# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** b350a417-7290-5f88-8183-04ac54785420
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_002
**Year:** 2017
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto
a.
RE 1 è stato fermato e quindi posto in detenzione preventiva dal 15.12.2014.
In accoglimento della di lui richiesta, egli è stato autorizzato dal procuratore pubblico a scontare anticipatamente la pena ex art. 236 CPP presso il carcere penale La Stampa a far tempo dal 23.05.2015.
b.
Con decisione 21.09.2016 la Corte delle assise criminali ha riconosciuto RE 1 colpevole di violenza carnale, ripetuti atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, lesioni semplici, ripetuta coazione e abbandono in danno di pazienti degenti in varie case per anziani risp. assistiti da strutture per l’assistenza e la cura a domicilio, per le quali lavorava in qualità di infermiere. Lo ha quindi condannato alla pena detentiva di 5 anni, dedotto il carcere preventivo sofferto (inc. TPC _).
Contro tale giudizio egli ha interposto appello davanti alla Corte di appello e di revisione penale, che in parziale accoglimento dello stesso, in data 21.07.2017 lo ha prosciolto da diversi reati e lo ha quindi condannato alla pena detentiva di 4 anni e 6 mesi, da dedursi il carcere preventivo sofferto, per titolo di coazione sessuale.
c.
Con decisione 25.11.2016 la Direzione delle strutture carcerarie cantonali ha respinto la richiesta di RE 1, volta “
a tenere il suo dossier in cella o perlomeno di permettergli, sotto la propria responsabilità, di poter portare in cella la sera i propri verbali, per poi restituirli al mattino
” (e-mail 24.11.2016 dell’avv. RA 1, doc. B, allegato al doc. 2, inc. DG _).
La Direzione ha ritenuto che ciò contrasterebbe con una prassi consolidata, secondo cui gli atti (il classeur) vengono custoditi dal personale di custodia e possono essere consultati dal detenuto nei locali appositi per tutto il tempo ritenuto necessario, oltre ad avere la possibilità
–
in caso di bisogno
–
di prendere eventuali appunti.
Inoltre la facoltà di portare in cella i verbali non consentirebbe di stabilire con certezza che il materiale, sebbene sia sotto la responsabilità del detenuto, venga restituito nella sua integralità.
A mente della Direzione la suddetta prassi sarebbe altresì rispettosa della garanzia di cui all’art. 98 cifra 2 delle Raccomandazioni del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee [secondo cui gli imputati accusati di un reato devono disporre di tutte le agevolazioni per preparare la propria difesa ed incontrare il proprio avvocato].
La prassi in questione, pure non lederebbe il diritto costituzionale alla consultazione degli atti, in quanto sarebbe giustificata da motivi “
riconducibili al buon andamento del penitenziario, alla sicurezza di terzi o all’interesse stesso del detenuto
” (decisione 25.11.2016 della Direzione delle Strutture carcerarie cantonali, p. 1, doc. 1, inc. DG _), così come da
“motivi di sicurezza e organizzazione interna, nonché per una questione di equità di trattamento nei confronti del resto della popolazione carceraria
“ (decisione 25.11.2016 della Direzione delle strutture carcerarie cantonali, p. 2, doc. 2, inc. DG _).
d.
Il 2.12.2016 RE 1, per il tramite del proprio patrocinatore, si è aggravato avverso la decisione 25.11.2016 della Direzione delle strutture carcerarie cantonali davanti alla Divisione della giustizia, chiedendo, in via cautelare, la concessione dell’effetto sospensivo, e nel merito: in via principale, l’accoglimento del gravame e il permesso di tenere in cella il proprio dossier penale; in via subordinata, il permesso di portare in cella la sera, dopo il lavoro, la parte di dossier penale a lui necessaria, per riconsegnarla al mattino; in via ancora più subordinata, che il dossier penale, ad ogni consultazione da parte del detenuto, venga sigillato, e che gli venga concesso di visionare il dossier, in modo continuato, anche per otto ore, in un locale tranquillo ed in orari in cui non lavora, al fine di evitargli di dover scegliere tra lavoro e l’esercizio effettivo dei suoi diritti di difesa.
e.
In data 22.12.2016 la Divisione della giustizia ha respinto la concessione del postulato effetto sospensivo al reclamo 2.12.2016 (di cui la Direzione delle strutture carcerarie cantonali chiedeva la reiezione in quanto lo riteneva privo di senso trattandosi di decisioni negative).
La Divisione ha rilevato che il conferimento della provvisoria esecutività alle decisioni dell’autorità amministrativa è una misura eccezionale, volta ad evitare che interessi preponderanti vengano pregiudicati durante la procedura d’impugnazione, e che la stessa deve scaturire da un’attenta ponderazione degli interessi contrapposti ed essere sorretta da motivi convincenti.
Ha altresì confermato che “
in caso di decisioni negative che respingono richieste volte alla costituzione o alla modificazione di diritti od obblighi, l’effetto sospensivo insito nel reclamo è logicamente privo d’efficacia
” (decisione 22.12.2016, p. 2, doc. 5, inc. DG _).
f.
Con decisione 8.02.2017 la Divisione della giustizia ha respinto il reclamo 2.12.2016 di RE 1, ed ha confermato la decisione 25.11.2016 della Direzione delle strutture carcerarie cantonali.
In particolare, l’Autorità amministrativa, riassunti brevemente i fatti e le argomentazioni sollevate dalle parti, ha in primo luogo giustificato il rifiuto ad assumere la prova offerta dal reclamante
–
segnatamente di sentire il capo servizio del carcere e il vicedirettore
–
alla facoltà concessa all’autorità amministrativa di poter procedere ad un apprezzamento anticipato delle prove, nell’ambito del principio inquisitorio applicabile nella procedura amministrativa cantonale. Facoltà, che permette all’autorità di rifiutare l’assunzione dei mezzi probatori ritenuti palesemente superflui. Ciò che sarebbe stato il caso per i richiesti interrogatori, in quanto di fatto gli atti componenti l’incarto sarebbero stati a suo avviso sufficienti ai fini del proprio giudizio.
In secondo luogo, l’autorità amministrativa ha precisato come il reclamante ha chiesto la possibilità di visionare e conservare direttamente in cella il proprio incarto penale (segnatamente dei verbali), e non la corrispondenza e/o gli scritti tra difensore e cliente, per cui ha negato che il rifiuto in tal senso costituisca una violazione del segreto professionale e della libertà personale, stante comunque che la Corte europea dei diritti dell’uomo e il Tribunale federale ammettono la possibilità di un certo controllo della corrispondenza dei detenuti.
Facendo riferimento alla dottrina e alla giurisprudenza relativa al diritto di essere sentito e al divieto di diniego di giustizia formale, l’autorità amministrativa ha concluso che nel caso concreto la limitazione dell’accesso agli atti dell’interessato in una zona definita nello spazio e nel tempo (atto a mettere quest’ultimo in condizione di comunque poter visionare il suo incarto e preparare efficientemente la sua difesa) non costituisce una violazione dell’art. 29 cpv. 2 Cost, in quanto dall’esercizio della facoltà di esaminare gli atti potrebbe derivare il rischio di successivi comportamenti di rilevanza penale.
La limitazione della facoltà di esaminare gli atti è pertanto, a suo avviso, in concreto lecita e non lesiva delle garanzie costituzionali, in quanto giustificata da un interesse pubblico (sicurezza interna) e rispettosa del principio di proporzionalità. Tale facoltà non verrebbe nemmeno svuotata del suo contenuto, vista la possibilità di consultare il proprio dossier penale in un’apposita saletta.
Infine l’autorità amministrativa ha osservato di non essere entrata nel merito della ventilata disparità di trattamento tra detenuti non essendo stata comprovata dal reclamante e ritenendola, comunque, irrilevante nella procedura in questione.
g.
Il patrocinatore del qui reclamante, appreso dalla lettura della decisione 8.02.2017 dell’esistenza della duplica 26.01.2017 della Direzione delle strutture carcerarie, con scritto 17.02.2017 ha richiesto alla Divisione della giustizia una copia di tale allegato, segnalando la propria intenzione di inoltrare gravame “
trattandosi di una questione di principio
” (doc. 11, inc. DG _).
L’allegato di duplica 26.01.2017 è quindi stato inviato, lo stesso giorno, per e-mail dalla Divisione della giustizia al legale del qui reclamante (doc. 12, inc. DG _).
h.
Con esposto 27/28.02.2017 RE 1 impugna la decisione 8.02.2017 della Divisione della giustizia, postulando, in accoglimento del proprio gravame:
in via principale, l’annullamento della decisione impugnata “
per violazione del diritto di essere sentito e la Divisione di Giustizia, dopo avere permesso di prendere posizione sulla duplica, è tenuta ad assumere le prove richieste dal Reclamante ed eventuali altre prove necessarie per chiarire la fattispecie
”;
in via subordinata “
di primo grado
”, la concessione al reclamante “
di tenere in cella il proprio dossier penale
”;
in via subordinata “
di secondo grado
”, la concessione al reclamante “
di portare in cella la sera, dopo il lavoro, la parte del dossier penale a lui necessaria, per riconsegnarla al mattino
”;
in via subordinata “
di terzo grado
”, il sigillo del dossier penale dopo ogni consultazione da parte del reclamante e il permesso “
di visionare il dossier in modo continuato, anche per otto ore, in un locale tranquillo ed in orari in cui non lavora, alfine di evitargli di dover scegliere tra lavoro e l’esercizio effettivo dei suoi diritti di difesa
” (reclamo 27/28.02.2017, p. 9).
Parimenti postula l’esonero dal pagamento delle spese di giustizia e il beneficio del gratuito patrocinio.
Il reclamante censura in primo luogo la violazione del diritto di essere sentito, in quanto la Divisione della giustizia avrebbe omesso di notificargli
–
prima che la stessa rendesse la decisione 8.02.2017
–
l’allegato 26.01.2017 di duplica della Direzione delle Strutture carcerarie cantonali, ciò che renderebbe nulla la decisione qui impugnata.
Il proprio diritto di essere sentito sarebbe altresì stato violato dalla Divisione della giustizia, avendo quest’ultima rifiutato l’assunzione delle prove richieste, segnatamente l’audizione testimoniale del capo servizio del carcere, del vicedirettore, come pure di Pierangelo Casarotti (ex detenuto e coautore del sito
www.giustizialismo.ch
).
Il diritto in questione sarebbe inoltre stato violato dalla Divisione della giustizia perché non avrebbe preso posizione sulle richieste subordinate del reclamante.
In secondo luogo il reclamante contesta che la prassi di non permettere di tenere i dossiers penali in cella, asserita dalla Direzione delle strutture carcerarie, venga applicata indistintamente a tutti i detenuti.
Il reclamante censura inoltre l’assenza di una base legale e la violazione del principio della proporzionalità della limitazione imposta dalla Direzione del carcere. La modalità di consultazione del dossier penale concessa al reclamante sarebbe inoltre molto problematica, sia per gli orari “molto limitati”, vista l’occupazione delle salette, e sia perché non permetterebbe una lettura tranquilla per il vociare al di fuori delle salette.
Contesta un (eventuale) rischio di pressioni da parte di coimputati e/o di violazione della “privacy” del reclamante, asserito dalla Direzione qualora egli tenesse nella sua cella il proprio dossier penale, non essendoci in concreto coimputati ed essendo la propria privacy meglio protetta se il dossier penale e la corrispondenza avvocato-imputato fosse tenuta nella sua cella. Infatti per l’art. 12 cpv. 8 RSC la persona incarcerata è responsabile di quanto è in suo possesso.
Sostiene come il “
materiale in questione
” sia coperto dal segreto professionale dell’avvocato e non essendo tale documentazione posta sotto sigillo “
quando viene tenuta nel locale delle guardie
”, non vi sarebbe “
nessuna garanzia, né per lo scrivente legale, né per l’imputato, che un terzo, non autorizzato, vada a consultare quei dossier, senza averne diritto
” (reclamo 27/28.02.2017, p. 5).
Precisa che “
nel concetto di corrispondenza tra avvocato e cliente, rientrano anche i verbali spediti e consegnati da un legale ad un imputato
”, per cui pure tale documentazione sarebbe coperta dal segreto professionale dell’avvocato.
Evidenzia quindi che per l’art. 264 cpv. 1 lit. a CPP (applicabile in virtù del rinvio previsto dall’art. 52 cpv. 2 RSC) i documenti inerenti i contatti dell’imputato con il difensore non potrebbero essere sequestrati, indipendentemente dal luogo in cui si trovano e indipendentemente dal momento in cui sono stati allestiti.
Censura, infine, la violazione dell’art. 8 CEDU, in quanto la limitazione imposta dalla Direzione delle strutture carcerarie (divieto di tenere in cella il proprio dossier penale e obbligo di consegna ai custodi) violerebbe il diritto di ognuno al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
Evidenzia dipoi come anche il patrocinatore sia obbligato a consegnare i documenti e i verbali ai custodi, al fine di permettere al proprio rappresentato di “
studiare il proprio dossier, se non si vuole andare continuamente in carcere, portando con se ogni volta i verbali, con conseguente aumento dei costi legali
” (reclamo 27/28.02.2017, p. 7).
Rileva per finire come al reclamante sia stata negata anche la possibilità di tenere in cella la sentenza di condanna di primo grado.
i.
Con osservazioni 15/16.03.2017 la Divisione della giustizia postula la reiezione del gravame.
Sostiene che con la mancata notifica della duplica del 26.01.2017 prima della decisione dell’8.02.2017 non sarebbe stato violato il diritto di essere sentito del reclamante, non avendo tale allegato portato alcun elemento nuovo ed essendosi limitata la Direzione delle strutture carcerarie a ribadire nello stesso quanto già espresso in sede di osservazioni. Pertanto in sede di replica il reclamante avrebbe avuto la possibilità di far valere ampiamente le proprie argomentazioni. Di fatto egli, nella procedura di reclamo davanti a questa Corte, non avrebbe sollevato alcuna contestazione in merito al contenuto della duplica. Inoltre trattandosi della conclusione dello scambio degli allegati scritti, anche in caso di intimazione della duplica prima della decisione 8.02.2017, l’autorità amministrativa non avrebbe assegnato al reclamante un ulteriore termine per prendere posizione sulla stessa. Pertanto l’annullamento della decisione impugnata sulla base di questa censura costituirebbe un eccesso di formalismo.
Asserisce che in virtù dell’apprezzamento anticipato delle prove, l’offerta di mezzi probatori del reclamante è stata ritenuta da tale autorità ininfluente sul proprio giudizio, avendo, a proprio parere, già esperito una sufficiente istruttoria al fine di potersi determinare con cognizione di causa sulla vertenza. Vertenza che tratterebbe unicamente la questione del diritto di poter custodire o meno verbali in cella.
Contesta altresì di aver, con la decisione impugnata, violato il diritto alla parità ed equità di trattamento, come pure il diritto di consultare gli atti e ribadisce come la stessa sia pienamente giustificata da motivi di sicurezza e ordine interno.
Contesta che la limitazione posta dalla Direzione delle strutture carcerarie alla consultazione degli atti costituisca un sequestro ai sensi dell’art. 264 cpv. 1 lit. a CPP.
Infine postula la reiezione della richiesta di assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio del reclamante, stante l’assenza di probabilità di successo della presente procedura e l’assenza di argomenti prettamente giuridici che impongono la presenza di un legale.
l.
Con osservazioni 16/17.03.2017 la Direzione delle strutture carcerarie conferma le proprie argomentazioni espresse nella propria decisione e nella procedura di reclamo davanti alla Divisione della giustizia, come pure le argomentazioni espresse da quest’ultima nella decisione qui impugnata.
Elenca nel seguito una serie di motivi di ordine interno alla base delle limitazioni poste al libero accesso degli atti concernenti il reclamante e sostiene come tale diritto non venga in alcun modo violato, stante l’ampio tempo lasciato a disposizione per detta consultazione e la professionalità e il riserbo garantiti dal personale di custodia.
m.
Con scritto 27/28.03.2017 il reclamante, in replica, conferma le argomentazioni e conclusioni espresse nel proprio gravame.
In particolare conferma la violazione del proprio diritto di essere sentito sia con la mancata intimazione della duplica nella procedura di reclamo davanti alla Divisione di giustizia; e sia per l’assenza di base legale e proporzionalità della limitazione a tale diritto, che pure lederebbe il segreto professionale avvocato-cliente tutelato dall’art. 8 CEDU. Limitazione inoltre che non sarebbe idonea a perseguire lo scopo prefissato.
Lamenta una disparità di trattamento tra i detenuti circa la facoltà di tenere il proprio dossier in cella.
Rileva il tempo limitato a disposizione per la consultazione della documentazione e censura la mancanza di tranquillità e riservatezza.
n.
La Direzione delle strutture carcerarie, in duplica, riconferma tutte le proprie considerazioni espresse in precedenza, così come le motivazioni alla base della decisione impugnata.
Evidenzia l’esistenza di un diverso regime per il carcere penale La Stampa (dove è collocato il reclamante) e per la sezione aperta dello Stampino (presso cui era collocato l’ex detenuto consultato dal patrocinatore del reclamante in merito alla prassi esistente in carcere), in quanto perseguono diversi obiettivi. In particolare presso lo Stampino il regime di carcerazione sarebbe più allentato rispetto a quello presso La Stampa, visto che il carcere aperto persegue principalmente lo scopo di preparare il detenuto al reinserimento sociale. È in tale contesto che al detenuto è concesso, fra l’altro, di detenere in camera tutta la documentazione che lo concerne. Contesta quindi la censura di una disparità di trattamento sollevata dal reclamante.
Pone in risalto che il reclamante, collocato presso il carcere penale La Stampa, ha la possibilità di consultare il proprio dossier per 1 ora e 30 minuti nei giorni feriali tra il lunedì e il venerdì, e per 6 ore il sabato e la domenica, per un totale di 19 ore e 30 minuti alla settimana.
Pone nuovamente in risalto la professionalità e affidabilità del personale di custodia nell’adempimento della sua missione, pure consapevole dell’ “
imprescindibile osservanza del segreto professionale e d’ufficio
”.
o.
La Divisione della giustizia dal canto suo, con duplica 3/4.04.2017, postula la reiezione del gravame e la conferma integrale della propria decisione, qui impugnata, nonché delle proprie osservazioni 15.03.2017.
Rileva che il reclamante già in sede di replica avrebbe potuto richiedere l’audizione del teste, e non solo dopo la notifica (omessa) della duplica 26.01.2017 della Direzione delle strutture carcerarie.
Evidenzia che l’art. 6 par. 3 lit. c CEDU, citato dal reclamante, regolerebbe unicamente il diritto di beneficiare dell’assistenza di un patrocinatore non invece la problematica dell’accesso agli atti.
Assevera che l’art. 74 CP, che conterrebbe i principi centrali dell’esecuzione delle pene detentive e delle misure privative della libertà, costituisce una valida base legale, così che le censure del reclamante circa l’adozione di una legge cantonale e la delega di competenze, cadrebbero nel vuoto.
Ribadisce infine come il divieto di custodire i propri verbali in cella “
allo scopo di evitare la creazione di disordini interni e alfine di garantire l’ordine e la sicurezza interna dell’istituto carcerario
” costituisca una restrizione ad un diritto fondamentale proporzionale e giustificata da un interesse pubblico.
Conferma la reiezione del beneficio dell’assistenza giudiziaria.

## Considerations

in diritto
1.
1.1.
Il Codice di diritto processuale penale svizzero (Codice di procedura penale, CPP, RS 312.0), all’art. 439 cpv. 1 CPP lascia ai Cantoni la facoltà di designare le autorità competenti per l’esecuzione delle pene e delle misure e di stabilire la relativa procedura.
Il Canton Ticino ha adottato il 20.04.2010 la Legge sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti (RL 4.2.1.1., nel seguito citata LEPM) − in vigore dall’1.01.2011 − e, in applicazione di quest’ultima, il Regolamento sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti del 6.03.2007 (RL 4.2.1.1.1., nel seguito citato REPM), in vigore dal 9.03.2007, con successive modifiche.
Sulla base di tali regolamentazioni è inoltre stato adottato il 15.12.2010 il Regolamento delle strutture carcerarie del Cantone Ticino (RL 4.2.1.1.2., nel seguito RSC), in vigore dall’1.01.2011.
La Divisione della giustizia e la Direzione delle strutture carcerarie
–
quest’ultima subordinata alla prima (art. 6 RSC)
–
sono fra le autorità competenti per l’esecuzione delle pene e delle misure (art. 3 cpv. 1 REPM).
In particolare per l’art. 7 REPM la Direzione delle strutture carcerarie fa eseguire la detenzione preventiva e le pene privative di libertà, come pure le misure che debbono essere scontate nel Penitenziario cantonale (cpv. 1) ed esercita inoltre le competenze che le sono attribuite dal REPM e dal RSC (cpv. 2).
Contro l’operato della Direzione delle strutture carcerarie la persona incarcerata può interporre reclamo davanti alla Divisione della giustizia nel termine di 5 giorni (art. 57 REPM e art. 81 cpv. 2 RSC). Il reclamo non ha effetto sospensivo (art. 57 cpv. 2 REPM).
Le decisioni in materia di esecuzione delle pene e delle misure, che non rientrano fra quelle rese dal giudice dei provvedimenti coercitivi nei casi previsti dall’art. 12 cpv. 1 LEPM, per l’art. 12 cpv. 2 LEPM sono direttamente impugnabili con reclamo alla Corte dei reclami penali entro 10 giorni; si applica per analogia la procedura prevista negli articoli 379 e segg. CPP.
Sono comprese nelle suddette decisioni quelle che concernono la facoltà del detenuto di disporre della documentazione che lo riguarda, in quanto viene toccato, in relazione al proprio incarto penale, un suo diritto fondamentale (il diritto di essere sentito), i cui limiti in generale vengono ripresi dall’art. 74 CP, rispettivamente, in attinenza alla sua corrispondenza, le sue relazioni con il mondo esterno regolati dall’art. 84 CP.
Ciò è conforme al doppio grado di giurisdizione imposto dal Tribunale federale sulla base della Legge sul Tribunale federale (LTF, RS 173.110)
–
nel tenore in vigore dall’1.01.2011
–
, secondo cui il ricorso in materia penale, aperto contro le decisioni concernenti l’esecuzione di pene e misure (art. 78 cpv. 2 lit. b LTF)
–
comprese quelle rese in prima istanza da un’autorità amministrativa (Commentaire del la LTF
–
, P. FERRARI, art. 78 LTF n. 33 segg., 2a. ed., 2014; Loi sur le Tribunal fédéral, Commentaire
–
Y. DONZALLAZ, art. 78 LTF n. 2489 seg.)
–
, è possibile solo contro le decisioni emanate da un tribunale superiore (art. 80 cpv. 2 LTF). Da qui la competenza della Corte dei reclami penali a dirimere le vertenze in materia di esecuzione delle pene e delle misure, quale tribunale superiore cantonale di ultima istanza, stante che né la Divisione della giustizia né il giudice dell’applicazione della pena (in Ticino, il giudice dei provvedimenti coercitivi) adempiono tale requisito (sentenza TF dell’8.10.2013, 6B_581/2013, consid. 2.3.), riservati i casi previsti dall’art. 80 cpv. 2 seconda frase LTF.
Di fatto, visto che con la modifica della parte generale del CP, in vigore dall’1.01.2007, il legislatore ha voluto migliorare la posizione dei detenuti, e che anche la più recente interpretazione dei diritti fondamentali va in tal senso (“
das
neue Grundrechtsverständnis dahingehend auszulegen ist”
), i principi generali dell’esecuzione posti dall’art. 74 CP, come pure l’obiettivo generale e i principi specifici dell’esecuzione dell’art. 75 CP, così come le ulteriori norme federali sull’esecuzione delle pene e delle misure, nell’ambito di una procedura ricorsuale, possono essere direttamente invocate dalla persona interessata (BSK Strafrecht I
–
B. F. BRÄGGER, 3a. ed., art. 74 CP n. 8).
1.2.
Con il reclamo si possono censurare le violazioni del diritto, compreso l'eccesso e l'abuso del potere di apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 393 cpv. 2 lit. a CPP), l'accertamento inesatto o incompleto dei fatti (art. 393 cpv. 2 lit. b CPP) e/o l'inadeguatezza (art. 393 cpv. 2 lit. c CPP).
Il reclamo deve essere presentato entro 10 giorni per iscritto e motivato (art. 396 cpv. 1 CPP), con riferimento in particolare all'art. 390 CPP per la forma scritta ed all'art. 385 CPP per la motivazione.
In particolare la persona o l'autorità che lo interpone deve indicare i punti della decisione che intende impugnare, i motivi a sostegno di una diversa decisione ed i mezzi di prova auspicati (art. 385 cpv. 1 lit. a, b e c CPP).
La prevalenza dei principi della verità materiale e della legalità impone alla giurisdizione di reclamo, investita di un gravame, di decidere indipendentemente dalle conclusioni o dalle motivazioni addotte dalle parti, applicando il diritto penale, che deve imporsi d’ufficio (Commentario CPP – M. MINI, art. 391 CPP n. 2; cfr., anche,
sentenze TF 6B_69/2014 del 9.10.2014 consid. 2.4.; 6B_776/2013 del 22.07.2014 consid. 1.5.; 1B_460/2013 del 22.01.2014 consid. 3.1;
1B_768/2012 del 15.01.2013 consid. 2.1.).
1.3.
Il gravame, inoltrato il 27/28.02.2017, contro la decisione 8.02.2017 della Divisione della giustizia, notificata il 15.02.2017, è tempestivo.
Le esigenze di forma e motivazione del reclamo sono rispettate.
RE 1
, quale detenuto in anticipata esecuzione di pena ex art. 236 CPP sottoposto al regime ordinario, e
destinatario della decisione impugnata che lo tocca direttamente, personalmente e attualmente nei suoi diritti, è legittimato a reclamare giusta l'art. 382 cpv. 1 CPP avendo un interesse giuridicamente protetto all'annullamento o alla modifica del giudizio.
In particolare, malgrado le decisioni nel frattempo rese dalla Corte di prime cure e dalla Corte di appello e di revisione penale, la lesione espletata dalla decisione qui impugnata nei confronti del reclamante mantiene la sua attualità, nella misura in cui la di lui condanna non è passata in giudicato e ad egli permane la facoltà di sottoporre quest’ultima al vaglio di ulteriori istanze superiori.
2.
2.1.
Il reclamante lamenta la violazione del diritto di essere sentito, da un lato, per avere la Divisione della giustizia omesso di notificargli la duplica 26.01.2017 della Direzione delle strutture carcerarie e, dall’altro lato, per avere essa rifiutato l’assunzione delle prove richieste. Già per questo la decisione 8.02.2017 qui impugnata sarebbe nulla.
L’autorità amministrativa, in sintesi, contesta tali censure: da un lato costituirebbe un formalismo eccessivo annullare la sua decisione per la suddetta omissione, posto che la duplica in questione oltre a non aver sollevato alcun nuovo argomento, qualora fosse stata intimata, non avrebbe permesso al reclamante di aggiungere nuove censure (come infatti sarebbe accaduto). In ogni caso tale inavvertenza sarebbe stata sanata dalla presente procedura ricorsuale. Per quanto attiene all’offerta di prove, le stesse sarebbero state ritenute ininfluenti per il giudizio, sulla base di un apprezzamento anticipato delle prove e avendo l’autorità, a proprio giudizio, già eseguito una sufficiente istruttoria al fine di determinarsi con cognizione di causa.
2.2.
2.2.1.
Il diritto di essere sentito
–
sancito in generale dall’art. 29 cpv. 2 Cost. e, in ambito penale, dagli art. 32 cpv. 2 Cost., 3 cpv. 2 lit. c in fine CPP e 107 CPP, mentre che, nella procedura amministrativa, dagli art. 26-35 PA, 34 segg. LPamm
–
rappresenta un aspetto della garanzia fondamentale dell’equo processo ai sensi degli art. 29 Cost. e 6 CEDU (decisione TF 6B_93/2014 del 21.08.2014 consid. 3.1.1.). Esso ha una doppia funzione: da un lato serve ad istruire la vertenza e, dall’altro lato, permette alle parti di partecipare all’emanazione delle decisioni che ledono la loro situazione giuridica (G. PIQUEREZ, Traité de procédure pénale suisse, 2a. ed., 2006, p. 105 n. 126).
Il diritto di essere sentito comprende, fra l’altro, il diritto per la persona interessata di prendere conoscenza dell’incarto, di esprimersi in merito agli elementi pertinenti prima che una decisione sia emanata nei suoi confronti, di produrre delle prove pertinenti, di ottenere che sia dato seguito alle sue offerte di prove pertinenti, di partecipare all’amministrazione delle prove essenziali o almeno di poter esprimersi sul suo risultato, allorquando questo è proprio ad influenzare la decisione da emanare (TAF C-2866/2015 del 2.05.2016 consid. 3.1.1.; TPF BB.2014.132 del 9.12.2014 consid. 2.2.1.).
Il diritto di essere sentito costituisce una garanzia di natura formale, la cui violazione comporta di principio l’annullamento della decisione impugnata indipendentemente dalla fondatezza materiale del gravame. Nondimeno, secondo la giurisprudenza, una violazione non particolarmente grave di tale diritto può considerarsi sanata allorquando la persona interessata ha la possibilità di esprimersi davanti ad un’istanza di ricorso/reclamo con pieno potere di esame sui fatti e sul diritto. Tuttavia, ciò dovrebbe rimanere l’eccezione (sentenza TF 6B_1251/2016 del 19.07.2017 consid. 3.1.; sentenza TPF BB.2014.132 del 9.12.2014 consid. 2.2.1.).
Per giurisprudenza federale
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posto che la violazione del diritto di essere sentito è di principio sanabile
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l’annullabilità della decisione è la regola mentre che la nullità costituisce l’eccezione, che viene ammessa soltanto nel caso di una violazione delle regole essenziali di procedura, in quanto ritenuta un grave vizio di procedura al pari dell’incompetenza qualificata, funzionale o materiale, dell’autorità che ha reso la decisione (sentenza TAF A-5228/2016 del 25.04.2017 consid. 3.2.2. e 3.2.3.).
Anche di fronte ad una violazione grave del diritto di essere sentito, si può prescindere dal rinviare la causa all’istanza precedente, per economia processuale, laddove si tratterebbe di un atto puramente formalistico (“formalistischer Leerlauf”), che ritarderebbe inutilmente il giudizio definitivo della vertenza, risultato questo incompatibile con l’interesse della parte ad ottenere una rapida conclusione della vertenza (sentenza TPF BB.2017.87 del 28.06.2017 consid. 3.3.1.; DTF 133 I 201 consid. 2.2.; 132 V 387 consid. 5.1.). In ogni caso, non viene ammesso che l’autorità, mediante la violazione del diritto di essere sentito, giunge ad un risultato che non avrebbe mai ottenuto se avesse proceduto correttamente (sentenza TAF A-5228/2016 del 25.04.2017 consid. 3.2.3.).
2.2.2.
Nel caso concreto la Divisione della giustizia, avendo reso la propria decisione prima di intimare al reclamante la duplica della Direzione delle strutture carcerarie, ha formalmente leso il di lui diritto di essere sentito.
Ciò tuttavia non costituisce una violazione di una norma procedurale essenziale, talmente grave da rendere nulla la decisione presa in esito a tale iter viziato.
Può (semmai) entrare in linea di conto l’annullamento della decisione viziata con rinvio degli atti all’autorità giudicante per nuovo giudizio.
Ora, nella duplica 26.01.2017, la Direzione delle strutture carcerarie si è limitata a confermare le argomentazioni sollevate in precedenza. In modo particolare, essa si è espressa nei seguenti termini:
“(...)
Nel merito
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Dal momento che nella replica del patrocinatore non emergono elementi che già non siano stati espressi nel reclamo, se non una disposizione che pertiene il carcere giudiziario e non quello penale (dove è collocato il detenuto), e una frase ripetuta due volte che mette in dubbio la buona fede della direzione in quanto la si taccia di mentire scientemente, ci si astiene dal duplicare in quanto si ripeterebbero i concetti già espressi nelle osservazioni, alle quali si rimanda l’autorità giudicante.