Decision ID: 5519b94b-502a-5f5b-a52e-205d9afcc4ba
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 
Law Sub-area: nan
Label: dismissal

Facts:
Fatti:
A.
L’interessato, cittadino nigeriano di etnia igbo proveniente dallo Stato di
Imo, ha depositato una domanda d’asilo in Svizzera il 20 febbraio 2021.
B.
Sentito approfonditamente sui motivi d’asilo egli ha dichiarato, in sostanza
e per quanto qui di rilievo, di essersi unito al Movement for the Actualization
of the Sovereign State of Biafra (MASSOB) nel 2002 dopo aver appreso
dal padre circa le atrocità compiute dallo Stato nigeriano. Nel 2003 il
richiedente l’asilo sarebbe stato arrestato una prima volta assieme ad altri
militanti a margine di una manifestazione e detenuto per un anno.
Nonostante le minacce ricevute al momento del rilascio egli non avrebbe
smesso di protestare e nel 2005 sarebbe stato nuovamente arrestato e
condannato alla prigione a vita. In totale sarebbero stati fermati 38 membri
del MASSOB. Il padre sarebbe stato ucciso. Dopo alcuni anni di
detenzione, nel 2008, il richiedente l’asilo sarebbe evaso grazie alla
complicità di una guardia ed avrebbe fatto ritorno nel villaggio paterno. Qui
sarebbe però stato aggredito dai famigliari dei poliziotti che sarebbero
rimasti uccisi nell’ambito delle predette manifestazioni. Così, sarebbe
fuggito verso lo Stato di Abia presso la madre. In questo periodo gli sarebbe
stato diagnosticato l’HIV, ma l’interessato non avrebbe avuto accesso alle
cure in quanto latitante. La madre sarebbe a sua volta stata catturata,
torturata e uccisa allo scopo di far rivelare ove egli si nascondesse. Il
richiedente l’asilo avrebbe così riparato dapprima a Lagos e poi a Port
Harcourt. Qui avrebbe integrato il gruppo paramilitare Niger Delta People’s
Volunteer Force (NDPVF) attivo nei sequestri di personale straniero delle
compagnie petrolifere. Trovatosi a sorvegliare un italiano ed un greco, si
sarebbe accordato permettendo loro di fuggire in cambio di un
salvacondotto per la Grecia e si sarebbe trasferito in tale Paese (cfr. atti
SEM 24/10 e 29/13).
C.
Con decisione del 26 aprile 2021, notificata il giorno medesimo (cfr. atto
SEM 38/1), la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha respinto la
succitata domanda d’asilo e pronunciato l’allontanamento del ricorrente
dalla Svizzera. Nel contempo ha ritenuto ammissibile, ragionevolmente
esigibile e possibile l’esecuzione dell’allontanamento.
D.
In data il 26 maggio 2021 (cfr. timbro del plico raccomandato; data
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d’entrata: 27 maggio 2021), il ricorrente è insorto contro la summenzionata
decisione con ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di
seguito: il Tribunale), chiedendo, l’annullamento della decisione avversata
e la restituzione degli atti all’autorità inferiore per il completamento
dell’istruzione. Ha altresì presentato una domanda di assistenza
giudiziaria, nel senso dell’esenzione del versamento delle spese
processuali e del relativo anticipo.
A sostegno della sua impugnativa egli ha allegato un attestato di adesione
all’antenna greca del movimento Indigenous People of Biafra (IPOB) e
alcuni brevi referti medici in forma di formulari “F2”.
E.
Con scritto del 28 maggio 2021 l’insorgente ha trasmesso al Tribunale
ulteriore documentazione medica relativa alla sua degenza presso la
Clinica psichiatrica cantonale (CPC) dal 27 aprile 2021 all’11 maggio 2021.
Ha altresì ventilato un controllo presso il cardiologo, le cui risultanze sono
poi state integrate nell’incarto elettronico dell’autorità inferiore (cfr. atto
SEM 49/4).
F.
Con decisione incidentale del 10 giugno 2021, il Tribunale ha accolto la
domanda di assistenza giudiziaria, invitando nel contempo l’autorità di
prima istanza a presentare una risposta al gravame.
G.
Con comunicazione del 18 giugno 2021, la patrocinatrice ha inoltrato una
lettera scritta di proprio pugno dall’insorgente in cui venivano precisati i fatti
esposti nel corso della procedura di prima istanza e allegati due ulteriori
brevi referti medici.
H.
La SEM ha trasmesso il proprio atto responsivo il 21 giugno 2021,
proponendo la reiezione del gravame.
I.
il 5 luglio 2021 il ricorrente ha avuto modo di presentare una replica alle
osservazioni dell’autorità intimata.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti negli scritti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.
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Pagina 4

Considerations:
Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6
LAsi).
Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù
dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA
prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette
autorità (art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi
dell’art. 5 PA.
Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è
particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi in relazione con
l’art. 10 dell’Ordinanza sui provvedimenti nel settore dell’asilo in relazione
al coronavirus del 1° aprile 2020 [Ordinanza Covid-19 asilo, RS 142.318]),
alla forma e al contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso.
2.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente
rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli stranieri, pure
l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 consid. 5). Il
Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle
considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle
argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2).
3.
Nelle procedure d’asilo ‒ così come nelle altre procedure di natura
amministrativa ‒ si applica il principio inquisitorio. Ciò significa che l’autorità
competente deve procedere d’ufficio all’accertamento esatto e completo
dei fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi; art. 12 PA). La determinazione
dei fatti e l’applicazione della legge non sono aspetti disgiunti (cfr. ISABELLE
HÄNER, in: Häner/Waldmann, Das erstinstanzliche Verwaltungsverfahren,
2008, n. 34). Significativo è il substrato fattuale per le condizioni di
applicazione della norma giuridica (cfr. sentenza del Tribunale D-291/2021
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Pagina 5
del 9 marzo 2021 consid. 7.2.2). In concreto, l’autorità deve procurarsi la
documentazione necessaria alla trattazione del caso, chiarire le
circostanze giuridiche ed amministrare a tal fine le opportune prove a
riguardo. Il principio inquisitorio non dispensa le parti dal dovere di
collaborare all’accertamento dei fatti ed in modo particolare dall’onere di
provare quanto sia in loro facoltà e quanto l’amministrazione o il giudice
non siano in grado di delucidare con mezzi propri (art. 13 PA ed art. 8 LAsi;
DTAF 2019 I/6 consid. 5.1). Una violazione del principio inquisitorio non
implica in ogni caso l’automatica retrocessione degli atti all’autorità
inferiore, dal momento che il Tribunale resta libero di raccogliere gli
elementi necessari al giudizio se una tale soluzione appare giudiziosa per
ragioni di economia procedurale (cfr. DTAF 2019 I/6 consid. 5.2; 2012/21
consid. 5.1).
4.
La Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le disposizioni
della LAsi (art. 2 LAsi). L’asilo comprende la protezione e lo statuto
accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di rifugiato.
Esso include il diritto di risiedere in Svizzera. Sono rifugiati le persone che,
nel Paese d’origine o d’ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a
causa della loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un
determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno
fondato timore d’essere esposte a tali pregiudizi. Sono pregiudizi seri
segnatamente l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della
libertà, nonché le misure che comportano una pressione psichica
insopportabile (art. 3 cpv. 2 LAsi).
5.
5.1 Nella decisione impugnata, la SEM ha considerato integralmente
inverosimili le allegazioni dell’insorgente. Egli non sarebbe innanzitutto
stato in grado di rendere plausibile la sua affiliazione al MASSOB. Il
ricorrente non avrebbe spiegato in che modo ne sarebbe divenuto membro,
come fosse strutturato e organizzato tale gruppo, né avrebbe ha saputo
indicare il nome corretto del movimento e iI suo significato esatto.
D’altronde, anche la descrizione del suo primo arresto e della conseguente
detenzione di un anno risulterebbe alquanto vaga. Il richiedente asilo non
avrebbe caratterizzato sufficientemente le circostanze del suo fermo
limitandosi ad affermare che esso avrebbe avuto luogo a Imo State
Douglas, neI 2003, e che la pena sarebbe stata scontata ad Owerri.
Secondo l’autorità inferiore anche la descrizione del periodo trascorso in
carcere andrebbe giudicata superficiale. Infatti, se il ricorrente fosse stato
realmente arrestato e trattenuto per un anno, Ie sue allegazioni avrebbero
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dovuto essere ben più circostanziate. Non meglio dettagliata risulterebbe
pure la narrazione del secondo arresto, di cui il ricorrente avrebbe
“continuato a parlare al plurale” nonostante gli fosse stato esplicitamente
chiesto di esporre la sua esperienza personale. D’altro canto, l’interessato
non avrebbe nemmeno saputo illustrare il motivo per il quale egli sarebbe
stato condannato all’ergastolo anziché alla pena capitale come alcuni suoi
compagni. Anche il racconto dell’evasione sarebbe alquanto confuso e
vago, essendosi l’insorgente limitato ad asserire che un guardiano si
sarebbe mosso a pietà in seguito alle sue suppliche. Non sarebbe poi
chiaro come abbiano fatto i familiari dei poliziotti a ritracciarlo nel villaggio
paterno. Peraltro quanto successivamente accaduto alla madre
risulterebbe poco comprensibile. Non si capirebbe in particolare come il
richiedente asilo abbia potuto apprendere che quest’ultima sia addirittura
stata torturata. Da ultimo, nemmeno i presunti fatti svoltisi a Port Harcourt,
ossia l’adesione alla NDPVF e la successiva fuga, ossequierebbero i
requisiti di verosimiglianza. L’insorgente non avrebbe infatti fornito
nemmeno le informazioni basilari in merito a questo gruppo.
5.2 Nel gravame, l’insorgente avversa la valutazione di cui sopra. II
mancato apprezzamento del contesto socio-politico all’origine deI
MASSOB, nonché di fattori quali il basso livello di istruzione del ricorrente,
la sua posizione all’interno del movimento e il tempo trascorso dagli eventi
determinanti avrebbe concorso a determinare una valutazione inaccurata
sulla verosimiglianza. II ricorrente avrebbe fornito informazioni precise in
merito al movimento, circa le modalità di adesione nonché sulle attività a
cui avrebbe preso parte. Quo al significato dell’acronimo MASSOB, egli ne
avrebbe illustrato i contorni ancor prima che gli venisse di chiesto di farlo,
dimostrando di conoscerlo. Per il resto, la scarsa scolarizzazione avrebbe
influito sulla sua capacità di ricordare e di comprenderne appieno il
significato. In ogni caso, l’insorgente sarebbe stato in misura di chiarire, in
modo stringato ma efficace, l’obiettivo primario del movimento, ossia
promuovere un referendum costituzionale teso alla secessione del Biafra.
In sede di parere sulla bozza di decisione, il richiedente asilo avrebbe
peraltro precisato ulteriormente le peculiarità di tale formazione
indipendentista. Per farne parte, sarebbe dipoi sufficiente l’appartenenza
etnica e geografica al Biafra. Al ricorrente, che non avrebbe mai ricoperto
alcun incarico politico all’interno dell’amministrazione locale o del
MASSOB non sarebbero quindi rimproverabili insufficienti conoscenze al
soggetto. Le sue allegazioni in merito all’adesione ed alle manifestazioni
parrebbero oltremodo plausibili alla luce delle informazioni note. Quanto ai
periodi passati in carcere, il richiedente li avrebbe ricordati con la difficoltà
dovuta alle sofferenze di quegli anni. L’interessato sarebbe stato
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sottoposto a torture fisiche, ma anche psicologiche. L’assistere alla
conduzione di altri prigionieri verso il patibolo, con l’incertezza che una
simile sorte sarebbe potuta toccare anche a lui, gli avrebbe causato un
tormento indicibile. A ciò si aggiungerebbe il fatto ch’egli avrebbe assistito
alla deportazione del padre ed alla sua morte per impiccagione. Egli lo
avrebbe peraltro definito un posto non sicuro e vi avrebbe contratto l’HIV.
Avrebbe pure affermato di essere stato condannato al carcere a vita per
terrorismo e rovesciamento del governo, pur permanendo comprensibile
ch’egli non abbia saputo spiegare Ia ratio della sua condanna e di quella
degli altri arrestati, atteso in particolare che non disponeva neppure di un
avvocato che potesse illustrargli la sua posizione giuridica. Resterebbe
nondimeno verosimile che il diverso esito del processo sarebbe stato da
imputarsi alla sua giovane età. Per ciò che concerne invece la guardia
carceraria che lo avrebbe aiutato, il ricorrente, già nell’ambito del parere
sulla bozza di decisione negativa, avrebbe puntualizzato che non solo
quest’ultima era mossa da pietà umana e cristiana, ma pure dalla sua
provenienza biafrana e dalla sua estrazione etnica. La comprensione per il
movente dell’interessato da parte del secondino e le sue virtù di buon
“samaritano” sarebbero peraltro già state contestualizzate in sede di
audizione. Il richiedente avrebbe d’altro canto spiegato in modo molto
chiaro come la famiglia del poliziotto lo abbia rintracciato. Egli avrebbe
anche evidenziato il numero di aggressori ed il fatto che questi si trovavano
nel villaggio di suo padre poiché al corrente dell’evasione. Quanto
all’uccisione di sua madre, iI ricorrente sarebbe stato molto preciso nella
descrizione del tragico evento, versione poi confermata anche nel corso
dell’audizione complementare. L’incongruenza tra il genere del sostantivo
“il vicino” e il pronome personale “lei” sarebbe peraltro dovuta alla
traduzione dall’inglese all’italiano. Ancora, per ciò che riguarda l’affiliazione
alla NDPVF, viene in primis precisato che non si sarebbe trattato di
un’adesione ma bensì di un breve avvicinamento dettato dalla situazione
di totale indigenza susseguente alla fuga. Sarebbe dunque plausibile che
il richiedente non abbia saputo descrivere nel dettaglio l’organizzazione del
gruppo.
6.
6.1 A tenore dell’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque domanda asilo deve provare
o per lo meno rendere verosimile la sua qualità di rifugiato. La qualità di
rifugiato è resa verosimile se l’autorità la ritiene data con una probabilità
preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono inverosimili in particolare le
allegazioni che su punti importanti sono troppo poco fondate o
contraddittorie, non corrispondono ai fatti o si basano in modo
determinante su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi).
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Pagina 8
6.2 È pertanto necessario che i fatti allegati dal richiedente l’asilo siano
sufficientemente sostanziati, plausibili e coerenti fra loro; in questo senso
dichiarazioni vaghe, quindi suscettibili di molteplici interpretazioni,
contraddittorie in punti essenziali, sprovviste di una logica interna,
incongrue ai fatti o all’esperienza generale di vita, non possono essere
considerate verosimili ai sensi dell’art. 7 LAsi. È altresì necessario che il
richiedente stesso appaia come una persona attendibile, ossia degna di
essere creduta. Questa qualità non è data, in particolare, quando egli fonda
le sue allegazioni su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi),
omette fatti importanti o li espone consapevolmente in maniera falsata, in
corso di procedura ritratta dichiarazioni rilasciate in precedenza o, senza
motivo, ne introduce tardivamente di nuove, dimostra scarso interesse
nella procedura oppure nega la necessaria collaborazione. Infine, non è
indispensabile che le allegazioni del richiedente l’asilo siano sostenute da
prove rigorose; al contrario, è sufficiente che l’autorità giudicante, pur
nutrendo degli eventuali dubbi circa alcune affermazioni, sia persuasa che,
complessivamente, tale versione dei fatti sia in preponderanza veritiera. Il
giudizio sulla verosimiglianza non deve, infatti, ridursi a una mera verifica
della plausibilità del contenuto di ogni singola allegazione, bensì
dev’essere il frutto di una ponderazione tra gli elementi essenziali a favore
e contrari ad essa; decisivo sarà dunque determinare, da un punto di vista
oggettivo, quali fra questi risultino preponderanti nella fattispecie (cfr.
DTAF 2013/11 consid. 5.1 e relativi riferimenti).
7.
7.1 Nella fattispecie, pur volendo considerare con il massimo zelo il grado
di alfabetizzazione relativamente limitato del ricorrente, non appare che la
versione dei fatti da lui fornita ossequi i criteri di verosimiglianza sopra
esposti. Da un punto di vista complessivo, l’insorgente ha riferito di eventi
di un’estrema gravità, muovendo accuse rilevanti alle forze governative ed
ha preteso l’esistenza di procedimenti giudiziari sfociati in condanne
importanti che lo avrebbero implicato in prima persona. Non di meno, egli
non è stato in misura di produrre alcun mezzo di prova a sostegno delle
sue allegazioni ed ha rilasciato dichiarazioni poco sostanziate che mal si
sposano con avvenimenti di un tale spessore ed impatto emotivo. Quanto
al MASSOB, il ricorrente non è effettivamente andato oltre ad aspetti
generici e notori quali la composizione etnica e le rivendicazioni del gruppo
(cfr. atto SEM 24/10, pag. 6). A riguardo della sua affiliazione il suo racconto
spontaneo è privo di ogni riferimento concreto (cfr. atto SEM 24/10, pag.
7). L’insorgente non ha peraltro specificato nulla di particolare al soggetto
nemmeno durante l’audizione complementare (cfr. atto SEM 29/13, pag.
2). Ora, sebbene possa anche apparire d’acchito plausibile che il semplice
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Pagina 9
sostegno alla causa indipendentista biafrana e la partecipazione a
manifestazioni non abbisogni di particolari formalità, è ben più difficile
credere che un’attività politica tale da causare due arresti e la condanna
all’ergastolo possa svolgersi senza una minima inquadratura, tanto più che
secondo le fonti disponibili, al tempo dei fatti di norma i simpatizzanti
anonimi non attiravano l’attenzione delle autorità (cfr. Ireland: Refugee
Documentation Centre, Nigeria: Basic Information about MASSOB, 16
September 2011, pag. 2, consultato l’8 giugno 2021 all’indirizzo
< https://www.refworld.org/cgibin/texis/vtx/rwmain?page=search&docid=4
e7b2ac62&skip=0&query=massob >).
7.2 Proprio con riferimento agli arresti ed ai conseguenti periodi di
detenzione, la descrizione proposta risulta alquanto vaga. Relativamente
all’episodio che ha condotto al fermo del 2003, il ricorrente non è stato in
misura di situare temporalmente la data del suo rilascio. Ha riportato di
maltrattamenti generalizzati senza tuttavia rappresentare in modo
personalizzato un episodio particolare o una giornata tipica di detenzione.
Quanto alla cattura risalente al 2005 ed alle modalità della pretesa
condanna al carcere a vita, il grado di dettaglio non muta in maniera
sostanziale. Il resoconto permane scarno e depersonalizzato (cfr. atto SEM
29/13, pag. 5). Rapporti indipendenti referenziano peraltro effettivamente
dell’arresto di 38 membri del MASSOB, ma collocano tale avvenimento nel
giugno del 2004 e non nel 2005 come avanzato dall’insorgente (cfr. United
Kingdom: Home Office, Country of Origin Information Report - Nigeria, 1
October 2005, pag. 87, consultato l’8 giugno 2021 all’indirizzo
< https://www.refworld.org/docid/438d73e54.html >). Ciò lascia
presupporre la possibilità che l’insorgente abbia tentato di avvalersi di fatti
notori per il fine della causa, cosa che non gioca in favore della versione
da lui proposta. Nonostante quanto asserito nel gravame, non v’è peraltro
traccia di indicazioni circa affinità etniche o politiche tra il ricorrente e la
guardia carceraria, di modo che, appare ben poco verosimile che
quest’ultima persona possa essersi esposta ad un tale pericolo per mero
sentimento di pietà. Per non tralasciare la stereotipata descrizione delle
modalità dell’evasione, in riferimento alle quali l’insorgente si è limitato ad
affermare che il custode avrebbe parcheggiato il veicolo e detto loro di
scappare (cfr. atto SEM 29/13, pag. 6). Anche la valutazione dell’autorità
inferiore circa la superficialità delle affermazioni a soggetto
dell’aggressione ad opera dei famigliari delle vittime delle manifestazioni
appare d’acchito sostenibile ed i passaggi del verbale citati dal ricorrente
nel gravame non giungono in suo soccorso. Non è infatti certo bastevole
indicare il numero di persone coinvolte per conferire la necessaria sostanza
alle proprie affermazioni. A ben vedere, permane dipoi poco comprensibile
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lo schema secondo il quale l’informazione circa l’evasione, “giunta al
centro” di un determinato villaggio, sia stata veicolata ai famigliari dei
poliziotti uccisi nelle sommosse svoltesi nella capitale dello Stato diversi
anni addietro (cfr. atto SEM 29/13, pag. 7). Ancora, così come espresse
dall’insorgente pure le circostanze dell’uccisione della madre appaiono
prive di indicatori tipici quanto ad un reale vissuto (cfr. atti SEM 24/10, pag.
7 e 29/13, pag. 8).
7.3 I pretesi trascorsi successivi con la NDPVF, che pure il ricorrente non
pare aver direttamente posto a fondamento della sua domanda d’asilo,
sono a loro volta stati esposti in modo sbrigativo ed inconcludente (cfr. atto
SEM 29/13, pag. 9). La produzione dell’attestato di adesione all’IPOB è
inoltre sprovvisto di ogni rilievo per l’esito della vertenza (cfr. sentenza del
Tribunale E-6935/2019 del 21 gennaio 2021 consid. 5).
8.
In virtù di quanto sopra esposto, il ricorso in materia di riconoscimento della
qualità di rifugiato e di concessione dell’asilo non merita tutela e la
decisione impugnata va confermata.
9.
9.1 Nella propria decisione la SEM, dopo aver pronunciato
l’allontanamento del richiedente, ha considerato l’esecuzione dello stesso
ammissibile, ragionevolmente esigibile e possibile.
9.2 Nel gravame, l’insorgente censura anche tale conclusione. In primo
luogo, egli si duole di un mancato approfondimento della sua situazione
medica. Oltre ad essere sieropositivo, il ricorrente sarebbe affetto da una
sintomatologia di tipo ansioso. Tale diagnosi sarebbe nondimeno
incompleta. Nell’ambito dell’istruttoria, il ricorrente avrebbe pure allegato di
non aver avuto mai accesso al sistema sanitario nigeriano. I rapporti medici
citati dalla SEM sarebbero inadatti per la valutazione del caso in esame in
quanto si riferirebbero alla situazione pre-pandemica e non sarebbero
aderenti alla situazione dell’insorgente. Inoltre, le evidenze addotte a
sostegno della gratuità dell’accesso alle cure non sarebbero
esemplificativi, poiché ogni paziente sieropositivo necessiterebbe di una
diagnosi differenziata. L’autorità inferiore avrebbe così dovuto predisporre
una perizia medica completa, onde valutare in modo dettagliato le terapie
adeguate per l’interessato chinandosi pure sui rischi derivanti da una loro
interruzione. Per questi motivi, a mente dell’insorgente la SEM non avrebbe
ossequiato al suo obbligo di stabilire in maniera completa i fatti
giuridicamente rilevanti ai sensi dell’art. 12 PA. Quo all’esigibilità, l’autorità
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di prima istanza avrebbe pure erroneamente ritenuto che l’insorgente
disporrebbe di contatti in Nigeria e che sarebbe addirittura stato sostenuto
finanziariamente allorquando si trovava all’estero. Egli non avrebbe infatti
alcun legame con la Nigeria, il supporto finanziario gli sarebbe invero stato
concesso dai membri dell’antenna greca dell’ISOP. Peraltro, l’eventualità
secondo la quale l’insorgente possa far capo ad una rete famigliare non
troverebbe alcun riscontro con quanto affermato in corso di audizione. Mal
si comprenderebbe invero perché la pretesa inverosimiglianza in precisi
punti del racconto del richiedente debba essere estesa a tutte le sue
allegazioni. L’esperienza lavorativa maturata all’estero sarebbe oltretutto
minima.
9.3 In sede di risposta, l’autorità intimata respinge gli addebiti quo al
preteso carente approfondimento medico, sottolineando come la
stadiazione della malattia fosse già ben documentata dagli atti. Peraltro,
prosegue la SEM, i consulting medici allegati in sede ricorsuale si
riferirebbero a quadri clinici ben più gravi rispetto a quello dell’odierno
ricorrente e dimostrerebbero la disponibilità di terapie antiretrovirali in
Nigeria. Per orientarsi al meglio, il ricorrente potrebbe inoltre rivolgersi alla
National Agency for the control of AIDS (NACA). La pandemia non sarebbe
peraltro decisiva, atteso che l’insorgente non necessiterebbe di alcun
ricovero e che la situazione nel Paese sarebbe sotto controllo. Dal rapporto
di dimissione relativo al soggiorno presso la CPC e dagli esami cardiologici
non si evincerebbe infine alcuna ulteriore patologia psichiatrica o somatica
ostativa all’esecuzione dell’allontanamento.
9.4 Nella replica, l’insorgente precisa che sebbene la diagnosi apparirebbe
effettivamente dagli atti, sarebbero previste ulteriori visite per verificare la
risposta immunologica. Non si potrebbe dunque escludere che ciò comporti
in futuro la necessità di cambiare la terapia. Su questi presupposti, egli
ribadisce che vi sarebbe l’esigenza di procedere ad una valutazione
medica approfondita. Il mandato della NACA sarebbe teso al
coordinamento degli enti pubblici e non sembrerebbero pertanto rivolgersi
ai singoli cittadini. Fonti indipendenti dimostrerebbero peraltro che
l’accesso alle terapie gratuite sarebbe tributario di forti differenze a livello
regionale. Ulteriori difficoltà deriverebbero dallo scarso livello di
scolarizzazione, dalla mancanza di rete sociale e dall’estraneità
dell’interessato al sistema nigeriano. Altri organismi avrebbero d’altro canto
sottolineato il problema della non totale gratuità nell’accesso alle cure. Da
quanto deducibile dalla lettera di dimissione della CPC, il ricorrente
sarebbe inoltre trattato per problemi diversi dalla reazione emotiva
riconducibile all’ottenimento di una decisine negativa.
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Pagina 12
10.
Se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM pronuncia,
di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina l’esecuzione; tiene
però conto del principio dell’unità della famiglia (art. 44 LAsi).
Il ricorrente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM avrebbe
dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla Svizzera (art. 14
cpv. 1 e 2 nonché art. 44 LAsi come pure art. 32 dell’ordinanza 1 sull’asilo
relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311];
DTAF 2013/37 consid. 4.4).
Pertanto, anche la pronuncia dell’allontanamento va confermata.
11.
11.1 Per quanto concerne l’esecuzione dell’allontanamento, per rinvio
dell’art. 44 LAsi, l’art. 83 LStrI (RS 142.20) prevede che la stessa sia
ammissibile (cpv. 3), esigibile (cpv. 4) e possibile (cpv. 2). In caso di non
adempimento di una di queste condizioni, la SEM dispone l’ammissione
provvisoria (art. 44 LAsi e art. 83 cpv. 1 LStrI).
11.2 Secondo prassi costante del Tribunale, circa l’apprezzamento degli
ostacoli all’esecuzione dell’allontanamento, vale lo stesso apprezzamento
della prova consacrato al riconoscimento della qualità di rifugiato, ovvero il
ricorrente deve provare o per lo meno rendere verosimile l’esistenza di un
ostacolo all’esecuzione dell’allontanamento (cfr. DTAF 2011/24
consid. 10.2). Inoltre, lo stato di fatto determinante in materia di esecuzione
dell’allontanamento è quello che esiste al momento in cui si statuisce (cfr.
DTAF 2009/51 consid. 5.4).
11.3 In questo contesto, il Tribunale rileva in primo luogo come
l’accertamento dei fatti svolto dall’autorità inferiore non presti il fianco a
critiche sotto l’aspetto dell’art. 12 PA. Con particolare riferimento alla
situazione medica, si può infatti constatare come le problematiche di natura
somatica in capo al ricorrente siano state identificate e chiarite in modo
dettagliato dalla SEM. Al momento dell’emissione della decisione
impugnata l’incarto della Segreteria di Stato conteneva già diversi mezzi di
prova riguardanti la situazione valetudinaria del ricorrente. La produzione
della lettera di dimissione documentazione medica relativa alla sua
degenza presso la Clinica psichiatrica cantonale (CPC) fuga altresì ogni
dubbio quanto alla paventata esistenza di affezioni psichiche da
diagnosticare ulteriormente. Per il resto, si rinvia alla valutazione di merito
che segue sub. consid. 12.3 e 13.3 e seg., posto che la stato di salute non
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è mutato in modo sostanziale a far data dall’emissione del provvedimento
sindacato.
12.
12.1 A norma dell’art. 83 cpv. 3 LStrI, l’esecuzione dell’allontanamento non
è ammissibile quando comporterebbe una violazione degli impegni di diritto
internazionale pubblico della Svizzera. La portata di detta norma non si
esaurisce nella massima del divieto di respingimento. Anche altri impegni
di diritto internazionale della Svizzera possono essere ostativi
all’esecuzione del rimpatrio, in particolare l’art. 3 CEDU o l’art. 3 della
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani
o degradanti del 10 dicembre 1984 (Conv. tortura, RS 0.105). La
CorteEDU ha più volte ribadito che la sola possibilità di subire dei
maltrattamenti dovuti a una situazione di insicurezza generale o di violenza
generalizzata nel Paese di destinazione non è sufficiente per ritenere una
violazione dell’art. 3 CEDU. Spetta infatti all’interessato provare o rendere
verosimile l’esistenza di seri motivi che permettano di ritenere che egli
correrà un reale rischio («real risk») di essere sottoposto, nel Paese verso
il quale sarà allontanato, a trattamenti contrari a detti articoli (cfr.
DTAF 2013/27 consid. 8.2 e relativi riferimenti).
12.2 Nella presente disamina, stante il fatto che l’insorgente non è riuscito
a rendere verosimili le sue dichiarazioni ex art. 7 LAsi, né a dimostrare
l’esistenza di seri pregiudizi o il fondato timore di essere esposto a tali
pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi, il principio del divieto di respingimento
non trova applicazione nella fattispecie e l’ammissibilità del rinvio del
ricorrente risulta pacifica sotto l’aspetto dell’art. 5 cpv. 1 LAsi.
12.3 Per il resto, la CorteEDU ha stabilito che il respingimento forzato di
persone che soffrono di problemi medici non è suscettibile di costituire una
violazione dell’art. 3 CEDU, a meno che la malattia dell’interessato si trovi
ad uno stadio avanzato e terminale, al punto che la sua morte appaia come
una prospettiva prossima (cfr. sentenza della CorteEDU N. contro Regno
Unito del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7.1). Una
violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi siano dei
seri motivi per ritenere che la persona, in assenza di trattamenti medici
adeguati nello Stato di destinazione, sarà confrontata ad un reale rischio di
un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni di salute
comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione della
speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro Belgio del
13 dicembre 2016, 41738/10, §181 segg.).
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12.4 Come lo si vedrà sub. infra consid. 13.3 e seg., la situazione
dell’insorgente non risulta ostativa all’esecuzione dell’allontanamento da
un punto di vista dell’esigibilità. Su questi presupposti e per i motivi esposti
di seguito, nemmeno si può ritenere che il suo respingimento ponga
problemi rispetto alla citata e più restrittiva giurisprudenza convenzionale.
12.5 Ne consegue che, come rettamente ritenuto nel giudizio litigioso,
l’esecuzione dell’allontanamento è ammissibile ai sensi delle norme di
diritto pubblico internazionale nonché della LAsi.
13.
13.1 Giusta l’art. 83 cpv. 4 LStrI l’esecuzione non può essere
ragionevolmente esigibile qualora, nello stato di origine o di provenienza,
lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in seguito a
situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o emergenza
medica.
13.2 La disposizione citata si applica principalmente ai «réfugiés de la
violence», ovvero agli stranieri che non adempiono le condizioni della
qualità di rifugiato, poiché non sono personalmente perseguiti, ma che
fuggono da situazioni di guerra, di guerra civile o di violenza generalizzata.
Essa vale anche nei confronti delle persone per le quali l’allontanamento
comporterebbe un pericolo concreto, in particolare perché esse non
potrebbero più ricevere le cure delle quali esse hanno bisogno o che
sarebbero, con ogni probabilità, condannate a dover vivere durevolmente
e irrimediabilmente in stato di totale indigenza e pertanto esposte alla fame,
a una degradazione grave del loro stato di salute, all’invalidità o persino
alla morte. Tuttavia, le difficoltà socio-economiche che costituiscono
l’ordinaria quotidianità di una regione, in particolare la penuria di cure, di
alloggi, di impieghi e di mezzi di formazione, non sono sufficienti, in sé, a
concretizzare una tale esposizione al pericolo. L’autorità alla quale
incombe la decisione deve dunque, in ogni singolo caso, confrontare se gli
aspetti umanitari legati alla situazione nella quale si troverebbe lo straniero
in questione nel suo Paese siano tali da esporlo ad un pericolo concreto
(cfr. DTAF 2014/26 consid. 7.6-7.7 e relativi riferimenti).
13.3 Per quanto concerne le persone in trattamento medico in Svizzera, in
caso di ritorno nel paese d’origine, l’esecuzione dell’allontanamento
diviene inesigibile se queste ultime potrebbero essere private delle cure
mediche essenziali. Sono considerate come essenziali le cure di medicina
generale ed acuta assolutamente necessarie ad un’esistenza conforme
alla dignità umana. Lo straniero non può tuttavia prevalersi dell’art. 83 cpv.
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4 LStrI, per dedurre un diritto incondizionato al soggiorno in Svizzera e un
accesso generale alle misure mediche suscettibili di ripristinare o
mantenere il suo stato di salute, per il semplice motivo che l’infrastruttura
ospedaliera o le regole dell’arte medica nel paese d’origine o di
destinazione non raggiungono lo standard elvetico. In tal senso, se le cure
necessarie possono essere assicurate nel paese d’origine del richiedente,
all’occorrenza con altri trattamenti rispetto a quelli prescritti in Svizzera,
l’esecuzione dell’allontanamento sarà ragionevolmente esigibile. Invece
non lo sarà più, ai sensi della disposizione precitata se, in ragione
dell’assenza di possibilità di trattamento adeguato, lo stato di salute
dell’interessato si degraderebbe così rapidamente al punto da condurlo in
maniera certa alla messa in pericolo concreta della sua vita o ad un
pregiudizio serio, durevole e notevolmente grave della sua integrità fisica
(cfr. DTAF 2011/50 consid. 8.3 e relativi riferimenti).
13.4 Con particolare riferimento ai malati di HIV, la giurisprudenza ha già
avuto modo di precisare che l’esecuzione dell’allontanamento è
ragionevolmente esigibile fintantoché l’infezione non ha raggiunto lo
stadio C ai sensi della classificazione operata dai Centers for Disease
Control and Prevention (CDC). Nell’ambito della valutazione dell’esigibilità
dell’esecuzione dell’allontanamento è necessario tenere conto non solo
dello stadio dell’infezione HIV, ma anche della situazione concreta della
persona in questione nello Stato d’origine o di provenienza. In questo
senso, le circostanze concrete di un caso possono rendere impossibile
l’esecuzione dell’allontanamento di una persona con una stadiazione B3 o
anche B2, non essendo tuttavia escluso che in capo a contingenze
particolarmente favorevoli, anche un malato allo stadio C possa essere
allontanato. La questione della stadiazione della malattia non è dunque una
discriminante assoluta ma va piuttosto esaminata caso per caso onde
determinare l’esigibilità del rinvio (cfr. DAF 2009/2 consid. 9.3 – 9.4,
sentenza del Tribunale D-7066/2018 dell’8 luglio 2020 consid. 10.3).
13.5 Ora, in Nigeria non vige attualmente un contesto di guerra, guerra
civile, violenza generalizzata o emergenza medica. La giurisprudenza ha
peraltro già avuto modo di rilevare che le terapie antiretrovirali gratuite sono
disponibili e che tale Paese ha fatto notevoli progressi nella lotta contro
l’AIDS ed è stato recentemente in grado di espandere la portata dei servizi
per combattere la malattia anche se il paese si trova ad affrontare le misure
di contenimento causate dal COVID-19. Entro il 2020, ulteriori 279’000
persone che vivono con l’HIV hanno iniziato il trattamento. Detta crescita
ha portato altri sette stati più vicini alla piena copertura. Alla fine del 2020,
il 73% delle persone sieropositive avevano ricevuto la diagnosi, l’89% era
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in trattamento e il 78% di queste aveva una carica virale non rilevabile (cfr.
sentenza del Tribunale D-5131/2020 del 26 maggio 2021 consid. 7.3.3 e i
numerosi riferimenti citati).
13.6 Nel caso de quo, il ricorrente risulta affetto da un’infezione da HIV allo
stadio B2. Non di meno, la sua situazione clinica ed immunovirologica
risulta favorevole. La viremia è soppressa e la situazione immunitaria è
discreta con un valore di linfociti CD4 ampiamente superiore a 200/mcl.
Sono assenti comorbilità ed in particolare epatiti B o C croniche. Conto
tenuto delle referenziate possibilità di trattamento nel Paese d’origine, la
situazione somatica del ricorrente non risulta così ostativa all’esecuzione
del rinvio. I farmaci prescritti paiono del resto reperibili in Nigeria (cfr. UK
Home Office, Country Policy and Information Note Nigeria: Medical and
healthcare issues, janvier 2020, Allegato A, consultato il 9 giugno 2021
all’indirizzo < https://assets.publishing.service.gov.uk/government/upload
s/system/uploads/attachment_data/file/857358/NGA_-_Medicalissues_-_
CPIN_-_v3.0.finalG.pdf >). In ogni caso, anche laddove la terapia
farmacologia non dovesse essere disponibile nella forma attuale, potrà
essere impostato un trattamento sostitutivo (cfr. sentenza del Tribunale D-
5131/2020 consid. 7.3.3). La visita cardiologica del 28 maggio 2021 ha
avuto esiti nella norma sebbene sia stata identificata una disfunzione
diastolica di grado I (cfr. atto SEM 49/4).
13.7 Allo stesso modo, i disturbi psichiatrici (disturbo dell’adattamento e
bersaglio di percepita persecuzione) diagnosticati nella lettera di
dimissione dalla CPC del 20 maggio 2021 non sono manifestamente tali
da pregiudicare l’esecuzione del rinvio. Si rammenti, ad ogni fine utile,
come il peggioramento dello stato psichico di un richiedente l’asilo a
seguito di una decisione negativa è casistica osservabile di frequente (cfr.
tra le tante sentenza del Tribunale D-5256/2020 del 9 febbraio 2021 consid.
10.4.1) e non preclude di principio un trasferimento, anche in concomitanza
con tentativi di suicidio o tendenze anticonservative (cfr. sentenze del
Tribunale E-4218/2020 del 3 settembre 2020 consid. 5.2.3; E-5384/2017
del 4 settembre 2018 consid. 4.3.3; E-1302/2011 del 2 aprile 2012 consdi.
6.3.2; secondo il senso anche la recente sentenza del Tribunale federale
2C_221/2020 del 19 giugno 2020 consid. 2). Tuttavia, le autorità
competenti per l’esecuzione sono tenute ad adottare tutte le misure
ragionevoli nel quadro del rimpatrio per garantire che la vita e la salute
dell’interessato non siano compromesse (cfr. sentenze del Tribunale
federale 2D_14/2018 del 13 agosto 2018 consid. 7.3, 2C_98/2018 del 7
novembre 2018 consid. 5.5.3, DTAF 2017 VI/7 consid. 6.4; sentenza della
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CorteEdu Sanda Dragan e altri contro Germania del 7 ottobre 2004,
33743/03, § 1.2).
13.8 Per il rimanente, la situazione personale dell’interessato non giustifica
il riconoscimento di un pericolo concreto ai sensi dell’art. 83 cpv. 4 LStrI.
Quest’ultimo è infatti relativamente giovane e dispone di una certa
esperienza lavorativa. Vista l’assenza di verosimiglianza delle sue
allegazioni al soggetto, non si può escludere che egli disponga di un
qualche tipo di rete sociale in patria. Nel contesto nigeriano tale aspetto
non è inoltre ad esso solo una discriminante decisiva per giudicare
dell’esigibilità del rinvio.
13.9 Il rientro dell’interessato in Nigeria è pertanto da considerarsi pure
ragionevolmente esigibile.
14.
In ultima analisi, nemmeno risultano impedimenti sotto l’aspetto della
possibilità dell’esecuzione dell’allontanamento (art. 83 cpv. 2 LStrI a
contrario).
15.
La propagazione del Covid-19, circostanza di natura temporanea, non è di
natura tale da rimettere in causa le conclusioni che precedono. Se
dovesse, nel caso di specie, ritardare momentaneamente l’esecuzione
tecnica dell’allontanamento, la stessa interverrebbe necessariamente più
tardi, in tempi appropriati (cfr. tra le altre le sentenze del Tribunale D-
3873/2020 del 12 agosto 2020, D-6884/2019 dell’11 agosto 2020 consid. 9.5
con ulteriori riferimenti ivi citati, E-6856/2017 del 6 aprile 2020 consid. 9).
16.
Ne consegue che, anche in materia di esecuzione dell’allontanamento, la
decisione dell’autorità inferiore va confermata ed il ricorso respinto.
17.
Alla luce di tutto quanto sopra, con la decisione impugnata, la SEM non ha
violato il diritto federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed
inoltre non ha accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente
rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Altresì, per quanto censurabile, la decisione
non è inadeguata (art. 49 PA). Il ricorso va pertanto respinto e la decisione
impugnata confermata.
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Pagina 18
18.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono la
soccombenza, sarebbero da porre a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 e
5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili
nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del
21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). Tuttavia, avendo il Tribunale
accolto, con decisione incidentale del 10 giugno 2021, la domanda di
assistenza giudiziaria, non sono riscosse spese.
19.
La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente
una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che hanno
abbandonato in cerca di protezione, e pertanto non può essere impugnata
con ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale
(art. 83 lett. d cifra 1 LTF).
La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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