# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 9bb39680-b6ae-5434-beab-b7b609219bb8
**Court:** TI_TPC
**Chamber:** TI_TPC_001
**Year:** 2011
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto ed in diritto
I. Curriculum vitae
Interrogato dalla polizia IM 1 ha dichiarato:
"
Da parte mia posso dire che sono nato il _ a _ (_) ed in questo luogo ho svolto le scuole elementari sino alla 5 classe. A 11 o 12 anni è morto mio padre ed io, per forza di cose ho iniziato a lavorare.
Voglio precisare che io sono cittadino _ in quanto mio papà, dopo il servizio militare svolto in _ per il _, è rimasto in questo luogo e si è sposato con mia mamma che è originaria del _. Per questo motivo io ho ereditato la cittadinanza _. Come detto, dopo la morte di mio padre, ho iniziato a lavorare come apprendista meccanico. Ho lavorato in officina per due o tre anni ed in seguito, nel 1974 o nel 1975 è scoppiata la guerra civile. In quegli anni ho smesso di lavorare e con la mia famiglia, composta da mia madre, mio fratello _ siamo andati ad abitare da mia sorella _ a _ (capitale del _). Ho trascorso qualche anno da mia sorella ed in seguito, quest’ultima con suo marito hanno lasciato la capitale per andare in _. Io sono restato con mia madre e mio fratello ed ho iniziato nuovamente a lavorare come meccanico. All’età di 15 anni ho dovuto iscrivermi per forza nelle forze militare del _ poiché vi era in atto la guerra civile ed avevano bisogno di persone.
Per fortuna, essendo cittadino _, sono stato esentato dal prestare servizio militare ed ho continuato la mia attività di meccanico. All’età di 17 anni e mezzo, ho lascito il lavoro nell’officina e sono andato in _. In questa nazione ho iniziato nuovamente a lavorare come riparatore di motori fino a quando, nel 1990 ho raggiunto la Svizzera, e meglio _. Qui ho lavorato inizialmente in cucina come lavapiatti e tuttofare. Nel 2003 ho raggiunto il Ticino e ho lavorato come magazziniere presso la ditta _ di _. Ho lavorato per questa azienda per uno o due anni e poi ho fatto un periodo di disoccupazione. Ho poi lavorato in una ditta di pulizie (_ di _) fino a quando, nel 2008, ho cambiato lavoro, svolgendo l’attività di aiuto cuoco presso l’albergo _. In questo esercizio pubblico vi ho lavorato per 1 anno circa, e successivamente ho trovato un altro impiego presso l’albergo _. A ottobre di quest’anno, l’albergo ha chiuso la stagione ed io ho iniziato un piccolo periodo di disoccupazione.
L’interrogante mi chiede se non ho mai svolto il servizio militare in _. Da parte mia rispondo che probabilmente, avendo vissuto per diverso tempo in _, non mi hanno mai mandato la citazione. Io non ho mai fatto richiesta di prestare servizio”.
(PS 20.12.10).
Dalla perizia psichiatrica si apprende:
"
Per l’anamnesi familiare si segnala che il padre, d’origine _, autista di professione, è deceduto nel corso di un incidente della circolazione nel 1972. Viene descritto come disponibile e presente. La madre, del 1928, di etnia _, è tuttora vivente ed è descritta come brava e anch’essa disponibile.
Non sono conosciute eredopatie psichiatriche nell’alvo familiare.
Il periziando è il penultimo di una fratria di sette, di cui quattro abitanti ancora in _ e una sorella deceduta in tenera età per ragioni non note. Il fratello più giovane vive in _.
Per l’anamnesi personale segnaliamo che il periziando è nato nel ’_ da parto eutocito, a _ in _. Non ha particolari ricordi della prima infanzia, che sembra però essersi svolta nel contesto della “normalità” seguendo i canoni di una popolazione coloniale. Scolarità minima e poco valutabile, caratterizzata da frequenti “bigiate”. Il suo sviluppo sentimentale ha inizio in _ con una ragazza di colore, con la quale, alcuni anni fa, ha ancora avuto un contatto telefonico. Con il rientro in _ nell’81, incontra _, la prima moglie, nata nel ’66, con la quale starà insieme, prima di sposarsi, quattro anni. Matrimonio nell’85, e nascita della figlia _ nel _. Incontra la moglie ad una festa di paese e la loro relazione è caratterizzata da obiettivi comuni: formari sì una famiglia, ma con una modalità d’attuazione diversa. Il primo conflitto è insorto con la nascita della loro figlia: il periziando avrebbe voluto che essa crescesse con loro, mentre la mamma desiderava che _ fosse gestita dalla nonna materna e dalla cognata. Questa confusione familiare ha portato la bimba a chiamare mamma, la zia. La moglie, disoccupata in _, viene invitata dai suoi familiari a stabilirsi per le stagioni in Svizzera. Il periziando acconsente senza vivere sentimenti di gelosia. Due anni più tardi, anch’egli viene in Svizzera a lavorare con la moglie, dapprima all’Hotel _, dal ’91 al ’95, ed in seguito a _ pure in un Hotel, per altri cinque anni.
Nel contempo, la relazione con la moglie degrada, fino a giungere alla separazione nel 2002 ed al divorzio ca. nel 2004. Il periziando subisce il degrado della vita familiare, secondo lui influenzato da fattori esterni, in particolare da rapporti intrafamiliari.
La separazione ed il divorzio avvengono senza che il periziando e sua moglie abbiano occasione di spiegarsi. Secondo il periziando, la famiglia della moglie ha fatto da filtro, tanto che alle sue numerose telefonate non ha mai avuto risposta.
Nel 2005 il periziando minaccia un suo conoscente, nel contesto di una festa, dopo aver bevuto molto alcol. Secondo il suo racconto anamnestico, un anno più tardi però sarebbe stato il suo amico a chiedergli scusa per l’accaduto, invitandolo a casa sua. Non ha tuttavia accettato l’invito.
L’incontro con la sua attuale moglie avviene nel 2007, in occasione di un matrimonio _. Dopo tre mesi di conoscenza, il periziando va a vivere nell’appartamento della sua futura moglie, che sposerà nel luglio del 2008. La relazione degrada progressivamente a causa di litigi legati, soprattutto, al fatto che lei riallaccia i rapporti con un suo ex amante. Il peritato reagisce dapprima abbandonando l’appartamento, ma rientrando per renderla visita, si trovava confrontato con una moglie triste e confusa che lo pregava di non lasciarla sola. Il periziando decide così di restare a casa, questo anche nei momenti di maggiori diatriba.
Il periziando ha viepiù l’impressione e la consapevolezza di perdere l’esclusività affettiva, ed ogni intrusione telefonica o visiva di un altro uomo nella vita della moglie, diventa motivo di litigio. Di nuovo, proprio per evitare la degenerazione in violenza del suo vissuto di gelosia, lascia – per la seconda volta – la casa. Ma quando tornava, trovava la moglie nuovamente triste e depressa, e sempre con la richiesta di non essere abbandonata. In questo contesto il vissuto del periziando si modifica ancor più, egli infatti diventa semrpe più possessivo e, nel contempo, sviluppa una depressione reattiva.
Per quanto concerne l’uso di sostanze additive, il periziando nega l’uso di sostanze stupefacenti. Per contro, la sua anamnesi è ricca d’intossicazioni alcoliche recidivanti. La prima ubriacatura avviene a 18 anni, e descrive le ulteriori intossicazioni alcoliche come caratterizzate da un’importante logorrea. Le intossicazioni alcoliche sono legate, nel suo caso, ad un’amnesia anterograda”.
(AI 85).
II.
Precedenti
IM 1 ha un precedente per minaccia. Con decreto di accusa del 16 agosto 2005 è stato condannato ad una multa di fr. 300.- per aver minacciato di sparare con una pistola tale _. Nel relativo rapporto di polizia si legge:
"
In data 04.07.2005 ore 1600, il querelante _, inoltrava brevi manu, presso la vostra cancelleria, una denuncia penale contro l’amico IM 1 dimorante a _, per minacce di morte, in merito ai fatti avvenuti nel corso della notte, ore 0100 a _, all’esterno del centro _.
Il querelante è stato interrogato il 16.07.2005, dove ha confermato che al termine di una festa _ tenuta appunto presso il centro _ di _, sul piazzale dell’edificio, per futili motivi, dopo una colluttazione, veniva minacciato di morte dal IM 1, nel senso che gli avrebbe sparato con una pistola.
A porre termine al litigio fra le parti, intervenivano degli avventori che erano presenti alla festa. Dopo i fatti, il querelante faceva rientro verso il domicilio, dove, a _, all’uscita autostradale, nei pressi del nuovo posto di Polizia, notava la vettura del querelato, ferma in appostamento. Il querelante spaventatosi per le minacce proferite poco prima dal querelato, fermava una vettura della polizia che si trovava in zona, spiegando l’accaduto agli agenti. I colleghi, con il querelante si recavano al domicilio del querelato senza che però questi si facesse trovare. (jour N. _).
In sede d’interrogatorio il querelante ha puntualizzato che il querelato in casa, teneva una pistola che a suo tempo, in due o tre occasioni, gli aveva mostrato durante delle visite al suo domicilio ed è per questo motivo, sentendosi in pericolo, il _ ha inoltrato la predetta querela.
In data 21.07.2005 si chiedeva al SPP _ un ordine di perquisizione e sequestro presso l’abitazione del querelato alfine di verificare la presenza o meno di un’arma da fuoco.
In data 22.07.2005, ore 0700, il sottoscritto, unitamente al collega sgtc _ e due colleghi della Pol Com di _, ci si recava al domicilio del querelato il quale, sentite le motivazioni della nostra presenza, acconsentiva senza alcun problema alla perquisizione domiciliare, la quale dava esito negativo.
Per contro durante la perquisizione al suo veicolo Mazda 323 targato _, nel cruscotto, si rinveniva una pistola giocattolo in plastica, di colore nero, mancante del tappo rosso sulla canna.
Tradotto in ufficio a _, il querelato, è stato interrogato in merito alle minacce contro il _ e al rinvenimento della pistola giocattolo.
IM 1 ha ammesso che la notte del 04.07.2005 ore 0100, all’esterno del ristorante _, dopo una discussione sfociata in vie di fatto, minacciava di morte il _ affermando che gli avrebbe sparato.
Ha pure ammesso che dopo la lite e le minacce rivolte al querelante, con il suo veicolo, si recava a _ nei pressi del nuovo posto di Polizia e questo poiché a suo dire si sarebbe dovuto trovare con una ragazza e non per aspettare il _ onde commettere atti di rilevanza penale.
Per quanto riguarda il possesso di una pistola, il IM 1 ha negato di aver mai posseduto un’arma da fuoco e tantomeno di averla mostrata in altre occasioni al querelante e di aver minacciato delle persone.
In merito alla pistola giocattolo rinvenuta nel suo veicolo, il querelato nelle sue dichiarazioni è stato molto evasivo nel senso che in un primo momento ha dichiarato che l’arma giocattolo era di un bambino, poi ha asserito di averla trovata due settimane fa nel suo veicolo e di non sapere chi ce l’avesse messa, forse da qualche suo amico!!!!!.
Una volta trovata l’arma giocattolo, la depositava nel cassetto porta oggetti dove questa mattina è stata da noi ritrovata e sequestrata.
IM 1 ha dichiarato che le minacce espresse nei confronti del _ sono state dettate da un momento di rabbia e soprattutto dal suo stato fisico alterato da bevande alcoliche e che mai avrebbe messo in atto quanto affermato. Oltre al reato di minacce, il querelato è stato denunciato anche per infrazione alla Larm siccome l’arma giocattolo è sprovvista del tappo rosso sulla canna e alla vista di qualsiasi profano, quest’arma può essere sicuramente scambiata per un’arma vera.
IM 1 si è impegnato in futuro a tenere un comportamento normale e di limitarsi dal bere alcolici in modo smisurato.”
III. L’acquisto dell’arma usata la sera dei fatti
Dagli atti è emerso che nel gennaio 2010 l’imputato ha acquistato l’arma poi utilizzata la notte dei fatti all’origine delle principali e più gravi imputazioni qui oggetto di disamina. L’accusato, che ha peraltro raccontato di avere una certa paura delle armi da fuoco, ha riferito di averla acquistata a _, al prezzo di fr. 1'500.-,dietro indicazioni di uno sconosciuto incontrato a _ e che voleva vendergli del “fumo”. A suo dire voleva semplicemente, per la sua sicurezza personale, portarla in _, dove in passato aveva assistito ad una sparatoria. L’accusa non ha preteso che tale acquisto fosse già finalizzato a risolvere, a modo suo, il conflitto famigliare. Certo, resta qualche dubbio sulle spiegazioni fornite dall’imputato ma, sia che sia, è stato comunque accertato che, nel periodo indicato egli ha prelevato dal suo conto, in una sola volta, proprio l’importo indicato. A ciò aggiungasi che, avesse acquistato la rivoltella già con l’intenzione di usarla contro la moglie, IM 1 l’avrebbe impugnata già in occasione dell’antefatto di cui si riferisce qui di seguito. Con il che l’accusa di cui al N. 5 dell’AA è stata confermata.
IV. L’antefatto
Quella oggetto di disamina non è la prima volta in cui gli agenti sono dovuti intervenire presso l’abitazione coniugale dei IM 1 a _. Di particolare rilievo, per comprendere la dinamica dei fatti poi succedutisi, è quanto accaduto la sera 12 luglio 2010. Nel relativo rapporto di polizia si legge:
"
Si presenta presso i nostri sportelli ACPR 1 asserendo che nella serata di ieri veniva malmenata dal marito IM 1.
In pratica ieri sera terminato il lavoro ACPR 1 si fermava al Bar _ per bere qualcosa in compagnia del suo ex fidanzato e di un suo amico. Il marito verso le ore 2200 visto che la moglie non era ancora rincasata, decideva di andarla a cercare.
La trovava all’interno del Bar _ dove entrava. Lei vedendolo arrivare lasciava il Bar e si recava presso il loro appartamento. Pochi minuti dopo i due si ritrovavano entrambi nella loro abitazione.
In questo frangente IM 1 la prendeva per il collo e gli tirava i capelli. Lei si spostava in camera da letto dove veniva raggiunta dall’uomo che tramite ventilatore le dava un colpo alla spalla.
A seguito di questo lei lasciava l’appartamento per la notte, andando da una sua amica senza ritenere necessario avvisare la Polizia.
Oggi si presentava presso i nostri uffici per la denuncia.
ACPR 1 acconsentiva alla sospensione del procedimento penale nei confronti del marito.
Visto che la donna non ha paura a far rientro presso il suo domicilio con il marito, i coniugi lasciavano i nostri uffici assieme.”
In particolare quella sera l’imputato aveva visto la moglie al bar in compagnia di un suo ex e, colto dalla gelosia, ha reagito in maniera quantomeno inadeguata. La lite è poi proseguita a casa dove IM 1 non è però riuscito ad impedire alla moglie di lasciare l’appartamento.
Il giorno dopo la moglie è sì rientrata a casa ma, da allora, ha deciso di dormire in camera con suo figlio (avuto da una precedente relazione con tale _ all’epoca in cui questi scontava una pena in regime di semi prigionia), mentre il marito è rimasto nella camera matrimoniale. A mente di lei la relazione con il consorte era, di conseguenza, da considerarsi chiusa e si sentiva quindi libera di frequentare altri uomini, mentre, di tutta evidenza, per lui non lo era del tutto, così come il fatto di continuare a condividere il medesimo appartamento lo autorizzava a nutrire ancora molte speranze che tutto tornasse come prima.
V. Le circostanze dell’arresto
Nel rapporto di arresto si legge:
"
In data 27 novembre 2010, verso le ore 00:10, presso la centrale del Reparto Mobile _ veniva chiesto l’intervento della Polizia Cantonale a _ – Via _, per una lite domestica.
La segnalazione veniva fatta dalla signora _, inquilina del palazzo ubicato in Via _. Durante la prima richiesta d’intervento, spiegava che al primo piano c’era in atto una lite domestica che vedeva coinvolti i coniugi IM 1 e ACPR 1. Pochi minuti dopo, la richiedente richiamava i nostro servizi comunicando che la lite era degenerata ed il marito, con una pistola, teneva in ostaggio la moglie e suo figlio.
Alfine di verificare quanto stesse accadendo, veniva inviata una pattuglia sul posto. Quest’ultima, dopo un sopraluogo, poteva accertare che effettivamente nell’appartamento al primo piano IM 1, mediante una pistola, teneva sequestrati la moglie ACPR 1 ed il figlio di lei, Y..
La pattuglia aveva stabilito un primo contatto con il sequestratore, senza però riuscire a persuaderlo dal suo intento criminoso. Le circostanze, ed in particolar modo l’atteggiamento aggressivo ed irresponsabile del sequestratore, non permettavano agli agenti intervenuti di entrare nell’appartamento alfine di risolvere la questione.
Venivano quindi attuate le misure del caso, con particolare riguardo all’intervento di un gruppo di negoziatori e dei reparti mobili speciali.
Il gruppo di negoziatori riusciva a stabilire un contatto con IM 1, il quale, durante i colloqui, ribadiva la sua intenzione di uccidere la moglio ACPR 1 e il figlio di quest’ultima, Y.i e di farsi uccidere dalla Polizia. Questo nel caso in cui qualcuno avesse tentato di entrare nell’appartamento.
Dopo una lunga fase di negoziazione, durante la quale il sequestratore non dava segni di collaborazione, verso le ore 07.50, veniva udita un esplosione d’arma da fuoco all’interno dell’appartamento. Trovandosi confrontati a questa situazione, sapendo delle intenzioni dell’autore armato, i reparti speciali intervenivano, facendo irruzione nell’appartamento.
Riuscivano quindi a neutralizzare l’autore e liberare gli ostaggi.
Nessuno rimaneva ferito anche se nel corso di questa operazione l’autore, come ammesso, esplodeva dei colpi.
L’autore del sequestro, a seguito dell’immobilizzazione, riportava delle contusioni come da certificato medico allegato.
Prima di essere verbalizzato veniva portato con l’ambulanza all’Ospedale Civico di _ per le cure del caso e si provvedeva pure a prelevi per le analisi tossicologiche ed alcolemiche.
Veniva in seguito accompagnato al Commissariato di _ per essere interrogato. Dichiarava che questa situazione era da ricondurre alla vita coniugale con la moglie, ormai compromessa. Di fatto, sebbene vivessero sotto lo stesso tetto, da quando avevano deciso di separarsi, circa 4 mesi fa, svolgevano due vite completamente separate.
L’accusato spiegava che la sera del 26 novembre 2010 era rincasato verso le ore 22.00, dopo aver sorbito qualche birra durante la giornata. Non trovando la moglie a casa, decideva di andare nuovamente in giro. Giunto all’esterno di un esercizio pubblico situato a _ – Via _ (di fronte al negozio _), notava la vettura di ACPR 1. Decideva quindi di verificare dove si trovava la consorte e per questo guardava l’interno del Bar dalla finestra.
Queste circostanze permettevano a IM 1 di appurare che la moglie si stava intrattenendo con una persona anziana.
La moglie, notando la sua presenza, con un cenno della mano lo invitava ad allontanarsi. Questo insieme di situazioni, gli provocavano un forte senso di rabbia e rancore nei confronti di ACPR 1.
IM 1 si allontanava quindi dall’esercizio pubblico e rincasava a _. Al sopraggiungere della moglie, avvenuto a quanto pare poco prima della mezzanotte, iniziava una discussione verbale, che ben presto degenerava in violenza fisica.
Il marito andava in camera, prendeva la pistola che teneva custodita in un comodino con i rispettivi proiettili e di rientro nel salotto la puntava contro il figlio di ACPR 1 (con esattezza l’interrogatorio non ha permesso di stabilire l’esatto momento in cui è stata caricata l’arma ma certamente nel corso dell’inchiesta sarà un fatto da appurare). Sta di fatto, che ad un certo punto IM 1 si trovava tra le mani la pistola carica.
Stando alla versione dell’accusato, la Polizia raggiungeva in seguito il palazzo in cui viveva e gli chiedeva di poter entrare nell’appartamento alfine di capire cosa stesse succedendo.
Sostanzialmente IM 1 rifiutava categoricamente, minacciando i presenti e soprattutto il figlio di ACPR 1 che costantemente teneva sotto tiro con la pistola.
Veniva poi contattato telefonicamente da un agente di Polizia che tentava di farlo desistere dai suoi atti ma lui non ne voleva sapere.
Ad un certo momento, stando sempre alle dichiarazioni dell’accusato, gli agenti di Polizia facevano irruzione nell’appartamento e lui, per farli desistere, puntava nuovamente la pistola in direzione del bambino, minacciando di aprire il fuoco. Gli agenti, trovandosi confrontati a questa situazione, indietreggiavano sino ad uscire dall’appartamento.
Veniva quindi nuovamente intrapresa una fase di negoziazione, la quale però non portava ad un risultato concreto.
Verso le ore 07.50 circa, dopo che dalla sua pistola faceva esplodere un proiettile, gli agenti di polzia facevano una seconda irruzione nell’appartamento. Durante questa fase, sempre a dire dell’accusato, partiva dalla sua pistola una secondo proiettile.
Veniva quindi immobilizzato, trasportato all’ospedale civico per le cure del caso, e quindi interrogato.
La moglie è pure stata interrogata e sostanzialmente ha confermato quanto dichiarato dal marito IM 1, spiegando che suo figlio, durante il sequestro, era costantemente sotto tiro dalla pistola impugnata dal marito. Che il marito minacciava la vita del bambino puntando la pistola all’altezza della sua tempia. La donna non ha potuto terminare la sua audizione a causa del suo stato di spossatezza. Il verbale sarà ripreso domani (domenica 28.11.2010) dopo che la donna sarà stata visitata dal patologo PE 1.
Rileviamo che pure la donna è stata sottoposta ai prelievi per la determinazione del tasso alcolemico ed all’esame tossicologico.
(...)
La donna ed il bambino hanno avuto ospitalità dalla famiglia _. Pure intervenuta la signora _ (_) la quale ha preso a carico il minore durante l’interrogatorio della vittima ACPR 1”.
A circa un’ora dagli ultimi accadimenti, IM 1 è stato sottoposto a prelievo del sangue che ha rivelato un tasso medio di alcolemia dell’1,78‰ (minimo 1,69, max 1,87). Tenuto conto del tasso di eliminazione che nella prima ora è di ca. lo 0,2‰, si ha che nell’ultima fase IM 1 aveva un tasso alcolemico superiore al 2‰ se si prende il valore a lui più favorevole, ossia quello massimo. Ne discende che la sua scemata imputabilità va presunta, come da costante prassi giurisprudenziale che fissa nel 2‰ il valore a partire dal quale si deve considerare limitata la capacità di intendere e di volere. Ci torneremo.
VI. I fatti dell’AA (N. 1-4)
1. In linea generale la Corte ha accertato i fatti così come indicato nel rapporto d’inchiesta in atti e riassunti nell’atto d’accusa.
2. L’accusa di tentato omicidio sub. di lesioni semplici (AA N. 1)
a) Dopo una giornata passata inoperosa, IM 1 ha cenato ancora in casa. Ha poi deciso di uscire a _ in sella alla sua motoretta. Percorrendo una strada che non costituisce la via più breve, è giunto davanti al bar _ di _ dove vedeva la moglie ballare con un uomo più anziano. Fermatosi davanti al bar e richiamata l’attenzione della moglie, questa gli faceva cenno di andarsene. Fatto sta che invece di proseguire per _ faceva rientro a casa. In precedenza la consorte (verso le 21’00) era uscita con il figlio con l’intenzione di andare a prendere un amico, alla stazione di _, che avrebbe dovuto giungere da _. In realtà questa persona non è arrivata e la donna ha così deciso di non rientrare subito a casa e di passare un po’ di tempo con un’amica al bar _, dove poi giunse il marito. Fece rientro a casa verso la mezzanotte. Una volta parcheggiata la vettura, unitamente al figlio, saliva le scale con gli stivali in mano onde non far rumore. Sortite le chiavi dalla borsetta, ha aperto la porta e, mentre il bambino raggiunse di corsa la sua camera, è stata subito aggredita dal marito, che si è immediatamente impossessato delle chiavi così da impedirle di uscire.
b) La Corte, relativamente a questo frangente, ha accertato i fatti così come raccontati dalla vittima, apparsa del tutto credibile e sincera, e ben riassunti nel rapporto di polizia:
"
ACPR 1, a quell’ora, come spiegato nel capitolo 3.2, era rientrata al suo domicilio con il figlio Y.. In base alla versione della donna, una volta entrata, trovava IM 1 all’interno del corridoio che lo aspettava. Mentre la donna stava chiudendo la porta a chiave, l’imputato sovrapponeva la sua mano destra a quella della moglie e con la sinistra gli afferrava il collo. Lei tentava di gridare ma lui stringeva troppo forte, tanto da non permettere alla donna di chiedere soccorso. La vittima vedeva il figlio piangere manon poteva far altro che guardare. Tentava invano di liberarsi ma nualla di ciò che faceva la aiutava a far perdere la presa dal collo.
ACPR 1, ha spiegato che in queste circostanze ha pensato di morire, anche perché in quei momenti si è ricordata di alcune frasi proferite da suo marito in situazioni tranquille e non conflittuali, quando gli aveva detto che “...sarebbe arrivato il suo giorno...”
Ad un certo punto, sempre mentre il marito le cingeva il collo, quest’ultimo la spingeva contro la porta. La donna vedeva nuovamente suo figlio piangere e cercava di liberarsi facendo dei movimenti verso il basso. Riusciva finalmente nel suo intento, scivolando sul pavimento, con la schiena rivolta verso il muro. In quelle circostanze le girava la testa a causa della forte stretta al collo. Si alzava e, avendo in mano i suoi stivali, per difendersi, riusciva a colpire l’imputato. Quest’ultimo iniziava a sanguinare.
A seguito di ciò, ACPR 1 veniva spinta dal marito contro qualcosa di duro, verosimilmente la porta o il muro, ed afferrata nuovamente al collo con entrambi le mani. La donna ricorda che il marito stringeva molto forte, tanto da non più riuscire a respirare per un lungo periodo. In questi momenti, ACPR 1 si sentiva mancare e, le pare di ricordare che il marito, rendendosi conto di cosa stesse facendo, allentava la presa, tanto da farla cadere a terra.
La vittima descrive quei momenti come se fosse stordita, e, naturalmente, spaventata. Cercando di superare quei brutti momenti, rimaneva a terra per qualche istante, per poi trascinarsi sino al divano a tastoni. Qui riusciva a mettersi in piedi, ad aprire la porta finestra del balcone e una volta all’esterno a chiedere aiuto. La donna era evidentemente sotto shock, tanto che quando si trovava all’esterno del balcone, per sua stessa ammissione, ha pure pensato di saltare per fuggire dal marito. Quest’ultimo è stato più veloce di lei e si è presentato con una pistola puntata alla tempia di Y.”.
c) Relativamente all’accusa di tentato omicidio per la stretta al collo della donna, la Corte ha ritenuto che nel comportamento dell’uomo non vi fosse l’intento di uccidere. Questo in particolare prestando fede alla versione della stessa vittima che, agli inquirenti, ha dato atto che l’uomo, una volta accortosi che faceva fatica a respirare, ha mollato la presa. Orbene se davvero avesse voluto ucciderla, mal si comprende per quale ragione IM 1, proprio nel momento in cui l’evento avrebbe potuto realizzarsi, avrebbe desistito. A ciò aggiungasi che se avesse davvero voluto uccidere la moglie, avrebbe pure potuto farlo anche in seguito utilizzando la pistola. La Corte ha quindi considerato che l’accusato ha commesso il reato di lesioni semplici causando alla moglie, già in questa prima fase, le lesioni riscontrate (trauma cranico e lesioni cutanee al collo compatibili con un afferramento manuale) nei certificati medici dell’OR_ e del dott. PE 1 in atti.
d) Certo è che, già a questo stadio, si può concludere che in realtà il vero intento dell’imputato era di impedire che le cose andassero come in occasione del citato antefatto e meglio che la moglie potesse lasciare l’appartamento e rifugiarsi, senza troppe difficoltà, altrove.
3. L’accusa di presa d’ostaggio aggravata
a) Una volta liberatasi dalla presa al collo del marito, la donna si è spostata sul balcone da dove ha chiamato aiuto, in particolare rivolgendosi all’inquilina del piano di sopra (_). Visto ciò l’accusato ha preso la pistola che si trovava nell’armadietto della sala e l’ha puntata contro il piccolo Y.. Al che, sempre dal balcone, nel chiamare aiuto la moglie ha urlato “_, _, chiama la polizia perché lui ha una pistola”. In quel frangente la moglie è poi stata fatta rientrare, sotto minaccia, nell’appartamento.
b) Così allertata da _, la polizia giungeva poco dopo sul posto. Così il rapporto di polizia:
"
In data 27 novembre 2010, verso le ore 00:10, presso la centrale del Reparto Mobile _ veniva chiesto l’intervento della Polizia Cantonale a _ – Via _, per una lite domestica.
La segnalazione veniva fatta dalla signora _, inquilina del palazzo situato in Via _. In una prima telefonata la donna spiegava che al primo piano dell’immobile in cui abitava, vi era in atto una lite domestica che vedeva coinvolti i coniugi IM 1 e ACPR 1. Pochi minuti più tardi, _ chiamava nuovamente i servizi di Polizia comunicando che la lite era degenerata e IM 1, con una pistola, teneva in ostaggio la moglie e suo figlio.
Al fine di verificare quanto stesse accadendo, venivano inviate due pattuglie sul posto. Una di queste rimaneva all’esterno per controllare la situazione, mentre la seconda, composta da tre agenti, entrava nel palazzo. Uno di loro prendeva contatto con la richiedente, mentre gli altri due si recavano al primo piano dove parlavano con gli inquilini presenti
(...)
La situazione creatasi quella sera era critica, le pattuglie di primo intervento erano consapevoli che all’interno dell’appartamento non era in atto una “semplice” lite domestica, e le testimonianze orali raccolte tra gli inquilini lasciavano intendere che IM 1 minacciava la moglie ACPR 1 e, con tutta probabilità anche il figlio Y.. Necessitava quindi l’intervento dei reparti speciali, addestrati ad un intervento rapido, deciso, ed equipaggiati con materiale tecnico e protettivo adatto a questi tipi di avvenimenti.
Alle ore 01.20 circa del 27 novembre 2010, il capogruppo dei reparti speciali – _ – Sgtm della Polizia Cantonale, arrivava nell’immobile di Via _ ed alle ore 01.55, dopo aver valutato la situazione ed aver effettuato una ricognizione dei luoghi, unitamente ad altri tre agenti a lui subordinati che nel frattempo lo avevano raggiunto, si posizionava all’esterno della porta principale dell’appartamento.
Il responsabile dell’intervento – _, attraverso la porta principale chiusa, aveva modo di parlare sia con ACPR 1 che con IM 1. Quest’ultimo ribadiva a più riprese quanto già dichiarato alle prime pattuglie intervenute sul posto, ovvero che non avrebbe aperto la porta e di ritornare alle ore 08.00.
Chiaramente la situazione non permetteva di attendere ulteriore tempo, ritenuto che, anche il responsabile dei gruppi speciali, aveva avuto la percezione che IM 1 stesse condizionando la donna, impedendole di esprimersi liberamente e di aprire la porta. La sensazione di _ era che la voce dell’imputato fosse alterata dalla rabbia.
Verso le ore 02.00 del 27 novembre 2010, a seguito dell’inosservanza dell’imputato di un ordine perentorio di aprire la porta, previa autorizzazione dell’ufficiale di picchetto, il gruppo speciale entrava in azione.
Quest’ultimi erano equipaggiati con il giubbotto antiproiettili pesante, un gillet tattico con la scritta Polizia, uno scudo balistico con scritta Polizia e la propria arma d’ordinanza. Uno di loro aveva con sé l’arma non letale (che spara proiettili di gomma); nessuno portava il casco antiproiettile.
Per entrare nell’appartamento veniva utilizzata un’apposita pressa idraulica che, posizionata sul telaio della porta, permetteva di divaricarne i montanti, riuscendo ad aprire la porta senza difficoltà. Nell’insieme l’irruzione nell’appartamento veniva effettuata da quattro agenti dei reparti speciali e da due dei reparti mobili.
Il terzo poliziotto del reparto mobile, posizionato anch’esso nel corridoio vicino alle scale, al momento dell’irruzione, sentendo i colleghi all’esterno che gridavano intimando: “alt, Polizia”, usciva all’esterno per verificare cosa stesse succedendo, pensando che qualcuno era saltato dal balcone. Appurava in seguito che dalla finestra dell’appartamento dell’imputato era stata gettata una mazza da baseball.
Una volta entrati, gli agenti del corpo speciale instauravano un contatto visivo con l’imputato, il quale si trovava in fondo al corridoio a destra, rispetto all’entrata principale. Per contro, i due agenti del reparto mobile, una volta varcata l’entrata principale, giravano a sinistra, controllando la presenza di persone nelle camere e nel bagno.
I due agenti del reparto mobile non avevano modo di notare cosa stesse succedendo all’interno del salotto, in quanto intenti a verificare le camere ed il bagno. _ aveva però modo di sentire il capogruppo del reparto speciale – _ – che intimava “giù la pistola”, mentre un uomo (l’imputato) rispondeva in modo deciso, ma con una certa agitazione, di andarsene.
Il capogruppo del reparto speciale – _ – nel descrivere quelle circostanze, nella sua audizione spiegava:
“...Siamo avanzati fino all’angolo sinistro del corridoio e ci siamo disposti proprio all’entrata della sala. Ho visto l’uomo in piedi e in mezzo alla sala, posizionato verso il divano...”
“...Io sono entrato per terzo e l’ho visto in piedi. Lui era girato parzialmente verso il tavolo, con le braccia lungo il corpo. Come siamo entrati nell’appartamento abbiamo subito detto all’uomo che eravamo della Polizia, di fermarsi e di mostrarci le mani. Ricordo che dalla posizione indicata in precedenza, l’uomo si è girato verso di noi e ha alzato il braccio puntandoci la pistola contro. Ha fatto il movimento con il braccio destro...”
“...Successivamente l’uomo ha puntato la pistola anche contro la donna e il bambino. Lui si trovava dietro di loro e con la pistola li toccava fisicamente. Si spostava una volta puntandola contro la donna, un’altra contro il bambino e poi contro di noi. In quei momenti ho potuto vedere bene la pistola. Mi sono reso conto che si trattava di una pistola tipo militare 210 con il cane armato e il caricatore inserito. Lui teneva il dito nel grilletto. Non ho visto se la pistola fosse assicurata o meno...”
“...Siamo rimasti all’interno dell’appartamento complessivamente circa due minuti. Quando ho visto il comportamento dell’uomo, sconsolato, ho deciso di ripiegare. Ho ordinato agli agenti di ripiegare. Da parte mia ho alzato le mani per mostrargli che non ero armato, dicendogli di stare tranquillo che non avremmo fatto niente e che saremmo usciti, visto che lui ci minacciava dicendoci di uscire perché altrimenti avrebbe sparato alla donna e al bambino...”
Un secondo agente del reparto speciale – _ – caporale della Polizia Cantonale, descrivendo la situazione che si era venuta a creare in quei frangenti, spiegava:
“...Subito dopo essere entrati i miei colleghi si sono accorti che l’imputato si trovava nella sala alla destra dell’entrata, poiché si sentivano le voci e le urla. Da parte mia ho controllato la camera di fronte alla porta d’entrata. Mi sembra che fosse buia e ho quindi utilizzato la torcia per controllare se vi fosse qualcuno. Non c’era nessuno all’interno. Ho poi svoltato l’angolo verso il bagno e l’altra camera, ma non sono entrato nei due locali. Nel corridoio non c’era nessun altro. Ho poi raggiunto i miei colleghi, che si trovavano all’inizio della sala.
Dalla mia posizione sentivo l’imputato che urlava, ma non ricordo esattamente le sue parole. Mi sembra che dicesse di andare via altrimenti avrebbe sparato, ma non sono sicuro di queste parole.
IM 1 si trovava in piedi nella sala, verso sinistra, vicino alla finestra. Davanti a lui vi era la donna e il bambino, anche se quest’ultimo l’ho visto solo in seguito. La donna era seduta, mentre presumo che il bambino fosse sdraiato. Tra noi e la donna e il bambino, se ben ricordo, vi era un tavolo con le sedie...”
“...Ricordo che lui puntava l’arma contro di loro, come pure contro di noi, facendo un movimento da sinistra a destra e viceversa...”
“...ADR che dalla mia pisizione, ero il quarto uomo, ho visto la sagoma dell’uomo e l’arma, ma non posso dire se la stessa fosse o meno carica, se avesse il dito nel grilletto oppure no...”
“...Ricordo che l’agente che fungeva da sicurezza allo scudo ha intimato a IM 1 di buttare l’arma. È poi subentrato il capogruppo, che gli ha fatto la stessa intimazione. Il capogruppo mi ha quindi chiesto di prendere l’arma 40 millimetri, ossia l’arma non letale. Sono corso a prenderla nel furgone e quando sono risalito nell’appartamento i miei colleghi stavano indietreggiando...”
Un terzo agente dei gruppi speciali – _ – appuntato della Polizia Cantonale, ha descritto la medesima situazione nella maniera seguente:
“...Ad un certo punto il capogruppo ci ha ordinato di entrare. Eravamo in quattro. Io ero in seconda posizione, subito dopo il collega con lo scudo balistico. Quando siamo entrati nell’appartamento, il corridoio non era illuminato dalle luci interne ma dal riverbero della luce delle scale. Ho rivolto lo sguardo verso destra, in direzione della sala. La sala non era completamente al buio, ma vi era della luce e ho potuto vedere il qui presente IM 1, più o meno al centro della sala, e ho visto che teneva in mano una pistola perché l’ho vista luccicare. Ho riconosciuto che era una SIG 210...”
“...Dalla mia posizione ho potuto vedere che il cane era armato, il caricatore era nell’arma e il dito nel grilletto. IM 1 puntava la pistola contro la donna e il bambino, come pure verso di noi. Quando puntava la pistola contro la donna e il bambino la puntava verso parti vitali del loro corpo. Io mi trovavo a circa due metri, due metri e mezzo da IM 1, mentre lui era a circa 80 cm – 1 metro dalla donna e il bambino. In questa fase IM 1 non si è fatto scudo con la moglie o il bambino, come invece nel secondo intervento...”
“...ADR che mentre puntava l’arma, IM 1 minacciava di ammazzare la donna, di ammazzare il bambino e di ammazzarci. Ad un certo punte ha pure iniziato a contare dicendo che al tre li avrebbe ammazzati.
Io ho reagito all’ordine del mio capogruppo, che ci aveva detto di retrocedere...”
Il quarto agente dei gruppi speciali – _ – sgt. della Polizia Cantonale, nella sua audizione, ha dichiarato:
“...Ad un certo punto il capogruppo ha ordinato di entrare nell’appartamento. Un mio collega ha aperto la porta con la pressa idraulica. Io sono stato il primo del gruppo ad entrare e non sapevo quale situazione avrei trovato all’interno. Non sapevo se doveva girare a destra, a sinistra o andare di fronte. Non appena aperta la porta ho visto che c’era della luce verso destra e quindi verso la sala, mentre il corridoio e le altre camere non so se erano illuminate. Ho visto un movimento alla mia destra e ho capito che il pericolo veniva da quella parte e quindi mi sono girato da quel lato proteggendomi con lo scudo. Avevo una buona visuale verso la sala e non ho avuto bisogno di utilizzare la torcia...”
“...Sono avanzato con il mio compagno per pochi passi nel corridoio fino all’altezza dell’angolo sinistro della sala. Non siamo andati oltre perché sulla destra vi era l’angolo cucina aperto e siccome era un locale non controllato poteva essere fonte di pericolo.
Dalla posizione in cui mi trovavo ho visto un uomo. Era in piedi con il braccio destro sicuramente lungo il fianco mentre non saprei dire come teneva il braccio sinistro. Si è girato nella nostra direzione e ci ha mostrato l’arma.
Per mostrare l’arma intendo dire che l’ha puntata alla tempia del bambino o a quella della donna oppure puntava l’arma contro di noi o se la puntava anche contro se stesso...”
“...Quando la puntava contro la donna e il bambino l’avvicinava e l’allontanava da loro non saprei dire fino a che distanza è arrivato, anche se la distanza era ravvicinata...”
“...ADR che ho avuto l’impressione che la donna piangesse e gridasse. Forse gridava anche il bambino. Devo dire che in quei momenti l’uomo gridava dicendoci di andare via altrimenti avrebbe sparato e ammazzato qualcuno. Da parte nostra intimavamo all’uomo di arrendersi. Il nostro tono era deciso e forte...”
“...ADR che dalla mia posizione ho potuto chiaramente vedere che l’uomo teneva il dito nel grilletto, che il cane era armato e il caricatore inserito nell’arma. Non saprei dire se l’arma era o meno assicurata...”
“...Il nostro capogruppo ci ha quindi ordinato di retrocedere...”
Dalle audizioni degli agenti, emerge in modo chiaro e univoco che l’imputato, invece di arrendersi e consegnarsi alla polizia, al momento dell’irruzione alzava il braccio e, impugnando una pistola, la puntava alternativamente contro gli agenti, contro ACPR 1 e contro suo figlio Y.. In queste circostanze, IM 1 intimava ai poliziotti di andarsene altrimenti avrebbe sparato alla moglie, a suo figlio Y. o alla Polizia.
Tre dei quattro agenti che hanno avuto il contatto visivo con l’imputato, hanno specificato che trovandosi ad una distanza ravvicinata, hanno visto chiaramente che egli aveva l’arma con il cane armato, il dito chiaramente sul grilletto ed il caricatore inserito nell’arma. Condizioni queste che sono ad alto rischio per la partenza di un colpo intenzionale o accidentale.
Vista la gravità della situazione, non potendo garantire l’incolumità del bambino e della donna, e non avendo altresì un margine di manovra (ritenuto il comportamento dell’accusato che puntava la pistola in direzione degli ostaggi minacciando di ucciderli), gli agenti decidevano di ripiegare sul pianerottolo, in attesa di un momento più favorevole”.
Da questi fatti si può chiaramente dedurre che, una volta intervenuti sul posto, gli agenti non hanno creduto alle spiegazioni fornite dai coniugi che era tutto a posto, in particolare per il rifiuto di aprire la porta. L’imputato, che non voleva, da un lato, che la moglie se ne andasse e, dall’altro, non ammetteva l’intromissione della polizia, ha continuato a tenere sotto minaccia della pistola sia la moglie sia il bambino. A quest’ultimo ha pure impedito di andare a far pipì in bagno, costringendo la madre a fargliela fare in un sacchetto poi rimasto nella sala. IM 1 non voleva perdere il controllo della situazione nemmeno per un istante, da qui l’impedimento al bambino di andare in bagno.
Fatto sta che verso le 02.00, tramite un apposito dispositivo, gli agenti dei gruppi speciali hanno forzato la porta d’entrata. Purtroppo l’intervento non ha consentito di liberare gli ostaggi perché l’imputato li teneva sotto tiro con la pistola, che rivolgeva pure contro di loro. Sulla questione di sapere se la pistola era già carica a quel momento, l’imputato non ha saputo dire con precisione, raccontando di ricordarsi che ad un certo punto è andato in camera a prendere le munizioni ma di non sapere esattamente quando ha armato la rivoltella. A mente della Corte, al momento dell’intervento delle 02.00, quand’anche sia molto probabile che IM 1 fosse già andato a prendere i colpi e li avesse inseriti nell’arma, ancora non vi sono prove certe che la stessa fosse già pronta per sparare. In effetti, come vedremo in seguito, durante le conversazioni con i mediatori, si capisce molto bene che l’imputato, nel minacciare gli agenti che non avrebbe liberato gli ostaggi se gli agenti non lo avessero lasciato stare e nel convincerli che non scherzava affatto, ha ricordato loro che in occasione del primo intervento la pistola non era carica ma nel momento della conversazione sì e che poteva esplodere, come ha fatto, un colpo in qualsiasi momento. Ci torneremo.
c) Visto ciò gli agenti hanno saggiamente desistito dall’impiegare la forza per liberare gli ostaggi, optando per la mediazione. Ancora il rapporto di polizia:
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Dopo l’intervento dei gruppi speciali, che a causa del comportamento dell’imputato non hanno potuto intervenire in un’azione dirompente, ritenuto come gli ostaggi erano sempre sotto la costante minaccia di morte di IM 1, ed ogni tentativo di liberazione avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per gli ostaggi, si chiamava in servizio l’apposito gruppo di negoziatori.
Verso le ore 02.30 – 02.45 questi agenti specializzati nella negoziazione riuscivano ad entrare in servizio e davano inizio ad un primo contatto telefonico.
Il poliziotto che conduceva la negoziazione era un ispettore di Polizia, poi rilevato da un altro agente, entrambi coadiuvati da altri colleghi.
Tutti i tentativi di liberare gli ostaggi in modo “diplomatico” si erano rilevati inefficaci, in quanto l’imputato, sebbene più volte aveva manifestato l’intenzione di rilasciare il bambino, non aveva dato seguito alle sue parole. Durante queste “trattative”, l’imputato aveva minacciato più volte gli agenti, dicendo che se fossero entrati o avrebbe visto la faccia di un poliziotto, gli avrebbe sparato.
La fase di negoziazione si protraeva sin verso le ore 07.45 quando, un’esplosione all’interno dell’appartamento, aveva dato inizio ad una seconda irruzione degli agenti del corpo speciale.
In questo contesto, le regole d’ingaggio e le tattiche d’intervento prevedono l’irruzione immediata, ritenuto come l’imputato avrebbe potuto uccidere o ferire un ostaggio e un rapido intervento avrebbe potuto salvare le persone sequestrate”.
L’imputato, rimasto solo in casa con gli ostaggi, ha continuato a tenere sotto il proprio controllo, arma in pugno, moglie e bambino, sorseggiando superalcolici.
Agli atti vi sono le registrazioni di tre telefonate tra gli agenti mediatori, le prime due con tale _ e la terza con tale _, e il IM 1.
Nella prima, durata quasi un’ora e mezza, il mediatore, dopo essere entrato per quanto possibile in empatia con l’accusato, ha cercato più volte di convincerlo a liberare, nello stesso interesse del sequestratore, incondizionatamente gli ostaggi, incontrando sempre l’opposizione del IM 1, il quale ribadiva che gli agenti mai avrebbero dovuto entrare in casa, con chiaro riferimento all’episodio della forzatura della porta d’entrata. Va detto che, in questi frangenti, pur avendoli sotto controllo, entrambi gli ostaggi hanno preso sonno, uno sul divano e l’altro sulla poltrona.
A nulla è valsa anche la seconda telefonata, durata poco più di sette minuti, effettuata sempre dal primo mediatore, _, il quale lo ha più volte invitato a liberare almeno il bambino. Invano, pur dichiarandosi contrario di principio, IM 1 ha riferito che lo avrebbe fatto con calma al suo risveglio senza intervento della polizia e soprattutto senza armi, avvertendo che il giubbotto antiproiettile non sarebbe servito agli agenti
“perché se sparo io sparo nella testa”
.
Attorno alle 07.15 i mediatori hanno effettuato una terza ed ultima chiamata. Questa volta alla cornetta si è presentato tale _, identificandosi come il superiore di _. IM 1 in un primo tempo ha manifestato il suo disappunto per il cambiamento dell’interlocutore. In seguito quest’ultimo lo ha più volte esortato a liberare il bambino e a desistere nella presa d’ostaggi. IM 1 che, pur continuando a bere, non ha mai dato l’impressione di non capire i termini della conversazione, ha più volte detto che avrebbe liberato il bambino quando voleva lui e senza la presenza della polizia. Invitato ad arrendersi incondizionatamente, ha opposto che non voleva finire in prigione per 6 anni. L’interlocutore non gli ha promesso l’impunità, ma lo ha invitato ad arrendersi nel suo interesse, perché per fortuna non era successo nulla di grave, non aveva sparato e nessuno si era fatto male, spiegandogli che sarebbe stato portato in centrale per chiarire i fatti e che, sulla questione prigione sì o no, si sarebbe pronunciato un giudice che avrebbe certamente tenuto conto, a suo favore, il fatto di essersi arreso. Tutti questi tentativi sono però risultati vani. IM 1 ha continuato a mantenere il possesso degli ostaggi, quantunque dormissero: ogni qualvolta che _ lo portava al dunque, ossia la liberazione incondizionata del bambino, egli ha opposto il suo rifiuto. Verso la fase finale della conversazione i toni dell’agente si sono fatti più decisi, anche se non ha mai perso la pazienza e ha sempre mantenuto un esemplare sangue freddo. L’accusato, ormai accortosi che non avrebbe potuto farla franca, invece di consegnarsi, ha voluto alzare i toni della minaccia e, per dimostrare che non scherzava e che pertanto era meglio per tutti che gli agenti lo lasciassero in pace, ha ricordato all’interlocutore che, se la volta precedente (ossia durante l’intervento delle 02.00) ancora la pistola non era carica, ora lo era e, per provare la sua determinazione, ha esploso, intenzionalmente, il primo colpo. Che il colpo sia stato sparato intenzionalmente, oltre che dal fatto che dalla registrazione non si sentono movimenti di carica o di posa della cornetta (necessaria poiché per armare l’arma occorre inevitabilmente l’uso di entrambe le mani) che lo hanno preceduto, lo si capisce in modo inequivocabile dalla registrazione (dalla sua trascrizione e soprattutto dalla sua audizione) della telefonata stessa:
“sai, quando sono entrati quei due imbecilli qui (ndr chiaro riferimento agli agenti intervenuti alle 02.00) di merda qui (....), la pistola non era carico, adesso l’ho caricata. C’è vuoto
”. In altri termini:
“guarda che quando sono intervenuti i tuoi colleghi prima, l’arma non era carica, ma adesso lo è e, per dimostrarti che è come dico io, ascolta questo, e da lì ha esploso il colpo!”
.
Da tale esplosione moglie e figlio si sono risvegliati improvvisamente.
Di tutta evidenza si è trattato di un colpo esploso intenzionalmente, per ribadire la sua risolutezza a non volersi arrendere alla polizia. Da lì in poi agli agenti non è rimasta che la decisione più estrema, ossia l’intervento con la forza.
d) Ne discende che si è trattato di una presa d’ostaggi aggravata per le minacce e per l’uso dell’arma, carica, da cui ha intenzionalmente esploso un colpo, nello stesso locale dove dormivano la moglie e il di lei figlio. Gravi minacce espresse per costringere la polizia a non intervenire e liberare finalmente gli ostaggi.
4. L’accusa di tentato omicidio intenzionale sub. di esposizione a pericolo della vita altrui
a) Udito il colpo di pistola le forze dell’ordine hanno deciso per l’irruzione nell’appartamento. Una volta giunti all’interno hanno ingiunto nuovamente al IM 1 di arrendersi. Invano. Questi si è invece fatto scudo con il bambino rivolgendo la pistola, pronta a sparare - tant’è che aveva poco prima esploso un colpo durante la citata conversazione con il mediatore – sia contro il bambino stesso sia contro gli agenti intervenuti. Soltanto il sangue freddo di uno degli agenti, che è riuscito ad approfittare di un attimo di distrazione dell’accusato per sferrargli un colpo di disturbo al volto, ha permesso di finalmente destabilizzarlo, disarmarlo e liberare gli ostaggi dal loro incubo. Il tutto non senza che l’accusato facesse resistenza, tanto è vero che durante la colluttazione che è seguita al colpo infertogli dall’agente, ha esploso ben due colpi che non hanno miracolosamente colpito nessuno. Sempre dal rapporto di polizia:
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La seconda irruzione del gruppo speciale ha avuto inizio appena udita un’esplosione provenire dall’appartamento dell’imputato. A questo secondo intervento partecipavano nove agenti del reparto speciale, unitamente al capo impiego, e meglio:
- _, tenente della Polizia Cantonale
- _ Sgtm della Polizia Cantonale
- _ Sgtm della Polizia Cantonale
- _ Sgt della Polizia Cantonale
- _ Caporale della Polizia Cantonale
- _ Caporale della Polizia Cantonale
- _ Caporale della Polizia Cantonale
- _ Appuntato della Polizia Cantonale
- _ Appuntato della Polizia Cantonale
- _ Appuntato della Polizia Cantonale
Il capo impiego dell’intervento – _ – Tenente della Polizia Cantonale , nel descrivere questa seconda irruzione, nonché l’atteggiamento dell’imputato, si è espresso nella seguente maniera
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
:
"
...Al momento in cui è partito il colpo mi trovavo all’esterno del palazzo, sul piazzale. Sono salito nell’appartamento, dove erano già entrati gli agenti _. Mi sono subito accorto che la situazione era difficile e praticamente gli agenti si trovavano confrontati ad una situazione simile a quella del primo intervento, così come mi era stata descritta.
Gli agenti erano arrivati fino all’angolo della sala e sbarravano il passaggio. Io li ho seguiti e ho visto che IM 1 era in piedi circa al centro del soggiorno, a circa un metro, un metro e mezzo dal tavolo che si trova a sinistra, così come si vede nella fotografia 6-8 che mi viene sottoposta. Alla destra di IM 1 vi era il bambino, mentre alla sua sinistra la donna...”
"
...IM 1 cinturava con il braccio con il quale impugnava la pistola le spalle del bambino, mentre spostava la pistola a volte verso la Polizia, a volte contro il bambino e a volte contro la donna...”
"
...Vista quella situazione ho ordinato agli agenti di retrocedere e da parte mia mi sono avvicinato a IM 1, parlandogli e cercando di attirare la sua attenzione verso di me, poiché sapevo che il gruppo che sarebbe entrato dal balcone aveva bisogno di un diversivo. Sono rimasto circa un minuto e mezzo , due minuti a parlare con IM 1...”
"
...Preciso che mentre colloquiavo con IM 1 mi sono avvicinato lentamente a lui in modo tale che la sua attenzione, come pure l’arma, fosse rivolta verso di me e non verso il bambino o la donna...”
"
...Durante la conversazione che ho avuto con IM 1 l’ho più volte invitato a consegnarmi l’arma, gli ho detto di tutto e di più per distrarlo, cercando anche di improvvisare. Da parte sua mi minacciava, dicendomi di uscire, ma non ricordo nel dettaglio cosa mi dicesse. Durante la conversazione ho avuto modo di vedere l’impatto sul muro del colpo che aveva esploso, e ho capito che non aveva munizioni a salve.
ADR: che durante tutto quel periodo IM 1 ha sempre tenuto il dito nel grilletto. Il cane era armato. Io ho tenuto sempre l’attenzione su di lui, guardando l’arma, il suo movimento e guardandolo negli occhi. Per non tradirmi non ho mai guardato verso il balcone. Mi ero avvicinato a IM 1 al punto che mi mancava un passo per raggiungerlo. La mia intenzione era quella di poter reagire e proteggermi nel caso in cui mi avesse sparato. Improvvisamente IM 1 si è girato di scatto verso gli agenti entrati dal balcone.
La reazione di IM 1 mi ha sorpreso, perché pensavo non si fosse accorto dell’entrata degli agenti. Quando lui ha puntato l’arma contro di loro è stato subito bloccato a terra...”
L’agente del reparto speciale che è entrato dal balcone e faceva parte del gruppo che ha neutralizzato IM 1, si è espresso nella seguente maniera
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
:
"
...Quando vi è stata l’esplosione del primo colpo, io mi trovavo ancora in quella posizione. Mi sono quindi precipitato con i colleghi nell’appartamento, sia quelli usciti dall’appartamento di fronte, sia quelli posizionati al piano superiore. Sono entrato nell’appartamento e mi ricordo di essere stato spinto all’interno della camera, che si trova proprio di fronte all’entrata. Quando sono entrato vi era un ammassamento di colleghi verso il soggiorno. Dalla mia posizione non vedevo né l’imputato, né la donna, né il bambino.
Ad un certo punto qualcuno ha gridato “il balcone”. Io e i due colleghi già menzionati in precedenza siamo usciti dal palazzo e ci siamo recati sul balcone mediante la scala. Prima di salire la scala ci siamo velocemente organizzati...”
"
...Il nostro compito era quello di prendere di sorpresa l’imputato, cercando di non fare rumore. Io ho superato il collega con lo scudo, ho aperto lentamente la porta finestra del balcone e la tenda e sono entrato con un piede all’interno del locale. Ricordo molto bene che a quel momento IM 1 si è subito girato verso di me puntandomi la pistola al volto. La distanza tra di noi era di circa un metro, mentre la sua pistola era a circa 20 cm dalla visiera del casco. Istintivamente ho reagito dando un pugno al volto di IM 1. Portavo i guanti e non impugnavo la pistola. Se avessi reagito impugnando la pistola che tenevo alla coscia, avrei perso del tempo importante...”
"
...Con il pugno inferto a IM 1 sono riuscito a destabilizzarlo e ricordo che si è spostato verso il lato sinistro, e meglio verso il frigo e la libreria che si vedono nelle fotografie n.7 e 8 che mi vengono sottoposte. Non ho mollato il contatto con lui e ho seguito il suo movimento bloccandogli il polso della mano con la quale impugnava la pistola.
ADR che ho preso con le due mani il suo polso destro e ho spinto il braccio verso il basso mentre nel contempo ho spinto con il mio fianco cercando di metterlo a terra...”
"
...ADR che mi sono accorto in quei momenti che sono stati esplosi due colpi. Il primo quando ho bloccato il polso del IM 1 tenendo la pistola verso il basso in direzione del pavimento, il secondo quando ho fatto il movimento rotatorio appena descritto. Anche questo colpo è stato esploso verso il basso. In quei momenti IM 1 non ha mai mollato la pistola, l’ha sempre impugnata, anche quando era a terra. Lui non è più riuscito ad esplodere colpi perché la pistola si era inceppata...”
Il secondo agente del reparto speciale entrato dal balcone, ha descritto la situazione venutasi a creare dopo lo sparo nella maniera seguente
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
:
"
...Sono rimasto in quel monovolume fino al momento in cui vi è stata la prima esplosione a seguito della quale siamo intervenuti.
A quel momento, dapprima sono entrato all’interno del palazzo, ma poi visto che eravamo in tanti sono uscito all’esterno con due colleghi perché il nostro compito era quello di entrare nell’appartamento dal balcone. Sono stato il primo a salire dalla scala. Con me avevo lo scudo e la mazza che doveva servire per rompere la finestra. Portavo il giubbotto antiproiettile, ma non il casco balistico perché quando ero rimasto nel monovolume l’avevo tolto nell’eventualità che avrei dovuto correre. Ero armato con la pistola d’ordinanza.
Arrivato sul balcone mi sono accorto che la porta finestra era aperta, ma le tende erano tirate e non si vedeva all’interno. Pensando che l’imputato fosse distratto dall’intervento dei miei colleghi, abbiamo deciso di guardare all’interno aprendo le tende. Ci siamo accorti che lui era di spalle. Io sono stato il secondo agente ad entrare nell’appartamento. Il mio collega che mi ha preceduto è andato dritto verso il divano, mentre io verso sinistra passando davanti alla poltrona che si vede nelle fotografie 7 e 8 che mi sono state mostrate, in modo tale da “aprirci”. Dopo pochi secondi IM 1 si è girato e ha puntato la pistola contro di noi. Io ero di fianco al mio collega a circa un metro di distanza, mentre IM 1 era a circa due metri di fronte a me...”
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...A quel punto il mio collega l’ha colpito con un pugno al volto. L’ha colpito con il pugno destro e IM 1 ha fatto un movimento rotatorio verso sinistra, verso la parete con la televisione. Io gli ho afferrato il braccio sinistro, mentre il mio collega quello destro, con il quale impugnava la pistola. Tutti e tre siamo andati a sbattere contro la televisione e poi siamo andati a terra. Ricordo che eravamo già a terra quando ho sentito l’esplosione di due colpi...”
"
...Mi vengono mostrate le fotografie n. 25 e 28 della Polizia scientifica relative alla traiettoria dei due colpi esplosi, uno nel frigo e l’altro contro la gamba del tavolo. Io avevo il ricordo che i colpi fossero stati esplosi quando eravamo a terra, ma siccome tutto si è svolto in una frazione di secondo, è possibile che il primo sia stato esploso quando IM 1 era ancora in piedi...”
L’ultimo agente del reparto speciale – _ – caporale della Polizia Cantonale, il quale faceva parte del gruppo entrato nell’appartamento attraverso la finestra balcone, si è espresso come segue
(estrapolazioni effettuate dal verbale _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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"
...Mi trovavo ancora vicino alla porta d’entrata del palazzo, quando ho sentito uno sparo. Mi sono spostato verso il balcone e con i due colleghi siamo risaliti. Io ero l’ultimo dei tre. Avevo le mani libero ed ero equipaggiato con giubbotto antiproiettile, casco balistico e con l’arma d’ordinanza...”
"
...Al momento in cui siamo entrati, l’imputato si è girato verso di noi e ci ha puntato contro la pistola. La mia visuale era parzialmente impedita dai miei due colleghi che mi precedevano e non ricordo di aver visto il bambino, in questo primo momento. Ricordo invece di aver visto una “massa” di persone costituita dall’imputato e da sua moglie. Entrando dal balcone l’imputato e la moglie si trovavano circa al centro del locale, l’uomo sulla destra e la donna sulla sinistra. Non saprei dire se lui trattenesse la donna e se vi era contatto tra di loro. A quel momento ho visto il mio collega partire e colpire IM 1 con un pugno alla faccia. IM 1 si è spostato verso sinistra, verso il mobile, seguito dai miei due colleghi che lo bloccavano.
A quel momento mi sono accorto del bambino, che era in piedi vicino all’angolo sinistro della poltrona, dalla mia prospettiva. Guardando la fotografia n.8 della Polizia Scientifica che mi viene sottoposta, lui era dal lato dove è indicata la freccia rossa. Ho visto che il bambino era trascinato dalla massa costituita da IM 1 e dai miei due colleghi. Non so dove si trovasse la donna in quel momento. Non saprei dire perché il bambino era trascinato, ossia se qualcuno lo tratteneva oppure no. Quando ho visto il bambino mi sono precipitato per proteggerlo e fargli scudo. A quel momento ho visto le due fiammate dell’esplosione dei due colpi. La pistola si trovava poco distante da me e dal bambino, all’altezza della mia anca destra...”
"
...A domanda dell’avv. DUF 1 rispondo che quando sono partiti i due colpi IM 1 non era ancora a terra e il bambino era ancora vicino a lui, assieme al sottoscritto e lo proteggevo...”
Mentre i tre agenti menzionati stavano facendo irruzione dal balcone, vi erano altri sei agenti che penetravano nell’appartamento dalla porta principale forzata con la pressa idraulica nel precedente intervento.
L’agente _ – sgtm della Polizia Cantonale, ha spiegato quanto segue
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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"
...Al momento in cui abbiamo sentito lo sparo siamo intervenuti all’interno dell’appartamento. Ricordo che all’interno dello stesso filtrava già un po’ di luce perché erano circa le 07.30, anche se con precisione non so indicare l’orario. Il corridoio era illuminato e credo anche il soggiorno. Io, con due uomini, mi sono recato verso il soggiorno. Io ero preceduto da un agente con lo scudo, da uno che fungeva da sicurezza e io ero la terza persona...”
"
...Dalla mia posizione ho visto l’imputato in piedi nella sala. Davanti a lui teneva il bambino con il braccio sinistro, mentre con la mano destra puntava la pistola contro il bambino e contro di noi...”
"
...ADR che quando l’imputato puntava la pistola contro il bambino ho visto che una volta gliel’ha puntata sul fianco, poi davanti e poi la puntava contro di noi. Non posso dire se gliel’abbia puntata alla testa.
ADR che non posso dire se la pistola fosse carica, se lui avesse il dito nel grilletto e se il cane fosse armato. Presumevo che l’arma fosse carica perché aveva appena esploso un colpo. In quelle situazioni è molto difficile capire se l’arma è o meno carica, anche se per noi, in questi interventi, l’arma viene sempre considerata carica.
A domanda dell’avv. DUF 1, che mi sottopone le fotografie della fase 24 e 25 della ricostruzione fotografica effettuata con la vittima, rispondo che il bambino non era seduto ma vedevo tutti e tre di fronte a me. Di sicurot l’imputato teneva il bambino con il braccio e si era accovacciato alla sua altezza. Per me il bambino non era seduto.
Io ho intimato all’imputato di gettare l’arma e di parlarne, ma lui rispondeva di uscire dall’appartamento. Ricordo che anche la donna ci ha detto di uscire...”
"
...A quel punto siamo indietreggiati nel corridoio dell’appartamento in modo da toglierci dalla vista dell’imputato e per lasciare il posto ad un collega non “bardato”, affinché potesse avere un contatto con l’imputato. Il collega era in civile e credo che portasse solo il gilet o la giacca con la scritta Polizia. Siamo indietreggiati fino all’altezza della porta d’entrata dell’appartamento. Io sapevo che un altro gruppo sarebbe intervenuto dal balcone ed è per questo che noi avremmo dovuto attirare l’attenzione dell’imputato per distrarlo. Mentre ci trovavamo fuori dalla vista dell’imputato ho sentito l’esplosione di due colpi. Non ho visto le circostanze in cui li ha esplosi, perché quando sono avanzato l’imputato era già stato bloccato a terra da un collega. Era nella fase dell’atterramento...”
Un secondo agente – _ – Sgtm della Polizia Cantonale, ha spiegato la seconda irruzione dalla porta principale nella seguente maniera
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 12 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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...Verso le ore 07.30 circa il mio capo era appena salito con l’ascensore al secondo piano per darmi la data d’ordine per l’intervento, quando abbiamo sentito uno sparo.
A quel punto il mio capo mi ha dato l’ordine di intervenire. Il primo gruppo che è entrato nell’appartamento è stato quello che si trovava nell’appartamento n.3. Io e il mio gruppo ci siamo accodati e mischiati con gli altri agenti.
Entrato nell’appartamento ho controllato gli altri locali per vedere se la donna e il bambino fosse stati in quei locali, ma non c’erano. Mi sono messo dietro agli altri agenti e da quella posizione ho visto che l’uomo teneva con il braccio sinistro una persona, ma non so dire se era la donna o il bambino. Lui si era abbassato all’altezza della persona che teneva e le puntava contro la pistola. Nel contempo ci diceva di andare via. Non ricordo se minacciava di spararci o di sparare alla persona che teneva. Ricordo comunque che si era abbassato e che la visuale che avevo in quel momento non era uguale a quella precedente. Ci è stato quindi ordinato di ripiegare e siccome io ero uno degli ultimi che ero entrato, sono stato anche il primo ad uscire all’esterno.
Noi siamo usciti, mentre all’interno è rimasto il mio Ufficiale vestito in civile, che ha iniziato a parlare con l’uomo.
Siamo usciti tutti sul pianerottolo e dopo circa un minuto, un minuto e mezzo, ho sentito un altro sparo. A quel punto siamo entrati e ho visto che alcuni colleghi aveva già bloccato l’uomo a terra...”
_ – Sgt della Polizia Cantonale, il quale anch’esso ha partecipato alla seconda irruzione passando per la porta principale, ha dichiarato
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 12 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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...Ad un certo punto, mentre mi trovava nell’appartamento n.3, abbiamo sentito l’esplosione di un colpo e abbiamo ricevuto l’ordine di entrare nell’appartamento. Io ero il secondo agente ed ero munito di arma non letale. Entrati nell’appartamento la luce era accesa come in precedenza, la visuale era buona e non ho avuto bisogno della pila.
Entrati nell’appartamento siamo girati verso destra, nella sala. Della situazione che ho visto ho un ricordo abbastanza indelebile. Ricordo di aver visto l’uomo in piedi, grossomodo al centro della sala, con il braccio sinistro teneva il bambino all’altezza del busto, mentre con la mano destra gli puntava la pistola al fianco destro del bambino. Non saprei dire se aveva nuovamente il dito nel grilletto e il cane armato, ma quello che ho notato di sicuro è che l’uomo si faceva scudo del bambino, si era abbassato alla sua altezza e gli puntava con forza la pistola nel fianco. Ho prestato particolare attenzione a questi dettagli poiché avevo con me l’arma non letale e dovevo trovare il momento più opportuno per eventualmente sparare un colpo...”
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...A domanda dell’avv. DUF 1 rispondo che quella situazione è durata per un certo tempo, ma non saprei indicare se pochi minuti o di più. In ogni caso ci siamo bloccati e non abbiamo potuto intervenire sull’uomo e il capogruppo ci ha ordinato di retrocedere. Mentre facevamo quel movimento mi sono accorto che qualcuno interveniva con abiti civili ma con le dovute protezioni per cercare il contatto con l’uomo e tenere un profilo più basso...”
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...Noi siamo retrocessi fino a circa all’altezza della porta d’entrata. In quel momento c’è stato un assembramento di agenti nel corridoio, per cui mi sono trovato in posizione retrocessa e non ho più avuto la visuale sulla sala e quindi non vedevo cosa succedeva.
Ho udito degli spari, ma non ho potuto vedere in che circostanze sono stati esplosi. Io ho seguito l’onda degli altri agenti e sono tornato nella sala. Ho incrociato un collega con il bambino e la donna che uscivano, mentre nella sala ho visto l’uomo a terra che veniva bloccato da due colleghi...”
_ – caporale della Polizia Cantonale, ha spiegato la seconda irruzione con queste parole
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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...Durante queste discussioni ad un certo punto abbiamo sentito l’esplosione di un colpo. Sono sceso con i colleghi al primo piano e assieme a quelli del primo gruppo siamo entrati nell’appartamento. Eravamo in tanti e io sono entrato nella camera di fronte alla porta d’entrata. Quando IM 1 ci ha ordinato di uscire dall’appartamento io e un collega abbiamo pensato di rimanere nella camera, che era al buio, nella speranza che quando tutti gli altri fossero usciti IM 1 si avvicinasse alla porta. In quel momento l’avremmo bloccato . La situazione è invece mutata e siamo usciti...”
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...Quando noi siamo usciti, all’interno dell’appartamento è rimasto l’Ufficiale. Io sentivo urlare e poi abbiamo sentito un altro colpo e siamo entrati nell’appartamento. Ricordo di aver visto IM 1 a terra, bloccato da tre colleghi..”
_ Appuntato della Polizia Cantonale, nello spiegare la seconda irruzione di quella mattina, ha dichiarato
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 18 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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...Al momento in cui è stato esploso il colpo ho seguito i colleghi all’interno dell’appartamento. Sono svoltato a sinistra e mi sono recato nella camera in fondo all’appartamento. Questa mia posizione non era stata pianificata, ma sono stato io a decidere di andare verso quella camera perché non sapevo dove fosse l’imputato. La camera era vuota...”
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...ADR che quando sono entrato nell’appartamento non ho visto cosa succedeva alla mia destra, ossia verso il soggiorno. Sono intervenuto nel soggiorno solo in seguito e lì ho visto l’imputato già a terra, bloccato da uno o più colleghi. Io li ho aiutati tenendo per una gamba l’imputato...”
Da ultimo, la versione rilasciata dall’agente – _ – appuntato della Polizia Cantonale, il quale ha spiegato
(estrapolazioni effettuate dal verbale di _ redatto il 12 aprile 2011 dinnanzi al Procuratore Pubblico PP 1)
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...Quando abbiamo sentito l’esplosione del colpo sono sceso di corsa dalle scale, ho preso lo scudo che era rimasto nel corridoio al secondo piano e mi sono posizionato davanti alla porta. Sono stato raggiunto dagli altri colleghi e assieme siamo entrati nell’appartamento. Io ero il primo agente con lo scudo di protezione.
Anche a quel momento la luce dell’appartamento era accesa. La luce era diffusa. Io mi assicuravo con lo scudo e con l’arma d’ordinanza con la torcia accesa. Mi sono diretto verso la sala e mi sono posizionato all’altezza dell’angolo sinistro della sala. Da quella posizione ho visto IM 1 che si trovava grossomodo al centro della sala. Con il braccio sinistro teneva il bambino con sé, mentre con la mano destra impugnava la pistola e gliela premeva contro il fianco. IM 1 era un po’ abbassato, “accucciato” all’altezza del bambino e si faceva scudo con lui. Non saprei dire se IM 1 aveva il dito nel grilletto. Non vedevo bene perché forse era coperto da un braccio del bambino...”
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...AD preciso che in occasione di questo secondo intervento io portavo anche il casco balistico. Vista la situazione che si era creata ci siamo bloccati e poi siamo retrocessi nel corridoio, lasciando spazio ad un agente in borghese che ha cercato il contatto con il IM 1.
Ho sentito l’esplosione di un colpo, ma non saprei dire in che circostanze è stato esploso. Siamo quindi tornati verso la sala e ricordo di aver sentito un collega che diceva “ho il bambino”, portandolo fuori. Ho visto altri colleghi che erano entrati dal balcone. Non ricordo se avevano già immobilizzato IM 1 o se lui era ancora in piedi. Non ricordo se, quando sono partiti i colpi, IM 1 era già a terra o era ancora in piedi.
ADR che io non ho partecipato all’immobilizzazione di IM 1, ma sono intervenuto solo a supporto dei miei colleghi. Non ho avuto contatti fisici con lui. In seguito sono uscito dall’appartamento e non ho più avuto contatti di alcun genere...”
b) A mente della Corte non vi sono prove sufficienti per affermare che si è trattato di un tentato omicidio. Se, da un lato, è vero che IM 1 ha puntato la pistola contro gli agenti e gli ostaggi e che dalla stessa sono pure partiti due colpi, è altrettanto vero che questi colpi sono partiti accidentalmente durante la colluttazione volta a disarmarlo e ad arrestarlo. Si tratta, a mente della Corte, di una tipica situazione di messa in pericolo configurante il reato di cui all’art. 129 CP, nella misura in cui, nelle circostanze concrete (arma carica, puntata, disassicurata e con il cane armato, quindi pronta allo sparo così come era noto all’accusato che aveva poco prima esploso un colpo parlando con il mediatore), il pericolo di morte appariva molto probabile, poiché l’imputato si trovava in prossimità di più persone che avrebbero concretamente potuto essere raggiunte da una pallottola, non foss’altro che di rimbalzo (DTF 94 IV 60). Ne discende che l’imputato è stato riconosciuto colpevole di esposizione a pericolo della vita altrui, reato ripetuto e consumato.
VII. La pena
1. Quanto ai criteri determinanti per commisurare la pena, la gravità della colpa è fondamentale. L'art. 47 CP stabilisce esplicitamente che il giudice commisura la pena alla colpa dell’autore tenendo conto della vita anteriore e delle condizioni personali di lui, nonché dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita. Il legislatore ha in sostanza aggiunto la necessità di prendere in considerazione l’effetto che la pena avrà sulla vita a venire del condannato, codificando la giurisprudenza secondo la quale il giudice può ridurre una pena apparentemente adeguata alla colpa del reo se le conseguenze sulla sua esistenza futura appaiono eccessivamente severe (DTF 6B.14/2007 del 17 aprile 2007, consid. 5.2 con rinvii; DTF 128 IV 73 consid. 4 pag. 79; 127 IV 97 consid. 3 pag. 101). Questi aspetti di prevenzione speciale permettono tuttavia solo delle riduzioni marginali, la pena dovendo essere sempre adeguata alla colpa; il giudice non potrebbe ad esempio esentare da pena il reo in caso di delitti gravi (
Stratenwerth
,
Schweizerisches Strafrecht, AT II, Strafen und Massnahmen, n. 72 ad § 6;
Stratenwerth/Wohlers
, op. cit., n. 17 e 18 ad art. 47 CP). Secondo l’art. 47 cpv. 2 CP la colpa è determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo del bene giuridico offeso, secondo la reprensibilità dell’offesa, i moventi e gli obiettivi perseguiti, nonché tenuto conto delle circostanze interne ed esterne, secondo la possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o la lesione. La norma riprende,
mutatis mutandis
, la giurisprudenza relativa all’art. 63 vCP
(Stratenwerth/Wohlers
, op. cit., n. 4 ad art. 47 CP) a mente della quale per valutare la gravità della colpa entrano in considerazione svariati fattori: le circostanze che hanno indotto il soggetto ad agire, il movente, l’intensità del proposito (determinazione) o la gravità della negligenza, il risultato ottenuto, l’eventuale assenza di scrupoli, il modo di esecuzione del reato, l’entità del pregiudizio arrecato volontariamente, la durata o la reiterazione dell’illecito, il ruolo avuto in seno a una banda, la recidiva, le difficoltà personali o psicologiche, il comportamento tenuto dopo il reato (collaborazione, pentimento, volontà di emendamento; DTF 129 IV 6 consid. 6.1 pag. 20; 124 IV 44 consid. 2d pag. 47 con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2 pag. 289).
Vanno inoltre considerati -sempre secondo la citata giurisprudenza- la situazione familiare e professionale dell’autore, l’educazione da lui ricevuta e la formazione seguita, l’integrazione sociale, gli eventuali precedenti penali e la reputazione in genere (DTF 124 IV 44 consid. 2d pag. 47 con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2a pag. 289). Non va trascurata nemmeno la sensibilità personale all’espiazione della pena (
Strafempfindlichkeit
) per rapporto allo stato di salute, all’età, agli obblighi familiari, alla situazione professionale, ai rischi di recidiva ecc. (DTF 102 IV 231 consid. 3 pag. 233; DTF 6B.14/2007 del 17 aprile 2007, consid. 6.4; 6P.152/2005 del 15 febbraio 2006, consid. 8.1 e 6S.163/2005 del 26 ottobre 2005, consid. 2.1 con rinvii; Stratenwerth
,
op. cit., n. 53 segg. ad § 7). Esigenze di prevenzione generale, per converso, svolgono solo un ruolo di secondo ordine. Dice, espressamente, al riguardo il TF: "Considerazioni di prevenzione generale possono influenzare la commisurazione della pena soltanto quando non diano luogo a una pena superiore a quella che corrisponde alla colpa” (DTF 118 IV 342).
Il principio della parità di trattamento, da parte sua, assume rilievo solo in casi eccezionali, nelle rare ipotesi in cui pene determinate in modo di per sé conforme all’art. 47 CP (che ha la stessa portata del previgente art. 63 CP) diano luogo a un’obiettiva disuguaglianza; il confronto tra casi concreti suole invece essere infruttuoso, ogni fattispecie dovendo essere giudicata in base alle sue individualità soggettive e oggettive (DTF 123 IV 150; 116 IV 292; v. anche DTF 124 IV 44 consid. 2c pag. 47). Al riguardo la CCRP ha costantemente affermato e ribadito che per sostenere che una sanzione rientri fra le rare ipotesi in cui pene determinate in modo di per sé conforme all'art. 63 (ora 47) CP diano luogo ad un'obiettiva disuguaglianza, non basta confrontare questo o quell'elemento oggettivo di determinazione della colpa, ma occorrerebbe paragonare tutte le circostanze oggettive, ma anche soggettive, che hanno concorso a determinare la pena, ciò che nella prassi si rivela assai arduo poiché ogni soggetto ha una sua specificità propria e ogni agire fonda le sue radici che gli sono proprie. Sempre la CCRP ha al riguardo precisato che il principio della parità di trattamento suole assumere un ruolo più importante solo all'interno di una medesima fattispecie che coinvolge più imputati (CCRP 5 settembre 2005 in re A., consid. 8h e 13 dicembre 2005 consid. 8f).
2. La colpa dell’imputato è stata ritenuta gravissima.
a) Per quel che è del reato di lesioni semplici va detto che si è trattato di un agire, consumato, di intensità notevole, nella misura in cui la donna è stata presa per il collo e lasciata andare soltanto una volta resosi conto che non poteva respirare.
b) In relazione alla seconda imputazione va rilevato che si è trattato di un reato commesso nelle sue forme più gravi, ai danni non soltanto della moglie, colta in flagrante in atteggiamenti per lui inaccettabili con un altro uomo, ma soprattutto nei confronti del di lei bambino, vittima del tutto estranea al conflitto famigliare e, quindi, assolutamente innocente. Basti al riguardo pensare al fatto che gli ha pure impedito di andare in bagno a fare pipì, tanto era risoluto a tenere tutto sotto il suo controllo. In questo senso l’imputato ha dimostrato un’assenza di scrupoli che non ha da essere ulteriormente motivata.
c) Non meno grave è la colpa di IM 1 in relazione alla terza imputazione, quella di messa in pericolo della vita altrui. Non si è fermato di fronte a nulla, né alla presenza, né agli ordini né tantomeno al colpo destabilizzante di uno di degli agenti. Lui, la pistola, l’ha mollata solo perché gli è stata tolta con la forza, dopo aver sparato altri due colpi che avrebbero potuto uccidere più persone.
d) In definitiva, nel ritenere la colpa di IM 1 siccome gravissima, la Corte ha considerato:
- una forte intensità della violazione dei beni protetti per l’uso ripetuto e sconsiderato dell’arma carica, da cui ha esploso più colpi;
- una risolutezza d’azione fuori del comune perché non si è fermato di fronte a nulla, nonostante ore di estenuanti negoziati è rimasto sordo ad ogni invito, alla mediazione e, poi, agli ordini della polizia;
- un agire esecrabile se solo si pensa che la vittima principale del suo agire è un bambino di 7 anni, del tutto estraneo alle sue problematiche coniugali;
- un’assenza di scrupoli fuori del comune poiché non ha esitato un istante ad usare il bambino come scudo, con l’arma carica e pronta a sparare;
- un movente egoista che lo ha portato, pur di raggiungere il suo scopo, a mettere in pericolo la vita di più persone perché, in fondo, se il tutto non è finito in tragedia lo si deve solo e soltanto al sangue freddo ed all’encomiabile saldezza di nervi degli agenti intervenuti;
- una durata, in particolare della presa d’ostaggi, assai importante, pur considerando che le minacce non sono state proferite durante tutte le quasi otto ore e che nel frattempo le vittime hanno anche potuto prendere sonno;
- il concorso di reati nella misura in cui IM 1, con più atti, ha violato più beni protetti.
e) Le imputazioni di cui ai N 2 e 3 dell’atto d’accusa, pur con le modifiche qui ritenute, configurano dei crimini. In particolare la legge non pone limiti massimi di durata alla pena detentiva comminata così come definita all’art. 40 CP. Ne pone, invece, di minimi, fissando il minimo della pena detentiva in tre anni. Nella fattispecie l’imputato ha agito in un quadro di gravità molto alta, perché ha usato le armi, ha sparato, ha usato un bambino come scudo, e si è fermato solo di fronte all’intervento della polizia.
f) A favore di IM 1 la Corte ha ritenuto innanzi tutto uno stato di scemata imputabilità attorno al 30% come indicato nella perizia giudiziale. Inoltre è stato considerato che, nel movente che ha determinato il suo agire, IM 1 viveva una certa prostrazione nel percepire la fine del suo matrimonio, avendo colto la moglie in un bar, ballare con un altro uomo. Matrimonio, nel senso di relazione sentimentale che, se per lei era da considerarsi finito già dopo l’antefatto, per lui non lo era o almeno così, soggettivamente, non lo viveva. Certo, la disproporzione tra l’offesa così vissuta e l’intensità della violazione dei beni protetti non consente l’applicazione della relativa attenuante specifica dell’art. 48 CP. Tuttavia, di questa situazione personale difficile, la Corte ha tenuto conto a suo favore nel determinare la sanzione. A suo favore la Corte ha pure considerato una certa sensibilità alla pena, nella misura in cui i suoi famigliari non vivono in Ticino e al termine della procedura sarà con ogni probabilità allontanato dal nostro Paese.
g) Per finire, pur non essendo formalmente incensurato, la Corte ha ritenuto una sostanziale assenza di precedenti. Quanto alla collaborazione con gli inquirenti è appena il caso di rilevare che l’accusato ha sì, sostanzialmente, ammesso i fatti, senza tuttavia dimostrare una totale assunzione di responsabilità in punto al fatto che ha aggredito la moglie non appena entrata in casa, dove la attendeva per dimostrarle con violenza il suo disappunto per aver ballato con un uomo al bar e, soprattutto, all’intenzionalità del colpo sparato nelle fasi finali della mediazione. Le scuse formulate in aula agli agenti ai quali avrebbe semmai dovuto tributare un grazie convinto per essersela cavata in definitiva con qualche graffio, ritenuto che, in una situazione del genere, le forze dell’ordine avrebbero anche potuto, a tutela del bambino, far fuoco contro di lui, tanto che sul posto erano pure piazzati i cecchini ed il fatto di aver accettato il divorzio sono parsi un primo, significativo passo verso l’assunzione piena di responsabilità.
h) Tutto ciò considerato e ben ponderato, la Corte ha ritenuto equa una pena detentiva di sei anni.
i) Come suggerito dal perito, l’accusato, che ha manifestato il suo consenso alla misura, è sottoposto a trattamento ambulatoriale ex art. 63 CP, da eseguirsi già in espiazione di pena. Nell’intento della Corte vi è, tuttavia, il chiaro monito che l’esecuzione di tale trattamento non dovrà, in ogni caso, ostacolare l’esecuzione dei provvedimenti amministrativi di competenza delle autorità amministrative in materia di stranieri.
j) Egli deve infine subire la confisca dell’arma, delle munizioni e degli accessori in quanto corpus sceleris.
VIII. Le pretese delle parti danneggiate
1. La decisione della Corte d’assise sulle pretese di diritto civile presuppone, oltre alla condanna dell’accusato (art. 266 e 272 CPP), l’esistenza di dati sufficienti (art. 267 CPP) che possano essere raccolti senza ritardare il corso dell’azione penale (art. 265 CPP), in difetto di che l’istante è rinviato al foro civile, con la possibilità di accordargli un risarcimento parziale (art. 267 CPP). Giusta il combinato disposto di cui agli artt. 9 LAVI e 94 CPP, inoltre, se la parte civile è vittima di reati che hanno leso direttamente la salute fisica, sessuale o psichica, la Corte può giudicare dapprima la fattispecie penale e trattare in seguito le sue pretese pecuniarie nei confronti del condannato oppure – ove ciò comporti un dispendio sproporzionato e non si tratti di pretese di lieve entità – limitarsi a prendere una decisione di principio sul diritto al risarcimento, con rinvio per il rimanente al foro civile (DTF 122 IV 37).
2. In linea con la prassi dei nostri tribunali e con l’evoluzione della stessa, non disponendo di migliori informazioni circa le conseguenze effettive, sulla salute delle vittime, ha riconosciuto un’indennità per torto morale a favore di Y. di fr. 5'000.- e di fr. 3'000.- a favore della moglie. Per il resto è stato riconosciuto il principio del risarcimento, per la quantificazione del quale, unitamente agli eventuali danni futuri, gli accusatori privati sono rinviati a foro civile.
3. Per quel che è delle spese di patrocinio delle parti civili, considerato che beneficiano del gratuito patrocinio, la nota professionale sarà oggetto di giudizio separato, ritenuto che l’importo, riconosciuto dallo Stato, è pure da porre a carico dell’imputato condannato.
Visti gli artt.:
12, 19, 40, 47, 49, 51, 63, 69, 123, 129, 185, 285 CP;
33 LArm;
135, 422 e segg. CPP e 22 TG sulle spese;

## Considerations