# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 0c46ef0e-7556-57ee-9ef1-48a9aa799592
**Court:** TI_TPC
**Chamber:** TI_TPC_001
**Year:** 2004
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

Il Procuratore pubblico, per la sua requisitoria, il quale chiede la conferma in fatto ed in diritto dell’atto di accusa. Ripercorre i fatti accertati in aula sottolineando le modalità perverse dell’agire dell’accusato, la crudeltà e l’assenza di scrupoli dimostrata ed il movente futile ed odioso che lo ha spinto ad agire. Sottolinea, quindi, la gravità della colpa caratterizzata altresì da un’assenza di rimorso e di pentimento dopo che il piano criminoso è stato sventato grazie ad un caso fortuito. Riconosce la grave scemata responsabilità che però non gioca alcun ruolo nella qualifica del reato ma unicamente nella commisurazione della pena. Chiede, quindi, che _ venga condannato alla pena di 4 anni di reclusione, alla pena dell’espulsione dal territorio svizzero per 7 anni e chiede, da ultimo, la confisca di quanto in sequestro.
§
L'avv. _ che si associa alle conclusioni del PP e chiede che _ venga condannato al pagamento di fr. 1'400.- a titolo di danno materiale, fr. 20'708.- quale risarcimento per le spese legali e fr. 15'000.- a titolo di torto morale, riconfermandosi nelle richieste esposte nell’istanza di risarcimento prodotta in aula.
§
Il Difensore che chiede la derubrica in omicidio mancato poiché le modalità di perpetrazione del reato non possono essere considerate particolarmente perverse. Sottolinea come la determinazione ad uccidere di _ sia venuta immediatamente a mancare al primo problema verificatosi: egli non ha infierito sulla vittima quando il coltello si è chiuso e le ha così permesso di scappare. _, contrariamente a quanto sostenuto dalla pubblica accusa, è stato soltanto sprovveduto e disorganizzato e pasticcione. Né il movente che lo ha spinto ad agire né le modalità messe in atto sono tali da configurare una particolare mancanza di scrupoli: uccidere per odio non significa essere particolarmente perversi e _ non ha fatto subire alla sua vittima più sofferenze di quante non fossero necessarie per il raggiungimento del suo obiettivo. Aggiunge, inoltre, come il perito stesso abbia dichiarato in aula che il _ non è un assassino. _ era depresso non perverso. Chiede, perciò, la derubrica in omicidio mancato e una conseguente riduzione della pena che chiede venga contenuta in due anni di reclusione.
Chiede inoltre la sospensione condizionale della pena dell’espulsione poiché oggi _ non rappresenta più un pericolo per la società.
Aderisce alle pretese di parte civile.
Posti dal Presidente, con l'accordo delle Parti, i seguenti
quesiti:
_
1. E’ autore colpevole di:
mancato assassinio
per avere,
nell’intento di trovare in un bordello ticinese una prostituta qualsiasi che però gli apparisse come una donna forte e determinata così da dargli la carica necessaria per ucciderla e dare così sfogo all’odio viscerale che provava nei confronti delle prostitute in genere e che gli era cresciuto dentro dopo che una prostituta che frequentò regolarmente era partita,
l’8 settembre 2003,
a _, presso l’Albergo _,
inferto con il coltello serramanico a _ una prima coltellata nella zona lombare destra, una seconda ed una terza coltellata in zona addominale e tentato di tagliarle la gola, non riuscendovi visto che la lama si sbilanciò abbassandosi, mancando così la realizzazione del disegno criminoso.
e meglio come descritto dall’atto di accusa e dalla precisazione fattuale apportata in aula.
1.1. Trattasi invece di omicidio intenzionale mancato?
2. Ha agito in stato di scemata responsabilità?
3. Può beneficiare della sospensione condizionale della pena:
3.1. privativa della libertà?
3.2. d’espulsione?
4. Deve essere ordinata una misura ex art. 43 CP?
5. Deve essere condannato al pagamento dell’indennità alla Parte civile?
6. Deve essere ordinata la confisca di quanto in sequestro?

## Considerations

Considerato
in fatto ed in diritto
1.
_ è nato a _, in provincia di Varese, il 1. giugno _. La sua può essere definita una vita piuttosto tranquilla, nel senso che non è stata caratterizzata da eventi particolari che potessero segnarla né in positivo né in negativo. Nel suo verbale del 1° dicembre 2003 _ ha raccontato:
"
Sono nato a _ 39 anni fa, è il paese dove si trova l’ospedale. _ si trova in provincia di Varese. A quel tempo abitavamo già a _. Sono figlio unico. Ho frequentato le scuole elementari e le medie a _. Non ho frequentato un apprendistato di macellaio, devo dire che da noi non c’è neppure, che io sappia. Non ho quindi una formazione specifica nel senso scolastico del termine. Mia mamma è sempre stata casalinga e mio padre ha sempre avuto (per 35 anni) una macelleria di sua proprietà a _.
(....)
Mio padre ha avuto la macelleria fino al 1990. Fino a quando è andato in pensione. Mia madre aiutava anche lei in macelleria.
Io ho iniziato a lavorare stabilmente in macelleria dall’età di anni 14.
Ho sempre abitato a _ in una casa di proprietà dei miei genitori. Ho avuto un’infanzia senza particolari problemi, andavo d’accordo con i miei genitori. Capitava che andassimo, durante la mia infanzia, al mare in estate in vacanza, ma era raro. In effetti con l’impegno del negozio era difficile che i miei potessero assentarsi.
Non abbiamo mai avuto problemi economici, definirei la nostra situazione buona sotto questo profilo. I nonni materni vivevano con noi fino alla loro morte avvenuta quando io avevo circa 5 o 6 anni (per la nonna) e circa 11 anni (morte del nonno). I nonni paterni, la nonna viveva a _ (Prov. Varese) e il nonno era morto in guerra (la seconda guerra mondiale).
Dall’età di 14 anni ho iniziato a lavorare in macelleria dal papà, e ciò fino al militare, ovvero fino a 20 anni. Ho fatto un anno di militare a _ (_), facevo parte della fanteria. Io ero e sono soldato semplice. Anche a militare ero macellaio.
Mio padre mi aveva proposto, al ritorno dal militare, di prendermi una nuova macelleria (in un altro paese a _, era una macelleria già esistente che voleva rilevare per me). Io avevo a quel tempo vent’anni e non me la sono sentita di impegnarmi. Oggi sarebbe diverso. A posteriori dico che feci un errore a non accettare questa proposta di mio papà. Sono però cose che si fanno a vent’anni.
Tornato dal militare, io sono andato a lavorare in CH, alla _ dove avevo un parente che ci lavorava. Ci ho lavorato circa 7 anni come macellaio. Ho lavorato successivamente alla COOP di _ per 6 mesi. Ho poi trovato un posto di macellaio vicino a casa, non avevo più voglia di fare le continue colonne ed il viaggio avanti e in dietro. Indicativamente ho lavorato di nuovo in Italia a partire dall’età di 27 anni circa. Da allora non ho più lavorato in Svizzera. Ho lavorato a 500 metri da casa mia per 1 anno, il supermercato è fallito dopo un anno, è stato rilevato da una grossa catena e io sono andato altrove dopo un mese. Da lì via, dall’età di 28 anni circa ho iniziato a cambiare lavoro spesso, non mi trovavo mai bene o per il sistema di lavoro o per insoddisfazione concernente il salario. Avrò cambiato dall’età di 28 anni circa una ventina di datori di lavoro. In alcuni posti sono andato e ritornato. Dico che sull’arco degli ultimi 10 anni avrò al massimo fatto 8 mesi di disoccupazione. Comunque posso ritenere che complessivamente non sono rimasto mai per lunghi periodi senza attività. Aggiungo che il lavoro di macellaio è facilmente richiesto. Si trova facilmente un posto di lavoro. L’ultimo posto di lavoro era a _, avevo preso anche contatto per un posto in Svizzera."
2.
_ non è sposato e non ha figli.
La sua vita può essere definita sentimentalmente povera.
Egli ha riferito di aver avuto una sola relazione seria, all'età di 32-33 anni, con una donna di origini siciliane e residente a _. Questo rapporto è durato circa un anno e sarebbe terminato a causa dell'incompatibilità dei rispettivi caratteri. Il perito giudiziale (AI 92 p. 3.) ha, a questo proposito, considerato quanto segue:
"
Il loro rapporto sarebbe durato quasi un anno. Nei primi tempi si sarebbero intesi abbastanza bene poi i litigi sarebbero diventati sempre più frequenti, si sarebbero lasciati e riavvicinati parecchie volte senza riuscire a superare le loro incompatibilità. Ad un certo punto si sarebbero arresi all'evidenza dell'insanabilità dei loro contrasti e di comune accordo avrebbero deciso di chiudere il loro rapporto e di evitare di incontrarsi. Dopo questa separazione, per il primo mese lui si sarebbe sentito abbastanza bene, poi sarebbe caduto in uno stato depressivo in cui avrebbe sofferto molto della mancanza di _."
3.
Già attorno ai 26/27 anni _ ha iniziato a frequentare i postriboli. All'inizio con amici, per scherzo, e poi sempre più assiduamente. Negli ultimi due o tre anni i ritmi di queste sue frequentazioni variavano da un paio di volte al mese fino a tre volte per settimana. In tutti questi anni, fatta salva la relazione con la citata _, _ ha avuto rapporti sessuali soltanto con prostitute (AI 92, p.4).
Da gennaio a marzo 2003 l'accusato ha frequentato regolarmente una meretrice esercitante presso il bar _ a _. Al magistrato inquirente ha raccontato:
"
Io ho avuto una avventura con questa prostituta russa che si faceva chiamare _, io ho conosciuto questa ragazza al Bar _ a _. Il Bar _ è un bordello. Io ho conosciuto questa ragazza a gennaio 2003 circa. Ho avuto un rapporto sessuale a pagamento con lei, poi l’ho rivista più di una volta al Bar _ di _, ho avuto un altro rapporto sessuale. Questa donna si dimostrava interessata nei mie confronti, si dimostrava amica. E’ nato del feeling tra noi due. Non è che fossimo innamorati, però c’era qualcosa di più di un normale rapporto a pagamento cliente-prostituta. Da li abbiamo iniziato a frequentarci, la portavo in giro, ci siamo scambiati i numeri di telefono e poi la frequentavo. Era una tipa piuttosto slanciata, sui 28 anni, lei parlava bene l’italiano. Era rossiccia, penso tinta. Io da parte mia le facevo dei regali, passavo delle notti con lei. Lei voleva da me più soldi, io glieli davo. Io i soldi che le davo, li prendevo dal mio salario da macellaio oppure dai miei risparmi. Lei ad un certo punto è sparita. Io la aiutavo economicamente. La russa mi aveva detto che aveva lavorato prima del bar _, al _ di _, al _ di _, tutti bordelli. Da gennaio 2003 a marzo 2003 questa tipa era sempre al Bar _. A fine marzo 2003 circa è sparita, è tornata a casa senza dirmi una parola. Io mi sono sentito preso in giro. Io da lì ho cominciato a covare un odio per tutte le prostitute. Così a poco a poco questo odio è diventato sempre più profondo. Quando questa è sparita, l’ho cercata nei diversi bordelli per riallacciare la nostra amicizia. Non l’ho più trovata, al telefono non rispondeva. Passando il tempo e frequentando sempre questi bordelli l’odio è diventato sempre più importante verso queste prostitute. Al punto che avevo cominciato a macchinare di ammazzarne una. Preciso che se avessi trovato questa russa (_) avrei ammazzato lei. Dal momento che non l’ho trovata e che l’odio verso le prostitute non è diminuito, ho deciso di ammazzarne una a caso. Questa russa voleva essere pagata per i rapporti sessuali con me ed in più voleva dei soldi quando passava la notte insieme a me. Eccetto questi miei pagamenti lei non mi chiedeva più soldi ero io che però gliene davo, le facevo dei regali, la portavo in giro a pranzi e cene, le ho regalato anche dei gioielli."
(verbale PP 16.09.03 p. 10/11)
A dire il vero, al dibattimento il prevenuto ha spiegato che, in realtà, a questa _ egli ha pagato quasi esclusivamente le prestazioni di natura sessuale e qualche cena cui seguiva un rapporto sessuale a pagamento ed ha ammesso di non averle fatto regali, ad eccezione di un orologio di poco valore (circa 100/200 fr.).
_ ha dichiarato di aver dato complessivamente a _ ca. 10'000.- Euro, per circa 24 rapporti. Per un rapporto sessuale egli pagava 150 Euro mentre la tariffa saliva a 300/400 Euro quando passava con lei l’intera notte. Il danaro speso con questa donna era il frutto dei risparmi accumulati grazie al suo lavoro di macellaio (percepiva ca. 1'000.- Euro al mese), ritenuto che egli non contribuiva in alcun modo alle spese di casa (né per il vitto né per l’alloggio), spese interamente sopportate dai genitori (cfr. verbale PP 24,09.03 p 1-3).
Da una verifica del conto bancario intestato all'accusato presso la Banca _ e di _ (su cui peraltro il padre aveva diritto di firma individuale) - conto che, al momento dei fatti, presentava un saldo attivo di poco inferiore ai 6'000.- Euro - non sono emersi movimenti che dimostrano le spese dichiarate per quel periodo (all B. al verbale PP di _ del 27.10.03). _ ha spiegato di aver fatto capo, per pagare le prestazioni di _, soprattutto ai risparmi che teneva in contanti nella sua camera all'insaputa dei genitori nonchè al provento della vendita della sua moto (cfr. verbale 24.09.03 p. 2).
4.
All’incirca nel marzo 2003 _ è partita senza lasciare tracce di sé. Questa partenza improvvisa, senza preavviso, ha profondamente colpito _ che, all’inizio, ha tentato di rintracciare la donna assumendo informazioni tra le sue colleghe e cercandola nei diversi bordelli del cantone.
Resosi conto dell’inutilità delle sue ricerche, _ ha sviluppato un senso di frustrazione che è andato velocemente trasformandosi in depressione poi in rabbia e, infine, in odio verso le prostitute in genere. Odio che è andato vieppiù aumentando - nonostante egli continuasse a frequentare e ad avere rapporti sessuali con diverse professioniste del sesso - sino a diventare talmente grande ed ossessivo da fargli intravedere come unica possibilità di riacquistare la serenità l’uccisione di una di queste donne:
"
dopo questo fatto
(n.d.r. la sparizione di _)
, però, avrebbe cominciato a odiare queste persone, inaffidabili e senza coscienza... "Comincio ad avere una turba psichica...; se ci fosse stata lei, avrei ucciso lei, visto che non c'era me la sono presa con un'altra persona". Col passare del tempo la tensione in lui si sarebbe accumulata e neanche sul lavoro sarebbe riuscito a scaricarsi. Avrebbe dormito poco e sarebbe così entrato in un circolo vizioso. L'idea di uccidere una prostituta avrebbe cominciato a prendere forma nella sua mente 1-1,5 mesi or sono, quando già soffriva di stati d'ansia ed angoscia, mangiava a forza e senza appetito, tanto da aver perso 7-8 kg in 4-5 mesi. "Avevo questa fissa..., dovevo trovare il momento buono".
Anche dopo la partenza di _ avrebbe continuato a frequentare i bordelli a frequenza settimanale, da solo, tentando di nascondere il suo stato d'animo.
Il giorno dei fatti avrebbe sentito che era giunto il momento buono e per questo motivo, per la prima volta, si sarebbe portato un coltello a serramanico della lama di circa 5 cm."
(AI 92 p. 4)
5.
L'8 settembre 2003 _ ha, quindi, deciso di mettere in atto quanto da qualche tempo (in aula ha precisato da luglio 2003) era ormai diventato un chiodo fisso: vendicare il torto asseritamente subito da _, uccidendo almeno una prostituta. Così, quel giorno l'accusato è partito da casa verso le 13'00 munito di un coltello a serramanico già con l'intenzione di uccidere una meretrice:
"
Il giorno 8 settembre 2003, era un lunedì, sono partito dal mio domicilio (da casa) a _ con l’intenzione di uccidere una prostituta. Sono partito intorno alle ore 13.00. Io quel giorno ho pranzato con mia madre, mio padre non era in casa, indicativamente avremo mangiato attorno alle ore 12.00 e terminato di mangiare sono partito subito alla volta della Svizzera, appunto con l’intenzione di uccidere una prostituta.
(....)
A dire il vero avrei anche potuto prendere, avrei dovuto acquistarlo, un altro coltello a serramanico più grande che sarebbe più mortale, tuttavia dal momento che il mio (quello che ho poi utilizzato in data 8 settembre 2003) è ben affilato e appuntito e di dimensioni tali che poteva venire da me nascosto in qualsiasi posto ho deciso che potevo utilizzarlo per tagliare la gola alla mia vittima, per ucciderla.
ADR
che, non ho utilizzato un coltello a serramanico più grande, non solo perché avrei dovuto acquistarlo “ex novo” ma anche perché sarebbe stato difficile da nascondere.
Preciso che per me era fondamentale poter nascondere il coltello dal momento che partivo dall’Italia con il coltello, attraversavo il confine (dogana) e andavo in un bordello per uccidere una donna. Il coltello a serramanico da me utilizzato in data 8 settembre 2003 lo tenevo nella mia tasca destra dei pantaloni, coperto dal pullover piuttosto largo.
Come detto finito di mangiare intorno alle 13.00 a _ dal soggiorno sono andato in camera mia ho preso il coltello a serramanico che ho poi utilizzato all’Hotel _, me lo sono messo nella tasca destra dei pantaloni, coperto anche dal pullover.
(....)
Da _ (casa) con il mia macchina, FIAT _, grigio antracite, sono andato direttamente al confine, dogana di Ponte Tresa. Ho varcato il confine italo-svizzero senza essere controllato, mi sono fermato a fare benzina in un benzinaio in territorio svizzero. E’ un negozio _, benzinaio della _ posto a sinistra sulla strada per chi proviene dall’Italia verso la Svizzera. Oltre ad aver fatto benzina ho anche acquistato una tavoletta di cioccolata, che ho subito mangiato. Non so se il benzinaio si trova già a _ o ancora _, ad occhio e croce sarà un chilometro dalla dogana di Ponte Tresa. Avrò pagato circa 30€ tra benzina e cioccolata.
ADR
che, io evidentemente avevo costantemente la mia idea fissa ovvero quella di uccidere una prostituta. Da _ a questo distributore ci avrò impiegato circa 30 minuti.”
(verbale PP 16.09.03 p 1-5).
Dunque, _ è entrato in Svizzera dal valico di Ponte Tresa intenzionato a recarsi in vari postriboli del Ticino, a lui noti per averli già frequentati, alla ricerca di una prostituta. Una qualsiasi. Necessario era unicamente che la donna sembrasse avere un carattere forte e determinato, che non gli apparisse “né buona né timida” poiché _ temeva che, se la prostituta si fosse messa a piangere o lo avesse supplicato, si sarebbe impietosito e non sarebbe stato in grado di arrivare fino in fondo.
_ si è, dunque, recato, dapprima, in un bordello a _ ma lì non ha trovato nessuna che lo attizzasse al punto giusto:
"
Riparto con il mio veicolo, prendo l’autostrada a Manno e mi dirigo verso il _. Volevo andare nel _ ad uccidere una prostituta. Non vi è un motivo particolare per cui mi sono diretto nel _.
Imboccata l’autostrada a Manno
(....)
il primo bordello nel quale sono andato è il Motel _ a _ (uscita _ nord). Entro al Motel _ con l’intenzione di ammazzare una prostituta, mi siedo al tavolino, comando una bibita, un tè e un paio di ragazze si sono sedute al mio tavolo e mi hanno chiesto se volevo avere un rapporto sessuale a pagamento. Al Motel _ non ho trovato il soggetto giusto da ammazzare. Cercavo una prostituta che non fosse né buona né timida. Cercavo per ammazzarla una prostituta che avesse un carattere, che fosse già una donna. Io volevo uccidere una persona (prostituta) che a me doveva dare l’impressione del tipo di donna che durante l’omicidio/il fatto si sarebbe difesa. Non volevo appunto una ragazzina timida, che sarebbe stato troppo facile uccidere, mi sarei impietosito. Se io avessi scelto una prostituta che ai miei occhi appariva timida, indifesa allora avevo paura che magari non sarei arrivato fino in fondo, non avrei avuto la forza di colpirla. Io volevo appunto una prostituta che ai miei occhi fosse una donna forte per modo che mi desse la carica per ammazzarla dal momento che io volevo ammazzare una prostituta a tutti i costi. Io ho scelto la mia vittima con quelle che per me dovevano essere le caratteristiche, ovvero una donna forte in modo tale che sapevo che non mi sarei impietosito ed avrei avuto la forza di arrivare fino in fondo, ovvero di ucciderla.
Al Motel _ non ho trovato il soggetto, cioè la prostituta che rientrava nella mia ottica per ammazzarla. Sono rimasto al Motel _ una trentina di minuti circa."
(verbale PP 16.09.03 p 1-5).
Lasciato _, _ si è diretto a _ dove ha visitato due esercizi pubblici “a luci rosse”. In uno di essi ha avuto, pure, un rapporto sessuale con due prostitute. Ma nemmeno lì ha trovato la donna giusta:
"
Imbocco l’autostrada a _ nord ed esco a _ sud per andare al Ristorante _ di _. Non sono in grado di dire a che ora sono arrivato al Ristorante _. Evidentemente sono andato al Ristorante _ sapendo che è un bordello. Ribadisco quanto detto sopra : entro _ e mi siedo ad un tavolino e comando una bibita, forse un tè caldo. Sono rimasto _ poco più di mezz’ora. Ho visto, ovviamente delle prostitute. Un paio di queste si è pure seduta al mio tavolo e mi ha chiesto di andare in camera con lei. Io in quel locale non ho tentato di uccidere una prostituta poiché non avevo trovato il soggetto giusto. Ho già indicato sopra quale era il genere di prostituta che io volevo ammazzare.
Non avendo trovato il tipo di prostituta che cercavo da ammazzare, non c’era il soggetto giusto ma penso che non avessi neanche la carica giusta, sono andato al locale chiamato _ a _. Quest’ultimo bordello si trova ad un duecento metri dal Ristorante _. Entro all’_, anche lì mi siedo ad un tavolino, anche lì bevo una bibita analcolica, forse un’acqua tonica, anche lì vengo interpellato da alcune prostitute che mi hanno chiesto se volevo dei rapporti sessuali con loro, anche lì però non ho trovato il soggetto da ammazzare e la carica giusta.
ADR
che, durante tutto questo percorso il coltello a serramanico era sempre in tasca chiuso e coperto dal pullover."
(verbale PP 16.09.03 p 1-5).
"
Al ristorante _ dopo essere entrato mi sono seduto vicino ad una ragazza per ordinare un thé al bancone. Sempre al bancone ho scambiato con questa ragazza qualche parola, lei mi ha chiesto di andare in camera con lei. Evidentemente per avere un rapporto sessuale. Può anche darsi che mi abbia detto esplicitamente di andare a fare l’amore. Penso che fosse brasiliana. Non sono in grado di dire come si chiamasse, era una ragazza mora con i capelli ricci. Io le ho risposto di no.
ADR
che, non mi andava di avere un rapporto sessuale con quella ragazza perché non mi piaceva.
ADR
che, questa ragazza non rientrava nei canoni di una mia possibile vittima da ammazzare e neppure avevo la carica giusta per ammazzarla.
Dopo un attimo si avvicina un’amica di questa ragazza e le due cominciano a parlare tra di loro. Queste due ragazze hanno iniziato a parlare scherzosamente di giochini a tre, intendendo dei giochini sessuali da fare in tre. Io a quel punto ho pensato che questa amica che era sopraggiunta mi piaceva, era molto bella. Inoltre l’idea di fare dei giochini erotici a tre mi piaceva. Allora io ho detto a queste due ragazze: saliamo in camera.
(....)
In camera siamo saliti tutti e tre. Mi sono spogliato con attenzione per non far cascare il coltello. Ho avuto un rapporto sessuale con entrambe le ragazze.
ADR
che, appena sono entrato in camera con le due ragazze mi sono spogliato.
ADR
che, mi sono spogliato completamente appoggiando per terra i miei vestiti, il coltello a serramanico era nei miei pantaloni ed ho fatto attenzione appoggiandoli che non uscisse dalla tasca.
ADR
che, le due ragazze si sono spogliate anche loro.
ADR
che, con queste due ragazze io avevo unicamente intenzione di avere un rapporto sessuale completo (ovvero con penetrazione).
ADR
che, in gergo nei bordelli per “massaggio” si intende un rapporto sessuale completo ovvero il pene che penetra nella vagina.
Una volta che eravamo tutti e tre nudi abbiamo iniziato a fare dei giochini erotici e poi io ho avuto con entrambe le prostitute un rapporto sessuale completo. Io sono rimasto in camera con queste due ragazze circa una trentina di minuti.
ADR
che, ho eiaculato una sola volta, usando il preservativo. Per giochini erotici intendo che intanto che avevo un rapporto sessuale con una delle due ragazze, toccavo nelle parti intime l’altra, baciavo/leccavo l’altra.
Parimenti anche le due ragazze, si leccavano/baciavano tra di loro."
(verbale PP 23.09.03 p. 4-5).
Visto che nemmeno a _ era riuscito a trovare la “donna giusta”, _ si è avviato verso _ intenzionato a recarsi al "_" di _, postribolo da lui più volte frequentato. Lì ha visto "quella giusta". Cioè ha visto una prostituta che a lui è sembrata avere le caratteristiche necessarie a dargli la carica per uccidere senza rischio di lasciarsi muovere a commozione.
Questa donna - poi identificata in _ - gli avrebbe rivolto un sorriso ammiccante cui lui avrebbe risposto pure con un sorriso. A dire della donna invece, sarebbe stato il _ a sorridere per primo. Ma tant'è. Quel che conta è che i due si sono presentati ed hanno pattuito di salire in camera per consumare un rapporto sessuale. Prima di andare in camera, l'accusato, deciso di passare all'azione, si è recato in bagno per armare il coltello: voleva evitare, con ciò, che la donna, al momento dell’atto, venisse messa in allarme dal rumore dello scatto della lama e potesse, così, creargli dei problemi.
Poi, con la donna, _ ha preso l’ascensore per salire al primo piano.
Non è determinante stabilire se - come dichiarato da _ ma contestato dalla vittima - nel lift vi fosse o meno un'altra donna (peraltro mai identificata) diretta all'ultimo piano. Di certo è che, una volta giunti davanti alla porta della camera della vittima, mentre quest'ultima si accingeva ad aprirla, _ ha tolto il coltello dalla cintura ed ha colpito la donna: un primo colpo l’ha inferto alla schiena nella zona lombare, un secondo nell’addome approfittando del fatto che la donna, subito il primo, si era girata leggermente verso destra ed, infine, ha afferrato la donna per il collo o per i capelli (questo particolare non ha potuto essere chiarito esattamente), cercando di farle arretrare la testa così da poterle tagliare la gola.
La tragedia è stata evitata soltanto grazie al fatto che il coltello – non si sa come - si è richiuso e, nell’attimo di disorientamento che ne è seguito, la donna è riuscita a divincolarsi e quindi a trovare rifugio nella camera accanto, da dove era uscita – allarmata dalle urla della vittima - una donna, poi identificata in _.
Prima che la _ riuscisse a liberarsi, _ ha comunque tentato di riarmare il coltello facendo presa sulla parete mentre con l'altra mano teneva la vittima.
Va, qui, rilevato che, se sin a questo punto le dichiarazioni dei due protagonisti sono praticamente sovrapponibili (se si eccettua il dettaglio della presenza in ascensore di una seconda donna), vi è una divergenza fra dichiarazioni di vittima ed aggressore su quanto successo subito dopo che la donna è riuscita a sfuggire alla stretta di _: la donna ha riferito che l'uomo l'avrebbe rincorsa, cercando di afferrarla e di introdursi nella camera dove aveva trovato rifugio mentre _ ha detto di essersi reso subito conto di non poter fare più nulla poiché aveva chiaramente sentito che la porta era stata chiusa a chiave (“non sono mica Hulk” ha detto e ripetuto) e, perciò, di non avere nemmeno tentato di inseguirla. La versione di _ è confermata dalla teste _ che, in occasione del suo interrogatorio di polizia il giorno stesso dei fatti, ha dichiarato:
"
... l'uomo, in questo preciso istante non ha cercato di impedire che io assieme alla ragazza potessimo riparare la camera nè tanto meno ha posto resistenza sulla porta per evitare che io riuscissi ad assicurarla a chiave; credo quindi che si sia allontanato".
La Corte ha, perciò, potuto accertare che i fatti si sono svolti così come descritto nel verbale che l'accusato ha reso dinanzi al MP il 16 settembre 2003 alle pagine 6-10 e meglio:
"
Dopo 5 minuti che ero seduto da solo ad un tavolino del bar _ mi si avvicina questa donna, che è poi stata la mia vittima.
Mi è stato detto dagli inquirenti che la mia vittima si chiama _, ragazza che ho già riconosciuto in sede di Polizia a mezzo di fotografia e pure confermato davanti alla PP _ la sera del mio arresto.
Io quando sono entrato al bar _ per andare a sedermi su una sedia di un tavolino non ho visto questa ragazza, quando ero seduto al tavolino e sorbivo la mia coca-cola non ho visto questa ragazza. Dopo un 5 minuti che ero seduto al tavolino ho visto la _ appoggiata al muro del corridoietto (è un corridoio che congiunge la zona bancone del bar alla zona tavolini). Io oltre la _ ho visto altre ragazze, un paio d’altre appoggiate al muro che guardavano verso la sala dei tavoli. Questa donna (_) mi ha fatto un sorriso io ho pure sorriso a lei, dopodiché si è avvicinata al tavolo e si è seduta su una sedia al mio stesso tavolino. Ci siamo presentati, lei mi ha detto un nome italiano, che non mi ricordo. Abbiamo scambiato qualche parola tipo “come ti chiami, di che nazionalità sei, sei brasiliana”, dopo di che lei mi ha proposto di andare in camera con lei. Io ho risposto di si, perché dentro di me, guardandola, mi ha dato l’impressione di essere una donna forte di carattere, una donna di una certa portanza, non una ragazzina, mi è sembrata una donna sicura. Non le ho offerto da bere. Non le ho toccato le mani in quel momento e neppure altre parti del corpo. Lei mi propone di andare in camera, io avevo trovato il soggetto giusto e la carica giusta per ammazzare, finisco il sorso di coca-cola e le dico scusa un attimo che vado in bagno. Io intanto che ero seduto al tavolino, tenevo le mie mani a vista, o sul tavolo o conserte o posso anche averle appoggiate sulle mie gambe.
La mia vittima, quando io le ho detto che sarei andato in bagno, mi ha fatto cenno di si (intendendo che avrebbe aspettato il mio ritorno dalla toilette), ha pure sorriso, io sono quindi andato in bagno.
Io quando ho detto alla _ che andavo in bagno sapevo che ci sarei andato unicamente per armare il coltello a serramanico che mi sarebbe servito per ammazzarla. Io non dovevo fare nessun bisogno al bagno, il solo mio scopo era quello di armare il coltello a serramanico. Se l’avessi armato al momento dell’aggressione il coltello a serramanico avrebbe fatto rumore e quindi la _ avrebbe potuto reagire in un altro modo, per esempio scappando poiché capiva cosa volevo compiere, cioè accoltellarla.
ADR
che, io volutamente sono andato in bagno esclusivamente per armare il coltello a serramanico. Così era pronto per l’utilizzo, così potevo accoltellare la mia vittima, senza fare rumore e con più sicurezza (cioè coltello pronto per colpire, lei non si sarebbe girata e non avrebbe fatto movimenti falsi che mi avrebbero magari impedito di accoltellarla).
Io in bagno ho messo il coltello a serramanico con la lama armata (fissata, insomma pronta all’uso) nei miei pantaloni appoggiato alla cintura dei pantaloni con l’impugnatura del coltello leggermente fuori al fine di poterlo impugnare velocemente.
ADR
che, io ho messo il coltello nelle modalità sopra descritte nella parte destra dei pantaloni dal momento che io sono destrorso (cioè non sono mancino). Sopra evidentemente c’era il pullover che nascondeva l’estremità del manico del coltello. Se fossi stato mancino evidentemente l’avrei messo nella parte sinistra.
Sono uscito dal bagno con il coltello pronto all’uso e mi sono diretto verso il tavolino dove era ancora seduta la vittima (_) che evidentemente mi aspettava. Ho cercato di mantenere un comportamento che non desse nell’occhio, ero sorridente. Questo comportamento l’ho mantenuto volutamente per non lasciare intendere le mie reali intenzioni che erano di uccidere questa prostituta. Giunto al tavolino, faccio cenno di andare in camera alla prostituta la quale si alza e si incammina verso l’ascensore.
ADR
che, non mi ricordo se nel tragitto dal tavolino all’ascensore la _ camminava davanti o dietro di me. Ricordo che quando siamo usciti dall’ascensore al piano superiore lei camminava davanti a me.
Intanto che mi dirigevo con la _ verso l’ascensore per salire ho cercato di tenere un comportamento il più rilassato possibile, per non dare nell’occhio, le mani le tenevo a penzoloni.
(....)
Giunti al primo piano , usciamo dall’ascensore, la _ era davanti a me mi dice “di qua” per indicarmi il percorso per arrivare alla sua camera. Mi ricordo che c’erano anche due o tre gradini. Non ricordo come era vestita l’_, aveva dei pantaloni scuri, un corpetto scuro e delle scarpe con dei tacchi scuri. Aveva anche una borsetta chiara, se non sbaglio sul grigio.
La _ cammina davanti a me, non parliamo così come non abbiamo parlato nel tragitto dal bar all’ascensore e nell’ascensore stesso.
La _ cammina davanti a me nel corridoio che era abbastanza buio, nessuno aveva acceso la luce. Non mi ricordo dove la _ portava la borsetta, non mi ricordo di preciso se la _ tenesse in mano delle chiavi.
Passando con la _ che camminava davanti a me ho potuto constatare che non c’era nessuno in giro. Preciso che io ho guardato per accertarmi che non ci fosse in giro nessuno.
Arrivati in fondo al corridoio e davanti alla camera dove alloggiava la _, la mia vittima infila le chiavi nella porta della sua camera. Io preciso che ho sentito il rumore della chiave. La porta non è stata aperta e come meglio descrivo.
Lei infila la chiave per aprire la porta, io sento il rumore della chiave infilarsi ed aprire la serratura essendo dietro, proprio dietro a lei, prima che si aprisse la porta velocemente estraggo il coltello e la colpisco, nel lombare destro.
Io ho colpito la zona lombare poiché volevo tramortire la mia vittima per poi poterle tagliarle la gola. Nel momento in cui io camminavo con lei nel corridoio ho pensato di colpirla subito nel lombare alle spalle. Aggiungo che il coltello a serramanico che ho utilizzato non ha una lama lunga e colpendo in certi punti non è mortale, era per me necessario colpirla al lombare per tramortirla, per poterle quindi tagliare la gola e per poterla ammazzare. Preciso che io volevo colpirla più volte.
Io ho estratto velocemente il coltello a serramanico, l’ho picchiato nel lombare destro della _ con tanta forza. Non una accoltellata da far solletico. Secondo me nella carne della vittima deve essere entrata anche la parte dove si fissa la lama che ha un buchino dove io poi (quando aspettavo la polizia) ho visto del sangue. Dopo che l’ho colpita la prima volta (preciso che l’ho colpita ed ho estratto subito il coltello per poterla ricolpire) lei si è accasciata leggermente sulle gambe e gridava forte “soccorso” e nel frattempo si sbatteva anche, girandosi leggermente sulla parte destra dopo di che io ho subito infierito un’altra accoltellata sul davanti. Non so dove io l’abbia colpita di preciso la seconda volta perché nel frattempo in mezzo alla confusione è caduta la borsetta con tutti gli oggetti, lei era sempre leggermente accasciata, si sbatteva per liberarsi. Intanto che l’ho colpita sul davanti la seconda volta io la tenevo per il collo o per le spalle, cercavo di tenerla, di avere presa su di lei per impedirle di fuggire. Dopo di che l’ho afferrata subito per la faccia, lei si sbatteva sempre gridava (ha gridato dopo la prima accoltellata nella zona lombare) ho alzato il coltello a serramanico che ho sempre tenuto nella mia mano destra da quando l’avevo estratto per colpirla nel lombare destro; cerco di puntare il coltello a serramanico verso la gola della _ per tagliargliela e in quel momento che alzo il coltello che lo punto verso la gola vedo che la lama si era aperta, penzolava. Non potendo più fare niente, con la lama così non si può fare niente, il coltello non ha presa, in pratica viene in “disuso”.
Sia la mia vittima che io eravamo girati leggermente sulla destra verso il muro, la _ era appoggiata a me e si sbatteva e gridava e io la tenevo, io ho tentato di fissare la lama del serramanico facendo presa sul muro con la lama. Io ho cercato quindi di fissare la lama del coltello per accoltellarla. In quel momento che mi sono girato per fissare la lama del coltello a serramanico onde renderlo di nuovo utilizzabile per uccidere, mi sono accorto che c’era un'altra ragazza che gridava fortissimo anche lei e che era uscita dalla porta di una camera vicina. Non so se è l’unica porta vicina alla camera della mia vittima o se ce n’erano altre. Ho visto questa altra ragazza con la porta aperta terrorizzata che gridava aiuto soccorso. Nel momento in cui io ho tentato di fissare la lama facendo presa sul muro (per rendere di nuovo il coltello utilizzabile per ammazzare) si vede che io ho perso la presa sulla mia vittima che è sguizzata velocemente via da me, dalla mia presa e si è infilata nella porta della camera dell’amica. Si sono chiuse dentro subito. Io dal momento che queste due si sono chiuse nella camera vicino a quella della vittima non ho più potuto fare niente. Non sono l’incredibile Hulc e non potevo buttare giù la porta. E’ stato tutto veloce.
Quando ho visto la porta chiusa e quindi che la mia vittima era sfuggita, mi sono sentito un fallito ed ero lì impalato con il coltello in mano.
ADR
che, mi sono sentito un fallito perché non ero riuscito ad ucciderla.
ADR
che, io non ho potuto tagliare la gola alla _ poiché la lama del coltello a serramanico si è afflosciata. Non so come sia potuto accadere che la lama del coltello a serramanico si sia afflosciata. Io ho pensato persino che siccome c’era di mezzo la borsetta e nella confusione si sia “schiacciato” il becchetto e quindi la lama si sia afflosciata.
ADR
che, io di sicuro non ho schiacciato il becchetto, evidentemente la mia volontà era quella di uccidere e quindi di avere un coltello perfettamente funzionante. Preciso che quando io ho tentato di fissare la lama contro il muro per potere sgozzare la mia vittima, il coltello si è rifissato (con la lama fissa e utilizzabile) tuttavia dal momento che la mia vittima mi era già sfuggita, un coltello “utilizzabile” non mi serviva ormai più a niente.
Dopo che la mia vittima si era rifugiata nella camera vicino alla sua e visto che avevo fallito la mia impresa di ucciderla, io mi sono diretto verso i divanetti poco distanti da dove avevo colpito la _ e mi sono seduto. Intanto che mi dirigevo verso le poltrone dove mi sono seduto vedevo un via vai di donne. Mi sono seduto su delle poltroncine rosse, subito in quel mentre è arrivato o il barista o il gerente. Io tenevo il coltello in mano. Preciso che quando ero seduto il barista o il gerente mi si è avvicinato e mi ha detto di stare calmo, per parte mia gridavo “bastarde puttane schifose le ammazzo tutte”. Io ero sotto pressione e anche arrabbiato per non essere riuscito ad ammazzare una prostituta. Il barista insisteva nel dirmi di stare calmo ed io gli ho detto: “sono impazzito chiamate la polizia”, mi ha anche detto se volevo un caffè.
Ricordo che io ripetevo queste frasi contro le prostitute, il barista mi diceva di stare calmo, ad un certo punto è arrivata l’ambulanza. E’ arrivata la polizia. Giunta la polizia sono entrati e mi hanno puntato la pistola dicendomi di buttare la mia arma. Io con uno scatto ho buttato per terra il serramanico, la polizia mi ha detto di sdraiarmi per terra e mettere le mani allungate sul pavimento, dopo di che mi hanno ammanettato e mi hanno fatto risedere visto che io un attacco di vomito. Preciso che durante il mio fermo i soccorritori dell’ambulanza sono intervenuti sulla vittima. Da dove io ero seduto sui divanetti rossi in attesa di essere portato in Polizia, nel via vai ho visto che nella camera dove si era rifugiata la mia vittima c’era del sangue."
6.
A seguito dei fatti qui sopra riportati, _ è stata trasportata con l'autolettiga all'Ospedale Regionale di _ "_", dove è rimasta degente fino al 10 settembre 2003. Dal certificato medico 15 settembre 2003 (all. 25 all'AI 58) risultano le seguenti lesioni:
"
Aggressione con arma bianca con:
- Ferita profonda in loggia renale destra con lesione del polo inferiore del rene ed ematoma retroperitoneale
- Ferite superficiali in sede epigastrica e fossa iliaca sinistra
- Ferite superficiali all'avambraccio destro e sinistro
- Contusioni addominali
In anestesia locale sutura delle ferite el 8.09.
(...)
Si tratta di una paziente brasiliana 27enne, giunta in Ticino due giorni fa che questa sera mentre stava per entrare nella sua stanza viene aggredita con un coltello da uno sconosciuto, il quale le procura ferite nell'epigastrio, nella fossa iliaca sinistra e nella loggia renale destra. Emodinamicamente la paziente risulta sempre stabile e le ferite della parete addominale appaiono superficiali. La lesione in loggia renale destra risulta più profonda motivando un ricovero per osservazione ed ulteriori valutazioni.
(...)
Addome
Ispezione
Cicatrici: FLC epigastrio e fossa iliaca sinistra.
Palpazione
Dolore alla palpazione profonda fossa iliaca dx."
In occasione del suo interrogatorio in polizia del 24 settembre 2003, la donna ha dichiarato di sentirsi psicologicamente bene ma di lamentare ancora dei dolori nei punti di penetrazione della lama. Al dibattimento _ ha, però, precisato di soffrire ancora molto psicologicamente a causa dell’accaduto, in particolare di avere perso l’equilibrio e la serenità di un tempo, di sentirsi spesso angosciata e in preda al terrore soprattutto se in compagnia di persone sconosciute. Ha precisato di non sentirsi più "la persona di prima", di sognare spesso situazioni in cui c'è del sangue e in cui qualcuno tenta di ucciderla, di scoppiare a volte in pianti irrefrenabili. La vittima ha ancora dichiarato di non essersi sottoposta a cure psicologiche soltanto perché priva dei necessari mezzi finanziari. Dal profilo fisico, ha lamentato un'insensibilità nelle parti ferite con interessamento della coscia. Ha, infine, precisato di vivere in condizioni economiche precarie avendo una bambina di un anno e tre mesi al cui mantenimento provvede da sola.
7.
Per l'art. 111 CP chiunque intenzionalmente uccide una persona è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni, in quanto non ricorrano le condizioni previste negli articoli che seguono. Ai sensi dell’art. 22 CP chiunque compie senza risultato tutti gli atti necessari alla consumazione d’un crimine o di un delitto, può essere punito con pena attenuata (art. 65).
Il comportamento criminoso consiste nell’uccidere intenzionalmente una persona. L’autore deve adottare un comportamento che provochi la morte altrui (Corboz, Les infractions principales, I, ad 111 CP, n.1).
Secondo l'art. 112 CP se il colpevole ha agito con particolare mancanza di scrupoli, segnatamente con movente, scopo o modalità particolarmente perversi, la pena è della reclusione perpetua o della reclusione non inferiore a dieci anni.
Si tratta di una forma qualificata di omicidio intenzionale che si differenzia dall'omicidio ordinario di cui all'art. 111 CP per il carattere particolarmente reprensibile dell'atto. L'assenza di scrupoli presuppone una colpa particolarmente pesante nella commissione dell'atto. Per caratterizzare tale colpa accresciuta l'art. 112 CP evoca in modo non esaustivo il movente, lo scopo o il modo di agire particolarmente riprovevoli. Il movente è particolarmente odioso se l'autore uccide per denaro o allorquando esso appare futile , e meglio quando l'agente uccide per vendetta, senza seri motivi o ancora per una sciocchezza (DTF 1. Aprile 2004 6S.10/2004; 9 ottobre 2003 6S.309/2003; 11 marzo 2003 6S.21/2003; 118 IV 124; Stefan Disch, L'omicide intentionnel, Losanna, 1999, p. 312 e ss). Più in particolare la giurisprudenza ha avuto modo di stabilire che uccidere un terzo innocente per punire il proprio coniuge, quantunque in un quadro di grave situazione conflittuale, costituisce uno dei tratti più caratteristici della particolare perversità (DTF 106 IV 62).
8.
Nella fattispecie, si ha che _ deve essere condannato per mancato assassinio giusta il combinato disposto di cui agli art. 22 e 112 CP.
a)
Come emerso dagli atti e dall'istruttoria dibattimentale _ voleva uccidere una prostituta, una qualsiasi, pur di sfogare il suo odio e soddisfare la propria sete di vendetta.
Le motivazioni del suo agire sono da considerare estremamente futili e, perciò, odiose al punto da denotare una particolare assenza di scrupoli. Va detto, a questo proposito, che il rapporto con _ - la cui fine ha dato avvio ai fatti - era, anche per il _, un rapporto di natura semplicemente mercenaria: lui pagava per quel che riceveva e la cosa non aveva connotazioni romantiche o affettive (nonostante quel feeling cui _ ha fatto cenno). Nemmeno _ ha mai preteso di essersi in qualche modo innamorato di questa donna: la partenza della donna ha causato una ferita del suo ego non il sentimento di essere stato tradito in aspettative di natura affettiva.
Dopo avere invano tentato di rintracciare _ per sfogare su di lei la sua frustrazione, _ ha ripiegato su una vittima ancor più innocente pur di dar sfogo al suo odio viscerale:
"
Effettivamente io volevo vendicarmi e la cosa giusta che avrei dovuto fare (...) era di uccidere la ragazza giusta. Parlando con il gestore del locale _ venni a sapere che la ragazza
(n.d.r.: la _)
aveva fatto rientro in Russia. Se debbo essere sincero fino in fondo io ho girato vari locali del Ticino sperando di incontrarla, con esito negativo. Per questo motivo dovevo trovare qualcuno che sostituisse la donna non mi interessava di che nazionalità fosse ma l'importante che fosse una prostituta"
(verbale PS 8 settembre 2003 ore 23'30, p. 3).
_ ha quindi agito in modo brutale e senza scrupolo alcuno contro una vittima innocente, al solo scopo di dar sfogo alla rabbia che egli aveva maturato ed alimentato nei confronti delle prostitute:
"
io da circa un mese e mezzo avevo un'idea fissa (...) di ammazzare una prostituta, una qualsiasi"
(verbale MP 16.09.03 p. 2)
Ciò facendo, egli ha dimostrato un totale disprezzo della vita umana: uccidere una persona a caso, una persona di cui non si sa nulla e cui nulla si può, nemmeno soggettivamente od arbitrariamente, rimproverare, significa ridurre l’essere umano ad una cosa, ad un mero strumento da utilizzare a proprio piacimento per soddisfare le proprie esigenze. Significa negare alla propria vittima qualsiasi dignità di persona e degradarla al rango di oggetto, oggetto di cui si può disporre, senza remora alcuna, per soddisfare i propri desideri.
Così facendo, _ ha dimostrato la particolare mancanza di scrupoli che trasforma l’omicida in assassino (cfr DTF 106 IV 62 in cui il TF ha considerato assassinio una fattispecie praticamente analoga).
b)
Va, poi, rilevato che, anche nel pomeriggio trascorso alla ricerca della vittima sacrificale, _ ha dimostrato di possedere la freddezza d’animo e l’assoluta mancanza di scrupoli caratteristica dell’assassino. Quando girovagava per i bordelli del sopraceneri con lo scopo dichiarato di trovare la donna giusta da uccidere, _ è riuscito ad avere anche un rapporto sessuale con due prostitute, peritandosi, nell'occasione, di nascondere il coltello affinchè non gli cascasse (
"mi sono spogliato completamente appoggiando per terra i vestiti, il coltello a serramanico era nei miei pantaloni ed ho fatto attenzione appoggiandoli che non uscisse dalla tasca"
cfr. verbale MP 23.09.03 p. 4).
Ora, una persona che esce di casa armata, con l'intento di uccidere e, durante la ricerca “dell’agnello sacrificale” riesce ad avere un rapporto sessualmente completo e soddisfacente con ben due prostitute, cioè con due donne appartenenti a quella categoria che lui odiava e disprezzava al punto da definirle “bestie”, manifesta una freddezza impressionante e, con essa, una totale misconoscenza del valore della vita umana che lui intendeva sopprimere.
Questo supporta la conclusione secondo cui i fatti che gli sono imputati e di cui _ è riconosciuto autore colpevole sono da qualificare, in diritto, di assassinio (mancato).
Non va dimenticato che l’assenza di scrupoli e il totale disprezzo per la vita umana del _ trovano ancora ulteriore e sconcertante conferma nelle parole stesse del _:
"
Io ero caricato nel modo giusto ed essendo la donna una persona dal carattere deciso non mi sono posto troppi problemi, decidendo che era la persona che quel giorno stavo cercando (...) Io avevo bisogno di una persona dal carattere forte che avrebbe reagito alla mia aggressione in modo tale che io non avrei avuto nessun rimorso (...) sebbene fossi teso non ho mai perso il lume della ragione, anzi ho colpito sempre in modo mirato. L'essermi poi reso conto che non ero riuscito ad uccidere la donna, l'unico pensiero è stato il seguente: "è finita... ho fallito"
(verbale PS 10 settembre 2003, p. 7);
"
Mi dispiace solo che non è morta"
(verbale PS 8 settembre 2003 ore 18.40, p. 5);
"
io dico che mi sento un fallito perché non l'ho uccisa"
(verbale PS 8 settembre 2003 ore 23.30 p. 2);
e ancora
"
non me ne fregava niente anche se avessi preso l'ergastolo, questa mia necessità di uccidere superava ogni e qualsiasi pregiudizio"
(verbale PS 10 settembre 2003 p. 3);
"
E' vero che nutrivo e nutro tuttora un odio viscerale nei confronti delle prostitute ma in tutti i casi mi andava bene di usarle per i miei sfoghi sessuali"
(verbale PS 8 settembre 2003 ore 23'30 p. 3).
Ne discende che _ ha agito con particolare assenza di scrupoli, con perversione e che la sua azione deve essere qualificata di mancato assassinio (ciò ritenuto che, secondo la giurisprudenza, il fatto che, all’origine del gesto, vi sia una patologia è irrilevante per la qualifica giuridica: DTF 95 IV 167; 82 IV 8; 81 IV 150; 80 IV 239; cfr., pure, Trechsel, op. cit. ad 112 n. 25 e cit.).
9.
Giusta l'art. 63 CP il giudice commisura la pena, nei limiti della comminatoria edittale, alla colpa del reo, tenendo conto dei motivi a delinquere, della sua vita anteriore e delle sue condizioni personali. La gravità della colpa è il criterio fondamentale per la fissazione della pena. A tale riguardo entrano in considerazione numerosi fattori: movente e circostanze esterne, intensità del proposito (determinazione), risultato ottenuto, assenza di scrupoli, modi di esecuzione del reato, entità del pregiudizio arrecato volontariamente, durata o reiterazione dell'illecito, e così via. Per quanto riguarda l'autore in particolare occorre considerare la sua situazione familiare e professionale, l'educazione ricevuta e la formazione seguita, l'integrazione sociale, gli eventuali precedenti e la reputazione in genere. Anche il comportamento dopo la perpetrazione del reato entra in linea di conto, compresa la collaborazione prestata con gli inquirenti e la volontà di emendamento (DTF 117 IV 112). Nella commisurazione della pena il giudice fruisce di ampia autonomia quando valuta l'importanza di ogni singolo fattore di determinazione (DTF 122 IV 15). In considerazione dei numerosi e diversi parametri che intervengono nella commisurazione della pena, una comparazione con casi analoghi è molto discutibile (DTF 120 IV 144), una certa disuguaglianza in tale ambito spiegandosi con il principio dell'individualizzazione voluto dal legislatore (DTF 19 giugno 2003 in re M.).
a)
La colpa di _ va qualificata di grave.
Egli ha infatti agito per vendetta ed ha messo in atto i suoi propositi nei confronti di una persona del tutto innocente. E nemmeno la sua volontà di vendetta può essere in qualche modo compresa quale conseguenza di gravi torti subiti poiché, in realtà, torti il _ non ne ha subiti: il suo rapporto con _ è stato, come detto, di natura puramente mercenaria (e in questo senso era anche compreso dal _ stesso) e la donna, una volta terminata la sua attività in Ticino, altro non ha fatto che fare quello che fanno le ragazze come lei, cioè cambiare aria senza dover spiegazioni a nessuno, tantomeno al _ che altro non era che uno qualsiasi dei suoi clienti (anche se, magari, uno dei più assidui).
Egli ha poi agito con particolare premeditazione e determinazione: si è preoccupato di utilizzare un'arma che potesse essere facilmente occultabile per passare tranquillamente la frontiera, ha cercato con ostinazione la sua vittima in vari bordelli del Cantone, ha avuto un rapporto sessuale con due prostitute preoccupandosi di nascondere bene il coltello sotto i vestiti, una volta individuata la vittima è andato in bagno ad armare il coltello per evitare di mettere in allarme la vittima al momento dei fatti, lo ha nuovamente occultato sotto i vestiti e non ha esitato un attimo a pugnalare la donna da dietro nel tentativo poi di sgozzarla. Soltanto il caso ha voluto che non ci riuscisse perché l'arma si è inceppata: ma nemmeno questo intoppo è bastato a far desistere il _ che ha cercato freneticamente di riarmare il coltello facendo pressione con la lama contro la parete. E’ proprio il caso di dire che la ragazza non è stata uccisa soltanto grazie ad un destino – nonostante tutto – particolarmente benevolo.
b)
A favore dell'accusato sono state considerate attenuanti generiche legate ad un vissuto emotivamente povero, ad una vita senza passioni di rilievo (il tempo libero lo passava prevalentemente nella sua camera, dormendo molte ore), alla difficile ricerca di un equilibrio sia professionale (basti al riguardo pensare ai numerosi cambiamenti di posto di lavoro negli ultimi anni) sia emotivo che in passato già lo avevano indotto a rivolgersi ad una psichiatra che gli aveva prescritto un neurolettico (Risperdal), nonché la sofferenza dovuta alla perdita di amici in un incidente della circolazione (quella sera, su quell'auto, avrebbe dovuto salirci anche lui, ma resistette all'invito quasi forzato dei 4 amici poi deceduti, poiché sapeva che il conducente era uno spericolato) ed alla frustrazione di non poter continuare, per ragioni economiche, a frequentare persone di un ceto sociale più elevato (figli del noto attore _, cfr. AI 92 p. 9).
Inoltre è, pure, stato considerato il suo atteggiamento processuale collaborante, avendo egli immediatamente ammesso le proprie responsabilità.
c)
_ è stato sottoposto a perizia psichiatrica. Nelle sue conclusioni il perito ha stabilito che la capacità di valutazione del carattere illecito dell'atto era scemata in modo lieve mentre la capacità di agire secondo tale valutazione era scemata in modo grave. Con il che deve essere considerato che _ ha agito in stato di grave scemata responsabilità.
Il perito ha, in buona sostanza, indicato che l'accusato soffre di "sindrome depressiva ricorrente" e meglio:
"
La sindrome depressiva ricorrente si innesta, nel caso del peritando, su una struttura di personalità immatura, dipendente, passiva ma con potenzialità aggressive, "primitiva", per quanto non sprovvista sul piano intellettuale, ma incapace soprattutto di adeguate percezione analisi e elaborazione dei propri sentimenti. Tutti questi tratti sono probabilmente abbastanza marcati e persistenti da configurare un disturbo di personalità misto. Ciò preclude al peritando una possibilità di affrontare i propri sensi di inferiorità con modalità che non siano quelle della depressione e, in reazione, dell'ipercompensazione aggressiva, la quale a sua volta conferisce al suo agire caratteristiche antisociali."
(AI 92 p. 31-32)
Su questa questione non occorre disquisire oltre: del resto, accusa e difesa concordano perfettamente sullo stato di grave scemata responsabilità dell'accusato al momento dei fatti avvenuti l'8 settembre 2003.
D’altro canto, pur se secondo dottrina e giurisprudenza il giudice non è vincolato alle conclusioni peritali, nel senso che può apprezzarle liberamente come avviene per ogni altro mezzo di prova, nella pratica, se ne può scostare solo se fatti, circostanze o indizi controvertibili ne pongano seriamente in dubbio la credibilità (DTF 101 IV 129; 102 IV 225, Trechsel, Kurzkommentar 13 N. 8) Ciò significa che, di fatto, il potere di apprezzamento del giudice è limitato ai casi di evidenti errori nelle impostazioni o nelle premesse di fatto poste a base della perizia (ad esempio, nel caso di un influsso alcolico supposto dall’esperto, e considerato nella sua valutazione, ma non accertato dal giudice: DTF 102 IV 225).
Errori che, in concreto, nella perizia non sono ravvisabili.
d)
Circa l’influenza della scemata responsabilità sulla commisurazione della pena, nella prassi si è sviluppata la tendenza a ritenere appropriata una riduzione aggirantesi attorno al 25% in caso di responsabilità lievemente scemata, attorno al 50% in caso di responsabilità mediamente scemata e attorno al 75% in caso di scemata responsabilità molto grave (CCRP 17.12.98 in re C; DTF 118 IV 4). Il TF non impone di operare una riduzione lineare (DTF 127 IV 103), ma ha sinora riconosciuto corrette o non arbitrarie analoghe riduzioni in casi di scemata responsabilità (DTF 123 IV 151).
e)
La Corte ha ritenuto che - astrazion fatta per la scemata responsabilità che, secondo la giurisprudenza, si riflette direttamente sulla colpa del reo, elemento determinante per la commisurazione della pena, e quindi comporta una corrispondente riduzione della sanzione - nelle concrete evenienze, se il reato si fosse consumato, all’autore colpevole avrebbe inflitto una pena di 15 anni di reclusione.
Tenuto conto che l'evento non si è realizzato - anche se non certo per merito dell'accusato che ha, anzi, tentato in tutti i modi di perseguire l'obiettivo prefissatosi, cercando in particolare di riarmare il coltello mentre tratteneva la vittima con l'altro braccio – ma soprattutto della grave scemata responsabilità al momento dei fatti (e in considerazione, come detto, anche delle circostanze attenuanti generiche di cui si è detto sopra), alla Corte è parsa adeguata una pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione.
Già solo per il fatto che la durata della pena inflitta è superiore ai 18 mesi, il beneficio della sospensione condizionale giusta l’art. 41 n. 1 CP non entra in linea di conto.
10.
Il perito giudiziale ha inoltre stabilito che
"
L'adozione di misure secondo l'art. 43 CPS è opportuna (ma forse non si impone). Il peritando ha mostrato, già prima dei fatti, di trarre sensibile giovamento da un trattamento con il neurolettico atipico Risperdal. Questo farmaco, oltre ad avere un influsso positivo sulle idee dominanti (e nel caso di psicotici, in particolare schizofrenici, per i quali è indicato, su deliri e allucinazioni) sembra essere efficace anche su sintomi quali il ritiro sociale, l'apatia e, limitatamente, la depressione. Questo trattamento (al quale altri farmaci e altre forme di intervento, come un sostegno psicologico e psicosociale potrebbero risp. dovrebbero essere associati) può facilmente essere somministrato ambulatoriamente. Il peritando lo assume di buon grado e inoltre, qualora vi fosse motivo di dubitare della sua osservanza delle prescrizioni, esso potrebbe essere somministrato per via intramuscolare, a intervalli quindicinali. Ciò dovrebbe permettere una buona gestione del peritando senza ricorrere al suo collocamento in una casa di salute o di custodia.
L'"internamento in uno stabilimento appropriato" non costituisce invece misura adeguata. Il peritando non ha commesso il fatto perché gravemente pericoloso per la sicurezza pubblica ma piuttosto perché, in quel momento, seriamente malato. Le misure indicate nel suo caso sono pertanto di carattere prevalentemente psichiatrico. Con una prese a carico adeguata (anche al di fuori misura), per esempio a frequenza bisettimanale come ora avviene al PCT, il pericolo di ricaduta in fasi depressive di gravità tale da sfociare in agiti pericolosi dovrebbe essere ridotto al minimo."
Stanti tali accertamenti occorre quindi ordinare un trattamento ambulatoriale, ex art. 43 CP, in espiazione di pena (trattamento medico psichiatrico) affinchè l'imputato mantenga l’autonomia e l’equilibrio psicologici della cui riconquista il perito ha dato atto.
11.
L'art. 55 CP stabilisce che il giudice può espellere dal territorio svizzero per un tempo da tre a quindici anni lo straniero che è stato condannato alla detenzione o alla reclusione. Il carattere preponderante dell'espulsione non è quello di una pena ma di una misura di sicurezza a tutela dell'ordine pubblico (DTF 117 IV 230). L'irrogazione del provvedimento soggiace nondimeno all'art. 63 CP, mentre il giudizio sulla sospensione condizionale è retto dall'art. 41 CP (DTF 119 IV 197). Nel giudicare sull'espulsione occorre in particolare tenere in considerazione i legami del condannato con il nostro paese, in particolare quelli famigliari, senza dimenticare che il fatto di essere coniugato con una cittadina svizzera, da solo, non esclude l'espulsione se ragioni preponderanti di ordine pubblico ne impongono l'allontanamento (DTF 117 IV 112; Rep. 1985 p. 273; BJP 1983 N. 544).
a)
_ non ha particolari legami con il nostro paese. In passato vi ha lavorato per qualche tempo (presso la _) e, proprio nell'imminenza dei fatti di cui in rassegna (e meglio in data 11 settembre 2003) avrebbe dovuto presentarsi presso la macelleria _ quale candidato ad un posto di macellaio pollicoltore (all. 60 AI 58). Tuttavia, ciò che lo ha maggiormente legato al Ticino sono le sue frequentazioni dei postriboli. Frequentazioni che sono pure in stretto legame con i fatti oggetto di questo procedimento. A ciò aggiungasi che _ ha espressamente ammesso di aver scelto la Svizzera per perpetrare il suo crimine perché
"la prostituta che mi ha rovinato economicamente lavorava qui in Svizzera"
(verbale PS 8 settembre 2003 ore 23'30 p. 1). Ne discende che, a tutela dell'ordine pubblico, _ va espulso dal nostro territorio per la durata di sette anni.
b)
Resta da esaminare la questione della sospensione condizionale del provvedimento. In tale ambito entrano in linea di conto considerazioni legate alla prognosi. In altri termini occorre stabilire se le possibilità di risocializzazione del prevenuto sono migliori in Svizzera o al suo Paese (DTF 116 IV 2283; BJP 1994 N. 578), tenendo conto del pericolo che lo straniero rappresenta per l'ordine pubblico svizzero (DTF 103 Ib 26).
Da lungo tempo _ è venuto nel nostro paese prevalentemente per frequentare postriboli, con frequenza più o meno regolare, dimostrando una particolare propensione per questo genere di frequentazione, da cui è poi nato l'odio nei confronti delle meretrici, fino a giungere al tentativo di ucciderne una. Ora, è ben vero che il perito ha detto che questo odio è col tempo scemato sino a scomparire e che in aula il condannato si è detto molto pentito di quanto fatto. Tuttavia, questa presa di coscienza e di questo pentimento è avvenuta grazie alla presa a carico di natura psichiatrica.
E’ soltanto la continuazione di questa presa a carico sino a stabilizzazione dei suoi buoni risultati che è garanzia di assenza di recidiva. Non certamente una sospensione dell’espulsione che, al contrario, potrebbe rivelarsi controproducente data la particolare propensione per la frequentazione di bordelli manifestata dall'accusato, unita al fatto che al suo paese vige a tutt'oggi la cosiddetta "legge Merlin" che vieta l'esercizio di case chiuse. L’accusato potrebbe essere indotto a riprendere le vecchie abitudini sessuali e riprendere anzitempo, cioè prima della stabilizzazione degli effetti della cura che dovrà continuare anche in Italia dopo la sua messa in libertà, la frequentazione dei bordelli ticinesi. Ne discende che l'espulsione deve essere effettiva.
12.
La decisione della Corte d’assise sulle pretese di diritto civile presuppone, oltre alla condanna dell’accusato (art. 266 e 272 CPP), l’esistenza di dati sufficienti (art. 267 CPP) che possano essere raccolti senza ritardare il corso dell’azione penale (art. 265 CPP), in difetto di che l’istante è rinviato al foro civile, con la possibilità di accordargli un risarcimento parziale (art. 267 CPP). Giusta il combinato disposto di cui agli artt. 9 LAVI e 94 CPP, inoltre, se la parte civile è vittima di reati che hanno leso direttamente la salute fisica, sessuale o psichica, la corte può giudicare dapprima la fattispecie penale e trattare in seguito le sue pretese pecuniarie nei confronti del condannato oppure – ove ciò comporti un dispendio sproporzionato e non si tratti di pretese di lieve entità – limitarsi a prendere una decisione di principio sul diritto al risarcimento, con rinvio per il rimanente al foro civile (DTF 122 IV 37).
Tutte le pretese della parte civile sono state riconosciute da accusato e difensore. A ragione. Va infatti dato atto alla vittima di aver subito una violenza fisica di particolare intensità: lo dimostrano le ferite riportate e lo stato generale di disagio psicologico in cui la donna, ancora oggi, ha raccontato di trovarsi. La richiesta avanzata a titolo di risarcimento per il torto morale va, quindi, ammessa.
Per quel che è delle pretese di difesa, va osservato che le stesse sono parte del danno causato giusta l'art. 41 CO così come occorre riconoscere che la fattispecie ha richiesto il patrocinio di un legale, la cui nota professionale è stata versata agli atti (fr. 20'708.-).
Infine vanno pure riconosciute le spese di viaggio, di vitto e di alloggio (in totale fr. 1'400.-) relative alla presenza della donna in Ticino per il dibattimento, la sua audizione essendo stata richiesta espressamente dal Procuratore pubblico già con l'emanazione dell'atto di accusa.
_ dovrà infine sopportare le spese processuali ex art. 9 CPP nonché la confisca di tutto quanto in sequestro quale mezzo utilizzato per la perpetrazione del reato giusta l'art. 58 CP.
Rispondendo affermativamente a tutti i quesiti, tranne ai quesiti no. 1.1 e 3;
visti gli art. 11, 18, 21 e segg., 35, 41, 43, 55, 58, 63, 65, 66, 69, 111,
112 CP;
9 segg. CPP e 39 TG sulle spese