Decision ID: 8ca2ea9a-4b70-5022-a0e0-f0dc8a77cda8
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A.a A._, cittadina siriana di etnia assiriana con ultimo domicilio a
Homs, ha lasciato il proprio paese d’origine il 29 settembre 2016 con i figli
minori per recarsi legalmente in Svizzera ove ha depositato una domanda
d’asilo il (...) del 2019.
La richiedente, attiva come tecnico sanitario, ha affermato di essere stata
sposata con un ufficiale dell’esercito siriano che avrebbe perso la vita negli
scontri l’11 settembre del 2014. Ella ha innanzitutto descritto la nefasta
evoluzione della situazione nel suo villaggio d’origine (Wadi Al-Sayeh) e
l’instaurarsi di una condizione di violenza generalizzata che la avrebbe
anche vista vittima di pallottole vaganti. L’interessata ha quindi riferito del
sequestro del figlio avvenuto a cavallo tra il 2011 ed il 2012 e di alcune
telefonate minatorie ricevute nel periodo successivo nonché della
decisione di spostarsi nella zona di Al-Zahra, prima che Wadi Al-Sayeh
venisse conquistato dagli insorti. Proprio nel successivo luogo di residenza
ed a soli sei mesi dal trasferimento, la porta della sua abitazione sarebbe
stata scalfita con dei coltelli. Dopo aver appreso della morte del marito,
l’interessata avrebbe vissuto un episodio nel corso del quale, durante un
tragitto in autobus, sarebbe stata frettolosamente invitata a scendere dal
veicolo in una zona completamente rasa al suolo ed in seguito avvertita di
lasciare immediatamente il luogo dalla guardia civile per non venir colpita
dai cecchini. Inoltre, ella avrebbe continuato a ricevere telefonate minatorie
da persone che la attiravano in diversi luoghi dietro promessa di
riconsegnarle il figlio. In detto contesto, l’interessata sarebbe stata pure
oggetto di pressioni da parte di un uomo di nome F._ che desiderava
ottenere favori sessuali e che le avrebbe preannunciato atti pregiudizievoli
a ed ai figli in caso di una sua mancata accondiscendenza. Non avendo
dato seguito all’invito, tale persona le avrebbe intimato una lettera
minatoria e la notte medesima, alcuni ragazzi avrebbero esploso dei colpi
nei pressi della sua abitazione. A seguito di quest’ultima evenienza la
ricorrente si sarebbe quindi trasferita presso l’abitazione dei genitori nella
vicina località di Fairuzah. Dipoi si sarebbe nuovamente sposata con
B._, cosa che avrebbe causato le ire del suo altro spasimante.
Avendo abbandonato il proprio posto di lavoro nella pubblica
amministrazione a causa dell’espatrio, ella teme altresì di essere
perseguita penalmente dalle autorità siriane per tale titolo.
A.b B._, a sua volta siriano e cristiano ma di etnia araba, è giunto in
Svizzera in un secondo momento, ossia l’11 giugno del 2018, dopo aver
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lasciato la Siria il 16 maggio 2018. Egli ha dapprima precisato di essersi
sposato con A._ nel 2015 e di aver riseduto con lei nel quartiere
armeno di Homs sino all’espatrio di quest’ultima, per poi tornare a vivere
con la madre.
Quali timori rispetto ad un suo ipotetico ritorno in Siria, egli, dopo aver
sottolineato di non aver mai incontrato alcuna problematica con l’apparato
statale, ha riferito di alcune vicissitudini intercorse con dei clienti abituali
nonché membri di una milizia lealista nell’ambito della sua attività di vendita
di alcolici e tabacchi. Questi lo avrebbero invero invitato a collaborare con
loro divenendo vieppiù pressanti nonostante i suoi rifiuti e finendo per
insultarlo e minacciarlo di morte.
B.
Con decisione del 19 ottobre 2018, notificata ai ricorrenti il 22 ottobre 2018
(cfr. atto A50), la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha respinto la
succitata domanda d’asilo e pronunciato l’allontanamento dei ricorrenti
dalla Svizzera salvo ammetterli provvisoriamente per causa d’inesigibilità.
C.
In data il 21 novembre 2018 (cfr. timbro del plico raccomandato; data
d’entrata: 22 novembre 2018), i ricorrenti sono insorti contro la
summenzionata decisione con ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo
federale (di seguito: il Tribunale), chiedendo, in via principale
l’annullamento della decisione impugnata e la concessione dell’asilo in
svizzera; in subordine la ritrasmissione degli atti all’autorità inferiore per un
nuovo esame delle allegazioni; contestualmente di essere ammessi al
beneficio dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio nella persona
dell’avv. Immacolata Iglio Rezzonico.
D.
Con decisione incidentale del 29 novembre 2018 il Tribunale ha esortato i
ricorrenti a produrre un’attestazione a sostegno della pretesa indigenza,
poi tempestivamente trasmessa da quest’ultimi.
E.
In riscontro a quanto precede, con ulteriore decisione incidentale del 6
dicembre 2018 il Tribunale ha accolto le succitate domande di assistenza
giudiziaria e gratuito patrocinio invitando nel contempo l’autorità inferiore
ad esprimersi sull’allegato ricorsuale.
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F.
Il 12 dicembre 2018 l’autorità inferiore ha inoltrato la propria risposta al
gravame.
G.
Con scritto del 15 marzo 2019, i ricorrenti hanno trasmesso al Tribunale
ulteriore documentazione in originale e segnatamente un’istanza
presentata alle autorità dall’avvocato rappresentante A._ in Siria, la
sentenza emessa in contumacia dal Tribunale di Homs il 10 febbraio 2019
e condannante quest’ultima a tre anni di reclusione a causa dell’abbandono
del posto di lavoro con contestuale traduzione nonché il relativo di
comparizione.
H.
Dietro precedente richiesta del Tribunale, il 19 aprile 2019 l’autorità intimata
ha preso posizione circa le succitate evidenze.
I.
Il 10 luglio 2019 i ricorrenti hanno presentato delle ulteriori considerazioni
adducendo pure delle precisazioni dell’avvocato rappresentante di
A._ in Siria.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti negli scritti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.

Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6
LAsi).
La presente procedura è retta dal diritto anteriore (cfr. Disposizioni
transitorie della modifica del 25 settembre 2015 cpv. 1).
Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù
dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA
prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette
autorità (art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi
dell’art. 5 PA.
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I ricorrenti hanno partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore,
sono particolarmente toccati dalla decisione impugnata e vantano un
interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della
stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Pertanto sono legittimati ad aggravarsi contro di
essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (vecchio art. 108 cpv. 1 LAsi), alla
forma e al contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del gravame.
2.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente
rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli stranieri, pure
l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 consid. 5). Il
Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle
considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle
argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2).
3.
Preliminarmente il Tribunale osserva che, essendo stati i ricorrenti posti al
beneficio dell’ammissione provvisoria per inesigibilità dell’esecuzione
dell’allontanamento con decisione del 19 ottobre 2018 e non avendo essi
censurato la pronuncia dell’allontanamento, oggetto del litigio in questa
sede risulta essere esclusivamente la questione del riconoscimento dello
statuto di rifugiato e della concessione dell’asilo.
4.
4.1 Nel provvedimento sindacato, la Segretaria di Stato ha innanzitutto
considerato non sussistere rischi concreti quanto all’attuazione di misure
persecutorie future nei confronti A._. In primo luogo, non sarebbe
merso alcun indizio circa l’esistenza di legami tra il ferimento di quest’ultima
ed il ruolo di ufficiale del defunto marito. La stessa richiedente l’asilo
avrebbe infatti affermato che, conto tenuto della caotica situazione nella
regione, non sarebbe stato possibile determinare con certezza chi fosse il
colpevole. Lo stesso varrebbe per quanto concerne la scalfittura della porta
d’ingresso della sua abitazione. Nessun elemento concreto sarebbe
deducibile nemmeno dall’episodio nel corso del quale l’insorgente sarebbe
stata invitata a lasciare l’autobus su cui viaggiava. I mezzi di prova
consegnati proverebbero unicamente l’esistenza di una ferita da arma da
fuoco e l’effettiva qualifica dell’ex marito, senza tuttavia essere concludenti
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quanto alle persecuzioni subite. D’altro canto, anche le informazioni sul
rapimento del figlio sarebbero lacunari. L’insorgente non conoscerebbe
l’identità dei sequestratori né tantomeno la durata della sparizione. Ciò
detto, la correlazione con le mansioni del marito si estinguerebbe in una
mera ipotesi non corroborata da elementi tangibili. La ricorrente medesima
avrebbe infatti contestualizzato i successivi contatti con i presunti rapitori
quali tentativi estorsivi, senza tuttavia saper ricondurre i medesimi agli
effettivi autori del sequestro. Per di più, le telefonate in questione si
sarebbero interrotte successivamente al secondo matrimonio ed al
contestuale cambio di domicilio. In buona sostanza, ha proseguito l’autorità
intimata, le informazioni fornite da A._ sarebbero il frutto supposizioni
personali e soggettive in merito ad una presunta persecuzione riflessa. Ciò
nondimeno, andrebbe pure sottolineato come il bersaglio primario dei
persecutori, ossia il precedente marito, sarebbe deceduto nel 2014, ragion
per cui nemmeno sussisterebbe un movente per le minacce. Ancora, per
quanto concerne i timori di una presunta condanna per abbandono
dell’impiego presso il ministero della salute, seppur vi sarebbero evidenze
quanto al perseguimento penale di tale tipo di attitudini, de facto dette
infrazioni avrebbero quali conseguenze unicamente la pronuncia di pene
detentive di al massimo due mesi. Per di più, verrebbero emesse
annualmente amnistie per il cui tramite sarebbe persino possibile riottenere
l’impiego. Si tratterebbe dunque di sanzioni legittime e prive di intensità in
materia d’asilo. Inoltre, nella presente fattispecie il comportamento
impeccabile dell’insorgente sino ad allora ed il grado dell’ex marito
giocherebbero in suo favore. Per il resto, ha argomentato l’autorità
inferiore, i tentativi di approccio da parte di F._ non costituirebbero
persecuzione siccome non dettati da motivi di cui all’art. 3 LAsi. Lo stesso
varrebbe per gli allegati insulti e le minacce cui sarebbe stato vittima
B._, il quale sarebbe stato scelto come potenziale socio dai presunti
autori delle medesime in virtù di alcune sue qualità intrinseche quali la
sincerità e l’affidabilità. In conclusione, l’autorità di prima istanza rammenta
come le situazioni sfavorevoli imputabili alla guerra civile, cui
sembrerebbero fare rifermento in casu parte degli argomentari dei
richiedenti l’asilo, non sarebbero determinanti quanto al riconoscimento
dello statuto di rifugiato.
4.2 Nel proprio ricorso, gli insorgenti avversano le conclusioni cui è giunta
la Segreteria di Stato. La ricorrente avrebbe invero “dimostrato” di avere il
fondato timore di essere esposta “al pericolo della vita e/o dell’integrità
fisica o della libertà, proprio perché le sue allegazioni sarebbero sta chiare,
precise e circostanziate e comprovate con documenti”. Ella avrebbe
prodotto un documento che non solo sarebbe una lettera di licenziamento
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ma pure l’anticamera di un procedimento ai sensi dell’art. 364 del Codice
penale siriano, essendo il medesimo già stato trasmesso alle autorità
penali. Alla luce della suddetta documentazione e viste le affermazioni
dell’insorgente, prosegue la patrocinatrice, si potrebbe dunque affermare
che la stessa abbia reso dichiarazioni verosimili. Su tali presupposti, la
ricorrente, per il tramite della mandataria, avanza la proposta di retrocedere
gli atti alla SEM per approfondimento ed integrazione. Ciò in
considerazione del principio secondo il quale la verosimiglianza andrebbe
giudicata sulla base di una valutazione complessiva. Quo alla questione
dell’esistenza di un timore fondato in capo all’insorgente, la valutazione
della SEM non sarebbe condivisibile e ciò già solo tenendo in
considerazione l’esistenza di un procedimento penale a suo carico nonché
la sua condizione di moglie ortodossa di un ufficiale. Per quanto concerne
invece B._, la descrizione delle minacce da parte del gruppo lealisti
apparrebbe a sua volta altrettanto circostanziata, concreta e verosimile,
cosa che avrebbe dovuto condurre l’autorità inferiore a considerare
l’eventualità del realizzarsi di una persecuzione anche nei confronti di
quest’ultimo.
4.3 Contestualmente ai mezzi di prova trasmessi il 15 marzo 2019, la
patrocinatrice degli insorgenti fa presente che a causa dell’abbandono del
posto di lavoro la sua assistita avrebbe la certezza di essere imprigionata
per tre anni e condannata a corrispondere delle somme di denaro allo
Stato. Ebbene, in un paese nel quale i diritti del cittadino sono garantiti, non
si potrebbe considerare quale reato penale l’abbandono del posto di lavoro.
Per non dire della condizione femminile nelle carceri siriane costitutiva di
una violazione dell’art. 3 CEDU. I documenti prodotti, unitamente ai motivi
di fuga addotti, sarebbero più che sufficienti per “ammettere” il ricorso.
4.4 Nelle proprie successive osservazioni, la SEM ribadisce che l’esistenza
di una condanna per abbandono del posto di lavoro non risulterebbe
decisiva, posto che, secondo le informazioni disponibili, un impiegato
condannato in contumacia avrebbe comunque la possibilità di fare rientro
in Siria e, appellandosi all’amnistia, pure di essere esonerato dalla pena
detentiva. La residuale pena pecuniaria sarebbe d’altro canto legittima.
4.5 In riscontro a quanto precede, la rappresentante degli interessati rileva
che l’affermazione della SEM quanto alla possibilità di far capo all’amnistia
non sarebbe corroborata da alcuna prova documentale e si chiede se la
tesi dell’autorità inferiore preveda che A._ rientri in patria onde
verificarne la fondatezza. Essa sottolinea dipoi che prima di addivenire ad
una tale conclusione, occorrerebbe che venga prodotto un documento
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scritto dal quale si evinca l’autorità dalla quale la SEM avrebbe ricevuto
tale comunicazione. Ciò a maggior ragione visto che dalla lettera
sottoscritta dal legale curante gli interessi dell’interessata in Siria, si
dedurrebbe che il reato in questione cagioni una pena detentiva aggiuntiva
a quella pecuniaria e non in sostituzione.
5.
5.1 La Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le
disposizioni della LAsi (art. 2 LAsi). L’asilo comprende la protezione e lo
statuto accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di
rifugiato. Esso include il diritto di risiedere in Svizzera.
5.2 Sono rifugiati le persone che, nel Paese d’origine o d’ultima residenza,
sono esposte a seri pregiudizi a causa della loro razza, religione,
nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le loro
opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore d’essere esposte a tali
pregiudizi. Sono pregiudizi seri segnatamente l’esposizione a pericolo della
vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché le misure che comportano
una pressione psichica insopportabile (art. 3 cpv. 2 LAsi). Inoltre, occorre
tenere conto dei motivi di fuga specifici della condizione femminile (art. 3
cpv. 2 in fine LAsi).
5.3 La definizione dello statuto di rifugiato, così come stabilita all’art. 3 cpv.
1 LAsi, è esaustiva, nel senso che esclude tutti gli altri motivi, suscettibili di
condurre una persona a lasciare il proprio paese di origine o di residenza.
Inoltre, gli atti pregiudizievoli, per essere pertinenti, devono essere
direttamente indirizzati nei confronti della persona del richiedente l’asilo.
5.4 A tenore dell’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque domanda asilo deve provare
o per lo meno rendere verosimile la sua qualità di rifugiato. La qualità di
rifugiato è resa verosimile se l’autorità la ritiene data con una probabilità
preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono inverosimili in particolare le
allegazioni che su punti importanti sono troppo poco fondate o
contraddittorie, non corrispondono ai fatti o si basano in modo
determinante su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi).
6.
Nel caso in esame, è in limine opportuno constatare come nella querelata
decisione le allegazioni degli insorgenti non siano state messe in
discussione sotto il profilo della loro verosimiglianza, essendo i motivi
d’asilo proposti – quandanche sorretti da un grado probatorio
soddisfacente – in ogni caso non giudicati di una natura tale da giustificare
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il riconoscimento dello statuto di rifugiato e la concessione dell’asilo.
Ebbene, conto tenuto del fatto che il Tribunale non intende in questa sede
scostarsi da tale procedere, vien da sé che le argomentazioni e le
doglianze della patrocinatrice dei ricorrenti quanto agli elementi a favore
della verosimiglianza risultino del tutto prive di portata concreta per
l’evasione del presente gravame e come tali non siano meritevoli di ulteriori
sviluppi (sulle condizioni per una sostituzione dei sostituzione si veda
MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, Prozessieren vor dem
Bundesverwaltungsgericht, 2a ed., Basilea 2013, no. 1.54, sentenza del
Tribunale D-4282/2015 del 25 aprile 2019 [prevista per la pubblicazione]
consid. 6.3).
7.
7.1 Il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito all’art. 3
LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in rapporto
con la situazione reale, e un elemento soggettivo. Sarà quindi riconosciuto
come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente riconoscibili da terzi
(elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) d’essere esposto, in
tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, ad una persecuzione (cfr.
DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5). Sul piano soggettivo,
deve essere tenuto conto degli antecedenti dell’interessato, segnatamente
dell’esistenza di persecuzioni anteriori, nonché della sua appartenenza ad
una razza, ad un gruppo religioso, sociale o politico, che lo espongono
maggiormente ad un fondato timore di future persecuzioni. Infatti, colui che
è già stato vittima di persecuzione ha dei motivi oggettivi di avere un timore
(soggettivo) di nuove persecuzioni più fondato di colui che ne è l’oggetto
per la prima volta (DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi riferimenti). Sul
piano oggettivo, tale timore deve essere fondato su indizi concreti e
sufficienti che facciano apparire, in un futuro prossimo e secondo un’alta
probabilità, l’avvento di seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi. Non sono
sufficienti, quindi, indizi che indicano minacce di persecuzioni ipotetiche
che potrebbero prodursi in un futuro più o meno lontano (cfr. DTAF 2010/57
consid. 2.5 e relativi riferimenti).
7.2 Il timore di essere perseguitato presuppone inoltre l’esistenza di
minacce attuali e concrete. In tal senso, tra i pregiudizi e la fuga deve
intercorrere un nesso causale. Quest’ultimo è da considerarsi decaduto, in
regola generale, allorquando tra l’ultima persecuzione subita e l’espatrio è
trascorso un lasso di tempo relativamente lungo. A norma della
giurisprudenza, la qualità di rifugiato non può quindi più essere riconosciuta
quando la fuga medesima interviene dai sei a dodici mesi dopo la fine delle
persecuzioni (cfr. DTAF 2011/50 consid. 3.1.2.1; DTAF 2009/51 consid.
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4.2.5). Il nesso di causalità fa parimenti difetto se, al momento dell’espatrio,
il fondato timore di essere perseguitato sia originato da cause che non
siano riconducibili alle persecuzioni subite sino ad allora (cfr. WALTER
KÄLIN, op. cit., pag. 129 e, a titolo esemplificativo, sentenza del Tribunale
D-2243/2015 del 15 dicembre 2017 consid. 8.4.1).
7.3 Una persona può effettivamente fondare a titolo eccezionale la sua
domanda d’asilo il timore di subire delle persecuzioni non mirate
personalmente contro di lei. Ciò è segnatamente il caso quando il
richiedente nel suo Paese d’origine o di provenienza appartiene ad un
determinato gruppo di persone esposto in maniera effettiva ed intensa a
persecuzioni rilevanti ai sensi dell’asilo (cfr. DTAF 2014/32 consid. 6.1;
2013/21 consid. 9). È tuttavia opportuno sottolineare che per invalsa prassi,
il Tribunale riconosce la sussistenza di una persecuzione collettiva solo a
condizioni molto restrittive tant’è che la sola appartenenza ad un
determinato gruppo vittima di persecuzioni non è sufficiente per motivare
la qualità di rifugiato, essendo altresì necessario l’adempimento delle
usuali condizioni previste all’art. 3 LAsi circa l’intensità dei pregiudizi o il
timore fondato quanto alla loro realizzazione. Solo ove le misure di
persecuzione siano dirette contro tutti i membri della comunità e nel
contempo frequenti e persistenti, i singoli individui facenti parte di tale
comunità potranno avvalersi con successo dell’esistenza di un fondato
timore di future persecuzioni (cfr. Giurisprudenza ed informazioni della
Commissione svizzera di ricorso in materia d’asilo [GICRA] 1995 n. 1
consid. 6a).
8.
8.1 In specie, per quanto concerne in primis l’estrazione religiosa degli
interessati, va rilevato che la giurisprudenza, per il tramite di un approccio
regionale, ha già escluso l’esistenza di una persecuzione collettiva delle
persone appratenti alla comunità cristiana in Siria (cfr. in particolare le
sentenze del Tribunale D-5884/2015 del 13 aprile 2017 e D-7024/2014 del
6 dicembre 2016, pubblicate come sentenze di riferimento). Pertanto, detta
circostanza non risulta ad essa sola pertinente in materia d’asilo.
8.2 D’altro canto, non si può fare a meno di constatare come buona parte
delle problematiche addotte da A._ possano essere tributarie del
conflitto in essere e pertanto non riconducibili ad una persecuzione intensa
e mirata contro di lei. Ciò è in particolare il caso per quanto riguarda il fatto
di essere stata vittima di pallottole vaganti, quanto alla la scalfittura della
porta dell’abitazione e pure per la circostanza dell’evacuazione
dall’autobus. Come già sottolineato a più riprese dal Tribunale, tali
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vicissitudini possono semmai essere prese in conto nell’ambito della
valutazione dell’esigibilità dell’allontanamento (come del resto avvenuto
nel caso in esame) e non sono per invalsa prassi decisive in materia d’asilo
(cfr. sentenze del Tribunale D-1163/2015 del 22 gennaio 2016 consid. 5.4
e D-1948/2015 del 19 aprile 2016 consid. 6.4). Oltremodo, l’episodio del
rapimento del figlio, per quanto di indubbia gravità, non pare potersi a sua
volta ricondurre ad un motivo di cui all’art. 3 LAsi. Non va infatti dimenticato
che nel contesto della guerra civile siriana la popolazione cristiana risulta
essere stata frequentemente oggetto di atti di violenza (omicidi, minacce,
rapimenti) i quali non sono in linea generale riconducibili a motivi di cui
all’art. 3 LAsi, ma piuttosto da ascrivere ad atti di criminalità comune
ingenerati dal fatto che tale comunità viene spesso precipita come
benestante e privilegiata (cfr. sentenza del Tribunale D-5884/2015,
pubblicata come ref., consid. 6.6 e 6.10). Con particolare riferimento al
caso in disamina, una tale eventualità è del resto resa ancor più plausibile
dalle stesse dichiarazioni di A._ che lasciano trasparire un contesto
di contatti con finalità estorsive (cfr. atto A41, pag. 9: “c’è chi se ne
approfittava del rapimento per spillarci dei soldi).
8.3 Oltremodo, la tesi circa l’imputabilità di tali atti al ruolo di ufficiale dell’ex
marito si riduce al grado di mera ipotesi, dal momento che la stessa
ricorrente non ha fornito elementi concreti atti a correlare le problematiche
intercorse con detta contingenza. Come già enucleato, le telefonate
minatorie erano per stessa ammissione dell’insorgente apparentemente
finalizzate a trarla in inganno o a farsi corrispondere del denaro di modo
che, ella medesima non sa dette sollecitazioni provenissero o meno dai
rapitori del figlio (cfr. atto A41, pag. 9). Il discorso non muta per quanto
riguarda il proiettile ricevuto, avendo l’interessata espressamente
affermato che sarebbe stato impossibile stabilire chi fosse l’autore del
gesto (cfr. atto A41, pag. 8). Per non dire delle incisioni sulla porta, che la
ricorrente ha ricondotto a degli zingari contrari alla presenza di una famiglia
di ufficiali sulla sola base di quanto le avrebbero riferito alcuni vicini (cfr.
atto A41, pag. 8). Oltracciò, a ben vedere, se tali atti fossero effettivamente
riconducibili alla funzione del defunto coniuge, onde riconoscere
l’esistenza di un fondato timore si porrebbe pure la questione dell’attualità
della persecuzione. Infatti, perché vi sia luogo di riconoscere l’esistenza di
una persecuzione riflessa si necessita che i famigliari di una persona
perseguitata siano esposti a delle rappresaglie, siano esse tese
all’ottenimento di informazioni, espletate in ottica punitiva o, ancora, messe
in atto con l’obbiettivo di imporre una cessazione delle attività svolte dalla
persona presa di mira (cfr. per le condizioni DTAF 2010/57 consid. 4.1.3 e
sentenza del Tribunale D-2265/2017 del 2 luglio 2019 consid. 10.2).
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Ebbene, a seguito del decesso dell’ex marito e del successivo matrimonio
dell’insorgente, mal si comprenderebbe la finalità di tali atti in ottica futura,
non essendo più presente l’obbiettivo primario dei persecutori.
8.4 La situazione non muta per quanto concerne i tentativi di approccio da
parte di F._ e le richieste di quest’ultimo. Dette contingenze, per
quanto riprovevoli, non risultano infatti avere un nesso causale con
l’espatrio ed erano altresì già cessate precedentemente all’abbandono del
paese da parte di A._, posto il suo trasferimento in diversa località
ed il suo successivo matrimonio con B._. Le stesse non paiono del
resto essere state mosse da uno dei motivi previsti dall’art. 3 LAsi quanto
più da un desiderio personale del figuro in questione. Pertanto, nemmeno
sulla base di quest’ultima costellazione vi è un rischio quanto alla
concretizzazione di persecuzioni future rilevanti per l’asilo nell’eventualità
di un ipotetico rientro in Siria della ricorrente. Pure d’acchito non
relazionabili ai moventi previsti dal citato disposto sono le presunte
minacce e le ingiurie cagionate ad B._ da alcuni membri di una
milizia locale, essendo le stesse ingenerate dal suo rifiuto di associarsi con
loro ossia ad un fattore inoppugnabilmente estraneo alla protezione
convenzionale.
8.5 Da ultimo, per quanto concerne il timore di subire persecuzioni a causa
dell’abbandono del posto di lavoro nel settore pubblico, situazione che
potrebbe configurare un motivo soggettivo insorto dopo la fuga (cfr. art. 54
LAsi, DTAF 2009/28 consid. 7.1), va innanzitutto constatato che detta
casistica può effettivamente essere costitutiva di un’infrazione secondo le
normative siriane e dar così luogo alla comminazione di una multa o di una
pena detentiva (cfr. sentenza del Tribunale D-2265/2017 del 2 luglio 2019
consid. 11.3). Ciò nondimeno, la giurisprudenza, già espressasi più volte
al soggetto, in assenza di una pregressa catalogazione del dipendente
quale oppositore o di una sua attitudine reprensibile durante il servizio, non
riconosce una rilevanza in materia d’asilo ad eventuali procedimenti penali
avviati per tali motivi né tantomeno ai consequenziali sanzionamenti (cfr.
tra le tante le sentenze del Tribunale D-2265/2017 consid. 11.3, D-
5362/2018 del 19 febbraio 2019 consid. 8.3, D-373/2016 del 22 gennaio
2018 consid. 6.7, D-4493/2015 del 7 luglio 2016 consid. 7.3, D-1948/2015
del 19 aprile 2016 consid. 6.3). In specie, la ricorrente non ha alcun
background famigliare e personale quale antagonista del regime. Non
risulta inoltre dagli atti che durante la sua attività presso il Ministero della
salute ella abbia avuto problematiche disciplinari di sorta. Pertanto,
nemmeno la condanna avanzata dalla richiedente asilo a sostegno della
sua domanda risulta motivata da una causa pertinente in materia e come
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tale non è atta a legittimare il riconoscimento dello statuto di rifugiato. La
stessa potrebbe semmai aver una portata nell’ambito della valutazione
circa il rischio di violazione dell’art. 3 CEDU, questione che nonostante
l’apparente diversa lettura della mandataria dei ricorrenti, non si pone in
concreto vista l’alternatività dei casi di ammissione provvisoria previsti
dall’art. 83 LStrI.
9.
In virtù di quanto sopra esposto, l’autorità resistente ha a giusto titolo
omesso di riconoscere lo statuto di rifugiato e di concedere asilo ai
ricorrenti. Il ricorso non merita dunque tutela e la decisione impugnata, che
non viola il diritto federale né è costitutiva di un abuso del potere
d’apprezzamento o di un accertamento inesatto o incompleto dei fatti
giuridicamente rilevanti, va confermata.
10.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono la
soccombenza, sarebbero da porre a carico dei ricorrenti (art. 63 cpv. 1 e 5
PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili
nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 febbraio
2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). Ciononostante, avendo il Tribunale, con
decisione incidentale del 6 dicembre 2018, accolto l’istanza di assistenza
giudiziaria giusta l’art. 65 cpv. 1 PA, non sono riscosse le spese
processuali.
Con la medesima decisione incidentale il Tribunale ha altresì accolto la
richiesta di concessione del gratuito patrocinio fondata sull’art. 110a cpv. 1
LAsi e nominato l’avv. Immacolata Iglio Rezzonico quale patrocinatrice
d’ufficio. Per prassi del Tribunale, nei casi in cui è stato nominato un
patrocinatore d’ufficio, la tariffa oraria per gli avvocati oscilla tra i CHF 200.–
ed i CHF 220.– (art. 12 ed art. 10 cpv. 2 TS-TAF). Il Tribunale ritiene
pertanto adeguato, in assenza di una nota dettagliata e tenuto conto del
lavoro utile e necessario svolto dalla rappresentante dei ricorrenti (art. 14
cpv. 2 TS-TAF), il versamento di un’indennità per patrocinio d’ufficio di CHF
1’500.– (disborsi e indennità supplementare in rapporto all’IVA compresi).
La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente
una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che hanno abbandona-
to in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata con ricorso
in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 lett. d ci-
fra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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