# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** bbf0ddad-2822-588e-8006-51afc1e205a0
**Court:** TI_TRAC
**Chamber:** TI_TRAC_001
**Year:** 2009
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** 

## Facts

in fatto:
A.
Nell'edizione di gennaio del 2004 del periodico _, pubblicato dalla AP 2, distribuito alla fine di dicembre 2003, è apparso nella rubrica “Attualità” un articolo firmato da _ intitolato “AO 1: litigi pericolosi” (pagg. 16 a 19). Il servizio, con il sottotitolo “La banca luganese ha in corso processi per somme esorbitanti. Un professore di economia avverte del rischio di fallimento e chiede un intervento delle autorità”, si domandava anzitutto se la AO 1 fosse una “banca pulita” e se “i risparmi depositati dai clienti fossero al sicuro”, rispondendo negativamente. Esso riferiva inoltre che erano in corso “almeno cinque procedimenti civili contro la AO 1”, con richieste di giudizio superiori “al miliardo di franchi”, suscettibili a metterne “in grave pericolo la sopravvivenza”. L'articolista continuava esprimendo dubbi sull'attività di sorveglianza della Commissione federale delle banche e del Consiglio federale, riportando stralci di un'interrogazione parlamentare del 19 giugno 2003 del Consigliere nazionale ginevrino _ e mettendo in collegamento l'attività della banca con i casi “Pizza connection” e “Mani pulite”. Egli rievocava in seguito i passaggi di proprietà dell'istituto, sostenendo che la AO 1 non aveva informato i compratori del “possibile buco di quasi un miliardo di franchi”, né aveva costituito a bilancio le riserve necessarie.
Ripresi stralci della risposta del Consiglio federale alla citata interrogazione, l'estensore dell'articolo riportava opinioni critiche attribuite a un ex membro della Commissione federale delle banche, il prof. _, come pure al segretario dell'Associazione _, _ di _. In tre riquadri si descrivevano tre processi che coinvolgevano la banca e, alla fine del servizio, si riprendeva la seguente dichiarazione attribuita ad _: “Se un giorno le accuse dei clienti dovessero dimostrarsi fondate, non solo la banca sarà costretta alla bancarotta, ma il danno causato alla piazza finanziaria elvetica sarà incalcolabile”. L'autore concludeva con un commento intitolato “Le banche alla ricerca di clienti da scippare”, firmato dal medesimo _.
B.
Il 31 dicembre 2003, avuta notizia della diffusione del periodico _ agli abbonati, la AO 1 ha inoltrato alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 1, un'istanza cautelare nei confronti di AP 1, redattore responsabile del periodico, della AP 2, di _ e della _, distributore della rivista, per ottenere – sotto la comminatoria dell'art. 292 CP – il divieto di diffondere o spossessarsi in altro modo degli esemplari della rivista, così come il blocco del sito
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www._
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in relazione all'articolo predetto. Lo stesso 31 dicembre 2003 il Pretore ha decretato le ingiunzioni inaudita parte e con decreto cautelare del 25 aprile 2004, dimessa dalla lite la _, ha accolto l'istanza previo contraddittorio, impartendo alla AO 1 un termine di 60 giorni per promuovere la causa di merito, termine poi rettificato in 30 giorni con lettera del 3 maggio 2004 (inc. DI.2003.1005).
C.
Nel frattempo, venuta a sapere dal redattore responsabile che _ intendeva pubblicare un nuovo articolo su di essa, il 16 febbraio 2004 la AO 1 ha nuovamente convenuto la AP 2 e AP 1 davanti al Pretore, chiedendo che fosse loro vietato cautelarmente – sotto comminatoria dell'art. 292 CP – di divulgare, distribuire, mettere a disposizione su siti Internet o supporti cartacei nuovi articoli che si riconducessero, nella loro impostazione e formulazione (posizione potenzialmente, ma gravemente debitoria della banca in seguito a pretese di clienti) a quello citato dianzi (“AO 1: litigi pericolosi”). L'indomani il Pretore ha decretato l'ingiunzione inaudita parte, confermandola con decreto cautelare del 29 aprile 2004 e impartendo all'istante un termine di 60 giorni, rettificato in seguito a 30, per promuovere la causa di merito (inc. DI.2004.125).
D.
Nell'edizione di marzo del 2004 del periodico
L'_
è apparso, nella rubrica “Forum” (pag. 4, riquadro in basso a destra), un trafiletto non firmato intitolato “L_ si scusa”, nel quale si comunicava che nel numero di gennaio erano incorsi errori, e segnatamente che “nel sottotitolo a pagina 16 è sbagliata la menzione ‘professore di economia’; giusto è l'associazione _”, che “alla tredicesima riga la dicitura ‘il professore di economia _’ va sostituita con ‘l'Associazione _’ e che la citazione della didascalia a pagina 19 non è del professor _, ma di _, segretario dell'Associazione _ (così come riportato correttamente nel testo)”. In un riquadro nella pagina accanto figurava un altro pezzo non firmato, intitolato “vietato scrivere su...” (riquadro a pag. 5), nel quale si riferiva dei procedimenti cautelari avviati contro il periodico dall'istituto bancario, il cui nome era tuttavia annerito. Nel maggio del 2004 sull'_ è poi apparso, nella rubrica “Attualità” (pag. 6 e 7), un altro articolo intitolato “Precetti misteriosi dalla Libia” (pag. 16 a 18 nella rubrica “Attualità”), firmato da AP 1, nel quale si narrava di precetti esecutivi notificati a un istituto bancario – il cui nome era oscurato – da un banca di _, messa in relazione con _
E.
In esito a una petizione promossa il 1° giugno 2004 dalla AO 1, con sentenza del 22 agosto 2007 il Pretore del Distretto di Lugano, sezione 1, ha vietato ai convenuti – sotto comminatoria dell'art. 292 CP – di distribuire gli esemplari in loro possesso della rivista del gennaio 2004 o di pubblicare o di diffondere in altro modo l'articolo in questione e ha loro ingiunto di bloccare il sito Internet del periodico in relazione con lo stesso articolo. Egli ha condannato i convenuti inoltre a versare solidalmente all'attrice fr. 25
891.– con interessi al 5% dal 1° giugno 2004, ingiungendo alla AP 2 e a AP 1 di pubblicare a loro spese un estratto dei motivi e i dispositivi della sentenza (inc. OA.2004.334). Un appello presentato da AP 1 e dalla AP 2 è stato parzialmente accolto da questa Camera con sentenza odierna, limitatamente alla formulazione del sunto dei motivi destinato a pubblicazione (inc. 11.2007.154).
F.
Frattanto, il 2 giugno 2004, la AO 1 ha nuovamente convenuto la AP 2 e AP 1 davanti al medesimo Pretore, chiedendo che fosse loro vietato
–
sotto comminatoria dell'art. 292 CP
–
di divulgare, distribuire, mettere a disposizione su Internet o su supporti cartacei nuovi articoli che si riconducessero, nella loro impostazione e formulazione (posizione potenzialmente, ma gravemente debitoria della banca in seguito a pretese di clienti) a quello antecedente “AO 1: litigi pericolosi”, non senza postulare il versamento di fr. 8050.80 con interessi al 5% dal 2 giugno 2004 a titolo di risarcimento danni. Nella loro risposta del 12 novembre 2004 AP 1 e la AP 2 hanno proposto di respingere la petizione, sollecitando altresì la revoca dei provvedimenti cautelari. L'udienza preliminare si è tenuta il 7 aprile 2005 e l'istruttoria, iniziata il 21 settembre 2005, si è conclusa il 2 ottobre 2006. Al dibattimento finale del 12 dicembre 2006 l'attrice ha confermato le proprie domande sulla scorta di un memoriale conclusivo trasmesso il 1° dicembre 2006, mentre AP 2 e AP 1 non sono comparsi.
G.
Statuendo il 27 agosto 2007, il Pretore ha vietato ai convenuti – sotto comminatoria dell'art. 292 CP – di divulgare, distribuire, mettere a disposizione su Internet o su supporti cartacei nuovi articoli che si riconducessero, nella loro impostazione e formulazione (posizione potenzialmente, ma gravemente debitoria della banca a seguito di pretese di clienti) a quello antecedente “AO 1: litigi pericolosi”. Inoltre egli ha obbligato i convenuti a risarcire solidalmente all'attrice fr. 3423.25 oltre interessi al 5% dal 2 giugno 2004. La tassa di giustizia di fr. 800.– e le spese sono state poste per un quarto a carico dell'attrice e per il resto a carico dei convenuti in solido, tenuti a rifondere all'attrice, sempre con vincolo di solidarietà, fr. 2000.– per ripetibili ridotte.
H.
Contro la sentenza appena citata AP 1 e la AP 2 sono insorti con un appello del 17 settembre 2007 nel quale chiedono di respingere la petizione, di revocare le misure cautelari decretate dal Pretore il 17 febbraio e il 29 aprile 2004, riformando il giudizio impugnato di conseguenza. Nelle sue osservazioni del 12 novembre 2007 la AO 1 propone di respingere l'appello.

## Considerations

Considerando
in diritto:
1.
La sentenza impugnata, emessa il 27 agosto 2007, è pervenuta agli appellanti, al più presto, l'indomani. Inoltrato nel termine di 20 giorni previsto dall'art. 308 cpv. 1 CPC, l'appello in esame è pertanto tempestivo.
2.
Gli appellanti censurano il rifiuto del Pretore di sentire in qualità di testimoni _ e _, postulandone l'escussione in appello. Affermano che il primo giudice ha respinto tali prove senza motivo, mentre ha incomprensibilmente ammesso l'audizione per rogatoria in _ di _, la quale verso alla banca vantava pretese di molto inferiori a quelle di altri due testimoni da loro offerti con recapito in Svizzera.
a)
In linea di principio una parte ha diritto all'assunzione delle prove offerte, ma l'autorità può rinunciare a esperire quei mezzi istruttori il cui presumibile risultato non porterebbe elementi di rilievo (“apprezzamento anticipato delle prove”: DTF 124 I 211 consid. 4a, 122 V 162 consid. 1d, 121 I 306 consid. 1b, 106 Ia 162 consid. 2b). Ove intenda rifiutare determinate prove, in ogni modo, il giudice deve motivare perché tali prove risulterebbero superflue o inidonee a recare chiarimenti di rilievo (DTF 119 Ib 492 consid. 5b/bb con rinvii). Con ordinanza sulle prove del 21 settembre 2001 il Pretore ha rifiutato, nella fattispecie, i testimoni notificati dagli appellanti, salvo ammettere _. Esprimendosi sulle stesse prove offerte da _, egli ha spiegato nondimeno che le altre testimonianze esulavano dal tema della lite, rinviando ai motivi esposti in sede cautelare (pag. 2). E in tale decreto il primo giudice aveva rilevato che l'audizione di _ e di _ appariva inutile, sia perché la loro posizione era già stata chiarita, sia perché determinante era l'esistenza di cause civili, non bastando che essi vantassero pretese, seppure oggetto di precetti esecutivi (decreto cautelare del 29 aprile 2004, pag. 4, nell'inc. DI.2004.125 richiamato). Non si può dire pertanto che il primo giudice abbia omesso di motivare il rifiuto delle prove.
b)
Si aggiunga che con la motivazione testé riassunta gli appellanti non si confrontano, limitandosi a ribadire che i due testimoni vanno chiamati da questa Camera (art. 322 lett. b CPC) a deporre sul fatto che al momento in cui è stato pubblicato l'articolo (il 31 dicembre 2003) essi vantavano pretese nei confronti dell'attrice per oltre un miliardo di franchi. Se non che, l'ammontare delle pretese avanzate da costoro emerge già dalla testimonianza dell'avv. _, patrocinatore dell'istituto (verbale del 2 febbraio 2006, pag. 2 verso il basso, pag. 5 e pag. 6 in alto), da un estratto dell'Ufficio di esecuzione (doc. 1), così come da una lettera 11 febbraio 2004 dello stesso _ (doc. 3). Né l'attrice ha mai negato l'esistenza dei contenziosi con i due clienti o sminuito l'ordine di grandezza delle pretese da loro formulate. D'altro lato neppure gli appellanti hanno mai asserito che l'elenco prodotto dalla banca relativo alle cause pendenti nei suoi confronti il 31 dicembre 2003 sia inattendibile (fascicolo
“
edizione documenti dalla parte attrice
”
). In circostanze del genere l'audizione dei due testimoni non apparirebbe, ad ogni modo, suscettibile di recare elementi di rilievo per il giudizio. Ciò premesso, nulla osta alla trattazione dell'appello.
3.
Secondo l'art. 28 cpv. 1 CC chi è illecitamente leso nella sua personalità può, a sua tutela, sollecitare l'intervento del giudice contro chiunque partecipi all'offesa. La lesione è illecita quando non appare giustificata dal consenso della persona lesa, da un interesse preponderante pubblico o privato, oppure dalla legge (cpv. 2). Concretamente l'attore può chiedere al giudice di proibire una lesione imminente, di far cessare una lesione attuale, di accertare l'illiceità di una lesione che continua a produrre effetti molesti (art. 28
a
cpv. 1 CC), così come può chiedere che si comunichi la sentenza a terzi o che la sentenza sia pubblicata (art. 28
a
cpv. 2 CC), riservate le azioni di risarcimento del danno e di riparazione del torto morale, disciplinate dagli art. 41 segg. CO, e l'azione di riconsegna dell'utile conformemente alle disposizioni della gestione d'affari senza mandato (art. 28
a
cpv. 3 CC). Tali norme di legge possono essere invocate sia dalle persone fisiche sia dalle persone giuridiche.
Vi è offesa alla personalità – in particolare – quando una persona è lesa
nell'onore, ovvero nella considerazione morale, sociale o professionale di cui gode. Determinante per giudicare se una dichiarazione sia lesiva è l'impressione suscitata nell'ascoltatore o nel lettore medio dalla dichiarazione stessa nella sua globalità. La pubblicazione di uno scritto può essere lesiva della personalità per i fatti esposti o per l'apprezzamento di quei fatti. Un'allegazione di fatti inesatti è già di per sé illecita, ma non tutti gli errori, le imprecisioni, le generalizzazioni o le approssimazioni sono sufficienti per far apparire uno scritto come errato nel suo insieme. A tal fine occorre che questo sia viziato nei suoi tratti essenziali e desti nel pubblico un'immagine sfavorevole della persona cui si riferisce, ponendola in una luce equivoca o sminuendone sensibilmente la reputazione. Se i fatti sono veri, la loro diffusione è generalmente giustificata dal mandato di informazione della stampa, salvo qualora si tratti di fatti attinenti alla sfera segreta o privata, oppure quando la persona toccata sia sminuita in modo inammissibile poiché la forma usata è inutilmente pregiudizievole (RtiD II-2006 pag. 682 consid. 3 con rimandi, II-2007 pag. 660 consid. 8).
4.
In concreto il Pretore ha ricordato anzitutto che una persona giuridica è titolare anch'essa di alcuni diritti della personalità, in particolare quello di essere tutelata nel suo onore commerciale. Ed egli ha accertato che l'articolo pubblicato nell'edizione del gennaio del 2004 sull'_ era lesiva dell'immagine commerciale dell'attrice, poiché evocava l'idea di una banca che scontentava e ingannava i clienti, di una banca che in ragione di grosse vertenze civili rischiava il fallimento. Passati in rassegna i processi menzionati nell'articolo, il primo giudice ha rilevato che la notifica di precetti esecutivi non è assimilabile alla litispendenza di una causa e che le risultanze istruttorie confermavano sì l'esistenza di procedimenti giudiziari, ma solo per qualche milione di franchi che l'attrice aveva sufficiente solidità finanziaria per sopportare. Egli ha poi constatato che la risposta del Consiglio federale alla nota interrogazione parlamentare era stata riportata nell'articolo in modo lacunoso e fuorviante, che al professore di economia _ si attribuivano affermazioni da lui mai proferite e che quanto dichiarava _ non trovava alcun riscontro concreto, per tacere della circostanza che il paventato rischio di fallimento non si fondava su fatti veritieri e che il commento dell'articolista conteneva inammissibili accuse. L'intero articolo si rivelava così lesivo della personalità della banca.
Ciò posto, il Pretore ha accertato che i convenuti intendevano pubblicare nuovi articoli sul medesimo argomento, dopo quelli di marzo e maggio del 2004, tanto che avevano ormai interpellato il gruppo _ _, proprietario della banca, e che per finire nemmeno contestavano le loro intenzioni. Ravvisata una seria minaccia suscettibile di configurare un'ulteriore lesione illecita della personalità dell'attrice, il Pretore ha appurato che affermazioni del genere erano atte a causare danni particolarmente gravi all'immagine, al credito e alla clientela della banca e che il divieto chiesto dall'attrice era ben delimitato, rispettoso del principio della proporzionalità. Infine il primo giudice ha riconosciuto la colpa dei convenuti, condannandoli solidalmente a risarcire all'attrice fr. 3423.25 per costi legali, salvo respingere la rifusione dei costi per il dispendio in risorse umane fatto valere dall'istituto di credito.
5.
Gli appellanti obiettano anzitutto che le misure cautelari sono decadute, giacché il termine di 30 giorni previsto dall'art. 28
e
cpv. 2 CC per promuovere la causa di merito è cominciato a decorrere il 17 febbraio 2004, quando le misure sono state emanate la prima volta. A loro avviso, pertanto, l'attrice non può sollecitare nuovamente tali provvedimenti con un'azione di merito. La doglianza è doppiamente infondata. Intanto il termine dell'art. 28
e
cpv. 2 CC decorre dalla notifica del provvedimento cautelare e non dalle misure d'urgenza adottate senza contraddittorio (
Bugnon
, Les mesures provvisionelles et la protection de la personnalité, in: Contributions en l'honneur de Pierre Tercier, Friburgo 1993, pag. 50;
Bucher
, Natürliche Personen und Persönlichkeitschutz, 4a edizione, pag. 145 n. 646). Il decreto cautelare del 29 aprile 2004 è stato intimato il giorno seguente (timbro d'intimazione a tergo del decreto, nell'inc. DI.2004.125) ed è stato notificato lunedì 3 maggio 2004 (v. anche osservazioni all'appello, pag. 4 in alto). La causa di merito introdotta il mercoledì
2 giugno 2004 era pertanto tempestiva. Che i convenuti non abbiano divulgato altri servizi sull'argomento nulla dimostra. Quanto alla decorrenza del termine, essa comporta l'estinzione dei provvedimenti cautelari decretati in virtù degli art. 28
c
segg. CC, ma non osta alla ricevibilità dell'azione di merito (
Bugnon
, op. cit., pag. 51 in alto;
Bucher
, loc. cit.;
Meili
in: Basler Kommentar, ZGB I, 3a edizione, n. 2 ad art. 28
e
CC), salvo nei casi in cui il mancato avvio di quest'ultima debba interpretarsi come consenso tacito alla pubblicazione dell'articolo (
Tercier,
Le nouveau droit de la personnalité, Zurigo 1984, pag. 161 n. 1203). Neppure gli appellanti pretendono però che in concreto la banca abbia mai consentito alla diffusione del servizio.
6.
Asseverano gli appellanti che i provvedimenti cautelari decretati dal Pretore erano ingiustificati, sicché l'attrice non ha alcun diritto al risarcimento delle spese sopportate per l'adozione di tali misure. A mente loro la banca non aveva reso verosimile il rischio di un pregiudizio difficilmente riparabile. Inoltre la contestata lesione della personalità era giustificata da un interesse pubblico preponderante e la misura richiesta risultava sproporzionata. Sta di fatto che, avessero inteso contestare i provvedimenti cautelari decretati dal Pretore, gli appellanti avrebbero dovuto impugnare il decreto del 29 aprile 2004. Nella misura in cui contestano i presupposti per l'emanazione di misure in virtù dell'art. 28
c
cpv. 1 CC, il loro appello è pertanto – una volta ancora – fuori tema. Sul risarcimento del danno si tornerà in appresso (consid. 9c).
7.
I convenuti invocano così la libertà di stampa, sostenendo che l'attrice si prefigge di impedire la pubblicazione di un servizio giornalistico sulla domanda da loro posta al gruppo _ proprietario della banca, censurando informazioni sgradite, ma d'interesse pubblico. Se non che, con tale doglianza essi si limitano a ribadire la loro opinione, ma non prendono posizione sulle argomentazioni del Pretore. Insufficientemente motivato, al riguardo l'appello risulta finanche irricevibile (art. 309 cpv. 2 lett. f CPC con rinvio al cpv. 5). Si volesse da ciò prescindere, la critica non sarebbe votata a miglior sorte. Il 12 febbraio 2004 AP 1, direttore dell'_
,
ha sottoposto in effetti al gruppo _, per il tramite del legale della AO 1, la seguente domanda: “Nell'ipotesi in cui la AO 1 dovesse perdere tutte le cause attualmente in corso, e nell'eventualità in cui, in seguito a ciò, la Commissione federale delle banche dovesse ventilare la revoca della licenza bancaria alla AO 1, il gruppo _ interverrebbe oppure no a sostegno della sua banca?”, precisando di voler pubblicare la risposta sul periodico n. 2 del 2004 (doc. C). Ora, neppure i convenuti contestano che una siffatta domanda si inserisce nel filone dell'articolo pubblicato nel dicembre del 2003, dipartendosi dall'esistenza di cause civili per oltre un miliardo di franchi potenzialmente atte a comportare il fallimento dell'istituto. Presupposto fallace, che nella sentenza impugnata il Pretore ha ritenuto un'offesa gratuita alla personalità dell'attrice (sentenza impugnata, pag. 5 a 9). E la libertà di stampa non consente, per ciò sola, di ledere i diritti della personalità consacrati dagli art. 28 segg. CC.
8.
Gli appellanti reputano che, seppure l'articolo controverso ledesse illecitamente la personalità dell'attrice, non sussiste più alcun rischio di lesione imminente, dato che la notizia risale alla fine del 2004 ed è superata dagli eventi, tanto che non è più stata riproposta nel periodico. Non avrebbe dunque senso proibire una pubblicazione che essi non hanno più intenzione di diffondere e che non comporterebbe alcun danno per l'istituto, come dimostra il fatto che la banca non è stata in grado di provare una perdita di guadagno dovuta alla pubblicazione. Secondo loro, spettava alla banca ridurre gli effetti molesti dell'articolo chiedendo la pubblicazione di una risposta. Nelle sue osservazioni all'appello l'attrice obietta che i convenuti hanno rinunciato a diffondere il pezzo solo perché inibiti dal provvedimento cautelare emesso dal Pretore e non per volontà loro.
a)
I
l diritto di risposta è uno strumento della protezione della personalità complementare alle altre azioni (
Schwaibold
in: Basler Kommentar, ZGB I, 3a edizione, n. 1 ad art. 28
g
con rimandi;
Hausheer/Aebi-Müller,
Das Personenrecht des Schweizerischen Zivilgesetzbuches, 2a edizione, pag. 263, §15 n. 15.05). Chi non fa uso del diritto di risposta non si preclude quindi la possibilità di far capo alle azioni dell'art. 28
a
CC. G
li appellanti confondono inoltre il rischio di lesione imminente, oggetto dell'azione preventiva dell'art. 28
a
cpv. 1 n. 1 CC, con il pregiudizio – di natura patrimoniale o morale – oggetto delle azioni riparatrici previste dall'art.
28
a
cpv. 3 CC (
Deschenaux/Steinauer
, Personnes physiques et tutelle, 4a edizione, pag. 192 n. 582;
Tercier,
op. cit., pag. 83 n. 572 segg.).
Ai fini dell'azione preventiva poco importa che la banca non abbia dimostrato un pregiudizio economico consecutivo alla pubblicazione dell'articolo nel gennaio del 2004. Del resto, neppure i convenuti contestano che il rischio di fallimento evocato nel servizio fosse un'affermazione atta a ledere gravemente l'immagine della banca nel lettore medio.
b)
Più delicata è la questione legata all'
imminenza
della lesione. L'attrice non ha chiesto invero di far cessare una lesione attuale (art. 28
a
cpv. 1 n. 2 CC), mentre la domanda intesa a far accertare l'illiceità della lesione (art. 28
a
cpv. 1 n. 3 CC) è stata formulata solo in subordine e al riguardo il Pretore non si è pronunciato, avendo accolto la richiesta principale. Nella misura in cui gli appellanti si dilungano su tali aspetti, il loro ricorso è pertanto inconcludente, alla stessa stregua della citazione della giurisprudenza pubblicata in DTF 122 III 449 e 120 III 373 sul requisito dell'interesse attuale cui soggiace
l'azione di accertamento. Ciò precisato, l'azione preventiva presuppone il rischio che, al momento del giudizio, la lesione sia
imminente
(art. 28
a
cpv. 1 n. 1 CC). Devono sussistere pertanto indizi concreti. La mera eventualità che la lesione si ripeta non basta (
Tercier
, op. cit., pag. 126 n. 918;
Meili
, op. cit., n. 2 ad art. 28
a
;
Deschenaux/Steinauer
, op. cit., pag. 202 n. 598). Se la minaccia viene meno in pendenza di causa, l'azione va respinta, fermo restando che il giudice potrà tenere conto di ciò nel riparto degli oneri processuali e delle ripetibili (
Deschenaux/Steinauer,
op. cit., pag. 203 n. 598b;
Tercier
, op. cit., pag. 126 n. 921).
c)
Nella fattispecie l'attrice medesima riconosce che vari anni sono trascorsi dalla pubblicazione dell'articolo, nel gennaio del 2004, e che nel frattempo le note cause civili si sono risolte in suo favore (osservazioni, pag. 8; v. anche doc. G e H nell'inc. DI.2003.1005). Il pericolo di recidiva appare pertanto superato. Diversa è la situazione per quanto attiene all'articolo in sé, che potrebbe ancora essere distribuito su richiesta come copia arretrata o pubblicato nell'archivio Internet della rivista (
‹
www._
›
). Per contro, già al momento in cui il Pretore ha statuito, il rischio di veder stampare nuovi articoli incentrati sulla predetta domanda al gruppo _ o sul tema trattato nel servizio del gennaio 2004 non era più imminente. Ne deriva che al proposito l'appello merita accoglimento.
d)
Conseguentemente va accolta la richiesta di revocare il decreto cautelare emesso senza contraddittorio il 17 febbraio 2004 e quello adottato previo contraddittorio il 29 aprile 2004, giacché le misure provvisionali vanno revocate nel caso in cui si respinga l'azione di merito (
Tercier
, op. cit., pag. 161 n. 1206). Certo, al momento in cui l'azione è stata introdotta il rischio di una nuova pubblicazione contenente affermazioni lesive della personalità dell'attrice era senz'altro concreto e imminente, sia alla luce della domanda posta al gruppo _ (doc. C), sia per le pubblicazioni intervenute nell'edizione di marzo e maggio del 2004 (doc. D e E; sopra, lett. D). Di tale circostanza occorre tenere conto nel giudizio sulla domanda di risarcimento, come pure in materia di oneri processuali e ripetibili.
9.
Gli appellanti si oppongono infine a ogni risarcimento del danno. Nella sentenza impugnata il Pretore ha accertato invece la colpa del giornalista per avere riportato le falsità contenute nell'articolo, come pure quella dell'editore e del redattore responsabile per avere omesso ogni verifica al riguardo, onde la responsabilità solidale dei convenuti per i danni occasionati. Ai fini del calcolo egli ha addizionato i costi legali preprocessuali e quelli per il procedimento provvisionale, da cui ha dedotto le ripetibili accordate con il giudizio cautelare.
a)
L'azione di risarcimento per atto illecito riservata all'art. 28
a
cpv. 3 CC è retta dagli art. 41 segg. CO e presuppone l'illiceità della lesione, una colpa dell'autore (ancorché dovuta a negligenza:
Meili,
op. cit., n. 16 ad art. 28
a
), l'esistenza di un danno (diminuzione del patrimonio della vittima) e un nesso di causalità fra la lesione e il danno (
Deschenaux/Steinauer
, op. cit., pag. 208 n. 611 e 612). Il giudice determina l'entità del risarcimento con equo apprezzamento delle circostanze e della gravità della colpa (art. 43 cpv. 1 CO). Egli può ridurre o anche negare il risarcimento se il danneggiato ha consentito all'atto o se circostanze per le quali il danneggiato è responsabile hanno contribuito a cagionare o ad aggravare il pregiudizio, ovvero a peggiorare la posizione dell'obbligato (art. 44 cpv. 1 CO). Anche la misura della riduzione sottostà all'equo apprezzamento del giudice (DTF 128 III 399 consid. 4.5 con riferimenti).
b)
Gli appellanti respingono ogni colpa con l'argomento che, interpellata dal giornalista, la banca aveva rifiutato di rispondere alle domande, che lo scambio di nomi nell'impaginazione dell'articolo non ha influito di per sé sull'immagine della banca e non ha comportato danni particolari, che l'attrice nulla ha fatto per ridurre il pregiudizio, omettendo anche di esercitare il diritto di risposta, e ha lasciato cadere le misure cautelari, dimostrandone così la natura eminentemente vessatoria (appello, pag. 9 n. 10 a 12).
Già si è detto (consid. 5) che le misure cautelari, in realtà, non sono decadute e che un'eventuale decorrenza del termine previsto dall'art. 28
e
cpv. 2 CC non compromette la ricevibilità dell'azione di merito. Quanto al mancato esercizio del diritto di risposta, esso non preclude l'azione di risarcimento (sopra, consid. 8a), per tacere del fatto che non è dato di sapere se il suo esercizio avrebbe effettivamente potuto temperare gli effetti negativi dell'articolo (sui limiti dell'istituto:
Hausheer/Aebi-Müller
, op. cit., pag. 263 n. 15.05). Giovi sottolineare, poi, che la banca non è rimasta passiva di fronte alle domande dell'articolista, ma
ha comunicato di non poter prendere posizione per obblighi di riservatezza e
di segreto bancario, avvertendo in ogni modo che l'esposizione
dei fatti non rispondeva a verità (doc. F nell'inc. OA.2004.334).
In simili circostanze si è lungi dal ravvisare una colpa concomitante del leso (
Tercier,
op. cit., pag. 255 n. 1930).
Per di più, gli interessati non possono seriamente contestare che, nella sua formulazione, la domanda rivolta al gruppo _ si dipartisse dall'esistenza di cause civili per oltre un miliardo di franchi idonee a causare il tracollo della banca e che l'ulteriore pubblicazione di una simile notizia, falsa, potesse ledere gravemente la personalità dell'attrice (sopra, consid. 7). Già si è detto (sopra, consid. 8d), poi, che al momento in cui è stata promossa la causa di merito – e a maggior ragione in sede preprocessuale e di procedimento cautelare – era data anche l'imminenza della lesione. In circostanze siffatte il nesso di causalità adeguata fra il comportamento dei convenuti, che hanno dimostrato l'intenzione di reiterare nella diffusione di una tesi illecitamente lesiva della personalità della banca, e le spese legali sopportate dall'attrice in sede preprocessuale e cautelare è data. Né i convenuti pretendono, per ipotesi, di avere adempiuto, in quanto editore e redattore responsabile, gli obblighi di verifica e di prudenza dettati dalla gravità delle affermazioni proferite (
Tercier,
op. cit., pag. 253 n. 1909).
c)
Per quanto attiene alle singole poste del danno, gli appellanti asseverano che le spese legali connesse al procedimento cautelare non possono essere riconosciute, poiché la banca ha lasciato cadere le misure, dimostrando che lo scopo del procedimento non era quello di tutelare la propria personalità, ma di provocare spese per chiederne poi la rifusione. Essi sostengono altresì che le misure cautelari non erano giustificate, la banca non avendo reso verosimile che la pubblicazione era suscettibile di arrecarle una grave perdita di clientela. Sul rispetto del termine previsto dall'art.
28
e
cpv. 2 CC già si è detto (consid. 5 e 9b). Neppure gli appellanti, poi, contestano che la pretesa esistenza di cause per oltre un miliardo contenuta nella domanda posta al gruppo _ e già espressa nel servizio del gennaio del 2004 offendesse la personalità dell'attrice. Sostenere pertanto che l'istituto abbia agito per mera rivalsa, solo per provocare spese ripetibili, è fuori luogo. Per il resto è il caso di ripetere che l'esame dei requisiti preposti all'adozione dei noti provvedimenti urgenti esula dal presente sindacato e che il “pregiudizio difficilmente riparabile” da evitare mediante l'emanazione di misure cautelari giusta l'art. 28
c
segg. CC non si esaurisce in danni economici (
Meili
, op. cit., n. 3 ad art. 28
c
CC).
d)
In merito alla nota emessa dall'avv. _ (doc. H), gli appellanti sostengono che la tariffa di fr. 400.– orari da lui esposta è eccessiva, tant'è che neppure l'addetta alla contabilità dello studio legale ha saputo indicare quanto il professionista fatturi per ogni ora di lavoro. Essi sostengono inoltre che la nota d'onorario comprende le prestazioni del legale per la querela contro _ e che il tempo dedicato alle conferenze e ai colloqui telefonici con i rappresentanti della banca è esagerato. La censura, sostanzialmente nuova, sarebbe irricevibile (
art. 321 cpv. 1 lett. b CPC),
i convenuti essendosi limitati nella risposta a contestare il principio di un risarcimento che superi l'ammontare delle ripetibili e la qualità delle prestazioni svolte dal legale (pag. 13 n. 41), rinunciando a presentare un memoriale conclusivo.
Sia come sia, contrariamente a quanto gli appellanti sostengono, nessun teste ha affermato che il legale ha presentato una fattura unica per due procedimenti giudiziari. Le asserzioni di _, dipendente dell'ufficio legale della banca, si riferivano alla distinta delle ore profuse dai dipendenti dell'istituto nella trattazione del caso (deposizione del 12 gennaio 2006: verbale, pag. 3 verso il basso e pag. 9 in fondo con riferimento ai doc. M e N nell'inc. OA.2004.334, rispettivamente ai doc. H e I nell'inc. OA.2004.340). Quanto alla segretaria dell'avvocato _, essa non ha saputo indicare quali prestazioni comprendesse la nota d'onorario (deposizione di _ del 12 gennaio 2006: verbale, pag. 2 a metà). E nulla induce a desumere, dalla nota professionale, che le prestazioni elencate si riferiscano anche al procedimento penale contro _ (doc. G), mentre le due ore esposte per conferenze e colloqui telefonici con i rappresentanti dell'istituto bancario appaiono adeguate all'importanza del caso e non contraddicono quanto figura nella distinta presentata dalla banca (doc. H).
Relativamente alla tariffa fr. 400.– l'ora esposta dal professionista, non si può dire che alla luce dell'abrogata tariffa dell'ordine degli avvocati, in vigore a quel momento, essa fosse esagerata per rapporto alla complessità della fattispecie, alla ragguardevole responsabilità del legale e all'ottima situazione finanziaria della cliente (art. 8 vTOA). Certo, in quegli anni il Consiglio di moderazione applicava una tariffa oraria di fr. 220.– ai patrocinatori d'ufficio che operavano in regime di gratuito patrocinio (BOA 23/2002 pag. 35 seg.), ma l'avvocato _ non ha agito in tale veste. Quale onorario poi riscuotesse abitualmente l'avvocato _ in altre cause poco importa, determinante essendo sapere se nel caso specifico il suo compenso fosse congruo oppure no. E in questa sede non è contestato nemmeno, nel principio, l'obbligo fondato sull'art. 41 CO di rifondere i costi del patrocinio preprocessuale non coperto dalle ripetibili.
e)
Per i convenuti occorre, ad ogni buon conto, togliere dalle retribuzioni l'IVA, che l'attrice ha ricuperato, come pure le imposte che la banca ha risparmiato in seguito alla diminuzione dell'utile cagionato dal danno. Formulato la prima volta in appello (si veda la risposta, pag. 12 seg.), anche tale argomento si rivela irricevibile (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC). A parte ciò, gli interessati dimenticano che la banca dovrà contabilizzare l'ammontare del risarcimento come entrata, il che vanificherà l'eventuale risparmio fiscale, mentre l'IVA esposta va assunta dall'obbligato al risarcimento (
Brehm
in: Berner Kommentar, 3a edizione, n. 76g ad art. 41 CO).
f)
Gli appellanti chiedono infine di ridurre dal 5% al 2.25% il tasso d'interesse sull'importo dovuto a titolo di risarcimento (appello, pag. 21 n. 29), fissato dal Pretore in complessivi fr. 25
891.– con interessi del 5% dalla data della petizione. Si tratta una volta ancora di una domanda nuova (si veda la risposta, pag. 12 segg.), come tale irricevibile (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC). Si aggiunga per abbondanza che il saggio del 5% annuo è presunto (art. 73 CO) e che non basta il semplice riferimento al tasso di remunerazione degli averi di cassa pensione per ridurlo (
Brehm,
op. cit., n. 101 ad art. 41 CO).
10.
Gli oneri del giudizio odierno seguono la reciproca soccombenza (art. 148 cpv. 2 CPC). Gli appellanti vedono accogliere il loro ricorso sul divieto di “divulgare, distribuire, mettere a disposizione su siti Internet o su supporti cartacei nuovi articoli che si riconducono, nella loro impostazione e formulazione (posizione potenzialmente, ma gravemente debitoria della banca a seguito di pretese di clienti) a quello antecedente
‘AO 1
: litigi pericolosi
’
”, mentre
escono sconfitti sul risarcimento dei danni. Considerato che l'imminenza della lesione era venuta meno già al momento in cui il Pretore ha statuito (sopra, consid. 8c), la resistenza dell'attrice all'appello non poteva dirsi fondata. Equitativamente si giustifica pertanto di suddividere gli oneri processuali in ragione di metà ciascuno e di compensare le ripetibili. Quanto al dispositivo di prima sede sulle spese e le ripetibili, esso può rimanere invariato. Come detto (sopra, consid. 8d), al momento in cui è stata introdotta l'azione l'imminenza della lesione era data e il rigetto dell'azione si deve unicamente all'evolversi della situazione indipendente dalla volontà delle parti. Di tale particolarità il giudice può tenere conto al momento di statuire sulle spese e le ripetibili (sopra, consid. 8b con rimandi).
11.
Per quanto attiene ai rimedi giuridici esperibili contro l'odierna sentenza sul piano federale (art. 112 cpv. 1 lett. d LTF), le azioni di protezione della personalità non hanno carattere pecuniario (cfr. DTF 127 III 483
consid.
1a;
Tercier
, op. cit., n. 775 e n. 1788
; Vogel/Spühler,
Grundriss des Zivilprozessrechts, 8a
edizione, pag. 387 n. 140).
P
oco importa dunque che la domanda
accessoria di risarcimento rimasta litigiosa in appello (fr. 3423.25)
non raggiunga la soglia di fr. 30
000.– (art. 74 cpv. 1 lett. b LTF). Considerata nel suo insieme, la causa ha natura non pecuniaria (sentenza del Tribunale federale 5A_205/2008 del 3 settembre 2008, consid. 2.3 con riferimenti). Il ricorso in materia civile è dato perciò
senza riguardo a questioni di valore.