# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 105b9fe8-bf57-51b6-a0ff-bf70df52745a
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2003
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** Substantive Criminal

## Facts

in fatto: A.
Con sentenza del 17 marzo 2003 la presidente della Corte delle assise correzionali di Lugano ha riconosciuto _ autore colpevole di ripetuta coazione sessuale e di infrazione alla legge federale sul domicilio e la dimora degli stranieri. Essa ha accertato che in tre occasioni l'imputato aveva costretto l'amica _ a praticargli una fellazione: l'8 febbraio 2002 al proprio domicilio di via _, il 18 aprile 2002 al domicilio della donna in via _ e una sera del giugno 2002 in un parco di _. Inoltre fra il maggio del 2000 e l'agosto del 2002 l'imputato aveva soggiornato in Svizzera senza permesso. In applicazione della pena, la presidente della Corte ha condannato _, recidivo, a 2 anni e 3 mesi detenzione (computato il carcere preventivo sofferto), all'espulsione dalla Svizzera per di 10 anni e alla rifusione di fr. 26'223.80 a _, costituitasi parte civile. Essa ha disposto infine svariate confische.
B.
Contro la sentenza di assise _ ha introdotto il 18 marzo 2003 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione scritta, presentata il 28 aprile successivo, egli chiede di essere prosciolto dall'accusa di coazione sessuale per quanto riguarda gli episodi del 18 aprile 2002 e del giugno 2002, con conseguente ricommisurazione della pena. In subordine egli postula una riduzione della pena inflittagli. Nelle sue osservazioni del 19 maggio 2003 il Procuratore pubblico propone di respingere il ricorso. La medesima conclusione formula _ con osservazioni del 20 maggio 2003.

## Considerations

Considerando
in diritto: 1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 cpv. 1 lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 cpv. 1 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche erroneo, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 127 I 54 consid. 2b pag. 56, 126 I 168 consid. 3a pag. 170, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 125 II 10 consid. 3a pag. 15) o fondato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di arbitrio. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 128 I 177 consid. 2.1 pag. 182, 273 consid. 2.1 pag. 275, 125 II 129 consid. 5b pag. 134, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 124 I 208 consid. 4a pag. 211).
2.
Il ricorrente rimprovera alla prima Corte di essere caduta in arbitrio per non avere ravvisato le evidenti differenze tra l'accaduto dell'8 febbraio 2002 e quanto si è verificato in seguito. Pur ammettendo che in aula il suo precedente patrocinatore aveva riconosciuto l'applicabilità dell'art. 189 CP all'episodio dell'8 febbraio 2002 (in realtà il precedente patrocinatore aveva riconosciuto, almeno nei fatti, anche le altre due coazioni sessuali: sentenza, pag. 46), egli fa carico alla prima giudice di avere trascurato che a quel tempo egli viveva con la donna e di avere sorvolato sul comportamento tenuto da quest'ultima dopo l'8 febbraio 2002, circostanze fondamentali per stabilire se egli potesse credere che l'amica fosse o non fosse consenziente. Invece – egli sostiene – la Corte di merito si è limitata a insistere sulla credibilità di lei, in particolare per quanto riguarda il noto episodio dell'8 febbraio 2002. Tutto essa ha ignorato sulla durata del rapporto di coppia (iniziato nell'ottobre del 2001 e terminato nel marzo del 2002) e sull'intensità della relazione sentimentale, nonostante _ fosse venuta a sapere subito dei trascorsi malavitosi di lui e nonostante i violenti litigi sorti tra i due, che non avevano impedito la convivenza.
a)
Quanto l'autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3), che vincola la Corte di cassazione e di revisione penale. Il relativo apprezzamento quindi può essere criticato solo per arbitrio (sopra, consid. 1). In concreto la Corte di assise ha ritenuto fuori dubbio che gli atti incriminati siano avvenuti contro la volontà di _, piegata dal clima di intimidazione creato dall'accusato a forza di percosse, minacce e violenze psicologiche. Essa ha pure ritenuto fuori dubbio che tali pressioni fossero atte a coartare la donna, la quale sapeva che il ricorrente apparteneva ad associazioni criminali di nota ferocia e aveva direttamente constatato come, dandosene il caso, l'uomo sapesse passare dalle parole ai fatti (sentenza, pag. 48). La Corte di assise ha accertato altresì che il ricorrente ha consapevolmente esercitato pressioni su di lei, l'ha consapevolmente minacciata perché aderisse alle sue richieste e si è reso perfettamente conto di essere riuscito nell'intento, come risultava anche da riscontri oggettivi, in specie dalle lettere minatorie da lui inviate alla donna (sentenza, pag. 49).
b)
Ciò posto, la prima giudice ha accertato che il ricorrente sapeva – almeno con dolo eventuale – che nei tre frangenti incriminati egli stava sfruttando la paura dell'amica e che grazie a ciò otteneva la prestazione richiesta. E della situazione egli si era accomodato anche la sera dell'8 febbraio quando, dopo avere picchiato duramente la donna e averla rincorsa mentre questa cercava di sfuggirgli, l'aveva riportata in casa e le aveva imposto di praticargli la fellazione (sentenza, pag. 50). Pure nel marzo successivo l'imputato non poteva ignorare che stava coartando l'amica, la quale piangeva dopo essere stata frustata perché non aveva voluto usare su di sé un pene di lattice e si era vista poi mingere addosso. La Corte ha ritenuto che in simili situazioni di umiliazione e di prevaricazione un uomo non possa seriamente supporre di far cedere una donna per libera scelta. Né era necessario che in condizioni del genere la vittima reagisse con maggiore insistenza, la situazione essendo chiara (sentenza, pag. 50 seg.). Altrettanto vale, secondo la presidente della Corte, per l'episodio del giugno 2002, quando l'imputato si era fatto praticare un coito orale a _. Anche in tal caso l'imputato era ben cosciente – almeno per dolo eventuale – di sfruttare le pressioni psicologiche riconducibili al clima di intimidazione da lui creato, tanto più che i rapporti intimi fra i due erano ormai cessati. Anche in quell'occasione egli aveva fatto uso di percosse, ancorché si trattasse di sberle non troppo violente. Inoltre egli era conscio che l'amica aveva desiderio di rispettabilità e attribuiva grande importanza alla propria immagine, sicché mai avrebbe accondisceso a pratiche siffatte in un luogo aperto al pubblico (sentenza, loc. cit).
c)
Nelle circostanze descritte il ricorrente non può dolersi di arbitrio nell'accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove solo perché l'8 febbraio 2002 egli viveva ancora con _ e perché tale relazione era continuata anche in seguito, sebbene lei fosse al corrente dei suoi trascorsi poco rassicuranti. Certo, la donna avrebbe potuto por fine alle prevaricazioni con una denuncia all'autorità. La prima Corte ha accertato però, anche in base alla perizia psichiatrica, che la donna si trovava in uno stato di totale sudditanza: atterrita, vedeva messa a repentaglio la reputazione, temeva per la propria vita e per quella dei suoi amici, riteneva che l'intervento di terzi avrebbe creato danni maggiori rispetto a quanto stava vivendo e credeva di potersi liberare pian piano dell'imputato. Sempre in tali condizioni, del resto, essa aveva accettato di frequentarlo (sentenza, pag. 46 seg.). Invano il ricorrente lamenta arbitrio evocando il contesto della vicenda, segnatamente il fatto che durante la convivenza la donna intrattenesse con lui rapporti intimi all'insegna di una certa schiettezza nelle abitudini. Intanto, per ammissione dell'imputato stesso, nel giugno 2002 i rapporti erano ormai cessati da tempo (sentenza, pag. 50). Oltre a ciò, senza cadere in arbitrio la prima Corte poteva ritenere che i tre episodi incriminati denotavano le medesime caratteristiche: si trattava di atti sessuali commessi in palese asservimento della vittima, la quale era stata rincorsa, percossa duramente e riportata a casa (8 febbraio 2002), frustata e costretta a manipolare un pene di gomma, vedendosi poi orinare addosso (18 aprile 2002), schiaffeggiata (giugno 2002). Pretendere in assenza di qualsiasi patologia che si trattasse di ordinari episodi rientranti nel rapporto di coppia non è serio.
d)
Il ricorrente insiste nel rimproverare alla prima Corte di avere negletto l'atteggiamento contraddittorio della donna, la quale aveva accettato di frequentarlo anche dopo l'8 febbraio 2002, aveva accettato di trascorrere con lui e la sua famiglia alcuni giorni nel periodo pasquale e aveva accettato, facendosi promettere che quella sarebbe stata l'ultima volta, di accompagnarlo a cena il 18 aprile 2002, il giorno del secondo episodio incriminato. Manifestamente appellatoria, la doglianza è impropria a sostanziare una censura di arbitrio. Così come trascura il potere cognitivo della Corte di cassazione e di revisione penale chiamata a statuire su un divieto dell'arbitrio l'argomento legato alle dichiarazioni rese dall'amica sull'episodio del 18 aprile 2002, e ciò al fine di individuarne contraddizioni e di dedurne in qualche modo un consenso. Anche in tal caso l'impostazione appellatoria del ricorso è evidente, il ricorrente limitandosi a proporre una chiave di lettura propria, senza però lontanamente dimostrare perché la prima giudice avrebbe compiuto un palese errore di valutazione ritenendo che la donna fosse vittima di un consapevole abuso.
e)
Difendendosi una volta ancora come se si trovasse di fronte a un'autorità di appello munita di pieno potere cognitivo anche nel giudicare questioni di fatto e apprezzamenti delle prove, il ricorrente contesta le pressioni psicologiche da lui esercitate e il clima di pesante intimidazione instaurato. Se non che, egli contrappone semplicemente la propria versione dei fatti a quella della prima Corte, ciò che non è ammissibile. Né bastano le critiche alla concludenza delle perizie mediche e al comportamento di _ in occasione dell'ultimo episodio incriminato per definire altamente probabile, se non verosimile, che la solitudine nella vita dell'amica e la sua visione del rapporto con gli uomini fuorviassero al punto da lasciar credere che essa fosse una donna consenziente. Poco importa che la questione non sia stata specificatamente istruita. I veri motivi che hanno spinto la Corte di assise a ravvisare la consapevolezza dell'imputato sulla dipendenza psicologica e quindi sulla coartazione dell'amica nelle tre occasioni incriminate figurano da pag. 49 a 51 della sentenza impugnata, argomenti con cui il ricorrente non si confronta e che mal si intravede come potrebbero rivelarsi arbitrari.
3.
Il ricorrente critica altresì la pena inflittagli, che giudica contraria all'art. 63 CP. Ora, nella commisurazione della pena il giudice del merito fruisce di ampia autonomia. La Corte di cassazione e di revisione penale interviene solo – come il Tribunale federale – ove la sanzione si ponga al di fuori del quadro edittale, si fondi su criteri estranei all'art. 63 CP, disattenda elementi di valutazione prescritti da quest'ultima norma oppure appaia esageratamente severa o esageratamente mite, al punto da denotare un abuso del potere di apprezzamento (DTF 127 IV 10 consid. 2 pag. 19, 123 IV 49 consid. 2a pag. 51, 150 consid. 2a pag. 152 con richiami; cfr. anche DTF 123 IV 107 consid. 1 pag. 109). Quanto ai criteri determinanti per la sua fissazione della pena, essi figurano in DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 166 IV 288 consid. 2a pag. 289.
a)
Nell'infliggere la pena di 2 anni e 3 mesi di reclusione per ripetuta coazione sessuale e infrazione alla legge federale sul domicilio e la dimora degli stranieri la presidente della Corte ha giudicato grave, anzitutto, la colpa dell'imputato riferita agli abusi sessuali, avendo costui agito senza scrupoli e con totale indifferenza di fronte alle implorazioni della vittima. Egli non aveva esitato a soddisfare coscientemente i suoi egoistici desideri e a infliggere con modalità perverse per un periodo prolungato pesanti sofferenze alla donna che pretendeva di amare, fino a renderla malata. Ciò denotava crudeltà, l'imputato non avendo dimostrato remore nel causare un grave danno del cui avverarsi era pienamente consapevole. Ad aggravare la situazione concorrevano l'infrazione alla legge federale sul domicilio e la dimora degli stranieri (art. 68 n. 1 CP) e la recidiva (art. 67 CP). Donde, im definitiva, la condanna a 2 anni e 3 mesi di detenzione (sentenza, pag. 51 seg.).
b)
Secondo il ricorrente, la prima giudice ha disatteso le esigenze di motivazione della pena fissate dal diritto federale, trascurando di indicare sia i fattori oggettivi che riguardano l'atto commesso, sia i fattori attinenti alla personalità dell'autore, trascurando finanche di precisare l'incidenza attribuita a ognuno di essi.
aa)
Quanto ai criteri determinanti per la commisurazione della pena, la gravità della colpa è fondamentale. L'art. 63 CP stabilisce esplicitamente, del resto, che il giudice commisura la pena alla colpa del reo tenendo conto dei motivi a delinquere, della vita anteriore e della condizioni personali di lui. Per valutare la gravità della colpa entrano in considerazione svariati fattori: le circostanze che hanno indotto il soggetto ad agire, il movente, l'intensità del proposito (determinazione) o la gravità della negligenza, il risultato ottenuto, l'eventuale assenza di scrupoli, il modo di esecuzione del reato, l'entità del pregiudizio arrecato volontariamente, la durata o la reiterazione dell'illecito, il ruolo avuto in seno a una banda, la recidiva, le difficoltà personali o psicologiche, il comportamento tenuto dopo il reato (collaborazione, pentimento, volontà di emendamento). Inoltre occorre considerare la situazione familiare e professionale dell'autore, l'educazione da lui ricevuta e la formazione seguita, l'integrazione sociale, gli eventuali precedenti penali e la reputazione in genere (DTF 124 IV 44 consid. 2a pag. 47 con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2a pag. 289). Esigenze di prevenzione generale, per converso, svolgono solo un ruolo di second'ordine (DTF 118 IV 242 consid. 2g pag. 350). Il principio della parità di trattamento, da parte sua, assume rilievo solo in casi eccezionali, nelle rare ipotesi in cui pene determinate in modo di per sé conforme all'art. 63 CP diano luogo a un'obiettiva disuguaglianza; il confronto tra casi concreti suole invece essere infruttuoso, ogni fattispecie dovendo essere giudicata in base alle sue individualità soggettive e oggettive (DTF 123 IV 150, 116 IV 292; v. anche DTF 124 IV 44 consid. 2c pag. 47).
bb)
Per diritto federale incombe al giudice di merito esporre, nei motivi della sua decisione, gli elementi essenziali relativi all'atto o all'autore da egli considerati, in modo che sia possibile verificare tutti gli aspetti determinanti e la loro valutazione, sia in senso attenuante o aggravante. Il giudice di merito può passare sotto silenzio gli elementi che, senza abuso o eccesso di apprezzamento, gli appaiono senza importanza o di peso trascurabile. Egli non è tenuto nemmeno a esprimere in cifre o in percentuali l'importanza accordata a ogni elemento considerato. Deve giustificare tuttavia la pena inflitta, permettendo di seguire il ragionamento da egli adottato (DTF 127 IV 101 consid. 2c pag. 104 con richiami).
cc)
Le critiche mosse alla prima giudice non possono essere condivise. Dalla motivazione – ancorché sintetica – appare evidente che nell'infliggere 2 anni e 3 mesi di detenzione, la prima giudice si è prevalentemente fondata, dandone ragione, sulla colpa dell'imputato per le reiterate coazioni sessuali, ritenendola particolarmente grave sia per il modo con cui egli ha agito (mancanza di scrupoli), sia per i motivi a delinquere (soddisfazione egoistica), sia per le sofferenze causate alla vittima, sia per il danno psichico arrecato, del cui avverarsi era pienamente consapevole. A ciò si cumulava l'altro reato (ancorché meno grave) e la recidiva conseguente alla condanna in Germania a 4 anni di reclusione per istigazione a traffico illegale d'armi e possesso illegale di una pistola semiautomatica con silenziatore, scontata fino al 13 aprile 2000 (sentenza, pag. 9). È vero che la presidente della Corte non ha specificato il peso attribuito alle due circostanze (sentenza, pag. 51). Dalla motivazione risulta evidente, nondimeno, che i reati sessuali hanno inciso in modo determinante. Si aggiunga che, contrariamente all'opinione del ricorrente, egli non è stato considerato recidivo specifico, nel senso che non è stato condannato per un reato delle stessa natura. La Corte si è limitata ad applicare l'art. 67 CP perché egli ha delinquito di nuovo quando non erano ancora trascorsi cinque anni dalla sua precedente liberazione condizionale (sentenza, pag. 52).
c)
Secondo il ricorrente, la pena sarebbe in ogni modo esageratamente severa avuto riguardo non soltanto alle sue condizioni personali, ma anche al comportamento della vittima, che lo ha indotto a ritenerla consenziente. Se non che, nella misura in cui il ricorrente si avvale di quest'ultima circostanza, il ricorso è inammissibile poiché fondato su fatti non soltanto non accertati nella sentenza impugnata, ma addirittura esclusi. Si è infatti visto che la prima giudice non ha travalicato il suo potere di apprezzamento escludendo che la donna fosse consenziente, rispettivamente che l'accusato avesse motivi per ritenerlo. La stessa conclusione si impone per l'altra critica; quali sarebbero le condizioni personali che osterebbero alla pena pronunciata il ricorrente non spiega.
4.
Richiamati i motivi già esposti, il ricorrente si duole infine della durata della pena accessoria dell'espulsione (10 anni), giudicandola arbitrariamente rigorosa. Carente di motivazione, il ricorso andrebbe dichiarato inammissibile già di primo acchito. In ogni modo esso andrebbe respinto, poiché di fronte al quadro enunciato nel consid. 1 della sentenza impugnata (vita anteriore dell'accusato) e ai gravi reati commessi, non è possibile far carico alla presidente della Corte di avere ecceduto o abusato del proprio potere di apprezzamento giudicando che, per ragioni di ordine pubblico, si giustifica un'espulsione di lunga durata.
5.
Se ne conclude
che, nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è destinato all'insuccesso. Gli oneri processuali seguono la soccombenza del ricorrente (art. 15 cpv. 1 e 9 cpv. 1 CPP), che rifonderà a _, la quale ha presentato osservazioni al ricorso per il tramite di un avvocato, un'indennità di fr. 1'500.– per ripetibili (art. 9 cpv. 6 CPP).