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Timestamp: 2020-08-03 11:41:25+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 16351 del 04/08/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16351 del 04/08/2016
Cassazione civile sez. lav., 04/08/2016, (ud. 10/05/2016, dep. 04/08/2016), n.16351
sul ricorso 11481-2015 proposto da:
T.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
PAPPALARDO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato
ANTONINO AGNELLO, giusta delega in atti:
avverso la sentenza n. 293/2015 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,
depositata il 25/02/2015 R.G.N. 1596/2014:
udito l’Avvocato POMILIO FRANCESCO per delega Avvocato PAPPALARDO
motivo del ricorso, rigetto per il resto.
Con ricorso L. 28 giugno 2012, n. 92, ex art. 1, comma 48, T.M. – adito il Tribunale di Palermo e premesso di aver lavorato alle dipendenze dell’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (ANFE) Delegazione regionale – impugnava il licenziamento collettivo intimato, con lettera del 27.7.2012, per riduzione di personale rilevando che tale licenziamento era stato disposto in violazione della normativa di cui alla L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 5 ed in particolare con riferimento ai criteri di scelta, asseritamente non rispettati da parte della società datoriale. Chiedeva, pertanto, che venisse dichiarata l’illegittimità del licenziamento irrogato, con reintegrazione nel posto di lavoro precedentemente occupato. Il Tribunale ha accolto la domanda del lavoratore, annullando il licenziamento intimato al ricorrente, respingendo altresì l’opposizione promossa dall’Associazione.
Avverso tale sentenza proponeva appello l’Associazione lamentandone la nullità (per identità del giudice dell’opposizione e di quello della fase sommaria) e l’erroneità in considerazione della correttezza della procedura di riduzione del personale e chiedendone la riforma. La Corte di Appello di Palermo, con sentenza in data 25.2.2015, dichiarava nulla la sentenza emessa dal Tribunale in sede di opposizione L. 28 giugno 2012, n. 92, ex art. 1, comma 51, per il profilo attinente all’identità del giudice delle due fasi (quella sommaria e quella dell’opposizione) e, decidendo nel merito, rigettava il gravame.
1. Con il primo motivo di ricorso l’Associazione denuncia violazione e falsa applicazione della L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 5 deducendo di aver applicato a tutti i dipendenti i criteri stabiliti in sede sindacale senza prevalenza di qualcuno sull’altro al fine di ottenere un elenco rigido con i dipendenti ordinati per provincia, funzione, per anzianità di servizio e con l’indicazione per ciascuno dei carichi familiari. Precisa, peraltro, che il criterio dei carichi di famiglia ha avuto una funzione determinante solamente nell’ipotesi in cui vi siano stati due dipendenti nella medesima provincia, con identica funzione e data di assunzione (con riguardo alla maggiore anzianità di servizio continuativa all’interno del comparto Formazione). L’Associazione, inoltre, segnala che la Corte di appello di Palermo ha adottato due pronunce di segno contrario (nn. 1734/2014 e 2262/2014) con le quali è stato ritenuto che i criteri concordati in sede sindacale, applicati “in concorso tra loro e quindi contemporaneamente a ciascun lavoratore, identificato in base alla provincia di appartenenza, alla funzione (qualifica, declaratoria, livello), data di assunzione storica nella formazione professionale e numero – complessivo del nucleo familiare” hanno seguito “un ordine che risulta del tutto logico e razionale”.
2. Con il secondo motivo di ricorso l’Associazione deduce error in procedendo nonchè vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5) avendo, la Corte territoriale, omesso di analizzare gli elenchi numerici dei lavoratori consegnati alle organizzazioni sindacali e prodotti in giudizio e pervenendo, pertanto, alla conclusione – errata – di un uso arbitrario ed incontrollato del potere di selezione. L’Associazione ha osservato di aver effettuato un uso residuale del criterio delle esigenze tecnico-organizzative, avendo trovato applicazione in soli sette casi (pari al 4% dei recessi operati), evidenziati nell’elenco numerico, sottoposti e discussi con le organizzazioni sindacali nell’ambito dell’esame congiunto del 19.7.2012.
4. Con il quarto motivo l’Associazione denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, avendo la Corte territoriale proceduto alla condanna al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato nonostante l’Associazione, pur soccombente nel merito, avesse visto accolto il motivo relativo alla declaratoria di nullità della sentenza emessa in sede di opposizione alla fase di cognizione sommaria di cui alla L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 48.
5. In via preliminare va precisato che al presente ricorso si applica il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 5 convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, visto che la sentenza impugnata è stata depositata il giorno 25 febbraio 2015 (e, quindi, dopo il giorno 11 settembre 2012). Come precisato dalle Sezioni unite di questa Corte (cfr. sentenze 7 aprile 2014, n. 8053 e n. 8054) e dalla successiva giurisprudenza conforme, nei giudizi per cassazione assoggettati ratione temporis alla nuova normativa, il testo novellato della richiamata disposizione ha certamente escluso la valutabilità della “insufficienza” o della contraddittorietà della motivazione, limitando il controllo di legittimità all'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, il che significa che la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. 9 giugno 2014, n. 12928; Cass. 16 luglio 2014, n. 16300).
In tale prospettiva – precisato che l’asserito omesso esame di un documento (nella specie, elenchi nominativi dei lavoratori) integra un vizio di motivazione e non un error in procedendo (cfr. Cass. 5.12.2014, n. 25756; Cass. 4.3.2014, n. 4980) – va ritenuta infondata la censura relativa al vizio motivazionale di cui al secondo motivo di impugnazione, avendo, la Corte territoriale, espressamente citato più volte gli elenchi dei lavoratori “allegati agli accordi sindacali stipulati nel corso della procedura” argomentando sulla carenza della esplicitazione delle esigenze di natura oggettiva che hanno condotto all’operatività del criterio, risultato “di portata decisiva”, delle “funzioni indispensabili per l’ente” (pag. 5 della sentenza impugnata). Non vi è stata, dunque, alcuna omessa motivazione.
Nel suo comma 1, la L. n. 223 del 1991, art. 5 stabilisce che: “L’individuazione dei lavoratori da licenziare deve avvenire, in relazione alle esigenze tecnico-produttive e organizzative del complesso aziendale, nel rispetto dei criteri previsti da contratti collettivi stipulati con i sindacati di cui all’art. 4, comma 2, ovvero, in mancanza di questi contratti, nel rispetto dei seguenti criteri, in concorso tra loro: a) carichi di famiglia; b) anzianità; c) esigenze tecnicoproduttive ed organizzative”.
Va, inoltre, rammentato che la L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9 (applicabile ratione temporis alla fattispecie de qua) prevede, al secondo periodo, che “Raggiunto l’accordo sindacale ovvero esaurita la procedura di cui ai commi 6, 7 e 8, l’impresa ha facoltà di collocare in mobilità gli impiegati, gli operai e i quadri eccedenti, comunicando per iscritto a ciascuno di essi il recesso, nel rispetto dei termini di preavviso. Contestualmente, l’elenco dei lavoratori licenziati con l’indicazione per ciascun soggetto del nominati del luogo di residenza, della qualifica, del livello di inquadramento dell’età, del carico di famiglia, nonchè con puntuale indicazione delle modalità con le quali sono stati applicati i criteri di scelta di cui all’art. 5, comma 1, deve essere comunicato per iscritto all’Ufficio regionale del lavoro e della massima occupazione competente, alla Commissione regionale per l’impiego e alle associazioni di categoria di cui al comma 2”.
Il riferimento effettuato dall’Associazione – nel tentativo di dimostrare l’erroneità del rilievo dei giudici d’appello sulla inadeguatezza della procedura di licenziamento – alla previsione di “contenere la fuoriuscita di personale con maggiore anzianità”, previsione contenuta nell’accordo del 19.7.2012, è eccessivamente generico e non consente di sopperire alla carenza della indicazione delle modalità applicative dei criteri prescelti. L’Associazione deduce di aver applicato il criterio dei carichi di famiglia solamente a parità degli altri dati e di aver utilizzato, il criterio tecnico-organizzativo in via residuale, senza, peraltro, indicare in quale accordo sindacale era precisato tale modus operandi.
Questa Corte, in ordine al regolamento delle spese di giudizio, ha affermato che “Il giudice di appello, allorchè riformi in tutto o in parte la sentenza impugnata, deve procedere d’ufficio, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, ad un nuovo regolamento delle spese processuali, il cui onere va attribuito e ripartito tenendo presente l’esito complessivo della lite poichè la valutazione della soccombenza opera, ai fini della liquidazione delle spese, in base ad un criterio unitario e globale, sicchè viola il principio di cui all’art. 91 c.p.c., il giudice di merito che ritenga la parte soccombente in un grado di giudizio e, invece, vincitrice in un altro grado” (Cass., ord., 18.3.2014, n. 6259; nello stesso senso, Cass. 23.8.2011, n. 17523; Cass. 4.4.2006, n. 7846).
La Corte territoriale ha mostrato di applicare il principio di diritto innanzi richiamato nella misura in cui ha ritenuto – a fronte dell’esito complessivo sostanziale del ricorso – applicabile il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater relativo all’ulteriore importo da versare a titolo di contributo unificato (che presuppone, come recita la disposizione di legge, il rigetto dell’impugnazione).
8. In conclusione, il ricorso va rigettato. Le spese di lite seguono il criterio della soccombenza.
9. Il ricorso è stato notificato il 24.4.2015, dunque in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) integralmente da respingersi, deve provvedersi in conformità.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna l’Associazione ricorrente alla rifusione, in favore del controricorrente, delle spese di giudizio che si liquidano in Euro 100,00 per esborsi, nonchè in Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.