# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** f2be0408-a316-5532-a255-c9249859316b
**Court:** TI_TCAS
**Chamber:** TI_TCAS_001
**Year:** 2018
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** nan

## Facts

ritenuto
in fatto
1.1. Nell’ambito della revisione periodica delle prestazioni complementari all’AVS di cui beneficia dal marzo 2014 (doc. 27), il 27 gennaio 2018 (doc. 75) RI 1, 1950, ha dichiarato che vive presso parenti, che oltre a lei coabitano tre persone e che la pigione viene divisa per due (Fr. 1'960.- : 2 = Fr. 980.-), per un totale di Fr. 11'760.-. L’agenzia comunale AVS di proprio pugno ha precisato nel formulario che “
Risulta in casa con il compagno, 2 figli del compagno e un’altra ragazza. L’affitto è sempre stato solo diviso 2. Richiedere aggiornamento.
”.
Il 9 marzo 2018 (doc. 77) la Cassa cantonale di compensazione ha quindi chiesto all’assicurata di trasmettere una dichiarazione del controllo abitanti attestante l’effettiva data di entrata nell’economia domestica delle persone che la compongono.
1.2. Il 28 marzo 2018 (doc. A5) la Cassa di compensazione ha emanato
un ordine di restituzione a seguito della suddivisione della pigione lorda su più persone conviventi con l’assicurata e quindi computando le loro quote parti di pigione. Infatti, con il computo di 1/3 della
pigione lorda dal 1° al 31 maggio 2014, di 1/4 dal 1° giugno 2014 al 30 giugno 2017 e di 1/5 dal 1° luglio 2017 in poi, l’assicurata aveva ancora diritto alle prestazioni complementari ma in misura minore e quindi doveva restituire gli importi percepiti in eccesso fino al 31 marzo 2018 (Fr. 23'651.-).
Con scritto del 9 marzo (
recte:
aprile) 2018 (doc. A2) l’assicurata si è opposta alla decisione di restituzione, chiedendo il condono della somma da rimborsare giacché che, “
per motivi strettamente linguistici, non ha compreso l’importanza di dover comunicare ai vostri uffici il cambiamento del numero dei coinquilini dell’abitazione in cui vive, in quanto non ha compreso le condizioni elencate da voi emesse essendo di lingua madre tedesca. Inoltre per quest’ultimo motivo, il comune di _, le aveva aiutato a compilare la richiesta per le prestazioni complementari inviate ai vostri uffici.
”.
Inoltre, trovandosi in una grave situazione economica, le è impossibile restituire la somma richiesta.
1.3. Con decisione su opposizione dell’8 maggio 2018 (doc. A1) la Cassa cantonale di compensazione ha respinto l’opposizione dell’assicurata, rilevando che è emerso che quest’ultima condivide l’abitazione con altre quattro persone e che dal nuovo calcolo il suo diritto alle PC dal 1° maggio 2014 al 31 marzo 2018 era inferiore, perciò le ha chiesto in restituzione l’importo di Fr. 21'651.-. Quanto all’affermazione secondo cui l’interessata non aveva capito di dovere segnalare la variazione del numero di inquilini essendo di madre lingua tedesca, l’amministrazione ha osservato che il 4 aprile 2014 l’assicurata, con scritto in tedesco, le aveva comunicato la fine dell’attività lavorativa. Di conseguenza, essa avrebbe potuto inviarle una lettera, sempre scritta in tedesco, con la quale comunicava la variazione del numero di inquilini.
Infine, la Cassa si pronuncerà sulla domanda di condono solo quando la decisione contestata sarà cresciuta in giudicato.
1.4. Il 5 giugno 2018 (doc. I) RI 1 ha chiesto al Tribunale di annullare la decisione di restituzione.
La ricorrente ha rilevato di avere agito in buona fede, di non conoscere la legge e dunque di non essere stata al corrente di ciò che avrebbe dovuto fare.
Inoltre, essendo di lingua madre tedesca, non sapeva del suo obbligo di informare l’autorità cantonale (art. 24 OPC-AVS/AI), perciò non le si può rimproverare che
avrebbe potuto
trasmettere una lettera anche in tedesco avvisando della coabitazione dei familiari. Spettava semmai alla Cassa di compensazione informarla su cosa avrebbe dovuto fare e su come procedere.
Per quanto concerne la comunicazione della fine dell’attività lavorativa, le è sembrato un atto dovuto, mentre il fatto di dover comunicare alla Cassa la variazione del numero dei coinquilini avvisando della nascita dei nipoti “
non è per una persona assolutamente un dato scontato.
”.
1.5. Con risposta del 18 giugno 2018 (doc. III) la Cassa cantonale di compensazione ha proposto di respingere il ricorso, rilevando come non siano stati apportati nuovi elementi tali da modificare la decisione su opposizione.
L’amministrazione ha inoltre osservato che il fatto che la ricorrente non sapeva di dovere informare la Cassa è inammissibile, poiché su ogni decisione di PC è riportato l’obbligo di informare con l’indicazione di una serie di eventi che le devono essere tempestivamente comunicati. Pertanto, con la diligenza minima esigibile, la ricorrente avrebbe dovuto informarla sulle diverse variazioni del numero di inquilini.
1.6. La ricorrente non ha prodotto nuovi mezzi di prova e non ha formulato ulteriori osservazioni (doc. IV).
considerato

## Considerations

in diritto
nel merito
2.1. Oggetto del contendere è da una parte la determinazione delle prestazioni complementari spettanti a RI 1 dal 1° gennaio 2018 e dall’altra la verifica della correttezza dell’ordine di restituzione emesso nei suoi confronti dalla Cassa per le prestazioni complementari apparentemente indebitamente percepite dal 1° maggio 2014 al 31 marzo 2018, che l’amministrazione ha calcolato essere pari a Fr. 21'651.-.
2.2. Per l'art. 24 OPC-AVS/AI, la persona che ha diritto o il suo rappresentante legale o, nel caso, il terzo o l'autorità a cui è versata la prestazione complementare, deve comunicare senza ritardo all'organo cantonale competente per le prestazioni complementari ogni mutamento delle condizioni personali ed ogni variazione importante della situazione materiale del beneficiario delle prestazioni. Questo obbligo di informare vale anche per le modifiche che riguardano i membri della famiglia dell'avente diritto.
L'art. 25 cpv. 1 LPGA stabilisce che le prestazioni indebitamente riscosse devono essere restituite. La restituzione non deve essere chiesta se l'interessato era in buona fede e verrebbe a trovarsi in gravi difficoltà.
Per l’art. 25 cpv. 2 LPGA, il diritto di esigere la restituzione si estingue dopo un anno a decorrere dal momento in cui l'istituto di assicurazione ha avuto conoscenza del fatto, ma al più tardi cinque anni dopo il versamento della prestazione. Se il credito deriva da un atto punibile per il quale il diritto penale prevede un termine di prescrizione più lungo, quest'ultimo è determinante.
L'art. 3 cpv. 1 OPGA prevede che l'ammontare della restituzione è stabilito mediante decisione.
Nella STF 9C_795/2009 del 21 giugno 2010 (SVR 2010 EL Nr. 12), dall’analisi letterale del testo il Tribunale federale ha stabilito che il fatto in questione è rappresentato dalla riscossione indebita di prestazioni cui allude il capoverso 1 della norma (cfr. consid. 4.1),
perciò il termine di perenzione per la pretesa di restituzione non può cominciare a decorrere prima che le prestazioni in lite siano state decise e versate (cfr. consid. 4.2).
Per giurisprudenza costante, nell'ambito delle assicurazioni sociali, la restituzione delle prestazioni presuppone, di regola, che siano adempiute le condizioni di una riconsiderazione o di una revisione processuale della decisione con la quale le prestazioni litigiose sono state versate (DTF 126 V 42 cons. 2b).
2.3. Per l'art. 53 cpv. 1 LPGA, le decisioni e le decisioni su opposizione formalmente passate in giudicato devono essere sottoposte a revisione se l'assicurato o l'assicuratore scoprono successivamente nuovi fatti rilevanti o nuovi mezzi di prova che non potevano essere prodotti in precedenza.
Per il cpv. 2 dell’art. 53 LPGA, l'assicuratore può tornare sulle decisioni o sulle decisioni su opposizione formalmente passate in giudicato se è provato che erano manifestamente errate e se la loro rettifica ha una notevole importanza.
L'allora TFA (dal 1° gennaio 2007: Tribunale federale) ha stabilito che, in ambito di restituzione delle prestazioni, i principi applicabili al diritto precedentemente in vigore sono ancora attuali (STFA K 147/03 del 12 marzo 2004 = DTF 130 V 318).
Dalla riconsiderazione (o riesame) va dunque distinta la revisione processuale delle decisioni amministrative.
Per analogia con la revisione processuale delle decisioni emanate dalle autorità giudiziarie, l'amministrazione è tenuta a procedere alla
revisione di una decisione formalmente cresciuta in giudicato
quando sono scoperti fatti nuovi o nuovi mezzi di prova atti ad indurre ad una conclusione giuridica differente (DTF 129 V 110, DTF 126 V 42 consid. 2b con rinvii; STFA C 191/02 del 15 luglio 2003; STFA I 339/01 del 29 novembre 2002).
La nozione di fatti o mezzi di prova nuovi si apprezza allo stesso modo in caso di revisione (processuale) di una decisione amministrativa (art. 53 cpv. 1 LPGA), di revisione di un giudizio cantonale (art. 61 lett. i LPGA) o di revisione di una sentenza fondata sull'art. 137 lett. b OG (Plädoyer 2007/1 pag. 62 [sentenza del Tribunale federale delle assicurazioni I 642/04 del 6 dicembre 2005]).
Sono
nuovi
ai sensi di queste disposizioni solo i
fatti
già esistenti all'epoca della procedura precedente, ma che non erano stati allegati poiché non ancora noti nonostante tutta la diligenza del caso; i fatti verificatisi dopo la fine del processo, e comunque dopo il momento in cui, secondo le regole di procedura applicabili, potevano ancora essere addotti, non vanno invece considerati e non possono quindi fondare una domanda di revisione (DTF 121 IV 317 consid.
2 pag. 321; 118 II 199 consid. 5 pag. 204; 110 V 138 consid. 2 pag. 141; 108 V 170 consid. 1 pag. 171;
Elisabeth Escher
, Revision und Erläuterung, in:
Thomas Geiser/Peter Münch
[a cura di], Prozessieren vor Bundesgericht, 2a ed., Basilea e Francoforte 1998, n. 8.21;
René A. Rhinow/Beat Krähenmann
, Schweizerische Verwaltungs-rechtsprechung, Ergänzungsband, Basilea e Francoforte 1990, n. 43 B I c, pag. 132).
I fatti nuovi devono inoltre essere rilevanti, vale a dire devono essere di natura tale da modificare la fattispecie alla base della sentenza contestata e da condurre a un giudizio diverso in funzione di un apprezzamento giuridico corretto.
Per quanto concerne i
nuovi mezzi di prova
, gli stessi devono servire a comprovare i fatti nuovi che giustificano la revisione oppure fatti già noti e allegati nel procedimento precedente, che tuttavia non avevano potuto venir provati, a discapito del richiedente (DTF 127 V 353 consid. 5b pag. 358). Se i nuovi mezzi sono destinati a provare dei fatti sostenuti in precedenza, il richiedente deve pure dimostrare di non essere stato in grado di invocarli in tale procedimento. Una prova deve essere considerata concludente quando bisogna ammettere che essa avrebbe condotto il giudice a statuire in modo diverso se egli ne avesse avuto conoscenza nella procedura principale. È decisiva la circostanza che il mezzo di prova non serva solamente all'apprezzamento dei fatti, ma alla determinazione degli stessi. Non basta pertanto che in una nuova perizia siano apprezzati in modo diverso i fatti; occorrono invece elementi di fatto nuovi, dai quali risulti che il fondamento della pronunzia impugnata presentava difetti oggettivi. Per giustificare la revisione di una sentenza non basta che, dalla fattispecie conosciuta al momento dell'emanazione della pronunzia principale, il perito tragga, ulteriormente, conclusioni diverse da quelle del tribunale. Neppure costituisce motivo di revisione il semplice fatto che il tribunale potrebbe aver mal interpretato fatti conosciuti all'epoca del procedimento principale. L'apprezzamento inesatto deve, al contrario, essere la conseguenza dell'ignoranza o della carenza di prove riguardanti fatti essenziali per la sentenza (DTF 127 V 353 consid. 5b pag. 358, 110 V 138 consid. 2 pag. 141, 291 consid. 2a pag. 293, 108 V 170 consid. 1 pag. 171; DTF 118 II 199 consid. 5 pag. 205).
L
'amministrazione può
riconsiderare una decisione passata formalmente in giudicato
e sulla quale un'autorità giudiziaria non si è pronunciata nel merito, a condizione che sia senza dubbio errata e la sua rettifica rivesta un'importanza notevole.
Questi principi sono pure applicabili nel caso in cui delle prestazioni siano state accordate senza essere state oggetto di una decisione formale se il loro versamento ha comunque validamente esplicato effetti giuridici (DTF 129 V 110, DTF 126 V 23 consid. 4b, DTF 126 V 46 consid. 2b, DTF 126 V 400 consid. 2b/a; STFA C 24/02 dell'11 febbraio 2004). Una decisione è stata ad esempio considerata senza dubbio errata a seguito di calcolo illegale di una rendita, in conseguenza ad una valutazione errata dell'invalidità per l'applicazione errata di principi fondamentali (DTF 119 V 483 consid. 3; DTF 110 V 179).
Secondo la giurisprudenza (
STF 9C_862/2010 del 18 gennaio 2012; STF 9C_1061/2010 del 7 luglio 2011, consid. 6.1), la riconsiderazione non è tuttavia ammissibile se la decisione è stata oggetto di controllo giudiziale nel merito (DTF 127 V 466 consid. 2c).
Per
determinare se è possibile riconsiderare una decisione in quanto manifestamente erronea, occorre fondarsi sulla situazione giuridica esistente al momento della sua pronuncia, prendendo in considerazione la prassi allora in vigore (DTF 125 V 383 consid. 3 pag. 389 con riferimenti), tenuto conto del fatto che un cambiamento di prassi o di giurisprudenza non giustifica di regola una riconsiderazione (DTF 117 V 8 consid. 2c pag. 17; 115 V 308 consid. 4a/cc pag. 314). Per motivi legati alla sicurezza giuridica e per evitare che la riconsiderazione diventi uno strumento che consenta di riesaminare liberamente i presupposti del diritto a prestazioni di lunga durata, l'irregolarità deve essere manifesta. In particolare non vi è inesattezza manifesta se l'assegnazione della prestazione dipende dall'adempimento di condizioni materiali il cui esame presuppone un certo margine di apprezzamento riguardo a certi aspetti o elementi, e se la decisione iniziale appare ammissibile alla luce della situazione di fatto e di diritto. Se persistono ragionevoli dubbi sul carattere erroneo della decisione iniziale, non è possibile procedere ad un riesame (STF 9C_439/2007 del 28 febbraio 2008 consid. 3.1; STF 8C_
883/2008 del 31 marzo 2009, consid. 4.1.2
).
2.4
. In concreto, con decisione formale del 28 marzo 2018 (doc. A5) la Cassa cantonale di compensazione ha ricalcolato il diritto alle prestazioni complementari dal 1° maggio 2014 al 31 marzo 2018, suddividendolo in sette periodi. Quale motivazione per questa nuova decisione, la Cassa ha indicato che si tratta di una “
decisione emessa a seguito della mancata comunicazione dell’entrata nell’economia domestica di altre tre persone a decorrere da maggio 2014.
”.
La restituzione di prestazioni complementari si imporrebbe quindi a seguito della scoperta che l.ssicurata divideva la sua abitazione non solo con la figlia, come già noto, ma anche con il marito della figlia dall’aprile 2014, poi con il primo nipote dal giugno 2014 e dal luglio 2017 anche con il secondo abiatico, ciò che ha portato a una riduzione della pigione lorda imputabile nelle sue spese riconosciute. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati dichiarati dall’assicurata alla Cassa, comportando così che l’interessata avrebbe illecitamente beneficiato di prestazioni complementari maggiori in quel lasso di tempo.
A fronte di tale circostanza, l'amministrazione ha quindi dapprima calcolato le prestazioni complementari mensili corrette di diritto dell’assicurata per quel periodo, diminuendole; in seguito, ha determinato gli importi chiesti in restituzione.
Constatato quindi un indebito riconoscimento di prestazioni giusta l'art. 25 LPGA, l'amministrazione ha chiesto all'assicurata la restituzione della somma di Fr. 21'651.- erroneamente versata dal 1° maggio 2014 al 31 marzo 2018 e ha stabilito che per quello stesso periodo l’interessata aveva diritto alle PC in misura inferiore.
Nel proprio ricorso l'assicurata ha sollevato la sua buona fede avendo difficoltà nel comprendere la lingua italiana essendo di madre lingua tedesca. Inoltre, non conoscendo la legge, non sapeva che doveva avvisare l’amministrazione della condivisione della sua abitazione con il genero e i nipoti.
2.5. Fondandosi sull'art.
112 cpv. 2 lett. b Cost. fed. e sulla Disp. Trans. all
'art. 112 Cost. fed., l'Assemblea federale ha adottato il nuovo art.
112
a
Cost. fed. specifico per le prestazioni complementari e il nuovo art. 112
c
Cost. fed. relativo all'aiuto agli anziani e ai disabili, in vigore il 1° gennaio 2008.
Giusta l'art. 112
a
Cost. fed., la Confederazione ed i Cantoni versano prestazioni complementari a persone il cui fabbisogno vitale non è coperto dall'assicurazione vecchiaia, superstiti e invalidità (cpv. 1) e la legge stabilisce l'entità delle prestazioni complementari nonché i compiti e le competenze di Confederazione e Cantoni (cpv. 2).
In virtù dell'art. 112
c
Cost. fed., i Cantoni provvedono all'aiuto e alle cure a domicilio per gli anziani e i disabili (cpv. 1) e la Confederazione sostiene sforzi a livello nazionale a favore degli anziani e dei disabili. A questo scopo può utilizzare fondi dell'assicurazione vecchiaia, superstiti e invalidità (cpv. 2).
In effetti, la Legge federale sulle prestazioni complementari all'AVS/AI (LPC) – tanto quella del 19 marzo 1965 entrata in vigore il 1° gennaio 1966, quanto quella del 6 ottobre 2006 in vigore dal 1° gennaio 2008 - persegue lo scopo di garantire un "reddito minimo" per far fronte ai "fabbisogni vitali" di cui al citato art.
112 cpv. 2 lett. b Cost. fed. e Disp. Trans. all'art. 112 Cost. fed.
(RCC 1992 pag. 346) e al nuovo art. 112
a
Cost. fed.
Questa nozione è più ampia rispetto al "minimo vitale" disciplinato dal diritto esecutivo (art. 93 LEF). La LPC contiene dunque la garanzia di un reddito minimo per le persone anziane e invalide (su queste questioni: cfr. DTF 113 V 280 (285), RCC 1991 pag. 143 (145), RCC 1989 pag. 606, RCC 1986 pag. 143;
Cattaneo
, "Reddito minimo garantito: prossimo obiettivo della sicurezza sociale" in: RDAT 1991-II pagg. 447 segg., spec. pag. 448 nota 12 e pag. 460 nota 83). I limiti di reddito rivestono pertanto una doppia funzione e meglio quella di limite dei bisogni e di reddito minimo garantito (DTF 121 V 204; Pratique VSI 1995 pagg. 52 e 176; Pratique VSI 1994 pag. 225; RCC 1992 pag. 225; cfr. anche Messaggio concernente la terza revisione della Legge federale sulle prestazioni complementari all'AVS/AI, pagg. 3, 8 e 9).
2.6. In virtù dell'art. 4 cpv. 1 lett. a LPC, le persone domiciliate e dimoranti abitualmente in Svizzera hanno diritto alle prestazioni complementari se ricevono una rendita di vecchiaia dell’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS).
L'importo della prestazione complementare annua è pari alla quota delle spese riconosciute che eccede i redditi computabili (art. 9 cpv. 1 LPC).
Per quanto riguarda le spese riconosciute, dal 1° gennaio 2015 l'art. 10 cpv. 1 LPC prevede che:
"
Per le persone che non vivono durevolmente o per un lungo periodo in un istituto o in un ospedale (persone che vivono a casa), le spese riconosciute sono le seguenti:
a. importo destinato alla copertura del fabbisogno generale vitale, per anno:
1.
19 290 franchi per le persone sole,
2.
28 935 franchi per i coniugi,
3.
10 080 franchi per gli orfani che hanno diritto a una rendita e per figli che danno diritto a una rendita per figli dell'AVS o dell'AI; per i due primi figli si prende in considerazione la totalità dell'importo determinante, per altri due figli due terzi ciascuno e per ogni altro figlio un terzo;
b. la pigione di un appartamento e le relative spese accessorie; in caso di conguaglio per le spese accessorie, non si tiene conto né del saldo attivo né di quello passivo; l'importo massimo annuo riconosciuto è il seguente:
1.
13 200 franchi per le persone sole,
2.
15 000 franchi per i coniugi e le persone con orfani che hanno diritto a una rendita o con figli che danno diritto a una rendita per figli dell'AVS o dell'AI,
3.
3600 franchi in più se è necessaria la locazione di un appartamento in cui è possibile spostarsi con una carrozzella.".
Inoltre, giusta l'art. 10 cpv. 3 LPC, sia per le persone che vivono che per quelle che non vivono durevolmente o per un lungo periodo in un istituto o in un ospedale, sono riconosciute le spese seguenti:
"
a. spese per il conseguimento del reddito, fino a concorrenza del
reddito
lordo dell'attività lucrativa;
b. spese di manutenzione di fabbricati e interessi ipotecari, fino a concorrenza del ricavo lordo dell'immobile;
c. premi versati alle assicurazioni sociali della Confederazione, eccettuata l'assicurazione malattie;
d. importo forfettario annuo per l'assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie; l'importo forfettario deve corrispondere al premio medio cantonale o regionale per l'assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie (compresa la copertura infortuni);
e. pensioni alimentari versate in virtù del diritto di famiglia.".
L'art. 11 cpv. 1 LPC enumera esaustivamente i redditi computabili, fra i quali vi sono:
"
d. le rendite, le pensioni e le altre prestazioni periodiche, comprese le
rendite dell'AVS e dell'AI;
".
Quali redditi non computabili l'art. 11 cpv. 3 LPC enumera:
"
a. le prestazioni dei parenti giusta gli articoli 328-330 del Codice civile;
b. le prestazioni dell'aiuto pubblico sociale;
c. le prestazioni pubbliche o private di natura manifestamente assistenziale;
d. gli assegni per grandi invalidi delle assicurazioni sociali;
e. le borse di studio e altri aiuti all'istruzione;
f.
i contributi per l'assistenza versati dall'AVS o dall'AI.
".
2.7. Quanto alle
spese riconosciute
, per il computo della pigione la Cassa di compensazione ha considerato che l’assicurata condivideva l’appartamento con delle persone che non avevano diritto alle prestazioni complementari e quindi che erano escluse dal suo calcolo delle PC. Per questo motivo ha ritenuto nel suo fabbisogno soltanto un terzo, rispettivamente un quarto e poi un quinto della pigione lorda totale.
Per il citato art. 10 cpv. 1 lett. b LPC, sono considerate spese riconosciute la pigione di un appartamento e le relative spese accessorie (escluse le pigioni rimaste insolute).
Per le persone sole, come visto, la legge federale riconosce un importo massimo annuo di Fr. 13'200.-.
Secondo l'art. 16c cpv. 1 OPC-AVS/AI, quando appartamenti o case unifamiliari sono occupati anche da persone escluse dal calcolo della PC, la pigione computabile deve essere ripartita fra le singole persone. Le parti di pigione delle persone escluse dal calcolo della PC non sono prese in considerazione nel calcolo della prestazione complementare annua.
Di massima, l'ammontare della pigione è ripartito in parti uguali (art. 16 cpv. 2 OPC-AVS/AI).
L'art. 16c OPC-AVS/AI ha in pratica codificato quanto stabilito in precedenza dalla giurisprudenza federale.
L'UFAS ha così commentato l'art. 16c OPC-AVS/AI introdotto il 1° gennaio 1998 (Pratique VSI 1998 pag. 35):
"
(...) Le 1er alinéa indique quand il y a lieu de procéder à une répartition du loyer. Il s'agit d'empêcher que les PC aient également à intervenir à l'endroit de personnes qui ne sont pas prises en compte dans le calcul PC. On ne précise pas davantage la nature du loyer qui doit être partagé. En règle générale, lorsque l'appartement appartient à une tierce personne, c'est le loyer prévu qui sera partagé. Si l'appartement ou la maison occupée l'est conjointement avec le propriétaire, l'usufruitier ou le titulaire d'un droit d'habitation, c'est le montant de la valeur locative qui sera en règle générale réparti entre toutes les personnes. Le 2e alinéa indique comment la répartition doit être opérée. En principe, elle se fera par têtes, et non selon le nombre des pièces occupées ou de m2. Des dérogations sont possibles, d'où l'utilisation de l'expression "en principe." (...)".
Nella DTF 127 V 10 l'allora TFA (dal 1° gennaio 2007: Tribunale federale) ha stabilito che il nuovo art. 16c OPC (in vigore dal 1° gennaio 1998) è conforme alla legge e persegue lo scopo di evitare il finanziamento indiretto di persone che non beneficiano delle prestazioni complementari. Va dunque confermata la
regola generale
per cui, di norma, la pigione complessiva deve essere ripartita per le persone che abitano nella stessa economia domestica (RCC 1977 pag. 567, RCC 1974 pag. 512 consid. 2; STCA dell'11 novembre 1991 nella causa A.T., STCA del 21 febbraio 1992 nella causa A.T.), anche nel caso in cui il contratto di locazione è intestato ad una sola persona (ZAK 1974 pag. 556). Lo stesso vale per i figli a beneficio di una prestazione complementare che vivono con i genitori (ZAK 1977 pag. 245). Secondo l'Alta Corte, infatti, ai fini della ripartizione del canone locativo è determinante l'occupazione comune dei locali e non tanto la questione di sapere chi ha versato la pigione o ha sottoscritto il contratto (DTF 105 V 272 consid. 1).
La regola generale soffre tuttavia di
eccezioni
, che vanno però concesse solo entro certi limiti e devono essere ammesse con prudenza, ad esempio se uno degli inquilini occupa da solo gran parte dell'abitazione oppure quando una persona accoglie gratuitamente nell'abitazione un'altra, poiché vi è obbligata moralmente o giuridicamente (DTF 130 V 268; DTF 105 V 272; STFA P 21/02 dell'8 gennaio 2003;
Urs Müller,
Recht-sprechung des Bundesgerichts zum ELG, Zurigo/Basilea/ Ginevra 2015, pag. 78).
Nel caso evaso dalla DTF 105 V 272, l'allora TFA ha ammesso l'eccezione alla suddivisione in parti uguali del canone di locazione, in quanto la titolare del contratto di locazione, affetta da disturbi fisici e psichici, necessitava forzatamente delle cure erogatele dall’infermiere in pensione che divideva con lei l'appartamento; in caso contrario essa avrebbe dovuto essere ricoverata in istituto. Tali cure risultavano quindi di grande importanza per l'assicurata, che aveva un grosso debito di riconoscenza nei confronti dell'amico. Per tenere conto delle condizioni reali, una deroga al principio era possibile (
Carigiet/Koch
, Ergänzungsleistungen zur AHV/IV, Supplemento, Zurigo 2000, pag. 86;
Urs Müller,
op. cit., pag. 80).
Nella STFA P 62/00 del 1° giugno 2001, l'Alta Corte ha statuito su una fattispecie in cui l'assicurato abitava al piano superiore di una casa appartenente ad un'altra persona, la quale occupava il piano terra. Essi formavano una comunione domestica, nella misura in cui il piano superiore della casa, che comportava soltanto tre camere e un gabinetto, non poteva essere ritenuto come un'abitazione indipendente. Ad ogni modo, ha precisato il Tribunale federale delle assicurazioni, l'art. 16c OPC-AVS/AI si riferisce espressamente alle situazioni in cui un'abitazione familiare è anche occupata da persone
non
comprese nel calcolo delle prestazioni complementari, proprio come in specie (cfr. consid. 3b)aa).
Con sentenza del 5 luglio 2001 (P 56/00 = Pratique VSI 2001 pag. 234) il Tribunale federale delle assicurazioni, chiamato a statuire sulla deduzione della pigione nel caso di una vedova a beneficio della PC che viveva insieme a una figlia minorenne proveniente da una relazione extraconiugale, ha rilevato quanto segue:
"
2 (...)
b) Dennoch führt das gemeinsame Wohnen auch nach Inkrafttreten von Art. 16c ELV nicht in allen Fällen zu einer Aufteilung des Mietzinses. Zum einen ist eine Aufteilung nach dem Wortlaut der Verordnungsbestimmung nur dann vorzunehmen, wenn die im gleichen Haushalt wohnenden Personen nicht in die EL-Berechnung eingeschlossen sind. Damit entfällt eine Mietzinsaufteilung unter Ehegatten und bei Personen mit rentenberechtigten oder an der Rente beteiligten Kindern sowie Waisen, die im gleichen Haushalt leben (vgl. Art. 3a Abs. 4 ELG). Zum andern hat die bisherige Rechtsprechung zur Mietzinsaufteilung nicht jede Bedeutung verloren. Auch im Rahmen von Art. 16c Abs. 2 ELV, welcher "grundsätzlich" eine Aufteilung des Mietzinses zu gleichen Teilen vorsieht, kann der Umstand, dass eine Person den grössten Teil der Wohnung für sich in Anspruch nimmt oder das gemeinsame Wohnen auf einer rechtlichen oder moralischen Pflicht beruht, zu einer andern Aufteilung des Mietzinsabzuges und - ausnahmsweise - auch zu einem Verzicht auf eine Mietzinsaufteilung Anlass geben (BGE 105 V 273 Erw. 2). Was das Eidgenössische Versicherungsgericht diesbezüglich zum alten Recht ausgeführt hat, gilt dem Grundsatz nach auch nach Inkrafttreten von Art. 16c ELV, wovon auch die Verwaltungsweisungen ausgehen (Rz 3023 WEL; vgl. auch Carigiet, Ergänzungsleistungen zur AHV/IV, Supplement, Zürich 2000, S. 86). Ausnahmen sind jedenfalls dann zuzulassen, wenn das (unentgeltliche) Wohnen im gemeinsamen Haushalt auf einer zivilrechtlichen Unterhaltspflicht beruht. Andernfalls wäre eine Mietzinsaufteilung selbst dann vorzunehmen, wenn der EL-Ansprecher mit eigenen (nicht in die EL-Berechnung eingeschlossenen) Kindern in der gemeinsamen Wohnung lebt, was indessen nicht Sinn von Art. 16c ELV sein kann. Mit dieser Bestimmung soll verhindert werden, dass die Ergänzungsleistungen auch für Mietanteile von Personen aufzukommen haben, welche nicht in die EL-Berechnung eingeschlossen sind (AHI 1998 S. 34). Abgesehen davon, dass von Mietanteilen in solchen Fällen kaum gesprochen werden kann, liesse sich eine Mietzinsaufteilung mit der Zielsetzung der Ergänzungsleistungen, nämlich einer angemessenen Deckung des Existenzbedarfs unter Berücksichtigung der konkreten persönlichen und wirtschaftlichen Verhältnisse, nicht vereinbaren. Sie hätte zudem eine stossende Ungleichbehandlung zur Folge, indem Versicherte mit Kindern ohne Rentenanspruch schlechter gestellt würden nicht nur gegenüber kinderlosen Versicherten, sondern in der Regel auch gegenüber Versicherten mit Kindern, die einen Rentenanspruch auslösen.
3.- Im Zeitpunkt des Verfügungserlasses (4. März 1999) war die am 8. Dezember 1983 geborene Tochter der Beschwerdegegnerin fünfzehn Jahre alt und damit noch minderjährig. Einen Anspruch auf Kinder- oder Waisenrente hat sie nicht ausgelöst. Als Inhaberin der elterlichen Gewalt (nunmehr elterliche Sorge: Ziff. I 4 des BG über die Änderung des ZGB vom 26. Juni 1998, in Kraft seit 1. Januar 2000; AS 1999 1118, 1144) war die Beschwerdegegnerin nach
Art. 276 ZGB
verpflichtet, für den Unterhalt der Tochter aufzukommen und ihr unentgeltlich Unterkunft zu gewähren. Im Hinblick auf diese zivilrechtliche Unterhaltspflicht hat die Vorinstanz nach dem Gesagten zu Recht entschieden, dass von einer Mietzinsaufteilung gemäss
Art. 16c ELV
abzusehen ist
, woran die Vorbringen der Ausgleichskasse nichts zu ändern vermögen. Wohl können nach
Art. 323 Abs. 2 ZGB
die Eltern vom Kind, das in häuslicher Gemeinschaft mit ihnen lebt, verlangen, dass es einen angemessenen Beitrag an seinen Unterhalt leistet
. Dies setzt indessen voraus, dass das Kind hiezu in der Lage ist und über eigenes Einkommen oder Vermögen verfügt. So verhält es sich hier unbestrittener massen jedoch nicht. (...)"
(
le sottolineature sono della redattrice
).
Con sentenza del 9 gennaio 2003 (P 76/01), in un caso ticinese l'allora Tribunale federale delle assicurazioni ha stabilito:
"
(...)
1.2 (...) La disposizione è stata dichiarata conforme alla legge nella sentenza pubblicata in DTF 127 V 10, in quanto impedisce il finanziamento indiretto di persone che non fanno parte del calcolo della prestazione complementare.
1.3 Dal testo di legge emerge che la ripartizione della pigione non presuppone che l'abitazione rispettivamente l'immobile siano stati locati insieme. È infatti sufficiente che le persone interessate vivano insieme (VSI 2001 pag. 236 consid. 2a). La convivenza non comporta tuttavia in ogni caso una ripartizione della pigione tra i coabitanti. Da un lato essa viene effettuata solo quando le persone che vivono nella medesima economia domestica non sono incluse nel calcolo della PC. La suddivisione quindi non avviene nel caso di coniugi, di persone con figli o orfani aventi diritto ad una rendita oppure partecipanti alla rendita, che vivono sotto lo stesso tetto (cfr. art. 3a cpv. 4 LPC). Dall'altro la giurisprudenza precedentemente in vigore in questo ambito non ha perso del tutto la propria portata. Anche dopo l'entrata in vigore dell'art. 16c OPC AVS/AI quindi il fatto che una persona disponga della maggior parte dell'appartamento rispettivamente che la vita in comune si fondi su un obbligo morale o giuridico può provocare una diversa ripartizione della pigione rispettivamente la rinuncia ad una suddivisione (VSI 2001 pag. 237 consid. 2b; sentenza in re W. del 19 gennaio
2001 consid. 2b, P 26/00, DTF 105 V 273 consid.
2). In tale contesto eccezioni devono essere senz'altro ammesse quando la vita in comune è riconducibile ad un obbligo di mantenimento di diritto civile fondato sugli art. 276 e 277 CC. Se così non fosse si dovrebbe procedere ad una ripartizione della pigione anche quando l'avente diritto alla prestazione complementare vive con figli propri non inclusi nel calcolo della rendita. In tale ipotesi una diversa soluzione sarebbe incompatibile con lo scopo perseguito dalla LPC consistente nella copertura in maniera adeguata dei bisogni esistenziali in considerazione delle circostanze concrete personali ed economiche. Una diversa soluzione sarebbe del resto inammissibile tenuto conto del principio costituzionale dell'uguaglianza di trattamento. Infatti assicurati con figli senza diritto alla rendita sarebbero svantaggiati non solo rispetto ad assicurati senza figli, ma anche nei confronti di quelli con figli con diritto alla rendita (VSI 2001 pag. 237 consid. 2b).
(...)
2.
In concreto dagli atti emerge che i coniugi A. convivono con il figlio maggiorenne, in quanto a loro dire egli non potrebbe permettersi un'economia domestica propria. Essi si curano quindi parzialmente del suo mantenimento. Malgrado ciò essi non possono tuttavia avvalersi delle eccezioni al principio della ripartizione del canone di locazione su tutti i coabitanti. In effetti, da un lato, in quanto maggiorenne, non beneficiario di una rendita, il figlio dei ricorrenti non è compreso in alcun modo nel calcolo della prestazione complementare dei genitori (cfr.
art. 3a cpv. 7 lett. a LPC
; art. 7 e 8 OPC AVS/AI). Dall'altro per lo stesso motivo egli non può avvalersi di un obbligo di mantenimento da parte dei genitori secondo l'
art. 276 e 277 CC
. Nel ricorso, infine, non è neppure stato addotto che i ricorrenti occuperebbero la maggior parte dell'appartamento né che il figlio si prende cura dei genitori (sentenza in re W. del 19 gennaio 2001 consid. 2b, P 26/00).
Alla luce di questi fatti, quindi, correttamente l'istanza inferiore ha concluso che il computo integrale della pigione a carico dei ricorrenti configurerebbe un finanziamento illegale di persona non facente parte del calcolo della prestazione complementare.
Da questo punto di vista, in quanto infondato, il ricorso dev'essere respinto.
3.
I ricorrenti si avvalgono pure implicitamente dell'
art. 328 cpv. 1 CC
secondo cui i parenti in linea ascendente e discendente e i fratelli e le sorelle sono tenuti vicendevolmente a soccorrersi quando senza di ciò fossero per cadere nel bisogno.
3.1 A proposito dell'obbligo di assistenza tra parenti il Tribunale federale delle assicurazioni ha già avuto modo di statuire che un eventuale obbligo d'assistenza di un figlio da parte dei genitori ai sensi dell'art. 328 segg. CC non può costringere quest'ultimi all'indigenza, essendo il suddetto onere a norma dell'
art. 329 cpv. 1 CC
esigibile solo compatibilmente con le condizioni economiche degli obbligati. Provvedere oltre i limiti prescritti da questa norma al sostegno di un parente prossimo, rappresenta un obbligo morale che non costituisce donazione, ma se è tale da comportare uno stato d'indigenza in colui che se ne fa carico è configurabile quale rinuncia, senza idoneo motivo, a sostanza o a parte di essa (RDAT 1994 I 77 188).
La citata giurisprudenza federale va senz'altro applicata anche dopo l'entrata in vigore dell'
art. 16c cpv. 1 OPC AVS/AI
. In effetti anch'essa persegue lo scopo, come la citata norma, di non finanziare indirettamente persone non facenti parte del calcolo della prestazione complementare.
3.2 Alla luce di quanto sopra esposto neppure l'obbligo all'assistenza tra parenti secondo l'
art. 328 CC
può giustificare il computo dell'intero canone di locazione a carico dei genitori. In tale ipotesi infatti essi cadrebbero ancora maggiormente nell'indigenza: tenendo conto solo dei due terzi del canone di locazione la Cassa di compensazione deve infatti versare unicamente il premio dell'assicurazione malattia, mentre il computo completo della pigione provocherebbe anche l'assegnazione di una prestazione complementare mensile, ciò che è, come detto, inammissibile. (...)" (
sottolineature della redattrice
).
Nella DTF 130 V 263 la nostra Massima istanza si è chinata sul principio della ripartizione della pigione in parti uguali (art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI), indicando la possibilità di derogare a questo principio in virtù dell'art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI e di
provocare una diversa ripartizione della pigione
, come nei casi in cui
la vita in comune si fonda su un obbligo morale o giuridico.
Nel
caso di una richiedente che viveva separata dal proprio coniuge e che aveva un obbligo di mantenimento
ex art. 276 CC
nei confronti della figlia non ancora diciottenne vivente in comunione domestica con lei, l’allora Tribunale federale delle assicurazioni (dal 1° gennaio 2007: Tribunale federale) ha confermato che la partecipazione della figlia alle spese di pigione doveva essere stabilita, considerate le circostanze del caso, in un quarto (cfr. consid. 5.3).
L'art. 16c OPC-AVS/AI è stato pure applicato dalla nostra Massima Istanza il 25 agosto 2009 (STF 8C_939/2008 consid. 2 e 2.2) nel caso di una beneficiaria di PC che da diversi anni viveva con un cittadino indiano, la cui identità ed il cui diritto di soggiorno in Svizzera non erano stati chiariti e nei confronti del quale, in difetto di un matrimonio, la beneficiaria di PC non aveva alcun obbligo civile di mantenimento.
Questa fattispecie non era paragonabile a quella trattata nella DTF 130 V 263, in cui la madre era tenuta a mantenere la figlia minorenne.
Il Tribunale federale ha infine evidenziato che l’assicurata nemmeno aveva un obbligo di mantenimento di ordine morale nel senso delle PC, rilevando che una fattispecie di questo tipo era stata invece decisa nella DTF 105 V 271, in cui una donna malata psichicamente e bisognosa di aiuto condivideva l’abitazione con una persona che si occupava di lei e che quale contropartita non sosteneva alcun costo per l’alloggio.
Nella STF 9C_210/2014 del 6 maggio 2014, l'Alta Corte ha precisato che
l'eccezione
alla suddivisione paritaria permessa dall'art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI, che prevede appunto che,
di principio
, la ripartizione della pigione deve avvenire in uguali parti,
non
va applicata quando in un'abitazione coabitano degli adulti e dei bambini piccoli. È infatti soltanto il fabbisogno vitale che viene per legge distinto fra adulti e bambini, mentre alcuna distinzione è prevista in ambito di suddivisione della pigione.
Ancora di recente, nella DTF 142 V 299 (SVR 2016 EL Nr. 5) il Tribunale federale ha ribadito che, di principio, il canone di locazione deve essere suddiviso in parti uguali fra le singole persone, se una casa unifamiliare o un appartamento è abitato anche da persone che
non
sono incluse nel calcolo delle PC.
Le quote del canone relativo a queste persone sono tralasciate nel conteggio annuale delle prestazioni complementari (art. 16c cpv. 1 e 2 OPC-AVS/AI).
Dopo avere ricordato e spiegato nel dettaglio l’eccezione al principio della divisione paritaria applicata nella DTF 105 V 271, giurisprudenza che è stata confermata numerose volte anche in seguito, l’Alta Corte ha adottato il principio della suddivisione in parti uguali della pigione quando v’è una condivisione con persone
non
incluse nel calcolo delle PC anche nel caso esaminato nel giugno 2016, in cui l’abiatica viveva nella medesima economia domestica della nonna beneficiaria di prestazioni complementari, di cui si prendeva cura, e per tale ragione non versava un contributo per la locazione. Per il Tribunale federale, la parte di pigione della persona
non
beneficiaria di PC
non
deve essere di conseguenza considerata nelle spese annue del beneficiario, perché la pigione ha il carattere di una prestazione di cura e di aiuto domestico, ma un tale indennizzo delle prestazioni di assistenza oltre ai rimborsi per cure e assistenza previsti imperativamente dall’art. 14 cpv. 1 lett. b LPC è contrario al sistema e dunque è inammissibile.
Nel caso di specie non era dunque data l’eccezione al principio dell’art. 16c OPC-AVS/AI della suddivisione in parti uguali della pigione, perciò la Cassa di compensazione ha correttamente computato la metà della pigione all’assicurata.
Per quanto concerne la giurisprudenza cantonale resa da questo Tribunale, nella decisione del 13 gennaio 2002 (33.2001.93) il TCA ha respinto la richiesta di una coppia di assicurati, convivente con un'altra coppia di persone, di considerare interamente la pigione a carico del postulante le prestazioni complementari.
Con STCA 33.2001.82 del 14 giugno 2002 è stata ammessa la divisione per due della pigione in un altro caso di convivenza tra madre e figlia.
In altra sentenza dell'11 settembre 2002 (33.2002.25) il TCA ha ritenuto che due conviventi in età che avevano congiuntamente sottoscritto un contratto di locazione dovevano vedersi imputare la pigione in ragione di 1⁄2 ciascuno.
Anche nella sentenza del 7 gennaio 2003 (33.2002.72) questo Tribunale Cantonale delle Assicurazioni ha respinto la richiesta di una madre, che condivideva l'appartamento con la figlia
maggiorenne
, di considerare il canone di locazione interamente a suo carico pur essendo la figlia in attesa di prestazioni AI a seguito di un grave incidente.
Ancora, nella STCA 33.2005.10 del 28 marzo 2006, ribadita nella STCA 33.2010.2 del 19 agosto 2010, il Tribunale ha negato l'esistenza dell'eccezione al principio della suddivisione della pigione per teste, a motivo che la convivenza della mamma/ suocera e del nipote con i coniugi richiedenti le PC configurava la situazione opposta a quella che si dovrebbe presentare per poter mettere in pratica la summenzionata eccezione. In questo caso, infatti, i richiedenti convivevano con i loro parenti per aiutare i secondi sia dal profilo fisico che psicologico, e non invece per farsi aiutare da loro. Da essi, non ricevevano quindi alcuna assistenza specifica quale controprestazione per l'ospitalità loro concessa.
Nel giudizio 33.2006.5 emanato il 6 settembre 2006 il TCA ha ritenuto che l'occupazione dell'abitazione da parte del ricorrente e di una signora, che svolgeva le faccende domestiche per conto del primo a causa dei suoi (di lui) numerosi impedimenti di salute, fosse paritaria e che pertanto la pigione lorda andava regolarmente suddivisa in parti uguali fra i due conviventi, non essendo il ricorrente neppure obbligato giuridicamente o moralmente ad ospitare questa persona. All'assicurato è stata così computata a titolo di pigione lorda la metà dell'intero costo.
Nel caso evaso con la STCA 33.2007.9 del 12 novembre 2007, il ricorrente conviveva con la moglie e la figlia
maggiorenne
e quest'ultima, sebbene fosse un aiuto fisico e psicologico molto importante per i genitori, tuttavia non prestava loro delle cure "particolari" al punto da evitare ai genitori un ricovero in una casa anziani rispettivamente in una casa di cura. Pertanto, questo Tribunale ha deciso che poiché conviveva con il ricorrente, ma
non
era beneficiaria di PC, la figlia era esclusa per definizione dal calcolo delle PC dei genitori.
Anche nella sentenza del 18 novembre 2009 (33.2009.7) il TCA ha suddiviso il costo della pigione lorda tra il padre in età AVS e la figlia
maggiorenne
convivente.
A ugual risultato si è giunti il 13 gennaio 2011 (33.2010.15) nel caso della ricorrente che abitava insieme alla figlia, che ospitava per motivi sia di carattere economico sia per problemi di salute.
L'assicurata non ha fatto valere una particolare suddivisione dei locali, né tanto meno un obbligo di mantenimento del diritto civile ex art. 276 CC ed art. 277 CC (che, peraltro, nemmeno poteva vantare, essendo la figlia
maggiorenne
) e neppure un obbligo di assistenza tra parenti giusta l'art. 328 CC (non applicabile, altrimenti lei stessa sarebbe caduta nel bisogno). Pertanto, ritenuto però che la figlia era esclusa dal calcolo delle PC della madre, la pigione computabile è stata ripartita fra le singole persone e la parte di pigione della figlia non è stata presa in considerazione nel calcolo della prestazione complementare annua dell'assicurata, proprio come ritenuto dalla Cassa.
Dagli atti è inoltre emerso che nella stessa abitazione dell'insorgente risultavano domiciliate pure la figlia e la nipote. Orbene, poiché studiava all'estero e il suo computo avrebbe comportato un aggravio e peggioramento della situazione per la ricorrente, la nipote non è stata conteggiata nel calcolo PC.
Nella sentenza 33.2013.10 del 6 giugno 2014, impugnata dall'assicurato davanti al Tribunale federale con ricorso che è stato ritenuto inammissibile il 19 agosto 2014 (9C_534/2014), il TCA ha confermato l'operato della Cassa, che ha ripartito fra le singole persone la pigione pagata dal ricorrente. La circostanza che la casa unifamiliare del ricorrente fosse occupata anche dalla figlia - che aveva stipulato un contratto di affitto per la locazione di un appartamento di 2 1⁄2 locali all'interno della stessa casa unifamiliare e di cui sopportava il costo -, che però era esclusa dal calcolo del diritto del papà, comportava che la pigione pagata dai genitori fosse suddivisa sulle singole persone che vi abitavano, visto che le parti di pigione delle persone escluse dal calcolo delle prestazioni complementari non sono prese in considerazione. Pertanto, la pigione pagata dal ricorrente doveva essergli computata nella misura di due terzi, ossia era considerata soltanto limitatamente alle persone che non erano escluse dal calcolo PC, come l'assicurato e la moglie.
Questo Tribunale si è pronunciato il 20 aprile 2015 (33.2015.1) sul caso di un’assicurata che abitava insieme al fratello sin dal 2010, mentre la convivenza con la badante era sorta dal giugno 2014, ossia da quando era stata assunta come lavoratrice salariata. L'assicurata non ha fatto valere particolari motivi che potessero provocare una diversa ripartizione della pigione rispettivamente la rinuncia ad una suddivisione. Non è stata menzionata né comprovata una particolare suddivisione dei locali né tanto meno che la vita in comune si fondasse su un obbligo morale o giuridico, quale un obbligo di mantenimento del diritto civile ex art. 276 CC ed art. 277 CC (che peraltro neppure poteva vantare, essendo la badante una terza persona al di fuori della famiglia), e nemmeno un obbligo di assistenza tra parenti giusta l'art. 328 CC (non applicabile perché non parenti).
La ricorrente ha invece sollevato censure che si riferivano a difficoltà economiche che si sarebbero presentate se fosse stato confermato che la pigione lorda annua doveva essere suddivisa fra il fratello, la badante e l'assicurata stessa. Ma problemi
di natura economica non potevano portare il TCA ad una diversa soluzione da quella decisa dalla Cassa di compensazione.
Considerato che, in qualità di datrice di lavoro, l’assicurata le versava uno stipendio dal quale detraeva anche il vitto e l’alloggio, il Tribunale ha concluso che con la detrazione della quota di partecipazione della badante al pagamento della pigione era come se, implicitamente, l'aiuto domiciliare fosse a tutti gli effetti una coinquilina dell’assicurata che si assumeva personalmente la sua quota di affitto.
Trattandosi dunque di una convivenza onerosa e non a titolo gratuito, non era possibile fare ricadere quel caso di specie nelle eccezioni riconosciute in applicazione dell’art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI. Infatti, soltanto le convivenze gratuite, e non quindi anche quelle a pagamento, possono dare luogo, a determinate condizioni, ad una diversa, e non quindi paritaria, suddivisione della pigione fra gli occupanti (STFA P 56/00 = Pratique VSI 2001 pag. 234 consid.
2b).
Nella STCA 33.2017.4 il Tribunale si è chinato il 9 febbraio 2018 sul caso del ricorrente che ospitava in casa propria la figlia della sua ex moglie, la quale, andandosene dalla Svizzera, ha lasciato la figlia a carico dell’ex marito.
Il TCA ha respinto la richiesta di una diversa ripartizione della pigione, essendo indubbio che la figlia della ex moglie non fosse, dal profilo giuridico, sua figlia e che, pertanto, egli non avesse alcun obbligo di mantenimento nei suoi confronti dal profilo civile.
Inoltre, malgrado si occupasse del mantenimento della figlia della sua ex moglie, l’assicurato non poteva avvalersi delle eccezioni al principio della ripartizione del canone di locazione su tutti i coabitanti. In effetti, in quanto maggiorenne,
non
beneficiaria di una rendita e oltretutto non essendo sua figlia, la studentessa
non
era in alcun modo compresa nel calcolo della prestazione complementare dell’interessato - che peraltro non era il suo genitore.
Infine, nemmeno era stata sollevata la tesi che la studentessa si prendesse cura dell’assicurato, ma semmai era il contrario, perciò anche per tale motivo la fattispecie non rientrava fra le eccezioni ammesse dall’art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI, non essendo confrontati con una situazione di riconoscenza da parte dell’uno nei confronti dell’altra (DTF 105 V 271).
Non v’era dunque né un obbligo giuridico né un obbligo morale di mantenimento da parte del ricorrente nei confronti della figlia della sua ex moglie.
Infine, di recente (STCA 33.2018.4 del 16 luglio 2018), il TCA ha confermato la suddivisione a metà della pigione lorda pagata da un assicurato che condivideva l’abitazione con la sua badante, alla quale veniva detratto dallo stipendio il vitto e l’alloggio. Perciò, trattandosi di una convivenza onerosa e non a titolo gratuito, non si poteva invocare l’eccezione alla suddivisione paritaria prevista
dall’art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI.
2.8. L’evenienza concreta è simile a diverse altre appena esposte, in cui è stato applicato il principio della suddivisione paritaria.
Sin dalla richiesta del 6 febbraio 2014 delle prestazioni nel 2014, la Cassa era al corrente che la ricorrente ospitava in casa propria la figlia, con conseguente dimezzamento della pigione lorda nelle sue spese riconosciute (Fr. 23'520.- : 2). Ciò era emerso dalla dichiarazione dell’assicurata stessa, che rispondendo alla domanda n. 54 ha indicato che _ viveva nella propria economia domestica (doc. 11).
Tale informazione risultava peraltro dal contratto di locazione (doc. 5), figurando entrambe le donne come conduttrici.
In seguito, dal certificato di famiglia rilasciato il 23 marzo 2018 (doc. 78) dal Comune di _, risulta che, sposandosi il _ aprile 2014, da quel giorno _ si è domiciliato presso la moglie.
Un mese e mezzo dopo, il figlio _ è entrato a fare parte della famiglia _ e quindi anche a convivere con la nonna.
Il fratello _ ha completato la famiglia a metà luglio 2017.
Pertanto, sotto lo stesso tetto abitano la ricorrente, la figlia con il marito e i loro due figli rispettivamente nipotini dell’assicurata.
La ricorrente ha osservato che è per motivi affettivi ed economici che le tre generazioni coabitano, giacché la sola rendita AVS di Fr. 1'837.- non le permette di sostenere le normali spese di una persona pensionata.
Ma problemi
di natura economica non possono portare il TCA a una diversa soluzione da quella decisa dall’amministrazione.
Va evidenziato che l’
assicurata non ha fatto valere particolari motivi che potessero provocare una diversa ripartizione della pigione rispettivamente la rinuncia a una suddivisione.
Da un lato, in quanto maggiorenni, non beneficiari di una rendita, la figlia della ricorrente e il di lei marito non sono compresi in alcun modo nel calcolo della prestazione complementare della mamma (cfr. art. 3a cpv. 7 lett. a LPC; art. 7 e 8 OPC AVS/AI). Dall'altro, per lo stesso motivo la figlia non può avvalersi di un obbligo di mantenimento da parte della mamma secondo l'art. 276 e 277 CC (STFA P 76/01 del 9 gennaio 2003 consid. 2).
Neppure l'obbligo all'assistenza tra parenti secondo l'art. 328 CC può giustificare il computo dell'intero canone di locazione a carico della mamma, poiché in tale ipotesi essa cadrebbe ancora maggiormente nell'indigenza (STFA P 76/01 del 9 gennaio 2003 consid. 3).
Infine, nemmeno viene sollevata la tesi che la figlia e il genero si prendano cura dell’assicurata, perciò anche per tale motivo la fattispecie in esame non rientra fra le eccezioni ammesse dall’art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI, non essendo confrontati con una situazione di riconoscenza da parte dell’uno nei confronti dell’altra (DTF 105 V 271).
In conclusione, non è stata menzionata né comprovata una particolare suddivisione dei locali adducendo che la ricorrente occuperebbe la maggior parte dell'appartamento né tanto meno che la vita in comune si fonderebbe su un obbligo morale o giuridico, quale un obbligo di mantenimento del diritto civile ex art. 276 CC ed art. 277 CC, e nemmeno un obbligo di assistenza tra parenti giusta l'art. 328 CC.
N
on è dunque possibile fare ricadere il caso concreto nelle summenzionate eccezioni riconosciute in applicazione dell'art. 16c cpv. 2 OPC-AVS/AI.
Pertanto, questo Tribunale stabilisce che poiché la ricorrente convive con i propri familiari, che però
non
sono beneficiari di PC, la figlia, il genero e i due nipotini sono esclusi per definizione dal calcolo delle sue prestazioni complementari.
Di conseguenza, è corretto che la pigione lorda dell’abitazione sia stata ripartita fra le singole persone che abitano nell’immobile inizialmente affittato dall’assicurata insieme alla figlia e dall’11 luglio 2014 (doc. 70) anche dal marito e che dunque la parte di pigione dei familiari della ricorrente, esclusi dal calcolo PC, non sia stata presa in considerazione nel calcolo della prestazione complementare annua.
È dunque a buon diritto che la Cassa di compensazione, in applicazione dell’art. 16c cpv. 1 OPC-AVS/AI, nel calcolo delle PC dell’assicurata ha ritenuto solo la quota parte della pigione lorda ad essa computabile, ovvero pari a un terzo di Fr. 23'520.- quando nell’abitazione di _ coabitavano l’assicurata, la figlia e il di lei marito, a un quarto della pigione lorda quando è nato il primo nipotino e a un quinto quando si è aggiunto _.
La pigione lorda di Fr. 7'840.- (Fr. 23'520.- : 3) conteggiata il 28 marzo 2018 dall’amministrazione dal 1° al 31 maggio 2014 (doc. A7), di Fr. 5'880.- (Fr. 23'520.- : 4) dal 1° giugno 2014 al 31 luglio 2017 (docc. A6, A8, A9 e A10) e di Fr. 4'704.- (Fr. 23'520.- : 5) dal 1° agosto 2017 in poi (docc. A11 e A12), deve essere quindi confermata.
2.9. La restituzione è soggetta al termine relativo di prescrizione di un anno. A questo proposito la nostra Massima istanza ha stabilito che i termini dell'art. 25 cpv. 2 LPGA (art. 47 vLAVS), contrariamente al tenore letterale della norma, costituiscono un termine di perenzione (DTF 133 V 579 consid.
4.1; DTF 127 V 484; DTF 124 V 380; DTF 122 V 274; DTF 119 V 431 consid. 3a;
Kieser
, Bundesgesetz über die Alters- und Hinterlassenen-versicherung, Zurigo 1996, pag. 192;
Carigiet/Koch
, Ergänzungsleistungen zur AHV/IV, 2a ed., 2009, pag. 100).
I termini di perenzione non possono essere né interrotti né sospesi e devono essere applicati d'ufficio (DTF 111 V 135 consid.
3b;
Locher
, Grundriss des Sozialversicherungsrechts, Berna 1997, N. 36-37, pag. 59-60 e N. 12-13, pag. 311-312).
Per giurisprudenza costante, i termini sono salvaguardati se prima del loro scadere è stata emessa una decisione formale e se la medesima è stata correttamente notificata alla persona che deve restituire le prestazioni (DTF 119 V 434;
Kieser
, op. cit., n. 30 ad art. 25, pag. 286).
Come rammentato dal Tribunale federale con STF 9C_925/2012 del 19 marzo 2013 (cfr. anche STF 9C_663/2014 del 23 aprile 2015; STF 8C_918/2012 del 29 gennaio 2013; STF 9C_744/ 2012 del 15 gennaio 2013, consid. 6.2), il termine annuo di perenzione comincia normalmente a decorrere nel momento in cui l'amministrazione, usando l'attenzione da essa ragionevolmente esigibile e avuto riguardo alle circostanze, avrebbe dovuto rendersi conto dei fatti giustificanti la restituzione (DTF 119 V 431 consid. 3a pag. 433; 110 V 304). Ciò si verifica quando l'amministrazione dispone di tutti gli elementi decisivi nel caso concreto dalla cui conoscenza risulti di principio e nel suo ammontare l'obbligo di restituzione di una determinata persona (DTF 111 V 14 consid. 3 pag. 17). Il termine annuo di perenzione comincia in ogni caso a decorrere non appena dagli atti emerge direttamente l'irregolarità della corresponsione delle prestazioni (consid. 5.1 non pubblicato in DTF 133 V 579, ma in SVR 2008 KV n. 4 pag. 11 [K 70/06]; cfr. pure sentenza 9C_1057/2008 del 4 maggio 2009 consid. 4.1.1).
Il Tribunale federale ha inoltre pure avuto modo di precisare (come ricorda la STF 8C_64/2011 del 7 novembre 2011) che a prescindere da una eventuale violazione del principio inquisitorio, il termine annuo di perenzione di cui all'art. 25 cpv. 2 LPGA non può cominciare a decorrere prima che le prestazioni siano state decise ed erogate (SVR 2010 EL
Nr. 12 [9C_795/2009]
).
Secondo giurisprudenza, questo termine viene salvaguardato con la resa del progetto di liquidazione del caso (
DTF 133 V 579
consid. 4.3.1;
119 V 431
consid. 3c; SVR 2011 IV Nr. 52
[8C_699/2010] consid
. 2).
In caso di errore dell'amministrazione (ad esempio nel calcolo di una prestazione) il termine non decorre però dal momento in cui esso è stato commesso, bensì da quello in cui l'amministrazione avrebbe dovuto in un secondo tempo (per esempio in occasione di un controllo contabile oppure nel caso in cui venga a conoscenza di fatti atti a far nascere dei dubbi sulla fondatezza della pretesa) rendersi conto dello sbaglio commesso in base all'attenzione ragionevolmente esigibile (DTF 124 V 380 consid. 1 e 2c pag. 383 e 385; RDAT II-2003 n. 72 pag. 306 [C 317/01] consid. 2.1). Occorre
quindi di regola un secondo motivo - nel senso di una presa di coscienza dell'errato versamento delle prestazioni sulla base di un ulteriore indizio - per fondare il momento della conoscenza ragionevolmente esigibile dell'azione di restituzione (
DTF 110 V
306 seg.). Diversamente, se si facesse risalire il momento della conoscenza del fatto determinante alla data del versamento indebito, ciò renderebbe spesso illusoria la possibilità per l'amministrazione di reclamare il rimborso di prestazioni versate a torto per colpa propria (DTF 124 V 380 consid. 1 in fine pag. 383; DTA 2006 pag. 158 [C 80/05]). Si ricorda inoltre che il principio posto in
DTF 110 V 306
seg., secondo cui in presenza di un errore dell'amministrazione occorre di regola un secondo motivo - nel senso di una presa di coscienza dell'errato versamento delle prestazioni sulla base di un ulteriore indizio - per fondare il momento della conoscenza ragionevolmente esigibile dell'azione di restituzione, si estende ugualmente ai casi in cui la causa della riscossione indebita è ascrivibile a un omesso accertamento dei requisiti del diritto, e, più in generale, a una violazione della massima inquisitoria da parte dell'assicuratore (STFA C 36/01 del 13 agosto 2003 consid. 3.2.2). L'obbligo di accertamento prescritto dall'art. 43 cpv. 1 LPGA non consente di conseguenza di dipartirsi dalla prassi secondo cui se il momento della conoscenza del fatto determinante - e quindi la decorrenza del termine di perenzione - non può essere fatto risalire alla data del versamento indebito, poiché ciò renderebbe (spesso) illusoria la possibilità per l'amministrazione di reclamare il rimborso di prestazioni versate a torto per colpa propria (
DTF 124 V 380
consid. 1 in fine pag. 383), a maggior ragione non si può fare risalire questo momento a una data ancora precedente (STF 9C_795/2009 del 21 giugno 2010 consid. 4.3 = SVR 2010 EL Nr. 12; STF 9C_737/2009 del 1° aprile 2010 consid. 2.3.2.2 in fine).
Nel concretare questi principi, il Tribunale federale (delle assicurazioni) ha tra l'altro stabilito che se più unità amministrative sono coinvolte nella procedura di emanazione della decisione originaria e che se una di esse commette uno sbaglio, quest'ultimo va qualificato come un unico errore ai sensi della giurisprudenza suesposta. Il secondo momento che determina la decorrenza del termine annuo di perenzione non si realizza già quando un'unità amministrativa riceve dall'altra una copia della decisione originaria, ma soltanto quando in un momento successivo subentra un motivo per riesaminare il fascicolo (STFA I 308/03 del 22 settembre 2003 consid. 3.2.2).
Infine, se per l'accertamento e l'esame del diritto alla restituzione è necessaria la collaborazione tra più unità amministrative incaricate dell'attuazione dell'assicurazione, la conoscenza anche di una sola di esse è sufficiente a fare decorrere i termini (DTF 112 V 180 consid. 4c; RCC 1989 pag. 558). Tuttavia, la conoscenza di un'autorità incompetente non è sufficiente in tal senso (DTF 139 V 6 consid. 5.1).
2.10. Nel caso concreto, alla base del ricalcolo delle PC della ricorrente, vi è la circostanza che nel gennaio 2018 (doc. 75) la Cassa di compensazione ha avviato una revisione delle PC e, dalle risposte fornite dall’assicurata il 27 gennaio 2018, il 9 marzo 2018 (doc. 77) le ha chiesto di trasmetterle ulteriore documentazione inerente la condivisione della sua economia domestica con più persone.
La dichiarazione del Comune di _ sullo stato di famiglia dell’assicurata è pervenuta alla Cassa di compensazione il 27 marzo 2018 (doc. 78) per il tramite dell’agenzia comunale AVS.
Sulla scorta di queste nuove informazioni, con decisione del 28 marzo 2018 (docc. A3 e A5) l’amministrazione ha ricalcolato il diritto alle PC dell’assicurata tenendo conto della suddivisione della pigione fra le persone che condividevano l’appartamento e ne risultava un diritto inferiore.
Il TCA evidenzia che a quel momento, per certo, la Cassa disponeva di tutti gli elementi necessari per valutare il diritto dell’assicurata e per accorgersi di averle erroneamente versato delle prestazioni complementari superiori al suo reale diritto.
In queste circostanze, la pretesa della Cassa di compensazione del 28 marzo 2018, emessa quando disponeva di tutti gli elementi decisivi dai quali risultava sia il principio stesso dell’obbligo di restituzione sia l’ammontare di quanto versato, è indubbiamente tempestiva.
Ciò significa che l’anno di perenzione previsto dall’art. 25 cpv. 2 LPGA
non
era ancora trascorso.
È infatti al più presto con la ricezione, al 27 marzo 2018, del certificato dello stato di famiglia dell’interessata, che comincia a decorrere il termine annuo di perenzione in cui l'amministrazione, usando l'attenzione da essa ragionevolmente esigibile e avuto riguardo alle circostanze, si è resa conto dei fatti giustificanti la restituzione (DTF 119 V 431 consid. 3a; DTF 110 V 304).
L’ordine di restituzione emesso il giorno seguente (28 marzo 2018) non è dunque perento e come tale, nel principio, va confermato.
2.11. Per quanto concerne gli importi da restituire, va evidenziato che
l’autorità amministrativa ha ricalcolato il diritto alle prestazioni complementari della ricorrente.
Dai fogli di calcolo allegati alla decisione risulta chiaramente e correttamente che la nuova suddivisione della pigione comporta che l’assicurata aveva diritto alle prestazioni complementari in misura inferiore rispetto a quanto stabilito nel 2014-2018.
Dal 1° gennaio 2018 il diritto alle PC ammonta correttamente a Fr. 163.- al mese, oltre al pagamento del premio forfettario di Cassa malati.
Di conseguenza, a suo tempo, tale diritto è stato calcolato dalla Cassa di compensazione su basi errate.
È quindi a giusta ragione che, di principio, l’interessata è stata chiamata a restituire le prestazioni ricevute in eccesso.
La somma da rimborsare corrisponde quindi correttamente alla differenza fra le prestazioni complementari a suo tempo versate alla ricorrente e gli ammontari a cui avrebbe invece avuto diritto secondo i fogli di calcolo allegati all’ordine di restituzione. La decisione del 28 marzo 2018 indica chiaramente quale sarebbe stato il suo diritto per ogni periodo di calcolo, gli importi delle mensilità da restituire e per quanto tempo.
Il totale da rimborsare di Fr. 23'651.- va dunque confermato.
2.12. Ne discende che la Cassa cantonale di compensazione, avendo rilevato un caso di indebita percezione di prestazioni da parte della ricorrente, era legittimata ad emanare una decisione di restituzione.
Infatti, con la scoperta di nuovi fatti rilevanti, le precedenti decisioni di concessione delle prestazioni complementari dovevano essere riviste ai sensi dell’art. 53 cpv. 1 LPGA.
Nell’evenienza concreta, l’assicurata ha condiviso il proprio appartamento non solo con la figlia, ma poi anche con il genero e i loro due figli. La Cassa di compensazione è però venuta a conoscenza di questa circostanza soltanto al più presto nel mese di marzo 2018.
Si tratta così di un fatto nuovo rilevante, di cui l’amministrazione non poteva essere al corrente prima di allora. Questo nuovo fatto, corroborato dalle nuove prove raccolte, ha comportato che la Cassa ha versato all’assicurata delle prestazioni complementari che non dovevano esserle riconosciute in quella misura.
Ne segue che, a giusta ragione, l’amministrazione ha proceduto alla revisione delle precedenti decisioni di fissazione delle prestazioni complementari.
2.13. Stando così le cose, la decisione della Cassa di compensazione che pretende la restituzione delle prestazioni complementari percepite indebitamente nel periodo dal 1° maggio 2014 a 31 marzo 2018, quantificate in Fr. 23'651.-, deve essere confermata integralmente.
Parallelamente, è corretto che dal 1° gennaio 2018 il diritto alle prestazioni complementari dell’assicurata ammonti a Fr. 163.- al mese, oltre a Fr. 499.- per il pagamento del premio forfettario dell’assicurazione malattia obbligatoria.
2.14. Resta da esaminare la domanda di condono che l’assicurata, in applicazione dell’art. 3 cpv. 3 OPGA, chiede venga decisa dal Tribunale. La ricorrente fa valere la sua indigenza, non permettendole la sola rendita AVS di Fr. 1'837.- di avere una propria economia domestica tanto che vive insieme alla figlia e alla di lei famiglia. Inoltre, ha sollevato la sua buona fede nel non avere informato la Cassa di compensazione sulla condivisione dell’abitazione con i familiari a causa di difficoltà linguistiche.
Secondo l’art. 25 cpv. 1 seconda frase LPGA, la restituzione non deve essere chiesta se l’interessato era in buona fede e verrebbe a trovarsi in gravi difficoltà.
A norma dell’art. 3 OPGA:
"
1
L’ammontare della restituzione è stabilito mediante decisione.
2
Nella decisione di restituzione l’assicuratore indica la possibilità di chiedere il condono.
3
L’assicuratore decide di rinunciare alla restituzione se sono manifestamente date le condizioni per il condono.”.
Per l’art. 4 OPGA:
"
1
Se il beneficiario era in buona fede e si trova in gravi difficoltà, l’assicuratore rinuncia completamente o in parte alla restituzione delle prestazioni indebitamente concesse.
2
Determinante per il riconoscimento di una grave difficoltà è il momento in cui la decisione di restituzione passa in giudicato.
3
Le autorità cui sono state versate prestazioni in virtù dell’articolo 20 LPGA o delle disposizioni delle singole leggi non possono far valere una grave difficoltà.
4
Il condono è concesso su domanda scritta. La domanda, motivata e corredata dei necessari giustificativi, deve essere inoltrata entro 30 giorni dal momento in cui la decisione è passata in giudicato.
5
Sul condono è pronunciata una decisione.”.
L’amministrazione ha evidenziato che, di principio, è possibile pronunciare una decisione di condono solo al momento della crescita in giudicato formale della decisione di restituzione, ritenuto che unicamente in quel caso tale obbligo è stabilito definitivamente (STF 9C_211/2009 del 26 febbraio 2010; STF 8C_130/2008 dell'11 luglio 2008; STF 8C_617/2009 del 5 novembre 2009).
Il TF ha rilevato che di norma sulla restituzione e sul condono vanno emesse due distinte decisioni e che l’amministrazione può rinunciare alla restituzione se le condizioni del condono sono manifestamente adempiute (sentenza 9C_387/2011 del 25 luglio 2011; sentenza 8C_1031/2008 del 29 aprile 2009; sentenza
I 121/07 del 16 gennaio 2008, sentenza
9C_233/2007 del 28 giugno 2007: “
Nach Art. 25 Abs. 1 ATSG sind unrechtmässig bezogene Leistungen zurückzuerstatten.
Wer Leistungen in gutem Glauben empfangen hat, muss sie nicht zurückerstatten, wenn eine grosse Härte vorliegt. Über Rückforderung und - gegebenenfalls - Erlass derselben wird in der Regel in zwei Schritten verfügt (Art. 3 und 4 ATSV). Auf die Rückerstattung kann bereits im Rahmen der (ersten) Verfügung über die Rückforderung nur verzichtet werden, wenn offensichtlich ist, dass die Voraussetzungen für den Erlass gegeben sind (
Art. 3 Abs. 3 ATSV
). Der im Streit liegende Einspracheentscheid beschlägt nur die Frage der Rückforderung; in dessen Begründung heisst es, bei Eingang eines entsprechenden Gesuchs werde über den Erlass gesondert verfügt. Das kantonale Versicherungsgericht hat sich an den dadurch vorgegebenen Streitgegenstand gehalten und richtigerweise nichts zur Erlassfrage ausgeführt. Streitig und zu prüfen ist auch im letztinstanzlichen Verfahren allein die Frage der Rechtmässigkeit der Rückforderung an sich
“).
Nel caso di specie, nella decisione impugnata l’amministrazione non si è pronunciata sulla domanda di condono e quindi non si è espressa né sulla buona fede né sull’onere troppo grave.
Essa ha ritenuto di doversi pronunciare solo dopo la crescita in giudicato della decisione di restituzione.
Questo TCA rileva che
in assenza di una specifica decisione della Cassa, ritenuto il potere cognitivo limitato del Tribunale federale in caso di ricorso, per garantire alle parti un doppio grado di giudizio, è necessario che l’amministrazione si esprima per prima sul condono tramite un provvedimento impugnabile. Una decisione di questo Tribunale sarebbe quindi ora prematura.
Le parti, in applicazione del loro diritto di essere sentite, dovrebbero inoltre potere prendere posizione sul calcolo che il TCA dovrebbe effettuare conformemente all’art. 5 OPGA.
Da quanto precede discende che, non essendo qui in presenza di una decisione formale ex art. 49 LPGA, rispettivamente di una decisione su opposizione impugnabile dall’assicurata davanti al TCA in virtù dell’art. 56 LPGA, la domanda di condono formulata dalla ricorrente dovrà essere decisa in primo luogo dalla Cassa di compensazione dopo che la presente decisione di restituzione sarà cresciuta in giudicato.