# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 77cddf8c-b2cc-5623-af3a-dbf925150acf
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2001
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

in fatto: A.
Con sentenza del 12 ottobre 2000 la Corte delle assise criminali in Lugano ha riconosciuto _ autore colpevole di atti sessuali con fanciulli, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere e violazione dei doveri d'assistenza o educazione. Essa ha accertato – in estrema sintesi – che tra la primavera del 1998 e il marzo del 1999 l'imputato ha sodomizzato il figlio _ (nato _ 1989) in almeno tre occasioni, ha commesso atti sessuali con la figlia _ (nata il _ 1995) in almeno due occasioni e ha sodomizzato quest'ultima in almeno un'altra occasione, esponendo a pericolo lo sviluppo fisico e intellettuale dei figli. In applicazione della pena, la Corte di assise ha condannato _ a 7 anni e 6 mesi di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto) e alla privazione dell'autorità parentale. Lo ha condannato inoltre a versare a ciascuna delle vittime fr. 20'000.– a titolo di indennità e fr. 6'000.– per ripetibili e a _ (madre delle vittime) fr. 20'000.– a titolo di indennità e fr. 10'000.– per ripetibili. Infine ha ordinato che _ sia sottoposto a trattamento ambulatoriale da iniziare già durante l'esecuzione della pena.
B.
Contro la sentenza di assise _ ha inoltrato il 13 ottobre 2000 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nei motivi del gravame, presentati il 23 novembre successivo, egli chiede il proscioglimento da ogni imputazione o quanto meno, in via subordinata, la limitazione della condanna per atti sessuali con fanciulli a semplici manipolazioni anali sul figlio _ (in tre occasioni), ad atti sessuali sulla figlia _ (in 2 occasioni) e ad atti sessuali con persona incapace di discernimento o inetta a resistere sulla sola figlia _. Sempre in subordine egli chiede di ridurre la condanna a 3 anni di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto), alla privazione dell'autorità parentale e al pagamento di indennità e ripetibili ridotte. Chiede infine di essere sottoposto a trattamento ambulatoriale.
C.
Nelle sue osservazioni del 4 dicembre 2000 _ propone di respingere il ricorso. Identica conclusione formulano _ e _, come pure il Procuratore pubblico con osservazioni del 14 e 15 dicembre 2000.

## Considerations

Considerando
in diritto: 1.
Il ricorrente si duole anzitutto di un arbitrario accertamento dei fatti e di un'arbitraria valutazione delle prove poste a fondamento della sentenza impugnata (art. 288 cpv. 1 lett. c CPP). Arbitrario non significa tuttavia discutibile, contestabile o finanche erroneo, bensì manifestamente insostenibile o in aperto contrasto con gli atti (DTF126 IV 170 consid. 3a, 125 I 168 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4a). Per motivare una censura di arbitrio non basta quindi criticare la decisione impugnata, né contrapporle una versione dei fatti, per quanto essa appaia preferibile. Occorre invece spiegare per quale ragione l'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sarebbero manifestamente insostenibili, si trovino in chiaro contrasto con gli atti o contraddicano in modo urtante il sentimento di giustizia e dell'equità (DTF125 IV 10 consid. 3a, 124 I 86 consid. 2a, 123 I consid. 4a, 122 I 61 consid. 3a). Secondo giurisprudenza, inoltre, una sentenza incorre nell'annullamento quando essa è arbitraria non solo nella motivazione, ma anche nel risultato (DTF125 II 129 consid. 5b, 124 II 166 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4a, 122 I 253 consid. 6c con rinvii).
2.
La Corte di assise ha raggiunto il convincimento circa la colpevolezza dell'imputato grazie anzitutto alle testimonianze che i figli _ e _ hanno reso davanti al segretario della Magistratura dei minorenni, durante le quali essi hanno riferito – in modo definito credibile dalla psicologa e perita giudiziaria _ – i ripetuti abusi sessuali che il padre aveva compiuto su di loro. Alla credibilità di _ – ha soggiunto la Corte – hanno contribuito, tra l'altro, le spontanee rivelazioni della bambina ad alcune educatrici del “Centro _ ”, presso il quale essa è stata collocata dopo l'arrivo della polizia in seguito a una violenza lite fra genitori la notte del 12 marzo 1999, come pure le spiegazioni date all'educatrice _ su un disegno da essa eseguito il 19 settembre 1999, quando ha evocato ancora una volta gli abusi subiti. Quanto al racconto di _, esso risultava ancor più credibile dopo che l'8 ottobre 1999 il ragazzo aveva eseguito presso il “Centro _ ” un disegno alla presenza della psicologa _; dopo avere raffigurato una balena, di proprio pugno e spontaneamente il ragazzo vi ha scritto accanto due frasi; nella prima invitava la mamma a consegnare a _ il game-boy e la bicicletta, nella seconda esortava la madre stessa a riferire a _ tutto quanto era accaduto in casa. Quest'ultimo messaggio, a mente della Corte, poteva riferirsi solo agli abusi sessuali (sentenza, pag. 17).
Al giudizio di colpevolezza la prima Corte è giunta anche dopo avere esaminato la testimonianza di _, madre delle giovani vittime, la quale ha dichiarato al Procuratore pubblico di avere visto essa medesima quattro volte il marito abusare dei figli (sentenza, pag.19 segg.). Pur biasimandola per il ritardo con cui essa si era decisa a parlare, i primi giudici hanno ritenuto credibili le sue accuse, in particolare dopo avere constatato la sua sincera reazione durante un colloquio da essa avuto con i figli il 19 ottobre 1999 – dopo l'interrogatorio davanti al Procuratore pubblico – presso il “Centro _ ” alla presenza di _ (sentenza, pag. 24 e 25). Ricordate le psicodiagnosi eseguite dalla dott. _ e dalla dott. _, che evidenziavano in entrambi i bambini un quadro compatibile con l'ipotesi di un trauma sessuale (sentenza, pag. 26), la Corte di assise ha richiamato anche il parere dello psichiatra dott. _, il quale ha scorto nell'imputato non solo un uomo capace d'abuso sessuale, ma persino “con alta probabilità (...) una personalità tipica dell'abusatore”. Nondimeno, essa ha evocato tale opinione (che collimava comunque nel risultato con i rilievi eseguiti dallo psicologo dott. _) in via meramente abbondanziale, poiché lo psichiatra si era basato anche su elementi di fatto emergenti dall'incarto penale, come tali non rientranti nella sfera scientifica e quindi travalicanti l'ambito strettamente peritale (sentenza, pag. 26 e 27).
3.
Il ricorrente critica la sentenza impugnata nella misura in cui la prima Corte, basandosi sui pareri e affermazioni degli psichiatri dott. _ e dott. _, della psicologa _ e di _ (suo fratello), ha accertato che in casa egli era la figura dominante e che la moglie gli era sottomessa. Egli si domanda come mai un soggetto tanto succubo si sia dimostrato così forte e tenace in occasione della discussione tenutasi il 18 marzo 1998 (ossia in tempi non sospetti) dinanzi alla Delegazione tutoria di _. La risolutezza dimostrata dalla moglie in tale circostanza mal si concilierebbe con la descrizione di lei che risulta dalla sentenza impugnata. Interrogativi del genere sono però di natura palesemente appellatoria e come tali inammissibili in un ricorso per cassazione fondati sul divieto d'arbitrio. In proposito il ricorso sfugge a ulteriore disamina.
4.
Alla Corte di merito il ricorrente rimprovera arbitrio per avere accertato che egli non lesinava botte alla moglie e ai figli. A suo parere le prove raccolte – le accuse della moglie e del figlio _, le testimonianze di _ (sua cognata) e di _ (maestro di _) – sono inconcludenti, poiché la credibilità della moglie e del figlio è vacillante, poiché la cognata ha soltanto notato la sorella con dei lividi, senza sapere chi li avesse causati e poiché il docente _ si è limitato a raccontare quanto riferitogli da un amico di _, che a sua volta aveva appreso la contestata circostanza dallo stesso _. Tali argomentazioni non bastano però per intravedere arbitrio. Intanto, anche la figlia _ ha riferito di essere stata talvolta percossa dal padre (sentenza, pag. 10) e quest'ultimo non pretende che tale asserzione sia falsa. Egli pone in dubbio la credibilità del figlio e della moglie, senza però sostanziare alcunché. Certo, la cognata ha ammesso che sua sorella non ha accusato direttamente il marito di averle procurato i lividi ricordati nella sentenza impugnata (act. 199, pag. 2). Il ricorrente trascura però che la testimone ha soggiunto che in famiglia avevano capito che l'autore era il ricorrente (act. PP 199, pag. 2). È vero altresì che _ ha riferito di eventi appresi da un alunno, il quale a sua volta li ha saputi da _ (act. 57 annesso al rapporto di polizia giudiziaria). Le confidenze di _ al compagno di scuola riprendono però le accuse mosse da _ e dalla moglie _ e pertanto confermano quanto era noto in famiglia, segnatamente alla cognata _. Nella misura in cui è sufficientemente motivata, la critica si rivela perciò priva di consistenza.
5.
Il ricorrente riprende l'accertamento secondo cui sua moglie mal sopportava sia la frequenza dei rapporti sessuali, sia soprattutto i rapporti anali, come pure l'accertamento secondo cui essa tollerava comportamenti del genere per non irritarlo. Assevera che, contrariamente a quanto ha ritenuto arbitrariamente la Corte, la consorte non soltanto non si è mai arrabbiata, ma che essa non ha fatto nulla per opporsi. La questione, egli spiega, non è irrilevante, dato che il perito psichiatrico dott. _ lo ha ritenuto capace di abuso considerando anche ciò. L'obiezione non gli giova. A prescindere dal fatto che egli non sostanzia alcun arbitrio, limitandosi a riflessioni per lo più appellatorie, va ricordato che la perizia allestita dal dott. _ (che per altro collima con i rilievi testistici eseguiti dal dott. _), non ha inciso sul giudizio di colpevolezza, maturato sulla base di altri e ben più concreti indizi. Quel referto è infatti stato considerato solo a titolo abbondanziale (sentenza, pag. 27).
6.
Il ricorrente ravvisa ulteriore arbitrio nella considerazione, stando alla quale la moglie, nei colloqui con il consulente psichiatrico dott. _ durante la degenza presso la clinica di _ (dov'era stata ricoverata dal 16 dicembre 1998 e il 16 gennaio 1999), avrebbe riferito spontaneamente di un abuso del marito in danno della figlia. _ – egli assevera – ha se mai riferito un'affermazione in tal senso fatta dalla piccola, il che non è la stessa cosa. Allegazioni del genere, per altro ai limiti del pretesto, sono però inammissibili in un ricorso per cassazione fondato sul divieto d'arbitrio.
7.
Assevera il ricorrente che a pag. 13 della sentenza impugnata i primi giudici hanno ricordato come durante le audizioni del 17 e 20 maggio 1999 _ abbia eluso le domande a lei rivolte e che, ciò nonostante, essi hanno seguito l'opinione della psicologa dott. _, secondo cui il linguaggio analogico (e non verbale) appariva comunque compatibile con i fatti di causa. A suo giudizio la Corte di assise non ha però rilevato quanto emerge realmente dalle audizioni, in particolare in quella di maggio, ossia l'insopportabile pressione alla quale la piccola è stata sottoposta. Ancora una volta il ricorrente si avvale di critiche appellatorie, limitandosi a contrapporre la propria opinione a quella delle assise come se si trovasse di fronte a un'autorità di appello munita di pieno potere cognitivo anche su questioni di fatto e di valutazione delle prove. In un ricorso per arbitrio un approccio del genere è però inammissibile.
8.
Riferendosi alla testimonianza di _, il ricorrente rileva che la prima Corte ha dato atto che durante l'interrogatorio del 20 maggio 1999 il ragazzo ha affermato tra l'altro che suo padre gli aveva imposto di compiere atti sessuali sulla sorellina mentre egli filmava la scena per poi vendere forse i “filmini” perché aveva bisogno di soldi (trascrizione nell'act. 5 annesso al rapporto di polizia giudiziaria). Il ricorrente ribadisce di avere contestato fatti del genere, tanto più che non sono state rinvenute né cassette pornografiche né videocamere a casa sua, e critica la prima Corte per essersi limitata a soggiungere che tali accuse non hanno trovato conferme, né smentite. A mente sua la Corte avrebbe dovuto concludere che si trattava di affermazioni fantasiose, suscettibili di influire sulla credibilità del ragazzo anche per quanto concerne le altre accuse. Ora, la Corte di merito si è effettivamente espressa in modo ambiguo al riguardo. Mancando riscontri oggettivi e incontrando perplessità, in virtù del principio
in dubio pro reo
essa avrebbe dovuto abbandonare l'ipotesi di scene pedofile filmate dal ricorrente per far soldi. Ciò non significa però che il ricorso debba essere accolto. Come noto, per incorrere nell'annullamento una sentenza deve essere arbitraria non soltanto nelle motivazioni, ma anche nel risultato. Un concreto ciò sarebbe potuto essere il caso ove il ricorrente avesse dimostrato che pure le successive considerazioni che hanno indotto i giudici a convincersi che l'accusato ha compiuto atti sessuali su _ sono arbitrarie. Come si vedrà ancora, un'eventualità simile è fuori questione. Senza abusare del proprio potere di apprezzamento, la Corte di assise poteva infatti considerare le (rimanenti) accuse di _ credibili perché suffragate da altri riscontri, come la frase che figura accanto alla balena disegnata l'8 ottobre 1999 davanti alla psicologa _ (sentenza, pag. 16 segg), il parere della psicologa dott. _, secondo cui i bambini sono attendibili (sentenza, pag. 15 e 17) e la testimonianza della madre, che ha personalmente assistito a ripetuti abusi del padre sui figli (sentenza, pag. 19 segg).
9.
Secondo il ricorrente la Corte di assise ha persistito nella sua erronea impostazione anche al momento di valutare la credibilità delle successive affermazioni di _. Dando per scontata la credibilità del ragazzo (sentenza, pag. 14, punto 4), riferendosi all'interrogatorio del 9 settembre 1999 essa si è limitata a rilevare che in quell'occasione per _ è stato difficile – ciò che è comprensibile – togliersi il peso dallo stomaco (sentenza, pag. 15). Una considerazione del genere non basta però per dimostrare il preteso arbitrio. Appellatorio, in proposito il ricorso è destinato all'insuccesso. Soggiunge il ricorrente che arbitrario è pure l'accertamento stando al quale _ ha poi confermato chiaramente di essere stato sodomizzato dal padre. La semplice lettura delle trascrizioni, egli opina, denota un racconto farcito di frasi possibiliste (“credo”, “mi sono venute delle scene”, “se ben ricordo”). Se non che, la Corte stessa ha ricordato i passaggi citati e i momenti in cui il ragazzo ha manifestato incertezza (sentenza, pag. 15). Essa ha gli però creduto ugualmente, in particolare dopo avere preso atto che, sollecitato a ulteriori spiegazioni, _ ha aggiunto altri particolari e che le difficoltà “a venire al dunque”, come spiegato dalla psicologa _, rafforzano se mai la credibilità dell'interlocutore (sentenza, pag. 15 e 16). Con tali considerazioni il ricorrente non si confronta compiutamente, limitandosi a sottolineare che al dibattimento _ ha spiegato che sulla credibilità di un bambino si può dire tutto e il contrario di tutto e che in questo campo le opinioni sono spesso se non sempre discordanti. Un esposto del genere è però inidoneo a confortare una qualsivoglia censura di arbitrio.
10.
Assevera il ricorrente che l'opinione della Corte di assise non può essere condivisa nemmeno ove essa accredita la testimonianza di _ anche dall'espressione da lui usata per spiegare come si sentiva prima, durante e dopo la penetrazione anale (“come se uno mi ha messo cento supposte dentro, nel mio sedere”: sentenza, pag. 16). Un paragone del genere – egli fa valere – non deve sorprendere poiché è normale che un bambino di dieci anni tende a paragonare un simile dolore proprio con quello conseguente all'uso di supposte, ingigantendone il numero. Una siffatta allegazione appellatoria, per altro poco seria, non può tuttavia trovare spazio in un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell'arbitrio. Ancora una volta l'ammissibilità del ricorso non è data. Alla prima Corte il ricorrente rimprovera poi di avere conferito rilevanza soverchia ai disegni di _, segnatamente a quello in cui egli esortava la madre a parlare, la credibilità del ragazzo essendo venuta meno già per le sue precedenti bugie. Di nuovo egli trascura però i limiti del potere cognitivo della Corte di cassazione e di revisione penale, chiamata a statuire su un ricorso fondato sul divieto dell'arbitrio. Sia come sia, non si vede quale arbitrio avrebbe commesso la prima Corte considerando che con la frase apposta accanto alla balena _ intendesse alludere al fatto che la madre aveva assistito ad altri due casi di abusi (sentenza, pag. 17; cfr. act. annesso ad act. 98). Tanto meno se si pensa che _ ha effettivamente assistito a queste scene (sentenza, pag. 19 segg). Al riguardo il gravame non merita altra disamina.
11.
Richiamati gli accertamenti peritali del dott. _ e del dott. _, il ricorrente confuta gli abusi sessuali che, secondo la Corte di assise, egli avrebbe compiuto su _. Egli sembra affermare che si possa tutt'al più parlare di manipolazioni nella zona anale – ciò che non basterebbe a dimostrarne la finalità sessuale – e non di penetrazione peniena. Egli non pretende però che la Corte di assise sia caduta nell'arbitrio ritenendo – sulla base del racconto del ragazzo, della testimonianza della madre e della perizia del dott. _ (act. 16, pag. 2 e verbale del dibattimento; sentenza, pag. 17) – che _ sia stato vittima di sodomia. Carente di motivazione, su questo punto il ricorso deve essere ancora un volta dichiarato inammissibile. D'altro canto nel gravame l'interessato si vale di circostanze che neppure figurano agli atti del processo. Al dibattimento il dott. _ ha sì manifestato dubbi sulla eventualità di una penetrazione anale, con riferimento tuttavia all'altra vittima, _ (verbale del dibattimento, pag. 7).
12.
Il ricorrente insorge contro la sentenza di assise anche nella misura in cui la Corte di merito ha creduto alla figlia _ e assume che i primi giudici non avrebbero correttamente affrontato il problema legato all'affidabilità di bambini in tenera età. A suo modo di vedere i giudici avrebbe dovuto per lo meno porsi i medesimi interrogativi evidenziati dal prof. _ nel procedimento sfociato con sentenza 5 maggio 2000 della Corte delle assise criminali in Lugano in re R.; essi avrebbero dovuto considerare la suggestionabilità e, quindi, la scarsa attendibilità di tali soggetti. Invece essi nemmeno hanno esaminato il problema e mai hanno dato più credito all'opinione della dott. _ rispetto a quella del prof. _. Richiami e paragoni del genere, di chiara connotazione appellatoria, sono però inammissibili in un ricorso fondato sul divieto dell'arbitrio.
13.
Il ricorrente si diffonde dipoi con ulteriori riflessioni sulla credibilità della bambina. Fa carico alla Corte di assise di essersi basata su testimonianze indirette, nella misura in cui essa ha accertato che _ aveva già rivelato gli abusi subiti (verosimilmente alle educatrici del Centro _). Alla prima Corte egli rimprovera anche di avere trascurato il rapporto 20 marzo 2000 della psicologa _ (firmato anche dal dott. _), da cui si può unicamente evincere che a mente di _ il papà le faceva male al sederino (act. 234) e in particolare di non essersi domandata se altre cause avrebbero potuto causare i dolori. Inoltre il ricorrente critica i primi giudici anche per non avere considerato che i bambini sono giunti al centro di accoglienza “_ ” già sapendo della storia del “pippi nella patatina” perché presenti la sera del 12 marzo 1999 quando è intervenuta la polizia, che _ e _ hanno recepito le preoccupazione degli adulti a causa delle visite mediche cui sono stati sottoposti e delle quali – quanto meno _ – conoscono il risultato, che _ sa quanto racconta _, che le sue rilevazioni potrebbero essere equiparate a quelle di un fratello maggiore che protegge la sorellina. Con argomentazioni del genere, di natura appellatoria, il ricorrente si limita però a prospettare una propria versione e interpretazione dei fatti, senza dimostrare perché, giudicando diversamente (ossia credendo a _ anche perché la sua versione, ritenuta veritiera dalla psicologa _, ha trovato sostanziale conferma nella deposizione della madre) i primi giudici siano trascesi in arbitrio. Al ricorrente va ricordato che per motivare l'arbitrio non basta criticare semplicemente la decisione impugnata, né contrapporle una versione propria, per quanto sostenibile o finanche preferibile. Occorre dimostrare perché, accertando i fatti e valutando le prove diversamente, la Corte di merito abbia errato a tal punto da urtare il sentimento di giustizia e di equità. Come visto, il ricorrente non ha per nulla soddisfatto tale condizione .
14.
Il ricorrente critica la Corte di assise perché essa si sarebbe limitata a osservare che l'esame ginecologico eseguito dalla dott. _ non ha consentito di ravvisare segni tipici di abuso nella zona vaginale, senza precisare che a pochi giorni dell'inizio del dibattimento la stessa ginecologa ha smentito i suoi precedenti rapporti medici, i quali hanno condizionato il procedimento, inducendo gli inquirenti a non più chiedersi se abuso vi fosse stato. La censura cade nel vuoto. Anzitutto la prima Corte ha ricordato che la perita ha corretto i suoi precedenti referti (sentenza, pag. 19). Nel rapporto del 27 maggio 1999 la dott. _ aveva constatato “uno status compatibile con delle manipolazioni croniche a livello dei genitali della bambina segnalate dalla scomparsa dell'imene in una zona tipica soprattutto in seguito a manipolazioni ripetute con dita o altri strumenti che riescono comunque a non provocare la rottura dell'imene ma a provocare una dilatazione e assottigliamento” (act. 12). Con scritto del 27 settembre 2000 la stessa specialista ha rettificato la sua opinione basandosi su una nuova classificazione, concludendo nel senso che non vi sono segni specifici di abuso (act. 6 successivo all'atto di accusa). Il ricorrente non spiega tuttavia perché un più sollecito chiarimento da parte della perita avrebbe potuto incidere sulla ricostruzione della fattispecie che ha comportato la sua condanna per gli atti sessuali di cui al dispositivo n. 1.1.2 della sentenza impugnata, ai quali ha assistito finanche la madre (atto di accusa punto 1.2; sentenza, pag. 19 e 20). Ne segue che la doglianza, come detto, cade nel vuoto.
15.
Secondo il ricorrente sarebbe manifestamente arbitrario l'accertamento degli abusi nella zona anale di _, che lo hanno fatto condannare per avere in almeno un'occasione commesso sodomia sulla figlia. Nessuna prova certa – egli assevera – è stata fornita al riguardo, come ha ammesso il perito giudiziario dott. _, il quale per finire ha ritenuto poco probabile una penetrazione anale con pene alla luce degli esami da egli eseguiti (rapporto di polizia giudiziaria, annesso act. 12).
a)
Secondo la Corte delle assise criminali un riscontro oggettivo di abuso anale risulterebbe invece dalla perizia del dott. _, dato che secondo quell'esperto la serie di alterazioni anatomiche osservate depongono “con forza” per un abuso sessuale proprio nella ragione anale della bimba. Il perito ha ritenuto più probabile, nondimeno, che si sia trattato di manipolazioni e non di una penetrazione peniena, pur non escludendola. Premesso che un atto del genere non può essere escluso anche alla luce della sentenza emanata dalla Corte delle assise criminali il 15 novembre 1999 in re S., i primi giudici hanno soggiunto che il dott. _ ha altresì precisato che le lesioni riscontrate avrebbero potuto senz'altro essere state cagionate da una forte pressione del pene sull'orifizio anale della piccola. Ha per finire stabilito che ciò è il minimo di quel che la bambina ha dovuto subire (sentenza, pag. 19).
b)
Quale conclusione la prima Corte ha tratto al riguardo non è chiaro, salvo che nel dispositivo n. 1.1.3. della sentenza impugnata essa ha condannato l'imputato per atti sessuali con fanciulli anche per avere sodomizzato almeno una volta la figlia _. Nel consid. 4.2 (sentenza, pag.18 e 19) essa non ha accertato però se sia trattato di penetrazione – come ha dichiarato la bambina in un suo interrogatorio (sentenza, pag. 17) – oppure di atti simili, come a un certo momento il perito ha finanche ritenuto più probabile. Essa ha rilevato soltanto che, secondo il perito, le lesioni riscontate avrebbero potuto essere state causate anche da una forte pressione del pene sull'ano.
c)
In diritto ci si potrebbe domandare invero se la Corte di assise avesse particolari motivi per inserire nella sentenza impugnata i dispositivi con i quali riconosce il ricorrente autore colpevole di sodomia in due occasioni sul figlio _ (n. 1.1.1) e in un'altra occasione sulla figlia _ (n. 1.1.3). L'art. 187 CP non differenzia secondo l'atto sessuale commesso (
Trechsel
, Kurzkommentar zum StGB, 2a edizione, n. 79 ad art. 187). La natura e l'intensità dell'abuso costituisce se mai, dandosene il caso, un criterio per determinare la colpa dell'autore e, quindi, per stabilire la pena a suo carico in applicazione dell'art. 63 CP (cfr.
Corboz
, Les principales infractions, vol. II, n. 23 ad art. 187 CP). La questione, più accademica che pratica, può essere lasciata irrisolta.
d)
Sia come sia, in effetti, in mancanza di più solidi riscontri il ricorrente non può essere riconosciuto colpevole del reato così com'è descritto nel dispositivo n. 1.1.3 della sentenza impugnata. Il precetto
in dubio pro reo
impone che gli si imputi la versione – che poteva essere accertata senza incorrere in arbitrio – a lui più favorevole: quella cioè di una forte pressione del pene sull'orifizio anale della bambina, senza penetrazione, come ha prospettato il perito al dibattimento (verbale del processo, pag. 7, in cui l'esperto ha ritenuto difficilmente immaginabile, pur senza escluderla, una penetrazione anale). Su questo punto il ricorso si rivela perciò, almeno in parte, provvisto in parte di buon diritto. Il dispositivo n. 1.1.3 della sentenza impugnata va di conseguenza annullato e il dispositivo n. 1.1.2 riformato nel senso che il ricorrente è dichiarato autore colpevole di avere commesso atti sessuali con la figlia _ (di 3 anni) in almeno tre occasioni. Sulla commisurazione della pena si dirà oltre.
16.
Secondo il ricorrente la prima Corte sarebbe caduta in arbitrio ritenendo credibile la testimonianza della moglie resa davanti al Procuratore pubblico il 12 ottobre 1999. Egli non dimostra però la manifesta insostenibilità delle considerazioni – per altro non sempre confutate nel gravame – che hanno spinto i primi giudici a credere che il ricovero della donna presso la clinica di _ fosse dovuto anche al trauma da essa sofferto per gli abusi sessuali commessi dal marito sui figli (sentenza, pag. 25). Né dimostra essere arbitrario credere alla commovente reazione della madre il 19 ottobre 1999 presso il “Centro _ ”, davanti ai figli, come ha riferito _ nel verbale del PP act. 98, (sentenza, pag. 24-25). Certo, quanto ha detto la madre non collima appieno con quanto hanno detto i figli (in particolare _). Ciò non basta tuttavia per far apparire manifestamente insostenibile l'apprezzamento della prima Corte sulla credibilità di _. Del resto, il fatto che i singoli racconti non combacino in tutto e per tutto induce a escludere che gli interessati si siano messi d'accordo sul contenuto delle dichiarazioni.
17.
Il ricorrente dissente anche dalla psicodiagnosi eseguita dalla dott. _ e dalla dott. _, che evidenziano in entrambi i bambini un quadro compatibile con l'ipotesi di un trauma sessuale (sentenza, pag. 26 con riferimento ad act. 23). Nemmeno al riguardo egli dimostra tuttavia perché i primi giudici avrebbero abusato del loro potere di apprezzamento. In proposito la sentenza impugnata sfugge alla critica.
18.
Alla prima Corte il ricorrente rimprovera di avere violato il diritto federale negandogli la scemata responsabilità (art. 11 CP). Ora, su questo punto la prima Corte ha rilevato che il perito psichiatrico dott. _ ha escluso deliri o atteggiamenti psicotici o altri gravi malattie che possano avere alterato il pensiero o l'agire del prevenuto, sicché ha ritenuto quest'ultimo pienamente responsabile, capace di valutare il carattere illecito degli atti commessi e di conseguentemente agire (sentenza, pag. 27). Ha soggiunto, il perito, che il ricorrente denota un'anomalia del carattere con parafilia e che la sua personalità non esclude la possibilità o la tendenza alla recidiva. Il ricorrente asserisce che i primi giudici hanno trattato l'argomento con superficialità nella misura in cui si sono limitati a rilevare “l'anomalia di carattere constatata dal perito dr. _, la quale pur non giustificando l'applicazione dell'art. 11 CP, ha avuto un certo influsso sui freni inibitori” (sentenza, pag. 30). In realtà, contrariamente a quanto si assume nel ricorso, la prima Corte non ha mancato di considerare il problema, giacché al momento di fissare la pena (art. 63 CP) essa ha tenuto conto proprio dell'anomalia di carattere (sentenza, pag. 30). Il ricorrente insiste nel far valere che occorreva almeno motivare perché, nonostante quell'anomalia, non entrava in considerazione la scemata responsabilità, ma a torto. Chiamato ad esprimersi, il perito ha dato risposte precise sia per quanto attiene alla capacità di intendere e di volere, sia per quanto riguarda gli effetti della patologia ricordata nel ricorso (act. 142, pag. 7). Il ricorrente dissente dall'opinione del perito, citando fonti mediche che consentirebbero, a suo modo di vedere, di giungere a una conclusione diversa. Non è però compito del giudice né tanto meno della Corte di cassazione e di revisione penale sostituirsi al perito nello stabilire se un autore abbia agito in stato di scemata responsabilità (CCRP, sentenza del 17 dicembre 1998 in re C., consid. 11). Di nuovo il ricorso è perciò destinato all'insuccesso.
19.
Nel punto 3.9 del memoriale il ricorrente critica pure la Corte di assise per avere liquidato in poche righe, nel consid. 4.6, diverse sue obiezioni e riflessioni sulle risposte date dai figli e sui riscontri medici e clinici. La critica non è chiara. Nel considerando censurato la Corte di merito ha spiegato perché essa ha escluso l'eventualità che gli abusi sessuali possano essere stati compiuti dalla zio _. Motivando il gravame, il ricorrente affronta però tutt'altri temi, ciò che ne fa apparire dubbia l'ammissibilità. Comunque sia, il ricorso sarebbe destinato all'insuccesso quand'anche lo si vagliasse nel merito. Le doglianze si esauriscono per lo più, difatti, in considerazioni appellatorie e ad ogni modo inidonee a far apparire la sentenza impugnata arbitraria, nella misura in cui i primi giudici hanno ritenuto il ricorrente colpevole sulla base della prove raccolte.
20.
Da ultimo il ricorrente invoca il principio
in dubio pro reo
, sgorgante dall'art. 32 cpv. 1 Cost. (art. 4 vCost.), il quale trova applicazione sia nell'ambito della valutazione delle prove sia in quello della ripartizione dell'onere probatorio. Riferito alla valutazione delle prove, esso significa che il giudice non può dichiararsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando secondo una valutazione oggettiva del materiale probatorio sussistano dubbi che la fattispecie si sia verificata in quel modo. Ciò non impone che l'assunzione delle prove conduca a un'assoluta certezza di colpevolezza. Dubbi astratti e teorici sono sempre possibili, né una certezza totale può essere pretesa: il principio è disatteso solo quando il giudice avrebbe dovuto nutrire, dopo un'analisi globale o oggettiva delle prove, rilevanti e insopprimibili dubbi sulla colpevolezza (DTF del 25 settembre 2000 in re S., consid. 33b, 120 Ia 31 consid. 2c). Riferito all'onere probatorio, il principio
in dubio pro reo
significa che spetta alla pubblica accusa provare la colpevolezza dell'imputato, non a quest'ultimo dimostrare la sua innocenza (DTF 120 Ia 31 consid. 2c e 2d). Nella fattispecie il ricorrente invoca il principio
in dubio pro reo
come regola sull'apprezzamento delle prove. Tenuto conto di quanto precede, non è però possibile affermare che la Corte di assise abbia condannato il ricorrente quantunque un apprezzamento non arbitrario delle risultanze istruttorie nel loro complesso lasciasse oggettivamente sussistere dubbi sulla colpevolezza. Anche nella misura in cui il ricorrente invoca il principio
in dubio pro reo
, il ricorso deve perciò essere respinto.
21.
Nella decisione che lo condanna per atti sessuali con fanciulli (art. 187 CP) in concorso con atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere (art. 191 CP) il ricorrente ravvisa una violazione del diritto federale nella misura in cui la Corte di assise si riferisce agli abusi commessi su _. Egli assevera che al riguardo entra in considerazione soltanto l'ipotesi di atti sessuali con fanciulli giusta l'art. 187 CP.
a)
Secondo i giudici di merito il ricorrente si è reso colpevole non solo di atti sessuali con fanciulli (art. 187 CP), ma anche di atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere (art. 191 CP). A _ faceva difetto sia la capacità di discernimento, data la giovane età, sia la capacità di resistere. A _ – sempre secondo i giudici – faceva difetto la capacità di resistere alle brame del ricorrente, a causa della sua autorità, della differenza di età e di forza fisica, della fiducia conseguente al rapporto di parentela, della sottomissione cognitiva, della dipendenza emozionale e della paura di perdere l'approvazione del genitore cui voleva bene. Nemmeno _ però era capace di discernimento, avuto riguardo anche al contenuto della videocassetta, da cui si evince che il ragazzo non è manifestamente in grado di determinarsi in campo sessuale, di comprenderne la portata o la gravità né di reagire in modo ragionevole (sentenza, pag. 28 e 29).
b)
In DTF 120 IV 194 il Tribunale federale ha stabilito che, ove siano commessi atti sessuali su fanciulli incapaci di discernimento a causa della loro età, sussiste concorso ideale tra l'art. 187 e l'art. 191 CP. Ha soggiunto nondimeno che l'art. 191 CP va applicato con riserbo ove l'incapacità di discernimento sia da mettere in relazione esclusivamente all'età della vittima (DTF120 IV 198 consid. c). Il problema di sapere a quali condizioni si applichi il medesimo principio nel caso in cui l'incapacità di discernimento o l'inettitudine a resistere non dipendano solo dalla giovane età della vittima è stato invece lasciato indeciso (DTF120 IV 198 consid. c).
c)
In concreto la Corte di assise ha escluso che _, pur avendo 9 anni al momento dei fatti, fosse capace di discernimento. Basandosi sulla videoregistrazione, essa ha rilevato che il ragazzo non è manifestamente in grado di determinarsi nella sfera sessuale, di comprenderne la portata o la gravità né di reagire di conseguenza (sentenza, pag. 29). Il ricorrente non pretende che tale accertamento sia arbitrario. Egli richiama la giurisprudenza del Tribunale federale, ricordando che occorre applicarla con rigore, specialmente se l'incapacità di discernimento è da mettere in relazione alla giovane età della vittima, ma per finire si limita a far valere – riferendosi per altro alla questione di sapere se il ragazzo fosse incapace di resistere a causa del rapporto di subordinazione con il padre – che _ è un ragazzo intelligente, che avrebbe potuto opporsi, rivolgendosi a terzi. Ciò non basta per far apparire arbitrario l'accertamento secondo cui in campo sessuale _ denotava carenze tali da relegare in secondo piano la sua età (9 anni, a differenza del caso giudicato nella citata sentenza del Tribunale federale, ove la vittima non aveva ancora compiuto cinque anni). Tutt'al più gli apprezzamenti della prima Corte sulla ridotta capacità di intendere e di volere di _ possono lasciare perplessi. Ma nemmeno il ricorrente asserisce – per esempio – che durante gli abusi _ avesse dato segni che lasciassero presumere di capire l'illiceità e la gravità dei fatti (CCRP, sentenza del 28 dicembre 1994 in re P., consid. 3b e 3c). Del resto la nozione di incapacità di discernimento ai sensi dell'art. 191 CP è relativa. Spetta al giudice apprezzarla di caso in caso (DTF120 IV 198 consid. c). Ciò posto, non è possibile far carico ai primi giudici di aver violato il diritto federale ammettendo il concorso tra l'art. 187 e l'art. 191 CP.
d)
Dandosi concorso ideale tra l'art. 187 e 191 CP già per le considerazioni che precedono, può essere lasciato aperto il quesito di sapere se la vittima fosse anche incapace di resistere alle brame del padre per la differenza di età e di forza fisica e, in genere, per il rapporto di subordinazione con il genitore. L'interrogativo è per altro delicato, la giurisprudenza tendendo a subordinare l'applicazione dell'art. 191 CP alla totale incapacità di resistere della vittima (DTF inedita del 20 maggio in re B., consid. 2aa).
22.
Secondo il ricorrente la Corte di assise ha violato il diritto ammettendo il concorso ideale tra l'art. 187 CP (atti sessuali con fanciulli), l'art. 191 CP (atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere) e l'art. 219 CP (violazione del dovere di assistenza o educazione). Invocando DTF 126 IV 136, egli assume che la fattispecie prevista dall'art. 219 CP è già “assorbita” dagli art. 187 e 191 CP.
a)
Pur rilevando che la dottrina non è unanime al riguardo e pur ricordando che in DTF 126 IV 136 il Tribunale federale ha ammesso il concorso imperfetto tra l'art. 219 CP e gli art. 189 e 190 CP, i primi giudici hanno ritenuto applicabile in concreto sia l'art. 219, sia l'art. 187, sia l'art. 191 CP. Essi hanno richiamato il vecchio art. 191 CP (“atti di libidine su fanciulli”) e il fatto che tale norma considerava come reato qualificato l'abuso commesso dall'autore su una vittima che gli era stata affidata, come pure il protrarsi e l'intensità degli abusi. Hanno rilevato che in ogni modo, trattandosi di concorso ideale, la questione è accademica, dato che il quadro edittale della pena non muta e dato che, comunque sia, la posizione di padre dev'essere considerata nella commisurazione della pena (sentenza, pag. 29).
b)
In realtà la tesi del ricorrente, secondo cui l'art. 219 CP è “assorbito” dagli art. 187 e 191 CP, convince meglio e trova riscontro in DTF 126 IV 136, ove il Tribunale federale ha stabilito che se la violazione del dovere di assistenza o di educazione (art. 219 CP) costituisce nel contempo un reato di coazione sessuale (art. 189 CP) o di violenza carnale (art. 190 CP), il concorso è improprio e il primo reato rientra negli art. 189 e 190 CP. Il Tribunale federale non ha ravvisato concorso ideale, in sintesi, perché gli art. 189 e 190 non contengono disposizioni particolari nel caso in cui l'autore abbia anche l'obbligo di vegliare sulla giovane vittima (DTF 126 IV 138). Come risulta dalla citata sentenza (pag. 139), il concorso improprio tra gli art. 187 segg. e l'art. 219 CP è inoltre sostenuto da
Trechsel
. Vi sono però opinioni più sfumate:
Moreillon
sostiene che è possibile un concorso tra gli art. 219 e 188 CP (atti sessuali con persone dipendenti) nel caso in cui l'autore reiteri negli atti sessuali, al punto che la violazione pregiudichi sia l'integrità sessuale e psichica del bambino. Il Tribunale federale però non ha seguito tale impostazione, optando per l'applicazione dell'art. 188 CP (DTF 126 IV 140).
Stratenwerth
e
Hurtado Pozo
sembrano orientati anch'essi verso il concorso imperfetto, anche se la loro opinione si riferisce al concorso tra gli art. 219 CP e gli art. 122 segg., rispettivamente 127 segg. CP (DTF 126 IV 139).
Rehberg
, dal canto suo, reputa che l'art. 219 CP possa essere applicato accanto agli art. 187 segg. CP soltanto nel caso in cui l'agire illecito, a causa della durata e dell'intensità, non attenti solo all'integrità sessuale, ma vada oltre, mettendo in pericolo la vittima (DTF 116 IV 139). Si tratta però di un'opinione minoritaria, che non sembra condivisa dalla recente giurisprudenza del Tribunale federale. Ciò non significa che dalla prevalenza degli art. 187 e 191 CP il ricorrente possa dedurre apprezzabili vantaggi. Il fatto di avere abusato come padre nei confronti dei figlioletti va preso in considerazione difatti – come ha correttamente rilevato la Corte di assise – ai fini della commisurazione della pena (DTF 136 IV 140).
23.
Se ne conclude pertanto che, nella misura in cui è ammissibile, il ricorso dev'essere accolto per quanto riguarda l'impugnazione del dispositivo n. 1.1.3, nel senso che il ricorrente va riconosciuto colpevole – in relazione a quello specifico reato – di atti sessuali diversi da quelli ritenuti dai primi giudici (egli non ha commesso sodomia sulla figlia). Il ricorso va pure accolto nella misura in cui il ricorrente insorge contro la condanna per violazione del dovere di assistenza o di educazione (dispositivo n.1.3 della sentenza impugnata). Come si è visto, tale imputazione (art. 219 CP) è “assorbita” dagli art. 187 e 191 CP. Bisogna a questo punto ricommisurare la pena a carico del prevenuto in virtù dell'art. 296 cpv. 1 CP.
a)
Il giudice commisura la pena alla colpa del reo tenendo conto dei motivi a delinquere, della vita anteriore e delle condizioni personali di lui (art. 63 CP). La gravità della colpa è il criterio fondamentale per la fissazione della pena. A tale riguardo entrano in considerazione numerosi fattori: movente e circostanze esterne, intensità del proposito (determinazione) o della negligenza, risultato ottenuto, assenza di scrupoli, modi di esecuzione del reato, entità del pregiudizio arrecato volontariamente, durata o reiterazione dell'illecito, ruolo in seno a una banda, recidiva, difficoltà personali o psicologiche e così via. Per quanto riguarda l'autore, in particolare, occorre considerare la sua situazione familiare e professionale, l'educazione ricevuta e la formazione seguita, l'integrazione sociale, gli eventuali precedenti e la reputazione in genere. Anche il comportamento dopo la perpetrazione del reato entra in linea di conto, compresa la collaborazione con gli inquirenti e la volontà di emendamento (DTF 124 IV 47 consid. 2d con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 11 e 116 IV 289 consid. 2a). Criteri ispirati alla parità di trattamento con casi analoghi hanno invece una portata relativa (DTF 124 IV 47 consid. 2c), mentre esigenze di prevenzione generale svolgono un ruolo di second'ordine (DTF118 IV 350 consid. 2g).
b)
Dal parziale accoglimento del ricorso il ricorrente non può beneficiare – come si è anticipato – di importanti riduzioni di pena. Come hanno rilevato i primi giudici, la sua colpa è gravissima, ove appena si consideri che egli ha abusato di ragazzini (di 9, rispettivamente di 3 anni) sui quali aveva l'autorità parentale, cagionando loro traumi che per comune esperienza possono avere strascichi fino all'età adulta. Né egli ha dimostrato un qualsiasi pentimento: anzi, con un comportamento processuale reticente egli ha tentato di sottrarsi alle proprie responsabilità, asserendo che i figli raccontavano il falso, incurante di causare loro altri traumi. Come circostanze attenuanti valgono l'incensuratezza, la non facile vita anteriore e l'anomalia di carattere riscontrata dal dott. _ (sentenza, pag. 30). È vero inoltre che – contrariamente a quanto ha ritenuto la Corte di merito – egli non risulta avere commesso sodomia vera e propria sulla figlia _ (che all'epoca non aveva nemmeno quattro anni), com'è vero che non vi è spazio per una condanna (supplementare) per violazione dei doveri di educazione o di assistenza. Resta il fatto che, premendo fortemente il pene sull'ano della bambina, il ricorrente ha nondimeno compiuto un atto sessuale ripugnante e che, abusando dei propri figli, egli ha violato i suoi doveri di padre. Nella commisurazione della pena (art. 63 CP) occorre tenere conto anche di ciò. Dell'inapplicabilità dell'art. 68 cpv. 1 CP egli può trarre, quindi, solo un beneficio relativo.
c)
Ciò posto, tenuto conto sia delle circostanze aggravanti e attenuanti, compresa l'anomalia di carattere, appare equo fissare la pena a carico del ricorrente in 7 anni di reclusione. La sostanziale conferma delle imputazioni più gravi non consente – contrariamente a quanto il condannato pretende – di ridurre l'ammontare delle indennità a favore delle vittime stabilite dalla Corte di assise (art. 272 CPP). Al ricorrente rimane comunque aperta la via dell'appello giusta l'art. 268 cpv. 1 CPP.
24.
Gli oneri processuali del presente giudizio seguono la soccombenza. Sono posti così per quattro quinti a carico del ricorrente e per il resto a carico dello Stato (art. 15 CPP). Non è il caso invece di modificare il dispositivo sulle spese di prima sede, l'attuale riforma non incidendo apprezzabilmente sul loro ammontare né sul loro riparto (art. 9 cpv. 1 CPP). Il ricorrente rifonderà inoltre ai figli, che si sono costituiti parti civili e che hanno presentato osservazioni al ricorso con l'ausilio di un legale, un'indennità complessiva di fr. 1'500.– per ripetibili (art. 9 cpv. 6 CPP). Non si assegnano ripetibili invece alla moglie _, che si è limitata a postulare il rigetto del ricorso con brevi osservazioni.