# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 447f490d-b6b9-5f17-af3d-1ae0ccc9a448
**Court:** TI_CARP
**Chamber:** TI_CARP_001
**Year:** 2016
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

ritenuto
in fatto: A.
Con decreti d’accusa n. 4656/2013, n. 4657/2013, n. 4658/2013, n. 4659/2013 e n. 4660/2013 del 6 novembre 2013 il procuratore pubblico PP 1 ha posto in stato d’accusa dinanzi alla Pretura penale del Cantone Ticino:
AP 1
,
siccome ritenuto colpevole di
violazione delle regole dell'arte edilizia per negligenza
per avere nelle settimane precedenti e fino al 23 aprile 2008 a Lugano, nell’ambito del suo ruolo di ingegnere appositamente incaricato dei lavori di sottomuratura, trascurato per negligenza le regole riconosciute dell’arte, mettendo con ciò in pericolo la vita o l’integrità delle persone,
e meglio,
nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della palazzina sita in via _ omesso di allestire piani dettagliati sull’esecuzione delle opere, rispettivamente di verificare il rispetto delle indicazioni fornite oralmente agli esecutori materiali dei lavori di sottomuratura, tanto che il giorno indicato, a seguito di scavi troppo ampi sotto i muri preesistenti, si verificò un crollo degli stessi, mettendo in pericolo la vita o l’integrità degli operai presenti sul cantiere.
Proponendone la condanna:
1.
Alla pena pecuniaria di 60 (sessanta) aliquote giornaliere da fr. 270.- (duecentosettanta) cadauna, corrispondenti a complessivi fr. 16'200.- (sedicimiladuecento);
L’esecuzione della pena viene sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni.
2.
Alla multa di fr. 500.- (cinquecento), con l'avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di giorni 5 (cinque) (art. 106 cpv. 2 CP).
3. Si rinvia l’accusatore privato
PC 1, _, al competente foro per le pretese di natura civile.
4. Al pagamento della tassa di giustizia di fr. 200.- (duecento) e delle spese giudiziarie di fr. 12'000.- (dodicimila).
(
DA 4656/2013)
IM 1
Siccome
ritenuto colpevole di
violazione delle regole dell'arte edilizia per negligenza
per avere nelle settimane precedenti e fino al 23 aprile 2008 a Lugano, nell’ambito del suo ruolo di capo muratore sul cantiere per conto della DITTA 1, _, incaricata dell’opera, trascurato per negligenza le regole riconosciute dell’arte, mettendo con ciò in pericolo la vita o l’integrità delle persone,
e meglio,
nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della palazzina sita in via _, fatto eseguire lavori che hanno messo in pericolo la stabilità dell’opera, rispettivamente omesso di verificare la corretta esecuzione delle opere di sottomuratura da parte degli operai della ditta, tanto che il giorno indicato, a seguito di scavi troppo ampi sotto i muri preesistenti, si verificò un crollo degli stessi, mettendo in pericolo la vita o l’integrità degli operai presenti sul cantiere.
Proponendone la condanna:
1. Alla pena pecuniaria di 60 (sessanta) aliquote giornaliere da fr. 60.- (sessanta) cadauna, corrispondenti a complessivi fr. 3'600.- (tremilaseicento).
L’esecuzione della pena viene sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni.
2. Alla multa di fr. 500.- (cinquecento), con l'avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di giorni 5 (cinque) (art. 106 cpv. 2 CP).
3. Si rinvia l’accusatore privato
PC 1, _, al competente foro per le pretese di natura civile.
4. Al pagamento della tassa di giustizia di fr. 200.- (duecento) e delle spese giudiziarie di fr. 1'000.- (mille).
(
DA 4660/2013)
IM 2
siccome ritenuto colpevole di
violazione delle regole dell'arte edilizia per negligenza
per avere nelle settimane precedenti e fino al 23 aprile 2008 a Lugano, nell’ambito del suo ruolo di responsabile del cantiere per conto della DITTA 1, _, incaricata dell’opera, trascurato per negligenza le regole riconosciute dell’arte, mettendo con ciò in pericolo la vita o l’integrità delle persone,
e meglio,
nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della palazzina sita in via _ omesso di verificare la corretta esecuzione delle opere di sottomuratura da parte degli operai della ditta, tanto che il giorno indicato, a seguito di scavi troppo ampi sotto i muri preesistenti, si verificò un crollo degli stessi, mettendo in pericolo la vita o l’integrità degli operai presenti sul cantiere.
Proponendone la condanna:
1. Alla pena pecuniaria di 60 (sessanta) aliquote giornaliere da fr. 190.- (centonovanta) cadauna, corrispondenti a complessivi fr. 11'400.- (undicimilaquattrocento).
L’esecuzione della pena viene sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni.
2. Alla multa di fr. 500.- (cinquecento), con l'avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di giorni 5 (cinque) (art. 106 cpv. 2 CP).
3. Si rinvia l’accusatore privato
PC 1, _, al competente foro per le pretese di natura civile.
4. Al pagamento della tassa di giustizia di fr. 200.- (duecento) e delle spese giudiziarie di fr. 12'000.- (dodicimila)
(
DA 4659/2013)
IM 3
siccome
ritenuto colpevole di
violazione delle regole dell'arte edilizia per negligenza
per avere, nelle settimane precedenti e fino al 23 aprile 2008 a Lugano, nell’ambito del suo ruolo di operaio sul cantiere per conto della DITTA 1, _, incaricata dell’opera, trascurato per negligenza le regole riconosciute dell’arte, mettendo con ciò in pericolo la vita o l’integrità delle persone,
e meglio,
nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della palazzina sita in via _ eseguito scavi troppo ampi sotto i muri esistenti, tanto che il giorno indicato si verificò un crollo degli stessi, mettendo in pericolo la vita o l’integrità degli altri operai presenti sul cantiere.
Proponendone la condanna:
1. Alla pena pecuniaria di 60 (sessanta) aliquote giornaliere da fr. 50.- (cinquanta) cadauna, corrispondenti a complessivi fr. 3'000.- (tremila).
L’esecuzione della pena viene sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni.
2. Alla multa di fr. 500.- (cinquecento), con l'avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di giorni 5 (cinque) (art. 106 cpv. 2 CP).
3. Si rinvia l’accusatore privato
PC 1, _, al competente foro per le pretese di natura civile.
4. Al pagamento della tassa di giustizia di fr. 200.- (duecento) e delle spese giudiziarie di fr. 1'000.- (mille).
(
DA 4658/2013)
IM 4
s
iccome ritenuto colpevole di
violazione delle regole dell'arte edilizia per negligenza
per avere nelle settimane precedenti e fino al 23 aprile 2008 a Lugano, nell’ambito del suo ruolo di operaio sul cantiere per conto della DITTA 1, _, incaricata dell’opera, trascurato per negligenza le regole riconosciute dell’arte, mettendo con ciò in pericolo la vita o l’integrità delle persone,
e meglio,
nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della palazzina sita in via _ eseguito scavi troppo ampi sotto i muri esistenti, tanto che il giorno indicato si verificò un crollo degli stessi, mettendo in pericolo la vita o l’integrità degli altri operai presenti sul cantiere.
Proponendone la condanna:
1. Alla pena pecuniaria di 60 (sessanta) aliquote giornaliere da fr. 50.- (cinquanta) cadauna, corrispondenti a complessivi fr. 3'000.- (tremila).
L’esecuzione della pena viene sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni.
2. Alla multa di fr. 300.- (trecento), con l'avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di giorni 3 (tre) (art. 106 cpv. 2 CP).
3. Si rinvia l’accusatore privato
PC 1, _, al competente foro per le pretese di natura civile.
4. Al pagamento della tassa di giustizia di fr. 200.- (duecento) e delle spese giudiziarie di fr. 1'000.- (mille).
(
DA 4657/2013)
B.
Statuendo sulle opposizioni degli imputati, previa congiunzione dei procedimenti e in esito al dibattimento tenutosi il 30 ottobre 2014, il presidente della Pretura penale ha confermato tutte le imputazioni nel loro testuale tenore dei decreti d’accusa, salvo, per l’ing. AP 1, quella di avere
“omesso di allestire i piani dettagliati sull’esecuzione delle opere”
.
In applicazione della pena, rispetto alle proposte dell’accusa, egli ha però optato per una riduzione delle sanzioni, condannando:
- l’ing. AP 1 alla pena pecuniaria di 20 aliquote
giornaliere di fr. 270.–, per un totale di fr. 5'400.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché al pagamento delle spese giudiziarie di complessivi fr. 20'600.–;
- IM 1 alla pena pecuniaria di 20 aliquote giornaliere di fr. 50.–, per un totale di fr. 1’000.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché al pagamento delle spese giudiziarie di complessivi fr. 1'600.–;
- IM 2 alla pena pecuniaria di 20 aliquote giornaliere di fr. 150.–, per un totale di fr. 3’000.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché al pagamento delle spese giudiziarie di complessivi fr. 4'600.–;
- IM 3 alla pena pecuniaria di 10 aliquote giornaliere di fr. 50.–, per un totale di fr. 500.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché al pagamento delle spese giudiziarie di complessivi fr. 1'600.–;
- IM 4 alla pena pecuniaria di 10 aliquote giornaliere di fr. 50.–, per un totale di fr. 500.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché al pagamento delle spese giudiziarie di complessivi fr. 1'600.–.
Il primo giudice ha, poi, rinviato l’accusatore privato PC 1 al foro civile per le pretese di corrispondente natura, facendo obbligo, infine, ai cinque imputati di versare in solido a PC 1
, e per lui all’avv. _, l’importo di fr. 1'500.– a titolo di indennità.
C.
Nelle dichiarazioni d’appello del 23 febbraio 2015 tutti e cinque gli imputati hanno postulato il loro integrale proscioglimento e l’annullamento del dispositivo n. 13 della sentenza impugnata concernente l’indennità a favore dell’accusatore privato, il tutto con tasse e disborsi a carico dello Stato.
D.
Al dibattimento d’appello, tenutosi il 6 ottobre 2015, il procuratore pubblico ha chiesto la conferma integrale del giudizio impugnato, rimettendosi al giudizio della Corte per quanto attiene all’entità delle aliquote. L’accusatore privato _ ha postulato anch’egli la conferma del giudizio di primo grado, mentre che, per parte loro, gli imputati hanno confermato le richieste d’appello. Con separato scritto trasmesso il 6 ottobre 2015, l’avv. DI 2 ha fatto pervenire alla CARP le richieste d’indennità per spese di patrocinio ai sensi dell’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP, cifrandole in complessivi fr. 33'453.90 (comprensivi di fr. 9'402.70 di
“saldo già pagato da CAP”
Compagnia d’Assicurazione di Protezione Giuridica SA). Lo stesso ha fatto, il 7 ottobre 2015, l’avv. _ (studio legale _), che ha postulato per il suo assistito ing. AP 1 il riconoscimento di un’indennità per spese di patrocinio di fr. 63'735.95, comprensivi di fr. 47'934.45 già assunti dalla CAP.
Fatti
E.
Il 20 dicembre 2007 PC 1 ha appaltato alla DITTA 1 di _ le opere da impresario costruttore relative alla
“ristrutturazione ed ampliamento con sopralzo”
di uno stabile di sua proprietà sito sul fondo particella n. _ del Comune di Lugano, in via _. Il contratto è firmato dal committente PC 1, da _, amministratore unico della ditta appaltatrice DITTA 1 e dall’ing. _, indicato come
“direzione dei lavori”
. Ne forma parte integrante il capitolato d’appalto del 28 settembre 2007 allestito dall’ing. AP 1, al quale PC 1 aveva affidato l’esecuzione dei calcoli statici e dei piani d’ingegneria (AI 66, all. A e C). Della progettazione architettonica e della realizzazione dei piani esecutivi si era invece occupato l’arch. _ di _.
F.
Il Municipio di Lugano ha rilasciato la licenza edilizia in procedura ordinaria il 22 agosto 2007, completata poi con la licenza edilizia in procedura di notifica del 14 novembre 2007, concernente una variante per la copertura dell’edificio (AI 23).
Onde beneficiare della più ampia possibilità edificatoria concessa dal vecchio piano regolatore, il progetto prevedeva la conservazione delle facciate perimetrali dello stabile esistente, tranne quella che avrebbe ospitato il corpo scale e l’ascensore.
G.
I lavori, iniziati il 14 gennaio 2008, si sono bruscamente interrotti il 23 aprile 2008, allorquando, durante le fasi di esecuzione della terza tappa di sottomurazione, le due residue facciate originali dell’edificio – che secondo progetto andavano mantenute in piedi – sono crollate rovinando sul marciapiede e sul sedime stradale di Via _.
L’evento ha condotto alle imputazioni qui in esame.
Il periodo intercorso tra l’inizio dei lavori ed il crollo delle facciate ha visto operativi sul cantiere:
a)
IM 1, capo muratore con attestato professionale federale ottenuto nel 1991, alle dipendenze della DITTA 1 da quattro anni (al momento dei fatti), con la funzione di capo cantiere;
IM 4
, giunto sul cantiere a febbraio 2008, gruista in possesso della relativa patente da tre anni e da cinque dipendente della DITTA 1 (al momento dei fatti);
IM 3
, diplomatosi come muratore nel 1989, da circa due anni alle dipendenze della DITTA 1 (al momento dei fatti), attivo sul cantiere di Via _ da circa metà aprile 2008;
_
, dal 1989 in Svizzera sui cantieri edili come operaio non diplomato, assunto dalla DITTA 1 nel mese di gennaio 2008 e da subito impiegato sul cantiere di Via _.
b)
Il cantiere era seguito da IM 2, impresario costruttore con diploma federale. Alle dipendenze della DITTA 1 come tecnico dal 2003, sue erano le incombenze di allestire le offerte, discuterle con la committenza, occuparsi dei cantieri (dall’installazione sino alla liquidazione), pianificare il lavoro con il capo cantiere, ecc.
Presente almeno una volta al giorno sul cantiere di Via _, egli ne era in sostanza il supervisore e responsabile.
c)
Fatti salvi i periodi di assenza all’estero per lavoro, il proprietario e committente PC 1 era presente quasi giornalmente sul cantiere, premurandosi di scattare puntualmente delle fotografie per documentare l’avanzamento dei lavori. Egli teneva contatti diretti con l’ingegnere strutturista AP 1, presenziando inoltre alle riunioni di cantiere.
d)
L’ing. AP 1
si recava sul cantiere quando era richiesta la sua presenza per decidere degli interventi, in particolare in ambito di sicurezza, per discutere di varianti che rendevano necessari aggiornamenti dei piani e più in generale per dare indicazioni tecniche agli operai. Egli non aveva mansioni di direttore dei lavori e sul cantiere era stato, per l’ultima volta, il 23 marzo 2008, poco meno di un mese prima del crollo delle facciate.
e)
Vi era infine l’
ing. _
, che PC 1, legato a lui da lunga amicizia, aveva chiamato per fornirgli un aiuto, segnatamente per coordinare ed impostare i lavori di finitura, cioè gli interventi dei vari artigiani una volta terminata la fase strutturale. Essendo in fine carriera e per l’amicizia che lo legava a PC 1, egli si era messo a disposizione gratuitamente, presenziando alle riunioni di cantiere già nella fase della demolizione del vecchio edificio.
Al momento del crollo l’ing. _ era in vacanza.
H.
La mattina del 23 aprile 2008 sul cantiere di Via _ erano presenti IM 1, IM 3, IM 4 e _. Il capo cantiere IM 1 aveva informato gli operai che quel giorno si sarebbe proceduto alla realizzazione della terza tappa di sottomurazione. La facciata interessata era quella rivolta verso la particella n. _ (_) e la sottomurazione andava eseguita nella zona dell’angolo formato con la facciata che dava su Via _. Dai racconti dei protagonisti emerge che IM 3 ha iniziato lo scavo con l’escavatore fino a raggiungere il filo del muro sul quale poggiava la facciata, ad una profondità (sotto di esso) di ca. 1.40 m. e per uno spessore di scavo di ca. 20 cm sotto la fondazione esistente. In seguito, lui e IM 4 hanno continuato lo scavo a mano, con l’ausilio di pale e picconi, per creare lo spessore dove poi inserire la gabbia d’armatura, che in quel momento stava assemblando IM 1 poco lontano da loro.
Mentre che i due operai scavavano per creare lo spessore della sottomuratura, dallo scavo ha iniziato a fuoriuscire materiale molto fine composto di sabbia mista a sassi. Si trattava, stando alle dichiarazioni di IM 3, di una
“fuoriuscita non importante ma costante”
(verbale MP 30 aprile 2008 IM 3, pag. 6, AI 14). IM 1 ordinava allora di inserire un pannello d’armatura con due puntelli di ferro sotto il muro per bloccare la fuoriuscita di materiale. I due operai vi provvedevano, aiutati da _.
IM 1 ha dichiarato che, nonostante la posa del pannello, la sabbia continuava a scendere dai lati. Egli è quindi sceso nello scavo per controllare la situazione ed ha sentito un rumore di rottura, a seguito di che è immediatamente uscito per verificare la facciata su Via _, notando delle crepe che in precedenza non c’erano. Percependo che la stabilità della facciata era minacciata, egli ordinava allora agli operai di allontanarsi immediatamente dal cantiere (IM 1, verbale MP 19 maggio 2008 IM 1, pag. 7, AI 31 e verbale primo dibattimento, pag. 1). Trascorsi pochi minuti le due facciate, ancorché l’una perpendicolare all’altra, sono rovinate entrambe su Via _, risparmiando – per effetto di una rotazione dei muri in fase di crollo – la confinante particella n. _ (_), verso la quale era rivolta la facciata oggetto di sottomurazione.
Le perizie
I.
Per stabilire le cause del crollo, il procuratore pubblico ha ordinato una perizia tecnica, affidandone l’esecuzione agli ing. _ e _. L’ing. _ ha visionato i luoghi il giorno stesso del crollo per l’acquisizione di dati tecnici necessari e per organizzare le prime misure di sicurezza. Il 29 aprile 2008 i due periti hanno effettuato un secondo sopralluogo con la polizia scientifica, per accertamenti e rilievi. Il referto è stato consegnato il 14 maggio 2009.
Circa la
dinamica del crollo
, i periti si sono così espressi:
“
Lo scavo sotto la fondazione su un fronte di 1.8 a 2.0 m ha fatto mancare l’appoggio alla muratura soprastante, che costituiva la facciata verso il mappale _. Anche la muratura di facciata lungo via _, nella zona dello scavo di sottomurazione, è stata indebolita nella fondazione per mancanza di terreno di contrasto. A seguito di quanto sopra la muratura di facciata lungo il mappale _ e parti di quella lungo via _ sono cedute, ruotando verso lo scavo di sottomurazione e spingendo e trascinando nel crollo anche la muratura di facciata lungo Via _”
(perizia AI 86, pag. 9-10).
Per i periti, le
cause del crollo
“
sono da imputare all’esecuzione di sottomurazione troppo larga e alla mancanza di adeguate misure di sicurezza” (perizia AI 86, pag. 16). “Determinante per il crollo è il fatto che la tappa di sottomurazione era troppo larga (2,00 m invece di una massimo di 1.00/1.25 m secondo quanto previsto dalla prassi edilizia per tale genere di lavori). Non esisteva nessun programma di lavoro scritto o nessun piano che indicasse in modo inequivocabile quante e quali tappe potevano essere eseguite contemporaneamente e quale doveva essere il programma esatto di scavo di sottomurazione, posa dell’armatura e getto, per ogni tappa.
Oltre alla larghezza eccessiva vi era il fatto che questa tappa di sottomurazione sotto il muro verso il mappale _, comportava l’instabilità anche della parte di fondazione del muro di facciata verso Via _. (...) Era inevitabile che ciò avrebbe comportato il crollo” (perizia AI 86, pag. 12-13).
I periti si esprimono, infine, sulle
violazioni delle regole dell’arte edilizia
riscontrate nel caso di specie. A titolo di premessa, essi ricordano che i lavori di sottomurazione sono estremamente delicati poiché, andando a toccare le fondazioni esistenti, portano necessariamente a delle variazioni dello stato tensionale iniziale e quindi a delle deformazioni supplementari della struttura medesima. Se queste deformazioni rimangono contenute, si avrà unicamente l’apparizione di innocue fessure a carattere estetico, mentre che cedimenti importanti possono portare finanche al crollo della struttura. Sicché, l’ingegnere deve prestare particolare attenzione a tale problematica e predisporre tutte le misure necessarie per minimizzare ogni movimento della struttura (perizia AI 86, pag. 11). I periti elencano gli approfondimenti e le verifiche principali, che si impongono prima di un intervento di sottomurazione, segnatamente:
- Punti di controllo e di misura: posa di sigilli (comparatori) su eventuali crepe esistenti.
- Verifica fondazioni esistenti (rilievo con sondaggi locali e tipologia).
- Studio delle misure di sicurezza per la struttura esistente durante la fase di costruzione: puntellazioni, ancoraggi, controventatura orizzontale dei muri perimetrali.
Croci di _ a tutte le aperture oppure controventatura verticale dei muri perimetrali.
- Valutazioni geotecniche del terreno sottostante sulla base di indagini geologiche ed ev. idrogeologiche.
Verifica rottura statica di fondo del terreno (prima e durante l’intervento di sottomurazione).
- Dimensionamento della sottomurazione
Piani dettagliati
Programma dettagliato dei lavori, tappe e fasi di getto
Puntellazioni.
- Verifica che il personale dell’impresa abbia le conoscenze tecniche necessarie per questo tipo di lavoro.
- Eventuale verifica punti di controllo e di misura (fessurimetri e misure geodetiche)
Controllo esecuzione secondo piani e programma.
(perizia AI 86, pag. 11-12).
Per gli esperti, tutti questi punti risultano disattesi nel caso di specie.
L.
L’ing. AP 1 ha prodotto una perizia, del 2 marzo 2010, commissionata dal suo precedente legale allo studio _ di _, e per esso all’ing. _, (AI 120).
Nel referto, il perito addebita le cause del crollo alla gestione approssimativa del cantiere, ponendo in evidenza l’assenza di chiari documenti contrattuali, di una vera direzione dei lavori, di una tenuta di protocolli, di una programmazione dettagliata e soprattutto di informazione tra le parti.
Il perito conclude, poi che:
“
La mancanza delle riunioni periodiche di cantiere ha pure impedito un’informazione regolare di tutti gli attori ed una pianificazione conforme.
A nostro parere, la responsabilità dell’ingegnere in questa gestione approssimativa del cantiere è solo marginale. Inoltre, le cause del crollo non devono essere ricondotte a negligenze tecniche di progettazione come indicato nella perizia tecnica.”
(perizia _, AI 120, pag. 8).
Per finire, il perito di parte condivide le conclusioni dei periti _ e _, secondo cui:
“
le cause del crollo sono da imputare all’esecuzione di una tappa di sottomurazione con fronte di scavo troppo largo ed alla mancanza di adeguate misure di sicurezza.”
(perizia _, AI 120, pag. 7)
Decreti d’accusa e decreto di abbandono
M.
Sulla scorta dei referti appena ricordati, delle dichiarazioni dei protagonisti (sentiti quasi tutti ben tre volte, dapprima dalla polizia, quindi dai due magistrati inquirenti che si sono succeduti nell’inchiesta), nonché degli altri atti processuali, il procuratore pubblico ha emanato i decreti d’accusa del 6 novembre 2013, enunciati in apertura (sopra, lett. A).
Poco più di un anno e mezzo prima, l’11 aprile 2012 lo stesso procuratore pubblico aveva emesso un decreto di abbandono nei confronti delle altre persone che, sino a quel momento, condividevano la posizione di imputati con gli appellanti. L’abbandono riguardava PC 1, _, _, _ e _ e poggiava sull’argomento che a nessuno di loro poteva
“essere accollata un’imprevidenza colpevole”
(ABB 198/2012/BOR, agli atti tra AI 216 e AI 217, pag. 5).
In particolare poiché:
- PC 1 si era avvalso della collaborazione di professionisti del settore. Spettava all’ing. AP 1, che aveva elaborato i piani, l’incombenza di sorvegliare il corretto svolgimento dei lavori (ABB citato, pag. 5);
- _ non aveva avuto un ruolo diretto in quella fase dei lavori, essendo chiamato a svolgere la
“direzione artistica”
, una volta sistemati i lavori strutturali (ABB citato, pag. 6);
- _ (titolare della DITTA 1) aveva delegato a IM 2 i lavori nell’ambito dell’attività di una ditta, la sua, che non presentava carenze nella sua organizzazione (
ibidem
);
- _ non aveva
“toccato”
direttamente il muro, essendosi occupato unicamente dei lavori di scavo (
ibidem
);
- _ non aveva avuto alcun ruolo in quella fase dei lavori, non essendosi occupato delle opere di sottomurazione e in generale della struttura della costruzione (ABB citato, pag. 6-7).

## Considerations

Considerando
in diritto: Violazione delle regole dell’arte edilizia (il reato)
1.
Giusta l’art. 229 CP chiunque, dirigendo o eseguendo una costruzione o una demolizione, trascura intenzionalmente le regole riconosciute dell’arte e mette con ciò in pericolo la vita o l’integrità delle persone, è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria (cpv. 1).
Se il colpevole ha trascurato per negligenza le regole riconosciute
dell’arte, la pena è una pena detentiva sino a tre anni o una pena
pecuniaria (cpv. 2)
.
a)
Il reato di cui all’art. 229 CP – che tutela la vita e l’integrità fisica delle persone – è un reato di messa in pericolo concreta che è consumato quando, a seguito di un’azione o di un’omissione dell’autore, viene creata una situazione di pericolo reale per l’incolumità di almeno una persona (Roelli/Fleischanderl, Basler Kommentar, Strafrecht II, 3a ed., Basilea 2013, n. 41 e segg. ad art. 229;
v. anche sentenze CARP del 6 maggio 2015, inc. 17.2014.181, consid. 2.2, del 21 luglio 2011, inc. 17.2011.40, consid. 2.3.1 e del 4 maggio 2011, inc. 17.2010.33-35, consid. 2
).
b)
L’art. 229 CP non definisce in modo preciso l’autore del reato di violazione delle regole dell’arte edilizia, limitandosi alla formulazione
“chiunque dirigendo od eseguendo una costruzione o una demolizione”
.
La dottrina considera che il reato di cui all’art. 229 CP è un reato speciale (Sonderdelikt) che può essere commesso solo da quelle persone nella cui sfera di responsabilità ricade l’osservanza delle regole dell’arte edilizia (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 20 ad art. 229 CP; Donatsch/Wohlers, Strafrecht IV, 4a edizione, Zurigo-Basilea-Ginevra 2004, pag. 64). Come possibili autori essa menziona – per quanto concerne la direzione dei lavori – gli ingegneri, gli architetti, gli imprenditori edili e i direttori dei lavori e – per quanto concerne la loro esecuzione effettiva – gli operai edili (capimastri, capisquadra, muratori) e gli artigiani (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 24 segg. e 34 segg. ad art. 229 CP; Donatsch/Wohlers,
ibidem
; Stratenwerth/Bommer, Schweizerisches Strafrecht, BT II, 7a edizione, Berna 2013, § 30 n. 31, Corboz, Les infractions en droit suisse, Vol. II, 3a edizione, Berna 2010, n. 9 ad art. 229 CP).
Oltre che da questi professionisti, il reato di cui all’art. 229 CP può essere commesso anche da quelle persone che, pur senza una formazione nel campo edile, sono di fatto incaricate dell’esecuzione di una costruzione o di una demolizione, come un manovale o un privato che, secondo un suo progetto, nel tempo libero, esegue dei lavori edili o li fa eseguire da un artigiano (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 34 ad art. 229 CP; Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, 2a ed., Zurigo 2013, n. 6 ad art. 229 CP).
Per contro, il committente del lavoro edile non entra in considerazione come autore del reato di cui all’art. 229 CP, a meno che egli non sia personalmente coinvolto nella direzione o nell’esecuzione dei lavori (Donatsch/Wohlers,
ibidem
; Corboz, op.cit., n. 9 ad art. 229 CP).
Come detto occorre, in ogni caso, considerare che l’osservanza della regola violata deve rientrare nello specifico campo di attività e, dunque, nella sfera di responsabilità dell’autore. Un muratore che ha eretto un muro a regola d’arte non può dunque essere ritenuto responsabile per l’inosservanza delle regole concernenti la statica (Stratenwerth/Bommer, op. cit., § 30 n. 31; Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 20 ad art. 229 CP).
Il campo di attività (e la relativa sfera di responsabilità) si determina in base alle prescrizioni di legge, ai contratti e alle usanze in vigore in un determinato ambito lavorativo (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 20 ad art. 229 CP). Va comunque tenuto presente che non sempre i vari interventi su un cantiere possono essere nettamente distinti, per cui spesso più persone sono chiamate a rispondere penalmente per la stessa inosservanza (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 20 ad art. 229 CP; Stratenwerth/Bommer, op. cit., § 30 n. 31; DTF 104 IV 96 consid. 4; STF del 24 aprile 2006 6S.403/2005 consid. 7.2; STF del 3 agosto 2004 6P.58/2003 consid. 6;
sentenza CARP del 6 maggio 2015, inc. 17.2014.101, consid. 2.3
).
c)
Sono dunque tre i presupposti oggettivi dell’art. 229 CP: i fatti devono essere avvenuti nell’ambito della direzione, rispettivamente dell’esecuzione, di una costruzione o di una demolizione, vi deve essere stata una violazione delle regole riconosciute dell’arte che - ed è questo il terzo presupposto - ha comportato la messa in pericolo della vita o dell’integrità delle persone.
La nozione di costruzione deve essere intesa in senso ampio (DTF 115 IV 45 consid. 2b; STF del 12 febbraio 2004, inc. 6S.457/2003, consid. 7.2): in essa rientra anche la riattazione di un edificio (DTF 115 IV 45 consid.
2b; Corboz, op cit. n. 6 ad art. 229 CP;
Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 7 ad art. 229 CP; Stratenwerth/Bommer, op cit., § 30 n. 27).
Per regole dell’arte si intendono sia le norme codificate in leggi emanate per la prevenzione degli incidenti durante la costruzione o la demolizione di opere - in particolare quelle per la sicurezza sui cantieri - sia le norme emanate da associazioni private o para-pubbliche, se unanimemente riconosciute (ad esempio, le norme SIA). Sono, poi, considerate regole dell’arte quelle norme che, pur se non codificate, costituiscono il bagaglio di nozioni che si apprende con la formazione professionale. Questo sempre a condizione che esse siano generalmente riconosciute come utili e necessarie dalle persone adeguatamente istruite in materia (DTF 106 IV 268 consid.
3; Corboz, op. cit., n. 11 e segg. ad art. 229 CP; sentenza CARP del 4 maggio 2011, inc. 17.2010.33-35, consid. 2.1).
La violazione alle regole dell’arte deve infine comportare la messa in pericolo della vita o dell’integrità delle persone.
La norma costituisce un reato di risultato, laddove per risultato (a differenza dell’art. 125 CP) non s’intende il ferimento o la morte di qualcuno, ma semplicemente la messa in pericolo della vita o dell’integrità delle persone, che deve ritenersi realizzata già quando nella zona di pericolo è venuta a trovarsi anche solo una persona (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 41 ad art. 229 CP; Corboz, op. cit., n. 27 ad art. 229 CP; v. anche sentenze CARP del 4 maggio 2011, inc. 17.2010.33-35, consid. 2, del 21 luglio 2011, inc. 17.2011.40, consid. 2.3.4 e segg).
d)
Come visto (sopra. consid. 1), è autore colpevole del reato di cui all'art. 229 cpv. 2 CP, chi ha trascurato le regole riconosciute dell'arte per negligenza: può, dunque, essere dichiarato colpevole colui al quale si può rimproverare una colpa nella violazione delle regole dell’arte e una con riferimento all’assenza della coscienza del pericolo.
La giurisprudenza ha inteso applicare severamente il concetto, ritenendo adempita la fattispecie dell’art. 229 cpv. 2 CP anche quando l’autore non ha percepito il pericolo concreto, ma ha violato negligentemente una regola atta a evitare incidenti non sempre facilmente prevedibili. Ciò significa, in altre parole, che secondo l’alta Corte federale, se viene violata per negligenza una regola di sicurezza, si deve ritenere che l’autore avrebbe dovuto e potuto prevedere il pericolo (Corboz, op. cit, n. 33 e seg. ad art. 229; DTF 109 IV 128 consid. 1).
Nell’esame della fattispecie, infine, bisogna tener sempre in considerazione il fatto che sui cantieri, ove i rischi per l’integrità delle persone sono continui già solo per il tipo di attività che vi viene svolta, deve trovare applicazione il principio di prudenza generale, che impone di prestare costante attenzione alla sicurezza, di programmare, laddove è possibile, con anticipo le misure da adottare per evitare incidenti e di sorvegliare in continuazione il lavoro degli operai. In effetti spesso e volentieri la routine e la troppa sicurezza inducono le persone che lavorano nel settore edile ad abbassare la guardia ed a sottovalutare i rischi che corrono (
sentenze CARP del 6 maggio 2015, inc. 17.2014.101, consid. 5 e del 21 luglio 2011, inc. 17.2011.40, consid. 2.3.5).
Cause del crollo (secondo l’accusa e il primo giudice)
2.
In merito alle cause del crollo, il procuratore pubblico (nell’imputazione dei decreti d’accusa) e il primo giudice (nei dispositivi del giudizio impugnato) parlano genericamente di
“scavi troppo ampi sotto i muri [pre]esistenti”
, senza specificare se con
“scavi”
intendano quelli della prima, della seconda, della terza, o finanche di tutte e tre le tappe di sottomurazione in questione.
In via interpretativa e di logica è però chiaro che i due magistrati si riferiscono alla larghezza eccessiva del fronte di scavo della terza tappa di sottomurazione, in corso della quale si è verificato il crollo.
a)
Vi è in primo luogo la perizia degli ing. _ e _ che attribuisce la causa del crollo – tra le altre concause – al fronte di scavo troppo largo (1.80/2.00 m) della terza tappa di sottomurazione (sopra, lett. I). Lo stesso dicasi per la perizia privata allestita dall’ing. _.
b)
Dalla lettura della sentenza impugnata emerge, poi, chiaramente che tutto il discorso sulle cause del crollo e sulle responsabilità penali si riferisce alla terza tappa di sottomurazione. È vero che il primo giudice si richiama anche all’esecuzione della seconda tappa, ma solo per una questione di raffronto delle larghezze con la terza tappa e non ascrivendole una causa del crollo (sentenza impugnata, consid. 3, 7 e in particolare 7.3, ultimo paragrafo, pag. 16).
c)
Nulla è dato a conoscere della prima tappa di sottomurazione, in particolare di un’eventuale sua larghezza eccessiva. Non vi sono verbali, protocolli di cantiere, perizie, né documentazione fotografica da cui dedurre il mancato rispetto delle indicazioni (misure) date dall’ingegnere ai responsabili del cantiere. Inoltre, come si vedrà più avanti (consid. 10), lo stesso ing. AP 1 ne attesta la corretta esecuzione previa verifica in cantiere.
d)
Non ne va diversamente per la seconda tappa. Il perito ing. _, ha misurato una larghezza dello scavo nella parte alta, ossia a contatto con il muro preesistente, di 2 m
(perizia AI 82, foto 11 e 12, pag. 33).
Si tratta di una larghezza manifestamente eccessiva, a fronte dell’indicazione dell’ing. AP 1 di non superare la larghezza di 1/1.30 m.
Manca, nondimeno, ogni riscontro peritale o altri elementi che consentano di derivare da tale eccessiva larghezza una causa del crollo. Da osservare, poi, che questa tappa è stata eseguita 9/10 giorni prima del crollo senza conseguenze comprovate per la stabilità delle facciate.
e)
Le audizioni e la discussione, sia davanti al primo giudice, sia in sede di appello si sono focalizzate sulla terza tappa di sottomurazione. Si è parlato, è vero, anche delle altre cause del crollo, ma è sempre stato chiaro e pacifico per tutte le parti che le accuse si riferissero all’esecuzione della terza tappa di sottomurazione.
Alla luce di quanto precede deve ritenersi assodato che il rimprovero rivolto agli imputati, correlato all’esecuzione di
“scavi troppo ampi sotto i muri [pre]esistenti”,
si riferisce alla terza tappa di sottomurazione, cioè quella che si trovava in fase di esecuzione la mattina del 23 aprile 2008, al momento del crollo.
Messa in pericolo
3.
Con riferimento agli elementi oggettivi dell’art. 229 CP, è incontroverso che il crollo delle due facciate su Via _ abbia comportato una messa in pericolo concreta
della vita o dell’integrità delle persone, condizione realizzata già quando nella zona del pericolo è venuta a trovarsi anche solo una persona (sopra, consid. 1c).
Nel caso di specie, la messa in pericolo ha evidentemente toccato i tre imputati che stavano lavorando alla sottomurazione, IM 3, IM 4 e IM 1. Basti pensare che quest’ultimo, poco prima del crollo, addirittura si era spinto sino all’interno dello scavo di sottomurazione per verificare la fuoriuscita di materiale. Avvedutosi delle crepe createsi nelle facciate e di un sospetto scricchiolio proveniente dai muri, egli ha avuto appena il tempo di evacuare IM 3 e IM 4 dal cantiere pochi istanti prima del crollo. Ma non solo. La documentazione fotografica raccolta dalla polizia comunale di Lugano, annessa al rapporto del 25 aprile 2008 (DVD allegato ad AI 20), illustra bene la portata del crollo, che ha interessato il sedime di Via _ su tutta la sua larghezza, marciapiede compreso. Nella zona in questione era presente anche PC 1 che ha visto IM 1 uscire di corsa dal cantiere, agitato e bianco in viso, dicendogli
“la casa sta andando giù. Chiudi la strada”.
Appena in tempo per bloccare una donna che stava transitando in quel momento sul marciapiede (verbale polizia 23 aprile 2008 PC 1, pag. 3, AI 32). Indiscutibile, pertanto, la situazione di pericolo concreto richiesta dall’art. 229 CP quale elemento oggettivo del reato.
4.
Altrettanto pacifico che i fatti si sono svolti nell’ambito della direzione e dell’esecuzione di una costruzione nel senso dell’art. 229 CP, nozione che si estende evidentemente, come già detto (sopra, consid. 1c), anche ai lavori di riattazione e ricostruzione.
La posizione dell’ing. AP 1
5.
Preliminarmente, è da ricordare che in questa sede va esaminato unicamente il rimprovero rivolto all’ing. AP 1, di avere
“omesso di verificare il rispetto delle indicazioni fornite oralmente agli esecutori materiali dei lavori di sottomuratura, tanto che il giorno, a seguito di scavi troppo ampi sotto i muri preesistenti, si verificò un crollo degli stessi”
. E questo, nella sua qualità di ingegnere
“appositamente incaricato dei lavori di sottomuratura”
.
Infatti, il primo giudice non aveva ritenuto sussistere rilevanza penale per l’ulteriore addebito di
“aver omesso di allestire i piani di dettaglio delle opere”
di sottomurazione (DA 456/2013 del 6 novembre 2013).
In difetto di impugnazione, tale – parziale – proscioglimento costituisce
res iudicata.
6.
Il committente PC 1 dà il seguente quadro del mandato affidato all’ing. AP 1:
“
All’ing. AP 1 io non avevo affidato la direzione lavori generale del cantiere; a lui era stata affidata la responsabilità dell’intera struttura dell’immobile esistente e in costruzione. Come ho già detto l’ing. AP 1 doveva intervenire ed è sempre intervenuto ogni qualvolta ve ne era stata la necessità. La DITTA 1 sapeva che l’ingegnere strutturista era l’ing. AP 1 e sapeva di poterlo contattare in ogni momento per qualsiasi problema di ordine strutturale.
(...)
Preciso inoltre che la ditta di costruzioni aveva a disposizione il capitolato d’appalto ed i disegni dove era stato indicato dettagliatamente come eseguire i vari lavori.”
(verbale MP PC 1 18 novembre 2008, pag. 3-4, AI 66)
Le dichiarazioni di PC 1 potrebbero apparire contraddittorie: egli afferma di non aver affidato la direzione lavori all’ing. AP 1, e al contempo che a quest’ultimo incombeva la responsabilità dell’intera struttura dell’immobile esistente e in costruzione. La contraddizione è però solo apparente, giacché PC 1 chiarisce, poi, che l’ingegnere era chiamato a intervenire quando vi era necessità, per qualsiasi problema di ordine strutturale. Ora, siffatte incombenze non si identificano con quelle della direzione dei lavori, ove è richiesta una presenza di ben altra intensità sui cantieri e soprattutto non limitata a interventi su chiamata e solo ove necessario.
D’altra parte, che all’ing. AP 1 non incombesse la direzione dei lavori emerge in toni cristallini dalle dichiarazioni degli altri protagonisti.
Ad _, amministratore unico della DITTA 1, era parso di capire, e gli era pure stato riferito da IM 2, che di fatto era lo stesso committente PC 1 ad occuparsi
“nei fatti un po’ di direzione lavori”:
“
Era lui che teneva banco nel senso che era uno di quei committenti attivi che mettono il naso in tutte le questioni collegate ad un cantiere. Per quanto a mia conoscenza tramite IM 2 era capitato che PC 1 desse delle disposizioni. In ogni caso era PC 1 che manteneva i contatti con la nostra ditta. Voglio precisare che comunque, a mia conoscenza, PC 1 non si è occupato degli aspetti statici della ristrutturazione avendo a tale scopo incaricato l’ing. AP 1. Alla DITTA 1 era ben chiaro che per tutte le questioni statiche legate alla ristrutturazione dovevamo far capo all’ing. AP 1, cosa che abbiamo sempre fatto quando ve ne era la necessità.
(...)
Rispondo che da quanto a mia conoscenza tramite il signor IM 2, l’ing. AP 1 non si recava regolarmente sul cantiere. Egli era comunque sempre disponibile telefonicamente e se vi era bisogno di lui lo si poteva tranquillamente chiamare sul cellulare.”
(verbale MP _, 10 novembre 2008, pag. 4-5, AI 62)
IM 1, Capo cantiere, ha dichiarato che l’ing. AP 1 non si presentava sul cantiere a scadenze precise ma era sempre reperibile sul cellulare. Egli stesso lo aveva chiamato allorquando, a causa della composizione del terreno, si era reso necessario abbassare la quota prevista dai piani, come pure alcune altre volte per chiarimenti sui disegni del ferro e delle liste del ferro. Soggiunge che pur non essendo sempre presente sul cantiere, l’ing. AP 1 era sempre informato dell’avanzamento dei lavori ed era sempre disponibile quando lo si chiamava sul cellulare (verbale MP IM 1 19 maggio 2008, pag. 4-5, AI 31). Infine, nel suo ultimo verbale egli dichiara che la direzione dei lavori incombeva all’ing. _
“perché così ci era stato presentato dal signor PC 1”
. _ figurava altresì come direzione lavori nella lista delle persone di contatto che gli aveva dato PC 1. Quanto alla posizione dell’ing. AP 1 nell’ambito dei lavori di sottomurazione, rispondendo alle domande del legale di PC 1, IM 1 ha precisato quanto segue:
“
... rispondo che sarebbe utile avere dei piani esecutivi dettagliati per la sottomurazione. In questo caso avevo comunque regolari contatti con l’ing. AP 1 a cui mi rivolgevo ogni volta che si presentava un problema e che dava poi le indicazioni del caso. Durante le riunioni che avevamo, anche per le sottomurazioni si decidevano le tappe de lavori. Concretamente una volta pronto il buco della sottomurazione, come d’accordo, io lo chiamavo e lui veniva a verificare la situazione e poi mi dava l’ok per procedere con la posa della gabbia metallica e quindi poi la gettata del cemento (...)
... probabilmente ad inizio cantiere con IM 2 si era constatata la particolarità del cantiere e quindi io gli avevo indicato il fatto che era meglio avere dei piani esecutivi scritti dettagliati per la sottomurazione. Io credo che lui abbia poi chiesto a AP 1. Piani scritti non sono mai arrivati. Io avevo solo la lista dei ferri. Ad ogni modo come già detto la presenza di AP 1 costante a seguire questi lavori rendeva in pratica superflui questi piani perché mi dava sempre le indicazioni a voce.”
(verbale MP IM 1 27 ottobre 2010, pag. 2-3, AI 166)
IM 2, dopo aver precisato che, nei fatti la
“DL generale”
era svolta da PC 1 e da _ (verbale MP IM 2 10 novembre 2008, pag. 1, AI 63), nel suo ultimo verbale ha escluso che la direzione dei lavori fosse affidata alla DITTA 1, ribadendo, dapprima, che
“per mio conto la DL la facevano PC 1 e _”
, per poi concludere che
“nel caso in esame era per me pacifico che poi concretamente era l’ing. _ ad aver assunto la DL”
(verbale MP 27 ottobre 2010, pag. 2, AI 165).
L’ing. _, di contro, così si esprime sul suo ruolo:
“
Confermo in particolare che io non avevo assunto la direzione del cantiere di Via _ a Lugano. Il mio contributo doveva essere quello di coordinare il programma dei lavori principalmente con gli artigiani; in buona sostanza io dovevo occuparmi di coordinare i lavori di finitura. Sul cantiere non avevo nessun potere direzionale.
(...)
Preciso ancora una volta che non è mai entrato in considerazione che io svolgessi la direzione del cantiere. Al momento del crollo delle facciate io non avevo praticamente dovuto svolgere nessun lavoro di coordinamento poiché si trovava ancora nella fase della demolizione, ci si trovava ancora nella fase strutturale.
Da quanto mi aveva detto PC 1 la DL generale era stata affidata per contratto alla DITTA 1, che era la ditta appaltatrice dei lavori di capomastro.
(...)
Rispondo dicendo che in quella fase dei lavori era il tecnico della DITTA 1 che si occupava della direzione lavori di sua competenza. Come ho già detto ci si trovava nella fase di demolizione e strutturale di competenza dell’ingegnere e della ditta esecutrice dei lavori, quindi la DITTA 1.”
(verbale MP 12 novembre 2008, _, pag. 2-3, AI 64)
7.
Queste, infine, le dichiarazioni dell’interessato ing. AP 1 circa i suoi compiti:
“
Voglio subito precisare che a me non era stata affidata la Direzione lavori del cantiere. Io ero stato contattato nel corso del 2007 dall’ing. PC 1 che mi aveva chiesto di occuparmi della statica della riattazione di una casa in Via _. PC 1 mi aveva chiesto di fornirgli i piani di ingegneria necessari per realizzare l’opera.”
(verbale MP 12 novembre 2008 AP 1, pag. 1, AI 65)
Che egli desse disposizioni su come procedere e di sicurezza sul cantiere, sia in base all’evoluzione dei lavori e ai cambiamenti dei piani intervenuti, sia in base a problematiche che si presentavano man mano, è fatto rimasto del tutto incontroverso.
Sentito a caldo dalla polizia poche ore dopo il crollo, l’ing. AP 1 ha dichiarato di essere stato incaricato da PC 1 di fornirgli i piani di ingegneria civile relativi alla riattazione dello stabile di Via _, accordandosi amichevolmente sulle prestazioni, che consistevano nel fornire i piani esecutivi all’impresa con le liste del ferro ed intervenire secondo necessità. Quanto ai lavori di sottomurazione, egli ha spiegato di non aver presentato un piano di dettaglio delle tappe, sostituendolo con istruzioni verbali (va ricordato che l’accusa, in linea con i periti, vi aveva ravvisato un’omissione in urto con le regole dell’arte edilizia nel senso dell’art. 229 CP, imputazione poi respinta dal presidente della Pretura penale, cfr. sopra, consid. 2).
Le istruzioni, impartite a IM 2 e a IM 1, erano quelle di eseguire tappe di sottomurazione di 1 m, al massimo di 1,30 m ciascuna. Sui controlli, l’ing. AP 1 ha dichiarato di aver verificato sul posto l’esecuzione delle
“prime tappe”
e di essere stato sul cantiere l’ultima volta il 27 marzo 2007, ma di avere contattato telefonicamente in tre occasioni IM 2 per avere notizie delle sottomurazioni e per sapere quando avrebbe dovuto consegnare i prossimi piani per il proseguo della costruzione (verbale di polizia 24 aprile 2008 AP 1, pag. 2-3, AI 32).
In relazione all’esecuzione delle tappe di sottomurazione, l’ing. AP 1 nel suo secondo interrogatorio davanti al procuratore pubblico ha confermato sostanzialmente le sue precedenti dichiarazioni, con qualche sfumatura:
“
Per i lavori di sottomuratura ho allestito i piani esecutivi che riguardavano in particolare le armature e le quote di scavo. Concretamente poi si è discusso con il responsabile del cantiere IM 1.
ADR che le tappe sono state discusse verbalmente. L’impresa mi ha chiamato alla fine dei lavori della prima tappa, constatando che i lavori erano stati eseguiti correttamente ho detto che si poteva proseguire così.
(...)
Voglio anche precisare che io sono stato sul cantiere l’ultima volta alla fine del mese di marzo 2008. Avevo comunque già visto la prima tappa di sottomuratura, da allora non sono più stato chiamato.
A domanda dell’avv. _ rispondo che ho seguito i lavori su chiamata. Ricordo che ero stato chiamato ad esempio per valutare l’abbattimento di un muro pericolante opposto alla strada, problema discusso anche con il Comune per una questione di distanze dal confine. In totale sarò stato presente 5/6 volte sul cantiere.
ADR che per i compiti che mi erano stati affidati da PC 1 questa presenza era sufficiente. Con lui avevo pattuito un onorario forfetario di circa 10'000.– frs. Per il controllo periodico del cantiere con riferimento alla posa del ferro e ovviamente anche per la sicurezza sul cantiere per cui ho dato anche specifici ordini. Comunque quando mi chiamavano io andavo.”
(verbale MP 16 novembre 2010, AP 1, pag. 2, AI 172)
8.
Da quanto precede può dirsi assodato che non vi è identità di vedute sulla questione dell’esistenza di una effettiva direzione dei lavori, rispettivamente di chi ne fosse titolare. La confusione è enorme, ognuno dei potenziali interessati tende a smarcarsi, addossando ad altri l’imbarazzante ruolo. Sicché, sulla base del materiale probatorio non è appurabile a chi, di fatto, incombesse la direzione dei lavori. In realtà, nemmeno è dato a conoscere se una direzione lavori esistesse davvero nella sua accezione tradizionale che, usando la definizione di un ingegnere, può essere così riassunta:
“
Il direttore dei lavori rappresenta il committente nei confronti dell’impresario. Oltre ai problemi organizzativi deve esaminare la qualità dei materiali, verificare i metodi esecutivi e far rispettare le regole dell’arte del costruire e quindi delle misure di sicurezza. In certi casi può interrompere i lavori se lo ritiene necessario per la sicurezza degli operai e delle cose”
(R. _, Le perizie giudiziarie, in CFPG quaderno 39, Collana rossa, pag. 79).
Per contro, è pacifico e incontroverso che tra il committente PC 1 e l’ing. AP 1 non venne stipulato un contratto scritto (tantomeno un contratto SIA basato sul formulario n. 1003 e relativa appendice), ma soltanto un accordo verbale.
Oltre all’allestimento dei piani esecutivi e del capitolato d’appalto, vi era un’ulteriore incombenza, indicata dallo stesso interessato (vedi sopra) e dal committente PC 1:
“
Il nostro accordo prevedeva che egli si sarebbe dovuto occupare di tutte le questioni legate alla struttura dell’immobile e di intervenire ogni qualvolta fosse stato necessario.”
(verbale MP PC 1 18 novembre 2008, pag. 3, AI 66)
E tale modalità era chiara per tutte le persone che operavano sul cantiere, tra cui IM 2:
“
Rispondo dicendo che l’ing. AP 1 non veniva regolarmente sul cantiere egli comunque era al corrente su quello che succedeva nel cantiere. Questo per il fatto che sia io che il capo muratore lo interpellavamo ogni volta che vi era bisogno della sua consulenza. Quando lo chiamavamo egli veniva sempre sul cantiere.”
(verbale MP 10 novembre 2008 IM 2, pag. 3, AI 63).
9.
Le misure delle tappe di sottomurazione figurano anzitutto nel capitolato d’appalto allestito dall’ing. AP 1
: “larghezza ca. 50-80 cm sotto muro e larghezza ca. 50 cm. per alloggio parte sporgente dal muro”
(AI 66, allegato C).
Per i periti giudiziari,
tale “dicitura non è chiara e di difficile interpretazione”
, fermo restando che la prassi edilizia per questo genere di lavori prevede una larghezza massima della tappa di misurazione di 1/1.25 m (perizia AI 86, pag. 12 e 14).
Al primo dibattimento l’ing. AP 1 ha spiegato che la
“larghezza ca. 50-80 cm sotto muro”
è una misura standard, alla quale egli ha ritenuto di poter derogare nel caso concreto, consentendo una larghezza di 1.20 m,
“avendo visto la consistenza del materiale”
(verbale primo dib. AP 1, pag. 1).
Il perito di parte ing. _ conforta questa visione, affermando che per questo tipo di cantiere una larghezza della tappa di sottomurazione di 1/1.20 m era da ritenersi corretta (verbale primo dib. _, pag. 2).
Agli atti vi è, inoltre, la testimonianza dell’arch. _, dipendente della _, impresa di costruzioni che aveva inoltrato un’offerta in concorrenza con quella della DITTA 1. Egli ha dichiarato che, sulla base della sua esperienza di architetto, queste tappe vanno da 1 m a 2 m, a dipendenza della situazione anche meno (verbale MP 22 febbraio 2011 _, pag. 2, AI 190).
10.
L’ing. AP 1 ha dichiarato, in un primo tempo, di aver
“personalmente controllato l’esecuzione dei
[recte: di]
due/tre tappe iniziali da parte dell’impresa”
constatando che:
“
la tappa era stata eseguita con le misure da me indicate in 1-1,3 m e che i ferri erano stati posati correttamente.
(...)
Constatato che queste tappe erano state eseguite correttamente io ho detto al capocantiere di continuare così anche per quelle successive.”
(verbale MP 12 novembre 2008 AP 1, pag. 2, AI 65)
Egli si è corretto in seguito, nel suo terzo verbale, affermando di essere stato chiamato dall’impresa per verificare la prima tappa di sottomurazione. Accertato che i lavori erano stati eseguiti a regola d’arte, egli aveva poi dato l’indicazione di proseguire allo stesso modo con le tappe successive.
E che l’ing. AP 1 abbia verificato unicamente la prima tappa di sottomurazione è fuori dubbio, dato che prima del crollo delle facciate erano state completate due tappe: la prima, attorno al 23 marzo 2008 (quella da lui verificata), la seconda, il 15 aprile 2008 (perizia AI 86, pag. 6). Assente dal cantiere da fine marzo al 24 aprile 2008 egli non poteva di tutta evidenza aver verificato la corretta esecuzione della seconda tappa di sottomurazione, anche perché nessuno dell’impresa l’aveva convocato in cantiere per il controllo (verbale MP 16 novembre 2010 AP 1, pag. 2, AI 172).
Tali circostanze sono state confermate dall’imputato anche al dibattimento d’appello (verbale dib. d’appello, pag. 3).
11.
La larghezza di 1.00/1.20 m del fronte di scavo per ogni singola tappa di sottomurazione, così indicata dall’ing. AP 1 agli addetti al cantiere, trova conferma nelle dichiarazioni di IM 1:
“
La larghezza di 1.20 metri mi era stata indicata dall’ing. AP 1.”
(verbale 1° dib. IM 1, pag. 1)
Analogamente, IM 2 conferma che, come per la prima, anche per la terza tappa valevano le indicazioni ricevute dall’ing. AP 1,
“ossia di non superare la larghezza di 1.20”
(verbale MP 10 novembre 2008, IM 2, pag. 5, AI 63), poi corretta in 1/1.30 m (verbale MP 27 ottobre 2010, IM 2, pag. 2, AI 165).
12.
Il presidente della pretura penale ha dapprima assodato, sulla scorta dei referti peritali, che la causa del crollo è da ascrivere allo scavo troppo largo eseguito in occasione della terza tappa di sottomurazione (sentenza impugnata, consid. da 7, pag. 11 a 7.5, pag. 17). Nel seguito, egli ha scagionato l’ing. AP 1 dall’imputazione di mancato allestimento dei piani dettagliati sull’esecuzione delle opere (da intendersi come piani di dettaglio sulla successione e sulle misure delle tappe di sottomurazione), giacché ritenuti superflui per l’entità dei lavori di quel tipo di cantiere e comunque adeguatamente suppliti dalle indicazioni verbali dell’ingegnere (sentenza impugnata, consid. da 10, pag. 18 a 10.1.3, pag. 21). Egli ha, quindi, proceduto all’esame della rilevanza penale della rimanente imputazione, quella di aver omesso di verificare il rispetto delle indicazioni fornite oralmente agli esecutori materiali dell’opera (sentenza impugnata, consid. da 10.2, pag. 21 a 10.3, pag. 24).
A titolo di premessa il primo giudice ha rilevato:
“
che all’ingegnere strutturista non incombe unicamente il compito di fornire le indicazioni necessarie e i piani esecutivi con i dettagli della costruzione, bensì anche quello di sorvegliare l’esecuzione dei lavori che sono suscettibili di influire sulla staticità della struttura e di conseguenza di intervenire laddove necessario a causa di un’esecuzione difettosa o che sia fonte di pericolo.”
(sentenza impugnata, consid. 10.2, pag. 21)
Evidenziando che i controlli sul cantiere da parte dell’imputato avvenivano
“solo se puntualmente interpellato”
, egli muove quindi il rimprovero all’ing. AP 1 di
“non aver controllato la seconda tappa di sottomurazione”
e, di conseguenza, di non aver verificato il rispetto delle misure da lui indicate, per soggiungere che:
“
In sostanza, ripercorrendo le varie dichiarazioni agli atti risulta evidente che dopo aver consegnato i piani esecutivi del ferro l’ingegnere non si è più occupato della questione della staticità dell’immobile, limitandosi a rimanere a disposizione della ditta in ogni momento.”
(sentenza impugnata, consid. 10.2.4, pag. 23)
Concludendone che:
“
A non averne dubbio, nel caso specifico l’attività sporadica di controllo (“su chiamata”) posta in essere dall’imputato non era sufficiente per rispettare l’obbligo che gli incombeva, di modo che egli deve essere ritenuto autore colpevole di violazione, per negligenza, delle regole dell’arte edilizia.”
(sentenza impugnata, consid. 10.3, pag. 24).
13.
In appello, l’accusa ha ribadito le sue posizioni. Lo stesso ha fatto l’accusatore privato PC 1, mentre che l’appellante, e per esso la difesa, ha contestato questo modo di vedere. Ricordando che il reato dell’art. 229 CP è un
“Sonderdelikt”,
che può essere commesso solo da quelle persone nella cui sfera di responsabilità ricade l’osservanza delle regole dell’arte edilizia (sopra, consid. 1b), anche il difensore ha evidenziato l’assenza di ogni documento contrattuale atto a definire le precise incombenze del suo assistito. Un ruolo non desumibile dall’approssimativa organizzazione del cantiere.
A mente del difensore, PC 1 era committente attivo e preparato che seguiva costantemente il cantiere e che, siccome in grado di prendere lui determinate responsabilità, aveva tralasciato l’assegnazione di precisi compiti alle varie persone che si occupavano della costruzione. Sicché, non è dato a conoscere chi doveva occuparsi della direzione effettiva dei lavori. Impossibile stabilire se dovesse trattarsi dell’arch. _, dell’ing. _, della DITTA 1, di IM 2, dell’ing. AP 1, oppure del committente medesimo, dato che con l’ing. AP 1 non aveva stipulato alcun contratto scritto, limitandosi a richiedergli l’esecuzione dei piani esecutivi e del capitolato (la difesa non ha accennato alla presenza su chiamata in cantiere). Quasi a voler dire che al resto avrebbe pensato lui.
14.
L’art. 2.3 del Regolamento per le prestazioni e gli onorari degli ingegneri civili SIA 103, edizione 2013 (in seguito SIA 103), tratta dei compiti dell’ingegnere quale
“direttore generale del progetto”,
disponendo che:
1.
L’ingegnere incaricato di un’opera intera o di uno studio ne assume la
direzione generale.
2. Quale direttore generale egli progetta l’opera e dirige tutti gli esperti
coinvolti nella progettazione e nell’esecuzione.
3. In qualità di responsabile di una parte di un progetto egli si assume
prestazioni della direzione generale per le parti dell’opera altamente
specialistiche.
4. Di regola egli assume pure la funzione di ingegnere specialista.
L’art. 2.4 SIA 103 tratta invece dei compiti dell’ingegnere, quale
“specialista e consulente”
:
“
In qualità di specialista l’ingegnere si fa carico dell’elaborazione di parti dell’opera (quali ad esempio
le strutture portanti). Nel caso di compiti speciali è inoltre possibile ricorrere all’ingegnere in qualità
di consulente.”
15.
In concreto, le prestazioni dell’ing. AP 1 rientravano chiaramente nel novero di quelle specialistiche di cui parla l’art. 2.4 SIA 103, ciò che di per sé esclude che all’imputato incombesse la direzione generale dell’opera (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 34 ad art. 229 CP).
a)
Come già rilevato, oltre all’allestimento dei piani della struttura portante e del capitolato d’appalto, così come all’esecuzione dei calcoli statici, in base all’accordo verbale concluso con il committente all’ing. AP 1 incombeva anche il compito di verificare l’andamento dei lavori di sua competenza, ma solo su chiamata e in caso vi fossero problemi.
Così è stato, ad esempio, quando si era trattato di cambiare i piani, a dipendenza della modifica delle dimensioni del vano scale (verbale MP 12 novembre 2008 AP 1, pag. 2, AI 65), oppure quando si trattava di dare inizio alle tappe di sottomurazione, e ancora allorquando si decise, in accordo con l’Ufficio tecnico comunale di demolire pressoché interamente la facciata che dava sulla particella n. 1514 (proprietà _) poiché priva di angoli di legatura e quindi priva di sufficienti garanzie di stabillità. In quell’occasione, tra l’altro, l’ing. AP 1 aveva avuto modo di avvedersi che, contrariamente alle indicazioni del capitolato d’appalto (punto 4, pag. 3, AI 66 allegato C, che prevedeva la sostituzione a tappe delle due solette, dall’alto verso il basso), l’impresa aveva provveduto alla demolizione delle solette. Egli aveva quindi dato l’indicazione di realizzare misure di consolidamento delle facciate, quali la sbadacchiatura delle finestre e la posa di contrafforti negli angoli della facciata che dava su Via _. Tra queste indicazioni vi era anche quella di non demolire il corpo scale, anch’essa disattesa dall’impresa (verbale MP 16 novembre 2010 AP 1, pag. 6, AI 172).
b)
Quanto alle prime due tappe di sottomurazione, l’ing. AP 1 ha dichiarato di aver dato al
“responsabile del cantiere”
IM 1 l’indicazione di procedere a tappe di circa 1 metro di larghezza in settori non contigui. Terminati i lavori della prima tappa, l’impresa lo aveva convocato in cantiere, dove egli aveva constatato la corretta esecuzione della sottomurazione e che pertanto
“si poteva proseguire così”
(verbale MP 16 novembre 2010 AP 1, pag. 1-2, AI 172), precisando poi:
“
che dopo la prima tappa di sottomurazione non sono più stato chiamato. Il mandato di controllo periodico non prevede la presenza costante sul cantiere soprattutto quando il cantiere stesso avanza a rilento”.
(verbale MP 16 novembre 2010 AP 1, pag. 3, AI 172)
L’accusa ed il primo giudice, vi ravvedono una negligente omissione caratterizzante gli elementi costitutivi del reato di violazione delle regole dell’arte edilizia.
c)
In materia civile il Tribunale d’appello ha già avuto modo di stabilire che l’ingegnere, a cui non è affidata la direzione generale dei lavori, non è tenuto a controllare e verificare ogni singola prestazione dell’impresa. Lavori semplici non necessitano di sorveglianza. Quando sono eseguiti lavori importanti egli deve invece prestarvi particolare attenzione, sorvegliando le fasi più importanti dell’opera e, dopo la loro esecuzione, sincerandosi che siano state eseguite correttamente (sentenza II CCA 12.2004.95 del 3 agosto 2005, consid. 7). In quel caso la situazione si presentava un po’ diversa da quella in esame, nella misura in cui
i committenti avevano espressamente incaricato uno studio d’ingegneria delle opere di cemento armato e della direzione dei lavori delle stesse.
Qui, come visto, il committente PC 1 e l’ing. AP 1 avevano pattuito che le prestazioni dell’ingegnere si estendessero anche alla verifica dei lavori più importanti legati alle opere d’ingegneria, ciò rientrava nelle sue incombenze già solo per effetto della norma SIA appena citata. Tuttavia, l’accordo verbale, che poi era assurto a regola di cantiere con il coinvolgimento e la consapevolezza del tecnico dell’impresa IM 2 e del capo cantiere IM 1, prevedeva che il suo intervento, avvenisse su chiamata, in base all’avanzamento delle opere e all’insorgere di questioni tecniche che esigevano la presenza dell’ingegnere.
Ciò che poi effettivamente è avvenuto, sia con la sua presenza alle riunioni di cantiere che lo concernevano (5/6 a sua memoria), sia con il controllo della prima tappa di sottomurazione, sia infine disponendo le necessarie misure di sicurezza, come ad esempio al momento, già ricordato, in cui, avvedutosi che, a sua insaputa e contrariamente alle sue indicazioni, l’impresa aveva demolito le due solette ed il vecchio corpo scale, aveva disposto misure di sicurezza e di stabilizzazione delle facciate, quali l’abbassamento dei muri, la demolizione di una facciata pericolante, la posa di contrafforti, controventature, puntellazioni, ecc. (verbale MP 16 novembre 2010 AP 1, pag. 3-4, AI 172).
È incontroverso, poi, che i suoi interventi in cantiere e le sue indicazioni all’impresa, sono sempre avvenuti, puntualmente, su chiamata, facendo prova di grande disponibilità.
Con particolare riferimento alle opere di sottomurazione, sono emblematiche le dichiarazioni di IM 1:
“
... avevo regolari contatti con l’ing. AP 1 a cui mi rivolgevo ogni volta che si presentava un problema e che dava le indicazioni del caso. Durante le riunioni che avevamo, anche per le sottomurazioni si decidevano le tappe dei lavori. Concretamente una volta pronto il buco della sottomurazione, come d’accordo, lo chiamavo e lui veniva a verificare e mi dava l’ok per procedere con la posa della gabbia metallica e quindi poi con la gettata del cemento.”
(cfr. verbale MP 27 ottobre 2010 IM 1, pag. 2 AI 166)
Si è visto poi che siffatto modo di procedere è avvenuto solo in occasione della prima tappa di sottomurazione. Tuttavia, le parole di IM 1, attestano che l’ing. AP 1 era sempre presente e disponibile, ma soprattutto confermano che vigeva in cantiere la modalità dei controlli dell’ingegnere su chiamata, in occasione dei lavori che richiedevano la sua presenza.
d)
Verificata la corretta esecuzione della prima tappa di sottomurazione, l’ingegnere ha dato disposizione di procedere in ugual modo per quelle successive (verbale
dib. d’appello,
pag.
3). Quanto alla seconda tappa di sottomurazione, egli ha così riferito al dibattimento:
“
Confermo altresì di non aver svolto tale verifica per la seconda tappa perché non mi hanno chiamato e io mi presentavo sul cantiere solo su chiamata. Questa tappa io l’ho vista per la prima volta in fotografia. Io l’ho ritenuta corretta. Si vedeva dalle fotografie e in particolare dalla base dell’imbuto.”
(verbale dib. d’appello, pag. 3)
e)
Alla luce di quanto precede, nel comportamento dell’ing. AP 1 questa Corte non ravvede negligenze e omissioni tali da comportare una violazione delle regole dell’arte edilizia ai sensi dell’art. 229 CP. Invero, nemmeno è ipotizzabile una qualsivoglia violazione dei doveri contrattuali nei confronti del committente PC 1.
L’onorario pattuito di complessivi fr. 10'000.–, raffrontato al complesso di tutte le prestazioni che incombevano all’ing. AP 1, esclude già di per sé la presenza in cantiere dell’ingegnere in occasione di ognuna delle tappe di sottomurazione. Nell’ambito di un mandato di ingegnere specialista, infatti, le necessarie verifiche sui cantieri sono computate in ragione del 7% delle prestazioni complessive (art. 7.11 SIA 103, pag. 58). Si ha così che una sottomurazione come quella in questione di circa 30 m (misurabili sulla planimetria a pag. 19 della perizia giudiziaria), con tappe di 1.20 m ognuna, implica l’esecuzione di 25 tappe di sottomurazione. Per la verifica dell’esecuzione corretta, compreso il controllo del ferro, di ognuna di queste tappe, l’onorario dell’ingegnere ammonterebbe in tal modo a fr. 28.–/ora (10000 x 7% :25), onorario fuori da ogni parametro di sostenibilità per l’ingegnere, se si pensa che tale importo andrebbe comunque ulteriormente diminuito, in ragione delle verifiche di cantiere non dovute alle sottomurazioni ma ad altre cause.
L’ing. AP 1 dev’essere perciò prosciolto.
A tale conclusione soccorrono, inoltre, gli argomenti trattati più avanti (infra, consid. 20), in relazione al comportamento contestato agli altri imputati.
Principio accusatorio e imputazioni
16.
Secondo l'art. 9 CPP, che concretizza il principio accusatorio, un reato può essere sottoposto a giudizio soltanto se, per una fattispecie oggettiva ben definita, il pubblico ministero ha promosso l'accusa contro una determinata persona dinanzi al giudice competente. L’atto d’accusa determina quindi l’oggetto del procedimento giudiziario (funzione delimitativa) implicando che l'imputato sappia con la necessaria precisione, quali fatti gli sono rimproverati e a quali pene e misure rischia di essere condannato, affinché possa adeguatamente far valere le sue ragioni e preparare efficacemente la sua difesa (DTF 126 I 19 consid. 2a pag. 21). Il giudice può scostarsi dalla qualificazione giuridica data ai fatti indicati nell’atto d’accusa (art. 350 cpv. 1 CPP), purché ne informi le parti presenti dando loro l'opportunità di pronunciarsi (art. 344 CPP). Tuttavia, in forza del principio dell’immutabilità dell’atto d’accusa, egli non può scostarsi da questi fatti.
Il principio accusatorio è espressione del diritto di essere sentito, sancito dall'art. 29 cpv. 2 Cost. Può inoltre essere dedotto dall'art. 32 cpv. 2 Cost (diritto di essere informato il più presto possibile e compiutamente sulle imputazioni contestate all'accusato) e dall'art. 6 n. 3 lett. a CEDU (diritto di essere informato della natura e dei motivi dell'accusa), che non hanno tuttavia portata distinta.
In caso di opposizione, il decreto d'accusa è considerato come atto d'accusa (art. 356 cpv. 1 CPP). Secondo l'art. 353 cpv. 1 lett. c CPP, il decreto d'accusa deve indicare i fatti contestati all'imputato. La descrizione dei fatti deve adempiere le esigenze di un atto d'accusa, deve dunque essere concisa, ma precisa (STF 6B_92/2014 del 31 marzo 2015, consid. 4.2; DTF 140 IV 188 consid. 1.4 pag. 190). Giusta l'art. 325 cpv. 1 CPP, l'atto d'accusa indica in modo quanto possibile succinto, ma preciso, i fatti contestati all'imputato, specificando dove, quando, come e con quali effetti sono stati commessi (lett. f), nonché le fattispecie penali che il pubblico ministero ritiene adempiute, con indicazione delle disposizioni di legge applicabili (lett. g) (STF 6B_91/2014 del 31 marzo 2015, 6B_779/2014 dell’11 dicembre 2014, consid 1.1; 6B_127/2014 del 23 settembre 2014, consid. 6.2; sentenza CARP 17.2015.72 del 26 ottobre 2015, consid. 2).
17.
In concreto, le imputazioni contenute nei cinque decreti d’accusa si differenziano per le azioni e/o omissioni addebitate ai singoli appellanti: per l’ing. AP 1, l’aver
“omesso (...) di verificare il rispetto delle indicazioni fornite oralmente agli esecutori materiali dei lavori di sottomuratura”
; per IM 1, l’aver
“fatto eseguire lavori che hanno messo in pericolo la stabilità dell’opera, rispettivamente omesso di verificare la corretta esecuzione delle opere di sottomuratura da parte degli operai della ditta”
; per IM 2, l’aver
“omesso di verificare la corretta esecuzione delle opere di sottomuratura da parte degli operai della ditta”
; per IM 3 e IM 4, l’aver
“eseguito scavi troppo ampi”
.
Siffatte azioni e/o omissioni, individualizzate, conducono tuttavia a un risultato comune, quanto unico, che l’accusa addebita – indistintamente – a tutti gli imputati: la realizzazione di
“scavi troppo ampi sotto i muri [pre]esistenti”,
all’origine del crollo delle facciate e quindi della messa in pericolo della vita o dell’integrità di persone (in concreto gli operai attivi sul cantiere), condizione oggettiva di applicazione dell’art. 229 CP.
18.
Come rilevato più sopra (consid. 2a-e), per
“scavi troppo ampi sotto i muri [pre]esistsenti”
deve intendersi la larghezza eccessiva del fronte di scavo della terza tappa di sottomurazione.
Va tenuto presente che, oltre a questa, i periti hanno ravvisato altre e diverse cause (o concause) del crollo: solo per fare un esempio, l’avvenuta demolizione delle solette, con effetto destabilizzante sulle facciate, senza adottare le misure di sicurezza previste dal capitolato d’appalto, (perizia, AI 86, pag. 13-14), oltre alle altre cause già ricordate più sopra (lett. I).
Poiché non contemplate nelle singole imputazioni, da tali concause, così come dalle responsabilità ad esse riconducibili, si dovrà perciò fare astrazione nel presente giudizio, pena la violazione del principio accusatorio (art. 9 cpv. 1 CPP).
La Corte si è chiesta se l’omessa indicazione, nei decreti d’accusa, delle menzionate altre cause o concause del crollo, non imponesse il rinvio degli atti al procuratore pubblico per le necessarie completazioni. Dopo ampia riflessione, ha però ritenuto giudizioso rinunciarvi. E questo, dato il lungo tempo trascorso dai fatti (quasi otto anni), specie pensando che la decisione impugnata è stata pronunciata a meno di sei mesi dall’intervento della prescrizione. Ma anche, perché il riesame e la riformulazione delle cause del crollo e delle correlate responsabilità avrebbe posto il procuratore pubblico a confronto con gli effetti di cosa giudicata del decreto d’abbandono dell’11 aprile 2012, privandolo della facoltà di vagliare ulteriormente possibili responsabilità di chi ne è stato beneficiato.
La terza tappa di sottomurazione
19.
Si è detto molto, agli atti e nel corso dei dibattimenti,
delle misure riferite al fronte di scavo della terza tappa di sottomurazione. Per i dettagli si può rinviare a quanto già ricordato più sopra (consid. 9, 10, 11), mentre che ai fini del presente giudizio la questione fondamentale permane quella, a sapere se le misure del fronte effettivamente scavato prima del crollo rientrino nelle tolleranze previste dalle regole dell’arte edilizia, oppure le oltrepassino, comportandone la violazione. Trattasi, in effetti e come visto, e come rettamente evidenziato dal difensore avv. DI 2, dell’unico rimprovero mosso ad ogni appellante, e da cui dipende l’esito del presente giudizio.
a)
Secondo i periti,
“determinante per il crollo è il fatto che la tappa di sottomurazione era troppo larga (2.00 m invece di un massimo di 1,00/1,25 m secondo quanto previsto dalla prassi edilizia per tale genere di lavori)”
(perizia AI 86, pag. 12,).
Sentito dal magistrato inquirente, il perito ing. _ ha, poi, definito
“tecnicamente corretta”
l’indicazione data dall’ing. AP 1 al capocantiere di non superare la larghezza di 1.3 m (verbale MP 19 maggio 2010 ing. _, pag. 4, AI 137). Come già visto, anche per il perito di parte ing. _, per questo tipo di cantiere, una larghezza della tappa di sottomurazione di 1/1.20 m era da ritenersi corretta.
b)
La difesa di IM 2, IM 1, IM 3 e IM 4 ha osservato come la misura effettiva dello scavo – indicata dai periti in 2 m – sia stata contestata all’unisono dai suoi assistiti e come, in quest’ottica, l’accertamento della reale misura del fronte di scavo costituiva l’elemento cardine per stabilire se la larghezza effettiva di scavo avesse ecceduto, in concreto, quella massima ammessa dalle regole dell’arte. Per la difesa tale accertamento è mancato, mandando deserta la prova del superamento di 1.25/1.30 m della larghezza della tappa, effettivamente scavata prima che iniziassero i franamenti laterali e dall’interno dello scavo. Prova che incombeva all’accusa. A mente della difesa non è assolutamente accertata l’esecuzione di uno scavo della larghezza di 2 m, tale larghezza essendo stata misurata dai periti quasi una settimana dopo il crollo. Inoltre non vi è agli atti alcuna misurazione della larghezza dello scavo alla sua base. Al proposito – prosegue la difesa – il perito ing. _ non ha saputo esprimersi in termini chiari e sufficientemente rassicuranti:
“
Mi si chiede se posso dire che la larghezza misurata corrisponde alla larghezza scavata dagli operai. Di principio penso possa corrispondere per quanto riguarda la larghezza alla base del muro esistente. Posso dire questo perché detta base era in calcestruzzo e si vedevano i segni degli utensili utilizzati per lo scavo. Non posso invece dire se questa larghezza era pure data alla base dello scavo. Questo perché vi era del materiale che la ricopriva.”
(verbale 1° dib. _, pag. 1)
Insicurezze, al riguardo, pure nelle parole del perito di parte ing. _:
“
Mi si chiede se la larghezza misurata corrisponde all’oggettiva larghezza di scavo, ossia allo scavo fatto dagli operai. Non ho elementi per rispondere a questa domanda, in particolare non erano visibili segni evidenti di scavo. È possibile che la larghezza misurata sia anche la conseguenza di qualche cedimento di terreno lateralmente al buco.”
(verbale 1° dib. _, pag. 2)
Ma fondamentalmente, la difesa critica i periti per non essersi confrontati con le dichiarazioni, concordanti e rese a caldo dai presenti sui cantieri, che hanno sempre affermato che il fronte scavato aveva una larghezza effettiva di 1.20/1.30 m, prima che iniziasse a franare materiale. I periti hanno, poi, sorvolato sulle dichiarazioni degli operai, secondo cui il fronte si allargava sempre di più a causa dei franamenti ai lati, ma anche a causa della fuoriuscita di materiale dall’interno che ha influito sull’allargamento del fronte. L’accusa dapprima, il pretore poi, hanno omesso completamente di considerare l’unanime versione degli accusati, contrapposta alle risultanze di una perizia, a ben vedere incompleta, così come il suo supplemento, prendendo acriticamente per buona solo quest’ultima. Fondandosi, il primo giudizio, esclusivamente su una prova peritale inidonea a provare i fatti dell’imputazione, giocoforza è concludere che questi ultimi non sono stati provati. Da qui la domanda di proscioglimento di IM 2, IM 1, IM 3 e IM 4.
c)
Giusta l’art. 10 cpv. 2 CPP il giudice valuta liberamente le prove secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento. La norma è espressione e corollario del principio della verità materiale (art. 6 CPP) ed esige che il giudice valuti le prove fondandosi non su regole probatorie prestabilite (per esempio secondo il numero o la “gerarchia” dei mezzi di prova), bensì sul convincimento che si è personalmente fatto sul caso in base alle prove assunte (Messaggio CPP, pag. 1039). Dal sistema del libero apprezzamento delle prove scaturisce, quindi, l’assenza di una gerarchia dei mezzi di prova (Bernasconi, CPP Commentario, Zurigo 2010, n. 21 ad art. 10; Schmid, Praxiskommentar, 2a ed., Zurigo 2013, n. 5 ad art. 10 CPP; Moreillon/ Parein-Reymond, CPP Petit Commentaire, Basilea 2013, n. 11 ad art. 10 CPP). Dovendo ricorrere all’ausilio di periti per supplire all’assenza di conoscenze tecniche proprie, atte a constatare e apprezzare un fatto (art. 182 CPP, Vuille, in: Commentaire romand CPP, Basilea 2011, n. 9 ad art. 182 CPP), il giudice deve di principio astenersi dal sostituire con la propria opinione le conoscenze specialistiche del perito senza che sussistano motivi pertinenti. Detto altrimenti, egli può distanziarsi dal parere espresso dal perito, soltanto in presenza di importanti dubbi sulla certezza delle sue constatazioni (Wohlers, in: Schweizerische Strafprozessordnung [StPO], Zurigo/Basilea/Ginevra 2014, n. 33 ad art. 10 CPP; Hofer, in: Basler Kommentar, StPO, 2a ed., Basilea 2014, n. 60 ad art. 10 CPP). In ogni caso, quando il giudice si distanzia dal parere espresso dal perito, lo deve motivare in modo preciso (Bernasconi, op. cit., n. 26 ad art. 10 CPP; Schmid, op. cit, n. 9 ad art. 10 CPP).
d)
Non chiarita – quindi non provata – è la larghezza del fronte di scavo della terza tappa di sottomurazione, al momento in cui il materiale ha preso a franare sui lati dello scavo e a fuoriuscire dall’interno del medesimo.
Questo dato manca agli atti. Anche perché i periti hanno negato sin dall’inizio che all’origine del crollo vi fossero
“fattori esterni”
(perizia AI 86, pag. 11), come confermato dal perito ing. _:
“
Confermo la perizia e quindi confermo che la situazione geologica del terreno non ha avuto influenze sul crollo.”
(verbale MP 19 maggio 2010 _, pag. 2, AI 137).
I periti concludono, dunque, per la sussistenza di tutta una serie di cause (o concause) del crollo: omesse verifiche, assenza di sondaggi, carenze nella gestione del cantiere, demolizione delle solette senza adottare misure di sicurezza, esecuzione della tappa dall’interno della costruzione, anziché dall’esterno ecc. (sopra, lett. I, perizia AI 86), oltre alla larghezza eccessiva della terza tappa di sottomurazione (2 m, invece di un massimo di 1,00/1.25 m), negando che cause esterne, come il franamento di materiale in fase di scavo, abbiano contribuito al sinistro.
e)
Già si è visto come la sola causa di messa in pericolo (della vita o dell’integrità delle persone) validamente prospettata agli imputati, quale prodotto della loro negligenza, consiste, appunto, nell’eccessiva larghezza dello scavo della terza tappa di sottomurazione (sopra consid. 17 e 18).
La perizia non si esprime sulle dichiarazioni degli attori in merito alla larghezza della parte da loro scavata e quindi sulla possibilità che lo scavo eseguito si sia ulteriormente ampliato per effetto dei franamenti laterali e dalla fuoriuscita di materiale dall’interno del medesimo.
Tutti gli operai affermano, infatti, di essersi attenuti all’indicazione dell’ing. AP 1 e del capocantiere IM 1 di scavare per una larghezza massima di 1.20/1.30 m, indicazione confermata dagli stessi ing. AP 1 e IM 1 e da IM 2 (si vedano in particolare: per Ing. AP 1, AI 65, pag. 2, AI 172, pag. 2, verbale 1° dib., pag. 1; per IM 2, AI 165, pag. 2 e 4; per IM 1, AI 31, pag. 7, AI 166, pag. 3, verbale 1° dib, pag. 2; per IM 4, AI 166, pag. 3; AI 202, pag. 2, verbale 1° dib., pag. 1, verbale dib. d’appello, pag. 4; per IM 3, AI 201, pag. 2 e 3, verbale dib. d’appello, pag. 4; per _, AI 15, pag. 3).
Tali risultanze, evidenziate dalla difesa, vanno tenute in debita considerazione per la linearità delle dichiarazioni e per la loro concordanza, peculiarità non avvertite dall’accusa e dal primo giudice.
f)
E nemmeno i periti prendono posizione, a seguito peraltro di precisa richiesta da parte di IM 1, sull’esigenza di misurare lo scavo alla sua base e non solo alla base della fondazione esistente:
“
Quando ci siamo trovati sul cantiere con il perito io ho insistito diverse volte per dirgli che la misurazione da lui fatta per la larghezza dello scavo non era corretta, che doveva partire dalla base. Nonostante le mie insistenze lui non ne ha minimamente tenuto conto in perizia.”
(verbale MP 27 ottobre 2010 IM 1, pag. 5. AI 166)
Va tenuto presente, al riguardo, che l’ing. AP 1 aveva sostenuto in istruttoria che la misura deve essere fatta alla base della sottomurazione (verbale MP 16 novembre 2010 AP 1, pag. 5, AI 172), precisando poi il concetto al dibattimento d’appello:
“
Quando ho dichiarato che la misurazione dev’essere fatta alla base della misurazione intendo dire che secondo le regole dell’edilizia si devono prendere due linee verticali parallele dall’alto verso il basso. Per verificare se lo scavo è stato fatto regolare si misura in basso”.
(verbale dib. d’appello, pag. 3)
Questo modo di vedere trova poi conferma anche nelle parole del perito di parte ing. _:
“
Mi si chiede se succede che quando si fa una sottomurazione la base dell’armatura sia meno larga rispetto alla parte a contatto con la muratura esistente (trapezio). Sì può succedere, anche se di norma si prevede un’armatura verticale.”
(verbale 1° dib, pag. 2)
Dalla documentazione fotografica annessa alla perizia emerge chiaramente che, essendo ricoperta di materiale, la base della sottomurazione non è né visibile né misurabile. La perizia tace in proposito, mentre che si può osservare dalle fotografie n. 5 e n. 6, scattate il giorno del crollo (AI 86, pag. 30), che lo scavo è a forma di “V”, restringendosi in modo importante man mano che si scende verso la base.
Per quanto precede occorre perciò ritenere, in linea con la difesa, che la perizia non si pronuncia compiutamente sulla larghezza della terza tappa di sottomurazione, mancando la misura alla base dello scavo.
g)
Infine, nonostante disponessero dei relativi verbali (perizia AI 86, pag. 4), i periti non hanno voluto confrontarsi con le dichiarazioni degli addetti ai lavori, rese alla polizia e davanti al Ministero pubblico, tra il giorno del crollo e il 10 novembre 2008, relative all’insorgenza di franamenti laterali e dall’interno dello scavo (si vedano in particolare: per IM 2, verbale annesso a AI 32, pag. 3); per IM 1, verbale annesso a AI 32, pag. 2 e 3, AI 31, pag. 7; per IM 3, AI 14, pag. 6 e 7; per _, AI 15, pag. 3 e 4).
Sulla questione, IM 3 sintetizza e illustra bene il concetto:
“
Preciso che dal momento in cui è iniziata la fuoriuscita di sabbione lo scavo era diventato molto più profondo e si allargava.”
(verbale MP 30 aprile 2008 IM 3, pag. 7, AI 14)
Tale dinamica è stata ripetutamente, quanto univocamente ribadita dagli addetti ai lavori anche nelle fasi successive del procedimento. In proposito, vale la pena citare nuovamente IM 3 per concisione, sintesi e linearità:
“
Il buco che avevamo iniziato a scavare si è praticamente ingrandito da solo.”
(verbale MP 31 maggio 2011 IM 3, pag. 2, AI 201)
E ancora:
“
È chiaro che continuando a franare materiale il buco continuava ad allargarsi ad imbuto.
(...)
Ad ogni modo noi siamo partiti con una larghezza di scavo di 120 e 130 cm e se questa larghezza di scavo si è ampliata questo è avvenuto per effetto del franamento.”
(verbale dib. d’appello, pag. 4)
Per concludere che:
“
Occorre quindi ritenere che la larghezza indicata sulla fotografia non è quella da noi scavata, ma quella risultata dal franamento del terreno.”
(verbale MP 31 maggio 2011 IM 3, pag. 3, AI 201)
Tali affermazioni si trovano in perfetta sintonia con quelle del collega IM 4 (verbale MP 31 maggio 2011 IM 4, pag. 2, AI 202, verbale 1° dib., pag. 1; verbale dib. d’appello, pag. 4) e si allineano pure a quelle _ (verbale MP 30 aprile 2008 _, pag. 3 e 4, AI 15). Quest’ultimo ha potuto esprimersi una sola volta, verosimilmente già prospettandosi per lui un decreto d’abbandono, come poi avvenuto. Che egli fosse nondimeno presente e attivo nello scavo emerge peraltro in toni cristallini dalla sua unica deposizione (verbale MP 30 aprile 2008 _, pag. 3, AI 15).
20.
Per quanto detto e ritenuto nel precedente considerando, la Corte addiviene alla conclusione, fondata sul convincimento pieno, che l’accusa ed il primo giudice non possono essere seguiti, laddove, fondandosi pedissequamente sulla perizia degli ing. _ e _, danno per comprovata l’esecuzione di uno scavo eccessivamente largo (2 m, anziché di 1.20/1.30 m), quindi in urto con le regole dell’arte. Tale conclusione non è, infatti, supportata da prova certa e tranquillante, a fronte delle univoche e lineari dichiarazioni degli addetti ai lavori. Detto altrimenti, non vi è prova che la larghezza misurata dai periti (2 m) corrisponda al fronte effettivamente scavato dagli operai. E quindi non vi è prova della violazione delle regole dell’arte per aver eseguito
“scavi troppo ampi sotto i muri [pre]esistenti”
. Difetta, inoltre, una valida constatazione della misura dello scavo alla sua base. Né, infine, l’accusa ha saputo provare l’impossibilità che lo scavo si sia allargato per effetto dei franamenti laterali e per la fuoriuscita di materiale dal suo interno.
Nelle descritte circostanze viene meno l’elemento oggettivo del reato di violazione delle regole dell’arte edilizia (art. 229 CP), motivo per cui si impone il proscioglimento degli imputati dipendenti della DITTA 1, come pure dell’ing. AP 1, valendo anche per lui lo stesso ragionamento, oltre ai motivi già esposti in relazione alla sua posizione (sopra, consid. da 5 a 15).
Spese procedurali
21.
Visto l’esito degli appelli, le spese procedurali di primo grado (art. 428 cpv. 3 CPP), così come quelle di appello (art. 428 cpv. 1 CPP), vanno interamente poste a carico dello Stato.
Indennità
22.
Secondo l’art.
436 cpv. 1 CPP, le pretese d’indennizzo e di riparazione del torto morale nell’ambito della procedura di ricorso sono rette dagli art. 429 – 434 CPP.
Giusta l’art
.
429 cpv. 1 lett. a CPC,
se è pienamente o parzialmente assolto o se il procedimento nei suoi confronti è abbandonato, l’imputato ha diritto a un’indennità per le spese sostenute ai fini di un adeguato esercizio dei suoi diritti procedurali, ossia – generalmente – per la copertura delle spese di patrocinio.
a)
Per prassi di questa Corte invalsa sotto l’egida del nuovo CPP in vigore dal 1° gennaio 2011, lo Stato si assume le spese per un patrocinatore di fiducia soltanto se il patrocinio era necessario a causa della complessità del caso sotto il profilo materiale o giuridico e se il volume di lavoro, e di conseguenza l’onorario dell’avvocato, erano giustificati. Per stabilire l’importo delle spese di patrocinio da risarcire, viene verificata la congruità della nota d’onorario secondo il principio stabilito dall’art. 15a cpv. 2 LAvv, secondo cui l’avvocato ha riguardo alla complessità ed all’importanza del caso, al valore ed all’estensione della pratica, alla sua competenza professionale ed alla sua responsabilità, al tempo ed alla diligenza impiegati, alla situazione personale e patrimoniale delle parti, all’esito conseguito ed alla sua prevedibilità.
b)
Sulla scorta di tali principi questa Corte ammette, quindi, onorari corrispondenti ad una regolare, ordinata e ragionevole conduzione del mandato, secondo quanto mediamente praticato, lasciando a carico del patrocinato la parte riconducibile ad una specifica scelta del patrocinatore.
In altre parole, l’onorario a tempo è stabilito prendendo quale parametro un avvocato sperimentato nel diritto penale, tenuto conto di un ragionevole margine di oscillazione connesso con le particolarità del caso
(CRP 60.2010.119 del 10 novembre 2010; 60.2010.189 del 12 novembre 2010).
c)
Per procedere all'esame dell'adeguatezza delle prestazioni effettuate dalla difesa, questa Corte si fonda, di regola, sulle note d'onorario dettagliate, confrontando le prestazioni esposte con gli atti degli incarti del Ministero pubblico, della Pretura penale e della CARP e controllando se quanto effettuato sia adeguato alla complessità del caso ed alle difficoltà fattuali e giuridiche.
Per l’art. 429 cpv. 2 CPP l’autorità esamina d’ufficio le pretese dell’imputato, potendo invitare quest’ultimo a quantificarle e a comprovarle (DTF 6B_726/2013 del 5 febbraio 2013, consid. 3). Prima di rendere la sua decisione, l’autorità penale deve raccogliere i documenti necessari e invitare le parti, che potrebbero avere diritto a un indennizzo, a far valere le proprie pretese (Mini, Commentario CPP, Zurigo 2010, n. 8 ad art. 429 CPP).
Indennità a favore di IM 2, IM 1, IM 4 e IM 3
23.
Al dibattimento l’avv. DI 2 ha prodotto tre note d’onorario intermedie, relative a prestazioni fornite tra il 12 novembre 2008, data dell’assunzione del mandato (AI 67) e il 31 dicembre 2013 per complessivi fr. 17'228.45, nonché una
“nota d’onorario e spese proforma”
di fr. 4'013.15, tutte comprensive di IVA (doc. dib. d’appello 3). Le prime due note, per complessivi fr. 11'640.55 sono intestate alla CAP Compagnia d’assicurazione di protezione giuridica. La terza, di fr. 5’587.90, è invece intestata alla DITTA 1
Il giorno successivo l’avv. DI 2 ha completato l’istanza di indennità, producendo la specifica delle prestazioni relativa alle tre note appena citate, aggiungendovi due note professionali, con il dettaglio delle prestazioni, l’una per l’anno 2014, di complessivi fr. 12'314.90 (IVA compresa) dai quali ha dedotto fr. 2'160.– di sconto e ulteriori fr. 9'402.70 di
“saldo pagato da CAP”
, per un risultato di fr. 752.20; l’altra per l’anno 2015, sino al dibattimento d’appello compreso, di fr. 6'070.55 (IVA compresa). Queste due note sono intestate alla DITTA 1. Le spese complessive di patrocinio, di cui è chiesta la rifusione, si assommano a fr. 33’453.90 (IVA compresa), e sono comprensive del
“saldo pagato da CAP”
di fr. 9'402.70.
a)
Con la sua lettera del 6 ottobre 2015, che completa la richiesta d’indennizzo formulata al dibattimento, l’avv. DI 2 ha prodotto in
“allegato la totalità della
(recte: delle)
fatture emesse sia a nome della CAP Compagnia Assicurazione di Protezione Giuridica, sia a nome della DITTA 1, datrice di lavoro dei miei assistiti all’epoca del crollo del muro in Via _ a Lugano”
.
Intestate alla CAP Compagnia di Assicurazione di Protezione Giuridica SA (note d’onorario 4 febbraio 2010 di fr. 4'190.35 e 9 febbraio 2011 di fr. 7'450.20), rispettivamente alla DITTA 1 (note d’onorario 3 gennaio 2014 di fr. 5'587.90, 30 gennaio 2015 di fr. 752.20 e 6 ottobre 2015 di fr. 6'070.55), le note professionali agli atti non configurano, né provano, un danno patito da IM 2, IM 1, IM 4 e IM 3. Tanto più che almeno parte di esse (vedi
“saldo pagato da CAP”
imputato sulla nota del 30 gennaio 2015) sono state assunte dalla CAP Compagnia di Assicurazione di Protezione Giuridica SA. Le note allestite a nome di DITTA 1, in particolare, attestano semmai che l’impresa datrice di lavoro degli imputati ha ritenuto di assumersi in proprio gli oneri del loro patrocinio. Dovendo l’indennità ex art. 429 cpc. 1 lett. a CPP fondarsi su un danno effettivo, prodottosi con le spese di patrocinio insorte a carico dell’imputato, interamente o parzialmente prosciolto, se ne conclude che, in concreto, simile pregiudizio non si è prodotto in capo agli imputati, mancando ogni prova documentaria al riguardo.
b)
Del resto,
fatto significativo è
che il 19 novembre 2008 l’avv. DI 2 si è annunciata al magistrato inquirente come patrocinatrice di DITTA 1, sulla base di una procura processuale rilasciatale il 12 novembre 2008 da _, in nome e per conto di DITTA 1 (AI 67). E neppure può sfuggire che in buona parte delle successive comparse, sia scritte che per le audizioni, la legale si esprime per conto di _, di DITTA 1 o come rappresentante dei dipendenti e del titolare della DITTA 1 (AI 107, 113, 134, 137, 143, 172, 189, 190). Questo perché sino all’abbandono del procedimento nei loro confronti, _ e il dipendente della DITTA 1 _, erano anch’essi imputati, per lo stesso reato e con il patrocinio dell’avv. DI 2. Perché _ e _ abbiano rinunciato a formulare una richiesta di indennità ex art. 429 CPP, nonostante l’invito in tal senso espresso dal magistrato nel decreto d’abbandono (ABB 198/2012 dell’11 aprile 2012, consid. 8), non è dato a conoscere. Ne potrebbe, invero, costituire spiegazione proprio l’ipotesi secondo cui _, per il tramite della ditta a lui facente capo, abbia inteso assumersi in blocco gli oneri di patrocino derivanti dal sinistro di Via _. Ciò che spiegherebbe, del resto, l’intestazione delle note professionali alla DITTA 1, anche per le prestazioni successive al decreto d’abbandono. Sia come sia, permane il fatto che né _, né la DITTA 1 hanno avuto ruolo d’imputati (men che meno prosciolti) nel presente procedimento. Altrettanto pacifico che gli importi versati dall’assicurazione giuridica vanno a copertura, quale rischio assicurato, delle spese di patrocinio ossia del danno indennizzabile ex art. 429 cpv. 1 lett. a CPP. Essi non sono, di conseguenza, suscettibili di duplice incasso.