Decision ID: ab8bf641-5f73-5cf5-b15d-1d3638b16962
Year: 2009
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A.
Con decreto d’accusa 18 agosto 2008, il sostituto procuratore pubblico ha ritenuto RI 1 autore colpevole di:
- diffamazione ripetuta per avere, nel periodo marzo 2006 - marzo 2007, via Internet, lasciato sul guestbook dello _ e inviato via e-mail dall’indirizzo _ i seguenti scritti:
·
il 15 marzo 2006 fattosi passare per CC. lasciando il messaggio "Vendo le mie secrezioni vaginali a 2.-- fr./decilitro. Contattatemi.";
·
il 15 marzo 2006 fattosi passare per F. e per CC. lasciando il seguente messaggio "Almeno io non sono perseguitato dalla Polizia Municipale di _ per pedofilia (come il G. e la _) ...";
·
il 26 marzo 2006 lasciando il messaggio "CC.: ti ricordi quando ti scopavi il G. qualche anno fa ... nei cameroni dopo il refettorio e te lo sei scopata nel Schlafsack davanti a tutti i ragazzi presenti ...";
·
il 19 agosto 2006 fattosi passare per G., soprannome di F., lasciando i seguenti messaggi "però mi piace, lo ammetto, squartare col mio cazzo i giovani soci del club", "il G. frocio deciso, col suo culo si vende preciso";
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il 9 gennaio 2007 lasciando il seguente messaggio "Vi rendo noto il fatto che il G. è un pederasta pedofilo che ama il pediluvio in un pedalò col P.";
·
il 24 gennaio 2007 lasciando il seguente messaggio "G., perkè nn racconti a tutti che sei un pedofilo del cazzo assetato di ani vergini?";
·
il 21 ottobre 2006 inviando il messaggio e-mail a PC 1 "Ascolta, vuoi che tutti sappiano che ti hanno sbattuto fuori dal _ perché ti hanno preso a frugare nelle carte del rettore??????";
·
il 2 novembre 2006 inviando il messaggio e-mail a PC 1 "Oh. ..vuoi che ti sputtano????? sai che io so che al _ ti hanno sbattuto fuori perchè hai frugato nelle carte del R.???";
·
il 30 novembre 2006 inviando il messaggio e-mail a PC 1 "... hai fatto fallire la _ ";
nonché di
- ingiuria ripetuta, per avere, con scritti lasciati sul guestbook dello _ e inviati via e-mail dall’indirizzo PC 1:
·
il 26 marzo 2006 offeso l'onore di F. tacciandolo di "bastardo di merda";
·
il 26 marzo 2006 offeso l'onore di CC. tacciandola, due volte di "troia";
·
il 13 aprile 2006 offeso l'onore di M.. tacciandolo di "minchione, coglione";
·
il 13 aprile 2006 offeso l'onore di CC. tacciandola di "troia" "scrofa";
·
il 19 agosto 2006 offeso l'onore di CC. tacciandola di "troietta";
·
il 02 novembre 2006 offeso l'onore di PC 1 tacciandolo di "stronzo";
·
il 30 novembre 2006 offeso l'onore di PC 1 tacciando di "bastardo";
·
il 2 gennaio 2007 offeso l'onore di CC. tacciandola di "troia";
·
il 22 gennaio 2007 offeso l'onore di CC. tacciandola di "troiona";
·
il 27 gennaio 2007 offeso l'onore di CC. tacciandola di "troia puttanella".
In applicazione della pena, il sostituto procuratore pubblico ha proposto la condanna di RI 1 alla pena pecuniaria di 20 aliquote giornaliere di fr. 30.- cadauna – pena sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni – e alla multa di fr. 800.- (da sostituirsi, in caso di non pagamento, con 8 giorni di pena detentiva).
B. RI 1
ha
sollevato opposizione contro il citato decreto.
C.
Il giudice della pretura penale, con sentenza 3 marzo 2009, ha confermato la condanna di RI 1 per ripetuta diffamazione e ingiuria condannandolo alla pena pecuniaria di 15 aliquote giornaliere di fr 30.- cadauna – pena sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni – e alla multa di fr 150.- (da sostituirsi, in caso di non pagamento, con 5 giorni di pena detentiva).
D.
Motivando la dichiarazione di ricorso 6 marzo 2009 con ricorso 10 aprile 2009, RI 1, sostenendo l’arbitrio nell’accertamento dei fatti, ha chiesto l’annullamento della sentenza con conseguente suo proscioglimento.
E.
Il sostituto procuratore pubblico, con osservazioni 19 maggio 2009, ha chiesto la reiezione del gravame.
Altrettanto ha fatto la parte civile PC 1 con osservazioni di ugual data.

Considerato
in diritto: 1.
Il ricorso per cassazione è essenzialmente un rimedio di diritto (art. 288 lett. a e b CPP), ritenuto che l’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP).
Va, a questo proposito, precisato che arbitrario non significa manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove ad esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 278).
2.
Il ricorrente sostiene che il primo giudice è caduto in arbitrio accertando che è lui il mittente dei messaggi considerati nel decreto d’accusa.
2.1.
Il primo giudice ha, dapprima, accertato che RI 1 (studente presso la facoltà di scienze politiche dell’università di _) è stato, fino al 2005, membro attivo dello _ – di cui le parti civili CC. e F. sono rispettivamente presidente e segretaria/membro del comitato – nonché della società atletica _ , di cui PC 1 era, al momento dei fatti, presidente.
Egli ha, poi, accertato che lo _ è titolare di un sito che, tra l’altro, offre un guestbook
“che permette ai vari soci ed amici di comunicare tra loro e di lasciare dei messaggi che risultano poi visibili a chiunque si collega al sito”
(sentenza di primo grado, consid. 1 pag. 4). Dopo avere ricordato le circostanze che portarono le parti civili a sporgere querela, il pretore ha ricordato che gli inquirenti sono riusciti a stabilire che i messaggi indirizzati ai membri dello _ provenivano
“da un computer che risponde ad un IP di proprietà della ditta _ con sede in rue de la _ (3 identificazioni) mentre altri sono riconducibili a numeri IP (2 identificazioni) in uso all’università di _”
che erano stati assegnati dai responsabili di quest’ultimo istituto
“ad uno studente che è risultato essere proprio il signor RI 1”
.
Inoltre, il primo giudice ha accertato che i messaggi indirizzati a PC 1 sono stati spediti tramite la rete wireless dell’università di _ “
da un utente che è risultato corrispondere alla persona dell’accusato
” (sentenza di primo grado, consid. 6 pag. 6).
Quindi, il primo giudice ha sottolineato che RI 1 non ha contestato l’identificazione IP dei messaggi partiti dall’università di _ con il suo computer ma ha contestato di esserne il mittente poiché “
l’avere stabilito da quale computer siano partiti i messaggi non significa ancora avere individuato la persona che in quel momento pigiava i tasti
” e che egli ha negato che vi possa essere un collegamento fra lui e l’IP della ditta _.
Tuttavia, il primo giudice, dopo avere giudicato inconsistente e poco credibile la tesi difensiva secondo cui uno sconosciuto abbia utilizzato il computer dell’imputato per spedire i messaggi, ha ritenuto accertato che sia stato proprio questi a farlo sulla base – oltre che degli accertamenti surriportati riguardo i punti di partenza (numeri IP in uso all’università di _ e assegnati a RI 1 e numero IP di _) – dei seguenti elementi:
-
RI 1 aveva la possibilità di collegarsi ad una rete senza fili tramite la tecnologia wireless. Egli lo poteva fare tramite l’accesso concessogli dall’università di _ previa introduzione di login e password e, pure, attraverso la rete wireless della _ che, a differenza dell’istituto accademico, era priva di protezione da incursioni esterne di chiunque si trovasse nel raggio coperto dai suoi apparecchi emittenti, così come era il caso per RI 1 che abita in rue de la _, a pochissima distanza dagli uffici della ditta siti in rue de la _;
-
nessun dipendente della _ è risultato avere un legame con i destinatari dei messaggi e non vi è traccia di studenti o altre persone nella cerchia dell’università o che abitano in prossimità di rue de la _ che possano in qualche modo essere messe in relazione con le parti lese o le parti civili;
-
RI 1 è stato membro sia dello _ che della _ e conosceva tutte le persone nominate nei messaggi e aveva inserito fra i siti preferiti del suo laptop i siti dello _ e della _ nonché l’indirizzo e-mail di PC 1 con cui aveva avuto accesi diverbi (che lo spinsero a lasciare la _) e di cui sapeva che era stato docente al _ e per cui ha detto di non provare nessuna stima;
-
RI 1 non ha mai negato di essere stato, nei momenti cruciali, nei luoghi dove era piazzato il suo computer.
Tutti questi elementi convergenti, uniti al fatto che l’elevato numero di messaggi inviati da IP riconducibili a RI 1 parla contro l’ipotesi di una semplice casualità e al fatto che l’invio di messaggi è cessato dopo la prima verbalizzazione di RI 1 (senza che questi abbia mai sostenuto di avere divulgato la notizia del suo interrogatorio), sono stati letti dal primo giudice come “
numerosi indizi convergenti che permettono di ritenere con sicurezza che sia stato il signor RI 1 a trasmettere i messaggi e gli e-mails indicati nel decreto d’accusa in esame e che permettono di escludere con certezza la mano di una terza persona
” (sentenza impugnata, consid. 8, pag. 7 – 10).
2.2.
Il ricorrente, rimproverando al giudice di prime cure di avere arbitrariamente accertato che è stato lui a spedire i messaggi incriminati, si è soffermato, nel suo allegato, sui diversi elementi chiamati a sostenere tale accertamento.
Egli ha, dapprima, rilevato, in relazione ai messaggi partiti dall’IP della _ , di avere più volte dichiarato – e di averlo fatto anche in aula – di non avere mai usato il suo laptop a casa. Inoltre, egli ha affermato che la zona in cui la ditta ha i suoi uffici è una zona abitata da molti studenti. Ritenuto che la rete wireless della _ non era protetta – ha concluso il ricorrente sull’argomento – e che, perciò, chiunque poteva collegarsi con essa, “
la prova dell’avvenuto collegamento dell’imputato non è agli atti
” essendo, poi, sempre per lo stesso motivo, irrilevante il fatto che nessun impiegato della ditta è risultato avere legami con il Ticino o con le due società sportive (ricorso pag. 3 e 4).
Quanto ai messaggi partiti dall’IP a lui assegnato dall’università di _ , il ricorrente afferma come egli non abbia mai contestato che essi siano stati scritti e spediti con il suo laptop ma ritiene che da ciò non possa ancora essere dedotto, senza arbitrio, che sia stato lui a scrivere e a spedire tali messaggi. Dopo avere sottolineato che “
non gli sarebbe mai venuto in mente di comunicare (...) tramite uno pseudonimo o di creare un indirizzo e-mail falso, poiché non è assolutamente il tipo che si nasconde dietro un nome fittizio per diffamare gente cui voleva e vuole ancora molto bene”,
il ricorrente afferma che
“egli si trovava per mesi ogni giorno nello stesso stabile universitario (biblioteca, mensa, bar) e lasciava spesso incustodito il suo laptop poiché andava a mangiare, frequentava le lezioni, ecc
.” e precisa che, quando egli faceva una pausa, il suo “
portatile era sempre in rete e connesso a internet con il suo IP
”, senza alcun blocco automatico dell’accesso. L’università di _ – continua il ricorrente – è frequentata da molti studenti ticinesi e, fra questi, ve ne sono sicuramente molti che hanno frequentato le due società sportive interessate dai messaggi e altrettanti che hanno frequentato il collegio _ . Per questo – continua il ricorrente – le sue spiegazioni (e cioè, che qualcuno ha usato il suo computer nei momenti in cui lui lo lasciava incustodito) andavano maggiormente considerate a prova della sua innocenza così come andava considerato, sempre a sua discolpa, il fatto che egli non è mai stato allievo del _ e, quindi, egli non poteva sapere nulla dei rapporti fra PC 1 e l’ex-rettore (ricorso pag. 4 -7).
Continuando nel suo esposto, il ricorrente rileva come sia del tutto irrilevante ai fini dell’accertamento della paternità dei messaggi il fatto che, fra i suoi preferiti, vi erano i siti dello _ e della _ : tra i suoi
“preferiti”
– continua – “
vi erano anche siti di giornali svizzeri ed esteri, di politica e di sport
” e lui li usava per guardare “
ogni tanto le foto, il programma di stagione, le attività, i diversi corsi e gli articoli, ma nulla di più
“. Quanto all’indirizzo e-mail di PC 1, questo era – riferisce il ricorrente – “
noto a tutti quelli che visitavano il sito della _
” (ricorso pag. 6).
Quanto ai suoi rapporti con PC 1 – spiega ancora il ricorrente –
“è assolutamente vero (...) che non erano buonissimi poiché c’erano dei conflitti a proposito delle assenze agli allenamenti”.
Tuttavia, egli precisa che, quando lasciò la _ , spiegò con una lettera aperta indirizzata alla _ e a PC 1 i motivi della sua partenza (ricorso pag. 8).
Infine, il ricorrente spiega la cessazione dell’invio di messaggi dopo il suo primo interrogatorio con il fatto che egli si spaventò molto e che, perciò, “
ha fatto di tutto per proteggersi immediatamente dagli abusi subiti e ovviamente non ha più lasciato il suo portatile incustodito in biblioteca
” (ricorso pag. 8).
Queste considerazioni – conclude il ricorrente – dimostrano che la sentenza è da ritenere
“apertamente insostenibile, destituita di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti poiché non vi sono abbastanza indizi convergenti
”. In queste circostanze, un’analisi più ampia del materiale probatorio avrebbe dovuto imporre l’applicazione del principio
in dubio pro reo
e la sua assoluzione dai reati ascrittigli
“poiché dagli atti non emerge in modo incontrovertibile che l’autore dei messaggi e creatore dell’indirizzo e-mail sia il signor RI 1”
(ricorso pag. 10).
2.3.
Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, il giudice dispone di un ampio potere di apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1.; 118 Ia 28 consid. 1b; STF 30.3.2007 6P.218/2006) così che, per motivare l’arbitrio, non è sufficiente criticare la decisione impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa versione dei fatti, per quanto sostenibile o addirittura preferibile. E’, invece, necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione delle prove fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, si trovi in chiaro contrasto con gli atti, si fondi su una svista manifesta o contraddica in modo urtante il sentimento di equità e di giustizia. In particolare, il TF ha avuto modo di stabilire che un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il primo giudice ha manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo di prova oppure ha omesso, senza fondati motivi, di tener conto di una prova idonea ad influire sulla decisione presa oppure, ancora, quando il giudice ha tratto dal materiale probatorio disponibile deduzioni insostenibili (DTF 129 I 8 consid. 2.1.)
Secondo la giurisprudenza, in assenza di prove certe, il giudice può fondare il proprio convincimento su una serie di indizi valutati in modo logico, obiettivo e coerente. Se, per definizione, un indizio da solo non può bastare poiché, preso a sé stante, può essere interpretato in più modi, più elementi valutati nel loro complesso e in modo rigoroso possono condurre ad escludere il ragionevole dubbio e, quindi, possono costituire un valido fondamento del convincimento del giudice (cfr. Hans Walder, Der Indizienbeweis in Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in STF 7.05.2003 6P.37/2003 consid. 2.2).
Il precetto
in dubio pro reo
è il corollario della presunzione di innocenza garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e disciplina sia la valutazione delle prove sia la ripartizione dell'onere probatorio. Per quanto riguarda l'onere probatorio, esso impone alla pubblica accusa di provare la colpevolezza dell'imputato e non a quest'ultimo di dimostrare la propria innocenza. Al proposito la Corte di cassazione e di revisione penale fruisce – come il Tribunale federale – di libero esame (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 40, 124 IV 86 consid. 2a pag. 87). Per quanto attiene invece alla valutazione delle prove, il principio
in dubio pro reo
significa che il giudice penale non può dichiararsi convinto dell'esistenza di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando, secondo una valutazione non arbitraria del materiale probatorio, sussistano dubbi sul modo in cui si è verificata la fattispecie. Il precetto non impone però che l'assunzione delle prove conduca a un assoluto convincimento. Semplici dubbi teorici sono sempre possibili; il principio è disatteso quando il giudice penale avrebbe dovuto nutrire sulla colpevolezza, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, dubbi rilevanti e insopprimibili (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV 86 consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2d pag. 38). Sotto questo profilo il principio
in dubio pro reo
ha la stessa portata del divieto dell'arbitrio (DTF 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40; 17.2002.45)
2.4.
Come visto al considerando 2.1., il primo giudice ha fondato l’accertamento secondo cui fu proprio RI 1 a spedire i messaggi incriminati sulla valutazione complessiva di una serie di circostanze di fatto e considerazioni.
I fatti in questione – e cioè, che l’imputato aveva fatto parte delle due associazioni sportive, che da una di queste egli era uscito proprio a seguito di diverbi con PC 1 (e, meglio, con uno dei destinatari dei messaggi ingiuriosi) e che i messaggi erano partiti, in parte, da un IP a lui assegnato e, per il rimanente, da una rete wireless cui lui poteva accedere liberamente – valutati complessivamente, insieme, in particolare, all’immediata cessazione dei messaggi dopo il primo interrogatorio dell’accusato, possono far concludere, senza arbitrio, così come ha fatto il giudice di prime cure.
A maggior ragione, l’arbitrio è escluso se si considera che, dopo essersi chinato sulle argomentazioni con cui l’imputato cercava di rendere plausibile la possibilità che uno sconosciuto avesse mandato i messaggi incriminati dal suo computer approfittando delle sue imprudenze (l’averlo lasciato incustodito senza protezione), il primo giudice le ha scartate come “
inverosimili”
sulla scorta di motivazioni del tutto sostenibili. Infatti, dopo avere rilevato che il prevenuto non è andato oltre le parole e non ha nemmeno tentato di rendere verosimile la possibilità che altri, oltre a lui, avessero potuto utilizzare il computer con l’IP corrispondente, il primo giudice ha ritenuto
“non ipotizzabile se non con un grande sforzo di fantasia”
che uno sconosciuto abbia approfittato dell’assenza del prevenuto per utilizzarne il computer e “
sotto lo sguardo di altri studenti della biblioteca
” abbia ripetutamente, in giorni diversi, spedito dei messaggi “
penalmente punibili proprio sul sito di un’associazione della quale RI 1 era stato socio qualche anno prima nonché degli e-mail ad un uomo che lo stesso RI 1 conosceva personalmente e con il quale aveva avuto dei diverbi
” (sentenza impugnata consid. 7 pag. 7). A queste, ad ulteriore sostegno della valutazione di non verosimiglianza della tesi sostenuta dall’imputato, il primo giudice ha aggiunto l’argomentazione secondo cui RI 1 ha ammesso di “
non avere la più pallida idea di chi possa avere commesso gli atti in discussione
” e, soprattutto, “
di non conoscere nessun ticinese abitante a _ che abbia avuto relazioni con le parti civili e non ha saputo formulare alcuna ipotesi su chi possa avere avuto un motivo per inviare dei messaggi illeciti dal suo computer
” ed ha, infine, ricordato come lo stesso imputato abbia escluso che a farlo possa essere stata la sua
“compagna-convivente (...) senza legami con le due società”
(sentenza impugnata consid. 7 pag. 7).
Si tratta di considerazioni e valutazioni del tutto ragionevoli poiché fondate sul buon senso e sulla comune esperienza della vita, la cui fondatezza è, peraltro, sostenuta dal fatto che, per ammettere la tesi difensiva, occorrerebbe in più ammettere, oltre ogni logica, come verosimile che uno studente universitario lasci – per il tempo, non solo di una pausa, ma anche di una lezione – del tutto incustodito il proprio laptop assumendosi, oltre il rischio di un abuso, anche quello di una sottrazione.
Con le sue argomentazioni – in cui, peraltro, egli si limita a discutere la valenza probatoria di ogni singolo elemento dimenticando che, invece, occorre vagliare la portata probatoria complessiva di tutti gli indizi considerati – il ricorrente non fa che offrire una chiave di interpretazione del mezzo di prova alternativa a quella del giudice di prime cure senza, però, riuscire a dimostrare che le conclusioni che questi ha tratto dal materiale probatorio a sua disposizione preso nel suo complesso sono manifestamente insostenibili, è cioè completamente destituite di fondamento.
E se il ricorrente sbaglia questo obiettivo, è perché – dimenticando l’errore metodologico che lo ha portato a privilegiare un’analisi dei singoli elementi di fatto e a dimenticarne la portata complessiva – non c’è arbitrio nell’accertamento del primo giudice che è giunto alle sue conclusioni sulla scorta di una valutazione sostenibile del materiale probatorio a sua disposizione.
Le argomentazioni ricorsuali dimostrano, tutt’al più, che vi è la possibilità che le cose si siano svolte diversamente da come è stato accertato in prima sede.
Ma questo non basta.
Non basta a sostanziare l’arbitrio poiché, se ciò fosse, nessuna differenza sussisterebbe tra un accertamento arbitrario e un accertamento manchevole, discutibile o finanche erroneo, e il ricorso per cassazione si identificherebbe né più né meno con un ricorso in appello.
Non basta nemmeno ad imporre l’applicazione del principio
in dubio pro reo
– principio che, come visto sopra, in questa sede, si confonde con il principio del divieto dell’arbitrio – poiché la semplice possibilità che i fatti possano essersi svolti in modo diverso da quanto accertato con una lettura sostenibile e convincente del materiale istruttorio non costituisce ancora dubbio insopprimibile ai sensi di quanto sopra: se così fosse , in ogni processo di natura anche solo parzialmente indiziaria, il giudice sarebbe sempre tenuto a prendere in considerazione la fattispecie più favorevole all’imputato, indipendentemente dal significato probatorio dell’insieme degli elementi istruttori raccolti.
In queste condizioni, il ricorso deve essere respinto.
3.
Gli oneri processuali seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP) e sono, perciò, posti a carico del ricorrente che rifonderà alla parte civile PC 1, che ha presentato osservazioni per il tramite di un avvocato, fr 500.- per ripetibili.