# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** c7f95473-7f93-51eb-bb4f-a71447e019a4
**Court:** TI_TRAC
**Chamber:** TI_TRAC_002
**Year:** 1996
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** 

## Facts

in fatto
A.
La _ è una società in accomandita semplice con sede a _ costituitasi in data 16 dicembre 1982 e specializzata nella fabbricazione e nel commercio di articoli d’oreficeria, in particolare di casse d’orologi in oro e metalli affini. E’ attiva sul territorio elvetico sin dall’inizio della sua attività (doc. F/I).
In data 1 dicembre 1993 è stata costituita, con sede a _, la _ avente come scopo sociale la fabbricazione e il commercio di casse per orologi in oro, acciaio e ottone e di prodotti affini.
B.
Con la domanda cautelare in esame la _ ha chiesto l’inibizione, pendente causa, dell’uso della ragione sociale della _ rilevando il rischio di confusione tra le due denominazioni commerciali, tenuto conto che le due società si rivolgono alla stessa clientela.
Con la decisione impugnata il pretore ha considerato l’uso della ragione sociale della convenuta come un atto di concorrenza sleale a dipendenza dell’attualità del rischio di confusione con il nome dell’istante e dell’evidenza delle conseguenze negative che comporterebbe il fatto di non intervenire vietando l’uso del nome _.
C.
Con tempestivo gravame la convenuta chiede la riforma del querelato giudizio nel senso di respingere l’istanza cautelare.
Contesta il giudizio impugnato che, nell’affermare che le parti si rivolgono alla stessa clientela, non indica neppure i tratti essenziali delle prove su cui si fonda tale convincimento.
A proposito del rischio di confusione, la stessa rileva da un lato una distinzione fonetica tra le due denominazioni. D’altro lato, osserva che vi è pure una sufficiente distinzione a livello formale, essendo oggetti di paragone le denominazioni complete delle due ditte, vale a dire “_ ” e “_” e non eventuali abbreviazioni usate nei rapporti con la clientela.
Non sarebbe neppure verosimile l’esistenza di un danno irreparabile.
Fondamentale è comunque la sproporzione tra il danno temuto dalla parte attrice e l’incisività del provvedimento che non lascia alla convenuta altra scelta che di interrompere la propria attività oppure di procedere a un cambiamento di ragione sociale con conseguente perdita di finalità supplementare della successiva procedura di merito.
D.
In data 15 novembre 1995 il Presidente di questa Camera non ha accordato effetto sospensivo all’appello. La _ ha di conseguenza modificato la propria ragione sociale in _, in data 24 novembre 1995 (cfr. FUC, _, p. _).
E.
Con le osservazioni all’appello 11 dicembre 1995 la parte appellata ha chiesto la reiezione del gravame e la conferma della sentenza pretorile sulla scorta delle argomentazioni di cui si dirà, se necessario, nei successivi considerandi.
F.
In data 6 febbraio 1996 la parte appellata ha postulato lo stralcio dell’appello a dipendenza della modifica della propria ragione sociale della controparte che ha avuto modo di prendere posizione su questa proposta con esposto 14 febbraio 1996.

## Considerations

Considerato
in diritto
1.
Nella sua presa di posizione alla richiesta di stralcio dell’appello, l’appellante fa notare che il mutamento della sua ragione sociale è la causa diretta della circostanza secondo cui, negato effetto sospensivo all’appello, essa doveva prevenire le conseguenze possibili della decisione supercautelare che anch’essa le faceva divieto di utilizzare la denominazione _ nelle comunicazioni con i terzi, con la comminatoria dell’art. 292 CP. Essa avrebbe così proceduto al cambiamento della ditta, da un lato, per dar seguito al divieto del giudice e, dall'altro, implicitamente per poter continuare la sua attività commerciale.
Si oppone pertanto all’ipotesi che tale suo atteggiamento possa essere interpretato come una desistenza, così che l’appello possa essere definito privo d’oggetto.
In effetti, la modifica della ragione sociale non può essere interpretata come un’acquiescenza della convenuta nel merito della causa, ovvero ai sensi dell’art. 352 cpv. 1 CPC.
Se da un lato l’acquiescenza, che concretizza l’intenzione di porre termine al processo senza una pronuncia di merito, cedendo incondizionatamente al volere della parte istante, senza sollevare eccezioni e senza controbattere, può anche essere tacita, va pure osservato che questa intenzione deve risultare in modo chiaro e preciso (
Cocchi/Trezzini
, CPC, ad art. 352, n. 6).
Nel concreto una simile espressione di volontà non trova tuttavia sufficiente riscontro nei fatti: a conferma delle giustificazioni addotte dalla società di _, appare significativo il motivo esplicitamente addotto dal presidente di questa Camera nel suo decreto di non concessione dell’effetto sospensivo all’appello, laddove ricorda che, rendendo priva di esecutività la decisione cautelare, sarebbe comunque rimasta efficace la precedente decisione supercautelare.
2.
Nel caso concreto potrebbe porsi il problema di un'eventuale applicazione dell'art. 351 cpv. 1 CPC, a dipendenza della questione di sapere se l'adozione di una nuova ditta -che comporta la cessazione dell'uso della ragione sociale in discussione- possa indurre a considerare la lite ormai priva di ragionevole motivo. Sennonché il quesito può restare irrisolto a causa dell'esito negativo dell'appello e meglio come esposto nel seguito.
3.
L’appello in esame tocca diversi aspetti della fattispecie, già rilevati dalla stessa parte nelle sue allegazioni di prima sede.
Oltre a un generale rimprovero al pretore di motivazione carente, l’appellante osserva di essere stata privata nei suoi diritti di difesa, non essendole stato possibile di verificare le prove sulla circostanza per cui entrambe le parti si rivolgono alla stessa clientela. Nega inoltre la possibilità di confusione fra le due ragioni sociali, sia perché non è stato preso in considerazione l’effetto fonetico diverso dei due nomi, sia perché il raffronto fra le due ragioni sociali può essere fatto solo considerandole nella loro forma intera e non sulla base di un’abbreviazione. Da ultimo, considera non dimostrato il temuto, irreparabile danno.
Pacifica l’applicabilità alla fattispecie - in virtù della Convenzione d'Unione di Parigi riveduta a Stoccolma il 14.7.1967 (RS 0.232.04)- della LCSl e, per quanto riguarda il nome, dell’art. 29 CC, dev’essere considerato che il richiesto provvedimento cautelare potrebbe essere giustificato anche soltanto sulla base dei presupposti di una delle fattispecie evocate.
4.
Se i presupposti d’applicazione delle norme sulla protezione del nome sono considerati genericamente i medesimi richiesti dalla LCSl nell’ambito d’applicazione dell’art. 3 lett. d, dev’essere rilevato che fra i primi non si conta il concetto di concorrenza. In altre parole, verificando la fattispecie nell’ottica della LCSl, se non è più necessaria l’esistenza di un rapporto di concorrenza (presupposto caratteristico della precedente normativa in materia), deve pur sempre essere data un’attività che si esplica (direttamente o indirettamente) su una situazione di concorrenza propria o di terzi (
Pedrazzini M.,
Unlauterer Wettbewerb, Berna 1992, p.32).
In ogni modo, prescindendo cioè da queste considerazioni, le affermazioni dell’istante su questo tema sono comunque esatte e sono rese più che verosimili dalla consultazione dei doc. F -I, prodotti in causa con la riserva dell’art. 185 cpv. 2 CPC. Le censure formulate in questa sede sono rivolte più che all’operato del giudice, ai limiti previsti dalla stessa norma che permette di non riferire nella sentenza i fatti accertati in questo modo; non può tuttavia essere sottaciuto, senza con ciò svelare eventuali segreti commerciali della ditta istante, che la documentazione prodotta è in grado di provare una serie rilevante e ininterrotta di forniture di suoi prodotti a ditte svizzere (soprattutto romande) relative agli anni 1991 - 1994.
5.
Sempre nell’ambito dell’art. 3 lett. d LCSl, il pericolo di confusione può nascere in particolare se qualcuno, per individualizzare le proprie prestazioni, usa un segno, un nome, ecc. suscettibile di essere confuso con il nome, la ditta, ecc. di un concorrente (
Pedrazzini
, op. cit., p. 96).
Nel caso particolare, non si può considerare determinante, contrariamente a quanto sostiene l’appellante, che la mancanza dell’accento circonflesso sulla “i” di _ muti l’espressione fonetica della ragione sociale in esame: se la questione potrebbe forse assumere qualche rilevanza nell’ambito della protezione del nome, non va dimenticato che il giudizio relativo alla concorrenza sleale si fonda su criteri governati dall’impressione generale che un segno può suscitare e non da un esame minuzioso delle sue caratteristiche.
Anche questa censura non risulta così pertinente, tanto più che, comunque, nella lingua francese, il dittongo “oi” viene pronunciato “ua”, che rechi o no accenti, particolare quest’ultimo attinente semmai all’etimologia del vocabolo.
6.
Né appare rilevante, ad un primo esame, che - come suggerisce l’appellante - le ragioni sociali per le quali sussiste pericolo di confusione per la clientela debbano essere considerate nella loro formale completezza. In particolare non sembra esatto il riferimento al Messaggio del 18 maggio 1983 sulla nuova LCSl (241.32). Infatti, esso si riferisce alla pubblicità ingannevole (art. 3 lett. b) laddove si considera realizzare quella fattispecie il fatto che un concorrente usi, per il tornaconto proprio o di un terzo, un’indicazione della propria ditta, diversa da quella formalmente esatta (rispettivamente iscritta a Registro di commercio): ma si tratta di una fattispecie diversa da quella in esame e, nel caso concreto, non si può muovere alcun rimprovero di questo genere all’istante.
Semmai è invece considerato mezzo idoneo a creare pericolo di confusione anche l’uso illecito di abbreviazioni di ditte (
DTF
116 Ib 340 segg.).
7.
L’applicazione dell’art. 3 lett. d LCSl da parte del pretore appare pertanto corretta.
L’usurpazione del nome è parimenti accertata dato che il rischio di confusione valevole nell’ambito della protezione del nome è uguale a quello menzionato dall’art. 3 lett. d LCSl (
DTF
116 II 470).
8.
E’ vero che il pretore ha motivato in modo apodittico l’attualità del presupposto del danno imminente e difficilmente riparabile. E’ vero tuttavia anche che la dottrina non impone criteri severi al riconoscimento di questo elemento della fattispecie; in particolare si riconosce che sta nella natura di queste controversie che il pregiudizio derivante da attività illecite nell’ambito della concorrenza commerciale - per altro difficilmente calcolabile - si attua continuamente. Attendendo un giudizio di merito prima di ordinare la cessazione di tale attività, la riparazione del danno diventa ancora più difficile: è per questo motivo che - in linea di principio e quando la lesione è data - è adottata una certa generosità nel riconoscere la presenza del presupposto (
Pedrazzini
, op.cit., p. 218).
9.
Ne segue la soccombenza della parte appellante e il conseguente carico degli oneri processuali e delle ripetibili (art. 148 cpv. 1 cpc).