# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 2714ba83-e61f-5a15-9f60-9174ff7c7eca
**Court:** TI_TPC
**Chamber:** TI_TPC_001
**Year:** 2005
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto ed in diritto
1. AC 1
è nato il _ a _, in Portogallo, membro di una famiglia numerosa di 9 tra fratelli e sorelle e di modeste condizioni economiche. Il padre si occupava di un piccolo commercio di ferro vecchio (ma anche di carta usata: cfr. classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 25, pag. 13), ma era stato anche contadino ed era per un certo periodo anche emigrato in Germania in cerca di un reddito migliore. La madre, comprensibilmente data la prole numerosa, era casalinga. L’accusato, in ragione delle difficoltà economiche della famiglia, afferma di avere dovuto interrompere gli studi già in quarta elementare (per il che egli in età adulta avrebbe poi frequentato due ulteriori anni di scuola primaria) per aiutare il padre nella sua attività. Nel 1981, all’età di _ anni è emigrato in Svizzera dove ha trovato lavoro quale aiuto cucina prima e cuoco poi in vari esercizi pubblici del nostro cantone. Sostiene in proposito di avere lavorato presso il _ di _, poi da tale _, quindi a _ al ristorante sito alla partenza della funivia, al _ di _ (che appartiene oggi ad un suo fratello) e presso _ di _, ritenendo di avere lasciato la Svizzera nel 1991 (classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 3, verbale 15 novembre 2004 dell’accusato, pag. 2).
In realtà, è lecito pensare che egli abbia abbandonato la Svizzera al più tardi già verso la fine del 1989, ma probabilmente nel corso del 1988: il 30 novembre 1989 (come meglio si dirà più avanti) il Tribunale correzionale del distretto di Losanna l’ha condannato infatti in contumacia per fatti risalenti al giugno 1988 (doc. TPC 16), ma già dal 7 gennaio 1987 il AC 1 risultava colpito da un provvedimento amministrativo di divieto d’entrata in Svizzera della durata di 3 anni (AI 3, pag. 2; doc. TPC 16, pag. 6).
Dalla sentenza resa nei suoi confronti in Portogallo (della quale pure si dirà meglio in seguito), risulta che egli avrebbe vissuto anche in Lussemburgo per almeno 3 anni, ciò che l’accusato ha confermato al dibattimento. Quindi, ma sulle date non vi è certezza, sarebbe rientrato in Portogallo nel 1991/1992 (data in cui avrebbe divorziato dalla prima moglie) ed avrebbe acquistato un ristorante, poi rivenduto dopo due anni (classificatore acc. 20/05, sezione verbali PP, verbale 3 dicembre 2004 avanti al PP, n. 5, pag. 16), come ribadito al dibattimento, mentre che dalla predetta sentenza portoghese risulterebbe che egli, più modestamente, al rientro in patria avrebbe ripreso a lavorare con il padre nella raccolta e rivendita di carta usata (classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 25, pag. 13).
Ed in effetti, a riprova quanto meno del fatto che all’epoca egli non era più ristoratore in proprio, dagli atti in possesso delle autorità elvetiche risulta che egli il 4 febbraio 1993 aveva presentato domanda per l’ottenimento di un permesso di lavoro, richiesta che era stata respinta con decisione che egli aveva impugnato senza successo.
Dal 1° agosto 1993 era tornato come “turista” a _, annunciandosi per un periodo di 3 mesi all’ente Turistico del _ (classificatore acc. 20/05, sezione verbali di polizia, verbale 23 novembre 2004, n. 4 e allegati) in quanto alla ricerca di un lavoro (classificatore acc. 20/05, sezione verbali PP, verbale 24 novembre 2004, n. 1, pag. 2).
Rientrato precipitosamente in patria (nelle circostanze che vedremo) alla fine dell’agosto del 1993, sarebbe tornato al paese natale, mentre che verso la fine del 1995 si sarebbe trasferito nella zona di Lisbona, svolgendo il mestiere di cuoco, cosa che farebbe a tutt’oggi, salvo una parentesi nel 1999 (dopo la scarcerazione) in cui aveva nuovamente lavorato con il padre. Dal 2002 si è trasferito nel paese in cui vive l’ultima sua compagna, con la quale convive, sempre esercitando la professione di cuoco.
2.
Poco chiara, in base agli atti, anche la cronistoria delle relazioni personali dell’accusato. Si è cercato di fare chiarezza al dibattimento, accertando che da un primo matrimonio, durato dal 1986 al 1992, non sono nati figli. Nel _ o nel _ il AC 1 si è risposato con la donna da cui aveva avuto un figlio attorno al _, che quindi ha oggi circa_ anni. Si sarebbe trattato, a suo dire, di una sorta di matrimonio riparatore, contratto all’asserito scopo di “regolarizzare” la posizione del figlio addirittura dopo che la relazione sentimentale era terminata, per il che esso sarebbe ben presto sfociato in un nuovo divorzio. Oltre a ciò, durante la permanenza in Lussemburgo avrebbe avuto tre figli da una relazione extraconiugale ed in seguito, tornato in Portogallo, altri due figli da un’altra relazione. Vi sono quindi non meno di 6 figli del prevenuto, nati da tre differenti relazioni, quando egli aveva invece dichiarato agli agenti interroganti, ed anche al Procuratore Pubblico (verbale citato, pag. 16), di avere un unico figlio.
La verità è emersa solo grazie alla predetta sentenza portoghese che, ancorché leggermente divers
a da quanto sentito al dibattimento, ha fornito alla Corte gli elementi per fare all’imputato, incomprensibilmente reticente su questo aspetto della sua vita, le contestazioni del caso (classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 25, pag. 13):
"
Ha 3 figli con una donna in Lussemburgo, 1 figlio con una donna in Svizzera, e altri 2 figli con la compagna con la quale viveva durante i tempi dei fatti denunciati, non ha avuto figli con la donna con cui è stato sposato. I figli sono mantenuti dalle rispettive madri e dalla pubblica assistenza, essendosi l’imputato dimesso dagli obblighi paterni."
L’accusato ha ammesso in aula di non avere rapporti con i tre figli nati in Lussemburgo, mentre che manterrebbe delle relazioni personali con gli altri tre figli, in favore dei quali effettuerebbe anche dei pagamenti secondo le sue disponibilità.
Interrogato sulle sue prospettive future, si dichiara intenzionato a mantenere la relazione con l’attuale compagna (sentita in aula come testimone), grazie al cui aiuto egli si sarebbe affrancato dal problema della dipendenza dalle bevande alcoliche che ha segnato buona parte della sua esistenza.
Desidera pertanto fare ritorno in Portogallo per riprendere una vita “normale”, svolgendo il proprio lavoro di cuoco, che lo appassiona. A sostegno di questo intento ha prodotto in aula una bozza d’accordo con il cognato _ per un rapporto di lavoro subordinato nell’ambito alberghiero e della ristorazione, secondo il quale il _, che ha già acquistato l’immobile, dichiara di voler assumere l’accusato al suo rientro in Portogallo, quale cuoco e consulente per la ristorazione (doc. dib. 4, 5 e 6).
3.
Come in parte si evince dal predetto riferimento a sentenze svizzere e portoghesi, l’imputato ha già subito numerose condanne.
3.1.
Il primo decreto d’accusa a suo carico, emesso dall’allora Procuratore Pubblico della giurisdizione sottocenerina, data dell’8 marzo 1985 e gli ha inflitto una multa di fr. 540.-- per guida in stato di ebrietà (0.9 per mille) (cfr. plico doc. 18 TPC, in cui si trovano tutti i decreti d’accusa).
3.2.
Seconda condanna per guida in stato di ebrietà l’8 aprile 1996 (1.37 per mille), ma anche per minaccia e contravvenzione alla Legge cantonale sul commercio delle armi e munizioni e sul porto d’armi in relazione al porto di una pistola scacciacani. Per questi fatti il AC 1 è stato condannato a 9 giorni d’arresto da espiare.
3.3.
La circostanza non l’ha minimamente impressionato: già il mese successivo, il 20 maggio 1986, è infatti stato nuovamente condannato, questa volta a 15 giorni d’arresto da espiare, per ripetuta circolazione nonostante la revoca.
3.4.
Anche questa terza sanzione è risultata infruttuosa, visto che il AC 1 in quel periodo incassava un decreto d’accusa al mese. Il 25 giugno 1986 è perciò stato nuovamente condannato, questa volta per ripetuto furto in danno del _ di _, a 15 giorni di detenzione da espiare.
3.5.
Nuova condanna il 17 novembre 1986, allorché il AC 1 è stato sanzionato con 30 giorni d’arresto, sempre da espiare, per vie di fatto, ripetuta infrazione circolazione nonostante la revoca, infrazione alle norme sulla circolazione e (nuovamente) infrazione alla legge cantonale sul commercio delle armi e munizioni e sul porto d’armi per avere recato con sé ed estratto in pubblico una pistola scacciacani.
Dopo 5 condanne, l’autorità amministrativa ha deciso che il mercato del lavoro locale poteva prescindere da una presenza come quella del AC 1, che dava visibile prova di essere poco educabile, a dispetto dell’erogazione di condanne con pene detentive, seppur brevi, da espiare, ed ha perciò (come detto) emesso a suo carico un divieto d’entrata in Svizzera per un periodo di tre anni (doc. TPC 16, pag. 8).
3.6.
A dispetto di tale divieto, nel giugno del 1988 il AC 1 si trova a Losanna, e commette nuovi e questa volta pesanti illeciti. Con un connazionale, improvvisa una corsa d’automobili su strada ed incorre in un grave incidente, che provoca serie ferite alla passeggera della sua auto. Il AC 1 nella circostanza ha violato i doveri in caso d’infortunio ed inoltre ha istigato allo sviamento della giustizia, per avere fatto dichiarare ad un terzo, contrariamente a verità, di essere stato al volante della vettura condotta in realtà dall’accusato. Per questo, oltre che per violazione alla LDDS data dall’avere disatteso il divieto d’entrata, il 30 novembre 1989 il Tribunale correzionale del distretto di Losanna lo ha condannato in contumacia alla pena di 1 anno di detenzione (da espiare) e alla pena accessoria dell’espulsione (effettiva) dalla Svizzera per 5 anni.
Alla luce di questa sentenza sorprende che l’accusato abbia potuto rientrare in Svizzera ed annunciarsi impunemente come turista il 1° agosto 1993, dovendo egli secondo logica essere arrestato per espiare la condanna inflittagli nel 1989 e sanzionato per la violazione del bando commessa nell’occasione.
3.7.
Fino a qui i precedenti penali, cioè quanto risulta a suo carico prima dei fatti posti a giudizio.
Il curriculum penale dell’accusato non è però terminato, esistendo a suo carico altre successive condanne.
Si ha in particolare che il 19 dicembre 1996 egli è stato condannato dal Tribunale di _ alla pena di 5 anni di reclusione (ridotta a 4 anni in sede ricorsuale con successiva sentenza 18 giugno 1997) per il reato di ripetuto abuso sessuale di minore.
Dalla motivazione della sentenza di primo grado (cfr. la traduzione in italiano nel classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 25, pag. 11 e segg.) si evince che egli nell’estate del 1995 era assiduo frequentatore del bar e ristorante “_” in località _, tanto entrare in confidenza con i proprietari, che hanno commesso l’errore di fidarsi di lui. Durante le vacanze scolastiche, la figlia dei proprietari, nata il 4 aprile 1982, e che quindi all’epoca aveva poco più di 13 anni, aiutava i genitori nella conduzione del locale. La sera, tuttavia, essa chiedeva di essere accompagnata a casa, incombenza che i genitori il 29 luglio 1995 hanno affidato all’accusato, che si era offerto alla bisogna. Giunti a destinazione, egli sarebbe entrato nell’appartamento con lei, le avrebbe rivolto dei complimenti, indi avrebbe tentato di baciarla, ma senza successo.
Egli, tuttavia, sapendo che la fanciulla era a casa da sola, si sarebbe ripresentato qualche giorno dopo (in data non precisata) riuscendo a farsi aprire la porta con un espediente.
Quindi, secondo gli accertamenti di quella sentenza (doc. citato, pag. 12):
"
Una volta dentro l’appartamento, l’imputato ha iniziato nuovamente a dire che lei era bella, che gli piace molto, e a accarezzarle i seni, ha iniziato a toglierle i vestiti e la sdraiata sul divano del salotto, dove l’ha svestita dalla vita in giù. Dopo di che, l’imputato si è tolto i pantaloni e si è sdraiato sopra di lei, introducendo completamente il pene eretto, nella vagina, dove lo ha mantenuto per un certo tempo, ritirandolo unicamente per l’eiaculazione all’esterno.
L. non voleva né che l’imputato la sdraiasse sul divano, né avere rapporti sessuali con lui, ma non ha offerto resistenza, soffrendo passivamente il rapporto sessuale. Prima di lasciare l’appartamento, l’imputato ha detto alla minorenne di non raccontare nulla di ciò che era successo ai genitori, se no lui avrebbe detto loro che vi era stato il consenso di L."
Questo squallido episodio non è purtroppo rimasto un caso isolato (sentenza citata, pag. 12):
"
Durante le vacanze scolastiche fino alla fine del mese di novembre dello stesso anno, l’imputato e la minorenne hanno continuato ad avere rapporti sessuali, con l’introduzione del pene nella vagina e eiaculazione all’esterno, con regolarità, circa una volta alla settimana. Tali rapporti accadevano sempre di notte, alle ore 21 circa, o quando l’imputato si presentava nell’appartamento o quando la trasportava in vettura dal lavoro dei genitori, con la scusa di portarla a casa, eccetto l’ultima volta, che è successa all’interno della vettura dell’imputato, vicino al palazzo dove abitava la minorenne, dietro lo stabile denominato “Shopping center”. L’imputato avrebbe continuato a mantenere tali rapporti, se la sorella della minorenne, S., non avesse scoperto all’inizio del mese di dicembre ciò che stava succedendo."
La Corte, data questa fattispecie, non ha ritenuto comprovato che il AC 1 abbia ottenuto i rapporti sessuali con la violenza, accertando comunque (pag. 13):
"
...che la minorenne non voleva, di libera scelta, avere il primo rapporto sessuale, ma non si è neanche opposta, avendo assunto un atteggiamento passivo. La condotta dell’imputato, più che mantenere rapporti sessuali con la minorenne per mezzo della violenza, avvicinasi al concetto di seduzione o sfruttamento dell’inesperienza.
Non vuole questo dire, anzi tutt’al contrario, che la condotta dell’imputato non sia illecita o riprovevole. In verità riempie tutti gli elementi del tipo di reato previsto nell’art. 172 N. 2 del CP, che punisce con la detenzione da 3 a 10 anni “chi ha rapporti sessuali con minori di 14 anni”."
Certo è comunque che la vittima ha riportato tangibili e notevoli conseguenze dal profilo psicologico e morale (pag. 13):
"
Dopo e dovuto a questi fatti, L. ha iniziato a chiudersi, era vergognosa e intimorita davanti a genitori e amici, avendo pensato di morire per essere libera di tutto ciò. L’accaduto è venuto a conoscenza dove L. viveva, una piccola località nella periferia di _, così che L. era motivo di commenti tra i colleghi e persone conosciute. E’ stata bocciata quell’anno scolastico. Ha dovuto essere seguita da uno psicologo della scuola che frequentava ed è stata in cura da uno psicologo di _. Pian piano sta recuperando, però sente che nel piccolo locale dove vive difficilmente tutto sarà dimenticato e si ripercuoterà anche in età adulta e nelle sue prospettive di avere una vita normale come donna."
Al momento di determinarsi sulla gravità del reato commesso dal AC 1 e sull’entità della sua colpa, quella Corte ha ritenuto che (pag. 15)
"
Il grado di illiceità è elevato. Non è in causa l’autodeterminazione della vittima bensì la sua incapacità naturale, la mancanza di maturità per comprendere e valutare in tutta la sua dimensione la relazione sessuale. Una bambina di 13 anni non può in nessun modo essere sottomessa ad una esperienza sessuale con un uomo adulto, su penalità di compromettere la sua percezione futura della sessualità, non potendo lasciar di creare una immagine frustrante della sessualità, che si può ripercuotere nella propria identità adulta della minorenne. Nel caso concreto, l’accusato si è inoltre approfittato del rapporto di fiducia stabilito con i genitori, per meglio riuscire nei suoi intenti.
Anche il grado di colpa è elevato, sia per il periodo di tempo durante il quale l’imputato ha mantenuto il reato, sia per il fatto che si tratta di un uomo esperto nelle relazioni con il sesso opposto, anche per la quantità di donne con cui ha avuto figli, oltre la moglie. Non è in causa la sua libertà sessuale. E’ in causa la mancanza di libertà e capacità di autodeterminazione della minorenne, vista l’età. La libertà finisce dove comincia la libertà altrui e il rispetto per i diritti altrui, nel caso concreto per i diritti della bambina a crescere in una forma sana.
Dall’altro lato l’accusato rivela una personalità disturbata che, come riferito nel verbale d’inchiesta non gli permettono di assumere le relazioni che stabilisce con il sesso opposto."
Dal che la condanna alla pena di 5 anni di reclusione, ridotta in secondo grado a 4 anni in base a considerazioni di diritto intertemporale, essendo intervenuta proprio in quell’epoca una novella legislativa (cfr.
pag. 15 e 17).
Richiesto dal Presidente di esprimersi al proposito dei fatti del 1995, il AC 1 si è giustificato sostenendo che i genitori della fanciulla avrebbero saputo della relazione e vi avrebbero consentito, ma che poi, per una ripicca nei suoi confronti dettata da altri motivi, l’avrebbero denunciato.
3.8.
Il AC 1 ha espiato 2/3 della pena inflittagli a partire dall’11 luglio 1996, ottenendo la libertà condizionale il 19 luglio 1999 (dettagli in: doc. TPC 19).
Durante l’espiazione si è reso colpevole di evasione, per non essere rientrato da un congedo, essendosi ubriacato ed avendo incontrato un’amica. Per questo motivo con sentenza 10 maggio 1999 del Tribunale di _ è stato condannato ad otto mesi di detenzione sospesi condizionalmente per evasione.
Il nostro ordinamento non conosce il reato di evasione, per il che questa condanna non è rilevante agli occhi della Corte. Si rileva comunque che essa non ha avuto un particolare peso neppure in Portogallo, essendo stata sospesa nonostante la precedente carcerazione (ciò che qui non sarebbe stato possibile ostandovi l’art. 67 CP) e non avendo impedito la sua liberazione anticipata dalla pena che stava espiando, decisa dopo poco più di due mesi dalla nuova condanna.
3.9.
Il 10 novembre 2003, il Tribunale di _ ha condannato il qui accusato al pagamento di un’ammenda di Euro 3.-- al giorno per 90 giorni, per un totale di Euro 270.--, per guida in stato di grave ebrietà (2.3 per mille).
Al dibattimento l’accusato ha riferito anche di un ulteriore episodio di guida in stato d’ebrietà, durante il quale sarebbe incorso in un incidente della circolazione procurandosi anche delle ferite di una certa gravità (incidente menzionato anche nel verbale di polizia 17 novembre 2004, classificatore acc. 20/05, sezione verbali di polizia, n. 1, pag. 3 e 4, dove però negava di avere guidato in stato d’ebrietà).
4.
In un orario compreso tra le 02.00 e le 03.00 del 31 agosto 1993, la direttrice e la vicedirettrice _ di _, in via _, sono state svegliate dalle grida di una donna che chiedeva loro di chiamare la polizia, affermando di essere stata violentata da due o tre uomini. La polizia è tosto intervenuta, raccogliendo le dichiarazioni espresse in “
modo sconclusionato
” (classificatore 13/1994, AI 31, allegato 1, pag. 1) dalla vittima.
Constatato, sulla scorta del riscontro dell’etilometro pari al 2.05 per mille, che essa era “
ubriaca fradicia
” (ibidem) e che aveva precedenti per guida in stato d’ebrietà, veniva accompagnata al domicilio, ed invitata a riposarsi e a ripresentarsi in polizia “
quando il suo stato fisico fosse migliorato
” (doc. citato, pag. 2).
Cosa che essa ha fatto, presentandosi la mattina successiva. Veniva allora condotta all’Ospedale Civico per la visita medica, il cui risultato confortava l’ipotesi di una violenza sessuale. Si procedeva perciò alla sua verbalizzazione, e le indicazioni da lei fornite consentivano di procedere a due arresti, mentre che un terzo arresto andava a vuoto, in quanto il sospettato (il qui accusato) risultava essere fuggito in gran fretta, lasciando addirittura il passaporto nell’appartamento che occupava in un residence di _.
Il 2 settembre 1993 l’allora Procuratore Pubblico Edy Meli ha emanato nei confronti del AC 1 un ordine d’arresto per i fatti che in questa sede ci occupano (classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 1), rimasto senza esito, mentre che il 15 settembre 1993 ha proceduto alla promozione dell’accusa nei suoi confronti (AI 14).
Il 7 aprile 1994 gli altri due sospettati sono stati processati avanti alle Assise Criminali di Lugano e condannati -avuto riguardo ai loro differenti ruoli- a 2 anni e 10 mesi di reclusione l’uno (come richiesto dalla pubblica accusa) e a 18 mesi sospesi condizionalmente l’altro (sentenza in classificatore acc. 20/05, nella sezione relativa a quel giudizio).
La sentenza, commentando la richiesta di pena di 2 anni e 10 mesi di reclusione per _, imputato principale di quel processo, la definiva “
particolarmente mite e clemente, al limite dell’indulgenza
” (pag. 36), ed anche “
molto mite, sia per rapporto alla descritta gravità oggettiva e soggettiva dei fatti, sia per rapporto alla severa comminatoria di pena introdotta dal legislatore con l’adozione dell’art. 200 CP
” (pag. 35).
Quel giudizio, ancorché concernente altri due accusati (la colpa del più compromesso dei quali veniva definita a pag. 35 come “
gravissima e pesante, sia dal profilo oggettivo che da quello soggettivo
”), nelle motivazioni affermava con chiarezza anche la responsabilità del _ come terzo partecipante alla violenza collettiva, attribuendogli perfino il ruolo trainante di ideatore dello stupro, di leader e capo del branco, nonché di autore maggiormente violento e minaccioso nell’esecuzione dei reati (pag. 20 in basso, pag. 32 in basso, pag. 34).
5.
Il 3 luglio 2002 il Procuratore Pubblico Giuseppe Muschietti ha emanato un nuovo ordine d’arresto nei confronti del AC 1, annullando e sostituendo così quello del 1993 (classificatore acc. 20/05, sezione atti istruttori, AI 2). Tolto ciò, null’altro risulta essere avvenuto nei confronti del AC 1 nel periodo compreso tra la promozione dell’accusa e l’emanazione del nuovo ordine d’arresto.
La Corte, alla luce del lasso di tempo di quasi 12 anni intercorso tra la data del reato e quella del primo processo, si è chinata sul tema della prescrizione dell’azione penale, accertando che essa non è intervenuta.
Se è infatti pacifico che l’azione penale non è prescritta alla luce dei combinati nuovi art. 70 cpv. 1 lett. b, 70 cpv. 3 e 71 lett. a CP, in vigore dal 1° ottobre 2002, meno chiara appariva a prima vista la disamina della questione alla luce del diritto previgente, che distingueva ancora tra prescrizione relativa ed assoluta, ed in tal senso più favorevole all’imputato e quindi applicabile alla fattispecie, ponendosi in particolare la questione a sapere se non fosse intervenuta la prescrizione ordinaria decennale di cui all’art. 70 vCP.
La risposta è come detto stata negativa, già solo alla luce della considerazione del fatto che il termine decennale in questione è rimasto sospeso per circa 3 anni, tra l’11 luglio 1996 e il 19 luglio 1999, ovvero quando il AC 1 ha espiato la pena in Portogallo, e questo in applicazione dell’art. 72 cifra 1 vCP.
Ritenuta la sospensione, si ha pertanto che il termine di prescrizione ordinario è trascorso in misura di solo circa 9 anni, per il che esso sicuramente non si è compiuto.
Diviene pertanto superfluo chiedersi se l’emanazione di un nuovo ordine di arresto in data 3 luglio 2002, atto sostanzialmente ripetitivo di quello del 2 settembre 1993 ed emanato proprio al fine di interrompere la prescrizione, abbia o meno esplicato l’auspicato effetto interruttivo.
6.
Il 12 novembre 2004 il prevenuto è sbarcato all’aeroporto di Zurigo-Kloten proveniente da Lisbona, intenzionato a recarsi in Ticino a visitare amici e parenti. Stante il predetto ordine di arresto, è stato fermato dalla polizia aeroportuale e quindi, dopo un interrogatorio, consegnato agli inquirenti ticinesi, rimanendo poi in carcere preventivo sino al dibattimento.
Nel corso dell’istruzione formale, l’accusato ha inizialmente negato ogni addebito, contestando addirittura di essersi trovato in Ticino all’epoca dei fatti, oppure dichiarando di soffrire di amnesie e di non ricordare nulla al riguardo dell’oggetto delle contestazioni.
In seguito, pur contestando di avere commesso reati, il prevenuto ha quanto meno riconosciuto di avere trascorso la sera del 30 agosto 1993 nella zona di _ – _ in compagnia di due connazionali, di avere avvicinato una donna in uno dei tanti esercizi pubblici visitati durante quella serata, e di averla condotta in auto fino alla spiaggia che la vittima ha raccontato essere stata teatro della violenza (classificatore acc. 20/05, sezione verbali PP, n. 1, verbale 24 novembre 2004, n. pag. 6 e 7):
"
....osservo che ho conosciuto tale _ durante una serata presso un bar; eravamo in tre (_, un altro portoghese ed io) in quell’esercizio pubblico e stavamo bevendo della birra insieme.
Mi ricordo che in quell’occasione si è avvicinata a noi una signora (non so se sia quella signora che il PP indica quale vittima). (...) ADR che, successivamente, siamo andati in giro noi quattro. Preciso che eravamo tutti un po’ “bevuti”. ADR che mi ricordo che ci siamo recati a divertirci, mi pare in alcuni locali pubblici, prima di finire sulla spiaggetta di _. Per quanto mi è dato ricordare, non è per contro successo nulla di tutto quanto mi viene contestato dal PP. Il PP mi invita a dirgli cosa sia successo quella sera, rispettivamente su quella spiaggia. AD DF 1 confermo di non aver fatto nulla di male. ADR che non mi ricordo cosa sia successo perché eravamo tutti “bevuti”. AD DF 1 rispondo che non vi è stata violenza ed io non ho avuto alcun rapporto sessuale con la signora in questione."
Già il 28 febbraio 2005, ovvero dopo meno di 4 mesi dall’arresto, il Procuratore Pubblico ha emanato nei confronti di AC 1 l’atto di accusa che ci occupa, che gli imputa violenza carnale e coazione sessuale aggravate siccome commesse collettivamente in correità con _ e _
7.
Al dibattimento l’accusato ha inizialmente mantenuto la precedente attitudine difensiva, volta alla negazione di ogni addebito trincerandosi dietro ad una serie di “forse” e “non ricordo”.
Dopo una breve sospensione del dibattimento, effettuata allo scopo di consentire al prevenuto di conferire con il proprio difensore, l’accusato ha mutato la propria attitudine, riconoscendo nel complesso, senza rammentare tutti i dettagli (il che può essere compreso a distanza di 12 anni), la correttezza delle indicazioni fattuali di cui all’atto d’accusa (cfr. verbale dibattimentale, pag. 5).
L’accusato è, di conseguenza, sostanzialmente reo confesso.
Ha infatti ammesso di conoscere i correi con i quali ha trascorso la serata del 30 agosto 2003 andando a bere in vari locali. Ha pure ammesso di avere incontrato la vittima al pub _ di _, di avere iniziato a parlare con lei, di averle offerto da bere, e di averle fatto delle avances.
In seguito AC 1, _ e _ si sono recati al bar _, sito dall’altra parte della strada, dove hanno bevuto dell’altra birra, per ritornare all’entrata del pub _ intorno alla mezzanotte, dove hanno nuovamente incontrato la vittima e le hanno offerto un passaggio in auto alla volta di Campione d’Italia, ove essa intendeva recarsi. Hanno però precisato alla donna che dovevano prima recarsi a _, all’appartamento di AC 1, per cambiarsi d’abito, luogo che il _ ha raggiunto in ciclomotore, mentre che gli altri tre vi si sono recati sulla vettura del _. Giunti ad un parcheggio nei pressi dell’appartamento, il AC 1 ha inviato i compagni ad accedervi, mentre che egli è rimasto lì con la vittima, nei confronti della quale ha reiterato le proprie avances, nell’intento verosimile di convincerla a salire nell’appartamento con loro al fine di avere rapporti sessuali. La vittima ha rifiutato, e si è anzi incamminata in direzione di _, rinunciando così, di fatto, al passaggio in auto che le era stato offerto e alla compagnia dei tre.
Poco dopo essa è stata raggiunta dalla vettura, nel cui abitacolo vi erano solo il _ e il _, mentre che il AC 1 si era nascosto nel bagagliaio, ed invitata a salire sull’auto, cosa che essa ha fatto. Giunti all’altezza dell’aeroporto di _, il AC 1 è uscito dal proprio nascondiglio, ed è entrato nell’abitacolo abbassando uno dei sedili. Ciò ha sorpreso e spaventato la vittima che, presagendo immediatamente l’intento dei tre, ha iniziato ad urlare e a dimenarsi, aprendo addirittura la portiera nell’intento di gettarsi dall’auto in corsa pur di fuggire.
Non riuscendovi e trattenuta dall’abbraccio dell’imputato, la donna si è calmata ed ha cercato di approntare un’estrema difesa, in vista di ciò che aveva capito attenderla, sfilando dalla propria borsetta un tagliacarte e nascondendolo in una manica.
La vettura si è diretta alla volta della piccola spiaggia sul lago in località _, dove i tre hanno trascinato la donna fuori dalla macchina. Dopo averle sollevato il vestito, tolto le calze e lo slip, e mentre era tenuta in piedi, immobilizzata, il qui imputato, in piedi davanti a lei, l’ha penetrata compiendo una prima congiunzione carnale, mentre che il _, in piedi dietro di lei, si è prodigato per penetrarla per via anale non riuscendovi, o riuscendo solo in parte, poiché la donna è stata colta in quel frangente da un attacco di diarrea e gli ha pertanto defecato addosso. Inoltre, nel contempo, ha estratto dalla manica il tagliacarte e vibrato con esso alcuni colpi contro la schiena del AC 1, colpendolo sulla spalla destra. Gettata a terra e disarmata dai suoi aggressori, è stata inviata nelle acque del lago affinché si pulisse dalle feci. Quindi, uscita dall’acqua, è nuovamente stata violentata dal AC 1 prima, e dal _ dopo, subendo da parte di entrambi la congiunzione carnale, alla quale non si è opposta, avendo essa preferito assecondarli, dopo l’episodio del tagliacarte e dopo essere stata minacciata di morte, per tema di essere uccisa.
_, che fino a quel punto non aveva inflitto in prima persona degli atti sessuali alla vittima, le ha allora sollecitato, senza ottenerlo, un coito orale.
La vittima è quindi stata abbandonata in loco, mentre che gli aggressori se se sono ripartiti sulla vettura del _. Dopo essersi nuovamente pulita nel lago, si è recata a chiedere aiuto, così come indicato al considerando 4.
8.
Sul tema dell’intensità del proposito criminale del AC 1 e della premeditazione dell’aggressione sessuale, la Corte ha rilevato che -a rigore di logica- si deve ritenere che l’intenzione di avere rapporti sessuali con la vittima fosse presente già nel momento in cui l’accusato si è nascosto nel bagagliaio della Renault del _, e la vittima è stata indotta a salire in auto con l’inganno, prospettandole appunto l’assenza di colui che l’aveva importunata in precedenza e ritenendo (tra l’altro sbagliando) che essa non sarebbe salita in auto se vi avesse visto il AC 1 L’esistenza di siffatto proposito, ancorché senza un vero e proprio accordo esplicito tra i correi, era stata ammessa dal _ nel corso del procedimento penale a suo carico (cfr. la sentenza 7 aprile 1994 della Corte delle assise criminali, pag. 19 e 20), ed è stata confermata dal prevenuto in occasione del presente dibattimento (verbale, pag. 5):
"
A domanda del Presidente, rispondo che al momento in cui mi sono nascosto nella vettura era presente il proposito o quantomeno l’ipotesi di commettere la violenza sessuale. Quanto ai rispettivi ruoli ritengo di avere avuto un ruolo paritario con gli altri due e non di essere stato il capo. Quanto all’idea, è nata in comune anch’essa e non è stata frutto di una mia iniziativa, ritengo che nell’occasione si sia agito con improvvisazione."
E’ pertanto corretta l’indicazione dell’atto di accusa, che individua l’inizio del compimento del reato al momento in cui la vettura, con il AC 1 nascosto nel bagagliaio, affianca la vittima, e gli altri due correi la invitano a salire per condurla a Campione d’Italia, ben sapendo di essere in realtà intenzionati a condurla altrove per usarle violenza.
9.
Quanto al ruolo del AC 1 nel contesto del branco che ha stuprato la vittima, la Corte, a dispetto delle contestazioni del prevenuto (cfr. la prefata trascrizione del verbale dibattimentale), è convinta, sulla scorta di convergenti indizi, che egli sia stato l’ideatore della violenza, la figura trainante, e perciò il capo dell’orda.
Il convincimento della Corte non deriva affatto dalle dichiarazioni processuali degli altri due correi, che comprensibilmente hanno tentato di addossare al AC 1, assente, parte delle proprie colpe, ma da elementi di ben altro genere.
Il primo rilievo è quello del fatto che all’epoca gli altri due correi erano degli incensurati, il _ padre di famiglia e il _ di 10 anni più giovane degli altri due, mentre che il AC 1 poteva vantare già 6 precedenti penali, tra cui quello che lo condannava ad un anno di detenzione, mai espiato. Facile perciò determinare chi dei tre avesse maggiore dimestichezza con la violazione delle nostre norme di comportamento civile, dovendosi quasi ritenere irriducibile il comportamento del AC 1, che aveva assommato le condanne nel breve lasso di tempo di 4 anni.
Un secondo elemento di valutazione è dato dal fatto che gli altri due correi (oltre a non avere precedenti, e possedere quindi un migliore livello di moralità) avevano all’epoca uno stabile legame con la Svizzera, paese in cui vivevano e lavoravano (il _ vi risiede ancora oggi senza più avere avuto problemi con la giustizia), mentre che il AC 1 ne era già stato espulso, e vi si trovava in violazione del bando. Appare persino ovvio dedurre chi dei tre potesse avere minori inibizioni nell’adottare (nuovamente) un comportamento illecito, potendo ritenere che il proprio soggiorno avesse natura provvisoria, e questo a dispetto delle dichiarazioni del AC 1 di essere venuto a cercare lavoro, ostando a siffatto asserito intento già solo l’espulsione pronunciata nei suoi confronti.
E ancora, dal successivo comportamento del AC 1 e del _, autori delle violenze più gravi in danno della vittima, risulta evidente come sia il AC 1 (con riferimento al suo successivo grave reato sessuale), e non il _, ad essere disturbato nella sfera sessuale e nel suo rapporto con le donne.
Altri elementi, tutti convergenti sul AC 1, si inferiscono dai fatti di quella notte: è il AC 1 ad abbordare la donna al bar, allungando anche le mani, e perciò a fantasticare per primo di un possibile fugace contatto sessuale (sia pure lecito), ed è ancora il AC 1 ad importunarla nel parcheggio nel verosimile intento a tentare di convincerla a salire nel suo appartamento a raggiungere i compari con una presumibile proposta di sesso di gruppo. Sempre lui è quello che -secondo la vittima (verbale 3 dicembre 2004 avanti al PP)- ha dato le indicazioni al conducente della vettura per raggiungere la spiaggia, ed “
era quello che in sostanza comandava
” (pag. 9). Non a caso, come nella logica di queste turpi azioni, è il AC 1, avuto riguardo alla gerarchia di quel gruppo, quello che per primo si accomoda, sia all’inizio, che dopo, allorché la vittima è andata nel lago a lavarsi, mentre che il _ deve in sostanza attendere il proprio turno per avere il rapporto sessuale.
La Corte accerta pertanto che l’idea dello stupro è sicuramente stata partorita dalla perversa mente del qui prevenuto, che ne ha pianificato i preliminari (si è nascosto in macchina, ha indicato l’itinerario alla volta del luogo del crimine) e che ha condotto l’operazione nella fase esecutiva, facendosi forte della presenza dei correi, ma anche trascinandoli ad un comportamento che essi non avrebbero di certo avuto senza la sua determinante presenza. Detto più chiaramente, è convincimento della Corte che senza AC 1, gli altri due si sarebbero bevuti le loro birre al pub _ senza nemmeno avere il coraggio di rivolgere la parola alla vittima.
10.
Come già i correi nel loro procedimento, anche l’imputato ha tentato di attribuire almeno parte della responsabilità dell’accaduto al consumo (o all’abuso) da parte sua di bevande alcoliche durante quella serata, rilevando di avere iniziato a bere già nel tardo pomeriggio, e di avere continuato per tutta la sera, per il che si sarebbe trovato al momento dei fatti in situazione di ubriachezza.
La Corte ha vagliato l’argomentazione nell’ottica (auspicata dal prevenuto) di una possibile sua scemata responsabilità, concludendo in senso negativo, ovvero per l’inesistenza di un influsso giuridicamente rilevante del consumo di alcol sulla sua capacità di determinarsi, dopo avere ricostruito con ragionevole precisione i consumi di bevande alcoliche del prevenuto sulla scorta delle dichiarazioni del correo _ come pure di quelle dello stesso AC 1.
Secondo il _, chiamato ad esprimersi dettagliatamente sul tema in occasione del verbale di interrogatorio del 25 novembre 1993 (classificatore 13/1994, AI 1.10, pag. 8):
"
quella sera tra le 17.00 e le 24.00 avrò bevuto circa 2 litri di birra. Ho incominciato con un birrino al _ di _ verso le 17.00 poi alla _ di _ e fino alle 20.30 avrò bevuto tre o quattro o cinque birrini (io bevo sempre birrini).
Un altro birrino l’ho bevuto mentre andavo a _ in un paese di cui non conosco il nome, vicino a _. Non l’avevo mai detto prima di questo paese.
A cena ho bevuto un altro birrino. Da _ ce ne siamo andati alle 22.30 e siamo rimasti al _ _ fino alle 23.30 dove ho bevuto un birrino, massimo due. Al ristorante del _ avrò bevuto ancora due o tre birrini fino alle 24.00 o 24.10."
Questi consumi dovrebbero essere speculari a quelli del prevenuto, atteso che si beveva in compagnia e si procedeva perciò a “giri” di bevande (in tal senso: verbale dibattimentale, pag. 5, in cui il prevenuto riconosce di avere consumato quanto il _), e sulla scorta di queste dichiarazioni, l’ufficio bioanalitico, interpellato in occasione del primo procedimento, aveva concluso per un’alcoolemia massima dello 0.60 per mille, tra le 01.00 e le 02.00 del 31 agosto 1993 (sentenza 7 aprile 1994, pag. 16), per il che al _ nulla era stato riconosciuto a titolo di scemata responsabilità nel giudizio a suo carico.
Leggendo però il verbale in favore dei prevenuti, ed in particolare non attenendosi all’indicazione del _ del consumo di “birrini” (cioè dosi da 0.2 litri), ma computando invece delle vere e proprie birre (0.3 litri), ed anche, laddove indicato, delle “birre da mezzo” (0.5 litri), si poteva al limite ritenere un consumo pro capite di 3.5 litri di birra nell’intero lasso di tempo, ossia quanto dichiarato dal _ all’odierno dibattimento (verbale dibattimentale, pag. 6).
Nemmeno in questa ipotesi, tuttavia, il _ ed il AC 1 andavano ritenuti ubriachi al punto di trovarsi in stato di scemata responsabilità.
Infatti, effettuando un calcolo empirico sulla base del prontuario del Laboratorio Bioanalitico di Lugano, secondo il quale per un uomo del peso di 80 kg (AC 1 ha dichiarato che all’epoca dei fatti pesava 78/79 kg, verbale dibattimentale, pag. 5) l’assunzione di 3 dl di birra comporta l’aumento dello 0.15 per mille del tasso alcolemico nel sangue. Pertanto l’assunzione di 3,5 litri di birra comporta un tasso di 1.75 per mille. Deducendo quanto smaltito dall’organismo nelle almeno 7 ore intercorse dall’inizio dell’assunzione di alcolici alla commissione del reato (0.15 per mille ogni ora secondo le indicazioni del Laboratorio Bioanalitico), si ha che il valore relativo all’alcol assunto deve essere ridotto di 1.05 per mille, ragione per cui il computo finale del tasso è dello 0.7 per mille, ben lontano dal valore del 2 per mille, a partire dal quale può essere presunta una scemata responsabilità (DTF 122 IV 49).
L’accusato al dibattimento ha invero addotto un consumo maggiore di alcolici rispetto a quanto indicato all’epoca dal _ (confermato al dibattimento). Il prevenuto, pur riconoscendo di avere bevuto quanto gli altri e non di più, ha dichiarato infatti di avere tracannato circa 15 birre da 3 dl della Feldschlösschen, nonché del vino a cena.
Il consumo di vino in occasione del pasto serale è una novità del dibattimento che non trova riscontro in nessun verbale d’interrogatorio. Il particolare è inoltre stato contestato dal _ in aula, che della cena aveva ancora un ricordo preciso, sì da affermare che occasione della sua audizione dibattimentale che “
per quanto ricordo, a cena, consumata a _ mangiando del pollo, consumammo tutti birra da mezzo litro e non vino
” (verbale dibattimentale, pag. 6).
Tuttavia, anche ammettendo che il AC 1 avesse bevuto 15 birre da 3 dl e ancora una birra da 0.5 litri a cena, avremmo un consumo complessivo di 5 litri di birra, che comporta un tasso di alcool nel sangue del 2.50 per mille. Deducendo il predetto smaltimento fisiologico del 1.05 per mille, si avrebbe comunque un tasso alcolemico al momento dei fatti dell’1.45 per mille, comunque insufficiente per riconoscere uno stato giuridicamente rilevante di anche parziale scemata responsabilità.
Tolto perciò quello che in definitiva è solo il tentativo di scaricare sull’alcool le proprie colpe (limpide in tal senso dichiarazioni predibattimentali quali “...
se fossimo stati sobri non sarebbe successo
” e “...
non sono stato io bensì l’alcool
”), la verità (comunque accertata in base ai predetti calcoli) è racchiusa in un frammento di sincerità contenuto nella sua lettera 22 febbraio 2005 al Procuratore Pubblico, in cui riconosceva nella sostanza di non essere stato pregiudicato dall’alcol nell’esercizio delle proprie facoltà mentali (classificatore acc. 20/05, sezione corrispondenza, n. 36):
"
Ammetto che la sera dei fatti io e due portugese avevamo bevuto un po’ troppo compresa la signora che ora mi accusa, ma malgrado questo ero ancora in possesso delle mie facoltà mentali."
il che, a mente della Corte, chiude definitivamente ogni discorso sul tema della scemata responsabilità.
11.
Secondo l’art. 190 cpv. 1 CP chi costringe una persona di sesso femminile a subire una congiunzione carnale, segnatamente usando minaccia o violenza oppure esercitando su di lei pressioni psicologiche o rendendola inetta a resistere, commette violenza carnale ed è punito con la reclusione fino a 10 anni.
Parimenti, l’art. 189 cpv. 1 CP punisce con la reclusione sino a 10 anni o la detenzione chiunque costringe una persona a subire un atto analogo alla congiunzione carnale o un altro atto sessuale, segnatamente usando minaccia o violenza, esercitando pressioni psicologiche su di lei o rendendola inetta a resistere.
L’art. 200 CP, poi, stabilisce che se un reato contro l’integrità sessuale è stato commesso insieme da più persone, il giudice può aumentare la pena sino a una volta e mezzo quella comminata, ma senza andare oltre il massimo legale della specie di pena.
Elemento comune dei primi due disposti - che proteggono la libera determinazione in ambito sessuale (DTF 119 IV 309 consid 7a) - è la coazione esercitata per indurre una persona, contro il suo volere, a fare o subire un rapporto sessuale completo o un altro atto di tipo sessuale (DTF 119 IV 309 consid 7b).
Relativamente ai mezzi utilizzati per costringere la vittima, i disposti citati menzionano, in particolare, la minaccia, la violenza, le pressioni psicologiche e il fatto di rendere la vittima inetta a resistere.
Per minaccia – che non deve necessariamente essere grave (come prevedeva il vecchio diritto) né riferirsi solo a danni corporali - bisogna intendere che l'autore, a parole o con il suo comportamento, induce la vittima a temere un serio pregiudizio per farla cedere (DTF 122 IV 100; Rehberg/Schmid, Strafrecht III, 6. ed. p. 378; Stratenwerth, Schweiz. Strafrecht, Bes. Teil I, 5. ed. p. 158 no 7).
Per violenza va inteso il ricorso a una forza fisica più intensa di quella necessaria per il compimento di un atto nelle circostanze ordinarie della vita (DTF 87 IV 69), ritenuto tuttavia che non è necessario il ricorso a forme qualificate di violenza ed è sufficiente che l'autore trattenga la vittima grazie alla propria superiorità fisica (DTF 122 IV 100; Jenny/Schuhbart/Albrecht, Kommentar zum schw. Strafgesetzbuch, art. 189 n. 16).
Le pressioni psicologiche consistono nell’assoggettamento della vittima analogo a quello conseguente alla minaccia o alla violenza ottenuto senza ricorrere a questi mezzi di costrizione, ad esempio minacciando di un serio pregiudizio una persona vicina alla stessa vittima oppure provocando un perdurante sentimento di paura nella vittima medesima e profittando di tale situazione (DTF 124 IV 154).
In generale non è quindi necessario, perché sia dato il reato in discussione, che la vittima si difenda fino all’esaurimento delle proprie forze, sufficiente essendo che vi rinunci, ad esempio per effetto della paura oppure perché considera ogni resistenza vana o causa di inconvenienti non sopportabili (DTF 75 IV 113; cfr. anche DTF 115 IV 217; DTF 119 IV 309 consid 7b).
12.
Non occorre ripercorrere ulteriormente i fatti posti a giudizio per stabilire che essi configurano gli ascritti reati di violenza carnale, in relazione alle congiunzioni carnali alle quali la vittima è stata obbligata, e di coazione sessuale per rapporto all’atto sessuale costituito dal coito anale, poco importa se consumato o solo tentato.
Del tutto pacifico è inoltre che entrambi i reati sono aggravati ai sensi dell’art. 200 CP per essere stati commessi collettivamente.
Per effetto dei combinati art. 68, 189, 190 e 200 CP, la possibile comminatoria di pena per AC 1 è perciò di 15 anni di reclusione.
13.
Inoltre, l’art. 187 cifra 1 CP stabilisce che chiunque compie un atto sessuale con una persona minore di 16 anni è punito con la reclusione sino a 5 anni o con la detenzione.
Per effetto dell’art. 68 cifra 1 CP, qualora questo reato venga commesso ripetutamente la pena massima comminabile può essere aumentata sino ad un massimo di 7 anni e 6 mesi di reclusione.
E’ incontrovertibile che i fatti per i quali il AC 1 è già stato condannato in Portogallo alla pena di 4 anni di reclusione (circa 15 congiunzioni carnali con una fanciulla di 13 anni) adempiono appieno i requisiti della predetta norma.
14.
Giusta l'art. 63 CP, il giudice commisura la pena alla colpa del reo, tenendo conto dei motivi a delinquere, della vita anteriore e delle sue condizioni personali.
La gravità della colpa - secondo quanto rilevato da Tribunale federale in numerose sentenze (valgano, quale esempio: DTF 127 IV 101 consid. 2a; 122 IV 241 consid. 1a e sentenze ivi citate) - è pertanto il criterio fondamentale per la fissazione della pena.
Nella sua valutazione entrano in considerazione numerosi fattori quali il movente e le circostanze esterne, l'intensità del proposito o della negligenza, l'eventuale assenza di scrupoli, il modo d'esecuzione del reato, l'entità del pregiudizio arrecato volontariamente, la durata o la reiterazione dell'illecito, il ruolo in seno ad una banda, la recidiva, le difficoltà personali o psicologiche, il pentimento, e la volontà di emendamento, la qualità della collaborazione con gli inquirenti, il comportamento dopo la perpetrazione del reato, ecc. (DTF 127 IV 101 consid. 2; DTF 124 IV 44 consid. 2d con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1;116 IV 288 consid. 2a). Tuttavia, nella misura del possibile, devono essere evitate sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato, tenendo conto tra l'altro degli effetti della condanna sulla sua vita (DTF 128 IV 73 consid. 4; 127 IV 97 consid. 3; 118 IV 342 consid. 2).
15.
Il crimine commesso dal AC 1 il 30/31 agosto del 1993 in correità con i suoi due compari è di elevata ed inusuale gravità nel contesto delle violenze sessuali. La vittima è stata reiteratamente stuprata e costretta ad altri atti sessuali dai suoi aggressori, che nemmeno hanno receduto allorché il di lei corpo non ha retto all’affronto. Senza alcuna remissione, nemmeno di fronte al ribrezzo, il AC 1 ed i suoi bravi l’hanno spedita nel lago affinché si lavasse sommariamente dalle sue feci, e quindi l’hanno nuovamente violentata a ripetizione, senza risparmiarle percosse e minacce di morte, che essa ha sicuramente preso per vere, cumulando all’oltraggio al suo corpo anche il timore che dopo di ciò le sarebbe stata tolta la vita. Basti dire, per bene inquadrare la gravità oggettiva del reato, che la stessa difesa ha riconosciuto che si tratta di “
fatti che suscitano ribrezzo ed indignazione
”.
AC 1 giunge a giudizio per i fatti del 1993 come 29enne già abbondantemente compromesso con la giustizia, avendo assommato ben 6 precedenti penali. Poco conta il fatto che i primi 5 siano “solo” decreti d’accusa per reati tutto sommato minori. Quello che salta all’occhio è la pervicacia nel commettere sempre nuovi reati a dispetto delle condanne inflittegli, anche a pene non sospese condizionalmente, e quindi espiate. Anzi, ai 5 primi piccoli precedenti se ne aggiunge un sesto, ben più grave, che gli vale una pena da espiare di ben 12 mesi, non espiata perché egli ripara all’estero. Sanzione anche questa inefficace, visto che lo ritroviamo in Svizzera entro il periodo per il quale era stato espulso, a macchiarsi della vergognosa violenza per la quale è oggi a giudizio. Il desolante quadro che ne esce, è quello di un AC 1 privo di ogni volontà di emendamento, incurante di ogni norma legale, irriducibile nonostante le sanzioni emesse a suo carico, che egli anzi sfida, commettendo deliberatamente il nuovo reato di violazione del bando per tornare in Svizzera con l’asserita intenzione di cercarvi lavoro.
Ad un mese esatto dal suo rientro, dopo un'oziosa serata di bevute in vari locali con due compari tutto sommato occasionali (non erano infatti amicizie o conoscenze di lunga data), individua una vittima, colpevole di averlo prima fatto eccitare al _ _ accettando il suo grossolano corteggiamento fatto di palpeggiamenti alle gambe e forse anche al seno, e soprattutto di avere poi (e ciò nonostante) rifiutato di fargli scaricare la libidine in un rapido amplesso, magari da estendere ai gregari, per un po’ d’eccitazione supplementare. Nell’egoistica logica del AC 1 ciò non è però consentito, ed allora egli trascina (senza invero troppo faticare) gli altri due incensurati in quella che inizia forse come una bravata, ma che ben presto diviene proposito di orrenda violenza collettiva, portato avanti con brutalità, rozzezza, assenza di scrupoli e notevole determinazione criminale, se si considera che la vittima si è dibattuta e ha chiesto requie per il non breve tragitto da _ al luogo dello stupro, e quindi, sulla spiaggia, consumato con altrettanta implacabile determinazione e addirittura ribadito dopo la pausa per consentire alla vittima di lavarsi.
Dal profilo della vita anteriore, della futilità dell’egoistico movente -soddisfacimento della propria animalesca pulsione-, del ruolo avuto in seno alla banda, della brutalità dell’esecuzione e dell’assenza di qualunque riguardo per la vittima, il AC 1 appare pesantemente compromesso, e ne emerge una colpa soggettivamente molto grave per fatti che oggettivamente sono altrettanto gravi. Immediatamente dopo i fatti egli si è reso irreperibile, il che non mitiga evidentemente la sua colpa.
A favore dell’accusato, che al dibattimento si è comportato correttamente, depone la confessione resa in aula, che ancorché tardiva è comunque meglio di nessuna confessione, e ha quanto meno rappresentato un abbozzo di presa di responsabilità, oltre ad avere, in guisa di gesto di rispetto, risparmiato alla Corte lo stucchevole esercizio di contestargli in aula tutti gli elementi di prova che avrebbero condotto al medesimo risultato di ritenerne la colpevolezza.
Va inoltre tenuto conto del tempo trascorso, ancorché non come attenuante specifica, come richiesto dalla difesa, ma solo in forma di circostanza di attenuazione generica.
Il computo del tempo trascorso inizia in effetti al più presto dopo il processo subito in Portogallo nel 1996 (cioè dopo l’insieme dei fatti per i quali oggi si emette la pena). Nulla cambierebbe comunque se si volesse computare il tempo già a partire dal 1993, dovendosi in tal caso accertare che l’accusato non ha tenuto buona condotta per la pesantissima ricaduta nell’illecito dell’estate del 1995.
A fronte del tempo trascorso, che è lungo anche computandolo dal 1996, la Corte ha ritenuto di non dovere accordare l’attenuante specifica per il motivo del successivo comportamento del AC 1. Risulta infatti, come già visto, che egli ha subito una nuova condanna per evasione nel 1999. E’ ben vero che quei fatti non sono costitutivi di reato in Svizzera (ed in tal senso non se ne è tenuto conto per ritenerlo maggiormente pregiudicato di quanto non sia già), ma nel giudizio circa la buona condotta la Corte ritiene di potere tenere comunque in considerazione il fatto che egli non si è attenuto alle norme di comportamento del paese in cui risiedeva, commettendovi quello che in Portogallo è un reato. Oltre a ciò, risulta a carico dell’accusato un’altra condanna penale per guida in stato d’ebrietà nel 2003 (ebrietà pesantissima, pari al 2.13 per mille), circostanza che per lui non ha affatto carattere episodico, ma denota la persistenza in quei comportamenti già ripetutamente palesati e sanzionati in Svizzera. Siamo perciò anche qui ben lontani dalla nozione di buon comportamento, specie se si considera che al dibattimento, parlando dell’incidente d’auto in cui è incorso, ha ammesso che era stato frutto di un’ulteriore ebrietà al volante, fattispecie per la quale egli risulta perciò essere stato incorreggibile almeno sino all’asserita svolta nella sua vita determinata dalla nuova compagna.
Si è infine tenuto conto quanto meno dei problemi del AC 1 legati al consumo di alcolici, all’asserita volontà di cambiamento e al quadro positivo presentato in particolare dalla nuova compagna, come pure del fatto che dovere tornare in carcere in questo momento, dopo tanti anni dai fatti, sia particolarmente duro ed incisivo per il condannato.
16.
Il AC 1, oltre alle attenuanti testé riconosciutegli e alle altre da lui invocate, si prevale anche del suo diritto alla parità trattamento rispetto ai correi giudicati nel 1994, in particolare il _, che avrebbe avuto una colpa pari o addirittura maggiore della sua, auspicando perciò che le pene erogate in quella sede costituiscano una sorta di pietra di paragone per la sanzione a suo carico, e che poi si consideri ancora il lungo tempo trascorso e si effettui il concorso retrospettivo con i fatti del 1995, computando quindi i 4 anni espiati.
L’art. 8 della Costituzione federale promuove il principio di uguaglianza, in base al quale tutti sono uguali di fronte alla legge e nessuno deve subire discriminazione per le sue origini, la sua razza, sesso, età, ecc..
In questo principio trova origine quello della parità di trattamento processuale secondo cui ognuno deve essere giudicato in misura uguale a chi ha commesso gli stessi fatti e reati nelle stesse circostanze. Tuttavia, come costantemente ribadito dalla giurisprudenza, il confronto tra due casi concreti suole essere in generale infruttuoso, soprattutto in un procedimento penale, diverse essendo quasi sempre in ognuno di essi le circostanze soggettive ed oggettive che il giudice è tenuto a considerare (DTF116 IV 292).
Si tratta perciò di un principio ad ampio spettro, che funge da monito al giudice nel suo agire secondo legalità ed equità, impedendogli di cadere nell’arbitrarietà. Non è invece concretamente possibile un’applicazione precisa e simmetrica di un tale principio, troppe risultando le considerazioni che il giudice, in sede di commisurazione della pena è tenuto a fare, dovendosi in definitiva ammettere che ogni caso presenta le proprie particolarità ed è perciò di per sé stante, che ogni persona, dunque ogni reo, è unica, con un proprio modo di pensare ed agire, anche nell’illecito, e con un proprio bagaglio di esperienza, così da rendere irriproducibile il cosiddetto aspetto soggettivo del reato, importante quanto quello oggettivo ai fini della quantificazione della pena.
Inoltre, invocare il principio di parità di trattamento prevalendosi di un giudizio precedente della stessa specie che però risulta contrario al diritto, è in ogni caso escluso, stante la violazione del principio di legalità, che è prevalente (cfr. Rechtsgleichheit, Beatrice Weber Dürler in Thürer/Aubert/Müller, Verfassungsrecht der Schweiz, §41, pag. 667; DTF 123 II 254, consid. 3c), non esistendo quindi il diritto alla parità di trattamento nell’illecito.
Il caso in questione è molto particolare, visto che la sentenza invocata dalla difesa riguarda i medesimi fatti qui a giudizio, avendo statuito sui reati dei correi del AC 1.
Essa non può di principio essere senz’altro disattesa dall’odierna Corte, la quale non può però nemmeno essere eccessivamente vincolata nell’esercizio del proprio potere d’apprezzamento. La corretta soluzione deve perciò essere quella per cui l’odierna
Corte si determina secondo il proprio libero convincimento, dando però ragione con attenzione dei motivi per i quali dovesse discostarsi in maniera significativa da quel pronunciamento.
Una prima elementare considerazione, che è motivo per giustificare una diversità di trattamento tra i correi AC 1 e _ (mentre che il _ fa storia sé, avendo delle responsabilità anche oggettive notevolmente minori), è data dalla differenza della situazione soggettiva del AC 1 rispetto a quella del _.
Come si è accertato in precedenza, il AC 1 era pluripregiudicato, mentre che il _ era incensurato, il che gli è valso uno sconto di pena (sentenza 7 aprile 1994, pag. 36) di cui AC 1 non può beneficiare.
Inoltre, va sicuramente considerato il diverso (e più grave) ruolo del AC 1 nel contesto di quel reato, essendosi accertato che egli è stato l’ideatore della violenza ed il capo della gruppo costituitosi nell’occasione.

## Considerations