# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 189fdbb1-784d-592f-9ec8-0402ba1235b2
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2004
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto: A.
Con sentenza del 16 giugno 2003 la Corte delle assise criminali in Lugano ha riconosciuto _ autore colpevole di infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti, ripetuto riciclaggio di denaro (in parte aggravato) e ripetuta organizzazione criminale. Per quanto riguarda la violazione della legge federale sugli stupefacenti, la Corte ha accertato che, facendo pervenire a Caracas (Venezuela) al narcotrafficante _, boss di “Cosa Nostra”, fr. 5'000'000.– provenienti dal traffico di droga, in precedenza consegnati a _ che fungeva da tramite, _ aveva mediato il finanziamento, rispettivamente aveva concorso al finanziamento di un traffico di cocaina per quantità che sapeva o doveva presumere tali da mettere in pericolo la salute di parecchie persone. Il traffico si era poi concretato per opera e per mezzo di _, _ e altri e si era concluso il 5 marzo 1994 a _ con il sequestro di 5.4 t di cocaina da parte della polizia italiana, poco prima che gli emissari di _ e delle cosche della 'ndrangheta, cui il carico era destinato, potessero recuperarlo.
Quanto al ripetuto riciclaggio di denaro, la Corte ha accertato che _ aveva ripetutamente compiuto atti suscettibili di vanificare l'accertamento dell'origine, il ritrovamento e la confisca di valori patrimoniali che sapeva, rispettivamente doveva presumere essere provento di attività criminale. Incontratosi con _ e _ tra il 10 e il 29 giugno 1993, in 12 occasioni egli aveva fatto cambiare, prima in franchi e poi in dollari, la somma complessiva di Lit. 6'511'000'000, occultandola temporaneamente nel tesoro del proprio studio, per consegnarla in seguito a _ e _, salvo trasportarne personalmente a Caracas una parte (US$ 1'900'000.00), insieme con _, e consegnarla ad _, di cui _ e _ erano emissari. Inoltre, fra il 14 luglio e l'8 agosto 1993, in 19 occasioni _ aveva fatto cambiare in franchi svizzeri l'importo complessivo di Lit. 9'967'290'000, occultandolo dapprima nel tesoro del proprio studio e consegnandolo poi in buona parte a _ e al genero di _, _. Nel luglio-agosto del 1993 l'imputato aveva pure occultato nel tesoro del proprio studio somme consegnategli da _ per complessivi fr. 2'300'000.–, di cui fr. 900'000.– ricevuti il 27 luglio 1993 e fr. 1'400'000.– il 4 agosto successivo. Tra il 21 settembre 1993 e il 14 settembre 1995 egli aveva versato altresì, in 13 occasioni, la somma di fr. 1'302'000.–, rimasta in suo possesso dopo svariate operazioni di cambio, sul conto _ Ltd presso l'allora _ (attuale _), fatta accreditare in ragione di fr. 1'007'013.90, come da ordine ricevuto, su un conto dello studio legale _, nell'interesse di _. Infine tra l'autunno del 1997 e la primavera del 1998 _ aveva concorso nel rimettere fr. 65'000.– e complessivi US$ 750'000.00 nella disponibilità della famiglia _.
Riferendosi al reato di ripetuta organizzazione criminale, la Corte ha accertato che _ aveva ripetutamente sostenuto organizzazioni criminose nella loro attività, segnatamente nel contesto dell'operazione denominata _ da lui realizzata con soggetti facenti capo alle famiglie della 'ndrangheta _. In tale veste egli aveva promosso il trasferimento dall'Italia alla Svizzera, in 14 occasioni tra l'estate del 1999 e l'agosto del 2000, di somme di denaro per un totale di Lit. 55'524'523'000, somme che previa importazione in Svizzera erano da lui fatte cambiare, prima in franchi svizzeri e poi parzialmente in dollari. Dopo temporaneo deposito nel tesoro del proprio studio, egli provvedeva a trasferire il denaro in Italia, rimettendolo nella disponibilità delle organizzazioni criminali.
Prosciolto dalle rimanenti imputazioni, _, cui è stata riconosciuta una lieve scemata responsabilità, è stato condannato a14 anni di reclusione e a una multa di fr. 50'000.–. Inoltre egli è stato interdetto dall'esercizio dell'avvocatura per cinque anni ed è stato sottoposto a trattamento ambulatoriale giusta l'art. 43 CP. La Corte ha ordinato infine varie confische, tra cui quella di fr. 11'949'160.–, somma sequestrata nel tesoro dello studio legale durante l'agosto del 2000.
B.
Contro la sentenza di assise _ ha inoltrato il
17 giugno 2003 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione scritta, presentata il 7 agosto 2003, egli ha chiesto il proscioglimento dalle imputazioni di violazione aggravata della legge federale sugli stupefacenti e riciclaggio di denaro (limitatamente alla fattispecie di cui al dispositivo n. 1.2.5 della sentenza impugnata), con riduzione della pena – per i rimanenti reati – a 5 anni di reclusione. Nelle sue osservazioni del 1° settembre 2003 il Procuratore pubblico ha proposto di respingere il ricorso. All'odierno dibattimento il ricorrente si è confermato nelle proprie allegazioni, specificandole e illustrandone ulteriormente determinati passaggi. Il Procuratore pubblico ha postulato di nuovo il rigetto del ricorso.

## Considerations

Considerando
in diritto: 1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche erroneo, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio a norma dell'art. 288 lett. c CPP non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di arbitrio. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con rinvii).
2.
Il ricorrente insorge anzitutto contro la condanna per violazione aggravata della legge federale sugli stupefacenti riferita al fatto che egli ha – secondo la Corte di assise – funto da intermediario, rispettivamente concorso nel finanziamento di un traffico di cocaina, consegnando nell'agosto del 1993 al boss del narcotraffico _, tramite _, la somma di fr. 5'000'000.– proveniente da narcotraffico. Tale somma era poi stata reinvestita in un traffico concretato da _, _ e altri soggetti dediti al traffico di droga, traffico culminato il 5 marzo 1994 a _ con il sequestro, da parte della polizia italiana, di 5.4 t di cocaina nascosta in container trasportati su una nave partita da Cartegena (Colombia) e diretta al porto di Genova. Il ricorrente afferma che nessuna prova dimostra l'uso di quella somma per l'acquisto della droga poi sequestrata in Italia, somma che non è quella versata da _ a _ per tacitare narcotrafficanti colombiani della cocaina destinata a cosche della 'ndrangheta, le quali si apprestavano a recuperarla dopo le operazioni di scarico al porto di Genova. Stando al ricorrente, manca in ogni modo la prova della sua consapevolezza circa l'utilizzo, da parte di _, del denaro riciclato nel predetto traffico di cocaina.
3.
In virtù dell'art. 19 cpv. 7 LStup è punito con la detenzione o con la multa chiunque finanzia un traffico illecito di stupefacenti o serve da intermediario per il suo finanziamento. Nei casi gravi la pena è della reclusione o della detenzione non inferiore a un anno. Secondo giurisprudenza costante, riassunta nella sentenza del Tribunale federale 6S.101/2002 del 25 settembre 2002, consid. 3, la nozione di finanziamento va intesa in senso lato (v. anche DTF 121 IV 293 consid. 2a pag. 295). Tale disposizione punisce chi procura il denaro necessario per finanziare il traffico illecito, dandosi a una riprovevole forma di complicità. In altri termini, chiunque presti, partecipi, dia soldi o investa con l'intenzione di favorire un traffico di stupefacenti, accettando per lo meno la probabilità del finanziamento, delinque con dolo (DTF 111 IV 28 consid. 4b; v. anche sentenza 6S.399/1988 del 1° dicembre 1988, consid. 4a).
Il Tribunale federale ha precisato altresì in DTF 122 IV 211, modificando in seguito alla promulgazione dell'art. 305
bis
CP (riciclaggio di denaro) la giurisprudenza pubblicata in DTF 115 IV 256, che fra riciclaggio di denaro e infrazione alla legge federale sugli stupefacenti occorre distinguere chiaramente (DTF 122 IV 211 consid. 3 pag. 217). Mentre il riciclaggio di denaro proveniente da un traffico di stupefacenti ha per oggetto il beneficio conseguito, allo scopo di vanificarne l'accertamento all'origine (DTF 122 IV 211 consid. 3b/bb/dd pag. 218 a 220), il finanziamento di un traffico di stupefacenti (art. 19 n. 1 cpv. 7 LStup) riguarda un commercio di droga non ancora avvenuto (DTF 122 IV 211 consid. 3b/bb pag. 218). Secondo la nuova giurisprudenza l'art. 19 n. 1 cpv. 7 LStup va interpretato in modo rigoroso, senza sussumervi atti di riciclaggio (
reiner Finanzierungstatbestand
: DTF 122 IV 211 consid. 3b/bb pag. 218). Commette entrambi i reati chi – da un lato – finanzia direttamente (anche con mezzi provenienti da attività lecita) un traffico di stupefacenti o reinveste in un traffico di droga denaro proveniente dal narcotraffico e – dall'altro – investe nell'economia denaro proveniente dal narcotraffico o lo ricicla in funzione di un futuro investimento legale o illegale, ad esempio in un commercio di droga (DTF 122 IV 211 consid. 5 pag. 223; v. anche
Corboz
, Les infractions en droit suisse, vol. II, n. 59 ad art. 305
bis
CP). Chi viola la legge federale sugli stupefacenti, ma compie anche atti suscettibili di vanificare la confisca dei valori patrimoniali provenienti dall'attività criminosa, può risultare colpevole di riciclaggio, fermo restando che tra le due norme (l'art. 305
bis
CP e l'art. 19 n. 1 cpv. 7 LStup) sussiste concorso reale giusta l'art. 68 n. 1 CP (DTF 122 IV 211 consid. 4 e 5; CCRP, sentenza inc. 17.2001.22/23 del 21 febbraio 2002, consid. 10).
Recentemente il Tribunale federale ha soggiunto che lo scopo della sentenza pubblicata in DTF 122 IV 211 è quello di differenziare con chiarezza tra il riciclaggio e il finanziamento di un traffico di stupefacenti, ancorché tale sentenza non evochi in modo specifico il rigore chiesto in materia di indizi per sostanziare un collegamento fra il denaro riciclato e poi riutilizzato in un ulteriore traffico di stupefacenti. Di per sé – ha continuato il Tribunale federale – dati i problemi di prova che si pongono in simili casi, un'alta verosimiglianza potrebbe essere sufficiente, quest'ultima dovendosi comunque fondare su un certo numero di elementi concreti e non solo sul fatto notorio che la Colombia sia un paese produttore ed esportatore di cocaina. Quanto all'aspetto soggettivo, occorre accertare la volontà o quanto meno la consapevolezza dell'autore, il quale deve sapere che i soldi riciclati con il suo ausilio sono destinati ad altri traffici di stupefacenti. La mera possibilità che un trasferimento di denaro riciclato possa essere connesso con un'infrazione della legge federale sugli stupefacenti non basta, invece, per ravvisare un finanziamento di tali infrazioni (sentenza 6S.131/2002 del 25 settembre 2002, consid. 6).
4.
Dalla sentenza impugnata risulta che in esito alla perquisizione eseguita nello studio del ricorrente la polizia ha trovato, fra l'altro, una cartella gialla (“Biella” 170/400 Jura) con la dicitura “cambio soldi clienti” (cubo A, act. 14). Invitato a spiegare di che si trattasse, l'imputato ha riconosciuto di avere personalmente allestito i conteggi – rinvenuti in parte stampando i files contenuti nell'ordinatore nel suo studio legale – e i documenti dattiloscritti, e di averli consegnati ad _. Tali conteggi hanno permesso di ricostruire la cosiddetta “operazione _ ”, ossia un'operazione di cambio di lire in franchi e poi – in parte – in dollari, per un valore complessivo di sedici miliardi e mezzo di lire, con ogni evidenza provenienti dal narcotraffico, curata dal ricorrente per conto di terzi (e materialmente eseguita dal cambista _). Tale operazione, si è concretata per lo più nei mesi di giugno, luglio e agosto del 1993 (sentenza, pag. 69 seg.).
Ripercorrendo l'operazione, la Corte ha accertato che nel corso di quei mesi l'imputato aveva preso in consegna da _ e _, emissari del narcotrafficante _, boss di “Cosa Nostra”, a scaglioni di mezzo miliardo di lire l'una, la totalità della somma. In tale periodo egli aveva fatto cambiare le lire da _ prima in franchi svizzeri e poi, in parte, in dollari americani, ritenuto che per i franchi _ consegnava al prevenuto banconote da fr. 1'000.–. Per contro, sempre secondo la Corte, la riconsegna delle somme cambiate non avveniva a scaglioni (dato che in Venezuela – ove risiedeva _ – non vigevano restrizioni valutarie), bensì in grossi importi, ottenuti di regola raggruppando i cambi di alcuni giorni. Così, le due prime “tranches” da mezzo miliardo di lire l'una, arrivate il 10 e il 14 giugno 1993, dedotta la commissione di trasporto pari all'1% e un'ulteriore provvigione di fr. 10'000.– circa, sono state consegnate in ragione di fr. 945'945.– a _ quello stesso 14 giugno 1993. Le altre “tranches” in lire arrivate tra il 14 e il 21 giugno successivo, previo cambio in franchi e in dollari, sono state consegnate in ragione di U$S 1'253'200.00 allo stesso _ il 22 o il 24 giugno 1993, mentre ulteriori US$ 1'900'000.00 sono stati trasportati dal ricorrente e da _ a Caracas, ove il ricorrente si è recato il 28 giugno 1993 rimanendovi fino al 3 luglio, quando ha conosciuto _ (sentenza, pag. 70 seg.).
Dopo il ritorno di lui in Svizzera, il 14 luglio 1993, sono ricominciati gli arrivi dall'Italia di versamenti di circa mezzo miliardo di lire l'uno, per circa 10 miliardi complessivi, in 19 occasioni fino al 2 agosto 1993 (sentenza, pag. 71), denaro che il ricorrente ha cambiato in franchi (non in dollari). Il 27 luglio e il 4 agosto 1993 il ricorrente ha poi ricevuto altre due somme, già in valuta svizzera, ossia fr. 900'000.– e fr. 1'400'000.–. Dedotte spese e commissioni, egli ha restituito il 5 (o forse il 7) agosto 1993 fr. 3'315'164.– a _, il 6 agosto 1993 fr. 5'000'000.– a _ e l'11 ottobre 1993 fr. 2'000'000.– al genero di _, _, che aveva appena sposato _, la quale aveva trascorso a Lugano qualche giorno in viaggio di nozze prima di rientrare in Venezuela (sentenza, pag. 71). In possesso del ricorrente sono rimasti fr. 1'302'000.–, che lo stesso ricorrente ha fatto pervenire in 12 versamenti, tra il 21 settembre e il 7 ottobre 1993, sul conto della società _ da lui gestito. Successivamente, dal 10 febbraio 1995 in poi, egli ha trasferito il denaro negli Stati Uniti, presso una banca di Nuova York, a favore – per finire – di _ (sentenza, pag. 71).
Per quel che è del contesto in cui si è svolta l'operazione, la Corte ha ricordato anzitutto come al dibattimento l'accusato abbia dichiarato di esservi stato coinvolto da _ (già condannato a Bologna per traffico di stupefacenti e, a quel momento, agli arresti domiciliari dopo una nuova carcerazione durata dal 3 dicembre 2990 al 25 marzo 1993), verosimilmente nella primavera del 1993, quando lo ha incontrato presso B_ (Milano) e ha fatto anche la conoscenza di _, il quale era intenzionato a un cambio di valuta per 16–19 miliardi di lire. Il ricorrente ha poi incontrato di lì a poco lo stesso _ nel proprio studio a _, ricevendo in consegna una borsa piena di lire da cambiare, ciò che egli ha fatto tramite il cambista _. L'accusato – ha rilevato la Corte – ha ammesso di avere capito fin dall'inizio che l'origine del denaro, destinato a terzi, era dubbia, sia perché _ gli era stato presentato da _, sia perché il denaro non poteva essere cambiato in banca. Anzi, egli ha ammesso di non avere posto domande sulla provenienza perché “aveva già capito tante cose” (pag. 71 seg.). Ciò premesso, ha continuato la Corte, il ricorrente aveva intuito subito che il denaro era di illecita provenienza, anche per l'ingente somma in gioco e per le particolari modalità messe in atto nelle operazioni di cambio (sentenza, pag. 73). Né egli è mai stato in buona fede, poiché sapeva già in partenza che l'origine del denaro era sospetta, molto verosimilmente riconducibile al narcotraffico (sentenza, pag. 73). Fino ad averne certezza, per propria ammissione, quando nell'estate del 1993 si è recato a Caracas insieme con _, portando la somma di US$ 1'900'000.00. Lì aveva conosciuto, il 3 luglio 1993, il boss mafioso _, il quale aveva ereditato in Venezuela l'“impero malavitoso” dei fratelli _, nel frattempo arrestati. La Corte non ha creduto invece che l'imputato avesse proseguito nelle operazioni di cambio, una volta tornato in Svizzera, per il timore di _ e dei suoi emissari. Onde il reato di ripetuto riciclaggio di denaro aggravato, siccome commesso per mestiere, realizzando un guadagno considerevole, dapprima dubitando e poi, dopo avere conosciuto _, sapendo con certezza che si trattava di “narcodenaro” (sentenza, pag. 81). La Corte non ha ravvisato per contro gli estremi dell'art. 260
ter
CP (organizzazione criminale), dato che buona parte dell'operazione _ risaliva al 1993, mentre l'art. 260
ter
CP è entrato in vigore il 1° agosto 1994. Per le rimanenti consegne di “narcofranchi” essa non ha riscontrato nemmeno concorso tra l'art. 305
bis
e l'art. 260
bis
CP (sentenza, loc. cit.).
5.
Riferendosi ad _, la Corte ha rammentato in primo luogo che costui è stato condannato il 30 luglio 1997 dalla Corte di appello di Palermo a 21 anni e 2 mesi di reclusione per associazione di stampo mafioso in relazione a reati commessi a Palermo dal 29 settembre 1982 al 23 settembre 1985 e per violazione della disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Con _ erano stati giudicati anche _ e _, come pure _. Dagli atti di quel processo – ha soggiunto la Corte – risulta che già negli anni 50 taluni membri della famiglia _ si erano trasferiti dalla Sicilia in Canada. Alleandosi attraverso matrimoni con altre famiglie di “Cosa Nostra”, come quelle dei _ e dei _, costoro hanno gestito per anni il traffico internazionale di droga. In seguito alcuni membri di tali famiglie avevano allargato la loro sfera d'interessi, trasferendosi nel Sudamerica, soprattutto in Venezuela e in Brasile, ove hanno posto nuove basi per traffici ancor più importanti. Proprio dal Venezuela _, grazie ad accordi con famiglie della 'ndrangheta calabrese e al coinvolgimento di altri membri della criminalità organizzata, è riuscito a concretare tra il 1990/91 e la fine del 1993 o l'inizio del 1994 un traffico di complessive 11 t di cocaina, celate su navi che partivano dal Sudamerica alla volta dell'Italia. Scoperto quel traffico, _ e _, suo uomo di riferimento in Italia, sono stati rinviati a giudizio a Torino nell'ambito del cosiddetto procedimento _ (sentenza, pag. 92 a 83).
La Corte ha ricordato inoltre che _, imparentato con _, ha una figlia di nome _, la quale nell'agosto-settembre del 1993 si è sposata in Venezuela con _. Durante la festa di nozze taluni membri della criminalità organizzata, fra cui lo stesso _, _, _ e _, hanno messo in piedi quello che sarebbe stato l'ultimo carico di cocaina dal Sudamerica all'Italia. Si trattava di quasi 5.5 t di cocaina, poi sequestrata il 5 marzo 1994 dalla polizia italiana a _ (sentenza, pag. 84) nel quadro appunto dell'operazione _ (dalla città colombiana di Cartegena de Indias, da cui era partita la nave con il carico). Il sequestro della cocaina, pura all'81.73%, è stato possibile grazie anche a segnalazioni confidenziali, la prima del 20 gennaio 1994 partita dall'ufficio della Dea statunitense di Bogotá che indicava l'arrivo in Italia di due container di cocaina, la seconda proveniente da _, il quale si era rivolto a un graduato dei carabinieri rivelando l'arrivo di una nave in cui era stata nascosta una gran quantità di droga. Un container proveniente dalla Colombia e destinato alla Svizzera è arrivato nel porto di Genova il 27 gennaio 1994 e lì è rimasto fino al 5 marzo successivo, quando è stato scaricato e messo su un camion che le forze dell'ordine hanno fermato, arrestando gli autisti e le altre persone che si trovavano nel deposito dove la cocaina avrebbe dovuto essere custodita (sentenza, pag. 89). Sono seguiti altri arresti, tra cui quello di _, le cui deposizioni hanno consentito di ricostruire il traffico (sentenza, pag. 90). Al processo, celebratosi a Torino, si sono trovati alla sbarra 69 imputati, compresi _ e _. _, _ e altri ancora sono stati giudicati separatamente. _, divenuto collaboratore di giustizia, si è visto infliggere il 7 marzo 2000 una pena di 18 anni di reclusione, mentre _ è stato condannato il 29 settembre 2001 a 8 anni di reclusione (sentenza, pag. 90).
Nel fondarsi sulle sentenze emanate in esito ai vari processi italiani, nelle quali figurano anche le dichiarazioni di _ e di _, la Corte ha elencato i ripetuti carichi di cocaina organizzati da _, rilevando che il primo (di 130–140 kg) era partito da Santos (Brasile) il 20 settembre 1990 ed era arrivato a Genova il 22 ottobre 1990, il secondo (di 150 kg) era partito il 16 dicembre 1990 da San Paolo (Brasile) ed era giunto a Genova il 6 gennaio 1991, il terzo (di circa 250 kg) era partito da Santos (Brasile) il 24 aprile 1991 ed era giunto a Genova il 10 maggio 1991 (sentenza, pag. 96 seg.). Il quarto carico, di cui aveva riferito _, era in realtà il quinto, un altro carico essendo partito nel frattempo da Santos (Brasile) il 9 giugno 1991 per giungere a Genova il 3 luglio 1991 (sentenza, pag. 97). E il quinto carico era partito da Panama il 9 aprile 1992 per arrivare a Genova il 27 maggio 1992. Un successivo carico (600 kg di cocaina, secondo _), al quale aveva partecipato _ (stando al quale si trattava di 400 kg di cocaina) era poi partito da Puerto Cabello (Venezuela) il 30 giugno 1992 ed era giunto a Massa Carrara il 26 luglio successivo. Un ulteriore carico (di 1050 kg secondo _, di 1'100 o 1'200 kg secondo _) era partito dal Venezuela il 2 febbraio 1993 ed era arrivato a Genova il 17 marzo successivo. Si trattava, secondo _, del sesto carico, ma in realtà si trattava del settimo, e per quanto riguardava _ del secondo (sentenza, pag. 97). Stando ai documenti doganali, inoltre, il 28 luglio 1993 è stato sequestrato a Rio Grande (Brasile) un carico di 2'100 kg di cocaina che stava per partire in direzione di Genova, trasporto noto a _. L'ultimo carico (l'ottavo, secondo _, il nono secondo le bolle doganali) era quello – sia per _, sia per _ – partito da Cartegena il 20 dicembre 1993 e arrivato a Genova il 27 gennaio 1994 (sentenza, pag. 97 seg.).
Per quanto attiene alle quantità di droga giunte in Italia, la Corte ha rilevato che tutti i carichi descritti hanno avuto, come perno in Sudamerca, l'organizzazione criminale capeggiata da _, il cui uomo di fiducia era principalmente _ (sentenza, pag. 101). Il commercio di droga era frutto di un accordo intervenuto fra lo stesso _ e la famiglia dei Ma_, legata anch'essa alla 'ndrangheta, il cui riferimento “al fronte” era _. _ e _ provvedevano in buona sostanza a ritirare il carico dalle navi e a depositarlo in luogo sicuro. _ curava in seguito il rifornimento ai _, e inizialmente anche ai clan dei _, attraverso _. Successivamente, _ e uno dei fratelli _ essendo stati in carcere assieme, i _ si sono riforniti direttamente da _, ritirando partite di cocaina trattate da _ (sentenza, pag. 101). La Corte ha ricordato altresì che _ era l'uomo incaricato di raccogliere il denaro, cioè il prezzo della droga fornita, sia di quella che vendeva personalmente per _, sia di quella che veniva consegnata a gruppi facenti capo ai _. Inoltre _ curava, in modo non noto ad _, il rientro dei narcodollari presso _ a mano a mano che i carichi si succedevano. Se non che, a un certo punto _ è venuto a trovarsi in difficoltà, sicché _ gli ha presentato _, il quale pretendeva di essere inserito nel mondo della finanza. Costui è riuscito a far giungere alle destinazioni che gli erano di volta in volta indicate non meno di 27 miliardi di lire (sentenza, pag. 102). Altri 16 miliardi di lire sono stati trasferiti poi dal ricorrente nell'ambito dell'operazione _ (sentenza, pag. 102). Se quindi _ ha presentato _ a _, il ricorrente è stato presentato a _ da _, legato alla famiglia dei _, a sua volta legata a _. In sintesi, _, che si riforniva di cocaina proveniente dai carichi gestiti da _, è fratello di _, cognato di _. Ma _ è anche fratello di _, il membro della famiglia _ che ha conosciuto _ in carcere (sentenza, loc. cit.).
Per finire, la Corte ha ritenuto dimostrato che tra le cosche della 'ndrangheta che si approvvigionavano di cocaina presso _ – e si trattava della cocaina facente parte dei carichi organizzati dal clan _ – vi era anche quella dei _, particolarmente legata a quella dei cugini _, all'epoca capeggiata da _ (sentenza, pag. 103). Secondo la Corte, ciò spiega l'entrata del ricorrente nel giro, con il compito di cambiare le lire in franchi o in dollari: da _ ai _, dai _ a _ e da _ al ricorrente. Mentre la cocaina passava da _ ai _, le “narcolire” passavano da _ a _ e – grazie al ricorrente – diventavano narcodollari o “narcofranchi”, che tornavano in Venezuela affinché _ e accoliti potessero caricare un'altra nave (sentenza, pag. 104).
6.
La Corte di assise si è soffermata anche sulle dichiarazioni rese da _ nell'ambito dell'inchiesta _ (sequestro di 5.4 t di cocaina a _), dichiarazioni che hanno chiarito la cronistoria di alcuni carichi di cocaina giunti in Italia. _ era entrato nel giro di _ mettendo quest'ultimo in relazione con il capo del cartello di Bogotá, _. Grazie a tale intervento, le partite di cocaina erano passate da qualche centinaio di chili a quantità sempre maggiori, con guadagni viepiù consistenti (sentenza, pag. 105). In un verbale del 20 maggio 1999 (sentenza, pag. 110 segg.) _, diventato collaboratore di giustizia, aveva situato un primo viaggio (400 kg di cocaina) tra l'aprile o il maggio (inizio delle trattative) e il settembre o l'ottobre del 1991 (invio della droga). Un secondo carico (circa 1'200 kg di cocaina) era stato organizzato dopo un mese e mezzo dalla ricezione del danaro relativo alla prima spedizione. Cronologicamente egli lo ha collocato nel 1992, precisando che tra l'invio della merce e il pagamento erano trascorsi da tre mesi a tre mesi e mezzo (sentenza, pag. 120). Nello stesso verbale _ ha ammesso di avere organizzato qualche mese dopo il secondo viaggio una terza spedizione, di 1'200 kg di cocaina (sentenza, pag. 123), non senza precisare che nel lasso di tempo intercorso tra il secondo e il terzo viaggio _ si era recato a Caracas “insieme a una persona” per portare franchi svizzeri ad _ e per presentargli tale suo accompagnatore. Il quale, secondo _, era incaricato di ritirare il container dal porto di Genova. Riferendosi al terzo viaggio, _ ha raccontato altresì di non avere partecipato alla confezione della cocaina, dato che doveva occuparsi di organizzare il carico successivo, di oltre 5 t (sentenza, pag. 123).
Nel medesimo verbale _ ha raccontato che il primo incontro in cui si è parlato del carico di 5'000 kg di cocaina è avvenuto a Caracas in concomitanza con il matrimonio di una figlia _ di _ (sentenza, pag. 124). Descritti i passi poi intrapresi per concretare l'operazione, in un successivo verbale del 21 maggio 1999 egli è stato invitato dagli inquirenti a precisare le circostanze in cui ha conosciuto la persona incaricata, a detta di _, di sdoganare i container a Genova. Egli ha dichiarato di avere incontrato tale persona in un albergo del centro di Caracas, verosimilmente l'“_ ”, poi identificato nell'“Hotel _ ” (sentenza, pag. 129 seg.). All'incontro avevano partecipato lui medesimo, _ e _, il quale gli aveva indicato il quarto soggetto come la persona preposta allo svincolo del container a Genova (sentenza, pag. 130). Egli ha specificato però di avere assistito alla riunione in disparte, di non avere notato consegne di denaro, ma di avere pensato nondimeno che lo sconosciuto fosse venuto a Caracas con soldi contanti, dato che pochi giorni dopo _ gli aveva affidato 5 milioni di franchi svizzeri (in biglietti da fr. 1'000.–) e 700 milioni di lire per comperare la cocaina, verosimilmente la partita di 5 t. _ ha soggiunto di non ricordare con esattezza quando gli fosse stata consegnata tale somma, ma ha affermato di avere dato il denaro a una cambista di _ (sentenza, pag. 130). Egli non è stato in grado nemmeno di riconoscere la persona vista all'“Hotel _ ”, nonostante le fotografie mostrategli dagli inquirenti (fra cui quella di _, presente anch'egli all'incontro, e di _). Ha ammesso in ogni modo che il nome di _ non gli era nuovo, essendogli stato evocato tanto da _ quanto da _, e non ha escluso che quel nome gli fosse stato fatto proprio per indicare la persona incaricata di sdoganare i container a Genova (sentenza, pag. 133).
Informato dagli inquirenti che l'incontro all'“Hotel _ ” era avvenuto, secondo le dichiarazioni di _ e _, il 6 e il 7 aprile 1993 e sollecitato a chiarire se, partendo da tale data, egli fosse in grado di ricostruire la successione dei carichi di cocaina, sempre nel verbale del 21 maggio 1999 _ ha risposto che l'incontro in questione era avvenuto sicuramente dopo il secondo carico (sentenza, pag. 134), ma non è riuscito a mettere bene a fuoco la successione degli eventi. Ha comunque raccontato che il secondo carico risaliva a tre o quattro mesi prima dell'incontro all'“Hotel _ ” e circa cinque mesi dopo il ritiro del denaro correlato al primo carico. Relativamente a quest'ultimo, egli ha dichiarato che fra la consegna della cocaina e la spedizione della stessa in Italia erano intercorsi non solo 3 o 4 mesi, come aveva detto in un primo momento, bensì 2 o 3 mesi in più. Tutti i viaggi – egli ha proseguito – erano avvenuti tra la fine del 1991 e la fine del 1993. Da ultimo egli ha sostenuto, quanto al secondo viaggio (1'200 kg di cocaina), che la consegna da parte dei colombiani era avvenuta in tre scaglioni, così come nell'ambito del carico successivo, quello che ha preceduto l'invio più consistente (sentenza, pag. 135).
7.
Nell'affrontare infine l'accusa legata al finanziamento di un traffico di stupefacenti con atti di riciclaggio, la Corte di assise ha spiegato che il capo d'imputazione si riferisce al carico sequestrato a Fortaleza (Rio Grande) il 2 luglio 1993 e alle oltre 5 t di cocaina sequestrate a _ il 5 marzo 1994. Essa non ha mancato di precisare che l'imputazione poteva entrare in linea di conto solo dal momento in cui il ricorrente aveva avuto piena consapevolezza che il denaro consegnatogli per il cambio di valuta o per la custodia era provento di narcotraffico, ossia dal 3 luglio 1993, giorno in cui _ si era rivelato per quello che era, ovvero un pericoloso boss di “Cosa Nostra” (sentenza, pag. 150).
La Corte ha quindi esaminato se – oggettivamente – _ avesse reinvestito il denaro consegnatogli dal ricorrente in un nuovo traffico, segnatamente in quello prospettato nell'atto di accusa e oggetto del sequestro italiano del 5 marzo 1993. A tal fine essa si è dipartita dalla consegna di denaro ad _ avvenuta il 6 agosto 1993 (fr. 5'000'000.–), per il tramite di _, e da quella avvenuta il 1° ottobre 1993 (fr. 2'000'000.–) per il tramite di _ “in quanto certe, sicure e incontestate”. Successivamente a tali consegne _, unitamente a _, _, _ e altri avevano messo in atto un ulteriore traffico di cocaina, quello partito da Cartagena il 20 dicembre 1993, giunto a Genova il 27 gennaio 1994 e sequestrato all'inizio del marzo successivo (sentenza, pag. 154). La Corte si è quindi domandata se, almeno a livello di alta verosimiglianza, esistesse un collegamento tra le descritte consegne di “narcolire”, almeno in parte, e il loro riutilizzo da parte di _ nel traffico di 5.5 t di cocaina, giungendo alla conclusione che, nei limiti di fr. 5'000'000.– (consegna del 6 agosto 1993), ciò era il caso (sentenza, pag. 154 seg.). La Corte ha accertato, in altri termini, che la somma di fr. 5'000'000.– consegnata dall'accusato ad _ per il tramite di _ era il denaro che _ aveva poi dato a _ e che questi aveva versato a _ (recte: _) e ai suoi soci colombiani, tramite una cambista di _, per pagare le oltre 5 t di cocaina (sentenza, pag. 155).
Nel motivare il suo convincimento la Corte ha ricordato che accusa e difesa hanno dibattuto valendosi del fatto che dai verbali di _, risalenti al 1999 e riferiti a fatti del 1993, risulta come verosimilmente nel tentativo di aiutare _ medesimo, il quale accostava temporalmente la ricezione del denaro da parte di _ a una visita a Caracas di _, gli inquirenti italiani avessero informato _ stesso che _ (la persona addetta allo sdoganamento dei container) era stato a Caracas il 6 e il 7 aprile 1993 (sentenza, pag. 155). Di fronte a tale precisazione _ aveva risposto che l'incontro all'“Hotel _ ” era avvenuto sicuramente dopo il secondo carico, partito dal Venezuela il 2 febbraio 1993 e giunto a Genova intorno al 17 marzo 1993. La Corte di assise ha subito puntualizzato, nondimeno, che l'informazione data dagli inquirenti italiani era solo parzialmente corretta. Se è vero – essa ha rilevato – che, stando agli accertamenti del processo _, _ risultava essere stato a Caracas proprio il 6 aprile 1993, è altrettanto vero che egli aveva raggiunto il Venezuela anche altre volte. Dalle sentenze italiane di primo grado e di appello si evince chiaramente che _ si era recato in Venezuela, a Curaçao, per incontrare _ già prima che i traffici iniziassero, che aveva nuovamente raggiunto Caracas per un ulteriore incontro il 6 e il 7 aprile 1993 (presente anche _), e che era andato altre due volte in Venezuela, un'altra ancora a Caracas e una volta a Barcellona (Venezuela) quando si stava preparando l'ultimo carico, quello sequestrato a _ (sentenza, pag. 156 seg.).
La Corte ha riportato – tra l'altro – un passaggio della sentenza di appello nel processo _ da cui risulta che l'incontro a Caracas del 6-7 aprile 1993 all'“Hotel _ ” era avvenuto su richiesta di _, per conto di _, il quale pretendeva da _ la rimessa in contanti, sul posto, di parte almeno delle somme dovute in relazione al carico di 1'050 kg di cocaina (sentenza, pag. 156). All'incontro, disposto da _, avevano partecipato lo stesso _, _, _ e _. Quest'ultimo, di fronte alla richiesta di _ che esigeva i soldi in contanti, si era dichiarato in grado di onorare la richiesta mediante la _, filiale di Caracas, tanto che quel giorno aveva prelevato insieme con _ 500 (recte: 300) mila dollari in quell'istituto di credito, lasciando poi la somma a _ (sentenza, pag. 157). La Corte ha pure riprodotto un passaggio della sentenza di primo grado del processo _ dal quale si evince che durante la preparazione dell'ultima spedizione _ aveva avuto un ulteriore incontro con _ a Caracas, raggiunta via Curaçao senza controlli o visti di sorta. _ aveva sollecitato quell'incontro perché avanzava pretese di circa 2 miliardi di lire verso lo stesso _ per precedenti carichi e voleva essere pagato dopo il carico in corso. A quell'incontro ne era seguito un altro a Barcellona (Venezuela), che _ non è riuscito a situare esattamente nel tempo, essendosi egli limitato ad affermare di essere entrato in Venezuela denunciando lo smarrimento del passaporto (sentenza, loc. cit.). La Corte ha infine riportato un ulteriore passaggio della sentenza di appello italiana, da cui risulta come _, creditore di _ per un miliardo e 800 milioni di lire, avesse riferito che, nel periodo in cui si stava organizzando l'ultima spedizione, egli aveva incontrato ulteriormente _ e _ a Caracas poiché, visto il credito in sofferenza, non intendeva più organizzare altre importazioni senza prima essere tacitato. Al che _ aveva risposto che avrebbe pagato con il carico successivo (sentenza, loc. cit.).
Ciò posto, la Corte ha ribadito che, dando come unico riferimento temporale a _ quello della venuta a Caracas di _ il 6-7 aprile 1993, gli inquirenti italiani avevano fornito un dato meramente parziale, inidoneo a dimostrare che i 5 milioni di franchi e i 700 milioni di lire consegnati da _ a _ li avesse portati _, come sostenevano lo stesso _ o _. In realtà, secondo la Corte, le sentenze italiane accertano che il 6 e il 7 aprile 1993 _ e _ si erano recati a Caracas per ordine di _, il quale pretendeva che il suo credito fosse saldato almeno in parte sul posto. I giudici italiani avevano accertato altresì che per assecondare _, quel giorno _ era riuscito a prelevare US$ 300'000.00 da una banca di Caracas, somma che aveva subito consegnato a _. Secondo la Corte, l'arrivo a Caracas di _ e di _ il 6-7 aprile 1993 non poteva quindi essere collegato al trasporto, da parte di uno dei due, di
fr. 5'000'000.–. D'altro canto, _ aveva sempre parlato dell'arrivo della persona che sdoganava i container, ovvero di _, mentre non aveva mai nominato l'altro uomo, pure giunto a Caracas per incontrare _ e _ quel 6-7 aprile 1993, ovvero _.
La Corte ne ha concluso che l'incontro di _ e _ a Caracas cui aveva accennato _ (e al quale ha fatto seguito la ricezione di denaro da parte di _ per comperare la cocaina) non era quello del 6-7 aprile 1993, bensì quello successivo, avvenuto quando già si stava preparando il carico di oltre 5 t e _ si era recato da _ per reclamare il denaro che gli spettava. Ciò risulta confermato, per la Corte, anche dal fatto che i magistrati italiani, i quali ancora non sapevano del coinvolgimento del ricorrente nelle operazioni di riciclaggio, nonostante si fossero sforzati di collegare alla persona di _ i fr. 5'000'000.– e le 700'000'000 di lire (di cui aveva riferito _), non erano riusciti a “chiudere il cerchio”. Proprio perché non era stato _ a portare quel denaro, come supponeva _, sebbene questi avesse incontrato _ a Caracas in epoca prossima alla rimessa a _ dei fr. 5'000'000.–, dopo la metà di agosto, da parte di _. Solo la scoperta del ruolo svolto dal ricorrente ha permesso di dare un senso alle parole di _ e di collegare i franchi che costui aveva ricevuto da _ per acquistare la cocaina con quelli portati in Venezuela da _, il quale a sua volta li aveva ricevuti dall'imputato (sentenza, pag. 158). La Corte ha sottolineato altresì che _ aveva situato nell'agosto del 1993 l'avvio dell'ultimo traffico di droga, sicché egli dev'essere tornato a Caracas a parlare con _ dopo tale data e in quell'occasione _ lo ha visto (sentenza, pag. 159). Quanto a _, egli ha ricevuto dal ricorrente la somma di fr. 5'000'000.– uno o due giorni prima che lo stesso ricorrente partisse per il Venezuela, il 6 agosto 1993, insieme con le figlie e _. _ invece ha lasciato Lugano il 15 agosto 1993, ragione per cui la consegna del denaro a _ doveva essere dei giorni immediatamente successivi (sentenza, loc. cit.). Infine, sempre secondo la Corte, sia _ sia _ hanno sempre situato l'organizzazione dell'ultimo traffico in concomitanza con il matrimonio di _. Tale cerimonia dev'essere avvenuta nell'agosto o nel settembre del 1993, poiché nell'ottobre seguente gli sposi hanno trascorso tre o quattro giorni a Lugano, mentre il 1° settembre 1993 erano stati consegnati a V. _ fr. 10'000.– “per matrimonio”, essendo questi intenzionato a comperare a Lugano il regalo di nozze (sentenza, pag. 159 seg.). Onde la conclusione che la somma di fr. 5'000'000.– cui accennava _ è la stessa che il ricorrente ha consegnato a _ per il tramite di _, poiché i tempi concordano, come concordano l'importo, la valuta e il taglio delle banconote (_forniva sempre banconote da franchi mille: sentenza pag. 160).
Infine la Corte ha vagliato l'aspetto soggettivo della fattispecie, esaminando se l'imputato avesse contezza circa il possibile uso del denaro da lui riciclato, da parte di _, per nuovi traffici e ha risolto il quesito affermativamente, lo stesso imputato avendo definito _ come il successore dei _, da anni leader nel traffico internazionale di droga. Né, data l'importanza del personaggio, l'imputato poteva ignorare che _ e i suoi uomini erano veri professionisti del narcotraffico e che esercitavano tale attività per mestiere, com'era emerso anche al processo _. Incontrando _, quindi, il ricorrente non solo ha intuito l'illecita provenienza del denaro riciclato, ma ha compreso anche quale sarebbe stato il riutilizzo dei soldi, quanto di meno in parte. E l'eventualità di nuovi commerci di droga era concreta, verosimile e finanche altamente probabile, ciò che non lasciava ragionevole spazio alla buona fede (sentenza pag. 160 seg.).
8.
Secondo il ricorrente la Corte di assise sarebbe caduta in arbitrio già accertando che la somma di fr. 5'000'000.– da lui trattata sia stata oggettivamente reimpiegata da _ per finanziare la partita di droga sequestrata nel marzo del 1994 a _. Egli sostiene, in particolare, che i fr. 5'000'000.– ricevuti da _ pochi giorni dopo l'incontro all'“Hotel _ ” non potevano far parte del denaro a lui affidato, poiché egli aveva cominciato a riciclare valuta solo due mesi dopo l'incontro al quale era subito seguito il pagamento della droga da parte di _. Per il ricorrente la Corte è giunta alla conclusione opposta sulla base di ragionamenti complicati, desunti da risultanze agli atti che non consentono però di accertare la sua colpevolezza. I primi giudici sarebbero incorsi in arbitrio, intanto, dando per scontato che l'importo di fr. 5'000'000.– sia stato ricevuto da _ a fronte dell'ultimo carico di cocaina, quello arrivato a Genova nel gennaio del 1994 in seguito agli accordi intervenuti nel secondo semestre del 1993. Il che però sarebbe arbitrario, poiché non fondato su alcun sicuro riscontro. _, ritenuto testimone decisivo dalla Corte, non era per nulla certo quando ha collegato la consegna dei fr. 5'000'000.– da parte _ con la fornitura delle 5 t di cocaina. Anzi, nel verbale del 20 maggio 1999 egli aveva dichiarato espressamente di non ricordare in quale periodo fosse avvenuta la consegna del denaro.
La censura è infondata. È vero che agli inquirenti italiani _ aveva detto in un primo momento di non rammentare a quale carico _ alludesse al momento di consegnargli la somma di fr. 5'000'000.– in banconote da fr. 1'000.–, più Lit. 700'000'000. Ha soggiunto di ritenere, nondimeno, che il pagamento si riferisse al carico delle cinque tonnellate, pur non essendone sicuro. La Corte non si è quindi sospinta in arbitrio accertando, nonostante l'esitazione di _, che la consegna di quel denaro si riferisse alla partita di cocaina giunta a Genova nel gennaio del 1994 e sequestrata nel marzo successivo a _. Nei suoi verbali _ ha dichiarato di avere partecipato all'organizzazione di quattro carichi, tra la fine del 1991 e la fine del 1993 (sentenza, pag. 135). La consegna del denaro non poteva riferirsi ai primi due viaggi, conclusi già prima dell'incontro all'“Hotel _ ” (sentenza, pag. 123 e 135). In considerazione entravano quindi solo il terzo e il quarto. Ora, per quanto riguarda il terzo viaggio (su cui la Corte non si è soffermata), _ ha dichiarato agli inquirenti che tale spedizione era stata organizzata alcuni mesi dopo la seconda (conclusasi il 17 marzo 1993: sentenza, pag. 97) e riguardava 1'200 kg di cocaina (sentenza, pag. 123). Nel lasso di tempo tra i due viaggi _ (
recte
: _; act. 17/5/2 pag. 12; v. anche sentenza, pag. 112 in fondo) avrebbe raggiunto Caracas insieme con una terza persona per consegnare franchi svizzeri a _ e presentargli tale persona, incaricata di ritirare il container al porto di Genova (pag. 123). Per tornare al terzo viaggio, _ ha affermato di non avere partecipato alla confezione della cocaina fornita da _ poiché doveva curare l'organizzazione del carico successivo, da 5 t (sentenza, loc. cit.). La cocaina del terzo carico gli è stata consegnata, per conto di _, da _. Riassunte le modalità di trasporto, egli ha ancora ribadito di non avere svolto altri compiti nell'ambito del terzo carico (sentenza, pag. 124).
A prescindere dal fatto che – come si vedrà oltre – l'incontro a Caracas evocato da _ (sentenza, pag. 130) non poteva riferirsi alla consegna di denaro (franchi svizzeri) da parte di _ (l'uomo addetto allo sdoganamento dei container) perché in quell'occasione (6-7 aprile 1993) _ non aveva portato nulla con sé (sentenza, pag. 158), nei suoi verbali _ non solo non ha mai preteso, ma nemmeno ha supposto che vi fosse una relazione tra le somme di fr. 5'000'000.– e 700'000'00 di lire e il terzo carico. Si è limitato a dire di non ricordare se l'incontro in cui è avvenuta la consegna del denaro fosse avvenuto pochi giorni dopo l'incontro all'“Hotel _ ” o dopo il terzo viaggio. Certo, in un primo momento _ ha riferito che nel lasso di tempo intercorso fra il secondo e il terzo viaggio _ aveva raggiunto Caracas insieme con un uomo (_) per portare soldi a _, mentre poi ha precisato che l'incontro nell'albergo di Caracas, seguito dalla consegna della nota somma, è avvenuto tra _, _ e l'addetto allo sdoganamento dei container, di modo che l'incaricato di portare il denaro poteva essere lo stesso _ e non _ (sentenza, pag. 130). Ma, per tacere del fatto che il ricorrente non pretende essere stato _ a portare personalmente il denaro dato da _ a _ subito dopo l'incontro del 6-7 aprile 1993, nemmeno gli accertamenti risultanti dalle sentenze italiane nel processo _ consentono di stabilire una connessione del genere.
9.
Il ricorrente rimprovera poi alla Corte di essere trascesa in arbitrio dando per assodato che la somma da lui consegnata a _ il 6 agosto 1993 sia stata da questi rimessa ad _ nei giorni successivi, non bastando in proposito – a suo avviso – il semplice fatto che _ sia da considerare un uomo del clan _. L'argomentazione non è seria. Intanto il ricorrente non risulta avere mai contestato prima d'ora che _ agisse su mandato di _. A parte ciò, la conclusione della Corte, secondo cui alla consegna dei fr. 5'000'000.– a _ da parte del ricorrente sia seguita la rimessa a _ in Venezuela da parte dello stesso _ appare tutt'altro che insostenibile (sentenza, pag. 153 e 159). Basti considerare che – in forza dei vincolanti accertamenti contenuti nella sentenza impugnata – tutte le operazioni di riciclaggio condotte dall'imputato avevano come unico punto di riferimento _, al quale il ricorrente consegnava conteggi dettagliati sul denaro trattato (sentenza, pag. 69 seg.). Assevera il ricorrente che non è contestato che egli si sia recato in Venezuela il 25 agosto 1993 per incontrare Ca_, come figura nell'atto di accusa. Se davvero l'importo di fr. 5'000'000.– consegnato a _ il 6 agosto 1993 fosse stato destinato a _, egli opina, mal si capisce perché non avrebbe egli medesimo provveduto a consegnare egli medesimo tale somma, come già aveva fatto nel luglio del 1993. Così argomentando, il ricorrente avvalora se mai la posizione dell'accusa, dato che durante l'incontro del 25 agosto 1993 egli aveva consegnato a _ proprio il rendiconto in cui era registrata anche la rimessa dell'importo a _ (circostanza non contestata; atto di accusa, pag. 7). Non va trascurato dipoi che, secondo la Corte, _ era un uomo di fiducia del clan _. Ciò rafforza ulteriormente l'accertamento che costui, dopo avere presentato il ricorrente a _ nel luglio del 1993, aveva ricevuto in consegna il denaro da parte del ricorrente medesimo per poi farlo pervenire al proprio mandante.
10.
Il ricorrente insorge altresì contro l'accertamento secondo cui gli inquirenti italiani avevano indicato a _ la data del 6-7 aprile 1993 come quella dell'incontro all'“Hotel _ ” poiché in quei giorni _ avrebbe soggiornato a Caracas (sentenza, pag. 155). Egli si duole di arbitrio, facendo valere che – come risulta dal verbale riportato a pag. 134 della sentenza impugnata – la data del 6-7 aprile 1993 è stata ricostruita dagli inquirenti italiani sulla base delle dichiarazioni rilasciate da _ e _. La critica è inconsistente. Nel concludere che l'incontro ricordato da _ non poteva essere quello svoltosi il 6 e il 7 aprile 1993 presso l'“Hotel _ ” di Caracas, la Corte non ha mancato di rilevare che a tale appuntamento erano comparsi tanto _ quanto _. Essa non ha pertanto trascurato quanto sottolinea il ricorrente. Anzi, proprio il fatto che _ non avesse evocato la presenza di _ a quell'incontro ha indotto la Corte a dubitare ancor più che la consegna del denaro da _ a _ sia avvenuta poco dopo il 6 o il 7 aprile 1993. Al pubblico dibattimento il ricorrente ha sottolineato che non vi è stato alcun confronto con _. Egli non pretende però di essere stato illegalmente limitato nei propri diritti di difesa. E in ogni modo simile censura sarebbe stata inammissibile, poiché avrebbe dovuto essere sollevata “non appena possibile” (art. 288 lett. c CPP).
11.
Assevera il ricorrente che, come risulta anche dalla sentenza italiana di appello nel processo _, _ è effettivamente stato in Venezuela il 6 e il 7 aprile 1993. E in quell'occasione _ aveva sollecitato _ a prelevare in banca US$ 500'000.00, rispettivamente US$ 300'000.00. Se non che, a parere della Corte, tale richiesta di denaro non era compatibile con l'eventuale trasporto di fr. 5'000'00.– da parte loro. Il ricorrente lamenta arbitrio, dolendosi di una logica soltanto apparente. Egli ricorda che _ ha avuto un incontro con _ e _ all'“Hotel _ ”, che alcuni giorni dopo l'incontro _ ha rimesso a _ fr. 5'000'000.– e Lit. 700'000'000, come pure che sulla base delle dichiarazioni di _ e _ gli inquirenti italiani hanno fissato al 6-7 aprile 1993 la data di quell'incontro, pochi giorni dopo la consegna di denaro da parte di _. Ciò esclude un coinvolgimento del ricorrente, irrilevante essendo il fatto che _, pure presente, fosse stato sollecitato da _ a prelevare denaro. Una circostanza invero, a suo avviso, non esclude l'altra.
In realtà il ricorrente si limita a contrapporre la propria versione dei fatti agli accertamenti della Corte, dimenticando i limiti di un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell'arbitrio. Dalle sentenze italiane si evince chiaramente, del resto, che l'incontro del 6-7 aprile 1993 era stato voluto da _, il quale pretendeva almeno una parte del denaro dovutogli, in contanti e sul posto, e che per assecondare tale richiesta _ ha prelevato in banca US$ 300'000.00 (sentenza, pag. 158). La Corte non è dunque caduta in arbitrio escludendo che la somma consegnata da _ a _ (secondo costui, pochi giorni dopo l'incontro ricordato nei suoi verbali) sia stata trasportata da _ (come supponeva _) o _. Né la presenza di questi ultimi all'incontro del 6-7 aprile 1993 non costituiva un riscontro determinante per collegare i ricordi di _ a siffatta circostanza. D'altro canto, gli stessi inquirenti italiani non sono riusciti ad associare l'incontro del 6-7 aprile 1993 con la rimessa di quel denaro da _ a _ (sentenza, pag. 158). Tenuto conto del fatto che _ si era poi recato più volte in Venezuela, senza incorrere in arbitrio i primi giudici potevano domandarsi se _ non avesse ricevuto in consegna la somma successivamente, poco dopo che fosse stata decisa la quarta e più grossa spedizione di cocaina. Né va trascurato che nei suoi verbali _ riferiva di fatti occorsi sei anni prima, sicché non si poteva ragionevolmente esigere da lui precisione assoluta sulle singole date.
12.
La Corte di assise ha accertato – fa notare il ricorrente – che _ è entrato in Venezuela, come creditore di _, non il 6-7 aprile 1993 (incontro cui aveva accennato _), bensì in seguito. A tale conclusione essa è giunta – secondo il ricorrente – perché gli inquirenti italiani non erano riusciti a trovare un nesso più indietro nel tempo fra i fr. 5'000'000.–, le Lit. 700'000'000 e la figura di _. Ciò denoterebbe arbitrio, mal intravedendosi per quali motivi la presenza di _ a Caracas, da riallacciare all'incontro con _, dovrebbe essere la seconda (successiva, cioè, al momento in cui si era deciso di organizzare il trasporto delle 5 t di cocaina) e non la prima, tanto più che, come si deduce dalle dichiarazioni di _, _ e/o _ avrebbero portato a _ il denaro da lui ricevuto (sentenza, pag. 130). La presenza di _ a Caracas, da collegare con l'incontro di _ va riferita in realtà – sostiene il ricorrente – al momento in cui _ e/o _ hanno portato il denaro a _ e non al momento in cui _ si è mosso per incassare. Il ricorrente trascura di nuovo un fatto: le sentenze italiane escludono che il 6 e il 7 aprile 1993 _ sia stato tacitato nel modo asserito nel ricorso, né si spiegherebbe altrimenti perché _ sarebbe dovuto passare in banca per munirsi almeno di US$ 300'000.00 da consegnare a _.
Il ricorrente si duole che la Corte abbia fatto carico agli inquirenti italiani di non essere riusciti a collegare _ ai fr. 5'000'00.– e alle Lit. 700'000'000, finendo per imputare arbitrariamente a lui medesimo la responsabilità di parte della somma, mentre – a suo modo di vedere – gli importi consegnati da _ a _ pochi giorni dopo l'incontro all'“Hotel _ ” potevano benissimo provenire da un'altra fonte cui _ avrebbe potuto attingere, tant'è che al punto 3.4 dell'atto di accusa gli è stato imputato di avere occultato nel tesoro del proprio studio, nel luglio-agosto del 1993, la somma di fr. 2'900'000.–. L'argomento non solo contraddice la principale tesi contenuta nel ricorso, secondo cui _ avrebbe ricevuto denaro portato da _ e/o da _ in vista dell'incontro del 6-7 aprile 1993, ma risulta anche palesemente appellatorio, e come tale inammissibile. Nel quadro di un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell'arbitrio non basta, in effetti, prospettare una versione dei fatti diversa rispetto a quella fatta propria dalla Corte di assise sulla base delle sentenza italiane. Occorre anche dimostrarne la manifesta insostenibilità, ciò che al ricorso fa difetto.
Il ricorrente soggiunge che in nessun caso è logico attribuirgli gli importi consegnati da _ a _, ove si consideri che la prima Corte, contraddicendosi, gli addebita soltanto la somma di fr. 5'000'000.– e non anche la somma di Lit. 700'000'000. L'argomentazione è speciosa. Associando la condanna per infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti alla sola somma di fr. 5'000'000.– la Corte non si è invero contraddetta. Si è limitata a fondare il proprio giudizio su riscontri giudicati certi (consegna di fr. 5'000'000.– a _ il 6 agosto 1993 in biglietti da mille franchi: sentenza, pag. 159).
13.
Il ricorrente fa valere che, come emerge dalla sentenza impugnata, _ ha sempre situato l'avvio dell'ultimo traffico di cocaina nell'agosto del 1993. Logica vorrebbe dunque che egli sia tornato a Caracas in quel periodo. Ricorda poi che la sentenza impugnata accerta che egli ha consegnato la somma di fr. 5'000'000.– a _ il 6 agosto 1993, sicché la rimessa dell'importo a _ sarebbe dei giorni successivi. Dalla sentenza impugnata risulta inoltre che, secondo _, l'organizzazione dell'ultimo carico era stata decisa al matrimonio della figlia di _, avvenuto tra l'agosto e il settembre del 1993. Ciò dimostrerebbe come i fr. 5'000'000.– evocati da _ siano gli stessi consegnati poi a _, per il tramite di _. Per il ricorrente tale costruzione è arbitraria, non comprendendosi anzitutto da quali risultanze la Corte abbia desunto che _ ha sempre situato l'avvio dell'ultimo traffico nell'agosto del 1993. In ogni modo, egli rileva, la sentenza sarebbe arbitraria per il fatto di collegare il pagamento da _ a _ all'ultimo traffico. Ora, a giusta ragione il ricorrente non insiste sulla questione di sapere se _ abbia davvero situato l'avvio della spedizione più consistente nell'agosto del 1993 (ricorso, pag. 15), dato che sul momento in cui è stato deciso il traffico di oltre 5 t di cocaina si sono espressi _ e _, correlandola con certezza al matrimonio della figlia di _, avvenuto tra l'agosto e il settembre del 1993 (sentenza, pag. 159). L'incontro ricordato a pag. 1042 della sentenza italiana di primo grado e a pag. 1075 della sentenza di appello nel processo _, incontro svoltosi a Caracas dopo che era stata decisa l'operazione da 5 t (e durante il quale _ avrebbe preteso il saldo di quanto dovutogli per il carico precedente), ritenuto dalla prima Corte coevo alla consegna dei fr. 5'000'000.– da _ a _, può solo essere avvenuto dopo il matrimonio della figlia di _.
Il ricorso non è destinato a miglior sorte nemmeno nella misura in cui il condannato definisce arbitrario il collegamento tra la consegna del citato denaro e l'ultimo traffico. Secondo il ricorrente l'arbitrio risiederebbe nel fatto che, di fronte a più ipotesi, la Corte abbia optato per quella a lui più sfavorevole attraverso ragionamenti laboriosi e interpretazioni
contra rerum
. Arbitrariamente la sentenza impugnata ha ritenuto che la consegna del denaro a _ non sia avvenuta pochi giorni dopo l'incontro a Caracas del 6-7 aprile 1993; arbitrariamente essa fa coincidere l'ammontare e la valuta della somma, dato che _ ha ricevuto sì fr. 5'000'000.–, ma non Lit. 700'000'000; arbitrariamente essa ha menzionato il taglio delle banconote in valuta svizzera e non nelle lire italiane; arbitrariamente, infine, essa ha trascurato che per _ egli non era il solo fornitore di franchi, come risulta dal punto 3.4 dell'atto di accusa. In realtà simili argomenti non bastano per ravvisare arbitrio nella diversa conclusione della prima Corte, fondata sulla convinzione che l'incontro ricordato da _ agli inquirenti italiani (cui sarebbe seguito il pagamento delle 5 t di cocaina da parte di _) non è quello del 6-7 aprile 1993 all'“Hotel _ ” di Caracas, ma uno successivo, intercorso quando era già stato deciso il traffico di 5 t di cocaina. D'altro canto il ricorrente trascura che, secondo giurisprudenza, non è necessaria assoluta certezza sul reinvestimento in un traffico di droga del denaro riciclato; basta un alto grado di verosimiglianza (sopra, consid. 3). Sotto questo profilo la sentenza impugnata resiste senz'altro alle censure di arbitrio del ricorrente.
14.
Occorre ancora esaminare se, ritenendo adempiuta la fattispecie dal profilo oggettivo, i primi giudici non abbiano violato il principio
in dubio pro reo
. Tale precetto è un corollario della presunzione di innocenza garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost. 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 Patti ONU II. Esso disciplina sia la valutazione delle prove sia il riparto dell'onere probatorio. Per quanto attiene alla valutazione delle prove (oggetto del ricorso), esso fa sì che il giudice non possa dichiararsi convinto di una versione più sfavorevole all'imputato quando, secondo una valutazione non arbitraria del materiale probatorio, sussistono dubbi sul modo con cui si è verificata la fattispecie. Il principio non impone che l'apprezzamento delle prove conduca a un assoluto convincimento. Semplici dubbi teorici sono sempre possibili. Il principio è disatteso quando il giudice avrebbe dovuto, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, nutrire dubbi rilevanti sulla colpevolezza (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV 86 consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2a pag. 38). In tale ambito il precetto
in dubio pro reo
ha la stessa portata del divieto dell'arbitrio (DTF 120 Ia 31 consid. 4b pag. 41). Ora, nella fattispecie non si può dire che la Corte abbia accertato – dal profilo oggettivo – il capo d'imputazione (violazione aggravata della legge federale sugli stupefacenti) sebbene una valutazione non arbitraria delle risultanze processuali lasciasse sussistere dubbi rilevanti sulla colpevolezza dell'imputato, men che meno alla luce di un giudizio di alta verosimiglianza (sopra, consid. 13).
15.
Il ricorrente assevera che nel dispositivo della sentenza impugnata la Corte lo ha condannato anche per avere consegnato a _, l'11 ottobre 1993, fr. 2'000'000.–, salvo riconoscere nella motivazione di essere incorsa in una svista menzionando tale fattispecie nel dispositivo n. 1.1. Nella motivazione la Corte dà effettivamente atto dell'inavvertenza, precisando tuttavia che quest'ultima è rimasta senza influsso sulla pena, commisurata tenendo conto della sola somma di fr. 5'000'000.– consegnata dal ricorrente a _ il 6 agosto 1993 (sentenza, pag. 268). Se non che, la svista andava riparata già nella sentenza di assise. La Corte avendo omesso di procedere al riguardo, occorre rettificare formalmente il dispositivo n. 1.1 del giudizio impugnato in questa sede. Di ciò va dato atto al ricorrente, anche se la rettifica non comporta alcun accoglimento del ricorso, visto che la sentenza impugnata rimane materialmente invariata.
16.
Il ricorrente contesta anche l'aspetto soggettivo dell'imputazione, secondo cui egli ha agito nella consapevolezza che il denaro riciclato sarebbe stato usato da _, almeno in parte, per un nuovo traffico di droga. Al riguardo giovi premettere che quanto l'autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Sapere se una persona ha agito con volontà e consapevolezza o ha consentito all'evento delittuoso vincola quindi la Corte di cassazione e di revisione penale (per analogia, sul piano federale:
Wiprächtiger
in: Geiser/Münch, Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2a edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota 182;
Corboz
, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246). In altri termini, le constatazioni relative al foro interno di un soggetto – ciò che la persona sapeva, si proponeva, aveva l'intenzione di fare o immaginava, lo stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione piena o ridotta di commettere un illecito – possono essere criticate davanti alla Corte di cassazione e di revisione penale solo per arbitrio (cfr., sempre sul piano federale:
Schweri,
Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag. 67 in basso).
17.
Allega il ricorrente che, come risulta dalla sentenza impugnata, egli ha sempre negato di avere saputo o di avere anche solo considerato la possibilità che i suoi cambi di valuta fossero destinati da _ a finanziare altri traffici. A sostegno delle sue asserzioni egli rileva di avere ripetutamente ammesso nei suoi verbali di avere saputo che i soldi da lui trattati erano provento di narcotraffico, come pure di avere firmato numerosi verbali su questo punto, tutti coerenti. Pur dando atto di essere stato contraddetto su varie questioni, egli sottolinea di avere sempre risolutamente contestato di avere saputo che gli importi da lui trattati fossero destinati a traffici di stupefacenti, tant'è che egli è intervenuto nella cosiddetta “operazione _ ” per cambiare lire (in franchi svizzeri e in dollari) del venditore, non dell'acquirente di droga.
L'esposto si fonda una volta ancora su una personale valutazione delle risultanze istruttorie, inidonea a sostanziare critiche di arbitrio. La Corte non ha creduto alla buona fede del ricorrente, ritenendo che a un certo momento costui non poteva più avere dubbi sulla destinazione delle cospicue somme riciclate in favore di _, noto boss di “Cosa Nostra” e narcotrafficante di cui avevano parlato i media di mezzo mondo. Lo stesso ricorrente ha definito _ come il successore dei _, capofila da anni nel traffico internazionale di stupefacenti. La Corte non ha creduto perciò all'imputato quando asseriva di avere unicamente avuto la certezza che il denaro riciclato era provento di droga, senza sospettare un reimpiego in analoghe destinazioni. Secondo la Corte, conoscendo chi era _ l'imputato non poteva ignorare che costui e i suoi uomini erano autentici mestieranti del narcotraffico. Come è emerso dal processo _, _ e la sua organizzazione erano professionisti del crimine e organizzavano un traffico dopo l'altro. Già incontrando _ l'imputato aveva non solo intuito – come egli medesimo ha ammesso – l'illecita provenienza del denaro riciclato, ma capito per forza e con una probabilità che sfiorava la certezza che il riutilizzo del denaro, almeno in parte, era logicamente destinato ad altri commerci di droga (sentenza, pag. 160 seg.). Perché tali considerazioni – fondate essenzialmente sul fatto che, a differenza di M. e W. nel caso “Mastro”, il ricorrente non aveva trattato soltanto con riciclatori, senza riferimento a un determinato trafficante, ma aveva direttamente operato per un narcotrafficante la cui identità e caratura gli erano note – sarebbero manifestamente insostenibili, il ricorrente non illustra.
18.
Il ricorrente adduce che, come egli ha fatto valere al dibattimento, l'accusa a suo carico per violazione aggravata della legge federale sugli stupefacenti è stata promossa solo in base all'ultimo verbale d'inchiesta, dopo oltre 150 interrogatori. Eppure – egli continua – la Corte non ha considerato singolare tale circostanza, disconoscendo che in tal modo il Procuratore pubblico ha intrapreso un'altra strada per proporre una pena superiore a quella di sette anni e mezzo di reclusione prevista per i rimanenti reati. L'argomentazione si risolve in un processo alle intenzioni e non ha alcuna valenza giuridica. Come ha rilevato la Corte, fintanto che l'istruttoria è terminata il Ministero pubblico può sempre promuovere l'accusa, che – dandosi il caso – può essere formulata anche in esito all'ultimo interrogatorio (sentenza, pag. 160). D'altro lato non consta che, di fronte alla promozione dell'accusa per infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti, il ricorrente abbia eccepito vizi di procedura “non appena possibile” (nel senso dell'art. 288 lett. b CPP).
19.
A parere del ricorrente, secondo la giurisprudenza pubblicata in DTF 118 IV 412 e 122 IV 221 la sola possibilità che un trasferimento di denaro sia connesso a violazioni della legge federale sugli stupefacenti non basta per ravvisare un finanziamento o un'intermediazione, neppure a livello colposo. Egli ricorda che occorre distinguere chiaramente tra riciclaggio di denaro, il quale ha per oggetto il provento di un traffico, e finanziamento di un traffico di stupefacenti, il quale riguarda un traffico futuro. A suo dire la sentenza impugnata disattende tale principio. Per il solo fatto che egli trattava proventi di narcotraffico in favore di _ – egli argomenta – la Corte ha ritenuto che egli era consapevole del modo in cui sarebbe stato reimpiegato il denaro. Ciò non sarebbe sostenibile.
a)
Il Tribunale federale ha già avuto modo di rilevare che scopo della sentenza pubblicata in DTF 122 IV 211 è quello di distinguere con chiarezza tra il reato riciclaggio e quello di finanziamento di un traffico di stupefacenti, ancorché in tale sentenza non ci si riferisca in modo specifico al rigore con cui vanno esaminati gli indizi volti a sostanziare un collegamento tra il denaro riciclato e quello reimpiegato in un altro traffico di stupefacenti. Di per sé – ha rilevato il Tribunale federale – dati i problemi di prova che sorgono in simili casi, un'alta verosimiglianza potrebbe essere sufficiente, a condizione che essa si fondi su un certo numero di elementi concreti accertati e non solo sul fatto notorio che – ad esempio – la Colombia sia un paese produttore ed esportatore di cocaina (sentenza 6S.131/2002 del 25 settembre 2002, consid. 6). In concreto si è visto che, senza incorrere in arbitrio, la Corte ha accertato una chiara relazione tra la somma di fr. 5'000'000.– consegnata dal ricorrente a _ il 6 agosto 1993 (e da questi rimessa poi tardi ad _) e la successiva consegna della stessa somma da parte di _ a _ per l'acquisto di oltre 5 t di cocaina destinata all'Italia. Dal profilo oggettivo il requisito dell'alta verosimiglianza per quanto riguarda l'investimento del denaro riciclato in un altro traffico di droga è pertanto adempiuto.
b)
Per quanto riguarda l'aspetto soggettivo occorre, secondo il Tribunale federale, che sia accertata la volontà – o quanto meno la consapevolezza – da parte dell'autore che il denaro da lui riciclato – o riciclato con il suo ausilio – sia destinato a ulteriori traffici di stupefacenti (sentenza 6S.131/2002 del 25 settembre 2002, loc. cit.). Nella fattispecie la Corte ha accertato senza arbitrio, come detto, che l'imputato conosceva _ e sapeva che costui era un boss internazionale del traffico di droga, succeduto al clan della famiglia _. Senza arbitrio la Corte poteva quindi ritenere che l'imputato non poteva ignorare l'eventualità concreta e probabile che il denaro fosse reinvestito proprio in quell'attività, tanto più che _ non risultava svolgere alcun'altra attività se non quella del narcotraffico. Certo, il ricorrente non ha concorso materialmente a pianificare la spedizione delle 5 t di cocaina. Conoscendo _, non si vede però come egli non potesse seriamente credere che il denaro riciclato potesse servire ad altri scopi se non al traffico di droga. Tanto meno considerando che il ricorrente era stato inserito nel giro da un soggetto come _, anch'egli noto all'imputato per essere un trafficante di cocaina (sentenza impugnata, pag. 73 a metà).
20.
Il ricorrente invoca la sua buona fede, ossia la mancata consapevolezza che le valute da lui cambiate fossero destinate da _ a ulteriori traffici di droga, anche con riferimento alla circostanza di avere pur sempre accettato una commissione ridotta dal 4 al 2%. Egli ricorda che sia _ (inquisito in un altro procedimento per avere trasferito denaro a favore di _) sia _ hanno ricevuto per il loro lavoro commissioni del 10%, rispettivamente del 5%, e assevera che mai egli avrebbe consentito a una retribuzione del 2% se si fosse reso conto del rischio insito nell'operazione.
Senza considerare che il ricorrente si vale di un'argomentazione appellatoria (e perciò inammissibile), sta di fatto che al riguardo egli nemmeno si confronta con le motivazioni della Corte. Questa ha rilevato che, stando all'imputato, _ ha ottenuto lo sconto del 2% perché a suo avviso una provvigione del 4% era eccessiva. La riduzione è stata praticata dunque – ha proseguito la Corte – per motivi meramente mercantili (alla stregua di un ribasso sulla quantità, visti gli ingenti capitali in valuta che _ poteva chiedere di cambiare), non per riguardo ai maggiori o ai minori rischi legati all'attività. Del resto, nemmeno il ricorrente aveva mai associato l'ammontare della commissione ai pericoli che correva, limitandosi a dichiarare di essersi consigliato con _, il quale gli aveva suggerito di chiedere il 4%, ma che poi _ a Caracas gli aveva imposto il 2%. Pur dando atto che una commissione usuale può essere interpretata come un indizio di buona fede, la Corte ha soggiunto nondimeno che trattandosi di un cambio di valuta non è usuale né una commissione del 4% né una del 2%, un cambista dovendosi accontentare di quanto riesce a spuntare sul tasso di cambio, come è stato il caso per il ricorrente nell'operazione _ (sentenza, pag. 162). Perché tali considerazioni sarebbero arbitrarie, il ricorrente non spiega.
21.
Il ricorrente rimprovera alla Corte di essere caduta in un ulteriore arbitrio ignorando che le lettere da lui scritte all'avvocato venezuelano _ nei giorni successivi al suo rientro a Caracas, dopo avere incontrato _, fino a pochi giorni prima di recarsi nuovamente in Venezuela, costituiscono non soltanto la prova della sua ignoranza circa il reinvestimento del denaro riciclato in nuovi traffici di droga, ma anche la prova della sua convinzione che _ reinvestisse il denaro nell'economia, in operazioni turistiche, in modo del tutto legale.
a)
Per quanto attiene alle lettere definite “di copertura” che l'imputato ha scritto all'avvocato venezuelano _, la Corte ha rilevato che in sede di istruttoria, in particolare nel verbale del 25 gennaio 2001 (al quale è allegata una lettera 23 luglio 1993) l'imputato ha dato al carteggio il suo vero significato, nel senso che _ (un soggetto legato anch'egli a traffici di droga) intendeva realmente investire capitali in Venezuela. Se non che, in aula l'imputato ha cambiato versione, sostenendo che le lettere erano state scritte d'intesa con lo stesso legale venezuelano per procurare a _ la prova che il denaro riciclato (asseritamente da investire in progetti turistici) era di lecita provenienza, essendo stato messo a disposizione da _. Il quale, secondo l'imputato, sarebbe stato utilizzato solo come “testa di legno”. La Corte non ha escluso quest'ultima possibilità, considerato che nel 1992 _ doveva a _ ben Lit. 450'000'000 e, messo sotto pressione dagli uomini di lui, non aveva verosimilmente denaro da investire. Essa si è domandata però se quelle lettere fossero destinate a coprire _ o l'imputato stesso, il quale si era già dimostrato capace di confezionare un documento fasullo, mediante fotomontaggio, per dimostrare che parte delle “narcolire” trattate per _ erano state cambiate in tre banche e coprire _.
Comunque fosse – ha continuato la Corte – seppure il ricorrente avesse spedito quelle lettere all'avv. _ per dare a _ la possibilità di giustificare la lecita provenienza del denaro (riciclatogli dallo stesso imputato), facendo credere all'esistenza di un investitore estero _ intenzionato a impiegare capitali sul mercato venezuelano, ciò non significa ancora che, per il solo fatto di avere scritto lettere fittizie, l'imputato fosse in buona fede. Nell'estate del 1993 l'imputato era già un uomo esperto, oltre che della vita, della malavita. Da anni frequentava il clan dei _ e, su richiesta di _, si era prestato a cambiare denaro di sospetta provenienza. Inoltre era entrato in circoli di malfattori calabresi e venezuelani, fino a conoscere personalmente, all'aeroporto di Caracas, _. A quel momento egli doveva essersi posto per forza qualche interrogativo sulla destinazione del denaro riciclato, tant'è che al dibattimento ha preteso – appunto – di avere concordato con il legale di _ le lettere di copertura. La Corte ha ritenuto, pertanto, che da quelle lettere l'imputato non potesse desumere la sua buona fede circa la destinazione del denaro da lui riciclato. Inserito in un circuito di narcotrafficanti professionisti, l'imputato era consapevole di avere cambiato per un soggetto come _, in franchi e in dollari, ben 16 miliardi di lire. “In tali condizioni, quand'anche _ abbia inteso, scrivendo le citate lettere, che _ voleva investire i soldi da lui riciclati nel mercato legale – ha concluso la Corte – nondimeno non può non avere, nel contempo, considerato che altrettanto realistica e concreta era l'ulteriore esigenza di _ di reinvestire almeno una parte di detti soldi in un nuovo narcotraffico (...), perché questa è la normalità nel business della droga” (sentenza, pag. 163 a 165).
b)
Il ricorrente insiste nel sostenere che la corrispondenza in questione dimostra come egli ignorasse il reinvestimento in traffici di droga del denaro riciclato e come fosse convinto, al contrario, che _ reinvestisse nell'economia. Alla Corte egli rimprovera di avere arbitrariamente negletto che lo stesso _ gli aveva assicurato ciò, tanto da indurlo a concludere il noto accordo con il legale venezuelano, mentre _, da parte sua, non avrebbe potuto investire alcunché già per mancanza di fondi. Inoltre – egli soggiunge – la Corte medesima non è stata in grado di escludere che le citate lettere siano state effettivamente redatte a scopo di copertura, sicché perseverando nel negargli il beneficio della buona fede essa sarebbe ulteriormente caduta in arbitrio, gli apprezzamenti sulla sua persona nulla togliendo al fatto che quelle lettere siano state redatte proprio per copertura. Ai suoi occhi, indipendentemente dalle qualità morali, i soldi trattati venivano reinvestiti nell'economia. Quanto ai commenti negativi sulla sua persona, essi conducono a una presunzione di colpevolezza lesiva del principio
in dubio pro reo
. Tant'è che, a dispetto di prove contrarie come le lettere di copertura, egli è stato arbitrariamente ritenuto colpevole.
Il ricorrente insorge altresì contro la malafede addebitatagli per avere egli agito nella presunta consapevolezza che il denaro riciclato sarebbe stato reinvestito in traffici di droga, obiettando che notoriamente i proventi del narcotraffico vengono impiegati in investimenti leciti. Proprio per tale motivo la giurisprudenza impone di distinguere nettamente tra riciclaggio di denaro e infrazione alla legge federale sugli stupefacenti, la mera possibilità che un trasferimento di denaro proveniente dal narcotraffico possa confluire in un futuro traffico di droga non bastando per ravvisare un finanziamento o un'intermediazione (neppure a livello colposo) a norma dell'art. 19 n. 1 cpv. 7 LStup. A suo modo di vedere perciò la sentenza impugnata non solo offende la giurisprudenza, ma connota un plateale arbitrio, giungendo ad affermare che, pur nell'ipotesi a lui più favorevole (ovvero nel caso in cui si trattasse di lettere di copertura), egli si sarebbe accomodato del fatto che almeno una parte dei soldi da lui trattati sarebbe stata reinvestita nel narcotraffico. Ciò significa ammettere la sua buona fede per un verso e negarla per l'altro. Nella misura in cui gli è sfavorevole, la sentenza impugnata non si fonda pertanto su alcuna reale risultanza, viola il precetto
in dubio pro reo
ed è arbitraria.
c)
Nonostante la diligenza argomentativa del ricorrente, le motivazioni della Corte non consentono di definire arbitraria la conclusione secondo cui le pretese lettere di copertura non bastano a “restituire la buona fede” dell'interessato. Che in un caso _ abbia cercato di reinvestire in una transazione commerciale lecita fondi riciclati, in effetti, non è di rilevanza tale per cui la Corte avrebbe dovuto – sotto pena di arbitrio – giungere a un altro esito, non potendo essa relegare in sott'ordine gli altri elementi di peso considerati nella sentenza. In effetti, gli indizi che _ riutilizzasse il denaro in nuovi traffici di droga erano a dir poco allarmanti. Il ricorrente non può quindi confortare la sua buona fede solo per essersi attivato una volta in vista di operare per lui un reinvestimento lecito. Il flusso di denaro oggetto di ripetuto riciclaggio era tale che, attuato per un importante narcotrafficante dedito al commercio internazionale di cocaina come attività principale (ciò che il ricorrente sapeva), non poteva semplicemente lasciar credere nel generico reimpiego dei fondi in operazioni lecite. E se si pensa che il ricorrente ha agito proprio per il capofila di un'organizzazione criminale, mal si comprende come egli potesse confidare in investimenti leciti. A torto perciò egli si duole di arbitrio e si vale del principio
in dubio pro reo
, ove appena si pensi che la Corte non lo ha condannato quantunque sussistessero dubbi rilevanti sulla sua colpevolezza. A torto dipoi egli fa carico alla Corte di avere disatteso la giurisprudenza del Tribunale federale. Dopo avere accertato, senza incorrere in arbitrio, che una parte del denaro riciclato è stata effettivamente immessa in un nuovo traffico di cocaina, la Corte ha ritenuto senza arbitrio che, nelle circostanze a lui note, il ricorrente non poteva disconoscere che _ reinvestisse in un nuovo traffico di droga la cospicua somma da lui consegnata il 6 agosto 1993 a _.
22.
Il ricorrente censura anche il dispositivo n. 1.2.5 della sentenza impugnata, che lo ritiene autore colpevole di riciclaggio in relazione a determinati suoi interventi per bonifici eseguiti da _ su un conto a lei intestato presso l'_. La Corte ha precisato che l'imputazione è quella contenuta al punto 3.9 dell'atto di accusa (riciclaggio aggravato), pur dovendosi considerare “che al punto 1.3 (...) il fatto di avere _ prestato consulenza nel contesto dell'operazione descritta al punto 3.9 dell'atto d'accusa ad _ e ad _ viene imputato all'accusato come un atto di sostegno ad un'organizzazione criminale e quindi come violazione dell'art. 260
ter
CP” (sentenza, pag. 173 in alto).
a)
Ciò premesso, la Corte ha ricordato che nei suoi verbali _ aveva riconosciuto – fra l'altro – che i capitali rimasti sui conti intestati alla sua defunta moglie _ presso l'_ provenivano dal narcotraffico da lui esercitato nei primi anni novanta. Nel 1997 lo stesso _ aveva deciso di lasciare tali fondi ai propri figli di primo letto. Non cognito della procedura da seguire per trapassare i fondi dalla moglie premorta ai figli, segnatamente alla figlia _ che avrebbe poi dovuto spartire il denaro con i fratelli, egli aveva chiesto consiglio all'avv. _, il quale lo aveva indirizzato dal ricorrente, di cui era diventato amico (sentenza, pag. 173). Dopo reticenze, nel suo verbale di polizia del 6 aprile 2001 il ricorrente ha ammesso di avere subodorato qualche cosa di illegale, in particolare che si trattasse di denaro proveniente dal narcotraffico, già al momento in cui l'avvocato _ lo aveva interpellato. Nel verbale del 20 luglio 2001 ha però ritrattato, negando di avere sospettato che l'operazione propostagli dal collega fosse correlata al traffico di droga. Al pubblico dibattimento egli ha ribadito tale versione.
La Corte non gli ha creduto, rilevando che nel verbale reso alla polizia il 25 luglio 2001 l'accusato – presente la rappresentante del suo patrocinatore – ha dichiarato di confermare quanto riferito nel verbale del 6 aprile precedente (sentenza, pag. 174 seg.). Pur dubitando dunque che si trattasse di denaro proveniente dal traffico di droga, egli ha assistito _, sia informandosi presso il funzionario di banca competente sui documenti necessari per eseguire il trapasso, sia quando si è trattato di trasferire all'estero parte dei fondi (sentenza, pag. 176). La Corte ha poi riprodotto il verbale in cui l'imputato dichiarava in buona sostanza di essere riuscito a estinguere il conto intestato a _ e a far confluire il saldo su un nuovo conto intestato alla figlia _, ammettendo di avere prelevato fr. 60'000.– per sé (di cui fr. 10'000.– a titolo di acconto). Dando seguito a taluni fax inviatigli da _, che allora si trovava in Venezuela e nel Messico, egli aveva preparato l'ordine di bonifico in favore della cliente, documento che _ ha sottoscritto e rispedito, sempre per fax. L'imputato ha girato l'ordine alla banca, seguendo indicazioni della banca stessa. Gli ordini si riferivano:
– a un fax del 23 gennaio 1998, con ordine di versare US$ 470'000.00 alla Banca di _, Caracas, e US$ 200'000.00 alla _, ordine eseguito il 27 gennaio 1998 con addebito di fr. 293'100.– e il 5 febbraio 1998 con addebito di fr. 688'785.–;
– a un fax del 4 febbraio 1998 per un'operazione di US$ 470'000.00 presso il Banco di _ (anch'essa eseguita);
– a un fax del 10 marzo 1998 riferito a un bonifico di US$ 50'000.– sul conto corrente di un istituto di credito in Florida, eseguito il 12 marzo successivo con relativo addebito.
Un quarto fax del 29-30 aprile 1998, allestito dal ricorrente e firmato da _ (non menzionato nel predetto verbale) riguarda un bonifico di US$ 30'000.00 a un conto in Messico intestato a _ (sentenza, pag. 176 seg.).
b)
La Corte ha prosciolto l'imputato da una parte degli addebiti prospettati nell'atto di accusa. Per il resto lo ha ritenuto colpevole di riciclaggio (semplice), dato il ruolo svolto nel trasferire del denaro all'estero. Pur riconoscendo che formale intestataria del conto n. _ era _, sola persona autorizzata a prelevare e a ordinare trasferimenti a debito del conto medesimo, la Corte ha rilevato che – come figura nell'atto di accusa – l'imputato ha reso possibile le operazioni incriminate. Egli ha assunto informazioni dal funzionario di banca _, mantenendo con lui i contatti, egli ha confezionato materialmente gli ordini di bonifico, che la cliente non sapeva compilare correttamente, egli ha inviato i documenti a _ per la firma, ricevendoli di ritorno e girandoli alla banca d'intesa con il funzionario di riferimento, egli ha accompagnato _ in banca per il prelevamento. Stando al verbale del 25 luglio 2001 – ha continuato la Corte – il ricorrente non si è limitato a interventi secondari o marginali nell'assistere _, ma si è attivato in modo determinante, decisivo e fondamentale. Donde la conferma dell'imputazione di riciclaggio di denaro (semplice) per avere concorso, con _, nel far pervenire complessivi fr. 1'459'480.70 di origine illecita alla famiglia _ (sentenza, pag. 178 seg.).
c)
Il ricorrente ribadisce che il suo operato non denota gli estremi di riciclaggio a norma dell'art. 305
bis
CP, infrazione commessa se mai da _, titolare e avente diritto di firma sul conto in debito al quale sono stati disposti i bonifici. Essa sola ha svolto gli atti determinati, decisivi e fondamentali, che le avrebbero consentito di raggiungere lo scopo anche senza gli interventi secondari di lui. Il ricorrente sostiene di essersi limitato a fatti materiali del tutto trascurabili, di pura esecuzione, senza rilievo concreto nemmeno sotto l'eventuale profilo di una complicità. Nel corso del dibattimento egli ha insistito su tale tesi, ribadendo che la soluzione adottata dalla prima Corte è contraria alla giurisprudenza del Tribunale federale. Così argomentando egli trascura però che il reato di riciclaggio è un reato di esposizione a pericolo astratto, punibile seppure l'atto vanificatorio non abbia raggiunto lo scopo (DTF 128 IV 17 consid. 7a pag. 131, 127 IV 20 consid. 3a pag. 26, 19 IV 59 consid. 2e pag. 64). Costituisce riciclaggio anche l'occultamento (DTF 127 IV 20 consid. 3, 122 IV 211 consid. 2b, 119 IV consid. 2c), l'investimento (DTF 119 IV 242 consid. 1d) e il cambio di valori patrimoniali in banconote di taglio diverso (DTF 122 iV 211 consid. 2c). Non configura riciclaggio, per contro, il semplice versamento su un conto bancario personale al proprio domicilio (DTF 127 IV 20 consid. 3a pag. 26, 124 IV 274 consid. 4) o il mero possesso o la custodia di valori (DTF 128 IV 117 consid. 7a pag. 131). Di regola, nondimeno, la nozione di atto di riciclaggio va interpretata estensivamente, nel senso che sotto l'art. 305
bis
CP ricade qualsiasi atto suscettibile di vanificare la confisca del bottino proveniente da un crimine (DTF 119 IV 59 consid. 2e pag. 64).
Dai vincolanti accertamenti della sentenza impugnata risulta che, quantunque non fosse il formale intestatario del conto e non avesse procura sul medesimo, il ricorrente ha gestito la situazione da padrone, favorendo con i propri consigli legali e con i propri interventi l'inesperta _, in specie mantenendo relazioni costanti con il funzionario di banca competente, preparando la documentazione necessaria per eseguire i bonifici e adoperandosi in modo decisivo per il trasferimento all'estero di parte dei fondi provenienti dal narcotraffico. Egli non si è quindi limitato a far confluire il denaro proveniente dal narcotraffico sul conto bancario della cliente (DTF 127 IV consid. 3a pag. 26), ma ha fatto sì che parte dei fondi fossero trasferiti all'estero, una volta liberati dal conto bancario di _ sul quale si trovavano, nella disponibilità di membri della famiglia _ per essere spartiti, conformemente alle disposizioni di _ (sentenza, pag. 179). Ritenendo il ricorrente colpevole di riciclaggio anche per tale fattispecie la Corte di assise non ha violato quindi il diritto federale.
23.
Il ricorrente chiede che in caso di accoglimento del ricorso la Corte di cassazione e di revisione penale proceda alla riforma della sentenza impugnata in virtù dell'art. 296 cpv. 1 CPP, riducendo la pena a suo carico da 14 a 5 anni di reclusione, computato il carcere preventivo sofferto. Il ricorso dovendo essere respinto, questa Corte non è abilitata però a sindacare la commisurazione della pena, come tale non contestata né nel memoriale scritto, né nel corso dell'odierno dibattimento. La reiezione del ricorso osta altresì a un diverso riparto delle spese processuali e della tassa di giustizia di prima sede (ricorso, punto 4.2).
24.
Gli oneri del giudizio odierno seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 combinato con l'art. 9 cpv. 1 CPP).