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Timestamp: 2019-07-23 01:13:17+00:00
Document Index: 51880691

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 6', 'art. 19', 'art. 6', 'art. 5', 'art. 43', 'art 5', 'art. 43']

Art. 5 testo unico delle imposte sui redditi (TUIR) - Redditi prodotti in forma associata - Brocardi.it
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Articolo 5 Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR)
Dispositivo dell'art. 5 TUIR
1. I redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputati a ciascun socio indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili.
d) si considerano residenti le società e le associazioni che per la maggior parte del periodo di imposta hanno la sede legale o la sede dell'amministrazione o l'oggetto principale nel territorio dello Stato. L'oggetto principale è determinato in base all'atto costitutivo, se esistente in forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata, e, in mancanza, in base all'attività effettivamente esercitata.
4. I redditi delle imprese familiari di cui all'articolo 230 bis del codice civile, limitatamente al 49 per cento dell'ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell'imprenditore, sono imputati a ciascun familiare, che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell'impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. La presente disposizione si applica a condizione:
b) che la dichiarazione dei redditi dell'imprenditore rechi l'indicazione delle quote di partecipazione agli utili spettanti ai familiari e l'attestazione che le quote stesse sono proporzionate alla qualità e quantità del lavoro effettivamente prestato nell'impresa, in modo continuativo e prevalente, nel periodo di imposta;
c) che ciascun familiare attesti, nella propria dichiarazione dei redditi, di aver prestato la sua attività di lavoro nell'impresa in modo continuativo e prevalente.
relative all'articolo 5 TUIR
Norma di riferimento: Articolo 5 T.U.I.R. - Redditi prodotti in forma associata | Quesito Q201822406
Monday 03/12/2018 - Veneto
“Una società in nome collettivo di quattro soci nell'anno di imposta 2011 utilizza gli incentivi in Conto Energia cumulandoli con le disposizioni di cui alla legge n° 388/2000 (c.d. Tremonti Ambiente).
La Tremonti Ambiente all'art. 6 prevede che la quota di reddito delle piccole e medie imprese destinate a investimenti ambientali non concorre a formare il reddito imponibile ai fini delle imposte sui redditi. Tale disposizione agevolativa viene abrogata a decorrere dal 26/06/2012 con D.L. 22/06/2012 n° 83 convertito con la Legge 07/08/2012 n° 134.
In merito alla cumulabilità dell'agevolazione fiscale con altre misure agevolative, la norma non reca alcuna specifica previsione. L'art. 19 del D.M. 05/07/2012 specifica che la detassazione per investimenti di cui alla legge 388/2000 art. 6 commi da 13 a 19 deve intendersi un incentivo pubblico. Tale chiarimento impone pertanto la non cumulabilità tra la Tremonti Ambiente e i Conti Energia. Pertanto la detassazione della Tremonti Ambiente non è cumulabile in alcuna misura con le tariffe incentivanti spettanti ai sensi del III-IV e V conto Energia. Pertanto in considerazione del previsto divieto di cumulo, nell'ipotesi di voler continuare a godere delle tariffe incentivanti del III-IV-V Conto Energia è necessario che la società in nome collettivo rinunci al beneficio fiscale goduto. A tale fine è necessario che il soggetto responsabile dell'impianto rinunci al beneficio fiscale goduto comunicandolo all'Agenzia delle Entrate entro il 31/12/2019.
QUESITO: La società responsabile dell'impianto e che ha incassato gli incentivi è una società in nome collettivo formata da quattro soci. Nelle società in nome collettivo il reddito è tassato per trasparenza in capo ai soci e pertanto tale beneficio, che si è tradotto in una minore imposta, viene imputato ai singoli soci, che usufruiscono personalmente del beneficio fiscale. Nel mese di luglio 2017 uno di questi soci beneficiari dell'incentivo esce dalla società e vende le proprie quote ai tre soci rimasti. Il socio uscito non ha allo stato attuale, essendo ormai in pensione e senza alcun legame societario, alcun interesse a rinunciare al beneficio fiscale ricevuto nell'anno 2011 versando una notevole cifra di imposte. I tre soci rimasti, invece, intendono continuare a godere per il futuro delle tariffe incentivanti del Conto Energia e minacciano il socio uscito di richieste di risarcimento danni.
a) Come può difendersi il socio uscito?
b) Al socio uscito quali responsabilità possono nascere in caso di mancata rinuncia al beneficio fiscale?
c) Possono i soci rimasti chiedere il risarcimento danni per i mancati incentivi futuri?
d) Il socio uscito, in caso di adesione, può chiedere la sua quota parte di incentivi?
e) Quali sono le responsabilità in caso di mancata adesione?
f) Quali sono i diritti in caso di adesione?
Consulenza legale i 18/12/2018
Secondo quanto stabilito dalla Legge 388/2000 (commi 13-19), i costi di acquisto sostenuti per gli “investimenti ambientali”, ossia quelli “necessari per prevenire, ridurre e riparare danni causati all’ambiente”, potevano essere dedotti dalla base imponibile, cioè dell’ammontare complessivo dei redditi tassabili.
Tra questo tipo di investimenti erano ammessi anche quelli effettuati per l’acquisto e la messa in esercizio di impianti fotovoltaici. L’impianto fotovoltaico rientrava, infatti, negli “investimenti ambientali preventivi”: producendo l’energia elettrica necessaria all’impresa con l’utilizzo di una fonte rinnovabile si riducono le emissioni di CO2 e, pertanto, si previene un possibile danno all’ambiente causato dai cambiamenti climatici.
Il cosiddetto "decreto crescita" (Dl 83/2012) ha abrogato la deduzione degli investimenti ambientali. Per effetto di ciò, dal 26 giugno 2012, data di entrata in vigore del decreto, non è stato più possibile accedere alle agevolazioni fiscali previste per gli investimenti utili a preservare l’ambiente.
Al contempo, però, si è posto il problema degli impianti entrati in esercizio prima del 25 giugno 2012: le tariffe del Conto energia erogate a questi impianti sono cumulabili con la Tremonti ambiente?
Il Dl 83/2012 non dava alcuna disposizione in merito alla cumulabilità dell’agevolazione fiscale con altre misure incentivanti. E’ intervenuta, perciò, l’Agenzia delle entrate con la Risoluzione n. 58/E del 20 luglio 2016, chiarendo che la Tremonti ambiente deve ritenersi fruibile anche in presenza di altre misure di favore, salvo che le norme disciplinanti le altre misure non dispongano diversamente.
A tale proposito, l’articolo 5 del Dm 6 agosto 2010 (III Conto energia) e gli articoli 5 e 12, rispettivamente, del Dm 5 maggio 2011 (IV Conto energia) e 5 luglio 2012 (V Conto energia) non includono la detassazione per investimenti ambientali tra le misure cumulabili con le loro tariffe incentivanti.
Tenuto conto di ciò, il GSE, con comunicato stampa del 22.11.2017, ha precisato quanto segue:
di contro, “la detassazione di cui alla Tremonti ambiente non è cumulabile in alcuna misura con le tariffe incentivanti spettanti ai sensi del III, IV e V Conto energia”.
Ne deriva che, in base alle precisazioni del GSE, le imprese che negli anni passati, nonostante non fosse chiaro il comportamento da seguire, hanno deciso di cumulare le suddette agevolazioni, pur non avendone diritto, se vogliono continuare a godere delle tariffe incentivanti del III, IV e V Conto energia devono rinunciare al beneficio fiscale goduto comunicandolo all’Agenzia delle entrate e informando il Gestore dell’avvenuta richiesta e, quindi, dell’effettiva rinuncia ai benefici fiscali.
La rinuncia avrebbe dovuto essere effettuata entro il 22 di novembre del 2018 (dodici mesi successivi alla pubblicazione del comunicato stampa del GSE). Con una nota del GSE del 15.11.2018 detto termine è stato posticipato al 31.12.2019.
Ciò detto, la risposta ai quesiti formulati non può prescindere da un esame delle modalità di restituzione degli incentivi ritenuti non più spettanti che, probabilmente, renderà più chiaro l’intero contesto.
Al riguardo occorre evidenziare che gli strumenti disponibili, ai sensi della normativa tributaria vigente, dipendono, ovviamente, dalle modalità sia giuridiche che pratiche attraverso cui il beneficio della Tremonti Ambiente è stato, a suo tempo, fruito.
Seguendo le istruzioni di prassi, al tempo, fornite dall’Amministrazione finanziaria con la Risoluzione n. 132 del 20.12.2010, alcuni contribuenti hanno presentato dichiarazioni integrative a favore, ai sensi dell’articolo 2, commi 8 e 8-bis, del DPR 22 luglio 1998, n. 322, allo scopo di beneficiare immediatamente della eventuale perdita fiscale generata dalla Tremonti, nonché del credito generato nel biennio precedente, procedendo infine alla richiesta a rimborso dei crediti più risalenti.
Altri hanno adempiuto agli obblighi tributari dichiarativi e di versamento secondo le modalità ordinarie, senza fruire del beneficio della Tremonti in autoliquidazione delle imposte, presentando poi anno per anno una istanza di rimborso ai sensi dell’articolo 38 del DPR 602/73, in relazione alle imposte sui redditi che non sarebbero state pagate in presenza di una deduzione fiscale tempestiva.
Tenuto conto di ciò, i contribuenti potranno, quindi, porre rimedio alle richieste di beneficio per la Tremonti, a seconda dei casi, rinunciando al diritto di rimborso, laddove non ancora corrisposto dall’amministrazione; restituendo i rimborsi eventualmente ottenuti; ovvero, utilizzando lo strumento del c.d. ravvedimento operoso nel caso i cui sia stato utilizzato lo strumento delle dichiarazioni integrative a favore.
Come precisato nella Risoluzione n. 132/2010 prima citata, nell’ipotesi di presentazione di una dichiarazione integrativa ai sensi dell’articolo 2, comma 8, del DPR n. 322 del 1998 (c.d. dichiarazione integrativa stavolta a sfavore), poiché dal recupero delle deduzioni operate inevitabilmente emergerà un maggior reddito imponibile e, quindi, un maggior debito d’imposta o un minor credito, la stessa dichiarazione integrativa, quindi, costituirà titolo per la riscossione, oltre che per l’applicazione degli interessi e della sanzione per omesso, infedele o tardivo versamento dell’imposta di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471.
Tuttavia, qualora la dichiarazione integrativa sia presentata prima dell’avvio dell’attività di controllo, sarà possibile avvalersi dell’istituto del ravvedimento operoso di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, così come modificato dall’art. 5 del Decreto-legge del 22/10/2016 n. 193; con versamento spontaneo della maggiore imposta, unitamente agli interessi e alla sanzione in misura ridotta.
Con riferimento, invece, al caso di rimborsi ottenuti ma non dovuti, l’Agenzia ritiene la percezione di un rimborso non spettante sia fattispecie equiparabile all’insufficiente versamento e, pertanto, le somme erroneamente rimborsate sono recuperabili mediante cartella esattoriale ex art. 43 DPR n.602/1973; in tal caso, inoltre, verrebbero applicati gli interessi e l’aggio di riscossione.
Fermo restando che sarebbe auspicabile l’indicazione da parte dell’Agenzia di un percorso nuovo che consenta al contribuente la restituzione spontanea del beneficio Tremonti senza aggravio di sanzioni in considerazione della specificità del caso, ad oggi, però, questo percorso non è stato indicato e, quindi, la risposta ai quesiti formulati viene fornita alla luce delle modalità di restituzione in precedenza indicate.
È evidente che, tanto nel caso in cui la restituzione avvenga attraverso la presentazione di una dichiarazione integrativa da ravvedimento, quanto nel caso in cui la restituzione avvenga mediante recupero del rimborso indebitamente effettuato e, quindi, mediante un avviso di accertamento (nell’ipotesi di mancata presentazione della dichiarazione integrativa da ravvedimento), ovvero, mediante iscrizione a ruolo (nell’ipotesi di rimborso), il soggetto obbligato ad effettuare la restituzione non potrà che essere il medesimo che ha fruito dell’agevolazione. Tenuto conto di ciò, la dichiarazione integrativa a sfavore dovrà essere presentata dal medesimo soggetto che, a suo tempo, aveva presentato l’integrativa a favore così come l’avviso di accertamento di maggiori imposte o di minor credito o l’iscrizione a ruolo non possono che essere emessi o eseguiti, da parte dell’amministrazione, a carico del soggetto che, a suo tempo, aveva presentato l’integrativa a favore o aveva ricevuto il rimborso.
Venendo al caso di specie, ossia al caso di una società in nome collettivo, il cui reddito era stato imputato per trasparenza ai soci, in applicazione delle disposizioni di cui all’art 5 del TUIR approvato con d.P.R. n. 917/1986, è evidente che, per le considerazioni prima espresse, trattandosi di una agevolazione fruita ai fini I.R.Pe.F., gli obblighi di restituzione ricadono sui singoli soci che hanno fruito dell’agevolazione. Sotto questo profilo, a nulla vale il fatto che il socio sia uscito dalla società dal momento che, ai fini della rettifica del reddito di partecipazione pro-tempore percepito, l’amministrazione finanziaria avrà titolo per agire nei suoi confronti, rettificando lo stesso, entro il termine di decadenza di cui all’art. 43 del d.P.R. n. 600/73.
Tenuto conto di ciò, il socio uscito dalla società ha, in realtà, il medesimo interesse che hanno gli altri soci a rinunciare al beneficio fiscale indebitamente fruito, dal momento che l’amministrazione finanziaria potrebbe legittimamente esercitare un’eventuale azione di recupero nei suoi confronti così come nei confronti degli altri soci.
Nel caso delle società di persone, la rinuncia all’agevolazione si traduce di fatto nella presentazione di una dichiarazione integrativa a sfavore da parte di ciascuno dei soci che, in passato hanno fruito della suddetta agevolazione; ovvero, in una iscrizione a ruolo a carico di ciascun socio che, in passato, aveva ricevuto il rimborso dell’I.R.Pe.F. corrispondente all’agevolazione ritenuta spettante.
Stante il principio della personalità dell’obbligazione tributaria, è chiaro che gli altri soci non potranno sostituirsi all’ex socio nella presentazione della dichiarazione integrativa a sfavore né, ovviamente, potranno essere, per suo conto, destinatari di una iscrizione a ruolo per il recupero del rimborso dallo stesso indebitamente fruito.
Un comportamento omissivo da parte dell’ex socio potrebbe, quindi, comportare, in capo allo stesso, il rischio di un recupero coattivo dell’agevolazione indebitamente fruita da parte dell’amministrazione finanziaria e, in capo alla società, il rischio di non continuare a godere delle tariffe incentivanti del III, IV e V Conto energia. Sotto questo profilo, i soci rimasti subirebbero effettivamente un danno per effetto del comportamento omissivo dell’ex socio che ha motivo di essere giuridicamente perseguito attraverso una specifica azione risarcitoria da parte degli altri soci.
Sotto il profilo della quantificazione, i restanti soci andrebbero indennizzati in funzione dell’entità degli incentivi di cui la società non potrebbe fruire per effetto della mancata integrale restituzione dell’agevolazione “Tremonti ambiente”.
Riguardo ai diritti dell’ex socio in caso di adesione alla restituzione della predetta agevolazione ed alla possibilità di continuare a godere delle tariffe incentivanti del III, IV e V Conto energia, si ritiene che nulla possa essere preteso dal momento in cui si perde la qualifica di socio tenuto conto che si tratta di agevolazioni che, in realtà, vengono fruite dalla società e di cui i soci si avvantaggiano indirettamente, in sede di ripartizione del reddito prodotto: la società, infatti, in quanto titolare degli impianti fotovoltaici, percepisce contributi sotto forma di tariffa incentivante e consegue ricavi per la vendita dell’energia sostenendo dei costi per la realizzazione degli impianti. Il tutto influisce sulla determinazione del risultato di esercizio e, conseguentemente, sugli utili ripartiti tra i soci e che l’ex socio non potrà più pretendere.
D’altra parte, il socio uscente avrebbe dovuto tenere conto di ciò in sede di valorizzazione della propria quota all’atto della risoluzione del proprio rapporto societario e detto valore, quindi, avrebbe dovuto influire positivamente sulla somma che gli altri soci hanno corrisposto per acquistare la quota del socio uscente; pertanto, nulla si potrà pretendere successivamente.