# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 0c992df2-dff4-49a4-8b93-f463ccdbf73a
**Court:** CH_BSTG
**Chamber:** CH_BSTG_001
**Year:** 2022
**Language:** it
**Jurisdiction:** CH / Federation
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** nan

## Facts

Fatti:
A. In data 4 novembre 2020 il Ministero pubblico della Confederazione (di seguito:
MPC) ha avviato una procedura indipendente di confisca ai sensi degli artt. 376
e segg. del Codice di diritto processuale penale svizzero (CPP; RS 312.0) ed ha
ordinato il sequestro degli averi patrimoniali depositati sulla relazione bancaria
n. 1. presso la B.SA di Z. (di seguito: Banca B.) intestata a A. L’avvio di tale
procedura di confisca indipendente era basato sulle informazioni ottenute dal
MPC nell’ambito di una commissione rogatoria presentata dal Giudice Istruttore
presso il Tribunale distrettuale del Lussemburgo (incarto n. RH.20.0014-BON),
secondo cui gli averi depositati su tale conto deriverebbero dalla relazione
bancaria n. 2. presso la Banca C. Ltd., succursale di Lussemburgo (di seguito:
Banca C.), intestata a A., trasferiti sul conto presso Banca B. al momento della
cessazione dell’attività della Banca C., Lussemburgo, il [...] 2019. A mente delle
autorità lussemburghesi, l’origine del denaro depositato sulla relazione presso
Banca C. sarebbe sospetta, potendo provenire dai reati (segnatamente dal
traffico di stupefacenti e dalla partecipazione a un’organizzazione criminale tra
gli anni ‘90 ed il marzo 2006) imputati a D., marito di A., che risultava essere
avente diritto economico e a beneficio di una procura sul conto (act. MPC
18.2.B_10 e B_11).
B. Il 23 marzo 2022 il MPC ha emesso un decreto di confisca relativo al conto n. 1.
sito presso Banca B., conto che era pure stato posto sotto sequestro nell’ambito
del procedimento rogatoriale RH.20.0014-BON.
C. Con scritto del 4 aprile 2022 A. ha interposto opposizione avverso il precitato
decreto di confisca (act. MPC 03.00.0014 e segg.). Il 13 aprile 2022 il MPC ha
trasmesso a questa Corte gli atti per giudizio (act. SK 03.100.001).
D. Il 28 aprile 2022 la Corte ha anticipato alle parti che, salvo loro richiesta scritta e
nel caso in cui le eventuali prove da assumere fossero essenzialmente
documentali, essa avrebbe svolto la procedura in forma scritta. Nessuna delle
parti ha richiesto il pubblico dibattimento né ha presentato richieste di assunzione
di prove.
E. Il 12 maggio 2022 la Corte ha dunque invitato le parti a presentare la propria
presa di posizione scritta nel merito della vertenza. Con missiva del 23 maggio
2022, il MPC ha informato che non avrebbe presentato ulteriori prese di
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posizione. Il 5/7 luglio 2022, nel termine prorogato, l’opponente ha invece
trasmesso a questo Tribunale la propria presa di posizione scritta, chiedendo di
annullare il decreto di confisca e di liberare gli averi in suo favore; in via
subordinata ha proposto di confiscare unicamente la metà degli averi, liberando
la restante metà in suo favore a seguito delle pretese derivanti dallo scioglimento
del regime matrimoniale. A giustificazione di tale richiesta, in sostanza, e come
già aveva sottolineato in precedenza, invoca il fatto che gli averi depositati sul
conto a lei intestato non sarebbero mai effettivamente stati nel potere di
disposizione di D. (o di un’organizzazione criminale) e ciò nonostante l’esistenza
di una procura a favore di quest’ultimo (act. SK 3.521.003-008).
F. Sul versante procedurale italiano, va rilevato che, con sentenza del 29 maggio
2007 (act. MPC 18.01.0076 e segg.), D. è stato condannato dal Giudice
dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Roma per, tra gli altri, associazione
finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope giusta l’art. 74
commi 1, 2 e 3 del Decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990,
n. 309; Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e
sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di
tossicodipendenza (di seguito: DPR n. 309/1990) di cui al capo d’accusa n. 1, e
lo ha condannato alla pena di venti anni di reclusione (determinata in ventitré anni
di reclusione per il capo d’accusa n. 1, sette anni di reclusione per gli altri capi
d’accusa, considerata la continuazione dei reati, pena poi diminuita per
l’accettazione del rito abbreviato).
Con sentenza del 20 luglio 2010 la Corte d’Appello di Roma, Sezione II Penale,
ha assolto D. dal reato di cui al capo d’accusa n. 9 ed ha ridotto la pena a diciotto
anni di reclusione, confermando per il resto le condanne di cui alla decisione di
primo grado (act. MPC 18.01.0009.4b).
Il ricorso presentato contro detta sentenza è stato dichiarato inammissibile dalla
Corte di Cassazione il 5 dicembre 2011 (act. MPC 18.01.0009.4c), di modo che
la sentenza del 20 luglio 200 della Corte d’Appello è cresciuta in giudicato.
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## Considerations

La Corte considera in diritto:
1. Competenza elvetica
1.1 Nell’ottica della facoltà di confisca indipendente, su cui si fonda il decreto
impugnato, occorre dapprima verificare se, nel presente caso, sussiste la
giurisdizione elvetica.
La confisca prevista dall’art. 72 del Codice penale svizzero (CP; RS 311.0), come
quella di cui al previgente art. 59 vCP, presuppone che la giurisdizione elvetica
sia competente per perseguire la persona a cui appartengono i valori patrimoniali,
per partecipazione o sostegno a un’organizzazione criminale ai sensi dell’art.
260ter CP. La competenza del giudice svizzero in materia di repressione
dell’organizzazione criminale non deve però essere sminuita. Al riguardo, va
rilevato che l’art. 260ter n. 3 CP prevede infatti la punibilità anche di chi commette
il reato all’estero, se l’organizzazione esercita o intende esercitare l’attività
criminale in tutto o in parte in Svizzera. Inoltre, pure colui che amministra i fondi
dell’organizzazione è punibile secondo l’art. 260ter CP, siccome sostiene in tal
modo l’organizzazione stessa. Di conseguenza, sussiste giurisdizione svizzera,
e dunque facoltà di ordinare la confisca nel nostro Paese, se i fondi sono gestiti
in Svizzera da un membro dell’organizzazione criminale o mediante uno
strumento utilizzato a sua insaputa (DTF 134 IV 185 consid. 2.1; sentenza del
Tribunale federale 6B_144/2011 del 16 settembre 2011, consid. 2.2; ordinanza
del Tribunale penale federale SK.2014.54 del 27 maggio 2015 consid. 2).
Nella presente fattispecie, il conto di cui è stata decretata la confisca è stato
aperto in Lussemburgo presso l’allora Banca C. il 2 agosto 1996 (conto n. 2.). Su
tale conto, intestato a A., il di lei marito D. disponeva di una procura. Dagli atti
emerge la firma presumibilmente di D. su un accredito in contanti di GBP 80'000.-
- il 4 giugno 1998 e su due prelievi in contanti, il primo di Eur 25'000.-- il 12 aprile
2002 e il secondo di Eur 70'000.-- il 24 aprile 2002 (act. MPC 18.02.B_10). Tali
movimentazioni sono avvenute nel lasso di tempo che coincide con il periodo in
cui è stato accertato dal giudice italiano un coinvolgimento di D. nell’associazione
ex art. 74 DPR n. 309/1990, ossia dagli anni ‘90 al marzo 2006 (v. act. MPC
18.02.0009.4b pag. 57). Il collegamento con il territorio svizzero consiste nel
trasferimento, il 13 dicembre 2019 (v. act. MPC 07.01.0240) a causa della
cessazione dell’attività di Banca C. in Lussemburgo, degli averi patrimoniali su
un conto (conto n. 1.) intestato a A. presso la Banca B.
La giurisdizione svizzera è pertanto data, essendo in casu i valori patrimoniali siti
nel nostro Paese, e meglio a Ginevra (v. TPF 2011 18 consid. 2.2.1-2.2.3;
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sentenza del Tribunale penale federale BB.2013.128, BP.2013.60 del 22 gennaio
2014 consid. 2).
2. Giurisdizione federale
2.1 La Corte deve esaminare d’ufficio la propria competenza giurisdizionale
(TPF 2005 142 consid. 2; 2007 165 consid. 1; sentenza del Tribunale penale
federale SK.2014.13 del 25 agosto 2014 consid. 1).
2.2 Nel caso di specie, come detto, la confisca indipendente riguarda la confisca di
valori patrimoniali di un’organizzazione criminale (o terroristica). Ora, in presenza
dei reati di criminalità organizzata, finanziamento del terrorismo e criminalità
economica, l’art. 24 CPP prevede la giurisdizione federale se i medesimi sono
stati commessi prevalentemente all’estero o siano stati commessi in più Cantoni
e il centro dell’attività penalmente rilevante non possa essere localizzato in uno
di essi.
2.3 Ne discende che la competenza della scrivente Corte è pacifica.
2.4 Inoltre, secondo la giurisprudenza dell’Alta Corte, considerati i principi
dell’efficienza e della celerità della procedura penale, dopo la formulazione
dell’atto di accusa, per analogia, la Corte penale può negare l’esistenza della
competenza giurisdizionale federale solo per motivi particolarmente validi
(DTF 133 IV 235 consid. 7.1). Pertanto la competenza federale andrebbe
comunque ammessa, non riconoscendo questa Corte alcun motivo
particolarmente valido per negarla.
3. Competenza del Collegio
3.1 Nell’ambito della procedura indipendente di confisca giusta gli art. 376 e segg.
CPP, un’eventuale decisione del giudice è emanata in forma di decreto – giudice
unico – o di ordinanza – collegio – (art. 377 cpv. 4 in fine CPP).
3.2 Giusta l’art. 36 cpv. 1 della legge federale sull’organizzazione delle autorità penali
della Confederazione (LOAP; RS 173.71), le corti penali giudicano nella
composizione di tre giudici. Il cpv. 2 della medesima norma prevede tuttavia che
il presidente della corte giudica quale giudice unico nei casi di cui all’art. 19 cpv.
2 CPP; egli può delegare questo compito a un altro giudice.
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3.3 Non essendo in concreto dato alcuno dei casi di cui all’art. 19 cpv. 2 CPP e non
essendo il presente procedimento collegato ad un precedente procedimento
aperto presso la Corte penale, la procedura in oggetto è di competenza di una
composizione a tre giudici.
4. Procedura scritta
4.1 Giusta l’art. 377 cpv. 4 prima frase CPP, la procedura d’opposizione dell’ambito
di una procedura indipendente di confisca è retta dalle disposizioni sul decreto
d’accusa. Applicabile a seguito di tale rinvio, l’art. 356 cpv. 6 CPP prevede che
se l’opponente contesta soltanto le spese e le indennità o altre conseguenze
accessorie, il giudice pronuncia in procedura scritta, eccetto che l’opponente
chieda espressamente un’udienza. Le conseguenze accessorie sono quelle che
non rimettono in considerazione la colpevolezza del condannato (Messaggio del
Consiglio federale del 21 dicembre 2005 concernente l’unificazione del diritto
processuale penale, FF 2006 989, 1195; GILLIÉRON/KILLIAS, Commentario
romando, 2a ediz. 2019, n. 16 ad art. 356 CPP). Tra le conseguenze accessorie,
va annoverata anche la confisca (FF 2006 989, 1195; MOREILLON/PAREIN-
REYMOND, Petit Commentaire, 2013, n. 19 ad art. 356 CPP).
4.2 Nel caso di specie, la direzione del procedimento ha informato le parti che, salvo
loro richiesta, la procedura si sarebbe svolta per iscritto. Non avendo nessuna
delle parti richiesto un’udienza, la procedura è dunque stata svolta in forma
scritta.
5. Diritto applicabile
5.1 L’art. 2 cpv. 1 CP prevede l’applicazione del CP solo nei confronti di chi
commetta un crimine o un delitto dopo la sua entrata in vigore, consacrando il
principio della non retroattività della norma penale; non sarebbe infatti solo
iniquo, ma violerebbe altresì il principio nullum crimen sine lege contenuto
nell’art. 1 CP, giudicare su crimini o delitti secondo una legge non ancora in
vigore al momento della loro commissione (DTF 117 IV 369 consid. 4.d).
Costituisce deroga a questo principio la regola della lex mitior di cui all’art. 2
cpv. 2 CP, la quale prevede che il diritto penale materiale si applichi alle infrazioni
commesse prima della sua entrata in vigore se l’autore è giudicato
posteriormente e se il nuovo diritto gli è più favorevole della legge in vigore al
momento dell’infrazione.
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5.2 La determinazione del diritto più favorevole si effettua paragonando il vecchio e
il nuovo diritto, valutandoli però non in astratto ma nella loro applicazione nel
caso di specie (DTF 119 IV 145 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale
6S.449/2005 del 24 gennaio 2006 consid. 2; RIKLIN, Revision des Allgemeinen
Teils des Strafgesetzbuches – Fragen des Übergangsrechts, AJP/PJA 2006,
pag. 1471 e segg., pag. 1473). Qualora la condotta fosse punibile sia in virtù delle
previgenti legislazioni che di quella in vigore, bisognerebbe comparare le
differenti sanzioni contemplate nella vecchia e nella nuova legge, la pena
massima comminabile essendo tuttavia di rilevanza decisiva (DTF 135 IV 113
consid. 2.2). Il nuovo diritto trova applicazione se obiettivamente esso comporta
un miglioramento della posizione del condannato (principio dell’obiettività), a
prescindere quindi dalle percezioni soggettive di quest’ultimo (DTF 114 IV 1
consid. 2a; sentenza del Tribunale federale 6B_202/2007 del 13 maggio 2008
consid. 3.2). In ossequio al principio dell’alternatività, il vecchio ed il nuovo diritto
non possono venire combinati (sentenza del Tribunale federale 6B_312/2007 del
15 maggio 2008 consid. 4.3). In questo senso, non si può ad esempio applicare
per il medesimo fatto, da un lato, il vecchio diritto per determinare l’infrazione
commessa e, dall’altro, quello nuovo per decidere le modalità della pena inflitta.
Se entrambi i diritti portano allo stesso risultato, si applica il vecchio diritto
(DTF 134 IV 82 consid. 6.2; 126 IV 5 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale
6B_442/2012 dell’11 marzo 2013 consid. 3.1). Unicamente le disposizioni di
diritto materiale seguono il principio della lex mitior, le norme di procedura
essendo rette dal principio tempus regis actum, che le rende applicabili sin dalla
loro entrata in vigore (DTF 117 IV 369 consid. 4d).
5.3 In concreto, il decreto di confisca indipendente data del 23 marzo 2022. Esso si
fonda sulla possibilità conferita al giudice di confiscare i valori patrimoniali di cui
un’organizzazione criminale ha la facoltà di disporre e sulla presunzione che i
valori appartenenti a una persona che abbia partecipato a una simile
organizzazione o l’abbia sostenuta sono sottoposti, fino a prova del contrario, alla
facoltà di disporre dell’organizzazione.
Secondo le sentenze italiane, D. ha commesso i reati per cui è stato condannato
nel periodo tra gli anni ‘90 ed il marzo 2006; gli accrediti e addebiti sul conto
presso Banca C. sono avvenuti dal 1996 in poi.
Ora, dagli anni ‘90 ad oggi le normative elvetiche sul reato di organizzazione
criminale hanno subito delle modifiche, come anche quelle relative alle pene e
alle misure contenute nella parte generale del CP. Occorre dunque verificare
quale sia la versione dell’art. 260ter CP da applicare nell’ambito della presente
decisione, come pure su quale normativa debba essere fondata la confisca.
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5.4
5.4.1 Il testo dell’art. 260ter vCP in vigore dal 1994 al 30 giugno 2021 prevedeva quanto
segue:
1. Chiunque partecipa a un’organizzazione che tiene segreti la struttura e i suoi
componenti e che ha lo scopo di commettere atti di violenza criminali o di
arricchirsi con mezzi criminali, chiunque sostiene una tale organizzazione nella
sua attività criminale, è punito con la reclusione sino a cinque anni o con la
detenzione [con la revisione del diritto sanzionatorio in vigore dal 1° gennaio
2007, la pena è divenuta: “con una pena detentiva sino a cinque anni o con una
pena pecuniaria”].
2. Il giudice può attenuare la pena (art. 48a) se l’agente si sforza d’impedire la
prosecuzione dell’attività criminale dell’organizzazione.
3. È punibile anche chi commette il reato all’estero, se l’organizzazione esercita
o intende esercitare l’attività criminale in tutto o in parte in Svizzera. L’articolo 3
capoverso 2 è applicabile.
5.4.2 Dal 1° luglio 2021, il nuovo testo (testo in vigore) dell’art. 260ter CP prevede che:
1 È punito con una pena detentiva sino a dieci anni o con una pena pecuniaria
chiunque:
a. partecipa a un’organizzazione che ha lo scopo di:
1. commettere atti di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi criminali, o
2. commettere atti di violenza criminali volti a intimidire la popolazione o a
costringere uno Stato o un’organizzazione internazionale a fare o ad
omettere un atto; o
b. sostiene una tale organizzazione nella sua attività.
2 Il capoverso 1 lettera b non si applica ai servizi umanitari forniti da
un’organizzazione umanitaria imparziale, quale il Comitato internazionale della
Croce Rossa, conformemente all’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra
del 12 agosto 1949.
3 Se esercita un’influenza determinante all’interno dell’organizzazione, l’autore è
punito con una pena detentiva non inferiore a tre anni.
4 Il giudice può attenuare la pena (art. 48a) se l’autore si sforza di impedire la
prosecuzione dell’attività dell’organizzazione.
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5 È punibile anche chi commette il reato all’estero, se l’organizzazione esercita o
intende esercitare l’attività criminale in tutto o in parte in Svizzera. L’articolo 7
capoversi 4 e 5 è applicabile.
La modifica si è resa necessaria in quanto, sebbene il Consiglio federale
ritenesse nel 2010 ancora soddisfacente l’art. 260ter vCP a livello di applicazione
e di utilità (Messaggio del Consiglio federale del 14 settembre 2018 concernente
l’approvazione e la trasposizione della Convenzione del Consiglio d’Europa per
la prevenzione del terrorismo con relativo Protocollo addizionale nonché il
potenziamento del dispositivo penale contro il terrorismo e la criminalità
organizzata, FF 2018 5439, 5475), negli anni successivi le autorità inquirenti, in
particolare federali, e parte della dottrina hanno criticato segnatamente il vincolo
della segretezza al fine di poter applicare tale norma (FF 2018 5439, 5477 e seg.;
cfr. ENGLER, Commentario basilese, 4a ediz. 2019, n. 8 ad art. 260ter CP con
riferimenti).
Complice la trasposizione in Svizzera della Convenzione del Consiglio d’Europa
per la prevenzione del terrorismo e il relativo Protocollo addizionale, il Consiglio
federale, su richiesta della Commissione degli affari giuridici del Consiglio degli
Stati, ha pertanto proposto una modifica materiale dell’art. 260ter CP in modo da
rispondere alla mutata scena e alle critiche espresse dagli addetti ai lavori
(FF 2018 5439, 5476). Il Consiglio federale ha dunque promosso la rimozione
dell’elemento della segretezza quale fondamentale per l’applicazione della
norma penale relativa alle organizzazioni criminali, elemento che, sebbene non
ha più carattere imperativo, “continuerà ad essere considerato nell’ambito della
valutazione generale del potenziale criminale di un’organizzazione tanto quanto
altri elementi come la gerarchia, la ripartizione dei compiti, la durata
dell’esistenza, la professionalità e la capacità di imporsi”, precisando che “gli
elementi citati non devono essere soddisfatti cumulativamente;
un’organizzazione criminale può essere definita tale anche se ne soddisfa solo
uno” (FF 2018 5439, 5478).
L’elemento della segretezza è dunque stato “declassato” ad elemento da
considerare, assieme ad altri, nell’ambito della valutazione generale del
potenziale criminale di un’organizzazione; il Consiglio federale, nel proprio
Messaggio, ha sottolineato l’importanza della proporzionalità all’interno
dell’analisi della fattispecie penale di cui all’art. 260ter CP. In questo senso, è stato
anche sottolineato che il declassamento dell’elemento della segretezza non porta
a un allargamento sproporzionato del cerchio di interessati dalla norma penale in
questione, ma risponde a un bisogno pragmatico formulato dagli addetti ai lavori,
motivato anche dalla volontà della Svizzera di fornire una migliore assistenza
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internazionale in materia penale (FF 2018 5439, 5478; TRECHSEL/VEST,
Praxiskommentar, 4a ediz. 2021, n. 1 ad art. 260ter CP).
“L’adeguamento mira a facilitare il lavoro degli inquirenti in un aspetto cruciale e
ad ampliare la portata della disposizione anche nel campo dell’assistenza
giudiziaria in materia penale, senza ridurre la determinatezza della norma né
estenderne in modo sproporzionato il campo di applicazione”. L’art. 260ter
continuerà “ad essere applicato solamente a gruppi di persone che presentano
un elevato grado di pericolosità nei confronti dei quali, data la loro conformazione,
portata o forza, i tradizionali strumenti del diritto penale, calibrati su reati singoli,
difficilmente ottengono risultati consistenti” (FF 2018 5439, 5478 e seg.).
5.4.3 Se ne conclude che la nuova formulazione dell’art. 260ter CP, capace di
abbracciare un numero maggiore di fattispecie rispetto al testo in vigore sino al
30 giugno 2021, e che pure prevede quale pena edittale massima la detenzione
di dieci anni (rispetto alla pena massima previgente della reclusione/detenzione
di cinque anni), non risulta essere più favorevole né al reo né all’opponente.
Applicabile è pertanto il diritto previgente.
6. Prescrizione
6.1 Giusta l’art. 59 cpv. 1 vCP, il giudice ordina la confisca dei valori patrimoniali che
costituiscono il prodotto di un reato o erano destinati a determinare o a
ricompensare l’autore di un reato, a meno che debbano essere restituiti alla
persona lesa allo scopo di ristabilirne i diritti (l’art. 70 cpv. 1 in fine CP in vigore
dal 1° gennaio 2007, prescrive: “allo scopo di ripristinare la situazione legale”). In
generale, il diritto svizzero prevede un termine di prescrizione del diritto alla
confisca pari a sette anni oppure della stessa durata di quello relativo
all’infrazione di base, se essa soggiace a un termine di prescrizione più lungo
(art. 59 cpv. 1 vCP, art. 70 cpv. 3 CP).
6.2 Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale e la dottrina, qualora il reato
alla base della confisca sia stato commesso all’estero, il termine di prescrizione
della confisca si calcola in primo luogo secondo il diritto estero (DTF 126 IV 255
consid. 4c; BAUMANN, Commentario basilese, 4a ediz. 2019, n. 64 ad art. 70/71
CP; DUPUIS et al., Petit Commentaire, 2a ediz. 2017, n. 28 ad art. 70 CP; HIRSIG-
VOUILLOZ, Commentario romando, 2a ediz. 2021, n. 63 ad art. 70 CP;
TRECHSEL/JEAN-RICHARD, Praxiskommentar, 4a ediz. 2021, n. 15 ad art. 70 CP).
Nel caso di specie, si impone dunque di determinare il termine di prescrizione del
reato sulla base del diritto italiano.
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Secondo l’ordinamento penale italiano, il termine di prescrizione di un reato
corrisponde al massimo della pena edittale stabilita dalla legge, ma non
comunque inferiore a sei anni se si tratta di un delitto e a quattro anni se si tratta
di una contravvenzione (art. 157 comma 1 codice penale italiano [in seguito: CP-
IT]). Nel caso in cui la legge preveda un’aggravante, si tiene conto per il calcolo
della prescrizione dell’aumento massimo di pena previsto da siffatta circostanza
(art. 157 comma 2 CP-IT). Quando invece la legge prevede congiuntamente o
alternativamente una pena pecuniaria e una pena detentiva, al fine di calcolare il
termine di prescrizione, si osserva unicamente la pena detentiva (art. 157 comma
4 CP-IT). In presenza di pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria,
si applica invece il termine di tre anni (art. 157 comma 5 CP-IT). Infine, la
prescrizione non si estingue per i reati per i quali la legge prevede la pena
dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti –
art. 157 comma 8 CP-IT – (cfr. PECCIOLI, in: Padovani [curatore], Le fonti del
diritto italiano – Codice penale, tomo I, 7a ediz. 2019, n. 1 e segg. ad art. 157
CP-IT; TRABACCHI, in: Dolcini/Marinucci [curatori], Codice penale commentato,
tomo I, 3a ediz. 2011, n. 1 e segg. ad art. 157 CP-IT). L’art. 16 CP-IT prevede
che le disposizioni del codice penale si applicano anche alle materie regolate da
altre leggi penali speciali, nella misura in cui non sia da queste stabilito altrimenti
(BASSI, in: Dolcini/Marinucci [curatori], Codice penale commentato, tomo I, 3a
ediz. 2011, n. 1 ad art. 16 CP-IT; BIN, in: Padovani [curatore], Le fonti del diritto
italiano – Codice penale, tomo I, 7a ediz. 2019, n. 1 ad art. 16 CP-IT). Nel caso
del reato di cui all’art. 74 DPR n. 309/1990, si può quindi desumere che la
prescrizione è di vent’anni per il reato ordinario secondo il comma 1, di dieci anni
per il reato di cui al comma 2 e di ventiquattro anni per il reato di associazione
armata (comma 4), sulla base delle pene edittali previste dalle predette
disposizioni legali.
Nel presente caso, si evince dalle motivazioni della sentenza italiana del
29 maggio 2007, che D. è stato condannato per il reato di cui all’art. 74 DPR n.
309/1990 comma 1, 2, e 3: il massimo della pena edittale è, per tali reati, di venti
anni, periodo che corrisponde pertanto al termine di prescrizione sia del reato
che, in concreto, del diritto di ordinare la confisca.
Per quanto attiene al momento in cui la prescrizione ha iniziato a decorrere,
emerge dalla sentenza del 20 luglio 2010 della Corte di Appello di Roma, Sezione
II Penale (act. MPC 18.01.0009.4b pag. 57) – e meglio nella trattazione del reato
di cui al capo d’accusa n. 1 – che “la permanenza del reato è contestata dagli
anni ‘90 sino ad epoca attuale vale a dire la data dell’ordinanza di custodia
cautelare del marzo 2006”. In particolare, occorre tenere in considerazione che
l’infrazione di cui all’art. 74 DPR n. 309/1990 è di natura permanente
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(BARAZZETTA, in: Dolcini/Marinucci [curatori], Codice penale commentato, tomo
III, 3a ediz. 2011, n. 7 ad art. 74 DPR n. 309/1990), il cui dies a quo del termine
di prescrizione corrisponde all’ultimo giorno in cui il reato è stato perpetrato (art.
158 comma 1 CP-IT; PECCIOLI, op. cit., n. 1.1 ad art. 158 CP-IT), quindi a marzo
2006.
Il diritto penale italiano prevede che il decorso del termine di prescrizione si
interrompe con l’emanazione di una sentenza di condanna (art. 160 comma 1
CP-IT). Quale sentenza di condanna si intende quella che accerta una
responsabilità penale e applica una sanzione (PECCIOLI, op. cit., n. 2 ad art. 160
CP-IT). L’interruzione ha come effetto che la prescrizione comincia nuovamente
a decorrere dal giorno dell’interruzione (art. 160 comma 3 CP-IT; PECCIOLI, op.
cit., n. 4 ad art. 160 CP-IT), con la precisione che il termine di prescrizione non
può essere dilatato oltre un certo limite, rispettivamente di un quarto, della metà
o di due terzi a dipendenza delle qualità personali del reo (cfr. art. 161 comma 2
CP-IT; PECCIOLI, op. cit., n. 2 ad art. 161 CP-IT).
Pertanto, avendo il decorso del termine di prescrizione di venti anni preso avvio
al più presto nel marzo 2006 (dies a quo), ed essendo almeno stato interrotto
dalla sentenza di appello, questo non è manifestamente ancora scaduto,
nemmeno alla data odierna.
Al riguardo, occorre ancora rilevare come la conclusione del giudice italiano in
punto alla permanenza del reato rivesta particolare rilevanza nella presente
disamina, e ciò alla luce della contiguità funzionale della giustizia italiana con il
reato presupposto della confisca ex art. 72 CP qui postulata. In effetti, il giudice
del merito italiano dell’infrazione di appartenenza ad un’associazione di cui all’art.
74 DPR n. 309/1990 risulta meglio attrezzato del giudice svizzero della procedura
indipendente di confisca nell’apprezzare l’esistenza e la portata dell’associazione
succitata, il dispiego delle sue attività nonché il grado e la durata di appartenenza
di singoli membri o sostenitori, fattispecie tutte occorse in Italia. Le considerazioni
che precedono sono del resto in sintonia con il principio di mutuo riconoscimento
delle sentenze (cfr. infra consid. 7.3).
6.3 Stando al MPC, ai sensi dell’art. 97 cpv. 3 CP (come pure secondo il previgente
art. 70 cpv. 3 vCP), se prima della scadenza del termine di prescrizione è stata
pronunciata una sentenza di prima istanza, la prescrizione si estingue, ciò
valendo anche per le procedure di confisca e anche con riferimento a sentenze
pronunciate all’estero (act. MPC 03.00.0008). Il MPC ha quindi risolto la
questione della prescrizione fondandosi sul diritto svizzero. Questo Collegio
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SK.2022.15
osserva che anche volendo analizzare la questione della prescrizione secondo il
diritto svizzero, la stessa non sarebbe comunque intervenuta.
A questo proposito si rileva che, secondo la giurisprudenza del Tribunale penale
federale citata dal MPC, in alcuni casi la questione della prescrizione del diritto
alla confisca risultante da un’infrazione di base commessa all’estero era già stata
risolta prettamente sulla base del diritto svizzero (sentenze del Tribunale penale
federale SK.2014.54 del 27 maggio 2015 consid. 3 e BB.2010.97 del 27 gennaio
2011 consid. 2.3).
Questa Corte, come visto al precedente consid. 6.2, reputa comunque
applicabile, sulla questione della prescrizione, il diritto estero. Cionondimeno,
volendo analizzare tale questione dal profilo del diritto penale elvetico, va rilevato
che il termine di prescrizione per ordinare la confisca è di sette anni oppure, se il
perseguimento del reato alla base soggiace a una prescrizione più lunga, questa
si applica anche alla confisca (art. 59 cpv. 1 vCP e art. 70 cpv. 3 CP; decisione
del Tribunale penale federale BB.2015.77 dell’8 dicembre 2015 consid. 3; DUPUIS
et al., op. cit., n. 27 ad art. 70 CP). Gli art. 97 e 98 CP (rispettivamente gli art. 70
e 71 vCP) si applicano per analogia (DTF 141 IV 305 consid. 1.4; sentenze del
Tribunale federale 6B_122/20017 dell’8 gennaio 2019 consid. 18.2.2 e
6B_592/2016 del 13 gennaio 2017 consid. 3.2; BAUMANN, op. cit., n. 63 ad
art. 70/71 CP). La prescrizione del diritto di confiscare non inizia a decorrere
prima della fine della facoltà dell’organizzazione criminale di disporre dei valori
patrimoniali, rispettivamente prima che la persona interessata si sia staccata
dall’organizzazione (sentenza del Tribunale federale 6B_144/2011 del
16 settembre 2011 consid. 4.2; DTF 134 IV 185 consid. 2.1; decisione del
Tribunale penale federale BB.2014.157 del 16 marzo 2015 consid. 2.2; SCHMID
in: SCHMID [edit.], Kommentar Einziehung, Organisiertes Verbrechen,
Geldwäscherei, tomo I, 2007, § 2/CP 70-72, pag. 233, n. 223), quindi nel
presente caso inizierebbe a decorrere da marzo 2006. In generale, fintantoché il
perseguimento dell’infrazione di base non è prescritto, non lo è neppure il diritto
alla confisca (sentenze del Tribunale federale 6B_1199/2018 del 6 agosto 2019
consid. 2.2 e 6B_122/2017 dell’8 gennaio 2019 consid. 18.2.3).
L’organizzazione criminale ex art. 260ter CP prevede una pena massima di dieci
anni e, di conseguenza, il suo perseguimento soggiace a una prescrizione di
quindici anni (art. 97 cpv. 1 lett. b CP). Nel previgente diritto, la pena era della
reclusione fino a cinque anni o della detenzione, per cui anche secondo le norme
previgenti la prescrizione era di quindici anni (art. 70 cpv. 1 vCP). Risulta dunque
che il diritto alla confisca derivante da tale reato si prescrive anch’esso in quindici
anni come previsto dal diritto svizzero a partire dal 1° ottobre 2002 (v. art. 70 cpv.
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3, 97 cpv. 1 lett. b, 98 lett. c CP; art. 59 cpv. 1 e 71 lett. c vCP; in precedenza il
termine di prescrizione era decennale). Sulla base dell’art. 70 cpv. 3 vCP, come
pure dell’art. 97 cpv. 3 CP, e secondo la prassi, se prima della scadenza del
termine di prescrizione è stata pronunciata una sentenza di prima istanza relativa
all’infrazione di base, la prescrizione relativa al diritto di confisca si estingue (DTF
141 IV 305 consid. 1.4; sentenza del Tribunale federale 6B_425/2011 del 10
aprile 2012 consid. 4.3; DUPUIS et al., op. cit., n. 28 ad art. 70 CP; HIRSIG-
VOUILLOZ, op. cit., n. 62 ad art. 70 CP).
In relazione al caso di specie, quindi, se si seguisse il ragionamento del MPC, il
termine di prescrizione avrebbe cessato di decorrere a partire dalla prima
sentenza di condanna emanata il 29 maggio 2007. Si ha che il diritto alla confisca
non è prescritto neppure secondo il diritto svizzero.
6.4 Alla luce delle considerazioni precedenti, sia seguendo il termine di prescrizione
ventennale del diritto penale italiano, sia seguendo quello quindicennale del
diritto penale svizzero, risulta che il diritto alla confisca non è prescritto.
7. Sulla confisca
7.1 Secondo l’art. 59 cpv. 3 vCP (come pure secondo l’art. 72 CP), il giudice ordina
la confisca di tutti i valori patrimoniali di cui un’organizzazione criminale ha facoltà
di disporre. I valori appartenenti a una persona che abbia partecipato o sostenuto
un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP sono presunti sottoposti,
fino a prova del contrario, alla facoltà di disporre dell’organizzazione. La
presunzione legale implica che l’avente diritto degli averi patrimoniali da
confiscare sia punibile sotto il profilo dell’art. 260ter CP.
Giusta l’art. 59 cpv. 3 vCP (e l’art. 72 CP), la confisca può dunque ricorrere
solamente qualora si sia in presenza di un’organizzazione criminale, a cui la
persona interessata ha partecipato o che ha sostenuto.
Non è più richiesta la prova di un vincolo con il reato anteriore, ma la confisca
implica comunque un comportamento anteriore punibile (Messaggio del
Consiglio federale del 30 giugno 1993 concernente la modificazione del Codice
penale svizzero e del Codice penale militare [Revisione delle norme sulla
confisca, punibilità dell’organizzazione criminale, diritto di comunicazione del
finanziere], FF 1993 III 193, 227). Punto di partenza è segnatamente l’idea che i
valori patrimoniali che sottostanno alla facoltà di disporre di un’organizzazione
criminale sono, da un canto, con grande probabilità d’origine delittuosa e che,
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d’altro canto – fatto potenzialmente pericoloso – essi serviranno a commettere
ulteriori reati, permettendo all’organizzazione di proseguire l’attività criminale. A
differenza della confisca tradizionale, improntata esclusivamente sulla
provenienza dei beni da confiscare, la confisca definita all’art. 72 CP intende
piuttosto esplicare un effetto preventivo, privando l’organizzazione criminale della
base finanziaria (FF 1993 III 193, 226).
7.2 Nella fattispecie, D., marito della qui opponente, è stato condannato dal Giudice
dell’udienza preliminare presso il Tribunale ordinario di Roma alla pena di venti
anni di reclusione per il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di
sostanze stupefacenti o psicotrope e altri reati (act. MPC 18.01.0511), pena
ridotta dalla Corte di appello di Roma a 18 anni di reclusione (act. MPC
18.01.0009.4b pag. 61 e seg.). Con sentenza del 5 dicembre 2011, la Corte di
cassazione ha respinto il ricorso interposto avverso la summenzionata pronuncia
della Corte di appello, confermando in tal guisa, in via definitiva, la condanna
inflitta ad D. per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze
stupefacenti o psicotrope e altri reati, e ciò dagli anni ‘90 al 2006 (act. MPC
18.01.0009.4c).
7.3 Ora, salvo circostanze eccezionali, la Svizzera, avendo aderito allo Spazio
Schengen, non può sottrarsi a determinati principi di diritto penale europeo ad
esso sottesi come quello del mutuo riconoscimento delle sentenze (sentenze del
Tribunale penale federale BB.2020.62 del 15 luglio 2020 consid. 2.3, BB.2019.64
del 5 agosto 2019 consid. 2.3.1, BB.2018.29 del 28 giugno 2018 consid. 2.3.3,
BB.2014.157 del 16 marzo 2015 consid. 3.3.1 e rinvii), tanto più in ambiti come
quello del riciclaggio e del crimine organizzato, in cui la tendenza non solo
europea ma internazionale, coerentemente seguita anche dal legislatore
svizzero (v. in part. ZIMMERMANN, La coopération judiciaire internationale en
matière pénale, 4a ediz. 2014, pag. 98 e segg., nonché Messaggio del Consiglio
federale del 26 ottobre 2005 concernente la Convenzione delle Nazioni Unite
contro la criminalità organizzata transnazionale, del Protocollo addizionale per
prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e
bambini e del Protocollo addizionale per combattere il traffico di migranti via terra,
via mare e via aria, FF 2005 pag. 5961 e segg.), è quella di creare un sistema
globalmente sempre più integrato, il quale presuppone, anche al di là del
precipuo campo dell’assistenza giudiziaria, la reciproca fiducia degli Stati
interessati. In questo senso, a maggior ragione con Stati come l’Italia che
vantano una consolidata tradizione di cooperazione con il nostro Paese, non da
ultimo consacrata in un Accordo complementare alla Convenzione europea di
assistenza giudiziaria in materia penale (RS 0.351.945.41), si impone non solo
al giudice dell’assistenza ma anche al giudice penale svizzero del merito un
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considerevole riserbo nello scostarsi dagli accertamenti effettuati dalle autorità
giudiziarie dello Stato estero (sentenze del Tribunale penale federale BB.2020.62
del 15 luglio 2020 consid. 2.3, BB.2019.64 del 5 agosto 2019 consid. 2.3.1,
BB.2018.29 del 28 giugno 2018 consid. 2.3.3; BB.2014.157 del 16 marzo 2015,
consid. 3.3.1).
7.4 Alla luce di quanto precede, non vi è ragione per questa Corte di scostarsi dalle
considerazioni espresse dalle autorità italiane nelle sopraccitate sentenze,
secondo cui è stata accertata in via definitiva l’appartenenza di D. ad
un’associazione di tipo “criminale” ex art. 74 DPR n. 309/1990, essendo egli
addirittura a capo della medesima.
8.
8.1 Nell’esame della presente fattispecie, si impone ancora di verificare se ricorra il
requisito della doppia punibilità tra l’art. 260ter CP ed i fatti alla base della
condanna da parte delle autorità italiane per il reato di partecipazione
all’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope
giusta l’art. 74 commi 1, 2 e 3 DPR n. 309/1990 a carico di D.
8.2 L’art. 260ter vCP, entrato in vigore il 1° agosto 1994, è stato inserito
nell’ordinamento penale elvetico in virtù della sottoscrizione della Svizzera delle
normative internazionali di lotta al crimine organizzato (GODENZI, Strafbare
Beteiligung am kriminellen Kollektiv, 2015, pag. 221 e segg.; TRECHSEL/VEST, op.
cit., n. 1 ad art. 260ter CP).
La nozione di organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter n. 1 vCP (cfr. anche
art. 305bis n. 2 lett. a CP) in vigore dal 1994, è definita in modo più restrittivo di
quella di gruppo, di associazione ai sensi dell’art. 275ter CP o di banda ai sensi
dell’art. 139 n. 3 cpv. 2, 140 n. 3 cpv. 1 CP o dell’art. 19 n. 2 lett. b LStup.
Più precisamente, secondo il diritto svizzero, un’organizzazione criminale implica
l’esistenza di un gruppo strutturato di almeno tre persone, generalmente di più,
progettato per durare in modo indipendentemente da un cambiamento nella
composizione del proprio organico e caratterizzato, in particolare, dal rispetto
delle regole, dalla distribuzione dei compiti, dalla mancanza di trasparenza e
professionalità che prevale nelle varie fasi della propria attività criminale; si pensi
in particolare ai gruppi che caratterizzano la criminalità organizzata, i gruppi
terroristici, ecc. Questa organizzazione deve quindi mantenere segrete la sua
struttura interna ed i suoi componenti. La discrezione generalmente associata ai
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comportamenti criminali non è sufficiente; deve trattarsi di un occultamento
qualificato e sistematico, che non deve necessariamente riguardare l’esistenza
dell’organizzazione stessa ma la struttura interna di quest’ultima e la cerchia dei
suoi membri e ausiliari. Inoltre, l’organizzazione deve perseguire lo scopo di
commettere atti criminali di violenza o di ottenere un reddito con mezzi criminali.
Con particolare riguardo all’arricchimento con mezzi criminali, presuppone che
l’ente si adoperi per ottenere vantaggi patrimoniali illeciti mediante la
commissione di reati; si tratta in particolare dei delitti contro il patrimonio e i
crimini previsti dalla legge federale sugli stupefacenti (DTF 132 IV 132 consid.
4.1.1; 129 IV 271 consid. 2.3.1; sentenza del Tribunale federale 6S.463/1996 del
27 agosto 1996 consid. 4b, pubblicata in SJ 1997 pag. 1).
La formulazione abbastanza generale dell’art. 260ter CP è stata voluta dal
legislatore al fine di concedere al giudice un ampio margine di apprezzamento su
quali organizzazioni rientrino effettivamente nella citata norma penale, che non
deve comprendere prettamente le organizzazioni di stampo mafioso, ma anche
quelle terroristiche o altre, giacché perseguono tutte un medesimo obiettivo,
ossia la commissione di crimini violenti (Messaggio del Consiglio federale del
25 giugno 2002 concernente le Convenzioni internazionali per la repressione del
finanziamento del terrorismo e per la repressione degli attentati terroristici con
esplosivo nonché la modifica del Codice penale e l'adeguamento di altre leggi
federali, FF 2002 4815, 4859; v. anche DTF 145 IV 470 consid. 4.7.1). Il Consiglio
federale, nel proprio Messaggio, aveva difatti sottolineato, quale elemento
cruciale, la commissione di reati violenti per appurare l’esistenza di
un’organizzazione criminale (FF 2002 4815, 4861). Il compito di definire
giuridicamente quale tipo di organizzazione e quale tipo di sostegno a
quest’ultima, ricada sotto l’art. 260ter CP, è poi stato lasciato alla giurisprudenza,
che si è sviluppata segnatamente sull’esame dell’art. 260ter CP in rapporto alla
doppia punibilità, secondo cui occorre determinare se la struttura e le particolarità
dell’organizzazione in esame potrebbero prima facie giustificare un’applicazione
dell’art. 260ter CP (DTF 145 IV 470 consid. 4.7.1 e 4.7.2; 142 IV 175 consid. 5.9).
In sostanza, dunque, un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter vCP è
caratterizzata da quattro elementi: il numero di partecipanti (i), la struttura
organizzativa (ii), la legge dell’omertà (iii) e lo scopo criminale (iv) (CORBOZ, Les
infractions en droit suisse, vol. II, 3a ediz. 2010, n. 1 ad art. 260ter CP).
Va pure ritenuto che la giurisprudenza relativa ai reati di droga e di
organizzazione criminale ha già stabilito che anche un gruppo di trafficanti di
droga dedito a smerciare importanti quantitativi di stupefacenti può adempiere i
requisiti della nozione di organizzazione criminale (DTF 129 IV 271 consid. 2.3.1
- 18 -
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e 2.3.2; sentenza del Tribunale federale 6S.463/1996 del 27 agosto 1996 consid.
4, pubblicata in SJ 1997 pag. 1 e segg.), a cui corrispondono solitamente le
associazioni di stampo mafioso e quelle finalizzate al terrorismo (TPF 2010 29
consid. 2.3; cfr. DTF 132 IV 132 consid. 4.1.2). Secondo la Corte penale del
Tribunale penale federale, ad esempio, il fatto che l’autorità italiana, alla luce
delle risultanze della propria fase inquisitoria, non ritenga la fattispecie di
associazione di tipo mafioso ex art. 416bis CP-IT, non esclude l’applicabilità
dell’art. 260ter vCP, visto che la giurisprudenza svizzera comprende
esplicitamente nella categoria di organizzazione criminale anche i sodalizi dediti
ad importanti traffici di stupefacenti (TPF 2010 29 consid. 3.1 in fine). In quel
caso, la Corte penale del Tribunale penale federale aveva sottolineato come nella
procedura investigativa italiana fosse stato messo in luce che vi era ben più di un
limitato accordo volto alla realizzazione di un determinato numero di traffici,
essendovi invece un sodalizio criminale duraturo e stabilmente strutturato, con
una marcata corposità sociale fondata su una gerarchia rigida, sul controllo,
l’ubbidienza e l’interscambiabilità dei membri, nonché sull’autorità e sulla
ripartizione dei compiti seguendo determinate regole di segretezza riguardo alla
struttura e ai membri; il tutto allo scopo di porre in essere una serie indeterminata
di consistenti traffici di stupefacenti tra il Sud America e l’Europa.
In epoca più recente, il Tribunale federale ha confermato che il traffico di
stupefacenti in grossi quantitativi può corrispondere alla definizione di
organizzazione criminale (sentenza del Tribunale federale 1C_271/2016 del 23
marzo 2018 consid. 4 e 5). L’Alta Corte ha ritenuto, come già lo aveva fatto
l’istanza precedente, che la segretezza dell’organizzazione era manifesta alla
luce del dispendio di energie e di mezzi investigativi necessari per infiltrarla e per
contrastare il traffico di stupefacenti. Il Tribunale federale aveva dunque ritenuto
adempiute astrattamente le condizioni di cui all’art. 260ter vCP, e reputato gli averi
del soggetto interessato, condannato in via definitiva in Italia per traffico di
stupefacenti, come appartenenti a questa organizzazione, permettendo dunque
la confisca ex art. 72 CP (decisione del Tribunale penale federale RR.2015.302
consid. 3.2.2; cfr. sentenza del Tribunale federale 1C_271/2016 del 23 marzo
2018 consid. 4 e 5).
Con particolare riferimento all’aspetto del segreto, “l’esigenza di mantenere il
segreto sulla struttura – vale a dire principalmente quello relativo alla ripartizione
delle cariche e all’assetto gerarchico – e sulla composizione degli effettivi
costituisce una chiara delimitazione tra l’associazione legale nel cui ambito
possono occasionalmente anche essere commessi reati e l’organizzazione
criminale. È invece evidente che la segretezza non può essere pregiudicata da
una struttura trasparente e legale dell’organizzazione, se l’obiettivo primario è
- 19 -
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quello di commettere reati. L’elemento della segretezza indica chiaramente, da
un canto, che la disposizione non esige la prova integrale delle strutture e della
composizione dell’organizzazione criminale: nel caso di organizzazioni
terroristiche o mafiose la loro complessità rende impossibile scoprire del tutto le
relazioni interne. Dall’altro canto il semplice fatto che l’incolpato o gli incolpati
rifiutino di deporre non costituisce una prova sufficiente della segretezza. Occorre
al contrario che indizi positivi permettano di concludere che l’organizzazione
mette in pratica misure particolari di dissimulazione. Questa conclusione può
derivare dalla presenza di singoli elementi caratteristici dell’organizzazione, quali
la distribuzione dei compiti, una struttura gerarchizzata, attività legali di
mimetizzazione o norme interne di disciplina. Anche se le autorità preposte al
perseguimento penale riescono, con il tempo, a farsi un’idea delle strutture di
base, l’organizzazione si sforzerà sempre, con tutti i mezzi, di conservare il
segreto sull’insieme delle connessioni interne. Tali sforzi si traducono spesso in
un ricorso massiccio alla violenza, sotto forma di intimidazioni, minacce e perfino
eliminazione, contro le persone che sono a conoscenza del segreto” (FF 1993 III
193, 210).
Infine, in merito alla partecipazione ed al sostegno all’organizzazione criminale,
va ritenuto che partecipa ad un’organizzazione criminale colui che vi si integra e
vi esercita un’attività volta al perseguimento dello scopo criminale
dell’organizzazione. La variante del sostegno all’attività di un’organizzazione
criminale si riferisce al comportamento di colui che contribuisce, in particolar
modo in qualità di intermediario, a questa attività, incoraggia o favorisce
quest’ultima o fornisce un aiuto che serve direttamente lo scopo criminale
dell’organizzazione. Infine, sul piano soggettivo, è necessario che l’autore abbia
agito intenzionalmente; conformemente alle regole generali, l’intenzione deve
riguardare l’integralità degli elementi costitutivi oggettivi: l’autore deve quindi,
nelle due varianti di reato, conoscere l’esistenza dell’organizzazione, il segreto di
cui si circonda nonché l’obiettivo criminale che essa persegue (FF 1993 III 193,
213; STRATENWERTH/BOMMER, Schweizerisches Strafrecht, BT II, 7a ediz. 2013,
§ 40 n. 27; DONATSCH/ WOHLERS, Strafrecht IV, 4a ediz., Zurigo 2011, pag. 208).
8.3 Dalla sentenza del Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale ordinario
di Roma del 29 maggio 2007, si evince che D. è stato condannato per il reato di
cui all’art. 74 DPR n. 309/1990, “poiché in numero superiore a dieci si
associavano tra loro [...] allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti
all’art. 73, ovvero importazione, trasporto, occultamento e detenzione con finalità
di cessione a terzi, nonché cessione di ingenti quantitativi di sostanza
stupefacenti del tipo hashish [...] e cocaina [...], ricoprendo ciascuno i seguenti
ruoli: D. (art. 74 comma 1), promuovendo, dirigendo ed organizzando
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l’associazione e le correlate attività illecite, in particolare procurando in Spagna,
Marocco e in paesi sudamericani lo stupefacente da inviare in Italia, a tal fine
mantenendo i contatti con i soggetti fornitori e/o loro intermediari anche
interagendo con altre organizzazioni di narcotrafficanti per consorziare le
operazioni procurando i mezzi per il trasporto dello stupefacente, coordinando i
profili finanziari delle operazioni raccordandosi sistematicamente a livello
operativo, per lo svolgimento di tali attività, [...] inoltre stabilendo e controllando
tempi, termini e modalità di realizzazione delle diverse operazioni di importazione
e di distribuzione dello stupefacente sul mercato italiano, ricoprendo, in sintesi il
ruolo apicale di promotore, organizzatore e capo dell’associazione” (act. MPC
18.01.0080).
In merito specificatamente all’associazione di cui all’art. 74 commi 1, 2 e 3 del
DPR n. 309/1990, il Giudice dell’udienza preliminare ha ritenuto che “è noto che
in ordine alla sussistenza del reato di associazione per delinquere finalizzata al
traffico di stupefacenti la giurisprudenza della Suprema Corte di cassazione ha
da tempo precisato la specificità del reato associativo p. e p. dall’art 74 DPR n.
309/1990 rispetto allo schema classico dell’associazione per delinquere p. e p.
dall’art 416 [CP-IT]; infatti numerose sono le decisioni della Suprema Corte di
cassazione in cui si precisa che la fattispecie associativa di cui all’art 74 DPR n.
309/1990 si compenetra maggiormente, rispetto allo schema classico del reato
associativo, con l’organizzazione e la progettazione e/o esecuzione dei reati fine,
qualora tali reati, per le concrete plurisoggettive modalità organizzative e/o
esecutive implicano di per sé una organizzazione e/o esecuzione articolata e
complessa, sul piano sia logistico che personale, e che, quindi, tale fattispecie
associativa sussiste in tali casi anche quando più soggetti si accordino di volta in
volta per organizzare e gestire insieme un traffico di stupefacenti di tale natura in
più di un’occasione, ciò comportando la sussistenza di quella struttura
organizzativa con ruoli differenziati tipica del reato associativo, così svalutandosi
l’importanza di un preciso organigramma associativo e l’importanza della
sussistenza di un predeterminato e stabile programma criminoso nel tempo (fra
le molte v.: Cass., sez. VI, 26.6.1992, n, 7440 Cass., sez. V,I 19.7.1995, n. 8046;
Cass., sez. I, 12.3.1998, n. 3133). Tale indirizzo giurisprudenziale è condiviso da
questo Giudice. [...] tale quadro probatorio sulla sussistenza delle citate
associazioni in imputazione è del tutto chiaro e giunge a delineare delle
organizzazioni criminali dedite al traffico transnazionale di ingenti (a volte
ingentissimi) quantitativi di sostanze stupefacenti (hascisc e cocaina), in forme
estremamente organizzate e in un contesto tipico di criminalità organizzata
(coinvolgente gruppi chiaramente interni alla ‘ndrangheta calabrese e alla
criminalità organizzata ‘storica’ romana; ciò riguardo alle organizzazioni criminali
di cui ai capi d’imputazione sub l- e 22- [...]); nell’ambito del quale si sono
- 21 -
SK.2022.15
sviluppate negli anni collaborazioni criminali stabili e vicende che hanno portato
alla morte violenta di alcune persone facenti parte organicamente di questo
contesto (ad es. in Italia quella per ‘scomparsa’ di E., fratello dell’odierno imputato
F., e in Spagna quella di G., per il cui omicidio sono latitanti e ricercati sul piano
internazionale dalle autorità spagnole gli odierni imputati D. e H.; v. informativa
di sintesi citata, pagg. 53 251). [...] Come già sopra evidenziato sinteticamente il
presente processo sorge dall’esercizio dell’azione penale, da parte del P.M. della
D.D.A. di Roma, dopo delle indagini preliminari estremamente complesse,
iniziate dopo l’invio per competenza territoriale di alcuni atti e posizioni da parte
del P.M. della D.D.A di Perugia, come prima accennato e concretizzatesi in
un’attività investigativa estremamente sofisticata, le cui modalità sono state
largamente imposte dalla realtà criminale estremamente complessa, sofisticata
e in costante ‘allarme’, nell’ambito della quale emerge con evidenza l’evoluzione
tecnico criminale della criminalità organizzata di elevato livello, impegnata in
buona parte in traffici delittuosi di elevatissimo spessore a livello transnazionale
e mettente in atto spesso, nei nuclei investigati di più elevato livello criminale,
tecniche di ‘contro-investigazione” (act. MPC 18.01.0098 e seg.).
“Inoltre la lettura a sistema delle complessive risultanze, permette di ritenere
comprovata, innanzitutto, la operatività di una organizzazione criminale di
primario spessore (ipotesi di reato sub I.), che si muove anche nelle dinamiche
del narcotraffico internazionale, interloquendo con alcuni dei suoi principali
protagonisti. Al centro della compagine si pone I., elemento di vertice
dell’omonima cosca della ‘ndrangheta di Y. Le attività condotte nei suoi confronti
e dei soggetti a lui direttamente collegati, hanno permesso di individuare nei
latitanti D. ed H. e nello stesso I., i suoi attuali vertici.” (act. MPC 18.01.0117).
“I consistenti e significativi sequestri di stupefacenti e di denaro, operati in Italia
ed all’estero, documentano inequivocabilmente la graduale evoluzione ed
affermazione della struttura criminale indagata e delle sue diverse articolazioni
evidenziandone le tecniche operative, progressivamente maturate in
metodologie sempre più raffinate ed oltremodo aderenti alle diversificate
esigenze di cautela. Le indagini hanno portato in sostanza ad accertare la
connotazione transnazionale della struttura criminale e la sua operatività in
Spagna, Francia, Inghilterra e Italia, attraverso lo sviluppo di attività criminose
principalmente rivolte all’importazione in territorio italiano di ingenti partite di
stupefacenti ed alla successiva commercializzazione, anche facendo ricorso ad
efferati delitti per mantenere la supremazia gestionale del mercato della droga in
un area strategica come quella spagnola della Costa del Sol” (act. MPC
18.01.0117).
- 22 -
SK.2022.15
“Così, l’associazione principale, retta da D., I., J. e H., quest’ultimo ex poliziotto,
cognato di D., saldamente collegata ai K. (quantomeno fino al 2001) si è
definitivamente strutturata, aprendo nuovi canali per l’approvvigionamento di
cocaina, interfacciandosi con i L. [...] mantenendo solide basi in Marocco e
Spagna, strumentali anche al reperimento di cannabinoidi, importati via nave, in
ingenti quantitativi [...]. Si è sviluppata, pertanto, un’associazione ben
organizzata, connotata da rigide regole comunicative, casse comuni e con una
grande disponibilità di risorse logistiche e finanziarie (documenti falsi,
imbarcazioni ecc.) e contatti con importanti consorterie mafiose autoctone ed
internazionali e che, in alcuni casi, non ha esitato ad impiegare lo strumento
omicidiario per il mantenimento del controllo dell’illecito mercato [...]” (act. MPC
18.02.0120).
“Emerge collegando secondo ragione tutti i numerosissimi elementi acquisiti che
solo se isolati possono a volte essere considerati in parte criptici mentre collegati
logicamente secondo ragione divengono chiari un’organizzazione criminale
estremamente qualificata in tale ambito avente in D. e I. il vertice e in altri imputati
i luogotenenti e i fidi partecipi ciascuno con una propria specializzazione
finalizzata al compimento del fine dell’associazione criminale ciascuno con i
propri vantaggi illeciti in proporzione alla consistenza del rispettivo ruolo e alla
rispettiva posizione gerarchica nell’associazione” (act. MPC 18.01.0244).
“[...] reati fine contestati sub 9, 10, 11, 12, 13, 14 i quali anche al fine di
un’ulteriore evidenziazione della chiara configurabilità della base probatoria della
sussistenza dell’associazione di cui al capo 1 lumeggiano ulteriormente le
modalità operative nel traffico transnazionale di stupefacenti e nelle condotte di
estrema cautela sino alla frequente messa in atto di tecniche definibili di contro
investigazione in caso di sospetto di essere sottoposti a indagini dei membri della
citata organizzazione criminale oltre a evidenziare i contatti ripetuti fra i vertici di
tale organizzazione D. e I. e quale luogotenente H. e gli altri compartecipi spesso
anche tramite l’uso di documenti d’identità contraffatti al fine di realizzare incontri
in territorio estero ed essendo alcuni di loro ad es. D. e H. già latitanti a livello
internazionale” (act. MPC 18.01.0245-246).
“Le acquisizioni probatorie sinora riportate, afferenti ad un consistente arco
temporale (circa un anno), hanno consentito l’acquisizione di una serie di
elementi che, integrati tra loro e messi in relazione con i dati provenienti
dall’analisi del modus operandi dell’organizzazione, permettono di ritenere
confermata l’ipotesi che questa, nel lasso di tempo in esame, ha sviluppato il
proprio impegno in direzione della realizzazione di un importante operazione di
narcotraffico, ovvero l’importazione – così come era avvenuto in precedenza – di
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consistenti quantitativi di stupefacente cocaina dal Sudamerica. Di tale attività è
stato possibile documentare soltanto alcuni segnali in ragione dell’evidente
carattere transnazionale dell’illecito (fatto che di per sé introduce indubbie
difficoltà investigative), nonché dell’estremo livello di accortezza operativa da
parte dei principali protagonisti (proporzionale al livello di consistenza e
pericolosità dell’organizzazione)” (act. MPC 18.01.00369).
Riassumendo, si evince dalle sentenze italiane che l’organizzazione nel caso di
specie aveva una struttura articolata e complessa al cui vertice vi era, tra gli altri,
lo stesso D., con una chiara ripartizione dei ruoli. Inoltre, l’organizzazione aveva
una portata transnazionale e si era evoluta nel tempo a livello tecnico-criminale,
implementando metodologie sempre più raffinate, dotandosi di chiare regole di
comunicazione e coinvolgendo anche altre organizzazioni criminali.
L’organizzazione stessa era anche di una complessità di primario spessore,
risultava difficilmente infiltrabile ed esercitava un’attività (illecita) consistente e
pericolosa.
Ne deriva che tutti gli elementi richiesti dal diritto svizzero per ritenere l’esistenza
di un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter vCP, sono dati in concreto:
 il numero di partecipanti, almeno tre: in casu più di dieci persone;
 la struttura organizzativa, che è progettata per durare in modo
indipendentemente da un cambiamento nella composizione del proprio
organico e caratterizzato, in particolare, dal rispetto delle regole, dalla
distribuzione dei compiti, dalla mancanza di trasparenza e dalla
professionalità nelle varie fasi dell’attività criminale: secondo le sentenze
italiane, l’associazione in cui D. aveva il ruolo apicale di promotore,
organizzatore e capo, era organizzata tramite una struttura gerarchica, una
suddivisione dei ruoli, vi vigevano regole comunicative, casse comuni,
beneficiava di una grande disponibilità di risorse logistiche e finanziarie
(documenti falsi, imbarcazioni ecc.) e contatti con importanti consorterie
mafiose autoctone ed internazionali, agiva in forma estremamente organizzata
e in un contesto tipico di criminalità organizzata (coinvolgente gruppi
chiaramente interni alla ‘ndrangheta calabrese e alla criminalità organizzata
‘storica’ romana);
 la legge dell’omertà, con particolare riferimento alla segretezza sulla struttura
e sull’appartenenza; si ha che, per il Tribunale federale, indici di segretezza
sono visti anche nelle energie e mezzi investigativi necessari per infiltrare
l’organizzazione (v. supra consid. 8.2): dalle decisioni italiane si evince che,
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nel caso dell’associazione capeggiata da D., è stato possibile, tramite indagini
sofisticate durate circa un anno e in particolare grazie ai sequestri di
stupefacenti e di denaro in Italia ed all’estero, acquisire una serie di elementi
che integrati tra loro e messi in relazione con i dati provenienti dall’analisi del
modus operandi dell’organizzazione hanno permesso di evincere la graduale
evoluzione ed affermazione della struttura criminale indagata e delle sue
diverse articolazioni evidenziandone le tecniche operative, progressivamente
maturate in metodologie sempre più raffinate ed oltremodo aderenti alle
diversificate esigenze di cautela. Le indagini hanno permesso di accertare la
connotazione transnazionale della struttura criminale e la sua operatività in
Spagna, Francia, Inghilterra e Italia, attraverso lo sviluppo di attività criminose
principalmente rivolte all’importazione in territorio italiano di ingenti partite di
stupefacenti ed alla successiva commercializzazione, anche facendo ricorso
ad efferati delitti per mantenere la supremazia gestionale del mercato della
droga in un area strategica come quella spagnola della Costa del Sol; le
condotte dell’associazione denotavano estrema cautela sino alla frequente
messa in atto di tecniche definibili di “contro-investigazione” in caso di sospetto
di essere sottoposti a indagini da parte dei membri della citata organizzazione
criminale; dell’attività dell’associazione è stato possibile documentare soltanto
alcuni segnali in ragione dell’evidente carattere transnazionale dell’illecito
fatto, che di per sé introduce indubbie difficoltà investigative nonché
dell’estremo livello di accortezza operativa da parte dei principali protagonisti
proporzionale al livello di consistenza e pericolosità dell’organizzazione; e
 lo scopo criminale, ossia il perseguimento dello scopo di commettere atti
criminali di violenza o di ottenere un reddito con mezzi criminali: il Giudice
italiano ha accertato che lo scopo dell’associazione ex art. 74 DPR
n. 309/1990 consisteva nel commettere più delitti nell’ambito
dell’importazione, trasporto, occultamento e detenzione con finalità di
cessione a terzi, nonché cessione di ingenti quantitativi di sostanza
stupefacenti del tipo hashish e cocaina. Tale associazione è stata identificata
dal Giudice italiano nelle organizzazioni criminali dedite al traffico
transnazionale di ingenti (a volte ingentissimi) quantitativi di sostanze
stupefacenti (hashish e cocaina) e che, in alcuni casi, non ha esitato ad
impiegare lo strumento omicidiario per il mantenimento del controllo
dell’illecito mercato. Il Giudice italiano ha pure ritenuto comprovata la
operatività di una organizzazione criminale di primario spessore che si muove
anche nelle dinamiche del narcotraffico internazionale.
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Ne consegue che il reato di organizzazione criminale non solo è adempiuto sulla
base della norma penale nella sua versione previgente (art. 260ter vCP), ma
anche sulla base dell’art. 260ter CP attualmente in vigore (cfr. supra consid. 5.4).
9. Occorre ancora analizzare il requisito della facoltà di disporre dell’organizzazione
criminale. In effetti, secondo la normativa legale, i valori appartenenti a una
persona che abbia partecipato ad una simile organizzazione o l’abbia sostenuta
sono presunti sottoposti, fino a prova del contrario, alla facoltà di disporre
dell’organizzazione.
9.1 La facoltà di disporre è da ricollegare alla nozione di disponibilità fattuale. La
disponibilità fattuale è definita come il potere effettivo esercitato su una cosa,
conformemente alle regole della vita in società. Essa presuppone
necessariamente la possibilità e la volontà di possedere tale cosa.
L’organizzazione criminale esercita la propria facoltà di disporre quando ha la
disponibilità fattuale sui beni in questione, potendone disporre in qualsiasi
momento per raggiungere i suoi obiettivi. Determinante è dunque una nozione
economica e non puramente giuridica di potere di disporre sui valori patrimoniali
in questione (decisione del Tribunale penale federale BB.2014.157 del 16 marzo
2014 consid. 3.2.1; ordinanza del Tribunale penale federale SK.2014.54 del
27 maggio 2015 consid. 7.2). La nozione è apparentata a quella di avente diritto
economico di cui all’infrazione di riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis CP
(HIRSIG-VOUILLOZ, op. cit., n. 22 ad art. 72 CP).
9.2 L’apprezzamento della facoltà di disporre dell’organizzazione criminale su valori
patrimoniali è da riferirsi al lasso temporale durante il quale vi è stata
partecipazione o sostegno all’organizzazione e concerne valori patrimoniali
pervenuti nella disponibilità del soggetto durante il medesimo periodo (sentenza
del Tribunale federale 6B_422/2013 del 6 maggio 2014 consid. 10.1; decisione
del Tribunale penale federale BB.2014.4 del 9 maggio 2014 consid. 4.3). Nel
caso in esame, con mente alle conclusioni del giudice del merito italiano (cfr.
supra consid. 6.3), il lasso di tempo entrante in linea di conto si estende pertanto
dall’entrata in vigore della normativa elvetica, il 1° agosto 1994, al 29 maggio
2007, data della sentenza di primo grado italiana nei confronti di D. (cfr. pure
decisione del Tribunale penale federale BB.2014.157 del 16 marzo 2015, consid.
3.2).
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9.3
9.3.1 Nel caso in esame, per ciò che concerne la relazione bancaria in essere presso
Banca B., essa è stata originariamente accesa presso Banca C. in Lussemburgo
il 2 agosto 1996 (act. MPC 07.01.0242 e segg.). Al momento dell’apertura del
conto quale titolare, l’opponente A. ha concesso al neo marito D. una procura
individuale sulla relazione in oggetto (act. MPC 07.01.0242). Il 6 agosto 1996, A.
ha dichiarato di essere titolare ed avente diritto economico del conto in questione
(act. MPC 07.01.0244).
In merito alla documentazione KYC (Know Your Customer), le note interne della
Banca C., risalenti al 24 aprile 2002, indicano che la cliente acquistava immobili
all’asta per poi rivenderli; il centro della sua attività sarebbe stato in Italia ma
parte della medesima sarebbe stata anche effettuata in Spagna (tramite il marito
e procuratore; act. MPC 18.02.G_05 pag. 001535_00022). Il 28 marzo 2008 è
stata allestita una nuova scheda KYC, con la medesima descrizione; viene
aggiunto l’importo di USD 400'000.-- quale somma approssimativa da investire
ed è precisato che lo scopo dell’investimento era di “generate current income”
(act. MPC 18.02.G_05 pag. 001535_00019). Il 3 luglio 2019 viene allestita una
terza scheda KYC: la banca precisava che non vi era stata, fino a quel momento,
alcuna transazione sospetta che potesse lasciare presupporre riciclaggio di
denaro (act. MPC 07.01.0248). Infine, l’ultima scheda KYC data dell’11 luglio
2019: la banca sottolineava che D. era un membro di alto livello della rete di
narcotraffico italiana, che era stato condannato per crimini legati agli
stupefacenti, riciclaggio, associazione criminale e omicidi legati alla mafia, che
nei suoi confronti erano stati emessi degli ordini di arresto in Spagna ed a Monaco
e che era stato estradato a Roma per scontare 15 anni di detenzione per traffico
interno di stupefacenti; in merito all’origine dei fondi, la banca riteneva, in base
alle informazioni raccolte, che i beni derivavano dall’attività immobiliare di D. in
Italia; osservava che vi erano due dichiarazioni in merito all’avente diritto
economico, una delle quali sembra portare la firma di D., ciò che lascia ricondurre
l’origine dei fondi all’attività criminale di D. summenzionata (act. MPC
07.01.0249).
La documentazione del conto non è invece chiara in merito all’identità dell’avente
diritto economico. Il 6 agosto 1996 A. ha dichiarato di essere la titolare del conto
e di esserne l’avente diritto economico (act. MPC 07.01.0244). Nella
documentazione figura poi un secondo formulario, non datato e sottoscritto
verosimilmente da D., in cui dichiarava, in quanto titolare del conto, di essere
l’avente diritto economico degli averi (act. MPC 07.01.0253). Infine, dalle note
allestite dai funzionari di banca emerge che non vi era chiarezza in merito alla
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titolarità economica degli averi depositati sul conto: in effetti, con e-mail
dell’8 dicembre 2021, la Banca B. scrive al MPC che la documentazione di
apertura del conto menzionava un solo titolare ed avente diritto economico degli
averi, e meglio A., e un procuratore, D.; nella documentazione relativa al conto
figura tuttavia un aggiornamento del profilo cliente nel luglio 2019, secondo cui
D. sarebbe avente diritto economico della relazione bancaria e procuratore; vi
sarebbe inoltre uno scambio di e-mail tra funzionari di Banca C. del gennaio
2019, nei quali si parla dell’aggiunta di D. quale avente diritto economico. A
supporto di tale aggiornamento, nel dossier cartaceo vi è una “Beneficial Owner
Declaration” non datata, sottoscritta da D.: sono crociate sia la casella di “titolare”
che quella di “avente diritto economico”. Il funzionario di B. ha osservato che
queste ultime dichiarazioni non sembrano coerenti con l’aggiornamento del
profilo cliente, tanto più che, se D. fosse titolare del conto, la sua indicazione
quale procuratore sarebbe inutile. Infine, in occasione della migrazione del conto,
sono stati ripresi i dati del profilo cliente aggiornati nel luglio 2019, in cui D.
risultava avente diritto economico e procuratore (v. scambi di e-mail sub act.
MPC 07.01.0240 e segg.).
9.3.2 Va inoltre ritenuto che sul conto in questione sono state fatte delle operazioni a
contanti, alcune delle quali effettuate verosimilmente da D. Più precisamente, la
Corte rileva che la relazione intestata a A. è stata alimentata a mezzo di tre
versamenti a contanti, fra il 13 agosto 1996 ed il 4 giugno 1998, per il controvalore
di complessivi Eur 364'997.54 (LIT 308'900'000.-- accreditati verosimilmente da
A., LIT 180'000'000.-- verosimilmente da D. e GBP 80’000.-- a firma
sconosciuta). Dal medesimo conto sono in seguito stati prelevati a contanti, tra il
12 aprile 2002 ed il 5 dicembre 2007, complessivamente Eur 365'000.-- (EUR
25'000.-- a firma sconosciuta, EUR 70'000.-- a firma verosimilmente di D., EUR
50'000.--, EUR 60'000.-- e EUR 60'000.-- a firma verosimilmente di A.).
9.4 Alla luce di quanto precede, la Corte ha raggiunto il convincimento che i valori
patrimoniali di cui all’istanza del MPC sono stati, per svariati anni, nella facoltà di
disporre di D. e conseguentemente dell’organizzazione criminale, allorquando D.
partecipava ed era a capo della stessa. D. disponeva infatti di una procura (che
peraltro, secondo quanto stabilito nel testo della medesima, sarebbe rimasta in
vigore e con pieno effetto anche dopo la morte della titolare del conto, v. act.
MPC 18.2.B_11 Annexe 6) – ed aveva pertanto costante disponibilità fattuale,
indipendentemente dalle operazioni effettuate – sul conto oggetto della decisione
di confisca qui contestata. Al riguardo, nulla importa il fatto che l’opponente
ricordasse o meno dell’esistenza della summenzionata procura.
- 28 -
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9.5 Nella fattispecie, la presunzione di cui all’art. 59 cpv. 3 vCP (ripresa all’art. 72
CP) trova pertanto applicazione. Occorre quindi ritenere che i valori patrimoniali
oggetto del decreto di confisca sono stati, fino a prova del contrario, sottoposti
alla facoltà di disporre dell’organizzazione criminale in questione.
10. La presunzione dell’art. 59 cpv. 3 vCP (e dell’art. 72 CP) è nondimeno suscettibile
di essere inficiata.
10.1 Tale presunzione può essere invalidata dimostrando l’origine lecita degli averi o
l’assenza di potere di disposizione dell’organizzazione. Tuttavia, trattandosi di un
fatto negativo, quest’ultima – vale a dire l’assenza di potere di disposizione
dell’organizzazione – può essere provata difficilmente, per esempio dimostrando
che l’organizzazione avrebbe potuto avere accesso agli averi solo commettendo
nuovi reati (sentenza del Tribunale federale 6B_144/2011 del 16 settembre 2011
consid. 6.3.2; DTF 136 IV consid. 5 e riferimento).
10.2 Nel caso in esame, l’accesso dell’organizzazione era diretto e non abbisognava
– in forza della procura individuale sul conto in favore di D. – della perpetrazione
di nuovi reati. Nel corso della procedura, A. ha asserito che gli averi patrimoniali
depositati sul suo conto sarebbero di sua proprietà ed ella ne sarebbe avente
diritto economico. Ella ha pure sostenuto che agli atti non vi sarebbe alcuna prova
in merito all’origine illecita dei fondi e, anche se ciò fosse, le azioni all’origine
sarebbero nel frattempo prescritte. Ella afferma poi che gli averi patrimoniali
confluiti sul suo conto non sarebbero stati nel potere di disposizione
dell’organizzazione criminale. L’opponente ha asserito che D. era stato indicato,
erroneamente e senza la sua partecipazione, quale avente diritto economico del
conto: ciò sarebbe avvenuto, per errore, in occasione del trasferimento del conto
da Banca C. a Banca B. In merito all’esistenza di una procura sul conto in favore
di D., potere che A. conferma di avere conferito al marito, sostiene essere usuale
che i coniugi beneficino reciprocamente di una procura, per qualsiasi evenienza;
ad ogni modo, a suo parere, ciò nulla dimostrerebbe in merito al potere di disporre
dell’organizzazione, perché D. non era comunque da lei autorizzato a disporre
degli averi di sua proprietà. Ciò sarebbe dimostrato dall’assenza di transazioni
effettuate da D. in forza del potere conferitogli dalla procura. Infine, dal 28 luglio
2010 vigerebbe tra i coniugi il regime della separazione dei beni (act. MPC
03.00.0014 e segg.,16.01.0016 e segg.).
10.3 Sennonché, le conseguenze confiscatorie in Svizzera dell’appartenenza di D.
all’organizzazione criminale vanno qui apprezzate alla luce delle normative
elvetiche, che consentono di invalidare la presunzione legale solamente
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dimostrando l’origine legale degli averi o l’assenza di potere di disposizione
dell’organizzazione criminale. Per ciò che attiene al potere di disposizione
dell’organizzazione, trattandosi di un fatto negativo, questa può essere provata
difficilmente, per esempio provando che l’organizzazione avrebbe potuto avere
accesso agli averi solo commettendo nuovi reati (DTF 136 IV 4 consid. 5 e
riferimento; sentenza del Tribunale federale 6B_144/2011 del 16 settembre 2011
consid. 6.3.2).
Nel caso in esame, l’accesso era diretto e non abbisognava – in forza della
procura sul conto – della perpetrazione di nuovi reati. D. poteva direttamente
disporre degli averi depositati sul conto, ciò che, sebbene non decisivo, – alla
luce delle firme riportate sulle fiches bancarie – egli ha peraltro verosimilmente
fatto, nonostante l’opponente asserisca il contrario.
Per quanto attiene alla pretesa origine lecita dei valori patrimoniali, il Collegio
giudicante è giunto alla conclusione che l’opponente non è stata in grado di
produrre elementi tangibili sulla scorta dei quali fosse possibile dedurre che gli
averi depositati sul conto bancario fossero di riconduzione lecita. Nel caso
concreto, l’opponente non ha invero nemmeno sostenuto che gli averi confluiti a
contanti sul conto lussemburghese, poi trasferiti in Svizzera, originino da ben
determinate, circoscritte e identificabili disponibilità legali ad ella riconducibili. Al
riguardo, ella non ha fornito alcuna indicazione concreta quanto alla loro origine,
omettendo di sottoporre alla Corte elementi, quali ad esempio riscontri
documentali circa conti bancari di provenienza, in punto alla tracciabilità dei valori
patrimoniali pervenuti nel nostro Paese. L’opponente si è limitata a sostenere
apoditticamente che i valori sarebbero di sua proprietà e che non vi sarebbe agli
atti alcuna prova dell’origine illecita dei medesimi.
10.4 Di nessun rilievo è pure l’affermazione dell’opponente secondo cui la confisca
non potrebbe essere in ogni caso ordinata sulla metà degli averi in oggetto,
avendone ella diritto in base al regime matrimoniale. Come detto, la confisca di
cui all’art. 59 cpv. 3 CP, rispettivamente 72 CP, si basa sulla facoltà di disporre
dell’organizzazione criminale, facoltà che, in virtù della procura conferita ad D.,
ricopre la totalità degli averi depositati sulla relazione bancaria.
10.5 Ciò posto, il Collegio giudicante è giunto alla conclusione che non sussistono
elementi atti a inficiare la presunzione legale di cui all’art. 59 cpv. 3 vCP,
rispettivamente all’art. 72 CP. Oltre a ciò, va considerato che i versamenti sul
conto e parte dei prelievi sono avvenuti proprio nel periodo per il quale D. è stato
condannato per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze
stupefacenti o psicotrope.
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11. Da ultimo, la Corte si è chinata sulla ricorrenza eventuale della protezione che la
normativa sulla confisca concede ai terzi in buona fede, che abbiano fornito una
controprestazione adeguata o nei confronti dei quali la confisca costituisca una
misura eccessivamente severa.
A tale riguardo, il Collegio giudicante ha rilevato come agli atti non vi sia la prova
che l’opponente abbia fornito una controprestazione, né peraltro ella medesima
sostiene il contrario; neppure vi sono elementi per ritenere che la confisca
costituirebbe, nei confronti dell’opponente, una misura eccessivamente severa,
evenienza peraltro neppure sostenuta da A. Quest’ultima non può essere
considerata in buona fede.
12. Ne consegue che, non potendo le censure sollevate dall’opponente trovare
accoglimento, la confisca, così come postulata dal MPC, va ordinata.
13. Giusta l’art. 426 cpv. 5 CPP, nel quadro di un procedimento indipendente in
materia di misure il soccombente sostiene le spese della procedura in
proporzione alla soccombenza nella causa. La tassa di giustizia è calcolata
giusta gli art. 73 cpv. 2 e cpv. 3 lett. b LOAP nonché art. 5 e 7 lett. b del
regolamento del Tribunale penale federale del 31 agosto 2010 sulle spese, gli
emolumenti, le ripetibili e le indennità della procedura penale federale (RSPPF;
RS 173.713.162), ed è fissata nella fattispecie a fr. 2'000.--.
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