Decision ID: 16fe5bc4-798b-4c63-999f-4ee5e86d129c
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BSTG
Chamber: CH_BSTG_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: penal_law
Law Sub-area: nan
Label: approval

Facts:
Fatti:
A. Il 9 agosto 2016, il Ministero pubblico della Confederazione (di seguito: MPC) ha
avviato un’istruzione penale nei confronti di A. per titolo di organizzazione
criminale giusta l’art. 260ter CP – imputazione abbandonata il 22 novembre 2017
– di violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato
islamico” nonché le organizzazioni associate (RS 122; di seguito anche: legge
“Al-Qaïda” e “Stato islamico”) nonché di rappresentazione di atti di cruda violenza
giusta l’art. 135 CP (incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 01.000.0003 e segg.,
03.000.0019 e segg.).
B. Con decreto d’accusa del 22 novembre 2017 il MPC ha ritenuto A. autore
colpevole del reato di rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1
CP) e violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” (incarto
SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 03.000.0019 e segg.).
Il 4 dicembre 2017 l’allora difensore d’ufficio di A., avv. F., ha interposto
opposizione avverso il citato decreto d’accusa (incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC
03.000.0030 e segg.).
C. Dopo aver assunto ulteriori prove, sottoposte all’imputato, il MPC ha deciso di
mantenere le contestazioni nei confronti di A., apportando una precisazione
all’interno del decreto summenzionato (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC
10.200.35 e segg., 0038 e segg.; cl. 10 act. MPC 16.002.0028 e segg., 0031 e
segg.). Il 13 febbraio 2018 il MPC ha dunque emesso un nuovo decreto d’accusa
nei confronti di A. per titolo di rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135
cpv. 1 CP) e per violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”
(incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 03.000.0033 e segg.).
In data 2 marzo 2018 l’avv. Costantino Castelli, nuovo difensore (di fiducia) di A.,
ha interposto opposizione integrale avverso quest’ultimo decreto d’accusa
(incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.100.7).
D. Il MPC, con scritto dell’8 marzo 2018, ha quindi trasmesso il fascicolo al Tribunale
penale federale (di seguito: TPF) per lo svolgimento della procedura
dibattimentale (art. 356 cpv. 1 CPP) (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.100.1 e
seg.).
E. Con sentenza SK.2018.8 del 7 novembre 2018 la Corte penale del TPF (di
seguito: Corte penale o Corte) ha riconosciuto A. autore colpevole di
rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 CP) con riferimento ai
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filmati oggetto dei capi d’accusa n. 1 e n. 2, come pure di violazione dell’art. 2
della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” con riferimento al capo d’accusa n. 2.
La Corte penale ha invece prosciolto A. dal capo d’accusa di rappresentazione
di atti di cruda violenza limitatamente alle due fotografie pubblicate in rete il 22
febbraio 2017. Per le imputazioni di cui è stato ritenuto colpevole, A. è stato
condannato a una pena pecuniaria di 240 aliquote giornaliere di fr. 30.-- cadauna
e l’esecuzione della pena è stata sospesa per un periodo di prova di due anni; è
stata ordinata la restituzione a A. degli oggetti sequestrati, previa cancellazione
dei filmati incriminati; A. è stato condannato al pagamento delle spese
procedurali in ragione di fr. 2’000.--. La retribuzione del difensore d’ufficio avv. F.
è stata fissata in fr. 1'592.35 (IVA inclusa) a carico della Confederazione, con
l’obbligo per A. di rimborsare alla Confederazione tale importo non appena le sue
condizioni economiche glielo permetteranno; la Corte penale ha infine
riconosciuto a A. un indennizzo in ragione di fr. 500.--, pretesa posta in
compensazione con le spese procedurali (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK
13.970.1 e segg., 4 e segg.).
F. Contro tale decisione, il 1° febbraio 2019 A. ha interposto ricorso in materia
penale al Tribunale federale, contestando tutti i dispositivi di condanna. Egli ha
in sostanza invocato una violazione del proprio diritto di essere sentito per non
essersi, la Corte di prime cure, confrontata con le molteplici argomentazioni
esposte dalla difesa in occasione del dibattimento, tra cui in particolare la banalità
del gesto di A., il fatto che i post fossero già esistenti ed accessibili a qualunque
utente, il contenuto delle descrizioni e le motivazioni che hanno spinto A. ad
agire; A. ha pure constatato un accertamento manifestamente arbitrario dei fatti,
essendo il primo giudice giunto alla conclusione che i sei filmati condivisi illustrino
atti di cruda violenza a mero scopo di svago e di divertimento, nonché una
violazione del diritto, non avendo la Corte considerato che i video in questione
assumevano un valore informativo e documentaristico. Inoltre, A. ha contestato
sia di avere esposto o reso accessibili i filmati ai sensi dell’art. 135 CP come pure
l’adempimento delle condizioni soggettive e oggettive di tale reato; egli ha infine
negato la commissione del reato di cui all’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato
islamico” (cl. 14 act. SK 14.661.003 e segg.).
G. Con sentenza 6B_56/2019 del 6 agosto 2019 l’Alta Corte ha constatato una
violazione del diritto di essere sentito di A., non essendosi l’autorità di prima
istanza confrontata con le argomentazioni dell’imputato, in particolare con le tesi
di A. secondo cui i post da lui condivisi erano già in precedenza accessibili a
qualunque utente di Facebook, né con il significato e la portata delle didascalie
riportate sotto i filmati incriminati. Per tale motivo l’Alta Corte ha ritenuto che la
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motivazione della sentenza impugnata non adempisse ai requisiti di cui all’art.
112 cpv. 1 lett. b LTF ed ha conseguentemente accolto il gravame, annullato la
decisione citata e rinviato la causa all’autorità di prima istanza per un nuovo
giudizio, precisando che l’autorità inferiore avrebbe dovuto confrontarsi con tutte
le argomentazioni esposte da A. (cl. 14 act. SK 14.100.001 e segg.).
H. Il 13 agosto 2019 l’avv. F. ha richiesto la tassazione della sua nota d’onorario
datata 26 marzo 2019. Non avendo le parti sollevato obiezioni al riguardo, il 16
ottobre 2019 è stato riconosciuto all’avv. F. l’importo da egli richiesto (incarto
SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.721.007, 009 e seg. e 012 e seg.).
I. A seguito del rinvio da parte dell’Alta Corte, la Corte penale ha aperto un nuovo
procedimento, rubricato sub SK.2019.49 (cl. 14 act. SK 14.120.001 e segg.).
J. Mediante missiva del 15 gennaio 2020, la Corte penale ha invitato le parti a
presentare eventuali istanze probatorie, indicando nel contempo le prove che
sarebbero state assunte d’ufficio e riservandosi di apprezzare i fatti descritti al
capo d’accusa n. 2 del decreto d’accusa anche nell’ottica di una possibile
infrazione ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP (cl. 14 act. SK 14.400.001 e seg.). Il
difensore di A. non ha formulato richieste di prova; il MPC ha invece prodotto, in
quanto indicate dalla Corte come prove da assumere, le traduzioni arabo-italiano
che aveva fatto effettuare da un interprete relativamente al filmato del 30
settembre 2016, alle scritte apparse durante tale video e alle didascalie (cl. 14
act. SK 14.510.001 e segg.). La direzione della procedura ha decretato
l’acquisizione agli atti dell’incartamento della causa SK.2018.8 nonché
dell’estratto attuale del casellario giudiziale svizzero dell’imputato, di un estratto
dell’ufficio esecuzioni e fallimenti aggiornato e delle sue ultime dichiarazioni
fiscali; essa ha inoltre richiesto all’imputato di compilare il formulario relativo alla
sua situazione personale e patrimoniale. La Corte penale ha infine fatto allestire
una traduzione della didascalia in arabo riportata sotto il filmato e le immagini
22 febbraio 2017, traduzione pervenuta alla Corte il 14 marzo 2020 (cl. 14 act.
SK 14.221.017-019).
K. I pubblici dibattimenti si sono tenuti il 27 agosto 2020; A. si è regolarmente
presentato in aula. Il dispositivo della sentenza è stato letto in seduta pubblica il
3 settembre 2020.
L. In esito al dibattimento, il 27 agosto 2020, le parti hanno formulato le seguenti
conclusioni:
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L1. Il MPC ha postulato la conferma della pena richiesta con decreto d’accusa del 13
febbraio 2018 e meglio che venga pronunciata:
 una pena pecuniaria di 160 aliquote giornaliere di fr. 30.-- cadauna, per un
importo totale di fr. 4'800.--;
 la sospensione condizionale totale della pena per un periodo di prova di 2
anni;
il MPC chiede inoltre:
 che, oltre alla pena pecuniaria, l’accusato venga sanzionato con una multa
di fr. 1'000.-- e, in caso di mancato pagamento intenzionale, a una pena
detentiva sostitutiva di 33 giorni;
 che vengano riconfermati i dispositivi n. 4, 5 e 6 del decreto d’accusa del
13 febbraio 2018;
 che gli emolumenti e disborsi del MPC e della PGF poste a carico
dell’imputato, in ragione di un importo forfettario di fr. 2'000.--;
 le spese procedurali inerenti il primo dibattimento dell’8 ottobre 2018 e del
presente procedimento vengano poste a carico dell’imputato;
 che le autorità del Cantone Ticino vengano designate quali autorità di
esecuzione.
L2. La difesa di A. ha formulato le seguenti conclusioni:
 il proscioglimento dell’imputato da ogni accusa;
 l’accoglimento dell’istanza per ingiusto procedimento e conseguentemente
la condanna della Confederazione al versamento in favore di A. dell’importo
di fr. 17'054.85 più interessi al 5% dal 28 agosto 2020 a titolo di indennità ai
sensi dell’art. 429 CPP (fr. 15'054.85 a titolo di indennità per le spese legali
e fr. 2'000.-- a titolo di indennità per torto morale);
 la restituzione a A. degli oggetti sequestrati.
M. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza pubblica in data 3 settembre
2020, con motivazione orale ai sensi dell’art. 84 cpv. 1 CPP, alla presenza
dell’imputato.
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N. Con scritto del 4 settembre 2020, il difensore di A. ha richiesto la motivazione
della presente sentenza, annunciando nel contempo l’appello ai sensi
dell’art. 399 cpv. 1 CPP contro la medesima (cl. 14 act. SK 14.940.001).
O. Ulteriori precisazioni relative ai fatti saranno riportate, nella misura del
necessario, nei considerandi che seguono.

Considerations:
La Corte considera in diritto:
1. Procedura a seguito del rinvio da parte del Tribunale federale
1.1 Secondo l'art. 107 cpv. 1 LTF, il Tribunale federale non può andare oltre le
conclusioni delle parti. L'Alta Corte può esaminare unicamente i punti della
sentenza impugnata espressamente contestati dal ricorrente (v. DONZALLAZ, Loi
sur le Tribunal fédéral, Commentaire, 2008, n. 4284 ad art. 107 LTF). In questo
senso, l'eventuale annullamento può concernere unicamente quelle parti della
sentenza per le quali il ricorso è stato accolto. Per tali parti, l'autorità che si
occupa del nuovo giudizio giusta l'art. 107 cpv. 2 LTF è vincolata dalle
considerazioni di diritto sviluppate dal Tribunale federale nella sua sentenza
cassatoria, le quali devono essere riprese nella nuova decisione (v. DTF 135 III
334 consid. 2.1). A causa dell’effetto vincolante delle decisioni di rinvio, sia il
tribunale destinatario del rinvio che le parti non possono ancorare il nuovo
giudizio su fatti diversi da quelli già constatati o su opinioni giuridiche
espressamente respinte mediante la sentenza di rinvio o addirittura non riportate
nei considerandi (DTF 143 IV 214 consid. 5.3.3 e riferimenti citati). Questa
giurisprudenza si basa sul principio che, in linea di massima, il procedimento
penale si conclude con la sentenza dell’istanza cantonale superiore (DTF 117 IV
97 consid. 4a e riferimenti citati). Fatti nuovi possono essere presi in
considerazione unicamente se riguardano aspetti oggetto della decisione di
rinvio, i quali non possono tuttavia né essere estesi né ancorati su di un nuovo
fondamento giuridico (v. sentenza del Tribunale federale 6B_534/2011 del
5 gennaio 2012 consid. 1.2 e riferimenti citati). Se l’Alta Corte accoglie il ricorso
e rinvia la causa all’istanza inferiore per nuovo giudizio, in virtù del diritto federale
quest’ultima può trattare unicamente i punti della sentenza che sono stati cassati
dal Tribunale federale. Le altre parti della sentenza permangono e devono essere
riprese nella nuova decisione. A tal proposito, è decisiva la portata materiale della
decisione dell’Alta Corte. La nuova decisione dell’istanza inferiore è quindi
limitata a quella tematica che, secondo i considerandi dell’Alta Corte, necessita
di nuovo giudizio. Per pronunciare il nuovo giudizio, non deve di conseguenza
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essere riavviato l'intero procedimento, ma unicamente quanto è necessario per
ossequiare ai considerandi vincolanti della decisione del Tribunale federale
(sentenze del Tribunale federale 6B_1431/2017 del 31 luglio 2018 consid. 1.3 e
riferimenti citati; 6B_372/2011 del 12 luglio 2011 consid. 1.1.2).
1.2 In concreto, l’Alta Corte ha accolto il ricorso di A., ritenendo che la motivazione
della sentenza impugnata non adempisse ai requisiti di cui all’art. 112 cpv. 1 lett.
b LTF e che fosse lesiva del diritto del ricorrente di essere sentito. Essa ha
conseguentemente annullato la sentenza della Corte penale e rinviato la causa
all’autorità inferiore per nuovo giudizio (v. supra Fatti lett. G).
2. Premessa
La Corte evidenzia che, laddove opportuno, nell’allestimento della presente
motivazione verranno ripresi, anche testualmente, alcuni stralci della sentenza
SK.2018.8 del 7 novembre 2018.
3. Sulle questioni pregiudiziali ed incidentali
3.1 Giurisdizione elvetica
3.1.1 Come già rilevato nella sentenza SK.2018.8 (annullata dal Tribunale federale),
giusta l’art. 3 cpv. 1 CP, il Codice penale si applica a chiunque commette un
crimine o un delitto in Svizzera. In forza dell’art. 8 cpv. 1 CP, che consacra il
principio dell’ubiquità, un crimine o un delitto si reputa commesso tanto nel luogo
in cui l’autore lo compie o omette di intervenire contrariamente al suo dovere,
quanto in quello in cui si verifica l’evento. Per quel che attiene ai delitti commessi
mediante internet, secondo la dottrina e la giurisprudenza il luogo di commissione
dell’atto è quello in cui l’autore si trova nel momento in cui effettua le
manipolazioni necessarie alla diffusione o alla conservazione dei contenuti illeciti
(DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, Code pénal, Petit
Commentaire, 2a ediz. 2017, n. 17 ad art. 8 CP e riferimenti citati).
3.1.2 Nel caso in esame, non è contestato che al momento della commissione degli
atti rimproveratigli l’imputato si trovava a Z., in Svizzera; la giurisdizione elvetica
è pertanto pacifica.
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3.2 Competenza federale
3.2.1 La Corte deve esaminare d’ufficio la propria competenza (TPF 2005 142
consid. 2; 2007 165 consid. 1; sentenza del Tribunale penale federale
SK.2014.13 del 25 agosto 2014 consid. 1).
3.2.2 All’imputato è contestata, oltre al reato di cui all’art. 135 CP, anche la violazione
dell’art. 2 cpv. 1 e 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”. Giusta l’art. 2 cpv. 3
della predetta legge federale, il perseguimento e il giudizio dei reati commessi in
violazione della stessa sottostanno alla giurisdizione federale; ne discende che
la competenza della scrivente Corte è pacifica.
3.2.3 Inoltre, secondo la giurisprudenza dell’Alta Corte, considerati i principi
dell’efficienza e della celerità della procedura penale, dopo la formulazione
dell’atto di accusa, la Corte penale può negare l’esistenza della competenza
giurisdizionale federale solo per motivi particolarmente validi (DTF 133 IV 235
consid. 7.1). Pertanto la competenza federale andrebbe comunque ammessa,
non riconoscendo questa Corte alcun motivo particolarmente valido per negarla.
4. Sul diritto applicabile
4.1 L’art. 2 cpv. 1 CP prevede l’applicazione del Codice penale solo nei confronti di
chi commetta un crimine o un delitto dopo la sua entrata in vigore, consacrando
il principio della non retroattività della norma penale; non sarebbe infatti solo
iniquo, ma violerebbe altresì il principio nullum crimen sine lege contenuto
nell’art. 1 CP, giudicare su crimini o delitti secondo una legge non ancora in
vigore al momento della loro commissione (DTF 117 IV 369 consid. 4d).
4.2 Costituisce deroga a questo principio la regola della lex mitior di cui all’art. 2
cpv. 2 CP, la quale prevede che il diritto penale materiale si applichi alle infrazioni
commesse prima della data della sua entrata in vigore se l’autore è giudicato
posteriormente e il nuovo diritto gli è più favorevole della legge in vigore al
momento dell’infrazione.
4.3 La determinazione del diritto più favorevole si effettua paragonando il vecchio e
il nuovo diritto, valutandoli però non in astratto ma nella loro applicazione nel caso
di specie (DTF 119 IV 145 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale
6S.449/2005 del 24 gennaio 2006 consid. 2; RIKLIN, Revision des Allgemeinen
Teils des Strafgesetzbuches – Fragen des Übergangsrechts, AJP/PJA 2006,
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pag. 1473). Qualora la condotta fosse punibile sia in virtù delle previgenti
legislazioni che di quella in vigore, bisognerebbe comparare le differenti sanzioni
contemplate nella vecchia e nella nuova legge, la pena massima comminabile
essendo tuttavia di rilevanza decisiva (DTF 135 IV 113 consid. 2.2). Il nuovo
diritto trova applicazione se obiettivamente esso comporta un miglioramento
della posizione del condannato (principio dell’obiettività), a prescindere quindi
dalle percezioni soggettive di quest’ultimo (DTF 114 IV 1 consid. 2a; sentenza
del Tribunale federale 6B_202/2007 del 13 maggio 2008 consid. 3.2). In
ossequio al principio dell’alternatività, il vecchio ed il nuovo diritto non possono
venire combinati (sentenza del Tribunale federale 6B_312/2007 del 15 maggio
2008 consid. 4.3). In questo senso, non si può ad esempio applicare per il
medesimo fatto, da un lato, il vecchio diritto per determinare l’infrazione
commessa e, dall’altro, quello nuovo per decidere le modalità della pena inflitta.
Se entrambi i diritti portano allo stesso risultato, si applica il vecchio diritto (DTF
134 IV 82 consid. 6.2; 126 IV 5 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale
6B_33/2008 del 12 giugno 2008 consid. 5.1).
4.4 Il 1° gennaio 2018 è entrata in vigore la revisione del diritto sanzionatorio nel CP
(RU 2016 1249; FF 2012 4181). La nuova normativa proposta si prefigge, da un
lato, di ridurre la molteplicità delle sanzioni possibili – il lavoro di pubblica utilità
cessa infatti di essere considerato una pena a sé stante divenendo una forma di
esecuzione – e, dall’altro, di ripristinare in parte le pene detentive di breve durata
(FF 2012 4193).
4.5 Nella fattispecie, siccome i fatti rimproverati a A. sarebbero occorsi prima
dell’entrata in vigore della summenzionata revisione del diritto sanzionatorio,
occorre determinare quale sia il diritto più favorevole all’imputato per la fissazione
e la scelta della pena che dovrà essere concretamente inflitta.
4.5.1 Con mente alla pena detentiva, con la revisione è stata reintrodotta la possibilità
per il giudice di pronunciare pene detentive di breve durata – meno di sei mesi –
con o senza la condizionale.
La durata minima della pena detentiva inoltre è stata fissata in tre giorni, salvo
per pene detentive pronunciate in sostituzione di una pena pecuniaria (art. 36
CP) o di una multa (art. 106 CP) non pagate (art. 40 cpv. 1 CP).
Le condizioni per pronunciare una pena detentiva in luogo di una pena pecuniaria
sono inoltre state codificate all’art. 41 CP.
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4.5.2 Per quanto attiene alla pena pecuniaria, con la revisione l’ammontare delle
aliquote giornaliere è stato limitato a un minimo di tre aliquote e un massimo di
180 aliquote (art. 34 cpv. 1 CP), mentre il diritto previgente prevedeva un
massimo di 360 aliquote (art. 34 cpv. 1 vCP) e il minimo – non regolamentato
dalla legge – era di una aliquota giornaliera (DUPUIS/MOREILLON/PIGUET/
BERGER/MOZOU/RODIGARI, op. cit., n. 11 ad art. 34 CP).
L’importo dell’aliquota giornaliera – precedentemente non regolamentato dalla
legge – è stato fissato in fr. 30.-- con la possibilità di ridurlo eccezionalmente fino
a fr. 10.--, mentre l’importo massimo di fr. 3’000.-- ad aliquota è rimasto invariato
(art. 34 cpv. 2 vCP e CP).
4.5.3 Il diritto previgente prevedeva la sospensione condizionale delle pene pecuniarie,
del lavoro di pubblica utilità e delle pene detentive della durata di sei mesi a due
anni (art. 42 cpv. 1 vCP), mentre il nuovo diritto prevede la sospensione delle
pene pecuniarie e delle pene detentive di durata non superiore a due anni (art. 42
cpv. 1 CP).
Secondo la nuova normativa il giudice non può più cumulare a una pena
condizionalmente sospesa una pena pecuniaria senza condizionale; la possibilità
di cumulare una multa resta invece intatta (art. 42 cpv. 4 vCP e CP).
4.5.4 Con la revisione è stata soppressa la possibilità di sospendere parzialmente
l’esecuzione della pena pecuniaria (art. 43 cpv. 1 CP).
Ai sensi del nuovo art. 43 CP, il giudice può dunque sospendere parzialmente
l’esecuzione di una pena detentiva di un anno a tre anni se necessario per tenere
sufficientemente conto della colpa dell’autore, mentre il diritto previgente
permetteva di sospendere parzialmente l’esecuzione di una pena pecuniaria, di
un lavoro di pubblica utilità o di una pena detentiva di un anno a tre anni se
necessario per tenere sufficientemente conto della colpa dell’autore (art. 43 cpv.
2 vCP).
4.5.5 Alla luce di quanto sopra, nel caso concreto, tenuto conto dei reati rimproverati a
A., la Corte ritiene che il previgente regime sanzionatorio sarebbe indubbiamente
più favorevole all’imputato rispetto alla vigente normativa; difatti, le nuove
disposizioni in vigore dal 1° gennaio 2018 hanno introdotto le pene detentive di
breve durata, nonché limitato le pene pecuniarie da un minimo di 3 aliquote ad
un massimo di 180, introducendo altresì un importo minimo per l’aliquota
giornaliera. Elementi che risultano essere più sfavorevoli all’autore, rispetto alla
normativa previgente, ritenuto altresì che le differenze tra il vecchio e il nuovo
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diritto in merito alla sospensione condizionale della pena di cui all’art. 42 cpv. 1
CP non hanno alcun influsso nel caso concreto.
4.6 Conseguentemente, alla presente fattispecie si deve applicare il regime
sanzionatorio previgente, ossia il regime sanzionatorio vigente all’epoca dei fatti
imputati a A.
5. La Corte, tramite scritto del 15 gennaio 2020, ha comunicato alle parti di riservarsi
di valutare i fatti descritti al capo n. 2 del decreto d’accusa (ossia la condivisione
di un ulteriore video il 30 settembre 2016) anche nell’ottica di una possibile
infrazione ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP (v. supra, Fatti lett. J).
Va tuttavia ritenuto che, dovesse il filmato in oggetto essere censurabile alla luce
dell’art. 135 CP ma anche dall’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”,
costudendo questa normativa una lex specialis, A. dovrebbe essere condannato
solo per infrazione a quest’ultima legge (v. infra consid. 18).
6. Sulla rappresentazione di atti di cruda violenza
6.1 Secondo l’atto d’accusa, A. è accusato di rappresentazione di atti di cruda
violenza per la condivisione di cinque video e due immagini.
6.2 Al capo d’accusa n. 1 il magistrato requirente rimprovera a A. l’infrazione di cui
all’art. 135 CP per avere, dal settembre 2016 al febbraio 2017, a Lugano e in altre
località non meglio precisate, sul suo profilo pubblico Facebook “A.” Nr ID 1 in
suo uso esclusivo e su cui accedeva tramite i propri dispositivi Samsung Galaxy
S3, Samsung GT-i9301l e Tablet Samsung GT-P3100, esposto e reso
accessibile a chiunque in Facebook, condividendo sulla bacheca cinque video
(condivisi il 3 dicembre 2016, il 18 gennaio 2017, il 27 gennaio 2017, il 17 febbraio
2017 ed il 22 febbraio 2017), e due fotografie (condivise il 22 febbraio 2017) che
costituiscono rappresentazioni prive di valore culturale o scientifico degno di
protezione ma che mostrano con insistenza atti di cruda violenza verso esseri
umani e pertanto offendono gravemente la dignità umana.
6.3 Giusta l’art. 135 CP, chiunque fabbrica, importa, tiene in deposito, mette in
circolazione, propaganda, espone, offre, mostra, lascia o rende accessibili
registrazioni sonore o visive, immagini o altri oggetti o rappresentazioni che,
senza avere alcun valore culturale o scientifico degno di protezione, mostrano
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con insistenza atti di cruda violenza verso esseri umani o animali e pertanto
offendono gravemente la dignità umana, è punito con una pena detentiva sino a
tre anni o con una pena pecuniaria.
6.3.1 L’art. 135 CP costituisce un’infrazione di messa in pericolo astratta della vita e
dell’integrità della persona (Messaggio del Consiglio federale del 26 giugno 1985
concernente la modificazione del Codice penale e del Codice penale militare
[Reati contro la vita e l'integrità della persona, il buon costume e la famiglia], FF
1985 II 901 e segg., 939; sentenza del Tribunale federale SK.2007.4 del 21
giugno 2007 consid. 6.2.1; HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [curatori],
Commentario basilese, Strafrecht I, 4a ediz. 2019, n. 5 ad art. 135 CP).
6.3.2 Dal testo dell’art. 135 CP traspare un parallelismo con l’art. 197 CP riferito alla
pornografia (in particolare nell’art. 135 CP la definizione degli elementi costitutivi
riguardanti i mezzi utilizzati – mass media o altri supporti – e del comportamento
punibile corrisponde sostanzialmente a quella utilizzata nell’art. 197 CP), ciò che
è confermato anche dalla giurisprudenza. D’altro canto, le due disposizioni
differiscono per l’esistenza, nell’art. 197 CP, di una forma di pornografia dura e
lieve, distinzione che non è presente nell’art. 135 CP, come pure per la natura
delle rappresentazioni punibili: in un caso viene condannata la pornografia,
nell’altro la brutalità (FF 1985 II 937; v. anche: HAGENSTEIN, op. cit., n. 4 ad art.
135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 2 ad
art. 135 CP).
Il riferimento alla brutalità esplica l’idea centrale che ha ispirato l’introduzione
dell’art. 135 CP: “esattamente come per la pornografia, le rappresentazioni di atti
brutali possono urtare profondamente il senso morale o, ciò che è più grave,
influenzare il comportamento, in particolare dei giovani, in modo nefasto tanto
per questi che per la società. Vi è da temere che simili rappresentazioni possano
incitare ad un comportamento grossolanamente brutale verso gli altri esseri
umani [...] Non tutte le rappresentazioni di atti di violenza sono passibili di pena,
ma soltanto quelle che possono provocare negli osservatori gli effetti negativi
summenzionati. La repressione deve quindi essere limitata alla raffigurazione
della violenza nelle sue forme estreme, cioè della brutalità nell'accezione stretta
del termine” (FF 1985 II 937).
6.3.3 Contemplata dall’art. 135 CP è ogni forma di supporto sonoro e/o visivo che
illustri degli atti di violenza illeciti; gli scritti ne sono invece eccettuati. Ai sensi
dell’art. 135 CP le rappresentazioni della violenza sono punibili quando illustrano
con insistenza degli atti di crudeltà verso esseri umani o animali. Si tratta dunque
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di un criterio più qualitativo che quantitativo. Di rilievo è soprattutto il carattere
realistico e suggestivo della rappresentazione, che deve essere atta ad urtare lo
spettatore, a rimanere impressa nella sua memoria e che denoti una freddezza
affettiva particolare. Ad esempio tramite la messa in evidenza di dettagli specifici,
di ingrandimenti, la ripetizione di determinate scene, sebbene anche una sola
rappresentazione possa essere sufficiente. La presenza di elementi satirici o il
carattere poco professionale della rappresentazione non esclude l’illiceità della
medesima, a meno che il contenuto non appaia come manifestamente esagerato
e irreale per lo spettatore. Inoltre, giusta l’art. 135 CP, le rappresentazioni devono
offendere gravemente la dignità umana (TRECHSEL/MONA, in: Trechsel/Pieth
[curatori], Schweizerisches Strafrecht - Praxiskommentar, 3a ediz. 2018, n. 7 e
segg. ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI,
op. cit., n. 6 e segg. ad art. 135 CP). Secondo il Consiglio federale “un atto è di
cruda violenza se nella realtà causerebbe alla vittima sofferenze particolarmente
intense, sia fisiche che morali. Molto spesso queste sofferenze non sono causate
dall’intensità di un unico atto di violenza, ma dal modo in cui la violenza è
esercitata, dalla sua durata o dalla sua ripetizione. Ciò presuppone inoltre che
l’autore sia alieno da qualsiasi forma di emozione umana. L’insistenza, altra
caratteristica della rappresentazione illecita, richiede che questa sia destinata a
rimanere impressa nella coscienza dell’osservatore. La rappresentazione non
deve però essere necessariamente lunga o reiterata: una rappresentazione
unica, se intensa, può parimenti soddisfare alle condizioni della legge. Dette
rappresentazioni devono d'altra parte essere prive di valore culturale o
scientifico. Soltanto in questi casi comportano infatti quel potenziale pericolo –
perlomeno rispetto all'osservatore adulto – che giustifica la repressione penale.
Sono prive di valore culturale le rappresentazioni che illustrano atti di cruda
violenza a mero scopo di svago o di divertimento. Non devono essere confuse
con i documentari o le opere artistiche il cui scopo è di illustrare, in modo da
prevenire, le conseguenze della violenza individuale o collettiva e di suscitare o
rafforzare il senso critico dell'osservatore. Quando la rappresentazione della
violenza rimane in questo contesto, senza cioè né glorificarla né minimizzarla, si
può dire ch'essa riveste valore culturale” (FF 1985 II 937 e seg.). Concretamente,
nella categoria delle rappresentazioni di cruda violenza possono segnatamente
rientrare botte, tagli, coltellate nonché l’impiego di sostanze chimiche o di
corrente elettrica (HAGENSTEIN, op. cit., n. 22 ad art. 135 CP; TRECHSEL/MONA,
op. cit., n. 4 ad art. 135 CP).
6.3.4 Secondo la dottrina, quale sia il bene giuridico tutelato dall’art. 135 CP non è di
immediata individuazione. Dal Messaggio del Consiglio federale si evince come
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lo scopo dell’introduzione della norma fosse di sanzionare le rappresentazioni di
atti brutali che possono urtare profondamente il senso morale o influenzare il
comportamento, in particolare dei giovani, in modo nefasto tanto per questi che
per la società; vi è inoltre da temere che simili rappresentazioni possano incitare
ad un comportamento grossolanamente brutale verso gli altri esseri umani (FF
1985 II 937). In questo senso l’art. 135 CP è concepito come un’infrazione di
messa in pericolo astratta della vita e dell’integrità fisica. Una parte della dottrina
e della giurisprudenza pone l’accento sulla sistematica della legge, ossia
sull’inserimento del reato nel titolo primo delle disposizioni speciali del codice
penale (“dei reati contro la vita e l’integrità della persona”). Un’altra tesi seguita
dagli autori vede la tutela dei giovani quale bene protetto dall’art. 135 CP, o
perlomeno quale bene anch’esso tutelato da tale norma. In una sentenza
vertente sull’art. 197 cpv. 3 CP, il Tribunale federale ha implicitamente ritenuto
che l’art. 135 CP tutelerebbe lo sviluppo (sessuale) imperturbato (HAGENSTEIN,
op. cit., n. 4 e segg. ad art. 135 CP; TRECHSEL/MONA, op. cit., n. 2 e segg. ad art.
135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 2 ad
art. 135 CP; STRATENWERTH/JENNY/BOMMER, Schweizerisches Strafrecht,
Besonderer Teil I, 7a ediz. 2010, § 4 n. 90).
6.3.5 Tra le varie azioni punibili, di rilievo nella fattispecie sono l’esporre ed il rendere
accessibili le rappresentazioni di cruda violenza. Esporre ai sensi dell’art. 135 CP
significa presentare in modo duraturo a terzi, come ad esempio in una vetrina,
senza passaggio del possesso. Rendere accessibile implica il conferimento
cosciente ad altri della possibilità di prenderne conoscenza autonomamente
(HAGENSTEIN, op. cit., n. 57 e 61 ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/
BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 14 ad art. 135 CP).
6.3.6 Per rientrare nel campo d’applicazione dell’art. 135 CP, le rappresentazioni
devono inoltre essere prive di valore culturale o scientifico degno di protezione.
L’apprezzamento quanto all’esistenza o meno dei predetti valori dovrebbe
basarsi soprattutto sulle concezioni di uno spettatore aperto a differenti forme di
espressione artistica o, più in generale, secondo i criteri delle cerchie culturali o
scientifiche toccate. Il carattere degno di protezione dovrebbe essere negato solo
allorquando gli oggetti o le rappresentazioni di atti di cruda violenza non mirano
che all’apologia o alla banalizzazione di tali atti oppure al divertimento o allo
svago. In definitiva, la condanna non dovrebbe essere pronunciata che in
assenza manifesta di un interesse legittimo a rappresentare gli atti di crudeltà; in
caso di dubbio gli oggetti o le rappresentazioni non devono essere considerate
punibili (HAGENSTEIN, op. cit., n. 32 e segg. ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/
PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 11 ad art. 135 CP;
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TRECHSEL/MONA, op. cit., n. 11 e seg. ad art. 135 CP). Giusta il messaggio del
Consiglio federale, “sono prive di valore culturale le rappresentazioni che
illustrano atti di cruda violenza a mero scopo di svago o di divertimento. Non
devono essere confuse con i documentari o le opere artistiche il cui scopo è di
illustrare, in modo da prevenire, le conseguenze della violenza individuale o
collettiva e di suscitare o rafforzare il senso critico dell’osservatore. Quando la
rappresentazione della violenza rimane in questo contesto, senza cioè né
glorificarla né minimizzarla, si può dire ch’essa riveste valore culturale. Affinché
abbia valore scientifico, la rappresentazione della violenza dev’essere
indispensabile all’insegnamento o alla ricerca” (FF 1985 II 938).
6.3.7 Dal profilo soggettivo, l’infrazione di cui all’art. 135 CP è intenzionale, il dolo
eventuale essendo comunque sufficiente (HAGENSTEIN, op. cit., n. 72 ad art. 135
CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 19 ad
art. 135 CP). Per quel che attiene alla conoscenza del carattere violento della
rappresentazione, è sufficiente che l’autore sia a conoscenza dell’opinione del
pubblico in generale (CORBOZ, Les infractions en droit suisse, 3a ediz. 2010,
n. 29 ad art. 135 CP).
7. La Corte ha anzitutto constatato che i video e le fotografie di cui all’atto d’accusa
sono stati pubblicati sulla piattaforma sociale Facebook, in particolare sul profilo
di “A.” (Nr ID 1). Il profilo in questione è stato aperto nel 2015 da un amico di A.
– stando a quanto da egli dichiarato (v. incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC
13.002.0244) – allorquando le impostazioni predefinite di Facebook già
prevedevano, quali impostazioni di default, che tutto quanto pubblicato su un
profilo aperto dopo il maggio 2014 fosse accessibile solo agli “amici” (v.
documento “Facebook changes new user default privacy setting to friends only –
Adds privacy checkup” pubblicato su Forbes il 22 maggio 2014, incarto
SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.006). A. ha dichiarato di avere voluto creare un
profilo Facebook aperto a tutti e di non sapere “neppure come si può fare a
limitare ai visitatori” (v. incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0036), per
rimanere in contatto con amici e parenti e condividere con loro i contenuti di tali
video, come anche con tutto il mondo (v. incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC
13.002.0243, cl. 13 act. SK 13.930.006, 0012, 0013, cl. 14 act. SK 14.731.009 e
segg.); egli ha aggiunto di non avere mai modificato le impostazioni del profilo, di
modo che il suo account era accessibile unicamente ai suoi “amici”, i quali erano,
stando alle dichiarazioni di A., in numero di circa 20 (v. verbale di interrogatorio
25 settembre 2017, incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0244; verbale
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interrogatorio dibattimentale del 27 agosto 2020, cl. 14 act. SK 14.731.009 e
segg.). Agli atti non risulta, tuttavia, un accertamento in merito alla data in cui A.
avrebbe aperto il proprio profilo Facebook. Sia quel che sia, l’intenzione di A. era
di condividere il contenuto di tali video con “tutte le persone”; il suo profilo era
accessibile a terze persone (perlomeno ai suoi “amici”), le quali potevano
accedere liberamente ai contenuti ivi pubblicati.
Cliccando il pulsante “condividi”, egli ha di fatto presentato e posto in evidenza
sulla propria bacheca, rendendoli direttamente accessibili, i filmati e le fotografie
in oggetto, di modo che ognuno dei suoi “amici” – a cui i filmati in questione non
erano stati inviati direttamente o indirettamente dall’autore – li potesse vedere e
ne potesse prendere conoscenza autonomamente (quanto alla censura
dell’imputato relativa al fatto che i filmati sarebbero già stati in precedenza
accessibili a qualunque utente di Facebook, si rinvia al consid. 13 infra).
La Corte ha inoltre ritenuto che il profilo Facebook “A.” (Nr ID 1) era riconducibile
esclusivamente all’imputato ed era a suo uso esclusivo, era unicamente lui a
gestirlo, come peraltro da egli stesso confermato, sia in sede del primo che del
secondo dibattimento. Il profilo in questione era stato creato da un amico di A. e
solo quest’ultimo aveva la possibilità di accedervi, accesso che effettuava tramite
il suo telefono cellulare, tramite un cellulare senza scheda SIM e, in precedenza,
anche tramite l’IPad (incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.2.36). A., in occasione
di entrambi i dibattimenti, ha dichiarato di avere pubblicato i filmati su Facebook
dal suo domicilio di Z. e di non sapere chi poteva avere accesso ai contenuti
pubblicati sul suo profilo Facebook, se solo i suoi “amici” o tutti (incarto SK.2018.8
cl. 13 act. SK 13.930.6 e seg.; cl. 14 act. SK 14.731.009 e segg.).
8. La Corte si è in seguito chinata sul contenuto dei cinque filmati e delle due
immagini di cui al capo d’accusa n. 1, per determinare se le stesse mostrino o
meno con insistenza atti di cruda violenza verso esseri umani o animali,
offendendo pertanto gravemente la dignità umana.
8.1 Filmato condiviso in data 3 dicembre 2016 alle ore 20:53
8.1.1 Il video in esame sembra girato in un piazzale davanti ad un posteggio in cui vi
sono alcune auto posteggiate; si vede una persona che viene scaraventata a
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terra davanti ad un pilastro e in seguito viene colpita ripetutamente con un
oggetto contundente – verosimilmente una sbarra metallica – da un uomo che
indossa la tuta mimetica. Si odono chiaramente le risate di un individuo quando
la persona viene scaraventata a terra, il suono dei colpi inferti come pure le voci
di incitamento degli astanti, che, stando alle immagini del video, sono almeno
una decina. In seguito, alcuni individui – quasi tutti in tuta mimetica –
aggrediscono con pugni e calci la vittima che si trova ancora a terra. Nel
contempo si vede un uomo – vestito in jeans e felpa bianca – tenere sollevato
uno pneumatico (che sembra poi gettarlo sulla vittima), e in seguito lo pneumatico
è chiaramente visibile per terra, accanto alla persona picchiata.
8.1.2 Lo scenario nel filmato potrebbe identificarsi con un posteggio di una caserma
utilizzata dai militari. La qualità delle immagini del filmato è mediocre, mentre
l’audio è abbastanza nitido. Il video dura un minuto e un secondo e per tutta la
sua durata si vedono più persone infierire intensamente con calci, pugni e
mediante oggetti contro un uomo che si trova a terra inerme, incapace di alzarsi
e di reagire, che urla per le sofferenze che gli vengono inflitte. Sono rappresentati
atti di violenza inferti da più aggressori, i quali colpiscono reiteratamente un
essere umano che cerca di proteggersi, senza pietà, a tratti anche a mezzo di un
oggetto contundente. Il contenuto del filmato denota disprezzo per la dignità
umana e per le sofferenze della vittima, e mostra l’incitazione dei presenti a
continuare ad infliggerle colpi e calci ad una persona sola e non in grado di
difendersi. Le immagini sono scioccanti e volte a rimanere impresse nella
coscienza dell’osservatore.
8.1.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che il filmato in questione
rappresenti atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana
ai sensi dell’art. 135 CP.
8.2 Filmato condiviso in data 18 gennaio 2017 alle ore 20:15
8.2.1 Nel video si vedono parecchie persone a dorso nudo e vestite solo con biancheria
intima – verosimilmente uomini – bendate e/o incappucciate, alcune a piedi nudi,
immobilizzate in fila indiana con le mani legate sopra la testa ad un supporto,
forse una corda. Un uomo passa da ognuna delle vittime con una fiamma, che
posiziona vicino alla schiena o al viso o nuca delle persone legate. Si odono delle
urla ma non è possibile capire cosa viene detto. Si vedono altre persone, di cui
alcune in tuta mimetica, che si avvicinano agli uomini legati. In due casi è ben
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riconoscibile l’aggressore che tiene una candela accesa sopra le persone legate,
con la fiamma rivolta verso il basso, in modo da far colare la cera bollente sulla
schiena delle vittime. Si vede inoltre un aggressore colpire più vittime nella parte
superiore anteriore del corpo, con quello che sembra essere un bastone. Una
vittima che si contorce dal dolore per i colpi inferti con un’arma non ben
riconoscibile, da un aggressore che indossa i pantaloni mimetici.
8.2.2 Trattasi di un filmato della durata di 2 minuti e 17 secondi, che mostra atti di
tortura col fuoco nonché percosse ripetute a danno di esseri umani legati,
incappucciati e quasi completamente privi di vestiti; esseri umani impossibilitati a
reagire e ridotti in potere dei loro torturatori. Gli atti di violenza vengono perpetrati
su più vittime, che vengono torturate una dopo l’altra, in vari modi. L’intensità
della violenza risulta dal modo in cui essa è esercitata, ripetutamente, da più
aggressori, su più persone legate, e con svariate modalità, col fuoco e con
percosse. A mente della Corte, le immagini trasmettono un profondo disprezzo e
una forte umiliazione per le persone interessate, inoltre dalle medesime emerge
un’indifferenza scioccante nel creare sofferenze ad altrui, e sono pertanto
gravemente lesive della dignità umana e idonee a rimanere impresse nella
coscienza dell’osservatore.
8.2.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che il filmato in questione
rappresenti atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana
ai sensi dell’art. 135 CP.
8.3 Filmato condiviso in data 27 gennaio 2017 alle ore 05:00
8.3.1 Nel video si vede quello che sembra essere un ragazzo giovane, seminudo,
appeso a una corda, con tutti gli arti legati dietro la schiena e un pezzo di stoffa
attorno al collo. In particolare, i gomiti e le caviglie sono legati fra loro. Sul
fondoschiena della predetta persona poggia un mattone chiaro, e all’inizio del
filmato in piedi sopra il mattone c’è un’altra persona, che in seguito scende a
terra. Si vede anche una terza persona, che dà uno scossone col piede alla
persona legata e la fa dondolare.
8.3.2 Malgrado il fatto che il filmato, della durata di circa 20 secondi, sia privo di audio,
dallo stesso si evince chiaramente l’insistenza e la crudeltà degli atti perpetrati ai
danni della vittima, che risulta essere completamente impossibilitata a difendersi,
a reagire, e posta sotto il completo controllo dei suoi aggressori. Già solo il modo
in cui la vittima è stata legata – con tutti e quattro gli arti piegati dietro la schiena,
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costringendo le articolazioni delle spalle e delle anche in una posizione
assolutamente innaturale – è senz’altro atta a provocarle un’enorme sofferenza
sia fisica che psichica. Il fatto che sulla sua schiena sia stato posato un mattone,
per aumentare ancora di più il peso e la conseguente pressione sulle
articolazioni, è atto ad aumentare se possibile ancor più la sofferenza della
vittima e denota una volontà di crudeltà totale. La presenza di una persona in
piedi sul masso rende l’atto commesso ancor più cinico. La tortura perpetrata ai
danni della vittima ha sicuramente implicato dei preparativi, impegno e tempo –
legare la vittima in posizione innaturale con una corda, appenderla, appoggiare
il sasso, far salire sul sasso uno degli aggressori – di cui le immagini condivise,
della durata di una ventina di secondi, sono solo il risultato. A mente della Corte,
il filmato evoca i metodi di esecuzione della mafia, in particolare
l’incaprettamento. Le immagini in esame sono umilianti e dimostrano disprezzo
per la dignità umana, e sono atte a rimanere impresse nella coscienza di chi le
visiona a causa della brutalità che esse evocano.
8.3.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che il filmato in questione
rappresenti atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana
ai sensi dell’art. 135 CP.
8.4 Filmato condiviso in data 17 febbraio 2017 alle ore 16:30
8.4.1 Nel filmato sono visibili più scene di esecuzioni sommarie di civili, perpetrate con
fucili d’assalto da soggetti che indossano tuta mimetica e casco. In sottofondo si
sente una persona che canta e sono perfettamente udibili i colpi delle armi da
fuoco. Le prime vittime sono quattro uomini. In quella che sembra un’imboscata,
sotto la minaccia dei fucili d’assalto vengono fermati fatti scendere da
un’automobile bianca e tenuti in ostaggio; scendono con le mani alzate sopra la
testa e col capo chino e vengono fatti disporre in fila l’uno accanto all’altro, con
lo sguardo rivolto verso gli aggressori. Dapprima uno degli aggressori colpisce le
vittime con un colpo di fucile ciascuno, in seguito un altro aggressore finisce le
vittime con una raffica di colpi del fucile automatico. Le tre vittime seguenti si
trovano all’interno di un’abitazione e vengono giustiziate; nel caso di due di loro,
si vede chiaramente che tengono le mani sopra la testa prima di venire fucilate.
Alla fine del video si vedono un uomo, una donna e un bambino che escono da
un’abitazione con le mani alzate sopra la testa, sotto la minaccia dei fucili
d’assalto, e si dispongono in fila uno di fianco all’altro, sempre con lo sguardo
rivolto verso gli aggressori.
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8.4.2 Il video, della durata di 43 secondi, mostra varie esecuzioni sommarie a danno
di civili disarmati e senza la capacità di proteggersi, con le mani alzate. La gravità
della violenza emerge dal numero di esecuzioni e dal modo in cui esse vengono
perpetrate; gli aggressori non hanno alcun rispetto per la dignità delle persone
interessate, nessuna pietà per le loro sofferenze, colpiscono le vittime – rivolte
verso di loro – inizialmente una alla volta così da rendere ancora più evidente il
cinismo e la crudeltà dell’esecuzione, poi le uccidono infierendo su di loro con
raffiche di colpi da arma da fuoco.
8.4.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene che il filmato in questione rappresenti
atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana ai sensi
dell’art. 135 CP.
8.5 Filmato condiviso in data 22 febbraio 2017 alle ore 05:23
8.5.1 Nel video si vede una persona, verosimilmente un ragazzo, minuto, esile, in
posizione supina che viene tenuta ferma e immobilizzata con la schiena a terra
e le gambe rialzate da almeno cinque aggressori. In particolare, uno di questi
blocca il torace della vittima con una gamba, mettendosi quasi a cavalcioni sul
suo petto, e le tiene una mano sul viso che viene schiacciato a terra. Gli
aggressori - vestiti con pantaloncini blu e bianchi, infradito e a torso nudo, come
anche la vittima - collaborano fra loro per immobilizzare tutto il corpo della vittima
e in particolare la sua gamba sinistra, che viene bloccata in posizione rialzata,
per permettere loro di colpirla a turno con un oggetto contundente, con lo scopo
evidente di recidere l’arto, o comunque di danneggiarlo irreparabilmente. Difatti,
alla fine del filmato sull’arto in questione è ben visibile una ferita aperta,
nonostante la qualità delle immagini non sia eccellente.
8.5.2 Dalle immagini si evince la brutalità usata dagli aggressori, che agiscono in
gruppo, con estrema violenza e insistenza – il filmato dura 54 secondi – ai danni
di un ragazzo già a terra indifeso. In particolare, si sente la forza e l’intensità dei
colpi inferti – ripetutamente e anche con l’ausilio di un oggetto – che sono
perfettamente udibili fra le voci concitate degli aggressori.
8.5.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene che il filmato in questione rappresenti
atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana ai sensi
dell’art. 135 CP.
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8.6 Immagine condivisa in data 22 febbraio 2017
8.6.1 Nella fotografia si vede una persona seduta a terra, insanguinata, col capo chino
e fasciato, e con la gamba sinistra verosimilmente lesa. Vi è del sangue anche a
terra. Si tratta, anche in questo caso, verosimilmente di un ragazzo molto
giovane.
8.6.2 Il ragazzo è ferito e insanguinato – la perdita di sangue è bene evincibile dalla
presenza di una chiazza di sangue a terra e sull’individuo stesso – e ciò è atto,
nella realtà, a causarle importanti sofferenze fisiche.
8.6.3 A mente della Corte, dall’immagine traspare una certa crudeltà e brutalità:
cionondimeno, come visto in precedenza, perché si possa parlare di una
rappresentazione di atti di cruda violenza, le rappresentazioni devono mostrare
con insistenza atti di cruda violenza verso uomini o animali ed essere prive di
valore culturale o scientifico degno di protezione. Un atto è di cruda violenza se
nella realtà causerebbe alla vittima sofferenze particolarmente intense, sia fisiche
che morali; spesso queste sofferenze non sono causate dall’intensità di un unico
atto di violenza, ma dal modo in cui la violenza è esercitata, dalla sua durata o
dalla sua ripetizione (FF 1985 II 937). In concreto, seppure l’immagine sia senza
dubbio reprensibile, i presupposti summenzionati non sono adempiuti. In effetti,
seppur traspaia sofferenza, dall’immagine, presa a sé stante – e che potrebbe
raffigurare, è vero, un atteggiamento crudele degli adulti che per principio
dovrebbero tutelare i ragazzi e si scagliano invece contro questi, contro gli indifesi
e i più deboli, ma anche un giovane ferito durante un incidente, una guerra, e
potrebbe anche essere trasmessa in televisione – non traspare quell’intensità,
quell’insistenza richiesta dalla normativa legale.
Detta immagine non costituisce perciò, presa a sé stante, quale fotogramma, una
rappresentazione di cruda violenza ai sensi descritti dell’art. 135 CP. Pertanto, la
sua condivisione su Facebook non può realizzare tale fattispecie penale.
8.7 Seconda immagine condivisa in data 22 febbraio 2017
8.7.1 Nella fotografia si vedono parecchie persone a terra, circa una ventina, prone e
a dorso nudo, con le mani legate dietro la schiena e legate anche fra di loro.
Davanti a loro vi è una persona che imbraccia un’arma da fuoco a canna lunga,
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e vi sono anche diverse altre persone – alcune in tuta mimetica - che assistono
alla scena e che sembrano tenere in ostaggio le vittime.
8.7.2 A mente della Corte, l’immagine in esame è sicuramente degradante per la
dignità umana. Per i motivi esposti nell’esame dell’immagine precedente (v.
supra consid. 8.6), anche questo fotogramma – seppur dal medesimo emerga la
sofferenza delle “vittime” e il comportamento reprensibile degli autori, e sebbene
il medesimo sia riprovevole – non raggiunge la soglia di una “grave atteinte” in
quanto non denota segnatamente l’insistenza, la durata, richieste dall’art. 135
CP.
Detta immagine non rappresenta perciò, presa a sé stante, quale fotogramma,
una rappresentazione di un atto di violenza punibile ai sensi dell’art. 135 CP e la
sua condivisione su Facebook, seppur criticabile, non può realizzare la fattispecie
penale in oggetto.
8.8 Ne discende che, a mente della Corte, i video summenzionati, ma non le due
singole immagini, contengono rappresentazioni di atti di cruda violenza
gravemente offensive della dignità umana.
9. Per rientrare nel campo d’applicazione dell’art. 135 CP le rappresentazioni
devono inoltre essere prive di valore culturale o scientifico degno di protezione.
9.1 La Corte ha rilevato che tutte le rappresentazioni di cui all’atto d’accusa non
costituiscono né possono essere assimilate a documentari o ad opere artistiche
il cui scopo sarebbe d’illustrare scene di violenza per prevenire le conseguenze
della violenza individuale o collettiva e risvegliare il senso critico al riguardo. In
effetti, sui video vengono crudamente riprodotti atti di violenza nei confronti di
esseri umani, senza che sia possibile intravvedere nei medesimi un qualsivoglia
scopo volto a contrastare la brutalità; anzi, dalla visione dei filmati sembra
piuttosto che l’intento sia quello di far conoscere, condividere e incitare alla
medesima. E neppure si può affermare che tali rappresentazioni siano
assolutamente indispensabili all’insegnamento o alla ricerca: esse non
contengono alcun elemento che possa essere utile in tal senso.
9.2 La Corte ritiene pertanto che le rappresentazioni in oggetto difettino di ogni valore
culturale o scientifico degno di protezione.
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SK.2019.49
10. Da tutto quanto sopra deriva che le rappresentazioni video di cui all’atto d’accusa,
esposte e rese accessibili a terzi, mostrano atti di violenza pura verso esseri
umani che offendono gravemente la dignità umana. I presupposti dell’art. 135 CP
in merito al contenuto, qualità ed intensità delle rappresentazioni sono adempiuti.
Le componenti oggettive dell’art. 135 cpv. 1 CP sono pertanto date.
11.
11.1 Per quel che attiene all’elemento soggettivo del reato, va anzitutto precisato che
le dichiarazioni di A. non sono sempre apparse del tutto credibili agli occhi della
Corte. Dall’analisi dei vari interrogatori, A. spesse volte, confrontato a delle
domande la cui risposta avrebbe potuto comprometterlo, ha dichiarato di non
ricordare, non sapere, persino su aspetti dove ben difficilmente non poteva non
ricordare.
11.2 La Corte ha cionondimeno constatato che A., al momento di condividere i video
in questione, aveva piena consapevolezza del carattere cruento dei filmati. Le
dichiarazioni rese nella sede dibattimentale dell’8 ottobre 2018, segnatamente
“Si sta male quando si guarda un video del genere, perché usano una violenza
cruda contro una persona” (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.930.9); “[...]
Questo video rappresenta violenza contro l’uomo, come tutti gli altri video”
(incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.930.11), nonché in sede del dibattimento del
27 agosto 2020: “chi fa queste torture che vedevo non pensavo potessero essere
umani” “le persone che fanno questa tortura non possono essere umani, sono
ancora peggio che animali” (cl. 14 act. SK 14.731.012-014), non lasciano dubbio
alcuno al riguardo. Con mente al video condiviso in data 30 settembre 2016, egli
ha pure dichiarato che guardandolo non stava bene (incarto SK.2018.8 cl. 13 act.
SK 13.930.11). Ciononostante, egli ha condiviso i video sul suo profilo Facebook,
rendendoli di fatto accessibili ad altri. Ma non solo: come ancora dichiarato in
sede di interrogatorio dibattimentale il 27 agosto 2020 (cl. 14 act. SK 14.731.013
e segg.), egli voleva condividerli, voleva mostrare ai propri amici tali atti di
violenza, seppur con lo scopo, da lui invocato, di denunciare tali crudeltà.
A mente della Corte, A. era dunque indubbiamente consapevole che
condividendo sul suo profilo Facebook dei contenuti, questi sarebbero stati
esposti e resi accessibili a terze persone, persone che, per conto di A., potevano
non essere solo suoi conoscenti, ma anche estranei (verbale dibattimentale del
27 agosto 2020, cl. 14 act. SK 14.731.010). Nel corso dell’inchiesta egli ha
dapprima dichiarato che il profilo era aperto a tutti e che non sapeva neppure
come fare a limitare i visitatori (incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0036).
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In occasione di entrambi i pubblici di battimenti, quando gli è stato chiesto se il
suo profilo fosse pubblico, egli ha risposto affermativamente; in seguito però ha
asserito di non essere stato al corrente che il profilo fosse aperto al pubblico, e
di aver voluto condividere i contenuti con i suoi amici su Facebook. Visto quanto
precede, è in ogni caso evidente che A. volesse condividere i filmati almeno con
la sua cerchia di “amici”, ed egli non escludeva che tra i suoi “amici” vi fossero
anche estranei (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.930.12; cl. 14 act.
14.731.010-011). Sia quel che sia, nella fattispecie non è di alcun rilievo il fatto
che il profilo Facebook di A. fosse aperto a tutti o “ristretto” ai suoi “amici”: egli ha
infatti coscientemente e volontariamente condiviso delle rappresentazioni di
cruda violenza rendendoli direttamente accessibili a terze persone, perlomeno ai
suoi “amici”, ciò che è sufficiente ad adempiere i requisiti oggettivi e soggettivi
del reato.
11.3 La Corte ha inoltre preso atto che A. ha dichiarato a più riprese di avere condiviso
i filmati perché era contro la violenza. Tale affermazione è stata ribadita pure
nella sede dibattimentale. L’8 ottobre 2018: “Io vedevo questi video e poi
condividevo sulla mia pagina. Fra gli amici discutevamo sulla violenza, e per fare
vedere agli amici che la gente subiva delle violenze.” “Sì, sceglievo dove c’era
violenza per fare vedere. Visto che sono contro la violenza volevo condividere
questi atti di violenza con gli altri amici”, “[...] tutti quelli che sono contrari alla
violenza, volevo fare vedere a tutti, a tutte le persone che sono contro la violenza
condividendo questi video sulla mia pagina Facebook. Poi volevo fare vedere ai
miei amici.”, “D: Quindi Lei ha condiviso questi video per far vedere la violenza
che viene fatta al mondo? R: Sì, per far vedere ai miei amici.”, “D: Come mai Lei
decideva di condividere alcuni di questi? R: Avevo pietà per queste persone che
subivano torture e per questo decidevo di condividere”, “D: Dunque Lei ha
condiviso perché voleva denunciare questa cosa, giusto? R: Sì”, “D: Perché lo
ha condiviso? R: Come vi ho già detto prima, perché si fa violenza sulle persone.
Nella mia religione, si dice di far vedere questa violenza” (v. incarto SK.2018.8
cl. 13 act. SK 13.930.6 e segg.); e, di nuovo, il 27 agosto 2020: “volevo solo far
veder la violenza che viene fatta al mondo” “Nella mia religione si dice che
qualcuno che fa violenza o tortura agli altri si dovrebbe far vedere agli altri per
insegnare di non farlo“, “io sono un uomo e vedevo che si faceva violenza su un
altro uomo. Il Profeta Alì diceva, “chi rimane zitto davanti alla violenza, è un
Satana senza lingua”.”, “avevo pietà per queste persone che subivano torture e
per questo decidevo di condividere“, “la mia intenzione era che nessuno al mondo
dovrebbe torturare un’altra persona.” (14 act. SK 14.731.011 e segg.).
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11.4 A dimostrazione di ciò, egli si è in particolare avvalso delle didascalie presenti
sotto i filmati, dalle quali, a suo dire, si evincerebbe il loro evidente carattere di
denuncia, a comprova delle motivazioni che lo hanno spinto a condividere i filmati
in questione (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.039 e segg.; cl. 14 act. SK
14.721.040 e segg.).
Le didascalie in questione recitano:
- per il filmato condiviso in data 3 dicembre 2016: in sede di interrogatorio al
dibattimento dell’8 ottobre 2018, con l’ausilio dell’interprete turco-italiano,
viene confermato che sotto la data del 30 novembre 2016 vi è la scritta
apposta dal signor B.: “Chi ha un po’ di pietà nel cuore deve condividere. I
soldati “maiali” di Assad usa violenza contro il popolo ad Aleppo, dove ha
conquistato nuove terre.”
- per il filmato condiviso in data 18 gennaio 2017: in sede di interrogatorio al
dibattimento dell’8 ottobre 2018, con l’ausilio dell’interprete turco-italiano,
viene confermato che sotto la data del 18 gennaio 2017 vi è la scritta apposta
dal signor C.: “Ad Arakan gli atei buddisti fanno tortura al popolo musulmano.
Se non potete fermare la violenza almeno annunciate/fate sapere a tutti.
Questo è il profeta Ali.”
- per il filmato condiviso in data 27 gennaio 2017: la didascalia sotto il filmato è
stata tradotta dall’interprete turco-italiano come segue “Qui Arakan!! Chi
rimane silenzioso a questa crudeltà è un diavolo senza lingua. Condividiamo
per favore, non rimaniamo silenziosi contro questa crudeltà. Preghiamo per il
nostro fratello musulmano” (incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0060; cl.
14 act. SK 14.510.001 e segg.);
- per il filmato condiviso in data 17 febbraio 2017: in sede di interrogatorio al
dibattimento dell’8 ottobre 2018, con l’ausilio dell’interprete turco-italiano,
viene confermato che sotto la data del 10 maggio 2016 vi è la scritta: “La
nostra rotta è Israele. Il nostro peso è inferno. Attacchi selvaggi da parte
dell’America in Irak. Stragi senza distinguere donne e bambini.”
- per il filmato condiviso in data 22 febbraio 2017: annesso al video vi è la
seguente frase, tradotta – su richiesta di questa Corte – dall’interprete arabo-
italiano: “Causa di Birmania. Dove sono i sovrani della terra, dove sono i loro
re e dove sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la pubblicazione
raggiunge il livello più alto. Si prega di seguire la pagina personale del profilo“
(cl. 14 act. SK 14.221.017-019); secondo la traduzione dall’arabo fornita
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direttamente dal sistema di traduzione automatico in Facebook, la didascalia
indicava: “Dove sono i signori della terra, dove sono i suoi re e dove sono i
diritti umani. Vi prego di partecipare alla pubblicazione. Vi prego di seguire la
pagina personale.” (v. interrogatorio imputato del 06.07.2017, incarto
SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 13.02.0160; cl. 14 act. SK 14.661.003-028);
- per la prima immagine condivisa in data 22 febbraio 2017: sotto l’immagine vi
è la seguente frase, tradotta – su richiesta di questa Corte – dall’interprete
arabo-italiano: “Causa di Birmania. Dove sono i sovrani della terra, dove sono
i loro re e dove sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la
pubblicazione raggiunge il livello più alto. Si prega di seguire la pagina
personale del profilo“ (cl. 14 act. SK 14.221.017-019); secondo la traduzione
dall’arabo fornita direttamente dal sistema di traduzione automatico in
Facebook, la didascalia indicava: “Dove sono i signori della terra, dove sono i
suoi re e dove sono i diritti umani. Vi prego di partecipare alla pubblicazione.
Vi prego di seguire la pagina personale.” (v. interrogatorio imputato del
06.07.2017, incarto SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 13.02.0160; cl. 14 act. SK
14.661.003-028);
- per la seconda immagine condivisa in data 22 febbraio 2017: sotto l’immagine
vi è la seguente frase, tradotta – su richiesta di questa Corte – dall’interprete
arabo-italiano: “Causa di Birmania. Dove sono i sovrani della terra, dove sono
i loro re e dove sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la
pubblicazione raggiunge il livello più alto. Si prega di seguire la pagina
personale del profilo“ (cl. 14 act. SK 14.221.017-019); secondo la traduzione
dall’arabo fornita direttamente dal sistema di traduzione automatico in
Facebook, la didascalia indicava: “Dove sono i signori della terra, dove sono i
suoi re e dove sono i diritti umani. Vi prego di partecipare alla pubblicazione.
Vi prego di seguire la pagina personale.” (v. interrogatorio imputato del
06.07.2017, incarto SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 13.02.0160; cl. 14 act. SK
14.661.003-028).
Ora, indipendentemente dal contenuto delle didascalie, A. ha condiviso,
rendendoli di fatto accessibili a terzi, dei video che riproducono atti di violenza
cruda nei confronti di esseri umani. Il fatto che delle scritte in basso ai medesimi
– peraltro in turco ed arabo, dunque non comprensibili a tutti – denunciassero, a
mente di A., simili atti, nulla muta alla crudeltà dei video condivisi.
Tanto più che, a ben vedere, le scritte riportate sotto i video non erano comunque
sufficienti a svolgere l’effetto di “denuncia” invocato da A.
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Questa Corte ha esaminato le didascalie in questione ed ha ritenuto che:
- la didascalia riportata sotto il filmato del 3 dicembre 2016, in alcun modo ha
quale significato di evitare la violenza; non è dato di sapere come una tale
frase possa essere un invito, una denuncia alla violenza, rispettivamente un
invito alla non violenza;
- le parole di tale C. riportate sotto il filmato del 18 gennaio 2017 chiedono di
annunciare a tutti le violenze; una tale affermazione non è atta a fare in modo
che questi brutti eventi vengano fermati;
- quanto riportato sotto il video del 27 gennaio 2017 contiene un invito alla
condivisione e così a non rimanere in silenzio: non è chiaro come con una tale
indicazione si riesca a fare in modo che le violenze vengano fermate;
- le didascalie riportate sotto i filmati del 17 febbraio 2017 e del 22 febbraio 2017
(nonché sotto le due immagini), non significano alcunché e non sono atte a
fare in modo che la violenza non si verifichi.
In generale, questa Corte ritiene che il contenuto delle didascalie non esprime
assolutamente un invito alla non violenza, non è in alcun modo atto quale
“sensibilizzazione” alla non violenza e non è sufficiente a privare le immagini del
loro carattere crudele e indegno nei confronti dell’umanità, e ciò anche agli occhi
di una persona con conoscenze scolastiche di base come A. Anzi, al contrario.
Le didascalie ed i video stessi dimostrano che si è di fronte a rappresentazioni
che adempiono la fattispecie ipotizzata.
Se egli avesse effettivamente voluto manifestare la sua opposizione alla violenza
e dare un messaggio positivo, avrebbe, perlomeno, semplicemente dovuto
scrivere “Questo non si deve fare”. Invece, A. non ha fatto neppure questo. Vero
è, che anche se egli avesse aggiunto tale frase, nulla sarebbe comunque
cambiato agli occhi di questa Corte – se non forse la credibilità delle sue
affermazioni – a fronte delle immagini che sono più di impatto e preminenti
rispetto alle didascalie.
Come già evidenziato in precedenza, la crudeltà dei video è stata peraltro
affermata da A. medesimo, il quale ha addirittura dichiarato che una persona
normale non potrebbe guardarli, che si sta male quando si guarda un video del
genere, e di non stare bene guardandoli (incarto SK.2018.8 cl. 13 act.
SK 13.930.006 e segg.). A. non ha espresso in alcun modo il proprio
apprezzamento riguardo alla portata dei video, non ha aggiunto alcun commento.
- 28 -
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I video e le immagini sono, a non averne dubbio, rappresentativi di atti di violenza
privi di qualsivoglia valore culturale, valore di cui i filmati non possono di certo
essere dotati in virtù delle didascalie sotto di essi riportate. Terze persone hanno
potuto visionare immagini violente: questo non può avere il fine di sensibilizzare
alla non violenza, ad opporsi alla medesima, a far capire che non si vuole che la
medesima si verifichi o contro la quale ci si vuole battere. Non è divulgando
immagini violente che si educa alla non violenza. Per invocare non violenza o per
denunciarla non è necessario condividere video di questa natura. È esattamente
il contrario. Appare dunque evidente che lo scopo di A., mettendo a disposizione
immagini che evocano e diffondono violenza, senza neppure aggiungere un
proprio commento personale e critico, non era certo volto a sensibilizzare alla
non violenza, ma piuttosto, invece, a mostrare a terzi tale violenza. Chi è contro
la violenza, rispettivamente chi ritiene ad esempio che la pedofilia sia da
combattere, sicuramente, per sensibilizzare, non pubblica immagini con atti
sessuali con bambini.
A mente della Corte, i video così condivisi, ai quali, si ripete ancora una volta, A.
non ha neppure aggiunto un commento personale, senza esplicite frasi di
dissenso, di denuncia alla non violenza, con didascalie in turco e arabo, erano
dunque chiaramente volti a diffondere rappresentazioni che A. sapeva essere di
cruda violenza e che voleva condividere con altre persone. Da quanto sopra
emerge che per A. determinanti erano i filmati, non invece le minuscole
didascalie, le quali, come i video, non erano ad ogni modo sufficienti per
denunciare le atrocità mostrate. La preponderanza che A. attribuiva ai video
appare manifestamente in merito al video e alle immagini condivise il 22 febbraio
2017, dove la didascalia era in arabo, lingua non compresa da A., e che lui non
ricorda di avere tradotto; anzi, in sede dibattimentale, A. ha dichiarato che, per
quanto si ricordi, non sapeva all’epoca della condivisione dei filmati che
Facebook offrisse un sistema di traduzione automatico, avrebbe addirittura
sentito per la prima volta al dibattimento che vi era una possibilità di traduzione
tramite Facebook (v. verbale di interrogatorio dibattimentale del 27 agosto 2020,
cl. 14 act. SK 14.731.015-016). È dunque qui ancora più evidente come unico
fine di A. fosse di diffondere i filmati e le atrocità in essi contenute, senza alcun
riguardo per il contenuto delle didascalie.
Se ancora ve ne fosse bisogno, va precisato che sulla pagina Facebook
dell’imputato non è stato rivenuto null’altro a comprova del fatto che egli fosse
effettivamente contro la violenza e che la volesse denunciare (es. appartenenza
a gruppi contro la violenza, o altri post dove espressamente egli denuncia la
- 29 -
SK.2019.49
violenza). Al contrario nella memoria “cache” dei suoi dispositivi vi erano
immagini cruente (v. consid. 14 infra).
11.5 Anche soggettivamente, dunque, i requisiti per l’applicazione dell’art. 135 CP
sono in casu dati.
12.
12.1 Al pubblico dibattimento del 27 agosto 2020, in sede di arringa, il difensore di A.
ha invocato l’errore di diritto. A., dal canto suo, in occasione dei propri
interrogatori, aveva anch’egli sostenuto di non sapere che tali video
contenessero rappresentazioni di cruda violenza vietate, né che la condivisione
dei medesimi fosse vietata e conseguentemente punibile; in caso contrario, ha
dichiarato, non li avrebbe certamente condivisi.
12.2 Secondo l’art. 21 CP, chiunque commette un reato non sapendo né potendo
sapere di agire illecitamente non agisce in modo colpevole. Se l’errore era
evitabile il giudice attenua la pena. L’errore sull’illiceità concerne la situazione
nella quale l’autore ha agito avendo conoscenza degli elementi oggettivi e
soggettivi dell’infrazione, ma essendo convinto di agire in modo lecito. In questo
caso l’errore concerne l’illiceità del caso concreto (DTF 129 IV 238 consid. 3.2.2).
La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che i presupposti dell'errore
sull'illiceità sono adempiuti quando l'agente crede, nel momento in cui viene
perpetrato l'atto (DTF 115 IV 162 consid. 3), sulla base di motivi validi, di non
aver fatto alcunché d'illecito. L’autore in tal caso agisce in maniera intenzionale
e in piena conoscenza di causa, ma considerando a torto il suo comportamento
come lecito (DTF 129 IV 238 consid. 3.1; 104 IV 217 consid. 2; sentenze del
Tribunale federale 6S.390/2000 del 5 settembre 2000 consid. 2; 6B_477/2007
del 17 dicembre 2008 consid. 4.5). La regolamentazione relativa all'errore
sull'illiceità si basa sull'idea che la persona sottoposta alla legge deve adoperarsi
per conoscere la legge e la non conoscenza preserva dalla punizione solo in casi
eccezionali (DTF 129 IV 238 consid. 3.1 pag. 241 e sentenza del Tribunale
federale 68_77/2019 dell'11 febbraio 2019, consid. 2.1).
Le conseguenze penali di un errore sull’illiceità dipendono dal suo carattere
evitabile o inevitabile. Nel caso di errore inevitabile - ossia quando l'autore non
sapeva e non avrebbe potuto sapere di agire illecitamente - egli non è colpevole
e il giudice deve dunque assolverlo (e non solo esentarlo da ogni pena), poiché
il suo errore è dovuto a delle circostanze che avrebbero potuto indurre in errore
- 30 -
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anche una persona avveduta e coscienziosa. Se al contrario l'errore era evitabile,
l’autore che avrebbe potuto evitarlo è colpevole, ma la sua colpa è ridotta, per
cui il giudice deve obbligatoriamente attenuare la pena (Messaggio concernente
la modifica della parte generale del codice penale del 21 settembre 1998, FF
1999 pag. 1667, pag. 1695). Il Tribunale federale ha altresì considerato che solo
colui che aveva delle ragioni sufficienti di credere di essere in diritto di agire può
essere posto a beneficio di un errore sull’illiceità. Una ragione di ritenersi in diritto
di agire è “sufficiente” allorquando nessun rimprovero può essere mosso
all’autore per il suo errore in quanto lo stesso proviene da circostanze che
avrebbero potuto indurre in errore ogni persona coscienziosa. Il carattere
evitabile dell’errore deve essere esaminato in considerazione delle circostanze
personali dell’autore, quali il suo grado di socializzazione o di integrazione (DTF
128 IV 201 consid. 2; sentenza del Tribunale federale 6B_77/2019 del l’11
febbraio 2019 consid. 2.1).
Allorquando l’autore agisce con coscienza dell’illiceità del proprio atto, o almeno
di un’eventuale illiceità, l’applicazione dell’art. 21 CP è esclusa (DTF 130 IV 77
consid. 2.4). La coscienza dell’illiceità non implica tuttavia che l’autore conosca
la disposizione legale che infrange, né che sia a conoscenza del fatto che il suo
comportamento sia punibile (THALMANN in: Commentario Romando,
Roth/Moreillon (curatori), 2009, n. 11 ad art. 21 CP, con riferimenti). Per
escludere un errore sull’illiceità è sufficiente che l’autore abbia avuto il sentimento
di compiere qualcosa di contrario a ciò che ogni cittadino medio dovrebbe avere
come valori (DTF 104 IV 217 consid. 2; sentenza del Tribunale federale
6B_77/2019 dell’11 febbraio 2019 consid. 2.1, con riferimenti). Colui che realizza
che il suo comportamento è contrario alle regole generalmente ammesse nella
società alla quale egli appartiene, agisce con coscienza del carattere illecito dei
propri atti (DTF 104 IV 217, consid. 2). Il sentimento dell’autore di “sfidare” gli usi
comunemente rispettati costituisce un indizio che depone a favore del fatto che
egli ha coscienza del carattere illecito del proprio atto. Ciò è in particolare il caso
di usi che concernono dei valori fondamentali (DTF 104 IV 217, consid. 2). Il
Tribunale federale ha negato l’esistenza di un errore sull’illiceità nel caso di una
diffusione di riviste e videocassette aventi quale contenuto degli atti di ordine
sessuale con degli escrementi umani o con atti di violenza (DTF 128 IV 201). In
particolare, l’Alta Corte nella predetta sentenza ha ritenuto che tali prodotti
contravvenivano alle concezioni etiche e morali, di conseguenza era altamente
possibile che il loro commercio potesse infrangere la legge.
La sensazione dell’autore che le sue azioni sono contrarie ai valori etici
riconosciuti dalla comunità in cui vive rappresenta già un indizio importante della
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SK.2019.49
sua conoscenza dell’illiceità del suo agire. Laddove in particolare sono in gioco
valori etici fondamentali, vi è in genere una parallela regolamentazione giuridica,
così che una violazione dei primi fornisce un indizio per una violazione della
seconda (DTF 104 IV 217 consid. 2).
12.3 Costituisce un fatto notorio la circostanza che non possano essere diffuse
rappresentazioni di cruda violenza. Gli atti, contenuti nei video e nelle immagini
condivise dall’imputato e descritti nei paragrafi che precedono, sono già stati
qualificati come di cruda violenza e la Corte ha accertato che A. ne aveva piena
consapevolezza (v. consid. 11.2). Alla luce della giurisprudenza sopra citata, la
consapevolezza di A. in merito all’atrocità dei video condivisi costituisce un forte
indizio a favore del fatto che egli aveva coscienza del carattere illecito della loro
condivisione, essendo peraltro la dignità umana e l’integrità fisica un valore
globalmente ritenuto fondamentale. Agli atti non vi sono peraltro elementi che
portino a ritenere che A. avesse delle ragioni sufficienti per credere che il suo
agire fosse lecito. A tale scopo non basta la sua continua invocazione alla propria
religione che gli chiederebbe di essere contro la violenza e di denunciarla. Di
nuovo, non è certo condividendo rappresentazioni di cruda violenza che si
raggiunge tale scopo. Anzi. A mente della Corte, una persona coscienziosa, di
buon senso e contro la violenza, mai avrebbe condiviso sul proprio profilo di
Facebook delle simili immagini/video, e ciò indipendentemente dalle didascalie
sotto di essi riportate. Il fatto che egli, a suo dire, non conoscesse la legge non
depone a favore di un errore sull’illiceità, dal momento che, dato il cruento
contenuto dei video e delle immagini che A. ha condiviso, considerato che sapeva
benissimo trattarsi di rappresentazioni contrarie alla dignità umana, viste pure le
sensazioni che ha dichiarato di avere avuto nel visionarne il contenuto, egli ha
certamente realizzato che la condivisione dei video in questione era contraria alle
regole generalmente ammesse nella nostra società.
Ne discende che A. ha agito con coscienza del carattere illecito dei propri atti.
13. Oltre a ciò, l’imputato ha asserito di non avere, sotto il profilo oggettivo, reso
accessibili i filmati a terzi, dato che si trattava di contenuti già divulgati e resi
accessibili a chiunque (incarto SK.2018.8 act. SK 13.925.039). Tuttavia, il criterio
del “rendere accessibili” è considerato adempiuto anche per quelle
rappresentazioni che in passato erano già state rese accessibili. L’atto punibile
del rendere accessibili rappresentazioni di cruda violenza in passato già rese
accessibili è punibile a catena, ogni volta che tale criterio è adempiuto (DANIEL
KOLLER, Cybersex – Die strafrechtliche Beurteilung von weicher und harter
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SK.2019.49
Pornographie im Internet unter Berücksichtigung der Gewaltdarstellungen,
dissertazione, 2007, pag. 127; v. anche sentenza del tribunale federale
6B_1114/2018 del 29 gennaio 2020 consid. 2.2.4 e 2.2.5). Ne consegue che,
indipendentemente dal fatto che tali rappresentazioni potessero o meno essere
accessibili a terzi anche senza che A. li condividesse, eventualmente facendo
ricerche su internet o Facebook, la circostanza che egli li abbia condivisi su
Facebook ha fatto sì che questi siano stati resi accessibili, direttamente, almeno
ai suoi amici.
14. La propensione di A. per le immagini violente si evince altresì dall’esame di
quanto da egli detenuto nei propri dispositivi elettronici o di archiviazione di dati.
In effetti, dai medesimi sono stati estrapolati vari dati e informazioni, in particolar
modo fotografie di persone armate, decedute e ferite (incarto SK.2018.8 act.
MPC 10.200.30). Anche questi elementi dimostrano che la motivazione di A.
riferita alla divulgazione volta a sensibilizzare alla non violenza non è affatto
credibile. Gli atti parlano da soli. Ad A. determinate immagini piacciono. Le
detiene per sé e le mette a disposizione di terzi.
15. A. deve dunque essere riconosciuto autore colpevole di ripetuta
rappresentazione di atti di cruda violenza ai sensi dell’art. 135 CP, e ciò in
relazione ai cinque video di cui all’atto d’accusa. La Corte ha in proposito ritenuto
che A. ha adempiuto ai requisiti oggettivi e soggettivi del reato, avendo agito con
intenzione, con dolo diretto.
Per le due immagini di cui all’atto d’accusa va invece pronunciato il
proscioglimento, non trattandosi a mente della Corte di rappresentazioni di atti di
cruda violenza.
16. Sulla violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda”
e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate
16.1 Al capo d’accusa n. 2 a A. viene rimproverato di avere, il 30 settembre 2016 alle
ore 12:52, a Lugano e in altre località non meglio precisate, intenzionalmente
fatto propaganda a favore del gruppo vietato “Stato islamico” sostenendo così i
loro obiettivi e le loro azioni, e ciò condividendo sulla bacheca del suo profilo
pubblico Facebook “A.” Nr ID 1 in suo uso esclusivo e su cui accedeva tramite i
propri dispositivi Samsung Galaxy S3 (senza scheda SIM), Samsung GT-i9301l
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(con scheda SIM 2) e Tablet Samsung GT-P3100, un video, raffigurante dal
minuto 00:00:15 in alto a destra quale logo la bandiera usata dallo Stato islamico
che sventola, in cui i combattenti del gruppo yemenita, chiamato "Aden-Abyan
Islamic Army" e all'epoca del video facente parte del sedicente Stato islamico
capeggiato da Abu Bakr al-Baghdad, giustiziano un loro prigioniero yemenita
facendogli cadere un masso sulla testa - video in seguito rimosso verosimilmente
dagli amministratori di Facebook o da terzi - commettendo in tale modo una
violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato
islamico” nonché le organizzazioni associate.
16.2 La legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” nonché le
organizzazioni associate è entrata in vigore il 12 dicembre 2014, in sostituzione
della previgente ordinanza dell’Assemblea federale del 23 novembre 2011. Lo
scopo della legge federale urgente era quello di continuare a punire le attività dei
precitati gruppi, così come tutti gli atti che mirano a sostenerli materialmente o
con risorse di personale (FF 2014 7715).
La normativa mira a proteggere la sicurezza pubblica, e ciò già prima della
commissione di reati. Secondo il Messaggio del Consiglio federale, la minaccia
dello “Stato islamico” si manifesta già tramite una propaganda aggressiva. Esiste
il rischio che questa propaganda induca persone residenti in Svizzera a
perpetrare attentati o ad aderire ad altre organizzazioni terroristiche (FF 2014
7715; sentenza del Tribunale federale 6B_948/2016 del 22 febbraio 2017
consid. 4.1).
16.3 Giusta l’art. 1 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, sono vietati: il gruppo “Al-
Qaïda” (lett. a); il gruppo “Stato islamico” (lett. b); i gruppi che succedono al
gruppo “Al-Qaïda” o al gruppo “Stato islamico” o che operano sotto un nome di
copertura nonché le organizzazioni e i gruppi che, per quanto riguarda la
condotta, obiettivi e mezzi, corrispondono al gruppo “Al-Qaïda” o al gruppo “Stato
islamico” o operano su loro mandato (lett. c).
Ai sensi dell’art. 2 della medesima normativa, chiunque partecipa sul territorio
svizzero a uno dei gruppi o a una delle organizzazioni vietati secondo l’art. 1,
mette a disposizione risorse umane o materiale, organizza azioni
propagandistiche a loro sostegno o a sostegno dei loro obiettivi, recluta adepti o
promuove in altro modo le loro attività, è punito con una pena detentiva sino a
cinque anni o con una pena pecuniaria.
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16.3.1 Per quanto attiene in particolare alla fattispecie del promuovere in altro modo le
attività dei gruppi vietati, va considerato che tale azione include solo
comportamenti che hanno una certa vicinanza fattuale con i crimini commessi
dalle organizzazioni vietate, ciò che va valutato in base agli aspetti oggettivi e
soggettivi del caso concreto. In sostanza, va determinato in ogni singolo caso se
è stata superata la soglia tra il semplice atteggiamento e l’agire punibile
penalmente (ANDREAS EICKER, Zur Interpretation des Al-Qaïda- und IS-Gesetzes
durch das Bundesstrafgericht im Fall eines zum Islamischen Staat Reisenden,
Jusletter 21 novembre 2016, n. 13).
16.3.2 Sotto il profilo oggettivo, l’art. 2 cpv. 1 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”
concerne (segnatamente) azioni di propaganda con cui viene fatta (attivamente)
pubblicità in favore dell’ideologia e i valori dei gruppi “Al-Qaïda” e “Stato
islamico”. Ciò contribuisce a diffondere le idee di tali gruppi vietati, ad esempio
tramite la pubblicazione di immagini, fotografie, testi e video ecc. via internet e i
Social Media (quali Facebook, Twitter).
La propaganda in senso generale si esprime – proprio come la pubblicità – in
iniziative, il cui scopo consiste nell’indurre i destinatari ad un preciso pensiero,
comportamento o azione. Lo scopo della propaganda e della pubblicità è quello
di influenzare l’atteggiamento di destinatari. Le forme di propaganda e di
pubblicità sono svariate. Possono ad esempio consistere in scritti, suoni,
immagini, colori, forme ma anche in altre azioni (v. DAVID/REUTTER,
Schweizerisches Werberecht, 3a ediz. 2015, n. 10 e seg. e n. 15). Per
determinare quali azioni debbano essere considerate quali promozioni alle
attività delle organizzazioni vietate, è necessario valutarle nell’ambito del
rispettivo contesto. Lo Stato islamico viene promosso nelle proprie attività
criminali ad esempio quando una persona si lascia influenzare dal medesimo
così da diffondere in maniera oggettivamente riconoscibile la sua propaganda
radicale, o quando si comporta attivamente e in modo mirato nel senso
propagandato dallo Stato islamico. Che tale comportamento ricada sotto il
«sostegno» o sotto la clausola generale del «promuovere in altro modo», è
irrilevante (v. sentenza del Tribunale federale 6B_948/2016 del 22 febbraio 2017
consid. 4.2.2). Soggettivamente, il reato presuppone l’intenzionalità, essendo a
tale proposito sufficiente il dolo eventuale. È richiesta da un lato la
consapevolezza che una determinata azione di propaganda in favore delle
organizzazioni vietate verrà effettivamente percepita dalle altre persone, e
dall’altro che vi sia l’intento di pubblicizzare, ossia di agire sulle altre persone,
così che queste vengano “conquistate” dai pensieri esternati o, nel caso in cui
già li condividano, che vengano rafforzati nella loro convinzione (v. DTF 140 IV
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102 consid. 2.2.2; 68 IV 145 consid. 2; NIGGLI, Rassendiskriminierung, 2a
ediz. 2007, n. 1222-1223; VEST, in: Martin Schubarth [curatore], Delikte gegen
den öffentlichen Frieden, 2007, n. 62 ad art. 261bis CP).
16.4 In merito al contenuto del filmato 30 settembre 2016 che secondo l’accusa è stato
condiviso alle ore 12:52, la Corte osserva quanto segue.
16.4.1 Il filmato – della durata complessiva di quarantun secondi – è di buona qualità
audio e video. L’inquadratura iniziale mostra un masso posato a terra e due
persone in tuta mimetica che si avvicinano alla pietra e la sollevano. Viene poi
ripreso un uomo sdraiato a terra, sul fianco, con le mani dietro la schiena e col
capo appoggiato su di un sasso. Il masso precedentemente sollevato dalle due
persone viene scaraventato sulla testa dell’uomo a terra; si sente il rumore
dell’impatto. La vittima a seguito del colpo urla, emette dei gemiti, si contorce e
si sdraia supina. L’inquadratura laterale mostra chiaramente una ferita sul lato
sinistro del suo capo e del sangue che fuoriesce dall’orecchio sinistro. Cambia
l’inquadratura e si vede che il sangue esce sia dal naso che dalla bocca della
vittima, a fiotti, e gli imbratta tutto il viso. L’immagine poi si sofferma sul suo viso
completamente ricoperto di sangue. In sovrimpressione compare per pochi
secondi l’immagine di un uomo – che sembra privo di sensi – e poi viene
inquadrato il corpo della vittima insanguinata mentre esala gli ultimi respiri. Infine
compare una scritta color fuoco su sfondo scuro sul quale si intravvede il corpo
della vittima, verosimilmente deceduta. Fin dall’inizio del video, su un piccolo
spazio dell’angolo in alto a destra, è presente un simbolo a caratteri bianchi; esso
viene sostituito, per la durata di circa 17 secondi (dal minuto 00:00:15 fino al
minuto 00:00:33) da una bandiera nera con scritta bianca in arabo, dopo di che
riappare il simbolo a caratteri bianchi. Per tutta la durata del filmato, in sottofondo
si sentono dei canti.
16.4.2 La Corte ha preso atto che A., nelle more del dibattimento, ha dichiarato di non
avere notato la bandiera quando ha condiviso il filmato, in particolare, l’8 ottobre
2018: “Quando ho condiviso non ho notato che c’era una bandiera. Perché sono
piccole. Guardavo il video”; “Non ho notato, perché si guarda il video non la
bandiera. Già guardando questo video non stavo bene” (incarto SK.2018.8 cl. 13
act. SK 13.930.11), e ancora il 27 agosto 2020 “quando ho condiviso non ho
notato che si vedeva la bandiera dell’ISIS. Il Procuratore ha scritto una lettera al
mio avvocato, poi l’abbiamo riguardato ed abbiamo visto che alla fine, in piccolo,
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si vedeva una bandiera e poi abbiamo scoperto che era dell’ISIS. Perché sono
piccole. Guardavo il video” (cl. 14 act. SK 14.731.018).
16.4.3 Ora, dal rapporto della PGF emerge che il simbolo a caratteri bianchi (presente
come detto dall’inizio del video fino al secondo 00:00:14 e dal secondo 00:00:34
in poi) era utilizzato dallo Stato islamico per rappresentare il loro ufficio
dell’informazione nella provincia yemenita da loro curata e denominata “Aden-
Abyan” (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 10.200.0045).
In merito alla portata della bandiera nera, la Polizia federale ha accertato che la
medesima rappresenta lo Stato islamico (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC
10.200.0047). Ha indicato essere “sufficiente esaminare i risultati di una banale
ricerca internet per trovare video ed immagini d'attualità del Califfato accostate
dalla bandiera nera recante la testimonianza di fede come quella presente nel
video condiviso da A.” (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 10.200.0039),
aggiungendo che “per poter capire se la bandiera di cui sopra debba o meno
essere associata allo Stato Islamico ed al suo operato, è necessario prendere in
considerazione diverse indicazioni, tra cui sicuramente periodo e contesto nel
quale questa è inserita. A dimostrazione di quanto precede, lo stesso sito internet
indicato dall'avvocato di A. riporta, quale "buon articolo" sulle bandiere, uno che
attribuisce all'ISIS la medesima bandiera che appare nel video condiviso” (incarto
SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 10.200.0039 e seg.).
16.5 La difesa di A. contesta da un lato la riconducibilità immediata della bandiera nera
allo Stato islamico, dall’altro invoca l’applicazione delle lex mitior (peraltro non
invocata in sede del primo dibattimento nonostante la situazione fosse identica
come pure le dichiarazioni del MPC in requisitoria), non essendo il gruppo
yemenita denominato “Aden-Abyan Islamic Army” e autore, nel video, della
lapidazione, oggi più parte del sedicente stato islamico.
A mente della Corte, il video in quanto tale deve essere considerato nel contesto
complessivo, comprensivo dell’ambientazione, del sottofondo musicale, e
tenendo altresì conto del contesto storico. In concreto, come visto, il video è
ambientato in un ambiente desertico, e per tutta la durata del medesimo si odono
canti e voci in arabo. Gli autori della lapidazione vestono tute mimetiche e
utilizzano un metodo di uccisione di una crudeltà inaudita. Tale video è stato
condiviso a fine settembre 2017, quando l’ISIS era già da anni mondialmente
conosciuto. La bandiera nera con scritte in bianco che appare dal secondo
00:00:15 al secondo 00:00:33, contrariamente a quanto asserito dalla difesa,
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evoca d’acchito l’emblema del gruppo terroristico “Stato islamico” e viene
indubbiamente associata all’ISIS.
Tutto ciò considerato, la Corte non ha dubbi che il video debba essere associato
allo Stato islamico. Nulla muta, a tale proposito, il fatto che i carnefici
appartenessero al gruppo yemenita “Aden-Abyan Islamic Army”, oggi non più
parte del sedicente Stato islamico, ritenuto che il filmato, come detto, era
riconducibile allo Stato islamico in quanto tale, e non unicamente a tale fazione,
rispettivamente sottogruppo. Ciò che fa stato è l’identificazione della bandiera
con lo Stato islamico. Non vi è dunque alcuno spazio per l’applicazione del
principio della lex mitior.
16.6 La didascalia riportata sotto il filmato e scritta in arabo, secondo la traduzione
fornita da Facebook, richiamava espressamente l’ISIS, seppur denunciandone i
metodi di esecuzione:
“Guardate il nuovo metodo di esecuzione dell’ISIS. Condividete la pubblicazione
prima che venga eliminata così tutto il mondo vede la delinquenza dell’ISIS. Sul
serio meno di 18 anni non aprite il video” (v. memoriale di difesa dell’8 ottobre
2018, incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.042 v. anche requisitoria, incarto
SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.024; cl. 7 act. MPC 10.200.0042; traduzione
confermata anche dall’interprete incaricato da questa Corte: incarto SK.2019.49
cl. 14 act. 14.510.011 e segg.; cl. 14 act. SK 14.661.003-028).
A. ha dichiarato, il 27 agosto 2020 in aula, di non comprendere l’arabo e di non
avere utilizzato il sistema di traduzione fornito da Facebook (cl. 14 act. SK
14.731.016-017). Anche la circostanza che la didascalia non sia stata tradotta
dimostra, una volta di più, che per A. determinante era il video e non già la
didascalia che lo accompagnava, il cui significato non può avere compreso
(poiché non conosce l’arabo e non l’aveva tradotta).
Indipendentemente da quanto sopra, non vi sono dubbi circa l’associazione del
filmato allo Stato islamico, aspetto di meridiana evidenza già in ragione del
contesto del video e della bandiera in esso presenti, tanto più per una persona di
una cultura come quella di A.
16.7 Prive di particolare rilievo, tanto più che l’imputato ha dichiarato di non
comprendere l’arabo, sono invece le frasi apparse nel video dal secondo 3 al
secondo 7 (“se punite, punite come siete stati puniti. La lapidazione di un politeisti
houthi”; cl. 14 act. SK 14.510.011 e segg.) e i commenti contenuti nel canto –
molto disturbato – che accompagnano il video (secondo l’interprete, viene
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ripetuto più volte il nome di “Allah”, e vi sono due gruppi di voci a coro che cantano
nello stesso momento frasi diverse, di cui si capisce unicamente “...chiediamo...
lo abbiamo indottrinato – e con il suo diritto c’è speranza; cl. 14 act. SK
14.510.011 e segg.).
16.8 A mente di questa Corte l’agire di A., che ha condiviso il succitato video su
Facebook ha senz’altro contributo a promuovere le attività illecite dal Gruppo
Stato islamico.
16.9 Per quel che attiene all’elemento soggettivo del reato, A. ha dichiarato di avere
visionato il filmato prima di condividerlo sul suo profilo Facebook, senza
comunque premurarsi di tradurre la didascalia in lingua araba che figurava sotto
il video (cl. 14 act. SK 14.731.017-018). Egli ha pure asserito di non avere notato
il dettaglio del logo che compare in alto a destra al secondo 00:00:15, ma, in
considerazione del contesto storico e grafico del filmato, dei canti e delle voci in
arabo presenti nel medesimo, del suo vissuto, della sua cultura, della sua
devozione alla sua religione, egli non poteva non rendersi conto che il video
evocasse lo Stato islamico. Condividendolo sul suo profilo Facebook, A. ha
dunque senz’altro accettato il rischio di promuovere in altro modo le attività dello
“Stato islamico”, realizzando pertanto l’infrazione almeno nella forma del dolo
eventuale.
16.10 Dagli atti risulta inoltre che – a seguito di una segnalazione del SIC in merito a
una condivisione da parte di A. di una pubblicazione violenta, a un’acclamazione
di un gruppo Facebook di matrice jihadista, a una glorificazione della dottrina
salafita al-Wala’ wa-l-Bara, a un post di un like a un gruppo Facebook jihadista,
a un post/pubblicazione di una fotografia di connotazione jihadista, a un nuovo
post di un like a un gruppo Facebook jihadista, atti situati nel lasso temporale
ottobre 2015 / maggio 2016 [act. MPC 100-200-0023]) – A. è stato sottoposto per
un determinato periodo a sorveglianza da parte della Polizia federale. Più
precisamente, la polizia ha monitorato il profilo Facebook dell’imputato, tramite
censure telefoniche e apparecchi di intercettazione audio (dal 9 agosto all’8
novembre 2016) nonché a varie misure coercitive tra cui una perquisizione
domiciliare il 22 febbraio 2017 con successivi interrogatori. Al termine del proprio
rapporto d’inchiesta di polizia giudiziaria del 12 luglio 2017, la PGF ha comunque
concluso che “Gli atti d’indagine svolti nel corso del procedimento penale non
hanno portato elementi oggettivi a suffragio delle ipotesi di reato ai sensi dell‘art.
2 LF che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni
associate / Organizzazioni criminali (art. 260ter CP)” (incarto SK.2018.8 cl. 7 act.
MPC 10.200.1 e segg., in particolare pag. 21 e seg. e 28). Ora, benché dalle
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indagini non sia emerso che A. abbia avuto una qualsivoglia vicinanza o simpatia
nei confronti dell’estremismo islamico o dei gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico”
nonché le organizzazioni associate che la legge federale vieta, ritenuto tutto
quanto riportato ai considerandi precedenti, la Corte rimane convinta
dell’adempimento, in capo a A., delle condizioni soggettive del reato. La
circostanza che A. non sia stato un fervero “attivista”, nulla muta al fatto che egli
condividendo questo video, abbia, in concreto, almeno con dolo eventuale,
promosso, come la norma prevede, le organizzazioni in questione.
16.11 L’illogicità delle affermazioni contrarie di A. emerge dalle sue stesse dichiarazioni
rese in sede dibattimentale ancora il 27 agosto 2020. Da un lato egli asserisce
che “nella mia religione si dice che qualcuno che fa violenza o tortura agli altri
dovrebbe far vedere agli altri per insegnare di non farlo” (cl. 14 act. SK
14.731.012 riga 12-13), per poi sottolineare che “io non ho fatto queste torture a
queste persone, non ho messo io in internet queste immagini. Io ho solo
condiviso questo video” (cl. 14 act. SK 14.731.013 riga 17-18). Ora, se
effettivamente la sua religione gli imponesse di mostrare la violenza, non si
capisce perché egli tenga a rimarcare di non aver postato lui in internet queste
immagini. Non può A. invocare a piacimento la propria religione per cercare di
togliersi le proprie responsabilità.
16.12 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che A. si sia reso autore
colpevole di violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, e ciò
per aver promosso in altro modo le attività dello “Stato islamico”.
17. Per quanto attiene all’errore sull’illiceità invocato in sede di arringa dal difensore
di A., si rimanda a quanto detto in precedenza al consid. 12 supra, con la
precisazione che quanto ivi ritenuto è ancora più valido per quanto riguarda i
filmati riconducibili allo Stato islamico. In effetti, da anni tale organizzazione è
globalmente riconosciuta quale gruppo terrorista a livello internazionale, di modo
che A. non poteva certo avere dubbi, anzi certamente sapeva, dell’illiceità della
condivisione di un video di propaganda a favore del medesimo. Nessun errore
sull’illiceità può dunque essere ritenuto nel caso concreto.
18. In presenza di un reato giusta l’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” e
dell’adempimento, tramite il medesimo atto reprensibile, di un reato giusta l’art.
135 CP, si pone il quesito di un eventuale concorso tra queste due disposizioni.
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18.1 In proposito, la Corte penale del TPF ha in passato avuto una giurisprudenza non
univoca. Di seguito un esame delle precedenti sentenze di questo Tribunale,
invero giunte a conclusioni anche opposte.
Questo Tribunale, nella propria sentenza SK.2007.4 del 21 giugno 2007, si era
espresso in merito alla questione del rapporto tra il reato di organizzazione
criminale giusta l’art. 260ter CP e l’art. 135 CP. La Corte aveva ritenuto che, nel
caso in cui il sostegno o la partecipazione all’organizzazione criminale si riferiva
e si limitava alla rappresentazione di atti di cruda violenza, per la quale l’autore
veniva punito, l’art. 260ter CP era sussidiario all’art. 135 CP (consid. 4.4.6; v.
anche, sul principio della sussidiarietà dell’art. 260ter CP, DTF 132 IV 132 consid.
4.2 e sentenza del Tribunale penale federale SK.2008.26 del 14 ottobre 2009
consid. 2.6). Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, nel caso in cui il
sostegno o la partecipazione si riferisce e si limita a reati ben precisi, per i quali
l’autore viene punito, l’art. 260ter CP è sussidiario. Se invece il sostegno o la
partecipazione supera questi singoli reati concreti, occorre ammettere, secondo
le norme generali, un concorso reale (DTF 132 IV 132 consid. 4.2; Messaggio
concernente la modificazione del Codice penale svizzero e del Codice penale
militare [Revisione delle norme sulla confisca, punibilità dell'organizzazione
criminale, diritto di comunicazione del finanziere] del 30 giugno 1993, FF 1993 III
193, in particolare pag. 215).
Nella sentenza SK.2016.9 del 15 luglio 2016, il Tribunale penale federale ha
invece analizzato l’eventuale concorso tra l’art. 260ter CP e l’art. 2 della legge “Al-
Qaïda” e “Stato islamico”, in presenza di un atto che adempiva i criteri di
entrambe le disposizioni (consid. 1.15). A mente della Corte, la descrizione del
comportamento punibile contenuta all’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato
islamico” che comprende, oltre alla partecipazione, alla messa a disposizione di
risorse umane o materiale, all’organizzazione di azioni propagandistiche, al
reclutamento di adepti, anche la promozione “in altro modo“ delle attività di tali
gruppi vietati, è più ampia rispetto alla partecipazione e al sostegno puniti dall’art.
260ter CP (consid. 1.14.4; v. su tale aspetto anche la sentenza del Tribunale
federale 6B_650/2007 del 2 maggio 2008 consid. 7.3.1). Alla luce di ciò la Corte
ha ritenuto che un sostegno allo Stato islamico punibile in virtù dell’art. 260ter cifra
1 cpv. 2 CP adempie sempre i criteri di cui all’art. 2 cpv. 1 della legge “Al-Qaïda”
e “Stato islamico” (sentenza SK.2016.9 summenzionata, consid. 1.14.4). In
merito al concorso tra le due disposizioni, il Tribunale penale federale ha
constatato che il Messaggio non fornisce chiarezza, ma ha osservato che nella
legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, a differenza di quanto era previsto nelle
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precedenti Ordinanze del Consiglio Federale, non viene più stabilita alcuna
sussidiarietà della medesima all’art. 260ter CP (sentenza SK.2016.9
summenzionata, consid. 1.15). Nella sentenza SK.2016.9 è dunque stato ritenuto
che, rispetto all’art. 260ter CP, la legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” costituisce
una normativa più specifica e più recente; considerato inoltre che entrambe le
normative intendono tutelare la sicurezza pubblica, e ciò già prima della
realizzazione di un reato, e si rivolgono alle organizzazioni criminali, la Corte ha
concluso che, in presenza di un atto che adempie i criteri di entrambe le
disposizioni, trova applicazione l’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”
in quanto lex specialis. Nella medesima sentenza la Corte ha ripreso il
ragionamento contenuto nella sentenza SK.2013.39 del 2 maggio 2014 e
precisazione del 22 luglio 2014 (consid. B.2.2.3 e B.3.2.4), secondo cui un atto
contemporaneamente punibile giusta l’art. 259 CP e l’art. 260ter CP, sarà
sanzionato unicamente in base all’art. 260ter CP: in effetti, ritenuto che entrambe
le norme forniscono una protezione di natura preventiva per i reati di violenza
criminali o all’arricchimento con mezzi criminali, esisterebbe tra le medesime un
concorso improprio e l’art. 259 CP sarebbe pertanto assorbito dall’art. 260ter CP;
sempre nella sentenza SK.2013.39, il medesimo ragionamento era stato
applicato in presenza del reato di rappresentazione di atti di cruda violenza:
riferendosi, secondo l’allora Collegio giudicante, sia l’art. 135 CP che l’art. 260ter
CP a reati di violenza, è stato giudicato che la seconda disposizione assorbisse
la prima (consid. B.3.2.4). Nella summenzionata sentenza SK.2016.9, i giudici,
trasponendo tale ragionamento in presenza di una possibile applicazione sia
dell’art. 135 CP che dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, hanno
stabilito che la rappresentazione di atti di cruda violenza è assorbita dall’art. 2
legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” e che quindi quest’ultima norma costituisce
una lex specialis (sentenza del Tribunale penale federale SK.2016.9 consid.
1.14, 1.15, 2.4.3.2.e 2.4.3.3).
In una successiva sentenza di questo Tribunale del 15 luglio 2019, la Corte ha
sottolineato come l’art. 2 cpv. 1 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” vieti le
azioni propagandistiche con le quali vengono sostenuti l’ideologia ed i valori di
tali organizzazioni. Essa ha precisato che l’azione criminosa consiste nel
diffondere il pensiero delle organizzazioni vietate, ad esempio tramite la
pubblicazione su canali internet e sui social media di immagini, fotografie, testi e
video, specificando che la determinazione di quali azioni vadano considerate
quale sostegno delle attività delle organizzazioni vietate, deve essere fatta sulla
base delle circostanze concrete. La Corte ha ad esempio ritenuto che, a tale
scopo, è sufficiente che una persona diffonda coscientemente e in maniera
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SK.2019.49
visibile la propaganda radicale di tali organizzazioni o che si atteggi
conformemente agli obbiettivi pubblicizzati dalle medesime; detto
comportamento potrebbe ricadere sia sotto il “sostegno” che sotto la clausola
generale del ”promuovere in altro modo le loro attività” (v. sentenza del Tribunale
federale 6B_948/2016 del 22 febbraio 2017 consid. 4.2.2). Essendo anche in
quel caso invocato il sostegno all’organizzazione criminale giusta l’art. 260ter cifra
1 cpv. 2 CP, la Corte ha ribadito che un tale sostegno in favore di “Al-Qaïda” o
dello “Stato islamico” adempie sempre il comportamento punibile dall’art. 2 cpv.
1 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, concludendo che, in simili evenienze,
trova unicamente applicazione la legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” in quanto
lex specialis. Nei confronti di un possibile concorso tra l’art. 135 CP e l’art. 2 della
legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, questo Tribunale ha ribadito che il reato di
rappresentazione di atti di cruda violenza viene assorbito dalla legge “Al-Qaïda”
e “Stato islamico” (sentenza del Tribunale penale federale SK.2019.23 consid.
1.6.2.1, 3.2.2, 3.3.6, 6.7).
Nella fattispecie che qui ci occupa, con la precedente sentenza del 7 novembre
2018, la Corte penale aveva invece stabilito che “se con un’azione vengono
infrante due o più norme penali, nessuna delle quali esclude l’altra (o le altre), si
parla di concorso ideale e l’autore è punito per tutte come all’art. 49 cpv. 1 CP
(DTF 133 IV 297 consid. 4.1). Nel caso in esame, vi è concorso proprio fra l’art.
135 CP e la violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda”
e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate, siccome le due norme
proteggono beni giuridici ben distinti” (sentenza del Tribunale penale federale
SK.2018.8 del 7 novembre 2018 consid. 4.8, annullata dal Tribunale federale con
sentenza 6B_56/2019 del 6 agosto 2019).
18.2 Ora, secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, per determinare se vi è
concorso tra due infrazioni o se, al contrario, una di esse assorbe l’altra, occorre
esaminare se i beni giuridici protetti da ciascuna di esse si ricoprono. Se ciò non
è il caso o se non si ricoprono interamente, ne consegue che nessuna delle due
infrazioni comprende il comportamento dell’autore sotto tutti i suoi aspetti, di
modo che entrambe devono essere applicate. Il fatto che la pena prevista,
teoricamente, per una delle disposizioni applicabili sarebbe già di per sé
sufficiente a punire l’autore, non basta per concludere che una di esse assorba
l’altra (DTF 133 IV 297 consid. 4.2).
18.3 Nel caso concreto, occorre pertanto esaminare se i beni giuridici protetti dalle
norme in questione si ricoprano. Come visto, l’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e
“Stato islamico” tutela la sicurezza pubblica, interna ed esterna, e ciò già prima
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SK.2019.49
della commissione dei reati. La minaccia dello “Stato islamico”, in particolare, si
manifesta già tramite una propaganda aggressiva e vi è il rischio che tale
propaganda induca persone residenti in Svizzera a perpetrare attentati o ad
aderire ad altre organizzazioni terroristiche (FF 2014 7715). Il bene giuridico
protetto dall’art. 135 CP non è invece, secondo la dottrina, di immediata
individuazione. L’art. 135 CP è visto da alcuni come un’infrazione di messa in
percolo astratta della vita e dell’integrità fisica, in quanto le rappresentazioni di
atti brutali potrebbero urtare profondamente il senso morale o influenzare il
comportamento, in particolare dei giovani, in modo nefasto tanto per loro che per
la società; simili rappresentazioni potrebbero inoltre incitare ad un
comportamento grossolanamente brutale verso gli altri esseri umani (FF 1985 II
937). Secondo parte della dottrina, la norma tutelerebbe, seguendo la sistematica
della legge, la vita e l’integrità della persona. Un’altra tesi vedrebbe quale bene
giuridico protetto la tutela dei giovani, mentre, in una sentenza vertente sull’art.
197 cpv. 3 CP, il Tribunale federale ha implicitamente ritenuto che l’art. 135 CP
tutelerebbe lo sviluppo (sessuale) imperturbato (v. supra consid. 6.3.4).
Tutto ciò premesso, questa Corte ritiene che A., con la condivisione del filmato
30 settembre 2016, abbia diffuso e mostrato a terze persone le modalità di azioni
dello Stato islamico, e ciò tramite un filmato in cui, in dispregio della dignità
umana, un uomo veniva brutalmente e crudelmente ucciso per lapidazione da
soldati del gruppo yemenita “Aden-Abyan Islamic Army”, allora associato allo
Stato islamico. Nel filmato, della durata di 40 secondi, dal minuto 00:00:15 al
minuto 00:00:33, appariva in alto a destra una bandiera nera con scritta in bianco
chiaramente riconducibile appunto allo Stato islamico. Video peraltro ambientato
in un ambiente desertico, accompagnato da canti e voci in arabo. La Corte ritiene
dunque che la condivisione di tale filmato adempia i criteri sia dell’art. 135 CP
che dell’art 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”. Essendo comunque il fine
della condivisione del filmato non tanto quello di rendere accessibili a terzi
rappresentazioni di atti di cruda violenza in quanto tali, ma piuttosto quello di fare
propaganda in favore del gruppo terrorista mostrando a terzi le modalità di azione
di tale gruppo, identificabile tramite la bandiera presente per parte della durata
del video, nel caso di specie va ritenuto che il reato di cui all’art. 135 CP sia
consumato dall’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”.
Ne consegue che in casu trova applicazione l’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e
“Stato islamico” quale lex specialis.
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SK.2019.49
19. Sulla pena
19.1 Giusta l’art. 47 cpv. 1 CP, il giudice commisura la pena alla colpa dell’autore.
Tiene conto della sua vita anteriore e delle sue condizioni personali, nonché
dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita. Il cpv. 2 dello stesso disposto precisa
che la colpa è determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo
del bene giuridico offeso, secondo la reprensibilità dell’offesa, i moventi e gli
obiettivi perseguiti nonché, tenuto conto delle circostanze interne ed esterne,
secondo la possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o la
lesione. Il nuovo art. 47 CP conferisce al giudice un ampio margine di
apprezzamento. Il giudice deve indicare nella sua decisione quali elementi,
relativi al reato e al suo autore, sono stati presi in considerazione per fissare la
pena, in modo tale da garantire maggiore trasparenza nella commisurazione
della pena, facilitandone il sindacato nell’ambito di un’eventuale procedura di
ricorso (sentenza 6B_207/2007 loc. cit.). Il giudice non è obbligato ad esprimere
in cifre o in percentuali l’importanza attribuita a ciascuno degli elementi citati, ma
la motivazione del giudizio deve permettere alle parti e all’autorità di ricorso di
seguire il ragionamento che l’ha condotto ad adottare il quantum di pena
pronunciato (cfr. DTF 144 IV 313 consid. 1.2; 136 IV 55 consid. 3.6).
19.2 Come già l’art. 63 vCP, dunque, anche l’art. 47 cpv. 1 CP stabilisce che la pena
deve essere commisurata essenzialmente in funzione della colpa dell'autore
(DTF 136 IV 55 consid. 5.4). In applicazione dell’art. 47 cpv. 2 CP – che codifica
la giurisprudenza anteriore fornendo un elenco esemplificativo di criteri da
considerare – la colpa va determinata partendo dalle circostanze legate all’atto
stesso (Tatkomponenten). In questo ambito, va considerato, dal profilo oggettivo,
il grado di lesione o di esposizione a pericolo del bene giuridico offeso e la
reprensibilità dell'offesa (objektive Tatkomponenten), elementi che la
giurisprudenza sviluppata nell’ambito del previgente diritto designava con le
espressioni “risultato dell'attività illecita” e “modo di esecuzione” (DTF 129 IV 6
consid. 6.1).
Vanno, poi, considerati, dal profilo soggettivo (Tatverschulden), i moventi e gli
obiettivi perseguiti – che corrispondono ai motivi a delinquere del vecchio diritto
(art. 63 vCP) – e la possibilità che l'autore aveva di evitare l'esposizione a pericolo
o la lesione, cioè la libertà dell'autore di decidersi a favore della legalità e contro
l'illegalità nonché l’intensità della volontà delinquenziale (cfr. DTF 127 IV 101
consid. 2a; sentenze del Tribunale federale 6B_1092/2009, 6B_67/2010 del 22
giugno 2010 consid 2.1). In relazione alla libertà dell’autore, occorre tener conto
delle “circostanze esterne”, e meglio della situazione concreta dell’autore in
http://relevancy.bger.ch/php/aza/http/index.php?lang=it&type=highlight_simple_query&page=1&from_date=&to_date=&sort=relevance&insertion_date=&query_words=6B_207%2F2007&rank=0&azaclir=aza&highlight_docid=atf%3A%2F%2F127-IV-101%3Ait&number_of_ranks=0#page101
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SK.2019.49
relazione all’atto, per esempio situazioni d’emergenza o di tentazione che non
siano così pronunciate da giustificare un'attenuazione della pena ai sensi dell’art.
48 CP (Messaggio del 21 settembre 1998 concernente la modifica del codice
penale svizzero e del codice penale militare nonché una legge federale sul diritto
penale minorile, FF 1999, pag. 1745; sentenza del Tribunale federale
6B_370/2007 del 12 marzo 2008 consid. 2.2).
19.3 Determinata, così, la colpa globale dell’imputato (Gesamtverschulden), il giudice
deve indicarne in modo chiaro la gravità su una scala e, quindi, determinare, nei
limiti del quadro edittale, la pena ipotetica adeguata.
Così come indicato dall’art. 47 cpv. 1 CP in fine e precisato dal Tribunale federale
(in particolare, DTF 136 IV 55 consid. 5.7), il giudice deve, poi, procedere ad una
ponderazione della pena ipotetica in considerazione dei fattori legati all’autore
(Täterkomponenten), ovvero della sua vita anteriore (antecedenti giudiziari o
meno), della reputazione, della situazione personale (stato di salute, età, obblighi
familiari, situazione professionale, rischio di recidiva, ecc.), del comportamento
tenuto dopo l’atto e nel corso del procedimento penale (confessione,
collaborazione all’inchiesta, pentimento, presa di coscienza della propria colpa)
così come dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita (DTF 141 IV 61 consid.
6.1.1; DTF 136 IV 55 consid. 5.7; 134 IV 17 consid. 2.1; 129 IV 6 consid 6.1;
sentenze del Tribunale federale 6B_759/2011 del 19 aprile 2012 consid.
1.16B_1092/2009, 6B_67/2010 del 22 giugno 2010 consid. 2.2.2; cfr. anche
6B_585/2008 del 19 giugno 2009 consid. 3.5).
Con riguardo a quest'ultimo criterio, il legislatore ha precisato che la misura della
pena delimitata dalla colpevolezza non deve essere sfruttata necessariamente
per intero se una pena più tenue potrà presumibilmente trattenere l'autore dal
compiere altri reati (Messaggio del 21 settembre 1998 concernente la modifica
del codice penale svizzero e del codice penale militare nonché una legge
federale sul diritto penale minorile, FF 1999, pag. 1744; DTF 128 IV 73 consid.
4; sentenze del Tribunale federale 6B_78/2008, 6B_81/2008, 6B_90/2008 del 14
ottobre 2008 consid. 3.2; 6B_370/2007 del 12 marzo 2008 consid. 2.2). La legge
ha, così, codificato la giurisprudenza secondo cui occorre evitare di pronunciare
sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato (DTF 128 IV 73 consid.
4c; 127 IV 97 consid. 3). Questo criterio di prevenzione speciale permette tuttavia
soltanto di eseguire correzioni marginali, la pena dovendo in ogni caso essere
proporzionata alla colpa (sentenze del tribunale federale TF 6B_78/2008,
6B_81/2008, 6B_90/2008 del 14 ottobre 2008 consid. 3.2; 6B_370/2007 del 12
marzo 2008 consid. 2.2; 6B_14/2007 del 17 aprile 2007 consid. 5.2 e riferimenti).
http://links.weblaw.ch/ATF-134-IV-17
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SK.2019.49
19.4 Giusta l’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico”
nonché le organizzazioni associate, chiunque adempie ai requisiti di tale norma
è punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria.
Il reato di rappresentazione di atti di cruda violenza ai sensi dell’art. 135 CP è,
invece, punito con una pena detentiva sino a tre anni o con la pena pecuniaria.
19.5 Secondo l’art. 49 cpv. 1 CP, se per uno o più reati risultano adempiute le
condizioni per l’inflizione di più pene dello stesso genere, il giudice condanna
l’autore alla pena prevista per il reato più grave aumentandola in misura
adeguata, ritenuto che non è possibile, tuttavia, aumentare di oltre la metà il
massimo della pena comminata per tale reato, e che il giudice è in ogni caso
vincolato al massimo legale del genere di pena (v. art. 49 cpv. 1 CP). La
pronuncia di una pena unica in applicazione del principio dell’inasprimento della
pena è possibile unicamente ove il giudice irroghi, nel caso concreto, pene dello
stesso genere per ognuna delle norme violate; non basta che le disposizioni
penali applicabili comminino (parzialmente) pene dello stesso genere (v. a
questo proposito DTF 144 IV 217 consid. 3 e segg., consid. 3.6). Il reato più grave
è quello per il quale la legge commina la pena più grave, non quello che, date le
circostanze del caso, appare come il più grave dal profilo della colpevolezza (DTF
93 IV 7 consid. 2b). La determinazione della pena complessiva ex art. 49 cpv. 1
CP presuppone, secondo la giurisprudenza, anzitutto la delimitazione della
cornice edittale per il reato più grave, per poi procedere, entro detta cornice, con
la fissazione della pena di base per l’infrazione più grave. Dopodiché occorre, in
forza del principio del cumulo giuridico, procedere all’adeguato aumento della
pena di base sulla scorta degli altri reati. In altre parole, il giudice deve, in un
primo tempo, e in considerazione dell’insieme delle circostanze aggravanti così
come attenuanti, determinare mentalmente la pena di base per il reato più grave.
In un secondo tempo, il giudice deve adeguatamente aumentare, in
considerazione delle ulteriori infrazioni, la pena, al fine di fissare una pena
complessiva, fermo restando il fatto che, anche in questo secondo stadio, si
dovrà tener conto delle circostanze aggravanti e attenuanti peculiari alle infrazioni
in parola (sentenze del Tribunale federale 6B_405/2011 e 6B_406/2011 del 24
gennaio 2012 consid. 5.4; 6B_1048/2010 del 6 giugno 2011 consid. 3.1;
6B_865/2009 del 25 marzo 2010 consid. 1.2.2; 6B_297/2009 del 14 agosto 2009
consid. 3.3.1; 6B_579/2008 del 27 dicembre 2008 consid. 4.2.2, con rinvii). Se vi
è concorso di reati il giudice ha l’obbligo d’aggravare la pena (DTF 103 IV 225).
La pronuncia di una pena unitaria, intesa come considerazione complessiva di
tutte le infrazioni da giudicare, non è possibile (DTF 144 IV 217 consid. 3.5; DTF
6B_559/2018 del 26 ottobre 2018 consid. 1.4). Tuttavia, allorquando le differenti
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infrazioni sono strettamente collegate tra loro sia dal punto di vista materiale che
temporale, in maniera tale da non poterle distinguere e giudicare separatamente,
il giudice non viola il diritto federale se fissa globalmente la pena senza
determinare una pena ipotetica per ogni singola infrazione (DTF 144 IV 217
consid. 2.4 e 4.3; sentenza del Tribunale federale 6B_523/2018 del 23 agosto
2018 consid. 1.2.2; 6B_1216/2017 dell’11 giugno 2018 consid. 1.1.1).
Nel quadro dell’esame di cui all’art. 49 cpv. 1 CP, la violazione dell’art. 2 della
legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” si rivela essere astrattamente il reato più
grave, punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena
pecuniaria. Tale cornice edittale delimita l’esame del giudice, chiamato a
procedere, entro detta cornice edittale per l’appunto, con la fissazione della pena
di base per il reato più grave. La durata massima della pena detentiva è di venti
anni (art. 40 CP). Siccome in presenza di più reati il giudice non può aumentare
di oltre la metà il massimo della pena comminata, la pena detentiva edittale non
potrà comunque eccedere i sette anni e sei mesi (5 anni + 1⁄2 di cinque anni).
19.6 Occorre, dunque, determinare la colpa di A. in funzione delle circostanze legate
ai fatti commessi (Tatkomponenten), valutando dapprima le circostanze oggettive
del reato di cui risponde (objektive Tatkomponenten) e passando, poi, ad
esaminare gli aspetti soggettivi del reato (Tatverschulden). Soltanto dopo la
determinazione dell’intensità della colpa in relazione al reato e la determinazione
della pena ad essa adeguata, vanno considerate – a ponderazione attenuante
od aggravante della pena così determinata – le circostanze personali legate
all’autore (Täterkomponenten; DTF 136 IV 55 consid. 5.4).
19.6.1 Dal profilo oggettivo, la colpa di A. è qualificata, in relazione al reato principale di
violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, dalla condivisione
di un video in cui viene riprodotta la lapidazione di un essere umano, in modo
assai brutale; nel corso di tale video, per la durata di circa 15 secondi (dal minuto
00:00:15 fino al minuto 00:00:31), appare in alto a destra la bandiera nera con
scritta bianca in arabo la quale, nel contesto del filmato, evoca chiaramente
l’emblema del gruppo terroristico “Stato islamico” e viene ad esso associato.
Questo video viola senza dubbio il bene giuridico protetto dalla normativa, ossia
la sicurezza pubblica, nel senso che video di questo genere potrebbero indurre
persone residenti in Svizzera a perpetrare attentati o ad aderire ad altre
organizzazioni terroristiche. Con mente alle componenti oggettive della
colpevolezza, la Corte ha ritenuto comunque che l’infrazione commessa da A.
porta su un unico filmato. Inoltre la portata di questa condivisione – benché non
sia da sminuire alla luce della legislazione federale applicabile in materia – non
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raggiunge un’intensità particolare, ritenuto anche che la didascalia che lo
menzionava era in arabo. La Corte ha pure considerato che l’atto in sé non ha
comportato un livello di intensità preparatoria ed esecutiva tale da intravvedervi
una particolare energia criminale.
19.6.2 Anche dal profilo soggettivo, la Corte ha ritenuto (quo alla violazione legge “Al-
Qaïda” e “Stato islamico”) che A. non abbia agito con la ferma intenzione (ovvero
con dolo diretto) di fare propaganda in favore dello Stato islamico, ma
assumendosene comunque il rischio. Pertanto secondo questa Corte A. ha agito
con dolo eventuale.
19.6.3 Alla luce di quanto testé indicato, la Corte ha valutato la colpa di A. in punto alla
violazione della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” tutto sommato come lieve, e
ritiene dunque adeguata, a titolo di pena ipotetica di base, una pena pecuniaria
di 120 aliquote giornaliere.
19.7 Ritenuta la presenza di ulteriori infrazioni quali la ripetuta violazione
dell’art. 135 CP occorre, in forza del principio del cumulo giuridico, procedere
all’aumento della pena in misura adeguata e parimenti apprezzare nel loro
complesso le eventuali circostanze aggravanti e quelle attenuanti la pena.
19.7.1 Considerato che le cinque violazioni dell’art. 135 CP sono strettamente collegate
fra loro, sia dal punto di vista materiale che temporale, la Corte procede
all’aumento della pena ipotetica di base con mente alla ripetuta violazione
dell’art. 135 CP valutata nel suo insieme.
19.7.2 Per ciò che riguarda la ripetuta violazione dell’art. 135 CP, la Corte ha ritenuto,
dal profilo oggettivo, che l’infrazione porta su ben cinque video, condivisi sull’arco
di alcuni mesi. I filmati riproducono atti di cruda violenza nei confronti di esseri
umani (tra cui un ragazzino), dove persone vengono crudelmente torturate, ferite
e brutalmente uccise. Il bene giuridico protetto da tale norma, ossia a dipendenza
delle teorie dottrinali, la vita e l’integrità fisica, lo sviluppo (sessuale) indisturbato
dei bambini e dei giovani (HAGENSTEIN, op. cit., n. 4 e segg. ad art. 135 CP), è
stato chiaramente violato. Sebbene l’imputato abbia dichiarato di essere contro
la violenza, di stare male vedendo certe immagini, egli le ha cionondimeno
condivise, facendo in modo di renderle accessibili perlomeno ai suoi “amici”. Le
didascalie riportate sotto i video (in merito alle quali questa Corte si è già
espressa ampiamente al consid. 11.4 supra) non hanno alcuna portata
attenuante. Come visto, esse non sono in particolare atte a fungere da denuncia,
rispettivamente chi è contro la violenza non condivide certe rappresentazioni e,
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SK.2019.49
inoltre, queste erano in arabo e turco, ossia non di diretta comprensione per tutti.
Ad ogni modo, A. non ha neppure asserito che i suoi “amici” avrebbero cercato
di tradurre tali scritte.
19.7.3 La Corte ha, dal lato oggettivo, considerato che gli atti di condivisione in sé non
hanno comportato un livello di intensità preparatoria ed esecutiva tale da
intravvedervi una particolare energia criminale; tuttavia, la Corte ha valutato la
ripetitività che contraddistingue l’infrazione in questione, sull’arco di tempo di
alcuni mesi, interrotta solo a causa dell’intervento delle forze dell’ordine.
19.7.4 Dal profilo soggettivo, lo scopo voluto da A. era chiaramente quello di condividere
tali filmati, mostrare ai suoi “amici” atti di violenza. Si tratta dunque di uno scopo
particolarmente riprovevole. Nel vuoto cadono i suoi tentativi di prevalersi di un
qualsivoglia scopo scientifico o culturale di tali rappresentazioni, chiaramente
inesistente.
19.7.5 Alla luce di quanto sopra indicato, la Corte ritiene dunque che la colpa di A. in
relazione alla ripetuta violazione dell’art. 135 CP, oggettivamente e
soggettivamente, è già non più lieve.
19.8 A fronte di simili circostanze, la colpa dell’imputato per la violazione dell’art. 2
della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” risulta lieve mentre quella per la ripetuta
rappresentazione di atti di cruda violenza di media gravità.
Ciò premesso, del quadro edittale e del concorso tra i reati, appare adeguato
aumentare la pena ipotetica di base di 80 aliquote giornaliere, ciò che porta ad
una pena pecuniaria complessiva di 200 aliquote giornaliere.
19.9 La pena pecuniaria di 200 aliquote giornaliere corrispondente alla colpa
complessiva dell’autore per i reati di cui risponde deve, poi, essere ponderata in
funzione dei fattori legati alla sua persona.
In questo ambito, nulla di particolarmente meritevole emerge a suo favore. Vero
è tuttavia che l’imputato ha avuto un’infanzia e una giovinezza non facili. La Corte
ha accertato che A., cittadino turco classe 1971, ha frequentato le scuole
elementari e due anni di scuole medie in Turchia. Dopo avere interrotto gli studi
a causa dei problemi economici della sua famiglia, egli ha iniziato a lavorare
come pastore e agricoltore presso l’azienda agricola paterna, attività che ha
svolto fino ai 17/18 anni. A 20 anni egli ha prestato servizio militare a Istanbul nel
corpo della marina turca per 18 mesi, e in seguito ha lavorato in diverse fabbriche,
fino al giorno della sua partenza per la Svizzera. Nel 1996 A. ha sposato una
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SK.2019.49
cittadina turca che era a beneficio di un permesso B in Svizzera e l’anno
successivo A. si è trasferito nel nostro paese. Da quest’unione sono quindi nati
tre figli, tra il 1998 ed il 2001. In Svizzera egli inizialmente ha lavorato come
addetto alle pulizie, per poi lavorare come magazziniere fino al 31 gennaio 2017:
dopo un periodo di disoccupazione, nell’ottobre 2018, ha firmato due contratti di
lavoro su chiamata come addetto alle pulizie. Attualmente lavora quale addetto
alle pulizie, su chiamata, presso l’impresa di pulizie G. diY.. Appare quindi che A.
si sia impegnato per avere attività lavorative e ciò già prima del suo arrivo in
Svizzera.
A suo discapito pesa l’assenza di integrazione nel nostro Paese, nonostante vi
risieda da più di venti anni. Tra l’altro le sue conoscenze linguistiche sono molto
scarse.
Pesa altresì a carico di A. l’avere delinquito pur non avendone nessuna
necessità.
In merito all’attitudine di A. nell’ambito del presente procedimento, va considerato
che egli, che si professa innocente, non ha comunque manifestato alcun
rammarico particolare in merito alla condivisione delle rappresentazioni e/o alla
propaganda a favore del gruppo vietato “Stato islamico”. Anzi, egli ha giustificato
tale suo agire con la generica affermazione di voler denunciare le torture,
motivazione che tuttavia non giova all’imputato, poiché, a mente della Corte, egli
sapeva e voleva soggettivamente che si realizzassero i fatti per cui egli viene
condannato in questa sede. E neppure può essere considerata la sua
dichiarazione secondo cui egli stava male nel guardare questi video: di fatto ne
ha guardati e condivisi ben sei. Di conseguenza la sua affermazione secondo cui
stava male guardandoli cade nel vuoto. Diversamente questa Corte non
comprende infatti, come è che, egli ripetutamente si sia prodigato nel condividere
tali filmati. Se come A. afferma, stava così male, la logica di ogni comportamento
vorrebbe che egli dopo il primo video si fermasse. Egli invece ha agito
ripetutamente sull’arco di alcuni mesi.
Quanto alla sua situazione patrimoniale, A. attualmente percepisce un salario
mensile netto di fr. 1'445.40, tredicesima mensilità inclusa. Sua moglie
percepisce una rendita AI mensile di fr. 3'000.00. I tre figli della coppia vivono coi
genitori e sono a loro carico. Quanto alle uscite fisse, le stesse ammontano
mediamente a fr. 1'375.-- per l’affitto e circa fr. 700.--/800.-- per la cassa malati
di tutta la famiglia, importo già al netto dei sussidi (cl. 14 act. SK 14.731.004 e
segg.).
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SK.2019.49
A. non possiede immobili in Svizzera, mentre in Turchia ha una casa di sua
proprietà e dei terreni in comproprietà coi suoi fratelli; il valore della quota
dell’imputato sarebbe di circa fr. 5'000.--/7'000.-- (cl. 14 act. SK 14.731.006).
A carico di A. non risultano né esecuzioni né attestati di carenza beni (cl. 14 act.
SK 14.231.3.002).
Sempre in relazione alle circostanze personali legate all’autore, non giova
all’imputato l’assenza di precedenti penali (cl. 14 act. SK 14.231.1.002), essendo
l’incensuratezza un elemento neutro per la commisurazione della pena (DTF 136
IV 1 consid. 2.6.2; sentenza del Tribunale federale 6B_567/2012 del 18 dicembre
2012 consid. 3.3.5.). La buona condotta tenuta dopo la precedente condanna,
annullata, del 7 novembre 2018, appare anch’essa come fattore neutro (v. più
ampiamente la DTF 136 IV 1 consid. 2.6).
Venendo, quindi, al criterio della particolare sensibilità alla pena/effetto che la
pena avrà sul suo futuro il Tribunale federale ha già avuto modo di affermare che
essa va riconosciuta solo in caso di circostanze straordinarie
(“aussergewöhnlichen Umständen”), ritenuto come l’espiazione della pena
detentiva implichi per sua natura pregiudizi in ambito professionale e familiare a
discapito del condannato (sentenza del Tribunale federale 6B_846/2015 del 31
marzo 2016 consid. 2.2.1; 6B_375/2014 del 28 agosto 2014 consid. 2.6): In
concreto, tale criterio ha un peso nullo ritenuto che la pena comminata è una
pena pecuniaria.
Fattore lievemente attenuante risulta essere il tempo trascorso dai fatti, avvenuti
nel 2016 e nel 2017.
Ne consegue che, tutto ben ponderato, questa Corte giudica in concreto
adeguata una pena pecuniaria di 180 aliquote giornaliere.
19.10 Per quanto attiene all’ammontare delle aliquote giornaliere, l’art. 34 cpv. 2 CP
stabilisce che un’aliquota giornaliera ammonta almeno a fr. 30.-- e al massimo a
fr. 3'000.--, come pure che il giudice ne fissa l’importo secondo la situazione
personale ed economica dell’autore al momento della pronuncia della sentenza,
tenendo segnatamente conto del suo reddito e della sua sostanza, del suo tenore
di vita, dei suoi obblighi famigliari e assistenziali e del minimo vitale. Nella
determinazione dell’aliquota giornaliera il giudice del merito fruisce di ampia
autonomia. Il Tribunale federale ha comunque precisato che l’ammontare delle
aliquote giornaliere deve essere fissato partendo dal reddito dell’autore definito
su scala giornaliera (v. DTF 134 IV 60 consid. 6; sentenze del Tribunale federale
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SK.2019.49
6B_845/2009 dell’11 gennaio 2010 consid. 1; 6B_541/2007 del 13 maggio 2008
consid. 6.4). Vanno, qui, considerati tutti i redditi percepiti, indipendentemente
dalla loro origine poiché determinante è la capacità economica dell’autore di
fornire una prestazione (v. più in dettaglio Sentenza della Corte di appello e di
revisione penale del Canton Ticino n. 17.2009.50 del 13 aprile 2010 consid. 4).
In concreto, per il calcolo dell’aliquota, la Corte, alla luce della situazione
patrimoniale indicata dall’imputato, e di cui supra al consid. 19.9, ha ritenuto
giustificato applicare l’ammontare minimo di fr. 30.-- per aliquota giornaliera.
19.11 A mente della Corte, la sospensione condizionale della pena può essere
concessa. Difatti, nel caso concreto le condizioni formali per ammettere A. al
beneficio della condizionale ai sensi dell’art. 42 CP sono pacificamente date e,
soggettivamente, a mente della Corte non vi sono elementi che ostacolino una
prognosi favorevole.
Ad A. è impartito un periodo di prova di due anni, senz’altro sufficiente per
verificare che il condannato permanga meritevole del beneficio della
condizionale.
19.12 La Corte non ha ritenuto di condannare A. al pagamento aggiuntivo di una multa,
essendo la pena pecuniaria inflitta sufficientemente adeguata ai reati da egli
commessi.
19.13 Come previsto dall’art. 44 cpv. 3 CP, A., in occasione della comunicazione orale
della sentenza, è stato inoltre reso esplicitamente attento quanto all’importanza
e alle conseguenze della sospensione condizionale della pena (cl. 14 act. SK
14.720.009).
20. Sulle misure
20.1 Il giudice, indipendentemente dalla punibilità di una data persona, ordina la
confisca degli oggetti che hanno servito o erano destinati a commettere un reato
o che costituiscono il prodotto di un reato se tali oggetti compromettono la
sicurezza delle persone, la moralità o l’ordine pubblico (art. 69 cpv. 1 CP). Il
giudice può ordinare che gli oggetti confiscati siano resi inservibili o distrutti
(art. 69 cpv. 2 CP).
- 53 -
SK.2019.49
20.2 Nel caso in esame, il MPC ha formulato le richieste seguenti (v. supra, Fatti
lett. L1; v. incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.100.5 [decreto d’accusa del 13
febbraio 2018]):
20.2.1 Anzitutto, il MPC ha postulato la revoca del sequestro ordinato il 10 aprile 2017
e la conseguente restituzione a A. dei seguenti reperti: n. 02.01.0001 (1 iPod 6
memoria 8GB); n. 02.01.0009 (1 SIM Card Sunrise senza numero);
n. 02.01.0010 (1 chiavetta USB 16GB Traxdata, nr. 7); n. 02.01.0011 (1 chiavetta
USB verde Zambon); n. 02.01.0016 (2 custodie per CD: 1 custodia nera/blu
contenente 12 CD/DVD e 1 custodia nera contenente 35 CD/DVD);
n. 02.01.0017 (1 PC marca HP senza riferimento, con relativo caricatore);
n. 02.12.0001 (Documentazione cartacea dattiloscritta "H.", copia libretto
famiglia, contenitori con 13 CD).
20.2.2 Inoltre, il MPC ha richiesto la revoca del sequestro ordinato il 10 aprile 2017 e la
restituzione a A. – previo passaggio in giudicato della sentenza e cancellazione
delle rappresentazioni di cruda violenza rinvenute – dei seguenti reperti:
n. 02.02.0001 (1 Samsung Galaxy senza SIM con caricatore, IMEI n. 3);
n. 02.02.0003 (1 cellulare Samsung IMEI n. 4 con SIM n. 2); n. 02.02.0005 (1
Tablet Samsung GSM GT - P3100 Galaxy IMEI n. 5).
20.2.3 Infine, il MPC ha chiesto che venga ordinata la distruzione delle copie forensi dei
dispositivi e dei supporti acquisiti, dopo il passaggio in giudicato della decisione.
20.3 Considerato l’esito della causa, la Corte reputa adeguate le proposte del MPC, a
cui peraltro l’imputato non si è opposto. La Corte ordina dunque che gli oggetti di
cui al punto 4 e 5 del decreto d’accusa del 13 febbraio 2018 (incarto SK.2018.8
act. MPC 13.100.3 e segg.) vengano restituiti a A., previa cancellazione dei filmati
di cui al punto 2 del dispositivo della presente sentenza a crescita in giudicato
della medesima. Viene inoltre ordinata la distruzione delle copie forensi dei
dispositivi e dei supporti acquisiti come al punto 6 del decreto d’accusa del 13
febbraio 2018, dopo il passaggio in giudicato della presente decisione.
21. Sulle spese e ripetibili
21.1 Per la ripartizione delle spese giudiziarie e delle ripetibili si applicano gli art. 416
e segg. CPP. Esse sono calcolate secondo i principi fissati nel regolamento del
Tribunale penale federale sulle spese, gli emolumenti, le ripetibili e le indennità
della procedura penale federale (RSPPF; RS 173.713.162). Le spese procedurali
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SK.2019.49
comprendono gli emolumenti e i disborsi (art. 1 cpv. 1 RSPPF). Gli emolumenti
sono dovuti per le operazioni compiute o ordinate dalla polizia giudiziaria federale
e dal Ministero pubblico della Confederazione nella procedura preliminare, dalla
Corte penale nella procedura dibattimentale di primo grado, dalla Corte d’appello
nelle procedure d’appello e di revisione e dalla Corte dei reclami penali del
Tribunale penale federale nelle procedure di ricorso ai sensi dell’articolo 37 LOAP
(art. 1 cpv. 2 RSPPF). I disborsi sono gli importi versati a titolo di anticipo dalla
Confederazione; essi comprendono segnatamente le spese della difesa d’ufficio
e del gratuito patrocinio, di traduzione, di perizia, di partecipazione da parte di
altre autorità, le spese postali e telefoniche ed altre spese analoghe (art. 1 cpv. 3
RSPPF). Gli emolumenti sono fissati in funzione dell’ampiezza e della difficoltà
della causa, del modo di condotta processuale, della situazione finanziaria delle
parti e dell’onere della cancelleria (art. 5 RSPPF). In caso di apertura di
un’istruttoria, l’emolumento riscosso per le investigazioni di polizia si situa tra i
fr. 200.-- e i fr. 50’000.-- (art. 6 cpv. 3 lett. b RSPPF). In caso di chiusura con un
atto d’accusa (cfr. art. 324 e segg., 358 e segg., 374 e segg. CPP), l’emolumento
relativo all’istruttoria oscilla tra fr. 1’000.-- e fr. 100’000.-- (cfr. art. 6 cpv. 4 lett. c
RSPPF). Il totale degli emolumenti per le investigazioni di polizia e l’istruttoria
non deve superare fr. 100’000.-- (art. 6 cpv. 5 RSPPF). Nelle cause giudicate
dalla Corte penale davanti al giudice unico, l’emolumento di giustizia varia tra i
fr. 200.-- e i fr. 50’000.-- (art. 7 lett. a RSPPF).
Giusta l’art. 426 cpv. 1 CPP, in caso di condanna, l’imputato sostiene le spese
procedurali. Sono eccettuate le sue spese per la difesa d’ufficio; è fatto salvo
l’art. 135 cpv. 4 CPP. L’imputato non sostiene le spese procedurali causate dalla
Confederazione o dal Cantone con atti procedurali inutili o viziati (art. 426 cpv. 3
lett. a CPP) o derivanti dalle traduzioni resesi necessarie a causa del fatto che
l’imputato parla una lingua straniera (art. 426 cpv. 3 lett. b CPP). L’autorità
penale può dilazionare la riscossione delle spese procedurali oppure, tenuto
conto della situazione economica della persona tenuta a rifonderle, ridurle o
condonarle (art. 425 CPP).
L’art. 426 cpv. 1 CPP si basa sulla circostanza che la persona condannata sia la
responsabile del procedimento penale aperto e condotto a suo carico ed è quindi
tenuta ad accollarsi tutti i costi di procedura derivanti dal procedimento. Tuttavia,
tra il comportamento criminale dell’accusato e i costi di procedura deve
sussistere un nesso causale (SCHMID/JOSITSCH, Schweizerische
Strafprozessordnung, Praxiskommentar, 3a ediz., 2017, n. 1 ad art. 426 CPP).
- 55 -
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21.2 Al termine del procedimento SK.2018.8, per A. risultavano le seguenti spese
procedurali comprensive di emolumenti e disborsi: emolumenti d’istruttoria del
MPC e della PGF, già considerata “la situazione economica precaria in cui versa
l’imputato”, per fr. 2'000.-- e emolumenti di giustizia per l’attività del TPF per
fr. 1'000.--. Era inoltre stato necessario l’ausilio di un interprete, i cui costi erano
stati di fr. 745.--. (v. sentenza della Corte penale SK.2018.8 del 7 novembre 2018
consid. 7).
21.2.1 All’epoca la Corte ha ritenuto di porre a carico di A. – prosciolto dall’accusa di
rappresentazione di atti di cruda violenza per la condivisione di due immagini ma
condannato per tale reato per la condivisione di sei video, come pure per
violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” in relazione alla
condivisione di un video – un ammontare complessivo di fr. 2’000.-- per le spese
procedurali. Nell’accollare all’imputato tale somma, la Corte ha tenuto conto “del
proscioglimento pronunciato nei suoi confronti, e per non mettere a rischio la
risocializzazione del condannato” (v. sentenza della Corte penale SK.2018.8 del
7 novembre 2018 consid. 7).
I disborsi per l’ausilio di un interprete di fr. 745.-- non erano invece stati posti a
carico di A. in virtù dell’art. 426 cpv. 3 lett. b CPP (v. sentenza della Corte penale
SK.2018.8 del 7 novembre 2018 consid. 7).
21.2.2 Per quanto attiene alle spese stabilite nell’ambito della causa SK.2018.8, questo
Collegio giudicante rileva che gli elementi considerati e che hanno condotto al
calcolo dell’importo finale di fr. 2’000.--, ed elencati nel paragrafo che precede,
devono essere leggermente modificati a seguito del rinvio dell’Alta Corte. Oggi
A. non viene più condannato per rappresentazione di atti di cruda violenza in
merito a sei filmati, bensì in merito a cinque. Ciò porta a ridurre le spese a suo
carico in ragione di fr. 200.-- rispetto a quanto calcolato nel contesto della causa
SK.2018.8, le quale ammontano pertanto complessivamente a fr. 1'800.00.
21.2.3 A. viene quindi condannato al pagamento delle spese procedurali cagionate nel
contesto della causa SK.2018.8, in ragione di fr. 1'800.--.
21.3 Con riferimento al presente procedimento SK.2019.49, ricordato che ai sensi
dell’art. 7 lett. a RSPPF, nelle cause giudicate dalla Corte penale in
composizione monocratica, l’emolumento di giustizia varia tra i fr. 200.-- e i
fr. 50’000.--, la scrivente Corte ritiene che un emolumento di fr. 1'000.-- sia
adeguato per una procedura come quella che qui ci riguarda.
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SK.2019.49
21.3.1 Tuttavia, tale importo viene posto a carico della Confederazione, non essendo
dato nella procedura in oggetto il nesso causale, alla base dell’art. 426 cpv. 1
CPP, tra le spese del procedimento e il comportamento dell’imputato, dal
momento che la presente causa è stata aperta a seguito di un rinvio dell’Alta
Corte che ha accolto il ricorso di A.. In siffatte circostanze, alla luce
dell’accoglimento del ricorso che ha portato all’apertura della presente
procedura, appare proporzionale ed adeguato porre a carico della
Confederazione le spese di fr. 1'000.--.
21.3.2 Anche in questo procedimento, come già nel procedimento SK.2018.8, si è reso
necessario l’ausilio di un interprete, non comprendendo A. a sufficienza la lingua
italiana. I relativi disborsi di fr. 930.-- non vanno comunque, in ogni caso, posti a
carico di A. in virtù dell’art. 426 cpv. 3 lett. b CPP.
21.4 Ai sensi dell’art. 442 cpv. 4 CPP, le autorità penali possono compensare le loro
pretese per spese procedurali con le pretese d’indennizzo della parte tenuta al
pagamento relative al medesimo procedimento penale, nonché con valori
patrimoniali sequestrati.
Nel caso concreto, a copertura delle spese procedurali summenzionate di fr.
1'800.--, viene pertanto ordinata la compensazione con le pretese d’indennizzo
di cui al consid. 23.2.1 infra (art. 442 cpv. 4 CPP).
22. Sulla difesa d’ufficio
22.1 Il difensore d’ufficio è retribuito secondo la tariffa d’avvocatura della
Confederazione e l’autorità giudicante stabilisce l’importo della retribuzione al
termine del procedimento (art. 135 cpv. 1 e 2 CPP). Se il mandato del difensore
d’ufficio viene revocato durante l’istruzione, l’indennità deve essere stabilita già
in tale fase (MOREILLON/PAREIN-REYMOND, op. cit., n. 6 ad art. 135 CPP;
HARARI/ALIBERTI, in: Kuhn/Jeanneret [curatori], Commentario romando, Code de
procédure pénale suisse, 2011, n. 1 ad art. 135 CPP). L’art. 135 cpv. 4 prevede
che non appena le sue condizioni economiche glielo permettano, l’imputato
condannato a pagare le spese procedurali è tenuto a rimborsare la retribuzione
alla Confederazione (lett. a) e a versare al difensore la differenza tra la
retribuzione ufficiale e l’onorario integrale (lett. b). Secondo la giurisprudenza
(sentenza del Tribunale federale 1P.285/2004 del 1° marzo 2005 consid. 2.4 e
2.5; sentenza del Tribunale penale federale SK.2004.13 del 6 giugno 2005
consid. 13), la designazione di un difensore d’ufficio crea una relazione di diritto
- 57 -
SK.2019.49
pubblico tra lo Stato e il patrocinatore designato ed è compito dello Stato
remunerare il medesimo, fermo restando che il prevenuto solvibile dovrà in
seguito rimborsare tali costi.
In applicazione degli art. 11 e 12 RSPPF le spese di patrocinio comprendono
l’onorario e le spese indispensabili, segnatamente quelle di trasferta, di vitto e di
alloggio, nonché le spese postali e telefoniche. L’onorario è fissato secondo il
tempo, comprovato e necessario, impiegato dall’avvocato per la causa e
necessario alla difesa della parte rappresentata. L’indennità oraria ammonta
almeno a fr. 200.-- e al massimo a fr. 300.--; essa è in ogni caso di fr. 200.-- per
gli spostamenti. L’indennità oraria per le prestazioni fornite dai praticanti
ammonta a fr. 100.-- (sentenza del Tribunale federale 6B_118/2016 del 20 marzo
2017 consid. 4.4.2, sentenze del Tribunale penale federale SK.2010.28 del
1° dicembre 2011 consid. 19.2; SK.2015.4 del 18 marzo 2015 consid. 9.2).
Secondo giurisprudenza costante, le spese e indennità delle procedure di ricorso
sono indipendenti da quelle della procedura di fondo (sentenze del Tribunale
penale federale BK.2015.5 del 21 dicembre 2010 consid. 3.7; SK.2011.8 del
13 gennaio 2012 consid. 14.1; SK.2011.27 del 19 agosto 2014; sentenza del
Tribunale federale 6B_118/2016 del 20 marzo 2017 consid. 4.5.2). Di regola, le
spese sono rimborsate secondo i costi effettivi; se circostanze particolari lo
giustificano, invece dei costi effettivi può essere versato un importo forfettario
(art. 13 RSPPF). Giusta l’art. 13 cpv. 2 RSPPF sono rimborsati al massimo: per
le trasferte in Svizzera, il costo del biglietto ferroviario di prima classe con
l’abbonamento metà prezzo (lett. a); per il pranzo e la cena, gli importi di cui
all’articolo 43 dell’ordinanza del DFF del 6 dicembre 2001 concernente
l’ordinanza sul personale federale (lett. c); per fotocopia fr. 0.50, rispettivamente
fr. 0.20 per grandi quantità (lett. e). L’imposta sul valore aggiunto (in seguito:
“IVA”) dovrà pure essere presa in considerazione (cfr. art. 14 RSPPF). Va a tal
proposito precisato che sino al 31 dicembre 2017 l’aliquota applicabile era
dell’8%; dal 1° gennaio 2018 essa è del 7.7%.
22.2 Con decisione del 2 marzo 2017 il MPC ha designato l’avv. F. quale difensore
d’ufficio di A. a far tempo dal 22 febbraio 2017 (incarto SK.2018.8 cl. 10 act.
MPC 16.2.4 e seg.). Il 24 gennaio 2018, l’avv. Castelli si è manifestato presso il
MPC in qualità di difensore di fiducia di A., in sostituzione del difensore d’ufficio
avv. F., allegando una procura datata 22 gennaio 2018 (incarto SK.2018.8 cl. 10
act. MPC 16.2.28 e seg.).
22.3 La Corte ha rilevato che le note d’onorario presentate dall’avv. F. il 6 aprile 2017
(incarto SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 16.2.14 e seg.) e il 13 ottobre 2017 (incarto
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SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 3.0.12 e seg.) sono già state tassate in fr. 14'257.95
(IVA inclusa) con decisione del MPC del 22 novembre 2017 (incarto SK.2018.8
cl. 1 act. MPC 3.0.16 e segg.).
22.4 Per quel che concerne la nota d’onorario del 26 marzo 2018, per le prestazioni
profuse dall’avv. F. dal 7 novembre 2017 al 24 gennaio 2018 (incarto SK.2018.8
act. SK 13.721.3 e seg.), la Corte, con sentenza SK.2018.8, aveva riconosciuto
in toto la nota d’onorario di fr. 1’592.35 (IVA inclusa) così come presentata dal
legale, senza apportare modifica alcuna, ponendo l’indennità dovuta al difensore
a carico della Confederazione, condannando però A. a risarcire l’integralità della
medesima non appena la sua situazione economica glielo avrebbe permesso.
22.5 Ora, in realtà, la retribuzione complessiva già versata dalla Confederazione
all’avv. F. in qualità di patrocinatore d’ufficio ammonta a fr. 15'850.30; le
prestazioni da egli profuse si riferivano al periodo dal 22 febbraio 2017 al 24
gennaio 2018, ossia esclusivamente alla procedura dinanzi al MPC. È pertanto
l’intero importo di fr. 15'850.30, posto a carico della Confederazione, che deve
essere considerato nell’ambito del presente giudizio, dovendo la retribuzione del
difensore d’ufficio essere stabilita, in presenza di una procedura giudiziaria,
dall’autorità giudicante al termine del procedimento (art. 135 cpv. 2 CPP; NIKLAUS
RUCKSTUHL, Basler Kommentar, 2a ediz. 2014, n. 9 e segg. ad art. 135 CPP;
LIEBER, in: Kommentar zur schweizerischen Strafprozessordnung [Donatsch/
Hansjakob/ Lieber, curatori], 2a ediz. 2014, n. 9 e segg. ad art. 135 CPP). Va
pure considerato che tale periodo di attività, ovvero la procedura di patrocinio
dinanzi al MPC, non è stato tassato nella precedente sentenza SK.2018.8 del 7
novembre 2018.
22.6 Nel caso concreto, essendo l’imputato stato condannato per buona parte dei capi
di imputazione, fatta eccezione per la condivisione il 22 febbraio 2017 di due
immagini, si giustifica di obbligarlo al risarcimento alla Confederazione di
fr. 14'000.--, non appena la sua situazione economica glielo permetterà (art. 135
cpv. 4 lett. a CPP).
23. Sulle indennità
23.1 Se è pienamente o parzialmente assolto o se il procedimento nei suoi confronti
è abbandonato, giusta l’art. 429 cpv. 1 CPP l’imputato ha diritto a: un’indennità
per le spese sostenute ai fini di un adeguato esercizio dei suoi diritti procedurali
(lett. a); un’indennità per il danno economico risultante dalla partecipazione
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necessaria al procedimento penale (lett. b); una riparazione del torto morale per
lesioni particolarmente gravi dei suoi interessi personali, segnatamente in caso
di privazione della libertà (lett. c).
23.1.1 Per quel che attiene alle spese legali di cui all’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP, lo Stato
è tenuto ad indennizzare le spese sostenute ai fini di un adeguato esercizio dei
diritti procedurali dell’accusato prosciolto; trattasi delle spese assunte per la
difesa di fiducia, le spese del difensore d’ufficio essendo a carico della
Confederazione. Vengono indennizzati il patrocinio, se era necessario, nonché
le spese, se appaiono adeguate (MINI, Commentario CPP, 2010, n. 5 ad art. 429
CPP).
23.1.2 Per quel che concerne la riparazione del torto morale di cui all’art. 429 cpv. 1
lett. c, la base legale per il diritto al risarcimento dei danni e alla riparazione del
torto morale è stata concepita nel senso di una responsabilità causale; lo Stato
deve riparare la totalità del danno che presenta un nesso causale con il
procedimento penale ai sensi del diritto della responsabilità civile (FF 2006 1231).
Una lesione particolarmente grave è data pacificamente in casi di carcerazione
preventiva o di carcerazione di sicurezza, e potrebbe essere data ad esempio
pure in caso d’ispezioni corporali o in caso di perquisizione domiciliari, in caso di
risonanza mediatica o in ragione della durata del procedimento (MINI, op. cit., n. 7
ad art. 429 CPP; WEHRENBERG/FRANK, in: Niggli/Heer/Wiprächtiger [curatori],
Schweizerische Strafprozessordnung – Jugendstrafprozessordnung,
Commentario basilese, 2a ed. 2014, n. 27 ad art. 429 CPP). L’autorità
competente dispone di un ampio potere d’apprezzamento nella determinazione
della riparazione del torto morale (DTF 129 IV 22 consid. 7.2). Nell’esercizio del
suo potere d’apprezzamento il giudice deve tenere conto delle particolarità del
caso specifico (WEHRENBERG/FRANK, op. cit., n. 28 ad art. 429 CPP). L’indennità
prevista dall’art. 431 cpv. 1 CPP, come del resto la riparazione del torto morale
ai sensi dell’art. 429 cpv. 1 lett. c CPP, non può essere estinta opponendo in
compensazione quella dello Stato per le spese procedurali (DTF 140 I 246
consid. 2.6.1).
23.2
23.2.1 A. ha postulato anzitutto il riconoscimento di un’indennità per le spese legali
sostenute ai fini dell’adeguato esercizio dei suoi diritti processuali, pari a
complessivi fr. 15'054.85 oltre interessi al 5% dal 28 agosto 2020, e ciò in
applicazione dell’art. 429 cpv. 1 lett. a CPP.
- 60 -
SK.2019.49
Nel caso concreto, in considerazione del proscioglimento di A. dall’accusa di
rappresentazione di atti di cruda violenza in relazione a due immagini, ritenuto il
limitato impatto di tale aspetto sul complesso della difesa di A., a mente della
Corte si giustifica il riconoscimento di un’indennità per le spese legali sostenute
pari a fr. 500.--.
23.2.2 Per quanto attiene agli interessi su tale importo, va considerato che di principio i
medesimi sono riconosciuti dal momento dell’esigibilità della pretesa. Nel caso
concreto, non essendovi elementi per ritenere che A. sia in mora per il
pagamento della fattura dell’avv. Castelli, né potendo essere ritenuto che A.
abbia già provveduto a saldare la medesima (v. sentenza del Tribunale penale
federale SK 2017.58 del 4 dicembre 2018, consid. 3.4.1.5), non può essere
riconosciuto alcun interesse.
23.2.3 A., giusta l’art. 429 cpv. 1 lett. c CPP, ha altresì richiesto il riconoscimento di una
riparazione del torto morale pari a fr. 2'000.-- più interessi al 5% annuo dal 28
agosto 2020. Al riguardo, egli motiva la sua istanza sulla scorta dell’intervento
della polizia presso la sua abitazione, della perquisizione, della traduzione
forzata, e delle misure d’inchiesta alle quali egli è stato sottoposto, adducendo
parimenti che l’inchiesta penale avrebbe avuto risvolti negativi a livello familiare.
Egli non avrebbe dormito per mesi ed i suoi figli e sua moglie sarebbero stati
vittime di ripetuti stati di ansia, per i quali avrebbero anche dovuto sottoporsi a
cure psicologiche. A comprova di quest’ultimo aspetto egli ha prodotto, al
dibattimento, due certificati medici.
A tal proposito, v’è da rilevare come le misure d’inchiesta e i disagi ad esse
strutturalmente connessi, e a cui si riferisce A. nella sua istanza, sono da
imputare alle infrazioni oggetto d’abbandono, tramite decreto d’abbandono del
22 novembre 2017 (incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 3.0.23 e segg.), da parte
del MPC (v. supra, Fatti lett. A). Le pretese avanzate da A., e connesse col
complesso fattuale allora definito dall’abbandono, sono pertanto già state
esaustivamente trattate e decise in tale sede procedurale. Non risulta peraltro
che A. abbia interposto reclamo contro detto decreto d’abbandono, che ha
acquisito forza di cosa giudicata formale. Si osserva altresì che i disagi invocati
da A. costituiscono inconvenienti “normali” che una persona oggetto di un
procedimento penale può essere chiamata a subire e che, in principio, non
giustificano un indennizzo. Ad ogni modo, A. non potrebbe in ogni caso vantare
tale diritto, non avendo egli né debitamente motivato né tantomeno comprovato
tali disagi. Ciò vale anche per quanto attiene alla perdita dell’occupazione presso
la D. nel 2017, e che, stando a quanto asserito da A. medesimo, sarebbe da
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ricondurre al fatto che la filiale D. presso la quale era occupato è stata chiusa (a
tale riguardo, non si comprende dunque su quale base il dottor E. abbia
affermato, nel certificato medico da egli redatto, che la perdita del lavoro di A.
potrebbe essere ricondotta al procedimento penale avviato nei suoi confronti, v.
cl. 14 act. SK 14.731.025). È vero che, in seguito, A. ha precisato che D.
disporrebbe di un regolamento secondo cui se a lavorare fosse solo una persona
della famiglia, questa non verrebbe licenziata ma spostata; ha indicato che nel
2017 anche gli altri suoi colleghi sarebbero stati licenziati a causa della chiusura
della ditta, ma loro non erano i soli a lavorare in famiglia, mentre lui sì (cl. 14 act.
SK 14.731.005). Tuttavia, A. non ha fornito alcun documento alla Corte che
permettesse di verificare effettivamente le condizioni previste in tale
regolamento, ciò che non permette di valutare le sue pretese, le quali devono di
conseguenza essere respinte.
Per quanto attiene alla recente assenza di sonno, agli stati d’ansia di A., nonché
alle cure psicologiche di cui egli medesimo e sua moglie hanno necessitato
nell’ultimo anno, va osservato che A., essendo stato condannato, non ha diritto
al risarcimento per torto morale a tale riguardo. Il fatto che egli sia stato prosciolto
dalle imputazioni per la condivisione delle due immagini nulla muta al riguardo,
essendo tale aspetto assolutamente marginale se rapportato al contesto degli
atti di cui è stato ritenuto autore colpevole.
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