# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 7ccc42ab-2efd-4927-aa0e-e143913ab74f
**Court:** TI_TPC
**Chamber:** TI_TPC_001
**Year:** 2016
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** Substantive Criminal

## Facts

non riuscendo nel suo intento per puro caso, ritenuto che il mezzo utilizzato, la localizzazione delle lesioni, la frequenza, il numero e l’intensità dei colpi inferti erano idonei a cagionare a _ danni al corpo potenzialmente letali, subordinatamente delle lesioni più gravi di quelle occorse (in particolare quelle al collo, al volto e all’addome);
2. contravvenzione alla LF sugli stupefacenti
per avere, a _, _, _ ed in altri indeterminati luoghi del _, nel periodo luglio 2015 - settembre 2015, senza essere autorizzato, consumato intenzionalmente, almeno 3 grammi di cocaina e 1 grammo di marijuana;
fatti avvenuti
: nelle circostanze di luogo e di tempo indicate;
reati previsti
: dagli art. 111 CP (in relazione con l’art. 22 CP), art. 122 cpv. 1 e 2 CP (in relazione con l’art. 22 CP) e art. 19a LStup;
Presenti: - il Procuratore pubblico PP 1 in rappresentanza del Ministero Pubblico;
- l’imputato IM 1, assistito dal suo difensore di fiducia, avv. DF 1.
Espletato il pubblico dibattimento:
martedì 24.05.2016, dalle ore 09:30 alle ore 16:30;
mercoledì 25.05.2016, dalle ore 11:30 alle ore 11:45.
Sentiti: -
il Procuratore pubblico
, per la sua requisitoria, il quale formula e motiva le seguenti conclusioni: descrive la relazione sentimentale fra l’imputato e la vittima. Circa tre anni fa, il loro rapporto si è incrinato: lei voleva un figlio, lui la teneva in sospeso e intanto frequentava altre donne. _ non aveva altri punti di riferimento in Ticino se non la famiglia _. Per quanto concerne i fatti oggetto dell’AA, il PP si riferisce alle prime dichiarazioni rese dai protagonisti, a suo giudizio più fresche e coerenti. _ poco prima delle 14 entra nell’appartamento e si avvicina a IM 1, il quale rifiuta i tre baci come saluto. _ va dunque a salutare brevemente il figlio di lui, per poi recarsi in cucina. Lui la segue, l’abbraccia e poi tenta di baciarla, ma lei si scansa. A questo punto, _ nota che IM 1 tiene un oggetto in mano mentre stende il suo braccio destro lungo il fianco. Lo stesso IM 1, inizialmente, non ha saputo dire se il coltello l’avesse già stretto in mano prima dell’abbraccio. _ gli chiedeva cosa fosse. Lui, in risposta, la colpiva selvaggiamente dove capitava, causandole 7-8 ferite sparse. Rinvia alla cartella medica per i dettagli riguardanti le ferite riportate. Il medico legale ha stabilito che la localizzazione delle lesioni vicine al collo e all’addome potevano determinare lesioni dei grossi vasi venosi e arteriosi e dello stomaco, e causare il decesso di una persona. I quattro capi d’abbigliamento indossati dalla vittima sono stati tutti trapassati. Che la gola e l’addome costituiscono zone sensibili è fatto notorio. IM 1 ha dichiarato di aver agito sotto shock emotivo. Tuttavia, l’aver tenuto in mano il coltello durante l’abbraccio contrasta con questa tesi. Come pure il fatto di aver tenuto ferma la vittima con il braccio sinistro, mentre con il destro la colpiva. Il coltello si è rotto alla fine dell’aggressione, i colpi sono stati inferti con forza, egli si è fermato a seguito della rottura del coltello e delle affermazioni della vittima. _ si era resa conto che il motivo della discussione era solo ed esclusivamente il fatto che lei l’aveva lasciato, dunque gli diceva di voler tornare assieme per fermarlo. I due, dopo l’aggressione, si accordavano su cosa dire ai sanitari. Giunta in ospedale, la donna ha comunque riferito come sono andate realmente le cose. Poco dopo, giungeva l’imputato, fermato poi dalla Polizia allertata dal personale medico. Anche a mente del perito, la motivazione del gesto è la frustrazione per la ferita narcisistica insopportabile dell’essere stato rifiutato dalla donna. Egli voleva piegarla al suo volere. In merito alla sua capacità di intendere e di volere, il perito ha spiegato che al momento dei fatti non vi era una compromissione di nessuna delle funzioni. L’unico rincrescimento dell’imputato, è per quello che ora gli altri pensano di lui. Il perito ha rimarcato la necessità di un trattamento ambulatoriale, già in atto in carcere. In merito alla posizione della vittima, mutata verso la fine del procedimento, ella ora afferma che lui non avrebbe mai avuto l’intenzione di ucciderla. Il PP è stranito da questo cambio di idee, tenuto conto che fino a poco tempo fa la vittima aveva paura di IM 1 al punto tale di chiedere di essere interrogata in un locale separato al momento del confronto. In diritto, a mente del PP, si tratta di un tentato omicidio ed è il solo reato che entra in considerazione. Gli estremi del dolo eventuale sono dati, IM 1 si è reso conto che avrebbe potuto uccidere _, egli stesso lo ha dichiarato. La giurisprudenza è piena di casi di questo tipo. Agendo come ha fatto, egli ha coscientemente assunto e accettato il rischio di ucciderla, il PP non esclude abbia addirittura agito con dolo diretto. Il reato di contravvenzione alla LStup è ammesso. Per la commisurazione della pena, egli era pienamente capace di valutare il carattere illecito e di agire secondo questa valutazione. L’incensuratezza è un elemento neutro. Egli ha collaborato, ma non fino in fondo, ritenuto che si è ancorato ad una versione di comodo. La colpa di IM 1 è gravissima. I due si stavano abbracciando, le difese della vittima erano completamente abbassate, noncurante del fatto che il figlio avrebbe potuto assistere ad un’aggressione con un coltello da parte del padre. A suo favore, il fatto che il tutto è durato pochi secondi e che la vittima non si è mai trovata concretamente in pericolo di vita. Dal profilo soggettivo, egli ha agito perché non sopportava di essere lasciato. L’omicidio è comunque solo tentato. Tutto ciò considerato, propone una pena detentiva di 8 anni da espiare e un trattamento ambulatoriale da proseguire in carcere;
-
l’avv. DF 1
, difensore dell’imputato IM 1, il quale formula e motiva le seguenti conclusioni: a mente della difesa non è corretto considerare solo le prime dichiarazioni dell’imputato e della vittima, tralasciando tutti gli ulteriori verbali. Chiede alla Corte di non creare in IM 1 una seconda vittima, condannandolo ad una pena ingiusta, come pure rispetto per la vittima, per i suoi sentimenti e per il fatto che ha deciso di perdonarlo. Sulla vita ed i precedenti dell’imputato si è già detto, richiama la perizia della dr.ssa _. La storia sentimentale si è conclusa poco prima degli incresciosi fatti oggetto dell’AA. Contesta che si tratti di tentato omicidio intenzionale, neppure per dolo eventuale. L’AA è semplice, i colpi inferti dall’imputato alla vittima evidentemente ci sono stati e non sono contestati. Sui fatti in quanto tali, IM 1 è stato da subito sincero. Contesta che l’imputato abbia voluto causare la morte, come pure che il mezzo utilizzato fosse idoneo. I colpi a casaccio non erano mirati a posizioni precise del corpo della vittima. La difesa contesta, in quanto materialmente impossibile, che IM 1 avesse in mano il coltello prima e nel mentre che abbracciava la vittima. Ella ad oggi si è completamente ripresa, le lesioni non hanno lasciato conseguenze, non si è mai trovata in reale pericolo di vita. La giurisprudenza è copiosa, cita la sentenza del TF 6B_621/2010 del 20 maggio 2011 per la nozione giuridica di dolo eventuale. A mente della difesa, i colpi sono stati dati a casaccio e di striscio. Se avesse voluto la morte della vittima avrebbe usato un’arma diversa e avrebbe colpito in modo diverso. Egli sapeva cosa stava facendo, non avrebbe mai agito in tal modo se avesse considerato che avrebbe potuto causarne la morte. Voleva riprendere la relazione. Chiede che i fatti siano riqualificati nel reato di lesioni semplici, ev. qualificate per l’uso dell’arma bianca. Per la commisurazione della pena, la colpa va considerata per rapporto al reato di lesioni semplici. IM 1 è una persona corretta, ha avuto la fortuna di nascere e crescere in una famiglia di sani principi, si trovava in una situazione particolare di stress emotivo. Ha già scontato 6 mesi di carcere di cui 2 al Farera. La difesa chiede anche che si consideri la turba psichica accertata dalla perita, come pure l’atteggiamento umile e onesto di IM 1, che da subito si è sottoposto a trattamento ambulatoriale volontario. Chiede inoltre l’applicazione delle attenuanti specifiche della violenta commozione e del sincero pentimento. Chiede infine che venga condannato per titolo di lesioni semplici ev. qualificate, ad una pena detentiva di 30 mesi, di cui 24 mesi sospesi condizionalmente.
Considerato,

## Considerations

in fatto ed in diritto
1. Curriculum vitae e precedenti
a) La vita dell’imputato è ben descritta nell’anamnesi indicata nella perizia psichiatrica della Dr.ssa _, di cui all’AI 71:
“Nato a _, è cresciuto in Svizzera. È cittadino _. Frequentò l‘asilo per 3 anni, senza difficoltà di adattamento e di inserimento. Si descrive come un bambino tranquillo, socievole e allegro. Frequentò le scuole elementari a _ senza difficoltà ne ripetizioni di classe. Frequentò le scuole medie a _ senza ripetizione di classe. Frequentò il liceo _ a _ ...omissis...
Non intraprese studi universitari, a sua detta, a causa della nascita del figlio.
Iniziò a lavorare come _. (...) è soddisfatto dell’attività lavorativa svolta. Si sposò _ con _ ...omissis...
La coppia si è separata nel _ e ha divorziato nel _. Il rapporto con l’ex moglie è definito ottimo.
Dal matrimonio ha avuto un figlio _, apparentemente sano che frequenta la _. Il figlio è affidato alla moglie con diritti di visita regolari al padre. Afferma di essere un genitore molto presente (...) Nel settembre 2009 intrecciò una relazione con _, cittadina _, divorziata, senza figli. La stessa lavora come _. La relazione è terminata a ottobre u.s. La coppia non ha avuto figli. Ha tre amici che frequenta regolarmente da alcuni anni e, a sua detta, molti conoscenti.
Non segnala problemi finanziari né sociali.”
(AI 71).
L’imputato, da parte sua, ha così descritto la sua vita, interrogato in Polizia il 21 novembre 2015:
“Sono nato a _ ma ho sempre vissuto in Ticino. Ho frequentato le scuole dell’obbligo a _. Dopo le scuole ho frequentato il liceo _. Durante gli esami ho conosciuto la madre di mio figlio _. La nostra relazione è durata _ anni ...omissis...
Nel _ ho divorziato con mia moglie _. Mio figlio lo vedevo comunque spesso e abbiamo tutt’ora un bel rapporto.”
(allegato al verbale di arresto provvisorio AI 3)
Al dibattimento del 24 maggio 2016, ha poi aggiunto le seguenti precisazioni:
“(...) la società di mia madre si occupa di _ ...omissis...”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
Con riferimento al suo stato civile e patrimoniale, riempiendo l’apposito formulario fornito dalla Polizia al momento del suo fermo, egli ha dichiarato di conseguire un reddito pari a CHF 4'500.- netti mensili e di essere proprietario di un veicolo _ del valore d’acquisto di CHF 90'000.-.
b) Dall’estratto del casellario giudiziale risulta un unico precedente penale datato 1° ottobre 2012, per titolo di infrazione grave alle norme della circolazione stradale, per il quale IM 1 è stato condannato ad una pena pecuniaria di 30 aliquote giornaliere a 110 CHF l’una, sospese condizionalmente per un periodo di prova di anni 3, e ad una multa di CHF 1'000.- (AI 2).
A carico di IM 1, risulta inoltre un ulteriore DAC per contravvenzione alla LF sugli stupefacenti ripetuta, per avere consumato senza essere autorizzato, nel periodo gennaio 2013 – marzo 2014, almeno 32 grammi di cocaina, per il quale è stato condannato al pagamento di una multa pari a CHF 200.-.
Con riferimento ai suoi precedenti penali, l’imputato ha così preso posizione nel corso del dibattimento:
“(...)
Confermo i miei precedenti penali. Non mi considero un tossicodipendente. Consumavo cocaina occasionalmente, frequentavo una coppia di amici che consumava, e a volte, piuttosto che andare in palestra o a fare sport, ci ritrovavamo per questo. Andavamo assieme a comprarla.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
2. La relazione con la vittima
2.1. L’imputato, interrogato in Polizia il 21 novembre 2015, ha descritto la sua relazione con la vittima _, iniziata nel 2009, come un legame forte e coinvolgente che li portò sin da subito a convivere, ma che, con il passare del tempo, andò poi sgretolandosi a causa del subentro della “routine” dovuto dalla convivenza, fino alla rottura nel 2015, avvenuta per questioni di gelosia:
“Al mese di _ 2009 ho conosciuto _, dopo poco tempo abbiamo cominciato a convivere a _. Dopo esserci trasferiti a _ ... omissis...
Io con _ occupiamo l’attico dell’abitazione dei _. Mio figlio ogni mercoledì sera e alcuni week end sta da noi.
L’agente interrogante mi chiede di descrivere la nostra relazione, di me e _. Avevo la classica relazione che si ha dopo aver passato diversi anni con la propria compagna. Ci volevamo bene e c’era anche del sentimento. A volte c’erano delle incomprensioni come in tutte le coppie. Eravamo però molto legati.
Nel mese di ottobre 2015 sono andato a pescare in _ con il gruppo _.
Durante il viaggio scattavo una normale foto con una barista, _ con icloud riusciva a vedere la foto da casa. _ si incazzava da morire, al mio ritorno vi era una situazione fredda; non vi era più la comunicazione di una volta. Da quel episodio, lei non vi era più, usciva la sera con amici e il nostro rapporto cominciava a spegnersi causato da quel fatto, il viaggio in _ e dalle foto. (...) sostanzialmente vivevamo separati in casa. Non sapevo dove andava e a che ora tornava, la stessa stava cercando una sistemazione. (...) Da martedì _ dorme da una sua amica a _, in una occasione, giovedì ci siamo visti al lavoro per delle faccende sempre di lavoro.”
(allegato 1 ad AI 3).
2.2. La relazione appariva comunque già problematica da tempo per entrambi, l’episodio in _ non essendo che la goccia che fece traboccare il vaso. Queste le dichiarazioni dell’imputato:
-
“Nell’ultimo anno entrambi ci siamo allontanati. (...) _ voleva a tutti i costi sposarmi ed avere un figlio (...) io uscivo già da un matrimonio complicato, (...) non riuscivo a vedere ancora insieme a _ la possibilità di una vita insieme (...) non ero ancora pronto (...) _ a me non sembrava una donna di casa (...) non vedevo in _ una moglie ed una madre. (...) queste cose non gliele ho mai dette per paura di ferirla (...) Frequentandoci anche sul posto di lavoro mi sono reso conto che la vita di coppia ne ha risentito. (...)”
(AI 9),
-
“(...) le cose non andavano più bene, nel senso che il nostro rapporto si era “raffreddato”. Vivevamo nella routine. La vita di coppia la portavamo avanti, uscivamo anche con degli amici. Il fatto che _ avesse percepito che non volevo sposarla ci ha allontanato.”
(AI 61),
-
“
Quando ha conosciuto _?
Il _ 2009, avevo divorziato da poco. Confermo che con lei è nata una relazione molto forte sin dall’inizio. Ci siamo amati molto sin dall’inizio sostenendoci nel bene e nel male, tra alti e bassi. Abbiamo convissuto sin da subito e abbiamo traslocato a _. Desideravamo creare una nostra famiglia, ma poi purtroppo mi sono accorto, con il tempo, che non ero pronto ad avere un altro figlio.
ADR
che è capitato nel corso della nostra storia che io avessi una relazione con un’altra donna, tre anni dopo l’inizio della storia con _. Non ho avuto nessun altro flirt, mi è capitato forse una volta di andare con un’altra.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
2.3. Della stessa opinione la vittima. Così ha riferito:
-
“La nostra relazione s’incrinava seriamente circa tre anni or sono, a causa di un tradimento di IM 1. Da allora le cose non sono andate molto bene. Posso dire che andavamo ancora d’accordo, c’era dell’affetto, ma nessuno dei due era particolarmente felice, soprattutto negli ultimi due anni.”
(AI 5).
-
“Ho perso la fiducia in IM 1. Ho pensato comunque di perdonarlo perché lo amavo. Ricordo che queste relazione è durata all’incirca un mese, se non sbaglio si chiama _ e so che fa _. L’ho perdonato e abbiamo continuato a vivere insieme. Tuttavia dentro di me sentivo che qualcosa era cambiato, nel senso che non avevo più completa fiducia in lui. (...) La nostra relazione si era “raffreddata”, stavamo insieme per abitudine (...) non eravamo più innamorati. (...) è subentrata una sorta di “routine”. In quel periodo io volevo creare una famiglia ed avere un figlio. IM 1 invece non voleva più avere figli. (...)”
(AI 38).
2.4. Per quanto riguarda il dettaglio dell’episodio avvenuto in _, all’origine della rottura definitiva del loro rapporto, i due riportano ognuno la propria versione dei fatti. Così l’imputato:
“
Cosa successe nel corso del suo viaggio in _?
Ogni anno, la banca per cui lavoro organizza un viaggio. Ci siamo ritrovati tra colleghi a _ e siamo andati in _ per quattro giorni. Una sera, eravamo in un ristorante, un po’ brilli. Io scattai una foto con una ragazza, una foto al bar normalissima, uno vicino all’altro. Dopo aver scattato questa foto la mandai al ristorante via e-mail. _, da casa, vide la foto. Io ero ancora in _. Lei si arrabbiò. Al mio rientro, parlammo, si aspettava un segnale forte da parte mia, perché si sentiva ferita. In un primo momento io non reagii, mi sentivo in colpa.
ADR
che è stato questo evento che ha fatto naufragare la nostra storia. Il nostro rapporto si è raffreddato. _.
Lei era d’accordo a separarsi da _?
Inizialmente ne abbiamo parlato tanto, poi siamo giunti alla conclusione che la cosa migliore da fare era allontanarci. Quando lei è andata via, non so per quale ragione, ho cominciato a sentire un senso di abbandono.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
Invece, secondo la vittima, non si trattò unicamente di una foto:
“(...) ho scoperto che IM 1 messaggiava con una ragazza _ (ricevevo anch’io i messaggi che IM 1 riceveva tramite icloud). Ricordo alcuni messaggi in inglese dove lui chiedeva al gestore del ristorante se poteva avere il numero di telefono di questa ragazza (che lavorava in quel ristorante) che lui definiva “la più bella del mondo”. Da quel momento mi sono arrabbiata maggiormente. Ho poi visto che si sono anche scritti. Ho telefonato a questa donna e le ho pure inviato delle fotografie che mi ritraevano insieme a IM 1. Questo l’ho fatto per dimostrarle che lui non era libero. Da quel momento ricordo che poi non si sono più né sentiti né visti, anche IM 1 me l’ha confermato. Questa è stata la tipica goccia che ha fatto “traboccare il vaso”.”
(AI 38).
Poco importa, fatto sta che a seguito di questo episodio, avvenuto nell’ottobre del 2015, i due decisero di prendere le distanze uno dall’altro. Non risulta che avessero più rapporti intimi e la situazione era diventata assai difficile da sopportare per l’imputato, come da lui riferito in perizia:
“La nostra relazione è finita lì. Quando _ mi ha detto che il cuore si era raffreddato nei miei confronti, è stato come un boomerang e ho visto tutto crollare. Ero caduto in uno sconforto. Ho cercato di recuperare, non credevo a questa sua decisione, non volevo perdere quel bello che c’è stato. (...) Abbiamo continuato ad abitare assieme per un mese come fratello e sorella poi stando in casa uno con l’altro a me era tornato il desiderio di trovare una soluzione alternativa. Lei diceva di volersi cercare un appartamento e io le avevo chiesto di cercarlo in fretta. Lei entrava, usciva e rientrava a mezzanotte o all’una. Io soffrivo.”
(AI 71).
3. Le circostanze dell’arresto
IM 1 è stato arrestato il 21 novembre 2015 presso l’Ospedale _. Dal rapporto di arresto AI 3 si apprende che:
“(...) alle ore 14:14, veniva richiesto il nostro intervento presso l’Ospedale _. Presso il nosocomio si era presentata una donna, identificata in _ nata il _, la quale presentava diverse ferite da arma da taglio. Alcuni minuti dopo si presentava presso il pronto soccorso dell’Ospedale l’ex compagno e convivente della donna, identificato nell’imputato IM 1. (...) da martedì scorso la donna si era allontanata da casa andando a soggiornare da un’amica a _.
Quest’oggi la donna raggiungeva l’appartamento di IM 1 per prendere alcune cose. La coppia si portava in cucina, luogo dove IM 1 cercava di baciarla.
La _
respingeva il bacio, e con tale gesto scatenava l’ira dell’uomo. Quest’ultimo prendeva un coltello che si trovava appoggiato sulla cantinetta dei vini, e brandendolo con la mano destra cominciava a colpire più volte l’ex compagna. Questa cercava di fermare il braccio di lui, fattispecie per il quale lo graffiava.
Al termine della lite la donna si allontanava dall’appartamento e, con la sua autovettura, raggiungeva l’ospedale (...) Secondo le dichiarazioni di IM 1, e come suggeritogli dalla _, l’idea era di mentire al personale medico su quanto realmente accaduto, asserendo che le ferite erano state inferte da una terza persona.
Circa la dinamica della lite, come pure sul motivo per la quale essa ne scaturiva, IM 1 non è stato particolarmente chiaro: giustificava il suo gesto a seguito di uno shock emotivo.
Nell’appartamento al momento dei fatti vi era pure il figlio di IM 1, il giovane _ nato il _. Fortunatamente egli non aveva modo di assistere alla lite. (...)”
(AI 3).
Interessante, per comprendere la dinamica del momento dell’arresto dell’imputato, il rapporto d’intervento della Polizia della Città di _, la prima in ordine di tempo ad intervenire presso il nosocomio, sempre del 21 novembre 2015, la quale raccontava il motivo per cui fu contattata dal personale dello stesso, dopo che IM 1 dava in escandescenza tentando di forzare le porte del Pronto soccorso, per raggiungere la _:
“(...) veniva richiesto il nostro intervento presso il PS del nosocomio in quanto era in corso un’aggressione. (...) In sostanza pochi istanti prima del nostro arrivo si presentava presso lo sportello del PS la sig/ra _, sanguinante e con evidenti tagli di grave entità sul viso e altre parti del corpo, con molta probabilità causati da arma bianca, immediatamente veniva presa a carico dal personale medico (...) In successione, sempre allo sportello giungeva il compagno della stessa, il sig. IM 1, il medesimo noncurante delle prassi ospedaliere sull’identificazione persona, usando la forza tentava di sfondare la porta automatica onde accedere all’interno del PS dove pochi istanti prima era stata trasportata la compagna.
In tale frangente il personale medico in loco si apprestava immediatamente ad avvisare i nostri servizi. Giunti sul posto (...) la sig/ra _ (...) asseriva che ad averle provocato tali ferite era stato il suo compagno sig. IM 1.
Tale informazione veniva subito trasmessa al sgt. _ il quale comunicava di aver visto un personaggio pochi istanti prima del nostro ingresso, il tale si aggirava con fare sospetto nella sala di attesa, confermato inoltre dagli infermieri presenti in loco al momento dei fatti che si trattava della persona che tentava di forzare in precedenza la porta automatica.
Da parte nostra procedevamo subito al fermo del sig. IM 1 che avveniva all’esterno del PS nei paraggi della sua vettura. (...) dichiarava che verso le ore 13.30 odierne si trovava a casa per svolgere delle abituali faccende domestiche, fintanto che rincasava la sig/ra _ uscita in precedenza con delle amiche.
Una volta rincasata aveva modo di notare che la sua compagna riportava evidenti tagli su tutto il corpo, spaventato dalla situazione, accompagnava la stessa presso il PS _, senza farle particolari domande.
In seguito il personale medico procedeva con il porre precise domande alla sig/ra _ la quale raccontava la reale dinamica dei fatti (...) Messo alle strette il sig. IM 1 ammetteva il tutto raccontando anch’esso la reale dinamica dei fatti, che combaciava perfettamente con la versione della convivente, in seguito veniva ammanettato e tradotto dai colleghi PolCant (...)”
(allegato 20 ad AI 88).
4. I fatti
4.1. I giorni precedenti ai fatti
4.1.1. Le dichiarazioni agli atti
Dopo l’episodio avvenuto in _ nel corso del mese di ottobre 2015, la relazione sentimentale fra IM 1 e la _ divenne sempre più problematica, fino alla rottura che portò la donna a lasciare il domicilio comune per trasferirsi da un’amica. Non è chiaro se questo avveniva martedì 10 novembre 2015 (come riferito dall’amica), o il 17 novembre 2015 (come riferito dalla vittima), ma poco importa.
Interrogata dalla Polizia il 27 novembre 2015, _, l’amica di _ che la ospitò dopo che lei lasciò il domicilio dell’imputato, ha riportato così quanto avvenuto i giorni prima dei fatti, secondo quanto raccontatole dalla vittima:
“(...) nella mattina di martedì 10.11.2015 _ mi ha telefonato dicendomi che IM 1 l’aveva buttata fuori di casa e che quella notte aveva dormito in ufficio. Durante la telefonata le avevo detto che l’avrei ospitata e che non doveva preoccuparsi. Preciso che sono stata io a proporre a _ di ospitarla a casa mia. Devo dire che nella telefonata mi sembrava disperata perché non sapeva che cosa fare e dove andare. Ricordo che a mezzogiorno di quel giorno ci eravamo poi incontrate alla _ di _ dove lavoro. Era passata per prendere le chiavi del mio appartamento. _ mi aveva detto che avrebbe cominciato a portare le sue cose durante la pausa pranzo (...) Durante la serata _ mi ha raccontato quello che era successo e meglio che non se lo aspettava siccome loro erano separati in casa da circa un mese e avevano un accordo che lei poteva stare lì fino a quando trovava una sistemazione.
Mi ha riferito che nei giorni precedenti, non so bene se fosse stata la domenica oppure il lunedì, IM 1 le aveva detto che non poteva andare avanti con questa situazione e che stava male. Per quanto ne so io è stato quindi lui a chiederle di lasciare l’appartamento.
(...) _ viveva a casa mia dal 10.11.2015. Con sé aveva portato una piccola parte dei suoi effetti personali e il gatto. Lei aveva ancora dei contatti con IM 1. So che lui le continuava a dire di andare nell’appartamento per prendere le sue cose. Lei lavorava e quindi gli aveva detto che sarebbe passata nel fine settimana per prendere tutto.”
(AI 28).
Con riferimento al periodo in cui la donna lasciava casa sua fino ai fatti, l’imputato ha dichiarato di non aver più avuto contatti, se non in un’occasione, per questioni di lavoro (interrogatorio del 21 novembre 2015 dinanzi alla Polizia).
La vittima invece, ha dichiarato di essersi accordata con l’imputato che sarebbe potuta rimanere a casa sua fintanto che avesse trovato un’altra abitazione. Durante quel periodo, affermava di essersi impegnata il più possibile per far sì che il distacco avvenisse pacificamente, e di aver visto IM 1 particolarmente sofferente a causa della situazione, sennonché l’uomo, il 16 novembre 2015, le chiese di andarsene, indipendentemente dal fatto se avesse o meno trovato un’altra sistemazione fissa o meno:
“Quando è rientrato (se non erro era la fine di ottobre 2015) io gli ho detto che probabilmente percorrevamo due binari diversi perché lui voleva divertirsi con altre donne. Gli ho detto che volevo staccarmi da lui e non più vivere insieme a lui. In quel momento l’ho lasciato, ma nello stesso tempo non volevo accelerare troppo questo distacco per non fargli troppo male. (...) Gli volevo comunque bene (...) Voglio bene a suo figlio e sono affezionata alla sua famiglia. Volevo che il rapporto si spegnesse nel modo meno brusco possibile e volevo che rimanessimo amici.
(...) Nel frattempo cercavo casa, sebbene vivessimo insieme nello stesso appartamento. (...) lo vedevo sofferente perché a mio modo di vedere IM 1 si è reso conto di quello che avrebbe perso. Io invece ero esaurita e volevo mettere fine a questa storia e ritrovare me stessa. (...)
Qualche giorno prima dell’accoltellamento (tra il 16 e il 21.11.2015) al lavoro abbiamo tranquillamente parlato e nulla faceva presagire che potesse aggredirmi. (...) entrambi abbiamo concordato che quella era una decisione giusta anche se drastica.”
(AI 38).
“(...) decidevamo comunque di continuare a vivere insieme nello stesso appartamento, dormendo però in stanze separate. Detta scelta si rivelava difficile, soprattutto per IM 1 perché avevo l’impressione che lui ne soffrisse molto, mentre io ero ben più determinata. Nel frattempo io stavo cercando una nuova abitazione. Avevamo comunque modo di passare diverse serate insieme parlando di noi. Pensavo che IM 1 la stesse prendendo bene.
Lunedì 16.11.2015 IM 1 mi scriveva un messaggio dicendomi che la situazione così non poteva andare avanti e mi invitava a prendere le mie cose ed andarmene.
Io così facevo, prendevo alcuni effetti personali, la mia gatta, e il giorno seguente andavo da un’amica a _ (...) _, di _ (...)”
(AI 5).
L’imputato, confrontato con queste dichiarazioni, ha preso così posizione, confermando di essere stato lui a chiedere alla donna di andarsene:
“Passavamo delle serate insieme a parlare di noi. _ mi diceva anche che non sopportava più la mia presenza perché le avrei creato una sorta di “allergia”. In quel momento le ho chiesto di trovarsi una sistemazione da qualche altra parte. _ mi ha detto che questa era una decisione corretta da prendere. (...)”
(AI 9).
4.1.2. Gli sms ritrovati sul cellulare dell’imputato
Agli atti è presente una copia del contenuto del telefono cellulare in uso all’imputato (allegata al rapporto d’inchiesta di Polizia giudiziaria), dalla quale, fra diversi messaggi degni di nota fra lo stesso imputato e la _, ma non solo (vedasi diversi sms scambiati in questo periodo temporale fra di lui e verosimilmente dei suoi amici, con i quali condivideva gli sms da spedire alla vittima chiedendo consigli in merito), è possibile estrarre in particolare quelli
scambiati con la vittima il 17 novembre 2015, ovvero il giorno seguente a quello in cui lui le chiese di andarsene:
Alle ore 20:29 –
Da IM 1 a _
:
“Volevo avvisarti che domani mattina verserò sul tuo conto la differenza di quanto giustamente ti spetta per non poter usufruire dei metà mese di affitto. Essere arrivati a questa decisone grave ma ormai inevitabile è una logica conseguenza di quanto è scaturito nel fine settimana e delle convinzioni che in quelle ore ho maturato.
Da un mese circa vivevamo sotto lo stesso tetto come due estranei, pronti tuttavia ad aiutarci, ed io avrei ancora cercato di sopportare la tua indifferenza in attesa che l'orizzonte si schiarisse per entrambi.
Ma alla fine, mio malgrado, ho dovuto arrendermi all'evidenza dei fatti che non mi ha lasciato altra via che quella di compiere questo passo.
Quando mi hai espresso il tuo disprezzo, sentendomi dire che la mia presenza ti dava fastidio provocandoti allergia, ho realizzato che questa situazione era durata anche fin troppo e che anche io avevo pieno diritto di fare quanto è nelle mie possibilità per mettermi questa storia alle spalle, guarire al più presto e tornare ad essere un uomo felice. Tutto questo senza dover subire il peso del tuo dito puntato contro per colpevolizzarmi. Non posso accettare queste accuse come pure respingo al mittente le accuse di scarsa onorabilità che avrei avuto in questa circostanza: non può farti infatti onore il comportamento di assoluta mancanza di rispetto che hai tenuto in questo periodo, sera dopo sera, totalmente e colpevolemente assente ed incurante di una situazione delicata e di una persona che per anni, pur con le proprie lacune e difetti, ti ha dedicato il meglio di sé stesso.
Al di là di quelle che sono le tue rivendicazioni, guardo in faccia la realtà, e vorrei infine che comprendessi che questo stato di fatto era diventato ormai solo un'opportunità fasulla e comoda che esigeva di essere interrotta in fretta prima che si trascinasse in un qualcosa di ancora più meschino.”
Alle ore 22:01 –
Da _ a IM 1
:
“Grazie mille x tutto e x il tuo messaggio. Stai tranquillo, ho capito le tue ragioni e non ti portò rancore. Non mai messo in dubbio quello che hai fato x me in questi anni e non lo scorderò mai”
Alle ore 22:19 –
Da _ a IM 1
:
“Mi dispiace tanto x come sono andate le cose e vorrei solo che siamo tutti felici e sereni, ma so che ci vorrà del tempo. Non ti ho mai puntato il dito contro e non ti giudico. Semplicemente ogni uno di noi ha il proprio percorso nella vita e la consapevolezza interiore del quale esso sia. Ci siamo dati tanto Amore, ma un certo punto Amore e scomparso e non ci sono spiegazioni o colpe x questo. E successo e basta. Spero che riusciamo un giorno ad essere buoni amici e volerci bene. Buona notte”
Alle ore 22:56 –
Da IM 1 a _
:
“...grazie per ciò che hai scritto. col tempo capiremo tante cose...purtroppo il nostro Grande Amore è svanito e come dici non possiamo darci colpe... è successo...la cosa più importante ora è ritrovarci per il nostro bene interiore...perché tutta l'energia che questa situazione porterà dentro le nostre anime farà di noi persone ancora più migliori e daremo il meglio per far si che non ci conduce a fare gli stessi errori in futuro...solo il tempo ci aiuterà ed avremo una maggiore consapevolezza e serenità ...notte”
Alle ore 23:39 –
Da IM 1 a _
:
“...solo e soprattutto stanno lontano uno dall'altro capiremo e staremo meglio prima...”
Il
19 novembre 2015
, l’imputato ebbe inoltre uno scambio di sms con un’amica, tale _, conosciuta in palestra, come dichiarato dall’imputato il giorno del dibattimento, e con la quale si era visto in qualche occasione, apparentemente anch’ella lasciatasi da poco con il suo compagno, dal seguente contenuto:
Alle ore 22:26 –
Da _ a IM 1
:
“Domani deve venire a prendersi le sue cose”
Alle ore 22:27 –
Da IM 1 a _
:
“Mettile già fuori dalla porta... sabato pure la mia ex viene ma io non voglio vederla”
“Quindi uscirò di casa quando arriva”
“Mi dà fastidio”
Alle ore 22:27 –
Da _ a IM 1
:
“Io ho il garage ancora pieno di roba sua”
Alle ore 22:28 –
Da IM 1 a _
:
“Vedrai che appena te ne sarai liberata starai molto meglio”
4.2. Il giorno dei fatti - 21 novembre 2015 - prima dell’incontro
Imputato e vittima concordano sul fatto che i due si erano accordati nel senso che la donna si sarebbe recata a casa del primo per ritirare i suoi effetti personali nel pomeriggio. La vittima in particolare ha affermato:
“Venerdì sera chiamavo IM 1 e gli domandavo se potevo passare a prendere altri miei effetti personali, oltre che a lasciargli le chiavi della buca lettere. Lui mi domandava quando sarei passata e io rispondevo nel primo pomeriggio di sabato. Lui mi rispondeva che andava bene, e aggiungeva che non sapeva se lui ci sarebbe stato. Infatti IM 1 la giornata di sabato l’avrebbe passata con suo figlio (...)”
(AI 5).
Alle 13:36 di quel giorno, risulta un sms inviato da IM 1 alla _, dal contenuto: “
Sono qua ho bisogno di vederti...”.
Confrontato con questo messaggio, al dibattimento, l’imputato ha dichiarato di non averne memoria (allegato 1 al verbale del dibattimento). Dall’esame del telefono cellulare di IM 1, non risulta alcuna risposta a questo sms, ma essendo che alle 13:59 (come si vedrà di seguito), la donna risultava essere già uscita da casa sua, ella vi è verosimilmente giunta qualche minuto dopo.
Al dibattimento, interrogato in merito a questo sms in particolare, l’imputato ha dichiarato di essersi sentito molto scosso e che il suo scopo quel giorno era, sostanzialmente, quello di riconquistarla:
“
Alle 13.36 però risulta un sms da parte sua a _ ove le diceva di aver bisogno di vederla, pochi minuti prima che lei arrivasse a casa.
Dal momento in cui ci siamo lasciati martedì, ho sofferto molto per l’allontanamento. Quel giorno, era come se volessi chiederle di ricostruire il nostro rapporto.
ADR
confermo che in quei momenti mi sentivo ferito, ero ancora molto innamorato, ed avevo la speranza di poter convincere _ a ricostruire il nostro rapporto.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
Già a questo stadio si può trarre una prima conclusione, e meglio che l’intenzione della donna era, quel giorno, di ritirare i suoi effetti personali, mentre l’uomo, ferito nel proprio io, voleva riprendere la relazione.
4.3. L’arrivo di _ a casa di IM 1 e l’accoltellamento
In merito a cosa accadde a questo punto della storia, agli atti sono presenti dichiarazioni contraddittorie e contrastanti tra le parti coinvolte.
4.3.1. Le dichiarazioni della vittima
Sentita in Polizia il giorno seguente ai fatti, la donna ha raccontato così, nel corso del suo primo interrogatorio, quanto accaduto quel giorno a casa di _:
“Sabato raggiungevo l’appartamento poco prima delle 14:00, e potevo notare che la macchina di IM 1 era a casa.
Salita nell’appartamento avevo modo di salutare IM 1, che però rifiutava i tre baci. Gli chiedevo dove era _, che si trovava nella sua camera, e lo salutavo. Lui stava giocando all’Ipad. Richiudevo la porta della stanza di _ per lasciarlo tranquillo.
Di seguito mi recavo in cucina per vedere se avevo qualcosa da prendere. Sull’uscio della cucina IM 1 mi veniva incontro e mi abbracciava molto stretto. Io gli domandavo come stava e lui non mi rispondeva nulla, continuando a stringermi con le braccia.
Avevo modo di notare che nella mano destra teneva qualcosa, ma non riuscivo a vedere di cosa si trattasse.
(...) durante l’abbraccio, non ho visto IM 1 allungare il braccio o la mano. (...) Posso pensare che avesse già avuto l’oggetto in mano o in tasca al momento dell’abbraccio.
Io, se ricordo bene, gli domandavo cosa avesse in mano. Lui, senza nulla dire cominciava a colpirmi: con il braccio sinistro mi teneva e con la mano destra mi colpiva. Io cercavo di liberarmi dalla presa e cercavo anche di parare i colpi. Ricordo che urlavo chiedendogli cosa stesse facendo e cercando aiuto.
Non sapendo più cosa fare, pensando che stessi per morire, decidevo di mentirgli e lo informavo che ero tornata da lui per ricominciare la relazione.
A queste parole lui si fermava e mi domandava se lo amavo ancora. Io gli rispondevo affermativamente e gli dicevo che dovevo assolutamente andare in ospedale. Pertanto prendevo la mia borsa e salivo a bordo della mia vettura _. Ricordo che IM 1 voleva venire con me, ma io gli dicevo di pensare al bambino e poi di raggiungermi in un secondo momento all’ospedale.
Lui mi domandava che cosa avremmo detto una volta in pronto soccorso e io gli rispondevo che avrei detto che ero stata aggradita da qualcun altro.
Entrata in pronto soccorso chiedevo immediatamente aiuto e in un secondo momento mi veniva chiesto cosa fosse successo. Io spiegavo che il mio ex compagno mi aveva aggredito. Nel frattempo avevo modo di prendere atto che IM 1 era arrivato al pronto soccorso ed era stato fermato.
Vorrei precisare che durante il tragitto verso l’ospedale avevo modo di chiamare la mamma di IM 1, _, alla quale dicevo che il figlio mi aveva pugnalato. Le dicevo pure che stavo andando al pronto soccorso di _. (...) IM 1 non è una persona aggressiva (...) mai avrei immaginato che sarebbe potuto accadere un fatto simile. (...) non sono in grado di dire quale sia il coltello da lui utilizzato, io ricordo unicamente il suo pugno. (...) circa l’abbraccio posso dire che era particolarmente soffocante. Io cercavo di staccarmi da lui, ma lui cominciava la sua aggressione. (...) ricordo di aver respinto il tentativo di un bacio da parte di IM 1. (...) è mia intenzione sporgere querela/denuncia nei confronti di IM 1, anche per i titoli di reato di lesioni semplici e vie di fatto, inoltre mi costituisco accusatrice privata.”
(AI 5).
Interrogata dal PP PP 1 il 4 dicembre 2015 (AI 38), la donna ha esposto nuovamente la sua versione dei fatti:
“Il mattino mi sono recata dal parrucchiere e verso le 14.00 mi sono recata a _. Ero tranquilla. Sono entrata in casa, la porta era aperta, l’ho salutato, ho visto che era vicino al divano, non ricordo se stesse appoggiando qualcosa sulla botte. Sono andata verso di lui per dargli “tre baci”. Lui si è tirato indietro con il busto, facendomi capire che non voleva i tre baci. Lui mi ha detto: “Cosa fai?”, io gli ho risposto che era un modo per salutarlo.
Il PP mi chiede se normalmente io e IM 1 ci salutavamo dandoci i tre baci.
No, ma visto che era qualche giorno che non lo vedevo ho pensato di dargli questi tre baci, volevo essere gentile, fargli capire che non ero scocciata della situazione.
Mi sono recata in cucina, ma sono subito uscita chiedendogli nel contempo dove fosse _. Lui mi ha risposto che il figlio era in camera, gli ho chiesto se potevo andare a salutarlo e insieme siamo andati in camera sua. Ricordo che _ giocava con l’Ipad, mi ha salutato ed io ho fatto lo stesso. Voglio precisare che siamo leggermente entrati in camera in quanto la camera è piccola. Siamo usciti ma non ricordo in questo momento se siamo stati noi a chiudere la porta o il bambino.
Il PP mi dice che durante il verbale di polizia ho dichiarato di avere chiuso la porta della stanza di _.
Chiedo scusa ma in questo momento non ricordo bene chi abbia chiuso la porta. Ricordo di essere tornata in cucina per probabilmente verificare se non avessi dimenticato qualche cosa di mio. A dire il vero sono rientrata in cucina senza un certo motivo, forse inconsciamente per verificare se non avessi dimenticato nulla. Lui è entrato in cucina subito dietro di me. Non sono stata io a chiedergli di venire in cucina con me. Io mi sono fermata tra il tavolo e il frigo dei vini, mi sono girata verso di lui e IM 1 mi ha abbracciata (praticamente eravamo vicinissimi) subito dopo.
Mi viene chiesto se confermo che è stato IM 1 a venirmi incontro in cucina abbracciandomi “molto stretto”. Mi viene inoltre chiesto di spiegare com’era questo abbraccio.
Ricordo che mentre mi abbracciava ha tentato di baciarmi in bocca, ma io mi sono tirata indietro. Non ci siamo staccati completamente, nel senso che lui mi stringeva ancora a sé. Durante la prima fase anche io l’ho abbracciato perché pensavo che stesse male e avesse bisogno di un abbraccio. È in quel momento che ha tentato di baciarmi. Come ho già detto, ho tentato di staccarmi da lui, ricordo di avergli detto una cosa del genere “no dai, ...”. Ho notato che IM 1 era agitato (“tremolante”), mi sono quindi lasciata abbracciare una seconda volta e anch’io l’ho abbracciato chiedendogli se stesse bene. (...) In realtà non ci siamo staccati completamente, non è corretto parlare di primo e secondo abbraccio, in realtà è stato un susseguirsi di situazioni collegate. (...) L’abbraccio è diventato soffocante dopo che gli ho chiesto se stesse bene, più precisamente durante la seconda fase dell’abbraccio. Era come se non volesse lasciarmi andare. (...)
Mi viene chiesto se confermo che l’oggetto che l’imputato teneva nella mano destra (il coltello) l’aveva già con sé quando si è avvicinato verso di me per stringermi e se confermo di avergli chiesto cosa tenesse in mano (...)
Voglio precisare che quando ci siamo abbracciati non ho notato se IM 1 tenesse un oggetto in mano. Mi sono accorta di questo oggetto solo quando si è staccato da me notando il suo braccio stendersi lungo il fianco. Non sono sicura se quell’oggetto già lo tenesse in mano. Ribadisco, come ho già dichiarato, di non avere visto se quell’oggetto fosse un coltello o meno (...) Non ho notato IM 1 allungare il braccio per afferrare un ipotetico coltello. (...) Quando ho notato il suo braccio stendersi ricordo di aver chiesto a IM 1 cosa tenesse in mano e in quel momento lui ha cominciato a colpirmi. In quel momento mi sono pure accorta che l’oggetto che teneva in mano era un coltello. Non credevo a quello che stava succedendo. Ricordo di avergli urlato “cosa stai facendo?”. Gridavo “aiuto”. (...) arrivavano coltellate da tutte le parti; tentavo di proteggermi con le braccia e con le mani. Non ricordo se mi colpiva dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, di fianco, ecc. So solo che ad un certo punto mi sono resa conto che rischiavo di morire, quando ho realizzato che mi stava colpendo con un coltello. Ho avuto veramente paura di morire. Perché non era lui in quel momento (...) con la mano sinistra mi teneva e con la mano destra mi colpiva. (...)
Mentre mi colpiva con il coltello ho pensato di dirgli di essere “tornata da lui per ricominciare la relazione”. Mi viene chiesto perché ho pensato che dicendogli quella frase egli avrebbe smesso di colpirmi.
Gli ho detto questa frase per farlo smettere, ho pensato che dicendogli questo si sarebbe calmato. È la prima cosa che mi è venuta in mente per farlo smettere. Volevo salvarmi, per cui ho pensato che, dato che IM 1 era ancora innamorato di me, dicendogli che saremmo rimasti insieme lo avrebbe calmato.
(...) Dopo che gli ho detto che saremmo potuti tornare insieme, IM 1 si è immediatamente fermato, ha smesso di colpirmi. Ora ricordo che forse quando gli ho detto quella frase l’ho anche spinto, allontanandolo da me. Ricordo che lui mi ha risposto “È vero?” o qualcosa del genere. Gli ho risposto di sì. Non sono sicura delle parole esatte da me pronunciate, ma credo di avergli detto che dovevo andare al Pronto soccorso.”
(AI 38).
4.3.2. Le dichiarazioni dell’imputato, il verbale di confronto e la ricostruzione fotografica
Nel corso del suo verbale d’arresto dinanzi alla Polizia il
21 novembre 2015
, IM 1 ha rilasciato una prima versione dei fatti che, come si vedrà di seguito, poco collima con quanto realmente è accaduto.
In particolare, nel suo primo verbale egli ha sostenuto di aver accolto la donna freddamente e poi di essersi ritrovati entrambi in cucina, ove tentava di baciarla. La donna rifiutava questa particolare attenzione, scatenando nell’uomo uno “shock emotivo” che l’avrebbe spinto ad afferrare un coltello e a scagliarlo contro il torace della _, non colpendola, in quanto ella, aggrappandosi al suo braccio destro, lo avrebbe sbilanciato in modo tale da ferirsi, non si sa bene come, al collo. Niente di più:
“Oggi pomeriggio, ho passato la giornata con mio figlio, l’ho portato in giro e a tagliare i capelli. Successivamente tornavamo a casa (...) Verso le 13.55 giungeva _, sapevo che sarebbe passata ma non sapevo a che ora.
ADR: che è in possesso delle chiavi di casa, a casa c’è ancora tutta la sua roba.
Appena arrivata a casa ci siamo salutati, io ero molto freddo, gli dicevo di fare in fretta e di prendere le sue cose che gli servivano e di andare. Io e lei andavamo in cucina, nell’entrare ci abbracciavamo, io volevo darle un bacio sulla guancia per poi baciarla sulla bocca. Da parte sua resistiva spostando il busto, a quel punto li ho avuto uno shock emotivo: ho afferrato un coltello da cucina che era appoggiato sul frigorifero del vino, ho praticamente allungato la mano destra per prenderlo.
Impugnandolo con quella mano, quindi il mio lato forte. Una volta preso il coltello, sono andato in confusione con la testa, l’ho scagliato contro il suo torace, lei a quel punto si è aggrappata al mio braccio destro, in prossimità del mio polso e così facendo ci siamo sbilanciati. Lei si abbassava verso il basso, è possibile che in questo frangente si sia ferita al collo con il coltello.
Lei dopo questo fatto mi diceva, “ma cosa sta succedendo, ma perché hai creato questa situazione”. Lei inoltre mi diceva che stava perdendo sangue, che voleva andare in ospedale.”
(allegato al rapporto d’arresto provvisorio AI 3).
La seconda versione dei fatti rilasciata dall’imputato dinanzi al PP 1 il giorno seguente,
22 novembre 2015
, dovette per forza di cosa essere adattata, poiché egli veniva confrontato con le prime dichiarazioni rese dalla vittima, il cui racconto poco si confaceva con quanto da lui invece dichiarato di prima battuta alla Polizia. L’imputato ha dichiarato in particolare che, prima di abbracciare la donna, già teneva in mano il coltello, sebbene non avesse intenzione di colpirla a quel momento; che, alla fine dell’aggressione, la lama del coltello si staccò dal manico, senza che egli riuscisse a capire precisamente come questo fosse avvenuto; e che, al momento in cui la donna gli chiedeva di smettere di colpirlo, egli già si fermò (di sua sponte), resosi conto della gravità di quanto stava facendo:
“(...)
Il PP mi chiede se tenevo il coltello in mano prima di abbracciare _.
Sinceramente non me lo ricordo.
Il PP mi dice che _ non ha visto allungare il mio braccio per prendere il coltello, ma ha notato che già tenevo in mano qualcosa (il coltello).
Quando lei è entrata in cucina il coltello era appoggiato sul frigorifero. Quando ci siamo abbracciati il coltello già lo tenevo in mano. In quel momento però non era mia intenzione colpirla.
Il PP mi chiede allora come mai ho preso il coltello che era poco prima appoggiato sul frigorifero.
Ero confuso (l’imputato piange) Mi è venuto in mente l’ultimo mese di sofferenza trascorso insieme. Preso da un raptus improvviso l’ho colpita con il coltello che tenevo in mano.
Mi viene chiesto quando si è rotto il coltello, quando il manico si è staccato dalla lama.
Si è rotto durante l’aggressione.
Il PP mi chiede se si è rotto all’inizio dell’aggressione oppure alla fine.
Si è rotto alla fine dell’aggressione.
Il PP mi chiede qual è stato il motivo per il quale mi sono fermato.
Mentre colpivo _ mi sono accorto della gravità del mio gesto e quindi mi sono fermato.
Il PP mi dice che molto verosimilmente mi sono fermato perché la lama si è rotta.
Mi sono accorto che stavo esagerando. Non è come pensa il PP. In casa era presente mio figlio per cui non mi sarei mai sognato di uccidere _ mentre mio figlio era in casa.
L’interrogante mi dice che molto verosimilmente la forza che ho impiegato per colpire _ e la resistenza che la lama ha incontrato molto verosimilmente un osso della vittima ha determinato la rottura del coltello. Mi viene chiesto di prendere posizione in merito.
Non saprei dire per quale motivo il coltello si sia rotto.
Il PP mi chiede se _ per farmi smettere mi ha detto che mi amava ancora e che era venuta da me per ricominciare la nostra relazione.
Sottovoce mi ha detto che “c’era ancora dell’amore” e di “non creare una situazione del genere”.
Il PP mi chiede di spiegare meglio questa mia affermazione.
In sostanza mi ha chiesto di smettere di colpirla.
A domanda dell’avv. _ rispondo che
le frasi di _ sono state pronunciate quando avevo già smesso di colpirla.
Il PP mi dice che le dichiarazioni di _ dicono tutt’altro, nel senso che ha pronunciato quella frase per farmi smettere.
Non è così, ricordo che avevo già smesso di colpirla. (...)
rispondo che
non ho mai avuto l’intenzione di uccidere _ e di non avere mai preso in considerazione questa ipotesi.”
(AI 9).
Nel corso del verbale di audizione dinanzi al GPC del 23 novembre 2015, l’imputato ebbe modo di apportare ulteriori precisazioni alle sue dichiarazioni con riferimento al momento in cui prese in mano il coltello:
“(...) Dapprima IM 1 intende formulare delle precisazioni in relazione al verbale PP del 22.11.2015 le stesse riguardano il fatto che al momento in cui è entrato in cucina non teneva assolutamente in mano nessun arma di nessun genere. Solo al momento in cui c’è stato l’avvicinamento ed ho capito che lei rifiutava ogni ulteriore contatto allora mi ha preso questo shock emotivo ed ho afferrato il coltello come ho già avuto modo di indicare nei precedenti verbali.”
(AI 16).
Agli atti, in ordine cronologico, figura a questo punto dell’inchiesta il verbale di confronto tra vittima e imputato, del
23 dicembre 2015
, ove entrambi venivano confrontati con la versione dell’altro (AI 61).
Entrambi non fornivano indicazioni utili in merito a chi avesse chiuso la porta della camera dove era presente il figlio _, non ricordando questo dettaglio, l’imputato comunque precisava:
“(...) Ricordo che entrambi siamo entrati nella stanza di _ ma non ricordo chi dei due è uscito dalla stanza per primo e rispettivamente chi abbia chiuso la porta”
(AI 61).
Con riferimento all’arrivo in cucina dei due e all’abbraccio che si scambiarono, la donna si è limitata a confermare le sue precedenti dichiarazioni, e IM 1, da parte sua, non le ha contestate, precisando comunque di non essersi reso conto che l’abbraccio fosse stato così soffocante come da lei descritto, e che in quel momento si trovava in stato di shock. Anche in merito a sapere il momento in cui IM 1 prendeva l’arma in mano, la _ si è limitata a confermare le precedenti dichiarazioni che le venivano sottoposte. Egli, invece, ha affermato:
“In merito a quanto dichiarato da _ rispondo che non ricordo se lei mi abbia detto “che cosa stai facendo?”. Ribadisco che quando ci siamo abbracciati il coltello non lo tenevo in mano. Non ricordo altri dettagli. (...)
In merito al coltello durante il VPP del 22.11.2015 ho dichiarato quanto segue:
“(...) Quando lei è entrata in cucina il coltello era appoggiato sul frigorifero. Quando ci siamo abbracciati il coltello già lo tenevo in mano. In quel momento però non era mia intenzione colpirla. (...)”
Ora, questo comportamento contrasta con l’asserito shock emotivo (raptus). Stando alle mie dichiarazioni, quando ho preso il coltello non stavo abbracciando _, mi sono recato verso di lei con il coltello in mano. Quindi, ho deciso di accoltellarla prima di abbracciarla, prima del mio tentativo di baciarla e prima del suo rifiuto. Curioso è pure il fatto che sul frigorifero dei vini vi fosse appoggiato anche un martello. Mi viene chiesto di prendere posizione in merito.
Il martello era appoggiato lì perché avevo appena tolto le fotografie dalla parete, con la parte appuntita del martello facevo leva sul chiodo per toglierlo. Su quel frigorifero appoggiavamo sempre molti oggetti. Quando ho abbracciato _ non tenevo in mano il coltello, lo giuro su mio figlio. Non ho più nulla da aggiungere.
Il PP mi chiede cosa ho pensato quando ho impugnato il coltello.
Mi sentivo frustrato dal rifiuto di _ di baciarmi. Questo bacio per me era molto importante. Aveva un significato enorme. In quel momento non ho pensato a nulla.”
(AI 61).
Veniva dunque affrontata la questione relativa al momento in cui la donna decise di affermare di voler tornare con lui pur di farlo smettere di colpirla, sottoponendo ad entrambi le precedenti dichiarazioni rese dalla stessa in tal senso. IM 1 da parte sua ha contestato questa versione dei fatti, ribadendo di aver già smesso di colpirla, nel momento in cui vide del sangue. Ha aggiunto poi un dettaglio in merito alla rottura del coltello contrastante rispetto alle sue precedenti dichiarazioni: se, nel precedente verbale, egli aveva affermato che il coltello si ruppe alla fine dell’aggressione senza un motivo particolare, (“
Non saprei dire per quale motivo”
), in questo verbale ha invece dichiarato che l’arma si ruppe in un modo ben preciso, ovvero cadendo per terra:
“In merito a quanto dichiarato da _ rispondo che la mia reazione nei suoi confronti si è interrotta prima che mi dicesse quella frase (che era tornata da me per ricominciare la nostra relazione). È in quel momento che abbiamo incominciato a parlare. Ho smesso di colpirla quando l’ho vista ferita. Il coltello si è inoltre rotto quando è caduto per terra sulla soglia della porta della cucina (l’accesso alla cucina è delimitato da un passante in ferro).
Il PP mi dice che ho dichiarato che il coltello si è rotto durante l’aggressione quando il manico si è staccato dalla lama (VPP 22.11.2015 pag. 5 righe 35/40). Mi viene chiesto di prendere posizione.
Per me era sottinteso che il coltello si è rotto alla fine dell’aggressione. Era questo che intendevo.”
(AI 61).
La donna ha così preso posizione in merito a queste ultime dichiarazioni dell’imputato:
“In merito a quanto appena dichiarato da IM 1 (...) rispondo che ricordo (nel senso che io l’ho vissuta così) che l’azione di IM 1 si è interrotta dopo che l’ho spinto dicendogli quella frase. Del coltello non ho nessun ricordo.
IM 1
(...) non ricordo di essere stato allontanato con una spinta da _. Non ricordo bene la dinamica della caduta del coltello.”
(AI 61).
La lama del coltello (e non il manico, il quale non è mai stato reperito), è stata ritrovata dagli inquirenti all’interno dell’automobile di IM 1, infilata tra il sedile del passeggero ed il vano centrale porta oggetti. A questo proposito, l’avv. _ (patrocinatore della _), poneva le seguenti domande all’imputato:
“
A domanda dell’avv. _ a IM 1 intesa a sapere come mai ho nascosto la lama del coltello nell’auto rispondo che
non ho mai voluto nascondere la lama nella mia auto.
A domanda dell’avv. _ a IM 1 intesa a sapere se sono stato io a nascondere la lama nella mia auto rispondo che
non ho nascosto la lama in auto. Nella fretta ho appoggiato la lama per terra davanti al sedile passeggero, durante il viaggio la lama si è spostata sotto al sedile passeggero. Voglio sottolineare che andavo a velocità sostenuta per raggiungere l’ospedale.
Il PP mi dice che la lama è stata trovata tra il sedile del passeggero ed il vano centrale portaoggetti. (viene mostrata all’imputato la documentazione fotografica (...) Mi viene chiesto di prendere posizione.
Dichiaro che l’indicazione e la posizione della lama indicata nella fotografia no. 32 corrisponde a dove ho posto la lama del coltello. (...) ho portato la lama con me perché non volevo che mio figlio la vedesse in cucina.
A domanda dell’avv. _ a IM 1 intesa a sapere dove ho messo il manico del coltello
rispondo che non lo so.
A domanda dell’avv. _ a IM 1 intesa a sapere dove ho trovato la lama
rispondo che era per terra, appena fuori dalla cucina, nei pressi della soglia.
A domanda dell’avv. _ a IM 1 intesa a sapere se ho cercato il manico del coltello
rispondo che non l’ho cercato. Non so dove sia.
Il PP mi chiede dove potrebbe trovarsi il manico del coltello.
Non ne ho idea di dove sia, ero sotto shock per cui non ricordo nulla.
A domanda dell’avv. _ a IM 1 intesa a sapere se secondo me il manico è ancora in casa
rispondo che non lo so.
A domanda dell’avv. _ a _ intesa a sapere se attualmente ha paura di IM 1
rispondo che dopo un atto del genere un po’ di paura c’è. Ho paura di un’altra aggressione. (...) è normale avere paura.
A domanda dell’avv. DF 1 a _ volta a sapere se in riferimento a queste mie ultime risposte ritengo pensabile che IM 1 possa commettere ancora atti quali quelli commessi nei miei confronti il 21 novembre 2015
rispondo che spero tanto di no. Spero che ci sia la possibilità di impedire a IM 1 di avvicinarsi a me.”
(AI 61).
Il 26 gennaio 2016 il magistrato inquirente procedeva ad una ricostruzione fotografica dell’accaduto presso l’appartamento dell’imputato, presente, pure la vittima. La documentazione fotografica ripercorre attimo dopo attimo di quella giornata, dapprima secondo la versione di IM 1, e poi secondo quella di _, entrambi presenti negli scatti alternandosi con la presenza di comparse (AI 89). Interessanti in questo accertamento sono in particolare le dichiarazioni dell’imputato, in quanto egli ha aggiunto dettagli non di poco conto in merito alla sequenza dei colpi e al tipo di essi:
“(...)
Presa del coltello
Ho visto il coltello sopra il frigorifero delle bottiglie del vino e preso da un raptus improvviso l’ho afferrato con la mano destra. _ era attaccata a me, non credo che guardasse verso il frigorifero delle bottiglie. (...)
Primo colpo inferto
Con la mano destra impugnavo il coltello, ho colpito _ al collo sulla parte sinistra, con un colpo inferto di striscio. Con la mano sinistra le tenevo il fianco.
Sequenza dei colpi inferti
Non ricordo con esattezza la sequenza dei colpi inferti. Ad un certo punto mi ricordo comunque di averla ferita a livello della clavicola destra colpendola con un fendente di striscio.
Ferita all’addome
Ad un certo punto, non ricordo con quale modalità, ma visto che ci trovavamo a stretto contatto, ho ferito _ all’addome sempre impugnando il coltello con la mano destra. Questo mentre ci stavamo spostando verso la porta. (...)
Caduta coltello
Durante la colluttazione ci siamo spostati verso la soglia della cucina e in quel frangente ho lasciato cadere a terra il coltello. Ricordo che poco dopo mi sono accorto che il coltello si era rotto. (...) la lama si è staccata dall’impugnatura.”
(AI 89).
La _ da parte sua, nel corso della ricostruzione fotografica ha apportato le seguenti precisazioni al suo racconto, senza nulla modificare nella sostanza:
“
Accesso in cucina
Una volta entrati in cucina ci siamo trovati faccia a faccia (...) ci siamo abbracciati, voglio precisare che IM 1 mi ha abbracciata ed io ho ricambiato l’abbraccio. Ricordo di aver chiesto ad IM 1 come stesse, ero pure consapevole del fatto che in quel periodo IM 1 non stava bene. Ricordo IM 1 agitato ed emozionato per la mia presenza. (...) ha tentato di baciarmi sulla bocca ma io mi sono scansata (...) ci siamo quindi ristretti nuovamente in un abbraccio. (...)
Distacco parziale
Mi sono girata verso sinistra in direzione del tavolo. In quel momento ricordo di avere notato che IM 1 teneva il pugno chiuso come se tenesse qualcosa in mano. Gli ho chiesto che cosa tenesse in mano. IM 1 non mi ha dato nessuna risposta.
Colpi inferti
Ricordo che IM 1 teneva la sua mano sinistra sulla mia schiena, non era una stretta, nel senso che non mi teneva bloccata, ma vi era comunque un contatto fisico tra noi. Non ricordo la sequenza precisa dei colpi che ho ricevuto, in particolare non ricordo dove sono stata ferita con il primo fendente. Mi sono accorta di essere stata ferita con “qualcosa di contundente e tagliente”. Ripensandoci non escludo che il primo colpo me lo abbia inferto al collo. Sebbene mi sono accorta di essere stata colpita con un oggetto contundente, preciso che non ho mai visto il coltello durante l’aggressione (...)
Autodifesa
Quando ho realizzato ciò che mi stava accadendo (ossia che venivo colpita con un oggetto tagliente) ho tentato di parare i colpi come gesto di autodifesa mettendo le mani avanti. Ricordo di essere stata colpita in modo disordinato. (...) Posso immaginare di essere stata ferita con un coltello. Ricordo che urlavo. Credo anche di aver cercato di allontanare IM 1 spingendolo.
Fine dell’aggressione
Mi sono messa ad urlare, gli ho anche detto “ti amo”, eravamo scioccati entrambi (...). Ricordo di avergli detto che necessitavo di cure in ospedale.”
(AI 89).
Infine, il 26 febbraio 2016 l’imputato è stato sottoposto a verbale finale il dal PP 1, il quale ha esposto, riassumendoli, gli elementi a suo carico:
“
Dopo i verbali di ricostruzione del 12 gennaio 2016 (...) la dinamica dell’aggressione può essere riassunta come segue.
I primi colpi li ho inferti a _ al collo (cfr. fase 9 VPP di ricostruzione del 12.01.2016 pag. 2), poi a livello della clavicola destra (cfr. fase 10 VPP (...) ) ed ad un certo momento l’ho colpita all’addome (fase 11 (...)). Non è chiaro per contro la sequenza dei colpi che ho inferto a _ (...) nelle altre parti del corpo e se sono stati inferti tra il primo fendente al collo e quello all’addome. Mi viene chiesto di prendere posizione in merito.
Ribadisco che faccio fatica a ricordare la sequenza dei colpi. Sicuramente il primo colpo è stato inferto nella parte alta del corpo però non escludo che il primo sia stato inferto al collo (di striscio). Durante il movimento orizzontale del colpo inferto è probabile che io abbia anche, subito dopo, colpito la clavicola destra di _. (...) È possibile che uno dei colpi che abbia raggiunto il mento abbia poi proseguito la traiettoria fino a colpire la clavicola destra. Non ricordo quando l’ho colpita alla mano. Non ricordo nemmeno in quale fase della colluttazione ho colpito il seno.
In merito al coltello, dalle dichiarazioni di _ sembrerebbe che io avessi già con me (in mano), quindi prima dell’abbraccio, in quanto la donna ha dichiarato di non avermi visto allungare il braccio. (...) Io stesso ho dichiarato di aver tenuto il coltello in mano durante l’abbraccio (VPP del 22.11.2015 (...)). Poi durante il verbale di confronto ho dichiarato che il coltello quando l’ho abbracciata non lo tenevo in mano (...) Mi viene chiesto di prendere posizione.
Non tenevo il coltello in mano durante l’abbraccio. Essendo stati entrambi vicini al frigorifero dei vini non era necessario un movimento di allungamento del braccio particolare. (...) Quando ho tentato di baciarla, ritengo che _ non potesse vedere il mio braccio destro allungarsi verso il frigorifero, in quanto il coltello appoggiato sul frigorifero rispetto a _ era posto dietro al suo corpo.
(...)
In merito al motivo per cui dopo diversi fendenti con il coltello ho smesso di colpire (...) dalle mie prime dichiarazioni emerge che ho smesso di colpirla perché il coltello si è rotto (o perlomeno questo era uno dei motivi indicati). Poi durante il verbale di confronto ho dichiarato che il coltello si è rotto cadendo per terra, non mentre la colpivo (...) _ (...) ha per contro dichiarato che ho smesso di colpirla quando mi ha detto che voleva tornare insieme a me. (...) Mi viene chiesto di prendere posizione (...)
Ribadisco che il coltello si è rotto quando è caduto per terra. Quando ho visto _ sanguinare ho immediatamente lasciato cadere il coltello a terra. Mi sono subito interessato alle condizioni di _. Ricordo che mi ha detto quella frase quando avevo già smesso di colpirla.
Il PP mi dice che un coltello come quello utilizzato per colpire _ difficilmente si rompe semplicemente cadendo a terra. (...)
Da tanti anni possedevo quel coltello per cui credo che fosse già di suo “allentato”. Per quello cadendo si è rotto. Capisco le perplessità del PP ma confermo che il coltello si è rotto cadendo a terra.
Ribadisco che non era mia intenzione uccidere _. Non so cosa mi è preso in quel momento. Sono sincero, non riesco a capire cosa mi è successo. Sono così dispiaciuto e addolorato per il danno arrecato a _ che faccio fatica ad accettare quello che ho fatto.”
(AI 100).
Al dibattimento, l’imputato è stato nuovamente interrogato in merito a come si svolsero i fatti quel giorno. Con riferimento al momento in cui _ giunse a casa sua e lo salutò, egli ha dichiarato di non aver capito il tipo di saluto (ovvero, i tre baci):
“Io mi sentivo a terra in quel periodo, quando lei è arrivata a casa ha tentato di venirmi incontro e darmi tre baci, come si fa, come indicatomi dal Presidente, tra due persone che non hanno una relazione. Questo saluto, sul momento, non l’ho capito, non mi aspettavo un abbraccio da parte di _, non mi aspettavo nulla.”
Ha proseguito poi il suo racconto di quegli istanti, ribadendo ancora una volta di non riuscire a capire per quale motivo aveva reagito in quel modo a seguito del rifiuto di lei di baciarlo:
“In seguito _ è andata in cucina, la porta era aperta, ed io l’ho seguita, senza particolari motivi, l’intenzione era quella di parlare per vedere quali fossero gli oggetti che lei voleva prendere. Entrati in cucina, ci siamo guardati, si è girata, ho cercato un abbraccio da parte sua. Ci siamo abbracciati, ho tentato di baciarla, e ancora oggi non riesco a capire perché ho reagito al rifiuto di questo bacio, colpendola con il coltello che si trovava lì sul porta vino.
(...)
ADR
che sono consapevole che il fatto che io non sappia spiegare il motivo della mia reazione è un problema, per questo sono molto contento di intraprendere una terapia in carcere che mi aiuterà a capire.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
4.3.3. Altre dichiarazioni
Interrogata dalla Polizia il 27 novembre 2015, _, l’amica presso cui soggiornava la vittima, ha riferito di aver sentito telefonicamente la _ il giorno dei fatti alle ore 16.00, e di averla poi vista al suo rientro a casa sua avvenuto il lunedì dopo nel pomeriggio. Agli agenti interroganti ha dunque raccontato quanto riportatole dall’amica, confermandone la versione:
“Quando è arrivata a casa mi ha raccontato quanto accaduto e meglio che sabato era andata a _ con l’intenzione di prendere i suoi effetti personali che le mancavano e qualche vestito pesante. _ Aveva le chiavi dell’appartamento. Arrivata nell’appartamento ha visto IM 1, lo ha salutato. È andata a salutare il figlio di IM 1 che si chiama _ ma che io non conosco. Il figlio si trovava nella sua camera. _ è andata in cucina dove IM 1 ha cercato di darle un bacio e lei gli ha detto “che cosa stai facendo?”. Lei mi ha detto che IM 1 le sembrava strano ma non ha saputo descrivere meglio questa “stranezza”. Li _ l’ha accoltellata sino a quando, tra mille pensieri, lei ha cercato di calmarlo dicendogli “che gli voleva bene e che era tornata per stare assieme a lui”. In seguito era riuscita a uscire dall’appartamento, a prendere la sua automobile e ad andare al Pronto Soccorso dell’Ospedale _.”
(AI 28).
_
, ex moglie dell’imputato e madre del figlio _, ha riportato così, sentita in Polizia il 27 novembre 2015, quanto raccontatole dal figlioletto a seguito dei fatti, aggiungendo un dettaglio interessante in merito a chi avesse chiuso la porta della camera del ragazzo:
“(...) Nella giornata di sabato 25.11.2015 (...) La sera, dopo cena (...) _ mi ha detto che al mattino IM 1 lo aveva portato dal parrucchiere. Nel primo pomeriggio nell’appartamento è arrivata _. IM 1 ha chiuso la porta della stanza di _ dicendo di stare dentro perché dovevano discutere. In seguito ha sentito IM 1 e _ andare in cucina dove ha sentito IM 1 dire una frase del tipo che “chiedeva troppo”. In seguito ha sentito un urlo e poi ha sentito IM 1 e _ uscire di casa. _ è quindi uscito dalla sua camera ed è andato in cucina dove ha visto 2 macchiette di sangue per terra. (...) come quando si “grattuggia il ginocchio”. (...)”
(allegato 8 ad AI 88).
4.4. La perdita del coltello e l’arrivo in ospedale
_
così ha raccontato al PP 1 il 4 dicembre 2015 quanto avvenne dopo essere stata ferita da IM 1, e come raggiunse il nosocomio di _ quel giorno:
“Ricordo di essermi precipitata fuori dall’appartamento, scendevo di corsa le scale, IM 1 era dietro di me in quanto voleva accompagnarmi all’ospedale. Ricordo di avergli detto che avrei preso la mia auto e che era meglio che lui restasse con il figlio e che mi poteva raggiungere in un secondo tempo.
Ho parcheggiato presso il Pronto soccorso dell’Ospedale _. Non so quando IM 1 mi ha raggiunto in ospedale. In ospedale ho detto ai medici che a colpirmi è stato il mio ex compagno.
Quand’eravamo ancora a _, mentre raggiungevamo l’automobile, IM 1 mi ha chiesto cosa avremmo detto ai medici dell’ospedale. L’ho tranquillizzato dicendogli che avrei detto di essere stata aggredita da una terza persona. Avrei detto qualsiasi cosa pur di andarmene da _. (...) quando sono stata dimessa dall’ospedale è venuto a prendermi il padre di IM 1 (...)
L’interrogante mi chiede quando IM 1 mi ha confidato di aver pensato in più occasioni, in passato, al suicidio, e se mi ha confidato il motivo di quei pensieri.
Voglio precisare che questa cosa IM 1 me l’ha detta nel corso dell’ultimo mese, presumo che stesse soffrendo per la nostra situazione. Il giorno dopo IM 1 mi ha detto di non preoccuparmi perché quello che mi aveva detto lo ha detto solo perché in quel momento era agitato, di fatto ha voluto tranquillizzarmi. (...)
Sono dispiaciuta per questa situazione (la vittima piange), non vorrei che IM 1 passasse tutta la vita in prigione.”
(AI 38).
Nel verbale di ricostruzione della vittima del 12 gennaio 2016, la _ ha confermato tutto quanto già precedentemente dichiarato al PP, e ha apportato qualche dettaglio supplementare al suo racconto, come il fatto di essersi allontanata velocemente dalla cucina in quanto stava perdendo molto sangue:
“(...)
FASE 13 Fine dell’aggressione
Mi sono messa ad urlare, gli ho anche detto “ti amo”, eravamo scioccati entrambi da quanto successo. Ricordo di avergli detto che necessitavo di cure in ospedale.
FASE 14 Uscita dalla cucina
Sono uscita di corsa dalla cucina perché perdevo sangue. Non ricordo se gli ho urlato di portarmi in ospedale. Ricordo che avevo tutti gli abiti sporchi di sangue. IM 1 mi ha seguito.”
(AI 73).
Dalla ricostruzione fotografica 26 gennaio 2016, emergono le dichiarazioni dell’imputato in merito a cosa fece nel momento in cui _ si recava in ospedale, argomento questo da lui non ancora affrontato nel dettaglio nel corso dell’interrogatorio. Tornato in casa, su richiesta della vittima di badare al figlio, egli si attivò per pulire il pavimento dalle tracce di sangue e recuperare l’arma del crimine composta da lama e manico staccati, portandoseli seco nel mentre correva verso la macchina e, così facendo, perdendo il manico non si sa bene dove, per poi salire in auto e raggiungere la _ all’ospedale:
“
Accompagnamento all’auto
Ho accompagnato _ lungo il viale d’accesso verso la sua auto.
Ritorno verso lo stabile
Ho ripercorso il vialetto di corsa da solo e sono salito nel mio appartamento.
Ritorno in appartamento
Sono rientrato nell’appartamento e mi sono diretto verso la soglia della cucina.
Pulizia del sangue
Notando delle tracce di sangue sul pavimento sono entrato in cucina per prendere della carta scottex per pulirle, questo sapendo che in camera c’era sempre mio figlio _. Ho pulito le tracce di sangue per evitare che mio figlio le vedesse.
Recuper coltello
Nella fase di pulizia delle tracce di sangue ho recuperato sia la lama che l’impugnatura del coltello.
Eliminazione scottex
Mentre impugnavo sia la lama che l’impugnatura del coltello sono andato in bagno ed ho gettato la carta scottex sporca di sangue nel WC.
Avviso al figlio
Sono quindi entrato nella stanza di mio figlio che stava giocando alla play station e l’ho avvisato che mi stavo recando in ospedale poiché _ si era fatta male. Preciso che avevo sempre con me sia la lama che l’impugnatura del coltello.
Uscita dall’appartamento con il coltello
Sono uscito da solo dall’appartamento sempre con la lama e l’impugnatura del coltello in mano.
Perdita dell’impugnatura
Sono corso come un pazzo verso il vialetto d’entrata dove si trovava posteggiata la mia autovettura _ e in quel frangente ricordo di aver perso l’impugnatura del coltello.
Salita in auto verso l’ospedale
Sono salito in auto ed ho appoggiato la lama del coltello sul tappetino del passeggero anteriore, più precisamente tra il sedile ed il vano portaoggetti centrale.”
Al dibattimento, a domanda di sapere dove avesse appoggiato la lama del coltello una volta salito sull’auto, stavolta egli ha risposto di non sapere dove l’avesse appoggiata, menzionando poi la possibilità del sedile posteriore:
“
Nella sua auto, sotto il tappetino del passeggero, è stata rinvenuta solo la lama. Dove l’aveva appoggiata?
Non mi ricordo dove l’ho appoggiata. Non so se l’avevo messa sopra il sedile posteriore, fatto sta che poi, avendo guidato veloce, la lama si sarà spostata da qualche parte e sarà caduta sotto il sedile.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
A questo punto gli è stato chiesto di spiegare come si svolse il suo arrivo presso il PS dell’Ospedale di _. A questa domanda egli è parso sorpreso dal contenuto del rapporto della Polizia comunale di _ di cui sopra già si è detto (v. circostanze dell’arresto), e ha negato in particolare di aver tentato di forzare la porta:
“
Cosa succedeva una volta giunto in ospedale?
Mi sono accorto fin da subito che _ era stata ammessa al PS per essere curata. Si trovava già dentro in visita ed io, arrivato, chiesi subito di lei, volevo assicurarmi che stesse bene, ero molto preoccupato.
Per quale motivo era preoccupato?
Ero molto preoccupato per la sua salute, nel modo più assoluto.
ADR
che in ospedale non ho avuto una discussione con nessuno.
Il Presidente legge il rapporto della Polizia comunale, ove risulta che i sanitari chiamavano gli agenti in quanto “era in corso un’aggressione”, affermando che, dopo essersi presentata la sig.ra _, giungeva sul posto lei che, noncurante delle prassi ospedaliere sull’identificazione delle persone, usando la forza, tentava di sfondare la porta automatica per accedere all’interno del PS. Il suo comportamento è dunque stato tale da spingere i sanitari a chiamare la Polizia comunale.
Non ho mai cercato di sfondare una porta. Ero talmente sotto shock.
Sempre dallo stesso rapporto di Polizia, risulta che la vittima asseriva sin da subito di essere stata ferita dal suo compagno, ovvero lei. Raggiunto dagli agenti che procedevano al suo fermo, lei veniva fatto accomodare nella sala colloqui del PS per spiegare la dinamica dei fatti. Da parte sua dichiarava di essersi trovato in casa, nel momento in cui _ rincasava, dopo essere stata fuori con amiche, già ferita da terzi. Questa è la prima versione da lei raccontata in Polizia.
Mi sono limitato a riferire quanto ci eravamo accordati di dire. Io comunque volevo semplicemente starle vicino. La Polizia era già presente in ospedale.
La Polizia comunale non era già presente, è stata chiamata dai sanitari a seguito del suo comportamento.
ADR
che _ è andata da sola in ospedale perché lei voleva andare da sola, era sotto shock. Io non volevo lasciarla andare da sola, ma ha insistito.
L’entrata in PS di _ è stata registrata alle ore 14.27.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
Gli è stato dunque sottoposto l’ultimo sms da lui scritto alla vittima, dopo averla aggredita e prima di raggiungerla all’Ospedale, dal seguente tenore:
“Prima di partire per raggiungere _ al PS, lei ha mandato un ulteriore sms a “_”, è corretto?
Sì, le chiedevo come stava, e le dicevo che l’amavo alla follia.
Il Presidente legge il contenuto dell’sms: “Amore ti amo alla follia... perdonami...”.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
Ed infine, egli ha affermato di non essersi reso conto della possibilità di colpire delle zone del corpo sensibili, e di essersi limitato ad afferrare il primo (e unico) coltello che si trovava sul frigo delle bottiglie:
“
Nel corso dei diversi verbali, lei si è sempre concentrato sul voler affermare di non aver mai avuto intenzione di uccidere _. È consapevole di cosa può succedere colpendo una persona con un coltello ad altezza di un’arteria?
Non mi sono reso conto della gravità della zona colpita, non sono un medico.
Il PP a domanda non sa specificare la marca del coltello, non essendo indicato sulla lama. L’imputato ha comunque affermato di averlo acquistato all’Ikea. Il medico legale ha ipotizzato che la resistenza incontrata dal coltello, a causa degli indumenti e/o dell’osso a livello della clavicola, può aver provocato la rottura della lama. Il coltello risulta comunque molto affilato, di buona fattura.
Essendo un grande amante della cucina, avevo diversi coltelli in cucina. Ho usato quello perché si trovava in quel posto in quel momento, non sono andato a cercarlo appositamente. Speravo che non ci fosse nulla per farle del male.”
(allegato 1 al verbale del dibattimento).
4.5. In esito a quanto sin qui esposto si può pertanto concludere che l’imputato, dopo essergli stato rifiutato un approccio più intimo (bacio sulla bocca), ha preso il coltello che si trovava sul mobiletto della cucina e ha pugnalato ripetutamente la vittima, “colpevole” appunto di voler definitivamente troncare la relazione, azione poi interrotta al momento in cui la donna gli ha espresso di voler tornare assieme a lui. In seguito, visto la necessità che la vittima fosse medicata, ha concordato con lei la versione da riferire all’ospedale, e meglio che è stata ferita da terzi, prima di giungere all’appartamento, tant’è che, al primo intervento degli agenti della Polizia comunale, chiamati dai sanitari perché lui voleva a tutti i costi essere presente con la vittima, in dispregio delle procedure, ha raccontato proprio questa versione.
5. Le ferite riportate dalla vittima e la sua posizione processuale
5.1. Agli atti figura il certificato medico rilasciato dall’Ospedale _ il giorno dei fatti, il quale fa stato del seguente status locale:
“Emodinamicamente stabile. Apiretica. Lucida e collaborante. Addome molle e trattabile, presenza di ferita da taglio all’emiaddome sinistro lunga circa 2.5cm. Ferita da taglio a livello della superficie dorsale del V dito mano destra, con esposizione del tendine estensore. Non deficit senso motori distali. Presenza di ferita da taglio al collo a sinistra di circa 2.5 cm e altra a destra di circa 2cm. Ferita da taglio al mento a lembo di circa 1+1.5 cm. Ferita da taglio alla guancia sinistra con perforazione della stessa fino alla mucosa interna.
In PS esplorazione e sutura delle ferite. All’esplorazione della ferita addominale si reperta apertura della fascia, motivo per cui si pone indicazione a laparoscopia diagnostica.”
(allegato 19 al rapporto d’inchiesta di Polizia giudiziaria).
5.2. La perizia medico legale sulle lesioni subite da _ del 7 dicembre 2015 ad opera della Dr.ssa _ risponde ai seguenti quesiti:
“
-
Accerti il perito sulla base delle fotografie scattate in data 21 novembre 2015, nonché sulla base di un’eventuale visita medica sulla persona di _, la natura delle ferite riscontrate su predetta vittima in particolare;
-
Descrivere accuratamente le lesioni riportate da _;
-
Descrivere le probabili modalità d’esecuzione dell’azione dell’autore, indicando anche la forza impiegata per procurare le constatate lesioni;
-
Esprimersi sul genere di arma (coltello) utilizzato dall’autore per provocare le constatate lesioni;
-
Esprimersi sul potenziale letale delle constatate lesioni”
(AI 41),
esponendo le considerazioni che seguono:
“L'esame delle fotografie scattate sulla Sig.ra _ ha permesso di rilevare la presenza delle seguenti lesioni:
-
In regione geniena sinistra ferita lineare della lunghezza di circa 1,5cm, suturata con 2 punti staccati, diretta all'incirca parallelamente al piano sagittale. Dalla cartella clinica si apprende che la lesione interessava la guancia a tutto spessore.
-
Sulla superficie cutanea del labbro inferiore, nella porzione sinistra, ferita lineare della lunghezza di circa 1,5cm, suturata con 2 punti staccati, diretta parallelamente al piano sagittale.
-
Al passaggio tra la regione latero-cervicale destra e la regione sovraclaveare, lineare lesione di cute e sottocute, a margini netti e regolari, della lunghezza di circa 2cm, diretta cranio-caudalmente e inclinata di circa 450 latero-medialmente rispetto al piano sagittale; angoli non valutabili. Poco cranialmente al margine superiore di quest'ultima ferita si diparte una lesione escoriativa, lineare, della lunghezza di circa 4cm, diretta caudo-cranialmente e latero-medialmente.
-
Al terzo medio della regione sovraclaveare sinistra, ferita lineare della lunghezza di circa 2cm, suturata con 3 punti staccati, diretta cranio-caudalmente e inclinata di circa 45° latero-medialmente rispetto al piano sagittale.
-
In regione mammaria sinistra, subito cranialmente al capezzolo, ferita lineare della lunghezza di circa 1,5cm, suturata con 2 punt staccati, diretta cranio-caudalmente e inclinata di circa 45° latero-medialmente rispetto al piano sagittale.
-
In regione addominale, al passaggio tra l'ipocondrio sinistro e il fianco sinistro, ferita lineare della lunghezza di circa 1,5cm, suturata con 3 punti staccati, diretta crania-caudalmente e inclinata di circa 45° latero-medialmente rispetto al piano sagittale. Dalla cartella clinica si apprende che la lesione interessava la fascia addominale a tutto spessore, per cui si è proceduto a laparoscopia esplorativa che non ha evidenziato lesioni degli organi endoaddominali.
-
Al V dito della mano destra, sulla superficie laterale, ferita lineare della lunghezza di circa 1,5cm, suturata con 3 punti staccati, diretta all'incirca perpendicolarmente all'asse maggiore del dito. Dalla cartella clinica si apprende che la lesione ha determinato l'esposizione del tendine estensore, senza lederlo.
-
Frattura dell'unghia del III dito della mano destra.
Gli indumenti indossati: giacca in pelle, camicia in jeans e canottiera nera, presentano consensuali lacerazioni del tessuto in corrispondenza delle ferite riportate al tronco.
Fatta eccezione per la ferita presente alla base destra del collo, tutte le altre risultano suturate non potendo valutarne correttamente i margini e gli angoli; le immagini scattate prima delle cure mediche non aiutano nella valutazione delle lesioni essendo esse non a fuoco e i margini e gli angoli delle ferite ricoperti da sangue. L'unica ferita non suturata presenta margini regolari e angoli non ben valutabili per presenza di sangue fluido: le caratteristiche dei margini indicano trattarsi di una lesione da punta e taglio prodotta con un coltello, non potendomi però esprimere se a lama liscia o seghettata.
Sebbene tutte le altre lesioni siano suturate, la loro descrizione presente in cartella clinica, i pochi dati desumibili dalle fotografie scattate dal personale sanitario (di scarsa risoluzione), la conformazione perfettamente lineare dopo sutura, sembrano indicare trattarsi tutte di lesioni da punta e taglio.
La lesione escoriativa presente in regione latero-cervicale destra, sebbene non specifica e non di univoca interpretazione, potrebbe essere stata prodotta dallo scorrimento di una punta sul collo.
Dunque le lesioni riscontrate appaiono compatibili per essere state prodotte da un oggetto da punta e taglio (un coltello) a lama non valutabile (liscia o seghettata).
Per quanto riguarda la dinamica di produzione delle lesioni e la forza utilizzata nel produrle, tali dati non possono essere desunti dalla visione delle lesioni e dalla documentazione in atti. Infatti anche un colpo inferto con molta forza può determinare lesioni superficiali se, ad esempio per un movimento di evitamento della vittima, il colpo agisce tangenzialmente, ovvero non riesce a penetrare nel corpo completamente.
Nel caso in oggetto gli indumenti indossati dalla vittima (giacca in pelle, camicia in jeans e canottiera) hanno costituito una barriera di protezione riducendo gli esiti e la profondità delle lesioni inferte in regione sovraclaveare sinistra, al seno e in addome (zone in cui gli indumenti presentano lacerazioni trapassanti e corrispondenti alle lesioni individuate sul corpo della donna).
Nel caso in oggetto i colpi hanno interessato unicamente tessuti molli che non necessitano di forza eccessiva per essere penetrati, una volta vinta la resistenza della cute. Non è possibile sapere quanto effettivamente la lama sia penetrata all'interno del corpo; viene infatti indicata, in cartella clinica, l'effettuazione di esplorazione delle ferite senza una stima del loro percorso intracorporeo (una eventuale visita effettuata dopo la sutura delle ferite non consente più tale valutazione).
Per quanto riguarda la ferita alla guancia, che dalla documentazione medica risulta trapassarla a tutto spessore, la lama potrebbe essere penetrata all'interno della cavità orale anche per diversi centimetri senza cagionare alcuna lesione, trattandosi di una cavità parzialmente vuota.
Anche per la lesione addominale non può essere valutata la lunghezza del tramite intracorporeo. Lo spessore della parete addominale è ampiamente incostante da soggetto a soggetto (può variare da 1 cm nei soggetti cachettici fino a 20cm e oltre negli obesi) e una visita non permette la misurazione dello spessore della parete addominale. Inoltre, une volta superata la parete addominale, un mezzo lesivo può penetrare anche per diversi centimetri nella cavità addominale senza ledere alcun organo.
Dunque, nel caso in esame, la forza e la profondità dei colpi inferti non può essere valutata sulla scorta delle lesioni riscontrate.
Le lesioni appaiono tutte localizzate sulla parte anteriore del corpo, ciò indica che, verosimilmente, vittima e aggressore si trovavano all'incirca l'una di fronte all'altro. Non è possibile stabilire la direzione con cui i colpi sono stati inferti (non nota traiettorie intracorporee, non valutabili eventuali codette).
La lesione al V dito della mano destra, per localizzazione, appare compatibile per essere stata prodotta in un tentativo di difesa. Non sono peraltro presenti ulteriori lesioni da difesa in distretti anatomici tipici (avambracci e palmi delle mani).
Certamente la localizzazione delle lesioni, in particolare quelle presenti tra il collo e le regioni sovraclaveari, bilateralmente, in relazione al probabile mezzo lesivo utilizzato, arma da punta e taglio, potevano determinare lesioni dei grossi vasi venosi e arteriosi che decorrono in tali distretti anatomici in posizione relativamente superficiale e non protetta da strutture ossee (quindi lesionabili anche con colpi inferti con forza modesta). La lesione di questi grossi vasi (vena giugulare e arteria carotide) può determinare, nel volgere di pochi minuti, uno shock emorragico e il decesso di una persona.
Dunque sia lo strumento utilizzato (arma da punta e taglio) sia le zone lese (regioni del collo), erano idonee a cagionare lesioni assai più gravi e anche il decesso della donna.
Anche la lesione inferta in regione addominale poteva determinare lesioni molto più gravi, non avendo determinato, solo casualmente, lesioni di organi addominali (stomaco, anse intestinali). Una eventuale perforazione gastrite o enterica sarebbe stata potenzialmente letale solo in assenza di un idoneo trattamento medico; infatti l'effettuazione di idonee terapie mediche e chirurgiche avrebbe comunque determinato una guarigione pressoché completa della lesione nell'arco di qualche settimana.
Le lesioni cagionate nel corso dell'aggressione hanno quindi determinato, unicamente, lesione dei tessuti molli cutanei e sottocutanei e andranno incontro ad una restitutio ad integrum in assenza di deficit funzionali, nell'arco di circa qualche settimana, se non insorgeranno complicazioni di sorte (ad esempio infezioni).
Allo stato attuale non si prevedono danni funzionali permanenti. Le ferite inferte al volto, a seconda dell'evoluzione dei processi di cicatrizzazione (ad oggi non ipotizzabili) potrebbero ipoteticamente andare incontro a formazione di cicatrici cheloidi alterando la usuale morfologia del volto (fino a determinarne uno sfregio).
La vittima non si è mai trovata in reale pericolo di vita. Anche in caso di mancata assistenza medica non vi sarebbe mai stato un pericolo di vita. Le ferite avrebbero unicamente necessitato, in assenza di suture, di maggior tempo per arrestare il sanguinamento e per giungere ad una loro consolidazione.”
(AI 41).
5.3. Agli atti risulta inoltre un certificato medico 1° marzo 2016 del Dr. _ di _ che attesta che “
le ferite riportate dalla sopraccitata paziente sono completamente guarite e ben cicatrizzate. Rimane una minima cicatrice visibile a occhio nudo in sede mentoniera, le altre sono quasi invisibili”,
con tanto di fotografie allegate (AI 102).
5.4. Con scritto 26 gennaio 2016, dopo essere stata sentita una volta in Polizia e due volte dal PP nel corso dell’inchiesta, la vittima ha comunicato al PP di non voler più rivestire la qualità di accusatrice privata nel procedimento, e di ritirare dunque la stessa, come pure la denuncia per lesioni semplici nei confronti di IM 1. In particolare, ella ha scritto (contraddicendo le sue precedenti dichiarazioni in atti) di non essersi mai sentita in vero pericolo di morte, come pure di non pensare che l’imputato avesse mai voluto ucciderla, e neppure considerare una simile eventualità. Semplicemente, secondo la donna, IM 1 in quei momenti non era in sé (allegato 17 al rapporto d’inchiesta di Polizia giudiziaria).
A seguito di questo scritto, la donna è stata nuovamente sentita dal PP in data 2 febbraio 2016, interrogatorio durante il quale le sono state sottoposte nuovamente le sue precedenti dichiarazioni, chiedendole se volesse a questo punto apportare modifiche. La donna ha confermato tutto quanto precedentemente dichiarato, tenendo unicamente a ribadire il fatto che IM 1 non avrebbe avuto la volontà di ucciderla. Interessante un particolare, giustamente rimarcato dal PP nel corso di questo verbale, ovvero la coincidenza del cambio di posizione processuale della donna con il suo ritorno alle dipendenze della _, la cui titolare è la madre dell’imputato, ove ella risulta a tutt’oggi impiegata:
“(...) a mio modo di vedere non voleva uccidermi. (...) Ero incredula. Se avesse voluto uccidermi avrebbe potuto colpirmi con un colpo secco alla gola.
Il PP non può non rilevare l’accurata scelta di alcune delle parole usate nello scritto del 26 gennaio 2016, dal chiaro tenore giuridico. Mi viene chiesto se qualcuno mi ha aiutata a redigere tale scritto.
Mi sono studiata il codice penale per diversi giorni, ho letto i verbali resi dalle parti.
Mi viene chiesto da quando ho ripreso a lavorare.
Se non ricordo male ho ripreso a lavorare presso la _ da inizio gennaio 2016 (non ricordo se il 7 o l’8 gennaio, mi sembra di avere iniziato al 50%). Adesso lavoro al 100%.
(...) Confermo che IM 1 non era in sé. Per me non sapeva che cosa stesse facendo. IM 1 che conoscevo io non mi avrebbe mai fatto una cosa del genere. (...) Ho riflettuto veramente a lungo, e con tutto quello che IM 1 sta passando sono sicura che non mi farebbe più una cosa del genere. Visto lo “scatto” di IM 1 ritengo che nemmeno lui sappia perché ha reagito in questo modo. (...)
Ribadisco il contenuto del mio scritto 26 gennaio 2016 e chiedo di non più figurare come accusatrice privata. Ritiro inoltre la mia querela per titolo di lesioni semplici. Mi dispiace molto per l’avv. _, che ritengo essersi comportato alla perfezione e di avermi tutelata in modo idoneo. L’avv. _ non c’entra con la mia decisione che ho preso in modo del tutto autonomo.”
(AI 82).
Con scritto 4 febbraio 2016, la vittima ha ribadito all’indirizzo del PP di “
rinunciare all’azione penale e all’azione civile nei confronti di IM 1.”
(AI 85), e così è stato.
6. La perizia psichiatrica
IM 1 è stato peritato dalla dr.ssa _. Nel suo referto 11 gennaio 2016, la stessa ha evidenziato una turba psichica, ovvero un disturbo della personalità narcisistico associato ad una sindrome di dipendenza da cocaina e ad un uso dannoso di cannabinoidi.
A mente della perita, i reati presi in considerazione sono da mettere in relazione con la turba psichica di cui è affetto IM 1, e, al momento dei fatti, la capacità di valutare il carattere illecito della sua azione e la capacità di agire
non
erano scemate. Inoltre, egli non presenta, sempre secondo la perita, un fondato pericolo di commettere nuovi reati. La stessa ha infine indicato il trattamento ambulatoriale quale percorso terapeutico adeguato da seguire per evitare la commissione di nuovi reati in connessione con la turba psichica da lui presentata (AI 71).
7. Dell’accusa di contravvenzione alla LF sugli stupefacenti
IM 1 ha ammesso sin da subito di consumare occasionalmente cocaina. Così ha dichiarato nel corso del verbale finale:
“Consumavo occasionalmente cocaina con degli amici a _ ed in altre indeterminati luoghi del _, tra cui presso il domicilio privato di alcuni amici. Dopo il decreto d’accusa dell’11 settembre 2014 ho smesso di consumare cocaina per un certo periodo.
Ho consumato ancora cocaina occasionalmente trascorso questo periodo, dal mese di luglio 2015 fino a settembre 2015 (sarà successo al massimo 3 volte). Erano delle bolas di approssimativamente grammi 1 cadauna. (...) girava anche della marijuana. Ne avrò fumata, sempre nel periodo luglio 2015 / settembre 2015, circa in tre occasioni, per complessivi grammi 1.”
(AI 100).
Gli elementi della contravvenzione essendo realizzati e l’imputato reo confesso, la Corte ha confermato questa imputazione.
8. Dell’accusa di tentato omicidio intenzionale
a) Per l’art. 111 CP, si rende autore colpevole di omicidio chiunque intenzionalmente uccide una persona.
L’art. 22 prevede che si rende colpevole di tentativo colui che, avendo cominciato l’esecuzione di un crimine o di un delitto, non compie o compie senza possibilità di risultato tutti gli atti necessari alla consumazione del reato.
b) Il legislatore ha definito le nozioni di intenzionalità all’art. 12 cpv. 2 CP: commette con intenzione un crimine o un delitto chi lo compie consapevolmente e volontariamente. A tal fine, basta che l'autore ritenga possibile il realizzarsi dell'atto e se ne accolli il rischio (art. 12 cpv. 2 CP).
La seconda frase dell'art. 12 cpv. 2 CP definisce la nozione di dolo eventuale (STF 6B_621/2010 del 20 maggio 2011 consid. 5.2; DTF 133 IV 9 consid. 4), che sussiste laddove l'agente ritiene possibile che l'evento o il reato si produca e, cionondimeno, agisce, accettando, così, l'evento nel caso in cui si realizzasse. In sintesi, agendo nella consapevolezza della gravità del rischio, l’autore accetta che l’evento si realizzi pur non desiderandolo (STF 6B_621/2010 del 20 maggio 2011 consid. 5.2 che conferma la sentenza CCRP 17.2009.59 del 9 giugno 2010 consid. 4.3; STF 6B_458/2009 del 9 dicembre 2010 consid. 5.1.1; 6B_996/2009 del 15 marzo 2010 consid. 1.1; 6B_656/2009 dell’11 marzo 2010 consid. 5.2; DTF 135 IV 152 consid. 2.3.2 pag. 156; 134 IV 26 consid. 3.2.2 pag. 28; 133 IV 9 consid. 4.1 pag. 16; 131 IV 1 consid. 2.2 e rinvii; 125 IV 242 consid. 3c con riferimenti pag. 251; 121 IV 249 consid. 3a pag. 253; sentenza CARP 17.2011.16 del 1. settembre 2011 consid. 10.3.b; sentenza CCRP 17.2010.1 del 21 aprile 2010 consid. 2.6).
c)
Ritenuto come, di regola, la volontà dell’interessato possa essere dedotta, in mancanza di confessioni, da indizi esteriori e regole di esperienza, il giudice può desumere il dolo eventuale dell'autore da ciò che questi sapeva, laddove la possibilità che l'evento si produca era tale da imporsi all'autore, di modo che si possa ragionevolmente ammettere che lo abbia accettato (DTF 133 IV 222 consid. 5.3; 130 IV 58 consid. 8.4; sentenza CCRP 17.2009.59 del 9 giugno 2010 consid. 4.3.c). Tra gli elementi esteriori, da cui è possibile dedurre che l'agente ha accettato l'evento illecito nel caso in cui si produca, figurano in particolare la gravità della violazione del dovere di diligenza e la probabilità, nota all'autore, della realizzazione del rischio (DTF 135 IV 12 consid. 2.3.2 e 2.3.3). Quanto più grave è tale violazione e quanto più alta è la probabilità che tale rischio si realizzi - alla luce delle circostanze concrete e dell’esperienza della vita - tanto più fondata risulterà la conclusione che, malgrado i suoi dinieghi, l’autore aveva accettato l’ipotesi che l’evento dannoso si realizzasse (STF 6B_662/2011 del 19 luglio 2012 consid. 4.1; 6B_806/2011 del 16 luglio 2012 consid. 2.1; 6B_782/2010 del 23 giugno 2011 consid. 3.2.1; 6B_621/2010 del 20 maggio 2011 che conferma la sentenza CCRP 17.2009.59 del 9 giugno 2010 consid. 4.3.c; STF 6B_996/2009 del 15 marzo 2010 consid. 1.2; DTF 135 IV 12 consid. 2.3.3; 134 IV 26 consid. 3.2.2 e rinvii; 133 IV 1 consid. 4.1).
La probabilità deve essere di un grado elevato poiché il dolo eventuale non può essere ammesso con leggerezza (STF 6B_519/2007 del 29 gennaio 2008 consid. 3.1 e citazioni; DTF 133 IV 9 consid. 4.2.5; sentenza CCRP 17.2009.59 del 9 giugno 2010 consid. 4.3.c).
Altri elementi esteriori rivelatori possono essere il movente dell'autore e il modo nel quale egli ha agito (STF 6B_996/2009 del 15 marzo 2010 consid. 1.2; 6B_656/2009 dell’11 marzo 2010 consid. 5.2; DTF 135 IV 12 consid. 2.3.3.; 133 IV 1 consid. 4.6; 130 IV 58 consid. 8.4; 125 IV 242 consid. 3c; sentenza CARP 17.2011.16 del 1. settembre 2011 consid. 10.3.d; sentenza CCRP 17.2010.1 del 21 aprile 2010 consid. 2.6; sentenza CCRP 17.2009.59 del 9 giugno 2010 consid. 4.3.c).
d) Per quanto concerne i fatti, la Corte ha accertato quanto segue. All’origine vi è un rapporto di coppia, che va, come spesso accade, in crisi, irrilevante essendo comunque indicare le rispettive responsabilità. Fatto è che questa crisi si acuisce nell’autunno 2015, allorquando _ scopre che l’imputato, durante un suo viaggio in _, avrebbe flirtato con una cameriera. Anche qui poco importa sapere cosa esattamente sarebbe successo, certo è che da lì in avanti i due decidono, dopo un breve periodo travagliato, di separarsi. Entrambi hanno dichiarato che dal rientro dalla _ non hanno più avuto rapporti intimi, mentre che in precedenza, avevano, da questo punto di vista, un’ottima intesa.
È lo stesso imputato a dire che egli non sopportava di vivere sotto lo stesso tetto con la vittima come fossero fratello e sorella.
Si giunge a pochi giorni prima dei fatti, allorquando è proprio l’imputato a pretendere che la donna lasci al più presto l’appartamento, non sopportando più la situazione ed il clima creatosi, tanto che la stessa si è recata presso un’amica, non avendo altra sistemazione.
Si giunge così al giorno dei fatti, preceduti da un sms dell’imputato che esprime il proprio desiderio di incontrare la vittima, vittima che gli aveva preannunciato che sarebbe passata a riprendersi i suoi oggetti personali. Giunta nell’appartamento lo saluta, non già come il suo compagno, ma come un “fratello o una sorella”, offrendogli la guancia, e questo indispettisce l’imputato. Fatto sta che, giunti in cucina, egli abbraccia con veemenza la donna e prova ad avere un approccio più intimo, tentando di baciarla sulla bocca. È a questo rifiuto, che egli agisce inferendo più colpi di coltello alla vittima, fermandosi soltanto, come emerge da più elementi agli atti e illustrato nei considerandi precedenti, allorquando la donna gli dice di amarlo e che sarebbero potuti tornare assieme.
Di tutta evidenza, come anche da lui stesso dichiarato, quel giorno egli voleva tornare con la donna. Così non è stato e, al di lei rifiuto, l’ha colpita violentemente con il coltello, finché ella non gli ha detto che sarebbe tornata con lui. In seguito, vista la situazione, in particolare il sangue e le ferite, l’imputato ha accompagnato _ verso l’auto, preoccupandosi di concordare una versione plausibile da riferire ai sanitari, e meglio che la donna sarebbe stata ferita da terzi e che lui l’avrebbe accompagnata subito all’ospedale. Una volta concordata tale versione, egli non ha accompagnato la donna in ospedale, ma è rientrato in casa a pulire le tracce di sangue e, quindi, le prove che l’aggressione è avvenuta lì.
La Corte non ha creduto alla preoccupazione di IM 1 per il figlio, già solo per il fatto che la donna l’ha aggredita in casa quando egli era in camera sua, e poi è uscito di casa per concordare la versione da fornire ai sanitari, lasciandolo solo nell’appartamento. Soltanto una volta assicuratosi che la compagna avrebbe raccontato che non era stato lui ad aggredirla, è rientrato in casa a nascondere le tracce.
Fatto ciò è nuovamente ripartito e, prima di precipitarsi in ospedale, le ha inviato un sms d’amore, chiedendole di perdonarlo.
Giunto in ospedale, ha litigato con il personale sanitario perché voleva a tutti i costi stare con la donna, non già per assicurarsi delle sue condizioni di salute, quanto piuttosto per mantenere il controllo della situazione. Queste sue intemperanze hanno fin indotto il personale del nosocomio a chiamare addirittura la Polizia comunale, alla quale ha poi immediatamente riferito, non già quello che è successo, ma la versione concordata con la compagna. Questi sono i fatti e altre spiegazioni non ve ne sono.
Quanto alla qualifica giuridica, va innanzitutto constatato che alla donna sono state inferte più ferite da arma da taglio, arma potenzialmente propria anche ad uccidere, come riferito dalla perizia medico-legale in atti, nella parte anteriore del corpo. In particolare, acquistano rilevanza le ferite al collo e all’addome, ossia alle parti dove, notoriamente, passano vasi sanguigni importanti la cui rescissione provoca il decesso di una persona. La giurisprudenza, estremamente ampia e costante (v. consid. 8 let. c), ha stabilito che più è violato il dovere di diligenza, più ci si avvicina al dolo. In altri termini, colpendo nella zona del corpo dove vi sono organi vitali, anche senza una mira diretta, la vittima con un’arma propria ad uccidere, l’autore si assume il rischio di un esito letale. In particolare, il collo, l’addome, la parte alta della schiena e l’inguine sono zone notoriamente delicate che determinano il dolo dell’autore. In queste condizioni, la Corte ha ritenuto che colpendo la vittima in quel modo e a più riprese, IM 1 ha assunto il consapevole rischio di poterla uccidere, e che soltanto il caso e l’intervento attivo della stessa a bloccare la furia dell’uomo, non hanno determinato tale risultato. Tutto ciò considerato, egli ha certamente agito almeno per dolo eventuale di livello alto, molto prossimo al dolo diretto, per il numero di colpi inferti, le zone colpite e la determinazione dell’agire. Con il che, l’accusa di tentato omicidio intenzionale è stata confermata.
9. Della commisurazione della pena
Per l’art. 47 cpv. 1 CP, il giudice commisura la pena alla colpa dell’autore. Tiene conto della vita anteriore e delle condizioni personali dell’autore, nonché dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita. Il cpv. 2 dello stesso disposto precisa che la colpa è determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo del bene giuridico offeso, secondo la reprensibilità dell’offesa, i moventi e gli obiettivi perseguiti nonché, tenuto conto delle circostanze interne ed esterne, secondo la possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o la lesione.
Come già l’art. 63 vCP, dunque, anche l’art. 47 cpv. 1 CP stabilisce che la pena deve essere commisurata essenzialmente in funzione della colpa dell'autore (DTF 136 IV 55 consid. 5.4).
In applicazione dell’art. 47 cpv. 2 CP - che codifica la giurisprudenza anteriore fornendo un elenco esemplificativo di criteri da considerare - la colpa va determinata partendo dalle circostanze legate all’atto stesso (Tatkomponenten). In questo ambito, va considerato, dal profilo oggettivo, il grado di lesione o di esposizione a pericolo del bene giuridico offeso e la reprensibilità dell'offesa (objektive Tatkomponenten), elementi che la giurisprudenza sviluppata nell’ambito del precedente diritto designava con le espressioni “risultato dell'attività illecita” e “modo di esecuzione” (DTF 129 IV 6 consid. 6.1).
Vanno poi considerati dal profilo soggettivo (subjektive Tatkomponenten) i moventi e gli obiettivi perseguiti - che corrispondono ai motivi a delinquere del vecchio diritto (art. 63 vCP) - e la possibilità che l'autore aveva di evitare l'esposizione a pericolo o la lesione, cioè la libertà dell'autore di decidersi a favore della legalità e contro l'illegalità nonché l’intensità della volontà delinquenziale (cfr. DTF 127 IV 101 consid. 2a; STF 6B_1092/2009, 6B_67/2010 del 22 giugno 2010 consid. 2.1). In relazione alla libertà dell’autore, occorre tener conto delle “circostanze esterne”, e meglio della situazione concreta dell’autore in relazione all’atto, per esempio situazioni d’emergenza o di tentazione che non siano così pronunciate da giustificare un'attenuazione della pena ai sensi dell’art. 48 CP (Messaggio del 21 settembre 1998 concernente la modifica del codice penale svizzero e del codice penale militare nonché una legge federale sul diritto penale minorile, FF 1999, pag. 1745; STF 6B_370/2007 del 12 marzo 2008 consid. 2.2).
Determinata, così, la colpa globale dell’imputato, il giudice deve indicarne in modo chiaro la gravità su una scala e, quindi, determinare, nei limiti del quadro edittale, la pena ipotetica adeguata. Così come indicato dall’art. 47 cpv. 1 CP in fine e precisato dal TF (in particolare, DTF 136 IV 55 consid. 5.7), il giudice deve, poi, procedere ad una ponderazione della pena ipotetica in considerazione dei fattori legati all’autore, ovvero della sua vita anteriore (antecedenti giudiziari o meno), della reputazione, della situazione personale (stato di salute, età, obblighi familiari, situazione professionale, rischio di recidiva, ecc.), del comportamento tenuto dopo l’atto e nel corso del procedimento penale così come dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita (DTF 136 IV 55 consid. 5.7; 129 IV 6 consid. 6.1; STF 6B_1092/2009, 6B_67/2010 del 22 giugno 2010 consid. 2.2.2; cfr. anche STF 6B_585/2008 del 19 giugno 2009 consid. 3.5).
Con riguardo a quest'ultimo criterio, il legislatore ha precisato che la misura della pena delimitata dalla colpevolezza non deve essere sfruttata necessariamente per intero se una pena più tenue potrà presumibilmente trattenere l'autore dal compiere altri reati (Messaggio del 21 settembre 1998 concernente la modifica del codice penale svizzero e del codice penale militare nonché una legge federale sul diritto penale minorile, FF 1999, pag. 1744; DTF 128 IV 73 consid. 4; STF 6B_78/2008, 6B_81/2008, 6B_90/2008 del 14 ottobre 2008, consid. 3.2; STF 6B_370/2007 del 12 marzo 2008, consid. 2.2). La legge ha, così, codificato la giurisprudenza secondo cui occorre evitare di pronunciare sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato (DTF 128 IV 73 consid. 4c; 127 IV 97 consid. 3). Questo criterio di prevenzione speciale permette tuttavia soltanto di eseguire correzioni marginali, la pena dovendo in ogni caso essere proporzionata alla colpa (STF 6B_78/2008, 6B_81/2008, 6B_90/2008 del 14 ottobre 2008, consid. 3.2.; STF 6B_370/2007 del 12 marzo 2008, consid. 2.2; STF 6B_14/2007 del 17 aprile 2007, consid. 5.2 e riferimenti; Stratenwerth, Schweizerisches Strafrecht, Allgemeiner Teil II, Strafen und Massnahmen, Berna 2006, § 6, n. 72, pag. 205).
La colpa di IM 1 è stata considerata grave, per il numero di colpi inferti, per i motivi per cui ha agito, per l’organizzazione del dopo e, per finire, per il fatto che di alternative ne aveva, poteva fermarsi e non si è fermato finché non aveva, dal suo punto di vista, raggiunto il suo scopo, ovvero riallacciare la relazione con la donna, incurante della libertà di autodeterminarsi della stessa.
Egli ha agito in maniera perfettamente cosciente, come indicato dalla perita. La Corte ha cercato delle attenuanti, ma, al di là dell’autentica sofferenza per sé per la sua attuale situazione di detenuto, non ne ha trovate.
In questo senso, determinante diventa il discrimine tra il dolo diretto ed il dolo eventuale. Una pena di 8 anni, così come proposta dal Procuratore pubblico, sarebbe stata adeguata se si fosse ritenuto il dolo diretto pieno, e se le ferite riportate avessero determinato un conclamato pericolo per la vita della vittima, rispettivamente se le ferite non fossero guarite con una restitutio ad integrum. D’altra parte però, va considerato che, se la vittima non è morta, è solo grazie alla prontezza della sua reazione, non già dal punto di vista fisico, quanto piuttosto per l’azzeccata comunicazione che sarebbe tornata con lui. Diversamente IM 1 non si sarebbe fermato. La Corte ha comunque ritenuto un dolo eventuale molto vicino al dolo diretto, sicché la distinzione si rivela finanche di portata meramente accademica. IM 1 ha agito per puro egoismo, con determinazione, inferendo diversi colpi all’altezza del collo e del busto della vittima, noncurante di dove stesse colpendo, e desistendo unicamente grazie all’intervento della donna che, spinta dalla disperazione, gli urlava di amarlo, pur di farlo cessare di colpirla.
Detto che i paragoni con altri casi sono sempre abbastanza problematici, la Corte ha comunque gettato uno sguardo sulla più recente giurisprudenza cantonale riferita al reato di tentato omicidio intenzionale con l’uso di un coltello ed è che: con sentenza 14 giugno 2016 (17.2016.115), la CARP ha condannato un imputato ad una pena detentiva di 3 anni e 6 mesi, per tentato omicidio intenzionale per dolo diretto, per avere colpito con
un unico
colpo in zona periscapolare la moglie, a mano di un coltello fornito di una lama lunga 20 cm, per poi desistere spontaneamente dal suo intento omicida; con sentenza 13 maggio 2014 (17.2014.18), la stessa CARP ha condannato ad una pena detentiva di 4 anni e 6 mesi un uomo di giovane età per tentato omicidio intenzionale per dolo eventuale, per avere colpito un altro uomo con un coltellino militare ad altezza dell’inguine a seguito di una lite, beneficiando in questo caso di alcune attenuanti specifiche, tra le quali il fatto di essere sotto l’effetto dell’alcool al momento dei fatti, la giovane età, il passato particolarmente difficile, una buona collaborazione ed il buon comportamento tenuto in carcere; con sentenza 5 novembre 2012 (17.2012.78), sempre la CARP ha condannato un imputato ad una detentiva di 5 anni per tentato omicidio intenzionale per aver inferto quattro colpi di coltello alla cieca nella parte alta del corpo (testa, torace e schiena), di cui l’ultimo, dopo aver prima rincorso la vittima.
Nel caso di specie le coltellate inferte sono numericamente molto superiori (almeno 6) e l’imputato ha pure cercato di vincere la resistenza della vittima che si è difesa (v. ferita al dito della mano destra), fino a raggiungere il suo scopo e meglio farla tornare con lui. Anche il comportamento dopo i fatti, volto a preservare unicamente sé stesso (e sottrarsi alle sue responsabilità) fino dare in escandescenza davanti ai sanitari dell’ospedale, costretti a chiamare la Polizia, dimostra un egoismo che non ha da essere ulteriormente motivato.
Visto tutto quanto sopra, la Corte ha ritenuto, nel solco di questa giurisprudenza, che adeguata a IM 1 è una pena detentiva di 5 anni e 6 mesi, assortita da un trattamento ambulatoriale, non senza rilevare come la strada sia ancora lunga, poiché l’imputato non ha ancora elaborato i motivi che lo hanno spinto ad agire e la sua sofferenza è a tutt’oggi riferita esclusivamente a sé stesso, al danno arrecato alla propria immagine, e non tanto per quanto è successo e per il grave pericolo che ha creato alla vita di una persona.
Trattandosi di concorso con una contravvenzione è pure stata inflitta una multa di CHF 100.-.
Visti gli art.
12, 22, 40, 42, 47, 49, 51, 69, 111, 122 CP; 19a LStup;
135, 422 e segg. CPP e 22 TG sulle spese;