Decision ID: d85c08b4-0f5a-5d8d-90fd-0fc0c2f63267
Year: 2014
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_007
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: 

ritenuto
in fatto
A.
Con scritto del 15 febbraio 2013 CO 2 ha segnalato all’Autorità regionale di protezione _ (in seguito Autorità di protezione) che la madre PI 1 (1919), allora degente presso la Casa per anziani _ di _, non era più in grado di gestirsi autonomamente “a causa di malattia”, postulando un incontro con l’Autorità.
B.
Il 12 marzo 2013 l’avv. PR 1 ha riferito all’Autorità di protezione che RE 2 (in seguito RE 2) e RE 1, gli avrebbero conferito mandato di tutelare i loro interessi “di fronte all’ingiustificata richiesta del fratello CO 2 di istituire una curatela a favore della madre”. PI 1 sarebbe infatti stata in grado di intendere e di volere, e di capire cosa succedeva accanto a se, così come la portata delle sue azioni. Questi sarebbero stati in possesso di una procura per la gestione delle piccole necessità quotidiane.
C.
Durante l’incontro del 17 aprile 2013 con l’Autorità di protezione, CO 2 ha postulato l’istituzione di una curatela a favore della madre, a causa “dello stato in cui” versava dopo l’
ictus
avuto un anno prima. A comprova ha presentato il certificato medico del dr. _ del 23 gennaio 2013, da cui risultava che la madre,
“affetta da grave polipatologia neurologica con stato confusionale”
non era
“più in grado di gestire i propri beni”
. CO 2 oltre a lamentare una mancanza di collaborazione dei fratelli, indicava che il suo unico interesse era quello di proteggere la madre. CO 2 riteneva opportuno che fosse verificato se il fratello RE 2 amministrava correttamente i beni della madre.
D.
In sede d’udienza del 14 maggio 2013 dinanzi all’Autorità di protezione, l’avvocato PR 1, che si era occupato delle questioni ereditarie del padre di CO 2, di RE 2 e di RE 1, ha indicato che “CO 2 aveva chiesto di modificare la suddivisione delle quote ereditarie attribuendo quella della madre ai tre figli, subordinatamente di bloccare questo denaro e di non distribuirlo”. Mancato l’accordo degli altri eredi, il legale aveva provveduto a versare le quote ai rispettivi beneficiari. CO 2 avrebbe quindi chiesto di bloccare la quota ereditaria di spettanza della madre nell’attesa di poter chiarire chi avrebbe gestito l’importo. Non avendo ottenuto risposta alcuna avrebbe pertanto segnalato la questione all’Autorità di protezione.
I fratelli RE 1 e RE 2, lamentavano un mancato interesse per la madre da parte del fratello RE 2, che sarebbe andato raramente a farle visita.
Quanto allo stato cognitivo di PI 1 l’avvocato riferiva che vi erano dei momenti in cui era lucida e capiva perfettamente cosa accadeva attorno a lei, capiva la portata di fatti giuridici, le domande che le venivano poste ed era in grado di rispondere. Vi erano invece dei momenti e giorni in cui era confusa e non comprendeva cosa le veniva chiesto.
In sede d’udienza i fratelli indicavano di opporsi alla nomina di un curatore amministrativo per la madre, riferendo che per stessa volontà della madre dovevano essere lui e la sorella ad occuparsi della gestione economica ed amministrativa della stessa.
E.
Invitato in tal senso dall’Autorità di protezione, il 13 giugno 2013 il dr. med. _, che aveva in cura PI 1 dal 29 febbraio 2012, ha certificato che si trattava “di una paziente di 94 anni in cattive condizioni generali, soprattutto in seguito ad un ictus ischemico” del 15 giugno 2012. Il medico indicava inoltre che già allora le condizioni generali erano molto precarie tanto che nella lettera d’uscita dell’OCL si descriveva un quadro clinico talmente compromesso da escludere sia una logopedia che una ripresa di un alimentazione per via orale. Nel certificato veniva infine indicato che la paziente appariva completamente disorientata nel tempo e nello spazio e non era sempre in grado di riconoscere il personale curante. Il medico concludeva rilevando che “la capacità della paziente a autodeterminarsi” non era più presente e che necessitava “di misure di protezione”.
F.
Il 12 giugno 2013 l’avv. PR 1 ha trasmesso copia della “procura generale” sottoscritta il 12 dicembre 2012 da PI 1 a favore del figlio RE 2 e copia della subdelega conferita da quest’ultimo alla sorella (11 marzo 2013).
G.
Durante la visita del 20 giugno 2013 presso la Residenza _, l’assistente del Delegato dell'Autorità di protezione _ ha riscontrato difficoltà a stabilire il grado di lucidità di PI 1. Nel suo rapporto egli ha evidenziato che a seguito dell’
ictus
ischemico la signora soffriva “di afasia” che non permetteva di ben capire se non comprendeva quanto le veniva chiesto, se aveva problemi mnemonici o se non era in grado di esprimere il suo pensiero. L’infermiere capo reparto, presente alla visita, ha riferito che lo stato di orientamento della paziente variava di giorno in giorno.
H.
Preso atto degli accertamenti effettuati, ed in particolare dei certificati medici del dr. med. _, con risoluzione del 16 settembre/22 ottobre 2013 (ris. n. 3605/2013) l’Autorità di protezione ha istituito in favore di PI 1 una curatela di rappresentanza con amministrazione dei beni, designando l’avv. CUR 1, quale curatrice. L’Autorità ha indicato quali sfere di compiti della curatrice:
a) rappresentare la signora PI 1 nell’ambito della regolamentazione dei suoi affari amministrativi, segnatamente nell’ambito dei suoi rapporti con le autorità, con i servizi amministrativi, con gli istituti bancari e postali, con le assicurazioni private, con le assicurazioni sociali, con le persone fisiche e giuridiche;
b) amministrare con tutta la diligenza richiesta i redditi e la sostanza, i conti bancari e/o postali della signora PI 1.
Ad un eventuale reclamo è stato negato l’effetto sospensivo.
I.
Contro la predetta decisione del 16 settembre/22 ottobre 2013 RE 1 e RE 2 sono insorti con reclamo del 18 novembre 2013, postulando, previa restituzione dell’effetto sospensivo, l’annullamento della risoluzione impugnata. A mente dei fratelli benché fosse indubbio che la madre, indiscutibilmente malata, non fosse più in grado di provvedere a sé stessa, i certificati medici agli atti non si esprimevano sulla capacità di intendere e di volere della stessa. Già per questo motivo la decisione querelata andava, a loro dire, annullata. Secondo i reclamanti la procura generale sottoscritta dalla madre il 12 dicembre 2012 andava considerata quale “mandato precauzionale” ai sensi dell’art. 360 CC. Con la stessa PI 1 avrebbe espresso, in modo chiaro e inequivocabile, la propria volontà di delegare ogni potere di rappresentanza al figlio RE 2. In conclusione i reclamanti sottolineavano che la madre non possedeva importanti somme di denaro, né tantomeno somme non dichiarate al fisco, come cercava di far credere il fratello.
L.
Con osservazioni del 29 novembre 2013 l’Autorità di protezione ha confermato i contenuti della risoluzione impugnata.
Mediante osservazioni del 12 dicembre 2013 CO 2 ha ribadito quanto già sostenuto in prima sede. Egli ha sottolineato in particolare che i fratelli RE 2 e RE 1, non sarebbero stati in grado di occuparsi correttamente delle questioni amministrative e finanziarie della madre, non avendo conseguito alcuna formazione. A mente dello stesso il curatore doveva in ogni caso essere una persona esterna alla cerchia famigliare.
Il 2014 PI 1 è deceduta.

Considerato
in diritto
1.
L’autorità giudiziaria di reclamo competente è la Camera di protezione del Tribunale d’appello (art. 2 cpv. 2 Legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto [LPAM]), che giudica, nella composizione a giudice unico, i reclami contro le decisioni delle Autorità regionali di protezione, già Commissioni tutorie regionali (art. 48 lett. f n. 7 LOG), concernenti maggiorenni e minorenni (art. 450 CC in relazione con gli art. 314 cpv. 1 e 440 cpv. 3 CC). Riguardo alla procedura applicabile, per quanto non già regolato dagli art. 450 segg. CC occorre riferirsi in via sussidiaria alle norme sulla procedura di ricorso davanti al Tribunale cantonale amministrativo (cfr. Messaggio del Consiglio di Stato n. 6611, del 7 marzo 2012, concernente la modifica della LTut, pag. 8). Per effetto delle norme transitorie della nuova Legge sulla procedura amministrativa (art. 113 cpv. 2 LPAmm), entrata in vigore il 1° marzo 2014, nelle procedure di reclamo contro le decisioni emanate dalle Autorità di protezione prima di tale data continua a trovare applicazione l’ormai abrogata Legge di procedura per le cause amministrative (in particolare, l’art. 74b
v
LPamm). In via ancor più sussidiaria si applicano per analogia le disposizioni del diritto processuale civile (art. 450
f
CC).
2.
Nella decisione impugnata l’Autorità di protezione ha istituito una curatela di rappresentanza con amministrazione dei beni in favore di PI 1, designando quale curatrice l’avv. CUR 1. L’Autorità ha considerato che, sulla base degli accertamenti effettuati, la necessità di istituire una misura di protezione a favore di PI 1 appariva indubbia “atteso che l’interessata” non risultava “più in grado di provvedere ai propri interessi”. Questo facendo riferimento ai certificati medici del dr. _, nonché all’esito della visita alla signora effettuata dall’assistente delegata dell’Autorità di protezione. A mente dell’Autorità la procura generale conferita al figlio non era in ogni caso più valida per effetto della perdita di capacità civile dell’interessata, dovuta alla sua accertata incapacità di discernimento. Visti gli evidenti dissidi fra i fratelli, l’Autorità di protezione ha concluso precisando che nel caso in esame era necessario incaricare una persona neutra.
3.
Con il proprio reclamo i fratelli RE 2 e RE 1 precisano innanzitutto che i certificati medici agli atti non si esprimevano sulla capacità di intendere e di volere della madre, pur non contestando che la madre, indiscutibilmente malata, non fosse più in grado di provvedere a sé stessa. La decisione querelata andava annullata. A mente dei reclamanti la procura generale sottoscritta dalla madre il 12 dicembre 2012 andava considerata quale “mandato precauzionale” ai sensi dell’art. 360 CC. Con la stessa PI 1 avrebbe espresso, in modo chiaro e inequivocabile, la propria volontà di delegare ogni potere di rappresentanza al figlio RE 2. I reclamanti contestano infine la tesi di controparte secondo cui la madre possedeva importanti somme di denaro, somme non dichiarate al fisco.
4.
Contestata nel caso in esame è la decisione di istituire una misura di protezione in favore di PI 1, nonché la scelta del curatore operata dall’Autorità.
In concreto va innanzitutto indicato che, con la scomparsa di PI 1 (26 giugno 2014) la curatela istituita con risoluzione del 16 settembre/22 ottobre 2013 ha in ogni caso preso fine. Giusta l’art. 399 CC la curatela prende fine per legge con la morte dell’interessato. Oggetto della presente è pertanto unicamente quello di esaminare la validità della curatela istituita il 16 settembre/22 ottobre 2013 con entrata in vigore immediata (a fronte del diniego dell'effetto sospensivo al reclamo), la cui validità è stata contestata con il reclamo in esame.
5.
Le condizioni materiali per l’istituzione di una curatela sono indicate all’art. 390 cpv. 1 CC. In particolare l’Autorità di protezione istituisce una curatela se una persona maggiorenne: non è in grado di provvedere ai propri interessi, o lo è solo in parte, a causa di una disabilità mentale, di una turba psichica o di un analogo stato di debolezza inerente alla sua persona (n. 1); a causa di un’incapacità di discernimento temporanea o di assenza, non è in grado di agire lei stessa e non ha designato un rappresentante per provvedere ad affari che occorre sbrigare (n. 2).
La legge menziona tre cause alternative, ovvero una disabilità mentale, una turba psichica o un analogo stato di debolezza; l’elenco è esaustivo (CommFam, Protection de l’adulte,
Meier,
art. ad art. 390 CC n. 25).
Secondo la dottrina l’ampia nozione di
"
analogo stato di debolezza
”, va interpretata restrittivamente
(CommFam, op. cit., ad art. 390 CC n. 17;
Meier/Lukic
, Introduction au nouveau droit de la protection de l’adulte, Ginevra 2011, n. 386, pag. 184). Secondo gli esempi citati dal Messaggio del Consiglio federale, tale nozione consente di proteggere, ad esempio, le persone anziane affette da deficienze analoghe a quelle delle persone afflitte da una disabilità mentale o da una turba psichica; compresi sono anche i casi estremi di inesperienza o di cattiva gestione, nonché rari casi di disabilità fisiche, per esempio i casi di paralisi grave o quelli di persone nel contempo cieche e sorde (Messaggio concernente la modifica del CC, protezione degli adulti, diritto delle persone e diritto della filiazione del 28 giugno 2006, FF 2006 pag. 6391 e segg.; vedi in particolare pag. 6432; v. anche BSK Erwachsenenschutz,
Henkel,
Basilea 2012, ad art. 390 CC n. 13;
Schmid
, Erwachsenenschutz Kommentar, Zurigo/San Gallo 2010, ad art. 390 CC n. 6; CommFam, op. cit., ad art. 390 CC n. 17). Come emerge chiaramente dal testo legale italiano e tedesco
, lo stato
di debolezza deve risiedere nella persona interessata (“
inerente alla sua persona
"; “
in der Person liegenden Schwächezustands
”)
e non essere ancorato a circostanze esterne, tra cui rientrano origine sociale, disagio estremo, difficoltà lavorative, solitudine, ecc.
(
Schmid
, op. cit., ad art. 390 CC n. 8). In effetti, obiettivo della misura è la protezione di persone in uno stato di debolezza, non la lotta contro comportamenti socialmente o moralmente inadeguati (BSK Erwachsenenschutz, op. cit., ad art. 390 CC n. 3; COPMA, Droit de la protection de l’adulte, Guide pratique, Zurigo/San Gallo 2012, n. 5.6, pag. 136; CommFam, op. cit., art. 390 CC n. 16 segg.;
Meier
, Les nouvelles curatelles; systématique, conditions et effets, n. 36, pag. 110-111).
L’istituzione di una misura è esclusa nei casi di semplice disagio finanziario, nella misura in cui spetta all’assistenza sociale intervenire; se tuttavia l'interessato omette di fare i passi necessari per ottenere prestazioni assistenziali a causa di una deficienza caratteriale, l’adozione di una misura protettiva può entrare in considerazione
(
Schmid
, op. cit., ad art. 390 CC n. 8; BSK
Erwachsenenschutz
, op. cit., ad art. 390 CC n. 18;
Meier/Lukic
, op. cit., n. 404, pag. 192-193).
L’esistenza di uno stato di debolezza non è ancora sufficiente per giustificare l’adozione di una misura:
occorre inoltre che l’interessato non sia in grado di provvedere ai propri affari né di designare rappresentanti che possano farlo (Messaggio, pag. 6432). Lo stato di debolezza (causa della curatela) deve dunque avere come conseguenza un bisogno di protezione e di assistenza dell’interessato (presupposto “sociale” della curatela) (
Schmid
, op. cit., ad art. 390 CC n. 1;
BSK
Erwachsenenschutz
, ad art. 390 CC n. 17;
Meier/Lukic
, op. cit., n. 405, pag. 193; COPMA, Droit de la protection de l’adulte, Guide pratique, n. 5.10 pag. 138). L’incapacità è una nozione relativa, da interpretare in funzione del genere di affari che l’interessato è chiamato a gestire; la loro importanza non è determinante in sé per l’istituzione di una curatela, ma avrà un ruolo nella scelta del tipo di curatela e nel determinare le sfere di compiti affidate al curatore (CommFam, op. cit., ad art. 390 CC n. 20).
5.1.
In generale, le condizioni previste all’art. 390 CC devono essere adempiute per l’istituzione di qualsiasi tipo di curatela; secondo la dottrina, è ad ogni modo innegabile che il tipo di curatela che si intende adottare influenzerà “a ritroso” l’esame delle condizioni (l’autorità potendosi mostrare meno esigente nel verificare l’adempimento delle condizioni nel caso in cui scelga una curatela d’accompagnamento, rispetto ad esempio ad una curatela generale, cfr.
Meier
, Les nouvelles curatelles, op. cit., n. 23, pag. 105; v. anche
Meier/Lukic
, op. cit., n. 403, pag. 192; cfr. sentenza CDP dell’11 marzo 2014, inc. 9.2013.175).
5.2.
Conformemente al principio della sussidiarietà, le misure ufficiali vanno ordinate soltanto se l’assistenza alla persona bisognosa d’aiuto non può essere adeguatamente garantita altrimenti (art. 389 cpv. 1 n. 1 CC; Messaggio, pag. 6432; COPMA, Droit de la protection de l’adulte, Guide pratique, n. 5.11 pag. 138). Ogni misura ufficiale deve inoltre essere necessaria e idonea (art. 389 cpv. 2 CC), in ossequio del principio della proporzionalità (art. 5 cpv. 2 Cost.; COPMA, Droit de la protection de l’adulte, Guide pratique, n. 5.11 pag. 138). Infine, l’autorità deve prendere in considerazione l’onere che sopportano i congiunti e i terzi, e la loro protezione, anche se tale aspetto non può giustificare, a sé stante, l’istituzione di una curatela (390 cpv. 2 CC; Messaggio, pag. 6432 ; BSK Erwa
chsenenschutz, op. cit., ad art. 390 CC n. 27;
CommFam, op. cit., ad art. 390 CC n. 27; COPMA, op. cit., 5.12 pag. 138). In questo senso, le aspettative successorie degli eredi non possono essere considerate interessi meritevoli di protezione (CommFam, ad art. 390 CC n. 32;
Meier/Lukic
, op. cit., n. 386, pag. 184).
5.3.
L’art. 446 CC definisce i principi procedurali applicabili nell’ambito della protezione degli adulti. Ai sensi della norma, l’autorità di protezione esamina d’ufficio i fatti (cpv. 1). Essa raccoglie le informazioni occorrenti e assume le prove necessarie; può incaricare degli accertamenti una persona o un servizio idonei e, se necessario, ordina che uno specialista effettui una perizia (cpv. 2). L’autorità di protezione non è vincolata dalle conclusioni delle persone che partecipano al procedimento (cpv. 3) e applica d’ufficio il diritto (cpv. 4).
La norma sancisce il principio inquisitorio illimitato, secondo il quale l’autorità è perfettamente libera nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove: secondo consolidata giurisprudenza, in base a tale principio l’autorità può assumere e ricercare delle prove – secondo il suo apprezzamento – anche secondo delle modalità inabituali e procurarsi d’ufficio dei rapporti allestiti da terzi (v. DTF 128 III 413 consid. 3.2.1; v. anche STF del 13 gennaio 2014, inc. 5A_843/2013, consid. 4.1 e 4.2, e Messaggio, pag. 6465-6466).
6.
Nel caso in esame, contrariamente a quanto palesato dai reclamanti, la risoluzione avversata resiste alla critica.
6.1.
Nella decisione impugnata l’Autorità di protezione indicava di aver preso la misura contestata anche sulla base del certificato medico del dr. _ del 29 febbraio 2012.
Il medico, che ha certificato di avere in cura PI 1 dal 29 febbraio 2012, aveva appunto indicato che si trattava “di una paziente 94enne in cattive condizioni generali, soprattutto in seguito ad un ictus ischemico emisferico sinistro con emisindrome destra completa avvenuto il 15 giugno 2012 ed in seguito al quale la paziente aveva presentato anche crisi epilettiche generalizzate ed era quindi stata ricoverata per dieci giorni presso il Servizio di Neurologia dell’Ospedale _”.
Nonostante la gravità della situazione clinica, lentamente la paziente (allora ricoverata presso la Casa per anziani _ di _), aveva ripreso un’alimentazione per via orale ed un discreto equilibrio. Nel certificato il medico indicava che la paziente passava “la giornata a letto o in poltrona”, persisteva “l’emiplegia completa destra con grosse difficoltà motorie e una afasia” che impediva “l’esecuzione di test mentali”. La paziente appariva “completamente disorientata nel tempo e nello spazio e non sempre” era “in grado di riconoscere il personale curante”.
Il medico riteneva infine che “la capacità della paziente ad autodeterminarsi” non era più presente e che necessitava misure di protezione (certificato del 29 febbraio 2012).
Già in precedenza lo stesso medico aveva certificato che PI 1, affetta da un grave polipatologia neurologica con stato confusionale, non era più in grado di gestire i propri interessi (certificato agli atti del 23 gennaio 2013).
6.2.
Ora, indipendentemente da quanto cercano di far credere i reclamanti, nel caso in esame determinante per l’istituzione della misura di protezione non era l’incapacità di discernimento di PI 1, bensì la capacità della stessa di provvedere ai propri interessi. Nel caso in esame non era stata istituita una curatela generale (ai sensi dell’art. 398 CC) che pone quale condizione appunto una durevole incapacità di discernimento, bensì una semplice curatela di rappresentanza ai sensi dell’art. 394 CC.
Ora che PI 1 non fosse al momento in cui è stata presa la risoluzione impugnata,
capace di provvedere ai propri interessi
non è in concreto messo in discussione. Gli stessi reclamanti hanno infatti dichiarato che la stessa era “indiscutibilmente malata e non in grado di provvedere a sé stessa” (reclamo pag. 4). Che la stessa si trovasse in “un analogo stato di debolezza” ai sensi dell’art. 390 CC risulta con ogni evidenza dal certificato medico agli atti.
Anche l‘assistente del Delegato dell'Autorità di protezione _ ha riscontrato difficoltà a stabilire il grado di lucidità di PI 1. A seguito della visita presso la Casa per anziani, ha infatti riferito che a seguito dell’
ictus
ischemico la signora soffriva di afasia che non permetteva di ben capire se non comprende quanto le veniva chiesto, se aveva problemi mnemonici o se non era in grado di esprimere il suo pensiero. L’infermiere capo reparto, presente alla visita, ha riferito che lo stato di orientamento della paziente variava di giorno in giorno.
Ora in simili circostanze la necessità di una misura di protezione appariva incontestabile.
6.3.
Quanto alla “Procura generale” del 12 dicembre 2012 agli atti, va rilevato quanto segue.
Con la procura, sottoscritta appunto il 12 dicembre 2012, PI 1 conferiva procura generale al figlio RE 2 per “esperire in suo nome e per suo conto tutte le pratiche, nessuna esclusa, di fronte alle Autorità civili, amministrative e fiscali, così come di fronte a compagnie assicurative e banche. La firma era stata autenticata dal notaio avv. PR 1 il giorno stesso.
Indipendentemente da quanto cercano di far credere i reclamanti la stessa non può con ogni evidenza essere considerata al pari di un mandato precauzionale ai sensi dell’art. 361 CC.
Giusta l’art. 361 CC, il mandato precauzionale è infatti costituito per atto olografo o per atto pubblico.
La “Procura generale”, benché firmata di pugno dall’interessata, era stata redatta al computer, e non rispettava la forma olografa, in quanto non interamente redatta a mano dall’interessata (CommFam, op. cit., art. 361 n. 7) e neppure poteva essere considerata quale atto pubblico.
La forma è una condizione di validità del mandato precauzionale.
A differenza del diritto successorio, il diritto di protezione degli adulti non prevede l’annullabilità in caso di un vizio di forma. In un simile caso il mandato è semplicemente nullo (CommFam, op. cit., art. 361 n. 17).
6.4.
Ora in simili circostanze, posta l’esigenza di istituire una misura di protezione in favore di PI 1 e ritenuto che la procura agli atti non costituiva un mandato precauzionale, va analizzato se la scelta di istituire CUR 1 quale curatrice resiste alle critiche dei reclamanti.
In concreto va di conseguenza accertato se vi era o meno un’esplicita espressione di volontà pronunciata da PI 1 alla nomina del figlio RE 2 quale curatore, così come sostenuto dai reclamanti.
L’art. 401 CC dispone che quando l’interessato propone quale curatore una persona di sua fiducia, l’autorità di protezione degli adulti vi acconsente se la persona proposta è idonea e disposta a investirsi della curatela.
L'art. 401 cpv. 1 CC concretizza il principio costituzionale dell’
autodeterminazione
, secondo il quale qualora la persona scelta dalla persona interessata sia idonea allo svolgimento del previsto mandato ai sensi dell’art. 400 cpv. 1 CC, l’autorità di protezione è persino obbligata a tenere conto del desiderio espresso dal curatelato, anche se altri candidati possiedono le stesse competenze; difatti, si parte dal principio che un rapporto di fiducia tra la persona interessata e il curatore sia indispensabile per il buon funzionamento della misura
(COMPA, op. cit., N. 6.21; CommFam, op. cit., art. 401 CC n. 1).
I desideri dei famigliari o di altre persone vicine, di cui è menzione all'art. 401 cpv. 2 CC, devono essere presi in considerazione unicamente “per quanto possibile”, e assumono un’importanza maggiore solo nei casi in cui l’interessato stesso non vuole o non può pronunciarsi, rispettivamente se la persona proposta non possiede le competenze necessarie.
Tuttavia l’autorità di protezione non è legata alla proposta di tali persone, né tanto meno al rifiuto da loro opposto alla nomina di un determinato curatore, disponendo essa di un ampio margine d’apprezzamento (CommFam, op. cit., art. 401 CC, n. 2 e 4-5).
Ora in concreto, nella fattispecie l’Autorità di protezione ha provveduto a sentire le parti. Quanto ad PI 1, non è stato possibile sentirla ed interrogarla in merito alla scelta di un eventuale curatore. Come riferito da _, assistente del Delegato, al momento della visita presso la Casa per anziani, la stessa non è stata in grado di stabilire il grado di lucidità di PI 1. Durante l’incontro PI 1 non ha in ogni caso indicato di voler affidare al figlio RE 2 il ruolo di curatore (cfr. “nota d’incarto” relativa alla visita del 20 giugno 2013).
In concreto, è certo acquisito che RE 2 si è occupato fino all’istituzione della curatela in esame della gestione corrente della madre e neppure è messo in dubbio che egli sia stato, assieme alla sorella, molto vicino alla madre.
Egli ha però negato ogni collaborazione con il fratello CO 2. Non ha infatti mai risposto ai suoi scritti, motivo per il quale CO 2 è stato costretto a rivolgersi all’Autorità di protezione (cfr. scritto del 25 gennaio 2013; incontro del 17 aprile 2013). I reclamanti hanno sempre negato ogni collaborazione con il fratello CO 2 (cfr. incontro del 14 maggio 2013: “i reclamanti confermano di non voler mostrare nulla al fratello CO 2, non solo perché non si è mai interessato della madre ma perché è la volontà della madre stessa che siano solo loro ad occuparsi della sua gestione economica e amministrativa”). Ora come evidenziato dall’Autorità di protezione stessa, il comportamento oppositivo messo in atto nei confronti di CO 2 da parte del fratello RE 2 osta alla sua nomina quale curatore della madre. Questo indipendentemente dalle motivazioni.
Dalla documentazione agli atti non è possibile determinare se la situazione di PI 1 fosse “semplice” da gestire, come indicavano i reclamanti. Certo è che la situazione che ruotava attorno all’interessata era con ogni evidenza conflittuale. Dagli atti risulta infatti che vi fossero evidenti dissidi fra i fratelli. In simili circostanze, vista la forte conflittualità, la decisione dell’Autorità di protezione di nominare una persona esterna alla cerchia famigliare, idonea allo svolgimento del mandato e in grado di tutelare gli interessi della curatelata, resiste alla critica dei reclamanti.
Nella risoluzione impugnata l’Autorità di protezione ha infatti indicato che appariva “necessario inserire una figura neutra cui affidare sia la compilazione dell’inventario che la gestione corrente degli averi dell’interessata”.
In concreto, ritenuto l’evidente rapporto conflittuale tra i figli di PI 1, la scelta di un curatore esterno alla famiglia appariva la soluzione più idonea per garantire al meglio gli interessi della curatelata stessa. La risoluzione impugnata resiste pertanto alle critiche dei reclamanti e va pertanto confermata.
7.
Tasse e spese sono a carico dei reclamanti (in solido), che risultano interamente soccombenti.