Decision ID: b4afcffd-9a3b-5736-a4b3-279c47361b28
Year: 1998
Language: it
Court: TI_TCA
Chamber: TI_TCA_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: public_law

ritenuto,
in fatto
A. _, cittadina _, si è sposata il 21 settembre 1994 nel suo Paese d'origine a _ con il connazionale _ titolare di un permesso di domicilio in Svizzera dal 1995. A seguito del matrimonio, l'interessata ha ottenuto un permesso di dimora per vivere con il marito in Ticino, regolarmente rinnovato con prossima scadenza fissata al 21 settembre 1998. I coniugi si sono stabiliti a _ in un appartamento di 1 1⁄2 locali.
Il 18 novembre 1997 la moglie ha promosso una causa di stato (divorzio/separazione) dinanzi al competente Pretore. Interrogata dalla Polizia cantonale il 25 marzo 1998 su richiesta della Sezione degli stranieri, _ ha dichiarato che il marito ha lasciato l'abitazione coniugale il 20 ottobre 1997, ascrivendogli la colpa di tale separazione.
B. Il 9 aprile 1998 la Sezione degli stranieri ha revocato il permesso di dimora annuale di _. L'autorità ha in sostanza considerato che la condizione atta ad autorizzarla a vivere in Svizzera, ossia il matrimonio con un cittadino portoghese domiciliato, era decaduta a seguito dell'intervenuta separazione di fatto con il marito trasferitosi a _.
C. Con giudizio 10 giugno 1998 il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione, respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da _.
In sostanza, il Governo cantonale ha ritenuto che la straniera era stata posta al beneficio di un permesso di dimora al fine di vivere con il marito; la separazione intervenuta tra i coniugi ha fatto pertanto venir meno il presupposto che a suo tempo aveva giustificato il rilascio del permesso in applicazione dell'art. 17 cpv. 2 LDDS. L'Esecutivo cantonale ha concluso considerando la decisione del Dipartimento corretta dal punto di vista dell'applicazione del diritto e proporzionata rispetto alla reale consistenza della fattispecie.
D. Contro la predetta pronunzia di revoca la soccombente si aggrava ora davanti al Tribunale cantonale amministrativo, chiedendone l'annullamento.
Preliminarmente chiede che al ricorso venga concesso l'effetto sospensivo. Nel merito, fa valere che i motivi della disunione sarebbero riconducibili al comportamento del marito. Sostiene inoltre che la decisione impugnata, oltre ad essere sproporzionata e irrispettosa dei principi amministrativi e delle norme procedurali, non sarebbe neppure giustificata da alcun interesse pubblico. Dà inoltre rilevanza alla sua buona integrazione sociale e lavorativa.
E. Il Consiglio di Stato, e per esso il Servizio dei ricorsi, si oppone all'accoglimento dell'impugnativa senza formulare particolari osservazioni.
Ad identica conclusione è pervenuta la Sezione degli stranieri, con argomentazioni che saranno riprese - ove occorresse - nei considerandi che seguono.
Considerato,

in diritto
1. 1.1. In materia di diritto degli stranieri la competenza del Tribunale cantonale amministrativo a statuire in merito ai gravami inoltrati avverso le decisioni del Consiglio di Stato è data soltanto nella misura in cui quest'ultime sono suscettibili di essere impugnate con ricorso di diritto amministrativo al Tribunale federale (cfr. art. 10 lett. a della Legge di applicazione alla legislazione federale in materia di persone straniere, dell'8 giugno 1998).
1.2. Giusta l'art. 100 lett. b n. 3 OG, in materia di polizia degli stranieri il ricorso di diritto amministrativo al Tribunale federale non è esperibile contro il rilascio o il rifiuto di permessi al cui ottenimento la legislazione federale non conferisce alcun diritto.
Nel caso di specie non occorre tuttavia accertare se la ricorrente ha diritto al rilascio di un permesso, poiché a ben guardare la controversa decisione 9 aprile 1998 adottata dalla Sezione degli stranieri si configura alla stregua di una vera e propria revoca del permesso valido sino al 21 settembre 1998 che _ deteneva in quel momento. Posto che per prassi costante contro questo genere di provvedimenti è proponibile ricorso di diritto amministrativo al Tribunale federale (art. 101 lett. d in relazione con l'art. 100 lett. b n. 3 OG; STF 6 marzo 1997 in re D. consid. 1b e rinvii, in particolare DTF 99 Ib 4 consid. 2; Wisard, Les renvois et leur exécution en droit des étrangers et en droit d'asile, p. 118), anche la competenza di questo Tribunale a statuire in merito all'impugnativa inoltrata dall'insorgente è certamente data.
1.3. Il gravame in oggetto, tempestivo (art. 46 cpv. 1 PAmm) e presentato da una persona senz'altro legittimata a ricorrere (art. 43 PAmm), è pertanto ricevibile in ordine e può essere evaso sulla base degli atti, senza procedere ad accertamenti istruttori (art. 18 cpv. 1 PAmm).
2. 2.1. Entrata in Svizzera per contrarre matrimonio con un connazionale al beneficio di un permesso di domicilio, _ ha ottenuto un permesso di dimora in virtù dell'art. 17 cpv. 2 LDDS, norma ai sensi della quale lo straniero sposato con una persona in possesso del permesso di domicilio ha diritto al rilascio e alla proroga del permesso di dimora fintanto che i coniugi vivono insieme, ovvero formano una comunione domestica effettiva e realmente vissuta. Nel Messaggio del Consiglio federale tale esigenza è stata esplicitata nel senso che, affinché vi sia il diritto a un permesso di dimora, è necessario che la comunità coniugale esista sia giuridicamente che di fatto (cfr. relativamente all'art. 5a del Messaggio, il cui testo, per quanto qui interessa, è uguale a quello dell'art. 17 cpv. 2 LDDS, FF 1987 III 272 n. 25.21). Con l'adozione dell'art. 17 cpv. 2 LDDS non si è in effetti voluto impedire in modo assoluto ai coniugi di avere due domicili separati, ma evitare che uno straniero potesse continuare a beneficiare di un permesso di dimora sulla base di una relazione matrimoniale di fatto inesistente (cfr. STF 5 febbraio 1993 inedita in re L. consid. 2b con rif.).
2.2. Giusta l'art. 9 cpv. 2 lett. b LDDS, il permesso di dimora può essere revocato quando non venga adempiuta una condizione imposta all'atto della concessione del permesso; gli impegni assunti dallo straniero nel corso della procedura di autorizzazione e le dichiarazioni da lui fatte, segnatamente in merito allo scopo della dimora, si considerano come condizioni impostegli dall'autorità (art. 10 cpv. 3 ODDS). Come ha giustamente indicato il Consiglio di Stato, l'autorità non è obbligata a revocare a priori in ogni caso il permesso di dimora in modo automatico e indiscriminato, ma deve tener conto, disponendo in quest'ambito di un potere d'apprezzamento, delle particolari circostanze della singola fattispecie, prima di decidere se occorra o meno revocare l'autorizzazione.
3. 3.1. Nell'evenienza concreta, non v'è dubbio che attualmente _ non vive più con il marito dal 20 ottobre 1997. I coniugi si stanno del resto dando battaglia nell'ambito di una causa di separazione/divorzio promossa dalla moglie stessa con petizione il 18 novembre 1997 (v. ricorso al Consiglio di Stato, pag. 2) e l'insorgente non adduce nemmeno che la separazione di fatto sia provvisoria. Venuta meno la comunione domestica tra gli sposi, è svanito pure lo scopo del soggiorno della ricorrente in Svizzera e con esso la ragione che a suo tempo aveva giustificato il rilascio del permesso di dimora. E' quindi a giusto titolo che la Sezione degli stranieri ha disposto nei confronti della straniera una revoca del permesso sulla base dell'art. 9 cpv. 2 lett. b LDDS.
3.2. La ricorrente sostiene che la decisione impugnata andrebbe riformata in quanto non giustificata da alcun interesse pubblico, sproporzionata e irrispettosa di altri principi amministrativi e norme procedurali essenziali. A torto.
Il Governo cantonale ha indicato che l'insorgente - entrata in Svizzera il 21 settembre 1994 e separatasi di fatto già dopo poco più di tre anni, alla fine di ottobre 1997 - ha perso il diritto di dimorare nel nostro Paese in base al ricongiungimento famigliare a seguito della separazione. L'Esecutivo cantonale ha pure esposto che giusta gli art. 4 e 16 cpv. 1 LDDS l'autorità decide liberamente, nei limiti della legge e dei trattati con l'estero, circa la concessione del permesso tenendo conto degli interessi morali ed economici del Paese, della situazione del mercato del lavoro e della proporzione della popolazione straniera, sottolineando che la libera decisione dell'autorità non può essere pregiudicata da alcun atto dello straniero, segnatamente la conclusione di un contratto di lavoro o l'affitto di un'abitazione (art. 8 ODDS). Orbene, visti i principi testé esposti e tenuto conto dell'art. 9 cpv. 2 lett. b LDDS, a ragione l'autorità inferiore non ha dato rilevanza al fatto che l'insorgente ha un appartamento, un lavoro, degli amici, che paga regolarmente imposte e contributi sociali, non ha mai dato adito a lagnanze di sorta ed è inserita nel nostro tessuto sociale. Poteva semmai entrare in considerazione la provvisorietà della disunione, come ha addotto l'insorgente nel gravame davanti all'istanza inferiore. Sennonché nel presente ricorso essa non solleva più la questione della separazione momentanea. Pone in rilievo soltanto che la separazione sarebbe dovuta, come asserito dall'insorgente, al comportamento del marito. Ciò non è comunque di soccorso alla ricorrente ai fini dell'esito della vertenza. Per pronunciarsi in merito all'adempimento delle premesse dell'art. 17 cpv. 2 LDDS è, in effetti, irrilevante sapere se uno dei due coniugi sia il principale responsabile della separazione: né il testo dell'articolo, né la sua origine storica permettono infatti d'imporre ai Cantoni l'obbligo di rilasciare un permesso di dimora allo straniero che, senza sua colpa, vive separato dal coniuge in possesso del permesso di domicilio (cfr. FF 1987 III 272, n. 25.21). Il fatto che il marito avrebbe segnalato la separazione alla Sezione degli stranieri a suo dire
"per scopi decisamente privati"
non consente di approdare a miglior conclusione, dato che determinante ai fini del giudizio quo alla fondatezza del controverso provvedimento è la certa quanto palese situazione di disunione tuttora in essere tra i coniugi confermata e sottoscritta dalla ricorrente stessa il 25 marzo 1998 nel corso suo interrogatorio davanti alla Polizia cantonale.
Va pure osservato che l'interessata non potrebbe nemmeno richiamarsi all'art. 8 CEDU. Affinché tale disposizione sia applicabile, è in effetti necessario che tra lo straniero che richiede un permesso di soggiorno e una persona della sua famiglia dotata del diritto di risiedere in Svizzera esista una relazione stretta, che viene effettivamente vissuta (DTF 122 II 1). Orbene, come testé evidenziato, nella fattispecie in esame la relazione che lega la ricorrente a suo marito non è più intatta ed essa non può prevalersi dell'art. 8 CEDU: la norma è pertanto inapplicabile.
4. Tutto ben ponderato, revocando il permesso di dimora alla ricorrente, la Sezione degli stranieri non ha pertanto disatteso le disposizioni legali invocate. Difatti, la decisione censurata non procede assolutamente da un esercizio abusivo del potere di apprezzamento che la legge riserva all'autorità di polizia degli stranieri in ordine alla valutazione dell'adeguatezza della misura intrapresa. Ancorché severa la decisione, sufficientemente motivata, non appare di conseguenza insostenibile.
5. Con l'emanazione del presente giudizio, la domanda di concedere l'effetto sospensivo al gravame diviene priva d'oggetto.
Tassa di giustizia e spese seguono la soccombenza (art. 28 PAmm).