Decision ID: 306f64ed-544b-58fb-bd8b-fd4fb077fcb8
Year: 2020
Language: it
Court: TI_CATI
Chamber: TI_CATI_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: public_law

Fatti
A.
a.
Il 20.2.2012 il Capo del Dipartimento federale delle finanze ha promosso un’inchiesta fiscale secondo gli articoli 190 e ss. LIFD,
nei confronti di RI 1, e di _ e di ogni altra persona che potrebbe aver contribuito ai reati oggetto dell’inchiesta. Sono state incaricate dell’inchiesta l’Amministrazione federale delle contribuzioni (qui di seguito AFC), in collaborazione con l’amministrazione cantonale.
Nei confronti di RI 1 venivano condotte due inchieste separate: la prima per i reati riguardanti la mancata dichiarazione di redditi e di parte degli utili delle società che gestivano la “_” e il “_” (due postriboli), la seconda per i reati fiscali in materia di imposta preventiva.
I rapporti della _ inerenti alla procedura secondo gli articoli 190 e ss. LIFD nei confronti di RI 1 e di diverse società datano del 1°.2.2016.
b.
Dall’analisi preliminare condotta dalla _ sulle società che tra il 2003 e il 2012 hanno gestito il postribolo “_” e il “_” è emerso che le stesse avrebbero commesso sottrazione consumata (art. 175 LIFD) e tentativo di sottrazione (art. 176 LIFD) d’importanti somme d’imposta, contabilizzando unicamente una parte della cifra d’affari realizzata e quindi degli utili. Inoltre, questo esame preliminare della _ ha permesso di stabilire che RI 1, nei periodi fiscali dal 2003 al 2010, avrebbero commesso frode fiscale (art. 186 LIFD) e/o prestato aiuto/partecipato/istigato alle
sottrazioni d’imposta commesse dalle società che gestivano la “_” (art. 177 LIFD), ricorrendo a una contabilità e a dei documenti inesatti, con lo scopo di occultare una parte della cifra d’affari realizzata. Per quanto attiene in particolare al signor RI 1, la _ ha poi concluso che lo stesso, nei periodi fiscali dal 2003 al 2009 avrebbe commesso sottrazione consumata (art. 175 LIFD), rispettivamente tentativo di sottrazione (art. 176 LIFD), non dichiarando l’integralità dei redditi effettivamente conseguiti.
B.
Con raccomandata del 28.11.2012, l’Ufficio delle procedure speciali notificava a RI 1, per il tramite dell’allora patrocinatore avv. _ la notifica d’apertura relativa al recupero d’imposta cantonale, comunale e federale per i periodi compresi tra il 2003 ed il 2005 con la seguente motivazione:
“Considerato come dagli accertamenti in corso presso la DAPI risulterebbero elementi non dichiarati fiscalmente, visto come l’inchiesta sia ancora in corso, a titolo cautelativo, in attesa che la DAPI concluda con i propri accertamenti, si ritiene di aprire una procedura di ricupero d’imposta (...)”.
Al contribuente veniva inoltre indicato:
“Ai fini della presente procedura valgono gli stessi diritti e doveri previsti nell’ambito della procedura di tassazione ordinaria. In particolare il contribuente ha l’obbligo di collaborare per determinare l’importo dell’imposta dovuta e di fornire tutta la documentazione richiesta”.
C.
Il 15.6.2015 la DAPI procedeva al processo verbale finale ed il 1°.2.2016 emanava il Rapporto relativo all’inchiesta speciale avviata sulla base degli art. 190 e segg. LIFD.
D.
Il 25.11.2016 l’Ufficio delle procedure speciali trasmetteva al nuovo patrocinatore, l’avv. _ (dello Studio legale _) la decisione inerente il recupero d’imposta per gli anni dal 2003 al 2005. Nella decisione veniva indicato:
“In particolare sulla base delle informazioni fornite dalla Divisione affari penali e inchieste (DAPI), Berna, con la presente decisione si procede al recupero delle imposte sottratte per gli anni dal 2003 al 2005, sulla base delle motivazioni e dei dati indicati nel rapporto della DAPI del 1.2.2016 e del processo verbale finale del 15 giugno 2015, trasmessi a tutte le parti, e che si danno qui per interamente riprodotti. In particolare ai fini della determinazione degli elementi sottratti, si richiama il contenuto del rapporto d’inchiesta ed il riassunto finale a pagina 19, nel quale vengono indicati gli importi dei redditi sottratti. Gli elementi da riprendere sono pertanto così definiti:
Anni di tassazione
2003
2004
2005
Redditi come da rapporto DAPI
1'296'640.-
1'294'760.-
1'570'150.-
Sulla base di tali elementi veniva calcolato, da parte dell’Ufficio delle procedure speciali, il recupero delle imposte “
(...) non incassate in precedenza e sono inoltre calcolati gli interessi di ritardo come previsto dalle disposizioni di legge”.
Per quanto atteneva al recupero d’imposta per l’IC dal 2003 al 2005, la stessa veniva quantificata in complessivi fr. 633'406.- ai quali si sommava l’importo di fr. 128'631.10 a titolo di interessi di ritardo, per complessivi fr. 762'037.10.
Per quanto concerneva il recupero d’imposta per l’ICom dal 2003 al 2005, nei confronti del Comune di _ il recupero d’imposta veniva quantificato in fr. 4'334.30 e gli interessi di ritardo in fr. 814.35, per complessivi fr. 5'148.65. Per quanto atteneva al Comune di _ il recupero d’imposta veniva stabilito in fr. 554'466.30 e gli interessi di ritardo in fr. 112'984.20, per complessivi fr. 667'450.50. Per il Comune di _, unicamente per l’anno 2005 il ricupero d’imposta ammontava a fr. 105.90 ai quali si aggiungevano fr. 18.50 di interessi di ritardo, per complessivi fr. 124.40. Per il Comune di _, per l’anno 2004 il recupero d’imposta ammontava a fr. 55.15 e gli interessi di ritardo a fr. 9.60, per complessivi fr. 64.75.
Per l’ICom e l’IC dal 2003 al 2005, l’importo complessivo richiesto a RI 1 era pari a fr. 1'434'825.40.
Per quanto concerneva invece il recupero d’imposta per l’IFD dal 2003 al 2005 lo stesso veniva quantificato in complessivi fr. 630'425.05 (importo comprensivo della somma di fr. 126'490.55 a titolo di interessi di ritardo).
E.
Con reclamo 20.12.2016, RI 1, rappresentato allora dall’avv. _ (dello Studio legale _) ha contestato le decisioni concernenti il ricupero d’imposta ICom, IC e IFD 2003-2005. Il contribuente censurava il procedimento della DAPI che gli stava “
(...) arrecando un danno economico ingente
”: al fine di dimostrare di non essere il beneficiario economico o l’organo di fatto delle società che avrebbero gestito il _ e la _ ha indicato di aver inoltrato diversi “
(...) ricorsi ed opposizioni
”.
Inoltre, a seguito della procedura DAPI, iniziata l’8.3.2012, le società che gestivano gli esercizi pubblici sopra indicati “
(...) avevano da poco tempo cessato la loro attività negli stabili di proprietà del reclamante. Dopo la rescissione di contratti di locazione, le società _ inoltre avevano tra l’altro lasciato oltre CHF 100'000.- di affitti impagati e oltre CHF 20'000.- di fatture di elettricità _ impagate
”.
RI 1 sollevava inoltre la prescrizione delle decisioni impugnate ed indicava che le imposte richieste non erano dovute.
F.
Con decisione su reclamo del 26.11.2018, l’Ufficio delle procedure speciali confermava le decisioni impugnate in ambito di recupero d’imposta ICom, IC e IFD 2003 – 2005.
In merito alla contestazione circa l’avvenuta prescrizione del diritto di tassare per i periodi oggetto della procedura, l’Ufficio delle procedure speciali indicava che la procedura di recupero d’imposta era stata aperta mediante una diffida del 28.11.2012 ed un complemento del 13.11.2015. Il 26.11.2016 era stata emanata la decisione. Secondo l’autorità fiscale erano stati pertanto rispettati i combinati disposti degli art. 237 e 267 LT e 152 e 184 LIFD, i quali specificano che esiste un termine di prescrizione assoluta di 15 anni. Al momento dell’intimazione delle decisioni, tale termine non era trascorso.
L’autorità fiscale precisava inoltre che il reclamo non entrava nel merito dei singoli elementi, ma si limitava ad una contestazione generale. Motivo per il quale, a sostegno della propria decisione l’Ufficio delle procedure speciali si rimetteva ai contenuti del rapporto DAPI e riassumeva i principali elementi a carico del contribuente. In particolar modo, il fisco elencava gli elementi agli atti tali per cui concludere che RI 1 era azionista/persona vicina delle società che nel periodo summenzionato avevano gestito la _ e il _.
Nella lunga lista contemplata alle pagine da 1 a 3, veniva in particolare rammentato come le varie società potevano svolgere la loro attività grazie ai beni (suppellettili, letti, e altri oggetti) messi a disposizione da _, società riconducibile a RI 1. Per la messa a disposizione di tali beni non venivano redatti contratti scritti. _ non rinnovava in genere il proprio inventario poiché questi costi venivano sopportati dalle società che gestivano la _ e il _. I pagamenti che venivano effettuati a _ erano sproporzionati ed inoltre riceveva pagamenti anche dalle società che gestivano il _, nonostante _ non avesse mai contabilizzato tra i propri attivi i beni necessari all’attività del bar. Il capitale azionario di _ non figurava tra i beni dichiarati da RI 1, di modo che la società non potesse essere posta in relazione alla sua persona, come anche alle società che gestivano la _ e il _. Inoltre ogni volta che una delle società che gestivano gli esercizi pubblici citati veniva “
chiusa
”, la società competente per il successivo periodo continuava immediatamente la stessa attività grazie ai locali messi a disposizione da _ ed alle suppellettili di_, società di cui il contribuente era azionista unico, senza alcuna interruzione. Inoltre le società che gestivano _ e il _ venivano amministrate dai locali messi a disposizione da _ prima e in seguito da _, società detenute rispettivamente da _ e _. Inoltre gli uffici locati da queste due società venivano suddivisi tra RI 1 e _. Risulta inoltre dal Rapporto DAPI che _ o società da lui detenute hanno beneficiato di numerose distribuzioni dissimulate di utile corrisposte dalle società che gestivano _ e il _. Le società che gestivano gli esercizi pubblici in questione si sono assunte i costi della ristrutturazione/adattamento degli immobili di RI 1 in cui svolgevano le loro attività. Secondo inoltre la banca dati delle società costituite da _, ritrovata negli atti di quest’ultimo, RI 1 veniva posto in relazione ad alcune delle società costituite dal consulente indicato: _, _ e _. Il capitale azionario di _ è stato consegnato a RI 1. Un importante contratto tra _ e _ riporta delle correzioni manoscritte da RI 1. Al domicilio di quest’ultimo è inoltre stato ritrovato il timbro della società _. Il fiduciario _ ha inoltre dichiarato di essersi occupato delle questioni contabili e fiscali delle società che gestivano _ e _ in base al mandato ricevuto da RI 1 e da RI 1. Inoltre alcune prestazioni relative al _ e alla _ sono state sollecitate, poiché non pagate a _ da parte di _ (_, _, _, _). Inoltre, il revisore di alcune delle società che gestivano i locali pubblici citati ha sostanzialmente indicato di credere che RI 1 fosse azionista delle società da lui revisionate. RI 1 non ha inoltre stipulato per iscritto alcuni fra i contratti di locazione per i locali dove le società che gestivano il _ e la _ svolgevano la loro attività. Inoltre altri contratti sottoscritti da RI 1 sono risultati errati per quanto riguardava l’ammontare della controprestazione oppure altro. RI 1 sostiene che numerose società hanno effettuato pagamenti di affitti di gran lunga superiori alla controprestazione indicata nei contratti stipulati e questo sarebbe avvenuto a contanti (importi che non sono stati dichiarati). Ciò comporta anche il fatto che queste società non avrebbero contabilizzato una parte della loro cifra d’affari per favorire RI 1. Secondo le iniziali dichiarazioni rilasciate da _, uno dei primi gestori del _ e della _, RI 1 sarebbe stato sostanzialmente azionista delle società. Numerose persone hanno inoltre indicato che _ erano i beneficiari degli incassi delle società che gestivano gli esercizi pubblici in questione (al contribuente venivano pertanto consegnati gli utili generati dalle società). _ e _ avrebbero inoltre a più riprese chiesto a _, di voler distruggere i documenti contabili giustificativi relativi alle società che gestivano i locali. Inoltre in una valigia appartenente a _ sono state sequestrate le cifre d’affari degli anni 2003 e 2004 della _, così come numerosi altri documenti relativi alle attività delle società che gestivano il _.
In aggiunta a ciò, l’evoluzione del patrimonio di , calcolata dalla DAPI, considerando l’insieme dei suoi redditi, costi, averi, prestiti, dimostra che vi sono approssimativamente 4 milioni di franchi che sono transitati nelle disponibilità del contribuente, pur essendo stati originati da “fonte ignota”. Secondo l’autorità fiscale appare quindi probabile che l’origine di questi fondi, sia costituito da prestazioni valutabili in denaro corrisposte dalle società che gestivano la _ e il _. In aggiunta altri importi molto elevati, d’origine non nota e difficilmente determinabili, sono stati investiti in immobili del contribuente.
Per quanto concerneva la quota parte delle azioni delle società che gestivano _ e _, detenuta da RI 1 (che è pari al 78%), l’autorità fiscale, sempre basandosi sul rapporto DAPI l’ha stabilita, in base alle dichiarazioni del fiduciario _ secondo cui le azioni venivano suddivise in misura del 78% e 22% e consegnate rispettivamente a RI 1 e a _, e quindi poste a garanzia degli affitti (la parte di _) e del proprio salario (la parte di _). La DAPI ha rinvenuto diversi documenti sulla base dei quali il capitale azionario di alcune società è stato effettivamente suddiviso in misura del 78% e del 22% e quindi consegnato ai due azionisti. Presso _ sono state sequestrate il 22% delle azioni di diverse società che gestivano _ e il _. Per ulteriori dettagli relativi all’identità degli azionisti delle società che avevano gestito gli esercizi pubblici in questione, nella decisione si rimandava al Rapporto DAPI (paragrafo 3.2.11) relativo alle società. Motivo per il quale, RI 1 è stato ritenuto, da parte dell’autorità fiscale azionista in misura del 78% del capitale azionario delle società che nel periodo dal 1°.1.2003 al febbraio 2012 hanno gestito il _ e la _. Egli è stato beneficiario delle prestazioni corrisposte dalle società.
Nel merito del calcolo delle prestazioni in denaro proposte dalla DAPI nel rapporto d’inchiesta, nella decisione s’indicava come nel reclamo interposto da RI 1 non si entrava nel merito dei calcoli formulati dalla DAPI, motivo per il quale l’autorità fiscale non si scostava da quanto stabilito nella precedente decisione.
G.
Con ricorso 27/28.12.2018 RI 1, rappresentato dall’avv. RA 1, insorge contro la decisione su reclamo del 26.11.2018. Il ricorrente spiega di essere un imprenditore attivo nel settore immobiliare. Nel 1989 è stato titolare della IAC con vendita esclusiva delle cucine “
Combettes
” e dal 1995 ha modificato la ragione sociale della società in “_”, la quale si occupava di importazione e arredamento cucine, di commercio di serramenti interni ed esterni in genere, armadi a muro, opere da piastrellista e gessature ed opere da capomastro in genere. Nel 2000 quest’attività è stata poi ripresa dalla _ e dalla _. Dal 1999 il ricorrente indica di aver ceduto in locazione due immobili di sua proprietà a _, dove “
(...) dove attraverso diverse società soggetti terzi hanno gestito in piena titolarità un postribolo (meglio denominato come _ e _). Negli anni successivi (1999 – 2012), una buona parte dei redditi provenivano dalla riscossione di queste pigioni
”. Nel periodo menzionato, il contribuente ha sempre affidato le proprie dichiarazioni fiscali a _, il quale era “
(...) attivo come fiduciario e appariva pure come beneficiario economico dell’attività legata al bar _
”. Nel 2011, dopo aver scoperto alcune problematiche in merito alla dichiarazione per l’anno 2009, RI 1 indica di aver preso atto che _ aveva commesso “(...)
gravi negligenze nella tenuta della sua contabilità
”. Secondo il ricorrente, le negligenze imputabili a _ sarebbero molteplici: alcune pigioni non erano state dichiarate, alcune deduzioni erano state fatte valere più volte. Le dichiarazioni non erano inoltre mai state sottoscritte dalla moglie del ricorrente ed in alcuni casi neppure al ricorrente il quale veniva “
(...) sorprendentemente solo informato dell’invio delle stesse”.
Secondo il ricorrente, le risultanze contabili alle quali è giunta la DAPI nella propria inchiesta sarebbero del tutto infondate. In particolar modo la DAPI si sarebbe – ingiustamente – accanita nei confronti di RI 1, siccome è l’unico degli imputati che disponeva e dispone di un “
(...) patrimonio tale da poter far fronte al pagamento dell’imposta preventiva non corrisposta
”. Secondo il contribuente, nessun titolo azionario è stato ritrovato in suo possesso, così come nessun testimone ha dichiarato che lui fosse il beneficiario economico delle società, azionista o avesse un qualsivoglia ruolo di controllo sulle stesse. Secondo RI 1: “
(...) gli inquirenti hanno gonfiato ad arte alcuni indizi per sopperire ad una mancanza probatoria
”. Il ricorrente precisa come molto verosimilmente la DAPI ha ricondotto la proprietà delle società che hanno gestito i postriboli alla sola dichiarazione di _ rilasciata l’8.3.2012 nella quale ha in sostanza indicato di aver ricevuto mandato da RI 1 di eseguire la contabilità e le dichiarazioni fiscali della società. L’affermazione in questione è falsa, siccome agli atti non è possibile ritrovare un solo elemento documentale dal quale si possa desumere questa circostanza. Lo stesso _ avrebbe poi smentito successivamente quest’affermazione (il 20.3.2013). Sarebbe del tutto aberrante inoltre, il modo in cui l’AFC è giunta ad accollare il 78% delle azioni di tutte le società inchiestate al qui ricorrente.
In merito ai presunti ed infondati indizi di collegamento delle società che gestivano gli esercizi pubblici a RI 1, quest’ultimo precisa che il capitale di _ non figurava nelle dichiarazioni fiscali per un errore del commercialista. _ non ha mai ricevuto pagamenti sproporzionati dal bar _ e noleggiava l’inventario con regolari contratti di noleggio. Falso pure il fatto che le società che gestivano il postribolo si siano mai assunte i costi di ristrutturazione dello stabile. Sono stati eseguiti dei piccoli lavori di manutenzione e/o riparazione dei danni cagionati. Non esisterebbero inoltre documenti tali per cui asserire che _ potesse essere relazionato a _, _ e _. RI 1 non ha mai ricoperto alcun ruolo in seno a _. Il timbro della società, così come altre fatture di _ ed i documenti attestanti le cifre d’affari delle società sono stati erroneamente recapitati tra le cose di RI 1 al momento del trasloco dal suo ufficio che era condiviso con _ che si occupava di gestire le società ed era in possesso di tutta la documentazione ad essa riferita. _ ha confermato questa versione. Veniva inoltre contestato che RI 1 avesse retrodatato contratti e ricevute ed anche abbia omesso di stipulare alcuni contratti di locazione per i locali del postribolo.
In particolare, nel verbale del 20.3.2013, _, in merito all’azionariato delle società che gestivano i postriboli, avrebbe dichiarato di non aver idea di chi fossero gli azionisti della società ed aveva allo stesso tempo asserito con chiarezza che il capitale azionario veniva versato da _ e che i fondi appartenevano allo stesso. _ avrebbe anche indicato – senza precisare numeri e proporzioni – che RI 1 avrebbe preso “una parte delle azioni per garantirsi l’affitto delle società”. Tale frase non sarebbe stata compresa correttamente dagli inquirenti della DAPI, in realtà _i avrebbe semplicemente riferito che il “
(...) _ ha messo in pegno le sue azioni a garanzia del pagamento degli affitti, in quanto spesso c’erano dei ritardi nei pagamenti e il _ temeva il solito tracollo societario
”. La DAPI avrebbe basato la sua inchiesta su una dichiarazione chiaramente mendace di un “
(...) fiduciario pluricondannato e carico di attestati di carenza beni per circa fr. 1'000'000.- (...)”.
I testimoni _ e _ avrebbero inoltre asserito di non sapere chi fossero gli azionisti delle società che gestivano i postriboli mediante delle dichiarazioni sottoscritte dinanzi al notaio avv. _. _ avrebbe inoltre riferito di non aver mai consegnato le buste contenenti gli incassi a _ altresì dinanzi alla DAPI in un verbale del 21.2.2013.
In relazione all’ammanco di liquidità – cifrato dalla DAPI in circa fr. 4'600'000.- imputato a carico del ricorrente e presumendo che si tratti di utili o partecipazioni societarie occultate al fisco, RI 1 indica che si tratta di “
deduzioni stolte ed infondate
”.
A riprova delle inesattezze della DAPI, il ricorrente produce la ricostruzione contabile eseguita dalla _. Le risultanze della perizia dimostrano “
(...) incontestabilmente che l’ammanco non esiste
”. In particolare i contabili della DAPI avrebbero erroneamente registrato in diminuzione della liquidità gli incassi degli affitti percepiti a contanti dal ricorrente. Avrebbero mancato di registrare gli incassi a contanti di ulteriori redditi della sostanza immobiliare che risultavano dalle decisioni di tassazione e dalle dichiarazioni fiscali presentate dal ricorrente. Avrebbero inoltre (subdolamente) mancato di riportare il saldo di liquidità iniziale al 1°.1.2003. L’inchiesta non tiene conto di quanto contabilizzato prima di tale data (liquidità a contanti di RI 1 ad inizio 2003, prelevata dallo stesso nel corso dell’anno precedente). Gli inquirenti DAPI avrebbero inoltre omesso di registrare altre fonti di reddito straordinarie, quali l’incasso a contanti di anticipi riferiti a diritti di compera regolarmente registrati. Al ricorrente è inoltre stata imputata la somma di fr. 750'000.- che RI 1 avrebbe presumibilmente consumato durante delle vacanze in _. Gli inquirenti DAPI non hanno preso in considerazione né il costo della vita in _, né il fatto che il contribuente e la famiglia alloggiavano in maniera gratuita presso il suocero. L’ammanco parziale ipotetico non supererebbe di per sé il milione di franchi. L’uso del condizionale è d’obbligo visto come l’AFC avrebbe ingiustificatamente omesso di registrare i redditi della sostanza immobiliare. Risulterebbe addirittura un surplus di fr. 313'633.95. Motivo per il quale la ricostruzione DAPI sarebbe “inesatta e sicuramente contestabile”. Già solo per l’anno 2003, vi sarebbe un ammanco infondato di liquidità pari a circa fr. 1'000'000.-, mentre dalla perizia _ emerge che a fine 2003 vi era una differenza pari a + 1'190'612.95. Anche per gli anni a seguire il 2003, sarebbero stati riscontrati errori grossolani.
La DAPI, nella propria ricostruzione non avrebbe inoltre tenuto in considerazione degli affitti ricevuti a contanti, così come risulta dalle ricevute di incasso sequestrate e in mano all’autorità fiscale. In particolare, il dato contrattuale (fr. 15'500.- mensili) non teneva in considerazione i parcheggi posti sul retro dello stabile. Si tratta di 35 parcheggi che venivano utilizzati dal postribolo. Stesso discorso per i 2 negozi posti sul lato strada cantonale al piano terreno. Inoltre il contratto riferito al _ non includeva la terrazza esterna inclusiva di posteggi. Per cui anche in tal caso l’importo fissato a contratto risulta più basso. La DAPI non avrebbe inoltre spiegato per quale ragione non ha ritenuto attendibile la dichiarazione rilasciata da _ circa l’anticipazione al locatore delle spese di energia (incassi per fr. 576'000.-).
Pure l’ammontare complessivo che il ricorrente avrebbe investito negli immobili (circa 3.5 milioni di franchi) sarebbe stato desunto sulla base di mere presunzioni. Gli investimenti reali documentabili, sulla base del rapporto allestito da _, ammontano a fr. 150'000.- e non a fr. 3'350'000.-.
A titolo esemplificativo, a pagina 1 della perizia _, viene analizzato l’investimento del ricorrente sul mapp. _ di sua proprietà in ragione del 50%. Secondo le proiezioni DAPI RI 1 avrebbe investito fr. 860'000.-. Ciò non corrisponde al vero: lo stabile venne acquistato dal Recovering _, per fr. 430'000.-. Vi furono degli investimenti dei proprietari grazie ad un credito di costruzione elargito dalla banca _ _, poi consolidato in un mutuo ipotecario di fr. 220'000.-. Per contro nessun investimento di capitale proprio è stato effettuato da _ sullo stabile. Altri investimenti sono stati eseguiti dai conduttori _. L’errore di valutazione della DAPI era pertanto pari a fr. 860'000.-. Sbagli della DAPI anche nella valutazione del mapp. _ RFD _: l’errore sarebbe di fr. 480'000.- su una stima di fr. 500'000.-: come risulta dai documenti agli atti l’investimento reale è stato di soli fr. 20'000.-. Per quanto riguardava il mapp. _ RFD _, nel 2008 vi era stata una revisione del piano regolatore municipale che aveva ampliato la zona edificabile, motivo per il quale l’immobile era aumentato di valore. Ne discende come l’investimento documentabile sarebbe stato di soli fr. 150'000.-. Inoltre, nel rapporto DAPI, gli stessi inquirenti, in una nota a pié di pagina hanno dichiarato di non essere stati in grado di procedere ad una stima degli investimenti effettuati negli immobili. Inoltre, nella denegata ipotesi in cui il contribuente avesse potuto disporre effettivamente di tali importi mal si comprende per quale ragione gli stessi avrebbero dovuto derivare dalla gestione del _. Non emerge alcun elemento concreto che lasci presumere come gli attivi derivanti dalla gestione del postribolo siano finiti nella disponibilità di RI 1.
Motivo per il quale il ricorrente ritiene che non vi sia nessuna prova che abbia percepito o utilizzato fondi derivanti da attività non dichiarate: la sua evoluzione patrimoniale sarebbe del resto giustificata alla luce della sua attività imprenditoriale. I rapporti tra il ricorrente e le società che si occupavano della gestione dei postriboli erano puramente di natura locatizia. Gli inquirenti avrebbero per contro tralasciato d’indicare che RI 1 non è mai stato membro del CdA di nessuna delle società coinvolte; nessuna azione è stata trovata in possesso del ricorrente; nessun testimone lo ha indicato come beneficiario economico delle società; nessun testimone lo ha indicato come persona che si occupava della gestione dell’attività del postribolo. La giustizia penale avrebbe inoltre già avuto modo di chinarsi sull’accertamento dell’avente diritto economico delle società ed ha escluso che possa trattarsi di RI 1.
H.
Con osservazioni 29.4.2019 l’Ufficio giuridico della Divisione delle contribuzioni chiede la conferma delle decisioni impugnate. Nelle proprie osservazioni l’autorità fiscale ribadisce come nell’immobile di _, di proprietà di RI 1 aveva sede un noto postribolo ticinese. L’edificio ospitava le camere utilizzate dalle prostitute per intrattenersi con i clienti (_ e vi era anche il_ che di fatto fungeva da luogo d’incontro tra i clienti e le prostitute. Nel periodo compreso tra il 2003 ed il 2012 diverse società si sono succedute nella gestione delle due attività in questione. Lo schema era sempre il medesimo: dopo un breve lasso di tempo, di regola circa un anno, l’attività veniva trasferita a due società nuovamente costituite a tale scopo. Gli spazi, il mobilio e le suppellettili sia del bar che delle camere venivano di volta in volta date in locazione alle società che si occupavano della gestione del postribolo da RI 1: il contribuente cedeva in locazione l’immobile, e _ (società di cui unico azionista era RI 1) noleggiava arredamento ed oggettistica varia. Inoltre, giornalmente, la persona responsabile delle attività portava gli incassi e i documenti giustificativi nell’ufficio di _ e di RI 1, accanto alla fiduciaria di _. RI 1 decidevano poi l’impiego del denaro e davano quanto necessario a _ per saldare le fatture correnti. Il fiduciario provvedeva poi a stilare una “contabilità di facciata”. I fatti sono stati ricostruiti dalla DAPI sulla base delle prove raccolte durante la perquisizione dei locali e degli interrogatori delle persone coinvolte. Il contribuente non si è mai dimostrato particolarmente collaborativo: motivo per il quale parte delle dinamiche e della ricostruzione della cifra d’affari ha dovuto essere stabilita sulla base dei documenti sequestrati dall’autorità inquirente. I rapporti della DAPI sia sulle persone di RI 1, che sulle società coinvolte, elencano dettagliatamente i fatti e motivano le ricostruzioni con l’indicazione dei rinvii al materiale probatorio.
L’Ufficio giuridico indica che _, contrariamente a quanto specificato nel ricorso non teneva la contabilità per RI 1 quale persona fisica. Si limitava, quale fiduciario ad allestire le dichiarazioni fiscali e a sottoporgliele per essere controllate e firmate. _ verificava inoltre che l’incasso degli affitti e quindi le dichiarazioni fiscali di RI 1 corrispondessero alle contabilità delle società che gestivano la _ e il _. Tale attività veniva effettuata congiuntamente a RI 1 a giudicare dalle note manoscritte ritrovate su documenti del fiduciario _. Inoltre il fiduciario _ non appariva mai quale beneficiario economico dell’attività legata al _. In merito alla qualità di azionista di RI 1 l’autorità fiscale rimandava al capitolo 3.3. del Rapporto DAPI relativo alle società. RI 1 è stato un organo di fatto delle società che gestivano il postribolo: egli decideva, congiuntamente a _ in merito a numerosi aspetti relativi alla vita e alla gestione delle società e ne determinava le sorti. Numerosi elementi confermano la circostanza che i due azionisti avessero dato mandato a _ di allestire le contabilità delle società che gestivano la _ e il _: “
Vi è addirittura un documento tramite il quale _ chiede a RI 1 di versare dei fondi per le sue prestazioni svolte per conto delle società che gestivano il “_” e la “_” (_
). _ si indirizzava direttamente ai due azionisti RI 1, che di fatto gestivano i beni delle società, in luogo di richiedere il pagamento alle società stesse.
Quattro aspetti dimostrano inoltre la vicinanza tra RI 1 e le società che gestivano il postribolo: i canoni di locazione applicati da _ (società della quale il ricorrente era azionista); i “piccoli lavori di manutenzione e/o riparazioni” sugli immobili detenuti da RI 1; la redazione di contratti e ricevute postdatate; la condivisione degli uffici con RI 1”.
L’analisi della contabilità di _ (_) ha inoltre dimostrato come _ dava in locazione degli oggetti alle società che gestivano il “_” e la “_” senza, sostanzialmente, sopportare alcun costo per rinnovare/rimodernare tali oggetti. Negli anni _ ha incassato un importo corrispondente al triplo del valore pagato per gli oggetti dati in locazione. A fronte di tali, enormi ricavi, la società contabilizzava innumerevoli costi ingiustificati relativi all’azionista _. Ciò ha permesso al contribuente di beneficiare di distribuzioni dissimulate di utile per approssimativamente fr. 185'000.- nel periodo 2003-2010 (doc. DAPI _).
In relazione ai “piccoli lavori di manutenzione e/o riparazioni” (così definiti da parte del ricorrente) sono stati eseguiti senza che siano stati ritrovati i pagamenti da parte di RI 1. Sono tuttavia a disposizione alcune domande di costruzione, dalle quali si possono evincere i lavori effettuati sullo stabile in cui sorgeva il postribolo: chiusura atrio, rifacimento scala esterna e posa nuova tettoria; sanatoria per camere supplementari; passerella coperta (lunga una trentina di metri); posa di quattro gazebi; notifica a posteriori risanamento scarpata (muro di sostegno lungo decine di metri, doc. _). Altri lavori ai medesimi stabili sono stati eseguiti senza domanda di costruzione: per esempio fori nei muri nella facciata dello stabile in fronte alla strada cantonale e sul lato direzione _ per l’istallazione di aria condizionata in alcune camere, modifica della vecchia porta e delle finestre del bar, aggiungendo una porta scorrevole, aggiungendo più mq al bar (...), rifacimento del bancone del bar, il cui costo è stato superiore ai fr. 150'000.-. Ora, l’autorità fiscale precisa che essendo lavori effettuati senza fattura è sostanzialmente impossibile ricostruirne il costo.
In relazione al rapporto con _, l’Ufficio giuridico della Ddc indica come le dichiarazioni contenute nel ricorso siano sorprendenti. I due contribuenti hanno condiviso i propri uffici per decadi e tra l’altro congiuntamente pure detenevano tre immobili. Il primo a _ dove vi era un noto postribolo. Il secondo ad _, dove essi, pur avendone l’intenzione, non hanno potuto avviare un terzo postribolo vista l’opposizione del Comune ed un terzo immobile acquistato nel 2011 in zona industriale a _ avrebbe dovuto anch’esso essere destinato a divenire un postribolo. Nel maggio del 2012 i lavori erano in atto. Motivo per il quale: “
(...) la condivisione degli uffici era funzionale agli affari condotti in comune e al “modus operandi” messo in atto per la gestione della società intestatarie di “_” e “_
”. Negli uffici occupati da RI 1 sono stati trovati documenti molto importanti per la ricostruzione dei fatti.
In merito al valore probatorio degli interrogatori, secondo l’autorità fiscale quelli effettuati il giorno dell’intervento – non essendo influenzati dagli imputati che non hanno avuto modo di concordare la versione – possiedono una forza probatoria maggiore. RI 1, in merito all’inchiesta effettuata dalla DAPI si sarebbe pure rivolto al Tribunale penale federale, Camera dei ricorsi penali, in relazione alla validità di alcuni interrogatori effettuati il giorno dell’intervento, con l’intento di estrometterli dal dossier. Il TPF ha tuttavia ritenuto che l’agire della DAPI fosse corretto e tali rilevanti interrogatori sono agli atti.
In particolare, grazie alla testimonianza di _, la DAPI ha potuto ricostruire con estrema precisione le cifre d’affari conseguite da “_“ e “_”: quest’ultimo pur essendo stato licenziato aveva conservato con cura i vari giustificativi, permettendone il sequestro.
Vane pure le giustificazioni addotte da RI 1 per quanto attiene al timbro della società _: lo stesso è “stato trovato nell’abitazione di _ di RI 1 (cfr. Rapporto DAPI delle società al paragrafo 3.3.12.; in merito ai documenti della valigia, cfr. par. 3.3.13). Le dichiarazioni di _ in merito alla messa a pegno delle azioni sono chiare e non prestano il fianco ad interpretazioni utili. Ora l’avv. _ afferma che _ avrebbe messo a pegno, a favore di RI 1, le sue azioni a garanzia del pagamento degli affitti: nessun atto di pegno è stato sequestrato. In merito al versamento del capitale azionario da parte di _, l’autorità fiscale rinviava all’interrogatorio di quest’ultimo avvenuto il 12.3.2008 dinnanzi al Ministero pubblico, il quale ha sostanzialmente dichiarato di aver costituito delle società per conto terzi, investendo fr. 3'000.- netti per ogni società. Il capitale veniva versato e poi immediatamente restituito all’azionista di turno (_). _ non era azionista delle società che gestivano i postriboli ma lavorava per conto di terzi.
Per quanto concerneva l’ammanco di liquidità nel ricorso il contribuente la contestava sulla base della perizia della _. L’Ufficio giuridico della DdC la contestava indicando che è già stata presentata all’autorità fiscale federale ed è stata debitamente contestata poiché contiene numerose inesattezze. Gli stessi periti della _, nel luglio del 2018 hanno espresso delle riserve, ritenuto come non siano stati in grado di passare in rassegna tutte le registrazioni contabili, non avendo a disposizione la relativa documentazione (e non avendola neppure richiesta all’autorità inquirente). La perizia redatta dalla _ è pertanto limitata al controllo del conto 1000 “liquidità da controllare” contenuto nel classificatore della “contabilità di RI 1”, redatta ed allestita dalla DAPI per gli anni dal 2003 al 2011. Ora del tutto infondata la conclusione della perizia _ circa l’eccedenza di fr. 313'633.95. L’Ufficio giuridico contestava l’esistenza di “
ulteriori presunti affitti incassati da RI 1
” indicando come la DAPI avesse considerato nella “contabilità di RI 1” non gli affitti – sensibilmente più bassi dichiarati da RI 1 – ma, per il periodo 2008-2009 quelli più elevati che risultavano dai conti bancari di RI 1 (a cui sono stati aggiunti alcuni importi pagati a contanti per cassa); nei conti o nelle contabilità delle varie società che gestivano _; affitti che figuravano nelle liste di controllo del fiduciario _ L’autorità fiscale specifica inoltre che inverosimili sono le affermazioni di _ riportate a sostegno di maggiori affitti incassati: la DAPI non ha sequestrato alcuna ricevuta relativa all’incasso di affitti a contanti oltre a quelli riportati nella “contabilità di RI 1”. Il fisco precisa che il ricorrente tenta di dimostrare che un non meglio precisato conduttore avrebbe versato degli affitti in nero per i posteggi e per i “negozi”: non si comprende per quale ragione il conduttore non avrebbe contabilizzato una parte della propria cifra d’affari per corrispondere affitti non dichiarati a RI 1. In aggiunta a ciò _ si riferiva “
(...) ad un locale dove vi erano tre attrezzi ginnici ed una sedia da parrucchiera e non ai negozi ritratti oggi nella foto presentata dal ricorrente
”. Anche le maggiori entrate legate all’incasso relativo alle spese per l’elettricità vengono contestate dall’autorità fiscale, ritenuto come, ancora una volta gli importi indicati da RI 1 si basino sulle sole affermazioni di _. Ad ogni modo, anche se si volesse ipotizzare che RI 1 avesse incassato effettivamente tali importi mensili, sono date due sole alternative: nel caso in cui avesse utilizzato i fondi per pagare le spese elettriche, questi importi non possono essere ammessi in aumento della liquidità; nel caso in cui egli non avesse usato tali importi, si tratta di distribuzioni dissimulate di utili, ritenuto come nessuna società indipendente verserebbe importi tanto consistenti ad un terzo senza ottenere una controprestazione. Nelle osservazioni l’autorità fiscale prende poi posizione sulla contestazione riguardante 86 operazioni ritrovate nel conto “1000 cassa” da parte dei periti di parte _, ribadendo la correttezza delle proprie conclusioni contabili circa l’ammanco di liquidità. L’Ufficio giuridico, per semplicità di analisi, ha raggruppato 4 tipologie di registrazioni simili all’allegato 20 delle proprie osservazioni. Nella prima categoria di operazioni (figurante in verde nella lista) per un ammontare di fr. 96'506.10, secondo quanto dichiarato da RI 1, talvolta il conduttore dei locali effettuava il pagamento della pigione e consegnava il cedolino postale al proprietario dell’immobile: nei locali di RI 1 sono stati sequestrati numerosi cedolini. Secondo la DAPI, il contribuente, sempre alla ricerca di fonti di reddito per finanziare le sue spese, si pagava personalmente gli affitti, facendo poi figurare che tali pagamenti venissero effettuati da un terzo. Sui conti bancari di RI 1 figura un afflusso di fr. 12'000.- a nome di _ quale affitto, quando nella contabilità di questa società il costo non è stato allibrato. Nessun conduttore consegnerebbe inoltre il cedolino al proprietario dopo aver effettuato il pagamento “
(...) proprio perché il beneficiario dei fondi riceve l’accredito in conto e soprattutto il cedolino ha valore probatorio in caso di litigio per il mancato pagamento di affitti
”. I cedolini ritrovati riguardano esclusivamente persone vicine a RI 1, come ad esempio _. Un’altra categoria di operazioni (per un ammontare di fr. 636'577.10, evidenziata in celeste nell’allegato) riguarda prelievi a contanti effettuati sui conti bancari di RI 1. L’autorità fiscale ha specificato che quando non è stato possibile attribuire ad un certo prelievo il relativo utilizzo è stata effettuata una registrazione contabile per reimmettere tali fondi nel conto cassa. Una terza categoria di operazioni (evidenziate in marrone nell’allegato, per un importo di fr. 147'487.-) riguardano le società _. Queste due società non tenevano un conto cassa, ma al momento di allestire la contabilità il fiduciario ricostruiva le operazioni sulla base delle esigenze e faceva combaciare le varie operazioni tramite il conto cassa. Queste operazioni, secondo l’autorità fiscale, sono da imputare a RI 1 quale azionista e correntista. La dichiarazione presentata dal suocero RI 1, residente in _ e senza essere corredata dalla documentazione bancaria non ha alcun valore. Inoltre nessuna informazione relativa a questa persona è stata ritrovata né tra i documenti di RI 1 né tra i documenti di _, né tra i documenti del fiduciario. Pertanto i contratti fiduciari sono falsi.
L’ultima e quarta categoria di operazioni (evidenziata in rosso nell’allegato 20) riguarda le società _. Secondo la DAPI e l’autorità fiscale RI 1 ha fatto costituire le società _ per giustificare l’aumento del proprio patrimonio tramite afflussi da presunti terzi. Le due società sono state finanziate da un azionista/finanziatore fantasma per permettere a quest’ultime di accordare dei prestiti a RI 1 e quindi giustificare tramite transazioni non imponibili l’aumento del patrimonio del contribuente. Secondo l’autorità fiscale l’identità del finanziatore delle società coincide con RI 1. _, dove _ intratteneva una relazione bancaria, in una nota interna scrive: “
Il signor RI 1 è titolare della _. La relazione è stata aperta per permettere lo svolgimento dell’attività del signor RI 1, amministratore di immobili (...)”
(doc. _). RI 1 sostiene, in base ad una copia di mandati fiduciari, che le due società siano state finanziate con fondi del suocero _, senza tuttavia dimostrare che il suocero avesse a disposizione tali fondi e senza spiegare per quale ragione il ricorrente abbia utilizzato le società per i propri bisogni e non abbia semplicemente stipulato direttamente un contratto di prestito con il suocero.
I.
Con replica del 24.6.2019 RI 1 prende posizione in relazione alle osservazioni dell’Ufficio giuridico della DdC. Secondo il rappresentante del ricorrente specificano non vi sarebbe comunanza di idee tra l’Ufficio delle procedure speciali e la DAPI in merito all’ammanco di liquidità: il continuo modificare le cifre dimostra, secondo l’insorgente, che il “
(...) rapporto DAPI non è fonte di verità
”. Gran parte dell’ammanco di liquidità imputato a RI 1 da parte della DAPI si baserebbe su “mere presunzioni”. Viene ribadito che il “deus ex machina” delle società che gestivano il postribolo era _: dai verbali e dalle dichiarazioni dei testi, come pure dai documenti agli atti, risulta chiaramente che _ deteneva la maggioranza delle azioni delle società, mentre la rimanente parte era in mano ai vari _ ecc. Secondo il ricorrente il classeur “_” sarebbe pieno di omissioni: “
(...) molteplici documenti invero non sono stati “rinvenuti” e presi in considerazione, con grave violazione della legge. (...). Molti documenti che il ricorrente avrebbe potuto utilizzare in suo favore, sono stati sequestrati ed oggi nessuno sa che fine abbiano fatto. Al ricorrente è stato negato di visionare il contenuto dei classeur sequestrati dalla DAPI
”. Nessun documento del classeur _ comproverebbe che RI 1 ha incassato utili dalle società oggetto di inchiesta. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dall’Ufficio giuridico e dalla DAPI, _ si sarebbe occupato unicamente della dichiarazione quale persona fisica di RI 1: il fiduciario avrebbe inoltre falsificato la firma del contribuente. Veniva nuovamente richiesta in questa sede una perizia calligrafica. Per il resto venivano confermati e precisati gli elementi già evocati in sede ricorsuale mantenendo immutate le risultanze di cui alla perizia _.

Diritto
1.
1.1.
Il ricorrente contesta le decisioni su reclamo dell’Ufficio delle procedure speciali indicando, in sostanza, come erroneamente l’Ufficio delle procedure speciali si sarebbe basato aprioristicamente sulle emergenze istruttorie del rapporto della DAPI per procedere alla procedura di recupero d’imposta per gli anni 2003-2005. Contesta di essere stato azionista delle società che si sono succedute nella gestione dei ritrovi pubblici “_” e “_”. Le conclusioni del Rapporto DAPI, basate anche in parte su quanto dichiarato dal fiduciario _, sarebbero errate. Pure errata sarebbe la ricostruzione dell’ammanco di liquidità operata dalla DAPI e ripresa dall’Ufficio delle procedure speciali, atta a sostanziare la fonte degli altri redditi percepiti dal contribuente mediante le attività legata ai postriboli di _.
1.2.
Si tratta pertanto di verificare se sono dati gli estremi, nel caso
sub judice
, per procedere ad un recupero d’imposta ai sensi degli art. 236 LT e 151 LIFD.
2.
2.1.
Secondo l’art. 151 cpv. 1 LIFD l’autorità fiscale procede al ricupero dell’imposta non incassata, compresi gli interessi, quando fatti o mezzi di prova sconosciuti in precedenza permettono di stabilire che la tassazione è stata indebitamente omessa o che la tassazione cresciuta in giudicato è incompleta, ovvero che una tassazione omessa o incompleta è dovuta a un crimine o a un delitto contro l’autorità fiscale.
Il capoverso 2 prevede che il ricupero di imposta non può essere operato, nemmeno in caso di valutazione insufficiente, se il contribuente ha presentato una dichiarazione completa e precisa del reddito, della sostanza e dell’utile netto e ha giustificato in modo adeguato il capitale proprio, e se l’autorità fiscale ha accettato la valutazione.
Di medesimo tenore l’art. 236 LT.
2.2.
L’art. 152 LIFD tratta della perenzione.
Il capoverso 1 prevede che il diritto di avviare la procedura di ricupero d’imposta decade dopo dieci anni dalla fine del periodo fiscale per il quale la tassazione è stata indebitamente omessa o per il quale la tassazione cresciuta in giudicato era incompleta.
Al capoverso 2 si indica che l’apertura del procedimento penale per sottrazione d’imposta o per delitto fiscale vale contemporaneamente come avvio della procedura di ricupero d’imposta.
Secondo il capoverso 3 il diritto di procedere al ricupero d’imposta decade dopo 15 anni dalla fine del periodo fiscale al quale si riferisce.
Di analogo tenore l’art. 237 LT.
2.3.
Il termine stabilito dagli art. 152 cpv. 1 LIFD e 237 cpv. 1 LT è di natura perentoria: non può essere interrotto e il suo rispetto dev’essere analizzato d’ufficio da parte delle autorità fiscali e giudiziarie, compreso il Tribunale federale.
La LIFD e la LT prevedono altresì un limite assoluto di 15 anni dalla fine del periodo fiscale al quale si riferiscono, entro il quale chiudere definitivamente una procedura di ricupero d’imposta. Bisogna verificare la data di crescita in giudicato della decisione di ricupero d’imposta e non la data della sua notifica per valutare se la prescrizione assoluta è data (
Casanova/Dubey
, Commentaire romand LIFD, Basilea 2017, 2a ed., n. 2 e 3 ad art. 152 LIFD;
Richner/Frei/Kaufmann/Meuter
, Handkommentar zum DBG, Zurigo 2016, n. 3 e 4 ad art. 152 LIFD).
2.4.
Appare pertanto qui il caso di rilevare che, per quanto attiene ai periodi fiscali 2003 e 2004 è decaduto il diritto di procedere ad un ricupero d’imposta, rispettivamente a fine del 2018 per il 2003 e a fine del 2019 per il 2004.
Si tratta pertanto unicamente di valutare se sussistono le condizioni per procedere ad un ricupero d’imposta per il 2005.
3.
3.1.
Con sentenza inc. CDT _ del 15.10.2019 questa Camera ha, sulla scorta anche del rapporto esaustivamente redatto dalla DAPI, ritenuto che RI 1 avesse beneficiato di distribuzioni dissimulate di utili provenienti dalle società che si erano succedute nella gestione del postribolo denominato “_” come pure il luogo d’incontri per clienti e prostitute denominato “_”, siti a _.
3.2.
3.2.1.
In merito alla qualità di azionista di RI 1 delle società che gestivano gli esercizi pubblici nel periodo 2005 la DAPI l’ha determinata sulla base di “
(...) constatazioni e operazioni finanziarie che mai sarebbero avvenute tra terzi indipendenti, poiché esse non rispettavano il principio della libera concorrenza
” (pag. 20 Rapporto DAPI relativo a RI 1). Al capitolo 3.3. del Rapporto DAPI del 1°.2.2016 inerente le società vengono illustrati per esteso tutti gli elementi presi in considerazione dall’autorità inquirente per stablire con certezza che gli azionisti delle società che si sono succedute nella gestione _ altri non erano che RI 1 e _.
3.2.2.
Per il periodo fiscale 2005, in particolare per quanto attiene alla _, si sa che era gestita da parte di _. Il _ era invece gestito dalla _.
Nella sentenza di questa Camera di cui all’inc. _ del 15.10.2019 in relazione all’azionariato di _ e della _ viene indicato:
_
La società _ SA ha gestito la “_” nel periodo 1°.3.2003 - 30.6.2006. Il contratto di locazione è stato firmato da RI 1, proprietario dei locali, e _, per conto della società (doc. _ 650.500.085-088). Le azioni sono state sottoscritte a titolo fiduciario da _ (1 azione) e _ di _ (98 azioni; società riconducibile a _; doc. DAPI 122.260.100).
Anche in questo caso, non appena è stata costituita la società, il capitale azionario è stato immediatamente prelevato (doc. _ _).
Tra i documenti informatici sequestrati presso _ sono state ritrovate numerose informazioni rilevanti per la determinazione degli azionisti della società. E meglio: nel documento “società data – base” risultano quali responsabili della società _ e RI 1 (doc. _ _). Inoltre, sono stati ritrovati in una cassetta di sicurezza a disposizione di _ presso la Banca Raiffeisen _ a _ (doc. _) i certificati azionari per fr. 22'000.-, facenti parte del capitale azionario di _ SA.
Infine, ancora una volta, _ aveva ricevuto il mandato di gestione da parte di RI 1 e _ (doc. DAPI 302.100.005) e RI 1 poteva disporre liberamente dei beni della società (doc. _ _)”.
_
_ ha gestito il _ nel periodo 1°.1.2004 – 31.1.2006 (contratto di locazione firmato da RI 1 _, doc. DAPI 600.500._). Nel rapporto DAPI viene indicato che non appena questa società è stata costituita il controvalore del capitale azionario è stato consegnato a RI 1 (doc. DAPI 600.500.042, 600.000.014). Le azioni erano state inizialmente sottoscritte a titolo fiduciario da _ (1 azione; in merito alla persona di _ quest’ultimo ha dichiarato in un primo verbale dell’8.3.2012 di aver funto da prestanome per parecchie società per il tramite di _, doc. DAPI 310.100.003), _ (collaboratore di _, 1 azione) e da _A di Cama (98 azioni, società riconducibile ad _) (v. doc. DAPI 122.260.025).
In merito all’azionariato della società, la DAPI ha trovato più documenti/informazioni convergenti alla persona di RI 1: in particolare secondo la banca dati delle società costituite/gestite da _ il responsabile è RI 1. Nella nota professionale per la costituzione della società RI 1, tramite la _ figura quale riferimento (doc. n. 600.500.017). Inoltre l’8.1.2003 RI 1 avrebbe dato a _ il mandato di amministrare ed acquistare la _ (doc. n. _), contratto disdetto alcuni mesi più tardi (doc. n. 600.500.027, 600.500.036). A seguito della costituzione della società i certificati azionari sono stati consegnati a RI 1 nella sua qualità di “esclusivo azionista della società” (doc. n. 600.500.037-041). Il controvalore del capitale azionario è stato rimborsato a Luigi Calderoni e RI 1 (doc. 600.500.041). _, durante il suo interrogatorio ha dichiarato di aver ricevuto mandato da RI 1 e da _ di gestire contabilmente la _
3.2.3.
Molteplici gli elementi ritenuti dall’autorità fiscale per stabilire che dal 2003 RI 1 era anch’egli azionista delle società che gestivano il postribolo sito a _ (cfr. Rapporto DAPI del 1°.2.2016, paragrafo 3.3.). In particolare significativo il ritrovamento nella valigetta “segreta” di RI 1 di “
(...) diversi documenti relativi alle società che gestivano _ e _, tra questi il più significato (ivo) è un documento sul quale sono riassunte le cifre d’affari di bar e residenza nel 2003 (...)”.
A proposito di tale valigia, il rappresentante del contribuente ha presentato una dichiarazione di _, ritenuto uno dei vari prestanome di RI 1, secondo la quale nell’ambito del trasloco degli uffici avrebbe “
(...) portato via praticamente tutto alla rinfusa mischiando il contenuto degli uffici, in particolare mi ricordo di aver preso i documenti che si trovavano sulle due scrivanie e di averli inseriti alla rinfusa in una valigetta portatile nera forse di marca samsonait
”.
Ora, nel Rapporto DAPI viene indicato – in maniera condivisibile pure per questa Camera - come questa dichiarazione sia stata resa dal _ (il 15.9.2014) ai soli fini di causa, ritenuto come, secondo l’autorità inquirente a distanza di 4 anni dal trasloco appariva improbabile ricordare la marca della valigia. Inoltre la DAPI specifica come in occasione del trasloco i documenti siano stati portati via dall’ufficio in cui RI 1 lavorava, che era separato rispetto a quello del fiduciario _.
_, tramite _ SA (cfr. punto 3.3.21) è stato il rappresentante dell’Ufficio di revisione tra le altre pure della società _ (società che aveva gestito la _ dal 2003 in poi). In merito all’identità degli azionisti che gestivano il postribolo ha dichiarato che la persona di riferimento delle società era RI 1, malgrado non sapesse in che misura e se fosse azionista.
Più testimoni concordano inoltre nel collegare RI 1 alle società che avevano gestito i postriboli negli anni. In particolare _, che presso la società fiduciaria riconducibile a _ si occupava di contabilità, ad una specifica domanda posta dalla DAPI in merito all’azionariato delle società che gestivano _ ha specificato “
(...) sicuramente il Signor _, che ci consegnava la documentazione. Vi erano delle persone che venivano in ufficio per incontrare il signor _ o il signor _ (...). Le persone in questione erano (...) _ e in precedenza il Signor _”.
3.2.4.
I destinatari dei proventi di _ erano, secondo la DAPI, RI 1, ritenuto come la differenza tra i ricavi realizzati dalle società che gestivano il postribolo ed i costi sostenuti a contanti, veniva depositata nell’ufficio di RI 1 (cfr. punto 3.2.11.2 del Rapporto DAPI delle società). Ora, oltre alla deposizione di _ (che lavoravano per _, cfr. doc. DAPI _ e _) pure _ (collaboratore e prestanome di RI 1 ha indicato che l’incasso del locale veniva depositato nella cassaforte del bar. Quest’ultimo precisava anche (doc. DAPI _): “
Non so cosa succedeva con i soldi successivamente, ma so che li prendevano i signori RI 1
”. Tali considerazioni riguardavano non solo la società _ ma pure _. Pure _ – interrogato dalla DAPI – ha indicato che prelevava i ricavi dalle casse delle società e li consegnava a RI 1. Veniva inoltre allestito un documento che riportava le cifre del bar e della residenza in maniera separata.
3.3.
3.3.1.
Il ricorrente sostiene che la DAPI e l’autorità fiscale si siano accanite nei suoi confronti, essendo l’unico contribuente che disponeva di un patrimonio. RI 1 è dell’avviso che l’inchiesta DAPI, nel ritenerlo azionista delle società che hanno gestito il postribolo si sia basata prevalentemente sulle dichiarazioni rilasciate dal fiduciario _, che, secondo lui, sono fallaci. RI 1 sostiene addirittura di essere stato, in una certa misura, pure vittima del suo fiduciario che avrebbe, a sua insaputa, addirittura falsificato la sua firma nelle sue dichiarazioni fiscali. Ora se così fosse, logica conseguenza sarebbe stata una denuncia nei confronti del fiduciario al Ministero pubblico, cosa che, dalle indicazioni del ricorrente, non risulta sia stata fatta.
3.3.2.
Come visto, la DAPI ha basato le proprie conclusioni su molteplici prove (oltre alla versione dei fatti di _) che hanno condotto univocamente a ritenere il contribuente come uno degli azionisti delle società che gestivano _.
Come rilevato correttamente anche dall’Ufficio giuridico della DdC, tra gli atti sequestrati dalla DAPI vi è pure un documento (doc. DAPI _) tramite il quale _ ha chiesto a RI 1 di “(...)
versare dei fondi per le sue prestazioni svolte per conto delle società che gestivano il “_” e la “Residenza Laura”.
Anche in merito ad _, ritenuto da RI 1 quale azionista delle società che hanno gestito il postribolo, quest’ultimo durante un interrogatorio dell’8.3.2012 dinanzi alla DAPI (doc. DAPI _) ha dichiarato di aver funto da prestanome per parecchie società per il tramite di _. Del resto questa versione il _ l’aveva anche resa dinanzi al Ministero pubblico il 12.3.2008, quando dinanzi all’allora PP _ aveva dichiarato: “
Dal 2004 sono amministratore unico in diverse società anonime. In pratica io faccio girare la voce che sono a disposizione per fare l’amministratore unico e capita che le lo richiedano. Per questo tipo di attività io prendo mensilmente tra i CHF 250.- e CHF 300.-. Mi viene chiesto quali sono queste società. A memoria non so dire i nomi di queste società. Posso però dire che sono nell’ordine di una ventina. Penso che tante società siano anche fallite ma ancora iscritte. Voglio precisare che io non ho nessuna funzione operativa all’interno delle numerose società di cui sono amministratore unico ma unicamente con funzione rappresentativa. Sono la cosiddetta “testa di legno”. In pratica io rappresento i titolari delle società che non vogliono apparire
” (doc. DAPI 240.100.164, pag. 2 e 3).
In relazione alle posizioni di _ e _, entrambi, nella prima fase dell’istruttoria hanno affermato di aver consegnato i ricavi dei locali nelle mani di RI 1 e _. _ sarebbe stato inoltre sollecitato a più riprese dallo stesso RI 1 e da RI 1 a distruggere i documenti relativi agli incassi di affittacamere e bar (doc. DAPI 315.100.002).
3.3.3.
Altresì in relazione alle società _ va rilevato quanto segue. RI 1 è stato ritrovato in possesso di certificati azionari per 78 azioni al portatore di _ (doc. DAPI _, pag. 69 Rapporto DAPI relativo alle società). Della _ egli è pure stato membro del Consiglio di amministrazione.
3.4.
Ora, anche in questa sede, a fronte di tutti gli elementi raccolti da parte della DAPI a sostegno della qualità di azionista di _, il ricorrente ritiene le conclusioni dell’autorità sbagliate, finanche aberranti, senza tuttavia confrontarsi compiutamente su tutte le prove raccolte dall’autorità fiscale (cfr. Rapporto DAPI relativo alle società, punto 3.2.) limitandosi a sostenere che la DAPI avrebbe aprioristicamente condotto le proprie indagini basandosi sulla versione fornita _. Il ricorrente non spiega tuttavia per quali ragioni le varie testimonianze agli atti circa la consegna dei ricavi dei locali nelle sue mani dovrebbero essere inesatte, rispettivamente per quali ragioni, ad esempio, _ avrebbe dovuto indicare all’autorità inquirente di distruggere la documentazione relativa agli incassi dei postriboli.
3.5.
Ora, il Tribunale federale nelle sentenze 1B_8/2014 e 1B_9/2014 del 2.6.2014 si era occupata della fattispecie, nel contesto del sequestro operato dalla DAPI sui conti bancari e i beni immobili. In relazione agli indizi di reato ed alla posizione anche del qui ricorrente si era espressa rilevando come emergessero (anche se l’inchiesta era ancora in fase iniziale) dei chiari e sufficienti indizi di reato. Ora, con i due Rapporti DAPI del 1°.2.2016, l’autorità inquirente ha riportato tutti gli elementi (molteplici e coesi), tali per cui ritenere, RI 1 azionista delle società.
3.6.
RI 1 dominava quindi le società che hanno gestito nel corso degli anni il “Bar _” e la “Residenza _” anche tramite i diversi contratti di locazione, sia degli immobili che delle suppellettili.
In particolare, egli rivendeva o locava alle società il materiale per esercitare la loro attività, senza però incassare subito la controprestazione (bensì dilazionandone il pagamento in base agli incassi), non incassava la garanzia per gli affitti e ricostruiva la contabilità della società a posteriori.
Inoltre, è rilevante il fatto che ogni qualvolta una nuova società veniva costituita, subito dopo la costituzione il capitale azionario versato era integralmente prelevato. Di conseguenza, le società potevano svolgere le proprie attività grazie ai mezzi che venivano messi a disposizione da RI 1, quando, di principio, una società è finanziata dal capitale proprio e da eventuali finanziamenti effettuati dagli azionisti; anche da qui, la qualità di azionista del ricorrente (cfr. sentenza CDT inc. 80.2016.43 del 15.10.2019).
3.7.
Per contrastare le conclusioni a cui era giunta la DAPI, che ha ritenuto il ricorrente azionista delle società che si erano succedute nella gestione del postribolo, pure sulla base dell’evoluzione patrimoniale di quest’ultimo, il ricorrente ha fatto allestire una perizia di parte _. La CDT, al considerando 5.7. della sentenza di cui all’inc. 80.2016.43 del 15.10.2019 ha ritenuto che il documento in questione non avesse alcuna portata probatoria e ne ha evidenziato i limiti:
“5.7.
5.7.1.
Da parte sua, il ricorrente, confrontato con le dettagliate ricostruzioni della DAPI, si è limitato a contestare genericamente i dati raccolti, riprendendo nei fatti le conclusioni del parere redatto dal _ (consulente del ricorrente), nel ricorso, e le conclusioni della relazione contabile allestita dalla _, nella replica, dove sono stati sostanzialmente sollevati diversi errori da parte della DAPI.
Si ricorda, in questo contesto, che la replica e la relazione contabile del 26.7.2018 sono stati inoltrati tardivamente e non possono pertanto essere considerate (v.
supra
, consid. 3.3). Le considerazioni che si riferiscono a questi documenti vengono pertanto proposte solo
ad abundantiam
.
Il ricorrente ha negato le proprie responsabilità e ha ribadito la propria estraneità alla gestione del postribolo di _, sostenendo in estrema sintesi che l’incremento del suo patrimonio si spiegherebbe con il reddito derivante dalla sua attività imprenditoriale (vedi ricorso), con redditi provenienti dalla sua sostanza immobiliare (afflussi di liquidità per circa fr. 782’100.- e per circa fr. 576'000.-; vedi replica del 16.10.2018) e con redditi ricevuti dal _ (padre di sua moglie) a titolo di donazione (vedi replica del 16.10.2018). Ora, per quanto concerne i redditi provenienti dagli immobili, la DAPI ha aggiunto, ai dati dichiarati dal contribuente, quanto avevano registrato contabilmente le società che avevano gestito il _. Di fatto, secondo la nuova perizia prodotta dal ricorrente, per il 2008 ed il 2009 RI 1 ammetterebbe, dicendo di aver percepito a contanti ulteriori redditi, di aver commesso una sottrazione fiscale. Ora appare quantomeno strano che, RI 1, per giustificare l’ammanco di liquidità imputatogli dall’autorità fiscale, faccia valere, quale pigioni, importi superiori a quelli addirittura previsti dai contratti di locazione sequestrati dalla DAPI (cfr. ad esempio i contratti di locazione di _). È poco probabile infatti, che RI 1 abbia convinto i conduttori a firmare un contratto, che prevedeva una determinata pigione per poi, in corso di locazione pretendere la corresponsione di un importo più elevato. Sempre secondo la perizia di _, RI 1 avrebbe ricevuto a contanti la somma di fr. 576'000.- _ per i costi di energia elettrica per il _ (fr. 5'000.- al mese) e per la _ (fr. 7'000.- al mese). Ora, nei conti delle società che si sono succedute nella gestione del Bar e della Residenza, i costi per l’energia elettrica erano già stati contabilizzati ed erano di molto inferiori a quelli fatti valere in questa sede da RI 1 (ad esempio per il 2008, _, fr. 12'120.10, doc. 620.100.007; 2009 per 11 mesi _, fr. 6'165.60, doc. 620.200.007 ed 1 mese _ fr. 1'000.-, doc. 630.100.006; 2010, _ per 12 mesi fr. 13'000.-. Per _ la _ faceva valere quali costi energetici fr. 21'726.25 per 10 mesi nel 2008, doc. 660.300.038, _ per 2 mesi faceva valere un debito di 6'800.-, doc. 670.100.020, nel 2009 _ faceva valere costi per fr. 10'280.-, doc. 670.200.038, mentre che la _ per i restanti 7 mesi non faceva valere alcuna registrazione; per il 2010 _ faceva valere fr. 22'000.- per 12 mesi, doc. 680.200.007). Non si vede per quale motivo queste società avrebbero dovuto pagare ulteriori importi e per di più così elevati per i costi di energia elettrica al locatore. Tanto più che normalmente questi costi vengono pagati direttamente da parte del conduttore alla società/ente che eroga il servizio. Ora, il fatto _ consegnasse a mano dei soldi a RI 1 emerge anche dagli atti della DAPI (cfr. verbale _ dell’8.3.2012 doc. DAPI 315.100.000), tuttavia rimane un’interpretazione di parte quella del qui ricorrente secondo cui questi importi dovessero essere destinati alla copertura dei costi energetici. Anzi, il fatto di averli consegnati a contanti a RI 1 rafforza tutt’al più la conclusione che locatore e conduttore si sovrapponessero.
5.7.2.
Ad ogni modo RI 1 non ha fornito delle valide spiegazioni e non ha prodotto alcun documento giustificativo concernente gli ingenti fondi utilizzati, sia in ambito societario, che per gli investimenti sugli immobili di proprietà (vedi anche doc. DAPI 300.100.579-590, 300.100.589); ciò nemmeno con la replica e i relativi documenti prodotti all’udienza del 16.10.2018.
A tutto questo, si aggiunga pure il fatto che il ricorrente non ha mai fatto prima riferimento né ai contratti fiduciari che ha ancora prodotto in sede di udienza, né ai versamenti che ora sostiene di aver ricevuto dal suocero (per fr. 1'205'540.-).
Dubbia (indipendentemente dalla tempestività con cui la stessa è stata menzionata) è infatti pure la presunta donazione da parte del suocero. In merito vi è agli atti pure la dichiarazione firmata dalla moglie del ricorrente (doc. DAPI _), in cui indicava che aveva ricevuto da suo padre (il _) un prestito di fr. 80'000.-. È dunque inusuale che da una parte il _ abbia proceduto con una donazione di oltre un milione di franchi a favore del ricorrente e dall’altra abbia soltanto concesso un prestito a sua figlia. Ma tant’è: _ oppure le di lui società avessero effettivamente versato fr. 1'205'540.- alla famiglia RI 1 questo importo avrebbe dovuto essere dichiarato quale debito della famiglia RI 1 nei confronti _ oppure quale donazione. Ciò che non risulta essere il caso.
Per quanto concerne poi il maggior afflusso di liquidità indicato dal ricorrente in fr. 3'588'024.13 va rilevato come la ricostruzione della contabilità eseguita da parte della DAPI sia stata mostrata al contribuente ed ai suoi patrocinatori dell’epoca già in precedenza ed era stato attribuito del tempo per presentare delle osservazioni e delle eventuali notifiche d’errore.
Ora con l’allegato AA alla perizia, il ricorrente evidenzia tutta una serie di differenze riscontrate nella contabilità relativa al “Classeur _”.
Ora dall’analisi delle censure, non si può che rilevare nuovamente che la perizia non dà modo di inficiare gli scrupolosi accertamenti operati dalla DAPI.
A titolo di esempio vengono riportate alcune delle differenze evidenziate dai periti di parte, immediatamente smentite dai documenti agli atti (doc. AA allegato alla perizia 26.7.2018):
·
Posizione 1: RI 1 specifica che ad inizio del 2003 egli aveva a disposizione liquidità per ulteriori fr. 276'584.50, conseguente a prelievi a contanti da quest’ultimo effettuati nel 2002. Tuttavia questo importo non è stato dichiarato da RI 1 nella dichiarazione fiscale 2003A.
·
Posizione 2: sempre nel 2002, RI 1 avrebbe sottoscritto un contratto di mutuo con _ per fr. 130'000.-. Nella dichiarazione fiscale del 2002 di RI 1 risulta un numerario di fr. 5'000.-. Appare quindi chiaro che tale importo non risultava più essere in possesso di RI 1 a fine 2002.
·
Posizione 3: nel contratto di mutuo stipulato il 17.12.2002 tra _ e RI 1 si indica che il mutuatario conferma di aver ricevuto il prestito di fr. 90'000.-. Questo risulta pure dalla contabilità 2002 (conto 2103.1, debito nei confronti di _). Il 12.12.2003 RI 1 ha pagato gli interessi e un ammortamento sul debito per un totale di fr. 4'835.-. Secondo la contabilità di _ il 20.1.2003 è stato effettuato un versamento da parte del correntista per fr. 90'000.-. Ora il prestito concesso a RI 1 da _ è stato effettuato nel 2002, mentre che il prestito azionista dello stesso importo è stato effettuato nel 2003. Queste operazioni risultano sia dalla contabilità di _ ma anche dalle dichiarazioni fiscali di RI 1. Nella dichiarazione fiscale di RI 1 del 2003 si ha per l’appunto la dichiarazione del prestito nei confronti di _ di fr. 90'000.- e la deduzione degli interessi di fr. 4'835.-.
·
Posizione 8: il ricorrente indica di aver incassato direttamente fr. 35'000.- dovuti alla _ da parte della società _ per dei lavori effettuati a _. Ora dall’analisi dei conti della _ non risulta alcun debitore _ Non è infatti stata ritrovata alcuna fattura emessa a carico di questo cliente. Inoltre nell’incarto di _ 2003 non vi è alcuna informazione in relazione a prestazioni effettuate nel comune _ citato.
·
Posizioni 4-5/6-7: RI 1 è stato più volte interrogato, in particolare sull’attività svolta da _, società che aveva locato i locali nei quali sono stati ritrovati i documenti relativi alle società che gestivano _ e _. Nel corso dell'inchiesta svolta dalla DAPI, è stato più volte domandato a RI 1 di indicare l’identità dell’azionista delle società, ma egli non ha mai indicato il nome del suocero. Si ricorda che, in data 20 marzo 2014, a RI 1 era stato chiesto che attività effettuassero _ e _ e questi ha risposto che le due società non esercitavano attività (300.100.021-022). Alla richiesta di determinarsi in merito all’identità dell’azionista di tali società, RI 1 ha dichiarato che avrebbe dato risposta entro 30 giorni, ma ciò non è avvenuto. Se i fondi fossero effettivamente stati versati dal suocero, i patrocinatori di RI 1 dell’epoca non avrebbero sicuramente tardato a presentare i relativi documenti. Buona parte di queste operazioni, corrispondono sia ai rendiconti delle due società, che alle dichiarazioni fiscali del contribuente. Gli elementi forniti nella perizia _ non permettono di discostarsi da quanto considerato dalla DAPI, proprio perché il contribuente ha dichiarato tali operazioni nelle proprie dichiarazioni fiscali personali ed esse trovano riscontro nelle contabilità delle due società, tra l’altro presentate alle varie autorità fiscali.
Si rileva comunque che, il ricorrente indica di non essere azionista di tali società e di non averle quindi finanziate. Presenta ad esempio il contratto di mutuo tra _ e RI 1, dove la società presta a quest’ultimo fr. 130'000. Allegati al contratto vi sono due ricevute di pagamento datate 20.2.2003 dalle quali si evince che _ e _ rimborsano parzialmente il prestito di RI 1 a _. Ci si chiede dunque per quale motivo queste società, che il ricorrente non ritiene proprietà di RI 1 rimborsano un prestito personale a lui elargito. Inoltre, nella contabilità _ e _ 2003 questi importi non risultano.
Alla luce di quanto esposto, in particolare alle dichiarazioni fiscali di RI 1 e alle contabilità delle due società, si ritiene che il conto debitore delle società, quindi i versamenti d’interesse e prelevamenti registrati nelle rispettive contabilità, come tutte le altre operazioni, siano riconducibili a RI 1. D’altronde le azioni delle società in questione sono peraltro state ritrovate in luoghi in cui poteva accedere nei fatti RI 1 .
5.7.3.
Inoltre, quanto si evince dalla relazione contabile della_ non permette di discostarsi da quanto considerato dalla DAPI, già solo per il fatto che le conclusioni a cui sono giunte le autorità fiscali trovano riscontro nelle operazioni dichiarate dallo stesso contribuente nelle proprie dichiarazioni fiscali, così come nelle contabilità delle società in oggetto.
Ad ogni modo si rileva che, nella perizia _ del 26.7.2018, proprio nella premessa veniva specificato che i relatori non avevano potuto consultare tutta la documentazione per redigerla “
(...) vista la frammentaria e lacunosa documentazione contabile di supporto disponibile (il cliente ci riferisce che le autorità hanno sequestrato tutta la documentazione che oggi risulta praticamente impossibile recuperare), è presumibile ipotizzare l’assenza di giustificativi contabili più o meno rilevanti per una ricostruzione puntuale dei movimenti di liquidità effettuati da RI 1 negli anni in corso 2003-2011
”.
3.8.
Per quanto attiene alla ripartizione delle azioni nella percentuale del 22% per _ e del 78% per RI 1 la stessa trova riscontro, come visto sopra, pure nelle dichiarazioni rese a verbale _ (doc. _) e da _ (vedi per es.: doc. _ _, 302.100.011 e 302.100.012), oltre al fatto che per le società _, le azioni per il controvalore di fr. 22'000.- sono addirittura state ritrovate in possesso di _. Per contro, i rimanenti certificati azionari di queste società sono stati consegnati _ agli inquirenti _, dopo che sono stati ricevuti dal fiduciario _, che agiva su mandato degli stessi RI 1.
A ciò, si può anche aggiungere che RI 1 avevano uffici collegati tra loro (vedi quanto dichiarato pure da una collaboratrice di _ - verbale d’interrogatorio _ del 14.3.2013, doc. _ _, p. 4: “
Avevo accesso nei loro uffici, ma comunque la documentazione era nei nostri uffici. I loro locali venivano trattati come spazi privati e noi non entravamo senza permesso. Di norma l’ufficio non era chiuso a chiave
”.
3.9.
Agli atti vi sono pertanto innumerevoli elementi che permettono di ritenere RI 1 come azionista di maggioranza delle società che hanno gestito _.
4.
4.1.
La sentenza della Camera di diritto tributario aveva quale oggetto le decisioni di tassazione ancora aperte del ricorrente e relative ai periodi fiscali 2006 - 2010. Ritenuto come il periodo interessato dal Rapporto d’inchiesta della DAPI si riferiva pure a periodi fiscali anteriori (e meglio gli anni 2003, 2004 e 2005), l’Ufficio delle procedure speciali ha correttamente aperto delle procedure tese al ricupero d’imposta.
4.2.
Nel ricorso, oltre a contestare la qualità di azionista di RI 1 e il calcolo dell’ammanco di liquidità tramite la perizia della _, non viene per contro operata alcuna contestazione relativa al calcolo del recupero d’imposta effettuato dall’UT sulla base del Rapporto della DAPI.
In particolare a pagina 19 del Rapporto del 1°.2.2016 inerente RI 1, viene stimato il totale dei redditi non dichiarati dal contribuente, che ammonta, per il 2005 a fr. 1'570'152.-, dato che è stato ripreso da parte dell’autorità fiscale per stabilire il recupero d’imposta.
4.3.
Ora dalla disamina delle decisioni impugnate, l’Ufficio delle procedure speciali si è limitato ad aggiungere ai redditi non dichiarati l’ammontare dei redditi non dichiarati stabiliti nel Rapporto DAPI e a calcolare gli interessi, come da disposto di legge. Nessuna censura è, come già indicato, stata sollevata dal contribuente.
Sulla base delle concrete ed esaustive risultanze del Rapporto DAPI, questa Camera non può che condividere il calcolo operato dall’Ufficio delle procedure speciali, che si è basato sui pertinenti dati trasmessi.
4.4.
Ora all’art.153 cpv. 3 LIFD (di medesimo tenore l’art. 238 cpv. 3 LT), che tratta della procedura di ricupero d’imposta, si specifica che per il resto sono applicabili per analogia le disposizioni su i principi procedurali, la procedura di tassazione e quella di ricorso.
Nella procedura fiscale l’onere della prova è ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono a escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e 121 II 257; ASA 64 p. 493; StE 1990 B 13.1 n. 8; sentenza TF 2C_304/2013 del 22.10.2013 consid. 3.4.).
Nel caso che qui ci occupa, con il proprio ricorso il contribuente non è riuscito a sovvertire l’esito delle risultanze emerse dall’inchiesta condotta dalla DAPI.
5.
5.1.
Il Tribunale federale, con sentenza del 21.7.2020 (inc. 2C_983/2019) ha accolto il ricorso presentato da RI 1, annullando la decisione in ambito di assistenza giudiziaria emessa da questa Camera (di cui all’inc. 80.2019.52) e rinviando gli atti per ulteriori accertamenti limitatamente al presupposto della situazione finanziaria del contribuente (art. 29 cpv 3 Cost).
Con scritto 26.10.2020, questa Camera si è rivolta al patrocinatore del ricorrente chiedendo di voler trasmettere, entro il 3.11.2020, il certificato per l’ammissione all’assistenza giudiziaria aggiornato, corredato da tutti i documenti giustificativi e vidimato dall’autorità comunale.
Il 27.10.2020 è stata altresì richiesta all’avv. RA 1 la presentazione della nota d’onorario relativa alla procedura ricorsuale per gli inc. 80.2019.13-18 ed 80.2020.124.
5.2.
Con scritto 3.11.2020, il contribuente, per il tramite del suo patrocinatore ha fatto pervenire il certificato per l’ammissione all’assistenza giudiziaria corredato dall’estratto dell’Ufficio esecuzioni di _, risalente al 29.10.2020, dal quale si attesta che l’importo delle esecuzioni in capo al contribuente è pari a fr. 3'426'204.31. Venivano allegate altresì due fatture relative al premio mensile della cassa malati pari fr. 455.95, nonché la fattura relativa ai contributi personali AVS, attestante l’importo base di fr. 124.- per il periodo 1°.7.2020 -30.9.2020.
5.3.
5.3.1.
La Legge sull’assistenza giudiziaria e sul patrocinio d’ufficio (LAG; RL 178.300) disciplina l’assistenza giudiziaria e il patrocinio d’ufficio nei procedimenti davanti alle autorità giudiziarie e amministrative (art. 1 cpv. 1). L’assistenza giudiziaria garantisce a chi non dispone dei mezzi per assumersi gli oneri della procedura o le spese di patrocinio la possibilità di tutelare i suoi diritti davanti alle autorità giudiziarie e amministrative (art. 2).
5.3.2.
Secondo la giurisprudenza una persona è indigente quando, in relazione alla propria situazione economica globale, compreso il suo patrimonio, non è in grado di assumersi le spese processuali, senza intaccare il minimo necessario al proprio mantenimento e quello della sua famiglia (DTF 135 I 221 consid. 5.1.; 4A_411/2018 del 7.12.2018 consid. 4; 1B_436/2018 del 12.11.2018 consid. 3.1.). Il richiedente deve indicare in maniera completa i suoi redditi, il suo patrimonio e i suoi costi (DTF 135 I 221 consid. 5.1). La parte delle risorse finanziarie che eccedono ciò che è necessario alla copertura dei bisogni personali deve essere comparata alle spese previsibili. L’assistenza giudiziaria non viene concessa quando la parte disponibile delle risorse permette di coprire le spese giudiziarie e dell’avvocato in un anno al massimo per i processi relativamente semplici, e in due anni al massimo per gli altri procedimenti (DTF 135 I 221 consid. 5.1.; 4A_411/2018 del 7.12.2018 consid. 4).
5.3.3.
Pertocca al richiedente l’onere di comprovare i fatti che permettono di constatare che adempie le condizioni della misura sollecitata.
Nel caso in cui non vengono fornite sufficienti informazioni (con i relativi documenti giustificativi) per permettere di avere una visione completa della sua situazione finanziaria sicché se la stessa rimane poco chiara, la richiesta dev’essere rifiutata (DTF 125 IV 161 consid. 4; 4A_411/2018, consid. 4).
5.4.
Dagli atti prodotti dal ricorrente non è chiaro come quest’ultimo riesca a provvedere al proprio mantenimento e a quello della sua famiglia, anche visto come la _ viva ad un indirizzo diverso dal suo. In particolare RI 1 specifica di non aver alcun reddito, rispettivamente non chiarisce come riesca a far fronte ai propri bisogni quotidiani, quali ad esempio il premio mensile della cassa malati, per il quale, tra l’altro, non emergerebbe dagli atti che sia a beneficio di uno specifico sussidio.
Ciò posto, si deve nondimeno rilevare, sulla base anche di quanto stabilito dal Tribunale amministrativo federale nella decisione del 13.3.2018 (inc. A-6685-6694/2017) che visti sia gli importanti sequestri/pignoramenti di fondi e beni mobiliari, documentati dagli estratti dell’Ufficio esecuzione e fallimenti, unitamente al fatto che, anche secondo l’estratto dei contributi personali AVS, il qui contribuente corrisponde un contributo trimestrale di appena fr. 124.- [che teoricamente corrispondente alla quota per persone senza attività lucrativa (e con una sostanza determinante stabilita in fr. 0.-)] appare verosimile ipotizzare che il ricorrente non disponga dei mezzi finanziari per poter far fronte alle spese di patrocinio della presente procedura, rispettivamente per pagare la tassa di giustizia e le spese processuali.
5.5.
5.5.1.
L’avv. RA 1 ha presentato la nota d’onorario in data 3.11.2020, cifrando le prestazioni relative alla procedura di cui agli inc. 80.2019.13-18 ed 80.2020.124 in complessivi fr. 14'369.25, sulla base di una tariffa oraria di fr. 180.-. Nella fattura, si richiede, oltre alle prestazioni relative agli incarti sopraccitati pure fr. 3'600.- relativi al ricorso presentato al Tribunale federale per l’assistenza giudiziaria. Tuttavia tale somma non può essere riconosciuta visto quanto stabilito alla sentenza del 21.7.2020 al consid. 4. In particolare lo Stato del Canton Ticino è stato dispensato dal pagamento di spese giudiziarie, ma è stato obbligato a pagare, in applicazione dell’art. 68 cpv. 2 LTF un’indennità per ripetibili della sede federale, stabilità in fr. 2'500.-. Motivo per il quale l’importo di fr. 3'600.- richiesto ancora una volta in questa sede non può essere riconosciuto, posto come già compreso nelle ripetibili stabilite dal TF e stimate in fr. 2'500.- (cfr. Regolamento
sulle spese ripetibili accordate alla parte vincente e sull’indennità per il patrocinio d’ufficio nelle procedure davanti al Tribunale federale, RS 173.110.210.3).
5.5.2.
La nota d’onorario dell’avv. RA 1 presentata per l’insieme degli incarti (inc. CDT 80.2019.13-18 ed 80.2020.124) viene pertanto riconosciuta, fatta eccezione per l’importo di fr. 3'600.- relativi alle spese di patrocinio della sede federale. L’IVA dovrà pertanto essere ricalcolata sulla base del nuovo importo. Il ricorrente sarà tenuto a rifondere allo Stato gli importi da quest’ultimo assunti o versati, quando il cambiamento della sua situazione economica dovesse permetterlo (art. 6 cpv. 1 LAG).
6.
Motivo per il quale, le decisioni su reclamo relative ai periodi fiscali 2003 e 2004 devono essere annullate essendo subentrata la perenzione. La decisione su reclamo relativa la periodo fiscale 2005 è invece confermata ed il ricorso dev’essere respinto. Al ricorrente viene riconosciuta l’assistenza giudiziaria ed è esonerato dal pagamento della sua quota parte di tassa di giustizia e di spese processuali sino ad un cambiamento della sua situazione economica.