Source: http://adomandarisponde.it/risposta_fiscale_lavoro_occasionale
Timestamp: 2018-01-16 13:32:06+00:00
Document Index: 34906175

Matched Legal Cases: ['art. 61', 'art. 53', 'art. 61', 'art. 2222', 'art. 67', 'art. 81', 'art. 5', 'art. 2222', 'art. 2222', 'art. 61', 'art. 67', 'art. 44', 'art. 61', 'art. 2222', 'art. 61', 'art. 2222', 'art. 2222', 'art. 61']

Prestazioni di lavoro occasionali | aDomandaRisponde.it
Le due figure di contratto di lavoro sono simili per certi aspetti e diverse per altri. Entrambe soddisfano esigenze lavorative limitate nel tempo e nella “portata” (così si esprime il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nella circolare 1/2004 con riferimento alla prestazione occasionale ex art. 61 del d.lgs. 276/2003), svolte al di fuori delle attività professionali per cui è necessaria l’iscrizione agli appositi albi esistenti al 24 ottobre 2003 e delle altre attività di lavoro autonomo esercitate abitualmente di cui all’art. 53, comma 1, che già versano la contribuzione alla gestione separata dell’Istituto nazionale di previdenza sociale (INPS) di cui alla l. 335/1995. Seguono due possibili definizioni. 1) Prestazione occasionale (art. 61 del d.lgs. 276/2003). La norma di legge la qualifica come collaborazione coordinata e continuativa, sottratta all’obbligo della riconducibilità a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente, di durata complessiva non superiore a 30 giorni nel corso dell’anno solare con lo stesso committente e con un tetto, relativo al compenso complessivamente percepito nello stesso anno, di 5000 euro. 2) Prestazione occasionale di lavoro autonomo (art. 2222 c.c.). Secondo l’articolo citato, il contratto d’opera (lavoro autonomo) si configura quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente. Quanto all’occasionalità, la nozione si è resa necessaria soprattutto e inizialmente ai fini fiscali per l’applicazione della normativa relativa. Infatti, l’art. 67 (già art. 81) del t.u. delle imposte sui redditi (TUIR) parla di attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente; il d.P.R. 633/1972 (Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto), all’art. 5, ai fini dell’applicabilità della stessa imposta, enuncia che per esercizio di arti e professioni s’intende esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche, con ciò, per contrapposizione, introducendo la nozione di “esercizio non abituale e quindi occasionale di attività di lavoro autonomo”. In varie occasioni l’Amministrazione finanziaria, attraverso proprie risoluzioni, ha sviluppato tale concetto, spiegandone il significato. Dalle definizioni sopra delineate segue che nella prassi possono verificarsi situazioni che s’intrecciano, rispetto alle quali non sempre è possibile distinguere in modo netto né la natura giuridica del rapporto, né il trattamento effettivamente applicabile, se non attraverso un’attenta analisi. È opportuno richiamare il principio enunciato dalla Suprema Corte, secondo cui “ogni attività umana economicamente rilevante può essere svolta sia in regime di autonomia che di subordinazione” (Cass., 4150/1988) e sottolineare che in ogni caso, nel qualificare il rapporto, non si può prescindere dalla “preventiva ricerca della volontà delle parti” (Cass., 5437/1988). Se è inteso correttamente il principio della Corte, spetta unicamente alle parti stabilire attraverso quale strumento giuridico dare assetto ai propri interessi. Di fronte all’esigenza di svolgere un lavoro con le caratteristiche sopra descritte di limitatezza nel tempo e nella “portata”, le parti sono libere di ricorrere a un contratto di lavoro subordinato a termine, di lavoro autonomo occasionale o di lavoro di collaborazione coordinata e continuativa, secondo le proprie reciproche convenienze. Prescindendo dalla stipulazione di un contratto di lavoro subordinato a termine, potranno darsi – in un quadro generale che prenda in considerazione per ciascun dei due tipi sia il genus sia la species – le seguenti coordinate di riferimento, secondo il maggiore o minore impegno e quindi la durata:
a) contratto di lavoro autonomo ex art. 2222 c.c., tempo indeterminato, ma che cessa al momento dell’effettuazione dell’opera o del servizio;
b) contratto di lavoro a progetto con durata determinata o determinabile ma che comunque si risolve al momento della realizzazione del progetto, del programma o delle fasi di esso;
c) contratto di lavoro autonomo occasionale, sempre ex art. 2222 c.c.;
d) contratto di collaborazione coordinata e continuativa con prestazione occasionale ex art. 61 del d.lgs. 276/2003.
La differenza tra le ipotesi d e b è puramente quantitativa: si ha la prima ipotesi quando la collaborazione coordinata e continuativa non supera i 30 giorni nel corso dell’anno solare con lo stesso committente, sempre che il compenso percepito dal prestatore non superi nel complesso i 5000 mila euro nell’anno solare. L’indagine può essere limitata, dunque, al raffronto tra le ipotesi d e c, ovvero tra una prestazione coordinata occasionale e una prestazione di lavoro autonomo occasionale con le stesse caratteristiche (durata di non oltre 30 giorni e compenso non superiore a 5000 euro). Superata invece la soglia quantitativa menzionata ci si troverebbe ad affrontare la possibilità di instaurare un contratto di lavoro a progetto, con l’opzione del contratto di lavoro autonomo. Tale scelta è determinata e condizionata dalle differenze che sussistono tra le varie ipotesi. Le distinzioni tra le ipotesi di lavoro autonomo a e c si configurano così: sotto il profilo civilistico non sussistono differenze sostanziali nel regime applicabile; sotto il profilo fiscale si prospettano invece differenze importanti, sia sostanziali sia procedurali (per la prima assoggettamento all’imposta sul valore aggiunto, per la seconda dichiarabilità, ex art. 67 del TUIR, nei redditi diversi sia sul modello unico sia sul modello 730, con detraibilità forfetaria delle spese); sotto il profilo previdenziale, laddove la prestazione occasionale superi l’importo di 5000 euro, ex art. 44, comma 2, del d.l. 269/2003, convertito in l. 326/2003, dal 1 gennaio 2004, la stessa è assoggettata a contribuzione da versare nella gestione separata dell’INPS. Ecco che quindi al di sotto della soglia quantitativa – tipica della prestazione occasionale ex art. 61, comma 2, del d.lgs. 276/2003 – si può operare un parallelismo tra un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa con prestazione occasionale (senza progetto) e un rapporto di lavoro autonomo con prestazione occasionale. Ristretto così il campo dell’indagine e, sempre a prescindere dalle attività di lavoro professionale (con o senza albo, con o senza cassa), per comprendere quale delle due soluzioni le parti abbiano inteso adottare (e quindi quali trattamenti civilistici, processuali, fiscali e previdenziali siano da applicare), occorrerà rifarsi al programma negoziale posto in essere dalle parti. Com’è noto, la collaborazione coordinata e continuativa è caratterizzata dalla continuità della prestazione, dal coordinamento della prestazione del collaboratore con l’attività del committente e dalla sua effettuazione con lavoro perlopiù personale. La prestazione autonoma, a sua volta, è caratterizzata da elementi comuni e da elementi diversi: sono comuni la durata nel tempo, l’effettuazione della prestazione dovuta con lavoro prevalentemente proprio (art. 2222 c.c.) e la mancanza del vincolo di subordinazione; l’elemento differenziatore determinante, invece, è l’assenza del coordinamento.L’elemento discriminante per distinguere la prestazione occasionale (ex art. 61, comma 2, del d.lgs. 276/2003) dalla prestazione occasionale autonoma (ex art. 2222 c.c.) è dunque l’assenza o la presenza dell’elemento del coordinamento, posto che le modalità di svolgimento nei due casi sono identiche. Testualmente, l’art. 2222 c.c. prevede “con lavoro prevalentemente proprio”, mentre l’art. 61, comma 2, del d.lgs. 276/2003 parla di collaborazione “prevalentemente personale”.
La casistica pratica è molto complessa. Può infatti verificarsi, nello stesso anno:
a) il caso di una sola collaborazione coordinata e continuativa con prestazione occasionale di durata non superiore a giorni 30 (anche frazionati: 15 + 15, o 10 + 10 + 10) e d’importo non superiore a 5000 euro annui con un solo committente;
b) non escludendosi la possibilità di instaurare un contratto di lavoro a progetto anche in fattispecie che, altrimenti, si configurerebbe come collaborazione coordinata e continuativa con prestazione occasionale;
c) il caso di più collaborazioni coordinate e continuative con prestazione occasionale (senza progetto), di durata ciascuna inferiore ai 30 giorni, poste in essere con differenti committenti, per un importo complessivo non superiore ai 5000 euro annui.
Può darsi invece il caso, nello stesso anno, di una pluralità di brevi rapporti (anche frazionati) di lavoro autonomo con prestazione occasionale (non coordinati) con il medesimo o con più committenti (al di fuori dell’esercizio di attività professionale): nulla quaestio sotto il profilo civilistico; sotto il profilo fiscale è rilevante soltanto la natura del rapporto, non essendo previsto un tetto dell’importo percepito; sotto il profilo previdenziale il superamento del tetto di 5000 euro all’anno comporta l’assoggettamento a contribuzione nella gestione separata dell’INPS. Concretamente si potrebbe ipotizzare il caso di un’azienda che decida di avvalersi, in ausilio ai propri uffici e servizi, di un apporto esterno per un’attività marginale rispetto al core business. Essa potrà scegliere tra più strumenti a sua disposizione: se avvalersi di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa a carattere occasionale, oppure di un contratto di lavoro autonomo di natura occasionale. La scelta dell’azienda sarà condizionata da vari fattori, quali la fiducia nella capacità professionale dell’operatore esterno, la difficoltà da parte delle strutture interne di seguire il lavoro esterno (per motivi di carico di lavoro o logistici), la sufficiente autonomia rispetto al core business del lavoro specifico oggetto dell’incarico esterno ecc. Per differenziare i due istituti in esame, è necessario mettere a fuoco il nodo centrale: cosa si deve intendere per coordinamento o coordinazione dell’attività del prestatore con l’attività dell’impresa, in particolare e con maggior rigore in una fattispecie come quella trattata, in cui l’occasionalità può rendere meno riconoscibile proprio il coordinamento, laddove questo esista. Le nozioni di coordinamento fornite dalla giurisprudenza sono variamente astratte e generiche e postulano una ridefinizione da parte dell’interprete. In tema di coordinamento, tra le tante sentenze, si vedano quelle che parlano di “collegamento funzionale con gli scopi perseguiti dal committente” (Cass., 16582/2002) e di “connessione funzionale derivante da un protratto inserimento nell’organizzazione aziendale o, più in generale, nelle finalità perseguite dal committente e caratterizzata dall’ingerenza di quest’ultimo nell’attività del prestatore” (Cass., 5698/2002).Per la dottrina si rinvia alla nota alla Cassazione 5698/2002, in cui si dice che “l’elemento della coordinazione indica un collegamento funzionale dell’attività del prestatore d’opera con quella del destinatario della prestazione. Più precisamente, la giurisprudenza di legittimità intende tale ‘connessione funzionale’ quale possibilità d’ingerenza del committente nell’attività del prestatore (Cass., 6752/1996). In ogni caso il committente non potrà interferire con l’autonoma organizzazione dell’attività lavorativa del prestatore d’opera parasubordinato, perché altrimenti nel momento in cui tale coordinazione si trasformasse nell’obbligo del prestatore d’opera di restare a disposizione del committente e nel potere di quest’ultimo di determinare le modalità per l’esecuzione e la disciplina del lavoro, si ricadrebbe nella sfera del rapporto di lavoro subordinato”. E ancora: “Requisito della coordinazione s’intende che il requisito in oggetto ricorre senz’altro allorquando il datore di lavoro fissa le direttive o stabilisce, anche se per grandi linee, il modo di esecuzione della prestazione del collaboratore (Cass., 2005/1977). In mancanza di direttive precise da parte del preponente, l’individuazione del requisito della coordinazione si presenta più complicata e spesso viene a coincidere con la mera funzionalizzazione dell’attività del prestatore agli interessi del committente. Ma in termini così generici il criterio in esame perde ogni idoneità selettiva”. Concretamente, al di là delle enunciazioni usate dalla Suprema Corte, è forse possibile ricorrere, secondo un metodo anglosassone, al test dell’ingerenza evidenziato da alcune sentenze che si sono occupate del tema. L’ingerenza può essere un valido criterio di distinzione, secondo la gradazione con cui si presenta: è ovviamente massima nel caso del rapporto di lavoro subordinato, sarà media nel lavoro parasubordinato, e scarsa o nulla nel rapporto di lavoro autonomo. Accomuna il caso del rapporto di lavoro autonomo e quello del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa il fatto che, in entrambi i casi, ci si attende da parte del prestatore un risultato, a volte un opus, ma più spesso un servizio. Non si potrà quindi usare, come discrimine, il risultato finale, che in entrambi i casi si andrà a inserire nel ciclo di attività del committente. Sarà necessario invece guardare – oltre che al nomen juris – sia al programma negoziale, sia ai comportamenti effettivi posti in essere dalle parti, e in particolar modo alle previste o attuate “modalità di svolgimento” della prestazione. Se il contratto prevede da parte del committente il controllo del solo risultato finale, allora ci si troverà di fronte a un profilo di lavoro autonomo. Se il contratto prevede controlli più penetranti da parte del committente, pur salvaguardando l’autonomia delle scelte del prestatore (quali fornire indirizzi di massima, prevedere controlli intermedi e ovviamente il controllo sul risultato finale), allora si potrebbe verosimilmente affermare di trovarsi di fronte a un rapporto di lavoro parasubordinato. Certamente nel caso della prestazione occasionale, la minor durata del rapporto e la marginalità della prestazione possono portare il destinatario della prestazione a concentrare l’attenzione sul risultato finale senza la possibilità di altri controlli intermedi. In tal caso, per la qualificazione diventano determinanti – soprattutto in presenza di prestazioni minime (la cosiddetta esecuzione istantanea) – il nomen juris e le clausole o il programma negoziale contenuto nel contratto di conferimento dell’incarico. Il prestatore di lavoro autonomo occasionale è il lavo-ratore che svolge a favore di un committente un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio, senza vincolo di subordinazione e senza alcun coordinamento con la struttura organizzativa del committente stesso. L’esercizio dell’attività deve essere del tutto occasionale, senza i requisiti della professionalità e della prevalenza. Tale rapporto pertanto si distingue:
a) dalla collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, per l’assenza del coordinamento con l’attività del committente, la mancanza dell’inserimento funzionale nell’organizzazione aziendale e il carattere episodico dell’attività;
b) dal lavoro autonomo abituale, non per la natura della prestazione, ma per il carattere episodico della stessa.
A differenza di quanto previsto per i collaboratori coordinati e continuativi, è escluso che il committente debba comunicare al centro per l’impiego la stipulazione di contratti di lavoro autonomo meramente occasionale (note del ministero del Lavoro 440/2007 e 4746/2007). La creazione di un sito Internet, per esempio, può configurare una prestazione di lavoro autonomo occasionale se realizzata da un lavoratore che non svolge per professione abituale tale attività e che non è legato al committente da un rapporto continuativo. La manutenzione del medesimo sito può essere inquadrata in un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa per la ripetizione nel tempo delle prestazioni. In entrambi i casi, se le prestazioni descritte rientrano nell’attività svolta dal lavoratore per professione, si realizza lavoro autonomo abituale. Ancora, un medico ospedaliero chiamato a intervenire a un convegno può inquadrare la relazione come prestazione di lavoro occasionale; se invece concorda con una società di formazione la programmazione di una serie di interventi, questi possono essere ricondotti a un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa. Se il medico svolge la libera professione, in nessun caso le relazioni tenute in occasione di convegni possono essere considerate lavoro autonomo occasionale poiché rientrano nella sua professione. Il lavoratore autonomo occasionale è obbligato a iscriversi alla gestione separata INPS soltanto se realizza nell’anno un reddito superiore a 5000 euro, anche se per effetto delle prestazioni rese a più committenti. Il contributo è dovuto soltanto sui compensi eccedenti questa soglia. In sede di corresponsione dei compensi, il committente deve richiedere al lavoratore se ha superato il limite dei 5000 euro: in caso affermativo, dovrà versare la contribuzione nella stessa misura (per il 2008, secondo i casi: 24,72% o 17%) e con la stessa percentuale di ripartizione dell’onere tra committente e lavoratore, previste per i collaboratori coordinati e continuativi. La contribuzione è dovuta nel limite del massimale imponibile, fissato per l’anno 2008 in 88.669 euro. Poiché ai fini fiscali il reddito è costituito dalla differenza tra l’ammontare percepito nel periodo d’imposta e le spese specificamente inerenti alla produzione dei compensi, secondo l’INPS, il committente deve applicare l’aliquota contributiva sul compenso lordo erogato al lavoratore, dedotte le spese poste a carico del committente e risultanti dalla ricevuta (o notula) di pagamento. Il lavoratore autonomo occasionale soggetto all’obbligo di iscrizione presso la gestione separata ha diritto:
a) alla corresponsione dell’assegno per il nucleo familiare secondo la disciplina prevista per i lavoratori iscritti a tale gestione (al di sotto del limite reddituale annuo di 5000 euro l’assegno non è riconosciuto, non essendo previsto l’obbligo di iscrizione alla gestione separata);
b) alle prestazioni di malattia e maternità. Ai lavoratori autonomi occasionali che sono esclusi dall’obbligo d’iscrizione alla gestione separata, non può essere riconosciuta alcuna tutela di malattia e di maternità, mancando i requisiti assicurativi e contributivi richiesti. Per il lavoro occasionale non sono previsti obblighi assicurativi. In entrambi i casi esaminati non è necessario elaborare un prospetto di paga: è sufficiente una ricevuta. La tassazione è identica nei due casi prospettati.
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