Decision ID: 122f12df-2dc4-53d8-abd0-63d1f970e509
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
L’interessato, cittadino iraniano, ha depositato una domanda d’asilo in
Svizzera il (...) marzo 2019, dopo essersi presentato alle autorità di confine
elvetiche (cfr. atti della Segreteria di Stato della migrazione [di seguito:
SEM] n. [{...}]-1/8 e n. 2/2).
B.
Il succitato, è stato sentito nell’ambito di un verbale di rilevamento sui dati
personali in data (...) aprile 2019 (cfr. atto SEM n. 12/7, di seguito: verbale
1), il (...) aprile 2019 durante un colloquio Dublino (cfr. atto SEM n. 16/1),
ed infine riguardo in particolare i suoi motivi d’asilo il (...) luglio 2019 (cfr.
atto SEM n. 29/19, di seguito: verbale 2) rispettivamente il (...) agosto 2019
(cfr. atto SEM n. 31/11).
Durante il corso di tali audizioni, il richiedente asilo ha dichiarato, in
sostanza e per quanto qui di rilievo, di aver abitato a B._ quale
ultimo domicilio nel paese d’origine, condividendo un appartamento con
altre (...) persone, nonché lavorando in un (...) dal (...) del (...) sino al suo
espatrio, avvenuto il (...), via aerea e legalmente, verso la C._. Egli
sarebbe partito dall’Iran a causa di un litigio insorto il (...) con alcuni
famigliari (il padre e due fratelli, D._ e E._), che lo avrebbero
picchiato nel (...) in cui esercitava, cercando di trascinarlo via, poiché
sarebbero venuti a conoscenza della sua omosessualità. Grazie
all’intervento di alcune persone, il ricorrente sarebbe riuscito a darsi alla
fuga, perdendo il suo cellulare, e rifugiandosi più tardi presso il compagno.
Tale evenienza sarebbe successa, poiché un suo conoscente, F._,
che aveva preso parte ad una festa LGBT (o anche detta “LGBTI”,
acronimo per comunità lesbica, gay, bisessuale, transgender e
intersessuale) il (...) organizzata con il suo partner (del ricorrente) dove
avevano annunciato la loro relazione, dopo aver litigato con il compagno,
avrebbe inviato delle fotografie scattate nel corso della festa al fratello
E._ Dopo essere espatriato con il compagno in C._,
avrebbe inoltre appreso dal suo fratello (...) G._ – l’unico membro
famigliare con il quale avrebbe mantenuto dei contatti – che il cellulare nel
quale egli avrebbe salvato svariate fotografie che mostravano anche la sua
vita con il compagno, sarebbe arrivato nelle mani del fratello E._, il
quale avrebbe visto anche tutte queste fotografie. Il partner, dopo circa (...)
di permanenza in C._, lo avrebbe lasciato, decidendo di andare a
vivere nella zona del H._ presso uno zio. L’interessato, sempre
attraverso il fratello (...), sarebbe in seguito stato edotto circa il fatto che gli
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altri fratelli lo stessero cercando e fossero intenzionati a venirlo a cercare
in C._ per riportarlo in Iran. Temendo per la sua vita a causa delle
fotografie scoperte, sia da parte dei famigliari che il rischio di essere
sottoposto ad un procedimento penale nel suo paese d’origine, dopo circa
(...) o (...) di permanenza in C._ – ove avrebbe inoltrato una
domanda d’asilo presso le I._ – si sarebbe diretto dapprima in
J._, per poi proseguire per la Svizzera.
A supporto delle sue allegazioni, l’interessato ha presentato copie di una
fotografia del suo passaporto iraniano (cfr. atti SEM n. 18/1, n. 19/1 e
n. 20/1), e del suo certificato di nascita iraniano (“Shenassnameh” cfr. atti
SEM n. 22/1, n. 23/5 e n. 25/2 e n. 26/6).
C.
Per il tramite della decisione del 2 settembre 2019, l’autorità inferiore ha
comunicato al rappresentante legale dell’interessato, che la domanda
d’asilo dell’interessato sarebbe stata trattata nel seguito secondo la
procedura ampliata ed il suo mandante sarebbe stato assegnato al
K._ (cfr. atti SEM n. 34/2, n. 38/2 e n. 40/1).
D.
Con decisione dell’8 ottobre 2019, notificata il medesimo giorno (cfr. atto
SEM n. 44/1), la SEM non ha riconosciuto la qualità di rifugiato
all’interessato e ha respinto la sua domanda d’asilo. Altresì, ha pronunciato
il suo allontanamento dalla Svizzera e l’esecuzione della predetta misura,
siccome ammissibile, ragionevolmente esigibile e possibile.
E.
In data 7 novembre 2019 (cfr. risultanze processuali), il ricorrente è insorto
con ricorso avverso la summenzionata decisione dinanzi al Tribunale
amministrativo federale (di seguito: il Tribunale), chiedendo, in via
principale, l’annullamento del provvedimento impugnato, il riconoscimento
della qualità di rifugiato e la concessione dell’asilo in Svizzera. In primo
subordine, ha postulato la concessione dell’ammissione provvisoria in
Svizzera, per inammissibilità ed inesigibilità dell’esecuzione
dell’allontanamento; nonché in secondo subordine, la restituzione degli atti
di causa all’autorità inferiore per completamento istruttorio, sia per la
determinazione della qualità di rifugiato, sia ai fini della valutazione circa la
sussistenza di ostacoli all’esecuzione dell’allontanamento.
Contestualmente, ha presentato un’istanza di assistenza giudiziaria, nel
senso dell’esenzione dal versamento delle spese processuali e del relativo
anticipo. Al ricorso, è stato allegato, quale nuovo documento, copia dello
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scritto ricevuto dal rappresentante legale del ricorrente da parte dell’(...) (di
seguito: [...]) del (...).
F.
Con scritto del 13 novembre 2019 (cfr. risultanze processuali), il ricorrente
ha trasmesso al Tribunale copia di una missiva del (...) inviatagli dall’(...),
che attesterebbe della registrazione della sua domanda d’asilo presso lo
stesso organismo in C._ il (...), nonché una scheda dell’(...) relativa
un riassunto dei dati personali del richiedente del (...).
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.

Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6
LAsi).
Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù
dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA
prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette
autorità (art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi
dell’art. 5 PA.
Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è
particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 2 LAsi), alla forma e al
contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso.
2.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati, in materia d’asilo, la
violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi; cfr. DTAF 2014/26 consid. 5),
e, in materia di diritto degli stranieri, pure l’inadeguatezza ai sensi
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dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 consid. 5). Il Tribunale non è vincolato né
dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della
decisione impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1
consid. 2).
3.
Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti.
4.
4.1 Nella propria decisione, la SEM ha innanzitutto considerato
incompatibili con la logica dell’agire le circostanze grazie alle quali i
famigliari del ricorrente sarebbero venuti a conoscenza della sua
omosessualità. Invero, non risulterebbe credibile né che egli non abbia mai
ritenuto necessario conoscere il movente scatenante delle sue
problematiche, ovvero il contenuto del litigio tra il suo compagno e la terza
persona, né che egli tenesse con sé un telefono con fotografie
compromettenti, senza prendere alcuna misura di protezione. Pertanto non
sarebbe verosimile né il litigio con protagonista il compagno, come neppure
che siano state inviate delle fotografie ai suoi famigliari e la successiva
persecuzione di questi ultimi, ed infine nemmeno che i suoi famigliari
avrebbero avuto accesso a sue fotografie tramite il suo cellulare. L’autorità
inferiore ha inoltre ritenuto la descrizione dell’episodio del pestaggio
avvenuto nel negozio come poco credibile, in quanto troppo superficiale,
stereotipata, priva di elementi reali e personali convincenti, nonché in
relazione alla dinamica dei fatti pure incoerente. La SEM ha così escluso
che i suoi famigliari, o al di fuori della comunità omosessuale, siano venuti
a conoscenza del suo orientamento sessuale. Proseguendo nell’analisi,
l’autorità di prime cure ha ritenuto che, in mancanza di un’esposizione
pubblica, per il ricorrente non si configurerebbe un timore fondato di subire
delle persecuzioni nel suo Paese d’origine. La sola omosessualità
dell’insorgente, non rappresenterebbe, di per sé sola, un elemento
rilevante per la concessione della qualità di rifugiato. Per il resto, le
continue sollecitazioni ricevute dai famigliari affinché egli contraesse
matrimonio con una donna, non lo avrebbero apparentemente condotto
all’espatrio e non sarebbero pertanto pertinenti ai sensi dell’art. 3 LAsi.
4.2 Nel suo ricorso, l’insorgente contesta in toto le conclusioni presenti
nella decisione impugnata. In primo luogo, egli sostiene che, malgrado
effettivamente abbia affermato di non conoscere i motivi del litigio insorto
tra il suo ex compagno e F._, non andrebbe trascurato nella
valutazione complessiva della verosimiglianza dei suoi asserti, che lui ha
narrato in modo completo ed esaustivo sia i fatti inerenti la festa sia la lite
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con i famigliari, nonché la descrizione apportata di F._ Inoltre,
tenuto conto del clima di permanente oppressione in cui si ritroverebbero
gli omosessuali in Iran, non potrebbe essere atteso da loro che si sentano
liberi di investigare senza timore sui retroscena di rancori e litigi. Il clima di
paura nel quale vivrebbero gli omosessuali nel Paese d’origine del
ricorrente, non apparirebbe essere stato preso in considerazione
dall’autorità inferiore nel provvedimento avversato. Per di più, la mancata
investigazione dei motivi del litigio scoppiato tra l’ex compagno e
F._, da parte del ricorrente, sembrerebbe pure marginale rispetto
alla forte preminenza della sua preoccupazione per la propria incolumità.
Se avesse voluto, avrebbe peraltro potuto improvvisare un qualsiasi motivo
ma, coerentemente, non l’avrebbe fatto. Tutti gli elementi sopra evidenziati,
sarebbero stati, a mente dell’insorgente, assenti nella motivazione della
decisione impugnata, non trascurabili però per esprimere un giudizio sulla
verosimiglianza del suo racconto. In secondo luogo, sarebbe pure
verosimile che il suo cellulare e le fotografie ivi contenute, fossero entrati
in possesso dei suoi famigliari. Ciò poiché il ricorrente sarebbe stato
legittimato a ritenere una misura di sicurezza sufficiente il tenerli sempre
con sé, prima dell’aggressione da parte dei famigliari, non potendo
immaginare sino a quel momento che la sua omosessualità fosse trapelata
al di fuori della cerchia ristretta della comunità LGBT. In merito, andrebbe
pure considerato che egli avrebbe descritto con dovizia di particolari le
misure di sicurezza adottate per il suo cellulare e che, al contrario di quanto
sostenuto nella decisione avversata, apparirebbe maggiormente credibile
che oggigiorno una persona conservi dei ricordi della sua vita privata nel
proprio cellulare, piuttosto che il contrario. In terzo luogo, sarebbe
verosimile anche la lite avvenuta con i famigliari nel (...), in quanto le
puntuali sollecitazioni dell’auditore avrebbero avuto tutte delle risposte
esaustive e circostanziate e la contraddizione rilevata dalla SEM parrebbe
minore, considerando che il ricorrente non si sarebbe invece contraddetto
nelle 22 domande poste durante l’audizione complementare, a ben 43
giorni di distanza da quella sui motivi. In merito alla contraddizione rilevata
dalla SEM, anche se questa effettivamente sussisterebbe, non sarebbe
stata rilevata dal funzionario incaricato durante le audizioni sui motivi
d’asilo, negando quindi la possibilità al ricorrente di prendere posizione.
Accertata la verosimiglianza delle sue allegazioni, il ricorrente sottolinea
dapprima come, a fronte della giurisprudenza del Tribunale (in particolare
della sentenza D-891/2013 del 17 gennaio 2014), vista la situazione di
repressione nella quale vivrebbero gli omosessuali in Iran, si potrebbe
presupporre esservi un rischio considerevole per i medesimi di una
possibile persecuzione pertinente ai sensi dell’art. 3 LAsi. Difatti, le
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persone sospettate di essere omosessuali dalle forze di sicurezza,
verrebbero spesso arrestate nei parchi e nei ristoranti. A questo
bisognerebbe aggiungere la sorveglianza su internet e le perquisizioni a
domicilio, che sarebbero costitutive di azioni mirate contro le minoranze
sessuali in Iran. Infrastrutture di protezione sarebbero, inoltre, assenti. Il
ricorrente avrebbe quindi un timore oggettivamente fondato di subire delle
persecuzioni future rilevanti ai sensi dell’asilo, nel caso di un suo ritorno nel
paese d’origine, e quindi adempirebbe i requisiti per il riconoscimento della
qualità di rifugiato. Anche nella denegata ipotesi che le sue allegazioni
apparissero parzialmente inverosimili, nascondere la propria
omosessualità per tutta la vita potrebbe avere come conseguenza – in
analogia con la giurisprudenza resa dal Tribunale in ambito sia di
conversione religiosa (sentenza del Tribunale D-4952/2014 del
23 agosto 2017) che inerente un omosessuale iracheno (cfr. sentenza
D-6359/2018 del 2 aprile 2019), come pure in relazione alla giurisprudenza
sia di altri Paesi membri dell’Unione europea che dalla Corte europea dei
diritti dell’uomo (di seguito CorteEDU) – una pressione psichica
insopportabile; la quale avrebbe come risultato la commissione di
un’imprudenza, di essere scoperto dalle autorità e condannato a morte.
L’autorità inferiore, non avrebbe, a torto, effettuato alcuna analisi in merito
al rischio di persecuzioni future connesso con l’orientamento sessuale del
ricorrente e circa l’insostenibile pressione psicologica al quale egli sarebbe
esposto in caso di rientro in Iran. In tal senso, non andrebbe trascurato
neppure come egli abbia richiesto in C._ protezione all’(...). Al fine
di circostanziare i pericoli che il richiedente correrebbe in caso di rientro in
Iran, egli delinea infine la situazione drammatica in cui verserebbe la
comunità LGBTI, citando quali fonti documenti elaborati da organizzazioni
sia governative che non governative, operanti sia localmente che
globalmente, specializzate nei diritti della comunità LGBTI o attive per i
diritti umani in generale. A fronte di tale situazione, il rischio di una
persecuzione futura del ricorrente apparirebbe essere possibile in modo
preponderante. Altresì, l’eventualità che egli mantenga segreto il suo
orientamento sessuale, vita natural durante, apparirebbe di difficile
attuazione.
5.
5.1 La Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le
disposizioni della LAsi (art. 2 LAsi). L’asilo comprende la protezione e lo
statuto accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di
rifugiato. Esso include il diritto di risiedere in Svizzera.
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Sono rifugiati le persone che, nel Paese d’origine o d’ultima residenza,
sono esposte a seri pregiudizi a causa della loro razza, religione,
nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le loro
opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di essere esposte a tali
pregiudizi (art. 3 cpv. 1 LAsi). Sono pregiudizi seri segnatamente
l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché
le misure che comportano una pressione psichica insopportabile (art. 3
cpv. 2 LAsi).
5.2 Il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito all’art. 3
LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in rapporto
con la situazione reale, e un elemento soggettivo. Sarà riconosciuto come
rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente riconoscibili da terzi
(elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) di essere esposto, in
tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, a una persecuzione (cfr.
DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5). Sul piano soggettivo,
deve essere tenuto conto degli antecedenti dell’interessato, segnatamente
dell’esistenza di persecuzioni anteriori, nonché della sua appartenenza a
una razza, a un gruppo religioso, sociale o politico, che lo espongono
maggiormente a un fondato timore di future persecuzioni. Infatti, colui che
è già stato vittima di persecuzione ha dei motivi oggettivi di avere un timore
(soggettivo) di nuove persecuzioni più fondato di colui che ne è l’oggetto
per la prima volta (cfr. DTAF 2010/57 consid. 2.5 con giurisprudenza ivi
citata). Sul piano oggettivo, tale timore dev’essere fondato su indizi concreti
e sufficienti che facciano apparire, in un futuro prossimo e secondo un’alta
probabilità, l’avvento di seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi. Non sono
sufficienti, quindi, indizi che indicano minacce di persecuzioni ipotetiche
che potrebbero prodursi in un futuro più o meno lontano (cfr. DTAF 2010/57
consid. 2.5 con rinvii).
6.
6.1 Chiunque domanda asilo deve provare o per lo meno rendere
verosimile la sua qualità di rifugiato (art. 7 cpv. 1 LAsi). La qualità di
rifugiato è resa verosimile se l’autorità la ritiene data con una probabilità
preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono inverosimili in particolare le
allegazioni che su punti importanti sono troppo poco fondate o
contraddittorie, non corrispondono ai fatti o si basano in modo
determinante su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi).
6.2 È pertanto necessario che i fatti allegati dal richiedente l’asilo siano
sufficientemente sostanziati, plausibili e coerenti fra loro; in questo senso
dichiarazioni vaghe, quindi suscettibili di molteplici interpretazioni,
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contraddittorie in punti essenziali, sprovviste di una logica interna,
incongrue ai fatti o all’esperienza generale di vita, non possono essere
considerate verosimili ai sensi dell’art. 7 LAsi. È altresì necessario che il
richiedente stesso appaia come una persona attendibile, ossia degna di
essere creduta. Questa qualità non è data, in particolare, quando egli fonda
le sue allegazioni su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi),
omette fatti importanti o li espone consapevolmente in maniera falsata, in
corso di procedura ritratta dichiarazioni rilasciate in precedenza o, senza
motivo, ne introduce tardivamente di nuove, dimostra scarso interesse
nella procedura oppure nega la necessaria collaborazione. Infine, non è
indispensabile che le allegazioni del richiedente l’asilo siano sostenute da
prove rigorose; al contrario, è sufficiente che l’autorità giudicante, pure
nutrendo degli eventuali dubbi circa alcune affermazioni, sia persuasa che,
complessivamente, tale versione dei fatti sia in preponderanza veritiera. Il
giudizio sulla verosimiglianza non deve, infatti, ridursi a una mera verifica
della plausibilità del contenuto di ogni singola allegazione, bensì
dev’essere il frutto di una ponderazione tra gli elementi essenziali a favore
e contrari ad essa; decisivo sarà dunque determinare, da un punto di vista
oggettivo, quali fra questi risultino preponderanti nella fattispecie (cfr.
DTAF 2013/11 consid. 5.1 e relativi riferimenti).
7.
Nel caso in parola, va anzitutto analizzata la verosimiglianza delle
dichiarazioni del ricorrente.
7.1 Preliminarmente il Tribunale non intende mettere in dubbio la credibilità
dell’omosessualità asserita dal ricorrente, come del resto neppure è il caso
dell’autorità inferiore nella decisione avversata, dato che in merito le sue
allegazioni – in particolare circa la relazione vissuta con l’ex partner e la
vita da lui trascorsa a B._ – risultano essere sufficientemente
concrete, dettagliate e sostanziate (cfr. verbale 2, D48 segg., pag. 6 segg.).
7.2 Invece, a differenza di quanto sostenuto nel gravame dal ricorrente, la
circostanza che egli non abbia mai voluto indagare rispetto ai motivi del
litigio insorto tra il suo ex compagno e F._, il quale avrebbe in
seguito inviato le fotografie comprovanti la sua omosessualità, non risulta
essere “marginale”, bensì particolarmente significativa. D’un canto, infatti,
tale litigio sarebbe alla base della sua partenza dal Paese d’origine, nonché
della rottura dei legami con i suoi famigliari (a parte con un fratello [...]),
alcuni dei quali lo avrebbero pure cercato di punire, presso il (...) dove
esercitava l’attività lavorativa. D’altro canto, al contrario di quanto allegato
nel ricorso dall’insorgente, non si vede alcun timore né soggettivo né
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oggettivo per il medesimo di interrogare al riguardo il suo ex compagno –
peraltro che ha pure deciso di espatriare con lui – con il quale è rimasto
ancora (...) dopo la partenza dal Paese d’origine. Appare quindi poco
credibile che egli, nonostante fosse al corrente di alcuni aspetti del litigio,
come con chi avrebbe litigato il suo ex compagno e che il tutto sarebbe
nato da una discussione (cfr. verbale 2, D49, pag. 7 e D60 segg., pag. 8
seg.), non si sia intrattenuto maggiormente con il suo ex compagno, da
ultimo anche in C._, sul movente del litigio che avrebbe poi
scatenato la reazione di F._, inviando delle loro fotografie al fratello
del ricorrente. Anche l’argomentazione sostenuta nel ricorso, che egli
avrebbe formulato delle ipotesi sulla personalità di F._, e sulle
motivazioni che avrebbero condotto questi al gesto dell’invio delle
fotografie ai suoi famigliari, non soccorre l’insorgente, anzi rendono ancora
più inspiegabile il mancato chiarimento con l’ex partner, poiché sarebbe
bastato ciò per eventualmente confermare o smentire le sue impressioni.
Il fatto poi che l’insorgente avrebbe descritto dettagliatamente la festa ed il
litigio avvenuto in seguito con i famigliari, non risulta apportare alcuna
spiegazione riguardo alla mancanza di tale elemento fondamentale del suo
racconto, poiché innescante tutto il suo motivo d’asilo (cfr. verbale 2, D128
segg., pag. 16), nonché pure in seguito lo scioglimento della sua relazione
con il partner in C._ (cfr. verbale 2, D56 seg., pag. 8). Appare
peraltro del tutto assente dalle allegazioni del ricorrente, proposte nel corso
delle audizioni, qualsiasi riferimento spontaneo alle spiegazioni da lui
fornite all’ex compagno del litigio avvenuto con i suoi famigliari nel (...) e/o
a qualsivoglia discussione con il medesimo riguardo tali fatti (cfr. verbale 2,
D103, pag. 13), a parte in una circostanza su quesito specifico
dell’interrogante (cfr. verbale 2, D56 seg., pag. 8). Tale circostanza, mette
ancora maggiormente in dubbio la credibilità degli asserti del ricorrente,
circa il presunto litigio tra il suo ex compagno e F._, alla base
dell’invio da parte di quest’ultimo delle fotografie ai parenti dell’insorgente.
7.3 Anche l’evenienza di aver conservato all’interno del cellulare alcune
fotografie, che lo avrebbero ritratto col suo ex compagno, non è credibile.
Se da una parte non si pretende che l’insorgente non potesse possedere
alcuna fotografia con quest’ultimo, dall’altra è logico pensare che esse non
siano immediatamente accessibili a terzi, come invece sarebbe stato nel
caso di specie (cfr. verbale 2, D91 segg., pag. 11). Il ricorrente stesso,
infatti, ha asserito di essere pienamente consapevole dei rischi che
correrebbe in Iran in quanto omosessuale e della condotta ivi penalmente
perseguibile (cfr. verbale 3, D72, pag. 7). Il rischio di una perquisizione, di
una confisca del cellulare e di un esame dello stesso, quindi, avrebbe
indotto una persona ragionevole a non salvarvi immagini compromettenti.
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Plausibile apparirebbe al contrario che il ricorrente, tra l’altro (...) in un (...)
e cognito pure di (...) (cfr. verbale 2, D89, pag. 11), avesse conservato le
proprie fotografie in un luogo difficilmente accessibile a terzi e separato dal
suo cellulare, che peraltro egli spesso cambiava, vendendolo a terze
persone. Anche quest’ultima circostanza, fa maggiormente dubitare degli
asserti dell’insorgente in merito, in quanto appare quantomeno illogico che
egli si fidasse a vendere svariate volte il suo cellulare, estraendo i suoi dati
– quindi anche le fotografie che lo ritraevano con l’ex partner – dalla
memoria del telefono, senza temere che vi potessero rimanere delle tracce
nello stesso o della documentazione non eliminata. La giustificazione
addotta in corso d’audizione (cfr. verbale 2, D93, pag. 12), e ribadita in
sede ricorsuale, e cioè che il sistema di sicurezza più efficace, sarebbe
stato quello di tenere sempre con sé il cellulare e le fotografie, non può
essere seguita. Risulta difatti essere evidente che non è così, essendo
sufficiente perdere il cellulare, farsi derubare o subire una perquisizione,
perché le fotografie possano cadere in mano a terzi.
7.4 Infine, inverosimili appaiono essere anche il litigio ed il pestaggio del
ricorrente da parte di alcuni famigliari. La descrizione fornita dall’insorgente
risulta prima di tutto povera di dettagli concreti e priva di elementi che
rendano queste ultime circostanze personalmente vissute. A titolo
esemplificativo il ricorrente, chiamato a descrivere l’episodio successo, in
prima battuta ha in maniera superficiale e stereotipata riferito che i suoi
famigliari sarebbero entrati nel negozio, gli avrebbero rivolto parolacce e
dato pugni e schiaffi (cfr. verbale 2, D49, pag. 7 e D70, pag. 9). Solo in un
secondo tempo, e ogni volta su sollecitazione dell’interrogante, egli ha
fornito via via dei dettagli maggiori in merito, allegando che prima del litigio
egli sarebbe stato intento a spostare delle sedie (cfr. verbale 2, D73,
pag. 10); che un suo fratello, da dietro, gli avrebbe messo una mano sulla
spalla (cfr. verbale 2, D75, pag. 10 e D98, pag. 12); che questo fratello gli
avrebbe mostrato una fotografia (cfr. verbale 2, D76, pag. 10 e D98,
pag. 12) e che lui ne sarebbe rimasto scioccato (cfr. verbale 2, D78,
pag. 10). Tuttavia, anche questi elementi aggiuntivi, risultano essere
piuttosto scarni e privi di quegli indizi concreti ed emozionali, che avrebbe
invece fornito una persona che avrebbe vissuto tali momenti concitati, che
avrebbero condotto alla rottura irreversibile con alcuni membri famigliari.
Tale conclusione, è rafforzata anche dalle contraddizioni rilevabili nella
narrazione del ricorrente dello stesso evento, che si contrappongono con
quanto sostenuto nel ricorso dall’insorgente circa la coerenza delle
dichiarazioni da lui rilasciate in proposito. Se invero nella prima audizione
sui motivi, egli ha ricollegato sia il toccamento alla spalla che la visione
delle fotografie trasmesse ai famigliari, come pure le domande a lui rivolte,
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ad uno solo dei fratelli (cfr. verbale 2, D95 segg., pag. 12); nella seconda
audizione egli ha ricondotto invece la prima azione al fratello (...)
D._, mentre che le successive all’altro fratello presente E._
(cfr. verbale 3, D37 segg., pag. 4 seg.). Altresì, anche quanto avrebbe
subito durante la lite, sarebbe discrepante nelle due audizioni. Se in un
primo tempo egli ha difatti descritto di aver ricevuto dei pugni e degli schiaffi
(cfr. verbale 2, D70, pag. 9); gli schiaffi nella descrizione successiva sono
del tutto assenti, ma vi si aggiungono i calci, nonché sarebbe stato preso
per i polsi e gli avrebbero girato le mani (cfr. verbale 3, D49, pag. 6). Per di
più, dapprima egli ha narrato di un’unica fotografia che gli sarebbe stata
mostrata prima di essere picchiato (cfr. verbale 2, D76 seg., pag. 10; D98,
pag. 12); quando invece in seconda battuta si sarebbe trattato di più
fotografie mostrategli (cfr. verbale 2, D95 seg., pag. 12; verbale 3, D37
segg., pag. 4 segg.). Non da ultimo, il ricorrente si è contraddetto su un
punto fondamentale riguardante la dinamica dell’episodio: in un primo
momento ha dichiarato che i suoi famigliari sarebbero entrati nel (...) dove
lavorava e avrebbero subito cominciato a picchiarlo (cfr. verbale 2, D49,
pag. 7 e D70, pag. 9); mentre in un secondo momento ha addotto, in modo
incoerente e senza alcuna spiegazione, che prima di picchiarlo gli
avrebbero mostrato le fotografie comprovanti la sua omosessualità (cfr.
verbale 2, D96 seg., pag. 12). Quest’ultima discrepanza è inspiegabile,
perché ne va della ragione stessa del pestaggio. I fratelli del ricorrente,
infatti, a detta di quest’ultimo, lo avrebbero picchiato proprio a causa di
queste fotografie. Il fatto di avergliele mostrate è quindi un aspetto primario
nei motivi d’asilo addotti dal ricorrente, non suscettibile di mancare
completamente tra una descrizione e l’altra degli stessi. Il fatto poi che tale
discrepanza non sia stata rimarcata dal funzionario incaricato già durante
l’audizione, non risulta in alcun modo essere lesiva del diritto di essere
sentito del ricorrente come sollevato da costui nel gravame, avendo in
merito potuto peraltro prendere compiutamente posizione nel suo ricorso.
Le dissonanze sopra rimarcate risultano essere nel complesso troppo
eclatanti per poter essere minimizzate, e rendono l’intera vicenda del litigio
con i famigliari inverosimile.
7.5 Riassumendo, ne discende che il ricorrente non ha quindi reso
verosimile che delle fotografie comprovanti la sua omosessualità siano
state inviate ai suoi famigliari, che vi sia stato un litigio per questo motivo,
né che questi ultimi siano entrati in possesso del suo cellulare contenente
altre fotografie simili. Di convesso, neppure le sue asserzioni circa il timore
che egli avrebbe avuto che i fratelli lo venissero a cercare in C._,
come pure che della sua situazione di omosessualità, a causa del
ritrovamento delle fotografie da parte dei famigliari, ne sarebbero potute
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Pagina 13
venire a conoscenza le autorità iraniane, mettendo in pericolo la sua vita
(cfr. verbale 2, D49, pag. 7; D104 segg., pag. 13), non risultano essere
verosimili. Perciò, complessivamente, l’insorgente non ha reso verosimile
che la sua omosessualità, sia prima che successivamente il suo espatrio,
sia trapelata al di fuori della comunità LGBTI iraniana. Tali conclusioni non
sono poste in discussione, neppure dalle asserzioni e dalla
documentazione fornita in fase ricorsuale dall’insorgente inerente la
domanda di protezione che avrebbe presentato in C._, in quanto
non contengono alcun elemento concreto atto a suffragare, o a rendere
verosimili, le circostanze che lo avrebbero indotto alla partenza dal Paese
d’origine così come presentate alle autorità elvetiche.
8.
8.1 Nel suo ricorso, l’insorgente ritiene inoltre che la SEM, a prescindere
dalla verosimiglianza degli asserti dell’insorgente circa i motivi che lo
avrebbero spinto all’espatrio, visto che non ne ha comunque messo in
dubbio la sua omosessualità, avrebbe dovuto effettuare un’analisi del
rischio di persecuzioni future connesso con il suo orientamento sessuale,
nonché in relazione alla pressione psicologica insopportabile alla quale egli
sarebbe esposto nel caso di un suo ritorno in Iran. Analisi, che non
avrebbe, a torto, invece effettuato. Già solo per questo, la decisione della
SEM sarebbe passiva di annullamento con il conseguente riconoscimento
della qualità di rifugiato all’insorgente o, subordinatamente, con il rinvio
degli atti all’autorità inferiore, per nuova valutazione.
8.2 Dapprima v’è in merito da rilevare come, secondo costante
giurisprudenza dello scrivente Tribunale, le persone omosessuali non sono
sottoposte ad una persecuzione collettiva (cfr. sentenze del Tribunale
E-5403/2020 del 2 dicembre 2020 consid. 6.5.1, D-6384/2019 del
9 aprile 2020 consid. 7.4.1 con ulteriori riferimenti ivi citati, D-891/2013 del
17 gennaio 2014 consid. 5 con rinvio alle sentenze della CorteEDU
C-199/12, C-200/12 e C-201/12 del 7 novembre 2013). In particolare, nella
sentenza D-891/2013 succitata, e menzionata anche nel ricorso, seppure
il Tribunale osservi che vista la situazione di forte repressione
dell’omosessualità vigente in Iran, vi sia il rischio considerevole di una
potenziale minaccia di persecuzione, tuttavia l’analisi se la stessa sia in
preponderanza verosimile nel caso di un ritorno del richiedente asilo
interessato, occorrerà valutarlo accuratamente in ogni singola fattispecie
(cfr. consid. 5.3).
8.3 Stando a rapporti attuali, l’omosessualità in Iran continua ad essere
criminalizzata e le pene previste al riguardo sono elevate e vanno fino alla
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Pagina 14
pena capitale. Le persone omosessuali vengono discriminate ed arrestate
dalle forze di sicurezza iraniane e gli atti criminali compiuti nei confronti
degli omosessuali vengono tollerati (cfr. U.S. Departement of State, 2019
Country Reports on Human Rights Practices: Iran, 11 marzo 2020
< https://www.state.gov/reports/2019-country-reports-on-human-rights-
practices/iran/ >, consultato il 08.03.2021; Human Rights Watch, World
Report 2021: Iran, 13 gennaio 2021, < https://www.hrw.org/world-report/
2021/country-chapters/iran# >, consultato da ultimo il 08.03.2021; Amnesty
International, Human Rights in Iran: Review of 2019, 18 febbraio 2020, <
https://www.ecoi.en/file/local/2024802/MDE1318292020ENGLISH.PDF >,
consultato il 08.03.2021; International Federation for Human Rights [FIDH],
No one is spared, The widespread use of death penalty in Iran, ottobre
2020, < https://www.fidh.org/IMG/pdf/iranpdm758ang-2.pdf >, consultato il
08.03.2021). Gli ampi stralci di rapporti citati dal ricorrente nel suo ricorso
vanno nella medesima direzione. In ogni caso – circostanza che viene
invece sottaciuta nel gravame – solo raramente in Iran si procede
penalmente per punire atti omosessuali. Ciò non da ultimo, secondo alcune
fonti, poiché il diritto processuale penale iraniano porrebbe, per la prova di
atti omosessuali, degli ostacoli importanti e punirebbe false accuse al
riguardo con pene severe (cfr. Austrian Centre for Country of Origin &
Asylum Research and Documentation [ACCORD], Iran: COI Compilation,
luglio 2018, < https://www.ecoi.net/en/file/local/1441174/1226_153492579
0_iran-coi-compilation-july-2018-final.pdf >, consultato il 09.03.2021; cfr.
anche in merito la sentenza E-5403/2020 consid. 6.5.2 con ulteriori rif.
citati). Del resto, anche il Comitato contro la tortura (in inglese: Committee
against Torture [CAT]) ha stabilito che il solo fatto che in Iran
l’omosessualità sia generalmente vietata, non conduce ancora, per un
iraniano omosessuale che rientra in questo paese, ad un rischio concreto
e serio di tortura (cfr. decisione H.R.E.S. contro Svizzera del
9 agosto 2018, comunicazione n. 783/2016; cfr. anche le sentenze del
Tribunale E-5403/2020 consid. 6.5.3 e D-6384/2019 consid. 7.4.2). In tale
decisione il CAT ha anche concluso che in Iran l’omosessualità non è di
per sé incriminata, ma sono perseguiti soltanto alcuni atti omosessuali (cfr.
§8.7 con rinvio al §5.4; cfr. anche in tal senso la sentenza E-5403/2020
consid. 6.5.3).
8.4 Per quanto attiene invece la questione inerente la pressione psichica
insopportabile ai sensi dell’art. 3 LAsi nel caso di omosessualità, si può
senz’altro rinviare alla sentenza di riferimento del Tribunale D-6539/2018
del 2 aprile 2019, ove si è giudicato in un caso di un richiedente
omosessuale iracheno, che l’omosessualità – in determinate circostanze –
può comportare una pressione psichica insopportabile ai sensi dell’art. 3
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Pagina 15
cpv. 2 LAsi. Tuttavia, per determinare se tale pressione sia rilevante dal
profilo soggettivo, andrà esaminato il singolo caso (cfr. consid. 8.3 – 8.6).
Nella sentenza E-2109/2019 del 28 agosto 2020 la situazione degli
omosessuali in Etiopia è stata ritenuta comparabile a quella presente in
Iraq, ma le condizioni per il riconoscimento di una pressione psichica
insopportabile sono state negate. In particolare il Tribunale ha ritenuto in
tale sentenza come un mero pericolo astratto di essere scoperti e
perseguiti non risulta essere sufficiente per il riconoscimento di una
pressione psichica insopportabile. Ciò corrisponde alla giurisprudenza
sinora resa dal Tribunale, ove è stato ritenuto che alcune limitazioni nelle
apparizioni in pubblico e nella vita privata non rappresentano ancora dei
seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 cpv. 2 LAsi ed in particolare non
conducono, di per sé, ad una pressione psichica insopportabile (cfr.
sentenza E-2109/2019 consid. 10.2 con rif. ivi citati; cfr. anche la sentenza
del Tribunale E-5403/2020 consid. 6.5.4).
8.5 Tornando al caso in narrativa, il ricorrente, salvo l’asserito litigio
avvenuto con i famigliari – risultato però inverosimile (cfr. supra consid. 7.4
e 7.5), non ha fatto valere di aver subito in Iran delle concrete misure
persecutorie basate sul suo orientamento sessuale, che avrebbero potuto
condurre al suo espatrio. Dagli atti non si evince nemmeno che ne
subirebbe in un futuro prossimo, poiché nelle audizioni egli ha sì addotto
che l’omosessualità in Iran è vista e trattata come un crimine (cfr. verbale
3, D72, pag. 7); tuttavia non ha allegato che concretamente penderebbe
su di lui l’apertura di un procedimento penale a causa dei suoi contatti
sessuali con uomini e non è nemmeno risultato verosimile che il suo
orientamento sessuale sia trapelato al di fuori della comunità LGBTI
iraniana (cfr. supra consid. 7.5). Non si giunge ad altra conclusione sulla
base del documento prodotto dal ricorrente con lo scritto del
13 novembre 2019, che attesta soltanto che questi ha domandato
protezione all’(...) in C._, allegando problematiche riconducibili alla
sua omosessualità. Per quanto riguarda l’argomento sollevato in sede
ricorsuale, secondo il quale nascondere la propria omosessualità
rappresenterebbe una pressione psichica insopportabile, la sentenza
stessa citata dall’insorgente indica che maggiore sarà il pericolo per il
richiedente di essere scoperto per un gesto od un’esternazione non
ponderati, e più severa sarà la sanzione statale o privata nel caso in cui
venga scoperto; tanto più vi sarà da ritenere che la persona toccata sia
esposta ad una pressione psichica insopportabile. Ciò poiché è obbligata
a negare la sua personalità ed a condurre una doppia vita, per evitare di
essere scoperta (cfr. sentenza del Tribunale D-6539/2018 del 2 aprile 2019
consid. 8.2). Ebbene questo pericolo, nel caso specifico, è inesistente. Il
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Pagina 16
ricorrente ha infatti vissuto indisturbato in Iran da omosessuale per almeno
(...) anni, senza incontrare problemi maggiori. Resosi conto della propria
omosessualità tra i (...) ed i (...) anni, tra il (...) e l’inizio del (...) ha svolto
il servizio militare a B._, in occasione del quale ha conosciuto colui
che sarebbe diventato in seguito il suo compagno, tramite un’(...) (cfr.
verbale 2, D21 segg., pag. 3 e D49, pag. 6). Dopo (...) a casa dei genitori
è ripartito per la medesima città, dove ha trovato lavoro, si è integrato nella
comunità LGBTI locale, passando la maggior parte del tempo libero dal
compagno pur avendo un appartamento proprio e, globalmente, asserendo
di trovarvisi bene (cfr. verbale 2, D12 segg., pag. 3; D49, pag. 6 e D122
seg., pag. 15). Inoltre, ha potuto facilmente sottrarsi alla pressione dei suoi
famigliari, che lo volevano sposato, perché, a causa della distanza, i
contatti con loro erano limitati a audio- e videochiamate (cfr. verbale 2, D49,
pag. 17). Infine il ricorrente stesso, su esplicito quesito dell’interrogante al
riguardo, ha risposto che non sarebbe espatriato se non fosse avvenuto il
litigio con i suoi famigliari per la trasmissione di fotografie compromettenti,
con le problematiche conseguenti (cfr. verbale 2, D116, pag. 14); vicende
che però si sono rivelate inverosimili (cfr. supra consid. 7). Ciò, a riprova
del fatto che la probabilità che la sua omosessualità diventasse di dominio
pubblico, era considerata dallo stesso ricorrente come infima. Sulla base
degli elementi sopra enucleati, ed in applicazione della giurisprudenza
sopra delineata (cfr. supra consid. 8.1 – 8.3), si può quindi concludere che,
così come nascondere la propria omosessualità in passato non ha
rappresentato per il ricorrente una pressione psichica insopportabile, né lo
ha sottoposto ad alcuna misura persecutoria (cfr. supra consid. 7); a
maggior ragione non si intravvede alcun elemento concreto all’inserto, che
egli, nel caso di un suo ritorno nel paese d’origine, possa essere esposto,
con verosimiglianza preponderante ed in un futuro prossimo, a
persecuzioni o a dover subire una pressione psichica insopportabile
rilevante ai sensi dell’asilo. Da ultimo, a differenza di quanto sostenuto
dall’insorgente nell’atto ricorsuale, l’autorità inferiore si è pronunciata in
modo chiaro ed esplicito nella decisione avversata circa l’eventuale
rilevanza dell’omosessualità del ricorrente rispetto ad un suo rientro nel
Paese d’origine (cfr. decisione impugnata, p.to II/3, pag. 6 seg.). Tale
censura, risulta quindi essere infondata.
9.
In definitiva, v’è dunque da tutelare la conclusione dell’autorità inferiore
circa l’inverosimiglianza e l’irrilevanza dei motivi d’asilo addotti
dall’interessato. Per quanto concerne la concessione dell’asilo ed il
riconoscimento della qualità di rifugiato, il ricorso non merita pertanto tutela
e la decisione impugnata va confermata.
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Pagina 17
10.
10.1 Se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM
pronuncia, di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina
l’esecuzione (art. 44 LAsi).
10.2 L’insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM
avrebbe dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla Svizzera
(art. 14 cpv. 1 e 2, art. 44 LAsi nonché art. 32 dell’ordinanza 1 sull’asilo
relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311];
cfr. DTAF 2013/37 consid. 4.4; DTAF 2011/24 consid. 10.1). Il Tribunale è
pertanto tenuto a confermare la pronuncia dell’allontanamento.
11.
11.1 Per quanto concerne l’esecuzione dell’allontanamento, per rinvio
dell’art. 44 LAsi, l’art. 83 della legge federale sugli stranieri e la loro
integrazione (LStrI, RS 142.20) prevede che la stessa sia ammissibile
(cpv. 3), esigibile (cpv. 4) e possibile (cpv. 2). In caso di non adempimento
di una di queste condizioni, la SEM dispone l’ammissione provvisoria
(art. 44 LAsi e art. 83 cpv. 1 LStrI).
11.2 Secondo prassi costante del Tribunale, circa l’apprezzamento degli
ostacoli all’esecuzione dell’allontanamento vale lo stesso apprezzamento
della prova consacrato al riconoscimento della qualità di rifugiato, ovvero il
ricorrente deve provare o per lo meno rendere verosimile l’esistenza di un
ostacolo all’esecuzione dell’allontanamento (cfr. DTAF 2011/24
consid. 10.2). Inoltre, lo stato di fatto determinante in materia di esecuzione
dell’allontanamento è quello che esiste al momento in cui si statuisce (cfr.
DTAF 2009/51 consid. 5.4).
12.
12.1 Nella propria decisione, la SEM ha considerato l’esecuzione
dell’allontanamento del richiedente ammissibile, ragionevolmente esigibile
e possibile. Infatti, in primo luogo non sarebbe applicabile il principio di non-
respingimento contemplato dall’art. 5 cpv. 1 LAsi e non sussisterebbero
indizi per ritenere che il ricorrente rischierebbe di essere esposto
concretamente e seriamente a una pena o a un trattamento vietati
dall’art. 3 CEDU. In secondo luogo, né la situazione vigente nel Paese
d’origine né degli ostacoli individuali in capo al ricorrente, si opporrebbero
all’esigibilità del ritorno di quest’ultimo. Infine, l’esecuzione sarebbe
possibile sia sul piano tecnico che pratico.
D-5870/2019
Pagina 18
12.2 Nel gravame, l’insorgente avversa anche tali assunti, prevalendosi
nuovamente di alcune sentenze sia dello scrivente Tribunale che della
Corte di Giustizia dell’Unione europea, già succitate. Egli ritiene infatti che,
nel caso di un suo rientro in Iran, quale persona omosessuale sarebbe
esposta ad un concreto rischio di persecuzioni da parte del proprio Stato
di origine. Il suo allontanamento sarebbe pertanto, sia sotto l’aspetto
dell’ammissibilità, che dell’esigibilità, ineseguibile.
13.
13.1 A norma dell’art. 83 cpv. 3 LStrI l’esecuzione dell’allontanamento non
è ammissibile quando comporterebbe una violazione degli impegni di diritto
internazionale pubblico della Svizzera. La portata di detta norma non si
esaurisce nella massima del divieto di respingimento. Anche altri impegni
di diritto internazionale della Svizzera possono essere ostativi
all’esecuzione del rimpatrio, in particolare l’art. 3 CEDU (RS 0.101) o l’art. 3
della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli,
inumani o degradanti del 10 dicembre 1984 (Conv. tortura, RS 0.105). La
CorteEDU ha più volte ribadito che la sola possibilità di subire dei
maltrattamenti dovuti a una situazione di insicurezza generale o di violenza
generalizzata nel paese di destinazione non è sufficiente per ritenere una
violazione dell’art. 3 CEDU. Spetta infatti all’interessato provare o rendere
verosimile l’esistenza di seri motivi che permettano di ritenere che egli
correrà un reale rischio («real risk») di essere sottoposto, nel paese verso
il quale sarà allontanato, a trattamenti contrari a detti articoli (cfr.
DTAF 2013/27 consid. 8.2 e relativi riferimenti).
13.2 Nel caso in esame, visto che l’insorgente non è riuscito a dimostrare
l’esistenza di seri pregiudizi o il fondato timore di essere esposto a tali
pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi, il principio del divieto di respingimento
non trova applicazione ed il suo rinvio è dunque ammissibile sotto l’aspetto
dell’art. 5 cpv. 1 LAsi e dell’art. 33 della Convenzione sullo statuto dei
rifugiati del 28 luglio 1952 (Conv. rifugiati, RS 0.142.30).
13.3 Stante le dichiarazioni inverosimili ed irrilevanti del ricorrente, non vi
è inoltre motivo di considerare l’esistenza di un rischio personale, concreto
e serio per l’insorgente di essere esposto ad un trattamento proibito ai
sensi dell’art. 3 CEDU o dell’art. 3 Conv. tortura nel caso di un suo ritorno
nel Paese d’origine. Le censure ricorsuali, già trattate sopra (cfr. supra
consid. 8), non sono del resto atte a mutare tale conclusione.
13.4 Ne consegue pertanto che l’allontanamento dell’insorgente verso
l’Iran, sia da considerarsi ammissibile ai sensi delle norme di diritto
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Pagina 19
pubblico internazionale topiche, nonché dell’art. 83 cpv. 3 LStrI in relazione
con l’art. 44 LAsi.
14.
14.1 Giusta l’art. 83 cpv. 4 LStrI l’esecuzione non può essere
ragionevolmente esigibile qualora, nello Stato d’origine o di provenienza,
lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in seguito a
situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o emergenza
medica.
La disposizione citata si applica principalmente ai «réfugiés de la
violence», ovvero agli stranieri che non adempiono le condizioni della
qualità di rifugiato, poiché non sono personalmente perseguiti, ma che
fuggono da situazioni di guerra, di guerra civile o di violenza generalizzata.
Essa vale anche nei confronti delle persone per le quali l’allontanamento
comporterebbe un pericolo concreto, in particolare perché esse non
potrebbero più ricevere le cure delle quali esse hanno bisogno o che
sarebbero, con ogni probabilità, condannate a dover vivere durevolmente
e irrimediabilmente in stato di totale indigenza e pertanto esposte alla fame,
a una degradazione grave del loro stato di salute, all’invalidità o persino
alla morte. Tuttavia, le difficoltà socio-economiche che costituiscono
l’ordinaria quotidianità di una regione, in particolare la penuria di cure, di
alloggi, di impieghi e di mezzi di formazione, non sono sufficienti, in sé, a
concretizzare una tale esposizione al pericolo. L’autorità alla quale
incombe la decisione deve dunque, in ogni singolo caso, confrontare se gli
aspetti umanitari legati alla situazione nella quale si troverebbe lo straniero
in questione nel suo paese siano tali da esporlo ad un pericolo concreto
(cfr. DTAF 2014/26 consid. 7.6-7.7 e relativi riferimenti).
14.2 Nella fattispecie, attualmente in Iran non vige una situazione di guerra,
guerra civile o violenza generalizzata che coinvolga l’insieme della
popolazione nella totalità del territorio nazionale, che renderebbe un
rimpatrio generalmente inesigibile (cfr. sentenze del Tribunale
E-4001/2020 del 2 marzo 2021 consid. 9.4.1, D-4018/2019 del
17 febbraio 2021, D-6384/2019 consid. 9.4.1).
14.3 Non vi sono del resto altri motivi individuali che renderebbero
inesigibile l’allontanamento del ricorrente. Egli è difatti un giovane uomo;
ha ottenuto la (...), nonché può vantare diversi anni d’esperienza quale
(...). Egli si è per di più reso economicamente indipendente dalla famiglia,
trasferendosi nella (...) di B._ ed esercitando in un (...), nonché
finanziando personalmente il suo viaggio d’espatrio con i suoi risparmi (cfr.
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Pagina 20
verbale 2, D12 segg., pag. 3 seg.; D49, pag. 6 seg.; verbale 3, D21 e D24,
pag. 3). Nella nuova località abitativa, ha saputo crearsi una rete sociale,
non limitata alla comunità omosessuale. Del resto egli dispone in patria di
un’ampia rete famigliare e dall’espatrio egli ha dichiarato essere rimasto in
contatto con il fratello (...) (cfr. verbale 2, D33 segg., pag. 4 seg.). Su tale
rete sociale potrà, in caso di necessità, senz’altro contare in futuro, per
sopperire ai suoi bisogni essenziali. Infine, il ricorrente non ha preteso nel
gravame di soffrire di gravi problemi di salute, tali da giustificare
un’ammissione provvisoria, senza che da un esame d’ufficio degli atti di
causa (cfr. atto SEM n. 10/1 e verbale 3, D75, pag. 8) emerga la necessità
di una sua permanenza in Svizzera per motivi medici (cfr. DTAF 2011/50
consid. 8.1 – 8.3 e 2009/2 consid. 9.3.2 con relativi riferimenti).
14.4 In considerazione di quanto precede, l’esecuzione
dell’allontanamento dell’insorgente, è pure da ritenersi ragionevolmente
esigibile (art. 83 cpv. 4 LStrI in relazione con l’art. 44 LAsi).
14.5 In ultima analisi, non risultano neppure impedimenti dal profilo della
possibilità dell’esecuzione dell’allontanamento (cfr. art. 83 cpv. 2 LStrI in
relazione con l’art. 44 LAsi), in quanto il ricorrente, che dispone già di una
copia del suo passaporto, usando della necessaria diligenza, potrà
procurarsi ogni documento indispensabile al rimpatrio (cfr. DTAF 2008/34
consid. 12). Inoltre, il contesto attuale legato alla pandemia di coronavirus
(detto anche Covid-19) non è di natura tale da rimettere in causa le
conclusioni che precedono. Se dovesse momentaneamente posticipare
l’esecuzione dell’allontanamento, lo stesso interverrebbe necessariamente
più tardi, in tempi appropriati (cfr. fra le tante le sentenze del Tribunale
D-2635/2020 del 1° marzo 2021 consid. 8.5 con ulteriori riferimenti citati,
D-2151/2019 del 24 febbraio 2021 consid. 6.2, D-504/2020 del
17 febbraio 2021 consid. 9.5).
15.
Di conseguenza, anche in materia di esecuzione dell’allontanamento, la
decisione dell’autorità inferiore va confermata.
16.
Ne discende che la SEM, con la decisione impugnata, non ha violato il
diritto federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non
ha accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
(art. 106 cpv. 1 LAsi). Altresì, per quanto censurabile, la decisione non è
inadeguata (art. 49 PA). Il ricorso va conseguentemente respinto e la
decisione impugnata confermata.
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Pagina 21
17.
Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di esenzione
dal versamento di un anticipo equivalente alle presunte spese processuali,
è divenuta senza oggetto.
18.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono la
soccombenza, sarebbero da porre a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 e
5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili
nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del
21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). Tuttavia, non essendo state le
conclusioni ricorsuali d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole
e potendo partire dal presupposto che l’insorgente è indigente, v’è luogo di
accogliere la domanda di assistenza giudiziaria nel senso della dispensa
dal versamento delle spese processuali (art. 65 cpv. 1 PA).
19.
La presente decisione non concerne una persona contro la quale è
pendente una domanda di estradizione presentata dallo Stato che ha
abbandonato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata
con ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale
(art. 83 lett. d cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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Pagina 22