Decision ID: 23d9e84f-76b5-5af6-9234-217d3c1f32eb
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
Il (...) gennaio 2020, l’interessato, dichiaratosi cittadino afghano e mino-
renne, ha presentato una domanda d’asilo in Svizzera (cfr. atto della Se-
greteria di Stato della migrazione [di seguito: SEM] n. [{...}]-1/2).
B.
Con il succitato si è tenuto un primo verbale d’audizione per richiedenti
minorenni non accompagnati (di seguito: RMNA) in data (...) febbraio 2020
(cfr. atto SEM n. 12/11; di seguito: verbale 1), allorché invece il (...) giu-
gno 2020 (cfr. atto SEM n. 16/12; di seguito: verbale 2), rispettivamente il
(...) luglio 2020 (cfr. atto SEM n. 19/12; di seguito: verbale 3), l’interessato
è stato questionato segnatamente in merito ai suoi motivi d’asilo.
Nel corso delle sopra citate audizioni, in sostanza e per quanto qui di ri-
lievo, il richiedente ha asserito di essere del gruppo etnico B._ fa-
cente parte degli Hazara, di provenire dal villaggio di C._ (o anche
denominato D._), situato nel distretto di E._, nella provincia
di F._ (cfr. verbale 1, p.to 1.07, pag. 3 e verbale 2, D10 seg., pag. 3).
Avrebbe frequentato la scuola sino alla (...) classe, lasciandola allorché
avrebbe avuto (...) o (...) anni, a causa delle problematiche avute. Invero,
nel contesto scolastico lo avrebbero infastidito gli studenti (sputandogli ad-
dosso, dicendo che egli era senza religione e che era illecito sedersi con
lui) e gli insegnanti, e questi ultimi pure picchiato, in quanto da bambino
non gli sarebbe piaciuta la lezione di religione impartita e per questo egli
non l’avrebbe studiata. Stessa situazione si sarebbe presentata anche in
moschea, con percosse da parte del mullah perché egli non avrebbe stu-
diato la religione islamica, nonché molestie da parte degli altri ragazzi che
frequentavano tale luogo religioso. All’età di (...) o (...) anni, egli avrebbe
pertanto smesso pure di frequentare la moschea ed a parte alle festività

dell’G._, che egli non avrebbe considerato come religiose, non
avrebbe più partecipato ad alcuna ricorrenza, cerimonia o precetto islamici.
Anche dopo l’abbandono scolastico, le molestie da parte dei suoi coetanei,
che allorché lo avrebbero incontrato lo avrebbero canzonato, prendendolo
in giro per il colore dei capelli e della pelle, dicendo che egli era senza
religione ed infedele, sarebbero proseguite. Per questo motivo, egli non
sarebbe uscito molto fuori casa, studiando al domicilio dei suoi genitori,
nonché aiutando di quando in quando il padre nelle sue attività (...). Un
giorno, mentre egli si trovava con l’unico amico, H._, suo coetaneo,
seduto a chiacchierare, dei ragazzi sarebbero sopraggiunti ed avrebbero
iniziato a molestarlo, tirandogli i capelli e sputandogli addosso, dicendo
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inoltre all’amico di non sedersi con lui in quanto era senza religione ed un
infedele. Tale conoscente, in seguito, gli avrebbe chiesto delle spiegazioni
riguardo al perché egli non avrebbe studiato la religione e come mai non
pregava. Poiché avrebbe molto insistito, l’interessato si sarebbe confidato
con lui, dicendogli che non credeva nell’islam e che “era una cosa inutile”
(cfr. verbale 2, D15, pag. 4). H._ lo avrebbe poi raccontato al padre
il giorno stesso. Invero, la sera del medesimo giorno, il fratello (...) del ri-
corrente sarebbe rientrato di corsa a casa dalla moschea ove si trovava
con il padre, dicendo che quest’ultimo sarebbe stato picchiato a causa
dell’insorgente. La gente del villaggio presente in moschea sarebbe difatti
stata avvisata dal padre di H._, che l’interessato era senza religione
e che sarebbe dovuto essere ucciso. Il padre si sarebbe opposto, e per
questo lo avrebbero picchiato. La madre dell’interessato, conoscendo i ri-
schi che il figlio avrebbe potuto correre restando nel villaggio, gli avrebbe
consigliato di fuggire. Ciò che egli avrebbe fatto, allontanandosi la notte
stessa da casa e rifugiandosi il giorno successivo a I._. La madre,
che l’avrebbe raggiunto in seguito a I._, avrebbe organizzato con lo
zio (...) presente in tale (...) il suo espatrio, tramite un passatore. Egli
avrebbe lasciato il suo Paese d’origine verso l’J._, nel (...) o (...)
mese dell’anno (...) (secondo il calendario afghano; verso il mese di [...]
del [...] espresso nel calendario gregoriano). Nel caso di un suo rientro in
patria, egli temerebbe di essere ucciso dalla gente del villaggio e dalle per-
sone a conoscenza del fatto che egli non abbia più una religione, nonché
dal governo (cfr. verbale 1, p.to 7.02, pag. 9; verbale 2, D17, pag. 4). Inol-
tre, ha addotto che il suo desiderio sarebbe stato quello di studiare, ma non
sarebbe stato possibile farlo a causa della presenza dei Talebani, che
avrebbero impedito alla gente di recarsi a I._, e degli scontri nel suo
Paese d’origine; altresì ha dichiarato che in quest’ultimo vi sarebbe la
guerra (cfr. verbale 1, p.to 7.01 seg., pag. 9; verbale 3, D93, pag. 11). In-
fine, egli ha asserito che i suoi famigliari gli avrebbero raccontato che, una
volta che egli sarebbe espatriato, delle persone si sarebbero rivolte a loro
chiedendo di lui, nonché sarebbero stati “molestati” (cfr. verbale 2, D24
segg., pag. 5; verbale 3, D4, pag. 2).
C.
Il 9 luglio 2020, il rappresentante legale del ricorrente, ha presentato il suo
parere (cfr. atto SEM n. 25/3) al progetto di decisione dell’autorità inferiore
del 7 luglio 2020 (cfr. atto SEM n. 23/10).
D.
Con decisione del 10 luglio 2020 – notificata in medesima data (cfr. atto
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SEM n. 28/1) – la SEM non ha riconosciuto la qualità di rifugiato all’interes-
sato, ha respinto la sua domanda d’asilo, nonché ha pronunciato il suo
allontanamento dalla Svizzera, concedendogli tuttavia l’ammissione prov-
visoria per inesigibilità dell’esecuzione dell’allontanamento.
Nella propria decisione, l’autorità inferiore ha dapprima ritenuto che l’inte-
ressato non avrebbe reso verosimili, in quanto le sue dichiarazioni in merito
sarebbero poco motivate ed illogiche, gli eventi che l’avrebbero indotto a
fuggire dall’Afghanistan. Inverosimili sarebbero difatti sia le sue asserzioni
che l’amico H._ non sarebbe stato a conoscenza del fatto che egli
non credesse più nella religione islamica prima del giorno della sua con-
fessione formale, sia pure che il padre di H._ e la gente del suo
villaggio avrebbero scoperto che lui era un “infedele” soltanto il giorno della
sua confessione all’amico H._, allorché invece almeno da (...) anni,
lui avrebbe dimostrato un comportamento di “non credente” nella sfera
pubblica. Inoltre, anche l’accaduto in moschea il giorno in cui egli sarebbe
partito dal villaggio, non sarebbe maggiormente credibile. Ciò, posto che
egli non sarebbe stato informato personalmente di essere in pericolo di
morte, ma soltanto tramite terzi; nonché di non aver cercato il dialogo con
il padre per sapere cosa fosse realmente accaduto in moschea, anzi non
avendo voluto avere dei contatti con il genitore. Per di più, anche le asser-
zioni del richiedente circa le conseguenze che avrebbe subito la sua fami-
glia dal suo espatrio e che sarebbe in pericolo, a causa del fatto che le
persone del suo villaggio avrebbero avuto conoscenza che egli fosse infe-
dele e che era espatriato, sarebbero inverosimili. Proseguendo nell’analisi,
l’autorità inferiore ha osservato come, al di là della loro verosimiglianza, le
conseguenze subite in patria dall’insorgente non sarebbero sufficienti per
ammettere una pressione psichica insopportabile ai sensi dell’art. 3 cpv. 2
della legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31). Invero, i maltrattamenti a lui inflitti
prima della partenza, non apparirebbero così intensi da aver reso impossi-
bile una vita dignitosa in patria, lasciandogli come unica soluzione l’espa-
trio per sottrarsi agli stessi. Egli avrebbe inoltre potuto praticare il suo “non
credere” senza degli ostacoli importanti, avendo potuto astenersi sia dal
recarsi in moschea che dall’osservare i doveri dell’islam. Neppure le sue
dichiarazioni riguardo alla situazione di guerra presente in Afghanistan,
come pure l’evenienza che non ci si potesse spostare dal suo villaggio a
I._, vista la presenza dei Talebani, non sarebbero motivi pertinenti
ai sensi dell’asilo. Questo in quanto tali problematiche non l’avrebbero toc-
cato personalmente, bensì riguarderebbero, in generale, l’intera popola-
zione afghana. Da ultimo, in merito al parere espresso dal rappresentante
legale del richiedente, l’autorità inferiore ha ritenuto non vi fossero elementi
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atti a modificare le conclusioni sopra esposte. In particolare, pur non con-
testando che il richiedente sia ateo, egli non rappresenterebbe un rischio
per la società nella quale vive, in quanto avrebbe potuto adottare un com-
portamento quale “non credente” per diversi anni nel suo Paese d’origine,
senza subire dei pregiudizi d’intensità sufficiente ai sensi dell’art. 3 LAsi.
Non avrebbe inoltre reso credibile di essere divenuto un pericolo, da un
giorno all’altro, quale non credente in patria.
E.
Il 10 agosto 2020 (cfr. risultanze processuali), l’interessato è insorto con
ricorso al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il Tribunale), avver-
sando la succitata decisione. Nelle sue conclusioni egli ha postulato l’an-
nullamento del provvedimento impugnato ed a titolo principale il riconosci-
mento della qualità di rifugiato e la concessione dell’asilo in Svizzera. A
titolo subordinato, ha chiesto che gli atti siano restituiti all’autorità inferiore,
per un nuovo esame delle allegazioni e per completamento istruttorio. Con-
testualmente, ha presentato una domanda di assistenza giudiziaria, nel
senso dell’esenzione dal pagamento delle spese processuali e del relativo
anticipo. Al ricorso, quale nuova documentazione, è stata allegata copia di
un estratto (pag. 4-5) della (...) dell’(...) intitolata: “(...)” del (...).
Nel suo atto ricorsuale, l’interessato ritiene come l’autorità inferiore non ab-
bia accertato in modo esaustivo tutti i fatti giuridicamente rilevanti, nonché
che la decisione avversata si fondi su di un’applicazione inesatta del diritto
applicabile. In primo luogo, l’insorgente contesta alcune delle conclusioni
relative all’inverosimiglianza dei suoi asserti presentate dall’autorità sinda-
cata nella decisione impugnata, ravvisando un quadro di generale plausi-
bilità e logicità delle sue allegazioni. In particolare, egli sarebbe stato troppo
giovane per poter prendere la decisione di espatriare, avendo al momento
dell’inizio delle angherie soltanto (...) anni. Inoltre, lui avrebbe resistito, poi-
ché sarebbero comunque stati soltanto i suoi coetanei ad avere il sospetto
che egli fosse un “infedele”. Gli adulti non avrebbero difatti avuto contezza
che lui fosse ateo sino a quando egli avrebbe confessato al conoscente. Il
fattore anagrafico secondo il ricorrente, sarebbe determinante per un’inter-
pretazione completa ed accurata delle circostanze e della loro evoluzione
nel tempo, sia considerando il rigido sistema afghano e la diversità di pa-
rametri utilizzati nel giudizio sociale circa il suo comportamento, sia per
l’esame di quello che egli avrebbe potuto fare per fuggire al rischio di per-
secuzioni. Invero, egli, all’epoca giovanissimo e senza alcun problema eco-
nomico, sarebbe voluto rimanere a vivere con la sua famiglia, e per questo
motivo avrebbe sopportato le prese in giro dei compagni e le percosse del
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mullah e degli insegnanti, i quali, come gli altri adulti, pensavano che pro-
prio a causa della sua giovane età, alla fine avrebbe capito. Il ricorrente,
peraltro, considererebbe lui stesso che la confessione al conoscente sa-
rebbe stata una leggerezza scaturita da un momento di debolezza conse-
guente ad una pressione che, un giorno, si sarebbe resa insopportabile.
Circa poi il fatto che egli non avrebbe potuto parlare con il padre, quanto
da lui addotto in audizione a spiegazione, sarebbe verosimile. Inoltre,
l’unica soluzione efficace per sottrarsi alle persecuzioni prospettategli me-
diante terzi (ovvero di essere stato accusato di essere divenuto infedele e
che avrebbe pertanto dovuto essere ucciso), sarebbe stata quella della
fuga. In secondo luogo, egli contesta che i maltrattamenti subiti nel suo
paese d’origine prima dell’espatrio non siano stati qualificati dalla SEM, a
torto, come comportanti una pressione psichica insopportabile ai sensi
dell’art. 3 cpv. 2 LAsi. Ciò, a maggior ragione, considerando la realtà della
società afghana ed i pericoli insiti nella stessa nel dichiararsi apertamente
atei o anche apostati. Invero, sulla base anche di diverse fonti citate nel
ricorso, il ricorrente ritiene che l’apostasia sarebbe perseguita quale reato
in Afghanistan ai sensi della giurisprudenza Hanafi, anche se la stessa non
sarebbe codificata nel codice penale afghano. Inoltre, l’intervento del padre
sui maltrattamenti dei coetanei e del mullah, sarebbe stato ininfluente e,
peraltro, non esente da rischi per il genitore medesimo. Oltre alla fuga o al
silenzio, l’insorgente non vede quindi altra via che avrebbe potuto intra-
prendere per risolvere i suoi problemi. Ingiurie e vessazioni che egli
avrebbe dovuto subire quotidianamente, tanto da dover interrompere la
sua formazione, nonché essere ridotto al silenzio senza potersi confidare
con nessuno, non apparirebbero inoltre indizi di una “vita dignitosa” come
quella che l’autorità sindacata riterrebbe che egli potesse condurre in pa-
tria. Quest’ultima autorità, nel suo giudizio circa il fatto che egli avrebbe
potuto praticare “il suo non credere senza ostacoli maggiori”, avrebbe igno-
rato le difficoltà allegate dal ricorrente in audizione, prestando invece at-
tenzione solamente agli espedienti che egli avrebbe adottato per masche-
rare il suo ateismo. In tal senso, andrebbe considerato che lui proviene da
una comunità di piccole dimensioni, ove il padre conosce molte persone.
Tali circostanze mostrerebbero già di per sé sole, che egli sia stato indivi-
duato come ateo e per questo egli sia passibile di uccisione da parte di una
comunità radicale come quella del suo villaggio. Nella valutazione an-
drebbe infine considerato l’orientamento del Tribunale espresso nella sen-
tenza D-2372/2020 del 2 luglio 2020. In tale ottica, nel caso specifico, il
ricorrente è ateo, e per questo apparrebbe alla comunità afghana di prove-
nienza, molto conservatrice, come ancor più meritevole di punizione capi-
tale che un apostata e convertito al cristianesimo come nel caso di cui alla
sentenza del Tribunale succitata. Per tutte queste ragioni, egli, in caso di
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rientro nel Paese d’origine, sarebbe esposto al rischio attuale di persecu-
zioni gravi e rilevanti giusta l’art. 3 LAsi.
F.
Con decisione incidentale del 17 agosto 2020, il Tribunale ha accolto
l’istanza di assistenza giudiziaria presentata dal ricorrente ed ha invitato
l’autorità inferiore ad una risposta al ricorso, esprimendosi in particolare ai
sensi dei considerandi.
G.
L’autorità inferiore ha risposto con invio del 21 agosto 2020 (cfr. risultanze
processuali), riconfermandosi integralmente nelle sue motivazioni e con-
clusioni, nonché proponendo il respingimento del ricorso. In aggiunta, la
SEM ha preso posizione su quanto richiesto dal Tribunale nella sua deci-
sione incidentale del 17 agosto 2020, concludendo che il modo con il quale
il ricorrente dovrebbe vivere e praticare il suo ateismo, nel caso di un suo
rientro nel Paese d’origine, non potrebbe essere qualificato come un’insop-
portabile pressione psicologica ai sensi dell’art. 3 LAsi. Invero, allorché egli
avrebbe vissuto nel villaggio, il medesimo non sarebbe stato costretto,
nella sfera pubblica, ad adattarsi quotidianamente ai riti islamici e ad adem-
pierli, per proteggere la sua vita e la sua libertà. Anche nella sfera privata,
il ricorrente avrebbe potuto comportarsi secondo le sue convinzioni, sa-
pendo di essere compreso dalla madre e che il padre tollerava il suo com-
portamento. Peraltro, egli non avrebbe assunto una posizione di attivista
nei confronti dell’islam e non si opporrebbe, anzi parteciperebbe alle tradi-
zioni islamiche e nazionali. Per di più, egli non si sarebbe interessato a
nessun’altra religione, e quindi non avrebbe dovuto reprimersi dal praticare
un’altra religione. La SEM ha pertanto considerato che l’insorgente abbia
potuto vivere nel suo villaggio già quale ateo e che il suo comportamento,
già in passato, non gli avrebbe fatto correre rischi; ciò che sarebbe anche
il caso in futuro, nell’eventualità di un suo ritorno in Afghanistan.
H.
H.a Per il tramite della decisione incidentale del 27 agosto 2020, il Tribu-
nale ha invitato l’insorgente a presentare una replica alle osservazioni di
risposta della SEM, chiedendo pure al medesimo di rispondere ad una lista
di quesiti inerenti in particolare le sue concezioni in ambito religioso, come
le vivrebbe in Svizzera, rispettivamente come intenderebbe continuare a
professarle nel caso di un suo rinvio in Afghanistan (cfr. risultanze proces-
suali).
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H.b Il ricorrente ha presentato le sue osservazioni in merito l’11 settem-
bre 2020. Dapprima, in replica alla SEM, egli ha sostanzialmente ribadito
alcune conclusioni già espresse nel gravame. Ha tuttavia aggiunto che,
l’evenienza che lui da bambino abbia partecipato alle festività citate, ove
l’attività principale sarebbe quella di (...), non stupirebbe affatto. Egli
avrebbe invece sempre evitato di studiare il corano o di pregare nella mo-
schea, proprio perché per lui, tali attività, sarebbero state un peso ed inti-
mamente egli considerava contrario ai suoi valori credere nell’islam. In ciò,
egli avrebbe pertanto mostrato una notevole maturità nella propria convin-
zione, senza valutazioni opportunistiche, rinunciando alla propria educa-
zione ed accettando le angherie da parte dei conoscenti, pur di non sotto-
stare ai rituali islamici quotidiani. In seguito l’insorgente ha risposto pun-
tualmente ai quesiti posti dal Tribunale. Essenzialmente, egli ha confer-
mato di essere ateo, e che si sarebbe confidato in merito da quando è qui
in Svizzera con un altro (...), ma vista la sua risposta, onde evitare litigi e
problemi con altri (...), non avrebbe più esternato pubblicamente il suo atei-
smo. Per lui sarebbe impensabile vivere lo stesso in Afghanistan, in quanto
la sua morte sarebbe praticamente certa in caso contrario, ed è ciò che lo
avrebbe condotto ad espatriare. Peraltro, sia la sua famiglia che la gente
del suo villaggio, sarebbe a conoscenza del suo ateismo, visti i fatti già
narrati avvenuti in moschea prima della sua partenza. Il ricorrente avrebbe
inoltre contattato la madre circa (...) prima, tramite l’applicazione “(...)”. In
tale occasione, la madre gli avrebbe raccontato che la situazione nel vil-
laggio non sarebbe semplice, in quanto nessun familiare avrebbe più con-
tatto con la gente del posto, nessuno vorrebbe avvicinarsi a loro e sareb-
bero considerati come infedeli o trattati come “impuri”. Tuttavia, sarebbero
costretti a rimanere a vivere nel villaggio, poiché avendo (...), (...) lì, non-
ché essendo il padre (...), non potrebbero spostarsi senza difficoltà. Infine,
il ricorrente ha chiesto al Tribunale, per motivi di economia processuale e
di celerità, nonché vista l’attività istruttoria complementare svolta dal Tribu-
nale, di pronunciarsi sulla concessione dell’asilo al ricorrente, rinunciando
alla retrocessione degli atti alla SEM.
I.
Per il tramite della sua duplica del 6 ottobre 2020, l’autorità sindacata, ha
ribadito l’inverosimiglianza della circostanza che la gente del villaggio
avrebbe saputo dell’ateismo dell’insorgente soltanto allorché egli si sa-
rebbe confessato ad H._. Il suo comportamento “non religioso”, il
quale lo avrebbe già potuto di per sé mettere in pericolo, non avrebbe di
fatto invece comportato per il ricorrente gravi persecuzioni, essendo che il
medesimo avrebbe subito soltanto delle molestie. In tale contesto, la SEM
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ha nuovamente sottolineato che l’insorgente non avrebbe provato in nes-
sun modo a cercare una soluzione per porre un termine alle angherie in
questione. Concernente poi la situazione attuale dei famigliari in Afghani-
stan, l’interessato non avrebbe dimostrato che i medesimi siano in pericolo,
poiché le molestie subite ed i rapporti sociali difficili descritti, non si sareb-
bero tradotti in minacce concrete nei loro confronti. Per di più, essi potreb-
bero continuare ad usufruire dei loro (...) e del loro (...). Per il resto, la SEM
ha rinviato e confermato le sue precedenti considerazioni esposte nella de-
cisione impugnata e nella risposta, chiedendo nuovamente di respingere il
gravame.
J.
Il 2 novembre 2020, il ricorrente ha inoltrato la sua triplica. Nella medesima,
egli ha osservato dapprima come la circostanza dell’età, elemento deter-
minante nel suo caso, non sarebbe mai stata considerata dall’autorità infe-
riore nell’esame complessivo della verosimiglianza dei suoi asserti. In tale
valutazione, sarebbe difatti decisivo considerare come l’evoluzione del suo
convincimento in materia religiosa, sia essa stessa un percorso progres-
sivo, che ne avrebbe seguito la maturazione e lo sviluppo della sua perso-
nalità nel corso dell’adolescenza. Ciò, di riflesso, sarebbe pure essenziale
nella percezione della gravità ed intensità del suo comportamento da parte
della comunità, come pure circa le reazioni e la plausibilità della loro evo-
luzione nel tempo. L’insorgente ha poi ribadito che, oltre alla fuga o al si-
lenzio, egli non vedrebbe altra soluzione ai suoi problemi, in un contesto
peraltro come quello afghano, nel quale un ateo non potrebbe di certo tro-
vare protezione presso le autorità. Riguardo i suoi famigliari, per quanto ad
essere ateo sarebbe unicamente lui, mentre essi continuerebbero a pro-
fessare la fede islamica, già solo per avere un “infedele” al loro interno,
sarebbero stati emarginati. Peraltro, egli avrebbe appreso che circa (...)
prima i famigliari avrebbero dovuto lasciare il paese ed il (...) sarebbero
giunti a K._. Ciò a dimostrazione ulteriore delle gravi conseguenze
subite dalla sua famiglia a causa sua. Infine l’insorgente ha ribadito alcune
considerazioni già espresse nei suoi scritti precedenti, concludendo nuo-
vamente con la richiesta al Tribunale di pronunciarsi nel merito della con-
cessione dell’asilo, rinunciando invece al rinvio degli atti alla SEM.
K.
L’autorità inferiore, con la sua quadruplica del 24 novembre 2020 si è ri-
confermata essenzialmente nelle sue precedenti considerazioni e conclu-
sioni. In particolare ha poi sottolineato come la circostanza che il ricorrente
non si sia più recato in moschea per diversi anni, ovvero fino al suo espatrio
all’età di (...) anni, non abbia avuto alcun seguito da parte del mullah del
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villaggio, malgrado egli predicasse l’uccisione degli infedeli. Per di più, il
padre dell’insorgente non avrebbe mai dovuto dare spiegazioni riguardo al
fatto che il figlio non seguisse più gli insegnamenti religiosi né partecipasse
alle cerimonie religiose. In relazione all’espatrio dei famigliari in J._,
se d’un canto il ricorrente non avrebbe presentato alcun elemento concreto
a dimostrazione che essi abbiano dovuto espatriare a causa sua; d’altro
canto, non vi sarebbero stati fatti nuovi riguardanti il ricorrente dal suo
espatrio, che potrebbero spiegare come la situazione sia peggiorata nel
tempo per la sua famiglia. Tale scritto è stato trasmesso al ricorrente per
conoscenza dal Tribunale con ordinanza del 27 novembre 2020, nella
quale ha pure statuito la chiusura dello scambio di scritti (cfr. risultanze
processuali).
L.
Il ricorrente, con scritto spontaneo datato 1° dicembre 2020, ha presentato
delle ulteriori osservazioni, contestando le asserzioni della SEM contenute
nella sua quadruplica. In particolare, l’assunto dell’autorità inferiore che il
padre del ricorrente non avrebbe dovuto dare spiegazioni a nessuno circa
il comportamento del figlio, sarebbe confutato dalle stesse dichiarazioni ri-
lasciate dall’insorgente in audizione. Per quanto attiene l’espatrio dei suoi
famigliari, da lui appreso telefonicamente il (...) precedente, esso sarebbe
divenuto necessario proprio a causa della crescente ostilità dei compae-
sani, i quali contro la sua famiglia avrebbero già adottato comportamenti
molesti in passato, come già da lui più volte affermato, proprio a causa
della scoperta del suo ateismo. Trattandosi di una telefonata, egli non po-
trebbe addurre di fatto alcun mezzo di prova tangibile oltre alla propria pa-
rola.
M.
Il Tribunale, con scritto del 16 febbraio 2021, ha risposto alla missiva del
rappresentante legale del ricorrente del 15 febbraio 2021, con la quale egli
chiedeva informazioni riguardo allo stato della procedura (cfr. risultanze
processuali). Analogamente, in data 11 maggio 2021, lo scrivente Tribu-
nale ha ragguagliato l’insorgente circa lo stato del suo procedimento, su
sua richiesta del 27 aprile 2021 (cfr. risultanze processuali).
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti negli scritti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.
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Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi).
Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù
dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA
rese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette
autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi
dell’art. 5 PA.
Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi l’autorità inferiore, è
particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse de-
gno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa (art. 48
cpv. 1 lett. a–c PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 105 LAsi e art. 10 dell’Ordinanza
sui provvedimenti nel settore dell’asilo in relazione al coronavirus del
1° aprile 2020 [Ordinanza Covid-19 asilo, RS 142.318]); sentenza del Tri-
bunale D-4820/2020 del 10 novembre 2020 consid. 7 [prevista per la pub-
blicazione come DTAF]), alla forma e al contenuto dell’atto di ricorso
(art. 52 cpv. 1 PA), sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso.
2.
Con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la vio-
lazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato
né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche
della decisione impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr.
DTAF 2014/1 consid. 2 e giurisprudenza ivi citata).
3.
D’ingresso il Tribunale rileva che, essendo il ricorrente stato posto al bene-
ficio dell’ammissione provvisoria per inesigibilità dell’esecuzione dell’allon-
tanamento nella decisione querelata del 10 luglio 2020, e non avendo l’in-
sorgente contestato in modo specifico la pronuncia del suo allontana-
mento, oggetto del litigio in questa sede, risulta pertanto essere esclusiva-
mente la decisione riguardante il rifiuto della sua domanda d’asilo e del
riconoscimento della qualità di rifugiato. In tale contesto, si osserva come
il ricorrente sia nella sua replica che nella sua triplica (cfr. supra lett. H.b e
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lett. J), abbia richiesto al Tribunale di esprimersi direttamente sulle que-
stioni inerenti la concessione dell’asilo, senza rinviare gli atti alla SEM, vista
anche l’attività istruttoria complementare compiuta dallo stesso Tribunale.
Quest’ultima autorità interpreta tale richiesta come una rinuncia implicita
del ricorrente alla sua conclusione subordinata espressa al punto 3 del ri-
corso nonché, di convesso, alle motivazioni espresse in merito all’accerta-
mento incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti della causa da parte
della SEM, in particolare dal profilo dell’art. 3 LAsi. Gli stessi non verranno
quindi trattati oltre dal Tribunale nella presente sentenza, essendo peraltro
l’accertamento dei fatti rilevanti per la causa – nell’ottica del principio inqui-
sitorio – in specie completo (art. 6 LAsi in relazione con l’art. 12 PA, art. 106
cpv. 1 lett. b LAsi), come si vedrà anche dappresso (cfr. infra consid. 7.1).
Nell’ambito dell’oggetto del litigio così delimitato, occorre quindi esaminare
se, come allega l’insorgente, egli adempia le condizioni per il riconosci-
mento della qualità di rifugiato e la concessione dell’asilo.
4.
4.1 La Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le disposi-
zioni della LAsi (art. 2 LAsi). L’asilo comprende la protezione e lo statuto
accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di rifugiato.
Esso include il diritto di risiedere in Svizzera.
4.2 Sono rifugiati le persone che, nel Paese d’origine o d’ultima residenza,
sono esposte a seri pregiudizi a causa della loro razza, religione, naziona-
lità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni
politiche, ovvero hanno fondato timore d’essere esposte a tali pregiudizi.
Sono pregiudizi seri segnatamente l’esposizione a pericolo della vita,
dell’integrità fisica o della libertà, nonché le misure che comportano una
pressione psichica insopportabile (art. 3 cpv. 2 LAsi).
4.3 Il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito
all’art. 3 LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in
rapporto con la situazione reale, e un elemento soggettivo. Sarà quindi ri-
conosciuto come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente riconosci-
bili da terzi (elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) d’essere
esposto, in tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, ad una persecu-
zione (cfr. DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5). Sul piano sog-
gettivo, deve essere tenuto conto degli antecedenti dell’interessato, segna-
tamente dell’esistenza di persecuzioni anteriori, nonché della sua apparte-
nenza ad una razza, ad un gruppo religioso, sociale o politico, che lo
espongono maggiormente ad un fondato timore di future persecuzioni. In-
fatti, colui che è già stato vittima di persecuzione ha dei motivi oggettivi di
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Pagina 13
avere un timore (soggettivo) di nuove persecuzioni più fondato di colui che
ne è l’oggetto per la prima volta (cfr. DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi
riferimenti). Sul piano oggettivo, tale timore deve essere fondato su indizi
concreti e sufficienti che facciano apparire, in un futuro prossimo e secondo
un’alta probabilità, l’avvento di seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi. Non
sono sufficienti, quindi, indizi che indicano minacce di persecuzioni ipoteti-
che che potrebbero prodursi in un futuro più o meno lontano (cfr.
DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi riferimenti). Inoltre, il fondato timore di
essere perseguitato presuppone l’esistenza di minacce attuali e concrete.
4.4 A tenore dell’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque domanda asilo deve provare
o per lo meno rendere verosimile la sua qualità di rifugiato. La qualità di
rifugiato è resa verosimile se l’autorità la ritiene data con una probabilità
preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono inverosimili in particolare le alle-
gazioni che su punti importanti sono troppo poco fondate o contraddittorie,
non corrispondono ai fatti o si basano in modo determinante su mezzi di
prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi).
È pertanto necessario che i fatti allegati dal richiedente l’asilo siano suffi-
cientemente sostanziati, plausibili e coerenti fra loro; in questo senso di-
chiarazioni vaghe, quindi suscettibili di molteplici interpretazioni, contrad-
dittorie in punti essenziali, sprovviste di una logica interna, incongrue ai fatti
o all’esperienza generale di vita, non possono essere considerate verosi-
mili ai sensi dell’art. 7 LAsi. È altresì necessario che il richiedente stesso
appaia come una persona attendibile, ossia degna di essere creduta. Que-
sta qualità non è data, in particolare, quando egli fonda le sue allegazioni
su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi), omette fatti importanti
o li espone consapevolmente in maniera falsata, in corso di procedura ri-
tratta dichiarazioni rilasciate in precedenza o, senza motivo, ne introduce
tardivamente di nuove, dimostra scarso interesse nella procedura oppure
nega la necessaria collaborazione. Infine, non è indispensabile che le alle-
gazioni del richiedente l’asilo siano sostenute da prove rigorose; al contra-
rio, è sufficiente che l’autorità giudicante, pur nutrendo degli eventuali dubbi
circa alcune affermazioni, sia persuasa che, complessivamente, tale ver-
sione dei fatti sia in preponderanza veritiera. Il giudizio sulla verosimi-
glianza non deve, infatti, ridursi a una mera verifica della plausibilità del
contenuto di ogni singola allegazione, bensì dev’essere il frutto di una pon-
derazione tra gli elementi essenziali a favore e contrari ad essa; decisivo
sarà dunque determinare, da un punto di vista oggettivo, quali fra questi
risultino preponderanti nella fattispecie (cfr. DTAF 2013/11 consid. 5.1 e re-
lativi riferimenti).
D-4002/2020
Pagina 14
5.
In un primo passo, occorre analizzare se gli eventi allegati dal ricorrente
successigli nel suo Paese d’origine, e che lo avrebbero condotto all’espa-
trio, siano da ritenere verosimili.
5.1
5.1.1 Riguardo dapprima l’apostasia (nel senso dell’abbandono o del rin-
negamento della propria religione) e l’ateismo (nel senso di visione del
mondo, nella quale l’esistenza di [un] Dio viene negata, rispettivamente
messa in dubbio; cfr. per le definizioni di tali termini adottati dal Tribunale
anche la sentenza di riferimento del Tribunale D-4952/2014 del 23 ago-
sto 2017 consid. 5.2) dichiarati dal ricorrente, occorre fare alcune conside-
razioni preliminari.
5.1.2 Nella sentenza di riferimento D-4952/2014 succitata (cfr. consid. 6),
il Tribunale ha segnatamente ritenuto che la valutazione della verosimi-
glianza di un’asserita conversione ad un’altra religione o apostasia, a dif-
ferenza di altri motivi d’asilo, in pratica possa essere fatta unicamente sulla
base delle dichiarazioni del richiedente l’asilo interessato. Eventualmente,
anche se alcune conclusioni possono essere tratte da indizi esterni, come
la frequentazione di messe, certificati o dichiarazioni di terze persone; tali
atti sarebbero da prendere in considerazione assieme alle dichiarazioni del
richiedente l’asilo, ma non sarebbero di regola sufficienti, di per sé soli, per
rendere verosimile la conversione. Al contrario, l’interessato dovrà in ogni
caso, con le sue dichiarazioni, rendere verosimile alle autorità competenti,
che a causa di una sua convinzione interna, egli d’un canto è uscito dalla
sua precedente religione e che – eventualmente – d’altro canto si è rivolto
verso una nuova religione. In tale contesto, soltanto una conversione for-
male (ad esempio tramite il battesimo) senza indizi di una convinzione in-
terna, non sarebbe di regola sufficiente per renderla verosimile. Per riuscire
in tale intento, durante le audizioni della procedura d’asilo possono essere
posti dei quesiti aperti sul contesto (familiare) dell’interessato, sul processo
della conversione con riguardo ai rischi ad esso connessi (tra gli altri: la
causa, la critica verso la precedente religione, la rapidità, la preparazione,
lo svolgimento reale della conversione, le reazioni del contesto), come pure
sulle conoscenze della nuova religione, il suo significato ed esercizio nella
vita quotidiana, che possano offrire degli indizi per la valutazione della suc-
citata convinzione interna dell’interessato. Tuttavia, nel procedere al pre-
detto esame, occorrerà sempre considerare in particolare le circostanze
personali, come il contesto sociale, economico e scolastico del richiedente
l’asilo (cfr. consid. 6.2; cfr. anche la sentenza del Tribunale D-3490/2020
D-4002/2020
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del 9 novembre 2020 consid. 11.2.2). Nei casi ove viene allegata un’apo-
stasia, senza che la persona interessata professi una nuova credenza,
l’esame di verosimiglianza diventa maggiormente difficoltoso, in quanto il
solo abbandono di una fede, senza tuttavia alcun passaggio ad una nuova
credenza (e di conseguenza la relativa conoscenza al riguardo), non può
essere descritto (cfr. sentenza del Tribunale D-4952/2014 consid. 6.2 con
ulteriori riferimenti ivi citati).
5.1.3 Nel caso in parola, dagli atti di causa, si rileva come il ricorrente già
nel foglio dei dati personali al momento del deposito della sua domanda
d’asilo, non ha indicato alcuna religione o confessione (cfr. atto SEM
n. 1/2), allegando in seguito sia nell’audizione RMNA, che nelle due audi-
zioni successive, di essere ateo, che quando sarebbe cresciuto da un man-
cato piacere nello studio della religione islamica non avrebbe più creduto
nell’islam, di non essersi interessato ad altre religioni (cfr. verbale 1, p.to
1.13, pag. 4; verbale 2, D41 segg., pag. 6 seg.; D58, pag. 8 e D62, pag. 8)
e di non credere nell’esistenza di un Dio (“[...] [...]”, cfr. verbale 2, D45,
pag.7; “[...]”, cfr. verbale 3, D5, pag. 2). Della sua consapevolezza della
mancanza di fede nella religione islamica allorché egli sarebbe cresciuto,
rispetto ad un iniziale disinteresse nello studio della predetta, se ne trova
traccia in modo coerente già nel suo racconto libero dei suoi motivi d’asilo,
come pure a spiegazione del perché egli non disporrebbe di documenta-
zione che provi i medesimi (cfr. verbale 2, D14 seg., pag. 3 seg.). Tale gra-
duale presa di coscienza dell’interessato riguardo alla sua mancanza di
fede nella religione islamica, anche rispetto alla sua maturazione dalla fan-
ciullezza all’età dell’adolescenza, risulta essere un indizio chiaro e plausi-
bile del suo processo interno di consapevolezza. Anche interrogato in me-
rito a cosa avrebbe fatto sì che egli non credesse più nell’islam, l’insorgente
ha dichiarato in modo lineare e convincente, di non essere d’accordo con
la “(...)”, che nei paesi islamici vi sarebbe sempre la guerra ed i Talebani,
che sono musulmani, ucciderebbero le persone; nonché non crederebbe
che un uomo ed una donna che parlano assieme debbano essere uccisi,
come succederebbe invece nella società nella quale avrebbe vissuto,
come pure “nel fatto che una donna non abbia la libertà” (cfr. verbale 2,
D46, pag. 7 e D56 segg., pag. 8). Parallelismo nelle sue concezioni, la si
ritrova anche nella risposta data al Tribunale con replica dell’11 settem-
bre 2020, ove il ricorrente ha confermato di essere ateo, di non credere in
un Dio o nell’islam, in quanto la religione avrebbe portato soltanto guerra,
nemici ed uccisioni e sarebbe un pretesto per uccidere e perseguitare per-
sone di diversa fede (cfr. risposta 1, pag. 4). In tale contesto, occorre an-
cora rimarcare che il richiedente ha d’un canto sempre descritto le ingiurie
ed i maltrattamenti che avrebbe subito da parte dei suoi coetanei, come
D-4002/2020
Pagina 16
pure dei suoi insegnanti e dal mullah, in modo coerente, in maniera vivida,
ma senza esagerazioni, e le sue allegazioni sono pure ricche di elementi e
di caratteristiche reali (riportando ad esempio in vari momenti delle sue au-
dizioni, anche le frasi a lui rivolte, cfr. tra le altre: verbale 1, p.to 7.01, pag. 8;
verbale 2, D15, pag. 3 e D82, pag. 10; verbale 3, D86 seg., pag. 10; non-
ché il comportamento da lui adottato ed i sentimenti, in particolare di soli-
tudine, da egli provati, cfr. a tal proposito: verbale 1, p.to 7.01, pag. 8; ver-
bale 2, D15, pag. 3 seg. e D91, pag. 11). Conclusione analoga vale anche
per le sue dichiarazioni riguardo al comportamento che egli avrebbe adot-
tato dall’età di (...) o (...) anni, non recandosi più a scuola, né frequentando
la moschea, o astenendosi dal pregare o dal partecipare ed osservare riti
o festività religiose, come il L._, a parte alle festività dell’G._,
che a sua mente non sarebbero però delle ricorrenze religiose (cfr. verbale
2, D42 segg., pag. 6 seg. e D64 segg., pag. 9; verbale 3, D14 e D17 seg.,
pag. 3), le quali risultano essere pure sostanziate, dettagliate e plausibili.
D’altro canto, vi sono nelle sue allegazioni, alcune incoerenze riguardo a
cosa facesse durante il suo tempo libero, dopo che egli avrebbe smesso di
recarsi a scuola. Invero, egli ha riferito dapprima che non sarebbe più
uscito di casa, a causa delle molestie che altrimenti avrebbe subito da parte
dei ragazzi del suo villaggio (cfr. verbale 2, D31, pag. 5); salvo poco dopo
invece contraddirsi, asserendo che quando gli capitava di uscire, sareb-
bero state le persone del villaggio (e non solo i ragazzi) a molestarlo (cfr.
verbale 2, D35, pag. 6). Anche in seguito tale discrepanza d’allegazioni
sulla frequenza delle sue sortite si è ripetuta (cfr. verbale 2, D71 segg.,
pag. 9 seg.). Ulteriori dissonanze sono rilevabili anche nel comportamento
adottato dalla madre nei suoi confronti, in quanto se d’un canto egli ha al-
legato che quest’ultima gli avrebbe espresso di andare in moschea e che
egli sarebbe uscito senza però recarvisi (cfr. verbale 2, D64, pag. 8); suc-
cessivamente, ha invece completamente mutato i suoi precedenti asserti,
affermando che la madre non gli avrebbe detto né di recarsi alla moschea,
né di pregare (cfr. verbale 3, D27, pag. 4 e D56, pag. 7). A favore della
verosimiglianza della sua apostasia ed ateismo, vi sono però anche le sue
allegazioni reiterate circa l’espressione dei suoi timori nel rivelare sia ai
suoi famigliari che a terze persone la sua mancanza di fede, visti i rischi di
essere ucciso di cui egli era consapevole, come pure delle medesime
paure nel caso di un suo rientro in patria (cfr. verbale 1, p.to 7.02, pag. 9;
verbale 2, D17, pag. 4; D63 segg., pag. 9 seg.; D90, pag. 11; verbale 3,
D56 segg., pag. 7; D90, pag. 10). Tali timori sono stati nuovamente
espressi dall’insorgente, anche nelle sue osservazioni di replica dell’11 set-
tembre 2020, ove egli ha rimarcato le sue difficoltà di confidarsi con qual-
cuno visto il suo timore delle reazioni da parte di terzi (cfr. risposte 2 e 3,
pag. 4).
D-4002/2020
Pagina 17
5.1.4 Sulla scorta dei succitati elementi, in un esame complessivo di tutti
gli indizi pro e contro la verosimiglianza delle dichiarazioni del ricorrente, il
Tribunale giunge alla conclusione, che la credibilità dell’apostasia e
dell’ateismo del medesimo, sia maggiore rispetto alla possibilità che l’in-
sorgente abbia inventato (in parte) gli stessi (cfr. DTAF 2012/5 consid. 2.2).
Per il che, non risultano esserci in specie dei dubbi fondati circa la verosi-
miglianza dell’apostasia del ricorrente e del suo ateismo – ciò che neppure
viene posto in discussione dall’autorità inferiore – concezioni che egli ha
reso plausibili di aver iniziato, perlomeno a nutrire, già prima del suo espa-
trio dal Paese d’origine. Altresì, pure i maltrattamenti subiti in patria da
parte dei suoi coetanei, degli insegnanti e del mullah, risultano essere per-
lopiù credibili.
5.2 Ciò posto, il Tribunale ritiene invece – alla stessa stregua dell’autorità
inferiore – che il ricorrente non abbia reso credibile che l’amico H._,
come pure il padre di quest’ultimo, nonché la gente del suo villaggio, ab-
biano scoperto della sua apostasia (e ateismo) soltanto il giorno della sua
confessione al succitato conoscente.
5.2.1 Per quanto concerne l’amico H._, si denotano dapprima nelle
asserzioni rese dal ricorrente nel corso delle diverse audizioni, circa il
giorno in cui avrebbe rivelato al medesimo la sua apostasia (e ateismo),
alcune discrepanze, che ne minano fortemente la veridicità dell’intero nar-
rato. Nella sua prima esposizione degli eventi, egli ha difatti dichiarato di
aver risposto al quesito del conoscente del perché non sapesse pregare e
non riuscisse ad imparare gli studi religiosi, unicamente con l’evenienza
che non gli piacessero gli stessi (cfr. verbale 1, p.to 7.01, pag. 9). Quindi di
fatto senza rivelare più di quanto fosse già a conoscenza da diversi anni
perlomeno sia dei suoi coetanei, che dei suoi insegnanti e del mullah
stesso (cfr. verbale 2, D15, pag. 3; D38 segg., pag. 6). Nella seconda au-
dizione, le sue affermazioni in merito, sono però mutate, allegando in primo
luogo, durante il suo racconto libero di avergli rivelato di non credere
nell’islam e che era “(...)” (cfr. verbale 2, D15, pag. 4); per poi successiva-
mente asserire di aver riferito all’amico di non credere “(...)” (cfr. verbale 2,
D82, pag. 10); allegazioni che si sono reiterate con qualche variazione an-
che nel corso della successiva audizione (cfr. verbale 3, D49, pag. 6: “[...]
[...]”). Non maggiore coerenza è rintracciabile negli asserti del ricorrente
circa le domande che gli avrebbe posto in precedenza H._ in merito
al tema religioso. Se in un primo tempo egli ha negato che l’amico lo
avrebbe questionato in merito (cfr. verbale 2, D83, pag. 10); poco dopo ha
diversamente, e senza alcuna spiegazione in merito, mutato le sue dichia-
razioni, allegando invece che ogni tanto l’amico lo avrebbe questionato sul
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perché non andasse alla moschea e non pregasse (cfr. verbale 2, D84,
pag. 10), ed egli gli avrebbe risposto che non avrebbe avuto pazienza di
adempiere a tali doveri (cfr. verbale 2, D84, pag. 10). Nel corso della terza
audizione egli, su quesito specifico della funzionaria incaricata, ha però
modificato anche i precedenti asserti. Invero, l’insorgente ha sostenuto di
aver risposto all’amico H._ che non sarebbe andato alla moschea,
in quanto non sarebbe riuscito ad imparare la lezione di religione e per
questo motivo gli altri ragazzi lo avrebbero molestato nonché il mullah lo
avrebbe picchiato (cfr. verbale 3, D45, pag. 6), quindi motivazione ben di-
versa dalla mancata pazienza nello studio. Peraltro appare poco plausibile
che un coetaneo, oltretutto suo (...) che incontrava ogni giorno (cfr. verbale
2, D73, pag. 9 e D80, pag. 10), il quale avrebbe pure frequentato gli inse-
gnamenti religiosi e la moschea, vista la società nella quale essi vivevano,
non conoscesse già prima le ragioni del ricorrente circa il perché egli non
pregasse e non studiasse la religione (cfr. verbale 3, D44, pag. 5) – peraltro
comportamento che sarebbe andato avanti per diversi anni – nonché degli
elementi posti a fondamento delle prese in giro da parte degli altri ragazzi,
sino al momento in cui l’insorgente stesso glielo avrebbe confessato.
5.2.2 Per quanto attiene poi la gente del villaggio, e più in particolare il pa-
dre di H._, non può essere seguita la tesi esposta dal ricorrente nel
suo gravame, circa il fatto che fossero unicamente i ragazzi del suo villag-
gio che avessero dei sospetti circa la sua apostasia, mentre che gli adulti
avrebbero avuto tale certezza unicamente dalla sua confessione. Invero,
egli stesso ha dichiarato che la gente lo considerava impuro, che non gli
parlava nessuno e che veniva considerato “(...)” (cfr. verbale 2, D48,
pag. 7), nonché che le persone del villaggio, allorché egli usciva di casa, lo
avrebbero molestato, dicendo che egli era senza religione ed infedele (cfr.
verbale 2, D34 segg., pag. 6), o ancora che si sarebbero accorte che egli
non credeva nell’islam, o per lo meno avessero dei dubbi, visto che non
partecipava ad alcuna attività o rito religioso già da diversi anni (cfr. verbale
2, D49 segg., pag. 7 seg.). Circa poi tale circostanza, si denota come,
nell’ultima audizione, su preciso quesito di chi sapesse che egli non fre-
quentasse più la moschea, il ricorrente è incorso in una palese contraddi-
zione. Egli ha difatti affermato che ne avrebbero avuto conoscenza unica-
mente i ragazzi che frequentavano la moschea, e probabilmente anche i
loro genitori (cfr. verbale 3, D21, pag. 4); allorché in modo eclatante alla
risposta successiva, egli afferma invece che lo sapevano anche gli adulti
ed il mullah della moschea (cfr. verbale 3, D22, pag. 4), ciò che sarebbe
coerente perlomeno con il comportamento che egli avrebbe adottato già
da diversi anni non frequentando più la moschea e non adempiendo alcun
rito religioso e dalla reazione nei suoi confronti dei compaesani (cfr. verbale
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Pagina 19
2, D48 segg., pag. 7 seg.), che avrebbero peraltro chiesto al padre spiega-
zioni del perché l’insorgente non si recasse in moschea (cfr. verbale 2, D44,
pag. 7).
5.2.3 Ne discende quindi che, tali dichiarazioni del ricorrente, sono da rite-
nere inverosimili ai sensi dell’art. 7 LAsi.
5.3 Agli occhi del Tribunale anche le allegazioni dell’insorgente relative
l’evento che sarebbe occorso in moschea al padre ed i fatti successivi che
avrebbero condotto al suo espatrio risultano essere poco credibili.
5.3.1 In primo luogo difatti appare a dir poco sorprendente che il ricorrente,
malgrado avesse avuto delle spiegazioni di quanto successo nella mo-
schea in modo generico soltanto da parte del fratellino (...) (cfr. verbale 2,
D15, pag. 4; verbale 3, D54 seg., pag. 7 e D67, pag. 8), abbia potuto nar-
rare, in modo abbastanza dettagliato, anche quanto avrebbero fatto e detto
le persone riunitesi nella moschea, nonché ricostruito anche le azioni
dell’amico H._ e del padre di questi nel riportare che egli fosse un
infedele (cfr. verbale 2, D15, pag. 4; verbale 3, D54, pag. 7). Il ricorrente è
incorso anche in tale frangente in una contraddizione eclatante, ove d’un
lato ha sostenuto di non aver saputo da altri che il fratellino degli eventi
successi in moschea (cfr. verbale 3, D55, pag. 7), allorché d’altro lato,
aveva invece asserito, nell’audizione precedente, di averne parlato anche
con la madre prima della sua partenza dall’Afghanistan, quando ella lo
avrebbe raggiunto a I._ (cfr. verbale 2, D15, pag. 4). Per di più, le
sue spiegazioni, anche ricorsuali (cfr. ricorso, pag. 5 seg.) circa il motivo
per il quale non avrebbe sentito il padre telefonicamente, malgrado le sue
possibilità in tal senso, non convincono lo scrivente Tribunale, per la loro
incoerenza (cfr. verbale 3, D79 segg., pag. 9). Tale evenienza toglie inoltre
maggiore credibilità all’intera vicenda in quanto, malgrado risulti che l’in-
sorgente abbia avuto più contatti telefonici con i suoi famigliari (cfr. verbale
3, D4, pag. 2; replica del ricorrente dell’11 settembre 2020 e triplica del ri-
corrente del 2 novembre 2020), egli non si è mai premurato di chiedere
delle spiegazioni in merito all’evento successo in moschea direttamente al
padre. Avvenimento che peraltro sarebbe centrale ed a fondamento della
sua partenza dal paese d’origine. Infine, circostanza aggiuntiva che ne
mina fortemente la veridicità dell’intero narrato, è il fatto che egli, a parte in
modo generico in un’unica occasione (cfr. verbale 2, D24 segg., pag. 5),
non ha mai raccontato in modo concreto e dettagliato se egli sia stato fat-
tivamente ricercato dai suoi compaesani presso il domicilio familiare e le
circostanze di tali ricerche.
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Pagina 20
5.3.2 Alla luce di quanto sopra, il Tribunale giunge alla conclusione che
anche l’evento successo alla moschea e le circostanze della sua fuga dal
Paese d’origine per evitare delle persecuzioni da parte dei compaesani
espresse in tale contesto, risultano essere pure inverosimili.
5.4 Vista l’inverosimiglianza degli eventi che avrebbero condotto il ricor-
rente alla partenza dal suo paese d’origine, di convesso pure le angherie
subite dai suoi famigliari a causa della sua apostasia (e del suo ateismo)
ed il pericolo che essi correrebbero restando in patria (cfr. verbale 3, D4,
pag. 2), come altresì che il loro espatrio dall’Afghanistan verso l’J._
– anche si ritenesse verosimile – sia stato ingenerato dalle prime, non ri-
sultano essere veritieri. In merito, si rimarca inoltre come l’insorgente abbia
dapprima risposto al quesito specifico posto dal Tribunale, che la madre gli
avrebbe riferito telefonicamente che, malgrado i maltrattamenti subiti dalla
gente del villaggio, sarebbero costretti a vivere nello stesso in quanto: “(...)”
(cfr. replica dell’11 settembre 2020, risposta 6, pag. 4). Allorché invece,
nella sua triplica del 2 novembre 2020, il ricorrente medesimo ha riferito
che circa (...) prima – ciò che corrisponde a (...) la replica succitata – i
famigliari sarebbero dovuti espatriare in J._, vista la crescente osti-
lità delle persone del villaggio. Ora, l’insorgente non spiega però nei suoi
scritti quali eventi avrebbero condotto effettivamente i famigliari a prendere
una risoluzione così precipitosa, allorché soltanto pochi giorni prima essi
continuavano a vivere lì, poiché impossibilitati a partire. Il Tribunale è inoltre
dell’avviso della SEM, che il ricorrente non ha narrato alcun evento dal suo
espatrio che potesse spiegare un peggioramento della situazione per i fa-
migliari con il trascorrere del tempo. Anche tali circostanze risultano quindi
pure essere inverosimili.
5.5 Alla luce delle pregresse considerazioni, parte delle allegazioni in ma-
teria d’asilo dell’insorgente non possono essere ritenute verosimili ai sensi
dell’art. 7 LAsi.
5.6 Proseguendo nell’analisi, occorre determinare se le ulteriori allegazioni
dell’insorgente, siano rilevanti ai sensi dell’art. 3 LAsi.
5.6.1 Il ricorrente sostiene inoltre nel suo ricorso e negli scritti successivi,
come già i maltrattamenti subiti da lui per anni, non sarebbero qualificabili
come indizi di una vita dignitosa, e costituirebbero una pressione psicolo-
gica insopportabile, vista anche la rigida società afghana dal quale egli pro-
viene, nella quale dichiararsi apertamente atei o anche solo apostati si in-
correrebbe in persecuzioni. Il Tribunale ritiene, in accordo con l’autorità in-
feriore, che tale conclusione non possa essere seguita. Invero, malgrado
D-4002/2020
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le angherie da lui subite negli anni da parte degli insegnanti, del mullah e
dei suoi coetanei, siano deplorevoli, tuttavia le stesse non appaiono rag-
giungere un’intensità sufficiente dal profilo oggettivo ai sensi
dell’art. 3 LAsi. Invero, egli ha potuto continuare a vivere nel suo villaggio
e presso il domicilio famigliare, senza subire di fatto delle ripercussioni con-
crete – a parte le prese in giro dei coetanei ed il fatto che le persone non
gli parlassero in quanto considerato come un infedele – né nello spazio
pubblico né in quello privato, a causa del suo abbandono scolastico come
pure del comportamento da lui adottato nel non frequentare più la moschea
o nel mancato rispetto dei precetti religiosi, per almeno (...) anni. Egli pe-
raltro, anche se soltanto con un amico, avrebbe continuato ad uscire, a
giocare, camminare o discutere assieme ogni giorno (cfr. verbale 2, D75
segg., pag. 10); nonché a studiare in casa (cfr. verbale 2, D31, pag. 5), e
ad aiutare il padre nelle faccende (...) nel suo tempo libero (cfr. verbale 2,
D30, pag. 5). I genitori avrebbero peraltro compreso o perlomeno tollerato
il suo comportamento. Per il che l’insorgente, malgrado le ingiurie ed i mal-
trattamenti subiti, ha comunque potuto continuare a vivere nel suo villaggio
d’origine senza particolari restrizioni ed in accordo con il suo processo in-
teriore di distacco dalla religione islamica, quindi senza neppure doversi
adattare a seguire dei precetti religiosi, per evitare di subire delle ripercus-
sioni da parte della gente del villaggio. Non si ravvedono pertanto gli
estremi per ritenere che le angherie subite nel paese d’origine possano
essere qualificabili quale pressione psichica insopportabile ai sensi
dell’art. 3 cpv. 2 LAsi. D’altro canto, i maltrattamenti da parte degli inse-
gnanti e del mullah, che lo avrebbero picchiato, sarebbero cessati non ap-
pena egli ha abbandonato la scuola, senza peraltro che essi prendessero
dei provvedimenti contro il medesimo a causa del suo abbandono scola-
stico e nella frequentazione delle lezioni di religione in moschea (cfr. ver-
bale 2, D42, pag. 6). Pertanto, le medesime non risultavano comunque più
attuali al momento della partenza dal Paese d’origine del ricorrente.
5.6.2
5.6.2.1 Il ricorrente ha parimenti motivato la sua domanda d’asilo, asse-
rendo che nel suo Paese d’origine vi sarebbe la guerra, nonché la presenza
di Talebani allorché ci si recherebbe a I._, e le persone verrebbero
fermate ed uccise dai primi. Peraltro non vi sarebbe alcuna farmacia od
ospedale e le persone sarebbero costrette, in caso di necessità medica, a
recarsi a I._ (cfr. verbale 1, p.to 7.01 segg., pag. 9, verbale 3, D93,
pag. 11). Altresì egli ha allegato che, malgrado il suo desiderio di studiare,
non avrebbe potuto farlo a causa della presenza dei Talebani e degli scontri
(cfr. verbale 1, p.to 7.01, pag. 9).
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5.6.2.2 In relazione a quanto precede, va rammentato che gli atti e le con-
seguenze riconducibili a delle situazioni di guerra, guerra civile o violenza
generalizzata, seppur di indubbia gravità, non sono ascrivibili ad una per-
secuzione intensa e mirata per uno dei motivi previsti all’art. 3 LAsi (cfr.
DTAF 2008/12 consid. 7; Giurisprudenza e informazioni della Commis-
sione svizzera di ricorso in materia d’asilo [GICRA] 1998 n. 17 consid. 4c,
bb). In assenza di qualsivoglia pregiudizio concreto e mirato in capo al ri-
corrente, le evenienze da lui citate, non risultano palesemente rilevanti in
materia d’asilo.
6.
Pertanto, le allegazioni dell’insorgente che l’avrebbero condotto al suo
espatrio dal paese d’origine – a parte la verosimiglianza della sua aposta-
sia e del suo ateismo, nonché dei maltrattamenti subiti, che però non sono
di per sé soli determinanti in materia d’asilo (cfr. supra consid. 5.1 e 5.6) –
sono in parte inverosimili ed in parte irrilevanti in materia d’asilo. Ne di-
scende che è quindi a giusto titolo che la SEM non ha riconosciuto la qua-
lità di rifugiato al ricorrente per i motivi da lui allegati nel Paese d’origine
prima del suo espatrio, omettendo di concedergli l’asilo in Svizzera. Sulla
questione della concessione dell’asilo (cfr. punto 2 del dispositivo della de-
cisione della SEM), il ricorso va pertanto respinto.
7.
Rimane tuttavia ancora da esaminare, se il ricorrente, può vedersi ricono-
scere la qualità di rifugiato, all’esclusione della concessione dell’asilo, per
dei motivi insorti dopo la fuga (cfr. art. 54 LAsi). Ovvero se egli, in caso di
un ritorno in Afghanistan, abbia un fondato timore di essere esposto a dei
pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi, a causa del suo abbandono dell’islam,
nonché del suo ateismo.
7.1 In tale contesto, v’è in primo luogo da osservare come il Tribunale, nelle
more processuali, ha istruito in modo particolare – ponendo anche dei que-
siti specifici al ricorrente nella decisione incidentale del 27 agosto 2020 e
chiedendo di prendere posizione in merito anche all’autorità inferiore – la
questione relativa a come il ricorrente avrebbe potuto vivere e praticare il
suo ateismo nel caso di un suo rientro nel Paese d’origine sotto il profilo
dell’art. 3 LAsi, dando in specie ampiamente possibilità alle parti di espri-
mersi (cfr. in merito la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del
5 novembre 2019 nella causa A.A. contro Svizzera, n. 32218/17 §51 segg.
e sentenza del Tribunale D-3490/2020 consid. 11.1 e 11.2.4). Pertanto, an-
che se sotto tale aspetto la decisione della SEM è lacunosa dal profilo della
motivazione, tuttavia la stessa carenza risulta essere stata sanata in fase
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ricorsuale. Non v’è quindi motivo di rinviare gli atti all’autorità inferiore per
tale evenienza, come auspicato dal ricorrente nel suo gravame, conclu-
sione alla quale egli appare peraltro aver rinunciato negli scritti seguenti,
come già sopra considerato (cfr. supra consid. 3).
7.2 Nella sua sentenza di riferimento D-4952/2014 già succitata, il Tribu-
nale ha in particolare ritenuto che la costituzione afghana descriva l’islam
quale religione di Stato ufficiale, e che le altre religioni potrebbero essere
esercitate liberamente nei limiti legali. Tuttavia, i principi e le regole islamici
non devono essere contraddetti da altre religioni. L’apostasia, anche se
non è definita nel codice penale afghano quale reato, rientra tuttavia se-
condo l’interpretazione giuridica afghana, sotto i non meglio definiti “crimini
oltraggiosi”, i quali secondo il codice penale sono punibili secondo la giuri-
sprudenza Hanafi, che si rifà alla Sharia. Secondo tale giurisprudenza, le
donne vengono incarcerate a vita rispettivamente fino alla revoca della
conversione e gli uomini decapitati. Se la pena di morte non viene inflitta,
anche le conseguenze alternative fornite dal profilo penale e sociale risul-
tano essere estremamente dure: gli uomini maggiorenni, come pure le
donne sopra i 16 anni d’età, i quali si sono convertiti dall’Islam ad un’altra
religione e non revocano tale conversione entro tre giorni, rischiano, tra le
altre, sanzioni quali l’annullamento del loro matrimonio, l’espropriazione
della loro terra e proprietà, come pure di essere rifiutati dalla loro famiglia
e comunità, nonché di essere licenziati dal loro posto di lavoro. Peraltro, il
controllo e la pressione sociali in Afghanistan, una società molto conserva-
tiva, sarebbero molto elevati (cfr. consid. 7.5.2; cfr. anche la sentenza del
Tribunale D-5996/2018 del 10 aprile 2019 consid. 6.3.3). La situazione
delle persone atee sarebbe inoltre descritta da più fonti come peggiore di
quella dei convertiti. Questo anche se essi non sono facilmente identifica-
bili, e quindi in principio sarebbe possibile che – se il distacco dall’islam
non è mostrato in pubblico e viene portato rispetto nei confronti dell’islam
– essi non vengano generalmente disturbati (cfr. sentenza del Tribunale
D-4952/2014 consid. 7.5.3 e consid. 7.5.5). Tale giurisprudenza risulta es-
sere tutt’ora attuale (cfr. European Asylum Support Office [EASO], Country
Guidance: Afghanistan, dicembre 2020, < https://easo.europa.eu/sites/de-
fault/files/Country_Guidance_Afghanistan_2020_0.pdf >, p.to 2.16,
pag. 84 seg.; Schweizerische Flüchtlingshilfe, Afghanistan: Gefähr-
dungsprofile, 30 settembre 2020, < https://www.ecoi.net/en/file/lo-
cal/2039258/200930_Afghanistan_Update_Gefaehrdungsprofile.pfd >,
pag. 13; EASO, Afghanistan, Criminal law, customary justice and informal
dispute resolution, luglio 2020, < https://www.ecoi.net/en/file/lo-
cal/2034456/2020_07_EASO_COI_Report_Afghanistan_Criminal_Law_ <
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Customary_Justice_Dispute_Resolutions.pdf >, p.to 1.2, pag. 12 seg.; Au-
strian Centre for Country of Origin & Asylum Research and Documentation
[ACCORD], Afghanistan: Apostasie, Blasphemie, Konversion, Verstoss
gegen islamische Verhaltensregeln, gesellschaftliche Wahrnehmung von
RükkehrerInnen aus Europa, 15 giugno 2020, < https://www.ecoi.net/
en/file/local/2031618/Afghanistan_Apostatsie_Konversion_Blasphemie. <
pdf >; tutti consultati il 1° marzo 2021). Il Tribunale giunge infine alla con-
clusione che, sulla scorta dei succitati elementi, vi sia, in modo generale,
da partire dal principio che le persone di cui è conosciuta pubblicamente la
loro apostasia, possano nutrire un timore oggettivo di essere esposte a dei
seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi (cfr. sentenza del Tribunale
D-4952/2014 consid. 7.5.5). Inoltre, in alcuni casi, il fatto di dover tenere
nascosta la propria apostasia o la propria concezione in materia religiosa,
e di dover invece comportarsi – contrariamente alla propria convinzione –
secondo le prescrizioni islamiche e le tradizioni del paese, può rappresen-
tare una pressione psichica insopportabile ai sensi dell’art. 3 cpv. 2 LAsi
(cfr. sentenza del Tribunale D-4952/2014 consid. 7.6).
7.3 Nel caso in parola, come già sopra considerato, la verosimiglianza
dell’apostasia del ricorrente e del suo ateismo è stata assodata (cfr. supra
consid. 5.1), come pure la credibilità dei suoi asserti rispetto i maltratta-
menti subiti ed il fatto che le persone del suo villaggio fossero a cono-
scenza del suo mancato rispetto dei precetti islamici e che lo trattassero
quale “infedele” (cfr. supra consid. 5.1.3). Il Tribunale ritiene, a differenza
della posizione espressa dall’autorità inferiore nella sua risposta al ricorso
come pure nei suoi scritti successivi ed in accordo invece con quanto pro-
posto in tal senso dall’insorgente, che se il comportamento tenuto dall’in-
sorgente poteva essere tollerato in un certo modo dalla società come pure
dai genitori prima del suo espatrio, in quanto egli all’epoca era giovane ed
ancora minorenne. Tuttavia, ora che egli è maggiorenne, il suo comporta-
mento di totale mancanza di osservanza dei precetti e riti islamici quoti-
diana, anche se egli non ha assunto una posizione quale attivista contro
l’islam, non verrebbero più tollerati nell’ambito ristretto del suo villaggio.
Inoltre, il fatto che il ricorrente sia di etnia Hazara, nonché provenga da una
regione dove la presenza e l’influenza dei Talebani è molto forte, malgrado
di per sé soli non siano degli elementi determinanti (cfr. sentenza del Tri-
bunale D-4794/2020 del 16 febbraio 2021 consid. 6.4 con ulteriori riferi-
menti citati, D-5800/2016 del 13 ottobre 2017 [pubblicata quale sentenza
di riferimento]), nel caso di specie non possono essere, in un esame com-
plessivo, totalmente tralasciati, in quanto sono degli elementi che accre-
scono ancora più il rischio per il ricorrente che egli possa essere vittima di
atti persecutori a causa delle sue concezioni in ambito religioso. Visto
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quanto già sopra ritenuto al consid. 7.2, a causa di tale sua attitudine, ne
risulta quindi d’un lato il pericolo per il medesimo che egli venga privato
delle proprietà e dei suoi diritti civili, oppure venga arrestato o addirittura
punito con la morte da parte dello Stato. D’altro canto, il pericolo di subire
dei pregiudizi seri, giunge anche da terze persone nel suo ambiente, molto
conservativo, contro le quali egli non disporrebbe di una sufficiente prote-
zione da parte statale. Se d’un canto non può essere escluso totalmente
che il ricorrente possa vivere nell’anonimato di una grande città, trala-
sciando di seguire regolarmente i riti religiosi come il pregare ed il recarsi
in moschea. D’altro canto, un ritorno nell’anonimato non è possibile, in
quanto per i richiedenti l’asilo rimpatriati in una città come Kabul, Herat o
Mazar-i-Sharif, è esatto che dispongano di una sufficiente rete sociale che
possa assicurargli, in caso di necessità, i propri bisogni essenziali (cfr. sen-
tenze di riferimento del Tribunale D-4287/2017 dell’8 febbraio 2019 in par-
ticolare consid. 6.2.3.5, D-5800/2016 consid. 7 e 8; DTAF 2011/38 con-
sid. 4.3.1 segg.). Senza quest’ultima condizione tuttavia, anche sotto
l’aspetto di un’alternativa di soggiorno interna (cfr. DTAF 2011/51 con-
sid. 8), l’esigibilità di un reinsediamento è da negare. Oltretutto, anche se
il ricorrente potesse stabilirsi a I._, quale alternativa di soggiorno
interno, egli dovrebbe quotidianamente prestare molta attenzione alle sue
attività ed alle sue esternazioni, per non essere scoperto e quindi non ca-
dere in un serio pericolo di persecuzioni. Tuttavia, ciò significherebbe per il
ricorrente di vedersi praticamente costretto a condurre una doppia vita, ri-
spettivamente a dover rinunciare in modo continuativo a contatti sociali, sia
d’amicizia che di lavoro. Peraltro, anche in caso di qualsiasi contatto con
le autorità, ad esempio di matrimonio o di rilascio di una tazkira, il ricorrente
dovrebbe prestare estrema attenzione di non far trapelare che egli abbia
abbandonato la fede islamica e si professi ateo (cfr. nello stesso senso
anche la sentenza del Tribunale D-4952/2014 consid. 7.7.1 e 7.7.2).
7.4 Tutto considerato, il Tribunale giunge alla conclusione che nella fatti-
specie, il ricorrente abbia un fondato timore (oggettivo) di essere esposto
a dei seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi, per dei motivi soggettivi insorti
successivamente all’espatrio (l’apostasia e l’ateismo resi verosimili), nel
caso di un suo rientro in Afghanistan. Poiché poi i pregiudizi possono deri-
vare sia da terze persone che dalle stesse autorità afghane, non può es-
sere riconosciuta in specie alcuna alternativa di soggiorno interno ove egli
possa trovare protezione. Per il che, il ricorrente – per il quale non sussiste
agli atti di causa alcun motivo d’esclusione ai sensi dell’art. 1F della Con-
venzione sullo statuto dei rifugiati del 28 luglio 1951 (Conv. rifugiati,
RS 0.142.30) – adempie ai requisiti del riconoscimento della qualità di rifu-
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giato ai sensi dell’art. 3 cpv. 1 e 2 LAsi e art. 1A cifra 2 Conv. rifugiati. Poi-
ché in specie si tratta di motivi soggettivi insorti dopo la fuga, al richiedente
non è invece concesso asilo (art. 54 LAsi).
8.
Ne consegue che, limitatamente alla questione inerente il riconoscimento
della qualità di rifugiato, il ricorso è da accogliere. Per il resto, è invece da
respingere. La decisione impugnata del 10 luglio 2020 è da annullare, al
suo punto 1 del dispositivo, e l’autorità inferiore è invitata a concedere al
ricorrente l’ammissione provvisoria quale rifugiato, in quanto inammissibile
(ex art. 83 cpv. 3 LStrI, mutazione del punto 4 del dispositivo della deci-
sione della SEM del 10 luglio 2020).
9.
Visto l’esito della procedura, la metà delle spese processuali andrebbero
poste, per prassi, a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 PA). Tuttavia,
avendo il Tribunale accolto l’istanza di assistenza giudiziaria dell’insor-
gente, con decisione incidentale del 17 agosto 2020, non sono riscosse
delle spese processuali. Inoltre, ai sensi dell’art. 111ater LAsi non sono attri-
buite indennità ripetibili, in quanto il ricorrente è assistito dal rappresentante
legale designato dalla SEM a norma dell’art. 102h LAsi.
10.
La presente decisione non concerne una persona contro la quale è pen-
dente una domanda di estradizione presentata dallo Stato che ha abban-
donato in cerca di protezione per il che non può essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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