Decision ID: 34cc21ee-c2bb-5f80-afc3-fbeb1dff322b
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
L’interessato, asserito cittadino afghano, a seguito di un allontanamento
alla frontiera Svizzera avvenuta il (...) (cfr. atto della Segreteria di Stato
della migrazione [di seguito: SEM] n. [...]-1/4), ha presentato una domanda
d’asilo nel precitato Stato in data (...) agosto 2020 (cfr. atto SEM n. [...]-
2/3).
B.
Le seguenti investigazioni svolte dall’autorità inferiore, hanno permesso di
accertare che, secondo la banca dati «EURODAC», al richiedente erano
stati registrati i suoi dati dattiloscopici in B._ il (...), mentre che il
(...) egli aveva depositato una domanda d’asilo in Germania (cfr. atti SEM
n. [...]-8/2, n. 9/1 e n. 13/2).
C.
Il (...) settembre 2020, si è tenuto con l’interessato un’audizione riguardo
le sue generalità, le sue relazioni famigliari, così come circa il suo viaggio
d’espatrio (cfr. atto SEM n. [...]-12/10). Nel corso del colloquio personale ai
sensi dell’art. 5 del regolamento UE n. 604/2013 del Parlamento europeo
e del Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di
determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una do-
manda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri
da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta uffi-
ciale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.06.2013; di seguito: Rego-
lamento Dublino III o Regolamento), tenutosi il (...) settembre 2020, il ri-
chiedente è stato in particolare questionato riguardo al suo stato di salute
nonché gli è stata offerta la possibilità di essere sentito in merito ad
un’eventuale competenza della Germania per la sua domanda d’asilo. Du-
rante il medesimo, egli ha asserito di godere di buona salute. Ha altresì
confermato di essere giunto in Europa dapprima in B._ in data (...),
ove non avrebbe richiesto l’asilo e soggiornato per quattro o cinque mesi,
prima di recarsi in Germania. Quivi gli avrebbero preso le impronte digitali
e sarebbe stato costretto a depositare una domanda d’asilo per non essere
allontanato. Dopo poco meno di tre settimane si sarebbe recato dapprima
in C._, per poi giungere in Svizzera. Sarebbe voluto venire in
quest’ultimo Paese, in quanto ivi si troverebbe la sorella, ed i suoi motivi
d’asilo sarebbero legati alla medesima. Ha aggiunto inoltre che i figli di sua
sorella, avrebbero beneficiato di un ricongiungimento con la madre, nel
quale anche lui sarebbe dovuto essere incluso. Ciò lo avrebbe spiegato
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anche alle autorità tedesche. Infine ha indicato che la sorella ed i suoi ni-
poti, viventi a D._, sarebbero le uniche persone che ha al mondo
(cfr. atto SEM n. [...]-15/2; di seguito: Colloquio Dublino).
D.
D.a A fronte di tali elementi, il (...) l’autorità inferiore ha richiesto alle auto-
rità tedesche preposte la ripresa in carico del richiedente l’asilo ai sensi
dell’art. 18 par. 1 lett. b o dell’art. 20 par. 5 Regolamento Dublino III. Ha
inoltre richiesto che se la Germania non ritenesse essere lo Stato membro
competente in specie, di inviare la conferma di accettazione dell’altro Stato
membro dichiaratosi competente (cfr. atto SEM n. [...]-19/5).
D.b Il (...), la Germania ha risposto negativamente alla richiesta di ripresa
in carico precitata, osservando che essa avrebbe richiesto in data (...) la
presa in carico del richiedente alla B._, che ritiene essere lo Stato
membro competente per la trattazione della sua domanda di protezione
internazionale (cfr. atti SEM n. [...]-21/2 e n. 22/2).
E.
E.a L’autorità competente svizzera, in data (...), ha richiesto all’autorità
omologa tedesca il riesame della loro risposta di rifiuto di ripresa in carico
ai sensi dell’art. 5 par. 2 del Regolamento (CE) n. 1560/2003 della Com-
missione del 2 settembre 2003 recante modalità di applicazione del rego-
lamento (CE) n. 343/2003 del Consiglio che stabilisce i criteri e i meccani-
smi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una
domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un
paese terzo (GU L 222/3 del 05.09.2003). Tale domanda di riesame si fon-
derebbe sull’applicazione dell’art. 20 par. 5 del Regolamento Dublino III al
caso di specie (cfr. atti SEM n. [...]-23/2 e n. 24/2).
E.b L’autorità tedesca richiesta ha risposto affermativamente alla domanda
di riesame precitata, in data (...), in accordo con l’art. 20 par. 5 Regola-
mento Dublino III (cfr. atti SEM n. [...]-25/2 e n. 26/2).
F.
Con decisione del 27 ottobre 2020, notificata il 30 ottobre 2020 (cfr. risul-
tanze processuali), l’autorità inferiore non è entrata nel merito della do-
manda d’asilo dell’interessato ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi ed ha
pronunciato l’allontanamento (recte: trasferimento) del medesimo verso la
Germania.
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Nella propria decisione, l’autorità inferiore ha ritenuto, ai sensi
dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi, di non dover entrare nel merito della do-
manda d’asilo del richiedente. Invero, la competenza della Germania, che
avrebbe accolto la richiesta di ammissione del richiedente ai sensi
dell’art. 20 par. 5 Regolamento Dublino III sarebbe data, e non vi sarebbero
motivi che confutino tale competenza. Il suo desiderio di restare in Svizzera
difatti, non inficerebbe la determinazione dello Stato membro competente
per l’esame della sua domanda d’asilo. Inoltre il fatto che la sorella risiede-
rebbe in Svizzera, non sarebbe pertinente giusta l’art. 2 lett. g del succitato
Regolamento, in quanto non rientrante nella nozione di “membro della fa-
miglia”. Non vi sarebbe vieppiù alcun indizio relativo ad una relazione di
dipendenza tra lui ed i membri della sua famiglia presenti su suolo elvetico.
Proseguendo nell’analisi la SEM ha osservato che un suo trasferimento
verso la Germania non violerebbe né l’art. 3 par. 2 del Regolamento Du-
blino III, così come neppure l’art. 3 CEDU, non essendoci segnatamente
nel predetto Stato membro delle carenze sistemiche nella procedura di
asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti l’asilo. Infine, l’autorità
di prime cure ha rilevato che non sussisterebbe alcun elemento dal profilo
personale, che possa dar adito ad un’applicazione delle clausole di sovra-
nità ex art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III e dell’art. 29 cpv. 3 OAsi 1.
G.
Il 6 novembre 2020 (cfr. risultanze processuali) l’interessato si è aggravato
avverso il provvedimento summenzionato con ricorso al Tribunale ammini-
strativo federale (di seguito: il Tribunale). Nel gravame egli ha postulato a
titolo principale l’annullamento della decisione impugnata ed il riconosci-
mento della competenza da parte della Svizzera per l’esame materiale
della sua domanda d’asilo; ed a titolo eventuale il rinvio degli atti alla SEM
per nuova valutazione. Ha altresì formulato domande di restituzione dell’ef-
fetto sospensivo al ricorso, come pure della pronuncia di misure supercau-
telari per evitare il suo allontanamento. Contestualmente ha presentato
istanza di assistenza giudiziaria, nel senso dell’esenzione dal versamento
delle spese processuali e del relativo anticipo, il tutto con richiesta di spese
e ripetibili a carico dello Stato.
Nel suo atto ricorsuale, egli ha in sostanza e per quanto qui di rilievo, in
primo luogo contestato la competenza della Germania per la trattazione
della sua domanda d’asilo. In realtà sarebbe difatti applicabile nel suo caso
l’art. 13 par. 1 Regolamento Dublino III, e la B._ – primo Stato nel
quale egli sarebbe entrato in Europa – rimarrebbe competente per tale
esame. Egli non adempirebbe invece i criteri di cui all’art. 20 par. 5, in par-
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ticolare la condizione secondo la quale egli avrebbe ritirato la prima do-
manda presentata in uno Stato membro, non sarebbe in specie ottempe-
rata. Le autorità svizzere non avrebbero in tal senso richiesto alcun chiari-
mento od informazione, atte ad accertare se l’interessato abbia o meno
ritirato formalmente la sua domanda d’asilo in Germania. Non potendo con-
cludere per l’affermativa, la precitata disposizione sarebbe stata applicata
ingiustamente. Tuttavia, il ricorrente osserva che anche se quest’ultima
norma trovasse applicazione, la Germania lo riprenderebbe in carico sol-
tanto per determinare lo Stato membro competente, che in casu sarebbe
la B._. La SEM avrebbe pertanto agito prevalendosi dell’art. 20
par. 5 del Regolamento summenzionato, onde evitare di chiarire la compe-
tenza direttamente con le autorità (...), ciò che avrebbe di fatto condotto la
Svizzera a ritenere un trasferimento verso la B._ non eseguibile a
causa delle violazioni sistemiche presenti in quest’ultimo Stato membro, e
quindi di convesso a dover entrare nel merito della domanda d’asilo dell’in-
teressato. In secondo luogo, l’insorgente ritiene che l’esame dei motivi
umanitari nella decisione impugnata, dal profilo delle clausole di sovranità
ex art. 16 par. 1 e 17 del Regolamento Dublino III così come dell’art. 8
CEDU (RS 0.101), sarebbe stato insufficiente. Invero, l’autorità resistente
nella misura avversata, avrebbe esaminato le relazioni familiari che il ricor-
rente intrattiene con la sorella e con i nipoti viventi in Svizzera, soltanto
sotto l’aspetto del Regolamento Dublino III, e non avrebbe invece esami-
nato compiutamente i suoi motivi personali che comporterebbero invece
un’entrata nel merito della sua domanda d’asilo. Il legame particolare che
egli avrebbe sia con i figli della sorella che con quest’ultima, sarebbe pro-
tetto dall’art. 8 CEDU. Riguardo i nipoti, egli sostiene di essersi preso cura
dei medesimi in Afghanistan in assenza della loro madre, che sarebbe do-
vuta fuggire dal loro Paese d’origine. Vieppiù la sorella sarebbe malata ed
avrebbe difficoltà a trovare un’attività lucrativa. Egli sarebbe partito dall’Af-
ghanistan poiché un ricongiungimento familiare con i medesimi non sa-
rebbe riuscito, allorché invece uno dei nipoti con la loro madre sarebbe
andato in porto, giungendo in Svizzera per poter sostenere la sorella ed i
di lei figli anche finanziariamente, se egli trovasse un lavoro. Il certificato
medico della sorella, da lui prodotto con il ricorso, sosterrebbe tali suoi as-
serti, in quanto darebbe atto del fatto che il richiedente l’asilo sarebbe di-
venuto la persona maschile di riferimento per i nipoti, poiché il medesimo
lo sarebbe già stato prima della fuga e del ricongiungimento familiare,
come pure che la sorella soffrirebbe di una sindrome post-traumatica e la
separazione dal fratello peggiorerebbe il suo stato valetudinario. Se la SEM
avesse avuto dei dubbi circa tale relazione stretta tra il ricorrente ed i suoi
famigliari, avrebbe dovuto richiamare gli atti della sorella, ciò che non
avrebbe fatto. In tale contesto, egli ritiene che una nuova separazione dai
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suoi famigliari apparirebbe come una restrizione sproporzionata e di una
severità eccessiva, nel quale anche l’interesse del bambino andrebbe con-
siderato. Inoltre, i motivi della sorella sarebbero legati ai suoi personali e
svolgerebbero quindi un ruolo centrale per la definizione della sua proce-
dura d’asilo. Infine il ricorrente ritiene che molto probabilmente egli ver-
rebbe rinviato in B._ in violazione dell’art. 3 CEDU. In tal senso la
Svizzera avrebbe accettato tale rischio pronunciando il suo allontanamento
verso la Germania, poiché lo Stato richiedente sarebbe stato reso edotto
dallo Stato richiesto che lo Stato membro competente per la trattazione
della domanda d’asilo del richiedente, sarebbe stata la B._. Inoltre,
se egli venisse rinviato in B._, si frapporrebbe una distanza spaziale
troppo elevata con i suoi membri familiari viventi su suolo elvetico. Per tali
motivi, ha chiesto anche che gli atti della sorella come pure quelli relativi al
ricongiungimento familiare di quest’ultima con i di lei figli siano richiamati
dal Tribunale.
A titolo eventuale, egli rileva una violazione del principio inquisitorio e di
motivazione della decisione da parte della SEM. Invero, l’autorità pre-
gressa non avrebbe fondato il provvedimento impugnato che sul verbale
d’audizione Dublino, non richiedendo invece delle informazioni od esami-
nando altri documenti che sarebbero invece stati necessari in specie, come
pure formulando la decisione tramite dei considerandi generali. In merito a
quest’ultimo punto, il ricorrente non sarebbe pertanto stato informato ri-
guardo agli elementi rilevanti fondanti la decisione avversata.
H.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti negli scritti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l'esito della vertenza.

Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6
LAsi).
Il ricorso, presentato tempestivamente (art. 108 cpv. 3 LAsi) contro una de-
cisione in materia di asilo della SEM (art. 6 e 105 LAsi; art. 31–33 LTAF), è
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di principio ammissibile sotto il profilo degli art. 5, 48 cpv. 1 lett. a–c e
art. 52 cpv. 1 PA. Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso.
2.
Giusta l’art. 33a cpv. 2 PA, applicabile per rimando dell’art. 6 LAsi e
dell’art. 37 LTAF, nei procedimenti su ricorso è determinante la lingua della
decisione impugnata. Se le parti utilizzano un’altra lingua, il procedimento
può svolgersi in tale lingua.
Nel caso in parola, la decisione impugnata è stata resa in italiano, il ricorso
è stato invece inoltrato in lingua tedesca. La presente sentenza può per-
tanto essere redatta in italiano.
3.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente rile-
vanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti
(art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione impu-
gnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2).
Inoltre si rileva che il Tribunale, adito con un ricorso contro una decisione
di non entrata nel merito di una domanda d’asilo, si limita ad esaminare la
fondatezza di una tale decisione (cfr. DTAF 2012/4 consid. 2.2, 2009/54
consid. 1.3.3, 2007/8 consid. 5).
4.
Occorre dapprima esaminare se le censure formali sollevate dal ricorrente
nel gravame ed inerenti la violazione del principio inquisitorio da parte della
SEM e di una carente motivazione della decisione avversata siano fondate
(nello stesso senso cfr. in particolare DTF 138 I 232 consid. 5.1 ; per il prin-
cipio inquisitorio le sentenze del Tribunale F-5282/2020 del 2 novem-
bre 2020 e F-5086/2020 consid. 2 del 19 ottobre 2020 ; per il tutto cfr. an-
che la sentenza del Tribunale F-4980/2020 del 14 ottobre 2020 consid. 3).
4.1 Nelle procedure di natura amministrativa si applica il principio inquisi-
torio. Ciò significa che l’autorità competente deve procedere d’ufficio all’ac-
certamento esatto e completo dei fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi
in relazione con l’art. 12 PA, art. 106 cpv. 1 lett. b LAsi). In concreto, essa
deve procurarsi la documentazione necessaria alla trattazione del caso,
chiarire le circostanze giuridiche ed amministrare a tal fine le opportune
prove a riguardo (cfr. DTAF 2012/21 consid. 5). Per accertare i fatti, l’auto-
rità si serve, se necessario, di documenti, di informazioni delle parti, di in-
formazioni e testimonianze di terzi, di sopralluoghi e di perizie (art. 12
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lett. a-e PA). D’un lato, v’è un accertamento inesatto dei fatti quando la de-
cisione si fonda su fatti incorretti e non conformi agli atti, e dall’altro, v’è un
accertamento incompleto dei fatti quando non è tenuto conto di tutte le cir-
costanze di fatto giuridicamente rilevanti (cfr. DTAF 2015/10 consid. 3.2 e
relativi riferimenti; KÖLZ/HÄNER/BERTSCHI, Verwaltungsverfahren und Ver-
waltungsrechtspflege des Bundes, 3a ed. 2013, n. 1043, pag. 369 seg.). Il
principio inquisitorio non è tuttavia illimitato, in particolare visto il nesso con
l’obbligo di collaborare delle parti (art. 13 PA ed art. 8 LAsi; cfr. anche
CHRISTOPH AUER/ANJA MARTINA BINDER, in: Auer/Müller/Schindler [ed.],
Kommentar zum Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren VwVG, 2a
ed. 2019, ad art. 12 PA, n. 9). L’obbligo di collaborare della parte tocca in
particolare i fatti in relazione alla sua situazione personale, quelli che co-
nosce meglio delle autorità o ancora quelli che, senza la sua collabora-
zione, non possono essere raccolti con uno sforzo ragionevole (cfr.
DTAF 2011/54 consid. 5; 2008/24 consid. 7.2).
Dal canto suo, l’obbligo di motivazione di una decisione, discende dal diritto
di essere sentito e dalla garanzia di un processo equo (art. 29 cpv. 1 e 2
Cost.) e costituisce un presupposto essenziale per la verifica della fonda-
tezza della decisione sia per le parti che per l’autorità di ricorso. Per adem-
piere a tali esigenze, è sufficiente che l’autorità menzioni, almeno breve-
mente, le proprie riflessioni sugli elementi di fatto e di diritto essenziali; ov-
vero l’autorità è tenuta a riportare i motivi che l’hanno guidata e sui quali
essa ha fondato il suo ragionamento, di modo che l’interessato possa ren-
dersi conto della portata della stessa ed impugnarla in piena conoscenza
di causa (cfr. DTF 142 II 154 consid. 4.2 e DTF 142 I 135 consid. 2.1). L’au-
torità non deve invece pronunciarsi su tutti i motivi delle parti, ma può, al
contrario, limitarsi alle questioni decisive (cfr. DTF 142 II 154 consid. 4.2).
In altri termini, l’essenziale è che la decisione indichi chiaramente i fatti
stabiliti e le deduzioni giuridiche tratte dalla fattispecie determinata (cfr.
DTF 141 V 557 consid. 3.2.1). La motivazione può inoltre essere implicita
e risultare dai diversi considerandi della decisione (cfr. DTF 141 V 557 con-
sid. 3.2.1 con referenze citate; sentenza del TF 2C_341/2016 del 3 otto-
bre 2016 consid. 3.1.). ll diritto di essere sentito è una garanzia di natura
formale, la cui violazione implica, di principio, l’annullamento della deci-
sione impugnata, a prescindere dalle possibilità di successo nel merito (cfr.
DTF 129 I 323 consid. 3.2, DTF 126 I 15 consid. 2a, Giurisprudenza e in-
formazioni della Commissione svizzera di ricorso in materia d’asilo [GI-
CRA] 2006 n°4 consid. 5; sentenza del Tribunale D-4287/2016 del 15 giu-
gno 2018 consid. 5.1). Una violazione di questo diritto fondamentale da
parte dell’autorità di prima istanza non comporta comunque automatica-
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mente l’accoglimento del gravame e l’annullamento della decisione impu-
gnata. Anche in presenza di una violazione grave, è infatti di principio am-
missibile prescindere da un rinvio all’autorità inferiore allorquando una tale
sanzione costituirebbe una mera formalità, provocando un ritardo inutile
nella procedura, incompatibile con lo stesso interesse della parte interes-
sata ad un’evasione celere della causa (cfr. DTF 137 I 195 consid. 2.3.2;
DTF 133 I 201 consid. 2.2). Secondo la giurisprudenza e la dottrina una
violazione del diritto di essere sentito può essere sanata se la persona toc-
cata ottiene la possibilità di esprimersi in merito davanti ad una autorità di
ricorso che dispone del medesimo potere d’esame dell’autorità d’esecu-
zione stessa (cfr. DTF 124 II 132 consid. 2d; in materia d’asilo cfr.
DTAF 2014/22 consid. 5.3).
4.2 Nel caso che ci occupa, il Tribunale osserva dapprima come nella sin-
dacata decisione, dopo un esposto dei fatti determinanti, l’autorità inferiore
ha illustrato in modo, seppur succinto, tutti gli elementi e la documenta-
zione che ha preso in esame per giungere alla sua valutazione, anche e
segnatamente circa la relazione famigliare che il ricorrente avrebbe con i
membri della sua famiglia presenti in Svizzera, che per l’applicazione delle
clausole di sovranità. Il fatto che la SEM, per determinare la relazione
dell’insorgente riguardo ai suoi famigliari, non abbia proceduto ad un
esame più ampio, richiamando in particolare gli atti della sorella e dei nipoti
del ricorrente, a fronte delle allegazioni presentate dall’insorgente durante
le due audizioni sostenute, non è lesiva della massima inquisitoria. Difatti,
le asserzioni fatte valere dall’insorgente in punto alla relazione stretta che
lo legherebbe in particolare ai nipoti, come pure lo stato di salute precario
della sorella, sono state addotte soltanto in fase ricorsuale dal medesimo,
e non se ne trova invece alcun riscontro nei verbali resi dal ricorrente, mal-
grado avesse avuto la possibilità di esprimersi in particolare durante il Col-
loquio Dublino. In tal senso, la censura che l’autorità inferiore non avrebbe
proceduto ad un esame maggiore del suo caso, anche dal profilo dell’art. 8
CEDU, non ha alcun fondamento, essendo piuttosto ravvisabile in casu
una violazione dell’obbligo di collaborare da parte dell’interessato, che non
può però essere imputata all’autorità inferiore. Sulla scorta di tali circo-
stanze, non si comprende pertanto, come la SEM non abbia correttamente
e seriamente preso in esame tutti gli elementi fattuali pertinenti per addive-
nire alla sua conclusione. Peraltro, risulta pacifico come l’insorgente abbia
potuto impugnare la decisione con piena cognizione di causa, esprimen-
dosi compiutamente sugli aspetti contestatigli dall’autorità resistente nella
decisione avversata, come pure riguardo agli elementi che sarebbero rile-
vanti per l’esame del suo caso. Tuttavia, anche fosse stata accertata una
violazione del suo diritto di essere sentito – ciò che non risulta essere il
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caso di specie – la stessa sarebbe comunque stata sanata in fase ricor-
suale, avendo il ricorrente avuto ampiamente la possibilità di esprimersi.
Per quanto poi concerne l’obiezione del carente accertamento dei fatti rile-
vanti dall’autorità svizzera competente, in ordine alla competenza dello
Stato membro responsabile, in quanto non avrebbe proceduto a richiedere
alcuna informazione atta a chiarire se il ricorrente avesse o meno formal-
mente ritirato la sua domanda d’asilo dalla Germania ai sensi dell’art. 20
par. 5 Regolamento Dublino III, in realtà l’insorgente censura l’applicazione
materiale di tale norma al suo caso di specie. La stessa verrà pertanto trat-
tata dappresso (cfr. infra consid. 5-6 in particolare consid. 6.1-6.2).
Ne discende quindi che, le censure formali mosse dal ricorrente, risultano
essere infondate e vanno quindi disattese. In tal senso, la conclusione in
via eventuale esposta con il ricorso, deve essere respinta.
5.
Chiariti tali aspetti, dal profilo materiale, occorre ora chiedersi se l’autorità
inferiore, che nella decisione del 27 ottobre 2020 ha ritenuto data la com-
petenza della Germania e non ha riscontrato degli ostacoli al trasferimento
dell’insorgente verso tale Stato, abbia rettamente omesso di entrare nel
merito della domanda d’asilo presentata da quest’ultimo.
5.1 Giusta l’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi, di norma non si entra nel merito di
una domanda di asilo se il richiedente può partire alla volta di uno Stato
terzo cui compete, in virtù di un trattato internazionale, l’esecuzione della
procedura d’asilo e d’allontanamento.
5.2 Prima di applicare la precitata disposizione, la SEM esamina la com-
petenza relativa al trattamento di una domanda di asilo secondo i criteri
previsti dal Regolamento Dublino III. Se in base a questo esame è indivi-
duato un altro Stato quale responsabile per l’esame della domanda di asilo,
la SEM pronuncia la non entrata nel merito previa accettazione, espressa
o tacita, di ripresa in carico del richiedente l’asilo da parte dello Stato in
questione (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2).
5.3 Ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di pro-
tezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia quello
individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15). La procedura
di determinazione dello Stato membro competente è avviata non appena
una domanda di protezione internazionale è presentata per la prima volta
in uno Stato membro. Nel caso di una procedura di ripresa in carico (in-
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glese: take back) – come nel caso in parola – di principio non viene effet-
tuato un nuovo esame di determinazione dello Stato membro competente
secondo il capo III (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1; sentenza della
Corte di Giustizia dell’Unione europea [CGUE] nelle cause riunite C-582/17
e C-583/17 [Grande Sezione] del 2 aprile 2019, par. 67 e 68).
5.4 Giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile
trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato
come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che sussi-
stono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni
di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un trattamento
inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della CartaUE (GU C 364/1 del
18.12.2000), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determina-
zione dello Stato membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al
capo III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato
come competente.
5.5 Lo Stato membro competente per l’esame di una domanda di prote-
zione internazionale ai sensi del Regolamento Dublino III è tenuto a ripren-
dere in carico – alle condizioni di cui agli art. 23, 24, 25 e 29 – un cittadino
di un paese terzo o un apolide del quale è stata respinta la domanda e che
ha presentato domanda in un altro Stato membro oppure si trova nel terri-
torio di un altro Stato membro senza un titolo di soggiorno (art. 18 par. 1
lett. d Regolamento Dublino III), o ancora, sempre alle condizioni succitate,
è stata presentata per la prima volta la domanda di protezione internazio-
nale e al fine di portare a termine il procedimento di determinazione dello
Stato membro competente, a riprendere in carico il richiedente che si trova
in un altro Stato membro senza un titolo di soggiorno o ha presentato colà
una nuova domanda di protezione internazionale dopo aver ritirato la prima
domanda presentata in uno Stato membro diverso durante il procedimento
volto a determinare lo Stato membro competente (art. 20 par. 5 primo ca-
poverso Regolamento Dublino III). Quest’ultimo obbligo viene meno qua-
lora lo Stato membro tenuto a portare a termine il procedimento di deter-
minazione dello Stato membro competente possa stabilire che il richie-
dente ha lasciato nel frattempo il territorio degli Stati membri per un periodo
di almeno tre mesi o che un altro Stato membro gli ha rilasciato un titolo di
soggiorno (art. 20 par. 5 secondo capoverso Regolamento Dublino III).
5.6 A seguito della sentenza di principio E-1998/2016 del 21 dicem-
bre 2017 (parzialmente pubblicata nella DTAF 2017 VI/9), il Tribunale ha
recepito la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (di
seguito: CGUE) inerente il Regolamento Dublino III che sancisce che in
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una procedura di ricorso contro una decisione di trasferimento Dublino il
richiedente l’asilo possa censurare l’errata applicazione di tutte le disposi-
zioni del predetto Regolamento che concorrono alla determinazione dello
Stato membro competente. In tal senso la prassi del Tribunale è stata adat-
tata, nel senso di permettere ai richiedenti l’asilo di invocare nella proce-
dura di ricorso la corretta applicazione di tutti i criteri di competenza ogget-
tiva del regolamento Dublino III (consid. 5.3–5.4 della predetta sentenza).
Tale principio vale anche nel caso in cui uno Stato membro richiesto ha
accolto una richiesta di presa o ripresa in carico (cfr. consid. 5.1 e 5.2 della
sentenza di principio citata; cfr. anche nello stesso senso la sentenza del
Tribunale E-5255/2020 del 3 novembre 2020 consid. 4.4). Tale giurispru-
denza è stata successivamente precisata dal Tribunale con la DTAF 2019
VI/7, ove ha ritenuto che salvo le situazioni coperte dall’art. 7 par. 3 o
dall’art. 20 par. 5 del Regolamento Dublino III, un richiedente l’asilo non
può invocare, durante una procedura ricorsuale contro una decisione di
trasferimento Dublino, un’applicazione erronea dei criteri di responsabilità
enunciati al capitolo III del medesimo Regolamento allorché lo stato richie-
sto ha accettato – esplicitamente o tacitamente – di riprendere in carico
l’interessato (cfr. consid. 6.4.1.2 e 6.4.1.3).
6.
Nella fattispecie, in quanto il ricorrente censura l’applicazione nel suo caso
dell’art. 20 par. 5 del Regolamento Dublino III, in base al quale la Germania
si sarebbe ritenuta competente quale Stato membro in merito ai criteri de-
finiti dal Regolamento precitato – invece che ai sensi dell’art. 13 par. 1 del
medesimo Regolamento la B._ – occorre dapprima esaminare se
la competenza del predetto Stato è data in specie.
6.1 Come già deciso dalla CGUE (Grande Sezione) nella sua sentenza del
2 aprile 2019 nelle cause riunite C-582/17 e C-583/17, conformemente
all’art. 23 par. 1 ed all’art. 24 par. 1 del Regolamento Dublino III, l’esercizio
della facoltà di formulare una richiesta di ripresa in carico – procedura che
è retta da disposizioni sostanzialmente differenti da quelle che disciplinano
una procedura di presa in carico (cfr. §§ 58 e 75) – presuppone non che
sia accertata la competenza dello Stato membro richiesto ad esaminare la
domanda di protezione internazionale, ma che tale Stato membro soddisfi
le condizioni di cui all’art. 20 par. 5 o all’art. 18 par. 1 lett. da b) a d) Rego-
lamento Dublino III. Nel testo stesso dell’art. 20 par. 5 di tale Regolamento
emergerebbe inoltre che l’obbligo di ripresa in carico che lo stesso istituisce
è imposto allo “Stato membro nel quale è stata presentata per la prima
volta la domanda di protezione internazionale”. Pertanto, per identificare
tale Stato membro non possono essere utilizzati i criteri di competenza di
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cui al capo III dello stesso Regolamento (cfr. §§54-62). Proseguendo la
Corte ha dichiarato anche che, subordinare l’attuazione del predetto ob-
bligo al completamento, nello Stato membro richiedente, della procedura
di determinazione dello Stato membro competente per l’esame della do-
manda, al fine di verificare che tale qualità spetti allo Stato membro di cui
all’art. 20 par. 5 Regolamento Dublino III, contravverrebbe alla logica
stessa della disposizione in parola, poiché la stessa precisa che la ripresa
in carico del richiedente imposta al suddetto Stato membro ha lo scopo di
consentire a quest’ultimo di “completare la procedura di determinazione
dello Stato membro competente per l’esame della domanda” (cfr. §63).
Inoltre, nei casi di cui all’art. 23 par. 1 e art. 24 par. 1 Regolamento Dublino
III, prima di presentare una richiesta di ripresa in carico ad un altro Stato
membro, le autorità competenti interessate non sono tenute a determinare,
sulla base dei criteri di competenza stabiliti dal medesimo Regolamento
(ed in particolare nel caso specifico di quello enunciato all’art. 9 dello
stesso) se quest’ultimo Stato membro sia competente per l’esame della
domanda. Nei casi previsti dall’art. 20 par. 5 del Regolamento Dublino III,
un eventuale trasferimento potrà allora, in linea di principio, avvenire senza
che sia previamente accertata la competenza per l’esame della domanda
dello Stato membro richiesto. Tuttavia, in ossequio al principio di leale coo-
perazione, lo Stato membro non potrà validamente formulare una richiesta
di ripresa in carico ai sensi della precitata norma, qualora la persona inte-
ressata abbia trasmesso all’autorità competente elementi che dimostrino
in modo manifesto che lo Stato membro di cui si tratta deve essere consi-
derato lo Stato membro competente per l’esame della domanda in applica-
zione dei criteri di competenza di cui agli articoli da 8 a 10 di tale Regola-
mento (cfr. §§80-83). Peraltro, sempre nella stessa sentenza, la Corte ha
rilevato come nell’interpretazione dell’art. 20 par. 5 Regolamento III, un tra-
sferimento verso il primo Stato membro nel quale aveva presentato la sua
prima domanda di protezione allo scopo della conclusione del procedi-
mento in questione, dovrebbe a fortiori essere possibile in una situazione
in cui un richiedente abbia lasciato tale Stato membro, prima che sia termi-
nato il procedimento di determinazione dello Stato membro competente
per l’esame della domanda, senza informare l’autorità competente di tale
primo Stato membro del suo intento di rinunciare alla sua domanda e in
cui, di conseguenza, il procedimento in parola sia ancora in corso in detto
Stato membro. In una situazione del genere, la partenza del richiedente dal
territorio di uno Stato membro nel quale questi abbia presentato una do-
manda di protezione, dovrà infatti essere equiparata, ai fini dell’applica-
zione di tale disposto, ad un implicito ritiro di detta domanda (cfr. §§47-50
della sentenza succitata; cfr. anche DTAF 2019 VI/7 consid. 6.4.1.1).
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6.2 Ora, tornando al caso in parola, occorre in primo luogo rilevare come il
ricorrente, secondo le sue stesse allegazioni come pure in base agli atti,
ha depositato la sua prima domanda d’asilo in Germania, senza tuttavia
attendere la fine della procedura di determinazione dello Stato membro
competente, mentre che in B._ è stata rilevata unicamente la sua
entrata illegale. In secondo luogo, la Germania, pur segnalando nella sua
prima risposta di rifiuto di ripresa in carico dell’interessato del (...), che ri-
terrebbe la B._ quale Stato membro competente, avendo richiesto
alla stessa una presa in carico del medesimo, non ha però fornito la prova
che tale determinazione di competenza sia stata portata a termine, segna-
tamente che la B._ abbia risposto alla stessa o che l’art. 22 par. 7
del Regolamento Dublino III sia adempiuto in specie, e che una decisione
in tal senso sia stata adottata. Pertanto, a ragione ed in conformità con la
giurisprudenza succitata, la SEM ha richiesto alle autorità tedesche, sulla
base dell’art. 20 par. 5 del Regolamento Dublino III, la ripresa in carico del
richiedente asilo. Il fatto che l’interessato abbia o meno ritirato formalmente
la sua prima domanda di protezione in Germania, non appare essere de-
terminante – come pretende invece il ricorrente nel gravame – per stabilire
l’applicazione di tale disposto in specie, in quanto anche il fatto che egli
abbia abbandonato il predetto Stato membro richiesto, senza che fosse
portata a termine la procedura di determinazione dello Stato competente
per la trattazione della sua domanda d’asilo, può essere interpretata come
un ritiro implicito della stessa (cfr. supra consid. 6.1). Inoltre, egli non può
prevalersi validamente dell’applicazione dei criteri di competenza esposti
al capo III del medesimo Regolamento – in specie dell’art. 13 par. 1 Rego-
lamento Dublino III – in quanto egli non ha apportato alcun elemento dimo-
strativo del fatto che la Svizzera sia competente per l’esame della sua do-
manda in applicazione dei criteri di cui ai disposti da 8 a 10 del predetto
Regolamento (cfr. supra consid. 6.1). Per il resto, i termini procedurali di
cui all’art. 5 par. 2 del Regolamento (CE) n. 1560/2003 succitato per la ri-
chiesta di riesame come pure per la risposta d’accettazione ricevuta dalla
Germania, sono stati rispettati. Alla luce di quanto precede, è quindi a giu-
sto titolo che, nel caso del ricorrente, sia stato applicato l’art. 20 par. 5 Re-
golamento Dublino III. In relazione a tale disposizione, la Germania è quindi
tenuta, in principio, a riprendere in carico l’insorgente, al fine di portare a
termine il procedimento di determinazione dello Stato membro compe-
tente.
6.3 Il ricorrente si oppone però al suo trasferimento verso la Germania,
poiché vorrebbe rimanere in Svizzera a causa dei membri della sua fami-
glia che ivi risiederebbero, visto il loro legame stretto, i problemi di salute
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della sorella, e la sua volontà di sostenere i medesimi anche finanziaria-
mente.
6.3.1 In tale contesto si rileva innanzitutto che i parenti dell’insorgente vi-
venti in Svizzera – ovvero quattro nipoti (di cui una maggiorenne) e la so-
rella E._ (tutti nel dossier N [...]) – come rettamente ritenuto nella
decisione avversata dalla SEM, non possono essere considerati quali “fa-
miliari” ai sensi dell’art. 2 lett. g Regolamento Dublino III, nozione sulla
quale si fondano gli art. 9 e 10 del medesimo Regolamento per determinare
la competenza di uno Stato membro, e di conseguenza queste ultime di-
sposizioni non sono applicabili alla fattispecie.
6.3.2
6.3.2.1 Per quanto attiene la situazione di malattia della sorella, potrebbe
invece trovare applicazione l’art. 16 par. 1 Regolamento Dublino III, che di-
spone in particolare che laddove a motivo di malattia grave o di grave di-
sabilità, un richiedente sia dipendente dall’assistenza di un prossimo pa-
rente (tali il figlio, il fratello o il genitore) legalmente residente in uno degli
Stati membri o laddove un figlio, un fratello o un genitore legalmente resi-
dente in uno degli Stati membri sia dipendente dall’assistenza del richie-
dente, gli Stati membri lasciano insieme o ricongiungono il richiedente con
tale figlio, fratello, o genitore, a condizione che i legami familiari esistessero
nel paese d’origine, che il parente prossimo o il richiedente siano in grado
di fornire assistenza alla persona a carico e che gli interessati abbiano
espresso tale desiderio per iscritto. Così come risulta dall’art. 16 par. 1 Re-
golamento Dublino III, la situazione di dipendenza per dei motivi medici,
suppone l’esistenza di una “malattia grave” o di una “grave disabilità” che
renda necessaria l’assistenza del famigliare.
6.3.2.2 In casu però quest’ultima condizione non risulta essere adempiuta,
in quanto dagli atti all’inserto (in particolare dal certificato medico prodotto
con il ricorso del [...] [recte: {...}]), risulta che la sorella del richiedente sia
affetta da una sindrome post-traumatica. Pur non volendo sminuirne la por-
tata, tale situazione valetudinaria, anche in mancanza di ulteriori elementi
maggiormente circostanziati, non risulta rientrare nella definizione di cui
alla disposizione succitata. La stessa non può pertanto trovare applica-
zione al caso di specie.
6.3.3 Occorre ancora determinare se, come sostenuto dal ricorrente nel
gravame, il suo trasferimento in Germania sia compatibile con l’art. 8
CEDU a causa della presenza dei nipoti e della sorella su suolo elvetico.
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6.3.3.1 Per poter invocare il diritto al rispetto della vita famigliare ex art. 8
CEDU, lo straniero non soltanto deve provare la presenza di una relazione
stretta ed effettiva con una persona della sua famiglia, ma pure che
quest’ultima abbia un diritto di presenza assicurato o duraturo in Svizzera
(cfr. DTF 135 I 143 consid. 1.3.1 e giurisprudenza ivi citata), nonché che
per l’interessato non sia possibile, rispettivamente non sarebbe ragione-
vole, proseguire la sua vita famigliare altrove (cfr. DTF 143 I 21 consid. 5.1
seg.; 139 I 330 consid. 2.1 con riferimenti). Al contrario, se la partenza del
membro che può restare in Svizzera non è possibile senza difficoltà è ne-
cessario procedere ad una ponderazione degli interessi prevista dall’art. 8
par. 2 CEDU (cfr. DTF 140 I 145 consid. 3.1 e relativi riferimenti; DTAF
2011/48 consid 6.3.1). Un’ingerenza nella vita familiare è invero ammissi-
bile se questa è prevista dalla legge e se costituisce una misura che, in una
società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, l’ordine pub-
blico, il benessere economico del paese, la prevenzione dei reati, la prote-
zione della salute o della morale, o la protezione dei diritti e delle libertà
altrui. Anche l'applicazione di una politica restrittiva in materia di immigra-
zione è un interesse pubblico ammissibile. A questo titolo, incombe alle
autorità procedere alla ponderazione dei differenti interessi in presenza,
vale a dire, da una parte l’interesse dello Stato all’allontanamento dello
straniero e, dall’altra, l’interesse di quest’ultimo a mantenere le sue rela-
zioni familiari (cfr. DTF 135 I 153 consid. 2.2.1 e DTAF 2013/49 con-
sid. 8.2). Di regola, l’applicazione dell’art. 8 CEDU non è limitata unica-
mente alla famiglia nucleare, ma comprende anche le relazioni con i fami-
gliari che possono svolgere un ruolo importante, ovvero come riconosciuto
anche dalla giurisprudenza della CorteEDU, segnatamente tra nipoti e
nonni, tra zii e zie, così come tra cugini e tra fratelli e sorelle. Ciò può essere
il caso allorché un adulto prenda il posto dei genitori per la cura e l’assi-
stenza di un fratello o sorella. La dipendenza interpersonale può risultare
a prescindere dall’età, ossia per i bisogni di cure o d’assistenza particolari
così come succede nel caso di invalidità fisiche o mentali o di gravi malattie
(cfr. DTF 120 Ib 257 consid. 1d seg. con ulteriori riferimenti citati). Tuttavia,
uno straniero maggiorenne, può prevalersi di tale disposizione soltanto se
si trova in uno stato di dipendenza particolare in rapporto a dei membri
famigliari residenti in Svizzera, in ragione, ad esempio di un’invalidità fisica
o mentale o di una grave malattia (cfr. DTF 129 II 11 consid. 2 con giuri-
sprudenza ivi citata; sentenze del TF 2D.5/2015 del 27 gennaio 2015 con-
sid. 3.2; 2C.1045/2014 del 26 giugno 2015 consid. 1.1.3 con riferimenti). I
segni indicatori di una relazione stretta ed effettiva, sono segnatamente il
fatto di coabitare, la dipendenza finanziaria, dei legami famigliari partico-
larmente stretti e dei contatti regolari (cfr. DTF 135 I 143 consid. 3.1; sen-
tenza 2C.1045/2014 consid. 1.1.2; cfr. anche sentenze del Tribunale
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F-4726/2020 del 30 settembre 2020 consid. 4.2.1, D-4075/2020 del
24 agosto 2020 consid. 8.3.1).
6.3.3.2 Nella fattispecie, la relazione che il ricorrente intrattiene con la so-
rella ed i nipoti, non appare essere di particolare intensità e dipendenza ai
sensi della norma summenzionata. Invero, per quanto attiene la sorella
E._, malgrado dai suoi asserti e dal certificato medico del (...) pro-
dotto con il ricorso, si evinca segnatamente come la stessa viva sola con
quattro figli, essendo il marito deceduto durante un (...), come pure che la
sua integrazione è difficoltosa e che il suo stato post-traumatico sarebbe
aggravato dalla separazione con il fratello e qui ricorrente; tuttavia, aldilà
di generiche affermazioni circa il sostegno che egli potrebbe dare alla so-
rella, anche finanziariamente procacciandosi un’attività lavorativa, non
viene in alcun modo dettagliato in quale misura e come l’interessato si
prenderebbe cura della medesima. Peraltro, il percorso di cura e d’integra-
zione della sorella, è stato portato avanti dalla stessa già ben prima dell’ar-
rivo del fratello in Svizzera, e non vi sono indizi che pregiudichino i mede-
simi dall’essere proseguiti anche in futuro senza l’aiuto ed il sostegno del
precitato. Per quanto concerne invece i quattro nipoti dell’insorgente (ri-
spettivamente di [...], [...], [...] e [...] anni), è solamente con il ricorso che
l’insorgente ha allegato che la sua presenza in Svizzera sarebbe fonda-
mentale per i medesimi, in quanto già prima della loro partenza dall’Afgha-
nistan egli avrebbe giocato un ruolo essenziale per i medesimi, assurgendo
a figura paterna, anche in mancanza della loro madre. Tale procedere, di
allegazioni che potevano essere addotte in precedenza, senza alcuna mo-
tivazione in merito nel gravame anzi sostenendo che fosse la SEM che
avrebbe dovuto maggiormente approfondire tale questione anche se in
mancanza di qualsivoglia elemento da lui fornito, appare essere un ele-
mento che mina fortemente la credibilità di tale supposta relazione stretta.
Tuttavia, anche fosse ritenuto verosimile il racconto dell’insorgente circa il
fatto che egli si sia preso cura dei nipoti per alcuni anni in patria in assenza
della sorella, dalle informazioni assunte dal Tribunale, risulta che i nipoti
(una dei quali è attualmente maggiorenne) siano giunti in Svizzera già il
(...), ed abbiano ottenuto l’asilo ex art. 51 cpv. 1 LAsi (derivato dalla madre
E._), già nel (...) del (...), andando a vivere con la madre presente
in Svizzera. Il ricorrente ha dal canto suo allegato di essere partito dall’Af-
ghanistan circa nel (...) del (...) (cfr. atto SEM n. 12/10, p.to 5.01, pag. 5),
quindi a circa due anni di distanza dall’ottenimento dell’asilo da parte dei
nipoti, come pure a quasi tre anni di distanza dalla loro entrata in Svizzera,
egli ha depositato una domanda d’asilo nello stesso Stato. Nel contempo,
dopo la partenza dei nipoti, egli ha riferito di essersi sposato religiosamente
nel Paese d’origine, e ivi la coniuge tutt’ora risiederebbe (cfr. atto SEM
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n. 12/10, p.to 1.14, pag. 3). Appare quindi che, per quanto la relazione con
i nipoti potesse essere stretta in Afghanistan, è trascorso diverso tempo
sino a quando egli è giunto in Svizzera, anni determinanti per la cura e
l’educazione dei primi, essendo allora tre di loro in età (...) ed uno ancora
in età (...). Nel frattempo essi hanno potuto ricongiungersi con la loro ma-
dre, che non v’è dubbio abbia ripreso nel frattempo il suo ruolo genitoriale,
ed hanno vissuto per quasi tre anni senza la presenza del ricorrente, che
si è dal canto suo – ed in contrasto con quanto da lui allegato di avere quali
unici familiari quelli presenti in Svizzera – formato una famiglia nel Paese
d’origine. Inoltre, anche se egli ha espresso il desiderio di occuparsi anche
finanziariamente dei nipoti e della sorella, di fatto non ha apportato alcuna
prova, né ha allegato, di sostenerli finanziariamente dal loro arrivo in Sviz-
zera. A fronte di tali elementi, nella presente fattispecie, all’ora attuale si
può concludere per l’assenza di una relazione stretta ed effettiva come ri-
chiesto dalla giurisprudenza in materia. Il rientro del ricorrente in Germania,
non comporterebbe peraltro l’interruzione di ogni legame con la sorella,
rispettivamente con i nipoti, bensì rimarrebbero possibili contatti telefonici
(o via Skype) e tramite messaggi elettronici, nonché visite grazie a brevi
soggiorni. In tal senso, anche se venisse ritenuta un’ingerenza alla vita fa-
migliare del ricorrente, contraria all’art. 8 CEDU, tuttavia la stessa non può
essere ritenuta sproporzionata in una ponderazione degli interessi in pre-
senza (anche dell’interesse del bambino ai sensi dell’art. 3 cpv. 1 della
Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, RS 0.107, per
quanto concerne tre dei suoi nipoti tutt’ora minorenni). Nel caso in disa-
mina, da una ponderazione degli interessi, risulta difatti che l’interesse
della Svizzera ad allontanarlo, risulti prevalere sul suo interesse privato a
restare nel predetto Paese.
6.3.3.3 A tali condizioni, e tenuto conto segnatamente del fatto che le ec-
cezioni previste all’art. 7 par. 3 Regolamento Dublino III non sono realiz-
zate in casu (cfr. supra consid. 6.3.1–6.3.3.2), la Germania è incontestabil-
mente lo Stato membro responsabile, competente al fine di portare a ter-
mine il procedimento di determinazione dello Stato membro competente
ed eventualmente, se accertata la sua competenza, ad esaminare la do-
manda d’asilo dell’insorgente. In tale contesto, non modificano la precitata
conclusione gli asserti del ricorrente relativi al fatto che i suoi motivi d’asilo
sarebbero strettamente connessi con quelli della sorella.
7.
7.1 Quanto alle condizioni di accoglienza, occorre innanzitutto ricordare
che la Germania è legata alla CartaUE e firmataria della CEDU, della Con-
venzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre pene o trattamenti
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crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105), della Convenzione
del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv. rifugiati, RS 0.142.30),
oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del 31 gennaio 1967
(RS 0.142.301) e ne applica, a tale titolo, le disposizioni.
7.2 Su tali presupposti, bisogna altresì partire dall’assunto che il rispetto
della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il diritto alla trattazione
della propria domanda secondo una procedura giusta ed equa ed una pro-
tezione conforme al diritto internazionale ed europeo da parte dello Stato
in questione sia da presumersi (cfr. direttiva 2013/32/UE del Parlamento
europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai
fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazio-
nale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva 2013/33/UE del Parlamento
europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme relative all’ac-
coglienza dei richiedenti protezione internazionale [di seguito: direttiva ac-
coglienza]).
7.3 Conseguentemente l’applicazione dell’art. 3 par. 2 del Regolamento
Dublino III è rettamente stata esclusa dall’autorità resistente.
7.4 Tale presunzione di sicurezza, non è tuttavia assoluta, e può essere
confutata in presenza di indizi concreti che le autorità di tale Stato non ri-
spettino il diritto internazionale. La stessa va inoltre scartata d’ufficio
nell’eventualità di violazioni sistematiche delle garanzie minime previste
dall’Unione europea o di indizi seri di violazioni del diritto internazionale
(cfr. DTAF 2011/9 consid. 6; DTAF 2010/45 consid. 7.4 e 7.5; sentenza
della CorteEDU [Grande Camera] M.S.S. contro Belgio e B._ del
21 gennaio 2011, 30696/09; tra le tante la sentenza del Tribunale
D-4055/2020 del 19 agosto 2020).
7.5 Inoltre, giusta l’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III («clausola di so-
vranità»), in deroga ai criteri di competenza, ciascuno Stato membro può
decidere di esaminare una domanda di protezione internazionale presen-
tata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, anche se tale esame
non gli compete.
7.6 Ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 dell’Ordinanza 1 sull’asilo relativa a que-
stioni procedurali dell’11 agosto 1999 (OAsi 1, RS 142.311), disposizione
che concretizza in diritto interno svizzero la clausola di sovranità, se motivi
umanitari lo giustificano la SEM può entrare nel merito della domanda an-
che qualora giusta il Regolamento Dublino III un altro Stato sarebbe com-
petente per il trattamento della domanda. Nell’applicazione di tale articolo,
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l’autorità inferiore dispone di un reale potere di apprezzamento ed il Tribu-
nale, a seguito dell’abrogazione dell’art. 106 cpv. 1 lett. c LAsi (entrata in
vigore il 1° febbraio 2014), dispone di un potere di esame ridotto (cfr.
DTAF 2015/9 consid. 7 seg.). Esso può infatti unicamente esaminare se la
SEM ha esercitato il suo potere di apprezzamento in modo conforme alla
legge, ossia se l’autorità inferiore ha fatto uso di tale potere e se l’ha fatto
secondo criteri oggettivi e trasparenti (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8). Qualora
la decisione sia sostenibile, tenuto conto dell’interpretazione della nozione
di motivi umanitari e sia conforme ai principi costituzionali – quali il diritto
di essere sentito, il principio della parità di trattamento ed il principio della
proporzionalità – il Tribunale non può sostituire il suo libero apprezzamento
a quello della SEM (cfr. ibidem; sentenza del Tribunale D-5666/2017 del
19 marzo 2018 consid. 4.4).
7.7 Al contrario, quando il trasferimento del richiedente nel Paese di desti-
nazione contravvenga all’art. 4 Carta UE, all’art. 3 CEDU o all’art. 3 Conv.
tortura, le autorità svizzere sono obbligate ad applicare la clausola di so-
vranità e ad entrare nel merito della domanda d’asilo (cfr. DTAF 2015/9
consid. 8.2.1).
7.8 Nel presente caso, proprio siffatti rischi di contravvenzione fanno però
difetto. D’un canto l’insorgente non ha difatti preteso di soffrire di problemi
medici di una gravità tale da mettere in discussione il suo allontanamento,
o che possano essere desumibili dagli atti di causa – essendo che la ma-
lattia alla (...) rilevata, risulta essere di lieve entità e già in trattamento (cfr.
atto SEM n. 29/2) – (cfr. sentenze della CorteEDU [Grande Camera]
Paposhvili contro Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10; [Grande Ca-
mera] N. contro Regno Unito del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9
consid. 7.1). D’altro canto, nonostante la tesi avanzata in sede ricorsuale
di violazione dell’art. 3 CEDU da parte della Germania, non vi sono indica-
tori concreti di violazione dei predetti disposti. Dal fascicolo processuale
non traspare infatti alcun indizio serio indicante che le autorità tedesche
abbiano violato il diritto dell’interessato all’esame della sua domanda
d’asilo nell’ambito di una procedura equa o che abbiano rifiutato, o che gli
rifiuteranno in futuro, di garantirgli una protezione conforme al diritto euro-
peo. Altresì l’insorgente non ha dimostrato il mancato rispetto del divieto di
respingimento da parte della Germania, né tantomeno l’esistenza di un ri-
schio di trasgressione della direttiva procedura, o della direttiva acco-
glienza.
7.9 Per il resto, circa l’esistenza di motivi umanitari ai sensi
dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, nel caso in disamina non sussistono elementi,
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per le stesse ragioni considerate nella presente decisione, per ritenere che
l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera non conforme al diritto il suo
potere di apprezzamento. Pertanto, non vi è motivo di applicare la clausola
discrezionale di cui all’art. 17 par. 1 (clausola di sovranità) Regolamento
Dublino III.
8.
Di conseguenza, in mancanza dell’applicazione della precitata norma da
parte della Svizzera, la Germania permane competente per l’esame di cui
all’art. 20 par. 5 Regolamento Dublino III ed è tenuta a riprendere in carico
il ricorrente in ossequio alle condizioni poste agli art. 23, 24, 25 e 29 del
predetto.
9.
In aggiunta, è necessario sottolineare che la diffusione della pandemia di
coronavirus (Covid-19) va annoverata tra le circostanze transitorie che seb-
bene giustifichino una temporanea sospensione del trasferimento non im-
pediscono che questo sia effettivamente posto in essere in un ulteriore e
più appropriato momento (cfr. tra le tante la sentenza del Tribunale
D-1964/2020 del 20 aprile 2020 consid. 13 con ulteriori riferimenti ivi citati).
10.
Alla luce di quanto precede, è quindi a giusto titolo che la SEM non è en-
trata nel merito della domanda di asilo dell’insorgente, in applicazione
dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso
la Germania conformemente all’art. 44 LAsi, posto che il ricorrente non
possiede un’autorizzazione di soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a
OAsi 1). In siffatte circostanze, non vi è più luogo di esaminare in maniera
distinta le questioni relative all’esistenza di un impedimento all’esecuzione
del trasferimento per i motivi giusta i cpv. 3 e 4 dell’art. 83 LStrI (RS
142.20), dal momento che detti motivi sono indissociabili dal giudizio di non
entrata nel merito nel quadro di una procedura Dublino (cfr. DTAF 2015/18
consid. 5.2).
11.
Alla luce di quanto precede, il ricorso deve essere respinto e la decisione
della SEM, che rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronun-
cia il trasferimento dalla Svizzera verso la Germania, confermata.
12.
Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di esenzione
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dal versamento di un anticipo equivalente alle presunte spese processuali
è divenuta senza oggetto.
13.
Per lo stesso motivo citato al consid. 12, anche le domande di concessione
dell’effetto sospensivo al ricorso come pure di misure supercautelari onde
evitare l’allontanamento dell’insorgente dalla Svizzera, sono divenute
senza oggetto.
14.
Da ultimo, visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono
la soccombenza, sarebbero da porre a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1
e 5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripe-
tibili dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 febbraio 2008 [TS-
TAF, RS 173.320.2]). Tuttavia, non essendo state le conclusioni ricorsuali
d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole e potendo partire dal
presupposto che l’insorgente è indigente, v’è luogo di accogliere la do-
manda di assistenza giudiziaria nel senso dell’esenzione dal pagamento
delle spese processuali (art. 65 cpv. 1 PA).
15.
La presente decisione non concerne una persona contro la quale è pen-
dente una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che ha abban-
donato in cerca di protezione, e pertanto non può essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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