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Timestamp: 2020-03-31 02:21:07+00:00
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Tony Gentile fa causa alla Rai, ma non è una semplice causa civile
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Tony Gentile e la RAI: non una semplice causa civile.
14 Gennaio 2020 26 Febbraio 2020
Qualche hanno fa il fotoreporter Tony Gentile ha fatto causa alla RAI per l’utilizzo non autorizzato di una sua famosissima fotografia, quella che rappresenta Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in conversazione amichevole durante una conferenza tenutasi in Sicilia il 27 marzo del 1992. Circa un anno fa il tribunale di Roma ha emesso la propria sentenza a favore della RAI. Ci sarà il ricorso in appello.
Questi gli estremi: tribunale di Roma, sezione XVII, nella causa civile di I grado iscritta al n. 75066 R.G.A.C. dell’anno 2017, udienza del 07/03/2019.
Una semplice fotografia
Il Tribunale di Roma non ha ravvisato nella fotografia di Tony Gentile alcuna originalità di creazione. Trattandosi di una semplice fotografia e non di un’opera dell’ingegno, i diritti di sfruttamento economico da parte dell’autore si ritengono già scaduti.
In base alla sentenza del Tribunale di Roma non vi sarebbe alcun lavoro di creazione intellettuale nel tentare di captare da una situazione di fatto alquanto noiosa un’immagine che possa trasmettere al lettore di un quotidiano come il Giornale di Sicilia informazioni non altrimenti deducibili.
Nessun intento di organizzazione spaziale degli elementi informativi vi sarebbe nello spostarsi da una posizione a un’altra per dare ordine formale a soggetti non sottoposti a controllo esterno, nel farlo nei pochi secondi a disposizione, coordinando corpo e mente.
L’hanno risolta così, i giudici di quel Tribunale, eppure sono tante le domande che rimangono aperte.
Per esempio, a quale grado di elaborazione ed espressione personale deve giungere una fotografia affinché la si possa ritenere opera dell’ingegno? Quante sono le fotografie al mondo che ritraggono Falcone e Borsellino in un momento di gioviale condivisione? Perché il popolo italiano tutto, e in modo unanime, ha scelto la fotografia di Gentile come strumento adatto a elaborare il lutto per una perdita dolorosa?
Infine, la vera domanda alla quale vorrei saper dare risposta: perché i giudici del Tribunale di Roma non si sono posti le domande precedenti? Perché non sono riusciti a elaborare un pensiero che restituisse a questa immagine e al lavoro di un’intera classe di professionisti la dignità, non solo morale, che meritano?
Questa barca fa acqua da tutte le parti
C’è un problema pare, al di là della diffusa ignoranza sull’argomento che la sentenza del collegio romano ha reso palese, ed è connesso all’importanza della fotografia come mezzo di informazione. Un problema che rende spinoso stabilire precedenti che estendano la protezione su fotografie scattate a scopo documentativo.
Se questa fosse la risposta non costituirebbe certo un’attenuante per la debolezza di pensiero manifestata dai giudici del Tribunale di Roma. Dimostrerebbe soltanto l’incapacità del legislatore nel gestire la materia, la sua miopia.
Ma, lo ripeto, io non sono in grado di rispondere. Abbiamo per fortuna in Italia professionisti (pochi si direbbe) che sapranno come muoversi in questo frangente. Lasciatemi solo dire che leggere la sentenza del tribunale di Roma è stata un’esperienza illuminante.
Ha reso chiara ai miei occhi la vana fatica di tutti coloro che scrivono di fotografia e la studiano da decenni. Chi glielo fa fare? A chi parlano, a chi si rivolgono? È un palese fallimento e meglio sarebbe se ci decidessimo a riconoscerlo quanto prima.
Nel frattempo, possiamo evitare le facili polemiche cercando di affrontare l’argomento in modo corretto. Possiamo fare ciò che il Tribunale di Roma non ha fatto: individuare i diversi aspetti che concorrono a formare la complessità del tema che stiamo trattando in modo da analizzarli separatamente.
Si possono per esempio isolare tutte le considerazioni che riguardano la fotografia di Falcone e Borsellino come icona. Anche perché il termine icona in questo caso rimanda a significati che non sono sufficienti a definire il ruolo che questa immagine sta svolgendo nella società italiana dalla morte dei due magistrati in poi.
Ho parlato di elaborazione di un lutto nel paragrafo precedente. Rileggiamo cosa scrive Roland Barthes in proposito:
La Fotografia – la mia Fotografia – è senza cultura: quando è dolorosa, nulla, in lei, può trasformare l’afflizione in lutto. […] È il teatro morto della Morte, l’impedimento del Tragico; esso esclude qualsiasi purificazione, qualsiasi catharsis. Potrei benissimo adorare un’Immagine, un Dipinto, una Statua, ma potrei adorare una foto? Io posso calarla in un rituale (sul mio tavolo, in un album), solo se, in un certo senso, evito di guardarla (o evito che essa mi guardi) eludendo volontariamente la sua compiutezza insopportabile, e, proprio attraverso la mia disattenzione, facendola entrare in una categoria completamente diversa di feticci: le icone, che, nelle chiese greche, vengono baciate senza che le si veda, sul vetro gelido. – Barthes, R. La camera chiara. Einaudi, 2003, p. 91.
La fotografia “senza cultura”
Icona, nel senso più diffuso del termine, è la fotografia di Uliano Lucas con i tre ragazzi che rincorrono il corteo degli operai a Milano. È un’icona la fotografia della ragazza con il fazzoletto di Tano d’Amico. Sono immagini rappresentative di un’epoca, di un modo di pensare, di una società. Identificano un evento, direbbe Susan Sontag.
La fotografia di Falcone e Borsellino di Tony Gentile non è rappresentativa nello stesso modo in cui lo sono le due immagini citate come esempio. Forse, se i giudici del Tribunale di Roma avessero colto questo aspetto, se avessero capito quanto quell’immagine li coinvolgesse direttamente, avrebbero svolto il loro compito con maggiore attenzione. E invece non hanno capito e hanno voltato lo sguardo per non vedere la loro fotografia senza cultura.
Non avendo capito hanno confuso l’immagine di Gentile con il rituale della società che la sta usando e hanno argomentato senza escludere gli aspetti sociali e rituali dalla loro valutazione. I giudici del Tribunale di Roma hanno lasciato che questi aspetti, ricaduti sulla fotografia di Gentile a seguito di terribili eventi storici, entrassero nella loro sentenza come fossero da una parte estranei all’immagine (e su questo non si può che convenire), ma pertinenti a una valutazione concernente il suo valore culturale.
La grande notorietà di questa fotografia di Falcone e Borsellino e le emozioni che è capace di suscitare hanno reso impossibile, a persone prive degli adeguati strumenti culturali, una valutazione oggettiva delle sue caratteristiche formali ed espressive. Hanno reso invisibili gli aspetti linguistici e contenutistici dell’immagine.
Sentenza al negativo
Che il collegio romano abbia giudicato la fotografia di Gentile senza guardarla sembra oltremodo evidente. Non vi è alcun luogo del testo in cui si intraveda un riferimento diretto all’immagine, un tentativo di lettura o di verbalizzazione.
È una sentenza al negativo in cui si afferma come non vi sia nella fotografia di Falcone e Borsellino scattata da Gentile neppure la scelta dell’inquadratura!
Cosa avrebbero potuto scrivere i giudici se avessero guardato la fotografia di Gentile?
Si tratta di un bianco e nero pulito, con una ortogonalità quasi perfetta. Un’impostazione classica, adatta a una situazione istituzionale, che vibra per il contrasto con un momento di condivisione serena. È il lavoro di un professionista che ha saputo individuare la particolarità di un momento all’interno di una situazione data e che ha saputo organizzarla a livello formale.
Una volta riconosciuto questo, o qualcosa di simile, e dopo averlo verbalizzato i giudici avrebbero potuto procedere con una valutazione del livello di autorialità e creatività presenti nell’immagine.
Ma sembra sia molto difficile distinguere la buona fotografia di reportage dal souvenir della famigliola in vacanza senza una adeguata preparazione. E con adeguata preparazione non si fa riferimento a una cultura fotografica di tipo universitario, ma a una idea seppur vaga di ciò che comporta il procedimento fotografico (Leggere la fotografia di Augusto Pieroni, un testo di 311 pagine, sarebbe già sufficiente) e il lavoro di un reporter.
Esempio di fotografia prodotta a scopo documentativo
Qui a Genova, tanto per dirne una, nell’archivio di un signore che si chiama Ferdinando Magri, c’è una serie fotografica datata tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, relativa al Porto di Genova.
Un ampio reportage, un lavoro di documentazione svolto senza intenti estetizzanti, dove la sola capacità attribuibile all’autore — la sola nel momento del singolo scatto perché ci sarebbero da considerare gli aspetti progettuali, la cultura visiva, l’editing e tutto il resto, ma non rendiamo le cose troppo complicate — è quella di aver saputo cogliere una situazione, il suo significato profondo, organizzando il proprio muoversi all’interno di uno spazio con occhio attento e cervello in attività.
Secondo il tribunale che ha giudicato la fotografia di Falcone e Borsellino di Gentile, le fotografie di Ferdinando Magri sul porto di Genova non avrebbero alcun valore economico.
L’editore De Ferrari che le ha pubblicate l’anno scorso ha fatto opera di beneficenza. Secondo il tribunale di Roma anche la Rai, utilizzando la fotografia di Tony Gentile in un programma televisivo — che avrà avuto uno share e quindi un ritorno economico —, ha fatto opera di beneficenza.
Rigurgiti crociani
Era l’aprile del 1947 e la rivista Ferrania pubblicava il manifesto del Circolo Fotografico La Bussola. Il Manifesto del gruppo marchigiano con il suo idealismo crociano (di cui Giuseppe Cavalli all’interno del gruppo era l’unico fedele e irremovibile adepto) ha sorprendenti assonanze con il testo scritto dal Tribunale di Roma.
Riporto di seguito qualche stralcio dal Manifesto citato:
Noi crediamo alla fotografia come arte. […] È dunque possibile essere poeti con l’obiettivo come con il pennello lo scalpello la penna: anche con l’obiettivo si può trasformare la realtà in fantasia: che è la indispensabile e prima condizione dell’arte. Ma ecco nascere da queste premesse una conseguenza di grande importanza: la necessità di allontanare la fotografia, che abbia pretese di arte, dal binario morto della cronaca documentaria. […] In arte il soggetto non ha nessuna importanza. […] Non si vuol con questo disconoscere l’utilità nel campo pratico del documento fotografico e com’esso sia vitale per la cronaca e il ricordo dei tempi. Ma il documento non è arte; e se lo è, lo è indipendentemente dalla sua natura di documento, anzi solo in quanto codesta natura è stata, per così dire, annullata e trasfigurata in un universale sentimento lirico misteriosamente sbocciato nel cuore dell’artista per virtù d’intuizione.
Il Tribunale di Roma, invece di provare a risolvere un problema ha sentito il bisogno di convincerci che la fotografia di Falcone e Borsellino di Tony Gentile non è un’opera d’arte.
Probabilmente quel collegio sa che la legge del 1941 e il D.P.R. del 1979 sono troppo vecchi e che andrebbero cambiati. Ma invece di provare a risolvere un problema partendo con il piede giusto ha scelto di proiettarci in un clima surreale basando la propria sentenza su presupposti che nemmeno Cavalli nel 1947!
Ha stabilito che le condizioni per riconoscere a una fotografia valore di opera d’arte sono le medesime che devono essere ascritte a un quadro.
La fotografia di Tony Gentile è, scrive il Tribunale, “una testimonianza, a mo’ di cronaca di una situazione di fatto“, il suo valore “risiede nei soggetti e nelle vicende storiche che li riguardano” per cui rientra nell’ambito delle semplici fotografie i cui diritti restano vigenti per soli vent’anni dalla data dello scatto.
Opera d’arte, opera dell’ingegno e autorialità
Non ho intenzione di seguire quel Tribunale in una discussione astratta sull’adeguatezza o meno di simili presupposti per la valutazione della fotografia come opera d’arte. Mi sembrano semplicemente fuori luogo nell’ambito di questo processo. Perché credo che nessuno al mondo si sognerebbe di definire opera d’arte questa fotografia di Gentile; opera dell’ingegno invece sì.
È una fotografia di reportage, fa parte di un servizio di cronaca. La sua creatività, la sua autorialità, quelle caratteristiche che la rendono diversa dalle immagini che riempiono le memorie dei nostri dispositivi elettronici e che le hanno permesso di diventare lo strumento per l’elaborazione di un lutto nazionale, dovrebbero poter essere giudicate sulla base di altri presupposti.
Gentile ha scattato questa fotografia quando aveva ventotto anni. Anche chiedersi come si esprimesse prima di questa fotografia e come si sia espresso in seguito sarebbe stato pertinente. Ma insomma, la sentenza del Tribunale di Roma ha palesemente mancato il punto. La fotografia di Tony Gentile è in mezzo a noi. I giudici l’hanno giudicata standosene sulla luna a fumarsi l’inverosimile.
Di seguito il link all’articolo di Michele Smargiassi con uno stralcio dalla sentenza. Sotto un incontro con Tony Gentile, tenutosi a Palazzo Ducale di Genova nel 2018, a cura dell’Associazione Culturale 36° fotogramma.
Michele Smargiassi. Obiezione, vostro onore: non è una semplice foto. “Fotocrazia”, 6 dic. 2019.
Georges Perec, in una pagina di "Le cose", descrive la sensazione provata dai protagonisti del suo romanzo nel sentirsi in alcune occasioni “all’unisono con il mondo”. Ci muoviamo, con l’obiettivo di Sestini, all’unisono con il barcone. Un senso di unione e di stabilità ci afferra come ci afferrano questi 200 sguardi rivolti all’obiettivo. Con essi e con la sensazione di pienezza che offrono procediamo.
Tag:fotoreportageTony Gentile
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