Decision ID: d2e83d30-f622-5428-b455-88a936d7d114
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A.a L’interessata, cittadina siriana di etnia curda originaria di B._,
ha depositato una domanda d’asilo in Svizzera il 23 settembre 2020 (cfr.
atto SEM 3/2).
A.b Sentita in due distinte occasioni sui suoi motivi d’asilo, ella ha dichia-
rato, in sostanza e per quanto qui di rilievo, di essere stata astretta a la-
sciare la Siria una prima volta nel 2011 onde contrarre matrimonio con un
cittadino siriano risiedente nel Kurdistan iracheno e a lei sconosciuto. Con-
giuntasi con l’uomo ad Erbil, l’interessata si sarebbe ipso facto resa conto
dell’indole violenta del marito. Questi le avrebbe inflitto maltrattamenti ed
abusi continui causandole anche due aborti spontanei e non avrebbe desi-
stito nemmeno a seguito della nascita di loro figlio. Nel 2018 la coppia
avrebbe fatto ritorno in Siria per alcuni mesi dove la precaria congiuntura
securitaria avrebbe esacerbato la già difficile situazione matrimoniale ed il
congiunto avrebbe proseguito a seviziarla. In seguito, il nucleo famigliare
avrebbe raggiunto la Turchia dove già risiedevano i genitori della richie-
dente l’asilo. Dopo circa tre mesi di soggiorno ad Istanbul, l’interessata
avrebbe però lasciato il domicilio coniugale con il figlio trasferendosi dai
genitori a seguito di un episodio in cui avrebbe temuto di venir uccisa con
un coltello dal marito. Il padre, restio ad accoglierla ritenendo un disonore
la separazione dall’uomo che le aveva imposto di sposare, sarebbe rimasto
in contatto con quest’ultimo promettendogli che si sarebbe prodigato per
consentire un solerte recupero della convivenza. Non volendo l’interessata
sentire ragioni e dopo alcuni tentativi infruttuosi di farla tornare con lui, il
coniuge la avrebbe così ripudiata dinanzi ai suoi genitori. Pur senza forma-
lizzare alcunché, la coppia, tutt’ora sposata, si sarebbe inizialmente accor-
data per esercitare a turno la custodia del figlio. Non di meno, a pochi mesi
di distanza, il marito avrebbe finito per sottrarle il minore conducendolo in
Iraq nella speranza che l’interessata si ricongiungesse con lui. Capendo
che non sarebbe riuscito nell’intento, questi avrebbe così lasciato riaffiorare
la sua indole violenta minacciando la richiedente l’asilo di morte telefonica-
mente. Persuasa della pericolosità dell’uomo, la madre la avrebbe così aiu-
tata a recarsi in Svizzera all’insaputa del padre. Le minacce non si sareb-
bero comunque arrestate, tanto che il coniuge, una volta appreso che la
richiedente asilo si trovava in Europa, la avrebbe diffidata dal trovarsi un
altro uomo, pena la diffusione di sue immagini intime (cfr. atti SEM 25/21 e
34/12).
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A.c A sostegno della sua domanda d’asilo, la richiedente ha versato agli
atti la sua carta d’identità, il certificato di matrimonio, un’attestazione sco-
lastica nonché una registrazione di un messaggio minatorio inviatole dal
marito (cfr. atto SEM 14/1).
B.
Il 17 dicembre 2020 la rappresentante legale ha trasmesso alla Segreteria
di Stato della migrazione (di seguito: SEM), nei termini legali prescritti, il
parere (cfr. atto SEM 40/3) in merito alla bozza di decisione negativa del
16 dicembre 2020 (cfr. atto SEM 38/8).
C.
Con decisione del 18 dicembre 2020, notificata il medesimo giorno (cfr.
atto A43/1), l’autorità inferiore ha respinto la domanda d’asilo dell’interes-
sata, pronunciando contestualmente il suo allontanamento. La SEM ha tut-
tavia ritenuto inesigibile l’esecuzione dello stesso, da cui la contestuale
ammissione provvisoria in Svizzera.
D.
Il 18 gennaio 2021 (timbro postale) l’interessata è insorta contro detta de-
cisione con ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito:
il Tribunale) postulandone l’annullamento, il riconoscimento dello statuto di
rifugiato e la concessione dell’asilo; in subordine la restituzione degli atti
all’autorità di prima istanza per complemento istruttorio. Ha altresì presen-
tato, con protestate spese e ripetibili, una richiesta volta ad essere esentata
dal versamento dell’anticipo a copertura delle presunte spese processuali.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti negli scritti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.

Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6
LAsi). Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale,
in virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi
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dell’art. 5 PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rien-
tra tra dette autorità (art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una deci-
sione ai sensi dell’art. 5 PA.
La ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è
particolarmente toccata dalla decisione impugnata e vanta un interesse de-
gno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa (art. 48
cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto è legittimata ad aggravarsi contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 105 LAsi e art. 10 Ordinanza sui
provvedimenti nel settore dell’asilo in relazione al coronavirus; RS 142.318;
sentenza del Tribunale D-4820/2020 del 10 novembre 2020 consid. 7 [pre-
vista per la pubblicazione come DTAF]), alla forma e al contenuto dell’atto
di ricorso (art. 52 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del gravame.
2.
Preliminarmente il Tribunale osserva che, essendo stata la ricorrente posta
al beneficio dell’ammissione provvisoria per inesigibilità dell’esecuzione
dell’allontanamento e non avendo essa censurato la pronuncia dell’allon-
tanamento, oggetto del litigio in questa sede risulta essere esclusivamente
la questione del riconoscimento dello statuto di rifugiato e della conces-
sione dell’asilo (DTF 142 I 155 consid. 4.4.2; MOOR/POLTIER, Droit admini-
stratif, vol. II, 3e éd., 2011, pp. 291-292).
3.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente rile-
vanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli stranieri, pure l’ina-
deguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 consid. 5). Il Tribu-
nale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle con-
siderazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle argomentazioni
delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2).
4.
La Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le disposizioni
della LAsi (art. 2 LAsi). L’asilo comprende la protezione e lo statuto
accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di rifugiato.
Esso include il diritto di risiedere in Svizzera. Giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi,
sono rifugiati le persone che, nel Paese d’origine o d’ultima residenza, sono
esposte a seri pregiudizi a causa della loro razza, religione, nazionalità,
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appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni
politiche, ovvero hanno fondato timore d’essere esposte a tali pregiudizi.
Sono pregiudizi seri segnatamente l’esposizione a pericolo della vita,
dell’integrità fisica o della libertà, nonché le misure che comportano una
pressione psichica insopportabile. Occorre inoltre tenere conto dei motivi
di fuga specifici della condizione femminile (art. 3 cpv. 2 LAsi). Chiunque
domanda asilo deve provare o per lo meno rendere verosimile la sua
qualità di rifugiato. La qualità di rifugiato è resa verosimile se l’autorità la
ritiene data con una probabilità preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi).
5.
5.1. Nella querelata decisione, l’autorità inferiore non ha rimesso in discus-
sione la verosimiglianza del racconto dell’insorgente. La SEM ha nondi-
meno considerato che gli avvenimenti esposti non fossero tali da giustifi-
care il riconoscimento della qualità di rifugiato. In primo luogo, l’aggrava-
mento della situazione securitaria cui avrebbe fatto seguito l’espatrio del
2018 non risulterebbe pertinente in materia d’asilo. I maltrattamenti ad
opera del marito ed il matrimonio forzato avrebbero d’altro canto preso de-
finitivamente fine con il ripudio. Vendette o ritorsioni da parte di quest’ultimo
non sarebbero da temere, in quanto le minacce, peraltro prodottesi in stati
terzi, non lascerebbero trasparire elementi indicanti un serio e concreto pe-
ricolo di persecuzioni future. Infatti, dalla separazione e sino alla partenza
dalla Turchia, l’insorgente non avrebbe personalmente subito alcunché da
parte di quest’ultimo, né tantomeno si sarebbe rifugiata altrove per sottrarsi
alle sue azioni. Queste configurerebbero, in altri termini, subdoli tentativi di
soggiogarla senza però che si possa andare oltre il riconoscimento di un
timore soggettivo ed astratto.
5.2. Nel proprio gravame la ricorrente, dopo aver richiamato e precisato i
fatti esposti in corso di procedura, avversa la valutazione dell’autorità resi-
stente. A suo dire, il provvedimento sindacato, laddove omette di conside-
rare che il vincolo matrimoniale sussista tutt’ora, si fonderebbe su di un
accertamento inesatto dei fatti giuridicamente rilevanti. Infatti, non essendo
stato il ripudio formalizzato dinanzi alle autorità preposte, quanto occorso
non sarebbe comparabile ad un divorzio. Del resto, le violenze non avreb-
bero affatto preso fine con il ripudio nonostante l’insorgente si illudesse del
contrario. Esse sarebbero tutt’ora attuali, dal momento che le pressioni,
culminate con il rapimento del figlio, si prefiggerebbero di forzare la ricor-
rente a riprendere la coabitazione col marito violento. L’assenza di atti fisici
sarebbe invero da imputare alla sola distanza geografica e non certo all’at-
titudine del coniuge, che avrebbe mantenuto e manterrebbe tutt’ora la ri-
corrente in una situazione di pressione psicologica insostenibile attraverso
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minacce e l’impossibilità a esercitare il suo ruolo genitoriale. Le stesse for-
mulazioni utilizzate dalla SEM sarebbero inoltre paradigmatiche della gra-
vità della situazione. La tesi secondo la quale la paura dell’interessata de-
riverebbe unicamente da sentimenti ed emozioni vissuti in passato e quindi
da aspetti soggettivi ed astratti non sarebbe in alcun modo sostenibile a
fronte del rapimento del figlio con la finalità di piegarla al suo volere. Del
resto, la relazione tra l’insorgente ed il figlio apparrebbe ad oggi seriamente
in pericolo. Dal suo arrivo in Svizzera, la ricorrente non avrebbe infatti più
avuto contatti con il minore. Dipoi, nemmeno si potrebbe escludere che il
marito dell’insorgente finisca per concretizzate le sue minacce di morte.
Durante i sette anni di matrimonio questi avrebbe già mostrato la propria
indole maligna, come ravvisato anche dalla stessa autorità inferiore. La ri-
chiedente asilo avrebbe spiegato che questi la torturava malvagiamente e
che gli atti pregiudizievoli, iniziati pochi giorni dopo il matrimonio, si sareb-
bero verificati a cadenza regolare, anche durante la permanenza in Siria.
Oltre a ciò, il coniuge avrebbe recentemente minacciato di diffondere im-
magini intime dell’insorgente su internet, circostanza che, conto tenuto
dell’attitudine di quest’ultimo e del contesto socio-culturale di provenienza,
dimostrerebbe ulteriormente l’attualità delle intimidazioni. Il fatto che tali vi-
cissitudini si siano realizzate in paesi terzi sarebbe dipoi privo di rilevanza,
atteso che ciò che risulterebbe rilevante per l’asilo sarebbe il timore di pre-
giudizi futuri e che la concessione dell’ammissione provvisoria imporrebbe
un ragionamento ipotetico. L’eventualità di un rientro in Siria esporrebbe
invero l’insorgente ad una realtà normativa e socio-culturale inidonea a
permetterle di ottenere protezione. La diffusione del video implicherebbe
una sua stigmatizzazione. Diversi rapporti di terze parti evidenzierebbero
d’altro canto i valori patriarcali cui è ostaggio la società siriana così come
l’inefficacia del sostegno alle vittime di violenze di genere, peraltro ricono-
sciuta anche dalla giurisprudenza del Tribunale. La nozione di matrimonio
forzato si riferirebbe inoltre non solo alla conclusione ma anche alle costel-
lazioni che impediscono alla persona di porre fine alla relazione indeside-
rata.
6.
Il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito all’art. 3
LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in rapporto
con la situazione reale, e un elemento soggettivo. Sarà quindi riconosciuto
come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente riconoscibili da terzi
(elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) d’essere esposto, in
tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, ad una persecuzione (cfr.
DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5). Sul piano soggettivo,
deve essere tenuto conto degli antecedenti dell’interessato, segnatamente
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dell’esistenza di persecuzioni anteriori, nonché della sua appartenenza ad
una razza, ad un gruppo religioso, sociale o politico, che lo espongono
maggiormente ad un fondato timore di future persecuzioni. Infatti, colui che
è già stato vittima di persecuzione ha dei motivi oggettivi di avere un timore
(soggettivo) di nuove persecuzioni più fondato di colui che ne è l’oggetto
per la prima volta (DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi riferimenti). Sul
piano oggettivo, tale timore deve essere fondato su indizi concreti e suffi-
cienti che facciano apparire, in un futuro prossimo e secondo un’alta pro-
babilità, l’avvento di seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi. Non sono suffi-
cienti, quindi, indizi che indicano minacce di persecuzioni ipotetiche che
potrebbero prodursi in un futuro più o meno lontano. Devono invece sussi-
stere prove sufficienti di una minaccia concreta passibile di indurre chiun-
que si trovi nella stessa situazione a temere la persecuzione (cfr. DTAF
2014/27 consid. 6.1 e 2010/57 consid. 2.5).
7.
7.1. Nel caso in disamina l’autorità inferiore non ha messo in discussione
le allegazioni della richiedente l’asilo sotto il profilo della verosimiglianza,
reputando in altri termini veritiera la sua versione dei fatti. Ciò non di meno,
la SEM ha negato che la vicenda potesse giustificare il riconoscimento
dello statuto di rifugiato e la concessione dell’asilo, non potendo la ricor-
rente vantare un fondato timore di essere esposta a seri pregiudizi futuri.
7.2. Ora, è a giusto titolo che l’autorità di prima istanza ha sottolineato che
la concessione dell’asilo non è intesa a compensare le ingiustizie del
passato, ma bensì a fornire protezione dalle future persecuzioni (cfr. DTAF
2010/57 consid. 2.6, 2008/34 consid. 7.1 e, tra le tante, la sentenza del
Tribunale D-1030/2020 del 7 agosto 2020 consid. 7.1), di modo che,
perché sia pertinente nella nozione di rifugiato, è necessario che la
situazione di persecuzione sia ancora attuale (cfr. tra le tante sentenza del
Tribunale D-6090/2019 del 5 maggio 2020 consid. 5.4). È altresì invalso il
principio secondo cui le condizioni per ammettere la qualità di rifugiato
siano da esaminare con il solo riferimento al Paese d’origine del richiedente
asilo senza riguardo per paesi terzi (UNHCR, Guide des procédure et
critères à appliquer pour déterminer le statut des réfugiés au regard de la
Convention de 1951 et du protocole 1967 relatifs au statut des réfugiés,
2011, pag. 20, n. 90; sentenza del Tribunale D-2054/2018 del 4 luglio
2018).
7.3. Malgrado ciò, in presenza di uno stato di fatto durevole e conto tenuto
del fatto che il matrimonio forzato medesimo può configurare un atto
pregiudizievole, è difficile ritenere che le pressioni psicologiche non
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risultino pertinenti in quanto intervenute in paesi terzi. D’altronde, la
situazione di violenza pregressa alla separazione pare essersi protratta
anche nel periodo di soggiorno in Siria. Se è inoltre incontrovertibile che in
tale circostanza la ricorrente abbia affermato di aver lasciato il paese – su
apparente decisione del coniuge – a seguito dell’intervento delle forze
armate turche, è altresì da ritenersi assodato che la richiedente abbia a più
riprese ricondotto la sua domanda di protezione ai timori per le azioni di
quest’ultimo, cosicché, non si può d’acchito escludere l’esistenza di un
nesso causale tra le violenze e la fuga (cfr. DTAF 2010/57 consid. 4.1;
WALTER KÄLIN, Grundriss des Asylverfahrens, 1990, pag. 129). Dipoi, nel
caso in narrativa è fuorviante affermare che la concessione dell’asilo in
Svizzera non si giustificherebbe poiché non metterebbe al riparo la
ricorrente dalla condivisione del presunto materiale erotico che la riguarda.
Decisivo è non tanto il grado di protezione offerto quanto più le
conseguenze che l’interessata potrebbe dover affrontare nell’eventualità di
un rientro in Siria. Su questo medesimo assunto, è di principio trascurabile
il luogo in cui le minacce sono state proferite, essendo invece determinante
la risonanza che l’eventuale condivisione potrebbe avere nel paese
d’origine.
7.4. Fatte queste doverose premesse, resta da esaminare la validità della
tesi della SEM circa l’assenza di un fondato timore di subire persecuzioni
future. L’autorità inferiore è giunta a tale conclusione in forza a due distinte
valutazioni. Dapprima ha esaminato le violenze risalenti al periodo di
convivenza, sancendone l’inattualità sulla base dell’avvenuto ripudio.
Successivamente ha negato l’esistenza di un rischio di realizzazione delle
ulteriori minacce ventilate dal coniuge a causa dell’assenza di elementi
concreti che ne lasciassero prevedere la messa in opera. Ebbene, questo
Tribunale ritiene che una siffatta disamina non sia condivisibile in
particolare alla luce del fatto che i due aspetti non risultano disgiunti e
meritano un esame complessivo. In primo luogo e come lo ha rettamente
segnalato la patrocinatrice, non si può ritenere che a seguito del ripudio i
maltrattamenti subiti durante l’unione coniugale abbiano perso ogni
pertinenza per l’asilo. Le persecuzioni anteriori giocano infatti un ruolo
essenziale anche nel vaglio del timore di subire nuovi atti pregiudizievoli.
Inoltre, il fatto che il coniuge abbia informalmente ripudiato l’insorgente non
permette di tracciare una demarcazione netta con gli avvenimenti
precedenti, dacché dagli atti di causa non si evince che la coppia non sia
più sposata o che abbia divorziato. Ne deriva che non è possibile desumere
che nel caso i due si trovassero in Siria, verrebbero ritenuti privi di vincolo
matrimoniale. Senza che si debba giungere a riconoscere un accertamento
inesatto dei fatti come preteso nel gravame, tale precisazione permette
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quantomeno di constatare che la persistenza di un legame de jure
renderebbe ancora più arduo, per l’insorgente, sottrarsi alle azioni del
marito. Questo a maggior ragione allorquando si consideri che alle autorità
siriane non viene per prassi riconosciuta alcuna capacità di protezione nei
casi di violenza domestica e che la famiglia della ricorrente non sarebbe in
ogni caso nelle condizioni di dispensarla (cfr. a titolo esemplificativo la
sentenza del Tribunale E-2461/2019 / E-2462/2019 del 12 novembre 2019
consid. 5 e 7.4.4). Ancora, il fatto che nel periodo successivo alla
separazione non abbiano avuto luogo ulteriori aggressioni fisiche può
essere imputato all’isolamento dell’interessata e non esclude la possibilità
di reiterazione qualora i le circostanze dovessero rivelarsi nuovamente
propizie a dei contatti diretti con il marito. Inoltre, le pressioni psichiche
intercorse a far data dalla fine della convivenza, se effettive, non sono
finanche trascurabili e laddove ledono prerogative fondamentali come
quella genitoriale, paiono ossequiare a loro volta gli usuali presupposti in
materia di intensità (cfr. DTAF 2010/28 consid. 3.3.1.1). Da ultimo, nulla
può essere dedotto sulla sola base del fatto che la ricorrente non abbia
cambiato quartiere allorché risiedeva ad Istanbul. Ciò che è decisivo nella
fattispecie è la possibilità che insorgano pregiudizi nel caso di un rientro in
Siria, cosa che risulta indipendente dalle circostanze esistenti in uno stato
terzo, ove peraltro sussiste ben altra facoltà di far capo alla protezione
statale (cfr. la sentenza di riferimento del Tribunale E-1948/2018 del 12
giugno 2018 consid. 5). La ricorrente ha ad ogni modo a più riprese
sottolineato di sentirsi in qualche modo in sicurezza grazie alla presenza
dei famigliari in Turchia, circostanze che ella non potrebbe gioco forza
ritrovare in Siria. Inoltre, ha asseverato aver cambiato domicilio a seguito
delle minacce, pur restando nella medesima zona.
8.
In definitiva, i presupposti sulla cui base è stato negato lo statuto di rifugiato
e l’asilo alla ricorrente non risultano conformi al diritto. La decisione impu-
gnata va pertanto annullata.
9.
9.1. Giusta l’art. 61 cpv. 1 PA, di principio, allorquando l’autorità ammette
interamente o in parte il ricorso, essa statuisce sul medesimo affare. Tutta-
via, poiché a tenore dell’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque domanda asilo deve
provare o per lo meno rendere verosimile la sua qualità di rifugiato e difet-
tando gli opportuni approfondimenti al riguardo da parte dell’autorità infe-
riore, è preferibile che sia quest’ultima, più prossima in materia, a pronun-
ciarsi inizialmente su tale punto di questione salvaguardando così il princi-
pio della doppia istanza di giudizio ed assicurando la constatazione di
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eventuali altri elementi relativi alla fattispecie (cfr. DTAF 2019 I/5 consid.
2.3). Gli atti di causa sono perciò da rinviare all’autorità inferiore per even-
tuale completamento dell’istruttoria e l’emanazione di una nuova decisione.
Il Tribunale può inoltre esimersi dall’esaminare le ulteriori cesnure.
9.2. La SEM è invitata ad accertare con la debita esaustività se il racconto
della ricorrente a proposito delle violenze e delle minacce di cui sarebbe
stata vittima da parte del coniuge adempia agli usuali criteri in materia di
verosimiglianza. Se ciò non dovesse essere il caso, essa avrà premura di
emanare un provvedimento negativo debitamente motivato. Conto tenuto
degli ipotizzabili complementi all’istruzione del caso, un eventuale mancato
riconoscimento dello statuto di rifugiato, rispettivamente un diniego
dell’asilo, fondato sull’assenza di pertinenza dei motivi addotti non è
d’acchito escluso ma dovrà essere conforme ai considerandi della presente
sentenza. Ad ogni fine utile, si rilevi ancora che, seppur non vi sia di
principio alcun diritto a che la domanda d’asilo venga trattata secondo un
determinato tipo di procedura, l’assenza di smistamento di un caso
complesso nella procedura ampliata può comportare una violazione del
diritto ad un ricorso effettivo (cfr. sentenza del Tribunale E-6713/2019 del 9
giugno 2020 [prevista per la pubblicazione come DTAF] consid. 7-9).
10.
Visto l’esito della procedura non si prelevano spese processuali (art. 63
cpv. 1 seg. PA) e non si assegnano indennità ripetibili (art. 111ater LAsi).
11.
La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente
una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che hanno
abbandonato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata
con ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale
(art. 83 lett. d cifra 1 LTF).
La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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