Decision ID: 4fc43d1e-b628-5ed8-8645-c299126a1712
Year: 2010
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A. RI 1
è amministratore unico della _, società che, tra i diversi scopi sociali iscritti a Registro di commercio, annovera il trasporto regolare di passeggeri e l’organizzazione di viaggi sia in Svizzera che all’estero.
B.
Nel gennaio del 2005, la _ ha presentato all’Ufficio federale dei trasporti (in seguito UFT) una domanda per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio di un servizio di bus sulla tratta stazione FFS Lugano - stazione FFS Chiasso - aeroporto di Malpensa. Dato l’esito negativo della richiesta (da ricondurre al fatto che le tre fermate erano già state assegnate ad altre imprese di trasporto), la _, in data 11 marzo 2005, ha presentato all’UFT una modifica della stessa, con la quale ha chiesto di sostituire la fermata di Lugano con il Piazzale Le Fornaci di Pambio Noranco e la fermata di Chiasso con la stazione FFS di Mendrisio.
C.
Nel gennaio del 2006 l’UFT, accertato che la _ aveva effettuato trasporti transfrontalieri regolari e professionali senza disporre di un’autorizzazione federale e che la società continuava a caricare passeggeri presso la stazione FFS di Lugano, ha avviato a carico della stessa una procedura penale.
D.
Ritenuto che, a causa del procedimento penale, non sarebbe stato possibile valutare tempestivamente e definitivamente le condizioni per l’ottenimento dell’autorizzazione, l’UFT ha concesso alla _ un’autorizzazione provvisoria (autorizzazione n. CH 37), valida dal 1° febbraio 2006 al 31 gennaio 2007, per l’effettuazione di un servizio di bus sulla tratta Pambio Noranco - Mendrisio - Malpensa.
E.
Con decisione penale 8 maggio 2007, l’UFT ha dichiarato la _ colpevole di aver effettuato, intenzionalmente e senza disporre di un’autorizzazione federale, trasporti internazionali, regolari e professionali di viaggiatori.
Avendo la _ fatto richiesta di essere giudicata da un tribunale, gli atti sono stati trasmessi alla Pretura penale che, con sentenza 28 marzo 2007, ha annullato la decisione dell’UFT, rilevando come la procedura avrebbe dovuto essere avviata nei confronti di una persona fisica.
Tale giudizio è poi stato confermato dalla CCRP con sentenza 4 maggio 2007 e, definitivamente, dal Tribunale federale con sentenza 15 ottobre 2007.
F.
Nel frattempo, con decisione 19 luglio 2007, dopo che il Tribunale federale, con decisione 5 luglio 2006, aveva annullato la concessione alla _ dell’autorizzazione n. CH 37, l’UFT ha stralciato l’istanza con cui la stessa società aveva chiesto l’autorizzazione per la tratta Pambio Noranco - Mendrisio - Malpensa.
G.
In data 1° aprile 2008, l’UFT ha emanato una decisione penale nei confronti di RI 1, amministratore unico della _, con la quale lo ha dichiarato colpevole di:
-
avere effettuato, nel periodo che va dall’inizio del 2005 al 1° febbraio 2006 e dal 5 luglio 2006 fino al 15 ottobre 2007, trasporti di viaggiatori sottoposti all’obbligo di autorizzazione sul percorso Lugano - Malpensa senza disporre della necessaria autorizzazione;
-
nel periodo del febbraio 2006 all’inizio di luglio 2006, di aver fatto salire intenzionalmente dei viaggiatori alla stazione FFS di Lugano e di aver effettuato trasporti di viaggiatori sulla linea Lugano - Malpensa contravvenendo alle disposizioni dell’autorizzazione n. CH 37;
-
di aver effettuato, nel periodo dal maggio 2006 al 6 settembre 2006, un servizio di trasporto di viaggiatori sottoposto all’obbligo di autorizzazione sulla linea Lugano - Linate senza disporre dell’autorizzazione federale.
In applicazione della pena, l’UFT ha condannato RI 1 ad una multa di fr. 10'000.-.
H.
Con scritto 8 aprile 2008, RI 1 ha chiesto di essere giudicato da un tribunale e gli atti sono stati di conseguenza trasmessi alla Pretura penale.
Dopo il dibattimento, con sentenza 18 settembre 2008, il presidente della Pretura penale ha dichiarato il prevenuto autore colpevole di infrazione alla Legge federale sul trasporto di viaggiatori (in seguito LTV), confermando integralmente le imputazioni rivoltegli dall’UFT e, in applicazione della pena, lo ha condannato ad una multa di fr. 7'000.-, al pagamento delle spese della procedura penale amministrativa di fr. 3'620.- nonché al pagamento delle tasse e spese giudiziarie di complessivi fr. 1'000.-.
I.
Avverso la predetta sentenza è insorto il condannato con dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e revisione penale di data 19 settembre 2008.
RI 1, nella motivazione scritta presentata il 29 ottobre 2008, postula l’annullamento della sentenza impugnata ed il suo proscioglimento da ogni addebito.
In subordine, egli chiede il rinvio della causa alla Pretura penale perché pronunci la sua assoluzione.
J.
Senza formulare particolari osservazioni, con scritto 14 novembre 2008, il procuratore pubblico chiede la conferma della sentenza impugnata.
L’UFT, con osservazioni 3 dicembre 2008, postula la reiezione del ricorso.

Considerando
in diritto:
1.
Il ricorso per cassazione è essenzialmente un rimedio di diritto (art. 288 lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 134 I 153 consid. 3.4 pag. 156, 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 278).
2.
2.1. RI 1
solleva, innanzitutto, un vizio di natura procedurale rimproverando al presidente della Pretura penale di avere interrotto l’esposizione orale dei motivi posti alla base della sua condanna dopo l’intervento di uno spettatore che sosteneva l’erroneità di un’argomentazione. Rilevando che se vi fosse stata necessità di tutelare l’ordine in aula, il giudice avrebbe dovuto richiamare lo spettatore e, in caso di reiterazione, espellerlo, il ricorrente sostiene che l’interruzione del commento orale della sentenza è stato un atto sproporzionato e lesivo dei suoi diritti, ritenuto che l’art. 276 cpv. 2 CPP permette all’accusato ed alle altre parti coinvolte di verificare la possibilità o meno di inoltrare un eventuale ricorso e la relativa dichiarazione. L’omissione - conclude - costituisce un vizio essenziale di procedura che comporta la nullità della sentenza.
Per quanto attiene alla tempestività della censura, RI 1 rileva che
“l’accusato e la difesa non hanno potuto eccepire l’irregolarità procedurale prima d’ora, ossia prima dell’inoltro del presente ricorso. Il Giudice ha infatti proceduto con un provvedimento d’ordine che ha determinato la sospensione dell’esposizione orale. (...). La difesa non ha avuto facoltà d’intervento, ad esempio chiedendo al giudice di redigere a verbale del dibattimento l’interruzione dello stesso. Neppure successivamente la difesa era abilitata a sollevare l’irregolarità, inoltrando la dichiarazione di ricorso: gli art. 260 cpv. 5 e 276 cpv. 2 CPP prevedono unicamente la facoltà di ricorrere e richiedere un giudizio motivato, non altro”
(ricorso, pag. 3-5)
.
2.2.
Il presidente della Pretura penale, determinandosi su quanto rimproveratogli dal ricorrente, ha avuto modo di precisare che dopo circa una decina di minuti di illustrazione dei motivi della condanna,
“il testimone (che dopo l’audizione aveva preso posto tra il pubblico) ha cominciato a gridare e contestare ad alta voce le spiegazioni; prima ancora che potessi intervenire anche l’accusato ha cominciato a fare lo stesso. A questo punto, visto il clima che si era creato, sono stato indotto a rinunciare a esprimere gli ultimi dettagli e sono passato alla lettura del dispositivo. In sostanza all’accusato erano stati comunicati i motivi principali per i quali veniva condannato”
(osservazioni 3 novembre 2008 del presidente della Pretura penale).
2.3.a.
L’art. 276 cpv. 1 CPP prevede che, conclusa la discussione, il pretore emana la sentenza che è immediatamente comunicata verbalmente nei dispositivi e con esposizione dei motivi essenziali all’accusato, alla parte civile e al procuratore pubblico.
In tal modo vengono ossequiati i principi dell’oralità e della pubblicità (Salvioni, Codice di procedura penale, ad art. 257 pag. 415).
b.
La violazione di una norma procedurale non porta automaticamente alla cassazione della sentenza. La Corte di cassazione interviene, infatti, unicamente qualora la violazione arrechi pregiudizio alla sicurezza dei diritti della difesa, all’oggettività della procedura e alla corretta assunzione delle prove, fermo restando che gli errori procedurali intervenuti nei primi stadi della procedura possono essere sanati in momenti successivi (Schmid, Strafprozessrecht, 3a edizione, pag. 328 n. 1072; Donatsch/Schmid, Kommentar Strafprozessordnung des Kantons Zürich, § 430 n. 19; DTF 109 Ia 177 consid. 4).
c.
In concreto si osserva, innanzitutto, che dalle precisazioni fornite dal primo giudice risulta che questi, nonostante l’interruzione dell’esposizione orale, abbia comunque avuto modo di comunicare all’accusato i motivi principali della condanna, sicché, di per sé, la violazione pretesa dal ricorrente nemmeno sussiste.
Tuttavia, anche ammettendo che ciò non fosse, si rileva come il ricorrente, da tale omissione, non ha subito pregiudizio. Lo stesso, infatti, patrocinato da un avvocato, ha comunque potuto presentare la dichiarazione di ricorso e richiedere la motivazione scritta della sentenza (art. 276 cpv. 2 CPP) nonché adire la CCRP con un ricorso per cassazione.
In queste condizioni, a prescindere dalla questione di sapere se il vizio di procedura sia
“stato sollevato appena possibile”
(come richiesto dall’art. 288 lett. b CPP), la censura proposta dal ricorrente si rivela infondata e deve essere respinta.
3.
3.1.
Il ricorrente sostiene, poi, che la sentenza è nulla poiché emanata in violazione dell’art. 6 CEDU.
In particolare, il ricorrente rileva che la decisione penale 1° aprile 2008 dell’UFT corrisponde ad un rinvio a giudizio e, dunque, in sostanza, ad un atto di accusa. Egli osserva come la stessa
“è contenuta in 12 fogli dattiloscritti, con fitta illustrazione in fatto ed in diritto”
nonostante la CEDU, la DPA e la PPF prescrivano che
“gli atti di accusa non devono essere né motivati, né discorsivi”
.
A detta del ricorrente, l’art. 70 cpv. 2 DPA prevede che la decisione penale emanata dall’amministrazione deve essere motivata
“in modo sintetico”
. Essa, come l’atto d’accusa, deve indicare semplicemente
“l’accusato, il reato, le norme di legge applicabili, i mezzi di prova invocati e la composizione della Corte”
.
Infatti - continua RI 1 -
“l’atto di accusa motivato e discorsivo influenza la Corte (a maggior ragione se composta da cittadini giurati); determina un vantaggio per l’accusa che espone le sue ragioni ed opinioni a svantaggio della difesa che può farle valere solo nel corso del dibattimento, oralmente”
.
La decisione penale emanata dall’UFT - conclude il ricorrente - così come formulata,
“costituisce una sorta di decisione anticipata del giudizio, quasi a volersi sostituire alla sentenza della Corte”
e vìola di conseguenza l’art. 6 CEDU che garantisce all’accusato un equo processo ed il principio della parità delle armi e deve, pertanto, essere annullata (ricorso pag. 6-8).
3.2.a.
L’art. 70 cpv. 1 della Legge sul diritto penale amministrativo (DPA) prevede che, in caso di opposizione al decreto penale, l’amministrazione, in base al risultato del riesame, emana una decisione penale.
Giusta il cpv. 2 di tale disposto, la decisione penale deve essere motivata.
La DPA prevede, poi, la possibilità, per la persona colpita dalla decisione penale, di chiedere di essere giudicato da un tribunale (art. 72 cpv. 1 DPA).
In questo caso, giusta l’art. 73 cpv. 1 DPA, il rinvio a giudizio avviene con la trasmissione degli atti, da parte dell’amministrazione in causa, al tribunale competente per il tramite del ministero pubblico cantonale.
Il cpv. 2 dello stesso disposto (così come l’art. 213 CPP) specifica che il rinvio a giudizio tiene luogo d’accusa e che esso deve enunciare la fattispecie e le disposizioni penali applicabili oppure rimandare alla decisione penale.
b.
Ciò posto, si osserva, innanzitutto, che, diversamente da quanto sostiene il ricorrente, l’art. 70 cpv. 2 DPA non prevede che la decisione penale dell’amministrazione deve essere motivata in modo sintetico. Al contrario, la decisione penale, conformemente al diritto di essere sentito (art. 29 cpv. 2 Cost.) e all’obbligo di motivazione da esso scaturente, deve permettere al prevenuto di prendere piena coscienza dei motivi alla base della sua condanna e deve, pertanto, essere esaustivamente motivata (cfr. Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, 6a edizione, Basilea 2005, §45 n. 10).
D’altra parte, quando sostiene che la decisione penale ai sensi dell’art. 70 DPA rappresenta, in sostanza, un atto d’accusa giusta l’art. 126 della Legge federale sulla procedura penale (PPF), il ricorrente opera un paragone fuori luogo, omettendo di considerare le particolarità della procedura penale amministrativa. A differenza della normale procedura penale (nella quale, alla fine della fase istruttoria, il procuratore pubblico emana un atto di accusa con cui sottopone al giudice, in modo sintetico, le imputazioni a carico dell’accusato), nella procedura penale amministrativa è, infatti, la stessa decisione emanata dall’amministrazione ad essere sottoposta al vaglio del tribunale, che funge, in pratica, da autorità di ricorso.
Proprio per questo l’art. 73 cpv. 2 DPA e l’art. 213 cpv. 1 CPP prevedono che, nella procedura penale amministrativa, il rinvio a giudizio sostituisce l’atto o il decreto d’accusa (
“il rinvio a giudizio tiene luogo d’accusa”
) e che la comunicazione di rinvio a giudizio può rimandare semplicemente alla decisione penale.
c.
In concreto, l’UFT ha comunicato al Ministero Pubblico, in data 8 aprile 2008, il rinvio a giudizio del ricorrente, rimandando alla decisione penale 1° aprile 2008. Sulla scorta della fattispecie e delle imputazioni in essa enunciati, il presidente della Pretura penale ha indetto il dibattimento che è poi sfociato nel giudizio impugnato. Così agendo il primo giudice non ha fatto altro che ossequiare la procedura penale amministrativa, in particolare l’art. 73 cpv. 2 DPA.
Ne discende che la censura non può trovare accoglimento.
4.
Il ricorrente solleva, poi, una censura giusta l’art. 288 lett. c CPP, tacciando di arbitrario l’accertamento del primo giudice secondo cui egli “
ha avuto un ruolo decisionale all’interno di _
” (ricorso pag. 14).
4.1.
Sulla questione, il primo giudice ha, dapprima, rilevato che RI 1 è amministratore unico della _ e che, in quanto tale, egli è l’organo esecutivo della predetta società (sentenza impugnata, consid. 1 pag. 3, consid. 8 pag. 11).
Proseguendo nell’esame, il primo giudice ha ricordato che, al dibattimento, RI 1 ha dichiarato di non avere mai seguito direttamente le vicende della ditta della quale
“è amministratore unico e fiduciario di professione
” e di non avere mai “
messo il naso
” nell’attività vera e propria della ditta di cui era ed è responsabile _ “
che decideva con _”
mentre lui si limitava a
“verificare la contabilità, ad effettuare i controlli fiscali e basta”
precisando che erano _, direttore, e _ a “
prendere le decisioni societarie come pure quelle sulle linee
” (sentenza impugnata, consid. 10d pag. 18 e 19).
Ciò nonostante, sulla base della “
copiosissima documentazione agli atti”
, il primo giudice ha ritenuto “
evidente il coinvolgimento diretto e quasi esclusivo dell’imputato nella gestione dei rapporti con l’UFT e con l’esterno”
. Per giungere a tale conclusione, il primo giudice ha, dapprima, ricordato che “
tutta la corrispondenza veniva allestita nel suo (ndr: di RI 1) studio professionale di Stabio, sede peraltro della ditta fino al 2006
”
e che tutta la corrispondenza veniva da lui firmata e portava la sigla di riferimento BL “
mentre non risultano quelle di _ o _
”. Quindi, il primo giudice ha esaminato il linguaggio e il contenuto delle diverse lettere osservando che molte delle affermazioni in esse contenute - per es. “
abbiamo deciso
” oppure “
il nostro signor RI 1 contattava telefonicamente il vostro signor _
” oppure ancora “
il signor RI 1, a più riprese, ha contattato telefonicamente il vostro signor _
” oppure ancora “
il nostro amministratore signor RI 1 (...) ha spiegato in modo chiaro e esaustivo le intenzioni della _
” oppure ancora “
alfine di chiarire la questione, il signor RI 1 prendeva contatto direttamente con il Ministero dei trasporti di Roma
” così come le molte altre di analogo tenore e che sono riprodotte nella sentenza di primo grado - rivelano, senza dubbio possibile un coinvolgimento diretto dell’imputato nelle decisioni tecniche sulle linee (sentenza impugnata, consid. 10c pag. 19 e 20).
Continuando nel suo esame della corrispondenza in atti, il primo giudice ha ritenuto che ad analoga conclusione si giunge dopo lettura delle numerose lettere inviate dalla _ all’UFT con copia al Consigliere federale Leuenberger, ai Consiglieri di Stato Pedrazzini e Borradori, al Ministero dei trasporti terrestri di Roma, al Comando della polizia stradale e a quello della polizia comunale della città di Lugano, tutte “
firmate dall’accusato come amministratore unico
” (sentenza impugnata, consid. 10c pag. 20).
La conclusione del coinvolgimento diretto e personale di RI 1 nella gestione dell’attività della _ è, poi, supportata - secondo il primo giudice - anche dal contenuto della lettera scritta il 19 giugno 2006 dall’imputato al Consiglio di Stato ticinese, lettera “
allestita a Stabio a sigla BL, nonostante la sede della _ fosse nel frattempo già stata spostata a Lugano-Barbengo”
e da cui si evince, fra l’altro, “
che vi era stata una riunione alla presenza del Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini, del responsabile della polizia stradale ten. _, del vice direttore della ditta _, del legale PA 1 e dell’accusato medesimo”
(sentenza impugnata, consid. 10c pag. 20 e 21).
Inoltre, il primo giudice ha ritenuto che la conclusione circa il ruolo decisionale di RI 1 in _ e, in particolare, nelle vicende all’origine del procedimento penale è supportata - se non imposta - dall’esame delle “
numerose lettere dell’UFT indirizzate all’accusato
” e in cui questi viene, in particolare, indicato come il referente dell’Ufficio federale per la _, come colui che, in nome della società, ne spiegava la posizione e i desiderata per lettera, per telefono o partecipando a degli incontri (sentenza impugnata, consid. 10c pag. 21).
Ricordato, infine, che RI 1 in prima persona aveva trattato per la _ con gli agenti in relazione ad un previsto controllo aziendale, il primo giudice ha concluso che
“non sussiste dubbio alcuno sul fatto che l’accusato, oltre che essere di per sé il solo organo in grado di rappresentare validamente la società, ha avuto anche in pratica un ruolo di primo piano nelle vicende”
(sentenza impugnata, consid. 10c pag. 22).
Infine,
“a dimostrazione del suo coinvolgimento
diretto nelle vicende della ditta”
, il primo giudice ha, poi, ritenuto il fatto che RI 1 ha sporto una denuncia penale al Ministero pubblico ticinese
“per trasporto di passeggeri con autista sprovvisto di regolare patente da parte della ditta concorrente”
(sentenza impugnata, consid. 10, pag. 21).
Per quanto attiene ai ruoli ricoperti da _ e _,
“ovverossia le altre due persone con responsabilità - almeno sulla carta - dirigenziali”
, sulla scorta della documentazione in atti e delle dichiarazioni degli interessati e dell’accusato (cfr consid. 11c, 11d e 11e della sentenza impugnata), il primo giudice ha ritenuto che i due “
ricoprivano dei ruoli in realtà secondari rispetto a quello di RI 1”
che era
amministratore unico “
e per giunta - circostanza strana ove appena si consideri che gli altri due sulla carta almeno una volta sono stati pomposamente definiti vice direttore, direttore commerciale o responsabile tecnico - l’unica persona autorizzata a rappresentare validamente la società sin dalla sua costituzione”
(sentenza impugnata, consid. 11f pag. 24).
Il primo giudice ha, poi, rilevato come _ sia comunque giunto in ditta solo in un secondo tempo e come sia diventato direttore commerciale senza diritto di firma solo a fine 2006, quando, almeno in parte, i fatti ritenuti costitutivi di reato si erano già realizzati.
Quanto al ruolo di _, il primo giudice ha osservato come dalla sua lettera 6 ottobre 2006 alla polizia cantonale risulti chiaramente che, se è vero che era stato assunto
“a tempo parziale, come responsabile tecnico per ottenere, tramite la sua licenza, l’autorizzazione a esercitare il trasporto professionale di viaggiatori su strada”,
di fatto egli non svolgeva alcun ruolo dirigenziale (sentenza impugnata, consid. 11f pag. 25).
In sostanza - ha riassunto il primo giudice -
“chi prendeva le decisioni era l’accusato”
e questa circostanza
“trova pure e
in modo schietto ulteriore conferma”
nell’arringa svolta nel precedente dibattimento dal suo difensore che ha affermato che “
il decreto penale deve essere dichiarato privo d’oggetto e rilevanza, non essendo la _ a dover rispondere delle infrazioni, quanto piuttosto il signor RI 1 stesso”
(sentenza impugnata, consid. 11f pag. 25).
4.2.
Nel suo gravame, RI 1 dichiara, dapprima, di non essere (e di non essere mai stato) azionista della società e di non essere padrone dell’azienda _ ex art. 6 cpv. 2 DPA ma di esserne, semplicemente, responsabile tabulare (in qualità di amministratore unico) e di occuparsi, in azienda, unicamente di contabilità, questioni fiscali e amministrative (quali l’erogazioni di stipendi). Egli afferma, poi, di non avere fatto eseguire corse e viaggi con veicoli; di non avere predisposto né linee, né tabelle d’orari, né il sito web né di essersi mai occupato di prenotazioni di trasporto. Continuando nell’illustrazione dell’attività da lui svolta o non svolta per la _, RI 1 precisa, infine, di non essere in possesso di una licenza di condurre o di trasporto di bus e di non avere mai operato nella sede della _ a Barbengo.
Continuando nel suo esposto, il ricorrente sostiene che, a fronte di quanto sopra, è arbitrario ritenere che egli ha avuto un ruolo decisionale all’interno di _ semplicemente perché ha intrattenuto contatti (epistolari e non) con l’UFT e le autorità istituzionali poiché, semplicemente egli, quale responsabile tabulare, ha agito perché
“il diritto di firma lo imponeva: diversamente gli atti emanati da _ sarebbero stati considerati nulli”
(ricorso, pag. 13-14).
RI 1 rileva, poi, come la considerazione circa l’ammissione fatta in arringa durante il dibattimento del 28 marzo 2008 sia “
oltre che arbitraria, fuorviante ed infondata
” visto che lo stesso giudice ha dimenticato di aggiungere che, nel merito, durante quell’arringa, era stato chiesto il proscioglimento per mancanza dei presupposti oggettivi per una condanna (ricorso pag. 9 e 10).
Inoltre, continua il ricorrente, l’accertamento del primo giudice contrasta con quanto sostenuto dall’UFT, in occasione dello stesso procedimento a carico della _, davanti alla CCRP e al Tribunale federale, ovvero che, in sostanza, la violazione delle disposizioni della LTV non poteva essere imputata solo a RI 1, in quanto altre persone fungevano da amministratori o persone responsabili.
Il ricorrente rileva, infine, che, nonostante il Tribunale federale abbia sancito la necessità di imputare le contravvenzioni alla LTV ad una persona fisica e non alla _ e malgrado le
“reiterate richieste della difesa”,
l’UFT non ha proceduto a indagini supplementari tese ad individuare chi fosse realmente il colpevole, ma, al termine di un’ istruttoria di causa
“carente e lacunosa”
si è limitato a sostituire la persona accusata:
“prima _, in seguito, RI 1”
(ricorso, pag. 6 e 9-12).
4.3.
Con le sue argomentazioni - che vanno dichiarate irricevibili in quanto di stampo appellatorio poiché formulate come se si trattasse di presentare una replica dell’arringa dibattimentale, in particolare laddove egli sostiene di non essere azionista della _, di occuparsi esclusivamente di contabilità e di questioni fiscali,
di non aver fatto eseguire corse e viaggi con veicoli e tantomeno di aver predisposto linee, tabelle d’orari, il sito web e il sistema di prenotazione della società
- il ricorrente non tenta nemmeno di dimostrare
in che modo e per quale motivo
il primo giudice sarebbe caduto in arbitrio desumendo dagli atti (in particolare, dalla corrispondenza intrattenuta con le diverse autorità) che egli ha personalmente curato le trattative tendenti ad ottenere l’autorizzazione per il trasporto di persone, trattative nel cui ambito egli non solo ha agito personalmente, ma lo ha fatto quale dominus della _ di cui - al di là delle sue dichiarazioni contrarie - curava l’attività vera e propria e non soltanto gli aspetti di mera amministrazione contabile.
E’, anzi, quasi temerario pretendere che questa conclusione - cui il pretore è giunto dopo una certosina interpretazione della documentazione in atti ponderata e supportata con l’esame delle dichiarazioni rese dai testi e dallo stesso imputato in un procedimento di valutazione certamente sostenibile - possa essere messa in discussione dall’argomentazione secondo cui egli firmava le lettere della _ solo perché, altrimenti, le stesse sarebbero state nulle. Il suo ruolo di “
responsabile tabulare
” in forza della sua iscrizione a RC quale amministratore unico della Starbus SA è, al contrario, un ulteriore elemento che depone, in modo risolutore, per la bontà della conclusione che il primo giudice ha desunto dalla valutazione dell’attività da lui prestata così come risulta dal materiale istruttorio in atti.
Né aiuta il ricorrente la censura relativa all’accertamento del primo giudice sulle
“ammissioni”
fatte al dibattimento celebrato nell’ambito del procedimento penale avviato nei confronti della _. Precisato - perché ciò è doveroso - che il primo giudice non ha parlato di
“riconoscimento di responsabilità penale”
(ricorso pag. 9) ma di ammissione su chi era a prendere le decisioni all’interno della _ (cfr sentenza impugnata, consid. 11 f pag. 25), la questione si rivela, comunque, irrilevante poiché il primo giudice ha considerato tale elemento come semplice
“ulteriore conferma”
che andava semplicemente e, soprattutto, abbondanzialmente ad aggiungersi all’ ampio substrato probatorio (di cui s’è riferito sopra, al consid. 4.1.) sul quale era già stato accertato il ruolo dirigenziale del ricorrente. Tantomeno giova al ricorrente sostenere che l’UFT, in occasione del procedimento penale a carico della _, aveva sostenuto che
“la violazione della LTV non può essere imputata solo a RI 1”
. L’argomentazione non è, infatti, pertinente: così esprimendosi, l’UFT non ha mai messo in dubbio né il ruolo decisionale in seno alla _ del ricorrente né il suo coinvolgimento nella gestione vera e propria della ditta e, in particolare, nella gestione delle vicende che qui interessano, ma ha unicamente sostenuto che, con lui, altre persone andavano ritenute responsabili. Al proposito, va comunque osservato che il primo giudice ha esaustivamente spiegato - in modo certamente sostenibile - le ragioni per cui, dopo un attento ed approfondito esame degli atti d’inchiesta e dopo l’audizione al dibattimento dell’imputato e del teste _, egli ha ritenuto che fosse RI 1 ad avere un ruolo decisionale all’interno della ditta mentre _ e _ ricoprivano dei ruoli puramente secondari. Ma - e lo si aggiunge a titolo abbondanziale - anche se si dovesse condividere la tesi dell’UFT, questo ancora non renderebbe arbitrario l’accertamento qui contestato. Semplicemente, insieme a quella del ricorrente, andrebbe esaminata la posizione di _ e _.
Concludendo, quand’anche fosse ricevibile - cosa che non è - il ricorso su questo punto andrebbe respinto.
5.
Il ricorrente continua il suo esposto osservando che
“determinante è per contro la considerazione che RI 1 ha ritenuto di agire nel giusto”
spiegando che egli non aveva
“intenzione di infrangere la legge e meglio una sistematica giuridica che lo stesso Tribunale amministrativo federale considera non chiara”
. Questa sua convinzione - conclude il ricorrente - configura un errore di diritto ai sensi dell’art. 21 CP che esclude, comunque, qualsiasi sua responsabilità penale (ricorso, pag. 14).
5.1.
Sulla questione della consapevolezza di RI 1, il primo giudice ha ritenuto che “
emerge in modo evidente
” da tutta la documentazione in atti che “
l’accusato, essendosi occupato direttamente di tali questioni e avendo in particolare gestito in prima persona i rapporti con l’UFT, era (venuto) a conoscenza della legislazione federale in materia
” rilevando come, peraltro, sia stato lo stesso RI 1 a riconoscere la propria “
buona conoscenza delle leggi e normative in materia di autorizzazione e relativa concessione per l’esercizio di un servizio in linea internazionale”
nella lettera da lui indirizzata il 13.1.2006 all’UFT per segnalare alcune irregolarità commesse dalla ditta concorrente (sentenza impugnata, consid. 13 pag. 25 e 26).
All’obiezione del ricorrente che ha sostenuto di essersi sentito legittimato (in virtù dell’art. 20 OCTV) ad agire senza l’autorizzazione poiché l’UFT non si era ancora determinato sull’istanza della _ a quattro mesi dal suo inoltro, il primo giudice ha risposto affermando che RI 1 non poteva ignorare il fatto, “
del resto stabilito a chiare lettere e in modo tassativo dall’art. 22 OCTV, che senza permesso non avrebbe potuto iniziare l’esercizio delle linee oggetto della presente vicenda”
. Peraltro - ha spiegato il primo giudice - tale divieto era stato esplicitamente ricordato al ricorrente dall’UFT in alcuni scritti da questo indirizzati alla _ “
c/o Studio commerciale RI 1 e Bobbià di Stabio”,
lettere in cui veniva a chiare lettere indicato che, indipendentemente dal tempo necessario per le procedure di autorizzazione, non è possibile avviare un servizio regolare internazionale se non dopo il rilascio della relativa autorizzazione. Parimenti - ha continuato il primo giudice - risulta dagli atti che lo stesso divieto era stato comunicato al patrocinatore della _ in un invio raccomandato in cui l’autorità federale ricordava che
“il servizio di trasporto può essere avviato o proseguito soltanto dopo l’eventuale rilascio o modifica di un’autorizzazione. Nel caso in cui l’autorità competente non abbia preso alcuna decisione entro il termine di quattro mesi, la normativa rilevante in materia non prevede la possibilità di dedurne automaticamente un assenso all’avvio o alla modifica del servizio di trasporto”
(sentenza impugnata, consid. 13b pag. 26 e 27).
Sulla scorta di queste considerazioni il presidente della Pretura penale ha concluso che RI 1
“laureato in economia e sicuramente persona intelligente, non poteva non essere consapevole, perché a conoscenza della situazione giuridica, di andare contra legem”
e che, pertanto, egli ha agito consapevolmente e intenzionalmente (sentenza impugnata, consid. 13c pag. 27 e 28).
5.2.
Ricordato che quanto l’autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii) e che, pertanto, gli accertamenti del primo giudice secondo cui una persona ha agito con volontà e consapevolezza possono essere rivisti soltanto con cognizione circoscritta all'arbitrio (per analogia, sul piano federale: Wiprächtiger in: Geiser/Münch, Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2a edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota 182; Corboz, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246; DTF 124 I 208 consid. 4, 124 I 174 consid. 2g, 123 I 5 consid. 4a), non si può non rilevare che, ancora una volta, il ricorrente non spiega perche il primo giudice sarebbe trasceso in arbitrio accertando che egli sapeva perfettamente di stare agendo in violazione della LTV ma si limita a contrapporre la propria versione dei fatti - peraltro scarnamente motivata - ciò che in un ricorso per cassazione non è ammissibile.
Al ricorrente incombeva illustrare come, dove e perché il primo giudice sarebbe incorso, oltre che in presunti errori di valutazione, in sbagli o mancanze qualificate che facciano apparire il suo ragionamento non solo errato, ma indifendibile e, pertanto, arbitrario l’accertamento secondo cui egli era perfettamente consapevole del fatto che l’attività esercitata non poteva esserlo in assenza di un’esplicita autorizzazione.
Sulla questione, il ricorso è lungi dall’adempiere simili requisiti data la sua palmare indole appellatoria: il ricorrente non si è confrontato con le argomentazioni del primo giudice ma si è limitato a contrapporvi la tesi secondo cui, vista la complessità della materia, egli era in perfetta buona fede.
Anche su questo punto, dunque, il ricorso è irricevibile.
Soltanto a titolo abbondanziale, si osserva che, in ogni caso, l’accertamento del primo giudice circa la consapevolezza del ricorrente di infrangere la LTV, non è arbitrario, ma risulta fondato, oltre che sulle ammissioni dello stesso imputato, su una valutazione del tutto sostenibile del materiale probatorio in atti.
6.
Gli oneri processuali seguono la soccombenza e sono posti a carico del ricorrente (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP).