Decision ID: 8fea06e3-7acd-52b9-b9a6-f1f2b673f8bc
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 
Law Sub-area: nan
Label: approval

Facts:
Fatti:
A.
A._ (il ricorrente), cittadino italiano nato il ... 1965, divorziato, con
figli adulti, si recava spesso nel Canton Vallese, a ..., nel chalet di cui è
stato proprietario dal 2000 al 2016, in seguito venduto dalla banca presso
la quale aveva contratto un mutuo.
B.
Il 17 aprile 2018, mediante decreto d’accusa (“ordonannce pénale”), il
Ministero pubblico del Canton Vallese (MPCV) ha condannato il ricorrente,
su querela della “Coop Société Coopérative”, ad una pena pecuniaria di
trenta aliquote giornaliere per il furto, commesso il 13 ottobre 2017 con un
complice, di nove bottiglie di champagne dal costo totale di fr. 381.70. Il
decreto d’accusa è cresciuto in giudicato incontestato.
C.
Il 12 giugno 2018, informata dell’accaduto dalle autorità vallesane, la
Segreteria di Stato della migrazione (SEM) si è procurata un estratto del
casellario giudiziale svizzero del ricorrente, facente stato, oltre a quella del
17 aprile 2018, di quattro pene pecuniarie di, rispettivamente, novanta
aliquote giornaliere per tentativo di furto (8 aprile 2008), trenta aliquote
giornaliere per furto e violazione grave delle norme sulla circolazione
stradale (11 gennaio 2010), venticinque aliquote giornaliere per infrazione
grave alle medesime norme (27 settembre 2010), e sessanta aliquote
giornaliere per furto (24 febbraio 2017). In aggiunta a queste condanne,
l’estratto del casellario giudiziale indicava l’esistenza di tre inchieste penali,
una per diminuzione dell’attivo in danno dei creditori (11 maggio 2017), una
per lesioni semplici (12 maggio 2017), entrambe aperte in Vallese, e una
per furto, aperta a Friborgo (17 aprile 2018).
D.
Il 18 giugno e il 20 luglio 2018, la SEM ha tentato senza successo di
comunicare al ricorrente, in Francia e in Italia, tramite i rispettivi consolati
generali svizzeri, di essere intenzionata ad emanare nei suoi confronti un
divieto d’entrata per la Svizzera ed il Liechtenstein a causa delle condanne
penali da lui subite, con l’invito ad esprimersi in proposito entro venti giorni
dal ricevimento dei relativi scritti.
E.
Il 27 luglio 2018, la SEM si è procacciata un estratto del casellario giudiziale
italiano del ricorrente, riportante una condanna del 4 novembre 1998, su
appello, ad un anno e quattro mesi di reclusione, con la condizionale, per
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calunnia in seguito ad un fatto occorso il 15 luglio 1993, nonché un estratto
dell’ECRIS (“European Criminal Register Information System”) dei Paesi
membri dell’Unione europea, scevro di iscrizioni.
F.
Il 18 settembre 2018, la SEM ha quindi spiccato contro il ricorrente un
divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein valido fino al 17 settembre
2025 (sette anni), e immediatamente esecutivo (effetto sospensivo tolto), il
cui tentativo di notificazione in Italia non ha avuto successo. In sostanza,
la SEM, elencando le condanne subite dal ricorrente, afferma che “[...]
force est d'admettre que l'intéressé constitue une menace grave, réelle et
actuelle pour l'ordre et la sécurité publics [...] la persistance avec laquelle
celui-ci contrevient à l'ordre juridique et le fait que ses actes délictueux se
déroulent sur plusieurs années démontre manifestement son incapacité à
respecter l'ordre et la sécurité publics et ne permet aucunement d'exclure
le risque de récidive”.
G.
Il 18 dicembre 2018, al posto di frontiera di Thônex-Vallard (Ginevra), il
ricorrente è stato controllato dalle Guardie di frontiera svizzere (GFS), le
quali gli hanno notificato il divieto d’entrata e l’hanno riaccompagnato in
Francia.
H.
L’11 gennaio 2019, il ricorrente ha adito il Tribunale amministrativo
federale, chiedendo l’annullamento del divieto d’entrata o una riduzione
della sua durata. In compendio, egli sottolinea, da un lato, che le infrazioni
alle regole della circolazione stradale sono state “commesse diversi anni
fa e che hanno provocato una sanzione penale per un solo chilometro di
troppo”, e, dall’altro alto, riguardo alle altre condanne, “di non essere mai
stato sorpreso in flagranza a commettere qualche reato, ma di essere
sempre stato accusato da altri”. A proposito delle inchieste penali a suo
carico, menzionate nell’estratto del suo casellario giudiziale svizzero (cfr.
consid. C), egli afferma, in relazione alla prima, di avere sempre pagato le
rate del mutuo ipotecario e che il chalet è stato venduto dalla banca “ad un
valore superiore al credito da essa vantato, e perciò [...] non ha subito
nessun pregiudizio”; rispetto alla seconda inchiesta, egli sostiene di non
esserne al corrente, presupponendo che sia relativa ad una denuncia della
sua ex moglie; quanto alla terza inchiesta, egli pretende di essere “stato
accusato da due ladri professionisti [...], ma nessuno può avere accertato
la mia presenza al momento del fatto poiché io non ero presente”. Egli
riferisce inoltre di “avere un rapporto sentimentale con una persona che
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abita in Svizzera e che tale rapporto sarà sicuramente pregiudicato dal
divieto d’entrata”, riservandosi di produrre eventuali mezzi di prova a
sostegno degli argomenti esposti nel ricorso.
I.
Il 5 febbraio 2019, questo Tribunale ha invitato il ricorrente a designare un
recapito in Svizzera ai fini della presente procedura entro trenta giorni dal
ricevimento della comunicazione fattagli pervenire attraverso l’Ambasciata
di Svizzera in Italia, con la comminatoria che, nel caso contrario, le future
ordinanze e decisioni sarebbero state notificate tramite pubblicazione sul
Foglio federale (FF). Il ricorrente non ha dato seguito a questo invito.
J.
Il 3 aprile 2019, mediante decisione incidentale pubblicata sul FF, questo
Tribunale ha richiesto al ricorrente di versare un anticipo equivalente alle
presunte spese processuali di fr. 1'200.– entro trenta giorni dalla
pubblicazione della decisione, con la comminatoria che, in caso
d’inosservanza, il ricorso sarebbe stato dichiarato inammissibile e le spese
processuali poste a suo carico. Il ricorrente ha versato tempestivamente
l’importo richiesto.
K.
L’8 luglio 2019, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al ricorso,
producendo inoltre un nuovo estratto del casellario giudiziale svizzero del
ricorrente, dal quale si evince che l’inchiesta aperta a Friborgo il 17 aprile
2018 nei suoi confronti (cfr. consid. C), è sfociata, il 26 giugno 2018, in una
condanna ad una pena pecuniaria di cento ottanta aliquote giornaliere per
furto. In definitiva, valutando negativamente “il pronostico sulla recidiva”, la
SEM esprime la convinzione che la decisone impugnata rispetti il principio
di proporzionalità, e propone di respingere il ricorso.
L.
Il 15 luglio 2019, tramite ordinanza pubblicata sul FF il 23 luglio seguente,
questo Tribunale ha invitato il ricorrente a replicare entro trenta giorni dalla
pubblicazione, inviandogli nel contempo, per conoscenza, una copia della
risposta della SEM al suo indirizzo italiano. Verso la fine del mese di
agosto, il ricorrente ha contattato per telefono questo Tribunale, indicando
di avere preso conoscenza sul FF dell’invito a replicare, ma di non avere
ricevuto nessuna copia della risposta della SEM. Il 29 agosto 2019, questo
Tribunale ha quindi di nuovo inoltrato al ricorrente, per conoscenza, una
copia del documento in questione. Cionondimeno, il ricorrente non ha
presentato alcuna replica.
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M.
Il 19 maggio 2020, a questo Tribunale è pervenuto uno scritto non datato
del ricorrente, in cui egli riferisce che il MPCV ha archiviato l’inchiesta
penale aperta l’11 maggio 2017 (“ordonnance de non-entrée en matière”),
esprimendo inoltre la convinzione che l’inchiesta per lesioni semplici “sarà
anche essa archiviata, non avendo io commesso tale reato”.
N.
Il 7 luglio 2020, il ricorrente ha comunicato per telefono a questo Tribunale
di avere saputo che il MPCV aveva archiviato la denuncia della sua ex
moglie per lesioni semplici, chiedendogli nel contempo se non avrebbe
potuto rivolgersi, in quanto autorità giudiziaria, direttamente al MPCV per
farsi trasmettere i relativi documenti. Questo Tribunale non ha dato seguito
alla richiesta del ricorrente.
O.
Il 3 ottobre 2020, per raccomandata dall’Italia, il ricorrente ha trasmesso a
questo Tribunale, accompagnata da uno scritto del 30 settembre 2020, una
copia dell’“ordonnance de non-entrée en matière” del MPCV, del 28
maggio 2019, relativa alla querela che sua moglie aveva deposto contro di
lui il 7 novembre 2015.
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Considerations:
Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del
17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro
le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968
sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità
menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata
del 18 settembre 2018, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF,
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo
Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di
grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con
l’art. 11 cpv. 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea,
nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21
giugno 1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002,
nonché l’art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17
giugno 2005 [LTF, RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale
federale 2C_270/2015 del 6 agosto 2015 consid. 1).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese
processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4
PA).
In concreto, il ricorrente ha impugnato la decisione della SEM, di cui è il
destinatario, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla
legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto. Ne deriva che il ricorso è
ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.
2.
Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
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l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).
Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle
parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio,
siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)
o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1
a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph
Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das
Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA).
Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del
ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).
3.
Il presente litigio verte sulla decisione del 18 settembre 2018, pronunciante
un divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di sette anni (18.9.2018
– 17.9.2025), di cui il ricorrente chiede, a titolo principale, l’annullamento
oppure, a titolo sussidiario, la riduzione della durata.
4.
L’ALC è applicabile alla fattispecie, nella misura in cui il ricorrente, in
quanto cittadino italiano, è titolare dei diritti in esso consacrati (libertà di
circolazione), i quali consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC e art. 1 §
1 allegato I ALC) nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti
(art. 4 ALC e artt. 6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 ALC e artt.
12 a 16 allegato I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e artt. 17 a 23
allegato I ALC) e per le persone che non esercitano un’attività economica
(art. 6 ALC e art. 24 allegato I ALC).
La presente procedura concerne principalmente il diritto d’ingresso in
Svizzera, di cui la decisione impugnata restringe l’esercizio da parte del
ricorrente (deroga alla libertà di circolazione). Di conseguenza, bisogna nel
prosieguo verificare se la SEM, nel pronunciare il divieto d’entrata in sé e
nel fissarne la durata a sette anni, si sia conformata alle esigenze poste
dall’ALC, secondo il quale i diritti da esso conferiti, in particolare il diritto
d’ingresso, possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi
di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 1 e 5
§ 1 allegato I ALC).
5.
Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in
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quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno
svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione
europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio
2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle
persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati
membri (OLCP, RS 142.203).
In proposito, la legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr),
che regola i divieti d’entrata all’art. 67, è stata, con effetto dal 1° gennaio
2019 (RU 2019 1413), non soltanto parzialmente modificata, ma anche
ridenominata legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS
142.20). Benché gli artt. 67 cpv. 2 lett. a e 67 cpv. 3 della legge, rilevanti
per la presente procedura, non abbiano subito alcuna modifica, materiale
o redazionale, dal momento dell’emanazione della decisione impugnata,
avvenuta il 18 settembre 2018, si userà in seguito la nuova abbreviazione
LStrI.
6.
6.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o
espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero
(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la
SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione
personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStrI). Se un divieto d’entrata si
giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata
può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale
provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).
Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza
pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002
concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha
sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto
sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine
pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza
dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile
della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa
l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita,
salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è
violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono
commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni
delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto
pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).
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6.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque
anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato
costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv.
3 LStrI).
Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta
dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della direttiva
2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre
2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L
348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata
tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e
che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai
cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia
per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la
nota a piè di pagina n. 109 relativa all’art. 67 LStrI; cfr. anche DTF 139 II
121 consid. 5.1 e 6.3).
6.3 Le nozioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità,
secondo l’art. 5 § 1 allegato I ALC, vanno intese nel senso definito dalla
direttiva 64/221/CEE del Consiglio del 25 febbraio 1964 e dalla relativa
giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal
1° dicembre 2009, la Corte di giustizia dell’Unione europea [CGUE]),
precedente la sottoscrizione dell’ALC (art. 5 § 2 allegato I ALC in relazione
con l’art. 16 § 2 ALC). Così, le deroghe alla libera circolazione garantita
dall'ALC devono essere interpretate in modo restrittivo. Al di là della
turbativa insita in ogni violazione della legge, il ricorso di un'autorità
nazionale alla nozione di ordine pubblico presuppone il sussistere di una
minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse
fondamentale per la società. In quest’ottica, una condanna penale può
essere considerata per limitare i diritti conferiti dall'ALC soltanto se, dalle
circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale
costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (cfr. DTF 134 II 10
consid. 4.3, 130 II 176 consid. 3.4.1, 129 II 215 consid. 7.4, con i rinvii alla
giurisprudenza della CGUE). A dipendenza delle circostanze, già la sola
condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una
simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della
minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero
commetterà altre infrazioni in futuro; d'altro lato, per rinunciare a misure di
ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia
praticamente nullo. La misura dell'apprezzamento dipende in sostanza
dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare
importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva
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(cfr. sentenza del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011
consid. 4.3.2 e DTF 136 II 5 consid. 4.2).
6.4 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla
giurisprudenza della CGUE, il Tribunale federale rileva che, per potere
pronunciare un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo nei confronti
di un cittadino di un paese terzo non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli
rappresenti un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri
(livello I). Invece, per potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni
al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC,
che gode quindi della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli
costituisca una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza
pubblici svizzeri, ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa
in pericolo degli stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto
d’entrata superiore a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva,
anche fino a venti anni: cfr. DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò
indipendentemente dall’applicazione dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva
2008/115/CE), bisogna che il cittadino in questione rappresenti una grave
minaccia, ossia un “pericolo qualificato” (“menace caractérisée”), per
l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello II; cfr. DTF 139 II 121 consid.
5 e 6).
Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce
l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere
esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC
SPESCHA, in: Spescha et al. [editori], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67
LStr, n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction
d’entrée prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA
7/2018, pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico
in pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la
salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di
criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83
§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione
consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta
di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del
numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro
eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr.
DTF 139 II 121 consid. 6.3).
6.5 È ancora pertinente sottolineare che, secondo una giurisprudenza
consolidata, l'autorità amministrativa non è, in virtù del principio della
separazione dei poteri, vincolata dalle considerazioni del giudice penale.
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Tenuto conto delle finalità differenti perseguite dalla sanzione penale e dal
divieto d'entrata, in linea di principio indipendenti l’una dall’altro, entrambe
le misure possono coesistere ed applicarsi ad una medesima fattispecie.
Un divieto d'entrata può essere adottato anche in assenza di un giudizio
penale, sia in ragione della mancata apertura di un procedimento penale,
sia a causa della pendenza dello stesso. È sufficiente che l'autorità
amministrativa, fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi di prova,
giunga alla conclusione che le condizioni per emanare un divieto d'entrata
siano soddisfatte. Pertanto, l'autorità amministrativa valuta sulla base di
criteri autonomi se l'allontanamento dalla Svizzera di uno straniero sia
necessario ed opportuno, e può quindi giungere a conclusioni differenti da
quelle ritenute dal giudice penale (cfr., tra le altre, DTF 140 I 145 consid.
4.3 e 137 II 233 consid. 5.2.2, nonché la sentenza TAF C-2463/2013 del 7
maggio 2015 consid. 8.4).
7.
In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto
d’entrata in sé fossero adempiute il 18 settembre 2018 (minaccia almeno
di una certa gravità); nell’affermativa, bisognerà precisare l’intensità della
gravità della minaccia (minaccia solo di una certa gravità o minaccia
grave).
7.1 Le cinque condanne per tentativo di furto e furto subite dal ricorrente
dal 2008 al 2018 (una nel 2008, 2010 e 2017 rispettivamente, e due nel
2018), ossia, da un punto di vista statistico, una ogni due anni, riguardano
dei delitti contro il patrimonio la cui lesività, alla luce del numero di aliquote
giornaliere pronunciate (da trenta a cento ottanta), il massimo essendo di
cento ottanta (cfr. art. 34 cpv. 1 del Codice penale [CP, RS 311.0]), non può
essere considerata come particolarmente importante (in media, settant’otto
aliquote giornaliere [30+90+30+60+180=390]). In questo senso, si può
affermare con sufficiente certezza che, se la loro rilevanza sociale, nella
prospettiva dell’ordine e della sicurezza pubblici, non è trascurabile, essa
è comunque minore. Questa conclusione sulla lesività e sulla rilevanza
sociale dei delitti in questione è corroborata anche dal fatto che, nel loro
succedersi, essi non hanno propriamente manifestato una gravità
crescente. Cionondimeno, la loro frequenza, reale e statistica, testimonia
di un comportamento recidivante di una certa regolarità, il quale tende ad
aggravare la loro valenza per l’ordine e la sicurezza pubblici.
A queste cinque infrazioni contro il patrimonio si aggiungono due violazioni
gravi delle norme sulla circolazione stradale, occorse entrambe nel 2010
(trenta e venticinque aliquote giornaliere). Commettendo queste due
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infrazioni, il ricorrente ha causato “un serio pericolo per la sicurezza altrui”
o ha assunto “il rischio di detto pericolo” (cfr. art. 90 cpv. 2 della legge
federale sulla circolazione stradale [LCStr, RS 741.01]). Ciò precisato, le
relative condanne risalivano già, quando la SEM ha emanato la decisione
impugnata, a otto anni di distanza, una durata apprezzabile, e nel frattempo
il ricorrente non ha più interessato la giustizia penale sotto questo profilo,
emendando quindi la sua condotta alla guida di autoveicoli.
In questo quadro, è ancora utile menzionare il fatto che il ricorrente è stato
condannato una sola volta in Italia per calunnia nel lontano 1998, e che è
incensurato negli altri Paesi dell’Unione europea (cfr. consid. E).
7.2 Pertanto, dati i ripetuti reati di furto, si deve concludere che, al momento
del rilascio del divieto d’entrata, il ricorrente presentava un rischio di
recidiva che, a prescindere dall’importanza della potenziale infrazione, lo
rendeva una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza
pubblici svizzeri, ma che né dal punto di vista quantitativo, né dal punto di
vista qualitativo, questa minaccia non poteva essere classificata come
grave. Ciò implica che la pronuncia di un divieto d’entrata era giustificata,
ma che la sua durata non poteva oltrepassare i cinque anni in conformità
al diritto interno svizzero e all’ALC (cfr. consid. 6.2, 6.3 e 6.4).
8.
Si tratta ora di fissare, in accordo con il principio di proporzionalità, la durata
del divieto d’entrata in funzione del complesso delle circostanze del caso,
nel quadro del diritto del ricorrente alla libera circolazione garantito
dall’ALC (cfr. consid. 4), nonché, se del caso, del suo diritto al rispetto della
propria vita privata e familiare secondo l’art. 8 par. 1 della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo (CEDU, RS 0.101).
8.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse
ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione
federale/Cost., RS 101). Da un punto di visto analitico, il principio della
proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la
proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246
consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone
che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse
pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda
che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui
diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola
della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla
ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse
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privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle
circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).
8.2 A proposito dell’art. 8 par. 1 CEDU bisogna precisare che, benché non
garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145
consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso estende la sua
protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita privata, anche alle
eventuali attività professionali e commerciali di chi se ne prevale (cfr.
sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna [Grande Camera], n.
56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c. Germania, n. 13710/88, 16
dicembre 1992, n. 29). Secondo il Tribunale federale, dal punto di vista del
diritto al rispetto della vita familiare, chi si richiama alla protezione dell’art.
8 par. 1 CEDU deve, in generale, intrattenere una relazione stretta, effettiva
ed intatta, con una persona della sua famiglia che beneficia di un diritto di
presenza duraturo in Svizzera (cfr., tuttavia, la sentenza CorteEDU –
Mengesha Kimfe c. Svizzera, n. 24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo
senso, sono protetti, segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché quelli
tra genitori e figli minorenni che vivono in comunione; eccezionalmente, se
sussiste un particolare rapporto di dipendenza tra loro, sono presi in
considerazione anche i rapporti tra genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129
II 11 consid. 2). Nondimeno, l’art. 8 par. 2 CEDU permette un’ingerenza
statale nell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e della vita
familiare, se tale ingerenza è prevista dalla legge ed è necessaria, in
particolare, alla sicurezza pubblica e alla prevenzione dei reati in una
società democratica.
8.3 In concreto, conviene subito rilevare che il ricorrente non può prevalersi
della protezione garantita dall’art. 8 par. 1 CEDU, nella misura in cui non
dimostra di avere una vita privata e una vita familiare in Svizzera nel senso
inteso da questa norma convenzionale. In proposito, si noti che il fatto di
“avere un rapporto sentimentale con una persona che abita in Svizzera”
(cfr. consid. H) non rientra manifestamente nella categoria di vita familiare
secondo la detta norma e la relativa giurisprudenza.
Ora, come già stabilito al consid. 7, il ricorrente rappresentava, al momento
del rilascio della decisione impugnata, e rappresenta a tutt’oggi, se si
considera la vicinanza temporale degli ultimi tre furti, una minaccia soltanto
di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, per cui la
durata massima del divieto d’entrata non può superare i cinque anni.
Tuttavia, la natura dei furti e/o tentativi di furti da lui commessi, alla luce
delle pene pecuniarie che li hanno sanzionati, non permette di ritenere che
un divieto d’entrata di cinque anni, come misura più rigorosa proponibile,
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sia conforme alle esigenze del principio di proporzionalità. Lo stesso deve
dirsi per le infrazioni alle norme della circolazione stradale del 2010, data
la loro lontananza nel tempo e in mancanza di reiterazioni da allora. Per
essere proporzionato, il divieto d’entrata deve dunque essere inferiore
anche a cinque anni.
Tutto sommato, questo Tribunale è del parere che un divieto d’entrata di
tre anni, valido quindi fino al 17 settembre 2021, sia sufficiente, nell’ottica
della prevenzione dei reati, per preservare l’ordine e la sicurezza pubblici
dalla minaccia, ancora attuale, che il ricorrente li sottoporrebbe con la sua
presenza in Svizzera. Infatti, tenendo conto delle peculiarità del caso, come
sopra esposte, si può partire dal presupposto che, a scadenza del periodo
di tre anni, la minaccia, se ancora dove sussisterne una, non sarà più che
potenziale. D’altra parte, questa soluzione si inserisce nel solco della
giurisprudenza di questo Tribunale (cfr., mutatis mutandis, le sentenze TAF
F-8084/2015 del 28 novembre 2016 nonché F-5670/2016 del 14 marzo
2017).
8.4 Sulla scorta di tutto quanto precede, la ponderazione dell’interesse
pubblico della Svizzera a tenere lontano dal suo territorio il ricorrente e
l’interesse privato di quest’ultimo ad usufruire, in particolare, della libera
circolazione secondo l’ALC, essenzialmente facendo uso del suo diritto
d’ingresso in Svizzera (cfr. art. 1 § 1 allegato I ALC), non permette di
considerare che una durata del divieto d’entrata di sette anni sia
proporzionata: una durata di tre anni appare invece più consona a garantire
gli interessi d’ordine e di sicurezza pubblici svizzeri senza incidere in
misura eccessiva sugli interessi privati del ricorrente.
9.
In conclusione, pronunciando un divieto d’entrata di sette anni, la SEM ha
violato l’art. 67 cpv. 3 LStrI, l’ALC e il principio di proporzionalità
nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA). Stando
così le cose, in accordo con le considerazioni sopraesposte, il ricorso deve
essere parzialmente accolto e la decisione impugnata riformata, nel senso
che la durata del divieto d’entrata è ridotta a tre anni, per cui lo stesso è
valido dal 18 settembre 2018 al 17 settembre 2021.
10.
10.1 Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte
soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv.
1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del
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regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS
173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e
della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della
situazione finanziaria delle parti (art. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).
In concreto, siccome le conclusioni del ricorrente sono state parzialmente
accolte in relazione alla fissazione della durata del divieto d’entrata, è
giusto porre a suo carico, a titolo di spese processuali ridotte, fr. 500.– da
prelevare sull'anticipo di fr. 1'200.– da lui già versato. Di conseguenza, fr.
700.– saranno restituiti al ricorrente una volta che la presente sentenza
sarà cresciuta in giudicato.
10.2 Benché il ricorso sia parzialmente accolto, il ricorrente, che non è
rappresentato da un avvocato e che, inoltre, non fa valere eventuali spese
necessarie e relativamente elevate derivanti per lui dalla causa (spese
ripetibili), non ha diritto a un’indennità ridotta in proporzione (art. 64 cpv. 1
PA e artt. 7 e 8 TS-TAF). Si osservi ancora che la SEM, in quanto autorità
federale, non ha diritto a un'indennità a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-
TAF).
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