# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 5f28379d-c0c9-54b2-b375-d1855d2d34db
**Court:** TI_TRAC
**Chamber:** TI_TRAC_006
**Year:** 2020
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** nan

## Facts

ritenuto
in fatto: A.
Il 22 settembre 2014 CO 1 e il figlio PI 1 hanno sottoscritto una
“convenzione di retrocessione di prestiti”
. Premesso che la madre, viste le sue limitate capacità finanziarie, era stata aiutata economicamente dal figlio e che al momento della sottoscrizione, grazie alla vendita della sua casa di _, era in grado di restituire almeno parzialmente quanto da lui anticipatole, CO 1 ha restituito al figlio fr. 120'000.– calcolati forfettariamente in ragione di fr. 1'000.– mensili per gli ultimi dieci anni con la condizione risolutiva ch’egli sopravvivesse alla madre, altrimenti egli avrebbe rinunciato alla restituzione.
In stessa data, madre e figlio hanno inoltre firmato una
“convenzione di completazione di donazione con patto di riversione”
. Hanno precisato, nelle premesse, che CO 1 aveva donato nel corso del 1985 al figlio e all’allora nuora PI 2 fr. 190'000.– per la costruzione della loro casa unifamiliare e che nell’ambito del divorzio era stato convenuto che, anziché l’ex
moglie dovesse restituire alla suocera la propria metà di fr. 95'000.–
come convenuto al momento della donazione, ella potesse conservarla rinunciando alla metà della prestazione d’uscita della
cassa pensioni del marito, sicché quest’ultimo risultava essere l’unico
beneficiario della donazione di fr. 190'000.–. Egli ha quindi riconosciuto a favore della madre su tale somma, maggiorata degli interessi di mora del 4% a far tempo dal 1° gennaio 1985, un diritto di riversione
ex tunc
conformemente all’art. 247 CO nel caso fosse morto prima della madre.
PI 1 è deceduto il 7 agosto 2017.
B.
Con precetto esecutivo n. _ emesso il 17 gennaio 2019 dall’Ufficio di esecuzione di Lugano, CO 1 ha escusso l’abiatica RE 1 per l’incasso di fr. 120'000.– oltre agli interessi del 5% dal 1° dicembre 2018 e di fr. 190'000.– oltre agli interessi del 4% dal 1° gennaio 1985, indicando quale titolo di credito:
“Adempimento della Convenzione di retrocessione di prestiti rispettivamente della Convenzione di completazione di donazione con patto di riversione entrambe del 22.09.2014 sottoscritte dal sig. PI 1, padre della debitrice, di cui quest’ultima risulta essere l’unica erede”
.
C.
Avendo RE 1 interposto opposizione al precetto esecutivo, con istanza del 31 gennaio 2019 CO 1 ne ha chiesto il rigetto provvisorio alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 5.
All’udienza di discussione tenutasi il 29 marzo 2019, l’istante ha confermato la sua domanda, mentre la parte convenuta vi si è opposta producendo un allegato di risposta scritta che è stato integrato al verbale d’udienza. Con replica del 24 aprile 2019 l’istante ha riconfermato la propria domanda e con duplica del 16 maggio 2019 la convenuta ha ribadito il suo punto di vista.
D.
Statuendo con decisione del 28 agosto 2019, il Pretore ha accolto l’istanza e rigettato in via provvisoria l’opposizione interposta dalla parte convenuta, ponendo a suo carico le spese processuali di fr. 400.– e un’indennità di fr. 4'000.– a favore dell’istante.
E.
Contro la sentenza appena citata RE 1 è insorta
a questa Camera
con un reclamo del 12 settembre 2019
per ottenerne in via principale l’annullamento e la reiezione dell’istanza e in via subordinata la retrocessione della causa al primo giudice per nuovo giudizio.
Con decreto del 16 settembre 2019 il presidente della Camera ha accolto la domanda di effetto sospensivo presentata con l’impugnazione.
Nelle sue osservazioni del 2 ottobre 2019, PI 2
ha concluso per la reiezione del reclamo. Con replica spontanea dell’11 ottobre 2019 e con duplica spontanea del 17 ottobre 2019 le parti si sono riconfermate nelle loro posizioni contrastanti.

## Considerations

Considerando
in diritto: 1.
La sentenza impugnata – emanata in materia di rigetto dell’opposizione – è una decisione di prima istanza finale e inappellabile (art. 309 lett. b n. 3 CPC), contro cui è dato il rimedio del reclamo (art. 319 lett. a CPC) alla
Camera di esecuzione e fallimenti (CEF) del Tribunale d’appello (art. 48 lett. e n. 1 LOG) senza riguardo al valore litigioso
.
1.1
Pronunciata in procedura sommaria (art. 251 lett. a CPC), la decisione è impugnabile con reclamo entro dieci giorni dalla notificazione (art. 321 cpv. 2 CPC). Presentato il 12 settembre 2019 contro la sentenza notificata al patrocinatore di RE 1 il 4 settembre, in concreto il reclamo è tempestivo.
1.2
La Camera decide in linea di principio in base agli atti di causa della giurisdizione inferiore (art. 327 cpv. 1 e 2 CPC), limitando il suo esame, fatte salve carenze manifeste, alle censure motivate
(art. 321 cpv. 1 CPC) contenute nel reclamo (DTF 142 III 417 consid. 2.2.4).
Secondo l’art. 320 CPC con il reclamo possono essere censurati sia l’applicazione errata del diritto sia l’accertamento manifestamente errato dei fatti, fermo restando che sono inammissibili conclusioni, allegazioni di fatti e mezzi di prova nuovi (art. 326 cpv. 1 CPC).
a)
Nelle osservazioni al reclamo e in sede di duplica, CO 1 sostiene che siano da ritenere irricevibili, poiché nuove, le contestazioni esposte al punto 5.1 del reclamo, in cui RE 1 mette in discussione le premesse della
“convenzione di completazione di donazione con patto di riversione”
(doc. B).
b)
La reclamante, in effetti per la prima volta, afferma che da tale convenzione
“non si capisce”
in virtù di quale atto giuridicamente valido PI 2 avrebbe ceduto a PI 1 la sua qualità di donataria. Inoltre sostiene che gli accordi tra i coniugi al momento del divorzio nulla hanno a che vedere con i loro rapporti collettivi o individuali nei confronti di CO 1. Tali affermazioni non costituiscono però allegazioni di fatto nel senso dell’art. 326 CPC, ma semplici motivazioni cui la legge non pone particolari limiti, per tacere del fatto che la validità del titolo di rigetto va comunque esaminata d’ufficio (v. sotto consid. 5 e 6) e che le affermazioni in questione non hanno alcun rilievo ai fini del giudizio odierno.
c)
La reclamante contesta poi che al momento della donazione del 1985 fosse stato convenuto che in caso di divorzio i coniugi avrebbero dovuto restituire l’importo donato a CO 1. Anche questa censura non va confusa con un’allegazione di fatto, senza contare che già in prima sede la convenuta aveva sostenuto che
“l’atto di donazione era stato stipulato ed eseguito senza alcuna condizione addirittura 29 anni prima”
(v. pag. 7 della risposta). Parimenti è contestazione e non allegazione di fatti invocare l’assenza di prova dell’affermazione stante la quale PI 2
ha effettivamente rinunciato alla metà della cassa
pensione del marito e beneficiato in contropartita di fr. 95'000.–.
Vero è che, tuttavia, la mancata contestazione in prima sede di un fatto regolarmente allegato ha quale conseguenza che tale fatto va tenuto per certo senza bisogno di prova (art. 150 cpv. 1 CPC a contrario) e non può quindi più essere contestato in seconda sede se
non sussistono notevoli dubbi sulla sua realtà (art. 153 cpv. 2 CPC e sentenza della CEF 14.2017.51 del 21 settembre 2017, RtiD 2018 I 775 n. 49 c, consid. 5)
. La questione è invero teorica nel caso specifico perché le contestazioni della reclamante sono senza pertinenza per l’esito del giudizio odierno. Nulla osta pertanto a entrare nel merito del reclamo senza ulteriore indugio.
2.
In virtù dell’art. 82 LEF, il giudice pronuncia il rigetto provvisorio dell’opposizione ove il credito posto in esecuzione sia fondato su un riconoscimento di debito constatato mediante atto pubblico o scrittura privata (cpv. 1), a meno che l’escusso sollevi e giustifichi immediatamente eccezioni tali da infirmare il riconoscimento di debito (cpv. 2). La procedura di rigetto è una procedura documentale
(Aktenprozess)
, il cui scopo non è di accertare l’esistenza del credito posto in esecuzione bensì l’esistenza di un titolo esecutivo. Il giudice verifica solo la forza probante del titolo prodotto dal creditore – la sua natura formale – e vi conferisce forza esecutiva ove l’escusso non renda immediatamente verosimili eccezioni liberatorie (DTF 132 III 142 consid. 4.1.1). La decisione di rigetto provvisorio dispiega solo effetti di diritto esecutivo, senza regiudicata quanto all’esistenza del credito (DTF 136 III 587 consid. 2.3). Il pronunciato, quindi, non priva le parti del diritto di sottoporre nuovamente il litigio al giudice ordinario (art. 79 o 83 cpv. 2 LEF; DTF 136 III 530 consid. 3.2).
3.
Nella decisione impugnata, il Pretore ha constatato che la
“Convenzione di retrocessione di prestiti”
e la
“Convenzione di completazione di donazione con patto di riversione”
conchiuse entrambe il 22 settembre 2014 tra CO 1 e suo figlio PI 1 costituiscono validi titoli di rigetto dell’opposizione per gli importi posti in esecuzione nei confronti dell’abiatica RE 1. Ha d’altronde respinto le due eccezioni sollevate da quest’ultima.
In merito alla prima, secondo cui le convenzioni sarebbero nulle per vizio di forma siccome qualificabili come donazioni
mortis causa
volte a favorire la madre al decesso del figlio, il Pretore ha ritenuto che l’analisi giuridica delle convenzioni – che potrà essere eseguita
“in altra sede”
– esula dal potere cognitivo del giudice del rigetto, a cui basta appurare l’esistenza di un riconoscimento di debito chiaro, esplicito, non equivoco e non soggetto ad interpretazione alcuna, come lo è quello contenuto nelle due convenzioni. Egli ha inoltre rilevato che, in ogni caso, la qualifica di donazione
mortis causa
“appare infondata”
trattandosi
invece, come sostenuto dall’istante, di due negozi giuridici distinti, l’uno sottoposto a condizione risolutiva e l’altro inteso al completamento di una donazione con patto di riversione.
Relativamente alla seconda – e sussidiaria – eccezione, stante alla quale le convenzioni andrebbero comunque annullate per dolo avendole PI 1 sottoscritte ignorando la reale situazione finanziaria della madre, descritta come quasi indigente nelle premesse della
“Convenzione di retrocessione di prestiti”
, sebbene disponesse in realtà di oltre fr. 600'000.– presso la Banca _, il Pretore ha ritenuto che quanto asserito dalla convenuta circa l’ignoranza dell’esistenza dei beni materni è una mera affermazione di parte che non trova alcun riscontro negli atti e per di più viene smentita dalla procura sui conti presso la Banca _, di cui dispone sia PI 1 fin dal 10 giugno 1998, sia RE 1 fin dal 20 ottobre 2000.
4.
Nel reclamo
RE 1
rimprovera dapprima al Pretore di non aver esaminato d’ufficio l’eccezione di nullità delle due convenzioni, ovvero dei titoli di rigetto (v. sotto consid. 6). Ribadisce poi i suoi argomenti relativi alla qualifica di donazioni
mortis causa
delle convenzioni (sotto consid. 7 e 8). Per quanto concerne l’eccezione di dolo, la reclamante ritiene che non spettava a lei dimostrare che suo padre ignorava le risorse della madre (sotto consid. 9).
5.
In ogni stadio di causa (quindi anche in sede di reclamo), il giudice esamina d’ufficio, a prescindere dalle allegazioni delle parti, se la documentazione prodotta costituisce valido titolo di rigetto dell’opposizione e se vi è identità tra l’escutente indicato sul precetto esecutivo (e nell’istanza) e il creditore designato nel titolo, tra l’escusso e il debitore menzionato nel titolo e tra la pretesa posta in esecuzione e il debito accertato o riconosciuto (DTF 139 III 447 consid. 4.1.1).
Nel caso specifico è pacifico –
persino la reclamante lo ammette –
che entrambe le convenzioni (doc. A e B) costituiscono in sé un valido titolo
di r
igetto dell’opposizione per le somme poste in esecuzione
.
In effetti, il riconoscimento dei debiti
di
fr. 120'000.– e fr. 190'000.– firmato da suo defunto padre vale titolo di rigetto provvisorio dell’opposizione verso di lei nella sua qualità di erede unica, debitamente dimostrata (doc. E) e rimasta incontestata (v. sentenza del Tribunale federale 5A_635/2008 del 23 gennaio 2009 consid. 2.3; cfr. art. 560 cpv. 2 CC). Per il primo debito il rigetto si estende agli interessi di mora del 5% (art. 104 cpv. 1 CO) dal 1° dicembre 2018 (primo giorno dopo l’interpellazione dell’8 novembre 2018, v. doc. F) e per il secondo agli
interessi del 4% dal 1° gennaio 1985 (come si evince dalla stessa convenzione,
doc. B).
6.
A norma dell’art. 82 cpv. 2 LEF, all’escusso incombe l’onere di rendere verosimili le eccezioni e obiezioni che deduce in giudizio (DTF 132 III 142 consid. 4.1.1 con rinvii). Esse non solo devono essere esposte in modo convincente, ma devono anche essere sostanziate in modo perlomeno verosimile nel senso che a conforto delle allegazioni devono esserci riscontri oggettivi (
Staehelin
in:
Basler Kommentar, SchKG I, 2
a
ed. 2010,
n. 87 seg. ad art. 82 LEF), di principio documentali (art. 254 cpv. 1 CPC; DTF 145 III 23 consid. 4.1.2).
6.1
Ora, se è vero che il giudice del rigetto
in una prima fase deve constatare l’esistenza di un riconoscimento di debito nel senso
dell’art. 82 cpv. 1 LEF (v. sopra consid. 5),
a fronte di eccezioni od obiezioni
sollevate dall’escusso il giudice deve anche, stante
l’art. 82 cpv. 2 LEF,
appurare se le stesse sono verosimili in fatto e in diritto e respingere l’istanza ove ricavi l’impressione, sulla scorta d’indizi oggettivi che risultano dagli atti, che le eccezioni sono fondate, senza dover escludere la possibilità, altrettanto probabile, che non lo siano (sentenza della CEF 14.2018.150 del 27 maggio 2019, consid. 4.2/aa con rinvii). Egli deve esaminare perfino d’ufficio le eccezioni di nullità qualora
a un esame di mera verosimiglianza la nullità appaia manifesta (sentenza della CEF
14.2019.112 dell’8 novembre 2019, consid. 7.2 con rinvii).
6.2
Nel caso di specie tale esame manca (quasi) completamente. Il Pretore ha in effetti ritenuto che l’analisi giuridica delle convenzioni – necessaria alfine di valutare l’eventuale nullità delle stesse – esula dal suo potere cognitivo. Su questo punto la decisione impugnata si rivela quindi giuridicamente errata. Il giudice di prime cure ha però poi rilevato che ad ogni modo tale eccezione andrebbe respinta poiché
“appare infondata”
.
Sotto questo profilo la decisione è invece priva di motivazione. Ciò nonostante, la causa non gli va rinviata, come chiesto in via sussidiaria con il reclamo, poiché è
matura per il giudizio, entrambe le parti avendo avuto la facoltà di esprimersi sulla questione, sicché la Camera può senz’altro statuire direttamente sulle censure della reclamante
(art. 327 cpv. 3 lett. b CPC).
7.
Per quanto concerne la
pretesa nullità della
“Convenzione di retrocessione di prestiti”
(doc. A), RE 1 sostiene che secondo gli stessi termini dell’accordo CO 1 non fa alcuna donazione al figlio, ma gli
“restituisce”
quanto egli le ha
“
anticipato”
. Non trattandosi di una donazione, non poteva essere convenuto
un patto di riversione, perciò la convenzione sarebbe nulla poiché impossibile (art. 20 CO). Ad ogni modo – prosegue la reclamante – firmando la convenzione la madre si è riconosciuta debitrice nei confronti del figlio, di modo che, anche volendo ammettere che l’importo dovesse essere corrisposto alla madre vista la premorienza del figlio, si andrebbe automaticamente a ripristinare il debito di lei nei confronti di lui, rispettivamente della sua erede RE 1
, il che comporterebbe l’automatica compensazione delle
pretese. Inoltre, tramite tale convenzione CO 1 avrebbe estinto un debito nei confronti del figlio, sicché la rinuncia volontaria a tale restituzione in caso di sua premorienza equivarrebbe a una donazione
mortis causa
a favore della madre ai sensi dell’art. 245 cpv. 2 CO.
A mente di CO 1, per contro, il figlio le ha spontaneamente elargito prestazioni e, senza che ne fosse obbligata, ella ha poi deciso di rifondergli fr. 120'000.– una volta venduta la casa di _. Le prestazioni sarebbero quindi state eseguite da entrambe le parti in modo del tutto spontaneo e senza obblighi. Ne consegue che se le fosse corrisposto quanto le spetta secondo la convenzione, ella non sarebbe in alcun modo debitrice nei confronti dell’escussa. Si tratta a suo dire di un atto tra vivi sottoposto a condizione risolutiva (art. 154 CO), secondo cui il figlio non
intendeva beneficiare di tale
“devoluzione”
o
“spontanea restituzione senza obblighi”
nel caso in cui non potesse beneficiarne personalmente, ovvero nel caso in cui fosse deceduto prima della madre.
7.1
La controversia verte sul fatto di sapere se, ad un sommario esame (art. 82 cpv. 2 LEF), la clausola di restituzione dei fr. 120'000.– all’istante sia da qualificare come una disposizione per causa di morte – o meglio una rinuncia del figlio, cioè una donazione
mortis causa
(cfr. art. 239 cpv. 2 CO
a contrario
) – da considerare
nulla perché non è stata redatta nelle
forme delle disposizioni a causa di morte (art. 245 cpv. 2 CO), oppure un atto tra vivi sottoposto alla condizione risolutiva della premorienza del figlio (ossia una donazione della madre con patto di riversione secondo l’art. 247 CO).
a)
Per distinguere tra disposizione per causa di morte e atto tra vivi occorre determinare se, secondo la volontà delle parti, il negozio giuridico debba gravare il patrimonio del donatore già quando è in vita a partire dalla conclusione del contratto o se concerne unicamente la sua successione. Ciò dipende dal momento in cui il negozio giuridico esplica i suoi effetti (ATF 110 II 156, consid.
2/a;
Tercier/Bieri/Carron
, Les contrats spéciaux, 5
a
ed. 2016, n. 1540).
In altri termini, l’atto tra vivi vincola il donatore prima del suo decesso nel senso che a partire dalla conclusione del contratto è limitato nel suo diritto di disporre del bene oggetto della donazione, mentre la disposizione per causa di morte lo vincola solo a partire dal suo decesso e fintantoché è in vita conserva tutti i suoi diritti su tale bene (
B
addeley
in: Commentaire romand, Code des obligations I, 2
a
ed. 2012, n. 56 ad art. 245 CO).
b)
Secondo la dottrina maggioritaria (
B
addeley,
op. cit., n. 52 e 53 ad art. 245 e i rinvii)
l
a
donazione
mortis causa
è considerata un atto tra vivi
, in quanto
grava il patrimonio del donatore già quando è in vita, ma viene nondimeno sottoposta alle forme delle disposizioni a causa di morte (art. 245 cpv. 2 CO), perché i suoi effetti cominciano solo quando sopraggiunge il decesso del donatore e quindi, più che lui, concerne i suoi eredi, tenuti poi ad eseguire la donazione (
Tercier/Bieri/Carron
, op. cit., n. 1541).
7.2
Nel caso in esame, la restituzione dei fr. 120'000.– sarebbe di primo acchito da qualificare come un atto tra vivi qualora la madre li avesse regalati al figlio (tesi dell’istante) e come una donazione a causa di morte se invece glieli avesse versati in rimborso delle prestazioni da lui elargite in suo favore in precedenza (tesi della reclamante). Ora, la stessa designazione come
“Convenzione di retrocessione di prestiti”
(doc. A) lascia già supporre che quanto elargito
dal figlio fosse per l’appunto un prestito (un anticipo), tanto che CO 1, con il versamento
di fr. 120'000.–, premette di
“restituire perlomeno parzialmente al figlio PI 1 quanto da quest’ultimo anticipatole”
(doc. A pag. 1 ad c) ed egli
“si dichiara tacitato di ogni e qualsiasi pretesa nei confronti della madre”
(pag. 2 ad 3).
A prima vista si tratta di un accordo di estinzione parziale del debito con annullamento dell’eccedenza ai sensi dell’art. 115 CO. La tesi della reclamante appare così più verosimile di quella dell’istante, che non poggia su elementi oggettivi e concreti ed è contraddetta dal testo della stessa convenzione. Il reclamo va dunque accolto su questo punto.
8.
Per quanto attiene all’affermata nullità della
“Convenzione di completazione di donazione con patto di riversione”
(doc. B), RE 1
ritiene che una convenzione in cui le parti convengono di aggiungere un patto di riversione a una donazione incondizionata avvenuta ben ventinove anni prima non è ammissibile e non ha giuridicamente senso. In effetti, il donatore può riservarsi un tale diritto al più tardi al momento stesso in cui avviene la donazione (art. 247 CO) proprio perché la controparte può così decidere se accettare o meno la donazione. Ne consegue che, a sua mente, l’aggiunta del patto di riversione è in realtà da considerare come un negozio giuridico nuovo e indipendente, da qualificare come una donazione
mortis causa
a favore dell’istante, siccome suo padre non aveva alcun obbligo di accettarlo. La reclamante contesta poi la pattuizione d’interessi di mora del 4% dal 1° gennaio 1985 argomentando che la cosa oggetto di riversione dev’essere restituita come ricevuta, senza interessi né indennità di sorta. Secondo lei, comunque sia, è semmai possibile chiedere gli interessi a partire dalla morte del donatario, ovvero dal 7 agosto 2017, e sicuramente non dal giorno della donazione avvenuta nel 1985.
Per CO 1, invece, non è vero che il patto di riversione debba forzatamente essere concluso nel momento stesso della donazione, nessuna norma vietando una pattuizione successiva. Concorda poi con la controparte che PI 1 non era obbligato ad accettare un tale patto di riversione
a posteriori
, ma ha liberamente deciso di concluderlo. Per quanto concerne gli interessi di mora, CO 1 ribatte che è possibile prevedere un patto di riversione
ex tunc
vista la natura dispositiva dell’art. 154 CO.
8.1
In realtà, il patto di riversione dev’essere stipulato nel contratto di donazione (
B
addeley,
op. cit., n. 2 ad art. 247) per esplicare gli effetti previsti dall’art. 247 CO senza necessitare di una manifestazione di volontà supplementare delle parti (cfr.
Pichonnaz
in: Commentaire romand, Code des obligations I, 2
a
ed. 2012, n. 3 ad art. 154 CO). Vero è che il principio dell’autonomia della volontà non esclude che un contratto inizialmente incondizionato venga poi subordinato a una condizione (in tal senso:
Pichonnaz,
op. cit., n. 2 ad art. 154 e il rinvio alla DTF 84 II 364 consid. 1). Ciò richiede però una nuova manifestazione di volontà.
8.2
Nel caso di specie, con ogni verosimiglianza la donazione, inizialmente (nel 1985) subordinata alla sola condizione risolutiva del divorzio, è diventata definitiva, ad esclusivo beneficio del figlio PI 1, al momento del divorzio (nel 1996, v. doc. C). Non poteva più, nel 2014, essere revocata né modificata senza un nuovo accordo (cfr. art. 244 CO
a contrario
). La convenzione in esame (doc. B), a dispetto del suo testo (art. 18 cpv. 1 CO), prevede in realtà implicitamente la restituzione alla madre di quanto da lei donato al figlio (per una metà nel 1985 e per l’altra nel 1996) nel caso in cui egli fosse deceduto prima di lei
. Non vincolata a una contropartita della madre né a un obbligo preesistente del figlio nei
suoi confronti,
la convenzione è qualificabile, a una sommaria analisi,
come una donazione
mortis causa
, da reputarsi
nulla perché non è stata redatta nelle
forme delle disposizioni a causa di morte (art. 245 cpv. 2 CO). L’eccezione di nullità sollevata dalla reclamante appare quindi verosimile, o perlomeno più verosimile della tesi contraria dell’istante, la quale anzi ammette che
“si teneva a favorire la parte che avrebbe sopravvissuto all’altra”
(osservazioni al reclamo, pag. 7 ad 9).
9.
Visto l’esito del giudizio odierno, non occorre pronunciarsi sull’eccezione d’annullamento per dolo. La sentenza odierna, ad ogni modo, non priva la procedente del diritto di sottoporre eventualmente il litigio al giudice ordinario, alfine di far accertare la propria pretesa e ottenere così il rigetto definitivo dell’opposizione (art. 79 LEF e sopra consid. 2).
10.
In entrambe le sedi
la tassa, stabilita in applicazione degli art. 48 e 61 cpv. 1 OTLEF (RS 281.35), come le ripetibili,
determinate in virtù dell’art. 11 cpv. 1-2 RTar (
RL 178.310
) per il rinvio del
l’art. 96 CPC,
seguono la soccombenza (art. 106 cpv. 1 CPC).
11.
Circa i rimedi esperibili sul piano federale (art. 112 cpv. 1 lett. d LTF), il valore litigioso, di fr. 310'000.–, supera ampiamente la soglia di
fr. 30'000.– ai fini dell’art. 74 cpv. 1 lett. b LTF.