# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 26ac8cb9-6e28-5cda-8ca9-c4e57633a3b6
**Court:** TI_TCAS
**Chamber:** TI_TCAS_001
**Year:** 2016
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** nan

## Facts

ritenuto
in fatto
1.1. RI 1, cittadina della _ nata nel 1968, dal gennaio 2007 è sposata con _, 1965, cittadino sia svizzero che _, e dal giugno 2007 possiede un permesso B di dimora familiare (docc. 29 e 48). Con decisione del 7 ottobre 2014 (doc. 18) l’assicurata è stata posta retroattivamente dal 1° agosto 2012 al beneficio di una rendita di invalidità e da circa 4 anni riceve delle prestazioni assistenziali per sé, il marito e la figlia (doc. IVbis).
1.2. Il 30 gennaio 2015 (doc. 46) l’assicurata ha chiesto di beneficiare di prestazioni complementari all’AI e con decisione del 13 marzo 2015 (doc. 50) la Cassa cantonale di compensazione ha respinto detta domanda, ritenendo non essere adempiuto il presupposto della dimora ininterrotta nel nostro Paese per almeno 10 anni previsto dall’art. 5 cpv. 1 LPC.
1.3. Con l’opposizione del 28 aprile 2015 (doc. 58) l’assicurata, rappresentata dalla RA 1, ha fatto valere che essendo moglie di un cittadino svizzero, gli Accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone non possono esserle applicati non essendovi un elemento transfrontaliero. Pertanto, contrariamente agli artt. 2 e 4 del regolamento (CE) n. 883/2004 che permettono ai familiari di un cittadino di uno Stato membro dell’Unione Europea di beneficiare degli stessi diritti di un cittadino svizzero e quindi di non sottostare alla condizione della dimora ininterrotta di 10 anni, nell’evenienza concreta vi sarebbe una “discriminazione al contrario”, “interna”, giacché essa non avrebbe diritto alle prestazioni complementari e quindi sarebbe discriminata rispetto alla moglie di un cittadino europeo. A suo dire, la LPC non si esprimerebbe sulla questione a sapere se i cittadini non europei familiari di un cittadino svizzero debbano avere una posizione discriminata rispetto ai cittadini non europei familiari di un cittadino europeo, per i quali trova invece applicazione l’art. 4 LPC. In virtù dell’art. 8 cpv. 2 Cost. fed., che vieta la discriminazione, l’interessata dovrebbe dunque avere diritto alle PC alle stesse condizioni di un cittadino svizzero, essendo essa un familiare di un cittadino svizzero.
Saputo che il marito della sua assistita è anche cittadino _, il 6 maggio 2015 (doc. 63) la rappresentante dell’assicurata ha chiesto che il diritto alle prestazioni complementari sia stabilito unicamente in applicazione dell’ALC e del regolamento (CE) n. 883/2004 e quindi in base al principio della parità di trattamento sancito dall’art. 4 di detto regolamento, ciò che eliminerebbe la condizione della dimora di 10 anni (art. 4 cpv. 1 LPC) essendo un familiare di un cittadino di uno Stato membro.
1.4. Il 7 agosto 2015 (doc. A2) la Cassa cantonale di compensazione ha respinto l’opposizione dell’assicurata, confermando che determinante ai fini delle PC è che
il richiedente
delle prestazioni soddisfi personalmente le condizioni previste dal N. 2110.01 DPC. Pertanto, essendo cittadina _ dimorante su suolo svizzero dal 2007 con permesso B, farebbe difetto la condizione dell’art. 5 cpv. 1 LPC della dimora di 10 anni.
Gli Accordi bilaterali non sarebbero quindi applicabili in virtù del fatto che fa stato la nazionalità della
richiedente
, mentre quella del marito oppure della figlia della richiedente, che sia svizzera o di un altro Stato convenzionato, non avrebbe alcuna incidenza sul suo diritto
personale
alle prestazioni complementari.
Nessuna Convenzione sulla sicurezza sociale tornerebbe poi applicabile, perciò farebbe stato unicamente l’art. 5 cpv. 1 LPC.
1.5. Con ricorso del 14 settembre 2015 (doc. I) RI 1, sempre rappresentata dalla RA 1, riprendendo e sviluppando ulteriormente le motivazioni già espresse con l’opposizione ha chiesto di riconoscerle il diritto alle prestazioni complementari.
La ricorrente ha ricordato come l’art. 32 LPC rinvii all’Accordo sulla libera circolazione e al regolamento n. 1408/71, sostituito dal n. 883/2004. Quest’ultimo regolamento sarebbe applicabile sia dal profilo temporale sia materiale (le PC ricadono sotto gli artt. 3 cpv. 3 e 70), ma anche perché vi sarebbe un nesso transfrontaliero dato dal fatto che il marito dell’assicurata è in possesso della doppia nazionalità _ e svizzera e in virtù dell’art. 2 sarebbe quindi data pure l’applicazione dal punto di vista personale, visto che il regolamento si applica non solo ai cittadini di uno Stato membro, ma anche ai suoi familiari (art. 2 regolamento n. 883/2004), indipendentemente dalla nazionalità di questi ultimi. L’assicurata rientra poi nella nozione di familiare, essendo parte del nucleo familiare giusta gli artt. 9 e 10 LPC.
In tale evenienza, in applicazione della parità di trattamento prevista dall’art. 4 regolamento n. 883/2004, verrebbe a cadere la condizione evidenziata dalla Cassa di compensazione, secondo cui anche nei casi di cittadini europei le condizioni dell’art. 5 LPC dovrebbero essere adempiute
personalmente
dal richiedente le PC. Pertanto, non solo i cittadini europei, ma anche i loro familiari, senza necessariamente essere cittadini di uno Stato membro, sono parificati ai cittadini svizzeri. In tal caso, verrebbe a cadere la condizione della dimora di almeno 10 anni nel nostro Paese prevista dall’art. 5 cpv. 1 LPC.
L’insorgente ha inoltre rilevato che anche se si ritenesse che suo marito è cittadino svizzero e che quindi gli Accordi bilaterali non sarebbero applicabili, si giungerebbe comunque alla medesima conclusione, giacché vi sarebbe una discriminazione “al contrario” nei confronti dei coniugi di cittadini europei, ciò che costituirebbe una discriminazione sulla base dell’origine. Infatti, l’art. 32 LPC non si pronuncia sulla nazionalità del familiare del richiedente e quindi se la parità di trattamento debba valere solo per i familiari europei o anche per quelli di cittadini svizzeri.
1.6. Nella risposta del 6 ottobre 2015 (doc. V) la Cassa cantonale di compensazione ha proposto di respingere il ricorso, ricordando come in concreto difetti il presupposto del termine di attesa di 10 anni stabilito dall’art. 5 cpv. 1 LPC, applicabile in luogo degli Accordi bilaterali e del regolamento n. 883/2004, non essendovi un elemento transfrontaliero visto che
il richiedente
le prestazioni non è in possesso della cittadinanza di un altro Stato membro rispetto a quello in cui risiede. Neppure vi sono Convenzioni tra la Svizzera e la Repubblica _, perciò fa stato la LPC.
L’amministrazione ha pure negato esservi una discriminazione “al contrario” della ricorrente, dato che il coniuge straniero di un cittadino europeo e/o svizzero non ha diritto alle PC se non adempie il periodo di attesa.
1.7. Il 21 ottobre 2015 (doc. VII) la ricorrente ha osservato come la tesi della Cassa, secondo cui debba essere il richiedente stesso delle prestazioni, indipendentemente dalla nazionalità del coniuge, a dovere adempiere alle condizioni poste dagli artt. 4 e 5 LPC, mette in dubbio la priorità degli accordi internazionali sul diritto interno.
1.8. La Cassa di compensazione ha evidenziato il 2 novembre 2015 (doc. IX) come la domanda di prestazioni complementari sia stata presentata da RI 1 e non dal di lei marito, perciò l’art. 32 LPC non torna applicabile così come l’ALC, non essendovi il necessario nesso transfrontaliero.
1.9. Alla luce della particolarità del tema oggetto della procedura, l’11 dicembre 2015 (doc. XIII) il Tribunale ha interpellato l'Ufficio federale delle assicurazioni sociali esponendogli la problematica.
Il 28 dicembre 2015 (doc. XIX) la Cassa, concordando con il parere dell’UFAS del 22 dicembre 2015 (doc. XIV), ha ribadito di non ritenere applicabili gli Accordi bilaterali (doc. XIX), mentre la ricorrente ha spiegato il 12 gennaio 2016 (doc. XXIII) i motivi per cui la posizione dell’Ufficio federale interpellato sarebbe errata.
A suo dire, infatti, i familiari non europei di un cittadino europeo possono appellarsi all’ALC e al regolamento n. 883/ 2004 per tutti quei diritti che non sono indissolubilmente legati all’attività lavorativa e le prestazioni complementari non lo sono, visto che anche la persona invalida che non ha mai svolto un’attività lavorativa ha diritto alle prestazioni complementari. Essi godono dunque della parità di trattamento sancita dall’art. 4 regolamento n. 883/2004 e, pertanto, le tesi della Cassa e dell’UFAS non terrebbero in considerazione la giurisprudenza federale ed europea e sarebbero in contrasto con l’attuale situazione legale.

## Considerations