# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** b8f1d921-8c19-5b24-996c-4a21c73e46a8
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2002
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto:
A.
Con sentenza del 21 febbraio 2002 la Corte delle assise criminali in Mendrisio ha dichiarato _ autori colpevoli di infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti per avere, in correità fra loro e con altri, detenuto in isole del mare dei Caraibi (segnatamente _) e trasportato a _ (Florida) – fra il dicembre del 1990 e la fine del 1991 – almeno 1000 kg di cocaina, di cui 40 kg consegnati a terzi e il resto finiti nelle mani di sconosciuti. Inoltre _ e _ sono stati dichiarati autori colpevoli dello stesso reato per avere, sempre in correità fra loro e con altri, compiuto a _ atti preparatori intesi al trasporto e alla consegna di ulteriori 1000 kg di cocaina tra la primavera del 1995 e l'ottobre – rispettivamente l'aprile – del 1997. In applicazione della pena, la Corte delle assise criminali ha condannato:
– _ a 12 anni di reclusione, aggiuntivi a una pena di 25 giorni di detenzione inflittagli il 26 gennaio 2000 dall'uditore del Tribunale di divisione 12 per omissione del servizio;
– _ a 14 anni di reclusione e alla rifusione allo Stato di fr. 5000.– in risarcimento compensatorio per l'illecito profitto conseguito;
– _ a 9 anni di reclusione.
Computato a tutti il carcere preventivo sofferto, la Corte ha ordinato la confisca del conto _ intestato ad _ (alias _) e _ presso la _, confermando il sequestro conservativo in vista del risarcimento compensatorio dei conti _ e _ intestati a _ presso la _, come pure del conto corrente postale _ intestato a _ medesimo. La Corte ha ordinato invece il dissequestro del conto n. _ intestato a _ presso la Banca _.
B.
Per quanto riguarda il primo traffico, la Corte di assise ha accertato che all'inizio del 1990 _ aveva telefonato a _, il quale si trovava sul lavoro a _ o al suo domicilio di _, proponendogli – su incarico di un certo _ – di partecipare a un trasporto di stupefacenti per mezzo di un panfilo (“_”, immatricolato a Jersey) dalle Antille alla Florida. _ aveva accettato e _ lo aveva messo relazione con il referente dei fornitori colombiani della droga, _, in modo da concordare direttamente le modalità del trasporto. Secondo la Corte, _ sapeva – quanto meno con dolo eventuale – di prendere parte a un importante traffico di cocaina (sebbene pretendesse di avere creduto a un traffico di marijuana), l'ammontare del compenso promessogli (US$ 1 400 000) non lasciando dubbi. E siccome aveva bisogno di un aiutante, _ si era rivolto a _, che versava in ristrettezze finanziarie, incontrandolo un paio di volte a _ (ancorché _ sostenesse di avere ricevuto da _ una sola telefonata, dalla Martinica al suo domicilio di _) per prospettargli un compenso – a suo dire – di US$ 700 000, pari alla metà del proprio, nel caso in cui avesse collaborato. La Corte non è stata in grado di escludere, ad ogni modo, che in questa prima fase dell'operazione a _ fosse stato adombrato un mero contrabbando di pietre preziose (non punibile in Svizzera) e che la mercede offertagli non eccedesse in realtà US$ 160 000.
Sta di fatto che nel febbraio del 1991, una quindicina di giorni dopo essere stato interpellato, _ ha raggiunto a Port-de-France (prefettura della Martinica) _, il quale nel frattempo aveva ricuperato il panfilo, che si trovava ormeggiato presso l'isola di Guadalupa. Insieme con lui egli ha poi navigato fino all'isola caribica di Saint Lucia, dove entrambi hanno soggiornato due o tre giorni. Una notte, verso le ore 23, dopo che _ aveva conversato in spagnolo con terzi via radio, essi hanno preso il largo, incontrando a circa un chilometro dalla costa due motoscafi bimotore, dai quali una decina di uomini ha scaricato – aiutata da _ e _ – pesanti pacchi, nascondendoli in due finti serbatoi del carburante appositamente ricavati dietro i contenitori dell'acqua (da 2400 litri), sui lati della _. _ ha ammesso di avere capito allora che il commercio non riguardava pietre preziose di contrabbando, bensì cocaina. In seguito i due hanno navigato per due giorni con il carico di stupefacente (che la Corte ha stimato in almeno 1000 kg) fino all'isola di Saint Martin/Sint Marteen. Di lì _ è rientrato in Europa con l'aereo, mentre _ è rimasto sull'isola dal 18 al 26 febbraio 1991 e ha poi proseguito verso Fort Lauderdale (a nord di Miami), dov'è giunto il 5 marzo 1991. Durante le soste a terra _, che in quel periodo abitava a Miami Beach, ha mantenuto i contatti con _ per conto di _, proprietario del panfilo. L'imbarcazione è poi stata ricoverata per alcuni mesi in un cantiere nautico di Miami con il carico a bordo.
Ai primi di luglio del 1991 _ ha comunicato a _ che era giunto il momento di scaricare la merce. _ è partito così dalla Svizzera alla volta di Miami. Anche _ è arrivato in Florida il 12 luglio 1991. Lì _ ha chiesto a _ di procurargli una casa provvista di attracco, lungo un canale collegato all'oceano. _ ha adempiuto l'incarico dietro compenso di US$ 20 000, appigionando sotto falso nome una villetta su un canale a Fort Lauderdale. Attraccatavi davanti la _, qualche giorno dopo – alla presenza di _ – _ e _ hanno scaricato la cocaina, depositandola nottetempo nel garage dell'abitazione. Se non che, quella stessa notte essi sono stati sorpresi nel sonno da quattro o cinque individui armati che, fattisi passare per agenti di polizia, hanno sfondato la porta, li hanno percossi, minacciati di morte e immobilizzati, portandosi via quasi tutto lo stupefacente. Liberatosi, _ ha telefonato a _ e ad _. Quest'ultimo, apparentemente poco sorpreso dell'accaduto, ha ordinato a _ di consegnare lo stupefacente residuo, ciò che _ ha fatto, caricando la cocaina rimanente (due pacchi da 20 kg ognuno, stando alla Corte di assise) su un pick up preso a nolo, lasciato poi a disposizione di _ e _, i quali lo attendevano sul posteggio di un supermercato a Miami. _, rientrato frettolosamente in Europa, non risulta avere partecipato a tale consegna. Per le sue prestazioni _ ha poi ricevuto da _, invece dell'importo promessogli (US$ 1 400 000), solo US$ 80 000, con i quali un paio di mesi dopo ha rimunerato _, rimettendogli la somma in occasione di un incontro al proprio domicilio di _.
C.
Il secondo traffico giudicato dalla Corte di assise è cominciato quattro anni dopo, nella primavera del 1995, quando _ ha telefonato a _, il quale si trovava una volta ancora a _ o al suo domicilio di _, per proporgli un nuovo trasporto di cocaina mediante la _, nel frattempo reimmatricolata (prudenzialmente), sempre a Jersey, _. _ ha subito interpellato per telefono _, che si trovava a _ e che – ancora in difficoltà economiche – ha accettato di mettersi a disposizione, pur sapendo fin dall'inizio, questa volta, che il traffico riguardava cocaina. Così nell'autunno del 1995 _ si è recato in Venezuela e di lì in Colombia, dove ha incontrato _ e il capo dei fornitori di cocaina, soprannominato “_ ” (il capo, appunto). In seguito _ e _ hanno soggiornato tre volte in Florida (nel febbraio del 1996, nel dicembre del 1996 e nel febbraio del 1997) per rimettere in sesto la _, che si trovava in una marina presso Miami e che abbisognava di riparazioni importanti (compreso il ripristino dei due ricettacoli occulti, turati nel frattempo con materiale sintetico). In occasione del primo viaggio (febbraio del 1996) _ non ha riperito il panfilo, ma ha ricevuto da _, per l'esecuzione dei lavori, l'equivalente di US$ 70 000 o 80 000 (US$ 100 000 secondo _). Nel gennaio del 1997, inoltre, egli ha aperto un conto bancario (_presso la _) sul quale sono pervenuti accrediti da parte di _ per US$ 59 000, di cui US$ 40 000 girati da _ a _, il quale aveva aperto a sua volta un conto bancario a Miami per ricevere il denaro necessario alla preparazione del panfilo.
Nell'aprile del 1997, dopo avere compiuto un nuovo viaggio in Venezuela per ottenere invano altro denaro da _, _ ha rinunciato a proseguire l'impresa, insoddisfatto del trattamento economico riservatogli dai colombiani (con i quali aveva avuto anche un litigio) e si è limitato a mantenere contatti con _ (fatto giudicato dalla Corte di assise senza apprezzabile rilievo penale). _ invece ha continuato l'opera, facendo capo in sostituzione di _ a _ di _, capitano di lungo corso conoscente di _, retribuito US$ 200 giornalieri e tenuto all'oscuro di tutto. Dall'aprile all'ottobre del 1997 _ ha poi fatto la spola tra la Svizzera e Miami 7 o 8 volte, recandosi anche a Bogotá nel maggio di quell'anno, a rapporto da _, e in Venezuela nel luglio o agosto successivo, dove ha conosciuto il comandante cui sarebbe stato affidato il panfilo (un nominato _, alias _, cittadino americano). Dal Venezuela egli è stato condotto anche in Colombia, dove ha incontrato “El Jefe” per definire i termini del trasporto di cocaina, vedendosi prospettare un compenso pari a quello promesso (ma non versato) a _ per lo sfortunato traffico del 1990/91. La Corte di assise ha dedotto perciò che _ dovesse aspettarsi un trasporto di 1000 kg di cocaina. In seguito _ ha collaborato con l'equipaggio della _, al comando di _, liberando totalmente – sull'isola di Bimini, nelle Bahamas – i nascondigli dello scafo dalla schiuma al poliuretano con cui erano stati occlusi e insieme con _ ha pure ispezionato una casa a Pompano Beach (sobborgo di Fort Lauderdale) destinata a ricevere il carico. Nell'ottobre del 1997 però anch'egli ha abbandonato l'operazione, sentendosi sorvegliato e temendo di essere scoperto. Dopo di allora egli si è limitato a mantenere contatti per posta elettronica con _ (fatto giudicato dalla Corte di assise senza apprezzabile rilievo penale).
Il ripristino della _ è stato ultimato perciò alla fine del 1997 o all'inizio del 1998 senza _ né _. Tanto meno i due hanno collaborato, per finire, al trasporto vero e proprio della cocaina, cominciato il 15 aprile 1998 (quando il panfilo ha lasciato l'ormeggio per compiere varie tappe nei Caraibi) e conclusosi il 25 maggio 1998, quando l'imbarcazione è arrivata a Fort Laurendale e l'intero equipaggio è stato tratto in arresto, la polizia marittima (che sorvegliava l'imbarcazione da 15 mesi) avendo rinvenuto nello scafo 1982 kg di cocaina con un grado di purezza medio del 92%. _, nonostante la collaborazione fornita agli inquirenti statunitensi (donde sono emersi i nomi di _ e di _, che hanno portato all'apertura dell'inchiesta in Svizzera), è stato condannato alla fine del 1999 da una Corte distrettuale della Florida del Sud (United States District Court, Southern District of Florida) a 235 mesi di carcere e a 5 anni di libertà vigilata dopo la scarcerazione.
D.
Sulla base dei fatti appena riassunti la Corte delle assise criminali ha ritenuto che _, _ e _ hanno agito, nel quadro delle rispettive attribuzioni, in qualità di correi, sia nel primo traffico sia – _ escluso – nel secondo, ancorché limitato ad atti preparatori. La quantità di droga trafficata bastando a connotare un'infrazione aggravata alla legge federale sugli supefacenti, la Corte ha rinunciato ad analizzare l'ulteriore aggravante del reato in banda. Ha approfondito invece il problema della prescrizione relativa al primo traffico, escludendo l'applicabilità del diritto federale degli Stati Uniti o delle leggi dello Stato della Florida (che avrebbero comportato la prescrizione del reato in 5, rispettivamente 7 anni), poiché a mente sua l'illecito configura un'infrazione unica alla legge federale sugli stupefacenti e denota una relazione significativa con il territorio svizzero, onde l'applicabilità del diritto elvetico. Ciò che del resto – ha soggiunto la Corte – varrebbe anche per il secondo traffico, sebbene al riguardo non si pongano problemi di prescrizione. Quanto all'aspetto soggettivo, tutti gli imputati sono stati ritenuti agire con piena consapevolezza e intenzionalità. Né si riscontrava desistenza spontanea dal secondo traffico, l'abbandono dell'operazione da parte di _ e _ non essendo avvenuto per motivi interiori. Ne è conseguita, in sintesi, la conferma integrale dell'atto dell'accusa.
Nella commisurazione delle pene la Corte di assise ha considerato anzitutto l'enorme quantità di cocaina trafficata la prima e, in base a quanto _ e _ potevano aspettarsi, anche la seconda volta. A _ la Corte ha riconosciuto nondimeno l'attenuante del lungo tempo trascorso (ma non agli altri due imputati, che nel frattempo avevano nuovamente delinquito partecipando al secondo traffico) e a _ quella del sincero pentimento, come proponeva il Procuratore pubblico. Ponderati gli elementi a favore e a scapito di ciascuno di loro, la Corte è giunta alla conclusione che a _ andassero inflitti 14 anni di reclusione, a _ 12 (il quale senza l'attenuante se ne sarebbe verosimilmente visti irrogare almeno 15) e a _ 9 (che senza l'attenuante avrebbe dovuto contare su una pena di almeno ai 12 anni). La Corte non ha condannato invece _ all'espulsione, la pubblica accusa non avendone dimostrato i presupposti. Ha rinunciato anche a pronunciare nei confronti di _, “ampiamente insolvente”, l'obbligo di un risarcimento compensatorio, applicato invece a _ nella misura di fr. 5000.–. Ha confiscato infine il conto intestato ad _ (alias _) e _ presso la _, “non esistendo alcun motivo lecito in virtù del quale _ dovrebbe possedere del denaro presso l'_ ”. Sui conti di _ è stato conservato il sequestro conservativo a tutela del noto risarcimento compensatorio.
E.
Contro la sentenza di assise _, _ e _ hanno introdotto il 22 febbraio 1992 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella rispettiva motivazione, presentata il 3 aprile 2002, essi chiedono di annullare la sentenza impugnata e di proscioglierli da tutti i capi d'imputazione. _ postula altresì, in subordine, l'annullamento della sentenza impugnata e il rinvio degli atti a un'altra Corte delle assise criminali per nuovo giudizio nel senso dei considerandi. Nelle sue osservazioni del 29 aprile 2002 il Procuratore pubblico propone di respingere i ricorsi. Il 18 novembre 2002 _ ha inoltrato al presidente della Corte di cassazione e di revisione penale un'istanza di libertà provvisoria, sollecitando la propria scarcerazione in pendenza di ricorso. Con osservazioni del 3 dicembre 2002 il Procuratore pubblico conclude per il rigetto dell'istanza.

## Considerations

Considerando
in diritto: 1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 cpv. 1 lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 cpv. 1 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche erroneo, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 127 I 54 consid. 2b pag. 56, 126 I 168 consid. 3a pag. 170, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 125 II 10 consid. 3a pag. 15, 125 I 166 consid. 2a pag. 168) o fondato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di arbitrio. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 125 II 129 consid. 5b pag. 134, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 124 I 208 consid. 4a pag. 211).
II. Sul ricorso di _
2.
Il ricorrente definisce arbitrario anzitutto l'ammontare del compenso che la Corte di assise ha accertato essergli stato promesso da _ per le due operazioni. Nel primo caso la mercede offertagli non eccedeva – egli sostiene – US$ 80 000 e nel secondo caso non poteva essere diversa (memoriale, pag. 4, punto 2 primo capoverso e pag. 63, lett. a). La Corte di assise ha accertato – come detto – che per il traffico del 1990/91 _ affermava di avere prospettato al ricorrente una retribuzione di US$ 700 000, ma non è stata in grado di escludere che la somma proposta non eccedesse in realtà US$ 160 000 (sentenza, pag. 40 in fondo). Il che corrispondeva a quanto lo stesso ricorrente aveva dichiarato agli inquirenti (US$ 80 000 per il carico e altrettanti per lo scarico dell'imbarcazione: sentenza, pag. 40 in alto e 41 in alto), come pure a quanto il Procuratore pubblico gli rimproverava nell'atto di accusa (pag. 3: “compenso di circa
US$ 160 000”). Perché l'accertamento della Corte di assise, fondato sulle affermazioni del ricorrente medesimo, sarebbe arbitrario egli non spiega, limitandosi ad allegare verbali inconcludenti.
Quanto al secondo traffico, la Corte ha accertato che il ricorrente aveva pattuito direttamente con i fornitori colombiani un compenso di US$ 1 500 000 da spartire con il comandante del panfilo e con le altre persone coinvolte nel trasporto, come egli stesso aveva dichiarato agli inquirenti (sentenza, pag. 66 verso il basso). La Corte non ha accertato quanto sarebbe toccato precisamente all'interessato, limitandosi a sottolineare “la prospettiva di conseguire un importante guadagno” (sentenza, pag. 67 in alto). Nella misura in cui pretende che il suo compenso sarebbe stato di soli US$ 80 000 perché esso doveva situarsi “nel medesimo ordine di cifre di quello promesso, ma non corrisposto, per lo sfortunato (...) trasporto del 1991” (sentenza, loc. cit.), il ricorrente cerca di equivocare sui termini. Il medesimo ordine di cifre accertato dalla Corte si riferiva infatti a quello complessivo di US$ 1 400 000 promesso per il primo traffico a _ (sentenza, pag. 37). Che poi _ si sia visto consegnare solo US$ 80 000 nulla muta. Lo stesso ricorrente ammette del resto che, secondo il comandante del panfilo, egli avrebbe dovuto ricevere almeno US$ 400 000 (memoriale, pag. 63). Rimproverare arbitrio alla prima Corte per non avere accertato che il profitto si sarebbe limitato a US$ 80 000 è quindi fuori luogo.
3.
A parere del ricorrente è arbitrario considerare i due incontri da lui avuti con _ a _ nel 1990 (rispettivamente la telefonata da lui ricevuta a _: sentenza, pag. 42 in alto) come un atto costitutivo di reato, poiché a quel momento egli si prefigurava un traffico di pietre preziose, non di stupefacenti (memoriale, pag. 4, punto 2 secondo capoverso e pag. 67, lett. b). Se non che, il ricorrente confonde fatti e diritto. Sapere se l'atto incriminato sia costitutivo di reato è una questione di diritto, che andrà esaminata in tale ambito. Questione di fatto è sapere se, al momento in cui si è detto disponibile al primo traffico, il ricorrente credesse effettivamente di partecipare a un contrabbando di pietre preziose (contrariamente a quanto asseriva _, che pretendeva di avergli parlato di un carico di marijuana). Nel dubbio, la Corte si è dipartita dalla prima ipotesi (sentenza, pag. 42 in alto), rilevando che – comunque fosse – l'atto di accusa imputava unicamente a _ di avere inteso trasportare “merce”, scoprendo solo in seguito che si trattava di stupefacenti. Il che non bastava a integrare un atto punibile (sentenza, pag. 41, 13a riga dal basso). Per quanto riguarda l'aspetto di fatto, dunque, al riguardo il ricorso è finanche senza oggetto.
4.
Arbitrario sarebbe altresì, per il ricorrente, l'accertamento stando al quale nel 1991 _ gli ha consegnato la rimunerazione per il primo traffico (US$ 80 000) a _. A mente sua tale fatto sarebbe giuridicamente senza rilievo, ai fini del reato importando il compenso che i trafficanti colombiani hanno dato a _, a Miami, nel luglio o nell'agosto del 1991. Quanto _ gli ha poi riversato in Svizzera sarebbe irrilevante (memoriale, pag. 4, punto 2 terzo capoverso e pag. 67, lett. c). Ancora una volta però il ricorrente confonde fatti e diritto. Sapere se l'importo di US$ 80 000 rimessogli da _ a _ sia una cosiddetta azione successiva non punibile (
mitbestrafte Nachtat
), com'egli asserisce, è una questione di diritto, non di fatto. Il problema andrà esaminato dunque in quella sede.
5.
Alla Corte di assise il ricorrente rimprovera di avere messo arbitrariamente sullo stesso piano il suo operato con quello degli altri due imputati, tanto nel primo quanto nel secondo traffico. Egli ribadisce di avere avuto “un ruolo parziale e secondario”, asserendo che “le conclusioni della Corte di assise sulla correità, sull'organizzazione e sulla banda (...) sono pesantemente contraddette dalla dovizia di particolari su quanto successo in entrambi i trasporti” (memoriale, pag. 7, punto 2 quarto capoverso e pag. 67, lett. d). Ora, nella misura in cui si riferisce all'accertamento dei fatti, la doglianza è irricevibile per carenza di motivazione. In un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell'arbitrio non basta pretendere che le constatazioni della Corte di assise siano “pesantemente contraddette dalla dovizia di particolari su quanto successo”. Occorre indicare almeno quali constatazioni sarebbero arbitrarie e con quali atti di causa esse risulterebbero in aperto contrasto. Nella misura per contro in cui il ricorrente nega la sua qualifica di correo o di appartenente a una banda, la questione è di diritto e andrà esaminata in quel contesto.
6.
Il ricorrente critica come arbitrario l'accertamento della sua partecipazione alla consegna della cocaina ai trafficanti, a Miami, ciò che nemmeno l'atto di accusa gli imputa (memoriale, pag. 7, punto 2 quinto capoverso e pag. 68, lett. e). Una volta di più, tuttavia, il ricorso è senza oggetto. La Corte di assise non ha accertato infatti che _ abbia preso parte alla consegna dei (rimanenti) 40 kg di cocaina a _ e _ sul posteggio del noto supermercato a Miami. Al contrario: ha precisato espressamente che “non vi sono altri riscontri della presenza del _ in questo frangente, ed in effetti l'atto di accusa non gli addebita espressamente la partecipazione alla consegna dello stupefacente” (sentenza, pag. 52, consid. 23 in principio). Al proposito il ricorso non merita quindi altra considerazione.
7.
Arbitrio il ricorrente scorge altresì nel fatto di essere stato considerato “partecipe ad un'organizzazione del traffico, quando tutti gli atti processuali provano che ha sempre e solo ubbidito agli ordini e non era autorizzato a prendere iniziative” (memoriale, pag. 7, punto 2 sesto capoverso e pag. 68, lett. f). Così argomentando, l'interessato travisa ulteriormente fatto e diritto. Quanto egli contesta, in realtà, non sono gli accertamenti di fatto contenuti nella sentenza di assise, bensì la qualifica giuridica del suo ruolo in base a tali accertamenti. Tant'è vero ch'egli non impugna siccome arbitrario alcun fatto preciso, ma si limita a ribadire la sua funzione subordinata, nel primo e nel secondo traffico. Si rilevi in ogni modo che, nella misura in cui pretende di avere scoperto la vera natura della merce trasportata nel 1991 solo al momento di scaricare il panfilo, il ricorrente cerca una volta ancora di equivocare. Certo, la Corte di assise ha ricordato che a quel momento egli era consapevole di trafficare cocaina (sentenza, pag. 49 consid. 22 prima frase), ma nella sentenza figura riprodotto un verbale del 14 settembre 2000 in cui lo stesso ricorrente ammetteva esplicitamente di avere scoperto la vera natura del trasporto già mesi prima, al largo dell'isola di Saint Lucia, quando i pacchi erano stati caricati sull'imbarcazione (sentenza, pag. 44 verso il basso: “Non ho creduto comunque nemmeno a questa versione, convinto che si trattasse di cocaina”). Per il resto, come detto, le argomentazioni del ricorrente riguardano l'applicazione della legge, non l'accertamento dei fatti.
8.
Arbitrari sarebbero dipoi, per il ricorrente, “gli accertamenti sulla motivazione che lo ha indotto a desistere dagli atti preparatori nell'ottobre del 1997” (memoriale, pag. 14, punto 2 settimo capoverso e pag. 68, lett. g). Egli fa valere di avere continuato nella preparazione della _ dopo la defezione di _ solo per denaro e per timore, rinunciando anch'egli dopo avere constatato l'impossibilità di convincere gli altri a lasciar perdere. L'assunto non è serio. Lo stesso ricorrente ha dichiarato al Procuratore pubblico – come ha accertato la Corte di assise – di avere desistito “perché si sentiva sorvegliato e perché riteneva concreto il rischio di essere scoperto dagli inquirenti” (sentenza, pag. 78 consid. 41.2). Gli stralci di verbale invocati nel ricorso non dicono altro. Anzi, confermano che la paura non è il motivo per cui il ricorrente ha continuato l'opera dopo il ritiro di _, ma il motivo che lo ha indotto a demordere. Ch'egli abbia tentato di dissuadere “gli altri” a recedere è una tesi addirittura immaginaria, priva di qualsiasi riscontro finanche nei passaggi di verbale evocati. Da questi si desume tutt'al più che, ritiratosi _, il ricorrente ha proseguito nel ripristino del panfilo lasciandosi “trascinare dalla necessità di soldi” (ricorso, pag. 77 e 78). Donde la conclusione della Corte di assise , secondo cui “il motivo a delinquere è [stato] anche per il _ quello del facile guadagno di molto denaro” (sentenza, pag. 86 in alto). Mal si comprende dove si ravviserebbe arbitrio in tali considerazioni.
9.
Infine il ricorrente si duole di arbitrio perché la Corte di assise gli ha rimproverato di avere negato la qualifica di “atti preparatori” (art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup) a quanto da egli compiuto nel quadro del secondo traffico (sentenza, pag. 69 consid. 37.2). Egli obietta di avere contestato tale qualifica solo per gli atti anteriori al luglio del 1991, ovvero alla sua trasferta in Colombia (memoriale, pag. 14, punto 2 ottavo capoverso e pag. 80, lett. h). A questo punto non giova ripetere che il ricorrente fraintende fatti e diritto. Sapere se determinate azioni costituiscano atti preparatori nel senso dell'art. 19 cpv. 1 cpv. 6 LStup non è una questione di fatto, ma con tutta evidenza di diritto, checché sostenga l'uno o l'altro imputato. La contestazione andrà dunque ripresa oltre.
10.
In diritto il ricorrente assevera che il primo traffico è avvenuto interamente negli Stati Uniti, né egli supponeva di dover trasportare cocaina al momento in cui _ lo ha interpellato. La sua accettazione nell'ambito di una chiamata telefonica ricevuta dalla Martinica configura tutt'al più un atto preparatorio e non fonda la competenza delle autorità svizzere, mentre il pagamento della mercede è avvenuto a Miami, nelle mani di _, non delle sue. Per di più, l'atto di accusa nemmeno gli rimprovererebbe tale circostanza. Applicabile sarebbe pertanto l'art. 19 cpv. 4 LStup, che prevede la doppia punibilità dell'illecito, non data nella fattispecie, giacché il reato è prescritto sia in virtù del diritto federale degli Stati Uniti sia per le leggi dello Stato della Florida. Per tacere del fatto che, comunque sia, la sua attività si connoterebbe come quella di un mero complice e non come quella di un correo, non avendo egli partecipato in modo determinante né alla decisione né alla pianificazione né all'esecuzione del reato. Quanto al secondo traffico, la sua attività si è limitata ad atti preparatori, di cui ha rinunciato spontaneamente a proseguire l'esecuzione 8 mesi prima del compimento del reato. E anche per quel che è degli atti preparatori, egli ha sempre agito come un gregario, agli ordini di terzi. Contrariamente a quanto accerta la Corte di assise, poi, i lavori sulla _ sono cominciati nel 1997, non nel 1996. La pena inflittagli sarebbe così eccessiva, a maggior ragione considerando l'attenuante del sincero pentimento (memoriale, pag. 14, punto 3).
a)
Per quanto attiene alla punibilità del reato, la legge svizzera si applica a chiunque commetta un crimine o un delitto in Svizzera (art. 3 cpv. 1 CP). Si ritiene commesso in Svizzera anche un crimine o un delitto avvenuto all'estero, ma di cui in Svizzera si verifichi “l'evento” (art. 7 cpv. 1 CP). D'altro lato non occorre che, per essere commesso in Svizzera, un crimine o un delitto debba essere perpetrato interamente sul territorio nazionale: basta che in Svizzera sia compiuto un suo elemento costitutivo, foss'anche isolato, ma che in relazione con altri concorra a integrare la fattispecie (
Schultz
in: FJS 1210, pag. 3 in alto;
Trechsel
, StGB, Kurzkommentar, 2a edizione, n. 2 ad art. 7;
Trechsel/Noll
, Schweizerisches Strafrecht, Allgemeiner Teil I, 4a edizione, pag. 50 verso l'alto
; Hurtado Pozo
, Droit pénal, Partie générale, 2a edizione, pag. 131 n. 377). Gli atti preparatori non contano, salvo ove siano essi medesimi punibili (
Hurtado Pozo
, op. cit., pag. 132 n. 378 nota 55). Contano invece alla stessa stregua di atti di partecipazione quelli successivi alla consumazione del reato (
Vollendung
,
consommation
), fino alla sua conclusione (
Beendigung
,
épuisement
). E un illecito non può dirsi “concluso” finché l'autore non abbia raggiunto il proprio scopo (ad esempio quello di assicurarsi l'indebito profitto:
Trechsel
, op. cit., n. 3 all'art. 7 e n. 7 all'introduzione dell'art. 21 CP).
b)
Che una partecipazione al reato possa riscontrarsi anche nella fase meramente conclusiva dell'illecito (
Beendigung
,
épuisement
) è opinione dominante (
Stratenwerth
,
Schweizerisches Strafrecht, Allgemeiner Teil I
, 2a edizione, pag. 98 n. 7 in fine con richiami;
Schultz
, Einführung in den allgemeinen Teil des Strafrechts, vol. I, 4a edizione, pag. 108 in basso;
Trechsel
, op. cit., n. 7 all'introduzione dell'art. 21 CP). A tale indirizzo dottrinale e giurisprudenziale non mancano invero voci critiche.
Albrecht
reputa, in particolare, che dandosi compravendita di stupefacenti il pagamento del prezzo non vada considerato come atto costitutivo del reato, proprio perché a quel momento l'illecito è ormai consumato (
beendet
). Tutt'al più – egli soggiunge – il pagamento va punito, dandosene gli estremi, come riciclaggio di denaro o come finanziamento di ulteriori traffici (Kommentar zum schweizerischen Privatrecht, Art. 19–28 BetmG, Berna 1995, n. 53 in fine ad art. 19). Ugualmente critico
Hurtado Pozo,
secondo cui gli atti commessi dopo la consumazione del reato allo scopo di assicurarsi un indebito vantaggio – ad esempio la riscossione di un assegno ottenuto per mezzo di una truffa – non fanno più parte dell'infrazione (op. cit., pag. 132 n. 378 in fine).
c)
Sta di fatto che, almeno finora, la prassi del Tribunale federale si è attenuta senza discussioni alla dottrina maggioritaria (DTF 106 IV 295 pag. 297, 98 IV 83 consid. 2c pag. 85). Non compete pertanto a questa Corte scostarsene, modificando a sua volta la propria giurisprudenza (CCRP, sentenza del 10 marzo 1994 in re K., consid. 2a). In concreto il ricorrente ha incassato a _ la mercede per le sue prestazioni nell'ambito del primo traffico (US$ 80 000: sentenza impugnata, pag. 54 consid. 24). La perpetrazione nel Ticino di tale elemento costitutivo del reato, ancorché nella fase conclusiva del medesimo, comporta la punibilità dell'intera infrazione in Svizzera giusta l'art. 3 cpv. 1 CP (
Schultz
, op. cit., pag. 103 verso il basso; FJS 1210, pag. 7 punto IV in principio). La circostanza che il pagamento provenisse da _ e non direttamente dai fornitori colombiani nulla toglie alla natura dell'illecito. Decisivo è il luogo dove il ricorrente ha percepito la mercede, non la persona che gli ha consegnato il denaro. Il fatto come tale poi – contrariamente a quanto il ricorrente asserisce – è partitamente enunciato nell'atto di accusa (pag. 3 verso il basso), mentre l'accenno a un'eventuale azione successiva non punibile (
nicht strafbare Nachtat
o, meglio,
mitbestrafte Nachtat
) è di poco sussidio, atti commessi dopo la consumazione del reato allo scopo di assicurarsi un indebito vantaggio rientrando – come detto – nelle previsioni dell'art. 3 cpv. 1 CP fino alla fase conclusiva dell'infrazione. Ciò posto, l'art. 19 n. 4 LStup invocato nel ricorso, che riguarda la punibilità di azioni commesse all'estero, è infruttuoso, il primo traffico dovendo essere considerato siccome commesso in Svizzera.
d)
La Corte di assise sembra fondare la punibilità del ricorrente anche sul fatto che, in vista del primo traffico, costui abbia compiuto in Svizzera atti preparatori passibili di pena (sentenza, pag. 72 in alto). La Corte medesima non ha escluso l'ipotesi, tuttavia, che all'inizio il ricorrente si sia unito a _ solo con l'intenzione di contrabbandare in Florida pietre preziose (sentenza impugnata, pag. 42 in alto). Essa non ha accertato né ch'egli si fosse visto prospettare effettivamente un carico di marijuana (come _ sosteneva: sentenza, pag. 36), né ch'egli abbia acquisito la consapevolezza di partecipare a un trasporto di cocaina prima di avere visto caricare la merce sul panfilo, al largo dell'isola di Saint Lucia (sentenza, pag. 44 verso il basso). Non risultando ch'egli abbia accettato la proposta di _ nell'intento di partecipare a un traffico di droga, l'esistenza di un
dolus superveniens
non basta a far sì che l'infrazione possa essere ritenuta commessa in Svizzera. Potrebbe se mai entrare in linea di conto, come atto preparatorio, l'ulteriore chiamata che il ricorrente ha ricevuto quando è tornato in Florida il 12 luglio 1991 per scaricare il panfilo con _, ma al proposito manca qualsiasi accertamento. Per quanto riguarda il ricorrente, dunque, il primo traffico può essere punito in virtù del diritto svizzero – come detto – perché l'incasso della mercede è avvenuto in Svizzera, non per l'esistenza di atti preparatori in Svizzera da parte di lui. Sotto questo profilo la situazione del ricorrente si distingue da quella di _.
e)
L'esistenza di preparativi in Svizzera giustifica invece la perseguibilità del ricorrente per quanto attiene al secondo traffico (art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup). Lo stesso ricorrente ha dichiarato in effetti di avere accettato a _ l'offerta di _, parlando al telefono con lui, pur nella consapevolezza – questa volta – che il trasporto prospettatogli riguardava cocaina (sentenza, pag. 56 consid. 26). La Corte di assise ha ravvisato in tale intesa un preparativo punibile (sentenza, pag. 72 consid. 39.1 in fine), analogamente al Tribunale federale, che qualifica come preparativo punibile la compravendita di stupefacenti stipulata per telefono, senza riguardo alla questione di sapere chi l'abbia proposta né se la fornitura si sia poi concretata (sentenza inedita 6S.684/2000 del 22 marzo 2001 in re P., consid. 2d). Il ricorrente non insorge contro tale interpretazione, né contesta l'applicabilità dell'art. 3 cpv. 1 CP al secondo traffico. Anzi, egli medesimo ha ammesso di essersi incontrato con _ ancora nell'estate del 1996, a _, appunto per parlare del traffico (sentenza, pag. 56 a metà). In proposito non soccorre perciò dilungarsi.
f)
Il ricorrente asserisce di avere agito sempre e solo come complice, non come correo, tanto nell'uno quanto nell'altro traffico. Ora, autore di un reato è chi riunisce in sé tutti gli elementi oggettivi e soggettivi dell'illecito; complice invece è chi si limita a prestare assistenza all'autore, contribuendo in modo subalterno alla commissione del reato (art. 25 CP). La complicità presuppone l'attività criminosa di un autore principale (DTF 121 IV 109 consid. 3a pag. 119). Agisce come autore – ad esempio – chi intraprende un viaggio in automobile perché alla meta i passeggeri possano rifornirsi di droga (DTF 114 IV 162), chi trasporta droga (DTF 117 IV 58 consid. 1 pag. 60) oppure chi mette attivamente a disposizione di terzi il proprio alloggio per occultarvi supefacenti (DTF 119 IV 266). Agisce in qualità di complice, per contro, chi si limita a concedere l'uso di un veicolo (DTF 113 IV 90 consid. 2a pag. 91) o a soccorrere il conducente di un veicolo guasto pur sapendo che su quest'ultimo è caricata droga (DTF 106 IV 72 consid. 2b pag. 73). Complice è, in sostanza, chi presta atti di assistenza “estremamente limitati” (DTF 115 IV 59 consid. 3 pag. 61). In materia di stupefacenti la figura del complice ha poco spazio, giacché l'art. 19 n. 1 LStup contempla come forme di partecipazione autonoma quasi tutte le azioni di sostegno che in altre fattispecie andrebbero considerate come atti di mera complicità (DTF 119 IV 266 consid. 3a pag. 268). Non solo il trasporto di stupefacenti (art. 19 n. 1 cpv. 3 LStup), ma già la messa in atto di preparativi per il trasporto di stupefacenti configura – ad esempio – una forma di partecipazione autonoma (art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup).
g)
L'opinione del ricorrente, secondo cui egli non avrebbe partecipato in modo determinante né alla decisione né alla pianificazione né all'esecuzione dei traffici è perciò senza rilievo, oltre che inveritiera. Anzitutto, perché in materia di stupefacenti il solo fatto di non avere partecipato in modo determinante alla decisione, alla pianificazione o all'esecuzione del reato non esclude la qualifica di correo, riservata solo a chi compie atti di assistenza “estremamente limitati”. Inoltre, perché nel caso specifico il ricorrente non si è rivelato affatto un modesto gregario. Nel primo traffico egli ha coadiuvato _ a caricare la _ (sentenza, pag. 44 a metà), a trasferire il panfilo dall'isola di Saint Lucia a quella di Saint Martin/Sint Marteen (loc. cit.), a spostare il medesimo da Miami a Fort Lauderdale e a scaricarlo (sentenza, pag. 50). Nel secondo traffico egli ha fatto la spola tra la Svizzera e la Florida per curare le necessarie riparazioni (sentenza, pag. 58 consid. 29), prima come corrispondente di _ (fino all'aprile del 1997), attraverso un conto bancario aperto a Miami per ricevere i fondi destinati alla preparazione del panfilo (sentenza, pag. 61 in basso), e poi autonomamente, ingaggiando l'inconsapevole _ (sentenza, pag. 64 in alto), entrando direttamente in relazione con il referente dei fornitori colombiani _ (sentenza, pag. 61 consid. 31), conoscendo il nuovo comandante del panfilo (sentenza, pag. 65 in fondo), incontrando addirittura “El Jefe”, il capo dei fornitori (sentenza, pag. 66) e ispezionando per finire con il citato comandante _ la casa di Pompano Beach destinata a ricevere il carico (sentenza, pag. 67 consid. 35 in fine). Che i lavori di riparazione al panfilo siano cominciati nel febbraio del 1997 anziché nell'autunno del 1996 (la stessa Corte di assise ha corretto l'imprecisione del consid. 30, pag. 59 seconda riga, alla prima riga di pag. 60) poco sussidia. Prospettare semplice complicità nelle condizioni descritte è a dir poco fuori argomento.
h)
Non è destinata a miglior sorte nemmeno la desistenza che il ricorrente fa valere per avere rinunciato a continuare gli atti preparatori del secondo traffico almeno sette mesi prima che la riparazione del panfilo fosse ultimata. La Corte di assise ha ritenuto che, abbandonando l'impresa solo perché si sentiva sorvegliato e temeva di essere scoperto, il ricorrente non abbia dato prova di desistenza spontanea (sentenza, pag. 78 consid. 41.2). L'opinione è conforme alla dottrina dominante. Alla desistenza da “preparativi” nel senso dell'art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup si applicano, per analogia, i principi degli art. 21 cpv. 2 e 260
bis
cpv. 2 CP (
Albrecht
, op. cit., n. 116 in fine ad art. 19 LStup;
Corboz
, Les principales infractions en droit suisse, vol. II, Berna 2002, pag. 792 n. 125). Siffatti preparativi, invero, non si distinguono apprezzabilmente da tentativi (
Albrecht,
op. cit., n. 115 e 116 in principio ad art. 19 LStup;
Corboz
, op. cit., pag. 772 n. 45 e pag. 773 n. 49). Il giudice può esentare da ogni pena, di conseguenza, l'autore che desista “spontaneamente”. Chi rinuncia a proseguire un preparativo solo perché teme di essere scoperto non si ritiene recedere spontaneamente (
Rehberg/Donatsch
, Strafrecht I, 7a edizione, pag. 111 a metà con nota 119;
Trechsel
, op. cit., n. 9 ad art. 260
bis
CP, ove si menziona anche l'opinione dissenziente di
Schubarth
). Il ricorrente non può dunque contare sul privilegio di simile attenuante.
i)
Nella misura in cui il ricorrente sembra contestare l'aggravante dell'art. 19 n. 2 lett. b LStup, ossia di avere agito come “membro di una banda costituitasi per esercitare il traffico illecito di stupefacenti”, la questione è senza portata pratica, La pena della reclusione o della detenzione non inferiore a un anno, cui può essere cumulata la multa fino a un milione di franchi, si giustifica già – come ha rilevato la Corte di assise – per l'aggravante dell'art. 19 n. 2 lett. a LStup. Chi partecipa a trasporti o a preparativi per trasporti da una tonnellata di cocaina deve sapere con ogni evidenza che una simile quantità di stupefacente “può mettere in pericolo la salute di parecchie persone”. Non giova quindi interrogarsi oltre sull'aggravante della “banda”, la Corte di assise avendo sì ravvisato nei due traffici gli estremi dell'art. 19 n. 2 lett. b LStup (sentenza, pag. 69 consid. 38), ma per finire non avendo più evocato nella commisurazione della pena l'ulteriore pericolosità della banda in sé, vista come associazione a delinquere che corrobora psichicamente e fisicamente gli appartenenti, consentendo loro di superare le remore e impedendo loro di desistere (v.
Trechsel
, n. 16 in principio ad art. 139 CP). La controversia sull'aggravante dell'art. 19 n. 2 lett. b LStup si risolve perciò in una mera questione teorica.
l)
Il ricorrente si duole altresì – come detto – di una pena eccessiva, a maggior ragione considerata l'attenuante del sincero pentimento. Così argomentando, egli disconosce però che nella commisurazione della pena (art. 63 CP) il giudice del merito fruisce di ampia autonomia. La Corte di cassazione e di revisione penale interviene solo – come il Tribunale federale – ove la sanzione si ponga fuori del quadro edittale, si fondi su criteri estranei all'art. 63 CP, disattenda elementi di valutazione prescritti da quest'ultima norma oppure appaia esageratamente severa o esageratamente mite, al punto da denotare un abuso del potere di apprezzamento (DTF 127 IV 10 consid. 2 pag. 19, 123 IV 49 consid. 2a pag. 51, 150 consid. 2a pag. 152 con richiami; cfr. anche 123 IV 107 consid. 1 pag. 109). Quanto ai criteri determinanti per la fissazione della pena, essi figurano in DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2a pag. 289. Il ricorrente definisce “eccessiva” la pena inflittagli, ma non pretende ch'essa esorbiti dal quadro legale, si fondi su criteri estranei all'art. 63 CP, trascuri elementi di valutazione dettati da quest'ultima norma o appaia esageratamente severa o esageratamente mite, al punto da palesare un abuso di apprezzamento. Egli non spiega nemmeno perché l'attenuante riconosciutagli, che gli ha comportato una riduzione di pena attorno ai tre anni (sentenza, pag. 86 in fondo), non sarebbe stata adeguatamente considerata. Insufficientemente motivato, su questo punto il ricorso si dimostra finanche irricevibile.
11.
Da ultimo il ricorrente afferma, sempre in diritto, che la Corte di assise ha ignorato la sua tesi difensiva, stando alla quale la scoperta del secondo traffico (il quale ha poi permesso di risalire al primo) è frutto di un'inchiesta mascherata da parte della polizia americana. Di ciò egli avrebbe dovuto beneficiare con una riduzione di pena, come prevede la giurisprudenza in materia (memoriale, pag. 80, punto 5). Gli unici due elementi dai quali il ricorrente desume l'esistenza di un agente infiltrato non hanno tuttavia consistenza. Il fatto che _, titolare del cantiere nautico in cui la _ era stata portata a tre riprese per riparazioni tra il 1996 e il 1997 _ abbia rifiutato di rispondere quando gli inquirenti volevano sapere se _ gli avesse precisato quale uso intendesse fare dell'imbarcazione (act. 455, rubrica D, pag. 3 in basso) non indizia alcunché, se non il desiderio dello stesso _ di rimanere estraneo alla vicenda. Che agli inquirenti americani sia giunta nel febbraio del 1997 la notizia secondo cui _ andava dicendo di voler vendere il panfilo per un traffico di stupefacenti (act. 1, pag. 2) ancora non significa che la polizia abbia fatto capo a infiltrati. Tanto meno ove si consideri che _ non si era dichiarato scontento della defezione del ricorrente, il quale a suo avviso “era uno che parlava troppo” (sentenza, pag. 79 nel mezzo). Anche su quest'ultimo punto il ricorso appalesa perciò la sua inconsistenza.
II. Sul ricorso di _
12.
Il ricorrente si diffonde, dopo alcune osservazioni preliminari (memoriale, parte I e II), in una sua propria cronologia dei fatti “pertinenti ed accertati in sede di istruttoria, rispettivamente in sede dibattimentale”, dipartendosi dagli addebiti a lui mossi nell'atto di accusa (parte III, da pag. 3 a pag. 32). L'approccio metodologico non è corretto, ove appena si pensi che la Corte di cassazione e di revisione penale non è una giurisdizione di appello munita di pieno potere cognitivo. Anzi, essa è vincolata agli accertamenti di fatto del giudice del merito (art. 295 cpv. 1 seconda frase CPP), tranne in caso di arbitrio (sopra, consid. 1). Nella misura in cui pretende di ripercorrere i fatti a modo suo, narrando la vicenda dal proprio punto di vista e scostandosi dagli accertamenti della Corte di assise senza motivare l'arbitrio in cui questa sarebbe incorsa, l'interessato si esaurisce in argomentazioni appellatorie, improponibili in un ricorso per cassazione. Ricevibili nel quadro di un tale esposto sono unicamente i passaggi in cui singoli accertamenti della sentenza impugnata siano criticati non solo perché erronei, ma perché inficiati di arbitrio, sempre che dalla motivazione del ricorso risulti l'errore qualificato in cui sarebbe caduta la Corte.
a)
Con riferimento al primo traffico del 1990/91 il ricorrente censura di arbitrio la conclusione della Corte di assise, stando alla quale _ gli ha proposto di partecipare al noto trasporto di stupefacente raggiungendolo per telefono a _ o al domicilio di _ (sentenza, pag. 33 consid. 13). Egli sostiene che in realtà la proposta gli è stata fatta non in Svizzera per telefono, bensì a Miami di persona (ricorso, pag. 10 in basso e 11 in alto). Se non che, gli stessi verbali istruttori invocati dal ricorrente sono menzionati anche dalla Corte di assise, la quale però ha creduto solo a quanto il ricorrente ha dichiarato al Procuratore pubblico dopo il confronto con _, e cioè che la proposta gli era pervenuta telefonicamente (sentenza, pag. 33 in alto). La Corte ne ha dedotto che a quel momento egli poteva solo trovarsi a casa _ o sul posto di lavoro _. Il ricorrente contesta, ma non spiega come possa egli avere raggiunto la Florida l'8 gennaio 1990 (memoriale, pag. 10 in alto; rapporto di polizia, all. 82, rubrica arancione) per incontrare _ – e perché abbia affrontato la trasferta – senza avere prima conferito con lui almeno una volta, da casa o dal posto di lavoro. Nulla induce quindi a ritenere arbitraria la deduzione della Corte di assise.
b)
Arbitrario sarebbe inoltre, secondo il ricorrente, accertare che nell'autunno del 1991 egli ha rimesso a _, per i servigi resi, la somma di US$ 80 000 in occasione di un incontro al proprio domicilio di _ (memoriale, pag. 15 a metà). Mal si comprende tuttavia perché tale accertamento dovrebbe essere arbitrario, lo stesso ricorrente avendo ammesso in modo esplicito tale circostanza davanti al Procuratore pubblico, pur senza essere in grado di rammentare con precisione il luogo del Cantone Ticino in cui è avvenuta la consegna (sentenza, pag. 54 consid. 24). Che il denaro provenisse da _ figura – contrariamente a quanto egli assume – nel medesimo considerando della sentenza impugnata (pag. 54, terza riga in alto). Inconsistente, la censura di arbitrio non merita perciò altra disamina.
c)
Alla Corte di assise il ricorrente rimprovera arbitrio per avere accertato “allo scopo di predisporre la [sua] non credibilità” ch'egli si è recato un'ultima volta in Venezuela allo scopo di ottenere (senza esito) altro denaro da _ prima – anziché dopo – avere cominciato a ripristinare i ricettacoli occulti del panfilo. Egli sottolinea che il viaggio in Venezuela è avvenuto fra il 6 e l'8 gennaio 1997, mentre la parziale e difficile rimozione della schiuma sintetica con cui erano stati chiusi i nascondigli è avvenuta fra 13 e il 18 febbraio 1997 (memoriale, pag. 22 a metà). In realtà i termini malevoli in cui il ricorrente formula la critica nulla sussidiano. La Corte ha accertato in effetti che il ricorrente e _ hanno cominciato a liberare gli interstizi dello scafo nell'autunno del 1996 (seconda trasferta in Florida: sentenza, pag. 59 consid. 30), continuando ancora nel febbraio del 1997 (terza trasferta: loc. cit., pag. 61). Che il viaggio in Venezuela sia intervenuto un mese prima e non un mese dopo la seconda tappa dei lavori poco giova, il ricorrente ammettendo di avere abbandonato il tutto solo più tardi, nell'aprile del 1997 (memoriale, pag. 25 in alto). Quanto al fatto ch'egli non prevedesse di dover trasportare quasi due tonnellate di cocaina, l'argomentazione cade nel vuoto, giacché la Corte di assise non ha accertato ch'egli – né _ del resto – si aspettassero un carico superiore a quello del primo traffico (1000 kg: sentenza, pag. 67 consid. 34 in fine).
d)
Il ricorrente si duole che “sorprendentemente” la Corte di assise non abbia accertato la sua assoluta e definitiva desistenza – al più tardi – a decorrere dal 4 aprile 1997, allorché il panfilo era ancora improprio alla navigazione, e che abbia trascurato di constatare l'intervento di _ in sostituzione di lui (memoriale, pag. 25). La tesi è ai limiti del pretesto. La Corte di assise ha accertato esplicitamente che “a partire dal mese di aprile del 1997 _ (...) effettivamente rinuncia a proseguire nella preparazione del trasporto, limitandosi a mantenere contatti con il _, circostanza, a mente della Corte, priva di reale valenza penale” (sentenza, pag. 62 in fondo). Né la Corte ha minimamente accertato che nell'aprile del 1997 la _ fosse in qualche modo utilizzabile. Quanto a _, la sua presenza in sostituzione del ricorrente è accertata chiaramente a pag. 64 in alto. Soffermarsi oltre su censure simili sarebbe attardarsi invano.
e)
A parere del ricorrente è arbitrario addossargli la responsabilità di avere intrapreso alcunché dopo la sua defezione, tanto più che nell'agosto del 1997 il trasporto di cocaina ancora non era definito ed era “assolutamente privo (...) di termini” (memoriale, pag. 26 in alto). Anche tale argomentazione è inconferente, giacché la Corte di assise non ha più nulla addebitato al ricorrente dopo l'aprile del 1997. Al contrario: ha accertato senza equivoco che i fornitori hanno stabilito direttamente con _ i termini del trasporto (sentenza, pag. 64 consid. 34). Ancora una volta il ricorrente muove alla Corte di assise critiche per torti riconducibili alle sue sole impressioni.
f)
Infine il ricorrente sottolinea – per quel che è delle doglianze più o meno ricollegabili al divieto dell'arbitrio – che solo nell'agosto del 1997 _, _, _ e i fornitori hanno determinato il genere e la quantità dello stupefacente che sarebbe stato oggetto del traffico, come pure i compensi che sarebbero spettati ai vari partecipanti, individuando i componenti dell'equipaggio, le rotte da seguire e i codici di comunicazione da adottare. Arbitrariamente perciò la Corte “si prova nel recuperare, non importa come, la responsabilità del _ attribuendogli l'intenzione di compiere, comunque, atti preparativi per 1000 kg” (memoriale, pag. 30 e 31 in alto). Ora, per quel che è degli accertamenti appena citati, la sentenza non contiene alcunché di diverso, nel senso che in nessun punto del giudizio la Corte di assise ha imputato al ricorrente di avere contribuito a precisare i termini o le modalità del trasporto. Per quel che delle sue responsabilità, il ricorrente cerca piuttosto egli medesimo, “non importa come”, di minimizzarle. Che al momento in cui egli ha desistito dall'impresa il traffico non fosse ancora stato pianificato nei particolari non deve far dimenticare in effetti ch'egli ben sapeva fin dall'inizio – per sua stessa ammissione (sentenza, pag. 55) – a quale trasporto avrebbe partecipato, in specie quale stupefacente avrebbe trasportato (lo stesso del primo traffico), qual era l'imbarcazione da usare (sempre la _) e con che gente avrebbe avuto a che fare (i trafficanti colombiani che la prima volta gli avevano corrisposto US$ 80 000 invece degli 1.4 milioni promessi). Sotto il profilo dell'arbitrio, in definitiva, le tesi del ricorrente risultano destinate all'insuccesso.
13.
In diritto il ricorrente riprende a evocare la propria versione dei fatti, ricominciando dagli anni ottanta (parte IV, punto 6.1.1) per passare poi al primo traffico del 1990/91 (punto 6.1.2) e al secondo del 1995/97 (punto 6.1.3). Ancora una volta però l'approccio metodologico non è corretto. Il potere cognitivo della Corte di cassazione e di revisione penale è, in diritto, quello di verificare se la legge sia stata giustamente applicata ai fatti accertati senza arbitrio in prima sede. Invano si cercherebbe però nei citati punti del memoriale una qualsiasi censura sull'applicazione del diritto. In realtà il ricorrente insiste nel ritenersi legittimato a rimettere in discussione l'intero complesso dei fatti constatati in modo vincolante dal giudice di merito solo perché critica di arbitrio la sentenza impugnata sull'uno o sull'altro punto. Come si è spiegato dianzi, tuttavia, ciò non è ammissibile. Fondato su questioni di fatto, al proposito il ricorso può dunque essere esaminato – una volta di più – nella sola misura in cui singoli accertamenti della sentenza impugnata siano criticati di arbitrio, sempre che dalla motivazione risulti l'errore qualificato in cui sarebbe trascesa la Corte.
a)
Arbitraria sarebbe, secondo il ricorrente, la conclusione della Corte di assise stando alla quale egli avrebbe trasportato cocaina con la _ già nel 1989 nell'ambito di un traffico pressoché identico a quello del 1990/91 contemplato nell'atto d'accusa (memoriale, pag. 35 in alto). La Corte di assise tuttavia ha spiegato con chiarezza che quel trasporto non poteva ritenersi di marijuana (come pretendeva l'imputato), il compenso di US$ 350 000 essendo irragionevole per un traffico di droga leggera (sentenza, pag. 29 consid. 10). Il ricorrente asserisce che tale retribuzione si giustificava perché la relazione diretta tra lui e _ aveva fatto venir meno “un anello intermediario”, cioè _, “che nei precedenti viaggi aveva con tutta evidenza un suo personale tornaconto” (memoriale, pag. 34). Oltre che appellatoria, l'affermazione è inveritiera, ove appena si pensi che – secondo le dichiarazioni dello stesso ricorrente – il traffico del 1989 è stato eseguito proprio su incarico di _ (sentenza, pag. 26 consid. 9), il quale non è quindi stato – per usare i termini del ricorrente – “saltato via”. Prospettare un “arbitrio evidente” in condizioni del genere sfiora la temerarietà.
b)
Il lamentato arbitrio in cui la Corte di assise si sarebbe sospinta accertando che all'inizio del 1990 _ gli ha proposto di partecipare al noto trasporto di stupefacente raggiungendolo per telefono a _ o al domicilio di _ (memoriale, pag. 35) è gia stato escluso (sopra, consid. 12a). Al riguardo non serve ripetersi. Quanto al fatto che il ricorrente abbia interpellato _ a _ o a _ nel preteso intento di contrabbandare pietre preziose (memoriale, pag. 36 in alto), ciò figura a pag. 42 in alto della sentenza impugnata, ove la Corte di assise – nel dubbio – non ha scartato siffatta ipotesi (per tacere del fatto che, secondo lo stesso ricorrente, l'offerta si riferiva non a pietre preziose, bensì a marijuana: sentenza, pag. 36). Il noto pagamento di US$ 80 000 da parte di _, infine (memoriale, pag. 36 in basso), è pacificamente avvenuto a Miami, né la Corte di assise ha accertato che – per avventura – _ abbia mai messo piede in Svizzera.
c)
Il ricorrente fa notare che all'inizio del 1997 _ ha consegnato da sé solo il panfilo alla marina di _ per riparazioni, senza il suo ausilio (memoriale, pag. 37 verso l'alto). Il particolare è di ben poco conto e attiene al mero riparto dei ruoli con _. Per il resto all'inizio del 1997 il ricorrente era ancora pienamente attivo, tant'è che ai primi di gennaio del 1997 si è recato in Venezuela per incontrare _ e che il 27 gennaio successivo ha aperto un conto personale presso la _ per ricevere gli accrediti di _ (sentenza, pag. 61 consid. 31). L'altra doglianza del ricorrente, relativa al periodo in cui egli ha compiuto la trasferta in Venezuela (prima della parziale svuotatura dei ricettacoli nello scafo: memoriale, pag. 37 a metà) è già stata trattata (sopra, consid. 12c), come pure quella della sua consapevolezza circa la portata del traffico cui avrebbe partecipato (sopra, consid. 12f). Da ultimo il ricorrente definisce “incredibile” che la Corte di assise abbia trascurato quanto _ ha dichiarato in via rogatoriale sul conto di _, ovvero che durante l'incontro con “El Jefe” in Colombia (agosto del 1997), cui egli era presente, si era parlato esplicitamente di un traffico di due tonnellate di cocaina e di un compenso per _ e lo stesso _ di un milione di dollari ciascuno (memoriale, pag. 38 in fondo). Mal si comprende tuttavia quale beneficio l'interessato miri a trarre da un simile accertamento. Nella misura in cui sembra pretendere, invero, che nessuna seria cognizione del traffico può essergli imputata fino all'aprile del 1997 (momento della sua desistenza), l'argomentazione è già stata giudicata inconsistente (sopra, consid. 12f).
14.
In diritto – e questa volta realmente sotto il profilo giuridico – il ricorrente contesta in primo luogo che la punibilità dei traffici incriminati soggiaccia agli art. 3 cpv. 1 e 7 cpv. 1 CP, solo l'art. 19 n. 4 LStup essendo a suo avviso applicabile. Se non che, per quanto riguarda il traffico del 1990/91 egli torna a ridiscutere l'accertamento secondo cui _ gli ha proposto di partecipare al trasporto telefonandogli nel Ticino (memoriale, pag. 39 a 43). Su tale questione
di fatto
non occorre tornare (sopra, consid. 12a). Egli contesta anche la rilevanza
giuridica
della telefonata da egli fatta nel 1990 a _, che si trovava a _, e del versamento a _ di US$ 80 000 nel 1991 (memoriale, pag. 43 a 45), ma a torto. Non fa dubbio in effetti che la proposta di partecipare a un trasporto di cocaina, accettata e per di più adempiuta dal destinatario, costituisca un preparativo punibile nel senso dell'art. 19 cpv. 1 n. 6 LStup (sopra, consid. 10e). E alla stessa stregua degli atti preparatori punibili vanno considerati gli atti compiuti nella fase conclusiva dell'illecito (sopra, consid. 10a a 10c). Nell'ambito del primo traffico si può anche trascurare la telefonata del ricorrente a _, che potrebbe avere avuto per oggetto un contrabbando di pietre preziose (sopra, consid. 10d). Rimane il fatto però che il ricorrente ha accettato nel Ticino la proposta telefonica di _ (sopra, consid. 12a) e nel Ticino ha corrisposto a _ US$ 80 000, nell'autunno del 1991, per i servigi resi (sopra, consid. 12b). Nel quadro del secondo traffico egli ha accettato, ancora nel Ticino, la proposta di _ e ha immediatamente telefonato a _, che si trovava a _ per proporgli di collaborare nuovamente. Ora, gli atti preparatori punibili contano come atti di partecipazione al reato (sopra, consid. 10a a 10c): comportano dunque la punibilità dell'intero illecito come se questo fosse stato commesso in Svizzera. E alla stessa stregua degli atti preparatori punibili vanno considerati gli atti compiuti nella fase conclusiva dell'illecito, come la corresponsione di US$ 80 000 nel Ticino a _, nell'autunno del 1991, per i servigi resi nel primo traffico (sopra, consid. 12b). Che il ricorrente avesse incassato la somma a Miami da _ poco importa, il denaro essendo stato da lui rimesso nelle mani del destinatario in Svizzera. L'applicabilità dell'art. 3 cpv. 1 CP, tanto al primo quanto al secondo traffico non fa pertanto dubbio.
Il ricorrente insiste nel sostenere che atti preparatori o atti nella fase conclusiva del reato non bastano a legittimare l'applicabilità degli art. 3 cpv. 1 e 7 cpv. 1 CP (memoriale, pag. 45 a 50). Egli disconosce però che nella fattispecie si trattava di atti preparatori punibili (art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup), non di atti preparatori qualsiasi. Quanto agli atti nella fase conclusiva del reato (
Beendigung
,
épuisement
), l'opinione dominante è quella già riassunta (sopra, consid. 10c). Infine, la teoria accennata dal ricorrente (pag. 49 a metà) – ma anche dalla Corte di assise (sentenza, pag. 70 in fondo) – sui reati di “messa in pericolo astratta” riguarda esclusivamente l'art. 7 cpv. 1 CP, secondo cui si ritiene commesso in Svizzera anche un crimine o un delitto perpetrato all'estero, ma di cui in Svizzera sia verificato “l'evento”, cioè il risultato. Tale norma non ha portata propria nel caso specifico, ove di entrambi i traffici incriminati sono stati commessi, in Svizzera, preparativi o atti conclusivi. Sapere se in Svizzera si sia prodotto anche parte dell'“evento” o se quest'ultimo si sia verificato esclusivamente su territorio estero, dove il reato ha trovato consumazione (sul problema:
Rehberg/Donatsch
, op. cit., pag. 42 a metà), nulla toglie all'applicabilità dell'art. 3 cpv. 1 CP.
15.
Ancora in diritto il ricorrente ribadisce l'inapplicabilità del diritto svizzero con riferimento a un parere giuridico rilasciato il 4 gennaio 2002 dal prof. _ al precedente difensore di _ (in una cartellina trasparente rosa di atti non rubricati prodotti al dibattimento), secondo cui nella fattispecie non sussistono atti criminosi perpetrati in Svizzera, sicché ai due traffici di cocaina si applicherebbe l'art. 19 n. 4 LStup che disciplina la punibilità di reati commessi all'estero (memoriale, pag. 51). A prescindere dal fatto però che – come si evince dal parere medesimo – l'opinione predetta si fonda solo sul rapporto di polizia, il referto non prende posizione sui preparativi punibili né sull'atto conclusivo accertato dalla Corte di assise, ai quali nemmeno fa allusione. Non è pertanto di utilità ai fini del giudizio. Il ricorrente soggiunge che, contrariamente a quanto reputa la Corte di assise (sentenza, pag. 72 consid. 39.3), la doppia punibilità prevista dall'art. 19 n. 4 LStup comprende anche la prescrizione. E siccome il primo traffico risulta prescritto sia in virtù del diritto federale degli Stati Uniti sia per le leggi dello Stato della Florida, da tale capo d'imputazione egli dev'essere prosciolto (memoriale, pag. 51 a 54). Come si è appena visto, nondimeno, l'art. 19 n. 4 LStup non è applicabile né all'uno né all'altro traffico, retti entrambi dall'art. 3 cpv. 1 CP. L'assunto è di conseguenza infruttuoso.
Con riferimento al secondo traffico (memoriale, pag. 54 segg.) il ricorrente sembra contestare che la proposta di _ gli sia giunta nel Cantone Ticino (pag. 56 a metà). Al proposito egli non si confronta però con la motivazione della Corte di assise (sentenza, pag. 54 consid. 25 in principio), né tanto meno la censura d'arbitrio, sicché l'argomentazione risulta d'acchito improponibile. Per il resto egli ribadisce che la telefonata di _ e quella sua a _ sono semplici atti preparatori, senza rilievo per l'applicazione dell'art. 3 cpv. 1 CP (memoriale, pag. 56 e 57), ma dimentica che tali preparativi erano
punibili
, onde l'inconcludenza dell'assunto (sopra, consid. 10a). A giusto titolo il ricorrente ammette invece – non senza aggravare la propria situazione – che l'apertura da parte sua, nel gennaio del 1997, di un conto personale presso la _ per ricevere da _ il denaro necessario alle riparazioni del panfilo “costituisce certo un fatto, quantomeno in apparenza, compromettente dal profilo dell'aggancio di una competenza territoriale autonoma delle autorità svizzere” (memoriale, pag. 57 a metà). Egli cerca invero di sminuire la portata di ciò, soggiungendo che il denaro pervenuto su tale conto è poi stato girato a _ in Florida, ma a prescindere dalla circostanza che dei US$ 59 000 accreditati su quel conto non più di US$ 40 000 risultano essere stati riversati a _ (sentenza, pag. 61 verso il basso), la riscossione in Svizzera di fondi destinati al trasporto di cocaina configura gia di per sé un ulteriore elemento preparatorio del reato, che suffraga la punibilità dell'illecito secondo l'art. 3 cpv. 1 CP. Gli ulteriori accenni del ricorrente all'atto di accusa (memoriale, pag. 57 in basso) sono fuori tema, impugnata essendo la sentenza di merito, non l'atto di accusa. Anche i riferimenti alla punibilità secondo il diritto colombiano e quello americano (memoriale, pag. 58 e 59) non giovano, l'art. 19 n. 4 LStup non essendo applicabile alla fattispecie.
16.
Sostiene il ricorrente che, fosse pur data la punibilità secondo l'art. 3 cpv. 1 CP dei traffici incriminati, la Corte di assise “ha comunque violato il diritto sostanziale (...) nella misura in cui ha ritenuto il ricorrente punibile di atti preparatori per un traffico di cocaina di 1000 kg (1000 kg in meno, cioè, rispetto all'ipotesi accusatoria)” (memoriale, pag. 59 in basso). La doglianza non manca di stupire: intanto non è dato a divedere quale norma del diritto sostanziale avrebbe violato la Corte di assise; in secondo luogo mal si comprende quale beneficio potrebbe mai attendersi il ricorrente da un simile rilievo. Sempre per quanto si riferisce al secondo traffico il ricorrente assevera che, nell'ipotesi in cui fosse applicabile l'art. 3 cpv. 1 CP, non si ravviserebbero in ogni modo atti preparatori punibili (memoriale, pag. 60 segg.). Ora, si può convenire con il ricorrente che atti preparatori punibili presuppongono – in analogia a quanto prevede l'art. 260
bis
cpv. 1 CP per altri reati – una pluralità di azioni concrete tecniche o organizzative, rivolte al medesimo fine, la cui natura ed estensione mostrino come l'autore si accinga a commettere uno dei reati previsti dall'art. 19 n. 1 LStup. Invano egli tenta però di far passare le sue attività nel quadro del secondo traffico come atti che non configurano preparativi nel senso dell'art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup.
È appena il caso di ricordare che, secondo i vincolanti accertamenti della sentenza impugnata, già il primo traffico di cocaina rispondeva a “una collaudata procedura” che abbisognava solo di concordare gli appuntamenti, rendere il panfilo atto alla navigazione e trovare un'abitazione per scaricare la merce (sentenza, pag. 45 in alto). Il ricorrente già conosceva _, che lo aveva rimunerato per un precedente traffico di cocaina nel 1989 (sentenza, pag. 29 a metà), conosceva il panfilo (già usato per il traffico del 1989) e conosceva i luoghi dell'operazione (gli stessi del traffico precedente). Tali accertamenti valgono a maggior ragione per il secondo traffico, nell'ambito del quale il ricorrente già conosceva anche _, che lo aveva affiancato nel primo trasporto. Nella misura in cui sostiene che quanto egli ha compiuto tra il 1995 e il 1997 non connota preparativi a norma dell'art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup, il ricorrente non può quindi essere seguito nemmeno da lungi. Egli medesimo ha ingaggiato _, si è recato in Venezuela e in Colombia, ha soggiornato tre volte in Florida, ha ricevuto denaro a più riprese per le riparazioni del panfilo e ha materialmente collaborato all'inizio dei lavori (sentenza, pag. 60 in alto). Che al momento della sua desistenza – non certo preventivata, ma dovuta a motivi contingenti (sentenza, pag. 81 in alto) – non fosse ancora stata definita con precisione la quantità di cocaina da trasportare, i fornitori non disponessero ancora dello stupefacente, i lavori di riparazione fossero ancora in corso poco importa. Quanto il ricorrente egli ha fatto concretamente si iscrive nel contesto di un disegno criminoso chiaro e sperimentato, sorretto da misure tecnico-organizzative la cui natura ed estensione non lascia dubbi sull'intenzione di attuare un ulteriore trasporto di cocaina in violazione dell'art. 19 n. 1 cpv. 3 LStup.
Per quanto riguarda l'aspetto soggettivo degli atti preparatori, il ricorrente asserisce che non può essergli addebitata l'intenzione di trasportare più di 150 kg di cocaina poiché al momento della sua desistenza i ricettacoli del panfilo erano stati liberati solo in misura ridotta (memoriale, pag. 64 in alto). La tesi non è seria, l'intenzione accertata del soggetto essendo quella di partecipare a un traffico analogo al precedente, di 1000 kg (sentenza, pag. 67 in alto). Il ricorrente reitera nell'affermare che la sua disponibilità al trasporto era in realtà simulata (memoriale, pag. 64 in basso). La Corte di assise, valutando diffusamente gli indizi, ha escluso siffatta ipotesi (sentenza, pag. 76 consid. 40.2). Ora, quanto l'autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Il relativo apprezzamento quindi può essere criticato solo per arbitrio (sopra, consid. 1). L'interessato ribadisce le proprie giustificazioni, ma non pretende che l'apprezzamento probatorio della Corte di assise sia viziato a tal punto (memoriale, pag. 65 a 68). Tanto meno spiega perché tale convincimento sarebbe, se non arbitrario, quanto meno palesemente insostenibile. Del tutto appellatoria, la sua argomentazione non è dunque ricevibile in un ricorso per cassazione.
17.
Come _, il ricorrente rivendica l'attenuante della desistenza spontanea, affermando di avere rinunciato a continuare nel 1997 “per motivi interni”, perché – come _ – considerava ormai la situazione troppo rischiosa e perché la speranza di ricuperare quanto non aveva incassato nel primo traffico “non sarebbe stata soddisfatta”. La sua uscita di scena inoltre ha ostacolato i trafficanti nel raggiungimento del loro scopo, quanto meno fino alla comparsa di _ (memoriale, pag. 69 a 72). La Corte di assise, come detto, ha accertato invece che il ricorrente ha rinunciato a proseguire l'impresa perché insoddisfatto del trattamento economico riservatogli dai fornitori colombiani, con i quali aveva avuto anche un litigio (sentenza, pag. 79 consid. 41.3). Ora, a prescindere dal fatto che l'interessato non censura di arbitrio l'accertamento citato, quand'anche ci si fondasse sulle tesi esposte nel ricorso gli estremi di una desistenza spontanea non risulterebbero dati. Intanto, come noto, non si ritiene desistere spontaneamente chi rinuncia a continuare solo per i rischi insiti nell'operazione (sopra, consid. 10h). Seppure avesse rinunciato a collaborare perché considerava la situazione troppo rischiosa, il ricorrente non può dunque invocare una desistenza spontanea. In secondo luogo non si ravvisa desistenza spontanea nemmeno laddove l'autore lasci cadere i suoi propositi perché convinto ormai di non poter raggiungere il proprio scopo (DTF 115 IV 121 consid. 2h pag. 129). Spontanea è solo la desistenza, in sintesi, di chi recede dall'intento pur persuaso che, volendo, potrebbe ancora raggiungere l'obiettivo; non spontanea è la desistenza di chi si rende conto di non poter raggiungere l'obiettivo nemmeno volendo (
Rehberg/Donatsch
, op. cit., pag. 111). Consapevole di non poter ricuperare quanto gli era stato promesso per il primo traffico, il ricorrente ha – a suo stesso dire – abbandonato l'impresa. Ciò non configura desistenza spontanea.
18.
Il ricorrente insorge per finire contro l'entità della pena inflittagli, lamentando una disparità di trattamento rispetto alla condanna irrogata a _. Egli ricorda che dopo la sua defezione _ ha compiuto almeno otto trasferte a Miami, si è recato a Bogotá da _, ha ricevuto da quest'ultimo denaro in almeno dieci occasioni, ha reiteratamente incontrato _ anche dopo di allora, ha raggiunto il Venezuela per conoscere _ e poi la Colombia, ha concordato là i particolari del trasporto, ha ripristinato interamente i nascondigli dello scafo e ha attivamente partecipato alla messa a punto del panfilo, consapevole per di più di trafficare non 1000 kg, ma quasi 2000 kg di cocaina (memoriale, pag. 73 a 77). Ora, il potere cognitivo della Corte di cassazione e di revisione penale in materia di commisurazione della pena è già stato ricordato (consid. 10 in fine). In tale ambito un confronto fra due o più casi concreti suole pertanto essere infuttuoso, diverse essendo in ognuno di essi le circostanze oggettive e soggettive che il giudice è tenuto a considerare (DTF 116 IV 292 pag. 294 in alto). Inoltre una certa disuguaglianza tra una condanna e l'altra si spiega normalmente con il principio dell'individualizzazione e non denota per ciò solo un abuso di apprezzamento. Ne segue che questa Corte interviene unicamente sulla commisurazione della pena – come il Tribunale federale – ove il risultato cui è pervenuto il giudice di merito appaia urtante, per rapporto agli argomenti addotti o a precedenti analoghi. Nondimeno, qualora più imputati compaiano davanti allo stesso giudice per accuse fondate sui medesimi fatti, un'eventuale disparità di trattamento deve trovare giustificazione in motivi pertinenti (
Corboz
, La motivation de la peine, in: ZBJV 131/1995 pag. 13 in alto).
Nella fattispecie la questione sarebbe pertanto di sapere se, infliggendo 14 anni di reclusione e 12 a _, la Corte di assise abbia trattato diversamente i due imputati senza il conforto di ragioni pertinenti. Quanto il ricorrente fa valere nel suo memoriale, tuttavia, risulta già di primo acchito inidoneo allo scopo. Le sue allegazioni si limitano in effetti al secondo traffico di cocaina, allorché la stessa Corte di assise ha riconosciuto che “nella seconda operazione egli è stato meno attivo di _ ” (sentenza, pag. 84 verso il basso). Sulla pena a suo carico però ha influito pesantemente anche il primo traffico, nell'ambito del quale egli non contesta di essere stato più attivo di _, così come ha inciso un decennio di vita anteriore dedito al traffico di droga (ciò che non era il caso per _: sentenza, pag. 85 consid. 44 settima riga) e il fatto di avere praticamente introdotto _ nel mondo del crimine (loc. cit., pag. 85 in fondo). _ ha beneficiato inoltre, per rapporto al ricorrente, di attenuanti generiche (la giovane età al momento in cui ha cominciato a delinquere: loc. cit., pag. 85 dodicesima riga) e specifiche (il sincero pentimento: loc. cit., pag. 86). Perché la commisurazione della pena sarebbe il risultato di un abuso del potere di apprezzamento anche tenendo conto dei fattori testé enunciati il ricorrente non spiega. Anche su questo punto, in definitiva, il ricorso dimostra tutta la sua inutile verbosità.
III. Sul ricorso di _
19.
Dopo una lunga premessa (memoriale, pag. 1 a 9) nella quale invoca come titolo di cassazione – oltre all'art. 288 lett. a CPP –anche l'art. 288 lett. c CPP (arbitrio nell'accertamento dei fatti), il ricorrente riunisce per finire tutte le sue censure sotto l'unico titolo di “errata applicazione del diritto quo al luogo di commissione del reato” (pag. 10 segg.). Se non che, già poche righe sotto egli si prevale del divieto dell'arbitrio. In effetti, la prima critica alla sentenza impugnata verte sulla telefonata che egli ha fatto a _ all'inizio del 1990, definita arbitraria perché nulla suffragherebbe l'ipotesi stando alla quale _ si trovava in quel momento a _ o a _. Egli sottolinea che nel gennaio del 1990 _ si trovava con lui a Miami e che, accertando la presenza di _ in Svizzera, la Corte avrebbe dato prova di un chiaro “atteggiamento persecutorio” nei suoi confronti (memoriale, pag. 10 lett. b). L'illazione è a dir poco affrettata, ove appena si consideri che nemmeno il ricorrente cerca di spiegare come _ abbia potuto raggiungerlo in Florida – e perché abbia affrontato la trasferta – nel gennaio del 1990 senza avere parlato con lui nemmeno una volta. Su questo punto il ricorrente nulla dice più di _ (sopra, consid. 12a), né contesta di avere interpellato _ per telefono o mette in discussione il fatto che all'inizio del 1990 _ abitava con la madre a _ e lavorava a _. La conclusione cui è giunta la Corte di assise non può quindi essere ritenuta arbitraria.
20.
Il ricorrente definisce arbitrario anche l'accertamento secondo cui nel 1990 _ ha incontrato _ a _ per proporgli un trasporto di stupefacenti, mentre _ ha solo telefonato a _, che si trovava a _, per prospettargli un contrabbando di pietre preziose (memoriale, pag. 12 lett. c). Esposta per la verità in modo confuso e appellatorio, la critica è – come quella analoga di _ (sopra, consid. 3) – senza rilievo. Nel dubbio, in effetti, la stessa Corte di assise non ha escluso che in questa prima fase dell'operazione a _ fosse stato adombrato un mero contrabbando di pietre preziose e che solo in seguito costui abbia scoperto trattarsi di stupefacenti (sentenza, pag. 42 in alto; v. anche sopra, consid. 7 in fine). Come si è visto, di conseguenza, non si ravvisano atti preparatori di _ in Svizzera nell'ambito del primo traffico (sopra, consid. 10d). A torto il ricorrente insiste perciò nel denunciare un “atteggiamento persecutorio” nei suoi confronti. Si aggiunga che, laddove descrive _ come una sorta di strumento inconsapevole nelle mani di _, fuggito alla prima occasione dal mar dei Caraibi dopo avere scoperto la vera natura del trasporto (memoriale, pag. 15 in basso), il ricorrente dimentica che lo stesso _ è tornato all'opera nel luglio del 1991 – quattro mesi dopo essere rientrato in Svizzera da Saint Martin/Sint Marteen – per scaricare il panfilo a Fort Lauderdale, ben conscio di quanto stava facendo. Il tono polemico del ricorso è quindi, una volta di più, fuori luogo.
21.
Per inciso il ricorrente evoca il parere giuridico del prof. _, il quale reputa che entrambi i traffici di cocaina debbano reputarsi commessi all'estero (memoriale, pag. 16 lett. d). La questione è già stata trattata e il ricorso non contiene ulteriori argomentazioni rispetto a quello di _. Si rinvia perciò al consid. 15.
22.
Ancora dolendosi di “intento persecutorio” in suo odio, il ricorrente sostiene che l'avvenuta consegna di US$ 80 000 a _ da parte di _, nell'autunno del 1991, non ha rilievo ai fini degli art. 3 e 7 CP perché non costituisce la riscossione di un compenso (la quale è di per sé avvenuta a Miami), bensì la mera spartizione dell'illecito profitto (memoriale, pag. 16 lett. e). Ora, per tacere del fatto che secondo la sentenza impugnata _ non risulta avere incassato da _ più di US$ 80 000 (tutti quelli consegnati poi a _), sicché il termine di “spartizione” poco conviene, ai fini dell'art. 7 cpv. 1 CP basta – secondo la dottrina dominante, come si è spiegato – che l'autore di un reato compia in Svizzera un atto destinato ad assicurarsi l'indebito vantaggio consecutivo all'infrazione, e ciò fino alla fase conclusiva del reato, non solo fino alla sua consumazione (sopra, consid. 10c). _ si è assicurato in Svizzera e non a Miami l'indebito vantaggio consecutivo al traffico di stupefacenti (egli stesso ha dichiarato che non avrebbe mai rischiato l'esportazione di denaro dagli Stati Uniti: sentenza, pag. 54 consid. 24). L'argomentazione del ricorso è pertanto infruttuosa.
Tutt'al più ci si potrebbe domandare se il criterio di collegamento con la Svizzera non sia, per un soggetto come il ricorrente (tutto sommato “tagliato fuori” da atti compiuti da un correo solo per assicurarsi l'indebito profitto), puramente casuale. Nella fattispecie non si deve dimenticare però che il primo traffico è stato ritenuto commesso in Svizzera anche per quanto riguarda il ricorrente (e non solo gli altri due coimputati), poiché all'inizio del 1990 egli medesimo aveva telefonato a _ in Svizzera (su incarico di _) per proporre il trasporto di cocaina, offerta che _ ha accettato e che ha dato origine a tutta la vicenda criminosa. Non si può dire pertanto ch'egli si trovi a dover rispondere del proprio operato in un paese completamente fuori dalle sue previsioni. Certo, nel ricorso egli obietta che la sua telefonata del 1990 era intesa solo a sottoporre a _ “l'eventualità di effettuare un trasporto previo accordo che _ avrebbe comunque ancora dovuto trovare con i colombiani” (memoriale, pag. 17 in fondo). L'ipotesi di un'accettazione condizionata non si evince tuttavia dalla sentenza impugnata, né il ricorrente indica un benché minimo riferimento istruttorio a sostegno di tale evenienza. Il rimprovero alla Corte di essere “trascesa nel solito arbitrio” si rivela, dunque, finanche irricevibile per carenza di motivazione.
Il ricorrente opina che la sua punibilità secondo il diritto svizzero è talmente poco fondata da avere indotto nel settembre del 2000 il Procuratore pubblico a sollecitare ripetutamente le autorità statunitensi a concedergli la possibilità per delega di perseguire il ricorrente stesso nel Ticino, segno evidente che si ponevano problemi di doppia punibilità (memoriale, pag. 18 a metà). L'argomentazione è irricevibile, già per la circostanza che la Corte di cassazione e di revisione penale è chiamata a vegliare sulla corretta applicazione del diritto da parte delle autorità giudicanti, non dei magistrati requirenti. Comunque sia, il principio secondo cui va ritenuto commesso in Svizzera non solo un crimine o un delitto perpetrato interamente su territorio nazionale, ma anche un crimine o un delitto di cui sia stato compiuto in Svizzera un elemento costitutivo del reato, suscettibile di concorrere insieme con altri a integrare la fattispecie (sopra, consid. 10a), non esclude conflitti positivi di competenze. Rientrava quindi nella logica più elementare che il Procuratore pubblico intendesse prevenire un perseguimento da parte delle autorità americane a carico del ricorrente per le medesime imputazioni.
23.
Sostiene il ricorrente che a torto la Corte di assise si è riferita alla sentenza pubblicata in DTF 126 IV 255, la doppia punibilità richiedendo che il reato sia perseguibile anche secondo il diritto americano, ciò che non è assolutamente il caso nella fattispecie (memoriale, pag. 19 lett. g, non esistendo alcuna lett. f). Si è visto tuttavia che in concreto il traffico di stupefacenti va ritenuto commesso in Svizzera a norma dell'art. 3 cpv. 1 CP. L'argomentazione cade dunque nel vuoto.
24.
Infine il ricorrente censura la commisurazione della pena inflittagli, sostenendo che il suo ruolo si è limitato a quello di un mero complice, che l'unico compenso da egli percepito è quello di
US$ 20 000 chiesto (ma sul cui ottenimento non v'è prova) per la locazione della casa a Fort Laurendale, ch'egli si è limitato a segnare a _ la possibilità di trasportare stupefacenti, che egli ha solo procurato supporto logistico all'operazione e che la sua presenza nella fase finale del traffico (consegna dei rimanenti 40 kg a _) era intesa solo a verificare i danni provocati dagli individui che si erano introdotti nella villetta per rapinare _ e _. Onde l'esagerazione della pena irrogatagli, da contenere in una sanzione sospesa condizionalmente (memoriale, pag. 20 lett. h). Ora, non fa dubbio che il ricorrente disconosce il potere cognitivo della Corte di cassazione e di revisione penale in materia di commisurazione della pena (sopra, consid. 10 in fine). Già per questa ragione il ricorso andrebbe dichiarato inammissibile.
A parte ciò, i fatti invocati dal ricorrente si scostano da quelli accertati dalla Corte di assise, senza ch'egli ne dimostri l'arbitrio. Intanto il ricorrente non si è limitato a mere segnalazioni: nel 1990 egli ha proposto a _ – né più né meno – di partecipare a un traffico di cocaina, ciò che _ ha accettato (sentenza, pag. 31 in fondo e 37 in fondo). Inoltre egli non si è limitato nemmeno a procurare supporto logistico: ha mantenuto – per sua ammissione – i contatti con _ durante tutto il trasporto dai Caraibi alla Florida durante le soste a terra facendo da tramite a _ (sentenza, pag. 45 consid. 18), ha reperito l'abitazione per lo scarico della merce a Fort Laurendale dietro compenso di US$ 20 000 (sentenza, pag. 48 consid. 21), ha presenziato allo scarico del panfilo (sentenza, pag. 49 consid. 22), ha comunicato ai destinatari della merce l'avvenuto furto da parte dei finti agenti di polizia (sentenza, pag. 51 a metà) e ha assistito alla consegna della cocaina residua sul piazzale del noto supermercato a Miami (sentenza, pag. 53 in basso). Che poi egli si sia interessato dei danni cagionati dai rapinatori all'abitazione o che non abbia percepito un compenso per la collaborazione prestata poco giova. La sua azione non può sicuramente essere qualificata come l'intervento di un complice (sopra, consid. 10f e 10g). Quanto alla commisurazione della pena in sé, il ricorrente non motiva alcun abuso del potere di apprezzamento da parte della Corte di assise, se non sulla base – come detto – di fatti diversi da quelli accertati. Anche su quest'ultimo punto il ricorso è destinato perciò all'insuccesso.
IV. Sulle spese e le ripetibili
25.
Gli oneri del giudizio odierno seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 e 9 cpv. 1 CPP). Sono posti perciò a carico dei ricorrenti in ragione di un terzo ciascuno, senza vincolo di solidarietà. Invero il ricorso di _, che per la sua prolissità ha richiesto inutile dispendio di tempo e di energie alla Corte di cassazione e di revisione penale, giustificherebbe una tassa di giustizia più elevata, ma per questa volta si può prescindere – equitativamente – da simile riscossione. I ricorsi essendo votati al rigetto, non si giustifica di attribuire ripetibili (art. 9 cpv. 6 CPP).
V. Sull'istanza di libertà provvisoria
26.
L'emanazione del presente giudizio rende senza oggetto l'istanza di libertà provvisoria (art. 290 cpv. 2 CPP) sottoposta il 18 novembre 2002 da _ al presidente della Corte di cassazione e di revisione penale.