Decision ID: 66da018f-20a9-5143-a706-7ed999b01a87
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 
Law Sub-area: nan
Label: dismissal

Facts:
Fatti:
A.
L’interessato, ha presentato una domanda d’asilo in Svizzera il
(...) novembre 2020 (cfr. atto della Segreteria di Stato della migrazione [di
seguito: SEM] n. [{...}]-4/2), a seguito dell’arresto preventivo, per entrata
illegale, avvenuto il giorno precedente da parte delle guardie di confine
elvetiche, dal quale è stato rilasciato in medesima data (cfr. atto SEM
n. 1/4).
B.
Dalle ricerche intraprese dall’autorità inferiore in data (...), è emerso che,
secondo la banca dati europea «EURODAC», l’interessato avesse
presentato una pregressa domanda d’asilo in C._ il (...) (cfr. atti
SEM n. 10/2 e n. 11/1); oltreché il medesimo fosse stato segnalato da parte
delle autorità italiane per divieto d’entrata nello spazio Schengen in data
(...) (cfr. atto SEM n. 16/2).
C.
Nel corso del verbale di rilevamento dei dati personali, tenutosi il
(...) dicembre 2020 (cfr. atto SEM n. 14/10), il richiedente ha
segnatamente dichiarato di essere giunto in Europa, tramite l’Italia, il (...)
(cfr. atto SEM n. 14/10, p.to 5.02, pag. 5 seg.), nonché che in tale Paese,
a D._, risiederebbe la figlia minorenne E._ con la di lei
madre (cfr. atto SEM n. 14/10, p.to 3.02, pag. 4).
D.
Il (...) dicembre 2020 si è svolto con il medesimo il colloquio Dublino ai
sensi dell’art. 5 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo
e del Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di
determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una
domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri
da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta
ufficiale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.6.2013; di seguito:
Regolamento Dublino III). In tale contesto, l’interessato ha in particolare
affermato di aver richiesto l’asilo in Italia nell’(...) del (...) – che avrebbe
ottenuto – Paese ove avrebbe soggiornato sino al (...) del 2020, periodo
nel quale si sarebbe recato in C._, dove avrebbe pure depositato
una domanda d’asilo il (...). In Italia avrebbe ottenuto pure un permesso di
soggiorno valido dal (...) al (...), dopo il quale non avrebbe più fatto
richiesta di rinnovo, essendo sua intenzione di rientrare in Tunisia –
decisione in seguito modificata – nonché sarebbe finito in depressione e
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dipendente da droga. Per questo suo stato, avrebbe commesso dei reati
nell’anno (...), finendo in carcere in Italia tra il (...) ed il (...) del (...). Egli
avrebbe ricevuto un decreto d’espulsione dal territorio italiano datato (...),
che ha consegnato agli atti quale mezzo di prova (cfr. atto SEM n. 24/6). In
Italia risiederebbe ancora la figlia minore E._, cittadina italiana, con
la sua ex compagna. Questionato in merito al suo stato di salute, il
richiedente ha dichiarato di avere una problematica al braccio destro, per
la quale assumerebbe una terapia a base di (...); di soffrire di un disturbo
della personalità, di epatite C e di avere una ciste ai reni, producendo a
riprova del suo stato valetudinario due fogli di trasmissione di informazioni
mediche (F2) del (...) rispettivamente del (...) (cfr. atti SEM n. 22/2 e
n. 23/2).
Sentito anche in relazione ad un’eventuale competenza dell’Italia nella
trattazione della sua domanda d’asilo, il richiedente si è opposto ad un suo
ritorno in tale Paese, in quanto avrebbe ricevuto un decreto d’espulsione e
se vi ritornasse rischierebbe degli anni di carcere. Inoltre in Italia, malgrado
avesse lavorato e fosse previsto per legge, egli non avrebbe mai ottenuto
la tessera sanitaria – salvo per un anno – e quindi non si sarebbe mai
potuto curare. Dal (...) avrebbe comprato i medicinali in nero, mentre che
in carcere avrebbe avuto accesso alle cure mediche. Peraltro, durante la
sua permanenza nel centro di espulsione in Italia, avrebbe subito delle
violenze fisiche e psicologiche, ed il campo ove era stato alloggiato,
sarebbe stato sovraffollato e carente d’acqua. In tal senso ha riferito che
avrebbe avuto un video che avrebbe consegnato per provare questi ultimi
asserti.
E.
A fronte delle evenienze summenzionate, l’autorità elvetica competente, in
data (...), ha chiesto alla sua omologa (...) delle informazioni riguardo
l’interessato ai sensi dell’art. 34 Regolamento Dublino III (cfr. atti SEM
n. 25/3, n. 26/1 e n. 27/1). In seguito, il 12 gennaio 2021, sempre la
medesima autorità svizzera, ha formulato all’indirizzo dell’C._ una
richiesta di ripresa in carico dell’insorgente ai sensi dell’art. 18 par. 1 lett. b
Regolamento Dublino III (cfr. atti SEM n. 35/5, n. 36/1 e n. 37/1). Il (...), le
autorità (...) preposte hanno risposto negativamente, non ritenendo
l’C._ competente per la trattazione della domanda d’asilo del
richiedente. Questo in quanto, il (...), avrebbero richiesto all’Italia, dopo le
dichiarazioni esposte dal richiedente l’asilo e dai mezzi di prova presentati
nell’ambito della prima audizione, la ripresa in carico del medesimo ai sensi
dell’art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III. L’Italia, non avendo
risposto entro i termini normativi, sarebbe divenuto lo Stato membro
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competente. Inoltre, avrebbero informato il (...) le autorità italiane della
scomparsa del richiedente, con la notifica della proroga del termine per il
trasferimento, in virtù dell’art. 29 par. 2 Regolamento Dublino III (cfr. atti
SEM n. 41/2 e n. 42/2).
F.
Sulla scorta delle circostanze pregresse, il (...) l’autorità elvetica
competente, ha chiesto all’omologa italiana la ripresa in carico del
richiedente l’asilo giusta l’art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III (cfr.
atti SEM n. 44/5, n. 45/1 e n. 46/3). Non avendo ricevuto alcuna risposta
da parte italiana, la Svizzera, con comunicazione del (...), ha informato le
autorità della vicina Penisola che dal (...), l’Italia sarebbe stata considerata
responsabile per l’esame della domanda d’asilo dell’interessato (cfr. atti
SEM n. 51/1 e n. 52/3). Tale comunicazione è in seguito stata rettificata con
un successivo messaggio elettronico del (...), ritenendo l’Italia competente
a partire dal (...) (cfr. atti SEM n. 59/1 e n. 60/1).
G.
Con decisione del 3 marzo 2021 – notificata lo stesso giorno (cfr. atto SEM
n. 63/1) – la SEM non è entrata nel merito della domanda d’asilo
dell’interessato ed ha pronunciato il suo allontanamento (recte:
trasferimento) verso l’Italia, nonché l’esecuzione della predetta misura. Ha
inoltre statuito che un eventuale ricorso contro il provvedimento non ha
effetto sospensivo.
H.
Contro il succitato provvedimento l’insorgente si è aggravato con ricorso
del 10 marzo 2021 (cfr. risultanze processuali) al Tribunale amministrativo
federale (di seguito: il Tribunale). Nel medesimo, egli ha postulato ai fini
processuali, la concessione dell’effetto sospensivo al ricorso, nonché di
ordinare alle autorità preposte all’esecuzione dell’allontanamento, di
attendere l’esito della decisione in merito all’effetto sospensivo, prima di
adottare delle misure d’allontanamento. Nel merito, ha chiesto a titolo
principale l’annullamento della decisione impugnata, che venga constatata
la competenza della Svizzera e che la domanda d’asilo dell’interessato sia
materialmente esaminata nel predetto Paese; ed a titolo eventuale la
restituzione degli atti alla SEM per un nuovo esame della causa.
Contestualmente, ha concluso alla concessione dell’assistenza giudiziaria,
nel senso dell’esenzione dal versamento delle spese processuali e del
relativo anticipo.
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I.
Il 10 marzo 2021 il richiedente è scomparso dal Centro di attribuzione ove
alloggiava (cfr. atto SEM n. 67/1).
J.
Con scritto del 12 marzo 2021 (recte: 15 marzo 2021, cfr. busta dell’invio
raccomandato; data d’entrata: 16 marzo 2021), la rappresentante legale
del ricorrente ha trasmesso copia del F2 del (...) della visita medica
effettuata dal ricorrente in medesima data. Di tale documentazione si dirà,
per quanto necessario, dappresso.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.

Considerations:
Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi).
Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in
virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5
PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra
dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato costituisce una decisione ai
sensi dell’art. 5 PA.
Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è
particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di
essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 3 LAsi), alla forma e al
contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso.
2.
Il ricorso è stato inoltrato in tedesco, allorché la decisione impugnata è
stata redatta in italiano. Non essendovi ragioni per scostarsi dalla regola
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sancita all’art. 33a cpv. 2 PA, applicabile per rimando dell’art. 6 LAsi e
dell’art. 37 LTAF, la sentenza segue la lingua della decisione impugnata.
3.
Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti.
4.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente
rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi
addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della
decisione impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1
consid. 2). Inoltre si osserva come il Tribunale, adito con un ricorso contro
una decisione di non entrata nel merito di una domanda d’asilo, si limita ad
esaminare la fondatezza di una tale decisione (cfr. DTAF 2012/4
consid. 2.2; 2009/54 consid. 1.3.3; 2007/8 consid. 5).
5.
5.1 Nel provvedimento sindacato, l’autorità di prime cure, ha in primo luogo
osservato come le dichiarazioni rilasciate dal ricorrente nel corso del
colloquio Dublino, non siano atte a confutare la competenza dell’Italia per
il seguito della sua procedura d’asilo e di allontanamento. Invero, in
particolare nel precitato Paese avrebbe potuto beneficiare del trattamento
della sua domanda d’asilo secondo una procedura giusta ed equa, in
conformità con il diritto europeo ed internazionale pertinente. Peraltro, il
diniego di una domanda d’asilo, così come la decisione di rinvio con la
conseguente minaccia di una detenzione, non rimetterebbero parimenti in
questione la competenza delle autorità italiane in merito. In secondo luogo,
l’autorità inferiore ha escluso che nello Stato di destinazione sussistano
carenze sistemiche ai sensi dell’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, o un
rischio di trattamenti contrari all’art. 3 CEDU (RS 0.101), o all’art. 4 della
Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del
18.12.2000, di seguito: CartaUE), o ancora di violazione del principio del
divieto di respingimento. Inoltre, come sarebbe stato giudicato anche nella
sentenza coordinata del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019,
l’accesso ad una procedura rispettosa del Regolamento Dublino così come
a condizioni di vita minime, sarebbe garantito di principio in Italia. In terzo
luogo la SEM ha negato l’esistenza di motivi che imporrebbero
l’applicazione delle clausole discrezionali ex art. 16 par. 1 e 17 par. 1
Regolamento Dublino III. Quest’ultima poiché in specie non si ravviserebbe
alcuna violazione dell’art. 8 CEDU, essendo che in Italia risiederebbe la
figlia del ricorrente, con la quale egli, in caso di trasferimento verso il
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succitato Stato membro, sarebbe libero di ricongiungersi. Da ultimo, la
SEM ha considerato che né le allegazioni dell’insorgente presentate nel
corso del colloquio Dublino, né il suo stato di salute – che non
permetterebbe di qualificarlo né quale persona particolarmente vulnerabile,
né di particolare gravità da risultare ostativa al suo trasferimento – non
risulterebbero essere motivi fondanti l’applicazione dell’art. 29a cpv. 3
dell’ordinanza 1 sull’asilo relativa a questioni procedurali (OAsi 1,
RS 142.311).
5.2 Nel suo ricorso, l’insorgente contesta in un primo tempo la competenza
dell’Italia per la trattazione del seguito della sua procedura d’asilo. A mente
sua, non vi sarebbe stata invero sino ad ora alcuna risposta italiana circa il
soggiorno o lo statuto di soggiorno dell’interessato nel succitato Paese.
Inoltre, la richiesta di ripresa in carico del ricorrente sarebbe carente ex
art. 22 segg. Regolamento Dublino III. Difatti, la stessa si sarebbe basata
unicamente sulle dichiarazioni dell’interessato nonché su quelle
comunicate dalle autorità (...), che si fonderebbero però esclusivamente su
quanto allegato dall’insorgente stesso. Mancherebbe inoltre un riscontro
Eurodac per il ricorrente nei confronti dell’Italia. In tali circostanze,
l’importanza della correttezza delle informazioni trasmesse alle autorità
italiane da parte della Svizzera, sarebbe ancora maggiore, ciò che però
non sarebbe avvenuto in specie. Questo in quanto nella domanda di
ripresa in carico verrebbero citate erroneamente le autorità (...), con le quali
il ricorrente non avrebbe avuto alcun contatto. Per questi motivi, la stessa
non sarebbe stata comprensibile per le autorità italiane stesse. In più,
anche l’informativa successiva circa il termine per la competenza si
fonderebbe su dati scorretti, che in seguito sarebbe pure dovuta essere
rettificata dall’autorità svizzera preposta. La Svizzera avrebbe pertanto
dovuto inoltrare una corretta richiesta di ripresa in carico all’Italia entro il
termine di tre mesi, ciò che non sarebbe avvenuto in specie e quindi l’Italia
non sarebbe competente per la trattazione della domanda d’asilo del
ricorrente e si sarebbe dovuto entrare nel merito della stessa.
In un secondo tempo, citando anche alcuni rapporti di organismi nazionali
ed internazionali, così come di giurisprudenza dello scrivente Tribunale, il
ricorrente ritiene d’un canto che la SEM avrebbe dovuto verificare se
un’interruzione del trattamento per le patologie di cui egli soffre in Italia,
possa avere degli effetti negativi, oltreché l’autorità inferiore non avrebbe
investigato sufficientemente sulle sue problematiche psichiche. D’altro
canto, l’autorità inferiore avrebbe dovuto richiedere all’Italia le garanzie per
persone particolarmente vulnerabili, non potendo del resto escludere per il
ricorrente, che il medesimo possa essere sottoposto ad un trattamento
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proibito ai sensi dell’art. 3 CEDU, nel caso di un suo trasferimento in Italia.
Invero, egli non avrebbe alcun accesso al sistema di salute italiano, non
detenendo un luogo di domicilio, essenziale per l’ottenimento della tessera
sanitaria, essendo stato allontanato dall’Italia. In più, egli dovrebbe
sopportare dei costi, come i cittadini italiani, che però non potrebbe
permettersi vista la sua situazione finanziaria, non essendogli di convesso
possibile ottenere fattivamente i medicamenti e le cure di cui
necessiterebbe. Ultimamente, a causa delle circostanze dovute alla
pandemia del coronavirus (detto anche Covid-19), la situazione italiana dal
profilo dell’accesso alle infrastrutture mediche come pure alla vita pubblica
si sarebbero ulteriormente aggravate. Non potrebbero in tale contesto
neppure essere seguite le considerazioni della SEM circa le cure, che
risulterebbero necessarie a causa dell’epatite C di cui soffrirebbe
l’insorgente, che avrebbe ricevuto in Italia quest’ultimo. Questo in quanto
le stesse sarebbero state ottenute – come dalle dichiarazioni espresse
durante il colloquio Dublino dall’interessato – soltanto nel periodo della sua
incarcerazione, non potendo per il resto la SEM porre a fondamento della
sua valutazione, il certificato medico del (...), poiché il suo contenuto non
equivarrebbe a delle asserzioni rilasciate dal ricorrente nel corso di
un’audizione. Per il controllo della viremia dell’epatite C, egli avrebbe
necessitato di diversi consulti medici, ed avrebbe pure a tale scopo una
visita medica prevista per il (...), di cui invierà la documentazione pertinente
non appena a disposizione. Ciò che dimostrerebbe, a differenza di quanto
sosterrebbe a torto l’autorità inferiore, che l’insorgente dovrebbe
beneficiare di una continuazione delle cure e di una medicazione apposita.
A fronte dei succitati elementi, si ravviserebbe una violazione dell’art. 3
CEDU, in caso di trasferimento del ricorrente in Italia. Inoltre lui avrebbe
dichiarato più volte nel corso di procedura di soffrire di problemi psichici, e
vi sarebbe un consulto previsto in tal senso (verosimilmente pure il [...]),
anche se non segnalato nelle insorgenze di causa. Sul punto la SEM
avrebbe violato il suo obbligo di accertare sufficientemente i fatti rilevanti.
Anche circa le violenze fisiche e psichiche subite dal richiedente in Italia,
l’autorità inferiore avrebbe dovuto investigare maggiormente, viste pure le
problematiche della personalità ed i problemi psichici asseriti
dall’insorgente. Neanche circa la conclusione in merito all’art. 8 CEDU,
potrebbe essere seguita l’argomentazione proposta dall’autorità inferiore
nella decisione impugnata, in quanto il ricorrente, sarebbe sottoposto ad
un’espulsione, nel caso di un suo rientro in Italia.
6.
6.1 Nel ricorso vengono sollevate delle censure formali, ovvero che
l’autorità inferiore avrebbe stabilito i fatti rilevanti per la causa in modo
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inesatto ed incompleto sia dal profilo dello stato di salute dell’insorgente
sia da quello delle violenze che egli avrebbe subito durante il suo arresto
in Italia, che appare giudizioso analizzare d’ingresso, in quanto potrebbero
condurre alla cassazione della decisione impugnata.
6.2 Nelle procedure d’asilo ‒ così come nelle altre procedure di natura
amministrativa ‒ si applica il principio inquisitorio. Ciò significa che l’autorità
competente deve procedere d’ufficio all’accertamento esatto e completo
dei fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi; art. 12 PA). In concreto, essa
deve procurarsi la documentazione necessaria alla trattazione del caso,
chiarire le circostanze giuridiche ed amministrare a tal fine le opportune
prove a riguardo. Il principio inquisitorio non dispensa comunque le parti
dal dovere di collaborare all’accertamento dei fatti ed in modo particolare
dall’onere di provare quanto sia in loro facoltà e quanto l’amministrazione
o il giudice non siano in grado di delucidare con mezzi propri (art. 13 PA ed
art. 8 LAsi; DTAF 2019 I/6 consid. 5.1). Quando in sede ricorsuale vengono
identificate delle carenze nell’accertamento dei fatti il caso va di principio
retrocesso all’autorità di prima istanza, di modo che questa possa
procedere ad un nuovo e completo accertamento dei fatti (cfr.
MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, Prozessieren vor dem Bundesverwaltungs-
gericht, 2a ed. 2013, n. 2.191, sentenze del Tribunale D-3567/2019 del
29 novembre 2019 consid. 5.2 e D-1443/2016 del 22 febbraio 2017
consid. 4.2). Una violazione del principio inquisitorio non implica in ogni
caso l’automatica retrocessione degli atti all’autorità inferiore, dal momento
che il Tribunale resta libero di raccogliere gli elementi necessari al giudizio
se una tale soluzione appare giudiziosa per ragioni di economia
procedurale (cfr. DTAF 2019 I/6 consid. 5.2; 2012/21 consid. 5.1).
6.3 Sebbene nel diritto amministrativo la parte abbia di principio il diritto di
richiedere l’assunzione di prove all’autorità (art. 33 cpv. 1 PA), una tale
richiesta deve vertere su fatti suscettibili d’influenzare l’esito della
procedura e che non si evincono già dall’incarto (cfr. DTF 131 I 153,
consid. 3; sentenza del Tribunale amministrativo federale A-3056/2015 del
22 dicembre 2016 consid. 3.1.3). Il principio inquisitorio non impedisce
d’altro canto all’autorità di procedere ad un apprezzamento anticipato delle
prove offerte (« antizipierte Beweiswürdigung »), e di negarne l’assunzione
ove le stesse appaiano chiaramente ininfluenti ai fini del giudizio, non
potendo in altri termini condurla a modificare la propria opinione (cfr.
DTF 134 I 140 consid. 5.3; sentenza del Tribunale federale 1C_179/2014
del 2 settembre 2014 consid. 3.2; sentenza del Tribunale amministrativo
federale A-6515/2010 del 19 maggio 2011 consid. 4.3; TANQUEREL, Manuel
de droit administratif, 2011, n. 1552 con rinvii). Procedendo in tal senso in
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modo non arbitrario, l’autorità può porre un termine all’istruzione (cfr.
DTF 133 II 384 consid. 4.2.3 con rinvii; sentenza del Tribunale federale
2C_720/2010 del 21 gennaio 2011 consid. 3.2.1; sentenze del Tribunale
D-6763/2018 dell’11 giugno 2020 consid. 9 e A-7392/2014
dell’8 agosto 2016 consid. 3.4.2.2). Per il resto, v’è da rammentare che di
principio le autorità svizzere non sono tenute a prendere in considerazione
il potenziale insorgere di ulteriori affezioni non ancora diagnosticate o
sospettate, essendo determinante lo stato di fatto presente al momento
della decisione (cfr. DTAF 2012/21 consid. 5.1; 2010/44 consid. 3.6).
6.4 Nel caso in disamina, il Tribunale osserva che la SEM non aveva, al
momento in cui ha statuito, alcuna obbligazione di istruire maggiormente
la situazione medica del ricorrente. A tenore dei numerosi documenti
medici all’inserto (cfr. atti SEM n. 22/2, n. 23/2, n. 28/2, n. 29/1, n. 33/2,
n. 38/2 e n. 43/2), i quali descrivono in modo dettagliato e chiaro lo stato di
salute dell’insorgente, l’autorità inferiore poteva senz’altro fondare la sua
convinzione e le sue conclusioni in merito allo stesso, potendo partire
dall’assunto che le problematiche lamentate dall’insorgente fossero state
sufficientemente acclarate. Tale conclusione è peraltro sostenuta
dall’evenienza che per il ricorrente non fosse previsto alcun ulteriore
appuntamento futuro (cfr. atto SEM n. 56/1). Riguardo allo stato psichico
del ricorrente, a parte le dichiarazioni generiche dello stesso contenute nel
colloquio Dublino, di soffrire di un disturbo di personalità – riscontrabile
anche quale diagnosi in un unico certificato medico (cfr. F2 del [...], atto
SEM n. 22/2), senza però alcun seguito o trattamento di sorta – e che in
passato in Italia, sarebbe caduto in depressione e nella droga (cfr. atto
SEM n. 20/3), non v’è nelle insorgenze di causa – a differenza di quanto
sostenuto nel gravame dal ricorrente e nel suo scritto del 15 marzo 2021 –
alcun ulteriore cenno né da parte di quest’ultimo, né riscontrabile nella
diversa documentazione medica, di problematiche a livello psichico
dell’insorgente. Neppure si evince dagli atti all’inserto che il medesimo
avrebbe un appuntamento per indagare queste ultime, come segnalato nel
ricorso dall’insorgente, non essendo del resto né dal F2 del (...) (cfr. atto
SEM n. 43/2), né dal F2 del (...) (inoltrato dalla rappresentante legale del
ricorrente con scritto del 15 marzo 2021) deducibile alcuna segnalazione
in tal senso da parte del ricorrente durante le consultazioni, né annotata
dal medico curante. Per quanto poi attiene la diagnosi di epatite C, la
stessa risulta essere già stata trattata in precedenza, ed a differenza di
quanto sostenuto nel gravame dal ricorrente, appare essere stata
adempiuta, secondo le sue stesse indicazioni espresse più volte nel
contesto dei consulti medici, in Italia (cfr. atti SEM n. 22/2, n. 23/2, n. 28/2
e n. 43/2). Nell’ambito del controllo ematico già effettuato in passato dal
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ricorrente (cfr. atto SEM n. 23/2), si evince che la viremia per l’epatite C
risulta essere minore di 15, e non è stato necessario impostare alcuna
terapia per la medesima, neppure nelle ultime visite mediche effettuate in
tal senso dall’insorgente in data (...) e (...) (cfr. atti SEM n. 28/2, n. 29/1,
n. 38/2 e n. 43/2). Visto tale quadro chiaro, anche dal profilo della diagnosi
dell’epatite C, agli occhi del Tribunale non vi sono degli elementi indicanti
che con l’eventuale controllo del sangue per determinare la carica virale
relativa alla diagnosi di epatite C trattata (come segnalato nel F2 del [...]),
la stessa possa subire dei mutamenti, rispetto a quanto già accertato
medicalmente in precedenza. Neppure dall’ulteriore visita medica,
adempiuta il (...), si evince nulla di nuovo circa lo stato di salute del
ricorrente, a parte le preoccupazioni espresse dal medesimo riguardo alle
cisti renali già esaminate in Italia, e per le quali – a differenza di quanto
sostenuto nel suo scritto del 15 marzo 2021 dal rappresentante legale –
non è stato previsto alcun seguito medico. Pertanto, a fronte degli elementi
succitati, non risulta neppure necessario ai fini del giudizio, attendere
alcuna documentazione supplementare da parte del rappresentante legale
dell’insorgente, potendo partire dal presupposto che la documentazione
medica agli atti fosse completa ed esatta, anche dal profilo delle patologie
e della gravità delle stesse, al momento dell’emanazione della decisione
avversata, come dai principi sopra esposti (cfr. consid. 6.2 e 6.3).
6.5 Nella sua impugnativa, il ricorrente rimprovera inoltre all’autorità
inferiore di avere stabilito in modo incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
anche in relazione ai suoi asserti di aver subito della violenza fisica e
psicologica durante il suo soggiorno in un centro di espulsione italiano. In
merito, tuttavia, il Tribunale ritiene che il ricorrente, al di là di allegazioni
generiche offerte nel corso del colloquio Dublino, non abbia apportato
alcun elemento concreto e fondante un maggior approfondimento di tale
tematica da parte dell’autorità inferiore, neppure con il ricorso, malgrado
ne avesse la possibilità. Inoltre, a differenza di quanto sostenuto dalla
rappresentante legale dell’insorgente nel gravame, se effettivamente il
medesimo, che è stato rappresentato legalmente durante tutto il suo iter
procedurale da una persona cognita in diritto, avesse disposto di un video
probante le stesse violenze – peraltro appare che tale video sia stato posto
in relazione dall’interessato unicamente con l’asserita mancanza di acqua
e di sovraffollamento in un campo e non di violenze subite – avrebbe
dovuto, in ordine al suo obbligo di collaborare, produrlo, se riteneva
potesse essere rilevante per la sua causa.
6.6 Alla luce di quanto sopra, le censure formali, destituite di ogni fonda-
mento, sono quindi da respingere.
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Pagina 12
7.
7.1 Procedendo nell’analisi, v’è da determinare se la SEM era fondata, a
fare applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi, disposizione che prevede
che la predetta autorità di norma non entra nel merito di una domanda di
asilo se il richiedente può partire alla volta di uno Stato terzo cui compete,
in virtù di un trattato internazionale, l’esecuzione della procedura d’asilo e
d’allontanamento.
7.2 Prima di applicare la precitata disposizione, la SEM esamina la
competenza relativa al trattamento di una domanda di asilo secondo i criteri
previsti dal Regolamento Dublino III. Se in base a questo esame è
individuato un altro Stato quale responsabile per l’esame della domanda di
asilo, la SEM pronuncia la non entrata nel merito previa accettazione,
espressa o tacita, di presa in carico del richiedente l’asilo da parte dello
Stato in questione (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2).
7.3 Ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di
protezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia
quello individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15). La
procedura di determinazione dello Stato membro competente è avviata
non appena una domanda di protezione internazionale è presentata per la
prima volta in uno Stato membro. Nel caso di una procedura di ripresa in
carico (inglese: take back) – come nel caso in parola – di principio non
viene effettuato un nuovo esame di determinazione dello Stato membro
competente secondo il capo III (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1;
sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea [CGUE] nelle cause
riunite C-582/17 e C-583/17 [Grande Sezione] del 2 aprile 2019, par. 67 e
68).
7.4 Giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile
trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato
come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che
sussistono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle
condizioni di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un
trattamento inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000; di seguito:
CartaUE), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione
dello Stato membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo
III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato come
competente.
D-1061/2021
Pagina 13
7.5 Lo Stato membro è tenuto a riprendere in carico – alle condizioni di cui
agli art. 23, 24, 25 e 29 – un cittadino di un paese terzo o un apolide del
quale è stata respinta la domanda e che ha presentato una domanda in un
altro Stato membro o che si trova nel territorio di un altro Stato membro
senza un titolo di soggiorno (art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III).
7.6
7.6.1 Nel caso in narrativa, sia le informazioni ottenute dalla SEM presso
le autorità (...) (cfr. atti SEM n. 41/2 e n. 42/2), che le dichiarazioni e la
documentazione presentate dall’interessato (cfr. atti SEM n. 14/10, p.to
2.02, pag. 4; n. 20/3 e n. 24/6), hanno potuto confermare che il ricorrente
ha vissuto almeno sino all’(...) del (...) in Italia, ove avrebbe presentato
pure una domanda d’asilo, ed avrebbe ricevuto un decreto di espulsione
datato (...), a seguito della condanna per (...) – dopo un primo
provvedimento emanato nei confronti del medesimo in data (...), a cui però
non avrebbe dato seguito – (cfr. atto SEM n. 24/6). Malgrado l’insorgente
fosse stato reso edotto nel medesimo provvedimento che gli fosse fatto
divieto di rientrare e soggiornare nello spazio Schengen, prima che siano
decorsi (...) anni dalla data del suo effettivo allontanamento dallo Stato
italiano, salvo che ottenga un’autorizzazione speciale da parte del (...)
italiano (cfr. atti SEM n. 16/2 e n. 24/6), tuttavia egli si è recato in
C._, depositandovi una domanda d’asilo il (...) (cfr. atti SEM n. 11/1,
n. 20/3 e n. 41/2). A tal proposito, le autorità (...) hanno inoltre rilevato che
le omologhe italiane sarebbero quelle competenti per la ripresa in carico
dell’insorgente, come peraltro da loro richiesto espressamente con
comunicazione del (...), a cui è seguita una seconda informativa circa una
proroga del termine per il trasferimento del richiedente vista la sua
scomparsa in data (...) (cfr. atto SEM n. 41/2). A fronte di tali insorgenze,
l’autorità inferiore ha richiesto la ripresa in carico del ricorrente all’Italia ai
sensi dell’art. 18 par. 1 lett. d del Regolamento Dublino III in data
15 gennaio 2021 (cfr. atti SEM n. 44/5, n. 45/1 e n. 46/3), quindi entro il
termine di tre mesi disposto dall’art. 23 par. 2 secondo comma
Regolamento Dublino III. Non avendo risposto entro il termine previso
all’art. 25 par. 1 Regolamento Dublino III, la stessa equivale ad
un’accettazione tacita della richiesta da parte italiana, e comporta per
l’Italia l’obbligo di riprendere in carico il richiedente, compreso l’obbligo di
adottare disposizioni appropriate all’arrivo dello stesso (cfr. art. 25 par. 2
Regolamento Dublino III). Di conseguenza, come comunicato dall’autorità
svizzera preposta – anche se risultante un’informazione che è stata
corretta in seguito dalla stessa – (cfr. atti SEM n. 51/1, n. 52/3 e n. 59/1),
la competenza dell’Italia è di principio data a far tempo dal (...).
D-1061/2021
Pagina 14
7.6.2 Nel contesto sopra delineato, il Tribunale non può seguire le censure
mosse nel ricorso circa l’incompetenza dell’Italia in specie. Invero, il fatto
che la richiesta di ripresa in carico dell’insorgente da parte elvetica alle
autorità italiane sarebbe fondata unicamente sulle informazioni delle
autorità (...) così come sulle dichiarazioni rese dal medesimo ricorrente, e
non vi sarebbe invece un pertinente riscontro Eurodac agli atti, non è un
elemento atto a porre in discussione la competenza dell’Italia nella
continuazione della procedura d’asilo e d’allontanamento dell’insorgente.
Secondo quanto dispone l’art. 23 par. 2 Regolamento Dublino III, la ripresa
in carico può difatti basarsi su prove diverse dai dati ottenuti dal sistema
Eurodac. Per di più, tale censura appare pretestuosa, in quanto è lo stesso
ricorrente che, sia alle autorità elvetiche che alle autorità (...), ha dichiarato
in vari momenti sia della sua procedura dinanzi all’autorità di prima istanza,
che nel suo ricorso, di aver soggiornato in Italia per svariati anni –
producendo anche delle prove a supporto – prima di recarsi in C._
ed in seguito in Svizzera. Non può neppure essere seguita
l’argomentazione espressa nel gravame, circa l’incompetenza dell’Italia, a
causa di una richiesta di ripresa in carico carente da parte della Svizzera.
Invero, la sola evenienza dell’errore di citazione nelle informazioni di cui
alla richiesta di ripresa in carico del (...) (invece che “autorità [...]” è stato
trascritto due volte “autorità [...]”; cfr. atto SEM n. 44/5), che risulta essere
manifestamente un refuso, ed in presenza di tutti gli altri dati e mezzi di
prova corretti forniti dalle autorità elvetiche, non può assurgere ad
elemento fondante un’invalidazione della stessa domanda di ripresa in
carico. La medesima risultava peraltro sufficientemente comprensibile
anche alle autorità italiane, le quali per il resto non soltanto disponevano
della richiesta e documentazione inviate dalle autorità svizzere, ma già in
precedenza anche della documentazione trasmessa loro dall’C._.
8.
8.1 Per quanto attiene la situazione vigente in Italia, il Tribunale rileva
dapprima come detto Paese è legato dalla CartaUE e firmataria, della
CEDU, della Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre
pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105),
della Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv.
rifugiati, RS 0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del
31 gennaio 1967 (RS 0.142.301) e ne applica, a tale titolo, le disposizioni.
Pertanto, il rispetto della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il
diritto alla trattazione della propria domanda secondo una procedura giusta
ed equa ed una protezione conforme al diritto internazionale ed europeo,
è presunto da parte dello Stato in questione (cfr. direttiva 2013/32/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure
D-1061/2021
Pagina 15
comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione
internazionale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva 2013/33/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme
relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale [di seguito:
direttiva accoglienza]).
8.2 La succitata presunzione non è tuttavia assoluta e può essere
confutata in presenza di violazioni sistemiche delle garanzie minime
previste dall’Unione europea o dal diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9
consid. 6; sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo [di seguito:
CorteEDU] M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gennaio 2011, 30696/09)
o di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale Stato non
rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid. 7.4 e
7.5).
8.3 Nella fattispecie, non vi sono innanzitutto fondati motivi di ritenere che
sussistano carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni
di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un trattamento
inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della CartaUE (cfr. art. 3 par. 2 2a
frase Regolamento Dublino III). Invero, la CorteEDU, nei casi di
trasferimenti di persone verso l’Italia, ha a più riprese ribadito che la
situazione non può essere confrontata con quella relativa alla Grecia e
constatata nella sentenza M.S.S. contro Belgio e Grecia del
21 gennaio 2011 succitata ed ha finora sempre negato l’esistenza di
carenze sistemiche in Italia (cfr. sentenze CorteEDU Jihana Ali e altri contro
Svizzera e Italia del 27 ottobre 2016, 30474/14, par. 33; A.S. contro
Svizzera del 30 giugno 2015, 39350/13, par. 36; A.M.E. contro Paesi Bassi
del 13 gennaio 2015, 51428/10; Tarakhel contro Svizzera del
4 novembre 2014, 29217/12). Del resto, seppure le recenti evoluzioni nel
sistema italiano, alcune anche delineate nel ricorso dall’insorgente,
prevedano un certo numero di ostacoli suscettibili di impedire l’accesso
immediato dei richiedenti alla procedura d’asilo ed al sistema di
accoglienza, non consentono di rimettere in discussione in modo
generalizzato l’assunto sopra evocato circa la mancanza di carenze
sistemiche nel sistema d’accoglienza italiano (cfr. sentenza di riferimento
del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019 [prevista per la
pubblicazione nelle DTAF] consid. 6; recentemente anche le sentenze del
Tribunale D-529/2021 del 10 febbraio 2021 e F-4872/2020 del
5 novembre 2020 consid. 4.2). La giurisprudenza precitata, si applica a
fortiori all’ora attuale, vista l’entrata in vigore, il 20 dicembre 2020, del
decreto-legge n. 130/2020 del 21 ottobre 2020 (convertito in legge il
18 dicembre 2020, cfr. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie
D-1061/2021
Pagina 16
generale, n. 261 del 21.10.2020), il quale ha come obiettivo in particolare
il miglioramento delle condizioni generali d’accoglienza dei richiedenti
l’asilo e la situazione di persone vulnerabili trasferite verso l’Italia (cfr. nello
stesso senso le sentenze del Tribunale F-542/2021 dell’11 febbraio 2021
consid. 3.2 e F-316/2021 del 29 gennaio 2021 consid. 4.2), ed
apporterebbe anche delle modifiche al decreto-legge n. 113/2018 del
4 ottobre 2018 sulla sicurezza e immigrazione (comunemente conosciuto
come “decreto Salvini”). Alla luce di tali considerazioni, non possono
pertanto essere seguite le critiche generiche mosse al sistema
d’accoglienza italiano proposte nel ricorso, le quali peraltro si basano
sull’assetto d’accoglienza in materia d’asilo vigente ancora sotto il “decreto
Salvini”, che risulta però essere superato come già sopra enucleato. Da
ultimo, la circostanza addotta dall’insorgente nel colloquio Dublino di
essere stato posto in un Centro ove vi era carenza d’acqua e sovraffollato,
rimanendo delle mere allegazioni di parte, per nulla sostanziate con
elementi concreti, non sono atte a mutare la conclusione sopra esposta
circa la mancanza di violazioni sistemiche nel sistema d’accoglienza
italiano. Di conseguenza, l’applicazione dell’art. 3 par. 2 2a frase
Regolamento Dublino III, non si giustifica in specie.
9.
9.1 Ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 dell’ordinanza 1 sull’asilo relativa a
questioni procedurali (OAsi 1, RS 142.311), disposizione che concretizza
in diritto interno svizzero la clausola di sovranità (art. 17 par. 1
Regolamento Dublino III), se “motivi umanitari” lo giustificano, la SEM può
entrare nel merito della domanda anche qualora giusta il Regolamento
Dublino III un altro Stato sarebbe competente per il trattamento della
domanda. La SEM, nell’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, dispone di
potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.). Al contrario, se
il trasferimento del richiedente nel paese di destinazione contravviene ad
una norma imperativa del diritto internazionale, tra cui quelle della CEDU,
l’autorità inferiore è obbligata ad applicare la clausola di sovranità e ad
entrare nel merito della domanda d’asilo ed il Tribunale dispone di potere
di controllo al riguardo (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8.2.1).
9.2 All’occorrenza, l’insorgente, non ha dimostrato il mancato rispetto del
divieto di respingimento da parte dell’Italia, e dunque che il predetto Stato
membro verrebbe meno ai suoi obblighi internazionali rinviandolo in un
Paese dove la sua vita, integrità corporale o libertà sarebbero seriamente
minacciate o da dove rischierebbe di essere respinto in un tale Paese, né
tantomeno l’esistenza di un rischio di contravvenzione della direttiva
procedura. Invero, anche se il ricorrente ha ricevuto un decreto
D-1061/2021
Pagina 17
d’espulsione da parte dell’Italia ed un corrispettivo divieto di entrata nello
Spazio Schengen, non ha portato alcun elemento concreto atto a confutare
le conclusioni succitate, in quanto la sola evenienza del decreto
d’espulsione – peraltro legittima essendo l’Italia uno Stato di diritto che può
adottare le relative misure d’allontanamento legalmente previste a seguito
di infrazioni commesse sul suo territorio – non è di per sé probante del
mancato rispetto dell’Italia dei suoi impegni ed obblighi internazionali. Egli
nemmeno ha fornito elementi concreti atti a comprovare che le sue
condizioni di vita o la sua situazione personale sarebbero tali da
contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU o all’art. 3 Conv.
tortura in caso di esecuzione del trasferimento in Italia. A tal proposito, i
timori espressi dall’insorgente nel corso del colloquio Dublino che in caso
di rientro in Italia rischierebbe degli anni di carcere, poiché avrebbe ricevuto
un decreto d’espulsione, non sono atti a mutare la conclusione sopra
esposta. Questo in quanto, anche nel caso in cui le autorità italiane
dovessero intraprendere le misure punitive previste legalmente e
comunicate al ricorrente nel decreto d’espulsione del (...), ovvero di una
reclusione da (...) a (...) con nuova espulsione ed accompagnamento
immediato alla frontiera per trasgressione del divieto di entrata nello spazio
Schengen (dopo l’emanazione del decreto), né la pena, né la misura
d’allontanamento contravverrebbero ai disposti normativi succitati. Peraltro
il ricorrente non ha allegato, e men che meno dimostrato, che le autorità
italiane avrebbero misconosciuto i suoi diritti procedurali nel corso dell’iter
penale intrapreso per punire i reati da lui commessi. In tal senso, neppure
può essere seguita la censura ricorsuale ove si evidenzia che non verrebbe
rispettato l’art. 8 CEDU in caso di rinvio in Italia dell’interessato, in quanto
egli rischierebbe un’espulsione dal medesimo Paese (cfr. p.to 21, pag. 9
del ricorso), poiché il ricorrente non apporta alcun elemento serio e
concreto atto a stabilire che le autorità italiane non ne avrebbero tenuto
conto nelle loro decisioni d’allontanamento dell’insorgente, né che non lo
farebbero in futuro. Se tuttavia egli dovesse ritenere, una volta rientrato in
Italia, che in quest’ultima i suoi diritti risultino in qualche modo lesi,
apparterrà al ricorrente di rivolgersi alle autorità italiane preposte per far
valere i medesimi. Le mere allegazioni generiche di aver subito della
violenza fisica e psicologica durante la permanenza nel centro di
espulsione italiano – peraltro l’insorgente né nel corso del colloquio
Dublino, come neppure nel gravame, esplicita chi sarebbero le persone, se
terzi o membri delle autorità, che avrebbero perpetrato le asserite violenze
– non è atta a mutare la conclusione sopra esposta. A tal proposito, occorre
inoltre rammentare che l’Italia è uno Stato di diritto che dispone di
un’autorità di polizia e di un sistema giudiziario funzionanti, capaci di offrire
una protezione adeguata contro delle concrete violenze provenienti da
D-1061/2021
Pagina 18
terzi, ai quali anche l’interessato potrà indirizzarsi, non essendo peraltro
stato apportato alcun elemento che permetta di ritenere che le medesime
non avrebbero preso delle misure di protezione in favore del ricorrente, se
egli avesse denunciato i fatti alle autorità italiane e ne avesse fatta
richiesta. Neppure le asserite mancanza d’acqua e sovraffollamento che
avrebbe patito l’insorgente quali conseguenze in un campo italiano (cfr. atto
SEM n. 20/3), non essendo supportate da alcun indizio oggettivo, serio e
concreto, non risultano essere indicatori sufficienti per dimostrare che il suo
trasferimento in tale Stato membro gli farebbe effettivamente correre il
rischio che i suoi bisogni esistenziali minimi non siano soddisfatti come
previsto dalla direttiva accoglienza, e ciò, in modo durevole e senza
prospettiva di miglioramento, al punto che occorrerebbe rinunciare a tale
trasferimento. Da ultimo, nemmeno quanto in parte sollevato nel colloquio
Dublino dal ricorrente ed esposto in seguito largamente nel ricorso circa la
sua impossibilità d’accesso al sistema di salute italiano, nonché di
procurarsi i medicamenti che gli necessiterebbero in Italia, non risultano
convincenti agli occhi del Tribunale. Ciò poiché, a parte quanto già sopra
evidenziato riguardo alle mutazioni legislative messe in atto in materia
d’accoglienza dei richiedenti l’asilo da parte della vicina Penisola (cfr. supra
consid. 8.3), le dichiarazioni in merito esposte nel corso del colloquio
Dublino dal ricorrente risultano essere incoerenti. Difatti, se d’un canto egli
ha affermato che non avrebbe mai beneficiato di una tessera sanitaria in
Italia e per questo egli non avrebbe potuto curarsi su suolo italiano, d’altro
canto ha invece asserito che egli avrebbe detenuto la tessera sanitaria per
un anno, dovendo in seguito (dal [...]) comprare i farmaci sul mercato nero.
Ha peraltro pure allegato di aver ricevuto delle cure mediche allorché si
sarebbe trovato in carcere, ovvero secondo i suoi asserti nel periodo dal
(...) al (...). Ora, per quanto attiene la tessera sanitaria italiana, appare
dalla sue stesse dichiarazioni che il fatto che egli non l’avrebbe più ricevuta,
sia in concreto imputabile non ad una qualche carenza delle autorità
italiane o del sistema d’accoglienza italiano, bensì al fatto che il richiedente
non si sia più voluto indirizzare alle predette, non volendo più rinnovare il
suo permesso di soggiorno su suolo italiano, soggiornandovi in seguito
sullo stesso illegalmente, essendo stata sua intenzione primaria rientrare
nel suo Paese d’origine nel (...) (cfr. atto SEM n. 20/3). Inoltre si desume
dalle insorgenze di causa, che egli sia stato trattato con successo in Italia
per l’infezione da epatite C, con successivi regolari controlli ematici della
viremia (cfr. atti SEM n. 22/2, n. 23/2, n. 28/2 e n. 43/2). Pertanto, nulla
nelle considerazioni esposte dal ricorrente in proposito nel gravame,
risultano a sostegno del fatto che egli non abbia avuto accesso in passato,
allorché necessitante, a delle prestazioni di salute da parte dell’Italia, né
men che meno che ivi non riceverebbe gli adeguati trattamenti e cure
D-1061/2021
Pagina 19
anche in futuro. Se tuttavia, dopo il suo trasferimento in Italia, egli dovesse
essere costretto dalle circostanze a condurre un’esistenza non conforme
alla dignità umana, o se dovesse ritenere che il paese in questione viola i
suoi obblighi di assistenza nei suoi confronti, così come la direttiva
accoglienza, o in ogni altro modo leda i suoi diritti fondamentali, apparterrà
al medesimo sollevare l’eventuale violazione dei suoi diritti, utilizzando le
adeguate vie di diritto, dinanzi alle autorità dello Stato in questione (cfr.
art. 26 della direttiva accoglienza).
9.3
9.3.1 Attinente più in particolare lo stato di salute del ricorrente, occorre
ancora rilevare come la CorteEDU ha stabilito che il respingimento forzato
di persone che soffrono di problemi medici non è suscettibile di costituire
una violazione dell’art. 3 CEDU, a meno che la malattia dell’interessato non
si trovi ad uno stadio avanzato e terminale, al punto che la sua morte
appaia come una prospettiva prossima (cfr. sentenza della CorteEDU N.
contro Regno Unito del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9
consid. 7.1). A tal proposito, la CorteEDU ha successivamente precisato in
una sua sentenza, che una violazione dell’art. 3 CEDU può però anche
sussistere qualora vi siano dei seri motivi di ritenere che la persona, in
assenza di trattamenti medici adeguati nello Stato di destinazione, sarà
confrontata ad un reale rischio di un grave, rapido ed irreversibile
peggioramento delle condizioni di salute comportante delle intense
sofferenze o una significativa riduzione della speranza di vita (cfr. sentenza
della CorteEDU Paposhvili contro Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10,
§181 segg.). Per quanto concerne più nello specifico la situazione dei
richiedenti l’asilo in Italia, lo scrivente Tribunale, nella sua sentenza di
riferimento già succitata E-962/2019, ha statuito che per richiedenti l’asilo
affetti da malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche – ovvero
persone il cui stato di salute peggiorerebbe seriamente in caso
d’interruzione, anche breve, del loro trattamento – le autorità svizzere
devono richiedere delle garanzie scritte individuali e preliminari da parte
delle autorità italiane, in particolare per quanto concerne l’accesso
immediato (già all’arrivo in Italia) ad una presa in carico medica e ad un
alloggio adatti (cfr. sentenza del Tribunale E-962/2019 consid. 7.4.3). In
assenza di tali garanzie il trasferimento è da considerarsi illecito (cfr.
sentenza di riferimento E-962/2019 consid. 7.4, ed in particolare per le
persone con patologie gravi o croniche consid. 7.4.3; cfr. anche le sentenze
del Tribunale F-6021/2020 del 3 dicembre 2020 consid. 4.4, D-2497/2020
del 22 maggio 2020 consid. 10.2).
D-1061/2021
Pagina 20
9.3.2 All’occorrenza, dagli atti all’inserto si evince come all’insorgente
siano state diagnosticate le seguenti patologie: un’epatite C già trattata, e
per la quale a parte alcuni esami ematici per l’accertamento della carica
virale, non è stata intrapresa alcuna cura o trattamento farmacologico in
Svizzera. Inoltre egli presenta un disturbo della personalità (cfr. atto SEM
n. 22/2), per il quale non gli sono stati prescritti né ulteriori controlli, né
alcuna cura o trattamento; ed una steatosi epatica di grado lieve (cfr. atti
SEM n. 28/2 e n. 29/1). Altresì, per le cisti renali, già esaminate in Italia, il
medico curante non ha ritenuto dover procedere oltre o prescrivere
qualsivoglia trattamento in merito (cfr. F2 del [...]). Per quanto attiene poi
le diagnosi di esito di trauma dell’arto superiore (...) in trattamento iniziale
con (...), trattamento farmacologico che è stato in seguito scalato, come
pure del dolore al ginocchio (...) a-traumatico (per il quale gli è stato
prescritto il trattamento a base di [...], da applicare per cinque giorni),
risultano essere delle patologie fisiche che, in mancanza di indizi contrari
all’inserto e nelle allegazioni del ricorrente, sono completamente sanate nel
frattempo. Alla luce di tale quadro dello stato valetudinario dell’insorgente,
anche se non si vuole in questa sede in alcun modo minimizzarlo, non è
possibile desumere per il medesimo, uno stato di salute cagionevole a tal
punto da essere messo gravemente e irrimediabilmente a rischio da un
trasferimento verso l’Italia e/o che richiederebbe delle garanzie scritte
individuali e pregresse di presa a carico immediata da parte italiana, come
esatto dalla giurisprudenza sopra citata. In tal senso, non possono essere
seguite le censure ricorsuali tendenti al riconoscimento per l’insorgente di
una particolare vulnerabilità o della necessità per il medesimo di ricevere
un adeguato e regolare trattamento per l’epatite C, in quanto le stesse
asserzioni si scontrano con gli atti di cui all’incarto sopra esposti. Non
appare inoltre superfluo rammentare come lo stato di salute del ricorrente
verrà preso in considerazione al momento del trasferimento, e sarà
premura delle autorità competenti per l’esecuzione dell’allontanamento, di
cui non vi sono motivi fondati di dubitare, informare in maniera precisa,
dettagliata e completa le autorità italiane dell’arrivo, degli eventuali
problemi di salute dell’insorgente e dei farmaci che lo stesso all’evenienza
assume (cfr. art. 31 e 32 Regolamento Dublino III). Sia quel che sia, non è
inopportuno ricordare che l’Italia, dispone di una sufficiente infrastruttura
sanitaria (cfr. tra le tante le sentenze del Tribunale E-1026/2020
consid. 5.5; E-6298/2019 del 5 dicembre 2019 e F-4617/2019 del
14 ottobre 2019 consid. 5.3). Per di più, in qualità di Stato firmatario della
direttiva accoglienza, deve provvedere affinché i richiedenti ricevano la
necessaria assistenza sanitaria comprendente quanto meno le prestazioni
di pronto soccorso e il trattamento essenziale di malattie e di gravi disturbi
mentali e fornire la necessaria assistenza medica o di altro tipo, ai
D-1061/2021
Pagina 21
richiedenti con esigenze di accoglienza particolari, comprese, se
necessarie, appropriate misure di assistenza psichica (art. 19 par. 1 e 2
direttiva accoglienza). Anche se nella prassi l’accesso al sistema di salute
italiano può subire attualmente dei ritardi, tuttavia le prestazioni di pronto
soccorso risultano sostanzialmente essere garantite (cfr. sentenze del
Tribunale D-529/2021 del 10 febbraio 2021; E-1026/2020 del
4 marzo 2020 consid. 5.5 che giunge alla medesima conclusione della
sentenza E-962/2019 consid. 6.2.7). Anche le problematiche legate alla
pandemia di coronavirus sollevate dal ricorrente nel gravame, non
permettono di giungere ad una diversa conclusione rispetto a quella di cui
nell’impugnata decisione. La situazione attuale risulta invero solamente
una circostanza transitoria che, sebbene giustifichi una temporanea
sospensione del trasferimento, non impedisce che questo sia
effettivamente posto in essere in un ulteriore e più appropriato momento
(cfr. sentenze del Tribunale F-6195/2020 del 15 dicembre 2020,
F-1827/2020 del 9 aprile 2020, F-1622/2020 del 26 marzo 2020
consid. 2.2 e D-1282/2020 del 25 marzo 2020 consid. 5.5). Peraltro, una
sospensione temporanea dell’esecuzione del trasferimento in applicazione
del Regolamento Dublino III per dei motivi estrinsechi alla procedura non
è, di per sé, di natura tale da rimettere in causa le decisioni rese in
applicazione dei criteri di determinazione dello Stato membro responsabile
dell’esame di una domanda di protezione internazionale ai sensi del
Regolamento Dublino III (cfr. sentenza del Tribunale F-6195/2020 del
15 dicembre 2020 con ulteriore riferimento citato). Ciò posto, se il
ricorrente dovesse, dopo il suo rientro in Italia, ritenere le sue condizioni
d’esistenza e l’inazione delle autorità italiane assimilabili ad un trattamento
proibito dall’art. 3 CEDU, apparterrà al medesimo di far valere direttamente
i suoi diritti adendo le vie legali adeguate, presso le autorità competenti
dello Stato membro succitato.
9.4 Infine, nella fattispecie, dagli atti non traspaiono neppure elementi per
ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera arbitraria il suo
potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.). Non vi è
dunque motivo di applicare la clausola discrezionale di cui all’art. 17 par. 1
Regolamento Dublino III (clausola di sovranità). Di conseguenza, in
mancanza dell’applicazione di tale disposizione da parte della Svizzera,
l’Italia è competente per la presa in carico dell’insorgente in ossequio alle
condizioni poste nel Regolamento Dublino III.
10.
Di conseguenza, è quindi a giusto titolo che la SEM non è entrata nel merito
della domanda d’asilo del ricorrente, in applicazione dell’art. 31a cpv. 1
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lett. b LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso l’Italia
conformemente all’art. 44 LAsi, posto che il succitato non possiede
un’autorizzazione di soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1).
Pertanto, il ricorso deve essere respinto e la decisione dell’autorità
inferiore, che rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia
il trasferimento del ricorrente dalla Svizzera verso l’Italia, confermata.
11.
Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, le domande di
concessione dell’effetto sospensivo al medesimo, come pure di ulteriori
misure supercautelari all’indirizzo delle autorità d’esecuzione sino a
decisione riguardo alla concessione dell’effetto sospensivo, nonché di
esenzione dal versamento di un anticipo sulle spese processuali, risultano
essere senza oggetto.
12.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono la
soccombenza, sarebbero da porre a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 e
5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili
nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del
21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). Tuttavia, non essendo state le
conclusioni ricorsuali d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole
e potendo partire dal presupposto che l’insorgente sia indigente, v’è luogo
di accogliere la domanda di assistenza giudiziaria nel senso della dispensa
dal pagamento delle spese di giustizia (art. 65 cpv. 1 PA).
13.
La presente decisione non concerne una persona contro la quale è
pendente una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che ha
abbandonato in cerca di protezione, e pertanto non può essere impugnata
con ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale federale (art. 83 lett. d
cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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