Source: http://www.sturzo.it/civitas/index.php?option=com_content&view=category&id=156&Itemid=122
Timestamp: 2017-09-26 11:07:09+00:00
Document Index: 23112831

Matched Legal Cases: ['§ 23', '§ 23', '§ 23', '§ 23', '§23', '§ 23', 'art. 95', '§ 23', '§ 23', '§ 23', '§ 23', 'art. 95']

La CECA come progetto sociale: gli anni della Presidenza Malvestiti
di Lorenzo Mechi
(Ricercatore confermato in Storia delle relazioni internazionali,
Accanto alla normativa sul mercato comune del carbone e dell’acciaio e alle regole sul funzionamento delle istituzioni, il trattato CECA conteneva anche una serie di disposizioni in materia di manodopera. Si trattava di norme di natura eterogenea, concernenti aspetti come la libera circolazione dei lavoratori, l’impegno al miglioramento della sicurezza sul lavoro o garanzie contro la disoccupazione, e che, pur giustificate da obiettivi di natura economica, avevano effetti evidenti anche sul piano sociale. Quando Piero Malvestiti si insediò alla guida dell’Alta Autorità, nel 1959, esse erano già tutte pienamente in vigore e, per quanto alcune fossero oggetto di discussioni mirate a migliorarne l’applicazione e le performance, nessuna sembrava richiedere una particolare attenzione da parte del nuovo presidente. Oltretutto gli Affari Sociali avevano già, in seno all’esecutivo comunitario, un responsabile di comprovata competenza, il sindacalista belga Paul Finet, membro dell’Alta Autorità fin dal momento della sua entrata in vigore, poi presidente della stessa, e in passato presidente della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi e rappresentante sindacale presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
I meccanismi oramai consolidati e la presenza di un esperto come Finet contribuirono a determinare un impegno relativamente ridotto di Malvestiti nelle politiche sociali comunitarie. Un impegno ridotto che comunque non era affatto indice di disinteresse. Anzi, in più occasioni il presidente italiano indicò gli aspetti sociali fra i più significativi dell’intera esperienza comunitaria, non solo per il loro effetto concreto ma anche per il loro più ampio rilievo politico. Una definizione alla quale Malvestiti diede una dimostrazione concreta in occasione dell’unica eccezione al trend appena descritto, quando decise di impegnarsi personalmente per favorire l’inserimento nel trattato CECA delle norme sul riadattamento dei disoccupati, fino a quel momento presenti solo nella convenzione transitoria.
Dopo una breve panoramica sulle politiche sociali della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, sulle loro caratteristiche e sulla loro situazione negli anni in cui Malvestiti era a capo dell’esecutivo comunitario, questo saggio ricostruirà quindi in modo più dettagliato l’episodio appena menzionato, che vide il Presidente dell’Alta Autorità contribuire in modo sostanziale alla stabilizzazione di un meccanismo dal quale, nei decenni successivi, avrebbero tratto vantaggio centinaia di migliaia di lavoratori europei.
1. Le politiche sociali negli anni di Malvestiti
La storiografia ha da tempo analizzato le motivazioni politiche ed economiche che nel maggio 1950 spinsero il governo di Parigi a proporre di mettere la carbosiderurgia di Francia e Germania sotto il controllo di un’Alta Autorità sovranazionale. Il progetto, elaborato da un gruppo di tecnocrati guidato da Jean Monnet, mirava da una parte a garantire l’approvvigionamento di materie prime per la siderurgia francese, dall’altra a mantenere qualche forma di controllo sull’industria pesante della Repubblica Federale Tedesca nel momento in cui, spinti dalle logiche della guerra fredda, gli alleati occidentali si apprestavano a togliere le limitazioni imposte a quest’ultima alla fine del secondo conflitto mondiale, e a rilanciarne appieno il potenziale produttivo(1). È noto come, rispetto alle ambizioni “dirigiste” iniziali, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nascesse con poteri molto meno incisivi, e le attribuzioni dell’Alta Autorità fossero bilanciate dalla creazione di un organismo intergovernativo, il Consiglio Speciale dei Ministri, col quale essa avrebbe condiviso il processo decisionale. In ogni caso appare oramai assodato che la CECA rispose adeguatamente alle aspettative iniziali, da una parte permettendo una convivenza non conflittuale, e a parità di condizioni di base, fra le industrie della Francia, della Germania e degli altri quattro paesi che aderirono al progetto, dall’altra costituendo un passo decisivo nel riavvicinamento fra i due tradizionali nemici, e configurandosi così come una sorta di “trattato di pace non scritto fra la Francia e la Germania”(2).
Un’attenzione solo sporadica è stata invece rivolta dalla ricerca alla dimensione sociale della CECA. Per quanto le sue politiche sociali in senso stretto siano oramai ben conosciute, solo di rado sono stati messi in luce i suoi obiettivi di stabilizzazione generale rispetto al conflitto fra capitale e lavoro, all’epoca epicentro dello scontro politico in tutti i paesi europei. Una lacuna che, va detto, caratterizza un po’ tutta la storiografia sulla costruzione europea, che ha analizzato le ricette socio-economiche promosse dal processo d’integrazione e la visione politica loro sottostante solo di rado e in modo parziale. L’eccezione più significativa a questo trend, anche se forse non l’unica, è rappresentata dai lavori sul piano Marshall, un episodio chiave della guerra fredda, con obiettivi e implicazioni di natura “interna” almeno altrettanto importanti di quelli puramente internazionali. Ma è anche alla luce di questo che appare singolare la lacuna storiografica relativa alla CECA, anch’essa creata in una fase cruciale della guerra fredda e a sua volta portatrice di un ben preciso progetto di stabilizzazione sociale e politica(3).
Come dichiarava il trattato istitutivo, costruendo un mercato comune del carbone e dell’acciaio, essa puntava infatti a stimolare l’espansione e lo sviluppo economico, e a favorire così un incremento dell’occupazione e un generale miglioramento delle condizioni di vita. Analogamente al Piano Marshall, anch’essa era insomma portatrice della ricetta centrista del dopoguerra, incentrata sulla crescita e sulla rapida diffusione della ricchezza come presupposti essenziali della stabilità, e fortemente ispirata alle recenti esperienze politiche degli Stati Uniti(4). Una ricetta che si poneva in esplicita contrapposizione con la lotta di classe sostenuta dalle forze comuniste, e che anche per questo era regolarmente accompagnata da un incoraggiamento del dialogo fra le parti sociali. Nel caso del trattato CECA quest’ultimo aspetto si sostanziava nell’istituzione di un comitato consultivo composto da rappresentanti imprenditoriali e sindacali e affiancato all’Alta Autorità, l’organo centrale della Comunità. Era anche un modo, questo, per cercare di accrescere la popolarità di un progetto che fin dall’inizio aveva incontrato l’ostilità sia di una fetta consistente dell’industria che della componente comunista del sindacato. Per lo stesso motivo si convenne anche, in via informale, di reclutare alcuni dei nove membri della stessa Alta Autorità fra i dirigenti delle forze economiche e sociali dei due settori industriali coinvolti(5).
In parte per motivazioni analoghe, in parte per esigenze connesse al funzionamento dello stesso mercato comune, le delegazioni al negoziato CECA approvarono inoltre una serie di norme di rilievo sociale, che con l’entrata in vigore del trattato iniziarono ad essere applicate con regolarità, e divennero così elementi caratteristici della vita comunitaria. L’articolo 68, ad esempio, vietava alle imprese della Comunità di erogare salari “anormalmente bassi” rispetto al livello generale della regione nella quale esse avevano sede. La norma era stata voluta dai rappresentanti di Belgio e Lussemburgo, che al negoziato avevano addirittura proposto di assegnare all’Alta Autorità un ruolo attivo nella determinazione di prezzi e salari. Essi speravano, in questo modo, di poter stimolare un rapido innalzamento dei salari degli altri paesi membri ai livelli di quelli belgi e lussemburghesi, i più elevati della Comunità, ed eliminare così quello che appariva uno svantaggio concorrenziale evidente. Pur bocciando la proposta, le altre delegazioni ne avevano accettata una “versione ridotta”, per cui ciascun paese sarebbe rimasto pienamente sovrano in materia di salari e prezzi, riservando però all’Alta Autorità il potere di intervenire nei casi di ribassi salariali ingiustificati e mirati esclusivamente ad alterare le condizioni di concorrenza. Si trattava, insomma, di una norma contro le forme più conclamate di social dumping, che però aveva anche un “effetto sociale” nella misura in cui essa vietava formalmente abbassamenti salariali indiscriminati.
Un’origine simile, al confine fra l’economico e il sociale, aveva l’inserimento nel trattato del principio della libera circolazione della manodopera carbosiderurgica su tutto il territorio comunitario. Se la libera circolazione del fattore lavoro era perfettamente in linea con la logica del mercato comune, le sue implicazioni politiche rendevano la questione particolarmente spinosa. Il negoziato, in effetti, aveva visto il contrasto fra il governo italiano, speranzoso di trovare nella norma uno sbocco migratorio per i numerosi disoccupati della penisola, e la maggior parte delle altre delegazioni che, supportate dai movimenti sindacali dei rispettivi paesi, temevano il possibile effetto destabilizzante di un afflusso eccessivo di manodopera straniera non qualificata sul mercato del lavoro nazionale. Per questo l’articolo 69 del trattato fissava soltanto il principio generale della libera circolazione, rimandandone l’applicazione a un successivo accordo fra gli stati membri. Questo, firmato alla fine del 1954, si configurò come fortemente sbilanciato sulle posizioni dei paesi importatori di manodopera, limitando il diritto a circolare liberamente a una quota estremamente ridotta di lavoratori specializzati, e fissando, oltretutto, un meccanismo burocratico particolarmente complicato per la sua applicazione effettiva(6).
Se le due norme appena menzionate ebbero, almeno inizialmente, un rilievo piuttosto marginale, altri aspetti, previsti dal trattato o sviluppati immediatamente dopo la sua entrata in vigore, diedero fin dai primi anni risultati molto più visibili, contribuendo a connotare la nuova Comunità come un organismo attento alla dimensione sociale e a caratterizzare in tal modo anche gli anni della Presidenza di Piero Malvestiti. È il caso, ad esempio, dell’impegno per la promozione di salute e sicurezza sul lavoro. Una norma di questo tipo era stata inserita nel trattato su pressione del mondo sindacale, speranzoso di trovare nella Comunità uno stimolo al miglioramento delle condizioni in due settori particolarmente difficili, dove ogni anno un elevato numero di lavoratori era vittima di incidenti o era colpito da gravi malattie professionali. Nei primissimi anni questi temi erano stati affrontati in modo relativamente timido, con l’azione comunitaria sostanzialmente limitata al finanziamento di qualche centro di ricerca specializzati nella riabilitazione o nella cura di alcune malattie professionali. A partire da metà anni 50 l’impegno comunitario aveva poi iniziato ad ampliarsi, con l’estensione dei finanziamenti anche ad aspetti come la prevenzione e il miglioramento condizioni di salute in generale e, come conseguenza, con un progressivo sviluppo della legislazione CECA in materia. Il salto di qualità più evidente si era però avuto sui temi della sicurezza, stimolato soprattutto dalla catastrofe mineraria di Marcinelle, dove nell’agosto 1956 avevano perso la vita quasi 300 minatori. L’anno successivo era stato istituito un Organo Permanente per la Sicurezza nelle Miniere, composto da rappresentanti governativi, imprenditoriali e sindacali di ciascuno stato membro, che proprio negli anni della Presidenza Malvestiti, fra il 1959 e il 1961, emanò le sue prime raccomandazioni, parte delle quali furono recepite dalle legislazioni degli stati membri o trasformate in legislazione comunitaria. È anche grazie a questo tipo di dinamiche che il numero degli incidenti mortali a partire da quegli anni iniziò a mostrare una tendenza alla riduzione. Negli anni successivi l’esperienza dell’Organo Permanente sarebbe apparsa talmente positiva da spingere da una parte a estenderne le competenze anche alle questioni di salute sul lavoro, dall’altra a creare un organismo analogo per i problemi di salute e sicurezza nell’industria siderurgica(7).
Ancora più rilevante, o, se non altro, più visibile, fu l’attività comunitaria in materia di edilizia popolare. Nei primi anni 50 erano ancora molto evidenti sul patrimonio abitativo europeo i segni della guerra, dovuti sia alle distruzioni causate dai bombardamenti e dalle operazioni belliche in senso stretto, sia alla semplice interruzione delle costruzioni negli anni del conflitto. In alcune aree della Comunità la carenza di alloggi e di abitazioni dignitose era quindi un problema particolarmente vistoso, che aveva implicazioni negative anche sul piano strettamente economico. Questo era particolarmente vero nel settore carbonifero, dove il frequente ricambio di manodopera dovuto ai disagi tipici del lavoro in miniera poneva costantemente problemi di reclutamento, ed era in qualche misura alimentato anche dalle cattive condizioni abitative. Per questo l’Alta Autorità della CECA rivolse fin dall’inizio la sua attenzione a questo aspetto, decidendo di avviare, a partire dal 1954, una serie di programmi di finanziamento all’edilizia popolare per iniziare a dare un contributo concreto alla soluzione del problema. Se già l’impegno al miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro puntava in qualche misura a rendere più attraenti i mestieri della carbosiderurgia, e quindi a incentivare la stabilizzazione della manodopera, tale obiettivo era ancora più evidente nel caso della costruzione di “case operaie”. Fin dal primo programma sperimentale del 1954, relativo alla costruzione di circa 1.000 alloggi, si decise infatti che questi ultimi dovessero esser fatti in modo da rispondere alle principali esigenze in termini di spazio, comfort e praticità, così da risultare il più attraenti possibile per le famiglie di minatori cui sarebbero stati destinati. È vero che da questo punto di vista i programmi CECA non raggiunsero il loro scopo, che perse progressivamente consistenza con l’incalzare della crisi strutturale del carbone e, a partire dalla fine del decennio, la chiusura di un numero crescente di miniere. Essi portarono comunque a risultati di notevole rilievo, che diedero un contributo inequivocabile al miglioramento delle condizioni di vita della manodopera nelle due industrie della Comunità. Basti pensare che al 1962, dopo otto anni di attività nel settore, l’Alta Autorità aveva stanziato complessivamente 150 milioni di unità di conto (l’unità di misura utilizzata nella contabilità comunitaria, di valore pari al dollaro statunitense) per la costruzione di circa 72.000 alloggi, concessi in affitto a basso costo ai lavoratori carbosiderurgici o riscattati da questi ultimi a condizioni particolarmente agevolate. Un risultato ancor più rilevante alla luce del fatto che tale attività non era neanche prevista dal trattato istitutivo, ma fu avviata dall’Alta Autorità grazie a un’interpretazione estensiva delle sue norme, che permettevano di intraprendere qualsiasi azione fosse necessaria per raggiungerne gli scopi generali del trattato stesso. Nella fattispecie gli obiettivi erano “l’espansione regolare della produzione” e “il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della mano d'opera”, fissati dall’articolo 3(8). Non è un caso che lo stesso Malvestiti, pur non occupandosi direttamente di tali questioni (che, come si è accennato, erano gestite soprattutto da Paul Finet, il responsabile degli Affari Sociali dell’Alta Autorità), citasse spesso la costruzione di case operaie come uno dei fiori all’occhiello dell’attività comunitaria(9).
Le norme che più di tutte marcavano l’orientamento “sociale” della CECA erano però quelle sul riadattamento della manodopera licenziata. Queste erano state sollecitate al negoziato da alcune delegazioni timorose che la razionalizzazione produttiva innescata dal mercato comune potesse dar luogo a chiusure di stabilimenti e a riduzioni di personale. Un’eventualità che appariva quanto mai probabile nelle industrie del carbone di Belgio e Italia, entrambe beneficiarie di consistenti sussidi statali, così come nella siderurgia francese, che si riteneva avrebbe pagato duramente, a vantaggio della concorrenza tedesca, la fine delle protezioni doganali. Tale preoccupazione era fra l’altro aggravata dalla presenza, negli stessi tre paesi, di partiti comunisti forti e attivi, che avevano attaccato il Piano Schuman fin dall’inizio, e che avrebbero facilmente cavalcato eventuali difficoltà sociali causate dalla CECA. Per questo i rappresentanti di Belgio, Francia e Italia avevano chiesto di istituire un fondo comunitario per intervenire sull’eventuale disoccupazione prodotta dall’apertura commerciale. Le discussioni erano state assai aspre, soprattutto a causa della ritrosia della delegazione tedesca a creare meccanismi di spesa di cui plausibilmente le imprese della Repubblica Federale avrebbero avuto ben poco bisogno. Il compromesso finale prevedeva l’istituzione di un fondo mirato a promuovere il ricollocamento della manodopera licenziata in conseguenza dell’attivazione del mercato comune. Le sue risorse sarebbero state utilizzate, in particolare, per finanziare speciali indennità di attesa per i nuovi disoccupati e per pagare il loro trasferimento in altre aree o regioni e la loro riqualificazione professionale nel caso fossero necessari per permetterne il reinserimento lavorativo. Tutto ciò era subordinato all’erogazione da parte del governo interessato di una cifra equivalente, e destinata agli stessi fini, a quella versata dal nuovo “fondo di riadattamento” dell’Alta Autorità.
Nonostante la sua origine travagliata, la norma era perfettamente in sintonia con l’orientamento generale del trattato, puntando a risolvere un problema sociale, la disoccupazione, con un’azione mirante a creare condizioni ottimali anche dal punto di vista prettamente economico. Con l’eccezione delle indennità di attesa, l’azione del fondo di riadattamento mirava infatti a promuovere la mobilità geografica e professionale della manodopera, nell’intento di aprire nuove possibilità occupazionali ma, contemporaneamente, anche di favorire la distribuzione più efficiente del fattore lavoro nel nuovo contesto del mercato comune. Anche per questa sua posizione “di confine” fra l’economico e il sociale la norma in questione era stata individuata fin dall’inizio come una delle novità più significative introdotte dal trattato CECA. Il suo principale problema consisteva però nella durata limitata nel tempo. Le resistenze emerse al negoziato, soprattutto da parte della delegazione tedesca, avevano infatti convinto dell’opportunità di attivare il fondo di riadattamento solo per la disoccupazione provocata direttamente dall’apertura del mercato comune. Data la prevedibile difficoltà di risalire alle cause di ogni eventuale riduzione di personale, si era deciso di prendere in considerazione solo i licenziamenti effettuati nel cd. “periodo transitorio”, il primo quinquennio dall’entrata in vigore nel trattato durante il quale si sarebbero progressivamente abbassate le barriere doganali e implementate le condizioni del mercato comune. Per questo la norma non era stata inserita fra gli articoli del trattato CECA vero e proprio, ma costituiva il § 23 della Convenzione sulle misure transitorie, il documento che avrebbe regolato la vita della Comunità in quella prima fase.
Nei primi anni, complice una congiuntura economica relativamente favorevole, il § 23 era stato applicato di rado, oltretutto con risultati abbastanza deludenti. Dopo una serie di studi e tentativi di aggiustamento, verso la fine del decennio, quando l’industria del carbone iniziò a entrare visibilmente in crisi, e un numero crescente di lavoratori a essere espulso dal settore, i meccanismi del fondo di riadattamento sembravano finalmente a punto. Il § 23 stabiliva che essi sarebbero rimasti attivi fino a due anni dopo la fine del periodo transitorio, così da coprire anche eventuali effetti “dilazionati” dell’implementazione del mercato comune. Era però evidente che la crisi del carbone aveva un carattere strutturale, legato alla sua progressiva sostituzione con altre fonti di energia, e che il ridimensionamento produttivo e occupazionale del settore sarebbe continuato ben oltre la scadenza della norma, prevista per il febbraio 1960. Per questo già nel 1958 i paesi membri della CECA cominciarono a prendere in considerazione l’opportunità di rendere permanente il fondo di riadattamento, trasformandolo in uno strumento mirato ad aiutare l’adeguamento della manodopera ai grandi cambiamenti strutturali dell’economia comunitaria. Stimolata dal vero e proprio boom di domande di finanziamento ex § 23 presentate all’Alta Autorità a partire dal 1958, la questione assunse rapidamente un rilievo prioritario, e quando Piero Malvestiti si insediò alla testa dell’Alta Autorità, essa era già oggetto di accese discussioni nelle istituzioni della CECA. Fra il 1959 e il 1960 il problema della stabilizzazione del fondo di riadattamento fu una delle questioni centrali della vita comunitaria, alla cui soluzione il neo-presidente italiano decise di contribuire con il proprio impegno e la propria azione energica e appassionata(10).
2. La riforma dell’articolo 56 e il ruolo di Malvestiti
Il primo organismo che aveva riflettuto sul futuro del fondo di riadattamento era stata l’Assemblea parlamentare europea, nel contesto di uno studio sistematico, avviato fin dal 1955, sulle modifiche da apportare al trattato CECA alla fine del periodo transitorio. I risultati dello studio erano stati approvati dall’organo parlamentare nel febbraio 1958, e fra le altre cose sottolineavano la necessità di trasformare direttamente il §23 della Convenzione transitoria in una norma permanente del trattato, inserendone le disposizioni in un nuovo comma da aggiungere all’articolo 56. Quest’ultimo trattava del possibile impatto che un vasto processo di modernizzazione produttiva avrebbe potuto avere sui livelli occupazionali, e stabiliva interventi molto simili a quelli previsti dal § 23 per ammorbidirne l’effetto. Secondo l’Assemblea occorreva semplicemente estendere l’applicazione di questo tipo di misure anche alle difficoltà di carattere strutturale, nello specifico, naturalmente, a quelle connesse con i problemi della produzione e del mercato del carbone(11).
L’Alta Autorità aveva fatto propria questa posizione, presentandola a metà 1959 al Consiglio dei Ministri e proponendo di introdurre le modifiche necessarie attraverso la “piccola revisione”, una procedura prevista dall’art. 95 che, a determinate condizioni, permetteva di emendare il trattato senza passare per la convocazione di una conferenza di ministri. Una procedura che coinvolgeva l’Alta Autorità e il Consiglio dei Ministri, le istituzioni decisionali effettive della Comunità, ma che richiedeva anche il parere conforme della Corte di Giustizia e l’assenso a maggioranza dei 3/4 (che fossero anche i 2/3 degli aventi diritto) dell’Assemblea. Oltre a giustificarsi per la sua maggiore rapidità, la “piccola revisione” appariva anche più rassicurante dal punto di vista delle istituzioni comunitarie, che in una conferenza intergovernativa avrebbero corso il rischio di veder rimesse in discussione le loro attribuzioni. Un timore che appariva più che motivato alla luce sia delle posizioni del nuovo Capo dello Stato francese, il generale Charles de Gaulle, che sembravano minacciare soprattutto il potere sovranazionale dell’Alta Autorità, sia, più in generale, delle voci a favore di una “armonizzazione” fra le attribuzioni dell’esecutivo CECA e quelle, ben inferiori, della neonata Commissione della Comunità Economica Europea, che inevitabilmente si sarebbe realizzata a discapito del primo. Secondo la lettera dell’articolo 95, la “piccola revisione” era applicabile nei casi in cui cambiamenti profondi nelle condizioni economiche o tecniche, arrecando un turbamento al mercato comune del carbone e dell’acciaio, avessero richiesto un adattamento della capacità di intervento dell’Alta Autorità. Il tutto alla condizione che la modifica del trattato non pregiudicasse i principi e obiettivi generali in esso stabiliti né l’equilibrio dei poteri esistente fra le istituzioni della Comunità. Le difficoltà strutturali dell’industria del carbone rientravano inequivocabilmente nella tipologia descritta, mentre la condizione andava esattamente incontro alle garanzie ricercate dall’Alta Autorità(12).
Pur senza esprimere ostilità pregiudiziali, nel Consiglio dei Ministri erano inizialmente emerse delle perplessità, che si erano risolte nell’introduzione di alcune limitazioni rispetto alla proposta iniziale. Come già durante il negoziato iniziale, il governo tedesco si era mostrato alquanto restio ad accettare un’estensione generalizzata dei meccanismi del § 23, ed era riuscito a far passare l’idea che il nuovo comma dell’articolo 56 ne limitasse l’applicazione al solo settore carbonifero e per soli tre anni, trascorsi i quali il Consiglio avrebbe dovuto discutere nuovamente la questione. Proprio queste due modifiche resero però la proposta inaccettabile per la Corte di Giustizia: da una parte, trattando solo i cambiamenti strutturali nell’industria del carbone, essa operava una discriminazione fra i lavoratori della comunità che contrastava con i principi generali fissati dal trattato; dall’altra la stessa scadenza dei tre anni appariva come assolutamente arbitraria, il periodo transitorio rappresentando l’unico limite temporale giustificabile, trascorso il quale dovevano rimanere in vigore solo norme di natura generale e durata indefinita(13).
Col rigetto da parte dell’organo giurisdizionale, nel dicembre 1959, la procedura dovette essere riavviata. Nel gennaio 1960 la questione tornò quindi all’Assemblea, per un nuovo dibattito preliminare sulla strategia da adottare e sulle eventuali modifiche da apportare alla proposta iniziale. Per quanto l’organismo parlamentare si fosse espresso fin dall’inizio a favore della riforma, l’Alta Autorità si presentò in forze alla seduta, sia per assicurarsi dell’esistenza dell’ampia maggioranza richiesta dalla “piccola revisione”, sia nella speranza di spingere i singoli parlamentari ad esercitare pressioni sui rispettivi governi e facilitare così un nuovo passaggio al Consiglio dei Ministri. Al dibattito parteciparono quindi ben sei dei nove membri dell’Alta Autorità, fra i quali il Presidente Piero Malvestiti e i suoi due vice, Dirk Spierenburg e Albert Coppé.
La seduta lasciò un’impressione estremamente positiva. Tutti gli oratori si espressero favorevolmente rispetto alla necessità di mantenere intatto l’aiuto alla réadaptation. Le uniche note polemiche vennero dal vice-presidente dell’Assemblea, Jacques Vendroux, membro del partito di Charles de Gaulle e cognato dello stesso Capo dello Stato francese. Vendroux, pur dichiarandosi favorevole alle forme d’intervento previste dal § 23 (e difficilmente avrebbe potuto fare il contrario, in quanto deputato del Pas-de-Calais, una zona ad alta densità carbosiderurgica e quindi potenziale beneficiaria delle norme CECA), si espresse contro la loro dimensione sovranazionale, ritenendo che la valutazione delle necessità di un paese o di una regione dovessero essere prerogativa dei popoli che vi vivono e dei governi da essi liberamente eletti. La risposta a questo tipo di osservazione giunse direttamente dal Presidente Malvestiti, il quale, pur dichiarandosi perfettamente d’accordo col principio di democrazia richiamato dall’esponente gaullista, sottolineò come la firma di un trattato internazionale da parte di un governo era la conseguenza di una ponderazione di vantaggi e svantaggi, e implicava un impegno al quale non è poi possibile sottrarsi. Al di là di questo scambio, polemico ma privo di qualsiasi conseguenza, durante la seduta non emersero ostacoli, e ciò convinse l’Alta Autorità a ripresentare la proposta nella versione iniziale, prima delle modifiche apportate dal Consiglio dei Ministri(14).
La scelta si rivelò azzeccata, e la proposta passò rapidamente sia il vaglio della Corte che quello dei rappresentanti dei governi. L’incalzare della crisi del carbone, che oramai coinvolgeva indiscriminatamente tutti e sei i paesi membri, contribuì probabilmente a convincere i Ministri dell’opportunità di mantenere il fondo di riadattamento. I numeri d’altronde parlavano chiaro, se si pensa che negli ultimi due anni le richieste di aiuti ai sensi del § 23 avevano subito un’impennata, portando il numero totale di lavoratori beneficiari (a partire dal 1953) dai circa 20.000 di inizio 1958 ai 110.000 del febbraio 1960. Anche per questo nel Consiglio furono sollevati solo ostacoli di carattere procedurale, relativi alla sussistenza delle condizioni previste dal trattato per applicare la “piccola revisione”. Della questione fu investita direttamente la Corte di Giustizia, contestualmente alla richiesta di un nuovo giudizio di legittimità sulla norma, oltre che sul suo eventuale impatto sul budget della CECA e sul conseguente aumento del prelievo fiscale eventualmente necessario per far fronte all’aumento di spesa. Quanto al primo punto, la Corte non poteva che dare un parere positivo, dato che già nel parere precedente era entrata nel merito della modifica prevista, accettando tacitamente che le condizioni per l’uso della procedura esistevano. In ogni caso, sottolineò l’organo giurisdizionale, il mutamento strutturale del mercato del carbone era evidente, e la modifica proposta non dava nuovi poteri all’Alta Autorità, ma semplicemente adeguava a nuove condizioni un potere di cui quest’ultima già disponeva. Quanto all’ultima questione, essa atteneva alla sfera delle decisioni politiche, e la Corte non aveva alcun diritto di esprimersi in proposito. Per il resto, essendo venuti meno gli elementi che pochi mesi prima ne avevano determinato il rigetto (la durata a termine e l’applicazione al solo settore carbonifero), la modifica era ora perfettamente accettabile(15).
A fine marzo la palla passò quindi di nuovo all’Assemblea, il cui voto costituiva l’ultimo passaggio per l’approvazione definitiva della riforma. In linea di massima la cosa non appariva difficile, soprattutto alla luce del dibattito di gennaio, quando molti parlamentari si erano espressi in modo favorevole alla modifica dell’articolo 56. Data l’ampia maggioranza richiesta dalla “piccola revisione”, il cui raggiungimento non appariva forse del tutto scontato, Malvestiti volle però prender parte ancora una volta personalmente al dibattito.
Sia il portavoce del gruppo socialista, il tedesco Willy Birkelbach, che quello del gruppo democratico cristiano, il belga Alfred Bertrand, sottolinearono l’importanza sociale della modifica proposta, che avrebbe permesso di continuare ad affrontare con uno strumento adeguato gli effetti della crisi del carbone. Il presidente della Commissione Affari Sociali dell’Assemblea, il socialista olandese Gerard Nederhorst, ricordò il grande numero di lavoratori che avevano beneficiato dei meccanismi del § 23 fino a quel momento, chiedendosi quanti altri, del milione e mezzo di operai carbosiderurgici al momento presenti nei paesi CECA, rischiavano di perdere il lavoro a causa della crisi, e quali garanzie essi avrebbero avuto senza il fondo di riadattamento.
Non mancarono però le voci critiche, che toccarono temi diversi fra loro, ma generalmente riconducibili al rapporto fra la normativa proposta e i meccanismi della Comunità Economica Europea. Il timore di un accavallamento di competenze fra il fondo di riadattamento e il fondo sociale europeo, ad esempio, fu espresso da più di un oratore. Altri dubbi riguardarono l’opportunità di creare meccanismi separati, quando una politica energetica coerente avrebbe richiesto un forte grado di coordinamento fra le tre comunità, ciascuna delle quali si occupava di una delle tre fonti principali di energia. Infine fu sottolineato il rischio che meccanismi di protezione sociale diversi finissero per creare discriminazione fra i diversi settori industriali. Un problema sollevato soprattutto dai rappresentanti democristiani tedeschi i quali, pur dichiarando il loro voto favorevole, si dissero dubbiosi sulla compatibilità di una situazione del genere con un sistema unitario di assistenza ai disoccupati come quello presente in Germania. A quest’ultimo problema diede subito una risposta Paul Finet, il quale ricordò come in molti paesi fossero in vigore normative sociali diverse fra un settore e l’altro, senza che questo fosse in contrasto col principio generale di uguaglianza fra i cittadini; un esempio evidente, disse il responsabile degli Affari Sociali, era quello relativo alle pensioni di anzianità, che quasi ovunque ai minatori erano concesse a un’età inferiore rispetto alle altre professioni in virtù delle difficili condizioni del loro mestiere. Nei mesi successivi, comunque, con la nuova versione dell’articolo 56 già in vigore, il Presidente della Commissione CEE Walter Hallstein avrebbe sollecitato in più occasioni l’istituzione di qualche forma di coordinamento fra i meccanismi delle due Comunità, giustificandola con argomentazioni identiche a quelle emerse nell’Assemblea(16).
Com’era naturale, il dibattito nell’organo parlamentare si imperniò quindi sul contenuto della norma proposta e sulle sue possibili conseguenze. A questo orientamento generale fece però eccezione lo stesso Piero Malvestiti, il quale, pur non mancando di indicare, come gli altri oratori, i vantaggi concreti che il fondo di riadattamento avrebbe continuato a portare, volle “volare più alto”, sottolineando il ruolo che l’approvazione della riforma avrebbe avuto ai fini del consolidamento del progetto europeo. L’approvazione della norma, disse il Presidente dell’Alta Autorità, aveva un significato che andava oltre il suo contenuto, e che coinvolgeva direttamente il ruolo e la posizione dell’Assemblea di Strasburgo. Creata come baluardo dei principi democratici nel quadro istituzionale della Comunità ma rimasta costantemente ai margini del processo decisionale, quest’ultima aveva finalmente l’opportunità di svolgere una reale funzione legislativa, approvando una norma del trattato che avrebbe permesso all’Alta Autorità di incidere direttamente sulla situazione socio-economica all’interno degli stati membri.
… c’est la première fois dans son histoire que l’Assemblée parlementaire européenne est appelée non à voter des motions ou à donner des avis, mais à créer des règles juridiques concrètes. En d’autres termes, ce qu’on demande aujourd’hui à l’Assemblée européenne c’est d’exercer son pouvoir législatif; et la règle que l’Assemblée est appelée à approuver aura force de loi directement dans chacun de nos pays.
Il fatto che ciò avvenisse in prossimità del 10° anniversario della dichiarazione di Schuman del 9 maggio 1950 avrebbe aggiunto, secondo Malvestiti, ulteriore valore simbolico al voto dell’Assemblea, che avrebbe segnato l’affermazione concreta del principio di democrazia nel quadro istituzionale della Comunità.
Erano tutti temi che miravano a far breccia in un organismo che fino ad allora era riuscito a influenzare ben poco le scelte politiche della Comunità, ma che proprio in quei mesi rivelava le proprie ambizioni elaborando un progetto mirato a istituire l’elezione a suffragio universale diretto dei propri componenti. In realtà il “progetto di convenzione” approvato nel maggio successivo non avrebbe mai passato il vaglio del Consiglio dei Ministri, e l’elezione diretta del Parlamento Europeo sarebbe stata introdotta solo molti anni dopo, ma esso era un indice evidente delle aspirazioni presenti nell’Assemblea, relative sia a rafforzare il ruolo dell’organo parlamentare nel processo decisionale comunitario sia, più in generale, a dare maggiore concretezza in quell’ambito ai principi democratici(17). Ben consapevole di questo tipo di dinamiche, Malvestiti puntò quindi a incoraggiare il voto favorevole sulla riforma dell’articolo 56 adulando il ruolo politico dei parlamentari e assecondando le loro aspirazioni “legislative”. È comunque innegabile che questo tipo di argomenti stesse personalmente a cuore allo stesso Presidente dell’Alta Autorità, cresciuto sotto il fascismo e segnato dalla catastrofe della guerra europea e dall’esperienza della lotta partigiana, e per questi motivi strenuo difensore, come molti della sua generazione, sia dei valori democratici che dell’obiettivo dell’unità europea. Non a caso entrambi gli accenti, le “lusinghe” all’assemblea e i riferimenti alla propria esperienza personale, risuonarono chiaramente nelle frasi conclusive del suo discorso:
Mesdames et Messieurs, mon expérience d’italien dont la jeunesse s’est écoulée au moment où l’on méprisait les jeux du parlementarisme et où l’on croyait que d’autres jeux devaient décider du sort des peuples et même du droit, cette expérience, dis-je, ne peut que faire ressortir d’avantage à mes yeux, la signification de cet appel de la jeune Assemblée parlementaire européenne à exercer le pouvoir législatif, qui est la vocation la plus profonde de tous parlements.
Appelée à contribuer à construire dans la liberté une nouvelle civilisation en Europe, nous tirons tous de ce fait les plus grands espoirs. Vive le Parlement Européen!(18)
Il 29 marzo l’assemblea approvò la riforma quasi all’unanimità, con 114 suffragi a favore e il voto contrario solo di due membri tedeschi del gruppo liberale(19). Probabilmente l’appello di Malvestiti non fu determinante, ma senz’altro contribuì a rimarcare il rilievo politico della decisione. In ogni caso, con la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale la nuova versione dell’articolo 56 entrò in vigore, facendo del fondo di riadattamento uno strumento permanente a disposizione della Comunità per ammortizzare le difficoltà occupazionali nei due settori di sua competenza. I suoi meccanismi sarebbero stati applicati largamente prima alla manodopera colpita dalla crisi del carbone, e poi, negli anni 70 e 80, a quella interessata dal ridimensionamento strutturale dell’industria siderurgica. Fra il 1960 e il 2002, anno della scadenza definitiva del trattato CECA, oltre due milioni di lavoratori avrebbero beneficiato dei sostegni previsti dal nuovo comma dell’articolo 56(20).
Si trattava, ovviamente, di un semplice ammortizzatore sociale, senza la minima pretesa di influenzare i grandi cambiamenti strutturali, ma mirante solo ad ammorbidirne le conseguenze sociali. Per questo con l’incalzare della crisi, e col progressivo declino industriale di intere regioni, lo stesso Malvestiti iniziò a criticare l’orientamento eccessivamente “passivo” del trattato CECA, e a sollevare la necessità di una politica comunitaria di promozione della crescita nelle aree in maggiore difficoltà, che creasse occupazione laddove la manodopera era già presente invece di puntare sulla sua mobilità. In ogni caso il Presidente dell’Alta Autorità non smise mai, negli anni successivi, di elogiare i meccanismi del fondo di riadattamento, che fornivano un sostegno reale ai numerosi lavoratori colpiti dalla crisi e dalle ristrutturazioni conseguenti, mettendoli al riparo dagli effetti più gravi della disoccupazione e contribuendo attivamente al loro reinserimento sul mercato del lavoro. Come dichiarò nel maggio 1961, parlando nuovamente di fronte all’Assemblea parlamentare:
On peut dire sans crainte d'exagération que c'est en grande partie aux dispositions sur la réadaptation que l'on doit le succès du marché commun sur le plan social(21).
Fin dai primi interventi ufficiali in veste di presidente dell’Alta Autorità, Piero Malvestiti sottolineò l’importanza delle politiche sociali condotte dalla CECA, nelle quali individuava un supporto essenziale “pour la réalisation même des objectifs économiques et politiques qui lui sont assignés”(22). L’impegno personale per mantenere in vigore il fondo di riadattamento, che caratterizzò i primi mesi della sua esperienza alla testa dell’istituzione di Lussemburgo, fu senza dubbio spinto da questo tipo di considerazioni, e dalla volontà di rendere permanente uno strumento che la crisi del settore carbonifero faceva appariva sempre più indispensabile.
Esso aveva però anche scopi meno evidenti, legati a quello che in ultima analisi il politico italiano considerava lo scopo fondamentale della sua presidenza e, più in generale, della stessa Comunità. Al di là delle specifiche competenze in materia di carbone e acciaio, e delle singole norme sul funzionamento delle istituzioni, egli vedeva innanzitutto nella CECA un veicolo per la costruzione dell’unità europea. Per questo, ad esempio, riteneva particolarmente preziosi e significativi i poteri sovranazionali dell’Alta Autorità, che permettevano di agire sui due settori industriali in modo imparziale e in un’ottica di interesse generale. E per questo nel dibattito sulla stabilizzazione delle norme sul riadattamento della manodopera vide un’occasione per compiere un passo in direzione del rafforzamento del progetto europeo.
Il voto dell’Assemblea parlamentare, richiesto dalla procedura, avrebbe infatti configurato un’espressione sostanziale di potere legislativo, conferendo all’istituzione, per la prima volta nella sua storia, il carattere di un vero e proprio parlamento, e dando così concretezza a un principio democratico fino a quel momento presente in modo soltanto formale nel processo decisionale comunitario. È su questi aspetti che, nel marzo 1960, Malvestiti imperniò il suo discorso per convincere i parlamentari a votare il mantenimento in vigore del fondo di riadattamento, contribuendo a ottenere un’approvazione quasi unanime da parte dell’Assemblea.
La storiografia sulla CECA è oramai molto ampia. Fra i testi più significativi vale la pena ricordare Andreas Wilkens (dir.), Le Plan Schuman dans l’histoire. Intérêts nationaux et projet européen, Bruxelles, Bruylant, 2004; R. Ranieri e L. Tosi (a cura di), La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1952-2002). Gli esiti del trattato in Europa e in Italia, Padova, Cedam, 2004; e i meno recenti (ma sempre validi) K. Schwabe (hrsg.), Die Anfänge des Schuman-Plans, 1950/51, Baden-Baden, Nomos, 1988; e J. Gillingham, Coal, steel, and the rebirth of Europe, 1945-1955. The Germans and French from Ruhr conflict to economic community, Cambridge, Cambridge University Press, 1991.
W. Loth, Plan Schuman et construction européenne: conclusions, in A. Wilkens, op. cit., pp. 421-429.
Cfr. ad es. R. Leboutte, Histoire économique et sociale de la construction européenne, Bruxelles, PIE Peter Lang, 2008, che descrive in modo dettagliato le politiche sociali delle comunità europee ma quasi non accenna agli scopi socio-economici generali. Un’eccezione positiva in questo senso, relativa alla politica agricola, è ad es. Ann-Christina L. Knudsen, Farmers on welfare: the making of Europe’s common agricultural policy, Ithaca, Cornell University Press, 2009.
Cfr. in questo senso il “classico” di C. S. Maier, The Politics of Productivity: Foundations of American International Economic Policy after World War II, in International Organization, Vol. 31, No. 4, 1977, pp. 607-633; cfr. inoltre A. Carew, Labour under the Marshall plan: the politics of productivity and the marketing of management science, Manchester, Manchester University Press, 1987; o, da un punto di vista più “tecnico”, J. Gillingham, Background to Marshall-Plan technical assistance: productivism as American ideology, in D. Barjot (ed.), Catching up with America. Productivity missions and the diffusion of American economic and technological influence after the Second World War, Paris, Presses Universitaires de Paris-Sorbonne, 2002, pp. 53-65.
Nella prima composizione dell’Alta Autorità furono inserite due personalità provenienti dal sindacato, il tedesco Heinz Potthoff e il belga Paul Finet, e una dal padronato, il francese Léon Daum. Cfr. R. Poidevin e D. Spierenburg, Histoire de la Haute Autorité de la Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier. Une expérience supranationale, Bruxelles, Bruylant, 1993, p. 64.
Sulle due norme menzionate (gli artt. 68 e 69 del Trattato CECA originario) cfr. ad esempio L. Mechi, Le questioni sociali nel processo d’integrazione europea, in La cittadinanza che cambia. Radici nazionali e prospettiva europea, numero monografico di Annali della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, n. 2, 2005, pp. 241-258, e S. Giubboni, Diritti sociali e mercato. La dimensione sociale dell’integrazione europea, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 44-57.
Su questa evoluzione cfr. ad esempio L. Mechi, Les premières expériences de la CECA en matière de sécurité du travail: un modèle pour l’avenir, in I. Rodomonti e P. Tilly (dir.), De Rome à Marcinelle. Santé-sécurité, hier, aujourd’hui, et plus encore demain!, Bruxelles, Le Cri édition, 2006, pp. 59-66. Dati dettagliati sugli incidenti e le malattie professionali, nonché sugli accordi fra la Comunità e singoli centri di ricerca sono riportati regolarmente sulle varie edizioni di CECA, Haute Autorité, Rapport Général sur l’activité de la Communauté, pubblicato annualmente a partire dal 1953. La creazione dell’organo è descritta nel 6° numero, dell’aprile 1958 (pp. 239-243).
Cfr. l’articolo 3 della versione originaria del Trattato CECA. Alla chiusura dell’ultimo programma di costruzione, nei primi anni 2000, il numero di abitazioni costruite avrebbe superato le 250.000. Mi permetto anche in questo caso di rimandare a lavori miei: L. Mechi, L’action de la Haute Autorité de la CECA dans la construction de maisons ouvrières, in Journal of European Integration History, n. 1, vol. 6, 2000, pp. 63-88; e, più sintetico ma con una visione di più lungo periodo, Id., Le politiche sociali della CECA, in R. Ranieri e L. Tosi (a cura di), La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1952-2002). Gli esiti del trattato in Europa e in Italia, Padova, CEDAM, 2004, pp. 105-126.
Cfr. ad esempio P. Malvestiti, Pour une programmation économique européenne, discours prononcé par le président de la Haute Autorité devant le Parlement européen à Strasbourg, 20 novembre 1962, Luxembourg, Services des publications des Communautés Européennes, 1962, pp. 23-24.
La réadaptation è probabilmente la più studiata fra le politiche sociali della comunità carbosiderurgica. Cfr. ad es. L. Mechi, Il ricollocamento dei lavoratori licenziati nei primi anni di attività della CECA, in Annali della Fondazione Giulio Pastore, vol. XXVI-XXVII, 1997-1998, pp. 77-136; e Id., La siderurgia italiana e le politiche della CECA per il lavoro, in Ristrutturazione industriale e conflitto sociale, numero monografico di Annali di Storia dell’Impresa, n. 15-16/2004-2005, pp. 49-73, nel quale sono riportati alcuni aspetti di maggior dettaglio in relazione al negoziato. Cfr. anche l’interessante sintesi di lungo periodo presente in R. Leboutte, op. cit., pp. 619-637.
Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier, Assemblée Commune, Révision du Traité instituant la Communauté Européenne du Charbon et de l'Acier, Luxembourg, Service des Publications de la Communauté Européenne, 1958, reperibile sul sito Archive of European Integration dell’Università di Pittsburgh: http://aei.pitt.edu/
Cfr. la versione originaria del Trattato CECA, articolo 95, commi 3 e 4. Per una ricostruzione sintetica della vicenda cfr. CECA, Haute Autorité, Huitième rapport général sur l'activité de la Communauté (1er février 1959-31 janvier 1960), Luxembourg, Service des publications des Communautés Européennes, 1960, pp. 280-284.
Cfr. Corte di Giustizia delle Comunità Europee, Parere 1/60, “Procedimento di revisione ai sensi dell'art. 95, 3º e 4º comma, del Trattato CECA”, del 4 marzo 1960, che ricostruisce sinteticamente le varie fasi della vicenda. Il parere è reperibile nella sezione “Giurisprudenza” del sito web della Corte di Giustizia dell’UE: curia.europa.eu/jcms/jcms/j_6/
Cfr. Conseil des Communautés Européennes, Secrétariat Général, Note d’information sur les travaux de l’Assemblée Parlementaire Européenne, e Id., Résolution adoptée par l’Assemblée Parlementaire Européenne le 14 janvier 1960 sur la déclaration de la Haute Autorité concernant la révision du Traité de la CECA en rapport avec les problèmes de la réadaptation, entrambi del 18 gennaio 1960, in Archivi Storici dell’Unione Europea (ASUE), fondo dell’Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CEAB), serie 1, fasc. 136.
Corte di Giustizia delle Comunità Europee, Parere 1/60 cit.
Cfr. ad esempio la Lettera di Hallstein a Malvestiti: “Collaboration entre la Haute Autorité de la CECA et la Commission de la CEE à propos de la mise en œuvre des dispositions des articles 56 et 56bis CECA”, 6 dicembre 1960, in ASUE, CEAB 1, 136.
Cfr. il Projet de Convention sur l’élection de l’assemblée parlementaire européenne au suffrage universel direct e i testi connessi, pubblicati sur sito web del Centre Virtuel de la Connaissance sur l’Europe: www.cvce.eu. Una ricostruzione dettagliata della questione è in D. Pasquinucci, Uniti dal voto? Storia delle elezioni europee, 1948-2009, Milano, FrancoAngeli, 2013, pp. 13-117.
Extrait des débats de l’Assemblée Parlementaire Européenne, session de mars-avril 1960 (texte définitif), n. 26, séance du mardi 29 mars 1960, in ASUE, fondo del Consiglio Speciale dei Ministri della CECA (CM1), serie 1960, f. 41.
Ibidem. Uno dei due contrari era Walter Scheel, che nel 1969 diverrà vice-cancelliere e ministro degli esteri nel governo di Willy Brandt, e nel 1974 sarà eletto presidente della Repubblica Federale.
R. Leboutte, op. cit., p. 628.
Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier, Haute Autorité, Discours de M. Piero Malvestiti, Président de la Haute Autorité de la Communauté européenne du charbon et de l'acier, devant l'Assemblée parlementaire européenne à Strasbourg, 8 mai 1961, Luxembourg, Service des publications des Communautés européennes, 1961, p. 24.
Cfr. il discorso del 23 settembre 1959 davanti all’Assemblea parlamentare, raccolto in P. Malvestiti, Il y a un espoir en Europe, Discours prononcés à l'occasion de l'installation de la Haute Autorité de la Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier, 16-23 settembre 1959, Luxembourg, Service des publications des Communautés Européennes, 1959; la cit. è a p. 57.