Source: http://www.giurdanella.it/2012/04/27/limportanza-della-firma-calce/
Timestamp: 2015-07-29 22:00:01+00:00
Document Index: 122139434

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 345', 'art. 124', 'art. 1227', 'CGUE ']

L'importanza della firma in calce - Giurdanella.it
L’importanza della firma in calce
“Ai fini della validità dei contratti di cui sia parte una Pubblica Amministrazione è necessaria la forma scritta a pena di nullità, e la forma scritta adsubstantiam occorre, naturalmente, anche per i contratti di appalto.
Da qui la specifica rilevanza della sottoscrizione dell’offerta di gara, che si configura come lo strumento mediante il quale l’autore fa propria la dichiarazione contenuta nel documento, serve a rendere nota la paternità ed a vincolare l’autore alla manifestazione di volontà in esso contenuta.
Essa assolve la funzione di assicurare provenienza, serietà, affidabilità e insostituibilità dell’offerta e costituisce elemento essenziale per la sua ammissibilità, sia sotto il profilo formale che sotto quello sostanziale, potendosi solo ad essa riconnettere gli effetti dell’offerta come dichiarazione di volontà volta alla costituzione di un rapporto giuridico. La sua mancanza inficia, pertanto, la validità e la ricevibilità della manifestazione di volontà contenuta nell’offerta senza che sia necessaria, ai fini dell’esclusione, una espressa previsione della legge di gara.
Tanto premesso, osserva la Sezione che una “sottoscrizione” deve per definizione essere apposta in calce al documento al quale si riferisce (nel senso che per “sottoscrizione” debba intendersi la firma in calce, e che questa nemmeno “può essere sostituita dalla sottoscrizione solo parziale delle pagine precedenti quella conclusiva della dichiarazione stessa”).
E’ quanto ha affermato il Consiglio di Stato nella sentenza numero 2317 dello scorso 20 aprile.
Sentenza numero 2317 del 20 aprile 2012
(estensore Gaviano, presidente Trovato)
1 Il bando di gara stabiliva che: “la proposta progettuale dovrà essere sottoscritta sia dall’impresa che da professionista abilitato”, e dovrà “contenere solo gli elaborati necessari (integrativi e/o sostitutivi di quelli del progetto esecutivo posto a base di gara, con gli aggiornati elenco descrittivo dei nuovi prezzi, capitolato speciale di appalto, computo metrico non estimativo, piano di sicurezza coordinamento) …” (pag. 7 del bando).
– la Relazione tecnica o descrittiva delle varianti migliorative e il Capitolato Speciale di Appalto risultavano firmati sul frontespizio sia dal rappresentante dell’impresa che dal professionista, mentre in calce solo dal progettista;
– la Tabella riassuntiva era stata firmata in calce dal solo progettista;
– il computo metrico e l’elenco descrittivo, infine, risultavano firmati sul frontespizio da entrambi i soggetti, ma in calce da nessuno di loro.
Non va dimenticato, invero, che l’offerta di gara “esprime, in via unilaterale e con carattere vincolante, l’impegno negoziale ad eseguire il servizio con prestazione conforme all’oggetto di gara, nonché con modalità tecniche e corrispettivo economico che qualificano l’offerta medesima agli effetti della la valutazione comparativa ai fini dell’aggiudicazione dell’appalto.” (C.d.S., VI, 9 novembre 2010, n. 7987).
Da qui la specifica rilevanza della sottoscrizione dell’offerta di gara, che “si configura come lo strumento mediante il quale l’autore fa propria la dichiarazione contenuta nel documento, serve a rendere nota la paternità ed a vincolare l’autore alla manifestazione di volontà in esso contenuta.
Essa assolve la funzione di assicurare provenienza, serietà, affidabilità e insostituibilità dell’offerta e costituisce elemento essenziale per la sua ammissibilità, sia sotto il profilo formale che sotto quello sostanziale, potendosi solo ad essa riconnettere gli effetti dell’offerta come dichiarazione di volontà volta alla costituzione di un rapporto giuridico. La sua mancanza inficia, pertanto, la validità e la ricevibilità della manifestazione di volontà contenuta nell’offerta senza che sia necessaria, ai fini dell’esclusione, una espressa previsione della legge di gara (Cons. St. Sez. V, 7.11.2008, n. 5547).” (C.d.S., V, 25 gennaio 2011 n. 528).
Non si può pertanto condividere l’idea che esista un’equipollenza tra la firma di un documento in calce e quella apposta solo in apertura di esso (“in testa”), o tanto meno sul mero frontespizio di un testo di più pagine, dal momento che è soltanto con la firma in calce che si esprime il senso della consapevole assunzione della paternità di un testo e della responsabilità in ordine al suo contenuto. La giurisprudenza di questo Consiglio ha confermato questo canone anche quando ha ripudiato interpretazioni puramente formali delle regole di gara. E’ stato recentemente ritenuto, infatti, che “la funzione della sottoscrizione della documentazione è quella di renderla riferibile al presentatore dell’offerta vincolandolo all’impegno assunto, con la conseguenza che laddove tale finalità risulta in concreto conseguita, con salvaguardia del sotteso interesse dell’Amministrazione, non vi è spazio per interpretazioni puramente formali delle prescrizioni di gara.” Ma queste premesse hanno condotto ad ammettere semplicemente che nella vicenda allora sub judice, nella quale ” la dichiarazione di offerta riporta in calce la sigla del legale rappresentante”, “non sussiste alcun dubbio circa il contenuto e la riferibilità dell’offerta presentata ” (C.d.S., VI, 15 dicembre 2010, n. 8933).
La giurisprudenza della Sezione ha del resto recentemente già chiarito (C.d.S., V, 25 gennaio 2011 n. 528) che “Non può ritenersi equivalente alla sottoscrizione dell’offerta l’apposizione della controfirma sui lembi sigillati della busta che la contiene. Invero, tale modalità di autenticazione della chiusura della busta – talvolta associata o alternativa alla sigillatura con ceralacca, secondo le prescrizioni della legge di gara – mira, diversamente dalla sottoscrizione dell’offerta che serve a far propria la manifestazione di volontà dell’offerente, a garantire il principio della segretezza dell’offerta e della integrità del plico, richieste ai fini della regolarità della procedura.”
E nell’occasione la Sezione ha avuto anche modo di puntualizzare che, secondo piani principi, “il favor alla massima partecipazione degli aspiranti ad una selezione pubblica opera in presenza di clausole di esclusione incerte od ambigue, da interpretare nel senso più favorevole alla più ampia partecipazione possibile, ma trova un insuperabile ostacolo nelle cause di esclusione dipendenti dalla mancanza di elementi essenziali dell’offerta quali la sottoscrizione.” (sentenza n. 528/2011 cit.).
L’appellante incidentale contesta la sufficienza della liquidazione operata dalla sentenza in epigrafe, che ha quantificato il danno nella misura del 5 % della sua offerta di gara, ed invoca, in sostanza, la liquidazione forfetaria ed automatica del lucro cessante in applicazione del criterio del 10% del prezzo a base d’asta ai sensi dell’ art. 345, l. n. 2248 del 1865 All. F.
Il criterio di liquidazione invocato viene desunto da disposizioni in tema di lavori pubblici che riguardano, però, altri istituti, come appunto l’indennizzo dell’appaltatore nel caso di recesso dell’Amministrazione committente, o la determinazione del prezzo a base d’asta. E il relativo riferimento, quando impiegato come criterio risarcitorio residuale in una logica equitativa, conduce tuttavia, almeno di regola, all’abnorme risultato che il risarcimento dei danni finisce per essere, per l’imprenditore, più favorevole dell’impiego del capitale: con il che si crea la distorsione per cui il ricorrente non ha più interesse a provare in modo puntuale il danno subìto quanto al lucro cessante, perché presumibilmente otterrebbe meno di quanto la liquidazione forfetaria gli consentirebbe (CDS, V, n. 2967 del 2008; VI, 21 maggio 2009 n. 3144).
È stato, invero, osservato che il relativo criterio non può essere oggetto di applicazione automatica. Viceversa, deve esigersi la prova rigorosa, a carico dell’impresa, della percentuale di utile effettivo che essa avrebbe conseguito se fosse risultata aggiudicataria dell’appalto (Cons. Stato, V, 6 aprile 2009, n. 2143; 17 ottobre 2008, n. 5098; 5 aprile 2005, n. 1563; VI, 4 aprile 2003, n. 478).
A conforto di tale nuovo approccio è recentemente giunta l’espressa previsione contenuta nell’art. 124 del Codice del processo amministrativo, a tenore del quale “se il giudice non dichiara l’inefficacia del contratto dispone il risarcimento del danno per equivalente subìto”, a condizione, tuttavia, che lo stesso sia stato “provato”.
E’ doveroso ricordare, d’altra parte, che, sempre secondo la giurisprudenza di questo Consiglio (per tutte C.d.S, VI, n. 70042010, dalla quale sono tratti i passaggi seguenti), il mancato utile spetta nella misura integrale, in caso di annullamento dell’aggiudicazione e di certezza dell’aggiudicazione in favore del ricorrente, solo se questi dimostri di non aver potuto altrimenti utilizzare maestranze e mezzi, in quanto tenuti a disposizione in vista dell’aggiudicazione. In difetto di tale dimostrazione (che compete dunque al concorrente fornire : cfr. C.d.S., IV, n. 64852010), è da ritenere che l’impresa possa aver ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per altri lavori o servizi: da qui la decurtazione del risarcimento di una misura a titolo di aliunde perceptum vel percipiendum.
Non va dimenticato, infatti, che, ai sensi dell’art. 1227 c.c., il danneggiato ha un puntuale dovere di non concorrere ad aggravare il danno. Nelle gare di appalto l’impresa non aggiudicataria, ancorché proponga un ricorso e possa ragionevolmente confidare di riuscire vittoriosa, non può mai nutrire la matematica certezza che le verrà aggiudicato il contratto, atteso che sono molteplici le possibili sopravvenienze ostative. Pertanto, non costituisce normalmente condotta diligente quella di immobilizzare tutti i mezzi d’impresa nelle more del giudizio nell’attesa dell’aggiudicazione in proprio favore, essendo invece ben più razionale che l’impresa si attivi per svolgere nelle more altre attività, procurandosi prestazioni contrattuali alternative dalla quali trarre utili.
Da qui la piena ragionevolezza di una detrazione dal risarcimento del mancato utile, affermata dalla giurisprudenza (in particolare, nella misura del 50%), sia dell’aliunde perceptum, sia dell’ aliunde percipiendum con l’originaria diligenza.
Ciò posto, nel caso specifico la parte danneggiata, al di là della generica affermazione di aver immobilizzato i mezzi d’opera nelle more nel giudizio, non ha fornito neppure di tanto alcuna prova puntuale, non potendo reputarsi tale il generico richiamo fatto alla crisi economica in atto.
P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sulla causa in epigrafe, respinge tanto l’appello principale quanto quello incidentale.
Depositata in segreteria il 20 aprile 2012.
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