 dal 1° gennaio 2019;
- Area professionale B, prima posizione organizzativa, 3° livello retributivo: 22,13 euro dal 1° gennaio 2018 e a 23, 20 dal 1° gennaio 2019. I lavoratori con qualifica di cassiere unico, che alla data di stipula del CCNL 17 settembre 2002 svolgevano tale funzione e continuano a svolgerla alla data del 5 luglio 2018, mantengono l’indennità prevista nell’Allegato E del CCNL 9 luglio 1996, finché permanga l’effettivo svolgimento della funzione stessa, nelle seguenti misure mensili: 30,51 euro dal 1° gennaio 2018 e a 30,60 euro dal 1° gennaio 2019. Nelle tabelle di seguito si riportano i valori della retribuzione mensile spettante dal 1° gennaio 2018 e dal 1° gennaio 2019, comprensivi dell’ex indennità di contingenza ed esclusa EDR confederale ai sensi del Protocollo 31 luglio 1992. Importi mensili dal 1° gennaio 2018 Area professionaleCBAPosizione organizzativa121231Classe/Livello1234560A1.175,791.236,291.328,711.409,00 1.524,50 1.586,14 0B1.200,931.264,361.361,571.445,791.567,071.631,8611.226,071.292,571.394,361.482,571.609,641.677,5721.251,211.320,711.427,141.519,361.652,211.723,2131.276,361.348,861.459,931.556,211.694,791.768,8641.301,501.377,001.492,711.593,001.737,361.814,6451.326,571.405,211.525,571.629,791.780,001.860,2961.351,791.433,291.558,361.666,641.822,571.905,9371.376,861.461,501.591,141.703,501.865,141.951,5781.402,071.489,641.623,931.740,291.907,791.997,3691.427,141.517,791.656,791.777,141.950,362.043,00101.452,211.545,931.689,571.813,931.992,932.088,64111.477,431.574,071.722,291.850,712.035,502.134,36121.502,501.602,211.755,071.887,572.078,142.180,07131.527,711.630,431.787,931.924,362.120,712.225,71 Importi mensili dal 1° gennaio 2019 Area professionaleCBAPosizione organizzativa121231Classe/Livello1234560A1.179,361.240,001.322,711.413,211.529,071.590,930B1.204,501.268,141.365,641.450,141.571,791.636,7911.229,791.296,431.398,501.487,001.614,501.682,5721.254,931.324,711.431,431.523,931.657,14 1.728,3631.280,211.352,861.464,361.560,861.699,861.774,2141.305,361.381,141.497,211.597,791.742,571.820,0751.330,571.409,431.530,141.634,711.785,291.865,8661.355,791.437,571.563,001.671,641.828,001.911,6471.381,001.465,861.595,931.708,641.870,711.957,4381.406,211.494,141.628,861.745,501.913,502.003,3691.431,431.522,361.661,711.782,431.956,212.049,14101.456,571.550,571.694,641.819,361.998,932.094,93111.481,861.578,791.727,431.856,292.041,642.140,71121.507,071.607,071.760,361.893,212.084,362.186,57131.532,291.635,291.793,291.930,142.121,072.232,43
18 luglio 2018 / Rosalba PELUSI
In risposta a dubbi e quesiti, l’Agenzia delle Dogane ha pubblicato ieri la nota n. 70339 del 16 luglio 2018, contenente linee guida relative ai criteri di applicazione delle regole previste dal Codice doganale dell’Unione (Reg. Ue 952/2013 – CDU) e dalle relative disposizioni integrative (Regolamento delegato Ue 2446/2015 – RD) per la determinazione dell’origine non preferenziale delle merci. Prima di mettere un punto fermo sull’interpretazione delle questioni incerte, la nota ricompone e commenta le principali disposizioni di riferimento in materia. Essa richiama primariamente l’art. 60 del CDU quale norma fondamentale che individua le due casistiche di fronte cui gli operatori si possono trovare e i rispettivi criteri da applicare. Secondo tale disposizione, le “merci interamente ottenute in un unico paese o territorio, sono considerate originarie di tale paese o territorio”, mentre per le merci alla cui produzione contribuiscono più Paesi o territori, il “paese” di origine è considerato quello ove le merci hanno subito “l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”. In secondo luogo, e con riferimento alla seconda casistica di merci, la nota riprende le disposizioni integrative, che fungono da ausilio nell’applicazione del criterio in concreto. Il percorso è segnato, intanto, dall’art. 32 del RD riferito alle merci elencate nell’allegato 22-01, per le quali il criterio dell’“ultima trasformazione o lavorazione sostanziale” risulta soddisfatto nella misura in cui lo sono le specifiche regole ivi indicate (regola primaria e regola residuale). Inoltre, si deve tener conto sia dell’art. 33 del RD, il quale esclude la “giustificazione economica” di un’operazione di trasformazione o lavorazione quando, sulla base degli elementi disponibili, risulta che lo scopo era di evitare l’applicazione delle misure tariffarie e non tariffarie, sia dell’art. 34 del RD che dettaglia le operazioni minime, il cui riscontro comporta l’esclusione iuris et de iure della sussistenza dei due requisiti sopra indicati. Le due norme hanno una chiara finalità antielusiva, individuando, “per sottrazione”, i criteri in base ai quali non è possibile riconoscere ai processi in questione una giustificazione economica ovvero la natura sostanziale dell’intervento. Sulla base del quadro normativo delineato, l’interpretazione dell’Agenzia e il procedimento logico-giuridico che indica di seguire, per attribuire l’origine non preferenziale a merci alla cui produzione hanno contribuito due o più Paesi/territori, risultano i seguenti. Il criterio di acquisizione ha portata generale e natura composita data da quattro elementi: ultima trasformazione o lavorazione sostanziale; economicamente giustificata; effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo; che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione. Riguardo all’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, occorre distinguere. Per le merci ricomprese nell’allegato 22-01 l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale trova applicazione o nella regola primaria (generalmente, ma non esclusivamente, associata alla modifica della classificazione tariffaria del prodotto ottenuto dalla lavorazione/trasformazione) o in quella residuale di capitolo (prime due voci della nomenclatura), solo nel caso in cui non sia possibile attribuire l’origine non preferenziale sulla base della regola primaria (ecco che, dunque, può farsi ricorso a una regola residuale solo in via sussidiaria a una regola primaria, non indipendentemente). In via generale, le regole residuali riconducono l’origine non preferenziale al Paese in cui ha origine la maggior parte dei materiali utilizzati nella lavorazione, come stabilito in base al valore (ad es. apparecchio per illuminazione della VD 9405) o al peso (ad es. bevanda alcolica della VD 2208) degli stessi, a seconda della tipologia di prodotto. Per le merci non ricomprese nell’allegato 22-01, si deve fare riferimento alle regole di lista della posizione comune elaborata dalla Ue in sede di negoziati tenuti presso l’Organizzazione mondiale del commercio e consultabili sul sito della DG Taxud (si conferma il precedente orientamento assunto con la circolare n. 20/2005) o, se sussistenti le condizioni, al criterio residuale relativo al “paese o territorio in cui è originaria la maggior parte dei materiali, determinata sulla base del valore degli stessi” (art. 33, par. 3 del RD). Riguardo il secondo e il terzo elemento elencati, si richiamano sia la portata antielusiva, che la necessità di darne una corretta e adeguata applicazione, “caso per caso” in base agli elementi fattuali ricorrendo, se del caso, alla giurisprudenza della Corte di Giustizia.
18 luglio 2018 / Pier Paolo GHETTI e Chiara CIUCCARELLI
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/ Massimo BOIDI e Ciro SANTORIELLO
Intesa tra CNDCEC e Assoporti sull’economia del mare
Nuova denominazione per l’AIDC
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Il principio di inerenza dei costi deducibili si ricava dalla nozione di reddito d’impresa ed esprime una correlazione tra costi ed attività d’impresa in concreto esercitata, traducendosi in un giudizio di carattere qualitativo, che prescinde, in sé, da valutazioni di tipo utilitaristico o quantitativo; tuttavia, l’Amministrazione finanziaria può contestare l’incongruità e l’antieconomicità della spesa, che assumono rilievo, sul piano probatorio, come indici sintomatici della carenza di inerenza...
Rappresenta una consolidata prassi degli organi verificatori, in presenza di verbali che contestino la c.d. “esterovestizione”, procedere con un’attribuzione “forzata” di una partita IVA italiana, a cui segue, per l’ovvio superamento dei limiti (50.000 euro per ogni singola imposta), una denuncia alla Procura della Repubblica per il reato di omessa dichiarazione ex art. 5 del DLgs. 74/2000. Si cercherà invece di evidenziare come questo automatismo penale non sia così scontato e anzi, in mancanza di determinati elementi di base, manchi proprio il presupposto del dolo, che, al contrario, caratterizza in modo chiaro la fattispecie di cui al citato art. 5. Con questa premessa sarebbe allora forse più opportuno dire che l’esterovestizione è, di regola, illecito di natura amministrativa e, solo in presenza di determinate condizioni e presupposti, può diventare rilevante anche a fini penali. In proposito, va considerato che il comma 13 dell’art. 10-bis della L. 212/2000 dispone che “le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie”. Tale disposizione, secondo la Cassazione, impone di considerare le condotte di elusione fiscale prive di rilevanza penale, in quanto fra i comportamenti elusivi finalizzati esclusivamente all’abbattimento dell’imponibile e gli illeciti penali tributari corre un rapporto di mutua esclusione, nel senso che un’ipotesi di elusione può essere configurata solo se i vantaggi fiscali non possono essere disconosciuti contestando la violazione del DLgs. 74/2000. In sostanza, una volta riconosciuta la natura elusiva della condotta del contribuente, nei confronti dello stesso non possono muoversi rimproveri di rilevanza penale e ciò in quanto “la disciplina dell’abuso del diritto trova applicazione solo residuale rispetto alle disposizioni concernenti la simulazione o i reati tributari, in particolare, l’evasione e la frode, ... fattispecie [che] vanno perseguite con gli strumenti che l’ordinamento già offre” (Cass. nn. 40272/2015 e 41755/2015). Questa conclusione incontra un’unica eccezione, giacché il ricorso alla sanzione penale ritorna attuale quando il comportamento del contribuente sia caratterizzato da fraudolenza, simulazione e inganno. In sostanza, il confine fra condotte elusive, aventi rilevanza solo in sede amministrativa tributaria (art. 10-bis comma 13 della L. 212/2000), e quelle penalmente rilevanti è segnato dalla circostanza che il contribuente abbia o meno posto in essere comportamenti fraudolenti, ingannevoli, mendaci nei confronti del Fisco. Se tali circostanze non sono rinvenibili, allora deve escludersi la sussistenza di una fattispecie criminosa, quale che sia in sede tributaria la qualificazione che voglia darsi dell’attività negoziale posta in essere dal privato; quando invece si riscontri tale capacità ingannatoria nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, allora è possibile sostenere una sua responsabilità penale. Si pensi al soggetto che dichiari al Fisco di aver trasferito la propria azienda o parte della stessa all’estero omettendo di conseguenza di presentare in Italia le previste dichiarazioni; al contempo, però, le indagini svelano che il contribuente ha rappresentato agli organi competenti una situazione diversa da quella reale, dichiarando falsamente che all’estero ha sede ed opera il board organizzativo dell’azienda o che all’estero sono presenti diversi stabilimenti operativi, ecc.: in questi casi ricorre il delitto di omessa dichiarazione. Se da un lato è relativamente agevole l’interpretazione del comma 5-bis dell’art. 73 del TUIR, che opera attraverso presunzioni relative, il comma 3 del medesimo articolo prevede lunghi e complicati accertamenti di fatto in tema di “sede di amministrazione effettiva”, non conosciuti, conoscibili o anche solo ipotizzabili dal contribuente italiano al momento della costituzione della società estera. Salvo quanto sopra evidenziato, non dovrebbe per nulla scattare l’obbligo di denuncia penale in tutti quei casi in cui la prova della residenza in Italia sia il risultato di una mera interpretazione giuridica, senza fondamenti legati a palesi e conclamate violazioni di legge oppure quando la “sede di amministrazione effettiva” sia ricondotta in Italia, forzando artatamente (rectius confondendo), ad esempio, l’attività di direzione e coordinamento, che spetta al soggetto controllante italiano. Tali interpretazioni risultano poi alquanto complicate quando la società estera sia generatrice di passive incomes, per i quali non si rende assolutamente necessaria una struttura organizzativa particolarmente complessa, propria invece delle società industriali o commerciali. Medesimo ragionamento vale per il comportamento del contribuente che, negli anni contestati, ha presentato regolari bilanci nel Paese di residenza, con tanto di dichiarazioni fiscali e pagamento di imposte, poche o tante che siano. Esiste in questo caso il dolo specifico del reato di cui al citato art. 5? Si può imputare a distanza di anni un reato, laddove la norma in questione prevede l’omissione della dichiarazione per un soggetto solo se conscio di “esservi obbligato”? O contestare, sempre a distanza di anni, che un soggetto giuridico avrebbe dovuto auto-considerarsi fiscalmente residente in Italia? A parere di chi scrive, si può affermare che, fatti salvi i casi di manifesto comportamento ingannatorio, il fenomeno dell’esterovestizione dovrebbe rimanere circoscritto all’area amministrativa quale illecito tributario. Il dubbio è che la contestazione del reato sia stata, soprattutto per il passato, lo strumento per consentire l’utilizzo del raddoppio dei termini ai fini di gettito; sarebbe però necessario che nel contenzioso pendente il giudice tributario valutasse con attenzione gli elementi posti a base della denuncia, specie in caso di archiviazione o assoluzione ai fini penal-tributari, così da annullare quegli accertamenti eventualmente riferibili ad annualità ormai cadute in prescrizione.
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Rappresenta una consolidata prassi degli organi verificatori, in presenza di verbali che contestino la c.d. “esterovestizione”, procedere con un’...
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