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Timestamp: 2017-11-22 14:50:09+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.5', 'art.185', 'art. 5', 'art.5', 'art. 84', 'art. 2479', 'art. 2636', 'art. 36', 'art. 819', 'art. 102', 'art. 819', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 20', 'art. 38', 'art. 45', 'art. 166', 'art. 171', 'art. 167', 'art. 38', 'art. 28', 'art. 183', 'art. 166', 'art. 819', 'art. 22', 'art. 36', 'art. 819', 'art. 35', 'art. 806', 'art. 35', 'art. 102', 'art. 24', 'art. 806', 'e contrario', 'sentenza ']

Sentenza Corte di Giustizia Europea del 14-06-2017
"La mediazione obbligatoria" dei consumatori, assistenza avvocati.Facoltativa, Nulla cambia per tutte le altre Materie;
Questo, è quanto deciso dalla Corte di Giustizia UE, si pubblica l'intera sentenza.
Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, sentenza 14 giugno 2017, causa C-75/16*
1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione della direttiva 2013/11/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013, sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, che modifica il regolamento (CE) n. 2006/2004 e la direttiva 2009/22/CE (direttiva sull’ADR per i consumatori) (GU 2013, L 165, pag. 63), e della direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, relativa a determinati aspetti della mediazione in materia civile e commerciale (GU 2008, L 136, pag. 3).
2 Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia che contrappone il sig. L. M. e la sig.ra M.A. R. al Banco Popolare Società Cooperativa, controversia avente ad oggetto il regolamento del saldo debitore di un conto corrente di cui il sig. M. e la sig.ra R. sono titolari presso il Banco popolare, a seguito di un’apertura di credito concessa loro da quest’ultimo.
3 I considerando 8 e 13 della direttiva 2008/52 così recitano:
(13) La mediazione di cui alla presente direttiva dovrebbe essere un procedimento di volontaria giurisdizione nel senso che le parti gestiscono esse stesse il procedimento e possono organizzarlo come desiderano e porvi fine in qualsiasi momento. (…)».
«1. La presente direttiva ha l’obiettivo di facilitare l’accesso alla risoluzione alternativa delle controversie e di promuovere la composizione amichevole delle medesime incoraggiando il ricorso alla mediazione e garantendo un’equilibrata relazione tra mediazione e procedimento giudiziario.
5 L’articolo 2, paragrafo 1, della suddetta direttiva dispone quanto segue:
«Ai fini della presente direttiva per controversia transfrontaliera si intende una controversia in cui almeno una delle parti è domiciliata o risiede abitualmente in uno Stato membro diverso da quello di qualsiasi altra parte alla data in cui:
d) ai fini dell’articolo 5, un invito è rivolto alle parti».
6 L’articolo 3, lettera a), della medesima direttiva definisce la nozione di «mediazione» come un procedimento strutturato, indipendentemente dalla denominazione, dove due o più parti di una controversia tentano esse stesse, su base volontaria, di raggiungere un accordo sulla risoluzione della medesima con l’assistenza di un mediatore. Tale procedimento può essere avviato dalle parti, suggerito od ordinato da un organo giurisdizionale o prescritto dal diritto di uno Stato membro.
7 L’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 2008/52 così prevede:
8 Ai sensi dei considerando 16, 19 e 45 della direttiva 2013/11:
«(16) (...) La presente direttiva dovrebbe applicarsi ai reclami presentati dai consumatori nei confronti dei professionisti. Essa non dovrebbe applicarsi ai reclami presentati dai professionisti nei riguardi di consumatori o alle controversie tra professionisti. Tuttavia, essa non dovrebbe impedire agli Stati membri di adottare o mantenere in vigore disposizioni relative a procedure per la risoluzione extragiudiziale di tali controversie.
(19) Alcuni atti giuridici dell’Unione in vigore già contengono disposizioni relative [alla risoluzione alternativa delle controversie (ADR)]. Per garantire la certezza giuridica è opportuno prevedere che, in caso di conflitto, prevalga la presente direttiva, salvo qualora sia espressamente previsto altrimenti. In particolare, la presente direttiva non dovrebbe pregiudicare la direttiva [2008/52], che definisce già un quadro di riferimento per i sistemi di mediazione a livello di Unione per quanto concerne le controversie transfrontaliere, senza impedire l’applicazione di tale direttiva ai sistemi di mediazione interna. La presente direttiva è destinata a essere applicata orizzontalmente a tutti i tipi di procedure ADR, comprese le procedure ADR contemplate dalla direttiva [2008/52].
(45) Il diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale sono diritti fondamentali sanciti dall’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Pertanto, l’obiettivo delle procedure ADR non dovrebbe essere né quello di sostituire le procedure giudiziali né quello di privare i consumatori o i professionisti del diritto di rivolgersi agli organi giurisdizionali. È opportuno che la presente direttiva non contenga alcun elemento che possa impedire alle parti di esercitare il diritto di accesso al sistema giudiziario. Nei casi in cui una controversia non possa essere risolta secondo una determinata procedura ADR il cui esito non sia vincolante, è auspicabile che alle parti non sia successivamente impedito di avviare un procedimento giudiziario in relazione a tale controversia. Gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di scegliere i mezzi appropriati per conseguire tale obiettivo. Essi dovrebbero poter prevedere, tra l’altro, che i termini di prescrizione o decadenza non vengano a scadenza durante una procedura ADR».
9 L’articolo 1 della direttiva in parola è così formulato:
«L’obiettivo della presente direttiva è di contribuire, mediante il raggiungimento di un livello elevato di protezione dei consumatori, al corretto funzionamento del mercato interno garantendo che i consumatori possano, su base volontaria, presentare reclamo nei confronti di professionisti dinanzi a organismi che offrono procedure indipendenti, imparziali, trasparenti, efficaci, rapide ed eque di [ADR]. La presente direttiva non pregiudica la legislazione nazionale che prevede l’obbligatorietà di tali procedure, a condizione che tale legislazione non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accedere al sistema giudiziario».
10 L’articolo 3 della suddetta direttiva prevede quanto segue:
2. La presente direttiva si applica fatta salva la direttiva [2008/52].
11 L’articolo 4 della medesima direttiva è del seguente tenore:
«1. Ai fini della presente direttiva, si intende per:
a) “consumatore”: qualsiasi persona fisica che agisca a fini che non rientrano nella sua attività commerciale, industriale, artigianale o professionale;
b) “professionista”: qualsiasi persona fisica o giuridica che, indipendentemente dal fatto che si tratti di un soggetto privato o pubblico, agisca nel quadro della sua attività commerciale, industriale, artigianale o professionale, anche tramite qualsiasi altra persona che agisca in suo nome o per suo conto;
c) “contratto di vendita”: qualsiasi contratto in base al quale il professionista trasferisce o si impegna a trasferire la proprietà di beni al consumatore e il consumatore ne paga o si impegna a pagarne il prezzo, inclusi i contratti che hanno come oggetto sia beni che servizi;
d) “contratto di servizi”: qualsiasi contratto diverso da un contratto di vendita in base al quale il professionista fornisce o si impegna a fornire un servizio al consumatore e il consumatore ne paga o si impegna a pagarne il prezzo;
e) “controversia nazionale”: una controversia contrattuale derivante da un contratto di vendita o di servizi, nell’ambito della quale il consumatore, quando ordina i beni o i servizi, risiede nello stesso Stato membro in cui è stabilito il professionista;
f) “controversia transfrontaliera”: una controversia contrattuale derivante da un contratto di vendita o di servizi, nell’ambito della quale il consumatore, quando ordina i beni o i servizi, risiede in uno Stato membro diverso da quello in cui è stabilito il professionista;
g) “procedura ADR”: una procedura di cui all’articolo 2 conforme ai requisiti di cui alla presente direttiva ed eseguita da un organismo ADR;
h) “organismo ADR”: qualsiasi organismo, a prescindere dalla sua denominazione, istituito su base permanente, che offre la risoluzione di una controversia attraverso una procedura ADR ed è inserito in elenco ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 2;
i) “autorità competente”: qualsiasi autorità pubblica designata da uno Stato membro ai fini della presente direttiva e istituita a livello nazionale, regionale o locale.
– se si tratta di una persona fisica, presso la sua sede di attività,
– se è gestito da una persona fisica, nel luogo in cui svolge le attività ADR,
– se l’organismo è gestito da una persona giuridica o da un’associazione di persone fisiche o di persone giuridiche, nel luogo in cui tale persona giuridica o associazione di persone fisiche o giuridiche svolge le attività ADR o ha la sua sede legale,
– se è gestito da un’autorità o da un altro ente pubblico, nel luogo in cui tale autorità o altro ente pubblico ha la propria sede».
12 L’articolo 8 della direttiva 2013/11 è redatto nei seguenti termini:
«Gli Stati membri garantiscono che le procedure ADR siano efficaci e rispettino i seguenti requisiti:
13 Ai sensi dell’articolo 9 di tale direttiva:
«1. Gli Stati membri garantiscono che nell’ambito delle procedure ADR:
3. Qualora, conformemente al diritto nazionale, le procedure ADR prevedano che il loro esito diventi vincolante per il professionista una volta che il consumatore abbia accettato la soluzione proposta, l’articolo 9, paragrafo 2 deve leggersi come applicabile solo al consumatore».
14 L’articolo 12 della medesima direttiva così dispone:
«1. Gli Stati membri provvedono affinché alle parti che, nel tentativo di dirimere una controversia, ricorrono a procedure ADR il cui esito non sia vincolante, non sia successivamente impedito di avviare un procedimento giudiziario in relazione a tale controversia in ragione della scadenza dei termini di prescrizione o decadenza nel corso della procedura ADR.
2. Il paragrafo 1 lascia impregiudicate le disposizioni relative alla prescrizione o alla decadenza contenute negli accordi internazionali di cui gli Stati membri sono parte».
15 L’articolo 4, comma 3, del decreto legislativo del 4 marzo 2010, n. 28, recante attuazione dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali (GURI n. 53 del 5 marzo 2010, pag. 1; in prosieguo: il «decreto legislativo n. 28/2010»), che garantisce il recepimento della direttiva 2008/52 nell’ordinamento italiano, nella sua versione applicabile ratione temporis prevede quanto segue:
«All’atto del conferimento dell’incarico, l’avvocato è tenuto a informare l’assistito della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione disciplinato dal presente decreto e delle agevolazioni fiscali di cui agli articoli 17 e 20. L’avvocato informa altresì l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. L’informazione deve essere fornita chiaramente e per iscritto. In caso di violazione degli obblighi di informazione, il contratto tra l’avvocato e l’assistito è annullabile. (...)».
16 L’articolo 5 del decreto legislativo n. 28/2010 dispone quanto segue:
1-bis. Chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di (...) contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto, assistito dall’avvocato, preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto ovvero il procedimento di conciliazione previsto dal decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179, ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’articolo 128-bis del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni, per le materie ivi regolate. L’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. (...)
17 L’articolo 8 del suddetto decreto legislativo è così formulato:
«1. All’atto della presentazione della domanda di mediazione, il responsabile dell’organismo designa un mediatore e fissa il primo incontro tra le parti non oltre trenta giorni dal deposito della domanda. La domanda e la data del primo incontro sono comunicate all’altra parte con ogni mezzo idoneo ad assicurarne la ricezione, anche a cura della parte istante. Al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l’assistenza dell’avvocato. (...)
4-bis. Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall’articolo 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio.
18 Il decreto legislativo del 6 agosto 2015, n. 130, recante attuazione della direttiva 2013/11/UE sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, che modifica il regolamento (CE) n. 2006/2004 e la direttiva 2009/22/CE (direttiva sull’ADR per i consumatori) (GURI n. 191 del 19 agosto 2015; in prosieguo: il «decreto legislativo n. 130/2015»), ha inserito, nel decreto legislativo del 6 settembre 2005, n. 206, recante Codice del consumo (GURI n. 235 dell’8 ottobre 2005; in prosieguo: il «codice del consumo»), un titolo II-bis rubricato «Risoluzione extragiudiziale delle controversie». L’articolo 141 di tale codice, come modificato dal decreto legislativo n. 130/2015, che figura all’interno di questo nuovo titolo, prevede quanto segue:
4. Le disposizioni di cui al presente titolo, si applicano alle procedure volontarie di composizione extragiudiziale per la risoluzione, anche in via telematica, delle controversie nazionali e transfrontaliere, tra consumatori e professionisti residenti e stabiliti nell’Unione europea, nell’ambito delle quali l’organismo ADR propone una soluzione o riunisce le parti al fine di agevolare una soluzione amichevole e, in particolare, agli organismi di mediazione per la trattazione degli affari in materia di consumo iscritti nella sezione speciale di cui all’articolo 16, commi 2 e 4, del decreto legislativo [n. 28/2010], e agli altri organismi ADR istituiti o iscritti presso gli elenchi tenuti e vigilati dalle autorità di cui al comma 1, lettera i), previa la verifica della sussistenza dei requisiti e della conformità della propria organizzazione e delle proprie procedure alle prescrizioni del presente titolo. (...)
a) articolo 5, comma 1-bis, del decreto legislativo [n. 28/2010], che disciplina i casi di condizione di procedibilità con riferimento alla mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali;
19 Il Banco Popolare ha concesso al sig. M. e alla sig.ra R. aperture di credito in conto corrente sulla base di tre contratti successivi al fine di consentire loro l’acquisto di azioni, tra cui quelle emesse dal Banco Popolare stesso o da altre società al medesimo appartenenti.
20 Il 15 giugno 2015 il Banco Popolare ha ottenuto un decreto ingiuntivo nei confronti del sig. M. e della sig.ra R., per un importo di EUR 991 848,21, corrispondente al saldo che, a suo avviso, gli era ancora dovuto sulla base di un contratto firmato il 16 luglio 2009 per l’apertura di un conto corrente con garanzia ipotecaria. Il sig. M. e la sig.ra R. hanno proposto opposizione a tale decreto, chiedendo la sospensione della provvisoria esecuzione del medesimo.
21 Il Tribunale Ordinario di Verona (Italia), giudice del rinvio, rileva che, ai sensi del diritto nazionale, condizione di procedibilità di una simile opposizione è il previo esperimento ad opera delle parti di una procedura di mediazione, in applicazione dell’articolo 5, commi 1-bis e 4, del decreto legislativo n. 28/2010. Esso rileva altresì che la controversia al suo esame rientra nell’ambito di applicazione del codice del consumo, come modificato dal decreto legislativo n. 130/2015, che ha recepito la direttiva 2013/11 nell’ordinamento italiano. Infatti, il sig. M. e la sig.ra R. dovrebbero essere considerati «consumatori», ai sensi dell’articolo 4, lettera a), di tale direttiva, i quali hanno stipulato contratti qualificabili come «contratti di servizi» a norma dell’articolo 4, lettera d), della medesima direttiva.
22 Secondo il giudice del rinvio, non vi è chiarezza sul fatto che l’espresso rinvio della direttiva 2013/11 alla direttiva 2008/52 implichi che la prima di queste direttive abbia inteso riservare agli Stati membri la facoltà di prevedere il ricorso obbligatorio a una procedura di mediazione anziché alla procedura di ADR contemplata dalla direttiva 2013/11 in materia di controversie riguardanti i consumatori. Infatti, l’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 2008/52, laddove consente agli Stati membri di prevedere la mediazione come condizione di procedibilità delle procedure giudiziali, non avrebbe carattere precettivo, lasciando tale scelta alla discrezionalità degli Stati membri.
23 Ciò premesso, il giudice nazionale ritiene che le disposizioni di diritto italiano in materia di mediazione obbligatoria siano in contrasto con la direttiva 2013/11. Infatti, quest’ultima istituirebbe un sistema unitario, esclusivo e armonizzato per le controversie riguardanti i consumatori, che vincolerebbe gli Stati membri al conseguimento dell’obiettivo da essa perseguito. Tale direttiva dovrebbe quindi applicarsi anche ai procedimenti previsti dalla direttiva 2008/52.
24 Il giudice del rinvio sottolinea anche il fatto che l’articolo 9 della direttiva 2013/11 lascia alle parti la scelta non solo di partecipare o meno alla procedura ADR, ma anche di ritirarsi in qualsiasi momento dalla stessa, ragion per cui il ricorso obbligatorio alla mediazione, previsto dal diritto nazionale, porrebbe il consumatore in una posizione più sfavorevole di quella in cui si troverebbe se un simile ricorso avesse mero carattere facoltativo.
25 Infine, secondo il giudice del rinvio, la procedura di mediazione obbligatoria prevista dal diritto nazionale non è conforme all’articolo 9, paragrafo 2, della direttiva 2013/11, in quanto, nel procedimento nazionale, le parti non possono ritirarsi dalla procedura di mediazione in ogni momento, e senza conseguenze di sorta, se non sono soddisfatte delle prestazioni o del funzionamento della procedura. Esse potrebbero farlo solamente in presenza di un giustificato motivo, a pena di esporsi a una sanzione pecuniaria che il giudice è tenuto a infliggere quand’anche la parte che abbia così rinunciato alla procedura di mediazione risulti vittoriosa al termine del procedimento giudiziario.
26 In tale contesto, il Tribunale Ordinario di Verona ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
2) Se l’articolo 1 (...) della direttiva 2013/11, nella parte in cui assicura ai consumatori la possibilità di presentare reclamo nei confronti dei professionisti dinanzi ad appositi organismi di risoluzione alternativa delle controversie, vada interpretato nel senso che tale norma osta ad una norma nazionale che prevede il ricorso alla mediazione, in una delle controversie di cui all’articolo 2, paragrafo 1 della direttiva 2013/11, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale della parte qualificabile come consumatore, e, in ogni caso, ad una norma nazionale che preveda l’assistenza difensiva obbligatoria, ed i relativi costi, per il consumatore che partecipi alla mediazione relativa ad una delle predette controversie, nonché la possibilità di non partecipare alla mediazione se non in presenza di un giustificato motivo».
27 I governi italiano e tedesco mettono in discussione la ricevibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale, in quanto la direttiva 2013/11 non sarebbe applicabile alla controversia principale. Il governo italiano afferma che tale controversia si innesta in un procedimento per ingiunzione di pagamento promosso da un professionista nei confronti di un consumatore e, a questo titolo, è escluso dall’ambito di applicazione della direttiva 2013/11. Quanto al governo tedesco, esso considera che il giudice del rinvio non precisa se la procedura di mediazione istituita dal decreto legislativo n. 28/2010 configuri una «procedura ADR» dinanzi a un «organismo ADR» secondo le definizioni fornite dalla direttiva 2013/11, unica ipotesi in cui tale direttiva sarebbe applicabile.
28 Secondo costante giurisprudenza della Corte, il rigetto da parte di quest’ultima di una domanda proposta da un giudice nazionale è possibile solo quando appaia in modo manifesto che l’interpretazione del diritto dell’Unione richiesta da tale giudice non ha alcuna relazione con l’effettività o con l’oggetto del procedimento principale, qualora il problema sia di natura ipotetica oppure, ancora, quando la Corte non disponga degli elementi di fatto o di diritto necessari per fornire una soluzione utile alle questioni che le vengono sottoposte (sentenza del 14 marzo 2013, Allianz Hungária Biztosító e a., C‑32/11, EU:C:2013:160, punto 26 e giurisprudenza ivi citata).
29 Nella fattispecie, risulta tuttavia che la questione dell’applicabilità della direttiva 2013/11 alla controversia principale è indissolubilmente collegata alle risposte che devono essere fornite alla domanda di pronuncia pregiudiziale in esame. Alla luce di tali considerazioni, la Corte è competente a rispondere a tale domanda (v., per analogia, sentenza del 7 marzo 2017, X e X, C‑638/16 PPU, EU:C:2017:173, punto 37 e giurisprudenza ivi citata).
30 Con la sua prima questione, il giudice del rinvio domanda, in sostanza, se l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2013/11, nella parte in cui dispone che tale direttiva si applichi «fatta salva» la direttiva 2008/52, debba essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che prevede una procedura di mediazione obbligatoria nelle controversie indicate all’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva 2013/11.
31 Si deve ricordare che l’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2008/52 enuncia che essa ha l’obiettivo di facilitare l’accesso alla risoluzione alternativa delle controversie e di promuovere la composizione amichevole delle medesime incoraggiando il ricorso alla mediazione. Il successivo paragrafo 2 sottolinea che tale direttiva si applica alle controversie transfrontaliere in materia civile e commerciale, ossia, conformemente al suo articolo 2, alle controversie in cui almeno una delle parti è domiciliata o risiede abitualmente in uno Stato membro diverso da quello di qualsiasi altra parte.
32 Orbene, nella fattispecie, è pacifico che la controversia principale non integra una controversia transfrontaliera siffatta.
33 È pur vero che, come enunciato dal considerando 8 della direttiva 2008/52, nulla vieta agli Stati membri di applicare tale direttiva ai procedimenti di mediazione interni, facoltà di cui, come emerge dalla domanda di pronuncia pregiudiziale, il legislatore italiano si è avvalso. Nello stesso senso, il considerando 19 della direttiva 2013/11 ricorda che la direttiva 2008/52 definisce un quadro di riferimento per i sistemi di mediazione a livello di Unione per quanto concerne le controversie transfrontaliere, senza impedire l’applicazione di tale direttiva ai sistemi di mediazione interna.
34 Tuttavia, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 60 delle conclusioni, la scelta del legislatore italiano di estendere l’applicazione del decreto legislativo n. 28/2010 alle controversie nazionali non può avere l’effetto di ampliare l’ambito di applicazione della direttiva 2008/52, come definito all’articolo 1, paragrafo 2, della stessa.
35 Ne consegue che, poiché la direttiva 2008/52 non è applicabile a una controversia come quella principale, non è necessario, nella presente causa, pronunciarsi sulla questione dei rapporti tra tale direttiva e la direttiva 2013/11. Quanto al punto se quest’ultima direttiva osti a una normativa nazionale come quella di cui al procedimento principale, esso è precisamente oggetto della seconda questione sollevata dal giudice del rinvio e deve, pertanto, essere esaminato in tale contesto.
36 Alla luce delle suesposte considerazioni, non occorre rispondere alla prima questione.
37 Con la sua seconda questione, il giudice del rinvio domanda, in sostanza, se la direttiva 2013/11 debba essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, la quale prevede, in primo luogo, il ricorso obbligatorio a una procedura di mediazione, nelle controversie indicate all’articolo 2, paragrafo 1, di tale direttiva, come condizione di procedibilità della domanda giudiziale relativa a queste medesime controversie, in secondo luogo, che, nell’ambito di una mediazione siffatta, i consumatori debbano essere assistiti da un avvocato e, in terzo luogo, che i consumatori possano sottrarsi a un previo ricorso alla mediazione solo se dimostrano l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione.
38 Per rispondere a tale questione, occorre esaminare, in limine, se la direttiva 2013/11 possa applicarsi a una normativa come quella di cui al procedimento principale.
39 A tale riguardo occorre rilevare che, conformemente al suo articolo 1, la direttiva 2013/11 è volta a dare ai consumatori la possibilità di presentare, su base volontaria, reclamo nei confronti di professionisti attraverso procedure ADR.
40 La direttiva 2013/11 si applica non a tutte le controversie che coinvolgono consumatori, ma solo alle procedure che soddisfano i seguenti presupposti cumulativi: in primo luogo, la procedura deve essere stata promossa da un consumatore nei confronti di un professionista con riferimento a obbligazioni contrattuali derivanti da contratti di vendita o di servizi, in secondo luogo, conformemente all’articolo 4, paragrafo 1, lettera g), della direttiva 2013/11, tale procedura deve soddisfare i requisiti previsti dalla suddetta direttiva – e in particolare, sotto tale profilo, essere indipendente, imparziale, trasparente, efficace, rapida ed equa – e, in terzo luogo, detta procedura deve essere affidata a un organismo ADR, ossia, conformemente all’articolo 4, paragrafo 1, lettera h), della medesima direttiva, a un organismo, a prescindere dalla sua denominazione, istituito su base permanente, che offre la risoluzione di una controversia attraverso una procedura ADR ed è inserito in elenco ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 2, della direttiva 2013/11, elenco notificato alla Commissione europea.
41 Per determinare se la direttiva 2013/11 sia applicabile a una procedura ADR come quella discussa nel procedimento principale, occorre verificare la sussistenza dei suddetti presupposti.
42 Quanto al primo presupposto, la questione se una procedura ADR, come quella discussa nel procedimento principale, si debba considerare promossa non da un professionista, ma da un consumatore, ricade nella sfera di valutazione del giudice nazionale e in quella di applicazione del diritto interno di ciascuno Stato membro. Di conseguenza, con riferimento al procedimento principale, spetta al giudice del rinvio valutare se l’opposizione a un decreto ingiuntivo nonché la domanda di sospensione della provvisoria esecuzione del medesimo configurino un reclamo presentato da un consumatore, avente carattere autonomo rispetto al procedimento di ingiunzione promosso da un professionista del settore creditizio, come quello di cui al procedimento principale.
43 Quanto al secondo e al terzo presupposto, la domanda di pronuncia pregiudiziale non precisa se la procedura di mediazione prevista dalla normativa italiana si svolga dinanzi a un organismo ADR, ai sensi della direttiva 2013/11. Anche sotto tale profilo, spetta al giudice del rinvio valutare se l’organismo previsto all’articolo 141, comma 4, del codice del consumo, come modificato dal decreto legislativo n. 130/2015, sia un organismo ADR, che soddisfa i requisiti imposti dalla direttiva 2013/11, dal momento che ciò costituisce un presupposto per la sua applicazione.
44 Ne consegue che la direttiva 2013/11, fatte salve le verifiche da compiersi a cura del giudice del rinvio, può trovare applicazione a una normativa come quella discussa nel procedimento principale.
45 Per quanto riguarda i tre elementi contenuti nella questione sollevata dal giudice del rinvio e, in primo luogo, quanto al requisito di una procedura di mediazione come condizione di procedibilità di un’azione giudiziaria riguardante la controversia oggetto di tale procedura, requisito previsto all’articolo 5, paragrafo 1-bis, del decreto legislativo n. 28/2010, è pur vero che l’articolo 1, prima frase, della direttiva 2013/11 prevede la facoltà per i consumatori di presentare «su base volontaria» reclamo nei confronti dei professionisti dinanzi a organismi ADR.
46 A questo proposito il giudice del rinvio si domanda se, sulla base di un’interpretazione letterale di detto articolo 1, prima frase, gli Stati membri siano autorizzati a mantenere un simile ricorso preventivo e obbligatorio alla mediazione per le sole tipologie di controversie che non rientrano nell’ambito di applicazione di tale direttiva.
47 Tuttavia, secondo costante giurisprudenza della Corte, ai fini dell’interpretazione delle disposizioni di diritto dell’Unione si deve tener conto non soltanto del loro tenore letterale, ma anche del loro contesto e degli scopi perseguiti dalla normativa di cui esse fanno parte (sentenza del 15 ottobre 2014, Hoštická e a., C‑561/13, EU:C:2014:2287, punto 29).
48 A tale riguardo, anche se l’articolo 1, prima frase, della direttiva 2013/11 utilizza l’espressione «su base volontaria», si deve rilevare che la seconda frase di detto articolo prevede espressamente la possibilità, per gli Stati membri, di rendere obbligatoria la partecipazione alle procedure ADR, a condizione che una tale legislazione non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accedere al sistema giudiziario.
49 Tale interpretazione è corroborata dall’articolo 3, lettera a), della direttiva 2008/52, che definisce la mediazione come un procedimento strutturato, indipendentemente dalla denominazione, dove due o più parti di una controversia tentano esse stesse, su base volontaria, di raggiungere un accordo sulla risoluzione della medesima. Infatti, tale procedimento può essere avviato dalle parti oppure suggerito od ordinato da un organo giurisdizionale, ma anche prescritto dal diritto di uno Stato membro. Inoltre, conformemente all’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 2008/52, quest’ultima lascia impregiudicata la legislazione nazionale che rende il ricorso alla mediazione obbligatorio, purché tale legislazione non impedisca alle parti di esercitare il diritto di accesso al sistema giudiziario.
50 Come emerge dal considerando 13 della direttiva 2008/52, il carattere volontario della mediazione consiste, pertanto, non già nella libertà delle parti di ricorrere o meno a tale procedimento, bensì nel fatto che «le parti gestiscono esse stesse il procedimento e possono organizzarlo come desiderano e porvi fine in qualsiasi momento».
51 Assume quindi rilevanza non il carattere obbligatorio o facoltativo del sistema di mediazione, ma il fatto che il diritto di accesso delle parti al sistema giudiziario sia preservato. A tal fine, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 75 delle conclusioni, gli Stati membri conservano la loro piena autonomia legislativa, a condizione che sia rispettato l’effetto utile della direttiva 2013/11.
52 Pertanto, il fatto che una normativa nazionale come quella di cui trattasi nel procedimento principale abbia non solo introdotto una procedura di mediazione extragiudiziale, ma abbia, in aggiunta, reso obbligatorio il ricorso a quest’ultima prima di adire un organo giurisdizionale non è tale da pregiudicare la realizzazione dell’obiettivo della direttiva 2013/11 (v., per analogia, sentenza del 18 marzo 2010, Alassini e a., da C‑317/08 a C‑320/08, EU:C:2010:146, punto 45).
53 Indubbiamente, è evidente che, condizionando la procedibilità delle domande giudiziali presentate nelle materie previste all’articolo 5, paragrafo 1-bis, del decreto legislativo n. 28/2010 all’esperimento di un tentativo di mediazione obbligatoria, la normativa nazionale di cui al procedimento principale introduce una tappa aggiuntiva da superare prima di poter accedere al giudice. Tale condizione potrebbe incidere sul principio della tutela giurisdizionale effettiva (v., in tal senso, sentenza del 18 marzo 2010, Alassini e a., da C‑317/08 a C‑320/08, EU:C:2010:146, punto 62).
54 Tuttavia, secondo costante giurisprudenza della Corte, i diritti fondamentali non si configurano come prerogative assolute, ma possono soggiacere a restrizioni, a condizione che queste rispondano effettivamente a obiettivi di interesse generale perseguiti dalla misura di cui trattasi e non costituiscano, rispetto allo scopo perseguito, un intervento sproporzionato e inaccettabile, tale da ledere la sostanza stessa dei diritti così garantiti (sentenza del 18 marzo 2010, Alassini e a., da C‑317/08 a C‑320/08, EU:C:2010:146, punto 63 e giurisprudenza ivi citata).
55 Come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 81 delle conclusioni, sebbene la sentenza del 18 marzo 2010, Alassini e a. (da C‑317/08 a C‑320/08, EU:C:2010:146), riguardi una procedura di conciliazione, il ragionamento seguito dalla Corte nell’ambito di quella sentenza è trasponibile a normative nazionali che rendano obbligatorio il ricorso ad altre procedure extragiudiziali, quali la procedura di mediazione discussa nel procedimento principale.
56 Ciò rilevato, come enunciato, in sostanza, dal considerando 45 della direttiva 2013/11, gli Stati membri sono liberi di scegliere i mezzi che giudicano appropriati per far sì che l’accesso al sistema giudiziario non sia ostacolato, fermo restando che, da un lato, il fatto che l’esito della procedura ADR non sia vincolante per le parti e, dall’altro, il fatto che i termini di prescrizione o decadenza non scadano durante una procedura siffatta costituiscono due mezzi che, tra gli altri, sarebbero adeguati per conseguire tale obiettivo.
57 Per quanto riguarda il carattere vincolante dell’esito della procedura ADR, l’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2013/11 impone agli Stati membri di garantire che, nell’ambito di tale procedura, le parti abbiano la possibilità di ritirarsi dalla stessa in qualsiasi momento se non sono soddisfatte delle sue prestazioni o del suo funzionamento. Inoltre, conformemente all’articolo 9, paragrafo 2, lettera b), di tale direttiva, al termine della procedura ADR, viene solamente proposta una soluzione alle parti, e queste sono libere di accettare o seguire la soluzione proposta o meno.
58 Anche se l’articolo 9, paragrafo 3, della direttiva 2013/11 sancisce la possibilità per le normative nazionali di prevedere che l’esito delle procedure ADR sia vincolante per i professionisti, una simile possibilità richiede che il consumatore abbia precedentemente accettato la soluzione proposta.
59 Quanto ai termini di prescrizione o decadenza, l’articolo 12 della direttiva 2013/11 dispone che gli Stati membri provvedano affinché alle parti che ricorrono a una procedura ADR nel tentativo di dirimere una controversia non sia impedito di avviare un procedimento giudiziario in ragione della scadenza dei termini di prescrizione o decadenza nel corso di tale procedura.
60 Peraltro, a termini dell’articolo 8, lettera a), della direttiva 2013/11, la procedura ADR dev’essere accessibile online o offline per entrambe le parti, a prescindere dalla loro ubicazione.
61 Il requisito di una procedura di mediazione come condizione di procedibilità di un ricorso giurisdizionale può quindi rivelarsi compatibile con il principio della tutela giurisdizionale effettiva qualora tale procedura non conduca a una decisione vincolante per le parti, non comporti un ritardo sostanziale per la proposizione di un ricorso giurisdizionale, sospenda la prescrizione o la decadenza dei diritti in questione e non generi costi, ovvero generi costi non ingenti, per le parti, a patto però che la via elettronica non costituisca l’unica modalità di accesso a detta procedura di conciliazione e che sia possibile disporre provvedimenti provvisori nei casi eccezionali in cui l’urgenza della situazione lo impone (v., in tal senso, sentenza del 18 marzo 2010, Alassini e a., da C‑317/08 a C‑320/08, EU:C:2010:146, punto 67).
62 Spetta quindi al giudice del rinvio verificare se la normativa nazionale discussa nel procedimento principale, in particolare l’articolo 5 del decreto legislativo n. 28/2010 nonché l’articolo 141 del codice del consumo, come modificato dal decreto legislativo n. 130/2015, non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accesso al sistema giudiziario, come richiesto dall’articolo 1 della direttiva 2013/11, in quanto risponde ai requisiti indicati al punto precedente.
63 Qualora tale esigenza sia rispettata, il requisito di una procedura di mediazione come condizione di procedibilità di un ricorso giurisdizionale sarebbe infatti compatibile con l’articolo 1 della direttiva 2013/11.
64 In secondo luogo, quanto all’obbligo, per il consumatore, di essere assistito da un avvocato per promuovere una procedura di mediazione, la risposta a tale questione emerge dalla formulazione dell’articolo 8, lettera b), della direttiva 2013/11. Tale articolo, infatti, relativo all’efficacia della procedura, stabilisce che gli Stati membri garantiscono che le parti abbiano accesso alla procedura ADR senza essere obbligate a ricorrere a un avvocato o a un consulente legale. Inoltre, l’articolo 9, paragrafo 1, lettera b), della suddetta direttiva dispone che le parti siano informate del fatto che non sono obbligate a ricorrere a un avvocato o a un consulente legale.
65 Pertanto, una normativa nazionale non può imporre al consumatore che prende parte a una procedura ADR di essere assistito obbligatoriamente da un avvocato.
66 Infine, in terzo luogo, quanto alla questione della necessità di interpretare la direttiva 2013/11 nel senso che esso osta a una disposizione di diritto nazionale secondo la quale i consumatori possono ritirarsi da una procedura di mediazione nel solo caso in cui dimostrino l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione, a pena di sanzioni nell’ambito del successivo procedimento giudiziario, si deve ritenere che una limitazione siffatta sia tale da restringere il diritto di accesso delle parti al sistema giudiziario, contrariamente all’obiettivo perseguito dalla direttiva 2013/11, richiamato al suo articolo 1. Infatti, l’eventuale ritiro del consumatore dalla procedura ADR non deve avere conseguenze sfavorevoli nei suoi confronti nell’ambito del ricorso giurisdizionale relativo alla controversia che è stata, o avrebbe dovuto essere, oggetto di tale procedura.
67 Quest’ultima considerazione è corroborata dalla formulazione dell’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2013/11, il quale, con riferimento alle procedure ADR volte a risolvere la controversia proponendo una soluzione, impone agli Stati membri di garantire che le parti abbiano la possibilità di ritirarsi dalla procedura in qualsiasi momento se non sono soddisfatte delle prestazioni o del funzionamento della procedura.
68 Questa stessa disposizione precisa altresì che, nel caso in cui la normativa nazionale preveda la partecipazione obbligatoria del professionista alle procedure ADR, il consumatore, e solamente lui, deve sempre beneficiare di tale diritto di ritirarsi.
69 Di conseguenza, la direttiva 2013/11 dev’essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale che limita il diritto dei consumatori di ritirarsi dalla procedura di mediazione al solo caso in cui dimostrino l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione.
70 Ciò constatato, occorre rilevare che, durante l’udienza, il governo italiano ha dichiarato che l’imposizione di un’ammenda da parte del giudice in un successivo procedimento è prevista soltanto in caso di mancata partecipazione senza giustificato motivo alla procedura di mediazione, e non in caso di ritiro dalla medesima. Se così è, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare, la direttiva 2013/11 non osta a una normativa nazionale che consente al consumatore di rifiutare di partecipare a una previa procedura di mediazione solamente per un giustificato motivo, purché egli possa porvi fine senza restrizioni successivamente al primo incontro col mediatore.
71 Alla luce delle suesposte considerazioni, occorre rispondere alla seconda questione dichiarando che:
– la direttiva 2013/11 dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che prevede il ricorso a una procedura di mediazione, nelle controversie indicate all’articolo 2, paragrafo 1, di tale direttiva, come condizione di procedibilità della domanda giudiziale relativa a queste medesime controversie, purché un requisito siffatto non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accesso al sistema giudiziario;
– la medesima direttiva dev’essere invece interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, la quale prevede che, nell’ambito di una mediazione siffatta, i consumatori debbano essere assistiti da un avvocato e possano ritirarsi da una procedura di mediazione solo se dimostrano l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione.
Ultimo aggiornamento Sabato, Ottobre 21 2017
Tribunale di Roma, sez. XIII, sentenza 29 ottobre 2015
Giudice Moriconi
I fatti della causa
Lamentava l'attore che il giorno 19 marzo 2012 mentre attraversava a piedi alle ore 23,15 circa via dei Monti Tiburtini, all'altezza dell'incrocio con la carreggiata di via dei Durantini, durante la fase di regolare attraversamento pedonale, effettuato sulle strisce pedonali con semaforo verde, veniva travolto dall'autovettura di proprietà di (...) (...) condotta da (...) (...) che procedeva a velocità eccessiva ed oltre i limiti consentiti per quel tratto di strada.
La compagnia assicuratrice si costituiva facendo presente che aveva già risarcito l'attore con la somma di €.5.850,00 e che essendo quanto l'attore corresponsabile per aver attraversato imprudentemente con luce gialla come si evinceva dalla relazione della P.M. la somma era da considerarsi satisfattiva. Con ordinanza del 16.6.2014 il giudice disponeva la mediazione demandata ai sensi del novellato art.5 co.II° del decr.lgsl.28/10.
All'udienza di verifica la difesa dell'attore faceva presente che il R. aveva a suo tempo (3.12.2012) e prima della causa introdotto una procedura di mediazione (in quel momento ancora) obbligatoria in materia di RCA, che si era conclusa negativamente per l'assenza dell'assicurazione.
Aggiungeva che avendo il R. aderito alla proposta del giudice, la domanda di mediazione (demandata dal giudice) non era stata introdotta dall'attore (né dall'altra parte attivata) essendone prevedibile l'esito infruttuoso avendo la compagnia assicuratrice, sollecitata più volte a mezzo mail dalla difesa dell'attore, comunicato di voler definire la causa con soli €.5.000 più €.2.000 per onorari.
Ed invero a tal fine l'attore produceva una missiva nella quale la compagnia, evidenziato che il giudice, presupposta una invalidità permanente del 7%, aveva effettuato i calcoli, nella proposta ex art.185 bis, sulla base delle tabelle del tribunale invece che per quelle previste per le micropermanenti, aveva formulato la suddetta offerta (€.5.000 più €.2.000 per onorari).
La mancata comprensione da parte dei soggetti costituiti del valore e dell'efficacia della mediazione - L'improcedibilità della domanda
L'art. 5 co. II° prevede che "fermo quanto previsto dal comma 1-bis e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione; in tal caso l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di giudizio di appello. Il provvedimento di cui al periodo precedente è adottato prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non è prevista, prima della discussione della causa. Il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6 e, quando la mediazione non è già stata avviata, assegna contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione". Circa la possibilità del giudice di disporre la mediazione demandata anche allorché sia stata già avviato e concluso negativamente un esperimento di mediazione obbligatoria non possono essere nutriti seri dubbi.
E' stato più volte sottolineata la diversità di presupposti e contesto nei quali si
collocano la mediazione obbligatoria e quella demandata.
Ed invero nell'ordinanza del 16.6.2014 il giudice osservava:
"Va precisato che nel dicembre 2012 è stato tentato dall'attore un percorso di mediazione volontaria.
Si ritiene che tale circostanza, vale a dire che l'attrice abbia proposto prima e fuori della causa, una domanda di mediazione (non ha rilevanza - ai fini che qui interessano- la natura volontaria o obbligatoria), non sia impeditiva all'esercizio ed all'attivazione da parte del Giudice della mediazione demandata di cui all'art.5 co.II° del decr.lgsl.28/2010 nella versione riformata dal D.L.69/13 cit..
Da quanto si espone di seguito è di solare evidenza che nella mediazione demandata la realizzazione della condizione di procedibilità è solo una delle sue ragion d'essere.
Esse consistono piuttosto nel giudizio del Giudice secondo il quale sussistono, nel caso specificamente esaminato, anche (e specialmente) considerate le difese della controparte in un complessivo bilanciamento (nel senso anche letterale del termine) con quelle dell'attore, le condizioni positive perché le parti possano pervenire ad un accordo amichevole, di tipo conciliativo o transattivo.
La forza e l'efficacia è del tutto diversa.
Il momento in cui il Giudice invia le parti in mediazione è svincolato da rigidità processuali se non quelle molto avanzate del giudizio (conclusioni/discussione), consentendogli di individuare e di scegliere il momento più propizio in relazione alle circostanze ed agli sviluppi della causa (e ciò anche in relazione alle difese articolate dalle parti).
La possibilità, come la presente ordinanza testimonia, di rappresentare pacatamente, con equidistanza ed imparzialità, i punti di debolezza e di forza delle rispettive posizioni, consente di esaltare la sensibilità culturale e giuridica dei difensori, che tanto ruolo hanno nella mediazione riformata.
E, tramite essi, parlare alle parti che pertanto dovranno essere informate nel modo più ampio e sostanziale dai difensori circa il contenuto del provvedimento, al fine che esse possano, esattamente come in ambito sanitario, determinarsi verso la scelta migliore da assumere, in ordine alla quale è precondizione una adeguata consapevolezza.
Compito dei difensori è quello di evocare la possibilità per le parti, cogliendo le potenzialità del provvedimento del Giudice, di trovare ragionevoli soluzioni e punti di accordo, non celando, in mancanza, i possibili sviluppi negativi delle aspettative che l'inevitabile antagonismo insito nella avviata contesa giudiziaria tende, per ciascuna delle parti, a radicare ed esaltare.
Con la mediazione demandata si evita di intraprendere percorsi spesso già condannati in partenza (si pensi ad una mediazione obbligatoria prima della causa nella quale saranno protagonisti necessari soggetti terzi, come assicurazioni successivamente chiamate; ovvero a situazioni in ordine alle quali le risultanze della consulenza tecnica disposta dal giudice sono determinanti
per meglio fissare l'ubi consistam della lite..); e ciò perché è il Giudice che sceglie, con oculatezza, il momento migliore per disporne l'avvio. Dell'assistenza si è già detto. Se del caso, e questo lo è, il provvedimento di avvio alla mediazione demandata può contenere, ad opera del Giudice, utili indicazioni e parametri che difensori e parti, assistite da mediatori di qualità, potranno sviluppare nel miglior modo.
Infine la diversa e solo eventuale onerosità del nuovo procedimento di mediazione per il quale il primo incontro (preliminare alla mediazione vera e propria) sconta, in caso di insuccesso, il solo pagamento delle modeste spese di avvio previste dalla normativa vigente (cfr.per la autorevole conferma di tale opinamento la Circolare del Ministero della Giustizia 27 novembre 2013 Entrata in vigore dell’art. 84 del d.l. 69/2013 come convertito dalla l. 98/2013 recante disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia, che modifica il d.lgs. 28/2010. Primi chiarimenti) esclude che quello che di fatto si presenta come una -sia pure legittima- seconda mediazione possa essere un aggravio irragionevole per le parti"
La vicenda, a far tempo dalla comunicazione della proposta del giudice alle parti e fino al mancato avvio della mediazione, è paradigmatica di quanto sia ancora lontano il raggiungimento del fondamentale obiettivo di una generale diffusa e soddisfacente comprensione ed apprezzamento da parte dell'utenza e del Foro (che tuttavia, come la stessa Magistratura ha fatto in subiecta materia notevoli progressi assiologici nell'ultimo anno e mezzo) del valore strategico per il contenimento della straripante mole di contenzioso e per la pacificazione sociale che diffonde, dei vantaggi in termini di tempi stretti di conclusione e di certezza dell'ottenimento del bene della vita oggetto dell'accordo, e, in definitiva, dei straordinari risultati che la mediazione può offrire.
In questo caso, ed è di tutta evidenza, per un conveniente e conclusivo accordo, sarebbe stato sufficiente sedersi intorno al tavolo di un bravo e competente mediatore, le parti personalmente quanto all'attore e rappresentata la compagnia assicuratrice da un procuratore speciale, entrambe assistite dai rispettivi legali, con una reale volontà di chiudere la controversia presto e bene, utilizzando le preziose indicazioni offerte dal giudice.
Il quale faceva chiaramente intendere, nell'ordinanza, che le affermazioni rese nell'immediato ai vigili urbani intervenuti da parte della compagna del R., partecipe con lui all'evento, e che ammetteva un attraversamento quanto meno affannoso e imprudente (con semaforo giallo e si era a tarda notte, era buio..), avrebbero potuto condurre ad una decisione affermativa di una qualche misura di concorso di colpa del danneggiato.
Il giudice, è pur vero, che effettuava i calcoli sulla base delle tabelle del tribunale, ma è altrettanto vero che prendeva per buona, in quella fase di proposta, senza aver prima disposto ed acquisito una consulenza medica, la percentuale di invalidità indicata dall'assicurazione (7% e non quella dell'attore 9%).
La proposta del giudice, come è scritto nell'ordinanza, non è una sentenza, piuttosto un'autorevole e meditata indicazione, allo stato e sulla base degli atti, di un punto di equilibrio conciliativo, irrorato di equità, sulle quale ben possono ed anzi debbono le parti, in caso di difficoltà ad accordarsi sull' esatto contenuto della proposta, continuare a discutere, anche con l'ausilio di un
soggetto terzo ed imparziale, qual'è il mediatore, a tale fine essendo previsto nell'ordinanza di cui supra il successivo percorso di mediazione. L'assicurazione rispondeva alla mail della difesa dell'attore proponendo ciò che si è detto supra (€.5000 + €.2000, oltre al già corrisposto) che è più meno quello che il giudice avrebbe verosimilmente accertato e concesso all'esito di un percorso istruttorio (CTU, testimonianze ...), applicativo delle tabelle previste per le micropermanenti, in ambito di concorso di colpa del pedone. Cosa dice tutto questo?
Che se le parti avessero compreso e metabolizzato, già prima del provvedimento, il valore sociale ed individuale e l'efficacia della mediazione, il giudice non avrebbe scritto questa sentenza, l'attore avrebbe portato a casa una ragionevole somma di denaro, l'avvocato la sua parcella e l'assicurazione la tranquillità di non vedersi arrivare, dopo questa sentenza, una nuova causa che la improcedibilità che si dichiara non impedisce in alcun modo.
Essendo pacifico che il procedimento di mediazione non è stato avviato, e non essendo stato addotto -come dimostrato supra- alcun valido motivo giustificativo, ne consegue la improcedibilità della domanda.
- DA'ATTO della mancata attivazione dell’esperimento di mediazione demandata;
- DICHIARA improcedibile la domanda di V.-M. R.;
- CONDANNA V.-M. R. al pagamento delle spese di causa che liquida in favore della spa (...) in persona del legale rappresentante pro tempore in complessivi €.1.300,00 oltre IVA, CAP e spese generali.
Ultimo aggiornamento Martedì, Novembre 17 2015
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 14 luglio – 6 novembre 2015, n. 22748
1. — G.A.M.R. ed R.A. , in qualità di eredi di R.V. , già socio della Ru.Mi.An. S.r.L, hanno convenuto in giudizio la società e R.M.M. , anch’egli socio nonché amministratore unico della società, e l’avv. T.B. , per sentir dichiarare, in via principale, la nullità della deliberazione adottata dall’assemblea straordinaria della società il 22 febbraio 2007, ai sensi dell’art. 2479-ter, terzo comma, cod. civ., in quanto presa in assenza d’informazione del loro dante causa o per illiceità dell’oggetto, e per sentir condannare, in subordine, il R. ed il T. al risarcimento dei danni morali e patrimoniali cagionati dai comportamenti da loro tenuti in relazione alla predetta deliberazione, costituenti illecito penale ai sensi dell’art. 2636 cod. civ..
Premesso che la RuMiAn era stata costituita dal loro dante causa per renderla intestataria dei propri beni immobili, e precisato che le quote di partecipazione erano intestate per il 95% al R. e per il restante 5% al figlio M. , che ricopriva anche la carica di amministratore unico della società, le attrici hanno esposto che con la delibera impugnata l’assemblea straordinaria ha azzerato il capitale sociale e lo ha ricostituito, senza rispettare le predette percentuali di partecipazione al capitale e con rinuncia dei soci al diritto di opzione, in modo tale da consentire al socio di minoranza di acquisire il controllo della società.
Si sono costituiti il R. ed il T. , ed hanno eccepito, in via preliminare, l’improcedibilità della domanda, per effetto della clausola compromissoria contenuta nello statuto della società, nonché per continenza della causa con altra precedentemente promossa.
2. — Con ordinanza del 15 ottobre 2014, il Tribunale di Bari ha dichiarato la propria incompetenza in favore del collegio arbitrale.
Premesso che la clausola compromissoria è stata opposta dai convenuti soltanto in sede di costituzione tardiva all’udienza di prima comparizione, il Tribunale ha innanzitutto escluso la tardività dell’eccezione, affermando che, in quanto riflettente una questione di merito relativa all’interpretazione ed alla validità del compromesso o della clausola compromissoria, la stessa si configura come un’eccezione in senso stretto, avente ad oggetto la rinuncia all’esperimento dell’azione giudiziaria ed alla giurisdizione dello Stato, e dev’essere pertanto proposta nei tempi e nei modi propri delle eccezioni di merito. Ha inoltre escluso la configurabilità dell’eccezione come exceptio de jure tertii, rilevando che R.M. è socio della RuMiAn fin dalla sua costituzione e le attrici sono divenute socie in qualità di eredi di R.V. , mentre l’avv. T. ha sollevato fin dall’inizio l’eccezione di arbitrato, in tal modo manifestando inequivocabilmente la volontà di sottoporsi al giudizio degli arbitri.
Ciò posto, il Tribunale ha dissentito dall’orientamento della giurisprudenza più recente, secondo cui l’impugnazione di una delibera assembleare da luogo ad una controversia non compromettibile in arbitri, in quanto avente ad oggetto diritti indisponibili, soltanto in presenza d’interessi generali che trascendono l’interesse del socio, di norme inderogabili poste a tutela degli stessi o di un’iniziativa giudiziaria non riservata alle parti. Ha infatti rilevato che la natura sociale o collettiva dell’interesse sotteso alla delibera non esclude la deferibilità della controversia agli arbitri, in quanto la sottrazione dell’interesse alla volontà dei singoli soci non implica anche la sottrazione alla volontà collettiva espressa dalla società. Ha aggiunto che il d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 ha ammesso la compromettibilità delle controversie aventi ad oggetto la validità di delibere assembleari, indipendentemente dal carattere generale o particolare degl’interessi che le stesse sono volte a soddisfare, e con l’unico limite della indisponibilità dei diritti che ne costituiscono oggetto, non avendo altrimenti senso la tutela rafforzata prevista dall’art. 36, la quale si giustifica soltanto in relazione alle delibere che incidono su interessi collettivi. Ha concluso pertanto che l’arbitrato è escluso soltanto per l’impugnazione di delibere affette da vizi che, per la loro gravità, non sono sanabili con il decorso del tempo, affermando l’irrilevanza di altri criteri, quali la distinzione tra nullità ed annullabilità della delibera, o la natura derogabile o inderogabile delle norme violate, o il carattere individuale o collettivo degli interessi in gioco: ha infatti osservato che gli artt. 2377-2379-ter e 2434-bis cod. civ. prevedono azioni caratterizzate dalla sanabilità quasi generalizzata dei vizi che ne costituiscono oggetto e l’inderogabilità delle norme che disciplinano il diritto controverso non ne esclude l’applicazione anche da parte degli arbitri, mentre l’esclusione della riserva alle parti dell’iniziativa giudiziaria non impedisce di compromettere in arbitri l’azione di nullità.
3. — Avverso la predetta ordinanza la G. e la R. hanno proposto istanza di regolamento di competenza, articolata in tre motivi. Il R. ed il T. hanno resistito con memorie.
1. — Con il primo motivo d’impugnazione, le ricorrenti sostengono che, nello escludere la tardività dell’eccezione di arbitrato, l’ordinanza impugnata non ha tenuto conto del nuovo testo dell’art. 819-ter cod. proc. civ., il quale impone al convenuto di sollevare la predetta eccezione, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata, e quindi almeno venti giorni prima dell’udienza di comparizione fissata nell’atto di citazione. Proprio perché riflettente una questione di merito riguardante l’interpretazione e la validità del compromesso, come ritenuto dal Tribunale, tale eccezione si configura infatti come un’eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio, e quindi soggetta ai termini ed alle preclusioni previsti per le eccezioni di merito.
Nel ritenere ammissibile l’eccezione di compromesso, sollevata dai convenuti nella comparsa di costituzione tardivamente depositata all’udienza di prima comparizione, l’ordinanza impugnata ha infatti richiamato l’orientamento, costantemente ribadito in passato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, configurandosi la devoluzione della controversia agli arbitri come una rinuncia all’esperimento dell’azione giudiziaria ed alla giurisdizione dello Stato, attraverso la scelta di una soluzione della controversia con uno strumento di natura privatistica, la relativa eccezione da luogo ad una questione di merito, riguardante l’interpretazione e la validità del compromesso o della clausola compromissoria, e costituisce pertanto un’eccezione propria e in senso stretto, avente ad oggetto la prospettazione di un fatto impeditivo dell’esercizio della giurisdizione statale, con la conseguenza che dev’essere proposta dalle parti nei tempi e nei modi propri delle eccezioni di merito (cfr. Cass., Sez. VI, 12 dicembre 2011, n. 26635; Cass., Sez. III, 14 luglio 2011, n. 15474; Cass., Sez. I, 30 maggio 2007, n. 12684).
Senonché, il predetto orientamento ha costituito recentemente oggetto di revisione da parte delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali, alla luce della disciplina complessivamente desumibile dalla legge 5 gennaio 1994, n. 5 e delle modificazioni introdotte dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, hanno riconosciuto la natura giurisdizionale dell’arbitrato e la funzione sostitutiva assolta da tale istituto rispetto alla giurisdizione ordinaria, affermando pertanto che la relativa eccezione deve essere ricompresa a pieno titolo tra quelle di rito (cfr. Cass., Sez. Un., 20 gennaio 2014, n. 1005; 25 ottobre 2013, n. 24153). A sostegno di tale conclusione, si è osservato che la natura giurisdizionale dell’arbitrato non si pone in contrasto con il monopolio statale della giurisdizione sancito dall’art. 102 Cost., il quale, pur comportando in linea di principio l’attribuzione ai giudici ordinari della giurisdizione sui diritti, non esclude la facoltà delle parti di derogare a tale regola, nell’esercizio di una libera ed autonoma scelta, agendo a tutela dei propri diritti dinanzi a giudici privati. In tal caso, infatti, l’autonomia delle parti si manifesta non già come atto di disposizione del diritto, ma come atto incidente sul potere di azione che a quel diritto è connesso, la cui legittimità deve ritenersi subordinata alla triplice condizione che a) la deroga riguardi una controversia conoscibile dal giudice ordinario, b) l’arbitrato sia disciplinato da norme di legge che assicurino idonee garanzie processuali, c) sia prevista l’impugnativa davanti agli organi della giurisdizione ordinaria. In tal senso depongono d’altronde anche le innovazioni introdotte dalle più recenti disposizioni legislative, che hanno comportato un’assimilazione integrale della domanda di arbitrato a quella giudiziale, ai fini della prescrizione e della trascrizione, e la corrispondente attribuzione al lodo di un’efficacia ed un’autorità identiche a quelle della cosa giudicata, con il correlato ampliamento della facoltà e dei mezzi d’impugnazione del lodo, svincolati dall’emanazione del decreto di esecutività, e con la subordinazione del passaggio alla fase rescissoria all’assenza di una contraria volontà delle parti.
1.1. — Nella medesima ottica, occorre richiamare l’art. 819-ter cod. proc. civ., introdotto dall’art. 22 del d.lgs. n. 40 del 2006, il quale individua espressamente in termini di competenza il rapporto tra il potere decisorio conferito agli arbitri e la potestà giurisdizionale spettante al giudice ordinario, dichiarando impugnabile con il regolamento di competenza la sentenza con cui quest’ultimo abbia affermato o negato la propria competenza in relazione ad una convenzione d’arbitrato. Tale disposizione, pur essendo stata introdotta successivamente alla stipulazione della clausola compromissoria, inserita in uno statuto di società risalente al 21 giugno 1989, risulta certamente applicabile alla fattispecie in esame, avuto riguardo alla disciplina transitoria dettata dall’art. 27, comma quarto, del d.lgs. n. 40 cit, che la include espressamente tra le norme applicabili alle domande proposte dopo l’entrata in vigore del medesimo decreto, indipendentemente dalla sottrazione del compromesso o della clausola compromissoria alla disciplina prevista dagli artt. 806-808-quinquies cod. proc. civ., introdotti dall’art. 20 del d.lgs. n. 40 per le sole convenzioni di arbitrato stipulate in epoca successiva.
La norma in esame, pur escludendo l’applicabilità degli artt. 44, 45, 48, 50 e 295 nei rapporti tra arbitrato e processo, assoggetta l’eccezione di arbitrato al medesimo regime previsto per quella d’incompetenza, stabilendo che essa dev’essere proposta, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta, e precisando che la mancata proposizione dell’eccezione esclude la competenza arbitrale limitatamente alla controversia decisa in quel giudizio. La mancanza di una specifica indicazione in ordine al termine entro il quale l’eccezione dev’essere sollevata impone di fare riferimento alla disciplina generale dettata dall’art. 38 cod. proc. civ. (nel testo, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, sostituito dall’art. 45, comma secondo, della legge 18 giugno 2009, n. 69), il quale dispone che l’incompetenza, tanto per materia quanto per valore o per territorio, dev’essere eccepita, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta “tempestivamente” depositata. Tale espressione dev’essere a sua volta riferita al termine fissato dall’art. 166 cod. proc. civ. per la costituzione del convenuto, in tal senso deponendo il chiaro dettato dell’art. 171, secondo comma, cod. proc. civ., il quale, pur consentendo al convenuto di costituirsi successivamente, fino alla prima udienza di comparizione, precisa che in tal caso restano ferme le decadenze di cui all’art. 167, ivi comprese, evidentemente, quelle riguardanti la proposizione delle eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio (cfr. Cass., Sez. Un., 12 maggio 2008, n. 11657).
Alla stregua di tale disciplina, non può considerarsi ritualmente proposta l’eccezione d’incompetenza sollevata dalla difesa dei convenuti, la cui costituzione in giudizio, come rilevato dall’ordinanza impugnata, ha avuto luogo soltanto all’udienza fissata per la prima comparizione delle parti, quando era ormai decorso il termine previsto dalla legge per il deposito della comparsa, con il conseguente radicamento presso il Giudice adito del potere di decidere in ordine alla domanda proposta dalle attrici, risultando definitivamente preclusa ogni contestazione in ordine alla competenza.
1.2. — Non può condividersi, in proposito, la tesi sostenuta nelle conclusioni scritte del Pubblico Ministero, secondo cui la tempestività dell’eccezione dovrebbe essere valutata anche in relazione al disposto dell’art. 38, terzo comma, cod. proc. civ., che, attribuendo al giudice il potere di rilevare d’ufficio l’incompetenza per materia, per valore e per territorio nei casi previsti dall’art. 28, fino alla conclusione dell’udienza di cui all’art. 183 cod. proc. civ., consentirebbe alle parti di sollecitare una decisione al riguardo, nonostante l’intervenuto decorso del termine di cui all’art. 166 cit, ogni qualvolta la competenza degli arbitri sia assimilabile a quella funzionale, per avere ad oggetto questioni attinenti a diritti indisponibili.
È pur vero che l’art. 819, primo comma, cod. proc. civ., nel testo introdotto dall’art. 22 del d.lgs. n. 40 del 2006, ha attribuito agli arbitri il potere di risolvere in via incidentale anche questioni vertenti su materie che non possono costituire oggetto di convenzione di arbitrato, salvo che debbano essere decise con efficacia di giudicato per legge, in tal modo generalizzando una facoltà già prevista per gli arbitrati in materia societaria dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5, il quale estendeva la cognizione degli arbitri anche a questioni non compromettibili (art. 36, primo comma), correlativamente escludendo in tale settore l’applicabilità del testo originario dell’art. 819 cit., che, nel caso d’insorgenza delle predette questioni, imponeva agli arbitri di sospendere il procedimento in attesa della decisione del giudice ordinario (art. 35, comma terzo). È altresì vero che, in materia societaria, il principio stabilito dall’art. 806, primo comma, cod. proc. civ., secondo cui le parti possono far decidere da arbitri soltanto controversie non aventi ad oggetto diritti indisponibili, sembra incontrare una deroga nell’art. 35, comma quinto, del d.lgs. n. 5 cit., il quale, nell’ammettere il deferimento agli arbitri delle controversie riguardanti la validità di delibere assembleari, non precisa se le stesse debbano o meno avere necessariamente ad oggetto diritti disponibili.
Peraltro, indipendentemente dalla considerazione che la giurisprudenza di questa Corte risulta ormai stabilmente orientata in senso contrario alla compromettibilità delle controversie aventi ad oggetto la validità delle delibere assembleari, ogni qualvolta le stesse incidano su interessi tutelati da norme inderogabili, la cui violazione determina una reazione dell’ordinamento svincolata da qualsiasi iniziativa di parte (cfr. Cass., Sez. VI, 10 giugno 2014, n. 13031; Cass., Sez. I, 12 settembre 2011, n. 18600; 23 febbraio 2005, n. 3772), deve escludersi, in linea di principio, che il deferimento agli arbitri di controversie riguardanti diritti indisponibili o che comunque presuppongano la risoluzione di questioni incidenti su tali diritti possa tradursi nella previsione di una competenza funzionale, tale da giustificare la dichiarazione d’incompetenza del giudice ordinario anche in assenza di una tempestiva eccezione di parte. In proposito, è infatti sufficiente richiamare l’orientamento della giurisprudenza costituzionale, secondo cui il fondamento di qualsiasi arbitrato è da rinvenirsi nella libera scelta delle parti, la quale soltanto consente di derogare al precetto contenuto nell’art. 102 Cost., costituendo uno dei possibili modi di disporre, anche in senso negativo, del diritto di cui all’art. 24, primo comma, Cost., con la conseguente esclusione della possibilità d’individuare la fonte dell’arbitrato in una volontà autoritativa, e la necessità di attribuire alla norma di cui all’art. 806 cod. proc. civ. il carattere di principio generale, costituzionalmente garantito, dell’intero ordinamento (cfr. Corte cost., sent. n. 127 del 1977). Ma se è la volontà delle parti a costituire l’unico fondamento della competenza degli arbitri, deve necessariamente riconoscersi che le parti, così come possono scegliere di sottoporre la controversia agli stessi, anziché al giudice ordinario, possono anche optare per una decisione da parte di quest’ultimo, non solo espessamente, mediante un accordo uguale e contrario a quello raggiunto con il compromesso, ma anche tacitamente, attraverso l’adozione di condotte processuali convergenti verso l’esclusione della competenza arbitrale, e segnatamente mediante l’introduzione del giudizio in via ordinaria, alla quale faccia riscontro la mancata proposizione dell’eccezione di arbitrato. Nessun rilievo può assumere, a tal fine, la circostanza che la decisione della controversia implichi la risoluzione di questioni vertenti su diritti indisponibili, non risultando queste ultime sufficienti a giustificare l’affermazione dell’inderogabilità della competenza degli arbitri e della rilevabilità d’ufficio dell’incompetenza del giudice ordinario, la cui dichiarazione resta pertanto subordinata alla proposizione della relativa eccezione da parte del convenuto, nella specie tardivamente intervenuta.
2. — L’istanza va pertanto accolta, restando assorbiti gli altri motivi d’impugnazione, con cui le ricorrenti hanno insistito sulla configurabilità dell’eccezione di arbitrato come exceptio de jure tertiie sull’indisponibilità dei diritti derivanti dalla norme che disciplinano la riduzione del capitale sociale per perdite.
Va conseguentemente disposto l’annullamento dell’ordinanza impugnata, con la dichiarazione della competenza del Tribunale di Bari, dinanzi al quale le parti vanno rimesse per la prosecuzione del giudizio, anche ai fini della liquidazione delle spese relative al regolamento di competenza.
La Corte accoglie il ricorso, annulla l’ordinanza impugnata e dichiara la competenza del Tribunale di Bari, dinanzi al quale dispone la prosecuzione del giudizio, anche per la liquidazione delle spese processuali.
[1] Cass. ord. n. 22748/2015 del 6.11.2015.
[2] Cass. S.U. sent. n. 1005/14.
[3] Art. 819 ter cod. proc. civ.
Ultimo aggiornamento Venerdì, Novembre 13 2015
Con La Presente ci scusiamo con i molti che ci avevano scritto per entrare in OMCI. Abbiamo dovuto eseguire molti lavori per aggiornare i P.C., le piattaforme per videoconferenze ecc. cosa che stiamo ancora continuando a fare e purtroppo abbiamo perso le molte mail ricevute, ora siamo nella fase anche di manutenzione dei Locali (che facciamo almeno una volta all'anno, pulizie, tinteggiature, ecc per Avere locali sempre più Confortevoli per eseguire Mediazioni), se siete sempre interessati a entrare presso il Nostro Organismo, siete Pregati di rimandare le Vostre richieste su Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , dopo una "Obbligata" Verifica sul grado di preparazione alle Leggi Vigenti, sul possesso di una Laurea che sia utile e necessarria per la Mediazione, la conoscenza sulla Comunicazione, sulle Tecniche di mediazione sull'autonomia e sull'umiltà: il Requisito più Importante per un Mediatore, (Mediazione che che Omci da sempre considera una Missione di Pace in Primis), appurato che ci siano questi elementi, sarete certamente contattati; Grazie per la collaborazione;
IMPORTANTE PER I MEDIATORI E PARTI O AVVOCATI: SI AVVISA PRIMA DI INVIARE UN'ISTANZA DI LEGGERE BENE IL REGOLAMENTO DI PROCEDURA, LA NOTA INSERITA PRIMA DI CLICCARE SULL'ISTANZA E L'ISTANZA DI MEDIAZIONE, SI INFORMA CHE NON VERRA' PIU' RILASCIATO ALCUN VERBALE ALLA PARTE E SUO AVVOCATO CHE NON HA PAGATO LE INDENNITA' DOVUTE AI SENSI DI LEGGE E SARA' RIPORTATO A VERBALE A DISPOSIZIONE DEL GIUDICE E SULLA SCHEDA SINGOLO PROCEDIMENTO A DISPOSIZIONE DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;
Ultimo aggiornamento Venerdì, Novembre 06 2015
La clausola compromissoria non è alternativa all'esercizio dell'azione giudiziaria e puo' essere inserita anche per la Mediazione (Obbligatoria: come da clausola compromissorria o contrattuale)!
La clausola compromissoria non è alternativa all'esercizio dell'azione giudiziaria.
Con la sottoscrizione di una clausola compromissoria all'interno di un contratto le parti assumono reciprocamente, concreto ed attuale obbligo di sottostare alla decisione arbitrale, nel caso di arbitrio, o di tentare l'accordo nel caso di mediazione, per risolvere la controversia.
Pubblichiamo l'ordinanza della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
Ultimo aggiornamento Martedì, Novembre 03 2015
Da studiare bene per i Mediatori: Mediazione demandata: secondo il Giudice i termini stabiliti dalla legge sono ordinatori tranne che la legge stessa li dichiari perentori.
Qui allegata la sentenza provvisoria del (14/10/2015) del giudice MARZOCCHI del Tribunale di Pavia.
Ultimo aggiornamento Mercoledì, Ottobre 28 2015
Ricorre tra poche settimane il 70° anniversario della inaugurazione dell’Ossario Partigiano di Forno di Coazze, che raccoglie le spoglie di 98 dei 350 caduti della Resistenza in Valsangone.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha accolto l'invito del Comitato Ossario per celebrare in modo solenne tale ricorrenza, manifestando la disponibilità ad essere presente sabato 31 ottobre.
La presenza del Presidente della Repubblica conferisce massimo valore alla celebrazione e suggellerà nel modo più autorevole le tante iniziative svolte in questo 2015
per il 70° anniversario della Liberazione.
L'appuntamento è per sabato 31 ottobre presso il piazzale Milano a Forno di Coazze dove avrà inizio il corteo. Il Responsabile Scientifico, Presidente Dr. Claudio Salusso ed il Portavoce Nazionale STEFANO POLASTRI, OMCI ROM 251 ente Formativo 303, dopo mesi di Lettere reciproche con il Capo dello Stato, si incontreranno finalmente e Personalmente Visto il Reciproco Rispetto sempre avuto da entrambe le Parti.
Ultimo aggiornamento Giovedì, Ottobre 22 2015
Revoca dell'amministratore, perchè è necessario ricorrere alla mediazione;
Si moltiplicano i provvedimenti dei giudici che percepiscono la mediazione civile quale istituto volto realmente a deflazionare il carico di lavoro dei tribunali italiani: IN MEDIAZIONE SENZA INDUGIO, CON LEALTA' E PROBITA';
La mediazione non potrà considerarsi esperita con un semplice incontro preliminare tra i soli legali delle parti!!! (Da Studiare BENE, il Giudice ORDINA AL MEDIATORE DI SEGNALARE BENE CHI TRA LE PARTI NON HA VOLUTO PROSEGUIRE CON LA MEDIAZIONE)!!!!
Mediazione civile: cittadini male informati dai propri legali;
Da Roma a Siracusa, a Firenze, a Milano, Anche per il Tribunale di Vasto la mediazione si deve svolgere con le parti…e se non ci sono, il mediatore dovrà rinviare perché compaiano;
OCCASIONE UNICA, APPROFITTANE ORA CON I CORSI AD HOC, MA ALLO STESSO PREZZO:
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