Decision ID: ae0dcebf-0e1c-5f78-b6a4-f3793a115b0c
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 
Law Sub-area: nan
Label: dismissal

Facts:
Fatti:
A.
L’interessata, asserita cittadina siriana, ha depositato una domanda d’asilo
in Svizzera il (...) settembre 2020 (cfr. atto della Segreteria di Stato della
migrazione [di seguito: SEM] n. [{...}]-1/2 e n. 12/10, p.to 1.09 segg.,
pag. 3). Dalle investigazioni effettuate successivamente dalla SEM, è risul-
tato che secondo la banca dati europea «EURODAC», la richiedente aveva
già presentato una domanda d’asilo pregressa in Romania il (...) (cfr. atti
SEM n. 8/1, n. 9/1 e n. 11/2).
B.
Il (...) settembre 2020 l’interessata è stata questionata dalla SEM nell’am-
bito di un verbale sul rilevamento dei dati personali (cfr. atto SEM n. 12/10).
Nel corso della stessa, ella ha in particolare sostenuto di essere coniugata
dal (...) con B._ che risiederebbe in Svizzera, a C._ (dossier
SEM N [...]), ed ha espresso il desiderio di alloggiare presso lo stesso du-
rante la sua procedura d’asilo. Ha riferito inoltre di essere partita dalla Siria
nel (...) del 2020, ove sarebbe considerata straniera, e pertanto non le sa-
rebbe stato rilasciato alcun documento che provi la sua identità, ma unica-
mente un documento di riconoscimento. Quale primo Paese europeo sa-
rebbe giunta in D._ tra (...) e (...) del 2020.
C.
La richiedente, in data (...) settembre 2020 ha svolto un colloquio secondo
l’art. 5 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del
Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di de-
terminazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda
di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cit-
tadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta ufficiale
dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.6.2013; di seguito: Regolamento
Dublino III). Durante quest’ultimo le è stata offerta la possibilità anche di
esprimersi in merito al suo stato di salute – che sarebbe buono – nonché
circa gli eventuali motivi che si opporrebbero ad una competenza della Ro-
mania (cfr. atto SEM n. 15/3). In tale contesto, ella ha confermato che du-
rante il viaggio per giungere in Svizzera dalla D._, ove avrebbe so-
stato per tre mesi, in un Paese del quale non conosceva il nome, le sareb-
bero state prelevate le impronte digitali. Tuttavia, ella ha riferito non voler
tornare in Romania, poiché nel predetto Stato, ove avrebbe soggiornato
due o tre giorni, non avrebbe richiesto asilo. Difatti, allorché le sarebbero
state prelevate le impronte, le sarebbe stato riferito che tale procedere
fosse per motivi di sicurezza interna e non d’asilo. Ella ha aggiunto che il
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marito, con il quale sarebbe sposata dal (...) del (...), con un matrimonio
avvenuto a E._, si troverebbe su suolo elvetico, e quindi ella desi-
dererebbe vivere in Svizzera con lui. In merito al suo matrimonio, ella ha
sostenuto che sarebbero state celebrate due cerimonie, una religiosa e
l’altra civile, e che i documenti attestanti l’unione coniugale sarebbero stati
registrati al tribunale. Tale unione sarebbe avvenuta mediante le loro fami-
glie, ma con il marito, con il quale non avrebbero mai convissuto, si sareb-
bero conosciuti e amati già prima di sposarsi. Ha inoltre aggiunto che, al
suo arrivo in Svizzera, si sarebbe recata a casa del marito, ove avrebbe
trascorso una notte, prima di annunciarsi il giorno seguente presso il Cen-
tro per richiedenti l’asilo. Ella ha infine dichiarato che avrebbe consegnato
alla SEM il certificato di matrimonio originale fra lei ed il marito non appena
sarebbe giunto in suo possesso.
D.
L’interessata, il 7 ottobre 2020 ha presentato, per il tramite del suo rappre-
sentante legale, copia dei seguenti mezzi di prova (cfr. atti SEM n. 19/- e
n. 22/1): il suo certificato di riconoscimento (cfr. atto SEM n. 19/-, mezzo di
prova n. 1 con la relativa traduzione), l’atto di registro famigliare per stra-
nieri (cfr. atto SEM n. 19/-, mezzo di prova n. 2 con la relativa traduzione),
una dichiarazione manoscritta relativa il contratto di matrimonio datato (...)
(cfr. atto SEM n. 19/-, mezzo di prova n. 3 con la traduzione annessa) ed
una decisione emanata dal “(...)” del (...) (cfr. atto SEM n. 19/-, mezzo di
prova n. 4 con la relativa traduzione).
E.
L’autorità elvetica preposta, il (...) ha richiesto all’omologa autorità rumena
competente, la ripresa in carico della richiedente l’asilo ai sensi dell’art. 18
par. 1 lett. b Regolamento Dublino III (cfr. atti SEM n. 24/6 e n. 25/4). La
Romania ha dal canto suo risposto affermativamente alla richiesta in data
(...), tuttavia fondandosi per la ripresa in carico della richiedente sull’art. 18
par. 1 lett. c Regolamento Dublino III, in quanto la richiedente, dopo aver
richiesto asilo nel succitato Paese sarebbe scomparsa ed avrebbe ritirato
per difetto la sua domanda d’asilo. Pertanto, il (...), le autorità rumene
avrebbero proceduto alla chiusura della sua procedura d’asilo (cfr. atti SEM
n. 28/1 e n. 29/1).
F.
Con decisione del 16 dicembre 2020 – notificata il 18 dicembre 2020 (cfr.
atto SEM n. 40/1) – la SEM non è entrata nel merito della succitata do-
manda d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b della legge sull’asilo (LAsi,
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RS 142.31), pronunciando nel contempo l’allontanamento (recte: il trasfe-
rimento) dell’interessata verso la Romania, nonché statuendo che un even-
tuale ricorso contro la decisione non abbia effetto sospensivo.
G.
Per il tramite del plico raccomandato del 28 dicembre 2020 (cfr. risultanze
processuali), l’interessata è insorta con ricorso dinanzi al Tribunale ammi-
nistrativo federale (di seguito: il Tribunale) contro il succitato provvedi-
mento dell’autorità inferiore, chiedendo a titolo principale l’annullamento
della decisione avversata, il riconoscimento della competenza della Sviz-
zera per la trattazione della domanda d’asilo e l’esame nel merito della
stessa, nonché a titolo eventuale che la causa sia rinviata alla SEM per
nuovo esame. Dal profilo processuale, la ricorrente ha presentato una do-
manda di concessione dell’effetto sospensivo al ricorso, nonché quale
provvedimento cautelare di ordinare alle autorità d’esecuzione dell’allonta-
namento di rinunciare a misure d’allontanamento dell’insorgente sino a de-
cisione in merito all’effetto sospensivo. Contestualmente ha presentato
un’istanza di assistenza giudiziaria, nel senso dell’esenzione dal versa-
mento delle spese processuali e del relativo anticipo. Al ricorso, quale
nuovo documento, è stata allegata copia dello scritto della SEM dell’11 di-
cembre 2020 inerente la ricezione della domanda di riconoscimento di apo-
lidia introdotta dalla ricorrente presso la stessa autorità.
H.
Il 30 dicembre 2020, il Tribunale ha sospeso l’esecuzione dell’allontana-
mento dell’insorgente quale misura supercautelare (cfr. risultanze proces-
suali).
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti saranno ripresi nei conside-
randi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.

Considerations:
Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi).
Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in
virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5
PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra
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dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato costituisce una decisione ai
sensi dell’art. 5 PA.
La ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è
particolarmente toccata dalla decisione impugnata e vanta un interesse de-
gno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa (art. 48
cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto è legittimata ad aggravarsi contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 3 LAsi), alla forma e al
contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso.
2.
Giusta l’art. 33a cpv. 2 PA, applicabile per rimando dell’art. 6 LAsi e
dell’art. 37 LTAF, nei procedimenti su ricorso è determinante la lingua della
decisione impugnata. Se le parti utilizzano un’altra lingua, il procedimento
può svolgersi in tale lingua.
Nel caso in parola, la decisione avversata è stata resa in italiano, allorché
invece il ricorso è stato inoltrato in lingua tedesca. La presente sentenza
può pertanto essere redatta in italiano.
3.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente rile-
vanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti
(art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione impu-
gnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2).
4.
Inoltre si rileva che il Tribunale, adito con un ricorso contro una decisione
di non entrata nel merito di una domanda d’asilo, si limita ad esaminare la
fondatezza di una tale decisione (cfr. DTAF 2012/4 consid. 2.2; 2009/54
consid. 1.3.3; 2007/8 consid. 5). In tal senso, non essendo oggetto del
provvedimento avversato, le considerazioni esposte nel ricorso (cfr. p.to
II/13, pag. 8) e l’allegato allo stesso (rubricato sub doc. 4) inerente una do-
manda della ricorrente pendente presso la SEM in ordine al riconoscimento
di apolidia per la stessa ed alla concessione di un permesso di dimora ex
art. 31 cpv. 1 della legge sugli stranieri e la loro integrazione del 16 dicem-
bre 2005 (LStrI, RS 142.20; cfr. atti della SEM nel dossier apolidia), non
verranno esaminati oltre nella presente sentenza.
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5.
Altresì il Tribunale rinuncia, ex art. 111a cpv. 1 LAsi, allo scambio di scritti.
6.
6.1 Nella propria decisione, l’autorità sindacata ha in primo luogo ritenuto
data – in virtù della domanda d’asilo ivi presentata dalla richiedente l’asilo,
oltreché della sua accettazione di ripresa in carico – la competenza della
Romania per la trattazione della domanda d’asilo di cui al corrente proce-
dimento. In tal senso non vi sarebbe alcun dubbio circa la presentazione
della sua domanda d’asilo in tale Paese, malgrado ella abbia negato la
medesima. Allo stesso modo, la presenza del suo presunto marito in Sviz-
zera sarebbe ininfluente per il trattamento della sua domanda d’asilo nel
quadro di una procedura di ripresa in carico. Sotto questo aspetto, reste-
rebbe quindi soltanto da valutare se il suo allontanamento verso la Roma-
nia sia costitutivo di una violazione dell’art. 8 CEDU (RS 0.101). Prose-
guendo nell’analisi, la SEM ha considerato che in Romania – Stato che in
particolare applicherebbe la direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo
e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del
riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale (di
seguito: direttiva procedura); la direttiva 2011/95/UE del Parlamento e del
Consiglio del 13 dicembre 2011 recante norme sull’attribuzione, a cittadini
di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione interna-
zionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo
a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della pro-
tezione riconosciuta (rifusione; GU L 337/9 del 20.12.2011; di seguito: di-
rettiva qualificazione); nonché la direttiva 2013/33/UE del Parlamento eu-
ropeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme relative all’acco-
glienza dei richiedenti protezione internazionale (di seguito: direttiva acco-
glienza) – non sussisterebbero carenze sistemiche nel sistema di acco-
glienza e di asilo dei richiedenti. Conseguentemente, in caso di trasferi-
mento verso il precitato Stato membro, si potrebbe partire dal presupposto
che ella non sarebbe esposta a serie violazioni dei diritti dell’uomo ai sensi
dell’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III e dell’art. 3 CEDU, che non ver-
rebbe a trovarsi in una situazione esistenziale difficile, o ancora che non
sarebbe rinviata nel suo Paese d’origine o di provenienza senza che la sua
domanda d’asilo venga esaminata in violazione del principio di non-respin-
gimento. Non sussisterebbero altresì motivi che impongano di esaminare
la sua domanda d’asilo in Svizzera in applicazione dell’art. 16 par. 1 Rego-
lamento Dublino III. Proseguendo nell’analisi, l’autorità inferiore ha ritenuto
che l’applicazione dell’art. 17 par. 1 del precitato Regolamento, nonché
dell’art. 29a cpv. 3 dell’Ordinanza 1 sull’asilo relativa a questioni procedu-
rali (OAsi 1, RS 142.311) in relazione con la predetta norma non sarebbe
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giustificata nella fattispecie. Anzitutto, in assenza di documenti originali –
avendo presentato la richiedente unicamente due copie di documenti – che
permettano di verificare l’autenticità dell’unione con il presunto marito
B._ (di seguito: B._), non sarebbe possibile concludere con
certezza che ella sia la moglie di quest’ultimo. Dal profilo dell’art. 8 CEDU,
la sua relazione con B._, non potrebbe essere considerata né
stretta né effettiva. Anche sotto l’aspetto dell’art. 1 lett. e OAsi 1, non si
potrebbe concludere per una relazione che possa essere equiparata a
quella coniugale né per la sua durata, né per l’intensità, oltreché il loro nu-
cleo familiare non si sarebbe costituito in patria. Inoltre il suo presunto ma-
rito non beneficerebbe di un diritto di presenza assicurato o duraturo in
Svizzera, essendo che ha ottenuto unicamente un’ammissione provvisoria
su suolo elvetico dal (...). Pertanto, il suo allontanamento verso la Romania
non sarebbe contrario all’art. 8 CEDU. Altresì, a mente della SEM, l’obiet-
tivo dell’interessata non sarebbe stato quello dell’esame della sua do-
manda d’asilo, bensì di un ricongiungimento familiare ai sensi della legge
federale sugli stranieri e la loro integrazione del 16 dicembre 2005 (LStrI,
RS 142.20), ciò che la procedura d’asilo non ha quale scopo. Potrebbe
quindi esserle richiesto, o al supposto marito, di introdurre una domanda di
ricongiungimento presso le competenti autorità, come pure di attendere il
risultato di tale procedura in Romania. Tale misura sarebbe proporzionale,
in quanto la separazione geografica sarebbe limitata e di durata tempora-
nea. Oltracciò, neppure il suo stato di salute giustificherebbe l’applicazione
della clausola di sovranità. Peraltro, la Romania disporrebbe di un’infra-
struttura medica sufficiente, e non vi sono elementi che inducano a pensare
che la Romania – ove avrà la possibilità di riprendere la sua procedura
d’asilo e di beneficiare ex art. 19 par. 1 della direttiva accoglienza –
l’avrebbe privata o che lo farebbe in futuro di cure mediche adeguate.
6.2 Con la sua impugnativa, la ricorrente avversa le conclusioni a cui è
giunta l’autorità resistente. Ella pone innanzitutto l’accento sulla presenza
in Svizzera del suo supposto marito, rilevando che ella adempirebbe ai cri-
teri di un legame reale e vissuto con il medesimo per l’applicazione
dell’art. 8 CEDU sotto l’aspetto dell’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III.
L’insorgente, da dichiarazioni rilasciate in preparazione al ricorso, avrebbe
difatti sostenuto di aver conosciuto il marito in Siria già nel corso dell’anno
(...), e sino alla partenza del medesimo nel (...), si sarebbero incontrati di
nascosto due volte, l’uno nel contesto di un matrimonio e l’altro di un fune-
rale. Durante tali anni essi avrebbero inoltre avuto contatti telefonici e tra-
mite WhatsApp. Un matrimonio non sarebbe potuto allora avvenire in
quanto il marito era perseguitato. Dopo la partenza di quest’ultima dalla
Siria, avrebbero mantenuto dei contatti regolari telefonici e da circa l’anno
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(...) pure contatti quasi giornalieri via WhatsApp. Tuttavia, la prova di questi
ultimi non potrebbe essere da lei portata, in quanto il suo cellulare sarebbe
andato perso in D._. Altresì, se si rammenterebbe bene, il (...), il
matrimonio religioso sarebbe avvenuto tramite una connessione online.
Dei duplicati dei documenti di matrimonio sarebbero inoltre in arrivo via
posta dalla Siria, mentre che gli originali degli stessi sarebbero andati per-
duti. In tal senso, l’insorgente chiede di attendere la venuta di tali docu-
menti rilevanti prima di statuire in merito. Da quando sarebbe giunta in
Svizzera, avrebbe inoltre pernottato durante i fine settimana, a volte con-
cessole altre no, presso il coniuge. Peraltro quest’ultimo si sarebbe ben
integrato in Svizzera ed avrebbe locato un proprio appartamento. Per
quanto attiene poi il suo stato di salute, ella dovrebbe essere visitata da
una ginecologa – per una problematica legata al (...) – in data ancora da
definire, essendo che il precedente appuntamento sarebbe stato annullato.
Proseguendo, a mente dell’insorgente la presente procedura non sarebbe
contraria alla LStrI, in quanto in primo luogo la SEM non avrebbe conside-
rato che ella proviene dalla Siria e che avrebbe pertanto eventuali suoi mo-
tivi d’asilo da far valere rispettivamente contrari all’esecuzione di un suo
allontanamento. Pertanto, se il marito della richiedente avesse presentato
una richiesta di ricongiungimento familiare, una sua eventuale accetta-
zione non avrebbe più permesso alla ricorrente di presentare una domanda
d’asilo in Svizzera. In secondo luogo, andrebbe pure ritenuto che il coniuge
dell’insorgente sarebbe dovuto fuggire dalla Siria e che contro la decisione
della SEM di accordo dell’ammissione provvisoria sarebbe stato interposto
ricorso. Alla luce di tali elementi, gli interessi privati della ricorrente e del
marito sarebbero preminenti rispetto a degli interessi pubblici contrari. Un
allontanamento della ricorrente verso la Romania violerebbe pertanto
l’art. 8 par. 1 CEDU. Inoltre, una sua separazione dal coniuge, rappresen-
terebbe una restrizione sproporzionata di un’eccessiva severità, e pertanto
già solo per tale motivo occorrerebbe entrare nel merito della domanda
d’asilo della ricorrente. Proseguendo nella sua analisi, l’insorgente ritiene
che un rinvio in Romania potrebbe comportare il rischio di una violazione
dell’art. 3 CEDU. A suo dire, come riportato in un rapporto di (...) del mese
di (...), le condizioni igieniche presenti in parte nel sistema di accoglienza
rumeno sarebbero lacunose, come pure l’atteggiamento dell’opinione pub-
blica sarebbe mutata negli ultimi anni verso i richiedenti l’asilo da un iniziale
empatia ad una crescente ostilità nei loro confronti. Tale agire sarebbe
stato sottolineato dalla ricorrente al suo rappresentante legale durante il
colloquio in preparazione al ricorso, in quanto ella avrebbe dichiarato che
al suo arrivo in Romania, sarebbe stata condotta in un posto che pareva
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un “luogo di smaltimento” (“Entsorgungsstelle”) ed inoltre avrebbe consen-
tito alla presa delle sue impronte, soltanto poiché l’avrebbero minacciata di
un arresto in caso contrario.
A titolo eventuale, la ricorrente osserva come l’autorità inferiore non
avrebbe istruito la causa in maniera completa, in punto alla relazione con
il marito, violando di convesso il principio inquisitorio nonché il suo diritto di
essere sentita. La SEM non avrebbe peraltro verificato l’applicazione
dell’art. 9 Regolamento Dublino III alla fattispecie, malgrado al marito della
ricorrente sia stata concessa un’ammissione provvisoria, violando pertanto
il principio inquisitorio come pure motivando soltanto in modo incompleto
la sua decisione.
7.
Preliminarmente occorre chinarsi sulle censure formali sollevate dall’insor-
gente, in quanto potrebbero condurre alla cassazione della decisione im-
pugnata.
7.1 Il diritto di essere sentito, disciplinato dall’art. 29 cpv. 2 Cost. (RS 101)
comprende segnatamente il diritto per l’interessato di consultare l’incarto,
di offrire mezzi di prova su punti rilevanti e di esigerne l’assunzione, di par-
tecipare alla stessa e di potersi esprimere sulle relative risultanze nella mi-
sura in cui possano influire sulla decisione (cfr. DTF 135 II 286 consid. 5.1;
135 I 279 consid. 2.3).
7.2 L’obbligo per l’autorità di motivare la sua decisione ne è inoltre corolla-
rio fondamentale. Detta prerogativa è finalizzata a permettere ai destinatari
e a tutte le persone interessate, di comprenderla, eventualmente di impu-
gnarla, in modo da rendere possibile all’autorità di ricorso, se adita, di eser-
citare convenientemente il suo controllo (cfr. DTF 139 V 496 consid. 5.1,
136 I 184 consid. 2.2). Ciò non significa che l’autorità sia tenuta a pronun-
ciarsi in modo esplicito ed esaustivo su tutte le argomentazioni addotte;
essa può occuparsi delle sole circostanze rilevanti per il giudizio (cfr.
DTF 133 III 439 consid. 3.3). Per adempiere a queste esigenze è necessa-
rio che essa menzioni, almeno brevemente, i motivi sui quali ha fondato la
sua decisione, in modo da consentire agli interessati di apprezzarne la por-
tata (cfr. DTF 136 I 229 consid. 5.2, 136 V 351, 129 I 232 consid. 3.2;
DTAF 2013/34 consid. 4.1, 2012/23 consid. 6.1.2; sentenza del Tribunale
federale 2C.1020/2019 del 31 marzo 2020 consid. 3.4.2).
7.3 Nelle procedure d’asilo – così come nelle altre procedure di natura am-
ministrativa – si applica il principio inquisitorio. Ciò significa che l’autorità
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competente deve procedere d’ufficio all’accertamento esatto e completo
dei fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi in relazione con l’art. 12 PA,
art. 106 cpv. 1 lett. b LAsi). In concreto, essa deve procurarsi la documen-
tazione necessaria alla trattazione del caso, chiarire le circostanze giuridi-
che ed amministrare a tal fine le opportune prove a riguardo (cfr.
DTAF 2019 I/6 consid. 5.1; 2012/21 consid. 5). L’autorità incorre in un ac-
certamento inesatto quando fonda la propria decisione su fatti incorretti e
non conformi agli atti. Un accertamento incompleto è invece da constatare
quando non è tenuto conto di tutti gli elementi fattuali giuridicamente rile-
vanti (cfr. DTAF 2015/10 consid. 3.2). Il principio inquisitorio non è illimi-
tato, in particolare visto il nesso con l’obbligo di collaborare delle parti
(art. 13 PA ed art. 8 LAsi; cfr. AUER/BINDER, in: Kommentar zum Bundesge-
setz über das Verwaltungsverfahren [VwVG], 2a ed. 2019, ad art. 12 n. 9).
7.4 Nella presente disamina, le doglianze mosse dalla ricorrente, devono
essere recisamente respinte. Invero, come si vedrà d’appresso, d’un canto
la relazione famigliare della quale l’insorgente si è avvalsa nel corso di pro-
cedura non rientra nel campo d’applicazione dei disposti che l’autorità è
tenuta a vagliare nell’ambito della procedura Dublino (cfr. infra consid. 8.7).
D’altro canto, nella procedura di prima istanza ella non ha allegato alcun
elemento o argomento che necessitasse per l’autorità inferiore di svolgere
ulteriori accertamenti in punto alla supposta relazione con il coniuge (cfr.
nello stesso senso le sentenze del Tribunale D-6168/2020 del 15 dicem-
bre 2020 consid. 6.4 e F-6463/2019 del 7 settembre 2020 consid. 2.3), e
dei quali la predetta autorità non ne abbia tenuto debitamente conto nella
decisione impugnata. Inoltre, dal momento che le questioni relative all’esi-
stenza di un impedimento all’esecuzione del trasferimento ai sensi dei
cpv. 3 e 4 dell’art. 83 LStrI (RS 142.20) risultano indissociabili dal giudizio
di non entrata nel merito (cfr. DTAF 2015/18 consid. 5.2), salvo casi parti-
colari, non si necessita che l’autorità analizzi puntualmente l’adempimento
o meno di tutte le norme protettive. Peraltro, dalla strutturata argomenta-
zione risultante dal memoriale ricorsuale, si evince come l’assenza di rife-
rimenti espliciti all’art. 9 Regolamento Dublino III, come pure di ulteriori
chiarimenti della relazione tra la ricorrente ed il supposto marito da parte
dell’autorità inferiore, non ha in alcun modo influito sui diritti d’impugna-
zione effettiva dell’insorgente, la quale ha potuto impugnare con cognizione
di causa il provvedimento avversato come pure presentare tutte le sue ar-
gomentazioni con il ricorso (cfr. nello stesso senso le sentenze precitate
D-6168/2020 consid. 6.4 e F-6463/2019 consid. 3.2).
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Il provvedimento impugnato non presta pertanto il fianco a critiche sotto il
profilo formale e merita pertanto tutela. Per il che le conclusioni eventuali
esposte nel gravame vanno conseguentemente respinte.
8.
Ciò posto, occorre ora determinare se la SEM poteva fare applicazione
dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi, disposizione che prevede che di norma non
si entra nel merito di una domanda di asilo se il richiedente può partire alla
volta di uno Stato terzo cui compete, in virtù di un trattato internazionale,
l’esecuzione della procedura di asilo e allontanamento.
8.1 Prima di applicare la precitata disposizione, la SEM esamina la com-
petenza relativa al trattamento di una domanda di asilo secondo i criteri
previsti dal Regolamento Dublino III. Se in base a questo esame è indivi-
duato un altro Stato quale responsabile per l’esame della domanda di asilo,
la SEM pronuncia la non entrata nel merito previa accettazione, espressa
o tacita, di ripresa in carico del richiedente l’asilo da parte dello Stato in
questione (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2).
8.2 Ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di pro-
tezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia quello
individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15). La procedura
di determinazione dello Stato membro competente è avviata non appena
una domanda di protezione internazionale è presentata per la prima volta
in uno Stato membro. Nel caso di una procedura di ripresa in carico (in-
glese: take back) – come nel caso in parola – di principio non viene effet-
tuato un nuovo esame di determinazione dello Stato membro competente
secondo il capo III (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1; sentenza della
Corte di Giustizia dell’Unione europea [CGUE] nelle cause riunite C-582/17
e C-583/17 [Grande Sezione] del 2 aprile 2019, par. 67 e 68).
8.3 Giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile
trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato
come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che sussi-
stono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni
di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un trattamento
inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali
dell’unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000; di seguito: CartaUE), lo
Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione dello Stato
membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo III per veri-
ficare se un altro Stato membro possa essere designato come competente.
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8.4 Lo Stato membro competente per l’esame di una domanda di prote-
zione internazionale ai sensi del Regolamento Dublino III è tenuto a ripren-
dere in carico – alle condizioni di cui agli art. 23, 24, 25 e 29 – un cittadino
di un paese terzo o un apolide che ha ritirato la sua domanda in corso
d’esame e che ha presentato una domanda in un altro Stato membro o che
si trova nel territorio di un altro Stato membro senza un titolo di soggiorno
(art. 18 par. 1 lett. c Regolamento Dublino III).
8.5 Nel caso in rassegna, vista la richiesta di ripresa in carico, nonché
l’espressa accettazione della medesima da parte delle autorità rumene fon-
data sull’art. 18 par. 1 lett. c Regolamento Dublino (cfr. supra lett. E) – en-
trambe nel rispetto dei termini regolamentari disposti dall’art. 23 par. 2 ri-
spettivamente dell’art. 25 par. 1 Regolamento Dublino III – la competenza
della Romania per la trattazione della procedura d’asilo e di allontanamento
della ricorrente, risulta di principio essere data.
8.6 La questione sollevata dall’insorgente, sia nel colloquio Dublino che nel
gravame, di non avere volontariamente richiesto asilo nel sopra citato
Paese, risulta del tutto ininfluente, atteso che il meccanismo del Regola-
mento Dublino III non offre il diritto di scegliere autonomamente lo Stato
nel quale la domanda debba essere esaminata (cfr. DTAF 2010/45 con-
sid. 8.3).
8.7 Neppure la presenza in Svizzera del presunto marito, non è atta a ri-
mettere in discussione la succitata competenza della Romania. In tale con-
testo si rileva anzitutto che anche se il presunto marito B._ rientre-
rebbe nella definizione di “familiari” ai sensi dell’art. 2 lett. g del Regola-
mento Dublino III, tuttavia poiché come si vedrà in seguito la ricorrente non
intrattiene con il medesimo alcuna relazione stretta ed effettiva (cfr. infra
consid. 10.6), ed inoltre il supposto marito della medesima non avrebbe
espresso per iscritto alcun desiderio per l’esame della domanda di prote-
zione internazionale in Svizzera della ricorrente, che risulta tuttavia essere
pure una condizione imprescindibile per l’applicazione degli art. 9 e 10 Re-
golamento Dublino III, in ogni caso i predetti disposti non trovano alcuna
applicazione nei suoi confronti. Il fatto quindi che il supposto marito della
ricorrente sia beneficiario di un’ammissione provvisoria in Svizzera come
pure che risulti essere pendente un ricorso al Tribunale avverso la deci-
sione dell’autorità di prime cure da parte del medesimo, non giustifica in
alcun modo l’applicazione delle precitate norme alla fattispecie. D’altro
canto, trattandosi in concreto di una procedura di ripresa in carico, non va
di norma effettuato un nuovo esame dello Stato membro competente se-
condo il capo III, di cui tali disposizioni risultano essere parte integrante
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(cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2, 2012/4 consid. 3.2; sentenza del
Tribunale D-2954/2019 del 18 luglio 2019 consid. 5).
9.
Per quanto attiene alla procedura d’asilo e di accoglienza dei richiedenti
l’asilo in Romania, non vi sono fondati motivi di ritenere che sussistano
carenze sistemiche che implichino il rischio di un trattamento inumano o
degradante ai sensi dell’art. 4 CartaUE (cfr. art. 3 par. 2 2a frase Regola-
mento Dublino III).
9.1 La Romania è difatti legata alla CartaUE e firmataria della CEDU, della
Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre pene o tratta-
menti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105), della Con-
venzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv. rifugiati,
RS 0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del 31 gen-
naio 1967 (RS 0.142.301) e ne applica, a tale titolo, le disposizioni. Di con-
seguenza, la Romania è presunta rispettare la sicurezza dei richiedenti
l’asilo, in particolare il diritto alla trattazione della propria domanda secondo
una procedura giusta ed equa e garantire una protezione conforme al diritto
internazionale ed europeo (cfr. fra le tante la sentenza del Tribunale
F-4486/2020 del 16 settembre 2020 consid. 4.1.1).
9.2 Tale presunzione non è tuttavia assoluta e può essere confutata in pre-
senza di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale Stato non ri-
spetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 consid. 6; 2010/45
consid. 7.4 e 7.5). La stessa va inoltra scartata d’ufficio in presenza di vio-
lazioni sistematiche delle garanzie minime previste dall’Unione europea o
di indizi seri di violazioni del diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 con-
sid. 6; sentenza della CorteEDU M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gen-
naio 2011, 30696/09).
9.3 Nel caso di specie, dagli atti all’inserto non è possibile desumere indizi
oggettivi, seri e concreti atti a comprovare che il trasferimento in Romania
della ricorrente la esporrebbe al rischio di vedere insoddisfatti i suoi bisogni
esistenziali minimi secondo la direttiva accoglienza. Nel caso in cui vi fosse
una eventuale e temporanea restrizione dei suoi diritti – ad esempio con la
censurata possibilità di essere condotta in un centro con delle precarie con-
dizioni igieniche o con una condotta scorretta o discriminatoria da parte di
terzi o di singoli funzionari delle autorità d’asilo rumene – potrà in caso di
necessità indirizzarsi alle autorità competenti rumene e far valere i suoi
diritti per le vie legali (cfr. art. 26 direttiva accoglienza). In relazione a tale
punto occorre inoltre osservare come la ricorrente, secondo le sue stesse
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dichiarazioni, si sia fermata in Romania soltanto due o tre giorni ed in tale
Paese le sarebbero state prelevate le impronte digitali. Malgrado abbia di-
chiarato di non aver presentato volontariamente una domanda d’asilo in
tale Stato, tuttavia ella non ha accennato in alcun modo dinnanzi all’autorità
inferiore, anche se ha avuto la possibilità di farlo, di essere stata condotta
in un luogo non consono per la procedura d’asilo o di essere stata minac-
ciata di arresto nel caso in cui non avesse ottemperato alla richiesta, pe-
raltro legittima, di farsi prendere le impronte digitali. Di fatto ella in Romania
– anche fosse stato contro il suo volere – è stata registrata come richie-
dente l’asilo, ma ha tuttavia potuto lasciare il Paese liberamente, prima che
la sua domanda d’asilo potesse essere trattata, senza aver sollevato mal-
trattamenti di sorta. In tal senso, non si ravvisano nemmeno motivi per i
quali vi sia da ritenere che la Romania non rispetterebbe il principio di non-
respingimento rinviando l’insorgente in un Paese dove la sua vita, la sua
integrità fisica o la sua libertà sarebbero minacciate per uno dei motivi men-
zionati all’art. 3 cpv. 1 LAsi, o dal quale rischierebbe di essere costretta a
recarsi in un Paese di tal genere. Non si giunge a diversa conclusione nella
fattispecie neppure prendendo in considerazione i citati rapporti nel gra-
vame. A complemento v’è pure da rilevare come né lo scrivente Tribunale
come neppure la Corte europea dei diritti dell’uomo (CorteEDU) – ed in
aggiunta neppure la CGUE – non abbia sino ad ora riconosciuto sussistere
delle carenze sistemiche nel sistema d’asilo rumeno (cfr. tra le altre le sen-
tenze del Tribunale F-6222/2020 del 16 dicembre 2020 consid. 7.3,
F-5474/2020 del 13 novembre 2020 consid. 4.1). Per un cambiamento
della giurisprudenza o una valutazione attuale della situazione generale in
tale Paese non risulta esserci, anche nell’esame delle considerazioni ap-
portate nel gravame dalla ricorrente, alcun elemento che possa fondare lo
stesso.
9.4 Conseguentemente, visto tutto quanto precede, l’applicazione
dell’art. 3 par. 2 2a frase Regolamento Dublino III non si giustifica nel caso
di specie.
10.
Nel proseguo occorre esaminare se – come auspicato nel gravame dalla
ricorrente – l’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III («clausola di sovra-
nità»), concretizzato in diritto interno svizzero all’art. 29a cpv. 3 OAsi 1,
trovi applicazione nella fattispecie.
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Pagina 15
10.1 Giusta l’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III in deroga ai criteri di
competenza sopra definiti, ciascuno Stato membro può decidere di esami-
nare una domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino
di un paese terzo o da un apolide, anche se tale esame non gli compete.
10.2 Ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1 se "motivi umanitari" lo giustificano
la SEM può entrare nel merito della domanda anche qualora giusta il Re-
golamento Dublino III un altro Stato sarebbe competente per il trattamento
della domanda. Nell’applicazione di tale articolo, l’autorità inferiore dispone
di un reale potere di apprezzamento ed il Tribunale, a seguito dell’abroga-
zione dell’art. 106 cpv. 1 lett. c LAsi (entrata in vigore il 1° febbraio 2014),
dispone di un potere di esame ridotto (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.).
Esso può infatti unicamente esaminare se la SEM ha esercitato il suo po-
tere di apprezzamento in modo conforme alla legge, ossia se l’autorità in-
feriore ha fatto uso di tale potere e se l’ha fatto secondo criteri oggettivi e
trasparenti (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8). Qualora la decisione sia sosteni-
bile, tenuto conto dell’interpretazione della nozione di motivi umanitari e sia
conforme ai principi costituzionali – quali il diritto di essere sentito, il princi-
pio della parità di trattamento ed il principio della proporzionalità – il Tribu-
nale non può sostituire il suo libero apprezzamento a quello della SEM
(cfr. ibidem; sentenza del Tribunale D-5666/2017 del 19 marzo 2018 con-
sid. 4.4).
10.3 Al contrario, se il trasferimento del richiedente nel paese di destina-
zione contravviene ad una norma imperativa del diritto internazionale, tra
cui quelle della CEDU, l’autorità inferiore è obbligata ad applicare la clau-
sola di sovranità e ad entrare nel merito della domanda d’asilo ed il Tribu-
nale dispone di potere di controllo al riguardo (cfr. DTAF 2015/9 consid.
8.2.1).
10.4 Dapprima si osserva come quanto rilevato nel gravame che ella, in
quanto donna sola, si troverebbe in caso di rinvio in Romania esposta al
rischio di violazione dell’art. 3 CEDU, risulta essere pura speculazione, non
fondata su alcun elemento reale e concreto. Invero, come già sopra rile-
vato, ella non ha mai sollevato maltrattamenti di sorta dinnanzi all’autorità
inferiore, men che meno dovuti alla sua condizione di donna sola. Neppure
con il suo gravame, a parte un’allegazione del tutto generica, non ha so-
stanziato in alcun modo tale suo asserto. Tale censura non può pertanto
trovare accoglimento.
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Pagina 16
10.5 Dagli atti all’inserto non è inoltre possibile desumere uno stato di sa-
lute cagionevole a tal punto che sarebbe messo gravemente e irrimediabil-
mente a rischio da un trasferimento verso la Romania e che renderebbe
pertanto lo stesso contrario all’art. 3 CEDU (cfr. sentenza della CorteEDU
N. contro Regno Unito del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9 con-
sid. 7.1, giurisprudenza precisata dalla CorteEDU successivamente nella
sentenza Paposhvili contro Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10, §181
segg.). Il fatto che la ricorrente nel gravame abbia segnalato che, in data
ancora da determinare, dovrebbe avere un consulto medico poiché il suo
(...) sarebbe (...), non è atto a mutare tale conclusione, in quanto segna-
tamente dai controlli ginecologici e medici sino ad ora effettuati dalla ricor-
rente, non sono state rilevate problematiche rilevanti in tale contesto (cfr.
atti SEM n. 23/2, n. 32/2 e n. 36/2). In tal senso, e come già rettamente
sottolineato dalla SEM nella decisione avversata, l’eventuale appunta-
mento previsto dalla richiedente, non appare avere lo scopo di chiarire al-
cuna problematica medica grave che possa condurre ad un apprezza-
mento differente della presente disamina. Dipoi, l’insorgente può essere
rinviata in Romania, giacché non vi sono motivi di dubitare che l’autorità
d’esecuzione preposta comunichi, se del caso, allo Stato in questione la
sua situazione medica e le misure di accompagnamento necessarie (cfr.
art. 31 e 32 Regolamento Dublino III).
10.6
10.6.1 Tra le norme imperative di cui sopra rientra anche l’art. 8 CEDU (cfr.
DTAF 2013/24 consid. 5), secondo il quale ogni persona ha diritto al ri-
spetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corri-
spondenza e il cui scopo è segnatamente quello di proteggere le relazioni
con la famiglia nucleare, in particolare con il coniuge ed i figli minori (cfr.
DTF 137 I 113 consid. 6.1; DTAF 2008/47 consid. 4.1, sentenza del Tribu-
nale D-2393/2019 del 22 maggio 2019).
10.6.2 Seppure detto disposto, rispettivamente l’art. 13 Cost., non garanti-
scano il diritto a soggiornare in un determinato Stato, il diritto al rispetto
della vita famigliare e privata può essere violato qualora ad uno straniero,
la cui famiglia risiede in Svizzera, viene vietata la presenza in tale Paese e
con ciò viene impedita la vita famigliare (cfr. DTF 135 I 143 consid. 1.3.1).
La protezione conferita dalla norma convenzionale in oggetto non è asso-
luta. Un’ingerenza nella vita familiare è invero ammissibile se questa è pre-
vista dalla legge e se costituisce una misura che, in una società democra-
tica, è necessaria per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, il benessere
economico del paese, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o
della morale, o la protezione dei diritti e delle libertà altrui (cfr. art. 8 par. 2
D-6557/2020
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CEDU). A questo titolo, incombe alle autorità procedere alla ponderazione
dei differenti interessi in presenza, vale a dire, da una parte l’interesse dello
Stato all’allontanamento dello straniero e, dall’altra, l’interesse di quest’ul-
timo a mantenere le sue relazioni familiari.
10.6.3 Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, per poter invo-
care il diritto al rispetto della vita famigliare ex art. 8 CEDU lo straniero non
soltanto deve provare la presenza di una relazione stretta ed effettiva con
una persona della sua famiglia, ma pure che quest’ultima sia beneficiaria
di un diritto di presenza garantito o duraturo in Svizzera, nonché che per
l’interessato non sia possibile, rispettivamente non sarebbe ragionevole,
proseguire la sua vita famigliare altrove (cfr. DTF 143 I 21 consid. 5.1 seg.;
139 I 330 consid. 2.1 con riferimenti, DTF 137 I 351, consid. 3.1, 135 I 143
consid. 1.3.1; DTAF 2013/49 consid. 8.4.1 con rinvii, 2012/4 consid. 4.3
con giurisprudenza ivi citata). Occorre tuttavia sottolineare che la prassi
giurisprudenziale relativa al diritto di presenza garantito o duraturo in Sviz-
zera, è stata elaborata nell’ambito dei casi di rifiuto del rinnovo di permessi
soggiacenti alla legislazione ordinaria sugli stranieri, ed è trasponibile solo
con le dovute riserve nell’ambito delle fattispecie riguardanti i meccanismi
del Regolamento Dublino III (cfr. in questo senso segnatamente le sen-
tenze del Tribunale D-6168/2020 consid. 12.3, E-8349/2015 del 23 ago-
sto 2017 consid. 5.2, E-2457/2016 del 9 maggio 2016 consid. 3.2;
D-7410/2014 e D-7547/2014 del 24 agosto 2015 consid. 7.7, E-6169/2014
e E-6167/2014 del 16 dicembre 2014 consid. 5.3; MONNET JEAN-PIERRE,
La jurisprudence du Tribunal administratif fédéral en matière de transferts
Dublin, in Schengen et Dublin en pratique, questions actuelles, 2015,
pag. 433). I segni indicatori di una relazione stretta ed effettiva, sono se-
gnatamente il fatto di coabitare, la dipendenza finanziaria, dei legami fami-
gliari particolarmente stretti e dei contatti regolari (cfr. DTF 135 I 143 con-
sid. 3.1; sentenza del Tribunale federale 2C.1045/2014 consid. 1.1.2; cfr.
anche sentenze del Tribunale F-4726/2020 del 30 settembre 2020 con-
sid. 4.2.1, D-4075/2020 del 24 agosto 2020 consid. 8.3.1).
10.6.4 Lo scrivente Tribunale considera, alla stessa stregua della SEM,
che la relazione tra la ricorrente e B._, beneficiario unicamente di
un’ammissione provvisoria – e l’evenienza sollevata dall’insorgente nel
gravame che sia pendente una procedura ricorsuale al Tribunale per il me-
desimo non è atta a mutare lo stato di fatto attuale – non sia stretta ed
effettiva come esatto dalla norma summenzionata.
10.6.4.1 In primo luogo, come a giusta ragione concluso dall’autorità resi-
stente, dalla documentazione presentata dalla ricorrente come pure dalle
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Pagina 18
sue allegazioni non è possibile determinare l’autenticità del suo legame
coniugale con B._. Oltreché aver presentato due documenti che at-
testerebbero del suo matrimonio con il predetto unicamente in copia – ed
il fatto che starebbero giungendo dei duplicati dei medesimi come asserito
nel gravame dalla ricorrente, non muta la conclusione esposta d’appresso
non essendo degli originali – e quindi facilmente manipolabili e falsificabili,
gli stessi presentano diversi elementi tra loro discordanti, come pure di-
screpanti con le stesse dichiarazioni rese dall’insorgente. Anzitutto se nella
dichiarazione manoscritta, si dà atto di una registrazione di un contratto
matrimoniale avvenuto tra le due parti in data (...) nel villaggio di
F._, per una dote di (...) di (...); nella decisione del (...) si evoca
invece un contratto di matrimonio avvenuto tra le due parti al di fuori del
tribunale, il (...) a G._, per un importo di una dote immediata di (...)
ricevute ed altra dota rimandata “sulla responsabilità del marito” (secondo
la traduzione). Oltreché esservi un’incoerenza tra i due documenti, per
quanto attiene sia il luogo del matrimonio che la data dello stesso, come
pure riguardo alla dote pattuita, di quest’ultimo contratto che sarebbe stato
stipulato a G._ il (...), non v’è neppure traccia agli atti né pare es-
sere stato presentato dinanzi al tribunale di cui alla decisione del (...). Inol-
tre, anche se il periodo nel quale la ricorrente si sarebbe sposata secondo
il contratto avvenuto il (...) corrisponderebbe a quanto da lei dichiarato in
corso di procedura, tuttavia il luogo della cerimonia da lei asserito durante
la stessa non risulta coincidente. Invero, dapprima ella ha riferito essersi
sposata a H._ (cfr. atto SEM n. 12/10, p.to 1.14, pag. 3), mentre
che nel corso del colloquio Dublino ha riferito che il matrimonio sarebbe
avvenuto a E._ (cfr. atto SEM n. 15/3). Ora, tali sue dichiarazioni,
oltreché essere tra loro discrepanti, risultano indubitabilmente pure incoe-
renti con i documenti da lei presentati. V’è inoltre da denotare come le ge-
neralità del marito presenti nella decisione del tribunale del (...), risultino
essere parzialmente illeggibili secondo la traduzione, riportando unica-
mente il nome “I._” del medesimo, ma senza alcuna indicazione del
cognome. Peraltro appare quantomeno strano che, se nel corso del collo-
quio Dublino ella ha dichiarato che avrebbe consegnato alla SEM il certifi-
cato di matrimonio originale, nel ricorso, senza alcuna spiegazione plausi-
bile in merito a tale mutamento, ha asserito invece che gli originali dei do-
cumenti sarebbero andati persi. Ulteriore elemento perlomeno atipico nelle
dichiarazioni della medesima, è che ella ha sostenuto che il matrimonio
religioso sarebbe avvenuto tramite una connessione online con il marito,
ma tuttavia non sarebbe certa di ciò, né vi sarebbe traccia alcuna di tale
presenza del marito via mediatica nei documenti presentati. Da ultimo si
evidenzia come la registrazione del matrimonio non appare essere stata
effettuata secondo la procedura normalmente in vigore in Siria, ovvero
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presso una (...), nonché secondo la documentazione che deve essere pre-
sentata imperativamente per la registrazione di un matrimonio (in partico-
lare il permesso rilasciato dalle autorità militari per gli uomini astretti al ser-
vizio militare ovvero tra i 18 ed i 42 anni d’età; cfr. Landinfo, Syria: marriage
legislation and traditions, 22.08.2018, < https://landinfo.no/wp-con-
tent/uploads/2018/10/Report-Syria-Marriage-legislation-and-traditions-
22082018.pdf >, consultato da ultimo il 4 gennaio 2020). Da tutti gli ele-
menti succitati, il Tribunale giunge alla conclusione che l’autenticità del ma-
trimonio tra la ricorrente e B._, non solo non è stata dimostrata, ma
pure che vi sono dei seri indizi dell’inverosimiglianza del medesimo.
10.6.4.2 Ciò posto, occorre ancora esaminare se la ricorrente possa pre-
valersi dell’art. 8 CEDU, in mancanza di un’unione coniugale regolarmente
stipulata con B._ In tale ambito si rileva dapprima come, secondo
la giurisprudenza del Tribunale federale, i fidanzati o i concubini non sono,
in principio, abilitati ad invocare l’art. 8 CEDU, a meno che la coppia non
intrattenga da molto tempo delle relazioni strette ed effettive e che non esi-
stano degli indizi concreti di un matrimonio seriamente voluto ed immi-
nente. Per determinare se una relazione al di fuori di un matrimonio possa
essere equiparata ad una “vita famigliare”, secondo la giurisprudenza della
CorteEDU, v’è luogo di tener conto di un certo numero d’elementi, come il
fatto di sapere se la coppia convive, da quanto tempo e se vi sono dei
bambini in comune (cfr. sentenza della CorteEDU [Grande Camera] Serife
Yigit contro Turchia del 2 novembre 2010, 3976/05, §§94 segg. con ulte-
riori riferimenti ivi citati; cfr. anche DTF 137 I 113 consid. 6.1; DTAF 2012/4
consid. 3.3.3 con riferimenti menzionati). Ora, tornando al caso in parola,
seppure dalle allegazioni presentate unicamente con il gravame dall’insor-
gente ella abbia addotto di avere avuto dei contatti telefonici e via Wha-
tsApp regolari con B._ dal (...) in avanti, come pure di aver incon-
trato il medesimo nell’ambito di due eventi, tuttavia dei medesimi non ha
apportato alcuna prova a sostegno delle stesse. Ella in merito ha riferito
che il suo cellulare sarebbe andato perso in D._ e pertanto non po-
trebbe apportare la documentazione inerente i messaggi intercorsi tra lei
ed il marito via WhatsApp. Tuttavia, nulla si dice riguardo al telefono di
B._ che pure dovrebbe aver ricevuto ed inviato dei messaggi all’in-
sorgente secondo il medesimo canale. Ciò, unito alle dichiarazioni apparse
soltanto in fase ricorsuale della ricorrente, fanno seriamente dubitare che
tali contatti siano avvenuti. In ogni caso, anche fossero realmente inter-
corsi, non sono di per sé soli sufficienti per riconoscere alla ricorrente un
legame reale e vissuto con il ricorrente. Neppure le sue asserite visite al
domicilio di B._ durante i fine settimana dacché ella sarebbe giunta
in Svizzera, sono atte a provare una relazione particolarmente stretta con
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il medesimo, in particolare per la loro corta durata, in mancanza di ulteriori
elementi concreti. A fronte di tali evenienze, nella presente fattispecie,
all’ora attuale si può concludere per l’assenza di una relazione stretta ed
effettiva come richiesto dalla giurisprudenza in materia tra la ricorrente e
B._.
10.6.4.3 In tale contesto il Tribunale osserva per di più che il trasferimento
dell’insorgente in Romania, non comporterebbe comunque l’interruzione di
ogni legame con il presunto marito, bensì rimarrebbero possibili contatti
telefonici (o via Skype) e tramite messaggi elettronici. Inoltre, come retta-
mente denotato dalla SEM nella decisione impugnata è possibile per lei o
per il supposto marito presentare presso le autorità competenti una do-
manda di ricongiungimento familiare. Le allegazioni ricorsuali contrarie pre-
sentate dalla ricorrente, non sono atte a mutare la predetta conclusione. In
proposito si ricorda come il Regolamento Dublino III non conferisce al ri-
chiedente alcun diritto di scegliere lo Stato membro che offra, a suo avviso,
le migliori condizioni d’accoglienza come stato responsabile per la sua do-
manda d’asilo (cfr. DTAF 2010/45 consid. 8.3). Al contrario, ritenendo il
principio dell’esame della domanda d’asilo per un solo e stesso Stato mem-
bro (“one chance only”), il Regolamento Dublino ha come obiettivo la lotta
contro le domande d’asilo multiple (“asylum shopping”; cfr. DTAF 2017 VI/5
consid. 8.5.3.3 e tra le altre le sentenze del Tribunale F-3594/2020 del
21 luglio 2020 e D-2147/2020 del 5 maggio 2020 consid. 6.5.1). Pertanto,
anche se venisse ritenuta un’ingerenza nella vita famigliare della ricorrente,
contraria all’art. 8 CEDU, tuttavia la stessa non può essere ritenuta spro-
porzionata in una ponderazione degli interessi in presenza.
10.7 In definitiva, l’insorgente non ha fornito indizi seri suscettibili di com-
provare che le sue condizioni di vita o la sua situazione personale sareb-
bero tali da contravvenire all’art. 4 della CartaUE o all’art. 3 CEDU in caso
di esecuzione del trasferimento in Romania. I presupposti per appellarsi
all’art. 8 CEDU ed all’art. 9 Regolamento Dublino III non sono inoltre in
concreto riuniti. Pertanto, non v’è un obbligo di applicare la clausola di so-
vranità ai sensi dell’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III. Nemmeno le
condizioni previste dell’art. 16 par. 1 Regolamento Dublino III risultano es-
sere adempiute.
11.
Infine, alla luce di quanto già sopra considerato, nel caso in disamina non
sussistono elementi per ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in
maniera arbitraria il suo potere di apprezzamento in merito all’esistenza di
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motivi umanitari ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1. Pertanto, non vi è mo-
tivo di applicare la clausola discrezionale di cui all’art. 17 par. 1 (clausola
di sovranità) Regolamento Dublino III.
12.
Di conseguenza, in mancanza dell’applicazione delle succitate norme da
parte della Svizzera, la Romania rimane competente per il seguito della
domanda d’asilo e d’allontanamento della ricorrente ai sensi del Regola-
mento Dublino III ed è tenuta a riprenderla in carico in ossequio alle condi-
zioni poste agli art. 23, 24, 25 e 29 del predetto.
13.
Visto tutto quanto sopra, è dunque a giusto titolo che la SEM non è entrata
nel merito della domanda di asilo dell’insorgente, in applicazione
dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso
la Romania conformemente all’art. 44 LAsi, posto che ella non possiede
un’autorizzazione di soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1).
14.
Ne consegue che il ricorso deve essere respinto e la decisione della SEM,
che rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia il trasfe-
rimento dell’interessata dalla Svizzera verso la Romania, confermata.
15.
Con la presente sentenza, le misure supercautelari ordinate dal Tribunale
il 30 dicembre 2020 sono revocate.
16.
Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di conces-
sione dell’effetto sospensivo è divenuta senza oggetto.
17.
Altresì, per il medesimo motivo summenzionato, la domanda tendente
all’esenzione dal versamento di un anticipo equivalente alle presumibili
spese processuali, risulta pure senza oggetto.
18.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono la soccom-
benza, sarebbero da porre a carico della ricorrente (art. 63 cpv. 1 e 5 PA
nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 febbraio 2008
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[TS-TAF, RS 173.320.2]). Tuttavia, non essendo state le conclusioni ricor-
suali d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole e potendo partire
dal presupposto che l’insorgente è indigente, v’è luogo di accogliere la do-
manda di assistenza giudiziaria nel senso della dispensa dal pagamento
delle spese di giustizia (art. 65 cpv. 1 PA).
19.
La presente decisione non concerne una persona contro la quale è pen-
dente una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che ha abban-
donato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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