Decision ID: 77ac72d6-a408-52c0-94ea-d20b72d374f0
Year: 2005
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto:
A.
Il 3 aprile 1997 la ditta RI 1 ha denunciato _ B_, azionista unico e procuratore con diritto di firma individuale della A_, con sede a G_, spiegando di avere sollecitato costui nei primi mesi del 1996 a onorare fatture impagate per forniture risalenti al dicembre del 1995, al gennaio e al febbraio del 1996. _ B_ le aveva consegnato due assegni di FF 75
000 cadauno, invitandola a non incassarli prima della fine di maggio del 1996 e a non sospendere le forniture nel frattempo. Se non che, i due assegni, presentati alla B_ di B_ il 7 e il 19 giugno 1996, le erano stati ritornati per ¿mancata copertura¿. _ B_ aveva chiesto pazienza, invocando l'ottimo andamento della sua società, il grande sviluppo di essa e gli importanti investimenti svolti di recente. Per finire, egli l'aveva pregata nuovamente di non interrompere le forniture, consegnandole quattro nuovi assegni della Banca _ da incassare dopo il febbraio del 1997: il primo di FF 25
000 come ¿acconto fatt. dicembre 1995¿, il secondo di FF 25
000 come ¿saldo fatt. 95¿, il terzo di FF 52
000 come ¿saldo febbraio 96¿ e il quarto di FF 42
000 come ¿saldo febbraio 96¿. Anche tali assegni si erano però rivelati scoperti.
B.
Il 24 dicembre 1998 il Procuratore pubblico ha posto _ B_ in stato di accusa per truffa, rimproverandogli di avere ¿ come procuratore della A_ ¿ ingannato con astuzia tra il dicembre del 1995 e il dicembre del 1996 _ G_, gerente della RI 1, cui aveva celato a scopo di indebito profitto lo stato fallimentare in cui versava da tempo la sua ditta. Anzi, secondo il Procuratore pubblico costui aveva rassicurato la controparte circa la solvibilità della sua azienda per continuare i rapporti commerciali, convincendo la RI 1 a maturare crediti per complessivi FF 610
913.46 (fr. 143
140.35) ben sapendo che la sua ditta non avrebbe potuto pagare. Sottoposto a processo il 16 maggio 2002, _ B_i è stato assolto nondimeno dalla presidente della Corte delle assise correzionali di Lugano.
C.
Contro la sentenza appena citata la RI 1, parte civile, ha introdotto il 17 maggio 2002 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione scritta, del 26 giugno successivo, essa chiede che _ B_ sia condannato a 12 mesi di detenzione per truffa, con obbligo di risarcirle complessivi fr. 191
217.25; in subordine essa postula l'annullamento della sentenza impugnata e il rinvio degli atti a un'altra Corte di assise per nuovo giudizio. Nelle sue osservazioni del 17 luglio 2002 _ B_ propone di respingere il ricorso. Il Procuratore pubblico ha comunicato il 4 luglio 2002 di associarsi alle conclusioni della ricorrente.

Considerando
in diritto:
1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 let.c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 129 I 173 consid. 3.a pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 275).
2.
La ricorrente rammenta anzitutto che secondo dottrina e giurisprudenza agisce con astuzia nel senso dell'art. 146 CP chi, mentendo, dissuade la vittima dall'eseguire controlli oppure chi presume, date le circostanze, che in virtù di un particolare rapporto di fiducia la vittima si asterrà da verifiche. Anche il silenzio su fatti determinanti ¿ essa prosegue ¿ può connotare inganno astuto ove l'autore non debba tacere, per legge o in buona fede. Ciò posto, essa sottolinea che l'accusato era azionista e procuratore unico con firma individuale della A_, con la quale essa era in stretti rapporti d'affari da oltre dieci anni, sicché tra le due ditte si era consolidato un intenso quanto vicendevole rapporto di fiducia. Essa ricorda altresì che la A_ era solita onorare le fatture con assegni non datati, due dei quali nel maggio e nel giugno del 1996 erano risultati scoperti. Proprio in forza del rapporto di fiducia instauratosi negli anni essa non aveva ragione tuttavia per subodorare inganni. Anzi, rassicurata dall'accusato, essa aveva continuato le forniture. In realtà, costui sapeva benissimo che gli assegni non potevano essere onorati e che la sua ditta sarebbe rimasta inadempiente (sentenza impugnata, pag. 20). Accampando scuse, egli è venuto meno ai suoi doveri di lealtà commerciale (sentenza, loc. cit.).
Oltre a sapere di non avere la necessaria liquidità ¿ soggiunge la ricorrente ¿ l'accusato nemmeno aveva intenzione di pagare, che sul conto della A_ ci fosse o non ci fosse disponibilità. Come ha confermato il gerente della Banca _ di B_, l'imputato gli aveva impartito istruzioni nel senso di non onorare più assegno di sorta. Eppure egli continuava con le ordinazioni, sapendo che la RI 1 avrebbe eseguito le forniture in forza dei rapporti commerciali e di fiducia, anche perché qualche volta accadeva che la A_ pagasse in ritardo, ma senza conseguenze. Così, mantenendo invariato il volume di ordinazioni l'accusato evocava viepiù l'impressione di solvibilità. L'inganno astuto, conclude la ricorrente, non può dunque essere negato.
3.
I requisiti formali di un ricorso per cassazione sono già stati illustrati (consid. 1) e il memoriale in esame è lungi dall'adempierli. Basti rilevare che nel suo esposto la parte civile non si confronta per nulla con gli accertamenti che hanno indotto la presidente della Corte a prosciogliere l'accusato, nonostante le riserve
espresse sul suo comportamento. La prima giudice è giunta alla convinzione, sulla base di tali accertamenti, che l'imputato aveva sì violato i suoi doveri di lealtà commerciale, ma non che avesse ordito un inganno astuto con intenzione o con dolo eventuale (sentenza, pag. 23). Descritto il contesto in cui avvenivano le ordinazioni giornaliere di fiori, con fatturazione mensile, fino al giugno del 1996 essa non ha ravvisato elementi per desumere che l'imputato non volesse o non potesse saldare le fatture. Benché la parte civile fornisse a credito in virtù di un radicato rapporto di fiducia, la A_ avendo denotato fino ad allora semplici ritardi nei pagamenti, la presidente della Corte ha ritenuto che nel quadro di relazioni internazionali la parte civile non potesse disconoscere il rischio di accettare come mezzi di pagamento assegni senza data.
Quanto all'imputato, stando alle informazioni che riceveva dall'amministrazione contabile, nel dicembre del 1995 e nei mesi immediatamente successivi egli poteva ritenere che la sua ditta fosse solvibile. L'ex amministratore unico e azionista paritario _ Ge_ (rimasto tale fino alla primavera del 1996) gli aveva invero segnalato problemi di liquidità, invitandolo a immettere nuovi fondi nella società. Se non che, la _ C_
aveva comunicato di non reputare necessario un provvedimento del genere (al che Ge_ aveva lasciato l'azienda). Fino ai primi mesi del 1996, quando aveva consegnato alla parte civile i primi due assegni andati a vuoto, l'imputato non risultava dunque avere consapevolmente assunto il rischio che le forniture della parte civile non fossero onorate. Tutt'al più ¿ ha rilevato la prima giudice ¿ l'imputato ha dato prova di negligenza, ma ciò non bastava per integrare gli estremi della truffa (sentenza, pag. 23 seg.).
Vistosi comunicare nel giugno del 1996 dal gerente della Banca _, _ P_, che la sua ditta non avrebbe più potuto superare il limite di credito, l'imputato aveva continuato le ordinazioni per tutto il mese di giugno pur sapendo che i due noti assegni non erano stati pagati. Tuttavia ¿ ha accertato la prima giudice ¿ il 19 giugno 1996 il conto della A_ era rientrato nel limite di credito, di modo che il comportamento dell'imputato non poteva dirsi di rilevanza penale (sentenza, pag. 24). Inoltre dal luglio del 1996 la parte civile aveva disatteso le più elementari regole di prudenza, continuando le forniture nonostante il mancato incasso dei due citati assegni e un'infruttuosa trasferta a Lugano della gerente _ G_ (l'accusato non si era fatto trovare). Anzi, nell'ottobre del 1996, dopo la pausa estiva durante la quale l'imputato sosteneva di essersi dovuto approvvigionare sul mercato indigeno, essa aveva ripreso le vendite a credito, senza cautelarsi minimamente. Neppure un invalso rapporto di fiducia poteva giustificare una leggerezza siffatta. La condotta del prevenuto, ha concluso la prima Corte, pur riprovevole, è rimasta pertanto nel campo dell'inadempienza contrattuale (sentenza, pag. 24).
4.
Come si è accennato, la ricorrente sorvola completamente sugli accertamenti che hanno persuaso la prima giudice a escludere i presupposti di un inganno astuto, a dispetto del consolidato rapporto d'affari e di fiducia instauratosi tra le parti. Nel chiedere la condanna dell'imputato per truffa essa menziona ¿ di scorcio ¿ i censurabili comportamenti di lui, come il rifiuto di apportare nuova liquidità alla ditta, l'ordine impartito al gerente P_ di non onorare più assegni, la slealtà di averle sottaciuto il problema di ottenere crediti dalla banca (dopo la partenza di Ge_) e il rischio che per finire la A_ rimanesse inadempiente. Così argomentando, essa disconosce però che la presidente della Corte ha già vagliato tali comportamenti disinvolti (sentenza, pag. 17, 20 e 24), ritenendoli commercialmente biasimevoli, ma senza rilievo penale. La ricorrente si limita a ribadire il suo punto di vista e il suo personale convincimento, ma non spiega perché l'opinione della prima giudice lederebbe l'art. 146 CP, né tenta di contrastare gli addebiti di leggerezza a essa rivolti o allude a eventuali misure di cautele da essa adottate dopo il primo incasso infruttuoso. Insufficientemente motivato, il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.
5.
Gli oneri del giudizio odierno seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 combinato con l'art. 9 cpv. 1 CPP). La ricorrente rifonderà inoltre all'accusato, che ha presentato osservazioni per il tramite di un legale, un'indennità di fr. 1000.¿ a titolo di ripetibili (art. 9 cpv. 6 CPP).