Decision ID: 52528de6-310a-57fd-b0aa-469d03578ecd
Year: 1996
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto:
A. _
_ (1947) e _ _ (1945), entrambi divorziati, si sono sposati il 3 febbraio 1979. Dalla loro unione è nato _, il _ novembre 1979 (doc. A). Dopo varie esperienze professionali, nel 1986 il marito ha rilevato la gerenza del ristorante “_ ”
a _, coadiuvato dalla moglie. I coniugi si sono separati nel settembre 1987 e la moglie si è dapprima trasferita a _ e poi a _ con il figlio, mentre il marito è rimasto nell’abitazione coniugale di _. _ _ ha avuto dalla convivente _ _ le figlie _ (_aprile 1989) e _ (_ottobre 1995).
B.
Il 19 novembre 1987 _ _ ha inoltrato istanza per il tentativo di conciliazione e con un’istanza di provvedimenti cautelari del 4 dicembre 1987 ha postulato – segnatamente – l’affidamento di _ e un contributo alimentare per sé e il figlio di complessivi fr. 1’500.– mensili. Il 16 luglio 1987 ha avuto luogo il tentativo di conciliazione, decaduto infruttuoso. Contestualmente si è tenuto anche il contraddittorio sulla provvisionale, in occasione del quale il convenuto si è opposto al contributo alimentare per la moglie, offrendo l’importo di fr. 500.– mensili per il figlio. Con decreto supercautelare del 18 dicembre 1987 il Pretore ha affidato _ alla madre, riservato il diritto di visita del padre, e ha stabilito il contributo alimentare complessivo per moglie e figlio in fr. 1’500.– mensili, a decorrere dal 1° dicembre 1987.
Il convenuto ha successivamente presentato quattro istanze di adozione di provvedimenti cautelari (19 dicembre 1989), rispettivamente di modifica di misure cautelari (17 febbraio 1988, 28 agosto 1989, 7 novembre 1990). Anche la moglie ha presentato il 15 aprile 1992 un’istanza cautelare con cui ha chiesto che fosse precisato l’ammontare degli alimenti a favore suo e del figlio. Assunte le prove e indette le relative udienze, per quanto è qui di rilievo, il Pretore ha ridotto il contributo alimentare complessivo a fr. 1’300.– (decreto 4 agosto 1988), suddividendolo nella misura di fr. 700.– per la moglie e di fr. 600.– per il figlio (decreto 17 aprile 1992).
C.
Il 15 marzo 1988 _ _ ha promosso l’azione di divorzio, chiedendo di regolare le conseguenze accessorie con l’affidamento del figlio a lei stessa, titolare dell’autorità parentale, con il riconoscimento di un diritto di visita al padre, l’assegnazione di un contributo alimentare per sé di fr. 1’000.– mensili fondato sull’art. 151 CC, subordinatamente sull’art. 152 CC, di un contributo di fr. 800.– mensili indicizzati in favore di _, l’importo di fr. 255’255.– a titolo di liquidazione del regime matrimoniale, oltre agli interessi maturati, e la restituzione del mobilio posto nell’abitazione di _, in subordine del controvalore di fr. 20’000.–.
D.
Con risposta e riconvenzione del 6 settembre 1988 il marito si è opposto alla petizione e ha chiesto a sua volta la pronuncia del divorzio e la regolamentazione delle conseguenze accessorie. Egli ha aderito all’affidamento del figlio alla madre con l’autorità parentale, riservato il proprio diritto di visita, ha offerto un contributo alimentare per _ di fr. 500.– mensili, ha avanzato una pretesa di fr. 206’670.– a titolo di liquidazione del regime matrimoniale e ha chiesto infine che il mobilio posto nella casa di _ sia dichiarato di sua proprietà. ll citato importo di fr. 206’670.– sarebbe già comprensivo del controvalore di fondi di proprietà del convenuto (n. _, _e _RFD di _), intestati fiduciariamente alla moglie.
E.
Il 5 ottobre 1988 l’attrice ha inoltrato la replica e risposta riconvenzionale, con cui ha confermato le richieste di petizione e ha postulato la reiezione dell’azione riconvenzionale. Nella duplica del 25 gennaio 1989 _ _ ha ribadito le tesi e domande contenute nella risposta e riconvenzione.
F.
All’udienza preliminare del 13 ottobre 1989 le parti hanno notificato i rispettivi mezzi di prova. Conclusa l’istruttoria nel memoriale del 7 marzo 1994 l’attrice si è confermata nella domanda di divorzio, ribadendo la richiesta di affidamento del figlio, postulando una pensione alimentare per sé di fr. 1’200.–, da versare vita natural durante, e un contributo per _ di fr. 900.– mensili fino al compimento del 18° anno d’età, rispettivamente del 20° in caso di continuazione degli studi, entrambi da adeguare all’evoluzione dell’indice del costo della vita. Essa ha ridotto la pretesa derivante dalla liquidazione del regime matrimoniale a fr. 229’755.–, oltre interessi, mantenendo invariata la richiesta di restituzione del mobilio, in subordine del controvalore di fr. 20’000.–. Il convenuto, dal canto suo, nel memoriale del 17 marzo 1994 ha mantenuto le proprie domande di giudizio, a eccezione di quelle derivanti dalla liquidazione dei rapporti patrimoniali. A tale titolo, egli ha chiesto il versamento di fr. 134’500.– oltre interessi, subordinatamente fr. 69’500.– (oltre interessi) e il trapasso in suo nome dei fondi di _; in via ulteriormente subordinata, egli ha postulato solamente il trasferimento a suo nome degli immobili. Il convenuto ha chiesto inoltre che – in ogni caso – il mobilio posto nella casa di _ sia dichiarato di sua proprietà.
G.
Con sentenza del 19 aprile 1994 il Pretore ha pronunciato il divorzio tra le parti in accoglimento della petizione, ha conferito l’autorità parentale sul figlio alla madre, regolamentando nel contempo il diritto di visita del padre, ha fissato il contributo alimentare per l’attrice, fondato sull’art. 152 CC, in fr. 500.– indicizzati, e quello per _– pure da adeguare al rincaro – in fr. 650.– fino al 20 novembre 1996, rispettivamente in fr. 800.– a decorrere da quella data fino alla maggiore età del figlio, o fino al 18° anno d’età, in caso di raggiungimento dell’indipendenza economica. Egli ha condannato inoltre il convenuto a rifondere all’attrice fr. 182’500.– (oltre interessi al 5% dal 15 marzo 1988) a titolo di liquidazione del regime matrimoniale, assegnandogli il mobilio della casa di _o, e – riconosciuti di sua proprietà i fondi n. _, _e _RFD di _– ha fatto ordine all’ufficiale dei registri di Locarno di iscrivere a nome del marito le citate particelle, dietro comprova dell’avvenuto pagamento a _ _ dell’importo di fr. 182’500.– oltre interessi. Il giudice ha suddiviso tra le parti le spese e la tassa di giustizia di fr. 5’000.– nella misura di 1/5 a carico dell’attrice e per i 4/5 rimanenti al marito, tenuto a rifondere alla controparte fr. 9’000.– a titolo di ripetibili. Egli ha respinto l’azione riconvenzionale, ponendo a carico del marito le spese e la tassa di giustizia di fr. 3’000.–, con l’obbligo di corrispondere alla controparte fr. 6’000.– per ripetibili.
H.
Contro la predetta sentenza è insorto il 9 maggio 1994 _ _ con un appello in cui chiede che la petizione sia integralmente respinta e che, in accoglimento dell’azione riconvenzionale, tra le parti sia pronunciato il divorzio, il figlio sia attribuito alla madre, cui competerà pure l’autorità parentale, riservato il suo diritto di visita, e che il contributo alimentare a favore di _ sia fissato in fr. 500.– mensili. A titolo di liquidazione del regime, egli postula in via principale il riconoscimento a proprio favore di fr. 134’500.– oltre interessi, in subordine fr. 69’500.– più interessi (entro 15 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza), e l’ordine all’Ufficiale dei registri di iscrivere a suo nome i noti fondi di _o; in via ulteriormente subordinata egli chiede solo il trapasso degli immobili e in ogni caso, che siano dichiarati di sua proprietà i mobili che si trovano nella casa di _, con protesta di spese e ripetibili.
I.
Nelle osservazioni (“risposta”) del 16 giugno 1994 _ _ propone la reiezione dell’appello e la conferma della sentenza impugnata.
G.
L’istruttoria relativa alla situazione del figlio minorenne è stata completata in sede di appello. Le parti sono state sentite all’udienza del 17 aprile 1996 e al dibattimento finale del 19 giugno 1996.

Considerando
in diritto:
1.
Il Pretore ha sciolto il matrimonio tra le parti per divorzio in accoglimento della petizione e ha respinto l’azione riconvenzionale del marito. Nelle richieste di appello il convenuto chiede anzitutto la reiezione della petizione e la pronuncia del divorzio in accoglimento della propria riconvenzione. Nel gravame egli non spende però una sola parola per motivare tale domanda, ciò che rende l’appello irricevibile su questo punto (art. 309 cpv. 2 lett. f e cpv. 5 CPC).
In merito agli effetti accessori del divorzio, l’appellante censura il contributo alimentare mensile stabilito dal Pretore per il figlio _, di fr. 650.– fino al 20 novembre 1996, rispettivamente di fr. 800.– fino alla maggiore età o fino al 18° anno d’età in caso di raggiungimento dell’indipendenza economica, e ne chiede la riduzione fr. 500.–. Il convenuto impugna in appello anche il dispositivo I.2, relativo all’affidamento del figlio e alla disciplina del diritto di visita, e formula le proprie domande di giudizio al riguardo. La contestazione è però solo apparente, in quanto le domande dell’appellante coincidono con quanto disposto dal Pretore, di modo che tale punto dell’appello, su cui del resto manca ogni motivazione, sarebbe privo di oggetto anche se fosse ricevibile.
2.
Per l’art. 276 cpv. 1 CC entrambi i coniugi devono provvedere al mantenimento dei figli, incluse le spese di educazione e di formazione, secondo le loro esigenze fisiche, intellettuali e morali. Giusta l’art. 285 cpv. 1 CC, in particolare, il contributo per il mantenimento del figlio va commisurato ai di lui bisogni, alla situazione sociale e alle possibilità dei genitori, a seconda delle loro condizioni economiche (DTF 120 II 285 consid. 3a/CC, 116 II 110, 83 II 358 consid. 1). La misura del contributo alimentare deve essere concretamente determinata avuto riguardo alla capacità economica: per sostanza, per reddito del lavoro effettivo o, a seconda delle circostanze, per il reddito della famiglia conseguibile facendo uso di buona volontà (cfr.
Hegnauer
, Droit suisse de la filiation, 3
a
ed., 1990, pag. 145 seg.) Nella determinazione dei contributi alimentari ai figli (così come di ogni altra questione loro inerente: affidamento, diritto di visita, ecc.) vige la massima ufficiale illimitata: il giudice di ogni grado non è vincolato né alle allegazioni, né alle prove offerte, né alle richieste di giudizio e chiarisce la fattispecie di propria iniziativa (DTF 120 II 231 consid. 1c con rinvii; 118 II 93; Rep. 1984 307). La decisione di primo grado non limita nemmeno il potere cognitivo dell’autorità di ricorso, che può assumere le prove ritenute più idonee a formare il proprio convincimento (V
ogel,
Freibeweis in der Kinderzuteilung, in: Festschrift Hegnauer, Berna 1986, pag. 610 seg.).
3.
Per prassi costante di questa Camera il fabbisogno dei figli si determina secondo le raccomandazioni edite dall’Ufficio della gioventù del Canton Zurigo (aggiornamento in: RDT 1993, 78), considerate un buon punto di riferimento, seppure da adattare alle circostanze del caso concreto (I CCA 20 ottobre 1995 P–K/K; 17 agosto 1995 in causa B/B; 24 maggio 1995 in causa R/R). Per un figlio unico di 16 anni le citate raccomandazioni prevedono un fabbisogno complessivo di fr. 1’220.–. Dedotto l’importo di fr. 230.– corrispondente alla voce “cura ed educazione”, fornita in natura dalla madre affidataria, si ottiene un fabbisogno in denaro di fr. 990.– mensili. Considerato che il reddito complessivo dei genitori, come si vedrà in seguito, risulta inferiore al reddito di riferimento adottato dalle citate raccomandazioni, all’incirca di fr. 6’600.– / 6’700.– mensili nel 1993, la riduzione del 10% operata dal Pretore può essere condivisa. Contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, però, nel fabbisogno del figlio va calcolata la quota parte di alloggio, poiché inserendola nel fabbisogno della madre affidataria si alterano i calcoli relativi ai rispettivi contributi alimentari. Il fabbisogno in denaro di _ è quindi di fr. 890.– arrotondati fino al 20 novembre 1996, data del passaggio alla fascia d’età superiore. A decorrere dal 17° anno d’età il fabbisogno si eleverà a fr. 1’170.– (secondo l’edizione aggiornata al 1.1.1996, Rivista di diritto tutelare 1996 pag. 33: fr. 1’460.– ./. fr. 160.– per cura ed educazione, ridotti al 90%). Il contributo alimentare per il figlio stabilito dal Pretore in fr. 650.–, rispettivamente in fr. 800.– dal 20 novembre 1996, risulta di conseguenza inferiore alle necessità del giovane, tenuto conto anche della rivalutazione del reddito paterno operata dal primo giudice rispetto alla precedente procedura provvisionale e del passaggio ad altra fascia di età.
4.
Al fine di determinare il contributo di mantenimento dovuto per il figlio, occorre esaminare reddito e fabbisogno di entrambi i genitori e valutarne le rispettive disponibilità.
a)
Il Pretore ha stabilito il reddito del padre in fr. 4’000.– mensili. L’appellante sostiene invece che tale importo deve essere ridotto a fr. 3’000.–, sulla base della documentazione fiscale agli atti, e adduce che il basso reddito sarebbe dovuto alla “crisi generale e del turismo” e a “fattori esterni”, quali il maltempo verificatosi nel 1993. Nell’appello il convenuto non spiega tuttavia in che modo la documentazione fiscale gli darebbe ragione ed egli non ha d’altra parte provato, nell’istruttoria di causa, di avere subìto perdite a seguito della crisi e del maltempo. Del resto, come rilevato dal Pretore, l’importo di fr. 4’000.– coincide con il reddito aziendale annuo di fr. 48’000.– ritenuto nell’ultima notifica fiscale prodotta agli atti (biennio 1991/92) e corrisponde inoltre all’incirca al reddito aziendale accertato dal perito giudiziario _ _, che lo ha stabilito, appunto, in circa fr. 41’030.– (fr. 37’300.– aumentati del 10%) nell’ottobre 1992 (cfr. sentenza di questa Camera del 12 agosto 1993 tra le stesse parti, rapporto peritale del 10 giugno 1992 pag. 2; audizione del perito _ _). Il reddito determinato dal Pretore appare pertanto adeguato alle circostanze della fattispecie e non vi è motivo di ridurlo, tanto più che si situa già a livelli assai modesti.
b)
L’appellante critica anche il reddito della moglie, accertato dal Pretore in complessivi fr. 2’000.– (fr. 1’000.– quale reddito da attività lavorativa e fr. 1’000.– dalla sostanza). Secondo il convenuto, l’attrice, non più impedita dalle cure del figlio ormai adolescente, potrebbe lavorare a tempo pieno, percependo così uno stipendio di fr. 2’000.– mensili. La critica è infondata. Dall’istruttoria risulta che l’appellata ha cessato di lavorare come dipendente l’11 giugno 1979 (cfr. lettera 27 luglio 1982 del marito all’Ufficio di tassazione, incarto fiscale nel fascicolo “richiamati”) e per quanto risulta dagli atti dopo di allora essa ha apportato il suo contributo solo nella gestione del Ristorante “_ ” (teste _ pag. 38). Quale sia stata l’estensione del suo apporto lavorativo non è dato di sapere e dall’istruttoria non risulta che essa abbia lavorato anche all’infuori dell’esercizio pubblico del marito o che essa disponga di una qualsiasi formazione, neppure pretesa dall’appellante. Stando così le cose, e considerata l’età della moglie, ormai cinquantenne, occorre concludere che essa non è più reinseribile in modo completo nel mondo professionale e che il reddito potenziale di fr. 1’000.– imputatole dal Pretore è adeguato. Per consolidata giurisprudenza del Tribunale federale, infatti, non è possibile imporre alla donna divorziata un aumento dell’attività lucrativa dopo il 45° anno di età (DTF 115 II 6 consid. 3 e 5; SJ 116/1994 pag. 91) sotto riserva delle condizioni del mercato del lavoro, che però al momento attuale sono negative per l’impiego in genere e a maggior ragione per le persone ultracinquantenni, pregiudicate dalla crisi congiunturale.
Il Pretore ha imputato all’attrice anche un reddito della sostanza di fr. 1’000.– mensili, corrispondente al capitale residuo ottenuto dalla vendita della casa di _, di fr. 250’000.– (pari a fr. 660’000.–, dedotti gli oneri ipotecari e spese varie effettuate dalla moglie) investiti a un interesse del 4%. Sostiene l’appellante che l’attrice disporrebbe in realtà ancora di un capitale di fr. 300’000.– che investito al 6% le garantirebbe un reddito di fr. 1’500.– mensili. L’assunto può essere condiviso solo in parte. L’attrice ha spiegato che dall’importo iniziale di fr. 660’000.– percepito dalla vendita dell’immobile (doc. DD, testimonianza _ pag. 23 seg.), dedotti gli oneri ipotecari, l’imposta sul maggior valore immobiliare e le spese varie sostenute per il mantenimento proprio e del figlio, le sarebbero rimasti solo fr. 250’000.– (conclusioni pag. 7, osservazioni all’appello pag. 3). Tale somma risulta attendibile, se solo si considera che gli oneri ipotecari ammontavano a complessivi fr. 400’000.– (doc. DD pag. 2, II pag. 3 fascicolo “richiamati”), l’imposta sul maggior valore immobiliare si elevava a fr. 3’555.– (doc. CC) e che per anni l’attrice – senza intaccare la propria sostanza – non avrebbe coperto il fabbisogno suo e del figlio, come risulterà in appresso. Il primo giudice non ha però considerato che l’appellata potrà disporre anche del capitale che le è stato riconosciuto a titolo di scioglimento del regime matrimoniale (cfr. consid. 6). Per quel che concerne il tasso d’interesse, è notorio che negli ultimi anni si è verificato un rilevante calo degli interessi e che un reddito del 6% non è realizzabile nelle condizioni attuali. Si giustifica pertanto di considerare un tasso d’interesse del 4%, che è il massimo ottenibile oggi impiegando il capitale a medio termine con un investimento sicuro, ciò che comporta un reddito presunto del capitale (fr. 378’500.–) di fr. 1’250.–. Il reddito complessivo della moglie è quindi valutabile in fr. 2’250.– (fr. 1’000.– dal lavoro + fr. 1’250.– dalla sostanza).
5 a)
Per quel che concerne i fabbisogni delle parti, il Pretore ha valutato quello dell’attrice in fr. 2’500.– mensili (fr. 1’025.– minimo base + fr. 1’300.– locazione + fr. 175.– premio cassa malati). L’appellante sostiene genericamente che il fabbisogno in questione deve essere ridotto a fr. 2’000.– al massimo, contestandone però solo la voce relativa alla locazione, a suo parere eccessiva. L’onere locativo della moglie ammonta in realtà a soli fr. 1’075.–, la pigione complessiva dovendo essere decurtata della quota parte già compresa nel fabbisogno del figlio (fr. 250.– ridotti al 90% = fr. 225.–; cfr. raccomandazioni di Zurigo e consid. 2d). Ora, considerato che la moglie vive a Locarno, ove le pigioni sono notoriamente più elevate che nelle zone di campagna, l’importo di fr. 1’075.– non risulta eccessivo, anche ponderando le limitate risorse della famiglia. Nel fabbisogno dell’attrice andrebbe del resto inserito, di principio, l’onere fiscale (DTF 114 II 393), che può essere prudentemente stimato in fr. 50.– mensili. Per il resto il fabbisogno accertato dal primo giudice merita conferma. In conclusione, quindi, il fabbisogno dell’attrice ammonta a fr. 2’325.– (fr. 1’025.– minimo base + fr. 1’075.– alloggio + fr. 175.– premio cassa malati + fr. 50.– imposte), da arrotondare a fr. 2’350.–. In definitiva, con un fabbisogno mensile di fr. 2’350.– e un reddito complessivo di fr. 2’250.– mensili, l’attrice ha un ammanco di fr. 100.–.
b)
Il fabbisogno dell’appellante va corretto con l’inserimento dell’onere fiscale, stimato in fr. 100.– mensili. Esso ammonta pertanto a fr. 2’300.– (fr. 1’025.– minimo base + fr. 1’000.– alloggio + fr. 175.– premio cassa malati + fr. 100.– imposte). Occorre inoltre considerare che egli deve partecipare anche al mantenimento delle figlie _, nata il _ aprile 1989 e _, nata il _ottobre 1995. Con riferimento alle raccomandazioni dell’Ufficio della gioventù di Zurigo, il contributo a carico dell’appellante per _ può essere fissato equamente in fr. 430.– fino al 30 settembre 1995. Tale importo corrisponde, ridotto al 90% analogamente a quanto calcolato per _, a fr. 1’140.– dopo deduzione di fr. 185.– per la quota parte di pigione già assunta dal padre e compresa nel suo onere abitativo, e fr. 475.– a titolo di cura ed educazione prestate in natura dalla madre. Dopo la nascita di _, la situazione cambia e per ogni figlia il padre dovrebbe contribuire in ragione di fr. 300.– (applicando le note raccomandazioni, edizione 1996: fr. 1’020.– dedotti fr. 420.– per cure ed educazione, fr. 170.– per la quota parte di alloggio, il tutto ridotto del 10%) per un totale di fr. 600.–. Tale risultato appare equo se si considera che anche la madre delle bambine deve partecipare al mantenimento delle figlie e che essa garantisce, prestando cura ed educazione in natura a bambini piccoli, circa la metà del fabbisogno complessivo.
L’appellante rileva che egli deve far fronte a un onere annuo di fr. 35’000.– per gli interessi di un debito ipotecario di fr. 463’800.– gravante il fondo n. _RFD di _ sul quale è posto il ristorante. Nella misura in cui egli sembra contestare, implicitamente, l’accertamento pretorile del suo fabbisogno per quanto riguarda le spese di alloggio, la censura è infondata. Questa Camera ha già avuto modo di precisare nel precedente giudizio del 12 agosto 1993 che l’aumento dell’onere ipotecario da fr. 213’800.– al momento della donazione del fondo al convenuto da parte del padre (doc. 9) a fr. 463’800.– due anni dopo (doc. 11), è avvenuto senza che vi fossero motivazioni oggettive, cosicché lo stesso non andava considerato (sentenza I CCA, pag. 7 seg., consid. 4). Comunque sia, infatti, l’obbligo di contribuire al mantenimento dei familiari è in linea di massima prevalente sui debiti di altra natura, per cui il pur legittimo interesse a mantenere una casa propria deve se del caso cedere il passo alla preminente necessità di sostentare la propria famiglia (Rep. 1985 92;
Bühler
/
Spühler,
op. cit., art. 145 CC n. 162). L’importo di fr. 1’000.– conteggiato a titolo d’alloggio all’appellante dal Pretore resiste pertanto alla critica, anche alla luce della notoria riduzione dei tassi ipotecari e del fatto che la convivente è tenuta a partecipare alle spese inerenti all’abitazione, non potendo pretendere di essere mantenuta dall’appellante.
Le disponibilità mensili del convenuto ammontano dunque fino al 30 settembre 1995 a fr. 1’270.– (reddito fr. 4’000.–, dedotto il fabbisogno personale di fr. 2’300.– e il contributo per _ di fr. 430.–), e dall’ottobre 1995 si riducono a fr. 1’100.– (reddito di fr. 4’000.–, dedotto il fabbisogno personale di fr. 2’300.– e il contributo per le figlie di fr. 600.– complessivi).
6.
Come rilevato in modo pertinente dal primo giudice, non si può pretendere dalla madre, in considerazione delle sue precarie condizioni finanziarie che non le consentono nemmeno di coprire il proprio fabbisogno minimo, un contributo in denaro per il figlio oltre a quanto già prestato in natura con le cure e l’educazione. Visto che il contributo a carico del padre fissato dal Pretore non garantisce il fabbisogno del figlio, si impone una sua rivalutazione, indipendentemente dalle richieste di giudizio dei genitori, e il suo aumento a fr. 890.– mensili. Tale importo copre le necessità del figlio solo fino al diciassettesimo anno di età, ma le condizioni economiche del padre, esposte in precedenza (cfr. consid. 4d), non consentono un maggior onere.
Dagli accertamenti eseguiti d’ufficio in appello, è emerso che il giovane ha ultimato il secondo anno di studi al Liceo di _ e conseguirà la maturità, presumibilmente, nel giugno 1998, ossia dopo il raggiungimento della maggiore età (art. 14 CC, in vigore dal 1° gennaio 1996). L’obbligo alimentare del padre non decade pertanto automaticamente il 30 novembre 1997, alla maggiore età del figlio, ma può essere protratto - di principio - fino al momento in cui la formazione del giovane si concluderà normalmente (art. 277 cpv. 2 CC, testo in vigore dal 1° gennaio 1996). Il giudice del divorzio può stabilire il contributo alimentare del figlio anche oltre la maggiore età (art. 156 cpv. 2 CC, testo in vigore dal 1° gennaio 1996), in particolare quando il giovane al momento del divorzio è prossimo alla maggiore età o la sua formazione professionale è ancora in corso (
Forni
, Die Unterhalts- pflicht der Eltern nach der Mündigkeit des Kindes, in: ZBJV 1996 pag. 429 e segg., 446). Nel caso concreto è quindi opportuno, per ragioni di economia processuale, prevedere l’obbligo alimentare del padre fino al 30 giugno 1998. Occorre tuttavia verificare, per il periodo compreso tra il dicembre 1997 e il 30 giugno 1998, se le condizioni finanziarie dell’appellante consentono il versamento di un contributo alimentare al figlio maggiorenne. Tale contributo riveste infatti carattere straordinario e il genitore ha di principio il diritto di conservare il 120% del fabbisogno minimo (DTF 121 III 49;
Forni
, op. cit., pag. 440 e 441). Nella fattispecie l’appellante dovrebbe poter disporre di un importo di fr. 2’760.– (fabbisogno minimo fr. 2’300.– più supplemento del 20%) ma in concreto egli deve partecipare al mantenimento delle figlie minorenni nate fuori dal matrimonio e si deve accontentare del fabbisogno minimo. Visto che il legislatore ha voluto favorire la formazione professionale dei giovani, come dimostra il testo dell’art. 277 cpv. 2 CC, si giustifica pertanto di riconoscere a _ un contributo alimentare almeno fino al temrine presumibile degli studi liceali, ossia fino al 30 giugno 1998. Il maggior onere per il padre si ridurrà del resto a un periodo di sette mesi, dal dicembre 1997 al giugno 1998.
In conclusione, quindi, l’appello si rivela infondato nella misura i cui chiede la riduzione del contributo alimentare per il figlio, che deve anzi essere aumentato, d’ufficio, a fr. 890.– mensili e avere effetto fino al 30 giugno 1998.
7.
L’appellante sostiene che il Pretore avrebbe riconosciuto a torto all’attrice una pensione fondata sull’art. 152 CC, la moglie non essendo indigente, visto che il suo fabbisogno si ridurrebbe al massimo a fr. 2’000.–, invece dei fr. 2’500.– accertati dal primo giudice.
a)
Presupposto per il riconoscimento di un’indennità alimentare ai sensi dell’art. 151 cpv. 1 CC e di una pensione d’indigenza ai sensi dell’art. 152 CC è l’innocenza del coniuge richiedente. Mentre al pagamento dell’indennità ai sensi dell’art. 151 cpv. 1 CC può essere tenuto solo il coniuge colpevole, la cui colpa cioè, non necessariamente esclusiva o preponderante, è causale per la rottura del vincolo coniugale (D
eschenaux/Tercier/
Werro
, Le mariage et le divorce, 4
a
ed. 1995 Berna, § 14 n. 700;
Bühler
/
Spühler
, Berner Kommentar, Ergänzungsband, art. 151 CC n. 15; Rep. 1979 52; 1982 357), al pagamento della pensione di indigenza ai sensi dell’art. 152 CC può essere tenuto anche il coniuge non colpevole.
b)
La rendita di indigenza fondata sull’art. 152 CC ha come scopo ultimo quello di evitare che un coniuge si trovi a causa del divorzio in una situazione di indigenza. La grave ristrettezza del coniuge innocente giusta la citata norma è da ammettere quando si verifichi per il richiedente un sensibile cambiamento della situazione economica rispetto a quella esistente in costanza di matrimonio, con conseguente pericolo di indigenza (Rep. 1984 _; SJ 1992 _).
Nella fattispecie non è contestato che la moglie sia innocente ai sensi dell’art. 152 CC, ma è controversa la sua indigenza. La rendita di indigenza dipende in primo luogo dai bisogni della beneficiaria, dal suo reddito attuale e dalle risorse di cui beneficerà o potrà beneficiare in avvenire (DTF 108 II 30; Rep. 1977 187) come pure dalle possibilità del debitore (
Deschenaux/ Tercier/Werro
, op. cit. pag. 152 seg.). L’età dei coniugi, la formazione del coniuge beneficiario e il suo stato di salute sono elementi da considerare nel calcolo (DTF 108 II 81, applicabile anche all’art. 152 CC).
c)
Come si è visto (consid. 4c), il fabbisogno dell’appellata ammonta a fr. 2’350.–, al quale va aggiunto il supplemento del 20% previsto dalla giurisprudenza (DTF 121 III 49, 118 II 100; 115 II 424; 114 II 304), per un totale di fr. 2’820.–. Rispetto al reddito di fr. 2’250.– (consid. 4b) vi è quindi un ammanco di fr. 570.–, da coprire, di principio, con un contributo alimentare. Anche al debitore dovrebbe essere lasciato analogo agio rispetto al fabbisogno minimo. Sennonché l’appellante deve partecipare al mantenimento delle figlie nate fuori dal matrimonio e a tale suo obbligo deve far fronte con il citato supplemento, di modo che nei confronti della moglie egli può far valere solo fr. 2’760.– (fabbisogno minimo fr. 2’300.– + supplemento del 20%). Dovendo provvedere al mantenimento della prole (_fr. 890.– differenza per _ e _ fr. 140.–) l’appellante può versare solo una rendita di fr. 200.– fino al 30 giugno 1998, data alla quale cesserà l’obbligo alimentare in favore di _. Dal 1° luglio 1998 l’appellante potrà nuovamente avere una disponibilità sufficiente per provvedere alla rendita di indigenza in favore dell’appellata, pur tenendo conto degli aumentati oneri verso le figlie (reddito di fr. 4’000.– meno il fabbisogno di fr. 2’300.–, il supplemento del 20% di fr. 460.– e la differenza per la partecipazione al mantenimento delle figlie di fr. 140.–). Nel caso concreto negare all’appellata ogni prestazione nell’intervallo sarebbe iniquo, in considerazione delle pesanti conseguenze che ciò comporterebbe nel settore delle assicurazioni sociali, con la perdita di eventuali prestazioni per superstiti dell’AVS (art. 23 cpv. 2 LAVS). Si giustifica quindi di confermare il contributo alimentare mensile di fr. 500.– stabilito dal Pretore e di ridurlo a fr. 200.– fino al 30 giugno 1998. Finché il figlio è in formazione, ci si può attendere da entrambi i genitori un sacrificio ragionevole: dalla madre che rinunci - quanto meno in parte, al 20% di agio cui avrebbe diritto; dal padre, che si limiti a esigenze minime. D’altra parte la convivente dell’appellante fa già quanto si può esigere da lei - per ora -, occupandosi delle cure e dell’educazione in natura delle figlie.
d)
Sostiene ancora l’appellante che la rendita a favore della moglie dev’essere limitata nel tempo. Secondo la giurisprudenza la rendita ai sensi dell’art. 151 CC è limitata nel tempo quando il pregiudizio risultante dal divorzio appare temporaneo: la rendita sarà assicurata per la durata presumibile del reinserimento professionale della moglie, avuto riguardo segnatamente alla durata del matrimonio, all’età, allo stato di salute della beneficiaria, alla sua formazione, alla situazione economica in genere e alla possibilità per la moglie di ritrovare un’attività lavorativa totale o parziale (DTF 114 II 11). Tali principi sono applicabili per analogia alla pensione di indigenza secondo l’art. 152 CC, considerato tuttavia che il giudice dovrà fare prova di riserva nel limitare la rendita nel tempo, tenuto conto delle motivazioni di ordine sociale poste alla base della norma, volta – come si è detto sopra – ad impedire che la beneficiaria cada nell’indigenza (DTF 114 II 11).
Vista la lunga durata del matrimonio (17 anni), l’età relativamente avanzata dell’attrice, ormai cinquantenne, la mancanza di formazione professionale specifica e la congiuntura economica negativa, la rendita deve essere riconosciuta alla beneficiaria illimitatamente nel tempo, non potendosi ritenere che in futuro essa potrà migliorare la sua situazione di reddito.
L’appello deve dunque essere parzialmente accolto, dovendosi ridurre a fr. 200.– mensili la rendita di indigenza fino al 30 giugno 1998.
8.
L’appellante contesta la liquidazione del regime matrimoniale operata dal primo giudice. Nella fattispecie le parti avevano adottato il regime della separazione dei beni, come risulta dalla sentenza impugnata (pagina 16 consid. 6, petizione pag. 4). La litispendenza dell’azione di divorzio risale al 19 novembre 1987 (istanza per il tentativo di conciliazione: Rep. 1985 _), di modo che la liquidazione è retta dalle norme sulla separazione dei beni in vigore fino al 31 dicembre 1987 (art. 9a cpv. 2 e, per analogia, art. 9d cpv. 3 tit. fin. CC).
a)
A titolo di liquidazione del regime patrimoniale, con la petizione la moglie ha chiesto, in particolare, la restituzione dell’importo di fr. 229’755.–, corrispondente al saldo negativo del suo conto corrente n. _presso la Banca _ (doc. B e doc. rich. VI), per i prelevamenti effettuati dal marito a partire dal 7 febbraio 1986 fino al 31 dicembre 1987. Tale cifra corrisponde al saldo negativo del conto (fr. 255’255.–), dedotte le somme di fr. 16’500.– (importi prelevati dal marito dopo la revoca della procura e restituitile dalla banca) e di fr. 9’000.– (importo che la moglie ammette di aver prelevato il 3 marzo 1986 per pagare la cucina della sua casa di _). L’importo in questione sarebbe servito per investimenti nel ristorante del marito (“_”), per altre spese personali dello stesso e per il mantenimento della famiglia. Il convenuto ha riconosciuto di avere prelevato dal conto citato fr. 80’500.–, effettivamente destinati al suo esercizio pubblico, facendo però valere sue contropretese (di cui si dirà oltre).
Nella sentenza impugnata il Pretore ha condannato il convenuto a rifondere all’attrice fr. 172’500.–, composti di fr. 112’500.– ottenuti per il ristorante e di fr. 60’000.–, spesi per le sue necessità personali. Sostiene l’appellante che egli sarebbe tenuto a rifondere unicamente fr. 50’500.–, ossia fr. 80’500.– percepiti per il ristorante, dedotti fr. 30’000.–, a suo dire versati al proprio padre in restituzione di un prestito concessogli tempo addietro.
b)
Per l’art. 160 cpv. 2 vCC (applicabile in concreto in virtù dell’art. 8a tit. fin. CC) il marito si prende la debita cura del mantenimento della moglie e dei figli, ciò che vale anche in vigenza del regime della separazione dei beni (
Tuor/Schnyder, D
as schweizerische Zivilgesetzbuch, 10
a
ed., Zurigo, 1986, pag. 186). Secondo l’art. 246 vCC, inoltre, qualora tra i coniugi viga il regime della separazione dei beni il marito può esigere dalla moglie che essa contribuisca in equa misura a sostenere gli oneri del matrimonio (cpv. 1); in tal caso egli non è tenuto a restituire i contributi della moglie (cpv. 3). La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che l’art. 246 cpv. 3 vCC è applicabile non soltanto ai contributi versati dalla moglie a sostegno degli oneri matrimoniali (cpv. 1), ma anche a quelli versati a titolo volontario, eccedenti l’obbligo legale (DTF 96 II 2 e rif. cit.). Tale disposto, nondimeno, concerne unicamente le prestazioni effettuate dalla moglie con l’
animus donandi
o per compiere un dovere morale, allo scopo in particolare di contribuire alla prosperità dell’unione coniugale. Le prestazioni, diversamente, possono essere effettuate anche a titolo di mutuo. Occorre quindi ricercare in ogni caso quale sia stata la reale volontà delle parti (DTF 96 II 2 e rif. cit.). In proposito il Tribunale federale, pur concordando con la dottrina sul fatto che l’
animus donandi
può essere di principio presunto, ha nondimeno avuto modo di precisare che, qualora in passato la moglie abbia concesso mutui al marito, i coniugi manifestano l’intenzione di contenere entro limiti precisi i sacrifici finanziari della moglie a favore della famiglia, di modo che non si può più presumere che eventuali contributi posteriori della stessa siano effettuati con l’
animus donandi
o per eseguire un dovere morale. Pur non potendolo escludere, si assiste in tal caso a un’inversione dell’onere probatorio, nel senso che incombe al marito dimostrare che le prestazioni della consorte sono avvenute
donandi causa
(in proposito si veda DTF 96 II 2 seg.).
Gli oneri del matrimonio comprendono segnatamente le spese per la sussistenza, il vestiario e l’abitazione della famiglia, per le prestazioni mediche e ospedaliere, per il tempo libero, l’educazione, le spese ordinarie e straordinarie conformi al proprio stato sociale (L
emp,
Commentario bernese, art. 246 vCC n. 5). Per il resto, tra coniugi non vigono norme diverse che per soggetti giuridici ordinari (
Deschenaux/Steinauer
, Le nouveau droit matrimonial, pag. 311;
Lemp
, op. cit., pag. 975 n. 19, art. 244 vCC n. 6). In particolare, quando un coniuge pretende di avere concesso un mutuo all’altro, egli deve provare sia di avergli messo a disposizione la somma, sia l’esistenza del contratto di mutuo e del relativo obbligo di restituzione (DTF 83 II 210;
Tercier
, La partie spéciale du code des obligations, pag. 205 n. 1601, K
ummer
, Commentario bernese, art. 8 CC n. 248).
c)
L’appellante non contesta di avere ricevuto dalla moglie fr. 80’500.– per il ristorante “_ ” e neppure il suo obbligo di restituzione, riconoscendo pertanto che le parti hanno concluso al riguardo un contratto di mutuo. Del pari, egli ha implicitamente ammesso l’obbligo di restituzione (e pertanto l’esistenza di un contratto di mutuo) dell’importo di fr. 30’000.– ottenuto dalla moglie e versato per il concordato _ _ (cfr. prelevamento fr. 30’000.– del 17 aprile 1986, doc. B, doc. D, doc. 1, documentazione bancaria richiamata classificatore 1): tant’è vero che il 21 maggio 1987 egli ha personalmente versato sul conto dell’attrice l’importo di fr. 25’000.– asseritamente rientrati dal citato concordato (documentazione bancaria richiamata, doc. B, doc. 1, prima riga, duplica pag. 4). Così stando le cose, ben si può concludere che, vista l’importanza dei mutui concordati tra i coniugi, quantomeno tacitamente, essi abbiano inteso contenere l’impegno finanziario della moglie in favore della famiglia, cosicché, in ossequio della citata giurisprudenza del Tribunale federale (supra, consid. 4b), è subentrata un’inversione dell’onere probatorio in merito all’esistenza dell’
animus donandi
delle prestazioni effettuate dalla moglie ai sensi dell’art. 246 vCC. Spetta tuttavia all’attrice dimostrare l’ammontare dei contributi prestati per il mantenimento della famiglia.
Orbene, la moglie non ha cifrato l’importo complessivo da lei versato per il mantenimento della famiglia, limitandosi a sostenere che l’importo corrispondente al saldo negativo del suo conto (dedotti gli importi di fr. 16’500.– e di fr. 9’000.–) è stato consumato per investimenti vari nell’esercizio pubblico del marito, per altre spese personali di quest’ultimo e per il mantenimento della famiglia (replica e risposta riconvenzionale pag. 6); tantomeno l’importo può essere desunto dagli atti di causa. Dalla documentazione prodotta si evince unicamente che l’attrice ha messo a disposizione fr. 33’000.– per l’acquisto della vettura _ (prelevamento 30 maggio 1986 doc. B, doc. 1, doc. D, appello pag. 10), poi rimasta in proprietà del marito. Che questa fosse l’automobile di famiglia e che la relativa spesa rientrasse quindi tra quelle contemplate dall’art. 246 cpv. 3 vCC non è contestato. Per tale spesa il convenuto non ha dimostrato l’
animu donandi
della moglie. Ne discende che, per i motivi esposti sopra, il relativo importo (fr. 33’000.–) deve esserle rimborsato.
d)
Al citato importo di fr. 33’000.– vanno sommati i fr. 80’500.– ammessi dal marito per investimenti nel ristorante e l’importo di fr. 5’000.– quale differenza dell’importo ricevuto dall’attrice e restituitole solo in parte per il concordato _ (fr. 30’000.– prelevati dal conto dell’attrice, dedotto il rimborso da parte del marito di fr. 25’000.–). Va rilevato che il Pretore ha quantificato le spese per il ristorante in fr. 112’500.–, contro i fr. 80’500.– citati (pag. 20 sentenza impugnata). Non è tuttavia dato di capire come il primo giudice sia giunto a tale importo, poiché egli non ha spiegato quali voci del conteggio (doc. 1) andavano computate nei prelevamenti a favore del “_ ”. Non essendo possibile giungere a tale importo sulla base delle voci di tale conteggio esplicitamente riferite all’esercizio pubblico, che ammontano a complessivi fr. 74’500.–, la pretesa della moglie va accolta limitatamente all’importo riconosciuto dal convenuto. L’attrice, cui incombeva l’onere probatorio, ha invece fallito la prova di aver mutuato altre somme al marito.
e)
Riconoscendo di dovere all’attrice solo fr. 50’500.–, l’appellante ribadisce implicitamente la sua tesi, secondo cui l’importo di fr. 85’000.– dovrebbe essere decurtato di fr. 30’000.–, asseritamente versati al proprio padre per il rimborso di una somma ricevuta a titolo di anticipo ereditario anni prima e a suo dire utilizzata per i bisogni della famiglia (appello pag. 14, conclusioni del convenuto pag. 6, risposta pag. 5). L’argomentazione è infondata. Come giustamente rilevato dal Pretore, il pagamento in questione non è comprovato e non risulta neppure che esso sia stato destinato al mantenimento della famiglia, come del resto sostenuto solo con le conclusioni, e pertanto tardivamente (art. 170, 176 CPC). Ma, quand’anche fosse, ciò non significherebbe ancora che tale importo sia a carico della moglie, poiché come si è visto, nel vecchio diritto l’onere di provvedere al mantenimento della famiglia incombeva di principio al marito (consid. 4b).
f)
L’appellante riafferma la pretesa di fr. 120’000.–, asseritamente mutuati alla moglie per il finanziamento della casa di _ (appello pag. 15). Se non che, come rilevato sopra (consid. 4b), il contratto di mutuo presuppone il trasferimento in proprietà di una somma di denaro al mutuatario, con assunzione dell’obbligo di restituzione di pari importo da parte di costui (art. 312 CO). Giustamente il Pretore ha respinto la pretesa, non comprovata. La circostanza che alcuni artigiani abbiano intestato le rispettive fatture al convenuto invece che alla moglie (doc. 2.2, 2.4–2.11), non è infatti sufficiente a dimostrare l’esistenza di un contratto di mutuo; in effetti ciò ancora non significa che le fatture siano state saldate effettivamente dal marito con capitali propri e che la moglie avesse assunto l’obbligo di restituirgli gli importi corrispondenti.
9.
Il Pretore ha riconosciuto all’attrice un importo di fr. 10’000.–, pari alla metà del controvalore dei mobili posti nella casa di _. L’appellante critica tale giudizio, sostenendo che la mobilia in questione sarebbe di sua esclusiva proprietà, così che alla moglie nulla spetterebbe a titolo di conguaglio (appello pag. 16). Orbene, il marito non ha in alcun modo provato il suo asserito diritto di proprietà sul mobilio in oggetto. A ragione pertanto il Pretore ha ammesso la comproprietà dei coniugi, i mobili trovandosi nel possesso di entrambi al momento della separazione di fatto (art. 930 cpv. 1 CC) e ha riconosciuto all’attrice la metà del controvalore (art. 646 cpv. 2 CC). Su questo punto l’appello si rivela quindi infondato.
10.
In riforma del giudizio impugnato, a titolo di liquidazione del regime matrimoniale il convenuto verserà pertanto all’attrice l’importo complessivo di fr. 128’500.– (fr. 80’500.– prelevati per il ristorante + fr. 5’000.– saldo del mutuo destinato al concordato _ + fr. 33’000.– costo vettura _ + fr. 10’000.– quota parte del controvalore relativo al mobilio).
11.
Il Pretore ha subordinato l’ordine all’Ufficiale dei registri di iscrivere a nome dell’appellante i fondi n. _, _ e _RFD di _, attualmente intestati alla moglie, alla prova dell’avvenuto versamento da parte del marito all’attrice dell’importo dovuto a titolo di liquidazione del regime matrimoniale. L’appellante contesta la legittimità del provvedimento. A torto. La misura contestata si fonda infatti su motivi di comune buon senso e di equità in applicazione analogica dell’art. 82 CO.
12.
Gli oneri processuali seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CC). L’appellante contesta anche il giudizio sulle spese e le ripetibili. Alla luce del giudizio odierno, che conferma il principio di un contributo alimentare per la moglie, aumenta d’ufficio quello per il figlio e riduce il credito della moglie per la liquidazione del regime matrimoniale a fr. 128’500.–, si giustifica di suddividere tra le parti le spese e la tassa di giustizia dell’azione principale nella misura di 1/4 a carico della moglie e di 3/4 a carico del marito. Le ripetibili sono di conseguenza ridotte a fr. 8’000.– (contro i fr. 9’000.– stabiliti dal Pretore). In merito all’azione riconvenzionale, il giudizio pretorile sugli oneri processuali (spese e tassa di giustizia), posti interamente a carico del marito, merita conferma, l’attore riconvenzionale essendo risultato integralmente soccombente. Le ripetibili assegnate alla moglie, di fr. 6’000.–, adeguate alla tariffa dell’Ordine degli avvocati (art. 14 TOA) e conformi al grado di soccombenza, sono anch’esse confermate.
Gli oneri del presente giudizio, tenuto conto dell’esito del gravame, sono posti a carico dell’appellante nella misura di 4/5 e dell’appellata per 1/5. Il convenuto rifonderà alla controparte un adeguato importo a titolo di ripetibili ridotte di appello.