# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 64c1f0a0-f633-5b34-8b22-978a2f50ebf7
**Court:** TI_TRAC
**Chamber:** TI_TRAC_002
**Year:** 2010
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** 

## Facts

ritenuto
in fatto
:
A.
AP 1 è stato assunto a partire dal 1° agosto 2003 dalla AO 1 (attiva in particolare nella progettazione, installazione e consulenza di programmi software per il settore bancario; doc. A) in qualità di direttore commerciale. Il contratto di lavoro prevedeva la corresponsione di un salario lordo annuo di fr. 110'500.--, ripartito su tredici mensilità, e un diritto a provvigioni così regolato:
Per ogni affare concluso con un nuovo cliente verranno corrisposte delle provvigioni che verranno liquidate nel momento in cui il cliente ha pagato.
Hardware: 3%
Software _ (in base allo sconto): dal 5 al 10%
Software da terzi: 3%
Prestazioni orarie: 5%
Prestazioni a forfait: 10%
Per ogni affare concluso con clienti già in portafoglio _, le provvigioni verranno concordate di volta in volta con la direzione (doc. B).
Il rapporto di lavoro è stato disdetto da AO 1 con effetto al 31 luglio 2004 per ragioni di ristrutturazione interna (doc. E).
B.
In data 10 febbraio 2005 AP 1 ha convenuto in giudizio AO 1 al fine di ottenere il pagamento di fr. 157'032.-, oltre interessi, per provvigioni che lo stesso avrebbe maturato sui contratti stipulati da AO 1, _ o da altre società riconducibili al gruppo _ durante il periodo 1° agosto 2003–31 luglio 2004. Alla petizione si è opposta la convenuta, la quale, oltre a eccepire la carenza di legittimazione passiva in relazione alle pretese avanzate per prestazioni fornite in favore di altre società del gruppo _, ha rilevato che un diritto a provvigioni poteva unicamente sorgere nel caso in cui l'utile netto conseguito dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal proprio dipendente avesse superato lo stipendio da lui percepito. La qual condizione non si sarebbe però realizzata, anche perché l'attore non sarebbe stato in grado né di acquisire clienti, né di mettere in atto passi concreti per la conclusione di nuovi contratti, neppure con la clientela preesistente. In replica e duplica le parti si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro precedenti allegazioni.
Esperita l'istruttoria, le parti hanno rinunciato a comparire alla discussione finale, confermandosi nei rispettivi memoriali conclusivi. Con le conclusioni l'attore ha ridotto la propria domanda a fr. 39'419.80 in considerazione del fatturato realizzato da AO 1 e da _ per il periodo di validità del contratto di lavoro.
C.
Con sentenza 29 ottobre 2008 il Pretore ha respinto la petizione. A mente del primo giudice, il solo fatto che fossero stati conclusi dei contratti ancora non bastava per rivendicare con successo il pagamento di una provvigione. L'attore avrebbe dovuto provare l'esistenza di un nesso di causalità tra la sua attività e la conclusione di ogni singolo contratto con la clientela. Cosa che però non avrebbe fatto. Anzi, dalle dichiarazioni dei testi assunti in istruttoria sarebbe emerso, quanto meno per i contratti cui si è accennato nelle deposizioni, che l'attore non avrebbe svolto alcun ruolo o comunque non un ruolo determinante. In tali condizioni il Pretore non ha ritenuto necessario entrare nel merito delle altre eccezioni sollevate dalla convenuta.
D.
Con appello 24 novembre 2008 l’attore chiede la riforma del giudizio impugnato nel senso di accogliere la petizione per l'importo di fr. 39'419.80 oltre interessi. Per l'appellante, dal momento che il contratto prevedeva il diritto a provvigioni anche per ogni affare concluso con clienti già in portafoglio _ quindi già acquisiti, la relativa clausola andava letta nel senso che il diritto nasceva in virtù della conclusione di un contratto da parte dell'appellata o di una società del gruppo, indipendentemente dall'esistenza di un nesso di causalità tra la sua attività di direttore commerciale e la conclusione del contratto. Con osservazioni 15 gennaio 2009 la convenuta postula la reiezione del gravame.
e considerato

## Considerations

in diritto:
1.
Controversa in appello rimane l'interpretazione che il Pretore ha fatto della clausola contrattuale relativa al diritto a provvigioni. Mentre per il primo giudice questa clausola va interpretata nel senso che, in assenza di convenzione contraria, il diritto è subordinato all'esistenza – da provare dall'attore in base alle regole generali in materia di onere probatorio (art. 8 CC) - di un nesso di causalità tra l'attività svolta e la conclusione di ogni singolo contratto, per l'appellante tale diritto nasce a prescindere dall'esistenza di una simile condizione.
2.
Non vi è dubbio che la clausola contrattuale in esame regola il diritto a una provvigione ai sensi dell'art. 322b cpv. 1 CO. Secondo tale disposizione, di natura relativamente imperativa (art. 362 CO), se per determinati affari è convenuta una provvigione del lavoratore, essa è dovuta allorché l'affare è stato validamente conchiuso con il terzo. Il testo del disposto è chiaro per quel che concerne il momento a partire dal quale la provvigione è dovuta. Per quanto riguarda invece l'attività che il lavoratore deve svolgere per avere diritto alla provvigione, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che, salvo convenzione contraria, quest'ultimo è tenuto a procurare, durante il rapporto contrattuale, un affare concreto oppure a trovare un cliente disposto a concluderlo (DTF 128 III 174 consid. 2b). In questo modo, il diritto alla provvigione è subordinato alla condizione che l'affare sia stato validamente concluso e che esista un rapporto di causalità tra l'attività del lavoratore e la conclusione del contratto. Il sistema di retribuzione previsto da questa disposizione ha infatti per scopo economico di motivare il lavoratore e di interessarlo al risultato del suo lavoro. In mancanza di tutt'altra clausola contrattuale che stabilisca regole diverse, non è dunque immaginabile che un datore di lavoro si impegni a versare una provvigione su ogni affare concluso indipendentemente dall'attività svolta dal lavoratore (DTF 128 III 174 consid. 2b; sentenze del Tribunale federale 4A_498/2007 del 3 luglio 2008 consid. 4.2.1 e 4C.352/2005 del 17 gennaio 2006 consid. 2.1.2;
Rémy Wyler
, Droit du travail, 2
a
ed. 2008, pag. 163). Il contributo del lavoratore facente valere il diritto a una provvigione dev'essere pertanto una condicio sine qua non per la conclusione del contratto (DTF 128 III 174 consid. 2b in fine;
Rehbinder/Portmann
, Basler Kommentar, n. 2 ad art. 322b CO).
3.
Fatta questa premessa, occorre esaminare se nel caso di specie esiste una convenzione tra le parti che consenta di prescindere dalla necessità di un nesso di causalità tra l'attività svolta dal lavoratore e la conclusione di ogni singolo contratto per il quale è rivendicato il versamento di una provvigione. Confrontato a una controversia relativa all'interpretazione di una clausola contrattuale, il giudice deve innanzitutto cercare di determinare quale fosse la volontà dei contraenti al momento della sua stipulazione (art. 18 CO). Il contenuto di un contratto viene determinato in primo luogo mediante l'interpretazione soggettiva, ovvero ricercando la vera e concorde volontà dei contraenti, anziché stare alla denominazione o alle parole inesatte adoperate, per errore o allo scopo di nascondere la vera natura del contratto (art. 18 cpv. 1 CO). Se la reale volontà delle parti non può essere stabilita o è divergente, il giudice deve interpretare le dichiarazioni fatte e i comportamenti in base al principio dell'affidamento (DTF 131 III 217 consid. 3; 129 III 664 consid. 3.1; 128 III 265 consid. 3a). Egli deve pertanto ricercare il senso che, secondo le regole della buona fede, ogni contraente poteva e doveva ragionevolmente dare alle dichiarazioni dell'altra parte tenuto conto dell'insieme delle circostanze (DTF 131 III 268 consid. 5.1.3), quali lo scopo del contratto, avuto riguardo agli interessi delle parti al momento della stipula (DTF 100 II 155;
Jäggi/Gauch
, Zürcher Kommentar, n. 362, 363, 370 e segg. ad art. 18 CO;
Kramer/ Schmidlin
, Berner Kommentar, n. 35 ad art. 18 CO), le loro condizioni personali, specie l'attività professionale, le conoscenze e l'esperienza (DTF 118 Ia 297;
Jäggi/Gauch
, op. cit., n. 364 e rif. ad art. 18 CO), se del caso i preliminari della contrattazione e anche il comportamento successivo dei contraenti (
Jäggi/Gauch
, op. cit., n. 357 e segg. ad art. 18 CO) ed in particolare il tipo di adempimento effettuato (
Kramer/Schmidlin
, op. cit., n. 28 ad art. 18 CO). Il principio dell'affidamento permette di imputare a una parte il senso oggettivo di una sua dichiarazione o di un suo comportamento anche qualora ciò non corrisponda alla sua intima volontà (DTF 129 III 118 consid. 2.5).
4.
Nel caso di specie, la reale volontà delle parti circa il significato da attribuire alla clausola in esame non ha potuto essere stabilita con chiarezza o era quanto meno divergente. Mentre infatti per la convenuta il riconoscimento di una provvigione sarebbe stato vincolato alla condizione che l'utile netto realizzato dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal proprio dipendente superasse lo stipendio da questi percepito o quanto meno al fatto che i nuovi affari stipulati fossero riconducibili ad attività svolte dal suo direttore commerciale, per l'appellante il diritto alla provvigione nasceva indipendentemente dal suo intervento inteso come un'azione procurante un affare concreto. La clausola contrattuale va di conseguenza interpretata secondo il principio dell'affidamento, come ha giustamente ritenuto il Pretore.
5.
Per l'appellante, il fatto che la clausola contrattuale estendesse il diritto a provvigioni anche agli affari conclusi con clienti già in portafoglio _, che erano quindi già stati acquisiti, dimostrerebbe l'esistenza di una convenzione che faceva astrazione dalla necessità di un intervento causale del direttore commerciale per la conclusione dell'affare perché attesterebbe che la provvigione era dovuta a prescindere che il cliente fosse o meno da lui portato. Questa interpretazione non è tuttavia oggettivamente sostenibile. Il fatto che la provvigione maturasse a prescindere che il cliente fosse o meno
portato
dal direttore commerciale – come effettivamente poteva accadere in relazione ai nuovi affari conclusi con clienti già esistenti – non toglie che anche in questo caso il diritto alla provvigione potesse (eventualmente) essere subordinato all'intervento causale del direttore commerciale, dato che anche un nuovo affare con un cliente già preesistente andava prima acquisito. L'appellante sembra a tal riguardo confondere questi due concetti. Portare un nuovo cliente e svolgere un'attività in nesso causale con la conclusione di un nuovo affare non sono (necessariamente) la stessa cosa. Orbene, la clausola non dice nulla a proposito dell'intervento richiesto o non richiesto dal direttore commerciale per la conclusione di un nuovo affare, bensì si limita a stabilire le modalità per la determinazione della provvigione, a dipendenza che l'affare fosse concluso con clienti nuovi oppure con clienti già in portafoglio. Niente di più. La conclusione tratta dall'appellante non è pertanto giustificata.
6.
L'appellante ritiene inoltre che anche le motivazioni che hanno portato alla disdetta del contratto di lavoro, e in particolare i comportamenti assunti dalla convenuta successivamente alla sua richiesta di incassare le provvigioni, come pure le (fallite) trattative tra le parti per giungere alla conclusione di uno nuovo sarebbero determinanti per valutare la portata della clausola in esame. Contesta di conseguenza la valutazione del primo giudice che ha ritenuto irrilevanti, ai fini del giudizio, queste circostanze. Ma anche su questo punto la sentenza di primo grado non è censurabile.
6.1
In merito alle reali motivazioni del licenziamento, dall'appellante percepito quale reazione della convenuta alle sue (legittime) richieste di corrispondere le provvigioni pattuite, va premesso come per quest'ultima, per quanto osservato in prima sede, il rapporto di lavoro sarebbe in realtà stato sciolto in considerazione dell'apporto pressoché nullo dell'attore alle vendite. Comunque sia, la valutazione del primo giudice è corretta perché l'accertamento dei reali motivi del licenziamento non risolverebbe ancora la – sola – questione litigiosa, ossia quella di sapere se la clausola contrattuale giustificava effettivamente, come lo pretende l'interessato, il pagamento di provvigioni indipendentemente dall'attività da lui svolta.
6.2
Contrariamente a quanto sostenuto, l'appellante non può quindi dedurre un elemento a favore della sua tesi dalla bozza di “Brokerage agreement”, redatta il 6 luglio 2004 in seguito alla notifica della disdetta (doc. E, F). Tale bozza avrebbe dovuto ridefinire il ruolo dell'interessato che non avrebbe più rivestito la funzione di direttore commerciale, bensì di mandatario esterno della convenuta (doc. F). A ben vedere però questa bozza non è di alcun aiuto interpretativo della clausola di provvigione in esame, non fosse altro perché è l'appellante stesso ad averla allestita e perché comunque la proposta non ha trovato l'accordo della convenuta.
6.3
Né egli può infine inferire un'ammissione esplicita della convenuta a favore dell'interpretazione da lui sostenuta dal prospetto che A_, dipendente _ gli ha trasmesso il 3 giugno 2004 – in seguito a sua richiesta del 27 maggio precedente – con riferimento ai “ricavi effettivamente incassati da _” durante il periodo agosto 2003 – maggio 2004 (doc. D). A parte il fatto che il prospetto in parola non dice nulla a proposito del diritto a provvigione dell'interessato, il documento accenna a una situazione passiva di fr. 115'709.05, in cui i costi relativi alla sua posizione risultano di molto superiori ai ricavi incassati. Ora, questi rilievi non corroborano la posizione dell'appellante, bensì sembrerebbero piuttosto confortare la tesi inizialmente sostenuta dall'appellata, ma poi scartata – in quanto ritenuta non provata - dal Pretore e non più riproposta con le osservazioni all'appello, secondo cui il pagamento delle provvigioni sarebbe dipeso dalla condizione che l'utile netto conseguito dal datore di lavoro a seguito dell'attività svolta dal proprio dipendente superasse lo stipendio di quest'ultimo.
7.
Visto quanto precede, la clausola litigiosa, interpretata oggettivamente, si limita pertanto unicamente a definire il momento in cui nasce il diritto a provvigione e gli affari per i quali essa è dovuta, stabilendo percentuali differenziate, o comunque da definire di volta in volta con la direzione, a dipendenza del genere di affare concluso e del genere di clientela coinvolta. Per contro, analogamente al tenore dell'art. 322b cpv. 1 CO, essa non dice nulla di preciso a proposito dell'intervento richiesto dal lavoratore in relazione alla conclusione dell'affare. Poiché la clausola contrattuale non precisa questo aspetto, occorre rifarsi all'art. 322b CO per completare la convenzione delle parti (DTF 128 III 174 consid. 2b). In mancanza di una chiara convenzione contraria, va così tenuto conto dello scopo economico della provvigione che intende motivare – con un sistema di remunerazione piuttosto usuale anche per persone con posizione dirigenziale, come era quella assunta dall'appellante (v. DTF 90 II 483 consid. 2) - il lavoratore alla conclusione di nuovi affari e ricompensarlo in funzione dei risultati ottenuti. In tali condizioni non era dunque immaginabile che la convenuta fosse disposta a pagare provvigioni indipendentemente dal contributo fornito dal suo direttore commerciale.
8.
È vero che l'appellante contesta ugualmente l'applicabilità al caso di specie dei principi posti dal Tribunale federale in DTF 128 III 174. Tuttavia questa contestazione è infondata. Secondo l’appellante, nella cennata sentenza la Corte federale avrebbe sviluppato i principi appena esposti in assenza di una clausola contrattuale che fissava delle regole precise sulle condizioni per l'elargizione di provvigioni, mentre la clausola in disamina nel presente appello evidenzierebbe la volontà del datore di lavoro di elargirle per tutti gli affari conclusi. Sennonché nella fattispecie esaminata in DTF 128 III 174, come del resto pure nel caso che ci occupa, il contratto regolava chiaramente, anche se in maniera generica, l'operazione commerciale che conferiva il diritto poiché - in aggiunta a un salario fisso - stabiliva una provvigione predefinita “sur le montant de chaque contrat signé”. A non essere chiaro, poiché il contratto era silente al riguardo - come del resto lo è anche nel caso che ci occupa - era invece unicamente il contributo preteso dal lavoratore per la conclusione del contratto. Questo silenzio è stato interpretato dal Tribunale federale in DTF 128 III 174 e nulla osta all'applicabilità degli stessi principi nel caso di specie. Per l'appellante la giurisprudenza di cui alla DTF 128 III 174 non sarebbe inoltre applicabile alla sua situazione perché, a differenza di quella che sarebbe stata l'attività principale del dipendente nella citata sentenza (“trouver des nouveaux clients”), nessun elemento agli atti lascerebbe intendere che nel suo caso egli dovesse, in via principale o anche solo parziale, occuparsi dell'acquisizione di clientela. A sostegno di questo argomento rinvia alla audizione testimoniale di F_, dipendente della convenuta presso la succursale di _. Questa tesi, però, oltre a non tenere in debito conto lo scopo economico della provvigione che per sua natura intende motivare il partner contrattuale a procurare degli affari, non trova a ben vedere chiara conferma nemmeno nella deposizione richiamata dall'appellante. Il teste F_, infatti, rievocando le circostanze che avevano portato alla assunzione dell’attore, ha infatti avuto modo di precisare come all'epoca la convenuta, avendo “una lacuna nel presidiare il territorio” e non disponendo di un rappresentante commerciale, intendesse (con l'assunzione dell'appellante, ndr.) colmare questa lacuna e sfruttare le conoscenze di materia informatica _ – precedente datore di lavoro di quest'ultimo - affinché la società consociata _ ne potesse beneficiare (act. X, verbale 5 ottobre 2006, pag. 3). Anche per questa ragione non vi è motivo per non applicare la giurisprudenza di cui alla DTF 128 III 174.
9.
Come ha rettamente ritenuto il Pretore, per poter esigere il versamento delle provvigioni pattuite l'appellante avrebbe pertanto dovuto provare - in base alle regole generali in materia di onere probatorio (art. 8 CC) - l'esistenza di un nesso di causalità tra la sua attività e la conclusione di ogni singolo contratto per il quale rivendica la prestazione. Sennonché in questa sede egli nemmeno più allega né tenta di spiegare di avere assunto un ruolo particolare e indispensabile alla conclusione degli affari sui quali rivendica il versamento di provvigioni (cfr. DTF 128 III 174 consid. 2b in fine). Ne discende che l'appello deve essere respinto, senza che occorra pronunciarsi sull'eventuale carenza di legittimazione passiva della convenuta in relazione alle pretese avanzate sui contratti conclusi da _.
10.
Gli oneri processuali e le ripetibili, calcolati su un valore litigioso di fr. 39'419.80, seguono la soccombenza (art. 148 CPC).