Decision ID: 95c32634-03a1-557d-b5e9-4d9e1523f04e
Year: 2014
Language: it
Court: TI_TCA
Chamber: TI_TCA_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: public_law
Law Sub-area: 
Label: dismissal

Facts:
ritenuto,
in fatto
A. a. La cittadina italo-dominicana RI 1 (1983) - già al beneficio di un'autorizzazione di corta durata L CE/AELS valida dal 9 febbraio 2006 - è rientrata in Svizzera il 14 settembre 2007, ottenendo un permesso di dimora CE/AELS valido fino
al 13 settembre 2012 per esercitare un'attività lucrativa dipendente
come cameriera.
Con decreto d'accusa 19 maggio 2008 (DA _), essa è stata condannata alla multa di fr. 150.– per esercizio illecito della prostituzione (28.04.08). Dopo essere stata senza attività almeno dal mese di ottobre 2007, tra il 1° novembre 2008 e il giugno
2009, ha beneficiato di prestazioni assistenziali, per poi sottoscrivere
il 20 aprile 2009 un contratto di lavoro a tempo parziale. Rimasta di nuovo senza lavoro a partire dal 16 agosto 2009, nel settembre 2009 ha ripreso a beneficiare dei sussidi di sostegno sociale.
b. Con decisione 23 aprile 2010, la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni le ha revocato il permesso di
dimora, in quanto essa non esercitava più un'attività lucrativa ed era a carico dell'assistenza pubblica. Con risoluzione 12 ottobre 2010, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso contro la
menzionata decisione dipartimentale e l'ha annullata, in quanto l'interessata
aveva nel frattempo reperito un posto di lavoro ed aveva indicato di non avere subìto condanne né messo in pericolo la sicurezza pubblica in Svizzera o all'estero.
c. Il _ 2010 la ricorrente ha dato alla luce la figlia RI 2
, alla quale è stato rilasciato un permesso di dimora
CE/AELS di identica durata di quello della madre. Rimasta nel frattempo senza occupazione, quest'ultima è stata posta in seguito al beneficio dell'assegno famigliare integrativo (AFI) e di quello di prima infanzia (API).
d. Con
sentenza 4 aprile 2012, la Corte delle assise criminali ha riconosciuto RI 1 colpevole di infrazione
aggravata alla
legge federale sugli stupefacenti e sulle sostanze
psicotrope del 3 ottobre 1951 (LStup; RS 812.121)
, siccome riferita a un quantitativo di cocaina che sapeva o doveva presumere essere tale da mettere in pericolo la salute di molte persone,
per avere, senza essere autorizzata, nel periodo febbraio 2011/giu
gno 2011, acquistato, detenuto ai fini di vendita ed alienato a consumatori locali, complessivi 300 grammi di tale sostanza
e
l'ha condannata alla pena detentiva di 16 mesi. Nel contempo sono stati condannati, sempre per infrazione aggravata alla
LStup, anche sua madre _ e lo zio, avendo tutti agito in correità.
Statuendo sull'appello di RI 1 e su quello incidentale del Ministero pubblico, con sentenza 28 novembre
2012 la Corte di appello e di revisione penale (CARP) ha accolto parzialmente il primo e respinto il secondo, riducendo a 15 mesi la pena detentiva inflitta. Contro quest'ultima decisione, l'interessata ha interposto ricorso al Tribunale federale.
B. Il 28 giugno 2012, la Sezione della popolazione ha revocato il permesso di dimora CE/AELS a RI 1 e, di riflesso, alla figlia RI 2, per motivi di ordine pubblico. L'autorità ha rilevato che essa aveva interessato la polizia e le autorità giudiziarie del nostro Paese nonché all'estero, visto che con sentenza 12 luglio 2007 il Tribunale di Santiago del Cile le aveva inflitto una pesante pena. D
alla sentenza 4 aprile 2012, la Corte delle assise criminali era infatti emerso che dopo essere stata incarcerata dall'11 gennaio all'8 maggio 2007 in Cile,
l'interessata era stata condannata nel Paese sudamericano, unitamente alla madre, alla pena detentiva di 3 anni sospesa, al pagamento
di una multa nonché all'espulsione dal territorio nazionale, per infrazione alla legge cilena sugli stupefacenti per avere tentato di esportare 6,155 kg di cocaina destinati al mercato elvetico.
Il provvedimento di revoca è stato reso sulla base della legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr; RS
142.20),
dell'ordinanza sull'ammissione, il soggiorno e l'attività lucrativa del 24 ottobre 2007 (OASA; RS 142.201), come pure degli art. 5 Allegato I dell
'accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS
0.142.112.681), 23 e 24 dell'ordinanza
sull'introduzione della libera circolazione delle persone del 22 maggio 2002 (OLCP; RS 142.203)
.
C. Con giudizio 5 marzo 2013, il Consiglio di Stato ha confermato la
suddetta risoluzione dipartimentale, respingendo l'impugnativa
contro di essa interposta da RI 1, agente per sé e per la figlia RI 2.
Dopo avere respinto una censura di ordine formale sollevata dalle ricorrenti (carenza di motivazione della decisione della Sezione della popolazione), il Governo ha ritenuto in sostanza che vi fossero gli estremi per la revoca del loro permesso di dimora CE/AELS in virtù dei motivi addotti
dal Dipartimento, essendo oltretutto la misura conforme al principio della proporzionalità. Ha inoltre respinto la domanda di assistenza giudiziaria e di gratuito patrocinio.
D. Contro la predetta pronunzia governativa, le soccombenti si sono
aggravate davanti al Tribunale cantonale amministrativo chiedendone
l'annullamento e postulando il rinnovo del permesso di dimora CE/AELS.
RI 1 ribadisce che il provvedimento dipartimentale
sarebbe carente di motivazione e critica il Consiglio di Stato per aver preso in considerazione, nell'ambito del rischio di recidiva, la sentenza della CARP non ancora cresciuta in giudicato, violando in tal modo la presunzione della sua innocenza.
Nel merito, sostiene che la condanna subìta in Cile è lontana nel tempo e contesta di essere attualmente una minaccia concreta e attuale per l'ordine pubblico elvetico. Infine, reputa la decisione impugnata in ogni caso lesiva del principio di proporzionalità.
E.
All'accoglimento del gravame si sono opposti sia il Dipartimento
che il Consiglio di Stato, quest'ultimo con argomenti di cui si dirà, se necessario, nei considerandi di diritto.
F. Con sentenza 17 settembre 2013 (_), la Corte penale del Tribunale federale ha respinto, in quanto ammissibile, il ricorso presentato da RI 1 contro la decisione
28 novembre 2012 della CARP.
Il 2 aprile 2014, il giudice preposto alla causa ha richiesto all'alta
Corte federale una copia della menzionata sentenza penale e,
una volta acquisita agli atti, ha informato le insorgenti di tale atto istruttorio, su cui esse hanno poi potuto esprimersi.
Considerato,

Considerations:
in diritto
1. La competenza del Tribunale cantonale amministrativo a statuire
nel merito della presente vertenza è data dall'art. 10 lett. a della
legge di applicazione alla legislazione federale in materia di
persone straniere dell'8 giugno 1998 (LALPS; RL 1.2.2.1). Va comunque
rilevato che l'autorizzazione di soggiorno
di cui beneficiavano le insorgenti, valida fino
al
13 settembre 2012, è nel frattempo scaduta. In siffatte circostanze, qualora il presente
gravame fosse volto ad ottenere in ultima battuta l'annullamento della decisione di revoca di un permesso ormai decaduto, esso apparirebbe privo di oggetto. Il giudizio impugnato non concerne tuttavia solo la revoca, ma si riferisce implicitamente anche al rifiuto di prorogare a RI 1 e alla figlia RI 2 il permesso di dimora CE/AELS di cui erano titolari.
Ne discende che esse hanno ancora un interesse pratico e attuale
ad impugnare la decisione dell'autorità inferiore. Da questo punto di vista dunque il gravame in oggetto, tempestivo giusta l'art. 46 cpv. 1 della legge di procedura per le cause amministrative del 19 aprile 1966 (LPamm; BU 1966, 181) e presentato da persone senz'altro legittimate a ricorrere (art. 43 LPamm), è ricevibile in ordine. L'impugnativa può inoltre essere evasa sulla base degli atti, integrati dalla sentenza 17 settembre 2013 della Corte penale del Tribunale federale (_), richiamata dal giudice delegato alla causa (art. 18 cpv. 1 LPamm).
2. Le ricorrenti si dolgono innanzitutto
della violazione del loro diritto di essere sentite. Ribadiscono anche in questa sede il fatto
che l'autorità di prime cure avrebbe omesso di motivare sufficientem
ente la decisione con cui ha risolto di non rinnovare loro il permesso di dimora.
Tale rimprovero va esaminato
preliminarmente, poiché quanto da esse invocato costituisce una garanzia di natura formale, la cui disattenzione comporta di principio l'annullamento della decisione impugnata, indipendentemente dalle possibilità di successo del ricorso nel merito (DTF 124 V 123 consid. 4 a, 122 I 464 consid. 4a, 120 Ib 379 consid. 3b).
2.1. La natura ed i limiti del diritto di essere sentito sono determinati, innanzitutto, dalla normativa procedurale cantonale. Se tuttavia questa risulta insufficiente, valgono le garanzie minime dedotte dall'art. 29 della Costituzione federale della Confederazione svizzera del 18 aprile 1999 (Cost.; RS 101). Tale norma, applicabile anche ai procedimenti in materia di diritto degli stranieri, assicura all'interessato il diritto di esprimersi su tutti i punti essenziali di un procedimento prima che sia emanata una decisione e gli garantisce anche il diritto di partecipare all'assunzione delle prove, di conoscere i risultati delle stesse e di determinarsi
al riguardo (DTF 135 II 286 consid. 5.1, 133 I 270 consid.
3.1,
120 Ib 379, 118 Ia 17;
Ulrich Häfelin/Georg Müller
, Grundriss
des Allgemeinen Verwaltungsrechts, 6a ed., Zurigo 2010, pag.
374 n. 1615, pag. 384 n. 1672 segg., segnatamente n. 1680;
Ben-
jamin Schindler
in: Martina Caroni/Thomas Gächter/Daniela
Thurnherr, Bundesgesetz über Ausländerinnen und Ausländer AuG, Berna 2010, n. 17 ad art. 96 e nota a piè di pagina n. 64).
Il diritto di essere sentito garantito dall'art. 29 Cost. comprende anche il dovere per le autorità amministrative e giudiziarie di
motivare le proprie decisioni (art. 26 cpv. 1 LPamm; DTF 117 Ib 64
consid. 4). Per prassi, una motivazione può essere ritenuta
sufficiente quando l'autorità menziona brevemente le ragioni che l'hanno spinta a decidere in un senso piuttosto che in un altro,
ponendo in questo modo le parti nella situazione di rendersi conto della portata del giudizio e delle eventuali possibilità di impugnazione dello stesso (DTF 134 I 83 consid. 4.1; 129 I 232 consid. 3.2; 126 I 97 consid. 2b; 121 I 54 consid. 2c; 117 Ib 64 consid. 4), oppure quando risulta implicitamente dai diversi considerandi componenti la decisione (STF 2C_505/2009 del 29 marzo 2010 consid. 3.1) o da rinvii ad altri atti (cfr. STF 2A.199/2003 del 10 ottobre 2003 consid. 2.2.2 e 1P.708/1999 del 2 febbraio 2000 consid. 2).
2.2. In concreto, la Sezione della popolazione ha revocato il
permesso di dimora alle insorgenti con la seguente motivazione:
“Gentile Signora RI 1,
tenuto conto che ha interessato le Autorità di polizia e giudiziarie del nostro Paese e all'estero, richiamata in particolare la Sentenza emanata dal Tribunale di Santiago (Cile) il 12.07.2007, si ritiene che, per motivi di ordine pubblico, la sua presenza sul nostro territorio non appare opportu-
no. Già solo per questo motivo, richiamate la LStr, l'OASA, nonché gli art. 5 Allegato I ALC, 23 e 24 OLCP e ogni altra applicabile in casu, l'Ufficio della migrazione
DECIDE
1.
I permessi di dimora B UE/AELS a suo tempo concessi a lei e RI 2, sono revocati.
2.
Dovete lasciare la Svizzera entro il 31.08.2012, notificando la partenza all'Ufficio controllo abitanti e al Servizio regionale degli stranieri competenti.
3.
La tassa di decisione di fr. 65.– è posta a suo carico (fattura allegata).
4.
Contro la presente decisione è data facoltà di ricorso, entro il termine di 15 giorni dall'intimazione, al Consiglio di Stato.”
Alla luce di quanto precede si può senz'altro ritenere che in concreto i requisiti minimi di motivazione previsti dalla giurisprudenza testé menzionata sono stati ossequiati dal Dipartimento.
L'argomentazione addotta, seppur succinta, ha infatti consentito a RI 1, di rendersi perfettamente conto
delle ragioni poste a fondamento dell'avversata pronuncia e cioè che la revoca del suo permesso era sostanzialmente stata determinata dal
fatto
di essere stata condannata penalmente all'estero e
di avere pure interessato la polizia e le autorità giudiziarie del
nostro Paese. Prova ne è che essa è stata in grado di impugnare tale provvedimento
con la dovuta cognizione di causa davanti al Consiglio di Stato. Affermando in quella sede di non costituire un pericolo per l'ordine pubblico elvetico, essa ha dimostrato di
avere perfettamente capito i motivi posti alla base del querelato
provvedimento.
3. RI 1 lamenta inoltre la violazione del principio della presunzione d'innocenza per il fatto che nel proprio giudizio il Consiglio di Stato ha preso pure in considerazione la condanna inflittale con sentenza
28 novembre 2012
della
Corte di appello e
di revisione penale, sebbene che la stessa non fosse a quel
tempo ancora cresciuta in giudicato, visto il gravame da lei interposto al Tribunale federale.
Ci si può invero chiedere se l'Esecutivo cantonale non dovesse
attendere l'esito di tale ricorso per poter fare riferimento a questa condanna. Sia come sia, il quesito può rimanere indeciso in quanto la questione appare superata dagli eventi. Bisogna in effetti considerare che con sentenza del
17 settembre 2013
(_
)
,
la Corte
penale del Tribunale federale ha definitivamente confermato la suddetta decisione della Corte di appello e di revisione penale, respingendo il ricorso
interposto contro di essa dall'insorgente. Sentenza, questa, che è stata acquisita agli atti nell'ambito del presente procedimento ricorsuale. Anche tale condanna può dunque essere presa in considerazione a tutti gli effetti in questa sede, ritenuto che di principio il Tribunale cantonale amministrativo giudica i ricorsi che gli sono sottoposti in base alla situazione di fatto esistente al momento in cui emette la propria decisione, di modo che esso può prendere in considerazione anche d'ufficio fatti aventi rilevanza giuridica che si sono verificati in costanza di litispendenza, successivamente alla decisione dell'istanza inferiore (RDAT 1985 n. 46 consid. C). Oltretutto la
ricorrente ha avuto modo di prendere posizione sulla suddetta sentenza del Tribunale federale che la riguarda, di modo che il suo diritto di essere sentita è stato pienamente rispettato.
4. 4.1. L'accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone si rivolge ai cittadini elvetici e a quelli degli Stati facenti parte della Comunità europea e disciplina il loro diritto di entrare,
soggiornare, accedere a delle attività economiche e offrire la
prestazione di servizi negli Stati contraenti (art. 1 ALC), stabilendo norme che, in linea di principio, derogano alle disposizioni di diritto interno.
L
'art. 5 Allegato I ALC dispone che i diritti conferiti dall'Accordo in
parola possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità. Secondo la giurisprudenza, che si orienta alla direttiva CEE 64/221 del 25 febbraio 1964 ed alla prassi della Corte di giustizia dell'Unione europea ad essa relativa (art. 5 cpv. 2 Allegato I ALC), le deroghe alla libera circolazione garantita dall'ALC vanno
interpretate in modo restrittivo. Al di là della turbativa insita in ogni violazione
della legge, il ricorso di un'autorità nazionale alla nozione
di ordine pubblico presuppone il sussistere di una minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse fondamentale
per la società. In applicazione dell'art. 5 Allegato I ALC, una condanna penale va di conseguenza considerata come motivo per limitare i diritti conferiti dall'Accordo solo se dalle circostanze che l'hanno determinata emerga un comportamento personale
costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (DTF 134 II
10 consid. 4.3; 130 II 176 consid. 3.4.1; 129 II 215 consid. 7.4 con rinvii alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione europea). A dipendenza delle circostanze, già la sola condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero commetterà altre infrazioni in futuro; d'altra parte, per rinunciare a misure di ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia praticamente nullo (DTF 137 II 233 consid. 4.3.2; 136 II 5 consid. 4.2; STF 2C_238/2012 del 30 luglio 2012
consid. 3.1).
Va osservato che a
nche una condanna pronunciata all'estero può, di per sé, giustificare misure di ordine pubblico ai sensi dell'art. 5 dell'Allegato I all'ALC (DTF 134 II 25, consid.
4.3.1, con rif.).
4.2. In quanto cittadina comunitaria (italiana) e titolare di un documento di legittimazione valido, RI 1 può
prevalersi in linea di principio del menzionato accordo bilaterale per esercitare un'attività lucrativa, ricercare un lavoro o, a determinate condizioni, per risiedere senza attività lucrativa (cfr. art. 2 paragrafo 1 e 2 Allegato I ALC; STF 131 II 339, consid. 2).
Sennonché, bisogna considerare che il campo di applicazione
personale e temporale dell'ALC non dipende dal momento in cui il cittadino comunitario è giunto in Svizzera, ma unicamente dall'esistenza di un diritto di soggiorno garantito dall'accordo in
parola al momento determinante, ossia quando il diritto litigioso
viene esercitato (STF 134 II 10 , consid. 2; 130 II 1, consid. 3.4).
4.3. Come detto in precedenza, l'autorizzazione di soggiorno
di cui beneficiava l'insorgente
per svolgere un'attività lucrativa quale dipendente in Svizzera
, valida fino
al
13 settembre 2012, è nel
frattempo scaduta. Bisogna pertanto esaminare se RI 1
possa essere considerata ancora “lavoratrice” ai sensi dell'ALC e pretendere il rinnovo del permesso sotto questo profilo.
L
a Corte di giustizia delle Comunità europee ha precisato che dev'essere considerato tale il soggetto che esegue per un certo tempo, a favore di un'altra persona e sotto la direzione di questa, prestazioni in contropartita delle quali percepisce una rimunerazione. Essa ha aggiunto che, una volta cessato il rapporto di lavoro, l'interessato perde - in linea di principio - la qualità di lavoratore, fermo tuttavia restando che, da un lato, questa qualifica
può produrre degli effetti dopo la cessazione del rapporto di lavoro e che, dall'altro, una persona all'effettiva ricerca di un impiego deve pure essere qualificata come un lavoratore (sentenze
CGCE
del 12 maggio 1998 nella causa Martinez Sala/Freistaat Bayern, C-85/96 Racc. 1998 I-2691, punto 32; 3 luglio 1986 Lawrie-
Blum/
Land Baden-Württemberg, 66/85, Racc. 1986 2121, punto 17). La Corte di giustizia delle Comunità europee ha considerato a più riprese che l'effetto utile dell'art. 39 del Trattato CE (ex art. 48) esige che venga concesso all'interessato un termine ragionevole in grado di consentirgli di prendere conoscenza, sul territorio dello Stato in cui si trova, delle offerte di lavoro corrispondenti alle sue qualifiche professionali e di adottare, se del caso, le misure necessarie al fine di essere assunto (sentenza CGCE del 26 febbraio 1991 Antonissen, C-292/89, Racc. 1991 I-745, punto 16; sentenza CGCE del 23 gennaio 1997 Tetik/Land Berlin, C-171/95, Racc. 1997 I-329, punto 27; sentenza CGCE del 20 febbraio 1997 Commissione delle Comunità europee/ Regno del Belgio, C-344/95, Racc. 1997 I-1035, punto 16). Essa ha pure rilevato che, mancando una disposizione comunitaria volta a
disciplinare la durata del soggiorno dei cittadini comunitari in
cerca di occupazione, gli Stati membri hanno il diritto di fissare un termine ragionevole a tal fine. Un lasso di tempo di 6 mesi è stato considerato adeguato nel caso di un cittadino comunitario che mai aveva lavorato in precedenza nello Stato ospitante (sentenza CGCE del 26 febbraio 1991 Antonissen, C-292/89, Racc. 1991 I-745, punto 21); per contro la Corte ha reputato insufficiente un termine di tre mesi (sentenza CGCE del 20 febbraio 1997 Commissione delle Comunità europee/Regno del Belgio, C-344/
95, Racc. 1997 I-1035, punto 18). Ha comunque pure rilevato
che il diritto di soggiorno per cercare lavoro non può essere fatto valere per vari anni da una persona che non ha alcuna prospettiva di lavoro (cfr. sentenza CGCE del 26 maggio 1993 Tsiotras/
Landeshauptstadt Stuttgart, C-171/91, Racc. 1993 I−2925, punto 14).
Nel caso in esame, non risulta dagli atti che successivamente
dalla fine di dicembre del 2010 RI 1 abbia ancora svolto un'attività lucrativa effettiva e regolare. In siffatte circostanze, essa non può (più) essere considerata quale "lavoratrice" ai sensi dell'ALC e della giurisprudenza comunitaria.
Visto inoltre il tempo trascorso da quando non è più attiva professionalmente, l'interessata non può invocare l'ALC neanche
per la ricerca di un impiego
(cfr. sentenza CGCE del 26 maggio 1993 Tsiotras/Landeshauptstadt Stuttgart, C-171/91, Racc. 1993 I−2925, punto 14).
Oltre a ciò, non può beneficiare dello statuto di persona non esercitante un'attività lucrativa, non disponendo di sufficienti mezzi finanziari per il suo mantenimento, tanto che
da tempo deve far capo all'aiuto sociale (art. 6 ALC, 24 Allegato I
ALC e 16 OLCP).
4.4. La ricorrente non può nemmeno invocare il diritto di rimanere sancito dall'art. 4 cpv. 1 dell'Allegato I all'ALC, il quale
prescrive che i cittadini di una parte contraente e i membri della loro
famiglia hanno in linea di principio il diritto di
rimanere sul territorio di un'altra parte contraente anche dopo
avere cessato la loro attività economica (vedi anche art. 22 OLCP). A questo proposito fanno stato, oltre alla prassi della Corte di giustizia delle Comunità europee in materia, anche il regolamento CEE n. 1251/70 (per
i lavoratori dipendenti) e la direttiva 75/34/CEE (per gli indipendenti
). Da entrambe queste regolamentazioni emerge che hanno il diritto di rimanere in Svizzera al termine della loro attività lucrativa, segnatamente, i cittadini comunitari che hanno maturato il diritto alla pensione e quelli residenti senza interruzione nel
territorio di tale Stato da più di due anni, colpiti da inabilità permanente al lavoro (cfr. art. 2 cpv. 1 lett. a e b del suddetto regolamento e della suddetta direttiva CEE). Ciò che non è evidentemente
il caso nella presente fattispecie, ritenuto che l'insorgente non ha maturato il diritto alla pensione e non ha mai dimostrato di essere colpita da inabilità permanente al lavoro.
4.5. Ne discende pertanto che la ricorrente non può (più) prevalersi di un diritto sgorgante dall'ALC per poter risiedere in Svizzera.
Alla presente vertenza è quindi applicabile il diritto interno (cfr.
art. 12 ALC e 2 cpv. 2 LStr).
5.
Giusta l'art. 62 LStr, il permesso di dimora può essere revocato (o non rinnovato) se lo straniero
o il suo rappresentante ha fornito, durante la
procedura d'autorizzazione, indicazioni false o taciuto fatti essenziali
(lett. a),
è stato condannato a una pena detentiva di lunga durata (lett. b), se ha violato
in modo rilevante o ripetutamente o espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero o costituisce una minaccia per la sicurezza interna o esterna della Svizzera (c)
, disattende una delle condizioni legate alla decisione (lett. d) oppure se egli o una persona a suo carico dipende dall'aiuto sociale (lett. e)
.
Per giurisprudenza, una pena detentiva - sospesa o da espiare - è di lunga durata se è stata pronunciata per più di un anno (DTF 135 II 377 consid. 4.2 pag. 379 segg.; STF 2C_515/2009 del 27 gennaio 2010 consid. 2.1). Una violazione della sicurezza e dell'ordine pubblici è per contro data, in caso di mancato rispetto di prescrizioni di legge e di decisioni delle autorità (art. 80 cpv. 1 lett. a OASA). Vi è esposizione della sicurezza e dell'ordine pubblici a pericolo, se sussistono indizi concreti che il soggiorno in Svizzera dello straniero in questione porti con notevole probabilità a una violazione della sicurezza e dell'ordine pubblici (art. 80 cpv. 2 OASA).
6. 6.1. Come accennato in narrativa, con sentenza
12 luglio 2007 RI 1
è
stata condannata dal Tribunale di Santiago (Cile) alla pena detentiva di 3 anni, sospesa con un periodo di prova di identica durata, al pagamento di una multa nonché
all'espulsione da tale Paese. L'11 gennaio 2007, essa era stata fermata unitamente alla madre _
dalla polizia aeroportuale di Santiago del Cile con
6,155 kg
di cocaina (con l'84% di purezza media) destinati al mercato elvetico. Posta in arresto fino all'8 maggio successivo, è stata in seguito riconosciuta
colpevole di infrazione alla legge cilena sugli stupefacenti. Va osservato che nell'ambito della commisurazione della pena sono comunque state ritenute le attenuanti relative al suo stato di salute (
“enfermedad bipolar por lo cual su responsabilidad penal esta comprometido parzialmente”
).
6.2. Facendo riferimento a questa condanna, il cui reato è punibile anche nel nostro Paese tanto da essere qualificato come
crimine (o quanto meno delitto) giusta l'art. 10 del codice penale svizzero
del 21 dicembre 1937 (CP; 311.0), bisogna effettivamente ammettere che RI 1
si è resa colpevole di un'
azione delittuosa
molto grave. I reati in materia di stupefacenti non vanno sottovalutati, dal momento che toccano un settore
particolarmente sensibile dell'ordine pubblico. Rappresentano infatti un pericolo serio e concreto per un interesse fondamentale della società, come la lotta al traffico di droga e al diffondersi del suo consumo, nonché per un bene giuridico essenziale quale la salute pubblica. La protezione della collettività di fronte allo
sviluppo del mercato della droga costituisce quindi un interesse
pubblico preponderante che giustifica di principio l'allontanamento
dalla Svizzera degli stranieri coinvolti in tali traffici, i quali devono pertanto attendersi provvedimenti di questo tipo (DTF 125 II 521 consid. 4a/aa; 122 II 433 consid. 2c; STF 2A.7/2004 del 2 agosto 2004, consid. 5.1).
Contrariamente a quanto assume l'insorgente, i fatti per i quali è stata pesantemente condannata all'estero non possono essere considerati lontani nel tempo ed ancor meno sottovalutati, anche perché gli eventi più recenti hanno dimostrato come tale evento non costituisce un episodio isolato e non è bastato a farla desistere dal nuovamente delinquere in questo specifico settore.
In effetti, come esposto in narrativa, c
on
sentenza 4 aprile 2012, la Corte delle assise criminali ha riconosciuto RI 1 colpevole di infrazione aggravata alla
LStup
, siccome
riferita a un quantitativo di cocaina che sapeva o doveva presumere essere tale da mettere in pericolo la salute di molte persone,
per avere, senza essere autorizzata, nel periodo febbraio
2011/giugno 2011, acquistato, detenuto ai fini di vendita ed alienato a
consumatori locali, complessivi 300 grammi di tale sostanza
e l'ha condannata alla pena detentiva di 16 mesi. Nel contempo, sono stati condannati, sempre per infrazione aggravata alla
LStup, anche sua madre _ e lo zio, avendo tutti agito in correità. Statuendo sull'appello di RI 1 e su quello incidentale del Ministero pubblico, con sentenza 28 novembre 2012 - confermata come detto dal Tribunale federale il
17 settembre 2013 -
la CARP ha accolto parzialmente il primo e respinto il secondo, riducendo a 15 mesi la pena detentiva inflitta. Al di là di questo aspetto legato alla commisurazione della pena, entrambe le autorità di ricorso hanno comunque sostanzialmente confermato le imputazioni a carico dell'insorgente.
Eloquenti in merito alla responsabilità penale della ricorrente appaiono le considerazioni sviluppate dalla CARP nel suo giudizio
(sentenza anonimizzata, consid. 45, con AP1 riferito a RI 1
):
"
(...)
per la valutazione della colpa va considerato, in primo luogo, il quantitativo di droga trattata, ovvero 300 grammi di cocaina che, ritenuto il grado di purezza pari al 25%, equivale a 75 grammi di cocaina pura (doc. TPC 33). Si tratta di un quantitativo importante e abbondantemente al di là
del limite richiesto per l'applicazione del caso grave ex. art. 19 cpv. 2 lett. a LStup, in grado di mettere potenzialmente in pericolo la salute di un gran numero di persone, che sapeva essere
frutto di un traffico internazionale. Sebbene a livello organizzativo AP 1 ricoprisse senz'altro un ruolo minore della madre, va sottolineato, come già fatto in prima istanza, il suo coinvolgimento in alcune delle fasi cruciali della vicenda (presa in consegna di 300 grammi di cocaina, contatti con gli acquirenti, trattative concernenti il pagamento al fornitore) ad eccezione degli accordi iniziali con A. e la prima consegna di 3 ovuli a IM 2, nonché il fatto che lei era la sua persona di fiducia e che, quindi, in assenza della madre - come è stato il caso nella fase in cui quest'ultima si trovava a _ - ricopriva un ruolo di responsabilità all'interno della piccola rete domestica che componeva assieme a madre e zio.
Dal profilo soggettivo, come per la madre, anche per AP 1 si tratta di un traffico perpetrato per spirito di lucro (diversamente dal tossicomane che delinque per finanziare il proprio consumo di droga). Per quanto attiene alla libertà dell'appellante di decidere fra legalità e illegalità, va detto che AP 1 era titolare di un permesso di soggiorno B (la decisione di mancato rinnovo è attualmente sub iudice) e beneficiaria di prestazioni sociali a seguito della nascita della figlia più che sufficienti a permetterle di vivere onestamente.
L'incidenza negativa di questi due elementi - o meglio, del movente di lucro e dell'ampia libertà di decidere fra legalità e illegalità - va però mitigata a causa della sindrome affettiva bipolare di cui AP 1 soffre e che, come già evocato, ha dato luogo in passato ad episodi maniacali con sintomi psicotici e a ricoveri in strutture stazionarie del Cantone. Pur non pregiudicando la sua capacità di intendere e di volere, come già osservato dai primi giudici, tale patologia va tuttavia tenuta in maggior considerazione di quanto fatto dai primi giudici in quanto pone AP 1 in uno stato di parziale sudditanza dalla madre con cui vive. Ne segue che, per le circostanze legate al reato, adeguata appare essere una pena detentiva aggirantesi sui 13 mesi.
La colpa di AP 1 deve poi essere ponderata in funzione delle sue circostanze personali. Del valore attenuante nullo della sua incensuratezza in Svizzera, già s'è detto. Nulla di positivo AP 1 può dedurre dal suo comportamento processuale caratterizzato da continue menzogne. La sua malattia non può essere chiamata a giustificazione dei suoi molteplici “non ricordo”, non essendo evocata nemmeno dai medici una qualche influenza di tale patologia sulla sua capacità di ricordare i fatti. Il suo comportamento processuale è stato improntato alla negazione più totale, anche confrontata con schiaccianti risultanze istruttorie a suo carico, ciò che - pur configurando un diritto della difesa - non può comportare sconti di pena. Nemmeno si ravvisano, nel suo passato, situazioni o comportamenti particolarmente meritori visto che la giovane neppure ha mai lavorato in vita sua. Per contro, in questo ambito, così come per la madre, va considerata quale elemento aggravante la pesante condanna cilena per reati di stupefacenti e i quasi quattro mesi di detenzione preventiva e l'espulsione dal paese. In questo senso, anche AP 1 dimostra di essere impermeabile agli interventi dell'autorità, ciò che non può non preoccupare.
Pertanto, tutto considerato - in particolare, considerata la recidiva specifica - questa Corte ritiene di dover aumentare di 2 mesi la pena base e, così, infliggerle la pena detentiva di 15 mesi”.
Ne discende che la
ricorrente è stata condannata per ben due volte nell'arco di pochi anni per avere trafficato un quantitativo di cocaina che sapeva o doveva presumere essere tale da mettere in pericolo la salute di parecchie persone.
Essa
ha quindi dimostrato di non volere o di non essere in grado di adattarsi all'ordinamento vigente nel paese che lo ospita e di essere un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica. Considerato
in particolare che quanto da essa commesso non concerne il consumo di stupefacenti bensì lo spaccio, lo stato in cui essa si sarebbe trovata a delinquere non diminuisce l'interesse al suo allontanamento.
Del resto, in occasione della sua ultima condanna, non è nemmeno stato considerato che essa avesse
agito in stato di scemata imputabilità.
6.3. Va pure rilevato, per completezza, che il 14 settembre 2007, al momento di rilasciarle il permesso di dimora CE/AELS, il Dipartimento non era a conoscenza che il 12 luglio precedente essa era stata condannata in Cile a una pena detentiva di 3 anni.
Giudizio, questo, che l'interessata ha sempre sottaciuto, affermando
ancora il 10 maggio 2010, nell'ambito di una procedura ricorsuale concernente il rinnovo della sua autorizzazione di soggiorno, di non aver subìto condanne né messo in pericolo la sicurezza pubblica in Svizzera o all'estero.
Con il suo comportamento, essa ha quindi tratto scientemente in inganno l'autorità preposta all'esame della sua domanda.
È
infatti evidente che se avesse saputo sin dall'inizio del suo grave
precedente penale, ben difficilmente l'autorità dipartimentale le avrebbe rilasciato un permesso di dimora CE/AELS per poter lavorare
nel nostro Paese.
6.4. Alla luce di quanto precede, considerato che
ha sottaciuto
fatti essenziali durante la procedura d'autorizzazione (
art. 62 lett.
a LStr
), che
è stata condannata a una pena detentiva di lunga durata ai sensi dell'art. 62 lett. b LStr (pena privativa della libertà superiore a un anno ai sensi della giurisprudenza menzionata nel consid. 4) ed ha
violato
in modo rilevante e ripetutamente, nonché esposto a pericolo, l'ordine pubblico giusta l
'art. 62
lett. c LStr, l'insorgente adempie i requisiti per la revoca - nonché per il mancato rinnovo - del suo permesso di dimora sulla base del diritto interno.
Va da sé che, rappresentando attualmente una minaccia effettiva ed abbastanza grave per la società, la ricorrente adempirebbe pure i requisiti legittimanti un provvedimento per motivi di ordine pubblico ai sensi della giurisprudenza sgorgante dall'art. 5 Allegato I ALC testé menzionata, qualora tale accordo fosse applicabile nella fattispecie.
7. A questo punto occorre verificare la proporzionalità della misura pronunciata dalla Sezione della popolazione.
7.1. RI 1 è giunta in Svizzera nel 2006. Quand'anche non si volesse tenere conto del periodo di carcerazione sofferto in Cile nella prima parte del 2007, l
a sua presenza nel nostro Paese va comunque considerata di media durata.
Ora, se da una parte questa circostanza ha un sicuro peso nell'ambito
della ponderazione degli interessi in presenza, dall'altra bisogna tenere conto che i gravi reati in materia di stupefacenti di cui si è macchiata in questi anni, l'hanno resa una persona indesiderata in Svizzera. Ritenuto che l'insorgente ha ampiamente dimostrato la sua incapacità di adattarsi all'ordinamento giuridico del nostro Paese, da tempo non svolge più un'attività lucrativa regolare, ha contratto diversi debiti ed è ricorsa all'aiuto sociale, non si può certo ritenere che essa sia integrata in Svizzera.
Bisogna anche tenere conto che la ricorrente è entrata in Svizzera all'età di 23 anni. Un suo rientro in Italia o nella Repubblica Dominicana, dove è sovente tornata per trascorrere le vacanze, non le porrà insormontabili problemi di risocializzazione, ritenuto pure che non rende nemmeno minimamente verosimile di non avervi ancora dei parenti. Va peraltro osservato, su quest'ultimo aspetto, che anche a sua madre _
è stato
revocato il permesso di dimora e che la relativa decisione è cresciuta
in giudicato (vedi STF _ del giugno 2013).
Un suo rientro nella vicina Penisola o sull'isola caraibica appare quindi tutto sommato esigibile.
Del resto, le difficoltà che dovrà affrontare una volta giunta in patria sono aspetti del tutto normali
che toccano la maggior parte dei cittadini stranieri costretti a
rientrare nel proprio Paese d'origine dopo diversi anni trascorsi all'estero.
Di conseguenza, considerati la gravità dei reati commessi e il
pericolo che essa rappresenta attualmente per l'ordine pubblico,
un'attenta ponderazione di tutti gli interessi in gioco permette di ritenere proporzionata la decisione adottata dall'autorità inferiore.
Va pure rilevato, per completezza, che in questa sede essa non invoca nemmeno che l'affezione bipolare di cui soffre non possa essere trattata in Italia o nella Repubblica Dominicana.
7.2. Per quanto riguarda sua figlia RI 1
(_
2010), essa è ancora molto piccola e dipendente dalla madre,
ragione per la quale non si pone nemmeno il problema di un suo eventuale sradicamento con la partenza dalla Svizzera.
L'insorgente adduce che l'allontanamento della bimba violerebbe
la Convenzione
ONU sui diritti del fanciullo
del 20 novembre 1989
(CDF; RS 0.107),
in quanto comprometterà la relazione con il padre. La tesi non può esserle di soccorso. Innanzitutto,
dal relativo
certificato di nascita, non risulta chi sia il padre naturale di RI 2
. Inoltre, nemmeno nel corso di tutta la procedura ricorsuale l'insorgente ne ha fornito l'identità, cosicché non è dato di sapere né se egli risiede in Svizzera o all'estero né l'estensione di un eventuale diritto di visita sulla medesima. In siffatte circostanze, non è quindi dato di vedere come la CDF sia stata violata nella presente fattispecie.
Va infine osservato che RI 2
non potrebbe pretendere
di ottenere un'autorizzazione di soggiorno a titolo autonomo sulla base dell'ALC in virtù della sua cittadinanza italiana, ritenuto che è minorenne e dipende in tutto e per tutto dalla madre.
8. Revocando il permesso di dimora alle ricorrenti, la Sezione della popolazione non ha pertanto disatteso le disposizioni legali applicabili. Inoltre la decisione censurata non procede da un esercizio abusivo del potere di apprezzamento che la legge riserva all'autorità di polizia degli stranieri in ordine alla valutazione
dell'adeguatezza della misura adottata, per cui la medesima dev'essere
confermata.
9. Stante quanto precede il ricorso, nella misura in cui è ricevibile,
va dunque respinto. La tassa di giustizia e le spese sono solidalmente
a carico delle ricorrenti in quanto soccombenti (art. 28 LPamm), con la precisazione che la
quota parte di RI 2 va accollata alla madre, in quanto sua rappresentante legale.