# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** dbde0469-a84b-5544-967d-b55fd25e69a7
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2015
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

ritenuto che
- con AA
49/2013 del 29 maggio 2013
, il procuratore pubblico ha messo in stato d’accusa dinanzi alla Corte delle assise correzionali di Mendrisio IM 1 siccome ritenuto colpevole di
1.
truffa
per avere,
a _, _ ed in altre imprecisate località,
a far tempo almeno dal mese di maggio 2001 e sino a gennaio
2004,
agendo nella sua qualità di gestore esterno sotto la ragione
sociale _, _ (società
radiata il 19 ottobre 2012), di cui era socio gerente,
allo scopo di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto,
ingannato con astuzia una terza persona, affermando cose false e dissimulando cose vere, nonché confermandone subdolamente l’errore, inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al suo patrimonio,
e meglio per avere,
ingannato con astuzia il cliente AP 1, cliente della _, società con cui l'imputato svolgeva la propria attività in campo finanziario, dissimulando cose vere e abusando subdolamente della sua fiducia, inducendolo in tal modo ad atti pregiudizievoli al proprio patrimonio, in particolare permettergli di continuare con la gestione, a scopo d'investimento, della sua
relazione accesa presso _, _,
configurandosi l'inganno astuto
-
nell'aver sottaciuto al cliente che, a far tempo dal 2001, la sua relazione aveva subito delle perdite e che le informazioni contenute nei documenti che gli consegnava, relativi alle performances realizzate ed alle situazioni patrimoniali, erano
fasulli almeno a far tempo dal maggio 2001;
-
nell'aver confortato il cliente, verbalmente nonché mediante documenti falsi, circa l'andamento positivo degli investimenti effettuati ed in corso, mentre che in realtà i risultati della gestione da parte dell'imputato erano negativi ed hanno dato luogo ad una diminuzione del patrimonio nel periodo di USD 380'730.48 (pari a CHF 572'276.00 al cambio medio del periodo, pari a 1,5031 (
cfr. www.oanda.com
)), impedendogli in tal modo di determinarsi con cognizione di causa sull'andamento della relazione, in particolare sulle perdite subite, impedendogli così di adottare eventuale misure;
-
nell'aver fatto credere che il portafoglio del cliente contenesse delle azioni _, apparentemente quotate in borsa ma che in realtà non solo non sono mai state quotate, ma anche sarebbero inesistenti, tanto che nemmeno l'imputato è stato in grado di dimostrarne l'esistenza;
cagionando in questo modo al cliente investitore AP 1, un danno effettivo di almeno USD 380'730.48 (pari a CHF 572'276.00 al cambio medio del periodo, pari a 1,5031 (
cfr. www.oanda.com
),
corrispondente alla differenza tra il valore in portafoglio nel momento in cui l'imputato ha consegnato al cliente il primo rendiconto falso, attestante performances migliori rispetto alla realtà, e il momento in cui il cliente si è effettivamente reso conto delle perdite subite,
alternativamente
amministrazione infedele qualificata
, siccome commessa per procacciare a sé e ad altri un indebito profitto,
per avere,
a _, _ ed in altre imprecisate località,
a far tempo almeno dal mese di maggio 2001 e sino a gennaio 2004,
agendo nella sua qualità di gestore esterno sotto la ragione sociale _, _ (società radiata il 19 ottobre 2012), di cui era socio gerente,
obbligato per negozio giuridico ad amministrare il patrimonio dei clienti,
ripetutamente ed intenzionalmente violato i propri doveri, omettendo di informare il cliente AP 1, aperta presso _, _, in merito all'esito di alcune operazioni d'investimento, in particolare omettendo di informarlo compiutamente circa le perdite subite, sottoponendo allo stesso situazioni patrimoniali contrarie alla realtà, alfine di sottacere l'esistenza delle perdite intervenute, impedendo in tal modo al cliente di determinarsi con cognizione di causa sulla reale situazione, impedendogli così di adottare eventuali misure,
alfine di continuare a gestire il patrimonio del cliente e effettuare nuovi investimenti, al solo scopo di ottenere un utile necessario per coprire le perdite e quindi di consentirgli di beneficiare personalmente della situazione, in quanto gli avrebbe permesso in futuro di beneficiare nuovamente del pagamento delle proprie commissioni di gestione, pagamento che era stato momentaneamente sospeso dall'imputato a causa del pessimo risultato delle operazioni d'investimento da lui effettuate, permettendo in tal modo che il patrimonio del cliente AP 1 venisse danneggiato per un importo complessivo di USD 380'730.48 (pari a CHF 572276.00 al cambio medio del periodo, pari a 1,5031 (cfr.
www.oanda.com
);
2. ripetuta falsità in documenti
per avere,
nelle circostanze di tempo e di luogo di cui al punto sub. 1, allo scopo di nuocere ai patrimonio altrui o di procacciare a sé e/o ad altri un indebito profitto,
formato documenti falsi, attestando in documenti, contrariamente alla verità, fatti di importanza giuridica, facendone altresì uso a scopo d’inganno,
e meglio per avere
allo scopo di perfezionare l'inganno astuto, di celare le perdite subite dal portafoglio, nonché di rassicurare il cliente circa l'andamento positivo degli investimenti e evitare cosi la richiesta di restituzione dei fondi,
allestito numerosi rendiconti fasulli, attestanti contrariamente al vero l'esistenza di operazioni di investimento e di utili, inserendo negli stessi dei titoli in realtà rivelatisi inesistenti, consegnandoli al cliente investitore AP 1,
fatti avvenuti
: nelle circostanze di luogo e di tempo indicate;
reati previsti
: dagli art. 146 cpv. 1 CP, art. 158 cifra 1 cpv. 3 CP, art. 251 cifra 1 CP;
Nella fase introduttiva del processo di prime cure, il presidente di quella Corte ha proposto delle modifiche del punto n. 1 dell’AA, accettate dalle parti (sentenza impugnata, pag. 4), e meglio:
- il periodo determinante è stato precisato nel lasso di tempo dal
18 maggio 2001 al 12 gennaio 2004, invece del generico da maggio 2001 sino a
gennaio 2004;
- alle località è stata aggiunta quella di Lugano;
- è stato precisato che
la relazione AP 1 è stata accesa presso _ _.
Con sentenza 1. dicembre 2014, la Corte delle assise correzionali di Mendrisio ha prosciolto IM 1 da ogni accusa e ne ha decretato l’indennizzo ex art. 429 cpv. 1 lett. a CPP per un importo di fr. 13'407.10, IVA compresa, per spese legali, oltre interessi del 5% a partire dal 1. dicembre 2014 su fr. 12'414.-.
Inoltre, è stato riconosciuto l’accollo allo Stato delle spese per la difesa d’ufficio dell’imputato ed è stata tassata la nota d’onorario dell’avv. DI 1;
preso atto che
- contro la sentenza della Corte delle assise correzionali, l’accusatore privato ha tempestivamente annunciato di voler interporre appello.
Dopo avere ricevuto la motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di appello 23 febbraio 2015, egli ha dichiarato di impugnare l’intera sentenza assolutoria, chiedendone l’annullamento, con conseguente condanna di IM 1 per i reati previsti dall’atto d’accusa ed il riconoscimento delle pretese di diritto civile così come indicate al consid. n. 11 della sentenza impugnata. Inoltre, ha precisato che in ogni caso non dovrebbe venire riconosciuto a IM 1 un indennizzo ai sensi dell’art. 429 CPP, essendo pacifico che egli ha provocato con un comportamento illecito e colpevole l’apertura del procedimento penale ai sensi dell’art. 430 cpv. 1 lett. a CPP: un suo ipotetico proscioglimento sarebbe spiegabile solo con ragioni tecniche o procedurali ma non certo per insussistenza di un comportamento illecito o colpevole, che invece sarebbe chiaro ed innegabile, come emerge sia dal rapporto EFIN che dalle ammissioni dello stesso imputato;
- dando seguito all’ordinanza della presidente di questa Corte, nel termine impartito, l’appellante ha chiesto, quale prova da assumere in appello, di interrogare nuovamente l’imputato. Con decreto 10 giugno 2015, l’istanza probatoria è stata respinta e, di conseguenza, è stato fissato un nuovo termine alle parti per esprimere il loro eventuale consenso allo svolgimento del procedimento in procedura scritta, proposta alla quale tutte le parti hanno aderito;
- con scritto 21 luglio 2015, l’appellante ha prodotto le proprie motivazioni ricorsuali, premettendo che il giudice di prime cure ha rettamente rilevato che l’amministrazione infedele semplice sarebbe stata pacificamente adempita nel caso di specie ma che, tuttavia, l’azione penale è ormai prescritta. A suo dire, vi sono, comunque, gli estremi per una condanna per il reato qualificato, avendo IM 1, con il suo comportamento illecito, perseguito, e almeno in una certa misura ottenuto, un indebito profitto, in parte come incassi di management fees da parte di _, in parte facendosi retrocedere
“determinati titoli”
, in parte come crediti che ha continuato a maturare nei confronti del mandante con le operazioni condotte, in parte come diminuzione dei passivi ed infine anche come
“salvaguardia”
della possibilità di continuare ad operare e guadagnare su altri clienti della banca, cosa che la scoperta degli illeciti avrebbe compromesso impedendogli di continuare l’attività di gestore esterno di _. Essendo dato il requisito dell’indebito arricchimento, l’imputato dovrebbe, quindi, essere condannato per una delle due imputazioni alternative di truffa o di amministrazione infedele qualificata.
Con riferimento alla falsità in documenti, osserva come la bugia scritta sia sfociata in reato e come il prevenuto abbia approfittato della particolare fiducia in lui riposta dal cliente che lo aveva scelto come gestore esterno anche per le comuni idee e convinzioni religiose (frequentavano lo stesso _ in _).
Per il resto, conferma il richiamo del consid. 11 della sentenza impugnata per le pretese di indennizzo e la richiesta di non concedere, in ogni caso, a IM 1 un indennizzo ex art. 429 CPP in quanto sarebbero dati i presupposti di applicazione dell’art. 430 cpv. 1 CPP, essendo il proscioglimento fondato su ragioni tecniche, nonostante egli abbia indubbiamente commesso illeciti;
- con lettera 27 luglio 2015, il giudice di prime cure ha dichiarato di non aver particolari osservazioni e di rimettersi al giudizio di questa Corte. Lo stesso ha fatto il procuratore pubblico con scritto 4 agosto 2015;
- nel suo scritto 12 agosto 2015, l’imputato ha chiesto, nella misura della sua ammissibilità, la reiezione integrale dell’appello e la conferma della sentenza di assoluzione. In primo luogo, ha osservato come non sia corretto quanto sostiene il ricorrente circa il riconoscimento da parte del giudice di prime cure dell’esistenza dei presupposti per la condanna per amministrazione infedele semplice, reato non contemplato dall’atto d’accusa ed in ogni caso prescritto. Merita, a suo avviso, conferma, per contro, la conclusione per cui la truffa e l’amministrazione infedele qualificata non sono date già perché egli non ha agito con l’intento di procurare a sé o ad altri un indebito profitto. Le doglianze avanzate da AP 1 non sono che bizzarre teorie su fantomatici profitti dell’imputato, che non si confrontano con le argomentazioni della decisione in questione. Anche in merito alla falsità in documenti, l’appello sarebbe generico, non sufficientemente motivato e privo di riferimenti alle argomentazioni di fatto e di diritto esposte nel giudizio impugnato. Per ciò che concerne, poi, la contestazione dell’indennità ex art. 429 CPP, l’appello sarebbe irricevibile, poiché l’accusatore privato non è legittimato ad impugnarla. In conclusione, postula il riconoscimento di fr. 2'841.10 a titolo di indennità d’appello;
ritenuto
L’accusato
1. IM 1
,
cittadino _, nato l’_ a _, ha così illustrato il suo curriculum:
“
Sono nato l’_ a _. Ho due fratelli. lo sono l'ultimogenito. Mio padre era
direttore della _, mentre mia madre era casalinga, ho frequentato le scuole
dell'obbligo a _. Dopo le scuole secondarie ho frequentato l'_,
scuola di commercio, in _. Ho ottenuto il diploma, ho frequentato l'università di _
in _ (_). Mi sono poi trasferito negli Stati Uniti,
dove per circa un anno ho lavorato per le Nazioni Unite. Sono, quindi, rientrato in
Svizzera, dove ho svolto l'attività di General Manager per la società _, per
-
circa una
decina di anni. Durante la mia attività sono stato uno dei fondatori della _
. Mi sono poi trasferito in Nuova Zelanda dove sono rimasto per circa due anni e mezzo ed ho lavorato per una banca. Mi sono poi trasferito a Londra dove ho lavorato quale consulente per una banca. Nell'ambito del mio soggiorno a Londra ho subito un
procedimento penale dal quale sono stato completamente prosciolto in quanto il fatto
non sussisteva. Dal 1980 ho iniziato la mia attività di lnvestment Banking negli Stati
Uniti e in Svizzera in seguito. Questo fino a quando ho fondato la _, se non
sbaglio agli inizi anni 1990, con la quale ho iniziato l'attività di gestore. Avevo circa una
trentina di clienti e gestivo un patrimonio di 30/50 mio USD. Questa attività l'ho
mantenuta fino al momento in cui ho chiuso i miei rapporti con _, se non sbaglio nel
2004. Da quel momento sono pensionato. Ho continuato comunque a svolgere delle
attività, in particolar modo nel settore delle energie rinnovabili, sono diventato membro del Board of governors della _, chairman della _
e mi sono occupato dei sistemi educativi, in particolar modo i
n Africa ed in India.
Mi sono sposato il 18 maggio 1987. Non ho avuto figli. Mia moglie è ristoratrice.” (MP IM 1 5 dicembre 2012, AI 86, pag. 7).
Al processo di primo grado, dopo aver confermato queste dichiarazioni, il prevenuto ha precisato che dal 2012 non ha nessuna attività ed è in pensione, con un’indennità AVS di fr. 325.- al mese. Vive in un appartamento di un locale e mezzo, pagando un affitto di fr. 400.- mensili, per il pagamento del quale è aiutato dalla moglie. Non ha nessuna sostanza, avendo consumato tutti i suoi risparmi a partire dal 2003, quando la sua situazione economica è peggiorata.
La moglie ha una pizzeria a I-Cadorago, ove lui si reca tutte le sere a lavorare come tuttofare, percependo un importo mensile medio di euro 1'000.-/1'500.- (VI dibattimento di prime cure, pag. 1).
I fatti
2. AP 1
è un imprenditore italiano che nel 1978 ha costituito una società attiva nel settore delle promozioni commerciali, della quale era amministratore unico. Nello stesso periodo, cioè a fine anni ’70, egli ha iniziato ad intrattenere relazioni bancarie con la Svizzera, ove ha esportato capitali con lo scopo di crearsi dei risparmi per la vecchiaia (MP AP 1 15 luglio 2008, AI 19, pag. 2).
Nel 1997 egli ha conosciuto l’imputato in occasione di un ritiro spirituale in un _ a _ in India con Sai Baba. Circa un anno dopo, AP 1 ha aperto una nuova relazione bancaria, denominata AP 1, presso l’_ ed ha incaricato IM 1 della sua gestione, concedendogli, il 18 dicembre 1998, procura amministrativa sul conto, con la facoltà di eseguire investimenti e disinvestimenti, ma non di effettuare prelevamenti non autorizzati (allegato alla querela, AI 1).
Il capitale girato sul conto AP 1 dall’accusatore privato è stato di USD 678'515.- (AI 1).
Il prevenuto ha, da quel momento, gestito gli averi depositati sul conto in questione, collocandoli in vari titoli azionari, obbligazionari e in fondi d’investimento che, al 18 maggio 2001, avevano raggiunto complessivamente un valore di fr. 892'866.54 (estratto bancario allegato alla querela, AI 1).
La corrispondenza bancaria non veniva ricevuta dal titolare, ma dal gestore esterno, rispettivamente rimaneva in banca. L’imputato sottoponeva, tuttavia, regolarmente a AP 1 degli estratti conto anonimi, allestiti su carta bianca.
Il mandato conferito all’imputato con contratto del 18 dicembre 1998 (allegato all’AI 1) lo autorizzava a disporre in misura illimitata del patrimonio del cliente (
“ad amministrare senza restrizioni i valori patrimoniali contabilizzati”
) e a muoversi con operazioni ad alto carattere speculativo. AP 1 e l’imputato non hanno in effetti concordato, nemmeno al di fuori del contratto scritto, alcun particolare limite al mandato, né alcun tipo di profilo d’investimento, tanto che lo stesso accusatore privato ha ammesso che il suo consulente aveva
“carta bianca”
(MP di confronto 14 febbraio 2012, AI 66, pag. 7).
Con la sottoscrizione del documento del 18 dicembre 1998, AP 1 ha confermato - come si legge esplicitamente nelle clausole in esso contenute - di essere stato informato che
“i summenzionati strumenti finanziari derivati e a termine non sono utilizzati unicamente a fini di garanzia e che a seconda del prodotto e della strategia il rischio delle perdite può essere notevole”
nonché che le
“operazioni con strumenti finanziari derivati e a termine eseguite dal mandatario avvengono a rischio del mandante.”
Il cliente ha pure confermato, firmando il contratto, di conoscere il funzionamento degli strumenti derivati e delle borse.
3.
Dal rapporto dell’Equipe finanziaria (EFIN) del 20 luglio 2012 (AI 75) emerge come le situazioni patrimoniali sottoposte da _ (e, quindi, da IM 1) al cliente fossero sostanzialmente diverse da quelle ufficiali e reali di _. In particolare, i documenti allestiti dall’imputato mostrano una situazione del conto piuttosto stabile, quindi rosea, mentre nella realtà il valore dello stesso è gradualmente diminuito sino ad arrivare, il 12 gennaio 2004, a USD 228'443.60 (AI 75, pag. 8).
La differenza tra la situazione sottoposta al cliente e quella reale, sempre inferiore, è aumentata gradualmente, per superare abbondantemente il mezzo milione di USD (AI 75, pag. 9).
Il risultato maggiorato era dovuto, tra le altre cose, a:
-
saldi errati;
-
a indicazioni di titoli con corso maggiorato con conseguente sopravvalutazione;
-
quantità di titoli indicata maggiore di quella reale (in due casi);
-
presenza solo sulle situazioni patrimoniali rilasciate da IM 1 di titoli _ anche dopo che essi sono stati venduti;
- presenza solo sugli estratti rilasciati dal prevenuto dei titoli _ e _, non quotati in borsa e non contabilizzati da _ (AI 75, pag. 6 seg.).
Le ricerche effettuate dall’EFIN non hanno permesso di appurare se i titoli _ e _ esistessero realmente o meno (AI 75, pag. 7).
Questi due titoli, oltre a _, anch’esso presente nelle situazioni patrimoniali di _, non sono mai stati, di fatto, quotati ufficialmente e quindi mai realmente monetizzabili (AI 75, pag. 9).
4.
Nella sentenza di prime cure sono stati esposti i seguenti accertamenti, condivisi dalla scrivente Corte:
“a) che i presunti reati di cui ai punti (di seguito solo pti.) 1, nella sua doppia variante, e 2 dell'AA sarebbero eventualmente avvenuti dal 18 maggio 2001 (data del primo rendiconto agli atti della relazione AP 1, VI PP AP 1 15.7.2008 all. 1 e Al 1 pag. 1) al 12 gennaio 2004 (data dell'ultimo rendiconto agli atti così come allestito da IM 1, VI PP AP 1 15.7.2008 all. 1 e Al 1 pag. 4);
b) che almeno il 12 aprile 2002 AP 1 ha sottoscritto una dichiarazione in cui attesta di aver "preso visione delle posizioni titoli e dei saldi" del suo conto AP 1, il cui importo in conto corrente, in obbligazioni e come controvalore titoli corrisponde esattamente al relativo estratto patrimoniale di _ a tale data (VI PP IM 1 28.9.2011 doc. 3);
c) che perlomeno il 12 aprile 2002, il 16 dicembre 2002 e 27 giugno 2003 AP 1 ha direttamente ordinato a _ tre diversi bonifici (Al 28), di cui quello del 16 dicembre 2002 eseguito su un ordine di pagamento della stessa banca (AI 28), da cui il dover concludere che, perlomeno quel giorno, AP 1 si trovasse presso gli uffici di un'agenzia _ di _, ciò che è peraltro confermato anche da _ (di seguito solo _) nel suo VI PP 16.12.2010 secondo cui "
D: il cliente AP 1 Le ha mai chiesto ragguagli in merito alla situazione del suo conto (stato patrimoniale del conto/andamento degli investimenti)? Se sì, quando, rispettivamente, con quale frequenza le chiedeva queste informazioni? R: che io ricordi, lo ha fatto nel 2002 quando si è presentato in banca per firmare l'ordine di bonifico di
€
400'000.- del 16 dicembre 2002. D: corrisponde al vero, come sostenuto da IM 1, che il cliente AP 1 si era incontrato con Lei in più occasioni, prendendo visione dei suoi estratti conto? R: non ricordo. Ribadisco di ricordare di avere avuto contatti con il cliente a far tempo dal 2002
" (VI PP _ 16 dicembre 2010 pag. 2 e 3);
d) che, a parziale comprova di quanto indicato al cons. 3, perlomeno i titoli fuori mercato _ furono acquistati col consenso di AP 1, visto che già il 10 gennaio 2000 ne ordinò il relativo acquisto per USD 5’000.- (Al 28);
e) che dal 16 gennaio 2002 l'imputato non ha volutamente più richiesto le commissioni in suo favore per la gestione della relazione AP 1 (Al 94), mentre che in forza all'Al 94 e al suo scritto 25.11.2014 (doc. TPC 19) è la stessa PP a fissare in complessivi € 3’984.-
[recte: USD 3'984.-]
le commissioni da lui conseguite nel periodo maggio/giugno 2001 (€
[recte: USD]
1'034.-) rispettivamente per i mesi di luglio 2001/gennaio 2002 (€
[recte: USD]
2’950.-), ritenuto che la pubblica accusa non è riuscita a documentare alcun incasso da parte di IM 1, che del resto Io nega (cons. 3), di qualsivoglia retrocessione per tutto il periodo indicato nell'AA;
f) che anche solo partendo dalle sue dichiarazioni nei VI PP 15 luglio 2008 a pag. 4 e dal riacquisto da parte di IM 1, dopo il gennaio 2004 (pto. 1 dell'AA), dei titoli fuori mercato _ comperati il 27 giugno 2003 al costo di € 10'000.- (Al 75 pag. 8), l'AP (art. 118 segg. CPP) avrebbe conseguito un utile, o perlomeno una diminuzione del suo passivo, di € 10'000.-, pari a USD 12’400.- (Al 75 pag. 8), senza altresì dimenticare, sempre a dire di AP 1, l'ulteriore consegna fattagli dall'imputato di € 12'500.-, vuoi per contanti o per bonifico (VI PP AP 1 15.7.2008 pag. 4);
g) che gli asseriti documenti falsi di cui al pto 2 dell’AA sono quelli indicati a pag. 2 dello scritto 25 novembre 2014 del PP (doc. TPC 19) e meglio i rendiconti della relazione AP 1 del 18 maggio 2001, 27 febbraio 2002, 9 aprile 2002, 4 giugno 2002, 12 settembre 2002 e 28 gennaio 2003 (per un
esemplare si veda VI PP AP 1 15.7.2008 all. 1), 12 giugno 2003 (per
un esemplare si veda VI PP IM 1 12.12.2008 all. 1),
16 dicembre 2003 e 12 gennaio 2004 (per un esemplare si veda VI PP AP 1
15.7.2008 all. 1).” (sentenza impugnata, consid. 4, pag. 8 segg.).
5.
Sulla scorta delle risultanze di causa, il giudice unico di prima istanza ha così argomentato il proscioglimento da ogni accusa:
“
Ciò posto, gli atti evidenziano manifestamente come questo presupposto di legge non sia, nei fatti, assolutamente adempiuto. A fronte di un presunto indebito profitto di al massimo € 3984.- (cons. 4e), l'imputato, considerando anche solo le stesse dichiarazioni di AP 1 (cons. 4f), anche se le sue sono sicuramente a lui più favorevoli (cons. 3), avrebbe rimborsato all'AP (ad. 118 segg. CPP) almeno € 18'516.- in più (€ 10000.- + € 12'500.- ./. € 3'984.-). Non solo allora, per IM 1, non vi sarebbe stato alcun indebito profitto a seguito della sua gestione patrimoniale della relazione AP 1 nel periodo 18.5.2001/12.1.2004 (cons. 4a), ma addirittura una perdita. Ne deriva, quindi, il suo proscioglimento (VD all. 2 pag. 1 pto. 1) dai reati alternativi (...) di truffa (...) ed amministrazione infedele qualificata (...) potendo egli, limitatamente a quest’ultimo reato, contestualmente invocare, per quanto perseguito a titolo di commissioni nel periodo 18 maggio 2001/12 gennaio 2004 (consid. 4a), anche una forma di Ersatzbereitschaft compensatoria (...) con l’importo già rimborsato a AP 1 (consid. 4e e 4f).
(...) A titolo abbondanziale e limitatamente alla principale ipotesi accusatoria di truffa (ad. 146 cpv. 1 CP) di cui al pto. 1 dell'AA, per la Corte non sarebbe comunque neppure dato l'ulteriore presupposto oggettivo dell'inganno astuto (...) avendo AP 1 disatteso, tenuto conto di tutte le circostanze del caso e del suo grado di preparazione, le più elementari misure di prudenza (...). AP 1 avrebbe, infatti, potuto andare in qualsiasi momento in _ - tanto più che IM 1 mai glielo impedì, nemmeno facendo uso del loro innegabile e non contestato rapporto di fiducia, circostanza che, comunque, se presa a sé stante non è di per sé sufficiente per l'ammissione del reato - ciò che l'AP ha d'altronde effettivamente fatto sicuramente il 16 dicembre 2002 (cons. 4c), ma forse anche il 12 aprile 2002 (cons. 4b), con la possibilità di verificare l'esatto saldo della relazione AP 1 e confrontarlo con i rendiconti presentatigli dall'imputato (cons. 3 e 4g), constatando quindi - malgrado il diverso dire di IM 1, che sostiene che l'AP ne fosse stato sempre informato (VD pag. 3) - che i titoli _ non potevano essere nel suo portafoglio perché fuori mercato. In ogni caso, perlomeno per i titoli _ e _, fu Io stesso AP a ratificarne l'acquisto (cons. 3), ciò che esclude che possa invocare per queste due posizioni un qualsivoglia inganno astuto a suo danno.
(...) Per la Corte i rendiconti della relazione AP 1 allestiti dall’imputato (consid. 4g) non possono essere considerati dei documenti destinati e atti a provare un fatto di portata giuridica ai sensi dell’art. 110 n. 4 CP (...) in quanto, trattandosi di falsi ideologici, assolutamente sprovvisti di un valore probatorio accresciuto, di una capacità particolare di convincere e/o di una garanzia speciale di veridicità (...). Ricordato che la cosiddetta menzogna scritta trascende in reato solo ove, dal profilo oggettivo, il documento goda di particolare credibilità per il valore che la legge gli conferisce (ad esempio un bilancio, un conto economico o un inventario, DTF 132 IV 12, 129 IV 53, 125 IV 17, 117 IV 35, sentenza non pubblicata del TF 6B.406/2008 - 6B.425/2008 del 12.12.2008, doc. dibattimentale, di seguito solo dib., 1 e VD all. 1 pag. 4) o per la persona che lo ha redatto, la cui posizione deve essere analoga a quella di un garante, come può esserlo un funzionario, un notaio, un medico, un architetto, ecc.. (...), in concreto non si può di certo dire che tutti i rendiconti (cons. 4g) presentati all'AP (art. 118 segg. CPP) proprio per come erano stati preparati ed allestiti dall'imputato - già solo perché fatti su carta non intestata, non firmati o timbrati e concepiti o strutturati differentemente a dipendenza del programma utilizzato (...) - rispettivamente perché emessi da una persona che, a differenza del caso in DTF 120 IV 361 (funzionario di banca gerente di patrimoni con mansioni direttive che inviava ad un cliente della banca una lettera con dati menzogneri sul suo conto), non aveva - in quanto gestore patrimoniale indipendente ed esterno all'istituto bancario - la necessaria qualità di garante nei confronti dei propri clienti, a maggior ragione se, come AP 1, assolutamente non ignari di investimenti e/o di operazioni bancarie (VI PP IM 1 28.9.2011 pag. 2 e 3, _ 16.12.2010 pag. 2 e Al 28). Da ciò ne consegue il proscioglimento di IM 1 dal reato di cui al punto 2 dell'AA (VD all. 2 pag. 1 pto. 1).” (sentenza impugnata, consid. 6, 7 ed 8, pag. 10 segg.).
Deciso il proscioglimento, la Corte non è entrata nel merito delle pretese di indennizzo avanzate dall’AP per complessivi fr. 513'655.- (sentenza impugnata, consid. 11, pag. 14).
Truffa e amministrazione infedele qualificata
6.
Con l’appello, l’accusatore privato ha chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado e la condanna dell’imputato per uno dei reati alternativi indicati nell’atto d’accusa.
Giusta l’art. 146 cpv. 1 CP si rende colpevole di
truffa
ed è punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria chiunque, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, inganna con astuzia una persona affermando cose false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente l’errore inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio o altrui. Un inganno astuto è dato quando l'autore ordisce un tessuto di menzogne oppure fa capo a particolari manovre fraudolente o ad artifici (DTF 128 IV 18 consid. 3a pag. 20, 126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 122 IV 197 consid. 3d pag. 205, 119 IV 28 consid. 3a pag. 35), come pure quando rilascia false indicazioni la cui verifica è impossibile, difficile o non ragionevolmente esigibile dalla controparte, oppure quando impedisce alla controparte di verificare o prevede che la controparte rinuncerà a verificare in virtù di uno specifico rapporto di fiducia (DTF 133 IV 256 consid. 4.4.3 pag. 263, 128 IV 18 consid. 3a pag. 20, 126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 125 IV 128 in alto con rinvio).
L'astuzia non è, invece, data quando la vittima avrebbe potuto evitare l’inganno con un minimo d’attenzione o di prudenza. Non è, però, necessario, perché ci sia truffa, che la vittima abbia dato prova della più grande diligenza e che abbia fatto ricorso a tutte le misure di prudenza possibili. Il punto, quindi, non è di sapere se la vittima ha fatto tutto ciò che poteva per evitare di essere ingannata poiché l’astuzia è esclusa soltanto quando la vittima è corresponsabile del danno poiché non ha fatto uso delle misure di prudenza elementari imposte dalle circostanze (DTF 133 IV 256 consid. 4.4.3 pag. 263; 128 IV 18 consid. 3a pag. 20; 126 IV 165 consid. 2a pag. 171 con rinvio; STF 6B_558/2009 del 26 ottobre 2009; 6B_409/2007 del 9 ottobre 2007; 6S.417/2005 del 24 marzo 2006).
Il TF ha, per esempio, avuto modo di negare il presupposto dell’inganno astuto in una fattispecie nella quale la vittima - una banca - avrebbe potuto scoprire l’inganno ove appena si fosse attenuta alle più elementari misure di prudenza (DTF 119 IV 28). Diversamente il TF ha deciso in un caso in cui la vittima, un disabile psichico, non poteva riconoscere una frode normalmente ravvisabile da terze persone (DTF 119 IV 210) e nel caso di un autore che aveva approfittato finanziariamente di connazionali inesperti, in stato di dipendenza, di subordinazione e di bisogno (DTF 120 IV 186).
In sintesi, quindi, secondo la giurisprudenza del TF, l’accertamento dell’estremo dell’inganno astuto non si risolve tanto chiedendosi se una persona di media esperienza o capacità sarebbe stata in grado di subodorare la frode, quanto esaminando caso per caso le circostanze concrete (CCRP 14 novembre 1996 in re M. consid. 10b; 22 novembre 1996 in re E.P., A.P., E.F. consid. 9a).
Va, qui, ancora rilevato che il TF ha avuto modo di precisare che con il principio secondo cui alla vittima incombe un certo dovere di prudenza non si è inteso elevare particolarmente la soglia dell’astuzia e incoraggiare l’impunità di coloro che ricorrono alla frode confidando che il giudice li prosciolga in base a una sempre esistente possibilità astratta di verifica o controllo ritenuto come diversamente si correrebbe il rischio
“... da un canto, di paralizzare, senza sufficiente giustificazione, una normale attività bancaria, finanziaria, amministrativa e commerciale (...) e, dall’altro, di contraddire il principio della colpevolezza soggettiva, ossia riferita all’intenzione dell’agente, che regge il diritto penale svizzero, e di favorire, di conseguenza, la commissione di attività concepite dagli stessi autori come truffaldine”
(STF 10 giugno 1999 in re L.S., consid. 5). Questo principio, dunque, va applicato dando prova di rigore e di prudenza ritenuto peraltro, ancora, che, di regola, l’attitudine sconsiderata della vittima può essere d’ostacolo al riconoscimento dell’inganno astuto soltanto nel caso in cui essa non si trovi in una condizione di inferiorità rispetto all’autore. Decisiva, al proposito, è la situazione concreta, segnatamente l’esigenza di protezione della vittima, nella misura in cui l’autore ne conosce i limiti e li sfrutta a suo favore (STF 6S.168/2006 del 6 novembre 2006 consid. 1.1, 1.2, 1.3; STF 25 ottobre 2001 non pubblicata; STF 24 febbraio 2000 in RVJ 2000, p. 310).
7.
Giusta l’art. 158 cifra 1 CP, si rende colpevole di
amministrazione infedele
chi, obbligato per legge, mandato ufficiale o negozio giuridico ad amministrare il patrimonio altrui o a sorvegliarne la gestione, mancando al proprio dovere, lo danneggia o permette che ciò avvenga.
La sanzione è la pena detentiva sino a tre anni o la pena pecuniaria (art. 158 n. 1 cpv. 1 CP). Per il terzo capoverso del citato disposto, il giudice può pronunciare una pena detentiva da uno a cinque anni se il colpevole ha agito per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto.
L’adempimento della fattispecie di base presuppone la realizzazione di tre condizioni oggettive ed una soggettiva: è necessario che l’autore abbia avuto una posizione di gerente (Forum Poenale 2/2011, pag. 69 segg. ed ivi ripresa sentenza del Bezirksgericht di Zurigo, 9. Abteilung, del 3 settembre 2010, con riferimenti dottrinali), che egli abbia violato un obbligo che gli incombeva nell’ambito di tale funzione, che ne sia risultato un pregiudizio e che egli abbia agito intenzionalmente o con dolo eventuale (Bernard Corboz, op. cit., n. 2 segg. ad art. 158; Niggli, Basler Kommentar, n. 9 segg. ad art. 158; Stefan Trechsler, Praxiskommentar, n. 2 segg. ad art. 158; DTF 123 IV 17, 122 IV 279 e 120 IV 190).
L’art. 158 CP punisce l’uso infedele di un potere di amministrazione o di sorveglianza: si parla di “
Treubruch
” da parte di chi ha una “
Garantenstellung
” nei confronti della vittima, vale a dire ha assunto un ruolo di garante.
Perseguita è la violazione intenzionale dei doveri di amministrare e di sorvegliare che derivano dalla legge, da un mandato ufficiale o da un negozio giuridico (Mauro Mini, La legge sull’esercizio delle professioni di fiduciario, 2002, p. 225 e 226 e riferimenti).
L’autore deve, così, essere tenuto a gestire gli interessi pecuniari altrui o a sorvegliarne la gestione. E’, quindi, necessario che egli abbia un dovere di amministrazione o di tutela.
Gestore ai sensi della norma è colui che dispone di sufficiente indipendenza nel senso di un potere di amministrazione autonomo sul patrimonio affidatogli (DTF 129 IV 124 consid. 3.1,
123 IV 17
consid. 3b,
120 IV 190
consid. 2b). E’, dunque, indispensabile, affinché vi sia gestione ai sensi dell’art. 158 CP, che il gestore goda di un’autonomia sufficiente su tutto o su parte del patrimonio altrui, sui mezzi di produzione o sul personale di un’azienda (STF del 2 febbraio 2009, 6B_931/2008, consid. 2.1; DTF 123 IV 17 consid. 3b; 120 IV 190 consid. 2b).
La norma in questione precisa che il dovere di gestione o di salvaguardia di interessi pecuniari altrui può derivare dalla legge, da un mandato ufficiale, da un negozio giuridico o anche da una gestione d’affari senza mandato (FF 1991 II 1018; per esempi concreti cfr. Stratenwerth/Jenny/Bommer, Schweizerisches Strafrecht, BT I, 7° ed., Berna 2010, § 19 n. 10). Quest’ultima possibilità concerne in modo particolare i casi in cui il gerente prosegue la propria attività dopo la morte del mandante, senza essere al beneficio di un valido mandato post mortem.
Il potere di amministrazione autonomo sui beni affidati può manifestarsi sia attraverso la stipulazione di atti giuridici, sia con l’obbligo di difendere, sul piano interno, precisi interessi patrimoniali, sia, infine, con il compimento di atti materiali (“
Geschäftsführer im Sinne von Art. 159 aStGB ist, wer in tatsächlich oder formell selbständiger und verantwortlicher Stellung im Interesse eines andern für einen nicht unerheblichen Vermögenskomplex zu sorgen hat.
Geschäftsführer ist nicht nur, wer Rechtsgeschäfte nach aussen abzuschliessen hat, sondern auch, wer entsprechend seiner Fürsorgepflicht im Innenverhältnis für fremde Vermögensinteressen sorgen soll”
, STF 18 gennaio 2003, 6S.711/2000, consid.
4.3.; DTF 123 IV 17 consid. 3b).
Un gestore patrimoniale è il classico caso di persona tenuta in base ad obblighi contrattuali a tutelare gli interessi pecuniari altrui (DTF 120 IV 190 consid. 2b).
Perché vi sia reato, il gestore deve aver trasgredito ad un dovere che gli incombe in tale sua qualità (DTF 120 IV 190). Per stabilire se vi è stata una trasgressione, occorre preliminarmente determinare in maniera concreta i contenuti dell’obbligo o, detto altrimenti, stabilire quale comportamento avrebbe dovuto adottare l’autore. Nell’effettuare questo esame bisogna, tra le altre cose, chiarire se egli era tenuto a conservare il patrimonio oppure se era chiamato a fare in modo che esso aumentasse.
Atti conformi ai doveri di gestione possono anche comportare l’assunzione di rischi, la cui concretizzazione non ne rappresenta una violazione (Corboz, op. cit., n. 8 ad art. 158). In effetti, le attività commerciali e di amministrazione di capitali sono sovente e per la loro stessa natura soggette al pericolo di una perdita finanziaria, per cui agire correndo questo rischio può essere conforme al mandato o agli impegni assunti (DTF 105 IV 89, consid. 2b e 2c). In tal senso, dunque, può risultare addirittura contrario ai doveri contrattuali, rispettivamente legali, tralasciare l’adozione di una disposizione rischiosa (Stratenwerth/Jenny/Bommer, op. cit., § 19, n. 13).
In simili situazioni, non si può decretare una condanna ai sensi dell’art. 158 CP nemmeno nel caso in cui l’operazione si concluda con un esito negativo.
Gli obblighi di amministrare e sorvegliare richiedono l’adempimento di atti tendenti alla tutela degli interessi patrimoniali altrui (Mauro Mini, op. cit., pag. 227 e riferimenti).
Non ogni inadempimento contrattuale realizza la fattispecie dell’art. 158 CP: penalmente perseguibile è la violazione di un obbligo principale da parte dell’autore, mentre quella di semplici doveri accessori non realizza il reato (Mario Postizzi, Contratto di Mandato e reato per omissione, in CFPG, Basilea 2009, n. 43, pag. 192).
Esempi di trasgressione dei doveri di gestore sono, tra gli altri, l’utilizzo contrario alle regole di un patrimonio affidato, come l’impiego non dichiarato di manodopera subordinata all’autore per suoi scopi privati o a favore di un’altra ditta (DTF 81 IV 280 seg.), il mancato incasso di tasse dovute e pagabili da parte di un segretario comunale (DTF 81 IV 232), la trascuranza volontaria della promozione della vendita dei prodotti in un chiosco (DTF 86 IV 15), la conclusione di contratti per proprio conto o a favore di terzi concorrenti invece che per conto del proprietario della ditta per la quale l’autore lavora (DTF 115 IV 313 consid. 3; 80 IV 248), la deviazione da parte del gerente di una filiale di guadagni spettanti alla casa madre sui conti di una ditta da lui controllata (DTF 109 IV 112 seg. consid. 2a), l’accettazione di tangenti in cambio di un comportamento che nuoce agli interessi patrimoniali del committente (DTF 129 IV 124 consid. 4.1), l’effettuazione di una serie di investimenti speculativi contrari agli interessi ed alle istruzioni dei clienti (DTF 120 IV 190 consid. 2b).
Il reato è consumato solo se vi è un pregiudizio economico a danno di una terza persona (DTF 120 IV 190 consid. 2b). E’ il caso quando ci si trova di fronte ad una vera lesione del patrimonio, vale a dire ad una diminuzione dell’attivo, ad un aumento dei passivi, ad una mancata diminuzione del passivo o ad un mancato aumento dell’attivo, oppure ancora ad una messa in pericolo dell’attivo, tale da avere per effetto una diminuzione del suo valore dal punto di vista economico (STF 13 gennaio 2011, 6B_223/2011, consid. 3.3.3 e sentenza 2 febbraio 2009, 6B_931/2008, consid. 4.1).
Un pregiudizio temporaneo è sufficiente (DTF 121 IV 104 consid. 2c).
L’aggravante del cpv. 3 dell’art. 158 cifra 1 CP prevede che sia punito con una pena detentiva da uno a cinque anni colui che ha agito per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto.
8.
Come visto, comune ai due reati qui in disamina, proposti nella formula alternativa nell’atto d’accusa, è il disegno di ottenere o procurare a terzi un indebito profitto. Proprio l’accertamento della mancanza di tale componente ha, nel caso specifico, portato il primo giudice alla decisione di proscioglimento. E’ pertanto opportuno partire da qui.
La nozione di arricchimento è ampia e comprende qualsiasi tipo di vantaggio economico. Con esso va intesa ogni forma, anche temporanea o provvisoria, di miglioramento della situazione patrimoniale: aumento degli attivi, diminuzione dei passivi, mancata diminuzione degli attivi o mancato aumento dei passivi (Corboz, op. cit. , n. 10 segg. ad art. 138).
L’arricchimento deve poi essere illecito, requisito che vien meno se l’autore ne ha diritto o pensa in buona fede di averne diritto. Se per contro quest’ultimo non è completamente convinto del suo diritto, ma agisce comunque, l’intenzione di procacciare indebito profitto è da riconoscere per dolo eventuale (Corboz, op. cit., n. 14 ad art. 138).
Il presupposto non è nemmeno realizzato se l’autore paga il controvalore al momento del suo atto (fintanto che il bene è ancora disponibile sul mercato), se ha l’intenzione di saldare il debito o nell’ipotesi in cui egli abbia la cosiddetta
“Ersatzbereitschaft”
(Corboz, op. cit., n. 14 ad art. 138).
9.
A detta del ricorrente, l’indebito profitto voluto ed ottenuto da IM 1 è consistito in parte in incassi di management fees pagategli da _, in parte
“facendosi retrocedere determinati titoli”
, in parte in crediti che ha continuato a maturare nei confronti del mandante con le operazioni condotte, in parte nella diminuzione di passivi ed infine nella salvaguardia della possibilità di continuare ad operare e guadagnare su altri clienti della banca, poiché se fossero stati scoperti gli illeciti egli non avrebbe più potuto lavorare per l’istituto (doc. CARP XVI pag. 2).
Il fatto di non avere, in concreto, presentato e incassato fatture per l’intero periodo di gestione non è, a detta di AP 1, determinante, poiché, in base al suo mandato, l’accusato ha maturato formalmente dei crediti, per i quali non ha mai formalizzato una rinuncia, pur non avendoli fatti valere dopo il 2002.
A torto, aggiunge, il giudice di prime cure ha poi negato il requisito dell’indebito profitto
, “segnatamente considerando che il riacquisto di determinati titoli da parte dell’imputato valesse come restituzione di più di quanto percepito in commissioni/retrocessioni e senza tener conto del fatto che la contropartita del pagamento fossero i titoli riacquistati al loro asserito prezzo, misconoscendo il fatto che l’indebito profitto fosse comunque perlomeno tentato e ricercato anche se eventualmente non tutto conseguito, rispettivamente non analizzando il fatto che continuando ad operare, pur in assenza di prelievi, l’accusato ha giuridicamente maturato verso l’accusatore privato dei crediti su base contrattuale nella sua veste di gestore esterno che avrebbe potuto far valere, rispettivamente non considerando che nascondendo il suo cattivo operato a AP 1 il IM 1 ha potuto continuare ad operare come gestore esterno anche per altri clienti senza “bruciarsi” nella banca”
(doc. CARP XVI, pag. 2).
10.
Le argomentazioni avanzate dall’accusatore privato, testé riprese, sono in buona parte vaghe e senza alcun riferimento agli atti. In modo particolare, non è dato di sapere - e, di conseguenza, non è possibile chinarsi sulla questione - a quale diminuzione di passivi egli faccia riferimento quale componente del profitto ottenuto con il reato.
Di pari passo, anche la pretesa secondo cui, nascondendo le asserite malversazioni, IM 1 abbia potuto continuare ad amministrare i beni di altri clienti e, di conseguenza, a guadagnare, non può essere considerata una valida argomentazione, poiché non è stato nemmeno indicato con quali clienti egli avrebbe continuato a lavorare solo grazie a ciò, rispettivamente se dal rapporto contrattuale con questi egli abbia guadagnato qualcosa, né tantomeno quanto. Di conseguenza, non è neppure dimostrabile un’intenzione di ottenere in tal modo un indebito profitto.
Va poi precisato che i presunti illeciti (non dimostrati) non devono essere confusi con le perdite derivanti dagli investimenti, che possono anche essere - se non frutto di rischi spropositati assunti senza fondamento (nemmeno questi resi verosimili nel caso che ci occupa) - una componente costitutiva dei mandati per la gestione dei capitali più o meno concreta a dipendenza del profilo di rischio scelto. In effetti, questo tipo di attività comporta delle incognite intrinseche inevitabili e imprevedibili che qualsiasi investitore si assume al momento di affidare la gestione di denaro a un consulente. Di conseguenza, contrariamente a quanto sostiene AP 1, il fatto di aver avuto delle perdite non comporta automaticamente la perdita di credibilità nei confronti degli altri clienti del gestore. Se così fosse, nessuno lavorerebbe più nel settore.
Di conseguenza, è anche troppo superficiale e concettualmente errato sostenere che il prevenuto ha nascosto le perdite per poter mantenere altri clienti che altrimenti, se avessero saputo, lo avrebbero lasciato.
11.
L’asserito indebito profitto derivante dalla retrocessione di determinati titoli, cui il ricorrente ha accennato, non è stato in alcun modo sostanziato. D’altronde egli nemmeno si è dato la pena di indicare quali siano questi titoli e con quali modalità sarebbe avvenuta la loro retrocessione, e meglio se gratuitamente o dietro pagamento.
Non essendovi in atti ricostruzioni che possano confermare questa laconica affermazione e non essendoci nemmeno prove di altra natura a suo sostegno, l’argomentazione d’appello risulta essere inconsistente.
12.
L’indebito profitto perseguito è, secondo l’appellante, anche quello derivante da management fees ricevute da _.
Come emerge dall’AI 94 e dallo scritto della PP del 25 novembre 2014 (doc. TPC 19), nel periodo dal maggio 2001 al giugno 2004, _ ha pagato a _ circa USD 3'984.- (e non € come indicato dal magistrato e ripreso nella sentenza impugnata). In seguito non risulta sia stato versato più alcunché.
Lo stesso IM 1 ha dichiarato di non aver più rivendicato le management fees per la gestione del conto AP 1, viste le gravi perdite intervenute nel portafoglio del cliente/amico, verso il quale si è sentito molto a disagio (MP IM 1 del 29 febbraio 2012, pag. 3). Sui titoli non quotati, inoltre, egli ha sostenuto non aver mai preteso alcuna commissione (ibidem).
Come rettamente indicato in prima sede, AP 1 stesso ha ammesso che il prevenuto gli ha versato € 20'000.- per il riacquisto di certificati _, acquistati in precedenza per il conto AP 1 il 27 giugno 2003 a € 10'000.-, garantendogli quindi un utile di € 10'000.- (rapporto EFIN, AI 75 pag. 8). Il titolo, come quelli di _ e _, non era quotato in borsa. Pertanto, il riacquisto è da interpretare come un contributo per la diminuzione del danno nella misura di € 10'000.- (MP AP 1 del 15 luglio 2008, AI 19, pag. 3).
Dalle commissioni vanno dunque dedotti questi soldi, che, al cambio di 1.24 €/USD a quel tempo valido (
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), corrispondono a USD 12'400.-. Pertanto, IM 1, nel periodo in questione, non ha tratto alcun vantaggio economico dalla gestione del denaro dell’accusatore privato, ma ha anzi messo almeno USD 8'416.- di tasca propria. A questi si aggiungono gli € 12'500.- che l’imputato ha consegnato a AP 1 (MP AP 1 del 15 luglio 2008, AI 19, pag. 4).
Nonostante si debba concludere a favore della tesi del prevenuto in base alla quale egli avrebbe rinunciato alle commissioni, l’accusatore privato, nel suo appello, sostiene che ciò non è determinante poiché in base al suo mandato egli ha maturato formalmente i crediti e non vi ha mai esplicitamente rinunciato, pur non avendoli fatti valere dopo il 2002. L’argomentazione non può essere seguita poiché è un dato di fatto che IM 1 non ha mai rivendicato alcunché a partire dal 2002 sino ad oggi. Oltre a ciò, egli non ha chiesto nulla nemmeno prima dell’introduzione dell’esposto penale nel novembre 2005, per cui non si può ritenere che egli abbia rinunciato alle fees per una strategia processuale, solo a seguito della procedura penale.
Infine, il diritto alle commissioni è ormai ampiamente prescritto (art. 127 CO), sicché l’assenza di una rinuncia formale al credito non ha, nemmeno dal punto di vista del diritto contrattuale, alcuna incidenza.
In sostanza, pertanto, dal mandato di gestione del conto AP 1, IM 1 non ha, per quanto è stato possibile dimostrare, avuto alcun guadagno, bensì una perdita. Trattandosi, sia per quanto concerne la rinuncia alle
management fees
che per quanto riguarda il riacquisto delle azioni _ e la rifusione di € 12'500.-, di una chiara scelta dell’imputato, che non era obbligato a procedere in tal senso, si può tranquillamente desumere che egli non ha amministrato i beni dell’accusatore privato con lo scopo di procurarsi un indebito profitto.
13.
Mancando il requisito dell’indebito profitto, cadono le accuse di truffa (art. 146 CP) e di amministrazione infedele qualificata (art. 158 cifra 2 CP).
La prescrizione del reato di amministrazione infedele semplice, punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria (art. 158 cifra 1 CP) è intervenuta nel gennaio del 2011, molto tempo prima dell’emanazione dell’atto d’accusa del 29 maggio 2013. Di conseguenza, non è necessario esaminare l’adempimento dei presupposti di tale fattispecie.
Su questo punto, pertanto, la sentenza di primo grado deve essere confermata e IM 1 prosciolto da ogni accusa.
Falsità in documenti
14.
Con l’impugnativa, AP 1 postula, come detto, anche l’annullamento del proscioglimento dell’imputato dall’accusa di falsità in documenti e la sua condanna per tale reato, sostenendo che egli, nella sua qualità di gestore esterno di fiducia, legato da rapporto contrattuale, godeva di particolare credibilità, così che la sua bugia scritta deve essere considerata qualificata. L’autore ha, infatti, a suo dire, approfittato della fiducia riposta in lui dal cliente che l’aveva scelto come gestore esterno anche per le comuni idee e convinzioni religiose, avendo entrambi frequentato lo stesso centro di meditazione in India.
Con le sue osservazioni del 12 agosto 2015, IM 1 si è limitato a rilevare l’inconsistenza dell’appello, nemmeno sufficientemente motivato.
15.
Per la Corte di prime cure, la fattispecie dell’art. 251 CP non è realizzata poiché i rendiconti della relazione AP 1 allestiti dal prevenuto non possono essere considerati dei documenti destinati a provare un fatto di portata giuridica ai sensi dell’art. 110 n. 4 CP, trattandosi di falsi ideologici, sprovvisti di valore probatorio accresciuto, di una capacità particolare di convincere e/o di una garanzia speciale di veridicità (sentenza impugnata, consid. 7, pag. 12 seg.). In questo caso, la menzogna scritta non è trascesa in reato, poiché non godeva, dal profilo oggettivo, di particolare veridicità, né per il valore concessole dalla legge (come avviene per i bilanci, i conti economici e gli inventari, ad esempio, DTF 112 IV 12), né per la persona del suo redattore, che qui non rivestiva una posizione di garante nei confronti della vittima. I rendiconti allestiti da IM 1 erano stampati su carta non intestata, non erano firmati o timbrati ed erano allestiti ogni volta in maniera diversa a dipendenza del programma utilizzato. Inoltre, l’accusato, nella sua qualità di gestore patrimoniale indipendente ed esterno all’_, non godeva della necessaria qualità di garante verso i propri clienti, a maggior ragione se, come AP 1, già cogniti di investimenti e operazioni bancarie.
16.
Giusta l’art. 251 CP, si ha
falsità in documenti
quando qualcuno, al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, forma un documento falso o ne altera uno vero, oppure abusa dell’altrui firma autentica o dell’altrui segno a mano autentico per formare un documento suppositizio, oppure attesta o fa attestare in un documento, contrariamente alla verità, un fatto d’importanza giuridica, o fa uso, a scopo d'inganno, di un tale documento.
Questa disposizione non reprime solo la falsificazione di un documento (falso materiale,
“unechte Urkunde”
) ma anche la redazione di un documento dal falso contenuto (falso ideologico).
a.
Sono segnatamente documenti tutti gli scritti destinati e atti a provare un fatto di portata giuridica (art. 110 cpv. 4 CP).
La destinazione a provare (
“Beweisbestimmung”
) un fatto risulta direttamente dalla legge oppure dal senso o dalla natura dello scritto. L’attitudine a provare (
“Beweiseignung”
) è ammessa quando lo scritto è riconosciuto dalla legge o dagli usi commerciali come un mezzo di prova (DTF 132 IV 57 consid. 5.1; 126 IV 65 consid. 2a e rinvii; Boog, Basler Kommentar, StGB I, Basilea 2007, ad art. 110 cpv. 4, n. 28, pag. 1849).
Anche un documento non valido o nullo a causa di vizi formali o materiali può essere atto a provare (cfr. DTF 81 IV 238; Boog, op. cit., ad art. 110 cpv. 4, n. 30, pag. 1850; Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch, San Gallo 2008, ad vor art. 251, n. 8, pag. 1054). In questo caso, è sufficiente che lo scritto crei l’apparenza di una dichiarazione giuridicamente rilevante (Boog, op. cit., ad art. 110 cpv. 4, n. 30, pag. 1850).
b.
La falsificazione in senso proprio (falso materiale) implica la formazione di un documento il cui vero estensore non corrisponde all'autore apparente: nell’ipotesi di falso materiale, dunque, il documento trae in inganno sull'identità di colui dal quale esso emana (
DTF 137 IV 167 consid. 2.3.1; 132 IV 57 consid. 5.1.1; 128 IV 265
consid. 1.1.1; STF 6B_334/2007 dell’11 ottobre 2007 consid. 6.1). In questi casi, l'atto è punibile senza che sia necessario esaminare la questione di un eventuale contenuto menzognero del documento (
DTF 132 IV 57
consid. 5.1.1
; 123 IV 17
consid. 2e).
c.
Vi è invece falso ideologico se la realtà non corrisponde a ciò che è affermato nel documento: è, cioè, menzognero il documento il cui contenuto non corrisponde alla realtà pur emanando dal suo autore apparente (DTF 132 IV 12 consid. 8.1; 131 IV 125 consid. 4.1; 129 IV 130 consid. 2.1; 126 IV 65 consid. 2a; STF 6B_334/2007 dell'11 ottobre 2007 consid. 6.1). Nel falso ideologico non vi è inganno sulla persona dell’autore. Semplicemente, ciò che l’autore dice non corrisponde al vero (Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 109, pag. 250).
d.
Nel caso di falso ideologico la giurisprudenza esige che il documento ai sensi dell’art. 110 cpv. 4 CP sia provvisto di un valore probatorio accresciuto, di una capacità particolare di convincere, di una garanzia speciale di veracità, di un’attitudine elevata a comprovare, di un carattere probante particolare (Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 119, pag. 253 e riferimenti; DTF 132 IV 12 consid.
8.1; 131 IV 125 consid. 4.1; 129 IV 130 consid. 2.1; 126 IV 65 consid. 2a; 123 IV 61 consid.
5b; 122 IV 332 consid. 2c).
Quest’esigenza di valore probatorio accresciuto rispetto al caso di falso materiale è giustificata dal principio secondo cui è maggiormente degna di protezione la fiducia che si può avere nel non essere ingannati sull'identità dell'autore di un documento rispetto a quella che si può riporre nel fatto che l'autore non menta (DTF 125 IV 273 consid. 3; STF 6B_334/2007 dell’11 ottobre 2007 consid. 6.1; Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 129, pag. 254).
Il falso ideologico è una bugia scritta qualificata che si distingue da una semplice allegazione unilaterale per la sua capacità di convincere (DTF 126 IV 65 consid. 2a; 123 IV 61 consid. 5b; 122 IV 332 consid. 2c). Perché il falso sia punibile, il documento deve essere atto a provare la veridicità di ciò che in realtà è falso, ossia del suo contenuto (DTF 123 IV 17 consid. 2c): tale forza probante può risultare direttamente dalla legge (e dagli usi commerciali) o dalla natura stessa dello scritto (DTF 129 IV 130 consid. 2.2; 126 IV 65 consid. 2a; 122 IV 332 consid. 2a).
Il TF ha già avuto modo di stabilire che un contratto concluso in forma scritta semplice è atto a provare che le parti hanno scambiato delle dichiarazioni di volontà reciproche e concordanti, ma non che il contenuto delle stesse corrisponda alla loro reale volontà. La situazione è diversa solo ove sussistano garanzie speciali che le dichiarazioni concordanti delle parti corrispondano alla loro volontà effettiva (DTF 125 IV 273 consid. 3a/bb; 123 IV 61 consid. 5c; 120 IV 25 consid. 3f; STF 6B_382/2011 del 26 settembre 2011 consid. 2.2; 6S.423/2003 del 3 gennaio 2004 consid. 4.3;
6S.375/2000 del 1. novembre 2000 consid. 2c; cfr. anche sentenza TPF 21 aprile 2011 pubblicata in SK.2010.13 consid. 6.3.2).
La cosiddetta “menzogna scritta” trascende, dunque, in reato soltanto quando, dal profilo oggettivo, il documento gode di particolare credibilità per il valore che la legge o gli usi commerciali gli conferiscono (bilancio, conto perdite e profitti, inventario: Corboz, in ZBJV 131/1995 pag. 551) o per la posizione analoga a quella di un garante (
“garantenähnliche Stellung”
) della persona che lo ha redatto (come per esempio un funzionario, notaio, medico, architetto; cfr. Boog, Basler Kommentar, StGB II, Basilea 2007, ad art. 251, n. 48 e segg., pag. 1613 e segg.; Donatsch/Wohlers, Strafrecht IV, Delikte gegen die Allgemeinheit, Zurigo/Basilea/Ginevra 2004, pag. 147 e segg. e la giurisprudenza ivi citata), di modo che il suo destinatario vi possa ragionevolmente prestar fede (DTF 132 IV 12 consid. 8.1; 129 IV 130 consid. 2.1; 126 IV 65 consid. 2a; STF 6B_382/2011 del 26 settembre 2011 consid. 2.1; 6B_812/2010 del 7 luglio 2011 consid. 5.2; 6B_334/2007 dell’11 ottobre 2007 consid. 6; 6B_367/2007 del 10 ottobre 2007 consid. 4.2).
Una tale posizione è data quando l’estensore del documento è investito di un obbligo di verifica e di oggettività ed è, dunque, particolarmente degno di fiducia
(
Corboz in: ZBJV 131/1995 pag. 572). Ciò implica, di principio, che, in presenza di interessi opposti, l’autore del documento si trovi in una posizione neutrale (Corboz, Les infractions en droit suisse, vol II, 3a ed., Berna 2010, ad art. 251, n. 139, pag. 256).
Il TF ha avuto modo di stabilire che il semplice partner contrattuale non si trova in una posizione analoga a quella di un garante (DTF 121 IV 131 consid. 2c pag. 136).
e.
La natura di documento di uno scritto - o meglio, la sua forza probante - è relativa. Uno scritto può essere considerato un documento - e, quindi, ad esso essere attribuita forza probante - per taluni suoi aspetti e non per altri (DTF 132 IV 57 consid. 5.1; 129 IV 130 consid. 2.2; Boog, op. cit., ad art. 251, n. 43, pag. 1610).
Una fattura, ad esempio, è impropria, in linea di principio - ancorché munita di ricevuta - a dimostrare la veridicità di quanto attesta. Essa può, però, essere idonea a provare che le dichiarazioni ivi contenute emanano dal loro autore, onde la punibilità (per falso materiale) di chi contraffà un tale atto (DTF 121 IV 131 con svariati altri esempi e rinvii di giurisprudenza, richiamati anche in DTF 125 IV 273 consid. 3.a.bb;
132 IV 57
consid. 5.1;
126 IV
65 consid. 2a e rinvii) oppure può essere idonea a provare la veridicità del suo contenuto e, perciò, acquista carattere di documento in funzione della sua registrazione in contabilità (DTF 114 IV 31 in relazione ad un libro di cassa; cfr. Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 155-156, pag. 260) oppure, ancora, acquista carattere di documento ed è considerata idonea a provare la veridicità del suo contenuto se siglata da un architetto (DTF 119 IV 54 consid. 2d) o munita di un visto di controllo (DTF 131 IV 125 consid. 4.5).
Secondo la giurisprudenza, occorre estrema cautela nell’attribuire valore probante accresciuto ad uno scritto: “
an die Beweisbestimmung und Beweiseignung einer Urkunde [seien] bei der Falschbeurkundung hohe Anforderungen zu stellen. Art. 251 StGB sei deshalb restriktiv anzuwenden, soweit es um die Falschbeurkundung gehe
” (DTF 117 IV 165 consid. 2b). Il TF ha ritenuto rilevante la distinzione tra il ruolo di colui che redige il documento e quello di colui che deve verificarlo (controllore), per esempio decidendo che un rapporto di regia inveritiero firmato dal rappresentante di un’impresa di costruzioni non costituisce una falsità in documenti ai sensi dell’art. 251 CP (DTF 117 IV 169 consid. 2c).
f.
Dal profilo soggettivo, la falsità in documenti è punibile solo se commessa intenzionalmente, ritenuto che il dolo eventuale è sufficiente (Boog, Basler Kommentar, StGB II, Basilea 2007, ad art. 251, n. 86, pag. 1633).
L’intenzione deve portare su tutti gli elementi costitutivi del reato: ciò significa, in particolare, che l’autore vuole o accetta il fatto che il documento contiene un’alterazione della verità e - nei casi di falso ideologico - che esso abbia forza probante relativamente a tale circostanza (DTF 135 IV 12 consid. 2.2; STF 6B_522/2011 dell’8 dicembre 2011 consid. 1.3; Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 172, pag. 264; Boog, op. cit, n. 87-89, ad art. 251, pag. 1634).
L’autore deve, inoltre, agire al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto. Al proposito non è necessario che l’autore sappia in cosa consiste tale profitto, il cui carattere indebito può risultare dallo scopo perseguito o dai mezzi utilizzati (STF 6B_522/2011 dell’8 dicembre 2011 consid. 1.3; DTF 121 IV 216 consid. 2; Corboz, op. cit., ad art. 251 CP, n. 173 e segg., pag. 264-266; Boog, op. cit., ad art. 251, n. 90 e segg., pag. 1635 e segg.).
L’art. 251 CP presuppone, infine, l’intenzione dell’autore di ingannare qualcuno (DTF 121 IV 216 consid.
4; 101 IV 53 consid. I.3.a; Corboz, Les infractions en droit suisse, vol.
II, 3a ed., Berna 2010, ad art. 251, n. 172, pag. 264). L’intenzione di ingannare è ammessa quando l’autore vuole indurre in errore il destinatario sull’autenticità (o, in caso di falso ideologico, sulla veridicità) del documento, con lo scopo di indurlo ad un determinato comportamento giuridicamente rilevante (Boog, op. cit., ad art. 251, n. 88, pag. 1634).
Non è necessario che l'autore intenda usare personalmente il documento per ingannare. È sufficiente che voglia o accetti che un terzo ne faccia un uso ingannevole (DTF 135 IV 12 consid. 2.2; STF 6B_522/2011 dell’8 dicembre 2011 consid. 1.3; Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 172, pag. 264; Boog, op. cit, ad art. 251, n. 87-89, pag. 1634).
g.
Il Tribunale federale, nella DTF 120 IV 361 consid. 2b, ha stabilito che estratti conto rilasciati da una banca ai propri clienti nell'ambito di un'amministrazione patrimoniale hanno una credibilità maggiorata e, se falsificati, possono portare alla realizzazione della fattispecie prevista dall'art. 251 CP. Nel caso specifico, in effetti, tali caratteristiche derivano dalla posizione analoga a quella di garante ricoperta dal loro estensore. Dovendo egli eseguire il mandato nell'interesse dei suoi clienti, le sue attestazioni assumevano forza probante accresciuta vista la natura del mandato, l'impossibilità di verifica per i destinatari e la fiducia particolare connessa alle attività commerciali delle banche (sottoposte a una legislazione e a dei controlli specifici, impieganti personale generalmente molto qualificato, con reputazione senza macchie e che devono rispettare il segreto bancario).
In una decisione successiva, l'Alta Corte federale ha avuto modo di precisare, dopo aver puntualizzato che ogni situazione necessita di un esame di dettaglio individuale, che degli estratti conto rilasciati da una società di investimenti straniera, senza sede in Svizzera, redatti a macchina e privi di particolare intestazione, non firmati e nemmeno trasmessi con lettera accompagnatoria non godono di valore probatorio accresciuto ai sensi del diritto penale (STF 6B_406/2008 consid. 3.4.; Boog, op. cit., n. 148 ad art. 251).
17.
Nel caso che ci occupa, non sono dati gli estremi per ammettere una posizione analoga a quella di garante, tale da comportare una maggiorata forza probatoria degli estratti e dei documenti sottoposti al cliente.
In effetti, IM 1 ha agito in seno ad una piccola società finanziaria, la _, che non disponeva di alcun riconoscimento particolare da parte delle autorità preposte, in particolar modo della CFB (ora FINMA) - quale potrebbe ad esempio essere l'autorizzazione a commerciare in valori mobiliari - e che non era soggetta ad alcuna sorveglianza (diretta o indiretta) dell’ente pubblico, rispettivamente non doveva rispettare standard restrittivi analoghi a quelli fissati in ambito bancario. In altri termini, la posizione della società fiduciaria/finanziaria del prevenuto non è paragonabile a quella di una banca elvetica.
Oltre a ciò il cliente, seppur straniero, aveva la possibilità di verificare in qualsiasi momento, senza rischi, la sua reale situazione patrimoniale, rivolgendosi direttamente alla banca.
Infine, non si può dimenticare che la fiducia riposta da AP 1 in IM 1, per sua stessa ammissione fatta pure nell’allegato d’appello, si fondava in parte sul fatto che frequentavano entrambi i centri del _. Non quindi su delle a lui note sperimentate capacità di IM 1 di muoversi sui mercati finanziari, ma su fattori che nulla hanno a che vedere con tale ambito, per cui la vittima non aveva alcun motivo oggettivo per fidarsi delle attitudini dell’imputato, che non conosceva.
Inoltre AP 1 non è uno sprovveduto e, pertanto, non poteva non sapere che in ambito bancario hanno valore solo gli attestati ufficiali e che rendiconti rudimentali, per nulla ufficiali nemmeno nell’apparenza, come quelli sottopostigli, non hanno che un valore probatorio equivalente a quello di un rendiconto orale, cioè nullo.
Di conseguenza, anche su questo punto la sentenza di prime cure deve essere confermata e IM 1 prosciolto dall’accusa di falsità in documenti.
Richiesta di risarcimento del danno
18.
L’accusatore privato ha formulato delle pretese d’indennizzo del danno subito per complessivi fr. 513'655.-, oltre alla rifusione dei costi di patrocinio per la presente procedura. Per il dettaglio si rinvia al consid. n. 11 della sentenza impugnata.
Preso atto del proscioglimento dalle accuse e del fatto che con ogni evidenza la fattispecie non è matura per la pronuncia di merito sulla richiesta di indennizzo, non essendo stato neppure dimostrato che IM 1 ha superato i limiti d’azione fissatigli con il mandato di gestione, la pretesa deve essere rinviata al competente foro civile (art. 126 cpv. 2 lett. d CPP).
Indennizzo
19.
Quale ultimo punto, l’appellante chiede che
“in ogni caso non dovrebbe venire concesso al IM 1 un indennizzo ai sensi dell’art. 429 CPP in quanto è pacifico che l’imputato abbia provocato con un comportamento illecito e colpevole l’apertura del procedimento penale ai sensi dell’art. 430 cpv. 1 lett a CPP: un suo ipotetico proscioglimento sarebbe spiegabile solo con ragioni tecniche e procedurali ma non certo per insussistenza di un comportamento illecito o colpevole, che invece è chiaro ed innegabile come emerge sia dal rapporto EFIN che dalle ammissioni dell’imputato stesso. La concessione dell’indennità da parte del Giudice di prime cure, che risulta particolarmente urtante all’accusatore privato, non deve pertanto essere confermata.”
(doc. CARP XVI pag. 3).
L’accusatore privato non è legittimato ad impugnare la decisione di indennizzo dell’imputato ai sensi dell’art. 429 CPP. In effetti, lo sono unicamente l’avente diritto, il procuratore pubblico e un eventuale terzo chiamato a contribuire (Wehrenberg/Frank, Basler Kommentar StPO, 2 ed., n. 33 ad art. 429).
Di conseguenza non è possibile analizzare la consistenza delle obiezioni sollevate da AP 1 a tal proposito, che, va detto, di primo acchito non appaiono completamente infondate.
Su questo punto, l’appello è pertanto irricevibile.
Lo stesso vale in merito alla generica impugnazione della decisione sull’approvazione della nota professionale del difensore, che il ricorrente, oltre a non essere legittimato a contestare e ad averlo fatto presso l’istanza errata, nemmeno ha sostanziato.
Tassa di giustizia, spese e tassazione nota d’onorario del difensore d’ufficio
20.
Visto l’esito dell’appello, gli oneri processuali di primo grado rimangono a carico dello Stato.
La tassa di giustizia e le spese di appello seguono la soccombenza (art. 428 cpv. 1 CPP) e sono, pertanto, poste a carico dell’appellante.
Con il suo allegato del 12 agosto 2015, IM 1 ha chiesto il riconoscimento di fr. 2'841.10 a titolo di indennizzo dei costi di patrocinio per il procedimento d’appello (art. 429 cpv. 1 lett. a CPP).
Essendo il mandato di fiducia del patrocinatore stato trasformato in difesa d’ufficio, non sono adempite le condizioni per il riconoscimento di un’indennità ai sensi di questa norma (DTF 138 IV 205 consid. 1; STF 6B_144/2012 del 16 agosto 2012 consid. 1.2). In effetti, i costi della difesa d’ufficio fanno parte delle spese procedurali (art. 422 cpv. 2 lett. a CPP) e il beneficiario non è di principio tenuto a sostenerli (art. 426 cpv. 1 CPP).
L’indennizzo del difensore d’ufficio, anche in caso di proscioglimento integrale o parziale, deve essere effettuato in base ai principi sanciti dall’art. 135 CPP (DTF 139 IV 261 consid. 2.2.2).
Di conseguenza si impone la tassazione della nota sottoposta alla scrivente Corte dal difensore.
Dall’estratto allegato (doc. CARP XX), si può vedere come la nota consista in 9 ore e 10 minuti di onorario a fr. 280.- l’ora e in fr. 64.- di spese. Da questo importo devono essere dedotte 2 ore per redazione dell’allegato, essendo 3 ore sufficienti alla redazione delle osservazioni, non particolarmente elaborate, ritenuta l’ulteriore ora di esame della motivazione scritta dell’appellante e di studio incarto riconosciuta. Pertanto, a titolo di indennità d’appello, vengono riconosciuti fr. 2'236.25 (fr. 2'006.60 onorario + fr. 64.00 spese + fr. 165.65 IVA). Non trova qui applicazione l’art. 420 CPP, sicché non si può prevedere la possibilità di regresso dello Stato sull’accusatore privato.

## Considerations