Decision ID: 3cb42785-cbaa-55d1-b19e-999b8c4ee8ae
Year: 2014
Language: it
Court: TI_TCA
Chamber: TI_TCA_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: public_law
Law Sub-area: 
Label: dismissal

Facts:
ritenuto,
in fatto
A. Il cittadino italiano RI 1 (1974) è entrato in Svizzera il 2 agosto 1993 per ricongiungersi con il padre, allora residente nel nostro Paese, ottenendo a tal fine un permesso di dimora. Il 1° agosto 1998, egli è stato posto al beneficio di un'autorizzazione di domicilio, in seguito trasformata in un permesso di domicilio CE/AELS, con prossimo termine di controllo fissato per il 31 luglio 2014.
B. a. Con sentenza 11 dicembre 2012, la Corte delle assise correzionali di _ ha condannato RI 1 alla pena detentiva di 20 mesi, sospesa condizionalmente con un periodo di prova di 2 anni, per infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti e sulle sostanze psicotrope del 3 ottobre 1951
(LStup; RS 812.121), siccome commessa per mestiere. Nella
commisurazione della sanzione è stato tenuto conto della violazione del principio della celerità e previo rito abbreviato.
b. Preso atto di tali riscontri, il 15 gennaio 2013 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni ha comunicato ad RI 1 di voler rivalutare la continuazione del suo soggiorno nel nostro Paese e, dopo avergli dato la possibilità di
esprimersi
al riguardo, con decisione 4 febbraio
2013 gli ha revocato il permesso di domicilio CE/AELS per motivi di ordine pubblico, ordinandogli di lasciare il territorio svizzero entro il 4 marzo
successivo. La decisione è stata resa sulla base degli art. 63 e 64 della legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr; RS 142.20), nonché 80
dell'o
rdinanza sull'ammissione il soggiorno e l'attività lucrativa del 24 ottobre 2007 (OASA; RS
142.201)
.
C. Con giudizio 20 agosto 2013, il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione dipartimentale, respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da RI 1.
In sostanza, il Governo ha ritenuto che vi fossero gli estremi per revocargli l'autorizzazione di domicilio CE/AELS in virtù dei motivi addotti dal Dipartimento ed ha considerato la decisione impugnata conforme al principio della proporzionalità.
D. Contro la predetta pronunzia governativa, il soccombente si
aggrava ora davanti al Tribunale cantonale amministrativo chiedendone
l'annullamento.
Il ricorrente critica innanzitutto il Governo per non avere applicato l'accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità
europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS 0.142.112.681). Sotto
questo profilo, afferma che se da una parte non può essere considerato lavoratore ai sensi dell'ALC poiché non svolge più attività lucrativa dal 2004, dall'altra dispone di mezzi finanziari sufficiente in quanto il suo mantenimento è garantito finanziariamente dalla madre.
Nel merito, sostiene che non vi sono le premesse per revocargli il permesso di domicilio. Pur riconoscendo le proprie responsabilità penali, contesta di essere una minaccia per l'ordine pubblico elvetico in quanto i reati da lui commessi sono lontani nel tempo.
Ritiene che la decisione impugnata sia in ogni caso lesiva del
principio di proporzionalità, poiché non tiene conto del suo lungo
soggiorno in Svizzera e del fatto che un suo rinvio in Patria gli
comporterà enormi problemi di reinserimento.
E. All'accoglimento del gravame si oppongono sia il Dipartimento
che il Consiglio di Stato, senza formulare particolari osservazioni al riguardo.
Considerato,

Considerations:
in diritto
1.
La competenza del Tribunale cantonale amministrativo a
statuire nel merito della presente vertenza è data dall'art. 10 lett. a della legge di
applicazione alla legislazione federale in materia di persone
straniere dell'8 giugno 1998 (LALPS; RL 1.2.2.1). Il gravame in oggetto, tempestivo giusta l'art. 46 cpv. 1 della legge di procedura per le cause amministrative del 19 aprile 1966 (LPamm;
BU 1966, 181
) e presentato da una persona senz'altro
legittimata a
ricorrere (art. 43 LPamm), è pertanto ricevibile in ordine e può
essere deciso sulla base degli atti, senza istruttoria (art. 18 cpv.
1 LPamm).
2. 2.1. L'accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS 0.142.112.681), si rivolge ai cittadini elvetici e a quelli degli Stati facenti parte della Comunità europea e disciplina il loro diritto di entrare, soggiornare, accedere a delle attività economiche e offrire la prestazione di servizi negli Stati contraenti (art. 1 ALC), stabilendo norme che, in linea di principio, derogano alle disposizioni di diritto interno.
Tale trattato non contiene tuttavia disposizioni relative alle autorizzazioni di domicilio. L'art. 5 dell'ordinanza sull'introduzione della libera circolazione delle persone del 22 maggio 2002 (OLCP; RS 142.203) dispone infatti che ai cittadini della CE e dell'AELS e ai loro familiari è rilasciato un permesso di domicilio CE/AELS
illimitato, in virtù degli art. 34 LStr e 60 a 63 OASA nonché in
conformità degli accordi di domicilio conclusi dalla Svizzera. In questo senso, l'art. 23 cpv. 2 OLCP sancisce che tale genere di autorizzazione è disciplinata dall'art. 63 LStr. Benché sia silente
in merito al rilascio del permesso di domicilio CE/AELS - così
come ad una revoca del medesimo, che come visto è pure regolata dalla LStr -, l'ALC non può tuttavia essere trascurato, considerato il tenore dell'art. 5 del suo Allegato I.
Quest'ultima disposizione prevede infatti, quale regola generale, che i diritti conferiti dalle disposizioni dell'Accordo in parola possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità. Anche i delitti patrimoniali possono giustificare una simile limitazione (STF 134 II 25, consid. 4.3.1; STF 2C_839/2011 del 28 febbraio 2012 consid. 3.1, 2C_680/2010 del 18 gennaio 2011 consid. 2.3).
2.2. RI 1, in quanto cittadino italiano e titolare di un
documento di legittimazione valido, può prevalersi in linea di
principio del menzionato accordo bilaterale per esercitare un'attività lucrativa, ricercare un lavoro o, a determinate condizioni, per risiedere senza attività lucrativa (cfr. art. 2 paragrafo 1 e 2 dell'Allegato I all'ALC; STF 131 II 339, consid. 2). Sennonché, il campo di applicazione personale e temporale dell'ALC non dipende dal momento in cui il cittadino comunitario è giunto in Svizzera, ma unicamente dall'esistenza di un diritto di soggiorno garantito dall'accordo in parola al momento determinante, ossia quando il diritto litigioso viene esercitato (STF 134 II 10, consid. 2; 130 II 1, consid. 3.4).
Ora, dall'inserto di causa risulta che il ricorrente non svolge più
un'attività lucrativa almeno dal 2004, motivo per cui egli non
può essere considerato "lavoratore" ai sensi dell'ALC
(cfr. STF 2C_698/2009 dell'11 febbraio 2010, consid. 3.2; sentenze
CGCE del 12 maggio 1998 nella causa Martinez Sala/Freistaat Bayern, C-85/96 Racc. 1998 I-2691, punto 32; 3 luglio 1986 Lawrie-Blum/Land Baden-Württemberg, 66/85, Racc. 1986
2121, punto 17)
. Visto inoltre il tempo trascorso da quando non è più attivo
professionalmente, egli non può prevalersi dell'ALC neanche per la ricerca di un impiego
(cfr. sentenza CGCE del 26 maggio 1993 Tsiotras/Landeshauptstadt Stuttgart, C-171/91, Racc. 1993 I-2925, punto 14).
Oltre a ciò, l'insorgente (1974) non può risiedere in Svizzera nemmeno quale persona non esercitante un'attività lucrativa, ritenuto che non è redditiere, pensionato,
persona in formazione o necessitante di cure (vedi art. 6 ALC, 24 Allegato I ALC e 16 OLCP; direttive OLCP, emanate dall'Ufficio federale della migrazione, stato al maggio 2014, n. 8.2.1). Di
conseguenza, sotto quest'ultimo aspetto, non permette di sovvertire quanto precede il fatto che sua madre - peraltro residente in
Italia - abbia semplicemente asserito di contribuire dal 2008 al
mantenimento del figlio, ormai 40enne. Tanto più che non è stata apportata alcuna prova corredata da documenti ufficiali in merito alle sue disponibilità finanziarie.
Ne discende che, nel caso concreto, RI 1 non può prevalersi di un diritto sgorgante dall'ALC per poter risiedere in Svizzera (STF 2C_148/2010 dell'11 ottobre 2010, consid. 3).
2.3. In siffatte circostanze, a ragione quindi il Consiglio di Stato ha considerato che alla presente vertenza è applicabile unicamente il diritto interno (cfr. art. 12 ALC e 2 cpv. 2 LStr).
3.
Giusta l'art. 63 cpv. 2 LStr, il permesso di domicilio di uno
straniero che soggiorna regolarmente e ininterrottamente da oltre 15 anni in Svizzera, come nel caso del qui ricorrente, può essere revocato unicamente se sono adempiute le condizioni di cui all'art
. 62 lett. b LStr (cioè se lo straniero è stato condannato a una pena detentiva di lunga durata), oppure quelle dell'art. 63 cpv. 1 lett. b LStr (se ha violato gravemente o espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero o costituisce una minaccia per la sicurezza interna o esterna della Svizzera). Per
giurisprudenza, una pena detentiva - sospesa o da espiare - è di lunga durata
se è stata pronunciata per più di un anno (DTF 135
II 377 consid. 4.2 pag. 379 segg.; STF 2C_515/2009 del 27 gennaio 2010 consid. 2.1). Una violazione della sicurezza e
dell'ordine pubblici è per contro data in caso di mancato rispetto di prescrizioni di legge e di decisioni delle autorità (art. 80 cpv. 1 lett. a OASA). Vi è esposizione della sicurezza e dell'ordine pubblici
a pericolo, se sussistono indizi concreti che il soggiorno in
Svizzera dello straniero in questione porti con notevole probabilità a
una loro violazione (art. 80 cpv. 2 OASA).
4. 4.1. Come accennato in narrativa, con sentenza 11 dicembre
2012, la Corte delle assise correzionali di _ ha condannato RI 1 alla pena detentiva di 20 mesi, sospesa condizionalmente con un periodo di prova di 2 anni, per infrazione aggravata alla LStup, per avere:
-
nel periodo novembre 1999-aprile 2003, per il tramite della sua società individuale, ripetutamente coltivato con metodo
indoor, complessivamente circa 20-25'000 piantine di canapa
che hanno prodotto circa 250 kg di fiori secchi (marijuana),
poi venduti all'ingrosso a vari titolari di negozi di canapaio per una cifra complessiva di almeno fr. 1'000'000.–;
-
tra l'inizio del 2000 e la metà del 2001, in correità con terzi ed in veste di collaboratore di una società a garanzia limitata, ripetutamente coltivato con metodo indoor, complessivamente circa 14'400 piantine di canapa che hanno prodotto circa 216 kg di fiori secchi (marijuana), poi venduti all'ingrosso a vari titolari di negozi di canapaio per una cifra d'affari complessiva di almeno fr. 756'000.–;
-
tra la metà del 2001 e il dicembre 2002, in correità con terzi e per conto di una società a garanzia limitata, ripetutamente coltivato complessivamente circa 15'600 piantine di canapa
che
hanno prodotto circa 234 kg di fiori secchi (marijuana) poi venduti all'ingrosso a vari titolari di negozi di canapaio per
una cifra d'affari complessivi di almeno fr. 819'000.–:
-
nel periodo maggio 2002-dicembre 2002, in correità con un terzo, in veste di socio/gerente di due società a garanzia limitata: 1) coltivato complessivamente circa 10'000 piantine di
canapa che hanno prodotto circa 150 kg di fiori secchi (marijuana), poi venduti all'ingrosso a vari titolari di negozi di canapaio per una cifra d'affari complessiva di almeno fr.
525'000.–, 2) coltivato complessivamente circa 6'000 piantine di canapa
che hanno prodotto circa 90 kg di fiori secchi (marijuana), poi venduti all'ingrosso a vari titolari di negozi di canapaio per
una cifra d'affari complessiva di almeno fr. 315'000.–;
-
dalla metà 2002 all'inizio 2003, coltivato canapa con metodo indoor e quindi prodotto circa 100 kg di fiori secchi (
marijuana) poi da lui venduti a vari canapai del Cantone per complessivi fr. 300.000.–, somma in seguito fatta confluire sui conti della _
-
tra l'inizio del 2002 e il 7 maggio 2003, in correità con altre persone e sotto la copertura societaria della _,
ripetutamente coltivato canapa con metodi vari (soprattutto outdoor
e green-house) al fine di estrarne complessivamente circa 2'400 kg di fiori secchi (marijuana) ad elevato contenuto di THC, poi integralmente venduti ad un terzo della _.
per la somma complessiva di fr. 1'500'000.–.
4.2. Visto che il ricorrente è stato
condannato
a una pena
privativa della libertà superiore a un anno, quindi di lunga durata ai sensi della menzionata giurisprudenza, l
e condizioni per revocare il suo permesso di domicilio
risultano adempiute già sulla base de
ll'
art. 62 lett. b
giusta il rinvio dell'art. 63 cpv. 2 LStr.
Anche l'ipotesi di revoca prevista all'art. 63 cpv. 1 lett. b LStr è peraltro realizzata in concreto, come rilevato dal Consiglio di Stato
con motivazioni condivise da questo Tribunale.
5. A questo punto occorre verificare la proporzionalità della misura pronunciata dalla Sezione della popolazione.
5.1. Sotto questo aspetto occorre tener conto della gravità della
colpa, del tempo trascorso dal compimento di eventuali reati,
della durata del soggiorno in Svizzera e degli svantaggi incombenti sullo straniero e sulla sua famiglia in caso di allontanamento (DTF 129 II 215 consid. 3.3 pag. 217; STF 2C_825/2008 del 7 maggio 2009 consid. 2). Se un'autorizzazione di soggiorno è revocata perché è stato commesso un reato, il primo criterio per valutare la gravità della colpa e per procedere alla ponderazione degli interessi è costituito dalla condanna inflitta in sede penale. Conformemente alla giurisprudenza sviluppata in base al diritto previgente, per ammettere una simile misura devono essere poste esigenze tanto più elevate quanto più lungo è il tempo vissuto in Svizzera (DTF 130 II 176 consid. 4.4.2 pag. 190 segg.; 125 II 521 consid. 2b).
Se essa si giustifica ma risulta inadeguata alle
circostanze, alla persona interessata può essere rivolto un ammonimento
, con la comminazione di tale provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStr).
5.2. Dal profilo della colpa, va rilevato che RI 1 non ha delinquito in un'unica occasione. In effetti, egli ha commesso una serie ininterrotta di attività illecite durante un periodo di circa
3 anni e mezzo. Unitamente al padre e a una terza persona, il ricorrente ha ripetutamente acquistato, trasportato, detenuto, coltivato e venduto - sia all'ingrosso che al dettaglio - sostanze stupefacenti,
realizzando una cifra d'affari pari ad almeno fr.
2'000'000.– nonché un guadagno considerevole
. Per questo motivo, egli è stato condannato per infrazione aggravata alla
LStup.
Ora, i reati in materia di stupefacenti non vanno sottovalutati, dal
momento che toccano un settore particolarmente sensibile dell'ordine pubblico. Rappresentano infatti un pericolo serio e concreto per un interesse fondamentale della società, come la lotta al traffico di droga e al diffondersi del suo consumo, nonché per un bene giuridico essenziale quale la salute pubblica. La
protezione della collettività di fronte allo sviluppo del mercato della droga costituisce quindi un interesse pubblico preponderante che giustifica di principio l'allontanamento dalla Svizzera degli
stranieri coinvolti in tali traffici, i quali devono pertanto attendersi provvedimenti di questo tipo (DTF 125 II 521 consid. 4a/aa; 122 II 433 consid. 2c; STF 2C_651/2009 del 1° marzo 2010 consid. 4.3, 2C_622/2009 del 10 marzo 2010 consid. 6.2.1, 2A.7/2004 del 2 agosto 2004, consid. 5.1). Tanto più che il ricorrente non è tossicodipendente e che l'infrazione è stata commessa per
mestiere.
Nonostante che la sentenza penale 11 dicembre 2012 - emanata con procedura abbreviata - sia priva di motivazione
scritta, il quadro che emerge dalla medesima dimostra che l'interessato, con una
condanna a una pena detentiva di 20 mesi sospesi con un periodo di prova di 2 anni (che tiene già conto del fatto che egli ha
riconosciuto le proprie responsabilità e le pretese civili)
,
ha violato gravemente l'ordine pubblico svizzero.
D'altra parte, però, i reati da lui commessi sono oramai lontani nel tempo, ritenuto che risalgono al periodo novembre 1999 - maggio 2003. Certo, egli è stato giudicato soltanto di recente. Questo non
è dovuto però alla latitanza di RI 1, bensì al ritardo da parte dei magistrati inquirenti che hanno violato in effetti il principio di celerità. Principio, questo, che impone alle autorità penali di procedere con la dovuta speditezza non appena l'imputato
è informato dei sospetti che pesano su di lui, al fine di
non lasciarlo inutilmente nello stato di angoscia che suscita una tale procedura (
DTF 130 I 54
consid. 3.3.1;
124 I 139
consid. 2a). I reati concernono infatti la problematica dei canapai che all'epoca
proliferavano nel nostro Cantone, con l'autorità penale cantonale che si era trovata titubante nell'intervenire coerentemente per combattere tale fenomeno. Il Tribunale federale, chinandosi su questi aspetti, ha considerato che l'atteggiamento
disorientante e contraddittorio assunto in tale ambito dagli inquirenti ha
comportato una parziale inazione dello Stato, che in determinati
soggetti può aver contribuito ad agevolare il passo verso la delinquenza
e abbassare di conseguenza l'energia criminale investita nel proprio agire (STF 6S.56/2006 del 15 giugno 2006, consid. 3.6). Va da sé che se non fosse stato violato il principio di celerità, la base di pena sarebbe stata sicuramente di molto superiore ai 20 mesi.
Ciò che si rivela d
eterminante ai fini del presente giudizio è però il fatto che il ricorrente, ora quarantenne, il quale risiede in Svizzera da una ventina d'anni, non lavora almeno dal 2004 ed è oberato da debiti. Oltre ad avere aperta una procedura esecutiva per un importo di fr. 14'925.85, egli ha infatti a carico ben 22 atti di carenza beni per un totale di fr. 222'188.85 emessi tra il maggio 2011 e l'aprile 2013. Debiti, questi, contratti con l'autorità fiscale e connessi ai redditi da lui conseguiti durante la sua attività illecita. Va pure rilevato che egli non ha mai manifestato l'intenzione di voler finalmente iniziare a svolgere un'onesta attività lucrativa che gli permetta pure di estinguere - o quanto meno ridurre - l'importo che deve onorare. Giova ricordare, su questo punto, che anche l'accumulo di debiti privati può comportare la
revoca di un permesso di domicilio (STF 2C_951/2011 del 25 novembre
2011, consid. 2.2).
Tenuto conto di tutto quanto precede, si può senz'altro ritenere che, nonostante il suo lungo soggiorno nel nostro Paese, l'insorgente abbia ampiamente dimostrato la sua incapacità di adattarsi al nostro ordinamento giuridico.
Bisogna anche considerare che il ricorrente, celibe e senza figli, non ha stretti famigliari nel nostro Paese. Suo padre si è trasferito infatti in Sudamerica, mentre sua madre - con la quale egli ha intensi rapporti - vive a M_. Rientrando in Italia, dove ha vissuto i primi 19 anni della sua vita e si è spesso recato da quando soggiorna in Svizzera, egli non si troverà confrontato con insormontabili problemi di risocializzazione.
Del resto, le difficoltà di adattamento che egli dovrà affrontare una volta giunto in patria sono aspetti del tutto normali che toccano la maggior parte dei cittadini stranieri costretti a rientrare nel proprio Paese d'origine dopo un prolungato soggiorno all'estero.
5.3. Ne discende che l'interesse pubblico a revocare il permesso di domicilio all'insorgente per i motivi testé enunciati è
preponderante rispetto ai suoi motivi di ordine privato di rimanere nel nostro
Paese.
6. In siffatte circostanze, la Sezione della popolazione non ha pertanto disatteso nessuna normativa internazionale e federale. Inoltre la decisione censurata non procede da un esercizio
abusivo del potere di apprezzamento che la legge riserva all'autorità di
polizia degli stranieri in ordine alla valutazione dell'adeguatezza della misura adottata, per cui la medesima dev'essere confermata.
7. Stante quanto precede, il ricorso va integralmente respinto. La tassa di giudizio è posta a carico del ricorrente, in quanto soccombente
, conformemente all'art. 28 LPamm.