# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** a32a881c-c9ac-5eef-b707-63b6caed2080
**Court:** TI_TRAC
**Chamber:** TI_TRAC_001
**Year:** 1995
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** 

## Facts

in fatto:
A.
Fra il Comune di _ e il Comune di _ è sorta all'inizio degli anni Ottanta una contestazione vertente sull'attribuzione della proprietà dell'acquedotto _. Nell’ambito della costruzione della strada nazionale N2, l’Ufficio strade nazionali (USN), intenzionato a costruire una strada forestale fra _ (_) e _ (_), si era dichiarato disposto a realizzare un acquedotto lungo il tratto _, per servire i monti di _ e _. Le trattative fra gli enti pubblici e l’USN, iniziate nel 1982, prevedevano inizialmente che ad opera ultimata la proprietà dell’acquedotto sarebbe stata ceduta al Comune di _ (promemoria 16.6.1982, doc. G; Messaggio municipale _/_ _, doc. L). Il finanziamento doveva essere coperto con contributi del Comune di _, del Patriziato di _ e dei proprietari interessati all’opera. Per divergenze insorte sulla politica tariffaria adottata dal comune di _ e non condivisa da quello di _, la conclusione degli accordi, nonostante l’intervento dell’USN, apparve compromessa e solo dopo un perentorio ammonimento dell’USN fu possibile trovare un accordo.
In data 29 luglio 1986 venne infine sottoscritta fra l’USN e i due Comuni interessati una convenzione che prevedeva le modalità di finanziamento dell’acquedotto e l’assunzione della proprietà dell’acquedotto da parte dei Comuni entro i limiti dei rispettivi confini giurisdizionali. Il Comune di _ rinunciava in particolare all’assunzione in proprietà e gestione dell’acquedotto fuori dei propri confini (cfr. Messaggio municipale n. _/_). In considerazione delle difficoltà verificatesi e del cambiamento rispetto all’impostazione originale delle trattative, il Consiglio Comunale di _ rifiutò di ratificare la suddetta convenzione (doc. AA, verbale della seduta del Consiglio comunale del 28.11.1988). Il Consiglio comunale di _, nella seduta del 20 ottobre 1986, ha invece approvato la convenzione (doc. _).
Nell'ambito di una procedura cautelare pendente presso la Pretura di Leventina fra diversi proprietari privati interessati alla fornitura d'acqua e il Comune di _, le parti convennero all'udienza del 19 novembre 1991 di sottoporre ai due Comuni interessati la possibilità di far decidere la contestazione da un arbitro. La proposta fu approvata da entrambi i Consigli comunali e fu così sottoscritto il compromesso arbitrale con il quale i due Comuni hanno designato arbitro unico l'avv. _. L'arbitro è stato incaricato di giudicare "
de bono et aequo
e con perfetta imparzialità" (compromesso arbitrale 17.2.1992, punto 1) ed alla vertenza è stato dichiarato applicabile il Codice di procedura civile ticinese, il diritto svizzero e il Concordato sull'arbitrato del 27 marzo 1969 (punto 2).
B.
Il Comune di _ ha avviato la procedura arbitrale con petizione 24 aprile 1992, nella quale ha chiesto che il Comune di _ fosse condannato a sottoscrivere con il Patriziato di _ un contratto costitutivo di servitù di condotta ai sensi dell'art. 676 CC, nel senso che l'impianto posto sotto la strada del Patriziato di _ fosse riconosciuto di proprietà esclusiva del Comune di _.
Con risposta 19 giugno 1992 il Comune di _ si è opposto alla petizione, postulando in via di riconvenzione che il Comune di _ sia condannato a sottoscrivere con il Patriziato di _ un contratto costitutivo di servitù di condotta ai sensi dell'art. 676 CC, nel senso che l'impianto posto sotto la strada del Patriziato di _ fosse riconosciuto, limitatamente al tratto posto entro i confini giurisdizionali del Comune di _, di proprietà esclusiva di quest’ultimo.
L'attore con replica e risposta riconvenzionale 18 agosto 1992 si è opposto alla riconvenzione, confermando quanto chiesto in petizione. Nei successivi allegati le parti si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro precedenti allegazioni, contestando quelle di controparte.
C.
Con lodo del 29 novembre 1993 l'arbitro ha accolto integralmente la petizione inoltrata dal Comune di _, respingendo la riconvenzione di controparte. Egli ha ripartito le spese della procedura arbitrale di complessivi fr. 7'000.– in ragione di metà ciascuno, adducendo che tale ripartizione si imponeva in equità.
D.
L’attore chiede con ricorso per nullità ai sensi dell’ art. 36 lett. f CIA l'annullamento del punto 3 del dispositivo del lodo arbitrale, concernente la ripartizione delle spese e l'assegnazione delle ripetibili. L’appellante propone che gli atti siano rinviati all'arbitro per una nuova decisione conforme ai principi di cui agli art. 148 segg. CPC (art. 40 cifra 4 CIA).
E.
Con osservazioni 20 gennaio 1994 il Comune di _ postula la reiezione del gravame.

## Considerations

Considerato
in diritto:
1.
A norma dell’art. 36 lett. f CIA un lodo arbitrale può essere impugnato perché arbitrario, siccome fondato su accertamenti di fatto palesemente in contrasto con gli atti o perché configura una manifesta violazione del diritto o dell’equità
(Rep.
1985, pag. 149;
Jolidon
, Commentaire du Concordat suisse sur l'arbitrage, n. 93-95 ad art. 36 CIA;
Rüede/Hadenfeldt
, Schweizerisches Schiedsgerichtsrecht, 2 ed., p. 345 e segg.).
Il ricorso per nullità costituisce un rimedio di carattere straordinario che, come la cassazione, è proponibile solo ed in quanto sia dimostrata la ricorrenza degli estremi di uno o più motivi previsti dalla legge ( cfr. art. 3 cpv. 3 del Decreto legislativo di applicazione del concordato intercantonale del 17 febbraio 1991 che dichiara applicabili le norme relative al ricorso per cassazione civile;
Guldener,
Das Schweizerische Zivilprozessrecht, 3
a
edizione, p. 478;
Habscheid
, Droit judiciaire privé suisse, p. 524;
SJZ
1976, p. 248;
II CCA
20 luglio 1994 in re C./S.).
Questo motivo di nullità si confonde con la censura di arbitrio, dedotta dal Tribunale federale dall'art. 4 Cost. (
DTF
115 II 103, consid. 2 con rinvio). Ne consegue che alla Camera civile di appello, per quanto investita del ricorso per nullità ai sensi dell'art. 36 lett. f CIA, compete solo l'obbligo di vagliare se la decisione querelata sia inficiata di arbitrio per grave violazione di una norma o principio giuridico, o se i fatti posti alla base del giudizio siano palesemente in contrasto con gli atti e le risultanze processuali.
In tale accezione il solo fatto che esista una soluzione alternativa preferibile a quella adottata non basta a denotare arbitrio (
DTF
119 Ia 117 condid. 3 e rinvii).
2.
Nel caso in esame il ricorrente adduce che la ripartizione delle spese e delle ripetibili operata dall'arbitro sarebbe arbitraria. Vista l’integrale soccombenza della parte convenuta l’arbitro avrebbe infatti dovuto, in applicazione delle norme del Codice di procedura civile ticinese, segnatamente l’art. 148 cpv. 1, porre a carico della parte appellata tutte le tasse e spese di giustizia.
Dal compromesso arbitrale sottoscritto dalle parti il 17 febbraio 1992 emerge che le parti hanno deferito all'arbitro il giudizio "
de bono et aequo
" ma hanno dichiarato applicabile il Codice di procedura civile ticinese e il diritto svizzero, nonché le norme contenute nel Concordato sull'arbitrato del 27 marzo 1969 (compromesso arbitrale del 17 febbraio 1992, p. 1). In corso di causa le parti sembrano aver limitato il richiamo all'equità, nel senso che alla vertenza l'arbitro avrebbe dovuto applicare il diritto positivo e solo in via sussidiaria i principi dell'equità (cfr. petizione pag. 2; risposta con riconvenzione p. 3). Si potrebbe a tal punto porsi la questione di sapere se una simile deroga convenzionale al compromesso arbitrale sia effettivamente vincolante. La questione nella fattispecie può rimanere aperta in quanto le parti hanno espressamente richiamato l'applicazione del Codice di procedura ticinese e il problema che riguarda la fattispecie odierna è di natura procedurale. La dottrina e la giurisprudenza hanno affermato che l'arbitrato in equità si limita alle questioni di merito e non a quelle di procedura (
Jolidon,
op. cit., p. 447 n. 72 ad art. 31 CIA;
Lalive/Poudret/Reymond
, Le droit de l'arbitrage, ad art. 31, p. 173 e riferimenti ivi citati;
JDT
1981 III 92 n. 11).
3.
Nell’ambito della ripartizione di spese e ripetibili, il tribunale arbitrale dispone di un potere d’apprezzamento molto ampio, dovendosi praticamente ispirare solo ai principi generali comuni alle diverse regolamentazioni statali (
Jolidon,
op. cit., p. 478). L'art. 148 CPC enuncia al suo primo capoverso il principio della ripartizione delle spese e delle ripetibili secondo il principio della soccombenza, ma prevede al secondo capoverso la possibilità di scostarsi dal principio della soccombenza quando concorrano “giusti motivi”. Ora nella fattispecie l'arbitro unico ha fondato il proprio giudizio in merito alle spese e alle ripetibili su considerazioni d’equità, per tener conto del comportamento tenuto dalle parti prima dell'introduzione della causa, definito "intransigente" (cfr. lodo 29 novembre 1993, consid. 19).
È indubbia l’integrale soccombenza del Comune di _ nella procedura arbitrale, ma non si può disconoscere che il comportamento del Comune di _ non è stato un esempio di coerenza. Il 29 luglio 1986 esso aveva accettato infatti di assumere la gestione e la manutenzione dell’acquedotto entro i limiti dei propri confini giurisdizionali (lodo, consid. 9) e il 25 maggio 1988 ha confermato l’impegno, ribadendo di assumere l’opera “senza riserve e a tutti gli effetti di legge” (lodo, consid. 10). In pratica quindi il Comune di _ aveva accettato di assumere l’acquedotto nella misura in cui si trovava entro i limiti del proprio comprensorio. Il Consiglio comunale di _ aveva però poi rifiutato di ratificare l’opera dei propri municipali, “inasprendo le relazioni fra i due comuni leventinesi” (loc. cit.). Dal profilo oggettivo tale rifiuto era giustificato – come rileva implicitamente lo stesso arbitro – poiché la soluzione prevista faceva “a pugni con i criteri più elementari di logica e di buon senso” (lodo, pag. 17), ma non si può negare che il Comune di _ è in pratica stato indotto a stare in lite dall’inversione di rotta del Comune di _, che dapprima ha concluso un accordo tramite i suoi municipali, salvo poi rifiutarne la ratifica tramite il Consiglio comunale. Tra i
giusti motivi
che possono legittimare una deroga al principio della soccombenza si annovera, appunto, il fatto che una delle parti sia stata indotta in buona fede a piatire (si veda, per analogia, l’art. 156 cpv. 3 OG).
L’arbitro ha motivato affrettatamente e in modo a prima vista contraddittorio il riparto a metà delle spese processuali, fin troppo favorevole al Comune di _. Il risultato è invero discutibile, ma se si tiene conto delle circostanze evocate dianzi non è talmente errato o iniquo da riuscire manifestamente insostenibile. Munita di potere cognitivo limitato all’arbitrio, la Camera civile di appello non può rivedere una decisione arbitrale meramente opinabile, come si è detto in precedenza, di modo che il ricorso per nullità deve essere respinto.
4.
Gli oneri processuali del presente giudizio seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CPC) e devono essere sopportati integralmente dal ricorrente, il quale verserà inoltre alla controparte un adeguato importo per ripetibili di appello.