Decision ID: ea26c3ff-3d29-57cc-8906-346ffdb8a3be
Year: 1999
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto:
A.
Il 7 dicembre 1983 l’attore ha sposato _ e il 1° gennaio 1984 è nato _.
L’unione dei coniugi _ è stata sciolta con sentenza 22 febbraio 1990, mentre con sentenza 30 maggio 1995 è stata disconosciuta la paternità dell’attore nei confronti di _.
Oggetto della petizione, rivolta contro il padre naturale di _ è il risarcimento di quanto speso per il mantenimento del figlio disconosciuto e degli alimenti versati alla moglie, oltre al risarcimento del torto morale subito, il tutto per fr. 96’000.-- oltre interessi.
Il convenuto si è opposto alla petizione sostenendo che l’attore avrebbe sempre saputo di non essere il padre di _ per non avere avuto relazioni intime con lei al momento del concepimento, avvenuto ben prima del matrimonio. L’azione sarebbe in ogni caso prescritta e non sussisterebbero comunque le premesse per risarcimento di sorta.
B.
Nel giudizio qui impugnato il Pretore, riassunti i fatti rilevanti, ha escluso l’applicabilità delle invocate norme sull’atto illecito in favore di quelle sull’indebito arricchimento. Respinta l’eccezione di prescrizione, il primo giudice ha ravvisato gli estremi dell’indebito arricchimento nella misura in cui l’attore ha provveduto al mantenimento di _ in luogo del convenuto, ritenendosi erroneamente il di lui padre naturale, oltre che legittimo, fino all’avvio dell’azione di disconoscimento di paternità.
Dal che l’accoglimento della petizione per fr. 27’469.65 oltre interessi, mentre respinta è stata la pretesa di risarcimento del torto morale subito, non avendo l’attore fornito la prova delle circostanze soggettive attestanti la sua sofferenza morale.
C.
Con l’appello il convenuto chiede la riforma della sentenza pretorile nel senso di respingere la petizione sostenendo che l’attore, che vi era tenuto, non avrebbe fornito la prova delle condizioni di applicazione dell’art. 63 CO, segnatamente per non avere dimostrato di avere avuto relazioni intime con la madre durante il periodo del concepimento, atteso che solo tale circostanza avrebbe potuto indurlo a credere di essere il vero padre di _.
D.
Con l’appello adesivo l’attore postula invece l’attribuzione di un’indennità per torto morale di fr. 10’000.--, ritenendo lesiva degli art. 8CC e 42 CO la decisione del Pretore di porre a carico del leso l’onere di dimostrare gli estremi della sofferenza subita, che sarebbe di comune ed immediata comprensione, non potendosi applicare alla specie il principio dedotto dalla sentenza DTF 120 II 98.
E.
Delle osservazioni delle parti ai gravami avversari, dei quali è chiesta la reiezione con protesta di spese e ripetibili, si dirà, per quanto necessario, nei successivi considerandi.

Considerato
in diritto:
1.
L’art. 255 cpv. 1 CC stabilisce che la paternità del marito è presunta se il figlio è nato durante il matrimonio o entro trecento giorni dallo scioglimento del medesimo. Atteso che la norma, esplicitamente, è applicabile ad ogni figlio nato nel matrimonio, e perciò anche a quelli concepiti prima della sua conclusione (
Honsell/Vogt/Geiser
, Schweizerisches Zivilgesetzbuch I, Basilea, 1996, n. 4 ad art. 255 CC;
Hegnauer
, Grundriss des Kindesrechts, 4. edizione, Berna, 1994, n. 5.06, pag. 42), dovendosi presumere che un uomo che sposa una donna incinta lo fa per il motivo che egli è il padre (
Hegnauer
, Berner Kommentar, n. 23 ad art. 255 CC).
Se ne deve comunque concludere che per i figli nati entro 180 giorni dalla celebrazione del matrimonio la presunzione legale di cui all’art. 255 CC implica la presunzione naturale del concepimento del figlio da parte dei futuri coniugi prima della celebrazione del matrimonio.
2.
E’ ben vero che se il figlio viene concepito prima del matrimonio ricorrono le premesse della contestazione facilitata della presunzione di paternità, costituendo per l’appunto il solo fatto del concepimento precedente il matrimonio motivo sufficiente per ammettere l’azione di disconoscimento (art. 256b cpv. 1 CC) a meno che il marito renda verosimile di avere avuto concubito con la madre al tempo del concepimento (art. 256b cpv. 2 CC), ed è altresì vero che nel caso in esame la presunzione di paternità in favore dell’attore è stata superata dall’accoglimento dell’azione di contestazione promossa dal figlio.
Tuttavia, dall’esame della sentenza 30 maggio 1995 che ha disconosciuto la paternità dell’attore si evince che essa è stata accolta per il motivo della dimostrazione della non paternità del marito per mezzo di una perizia eseguita sul sangue delle parti in causa (consid. 3), e non per effetto della contestazione facilitata della paternità di cui al prefato art. 256b cpv. 1 CC, e d’altra parte il qui attore -come rettamente rileva il Pretore- non ha in quella sede ammesso di non avere avuto rapporti con la madre all’epoca del concepimento (cfr. risposta 22 febbraio 1995, punto 1, pag. 1), ma ha al contrario preteso l’erezione di una perizia, rifiutando che la causa -come sarebbe stato possibile se egli si fosse adagiato alla tesi del mancato concubito- venisse accolta già solo sulla base delle norme sulla contestazione facilitata.
Ne consegue, in tali circostanze, che il superamento della presunzione di paternità dell’attore non ha comportato anche il superamento della presunzione del suo concubito con la madre, il che basterebbe a determinare la reiezione del gravame principale.
3.
Al medesimo risultato si giunge comunque anche prescindendo dalla considerazione delle predette presunzioni di legge, ed esaminando la concreta fattispecie nell’ottica della censura dell’appellante attinente all’ossequio dell’onere della prova in relazione alla conoscenza da parte dell’attore della circostanza dell’esclusa sua paternità.
La certezza di tale conoscenza potrebbe essere ammessa unicamente nel caso in cui l’attore non avesse avuto rapporti con la madre di _ nel periodo del concepimento, ed è per questo motivo che il convenuto pretende che l’attore dimostri, al contrario di averne avuti.
3.1
E’ di meridiana evidenza il fatto che -non potendosi oltretutto far capo alla testimonianza dell’ex coniuge (art. 228 cifra 1 CPC)- risulta difficile, per non dire impossibile, fornire la prova sicura dell’esistenza ad una certa data di rapporti intimi tra le persone interessate.
Per questo motivo il legislatore quando accolla al presunto padre l’onere di dimostrare il concubito con la madre all’epoca del concepimento si limita ad esigere che la prova raggiunga il grado della verosimiglianza (art. 256b cpv. 2 CC). La soglia di tale verosimiglianza è raggiunta quando vi è una “gewisse Wahrscheinlichkeit” in favore del concubito anche se vi è la possibilità che esso non sia avvenuto (
Honsell/Vogt/Geiser
, opera citata, n. 10 ad art. 256a/256b CC; Hegnauer, Berner Kommentar, n. 19 ad art. 256a/256b CC), laddove il fatto che la madre sia acquiescente nell’azione di disconoscimento oppure dichiari a terzi la non paternità del marito non è decisivo, dovendosi piuttosto procedere ad un esame globale delle circostanze, in cui, comunque, per il raggiungimento della richiesta verosimiglianza vanno poste “geringe Anforderungen”, dovendo bastare che il concubito del (futuro) marito sembri più verosimile dell’ipotesi contraria (
Hegnauer
, ibidem).
3.2
Tolta la deposizione dell’ex moglie, l’unica prova diretta è l’interrogatorio formale, che però non fornisce espliciti elementi di rilievo a sostegno o a detrimento della tesi dell’esistenza di rapporti intimi tra l’attore e la madre di _ all’epoca del concepimento.
Vero è però anche che dal tenore delle affermazioni dell’attore tali rapporti vengono dati per sottintesi, nel senso che se si ammette -come deve essere ammessa- la sincerità della sorpresa dell’attore nell’avere appreso solo con l’azione di disconoscimento che il _ era il padre naturale di _ (cfr. le risultanze di interrogatorio formale rettamente indicate dal Pretore al consid. 5.2), questo va inteso nel senso che egli fino a quel momento pensava di essere lui stesso il padre e non, come sottintende la tesi del resistente, che egli non sapeva chi fosse il padre ma era certo di non esserlo lui.
Va inoltre rilevato che nell’azione di divorzio la madre indicava senza riserve il figlio _ come frutto del matrimonio, e che solo dopo l’avvio dell’azione di divorzio essa ha avvertito il convenuto della di lui paternità, convenuto che pertanto prima di allora non aveva a sua volta motivo di ritenere che l’attore non fosse il padre di _.
Anche dal profilo delle circostanze contingenti -fatta salva la simultanea carcerazione di entrambi i coniugi _ (ma in un momento successivo al concepimento)- non sono state addotte particolari situazioni che rendessero improponibile il concubito, mentre sulla soggettiva reazione del qui attore nella causa di disconoscimento di paternità -favorevole alla tesi dell’esistenza di rapporti- già si è detto al consid. 2.
Merita in definitiva ampia conferma il giudizio del Pretore quo all’azione principale.
4.
Con l’appello adesivo l’attore censura la mancata attribuzione in suo favore di un’indennità per torto morale adducendo anche in questa sede di avere subito un’evidente violazione dei diritti della personalità e contestando di essere in un simile caso tenuto a fornire la prova delle circostanze soggettive da cui desumere la sua effettiva sofferenza morale.
4.1
Il primo ostacolo all’accoglimento della pretesa dell’attore è costituito dalla difficoltà di identificare nel convenuto l’effettivo responsabile dell’asserita sofferenza morale.
Se questa, come sommariamente affermato in petizione (punto 5, pag. 3), è conseguente al venir meno del convincimento di essere il padre naturale di _, la responsabilità sembra ricadere soprattutto sulla ex moglie, che nella causa di disconoscimento affermava di avere sempre saputo dell’esclusa paternità del marito, e non invece sul convenuto, che sino al 1990 era a sua volta all’oscuro della sua paternità.
E’ perciò manifesto che, nell’ottica del torto morale, almeno sino al 1990 non può essere addebitato alcunché al convenuto se non il concubito nel 1983 con donna a quel momento libera da vincoli matrimoniali, delle cui conseguenze egli risulta essere stato ignaro circa fino all’avvio della causa di divorzio.
Nel 1990 egli è stato informato di essere il padre naturale di _, ma questa presa di coscienza, a ben vedere, non muta affatto la sua posizione nei confronti della pretesa violazione dei diritti della personalità dell’attore e non concorre perciò a renderlo in qualche misura responsabile della sofferenza del procedente. Non può infatti essere sostenuto -né l’attore lo pretende- che il silenzio del convenuto nei confronti dell’attore circa la paternità di _ sarebbe di per sé stato lesivo della personalità dell’attore, essendo al contrario evidente che la persistenza dell’errore circa la propria paternità lo metteva al riparo dalle lamentate sofferenze, ragione per cui, in senso contrario alla tesi dell’appellante, una responsabilità del convenuto sarebbe semmai stata concepibile qualora egli, scientemente, gli avesse comunicato la circostanza.
In definitiva la pretesa per torto morale va reietta già solo per il motivo che nella fattispecie la pretesa sofferenza psichica dell’attore non può giuridicamente essere addebitata al convenuto.
4.2
E’ pertanto solo a titolo abbondanziale che si rileva che il giudizio impugnato è comunque conforme al diritto laddove addebita al convenuto la mancata prova delle circostanze soggettive che hanno concretizzato l’asserita sofferenza morale.
Infatti, contrariamente ad un caso manifesto di insopprimibile sofferenza morale, quale può essere quello della morte di un prossimo congiunto o della perdita in misura rilevante della propria integrità fisica, nel caso in esame la particolare natura dell’atto cui viene ricondotta la lesione -cioè la presa di coscienza della paternità naturale di un terzo- è suscettibile di produrre conseguenze diverse a seconda, oltre che delle circostanze, della personale sensibilità del singolo individuo.
Le circostanze di specie sembrano in astratto essere indizianti di una non particolare sofferenza del convenuto: in primo luogo va considerato che al momento dell’introduzione dell’azione di disconoscimento della paternità l’unione coniugale era già terminata da anni, come del resto pretende la legge per l’azione del figlio (art. 256 cpv. 1 cifra 2 CC), ed inoltre si deve tenere conto del significativo fatto che -per espressa ammissione dell'interessato (petizione, punto 5, pag. 3)- i rapporti personali dell’attore con _ non risultano essersi deteriorati.
Tolto ciò, nulla è stato addotto dal convenuto a sostegno della propria particolare sofferenza psichica (depressione o altri disturbi psichici, disturbi del sonno, ecc.), né è stato sostenuto o dimostrato che la questione sarebbe divenuta di pubblico dominio e che per questo egli avrebbe in qualche misura dovuto far fronte a reiterate situazioni di imbarazzo o vergogna nella cerchia dei conoscenti o in ambito professionale.
Ne consegue perciò, ai sensi dei considerandi, la reiezione di entrambi i gravami, e con essi della domanda di assistenza giudiziaria del convenuto quo all’appello adesivo, privo di possibilità di esito favorevole, mentre la stessa -dopo compensazione con le ripetibili- va ammessa quo alla presentazione delle osservazioni all’appello principale.
Tassa di giustizia, spese e ripetibili seguono la soccombenza (art. 148 CPC).