# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** e674cb88-12cc-56d4-aa20-5e5cfad1c137
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2003
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto: A.
Nel pomeriggio dell'8 marzo 2002, verso le ore 17.30, _ (cittadina francese, 1956) ha raggiunto in bus il centro di _, dove ha incontrato la proprietaria del bar _. Con lei si è poi recata in quell'esercizio pubblico, dove si è intrattenuta con due avventori (tali _ e _), bevendo insieme una birra. Sempre con loro _ si è in seguito trasferita al bar _ di _, dove si è imbattuta in conoscenti. A un altro tavolo di quell'esercizio pubblico sedeva _, in compagnia di altri due africani. Verso le ore 21 costui è stato raggiunto da un terzo africano, _, che lì è rimasto fino alla chiusura del locale, attorno alla mezzanotte. Nelle ore trascorse nel bar _, _ e _ hanno consumato alcolici, soprattutto birra. _ conosceva _ dall'aprile del 2001, quando lei ancora lavorava come governante presso il centro _, in cui _ alloggiava.
B.
Lasciato il bar _ dopo l'arrivo della polizia dovuto a una zuffa tra avventori, _, _ e _ si sono avviati verso via _ perché la donna voleva prelevare fr. 100.– da un distributore automatico davanti al _, ciò che essa ha fatto. Dentro il bar _ aveva fatto intendere a _, infatti, di voler acquistare cocaina, sapendo che _ era in possesso di due “bolas”, una più piccola, per uno “sniffo” e una un po' più grande, idonea a due o tre. Prelevato il denaro, _ e i due africani hanno raggiunto a piedi il bar _ di piazza _, dove hanno bevuto una birra ciascuno a spese della donna. Poiché _ voleva ancora bere e, soprattutto, fiutare la cocaina di _, quest'ultimo le ha proposto di raggiungere l'albergo _, il cui bar rimaneva aperto fino alle ore piccole. Lì la gerente dell'albergo, _, ha servito ai tre una birra. Mentre costei guardava altrove, _ ha “sniffato” una delle “bolas” (quella più piccola), usando una scheda telefonica che aveva con sé, rimanendo appoggiata al bancone. In seguito si è avvicinata alla gerente, porgendole fr. 50.– e chiedendole una camera. Ottenuta la chiave della n. _, essa ha invitato i due africani a salire con lei per bere un'altra birra e “tirare” altra cocaina. Tutti e tre sono quindi saliti al piano superiore con una nuova birra in mano.
C.
In camera
uno dei tre ha acceso la televisione. _ ha sollecitato la seconda “bola”, anche se ormai era chiaro che essa non avrebbe pagato né la prima né la seconda, dato che aveva speso la somma di fr. 100.– prelevata poc'anzi per le birre e l'alloggio. Infine i tre hanno “sniffato” o fumato anche la droga rimanente. Dopo di che ciascuno ha bevuto la propria birra e _ ha evocato in francese con _ i tempi in cui lavorava al centro _. A un certo momento _, intento a guardare la TV, ha cominciato a parlare di sesso in lingua “fula” (termine anglofono che corrisponde al francese “peul”). _ avrebbe quindi chiesto alla donna se volesse loro concedersi, ma essa ha rifiutato; al che, egli avrebbe telefonato a una prostituta di sua conoscenza, chiedendole se fosse disposta a incontrare _. Questi però voleva proprio _. Eccitatosi mentre guardava alla TV un programma musicale, d'un tratto egli si è avventato su _, rovesciandola sul letto per il lato dei cuscini. Pur consapevole che la donna non voleva, egli le ha sfilato la cintura, le ha sollevato il vestito a minigonna all'altezza del bacino e le ha strappato i collant. _ ha gridato e ha cercato di divincolarsi, ma _ l'ha presa a schiaffi e per impedirle di urlare le ha calcato un momento il cuscino sul viso. Così è riuscito a immobilizzarla. Insensibile alle implorazioni di lei, _ si è alzato dal letto, ha tolto alla malcapitata le scarpe e, calatosi i pantaloni, avrebbe tentato invano di penetrarla mentre _ la teneva ferma per i polsi. Fattosi da parte, egli ha quindi immobilizzato a suo turno la sventurata, consentendo a _ di compiere la congiunzione carnale. Solo più tardi egli è riuscito a sua volta nell'intento, eiaculando nella vagina della vittima.
D.
Compiuto il fatto, _ si è ritirato in bagno a mingere, ripulendosi con un telo bianco. _ ha spento il cellulare della donna. Quindi i due hanno lasciato l'albergo da una porta sul retro. Piangendo, _ li ha inseguiti fin sulle scale, dopo di che è tornata in camera. Apparentemente nessuno dell'albergo ha sentito nulla. In preda alla disperazione, _ è riuscita ad accendere il telefonino e a chiamare prima “Telefono amico” (ore 3.22) e poi “Ticino soccorso” (ore 3.33). Trasportata all'Ospedale regionale di _, essa è stata sottoposta a visite mediche. _ e _ sono stati arrestati la mattina del 12 marzo 2003.
E.
Con sentenza del 20 novembre 2002 la Corte delle assise criminali in Lugano ha riconosciuto _ e _ autori colpevoli di violenza carnale. _ è stato riconosciuto autore colpevole, inoltre, di appropriazione semplice di lieve entità per essersi impadronito di una catenina in oro giallo appartenente a _ (da lui trovata rotta, per terra, a Lugano, l'8 marzo 2002) e di ripetuta contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti per avere consegnato a _ la cocaina da lei inalata e in parte da egli stesso consumata insieme con _ la notte del 9 marzo 2002. Anche _ è stato riconosciuto a sua volta colpevole di contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti per avere consumato la cocaina offerta da _. In applicazione della pena, la Corte ha condannato _ a 3 anni e 6 mesi di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto), all'espulsione dalla Svizzera per 10 anni (in aggiunta ai 3 anni già irrogatagli da una precedente sentenza) e al pagamento di fr. 3'500.– a _ per spese legali, oltre a fr. 10'000.– per torto morale. _ è stato condannato a 3 anni di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto), all'espulsione dalla Svizzera per 10 anni (in aggiunta ai 5 anni già inflittagli da una precedente condanna) e al pagamento di fr. 3'500.– a Z.D.N. per spese legali, oltre a fr. 10'000.– per torto morale. _ e _ si sono visti revocare inoltre la sospensione condizionale a una pena di 15 giorni di detenzione, rispettivamente di 12 mesi di detenzione loro inflitta in precedenza. La Corte di assise ha ordinato infine la confisca di quanto sequestrato, eccetto l'originale delle cartelle mediche riguardanti _, restituite all'Ospedale regionale di _ previa estrazione di fotocopie per l'incarto.
F.
Contro la sentenza di assise _ ha inoltrato il 22 novembre 2002 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nei motivi del gravame, presentati il
30 dicembre 2002, egli chiede che la pena a sua carico sia ridotta a non più di 2 anni e 4 mesi di reclusione e che la sentenza impugnata sia riformata di conseguenza. Il ricorso non è stato oggetto di intimazione.

## Considerations

Considerando
in diritto:
1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 cpv. 1 lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 cpv. 1 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche erroneo, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 127 I 54 consid. 2b pag. 56, 126 I 168 consid. 3a pag. 170, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 125 II 10 consid. 3a pag. 15, 125 I 166 consid. 2a pag. 168) o fondato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di arbitrio. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 125 II 129 consid. 5b pag. 134, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 124 I 208 consid. 4a pag. 211).
2.
Secondo il ricorrente, la Corte delle assise criminali ha violato l'art. 11 CP riconoscendogli unicamente uno stato di scemata responsabilità di grado lieve anziché medio, nonostante le alterate condizioni psicofisiche in cui egli versava al momento dei fatti. A suo parere, i giudici non hanno tenuto debito conto delle numerose birre bevute nei vari esercizi pubblici frequentati prima di giungere alla camera n. 22 dell'albergo _ e nemmeno dell'effetto dovuto all'assunzione cocaina in quella stanza. Senza fondati motivi, per finire essi avrebbero relativizzato i loro stessi accertamenti, dai quale traspare in modo evidente che quella notte egli era fortemente condizionato dall'alcol.
a)
La prima Corte ha ricordato anzitutto come in DTF 122 IV 49 il Tribunale federale abbia stabilito che, dandosi concentrazione di alcol nel sangue fra 2 e 3 g per mille, la scemata responsabilità è presunta. Nondimeno, tale presunzione può essere sovvertita ove sussistano indizi contrari, al fattore “concentrazione alcolica nel sangue” non potendosi attribuire valore assoluto (sul problema v. anche DTF 107 IV 3; CCRP, sentenza del 13 settembre 2002 in re N., consid. 11d). Ciò posto, la Corte ha rammentato che nel caso specifico la prova dell'alcol non era stata eseguita, i prevenuti stati arrestati solo qualche giorno dopo il fatto (sentenza, pag. 22 seg.).
b)
Nel determinare lo stato psicofisico degli imputati i primi giudici si sono basati, oltre che sulle affermazioni dei diretti interessati, su quanto ha dichiarato la gerente dell'albergo _, _. Questa ha riferito che, mentre _ appariva alterata, al bar i prevenuti erano tranquilli, educati e si comportavano bene (sentenza, pag. 23 seg.). Del resto – ha continuato la Corte – nemmeno gli accusati hanno mai preteso di essersi trovati in condizioni di etilismo acuto, ma solo di avere “bevuto troppo”, di essere stati “ubriachi”, il che era senz'altro compatibile con il fatto di avere passato la serata e parte della notte nei bar, bevendo l'ultima birra intorno alle ore 2.15. Che essi non fossero totalmente ubriachi risulta inoltre dal modo con cui essi hanno raccontato l'accaduto dopo l'arresto, senza denotare particolari vuoti di memoria che possono connotare un pesante abuso di alcolici. La Corte ha pertanto ritenuto plausibile che quella notte gli imputati fossero mediamente ubriachi, tutt'al più alla soglia del grave (sentenza, pag. 24), ma non oltre. Anzi, loro medesimi hanno ammesso in aula di essere stati coscienti sia di quel che facevano sia dell'illiceità dell'atto, talché l'abuso di alcol aveva influito solo sulla loro capacità di trattenersi. Ciò configura un caso di scemata responsabilità secondo l'art. 11 CP nella seconda opzione descritta dalla norma, quella cioè della scemata responsabilità di agire in base a una valutazione corretta del carattere illecito dell'atto (sentenza, pag. 25). La Corte ha quindi ritenuto che, in concreto, l'allentamento dei freni inibitori fosse intervenuto per un complesso di fattori e non solo per l'ubriachezza, cui si era aggiunto il fumo da cocaina.
L'abuso di alcol e l'uso di stupefacenti si riconducevano per altro a due soggetti ancora molto giovani, poco scolarizzate, che vivono in Svizzera una fase provvisoria della loro vita. Persone per nulla integrate, senza alcun controllo sociale. In tale precaria situazione costoro avevano trascorso la notte nel solito modo, a bere nei bar in cui sogliono trovarsi. Il che consentiva di intravedere una certa abitudine al bere, nonostante la giovane età. Donde il riconoscimento di una scemata responsabilità di grado lieve, tenuto conto dell'insolito, ambiguo ed equivoco frangente in cui essi erano venuti a trovarsi, ubriachi e sotto l'influsso di cocaina, a notte fonda, in una camera d'albergo, soli con una donna matura che non si era resa conto della situazione. D'altro lato occorreva tenere conto però anche della loro intatta coscienza al momento dei fatti (diminuita essendo soltanto la loro capacità di trattenersi, di controllare le loro pulsioni), della correttezza del loro comportamento di fronte a _, della coscienza dell'illecito rimasta intatta, del subitaneo ricupero del controllo di sé dimostrato una volta ottenuto quel che volevano, allontanandosi dal retro dell'albergo dopo essersi riassettati in bagno e avere spento il cellulare della vittima (sentenza, pag. 25 seg.).
c)
le considerazioni predette, suffragate dall'indirizzo della giurisprudenza (CCRP, sentenza del 13 settembre 2002 in re N., consid. 11d), resistono alla critica. Il ricorrente sostiene, certo, che il suo grado di irresponsabilità al momento del fatto era ben maggiore. Se non che, egli si esaurisce nel contrapporre il proprio punto di vista a quello – dettagliato – dei primi giudici, commentando a ruota libera singoli stralci di verbali e risultanze di causa come se argomentasse davanti a un'autorità munita di pieno potere cognitivo. Egli non spiega tuttavia perché la Corte di assise, valutando la portata degli indizi ritenuti sufficienti per ridimensionare la presunzione della scemata responsabilità nel caso di una concentrazione di alcol rilevante nel sangue (fra i 2 e i 3 g per mille), sia caduta in un eccesso o in un abuso del potere di apprezzamento. Già per questa ragione il ricorso, insufficientemente motivato, risulta già a prima vista destinato all'insuccesso.
3.
Il ricorrente si duole altresì che non gli sia stata riconosciuta l'attenuante della grave tentazione (art. 64 n. 5 CP), sostenendo che il contegno della donna era tale da destare un'evidente impressione di disponibilità sessuale. La prima Corte ha accertato però l'esatto contrario. Essa ha rilevato anzitutto che l'invito di _ ai due di salire in camera non integrava la benché minima valenza sessuale, nel senso che la donna non li aveva provocati. In camera essa li aveva manifestamente invitati solo per bere birra e, verosimilmente, consumare la seconda “bolas” in un luogo più discreto (sentenza, pag. 25). Tant'è che, giunti nella stanza, i tre si sono comportati di conseguenza. Scartata quindi l'ipotesi che gli imputati fossero stati indotti in grave tentazione dalla vittima, i primi giudici non hanno invece escluso che nella camera n. 22, dopo avere bevuto birra e fumato cocaina, si sia venuta a creare, in particolare per il ricorrente che non conosceva _, una situazione insolita, ambigua ed equivoca, incautamente non percepita dalla donna neppure dopo che _ le aveva domandato se volesse fare l'amore, ma risentita dal ricorrente come eccitante per il fatto inusuale di trovarsi, in quello stato, a notte fonda, in una camera di albergo, soli con una donna matura e in condizioni alterate (sentenza, pag. 26). Pur non giustificando in alcun modo il comportamento degli imputati, consapevoli dell'illiceità in cui sarebbero trascesi, i primi giudici hanno nondimeno ravvisato una lieve scemata responsabilità proprio per questa particolare situazione.
Il ricorrente contesta l'opinione della Corte di assise. Il suo assunto, oltre che ai limiti della prolissità, è nondimeno inconsistente. Di fronte agli accertamenti testé evocati, vincolanti per la Corte di cassazione e di revisione penale, egli non muove in effetti alcuna sostanziata censura di arbitrio. Al riguardo l'indole appellatoria del memoriale è finanche palese e la ricevibilità più che dubbia. In base a quali elementi la prima Corte sarebbe dovuta giungere, sotto pena di arbitrio, a individuare una grave tentazione – dopo quanto si è ricordato – che la donna avrebbe esercitato sul ricorrente non è in ogni modo dato a divedere. In circostanze siffatte l'unica attenuante consisteva – come ha ritenuto la Corte di assise – nella scemata responsabilità di grado lieve, dovuta all'alcol, alla cocaina e all'inusitata situazione del momento. Ai due era comunque ben chiaro che _ non intendeva avere rapporti sessuali, ove appena si rammentino le implorazioni di lei. Manifestamente infondato, il ricorso deve di conseguenza essere ancora una volta disatteso.
4.
Infine il ricorrente chiede che, sia come sia, il riconoscimento della lieve scemata responsabilità comporti una riduzione di pena attorno al terzo, sicché la condanna a suo carico non sia superiore a 2 anni e 4 mesi di reclusione. Nella sentenza richiamata dalla prima Corte, tuttavia, Tribunale federale ha già avuto modo di spiegare che in caso di scemata responsabilità (art. 11 CP) il giudice riduce la pena “di conseguenza” (art. 66 CP), senza essere obbligato ad esprimere in percentuali il grado di diminuzione della responsabilità. Non necessariamente egli deve applicare perciò una riduzione del 25% alla scemata responsabilità di grado lieve, del 50% alla scemata responsabilità di grado medio e del 75% alla scemata responsabilità grave. Deve unicamente trarre conseguenze ragionevoli dalla situazione (sentenza del Tribunale federale 6S.736/2000 del 28 novembre 2000 in re X. consid. 2b pag. 6). Nella fattispecie i primi giudici non hanno trascurato la questione della scemata responsabilità (di grado lieve) al momento di commisurare la pena a carico del ricorrente. Hanno rilevato, anzi, che quanto maggiormente influiva su di essa era proprio la diminuita responsabilità degli autori al momento dei fatti, tanto che, fossero stati pienamente responsabili, costoro si sarebbero visti infliggere una pena compresa tra i 4 e i 5 anni, fermo restando che la pena più severa sarebbe toccata al ricorrente (sentenza, pag. 28). Ciò posto, incombeva al ricorrente dimostrare perché la pena di 3 anni e 6 mesi inflittagli dalla Corte di assise disattende i criteri dell'art. 63 CP, rispettivamente perché nel suo risultato una simile pena denoti un eccesso o di un abuso del potere di apprezzamento (DTF 127 IV 10 consid., 2 pag. 19, 123 IV 49 consid. 2a pag. 51, 150 consid. 2a pag. 152 con richiami; cfr. anche DTF 123 IV 107 consid. 1 pag. 109). Solo a tali condizioni, in effetti, questa Corte interviene – alla stessa stregua del Tribunale federale – sulla commisurazione della pena. Carente anche a tale proposito, il ricorso deve nuovamente essere respinto.
5.
Gli oneri del giudizio odierno seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 con rinvio all'art. 9 cpv. 1 CPP). L'emanazione dell'attuale sentenza rende caduca, inoltre, la richiesta di pubblico dibattimento avanzata nel ricorso (art. 291 cpv. 1 CPP).