# Swiss Legal Decision

**Decision ID:** cc4df9c6-248f-5f8e-b5c0-88c56efe54e4
**Court:** TI_TRAP
**Chamber:** TI_TRAP_001
**Year:** 2008
**Language:** it
**Jurisdiction:** TI / Ticino
**Law Area:** Criminal
**Law Sub-area:** $law_sub_area

## Facts

Con decreto di accusa del 4 febbraio 2008 il Procuratore pubblico ha ritenuto RI 1 autore colpevole di grave infrazione alle norme della circolazione per avere, il 6 novembre 2007 a _, violato gravemente le norme medesime cagionando un serio pericolo per la sicurezza altrui, in particolare per avere circolato con il motoveicolo Gilera targata _ alla velocità di 78 km/h (dedotto il margine di tolleranza) accertata dalla Polizia mediante apparecchio radar, malgrado il vigente limite di 50 km/h. In applicazione della pena, egli ha proposto la condanna di RI 1 alla pena pecuniaria di 90 aliquote giornaliere di fr. 30.–, corrispondenti a complessivi fr. 2 700.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 4 anni, e al pagamento di una multa di fr. 500.–, con l’avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di 5 giorni. Egli non ha dipoi revocato il beneficio della sospensione condizionale concesso alla pena detentiva di 12 mesi decretata nei suoi confronti dalla Corte delle assise correzionali di _ il 2 giugno 2006, prolungando tuttavia di un anno il relativo periodo di prova. Ha invece proposto la revoca del beneficio della sospensione condizionale concesso alla pena pecuniaria di 60 aliquote giornaliere da fr. 30.– ciascuna per complessivi fr. 1 800.– decretata nei suoi confronti dal Ministero pubblico l’8 ottobre 2007, con l’avvertenza che in caso di mancato pagamento essa sarà sostituita con una pena detentiva di 60 giorni. Al decreto di accusa RI 1 ha sollevato opposizione.
B.
Statuendo sull’opposizione, con sentenza del 18 giugno 2008 il presidente della Pretura penale ha confermato l’imputazione, condannando RI 1 alla pena di 90 aliquote giornaliere di fr. 50.–, per un totale di fr. 4 500.–, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 4 anni, e a una multa di fr. 500.–, con l’avvertenza che in caso di mancato pagamento la pena detentiva sostitutiva è fissata in 5 giorni (art. 106 cpv. 2 CP). Rinunciato alla revoca della sospensione condizionale concesso alla pena detentiva di 12 mesi decretata nei suoi confronti dalla Corte delle assise correzionali di Locarno il 2 giugno 2006, il Presidente della Pretura penale ha invece revocato il beneficio della sospensione condizionale concesso alla pena pecuniaria di 60 aliquote da fr. 30.– per complessivi fr. 1 800.– decretata nei suoi confronti dal Ministero pubblico del Cantone Ticino l’8 ottobre 2007, con l’avvertenza che in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di 60 giorni.
C.
Contro la citata sentenza RI 1 ha inoltrato il 23 giugno 2008 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nei motivi scritti del gravame, presentati il 23 luglio successivo, egli chiede il proscioglimento dall’impu- tazione di grave infrazione alle norme della circolazione. Il ricorso non ha formato oggetto di intimazione.

## Considerations

Considerando
In diritto:
1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 lett. a e b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. b e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3,1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1. pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1. pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1. pag. 9. 173 consid. 3.1 pag. 178).
2.
Nella condanna per grave infrazione alle norme della circolazione, il ricorrente ravvisa una violazione del principio
in dubio pro reo
da parte del presidente della Pretura penale, al quale rimprovera di avere manifestamente violato il principio della presunzione di innocenza, rispettivamente di avere fondato il giudizio impugnato solo sull’indizio costituito dal fatto che egli è il detentore del motoveicolo ritratto nella fotografia agli atti, scattata in occasione del controllo radar, che ha rilevato una velocità da parte del conducente – che in realtà era la persona alla quale egli aveva prestato poco prima il citato mezzo – di 78 km/h (dedotto il margine di tolleranza), malgrado il vigente limite di velocità di 50 km/h.
3.
Premesso che la moto, di cui l’accusato è detentore, è incorsa il 6 novembre 2007 alle ore 10.41 in via _, in un controllo radar, nel quale è stata accertata una velocità chiaramente superiore al consentito, il presidente della Pretura penale ha ricordato che lo stesso prevenuto ha sempre contestato di essere stato alla guida del mezzo, sostenendo di avere dato in prestito il medesimo a una persona straniera casualmente conosciuta la sera precedente in un bar di _, la quale aveva chiesto tale favore per sbrigare alcune faccende, prima di ritornare nel suo paese. Davanti alla polizia, ha proseguito il giudice, dopo avere dichiarato di non conoscere le generalità del soggetto – presentatosi come “_” – cui aveva prestato la moto, il ricorrente ha precisato di avere, la mattina verso le 07.30, incontrato lo stesso “_”, presso il _, soggetto che aveva conosciuto il giorno prima nel medesimo esercizio pubblico durante una partita di calcetto. Questi, ha proseguito l’accusa- to, gli ha chiesto se poteva prestargli la moto in quanto doveva sbrigare alcune faccende, prima di rientrare in Italia. L’accusato, sempre stando alla sua versione, ha acconsentito, consegnando le chiavi al suo interlocutore, dopo che questi lo aveva accompagnato a casa. L’accordo prevedeva che “_” avrebbe riportato il motoveicolo per le 13.00 presso lo stesso esercizio pubblico, depositando la chiave nel vano di mezzo. Il che è poi avvenuto (sentenza, pag. 3 con riferimento al verbale di polizia del 7 novembre 2007). L’imputato, sempre stando alla sentenza impugnata, ha dipoi soggiunto di abitare con la madre e che all’ora del controllo si trovava a casa a _, dove è rimasto fino a quando non è ritornato al pub. Al dibattimento, ha puntualizzato il primo giudice, l’accusato ha riferito di avere chiesto a “_” se fosse in possesso della licenza di condurre e che questi gli ha mostrato una patente internazionale, che lo abilitava a guidare motoveicoli. A precisa domanda dello stesso giudice, egli ha risposto di non avere controllato le generalità del personaggio in discussione (sentenza, pag. 3).
Nel valutare tali dichiarazioni, il presidente della Pretura penale ha anzitutto rilevato che di principio incombe all’autorità provare la colpevolezza di una persona, puntualizzando tuttavia che, dottrina e giurisprudenza, hanno avuto modo di stabilire che in caso di infrazione alle norme della circolazione, non è contrario alla costituzione riconoscere nella qualità di detentore un indizio per la colpevolezza. Un indizio del genere, secondo lo stesso giudice, impone perciò al detentore di fornire delle spiegazioni. Qualora egli rimanga silente o non dia chiarimenti sufficientemente plausibili, il giudice – sempre stando alla sentenza di primo grado - potrà concludere che era lui il conducente (sentenza, pag. 4, con riferimento, tra l’altro, alle sentenze del Tribunale federale 1P. 39/2005 del 5 aprile 2005 e 1P. 6412/200 del 21 aprile 2001). Trattasi, secondo lo stesso primo giudice, di una applicazione della giurisprudenza della Corte di Strasburgo (sentenza, pag. 4). Orbene, ha concluso il presidente della Pretura penale, nella fattispecie il prevenuto ha fornito una spiegazione che ha dell’inverosimile e che appare finanche pretestuosa, perché non suffragata dal benché minimo indizio di veridicità. Non risulta infatti credibile, egli ha spiegato, che l’accusato abbia dato in prestito il suo unico veicolo a uno straniero di passaggio appena incontrato, di cui non conosceva nemmeno l’identità, con il rischio che il mezzo potesse essere rubato o anche solo danneggiato (sentenza, pag. 4). Altrettanto incredibile, ha di poi obiettato lo stesso giudice, che quando, come asserito, ha dato una occhiata alla licenza di condurre di “_”, sempre che lo abbia fatto, egli non abbia profittato dell’occasione per prendere nota, se non anche dell’indirizzo, per lo meno delle sue generalità. Strano inoltre che nessuno li abbia visti e possa confermarlo, rispettivamente che non ci sia qualcuno (per esempio la mamma, una cameriera o un avventore) che possa dare indicazioni sulla presenza nel pub del soggetto e sui suoi spostamenti (sentenza, pag. 4). Desta infine interrogativi, secondo il giudice, il fatto che non sia stata concordata la riconsegna della moto al domicilio dell’imputato, dato che lo “straniero” lo avrebbe finanche condotto a casa e conosceva quindi il luogo; se del caso l’accusato lo avrebbe poi potuto riportare al pub. Solo così egli avrebbe potuto controllare che tutto fosse in ordine (sentenza, pag. 4–5). In definitiva, secondo il primo giudice, l’accusato non ha fatto fronte all’obbligo che gli incombeva di provare che il conducente fosse un’altra persona. Egli non solo non ha portato, ma nemmeno si è attivato al fine di fornire un qualche elemento a sostegno della sua versione, affermando ad arte sempre e unicamente circostanze non verificabili; per cui non si può che concludere che il racconto del soggetto fosse un estremo, ma non veritiero, tentativo di difesa, nel senso che era lui stesso alla guida della sua motocicletta (sentenza, pag. 5).
4.
Secondo il ricorrente, asserendo che dottrina e giurisprudenza hanno avuto modo di riconoscere che in caso di infrazione alle norme della circolazione stradale, nella quale l’autore rimane sconosciuto, non è contrario alla costituzione riconoscere nella qualità di detentore del mezzo motorizzato un indizio di colpevolezza, con conseguente obbligo per il detentore stesso di fornire delle spiegazioni plausibili sulla vicenda, ritenuto che in caso contrario si potrà concludere che era lui il conducente, il presidente della Pretura penale ha manifestamente violato il diritto costituzionale, applicando erroneamente il principio
in dubio pro reo
e annichilendo il fondamentale principio della presunzione di innocenza. Giacché, egli rileva, ogni soggetto, nello stato di diritto, è presunto innocente fino a quando la prova della sua colpevolezza non sia stata fornita in termini chiari, ritenuto che una insufficienza di prove va a beneficio dell’accusato in virtù proprio dei citati principi. In materia di circolazione stradale, sempre secondo il ricorrente, non esiste alcuna presunzione legale che consente di sostenere che il detentore di un veicolo ne è il conducente ed è pertanto l’autore dell’infrazione, come appunto nel caso di un eccesso di velocità constatato mediante rilevamento radar. La sentenza del Tribunale federale 1P. 39/2005 richiamata dal primo giudice, assevera il ricorrente, non legittima infatti il giudizio impugnato, dal momento che essa riguarda un caso in cui l’autore era perseguito per il reato di atti sessuali con fanciulli. Nella fattispecie, ricorda il ricorrente, vi è solo un indizio, peraltro astratto, costituito dal fatto che egli è detentore della moto ritratta nella fotografia agli atti. L’altra sentenza richiamata, obietta il ricorrente, non è invece in alcun modo pertinente con la fattispecie, verosimilmente per un errore di redazione, trattandosi di un decreto di stralcio a seguito del mancato versamento dell’anti- cipo delle spese giudiziarie. La prassi evocata dal primo giudice, fa poi valere il ricorrente, può e deve essere applicata con estremo ritegno e grande circospezione, ossia non deve in ogni modo comportare una illegittima inversione del principio della presunzione di innocenza. I criteri posti a fondamento dell’am- missione di colpevolezza dell’accusato in una situazione del, genere, fa valere il ricorrente, devono essere analizzati in modo approfondito e sicuro: in sostanza o da una parte l’accusato si è rifiutato di collaborare senza alcun valido e serio motivo, oppure dall’altra la sua versione dei fatti deve porsi oltre ogni linea di quanto oggettivamente credibile (DTF 105 Ib 114).
5.
Con argomentazioni del genere, inutilmente prolisse, il ricorrente si propone con ogni evidenza di equivocare su una fattispecie di una semplicità palmare. Che il giudice poteva considerare come indizio di colpevolezza (guida della motocicletta immortalata nella fotografia agli atti) la circostanza che egli fosse il detentore, rispettivamente il proprietario della stessa moto, il ricorrente per finire non lo contesta più di quel tanto, e a giusta ragione. Orbene, di fronte a questa premessa non si può di certo far carico al primo giudice di avere violato la costituzione, per avere risolto il problema vagliando la credibilità della versione fornita dall’accu- sato nell’intento di dimostrare, rispettivamente di rendere verosimile che alla guida dalla motocicletta vi fosse una terza persona, anziché lui medesimo, come ci si poteva per principio attendere, dato che si trattava per l’appunto della sua moto. Tanto meno il ricorrente può seriamente rimproverare lo stesso giudice di avere stabilito la sua colpevolezza in violazione palese del principio della presunzione di innocenza, rispettivamente in violazione del principio
in dubio pro reo,
per avere ritenuto fuori da ogni logica e ai limiti della pretestuosità la spiegazione da lui fornita circa il fatto che alla guida della moto ci fosse un terzo. Non si vede infatti per quali motivi il giudice avrebbe stravolto la costituzione, ritenendo del tutto inverosimile che l’accusato abbia affidato la propria motocicletta al primo straniero conosciuto per caso la sera prima un esercizio pubblico, di cui non conosceva nulla, nemmeno la sua identità; rispettivamente ponendosi seri interrogativi di fronte all’asserzione dello stesso accusato di avere dato una occhiata alla licenza di condurre dello stesso soggetto, senza profittare dell’occasione per prendere nota per lo meno delle sue generalità; rispettivamente ponendosi ulteriori seri interrogatovi di fronte al fatto che nessuno abbia visto i due, cosi da confermarlo, come pure di fronte al fatto che non ci fosse qualcuno in grado di dare indicazioni sulla presenza dello straniero nel pub e sui suoi spostamenti; rispettivamente ponendosi ulteriori interrogativi una volta preso atto che non sia stata concordata la riconsegna della moto al domicilio del prevenuto, dato che “_” lo aveva – secondo l’accusato – condotto a casa e conosceva perciò il luogo, in modo da consentire allo stesso proprietario di controllare se tutto fosse in ordine. Certo, nel seguito del ricorso il ricorrente si diffonde sulla concludenza di questi indizi, facendo carico al primo giudice di essere trasceso in arbitrio nel porli a fondamento del giudizio di colpevolezza. L’esposto, invero caratterizzato da scarsa forza argomentativa, si esaurisce però a ben vedere in critiche di chiaro stampo appellatorio, mediante le quali il ricorrente non va oltre la prospettazione del proprio personale punto di vista, rispettivamente della propria personale interpretazione degli eventi, con la posa, tra l’altro, di meri interrogativi; il che non è però consentito in un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio, con conseguente inammissibilità del rimedio al riguardo. Del resto, ogni ulteriori disamina del gravame, presentato a ben vedere con leggerezza, si appalesa comunque sia superflua, data l’inconsisten- za delle argomentazioni addotte nel tentativo di contestare l’evi- denza.
6.
Ne discende che nella misura in cui è ammissibile, il ricorso deve essere disatteso siccome manifestamente infondato. Gli oneri processuali seguono la soccombenza, ossia sono posti a carico del ricorrente (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 15 cpv. 1 CPP).