Decision ID: 36a0d6d0-b679-5401-8341-7dddef05e757
Year: 2015
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_006
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto: A.
RE 2 ha assistito per circa cinque anni E_ E_, madre di CO 1, deceduta il 26 ottobre 2012 all’età di 105 anni. Durante questi anni, RE 2, oltre ad aver prestato le cure necessarie all’anziana, che viveva nell’appartamento sopra il suo, ha lavorato nel contempo sia come custode dello stabile dove risiedeva che come segretaria presso lo studio medico del dott. med. _.
B.
Il 5 marzo 2009, alla presenza di due testimoni, E_ E_ ha controfirmato un testo dattiloscritto – indirizzato a suo figlio e alla di lei moglie – nel quale, oltre ad esternare il sentimento di profonda gratitudine nei confronti di RE 2 per l’affettuosa assistenza prestatale, ha espresso la volontà che la sostanza ereditaria fosse “almeno” divisa fra di loro
(
“Ich möchte auch, dass Du CO 1 mein Sohn und _ als meine Schwiegertochter mit der Frau RE 2 genannt (H_),
das ganze Vermögen mindestens mit-einander teilt.
[...]
Ich möchte, dass Ihr meine Kinder in meinem Sinne handelt”
(doc.
B accluso all’istanza, inserto B dell’istrumento di pubblicazione del 22 febbraio 2013 del notaio avv. _).
C.
Con istanza 26 marzo 2014 diretta contro CO 1, RE 2 ha chiesto alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 5, di decretare il sequestro presso la _ e _ di
“tutti gli averi e di tutte le somme in qualunque valuta, carte e valori, titoli, azioni, obbligazioni, crediti, diritti, garanzie bancarie o effetti cambiari, metalli preziosi, depositati nel nome e per il conto della successione fu E_ E_”
,
come pure il sequestro delle quote di comproprietà per piani n. _ e _
della particella n. _ RFD di _, il tutto fino a concorrenza di fr. 487'000.– oltre interessi del 5% dal 26 ottobre 2012 per
“garantire in qualche modo la giusta remunerazione dell’istante per il lavoro svolto in favore della sig.ra E_
”, facendo valere quale titolo del credito lo scritto del 5 marzo 2009
. Quale causa del sequestro l’istante ha indicato il domicilio del debitore all’estero (art. 271 cpv. 1 n. 4 LEF).
D.
Avendo il Pretore accolto integralmente l’istanza
con decreto del 27 marzo 2014 e ordinato il sequestro secondo le modalità richieste, alla cui esecuzione l’Ufficio esecuzione di Lugano ha proceduto il 31 marzo 2014 (verbale n. _), con istanza 7 aprile 2014 CO 1 ha presentato opposizione al decreto di sequestro. All
’
udienza di discussione del 14 luglio 2014 la parte debitrice ha confermato la sua opposizione, mentre la controparte ha concluso per la reiezione della stessa e la conferma del decreto di sequestro. In sede di replica e di duplica le parti hanno sostanzialmente ribadito le rispettive posizioni.
E.
Statuendo con decisione 8 settembre 2014 il Pretore ha accolto l’opposizione e annullato il sequestro, ponendo a carico della parte sequestrante le spese processuali di fr. 1'000.– e ripetibili di fr. 5'000.– a favore dell’opponente.
F.
Contro la sentenza appena citata RE 2 è insorta
a questa Camera
con un reclamo del 18 settembre 2014 con cui ha chiesto, in via principale, l’annullamento dell’opposizione al sequestro e il rinvio della causa al Pretore per nuovo giudizio, e in via subordinata la riduzione a fr. 2'500.– dell’indennità per ripetibili posta in favore dell’opponente. Nelle sue osservazioni del 16 ottobre 2014, CO 1 ha concluso per la reiezione del reclamo.

Considerando
in diritto: 1.
La sentenza impugnata – emanata in materia di opposizione al sequestro – è una decisione di prima istanza finale e inappellabile (art. 309 lett. b n. 6 CPC), contro cui è dato esclusivamente il rimedio del reclamo (art. 319 lett. a CPC e 278 cpv. 3 LEF) alla
Camera di esecuzione e fallimenti (CEF) del Tribunale d’appello (art. 48 lett. e n. 1 LOG)
.
1.1
Pronunciata in procedura sommaria (art. 251 lett. a CPC), la decisione è impugnabile con reclamo entro dieci giorni dalla notificazione (art. 321 cpv. 2 CPC).
Presentato il 18 settembre 2014 contro la sentenza notificata al patrocinatore della reclamante al più presto il 9 settembre, in concreto il reclamo è tempestivo.
1.2
La Camera esamina solo le censure esplicitamente formulate e motivate in modo sufficiente, i requisiti al riguardo, che discendono dall’art. 321 cpv. 1 CPC, imponendo al reclamante di formulare delle conclusioni chiare, di designare dettagliatamente sia i punti contestati della sentenza impugnata sia i documenti sui quali fonda la sua critica e di spiegare perché la motivazione della decisione sarebbe erronea, e non (solo) perché le sue opinioni sarebbero pertinenti (DTF 138 III 375, consid. 4.3.1 e sentenza del Tribunale federale 5A_247/2013 del 15 ottobre 2013, consid. 3.3). Nel caso specifico, contrariamente a quanto afferma il resistente (osservazioni preliminare n. 2), la reclamante si è confrontata con la decisione impugnata, indicando i fatti che ritiene accertati in modo manifestamente errato (ad esempio l’entità lavorativa dedicata a E_ E_ o il carattere gratuito dei regali da lei ricevuti) e contestando le esigenze probatorie troppo elevate poste dal Pretore (v. sotto consid. 4). Sotto questo profilo, dunque, il reclamo è ricevibile.
1.3
Secondo l’art. 320 CPC con il reclamo possono essere censurati sia l’applicazione errata del diritto sia l’accertamento manifestamente errato dei fatti.
a)
La giurisdizione cantonale superiore ha lo stesso potere di cognizione del giudice di prima istanza e verifica quindi sotto l’angolo della semplice verosimiglianza se i presupposti del sequestro sono realizzati, riesaminando liberamente e sommariamente l’applicazione del diritto (art. 320 lett. a CPC; sentenza del Tribunale federale 5A_925/2012 del 5 aprile 2013, consid. 9.3).
b)
La Camera decide in linea di principio in base agli atti di causa della giurisdizione inferiore (art. 327 cpv. 1 e 2 CPC), ma le parti possono far valere fatti e mezzi di prova nuovi (art. 278 cpv. 3 LEF e 326 cpv. 2 CPC),
verificatisi sia prima che dopo l’emanazione della sentenza di primo grado (cfr. sentenza della CEF 14.1999.82 del 10 aprile 2000, consid. 1.5/e) fino alla chiusura dello scambio degli allegati (sentenza della CEF 14.1999.3 del 5 luglio 1999, consid. 3). È ammessa solo la produzione di documenti (art. 254 cpv. 1 CPC; DTF 138 III 639 consid. 4.3).
L’accertamento dei fatti e l’apprezzamento delle prove possono essere censurati unicamente se sono manifestamente errati o arbitrari (art. 320 lett. b CPC; DTF 138 III 234 consid. 4.1). Ove la correzione del vizio sia suscettibile d’influire sull’esito della causa, la Camera interviene, quindi, soltanto se il giudice di prime cure non ha manifestamente capito il senso e la portata di un mezzo di prova, ha omesso, senza motivi oggettivi, di considerare prove pertinenti o ha tratto deduzioni insostenibili dagli elementi raccolti (cfr. per analogia: sentenza del Tribunale federale 5A_739/2012 del 17 maggio 2013, consid. 2.2 e i rinvii;
Jeandin
in: CPC commenté, 2011,
n. 5-6 ad art. 320 CPC con rimandi).
2.
In virtù dell’art. 272 cpv. 1 LEF, il sequestro è concesso purché il creditore renda verosimile l’esistenza del suo credito (n. 1), di una causa di sequestro (n. 2) e di beni appartenenti al debitore (n. 3).
2.1
I fatti sono resi verosimili quando il giudice, fondandosi su indizi oggettivi – che risultano dagli atti (art. 254 cpv. 1 CPC) – sufficienti a costituire un “inizio di prova”, ne ricava l’impressione che i fatti pertinenti si siano realizzati, senza dover escludere la possibilità che si siano svolti in altro modo (DTF 138 III 233 consid. 4.1.1; RtiD 2012 II 927 consid. 1.3). In particolare egli deve convincersi che la pretesa vantata dal sequestrante esiste per l’importo enunciato ed è esigibile. Per quanto attiene al fondamento giuridico dell’istanza, il giudice procede a un esame sommario, cioè né definitivo né esaustivo, al termine del quale emana una decisione provvisoria (DTF 138 III 638-9 consid. 4.3.2), a questo stadio senza contraddittorio (per garantire l’effetto sorpresa).
2.2
Il decreto di sequestro (art. 274 cpv. 2 LEF) può essere contestato dal debitore o dai terzi toccati nei propri diritti con opposizione (art. 278 LEF) allo stesso giudice che l’ha pronunciato. Egli riesamina tutti i presupposti del sequestro – purché contestati – con un potere di cognizione immutato, ma in contraddittorio, quindi alla luce anche degli argomenti dell’opponente. Il giudice non agisce d’ufficio (art. 58 cpv. 2 CPC) e decide unicamente in base ai fatti allegati (art. 55 cpv. 1 CPC) e resi verosimili, salvo che siano stati ammessi o non contestati dalla controparte non contumace oppure siano notori (art. 150 cpv. 1, 151 e 254 CPC; sentenza della
CEF
14.2011.113
dell
’8
settembre 2011
,
consid. 6.5
)
. Sono inammissibili censure dirette non contro il decreto di sequestro ma contro gli atti di esecuzione del sequestro (art. 275 LEF), affidati all’ufficio d’esecuzione (art. 274 cpv. 1 LEF). Esse vanno fatte valere con ricorso all’autorità di vigilanza nel senso dell’art. 17 LEF (DTF 129 III 207 consid. 2.3).
3.
Nella decisione impugnata il Pretore ha considerato che la pretesa retributiva di fr. 487'000.– fatta valere dalla sequestrante per il lavoro svolto a favore della defunta E_ E_ non ha trovato conferma alla luce delle considerazioni e degli elementi di prova apportati da CO 1, in particolare perché la sequestrante – nel periodo in cui si è occupata dell’anziana signora – ha comunque ricevuto mensilmente dalla stessa fr. 500.– (fr. 600.– nell’ultimo anno di vita), oltre a fr. 30'000.– annui, da essa qualificati quali “regali”, per un totale annuo di circa fr. 36'000.–, ossia fr. 3'000.– mensili. Il giudice di prime cure ha quindi ritenuto che tale somma fosse
“più che adeguata per un’attività di assistenza e di cura che comunque risulta essere accessoria e a tempo residuo, dato che nel contempo la sequestrante lavorava all’80% alle dipendenze del dottor _ e esercitava, in più, l’attività di custode presso lo stabile di via _”
(sentenza, pag. 5 in basso).
In merito allo scritto 5 marzo 2009, il Pretore ha rilevato che esso non rappresenta una pattuizione di retribuzione che preveda un salario determinato o determinabile. A detta sua, in quel testo E_ E_
esprime solo un’immensa gratitudine nei confronti della sequestrante e formula, tutt’al più, una sua volontà all’indirizzo del figlio e della nuora, senza però assumere alcun obbligo verso la sequestrante. E, comunque, tale volontà non appare confezionata in una forma testamentaria valida. In queste circostanze, il Pretore ha quindi accolto l’opposizione del debitore e revocato il sequestro senza esaminare i due altri presupposti (verosimiglianza di una causa di sequestro e dell’esistenza di beni appartenenti al debitore).
4.
Nel reclamo, RE 2 rimprovera al Pretore di aver omesso di considerare che in procedura sommaria il sequestrante non ha a disposizione tutti i mezzi di prova atti a comprovare le sue affermazioni e che il solo fatto ch’essa abbia già avviato l’azione di merito (in via riconvenzionale) per far accertare il suo credito lo rende verosimile. Nel merito, essa rileva che non vi era alcuna incompatibilità fra le attività professionali da lei svolte e la cura costante prestata a E_ E_ (da lei stimata in 5-6 ore al giorno) con l’aiuto del marito e della figlia, visto che le stesse si svolgevano tutte nel medesimo stabile ed erano perfettamente organizzate fra loro. La reclamante ribadisce inoltre che i soldi ricevuti mensilmente dall’assistita non erano una remunerazione, ma servivano a coprire le spese vive che doveva sostenere per conto dell’anziana signora (costi del telefono, trasferte in auto, posteggi, francobolli, gettoni di lavanderia, ecc.). Pure i regali (somme di denaro) che le venivano donati saltuariamente per le ricorrenze abituali come il Natale, il compleanno, il matrimonio di uno dei figli o il battesimo di un nipote (reclamo, pag. 5 ad 8) – a detta sua – erano un modo per l’assistita di indennizzarla per l’aiuto giornaliero che riceveva e per non aver preso giorni di ferie per due anni consecutivi al fine di accudirla (reclamo, pag. 6 in alto). La sequestrante reputa arbitraria quindi la conclusione a cui è pervenuto il Pretore, il quale – secondo lei – non poteva affermare che i regali non fossero tali e che la defunta non avesse l’
“animus donandi”
,
ma volesse invece retribuirla.
Ritenendo così di non essere mai stata rimunerata per il lavoro svolto, la reclamante sostiene che è proprio con lo scritto del 5 marzo 2009 che E_ E_ ha voluto prevedere una retribuzione adeguata a suo favore, invitando il figlio a dividere a metà con lei il patrimonio successorio, pari a suo dire all’incirca a fr. 5 mio. Per lei, quindi, questo testo rende verosimile sia l’esistenza del credito sia l’ordine di grandezza del suo ammontare (fr. 2.5 mio), fermo restando che la remunerazione da lei richiesta è soltanto di fr. 487'000.–. Circa la quantificazione dettagliata di tale importo essa rinvia alla sua petizione riconvenzionale a convalida del sequestro presentata nella causa promossa da CO 1 per far annullare le disposizioni testamentarie del
5 marzo 2009
(doc. Q accluso all’istanza), non senza ricordare che la sua sostituta in caso di ferie o vacanze era pagata fr. 500.– al giorno nel primo anno e fr. 300.– al giorno gli ultimi anni. In conclusione, la reclamante considera di aver portato quel “inizio di prova” richiesto dalla giurisprudenza, che il Pretore, a detta sua, “avrebbe esteso fin quasi alla dimostrazione definitiva del credito”.
5.
Nelle sue osservazioni al reclamo, preliminarmente CO 1 contesta l’esistenza di una causa di sequestro e di un titolo di credito, quello citato nell’istanza – un testamento che anche la sequestrante considera nullo – divergendo dal contratto di lavoro ch’essa fa valere nel reclamo. Egli ritiene, d’altronde, che la reclamante non è riuscita ad oggettivare le proprie pretese, e in particolare non ha fornito alcun inizio di prova circa l’estensione
dell’attività svolta e l’esistenza di un accordo di retribuzione, ammettendo, anzi, che le sue aspettative erano quelle di una ricompensa alla morte di
E_ E_
, ciò che per l’opponente nulla ha a che vedere con una retribuzione. Considerare, in queste circostanze, inverosimile il credito per salari invocato non è secondo lui arbitrario.
6.
Preliminarmente, giova constatare come il credito per cui è chiesto il sequestro non sia, in sé, lo scritto
5 marzo 2009 di E_ E_ (doc. B),
bensì
“la giusta remunerazione”
per il lavoro svolto dalla sequestrante, che sarebbe a suo dire in qualche modo “garantita” dall’invito rivolto dall’anziana al figlio con il noto scritto a dividere con lei, RE 2, la sostanza ereditaria (cfr.
istanza, pag. 4 ad 5,
e reclamo, pag. 6-7 ad 9). Contrariamente a quanto sostiene l’opponente, la sequestrante non ha mutato la causa del credito e la menzione (“istrumento di pubblicazione dello scritto 5 marzo 2009 del 22 febbraio del notaio avv. _”) presente sul decreto di sequestro non è quindi di rilievo, se non nel senso indicato nell’istanza di sequestro. Ciò posto, non v’è dubbio che il preteso credito per salario, che sarebbe sorto tra parti entrambe domiciliate in Svizzera per prestazioni ivi effettuate, abbia un legame con la Svizzera sufficiente a giustificare la causa di sequestro invocata dalla sequestrante, ovvero quella dell’art. 271 cpv. 1 n. 4 LEF.
7.
Che la reclamante
abbia già avviato l’azione di merito (in via riconvenzionale) per far accertare il credito per salari da lei vantato non lo rende, di tutta evidenza, verosimile. Concessione (art. 272 LEF) e convalida (art. 279 LEF) del sequestro, infatti, sono fasi strutturalmente e temporalmente distinte. Il sequestro può così essere decretato unicamente se l’esistenza, l’importo e l’esigibilità del credito vantato dal sequestrante sono già verosimili al momento della presentazione dell’istanza (rispettivamente del giudizio sull’opposizione al sequestro), indipendentemente dalla situazione processuale nella causa di convalida, segnatamente per quanto riguarda l’assunzione delle prove. Il reclamo, su questo punto, non merita ulteriori approfondimenti.
8.
Pare invece verosimile che l’assistenza prestata a
E_ E_ sia quantificabile in diverse ore al giorno, come risulta dall’interrogatorio della sequestrante davanti al Ministero pubblico (doc. 3, pag. 5) e dal fatto, non contestato e in parte confermato dalla stessa anziana (cfr. doc. B), ch’essa, in ragione della sua età e della sua salute, abbisognava, ad ogni modo negli ultimi anni, di cure costanti, interamente prodigate
dalla sequestrante, con l’aiuto del marito e della figlia
(fatte salve alcune ferie e assenze in cui è stata sostituita da M_). Resta da stabilire, tuttavia, se tra l’anziana e la reclamante, come quest’ultima sostiene, era davvero sorto un contratto di lavoro o perlomeno un obbligo di rimunerazione a carico di E_ E_.
8.1
La reclamante sostiene l’esistenza di un tale obbligo sulla base del noto
scritto del 5 marzo 2009 (doc. B), in cui
E_ E_, nel confermare l’aiuto costante ricevuto dal settembre del 2007, ha dichiarato che i rimanenti soldi della cassetta di sicurezza da lei regalati erano solo un piccolo riconoscimento per l’assistenza
affettuosa prestata e tutto il lavoro avuto con lei
(“Das ist nur eine kleine Anerkennung für die liebevolle Führsorge und all di Arbeit welche Sie mit mir hatte
”). Sennonché
E_ E_ non parla di salario o di retribuzione, bensì di un riconoscimento, una ricompensa che la sequestrante avrebbe dovuto ricevere dopo la sua morte secondo le indicazioni date al figlio adottivo (cfr. reclamo, pag. 7 in alto). Da tale scritto si evince tutt’al più l’espressione di un obbligo morale nei confronti della reclamante, ma sicuramente non la conferma di un contratto di lavoro, ciò che avrebbe presupposto l’esistenza di un rapporto di subordinazione e di un accordo di remunerazione a tempo o a cottimo (art. 319 CO), che all’evidenza nella fattispecie difetta. Il fatto poi che la disposizione di ultima volontà sia nulla per motivi di forma non può cambiare la natura della relazione giuridica tra le interessate, trasformandola come per incanto in un contratto di lavoro.
8.2
La reclamante, d’altronde, non risulta mai aver chiesto a E_ E_ di essere rimunerata, verosimilmente perché era legata a lei da “forti legami di amicizia” (pag. 6 in alto), quasi fosse con il marito e la figlia la sua “unica famiglia” (reclamo, pag. 6 a metà). Per la sua dedizione ha ricevuto cospicui regali (quantificati dal Pretore, senza contestazione da parte della reclamante, in fr. 30'000.– l’anno) e ricorrenti indennizzi (di fr. 500.– mensili, aumentati a fr. 600.– l’ultimo anno) quando l’anziana era ancora in vita, facendo assegnamento per il futuro su un’aspettativa di natura successoria. Anche suo marito, del resto, ritiene che non sussistesse alcun contratto di lavoro, precisando che “non era un lavoro ma era diventato un rapporto affettivo” (verbale d’interrogatorio dell’11 ottobre 2013, doc. 6 pag. 4 n. 40-41). In queste circostanze, ancorché in parte per altri motivi, nell’esito non si può reputare manifestamente errata la conclusione del Pretore circa l’inverosimiglianza della pretesa di remunerazione di fr. 487'000.– avanzata dalla sequestrante, donde la reiezione del reclamo.
9.
In via subordinata, la reclamante, chiede che le ripetibili (di fr. 5'000.–) assegnate in prima istanza alla controparte, vengano ridotte della metà (reclamo, pag. 8 ad 12). Essa ritiene infatti che l’importo calcolato in base all’art. 11 del Regolamento
sulla tariffa per i casi di patrocinio d’ufficio e di assistenza giudiziaria e per la fissazione delle ripetibili (RTar,
RL 3.1.1.7.1
) sia eccessivo, proponendo invece di calcolare le ripetibili sulla scorta dell’art. 13 RTar. Nello specifico, essa afferma che il tempo necessario per la parte opponente nella gestione della pratica può essere stimato all’incirca in 10 ore di lavoro a fr. 250.– l’ora (reclamo, pag. 8 ad 12 in basso). L’opponente, dal canto suo, contesta recisamente la richiesta di controparte, precisando che il suo patrocinatore attuale, avv. PA 2, ha assunto il mandato a procedura di sequestro avviata e ha quindi dovuto esaminare la causa di merito e l’intero incarto penale per poter rispondere con cognizione di causa (osservazioni, pag. 11 ad 12 in basso).
9.1
In forza del rinvio di cui all’art. 105 cpv. 2 CPC, le ripetibili devono essere stabilite in base alle tariffe cantonali (art. 96 CPC), in Ticino in base al precitato Regolamento. L’art. 11 cpv. 1 RTar prevede che per le cause ordinarie con un valore litigioso tra fr. 100'000.– e fr. 500'000.–, la retribuzione dovuta alla parte vincente per il compimento dell’intera procedimento può essere quantificata fra il 6% e il 9% del valore di causa. In deroga al cpv. 1, la norma prevede che “nelle procedure speciali civili e di esecuzione e fallimenti, le ripetibili sono fissate tra il 20% e il 70% dell’importo calcolato secondo il cpv. 1” (art. 11 cpv. 1 lett. b RTar
).
Tra l’aliquota minima e quella massima l’indennità va fissata in base alle circostanze concrete, “secondo l’importanza della lite, le sue difficoltà, l’ampiezza del lavoro svolto e il tempo impiegato dall’avvocato, avuto riguardo allo svolgimento del patrocinio” (art. 11 cpv. 5 RTar)
.
Tuttavia “nel caso di manifesta sproporzione tra il valore litigioso o le prestazioni eseguite e l’onorario
dovuto in base alla presente tariffa e nel caso in cui le particolarità del caso o gli interessi delle parti in causa lo giustifichino”, l’art. 13 cpv. 1 RTar, prevede che “l’autorità competente può derogare alle disposizioni precedenti”.
9.2
Ciò posto, si constata innanzitutto che a fronte di un valore litigioso di fr. 487'000.– indicato nella sentenza, l’indennità
ad valorem
poteva essere fissata tra fr. 5'844.– e fr. 30'681.–, sicché attribuendo un’indennità per ripetibili di fr. 5'000.– il giudice di prime cure è in definitiva rimasto al di sotto del limite inferiore della tariffa, tenendo già conto di un grado minimo di dispendio lavorativo e di complessità della causa. Perché egli avrebbe dovuto ridurre l’indennità ulteriormente la reclamante non spiega compiutamente. Al riguardo essa non ha dimostrato né che la causa in esame abbia richiesto un dispendio manifestamente inferiore a quello usuale in una causa di sequestro ordinaria con un valore litigioso simile, né che il caso
o gli interessi delle parti in causa
presentassero particolarità tali da giustificare una deroga rispetto alla tariffa di legge.
Nella sua descrizione del lavoro svolto dalla controparte (redazione di un allegato di opposizione di 9 pagine e partecipazione a un’udienza di mezz’ora), stimato in 10 ore, la reclamante pare poi dimenticare il tempo necessario alla lettura dell’istanza di sequestro e degli allegati e alla tenuta di almeno un colloquio con il cliente. Non può infatti ignorarsi che, sebbene il patrocinatore avesse avuto conoscenza della causa di merito – ciò che non è stato il caso –, egli non avrebbe comunque potuto fare a meno, per scrupolo di patrocinio, di (ri)esaminare tutti gli atti presentati dalla sequestrante. D’altronde, essa misconosce che
nel caso di manifesta sproporzione tra le prestazioni eseguite e l’onorario
ad valorem
,
l’art. 13 cpv. 1 RTar
non consente al giudice di calcolare l’onorario unicamente a ore (di regola alla tariffa di fr. 280.– l’ora, cfr. art. 12 RTar), dovendo egli anche in una simile ipotesi continuare a ponderare tutti i fattori menzionati all’art. 11 RTar, compreso quello del valore litigioso. Tutto sommato, l’indennità stabilita dal Pretore non viola l’art. 13 cpv. 1 RTar, rimanendo nei limiti dell’ampio potere d’apprezzamento che gli è riconosciuto dalla tariffa (cfr.
Trezzini
in: Trezzini/Cocchi/Bernasconi [curatori], Commentario al Codice di diritto processuale civile svizzero, 2011, pag. 392 ad 3A).
La decisione impugnata resiste dunque alla critica anche su questo punto.
10.
La tassa del presente giudizio e le ripetibili, stabilite in applicazione degli art. 48 e 61 cpv. 1 OTLEF (RS 281.35) rispettivamente 11 cpv. 1-2 RTar,
seguono la soccombenza della reclamante (art. 106 cpv. 1 CPC)
.
Circa i rimedi esperibili sul piano federale (art. 112 cpv. 1 lett. d LTF), il valore litigioso, di fr. 487'000.–, supera agevolmente la soglia di
fr. 30'000.– ai fini dell’art. 74 cpv. 1 lett. b LTF.