# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** 6fe115ba-cf48-50fe-894a-fb493a2e13f0
**Court:** TI_TCAS
**Chamber:** TI_TCAS_001
**Year:** 2005
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** $law_area
**Law Sub-area:** nan

## Facts

ritenuto,
in fatto
1.1. Con decisione su opposizione del 20 giugno 2005 la Cassa CO 1 (in seguito: la Cassa) ha confermato una precedente decisione del 20 aprile 2005 con la quale aveva sospeso RI 1 per 45 giorni dal diritto all'indennità di disoccupazione, argomentando:
"
(...)
Nel suo caso in data 17 agosto 2004 il _ ha rescisso il suo contratto di lavoro per il 28 febbraio 2005.
Sulla base delle sue motivazioni contenute nella sua opposizione del 18 maggio 2005 alla nostra decisione 53/05 del 20 aprile 2005, la Cassa non ritiene di doversi pronunciare diversamente per quanto riguarda la sospensione dal diritto all'indennità.
Tuttavia, come già evidenziato nella nostra decisione del 20 aprile 2005, la Cassa avrà la facoltà di riesaminarla ed eventualmente annullarla quando il Tribunale amministrativo rilascerà una sentenza a suo favore.
Visto quanto sopra, la Cassa ritiene di riconfermarle una sospensione dal diritto delle indennità di 45 giorni a decorrere dal 1° marzo 2005, come da nostra decisione 53/05 del 20 aprile 2005.
Nel caso in cui dovessero subentrare delle novità in merito alla rescissione del contratto di lavoro a suo favore, la Cassa provvederà a rivedere la presente decisione." (Doc. A1)
1.2. Contro questa decisione l'assicurata ha inoltrato un tempestivo ricorso al TCA nel quale postula la revoca della sanzione e rileva:
"
(...)
Con risoluzione del _ 17 agosto 2004 veniva notificata alla sottoscritta la disdetta del rapporto di lavoro invocando due motivazioni:
- le numerose assenze per malattia;
- la non idoneità ad inserirsi in uno spirito di gruppo e l'inaffidabilità nell'esecuzione dei compiti presso il _.
Tali motivazioni sono state puntualmente contestate con ricorso ai Tribunale cantonale amministrativo in data 1. settembre 2004.
Sono stata alle dipendenze dello _ dal 1982 e nominata dal 1984.
L'istruttoria ha confermato che ho sempre svolto le mie attività con impegno e serietà, a soddisfazione dei rispettivi capiufficio.
_, mio capoufficio dal 1985 al 1998, ha testimoniato: "
La signora RI 1 era capace, veloce ed affidabile e svolgeva correttamente i lavori che le affidavo. All'_ (dal 1990 al 1998 ndr.), era la mia unica collaboratrice. La _ del _ aveva invece 4 o 5 collaboratori
".
L'avv. _, mio capoufficio dal 2001 al 2003 ha testimoniato: "
La signora RI 1 rispettava i miei ordini e si atteneva alle mie direttive. La signora RI 1 era una persona attiva sul lavoro, nel senso che non vi si sottraeva
".
Anche i certificati di lavoro in mio possesso attestano che il lavoro da me svolto è sempre stato conforme a quanto richiesto.
La malattia è stata causata dal mobbing iniziato fin dal 1996, cioè il momento in cui mi sono candidata per le elezioni comunali per un movimento politico probabilmente ritenuto scomodo.
Il mobbing si è poi accentuato nel 1998, con il pensionamento di _, mio capoufficio.
Da allora sono iniziati i trasferimenti "coatti" in posti di lavoro scelti dai superiori e con la tipica frase "prendere o lasciare". Ciò si evince anche al punto 11. della Risposta del _ del 17 settembre 2004, che recita: "
Il 18 maggio 1999 la signora RI 1 ebbe una seduta con il medico _ e l'assistente del personale.
Durante l'incontro si rese attenta l'attrice in merito alle possibili conseguenze (disdetta del rapporto d'impiego) nel caso di rifiuto di una proposta di trasferimento come quella offerta dal Coordinatore del _.... Alla fine del colloquio la signora RI 1 sembrava voler accettare il posto offertole ...
".
Il mio medico in una lettera inviata in data 27 agosto 1999 al sostituto medico _, fra l'altro scriveva: "Ora è in lotta con il datore di lavoro che sembra avere la caratteristica di un mobbing".
Presso la centrale operativa della _ a _, dovevo lavorare in un locale con aria e luce artificiale (senza finestre), nonché a turni. Nei mesi in cui sono rimasta presso questo posto di lavoro, non mi è mai stata data la password di accesso al computer, e questo mi causava dei disguidi durante i turni.
A _ mi facevano fare solo fotocopie, mi fumavano "addosso" tutto il giorno, non mi davano la chiave dell'ufficio per "questioni di sicurezza", non potevo fare l'orario elastico, mi schernivano perchè non sapevo usare il computer.
Nonostante un certificato medico che attestasse che dal 1. novembre 1999 fossi abile al lavoro ma non nello stesso posto, lo _ mi ha"dimenticato" in malattia fino al 2001, quando ho iniziato uno sciopero della fame.
Dal 1998 al 2001 ho partecipato a 45 concorsi interni: prova è che i posti di lavoro c'erano, ma non per me!
Nel 2001 sono stata aggregata alla _ dello _, _, come soprannumeraria.
Ho sempre svolto il mio lavoro ottimamente. Spesso però mi si lasciava "disoccupata" e allora la depressione colpiva ancora, e ricadevo in malattia.
Avrei voluto e potuto imparare molto di più, presso l'Ufficio gestione governo elettronico, ma non me lo si permetteva: ogni volta che chiedevo informazioni ai colleghi, mi rispondevano che non avevano tempo.
Con risoluzione del _ 8 gennaio 2003, si confermava il mio definitivo trasferimento quale funzionaria amministrativa in soprannumero all'_.
Con risoluzione 17 settembre 2003 della _, venivo invece nuovamente trasferita, appunto presso il _, con la seguente motivazione: "
considerato che l'attuale e futura impostazione dell'attività di questa Unità amministrativa richiede profili professionali con conoscenze, esperienze e qualifiche informatiche, e segnatamente nel campo della tecnologia Internet; ritenuto che per tali ragioni l'interessata, pur essendosi inserita nel nucleo che opera in quel contesto, debba trovare una collocazione professionale più consona alla sua formazione ed esperienza; ...
"
Dopo questo ulteriore trasferimento, l'avv. _ ha perpetrato vero e proprio mobbing nei miei confronti: mi ha isolato fisicamente al primo piano di _, mentre i colleghi lavoravano al piano terreno, impedendomi in questo modo di avere contatti con gli altri funzionari; mi ignorava; mi dava da eseguire lavori inutili e al di sotto delle mie capacità.
Fin dall'inizio della procedura di conciliazione è stato precisato dallo _ che la decisione di licenziamento non era dovuta alle assenze per malattia, ma unicamente al fatto che la sottoscritta non si sarebbe inserita in uno spirito di gruppo.
L'avv. _, durante l'istruttoria, non ha saputo dimostrare quanto sostenuto: non mi ha mai portato a lavorare fra i colleghi, è quindi assurda la sua affermazione di cui sopra. L'avv. _, con il suo comportamento, ha piuttosto fatto delle pressioni psicologiche su di me, isolandomi, snobbandomi e trattandomi da incapace.
Si osserva che non è stata ancora emanata la decisione al ricorso da parte del Tribunale cantonale amministrativo." (Doc. I)
1.3. Nella sua risposta del 3 agosto 2005 la Cassa ha formulato le seguenti osservazioni:
"
(...)
Con risoluzione governativa del 17.8.2004 il _ ha disdetto il rapporto di lavoro della signora RI 1 con effetto 28 febbraio 2005.
Questa grave decisione fu adottata in particolare dopo aver preso atto:
1. "delle numerose assenze per malattia di lunga durata (582 giorni consecutivi dall'8 maggio 1999 al 31 gennaio 2001) e le ulteriori assenze da aprile 2002 ad aprile 2004 a cui si aggiungono 81 episodi di assenza per malattia inferiori a 3 giorni che non richiedono certificazione medica;
2. del rapporto 10.5.2004 del _ mediante il quale chiede l'avvio della procedura di disdetta nei confronti della signora RI 1, considerato, fra l'altro, come la stessa si sia dimostrata assolutamente inidonea ad inserirsi in uno spirito di gruppo e inaffidabile nell'esecuzione dei compiti presso il _; tali atteggiamenti nei confronti del lavoro e dei colleghi costituiscono un innegabile fatto destabilizzante e mostrano come l'ennesimo tentativo di trasferimento interno sia fallito".
Con risoluzione governativa n.ro 2015 del 18 maggio 2004 il _ prospettò la disdetta alla signora RI 1 con la possibilità di adire la _ entro 15 giorni dall'intimazione. Nell'udienza del 13 luglio 2004 non emerse alcuna concreta e praticabile possibilità di conciliazione.

## Considerations