Decision ID: 1c3bf6d6-1099-58c2-bac7-feec423952d8
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
Il 1° febbraio 2012, A._ (la ricorrente), cittadina italiana nata il ...
1964, si è trasferita dall’Italia in Svizzera, a ..., per esercitare la funzione di
direttrice commerciale della società “B._”, attiva nel commercio di
veicoli (CHE-...), ed ha ottenuto a questo scopo, dopo avere certificato di
essere incensurata e di non avere a suo carico procedimenti penali
pendenti, un permesso di soggiorno “B” UE/AELS valido fino al 31 gennaio
2017.
B.
Il 12 febbraio 2014, la ricorrente ha informato l’Ufficio della migrazione del
Canton Ticino (UMCT), mediante l’apposito formulario, di avere cambiato
indirizzo e di risiedere, a decorrere da quella data, a ....
C.
Il 25 aprile 2014, una cittadina italiana si è rivolta alla Polizia cantonale
(PC) per “segnalare” che la ricorrente aveva affittato il suo appartamento a
... insieme ad altri due cittadini italiani, con i quali aveva “aperto” la
“B._”, poi “ceduta ad un terzo”, “unicamente per mantenere il
permesso di dimora” ed “evitare problemi giudiziari in Italia”.
Il 28 aprile 2014, la PC ha interrogato il proprietario dell’appartamento che,
dopo avere raccontato le circostanze del suo incontro con i conduttori, ha
consegnato alla PC una copia del contratto di locazione, stipulato per il
periodo dal 1° febbraio al 31 maggio 2014.
Il 9 maggio 2014, la PC ha interrogato la ricorrente che ha affermato, in
particolare, di avere lavorato per la “B._” dal 2 febbraio 2012 a fine
febbraio 2014, e di essersi annunciata all’assicurazione contro la
disoccupazione a marzo 2014, ma di non avere ancora percepito indennità
giornaliere.
Il 12 maggio 2014, la PC ha trasmesso all’UMCT un rapporto di
segnalazione conclusivo sulla ricorrente per “dimora fittizia in territorio
svizzero”.
D.
Il 5 giugno 2014, la ricorrente ha comunicato all’UMCT, tramite l’apposito
formulario, di avere cambiato indirizzo e di risiedere, a partire da quella
data, a ....
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E.
L’8 luglio 2014, l’UMCT ha ottenuto un estratto del casellario giudiziale
italiano della ricorrente, indicante, in relazione a fatti avvenuti dal 2001 al
2004, una condanna del 24 febbraio 2006 ad un anno di reclusione, con la
condizionale, per due bancarotte fraudolenti, falsità in scrittura privata ed
emissione di fatture per operazioni inesistenti, nonché una multa del 23
ottobre 2008 di EUR 1'160.– per omesso versamento delle ritenute
previdenziali.
F.
Il 27 settembre 2014, la Polizia comunale di Locarno (PCL) ha redatto un
rapporto, riferendo di aver effettuato dei controlli a ..., il 5, il 14 e il 26
settembre 2014, ma che “non vi era nessuno” nell’appartamento della
ricorrente.
Il 26 ottobre 2014, la PCL ha stilato un nuovo rapporto, in cui ha riportato
di avere constatato la presenza della ricorrente nel suo appartamento il 10
e il 24 ottobre 2014.
G.
Il 20 novembre 2014, con riferimento ai rapporti della PCL e all’estratto del
casellario giudiziale italiano, l’UMCT ha comunicato alla ricorrente che
“risulta che il suo centro di vita ed interessi non sia in Ticino ma all’estero”,
rimproverandole di avere sottaciuto i suoi precedenti penali italiani al
momento della richiesta del permesso di dimora. L’UMCT ha quindi
concesso un termine di dieci giorni alla ricorrente per esprimersi sulla
“continuazione del suo soggiorno nel nostro Paese”.
H.
Il 29 gennaio 2015, preso atto delle osservazioni della ricorrente del 1°
dicembre 2014, nelle quali quest’ultima dichiarava di avere il centro dei suoi
interessi in Ticino, l’UMCT ha deciso di negarle la modifica del permesso
di dimora in seguito al cambio di domicilio a ..., ingiungendole di lasciare
la Svizzera entro il 17 marzo 2015.
I.
Il 2 giugno 2015, ormai in liquidazione, la “B._” è stata radiata dal
Registro di commercio del Canton Ticino.
J.
Il 5 ottobre 2016, il Consiglio di Stato (CS) ha respinto il gravame della
ricorrente contro la decisione dell’UMCT, per il motivo che la medesima non
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risiedeva stabilmente in Svizzera (“residenza fittizia”), che aveva nel
frattempo perso lo statuto di lavoratrice ai sensi del diritto e della
giurisprudenza europei, e che non disponeva dei mezzi finanziari sufficienti
per continuare il suo soggiorno senza esercitare un’attività lucrativa.
K.
Il 30 maggio 2017, la ricorrente è stata condannata in Italia, dov’era nel
frattempo rientrata, ad una multa di EUR 1'000.– per diffamazione col
mezzo della stampa.
L.
Il 5 dicembre 2018, il Tribunale cantonale amministrativo (TRAM) ha
respinto il gravame della ricorrente contro la decisione del CS, ritenendo in
definitiva che la sua residenza in Svizzera fosse fittizia. La sentenza del
TRAM è cresciuta in giudicato incontestata.
M.
Il 5 marzo 2019, ricevuto l’incarto della ricorrente dall’UMCT e procuratasi
inoltre un estratto dell’ECRIS (“European Criminal Register Information
System”), scevro di iscrizioni, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM)
ha informato la medesima di essere intenzionata ad emanare nei suoi
confronti un divieto d’entrata, fissandole un termine di un mese per
esprimersi in proposito.
N.
Il 3 maggio 2019, dopo aver ottenuto visione del suo incarto, la ricorrente,
rappresentata dal suo legale, ha esposto le sue osservazioni alla SEM, in
cui ha rilevato, in sostanza, che la lontananza nel tempo dei fatti incriminati
e delle stesse condanne non giustificherebbero una restrizione del suo
diritto alla libera circolazione.
O.
Il 22 maggio 2019, preso nota delle osservazioni della ricorrente, la SEM
ha emesso nei suoi confronti un divieto d’entrata in Svizzera e nel
Liechtenstein valido fino al 21 maggio 2022 (tre anni), ed immediatamente
esecutorio, sostenendo che “l’interessata costituisce una grave minaccia
reale e attuale della sicurezza e dell’ordine pubblici” per essere stata
condannata in Italia e per non avere indicato questo fatto al momento
dell’autocertificazione, “ingannando le autorità”. La decisione è stata
notificata alla ricorrente il 24 maggio successivo.
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Pagina 5
P.
Il 21 giugno 2019, per il tramite del suo legale, la ricorrente ha adito il
Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo, previa restituzione
dell’effetto sospensivo, che la decisione impugnata sia annullata.
In breve, approfondendo gli argomenti formulati nelle sue osservazioni del
3 maggio 2019, la ricorrente conclude che i rimproveri che la SEM le muove
non giustificano l’emanazione di un divieto d’entrata.
Q.
Il 9 luglio 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha
restituito l’effetto sospensivo al ricorso, invitando la ricorrente a versare un
anticipo equivalente alle presunte spese processuali di fr. 1'200.– entro un
mese dalla notifica della decisione, ciò che è avvenuto puntualmente il 28
agosto successivo.
R.
Il 24 settembre 2019, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al
ricorso, chiedendone il rigetto con la conferma della decisione impugnata.
S.
Il 1° ottobre 2019, questo Tribunale ha trasmesso alla ricorrente una copia
della risposta della SEM, invitandola a presentare la replica entro il 31
ottobre seguente. La ricorrente non si è tuttavia più manifestata.

Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del
17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro
le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968
sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità
menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata
del 22 maggio 2019, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF,
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo
Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di
grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con
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l’art. 11 cpv. 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea,
nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21
giugno 1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002,
nonché l’art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17
giugno 2005 [LTF, RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale
federale 2C_270/2015 del 6 agosto 2015 consid. 1).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese
processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4
PA).
In concreto, la ricorrente ha impugnato la decisione della SEM, di cui è la
destinataria, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla
legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto. Ne deriva che il ricorso è
ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.
2.
Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).
Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle
parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio,
siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)
o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1
a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph
Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das
Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA).
Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del
ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).
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3.
Il presente litigio verte sulla decisione del 22 maggio 2019, pronunciante
un divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di tre anni (22.5.2019 –
21.5.2022), di cui la ricorrente chiede l’annullamento.
4.
L’ALC è applicabile ratione temporis, ratione personae e ratione materiae
alla fattispecie, nella misura in cui la ricorrente, in quanto cittadina italiana,
è titolare dei diritti in esso consacrati (libertà di circolazione), i quali
consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC e art. 1 § 1 allegato I ALC)
nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti (art. 4 ALC e artt.
6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 ALC e artt. 12 a 16 allegato
I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e artt. 17 a 23 allegato I ALC)
e per le persone che non esercitano un’attività economica (art. 6 ALC e art.
24 allegato I ALC).
La presente procedura concerne principalmente il diritto d’ingresso in
Svizzera, di cui la decisione impugnata restringe l’esercizio da parte della
ricorrente (deroga alla libertà di circolazione). Di conseguenza, bisogna nel
prosieguo verificare se la SEM, nel pronunciare il divieto d’entrata in sé e
nel fissarne la durata a tre anni, si sia conformata alle esigenze poste
dall’ALC, secondo il quale i diritti da esso conferiti, in particolare il diritto
d’ingresso, possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi
di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 1 e 5
§ 1 allegato I ALC).
5.
Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in
quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno
svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione
europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio
2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle
persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati
membri (OLCP, RS 142.203). È quindi applicabile la legge federale sugli
stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), che regola i divieti d’entrata all’art.
67, la quale è stata, con effetto dal 1° gennaio 2019, ridenominata legge
federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20).
6.
6.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o
espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero
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(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la
SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione
personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStrI). Se un divieto d’entrata si
giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata
può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale
provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).
Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza
pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002
concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha
sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto
sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine
pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza
dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile
della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa
l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita,
salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è
violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono
commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni
delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto
pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).
6.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque
anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato
costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv.
3 LStrI).
Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta
dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della direttiva
2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre
2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L
348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata
tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e
che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai
cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia
per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la
nota a piè di pagina n. 147 relativa all’art. 67 LStrI; cfr. anche DTF 139 II
121 consid. 5.1 e 6.3).
6.3 Le nozioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità,
secondo l’art. 5 § 1 allegato I ALC, vanno intese nel senso definito dalla
direttiva 64/221/CEE del Consiglio del 25 febbraio 1964 e dalla relativa
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giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal
1° dicembre 2009, la Corte di giustizia dell’Unione europea [CGUE]),
precedente la sottoscrizione dell’ALC (art. 5 § 2 allegato I ALC in relazione
con l’art. 16 § 2 ALC). Così, le deroghe alla libera circolazione garantita
dall'ALC devono essere interpretate in modo restrittivo. Al di là della
turbativa insita in ogni violazione della legge, il ricorso di un'autorità
nazionale alla nozione di ordine pubblico presuppone il sussistere di una
minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse
fondamentale per la società. In quest’ottica, una condanna penale può
essere considerata per limitare i diritti conferiti dall'ALC soltanto se, dalle
circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale
costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (cfr. DTF 134 II 10
consid. 4.3, 130 II 176 consid. 3.4.1, 129 II 215 consid. 7.4, con i rinvii alla
giurisprudenza della CGUE). A dipendenza delle circostanze, già la sola
condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una
simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della
minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero
commetterà altre infrazioni in futuro; d'altro lato, per rinunciare a misure di
ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia
praticamente nullo. La misura dell'apprezzamento dipende in sostanza
dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare
importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva
(cfr. la sentenza del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011
consid. 4.3.2 e DTF 136 II 5 consid. 4.2).
6.4 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla
giurisprudenza della CGUE, il Tribunale federale rileva che, per potere
pronunciare un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo nei confronti
di un cittadino di un paese terzo non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli
rappresenti un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri
(livello I). Invece, per potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni
al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC,
che gode quindi della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli
costituisca una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza
pubblici svizzeri, ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa
in pericolo degli stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto
d’entrata superiore a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva,
anche fino a venti anni: cfr. DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò
indipendentemente dall’applicazione dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva
2008/115/CE), bisogna che il cittadino in questione rappresenti una grave
minaccia, ossia un “pericolo qualificato” (“menace caractérisée”), per
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l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello II; cfr. DTF 139 II 121 consid.
5 e 6).
Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce
l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere
esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC
SPESCHA, in: Spescha et al. [editori], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67
LStr, n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction
d’entrée prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA
7/2018, pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico
in pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la
salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di
criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83
§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione
consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta
di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del
numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro
eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr.
DTF 139 II 121 consid. 6.3).
6.5 È ancora pertinente sottolineare che, secondo una giurisprudenza
consolidata, l'autorità amministrativa non è, in virtù del principio della
separazione dei poteri, vincolata dalle considerazioni del giudice penale.
Tenuto conto delle finalità differenti perseguite dalla sanzione penale e dal
divieto d'entrata, in linea di principio indipendenti l’una dall’altro, entrambe
le misure possono coesistere ed applicarsi ad una medesima fattispecie.
Un divieto d'entrata può essere adottato anche in assenza di un giudizio
penale, sia per la mancata apertura di un procedimento penale, sia a causa
della pendenza dello stesso. È sufficiente che l'autorità amministrativa,
fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi di prova, giunga alla
conclusione che le condizioni per emanare un divieto d'entrata siano
soddisfatte. Pertanto, l'autorità amministrativa valuta sulla base di criteri
autonomi se l'allontanamento dalla Svizzera di uno straniero sia necessario
ed opportuno, e può quindi giungere a conclusioni differenti da quelle
ritenute dal giudice penale (cfr., tra le altre, DTF 140 I 145 consid. 4.3 e
137 II 233 consid. 5.2.2, nonché le sentenze TAF F-2303/2019 del 23
febbraio 2021 consid. 7.1.2 e C-2463/2013 del 7 maggio 2015 consid. 8.4).
7.
In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto
d’entrata in sé fossero adempiute il 22 maggio 2019 (minaccia almeno di
una certa gravità); nell’affermativa, bisognerà precisare l’intensità della
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gravità della minaccia (minaccia solo di una certa gravità o minaccia
grave).
7.1 La ricorrente è stata condannata in Italia a due riprese per delitti
patrimoniali, ossia nel 2006 in relazione a fatti occorsi dal 2001 al 2004
(due bancarotte fraudolenti), e nel 2008 in seguito ad un fatto avvenuto nel
2008 (omesso versamento delle ritenute previdenziali), e in un’occasione
per un delitto contro l’onore nel 2017, in rapporto ad un fatto successo nel
2014 (diffamazione). Per il resto, la ricorrente è incensurata sia negli altri
Stati dell’Unione europea che in Svizzera.
7.2 In base a questa configurazione penale si deve riconoscere, da un lato,
che le condanne per i delitti contro il patrimonio (2006 e 2008), soprattutto
le due bancarotte fraudolenti, risalivano già, quando la SEM ha emanato la
decisione impugnata (2019), a circa tredici, rispettivamente a undici anni di
distanza, ossia delle durate oggettivamente apprezzabili, per dei fatti in
parte ancora più distanti nel tempo (2001 – 2004 e 2008). Dall’altro lato,
non si può negare che la ricorrente non ha più interessato la giustizia
penale sotto questo profilo, emendando quindi la sua condotta con il
passare del tempo. Nondimeno, specialmente in relazione alla bancarotta
fraudolenta (cfr. art. 163 del Codice penale [CP, RS 311], prevedente una
pena detentiva fino a cinque anni in caso di fallimento), la cui commissione
avviene in ambito imprenditoriale, è lecito ammettere con la SEM che la
ricorrente, anche alla luce della sua attività passata come direttrice
commerciale della “B._”, sciolta per fallimento, presentava,
sebbene non detenesse più alcun permesso di soggiorno, un rischio di
reiterazione che la rendeva una minaccia di una certa gravità, ancora
attuale ed effettiva, per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri. Per contro,
il fatto che la ricorrente abbia indicato, al momento dell’autocertificazione,
di essere incensurata in Italia, non può interpretarsi, benché riprovevole,
come costitutivo di una minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave
di un interesse fondamentale per la società (cfr. consid. 6.3). Lo stesso
deve dirsi, mutatis mutandis, per la diffamazione col mezzo della stampa.
Di conseguenza, considerate queste circostanze nel loro insieme, la
pronuncia di un divieto d’entrata, il 22 maggio 2019, non oltrepassante la
durata di cinque anni, era giustificata (cfr. consid. 6.2, 6.3 e 6.4).
8.
Si tratta ora di verificare se la durata di tre anni del divieto d’entrata fosse
anche proporzionale, e ciò in funzione del complesso delle circostanze del
caso, nel quadro del diritto della ricorrente alla libera circolazione garantito
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dall’ALC (cfr. consid. 4), nonché, se del caso, del suo diritto al rispetto della
propria vita privata e familiare secondo l’art. 8 par. 1 della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo (CEDU, RS 0.101).
8.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse
ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione
federale/Cost., RS 101). Da un punto di visto analitico, il principio della
proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la
proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246
consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone
che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse
pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda
che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui
diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola
della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla
ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse
privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle
circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).
8.2 A proposito dell’art. 8 § 1 CEDU bisogna precisare che, benché non
garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145
consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso estende la sua
protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita privata, anche alle
eventuali attività professionali e commerciali di chi se ne prevale (cfr.
sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna [Grande Camera], n.
56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c. Germania, n. 13710/88, 16
dicembre 1992, n. 29). Secondo il Tribunale federale, dal punto di vista del
diritto al rispetto della vita familiare, chi si richiama alla protezione dell’art.
8 par. 1 CEDU deve, in generale, intrattenere una relazione stretta, effettiva
ed intatta, con una persona della sua famiglia che beneficia di un diritto di
presenza duraturo in Svizzera (cfr., tuttavia, la sentenza CorteEDU –
Mengesha Kimfe c. Svizzera, n. 24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo
senso, sono protetti, segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché quelli
tra genitori e figli minorenni che vivono in comunione; eccezionalmente, se
sussiste un particolare rapporto di dipendenza tra loro, sono presi in
considerazione anche i rapporti tra genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129
II 11 consid. 2). Nondimeno, l’art. 8 par. 2 CEDU permette un’ingerenza
statale nell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e della vita
familiare, se tale ingerenza è prevista dalla legge ed è necessaria, in
particolare, alla sicurezza pubblica e alla prevenzione dei reati in una
società democratica.
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8.3 In concreto, conviene subito rilevare che la ricorrente non può, e non
pretende nemmeno il contrario, prevalersi della protezione garantita
dall’art. 8 § 1 CEDU, nella misura in cui non ha una vita privata e familiare
in Svizzera nel senso inteso da questa norma convenzionale.
Ciò premesso, come già osservato in precedenza, la ricorrente non ha più
commesso bancarotte fraudolenti dal 2004, ed è incensurata in Svizzera e
altrove in Europa, salvo in Italia. Oltretutto, non soggiorna più in Ticino in
seguito al non rinnovo da parte dell’UMCT del suo permesso di dimora “B”
UE/AELS. Stando così le cose, si deve constatare che la ricorrente
usufruisce e/o ha l’intenzione di usufruire della libertà di circolazione
unicamente sotto il profilo del diritto d’ingresso (cfr. consid. 4), con la
precisazione che, se volesse riprendere l’esercizio di un’attività lucrativa in
Ticino, per esempio come imprenditore individuale, dovrebbe comunque
procacciarsi un nuovo permesso “B” UE/AELS. In questo senso, non si può
ragionevolmente sostenere che la ricorrente rappresenti ancora, nel 2021,
una minaccia attuale per l’ordine pubblico svizzero nell’ottica della
prevenzione dei delitti contro il patrimonio, tantomeno alla luce della
notevole lontananza nel tempo delle due bancarotte fraudolenti sanzionate
in Italia. Cosicché, in funzione di questi elementi, la durata di tre anni del
divieto d’entrata non si rivela del tutto convincente sotto il profilo della
proporzionalità.
8.4 Di conseguenza, questo Tribunale considera che un divieto d’entrata
valido fino alla data della presente sentenza, anziché di tre anni, è più
conforme alle esigenze della proporzionalità e, di riflesso, alle condizioni
restrittive poste dall’ALC per limitare i diritti della ricorrente derivanti dalla
libera circolazione delle persone, in particolare il diritto d’ingresso.
9.
In conclusione, pronunciando un divieto d’entrata di tre anni, la SEM ha
violato l’art. 67 cpv. 3 LStrI, l’ALC nonché il principio di proporzionalità
nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA). Per
questa ragione, in accordo con le considerazioni sopraesposte, il ricorso
deve essere parzialmente accolto e la decisione impugnata riformata, nel
senso che il divieto d’entrata è valido dal 22 maggio 2019 fino alla data
della presente sentenza.
10.
10.1 Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte
soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv.
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1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del
regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale/TS-TAF [RS
173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e
della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della
situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).
In concreto, siccome le conclusioni della ricorrente sono state parzialmente
accolte in relazione alla fissazione della durata del divieto d’entrata, è
giusto porre a suo carico, a titolo di spese processuali ridotte, fr. 800.– da
prelevare sull'anticipo di fr. 1'200.– da lei già versato. Di conseguenza, fr.
400.– saranno restituiti alla ricorrente una volta che la presente sentenza
sarà cresciuta in giudicato.
10.2 Considerato che il ricorso è parzialmente ammesso, la ricorrente, che
è rappresentata da un avvocato, ha diritto a un’indennità, ridotta in
proporzione, per le spese necessarie derivanti dalla causa (spese ripetibili:
art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Dato che la ricorrente non ha
presentato alcuna nota d’onorario, l’indennità deve essere fissata sulla
base degli atti di causa (art. 14 cpv. 2 TS-TAF). Ora, alla luce dell’ampiezza
e del contenuto del ricorso, a cui non ha fatto seguito alcuna replica, è
appropriato attribuire alla ricorrente un’indennità ridotta per spese ripetibili
di fr. 1'000.– (onorario e spese d’avvocato). Si osservi ancora che la SEM,
in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità a titolo di ripetibili
(art. 7 cpv. 3 TS-TAF).
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