Decision ID: be1193a7-c1ff-5491-b44a-d248ad2189b8
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Visto:
la domanda di asilo che l’interessato ha presentato in Svizzera il 31 maggio
2021 (cfr. atto SEM 1/2),
il verbale relativo al colloquio personale Dublino del 15 giugno 2021 (cfr.
atto SEM 15/3),
la documentazione medica agli atti (cfr. atti SEM 7/3 e 24/2),
la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM)
del 22 giugno 2021, notificata il 24 giugno 2021 (cfr. atto SEM 25/1),
mediante la quale detta autorità non è entrata nel merito della domanda
d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi (RS 142.31) ed ha
pronunciato il trasferimento dell’interessato verso la Germania,
il ricorso inoltrato dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il
Tribunale) il 2 luglio 2021 (timbro postale) e con cui l’insorgente ha
postulato il limine la sospensione dell’allontanamento in via supercautelare
e la restituzione dell’effetto sospensivo; nel merito l’annullamento della
precitata decisione ed il rinvio degli atti alla SEM per nuovo esame;
contestualmente di essere esentato dal versamento di un anticipo a
copertura delle presunte spese processuali,
i fatti del caso di specie che, se necessari, verranno ripresi nei considerandi
che seguono,

e considerato:
che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla
LTF, in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi),
che presentato tempestivamente (art. 108 cpv. 3 LAsi) contro una
decisione in materia di asilo della SEM (art. 6 e 105 LAsi; art. 31‒33 LTAF),
il ricorso è di principio ammissibile sotto il profilo degli art. 5, 48 cpv. 1
lett. a‒c e art. 52 PA,
che occorre pertanto entrare nel merito del gravame,
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che giusta l’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti,
che di norma non si entra nel merito di una domanda di asilo se il
richiedente può partire alla volta di uno Stato terzo cui compete, in virtù di
un trattato internazionale, l’esecuzione della procedura di asilo e
allontanamento (art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi),
che nel colloquio Dublino l’insorgente, dopo aver precisato di avere
problemi di memoria ma non altri problemi di salute, ha dichiarato di non
essere stato aiutato dalle autorità tedesche, le quali non avrebbero
accettato la sua domanda d’asilo tenendolo lontano dal fratello residente
in Svizzera,
che nella querelata decisione l’autorità inferiore, dopo aver constatato
l’espressa ammissione di competenza da parte della Germania e
l’ininfluenza della presenza in Svizzera del fratello, ha escluso che nello
Stato di destinazione sussistano carenze sistemiche ai sensi dell’art. 3 par.
2 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del
Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di
determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una
domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri
da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta
ufficiale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.6.2013; di seguito:
Regolamento Dublino III) o un rischio di trattamenti contrari all’art. 3 CEDU
o di violazione del principio del divieto di respingimento; che proseguendo
nella propria analisi, la SEM ha negato l’esistenza di motivi che impongano
l’applicazione delle clausole discrezionali di cui agli art. 16 par. 1 e
17 par. 1 Regolamento Dublino III; che in particolare, le problematiche
mediche di cui soffrirebbe l’interessato, completamente acclarate e non
meritevoli di ulteriori accertamenti, sarebbero trattabili in Germania alla
luce della sufficiente infrastruttura medica esistente in tale Paese,
che nel proprio gravame il ricorrente avversa su vari aspetti
l’argomentazione di cui al provvedimento sindacato; che in primo luogo,
egli presenterebbe un quadro clinico delicato; che nell’ambito della visita
medica svoltasi il 7 giugno 2021, l’insorgente avrebbe contestualizzato
alcune problematiche con gli stupefacenti e manifestato sintomi depressivi
e ansiosi; che in esito al precitato consulto gli sarebbe stata diagnosticata
una sindrome post traumatica da stress ed una sindrome ansioso-
depressiva reattiva con prescrizione di Trittico e Relaxane e consigliata una
presa a carico psichiatrica; che in occasione dei colloqui di consulenza e
di notifica della decisione tenutisi presso la protezione giuridica, il ricorrente
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avrebbe avuto modo di esternare tutto il suo profondo malessere psichico;
che all’arrivo in Germania, iI ricorrente sarebbe stato “tenuto” a
formalizzare una domanda d’asilo; che il respingimento della medesima
avrebbe aggravato la sua situazione psichica; che nel provvedimento
querelato la SEM avrebbe utilizzato una formulazione ipotetica quo
all’eventualità di una sua presa a carico nel Paese di destinazione e ciò
nonostante il parere del medico e conto tenuto del fatto che le tempistiche
per la fissazione di un primo consulto per richiedenti asilo residenti al CFA
di Glaubenberg richiederebbero un attesa minima di tre/quattro mesi; che
in assenza di un rapporto medico dettagliato in grado di definire
l’estensione e la gravità delle patologie, il trattamento necessario e rischi
ingenerati da un’eventuale sospensione, l’autorità intimata avrebbe così
violato il principio inquisitorio; che l’autorità resistente avrebbe pure dovuto
segnalare la vulnerabilità del ricorrente alle autorità tedesche; che la SEM
nemmeno avrebbe considerato le pregresse esperienze traumatiche
vissute dall’interessato, né tantomeno la sua vulnerabilità individuale in
ragione delle sue attuali condizioni di salute psichica ed alla luce del
supporto che il fratello residente in Svizzera avrebbe potuto fornirgli,
che la SEM esamina la competenza relativa al trattamento di una domanda
di asilo secondo i criteri previsti dal Regolamento Dublino III,
che, se in base a questo esame è individuato un altro Stato quale
responsabile per l’esame della domanda di asilo, la SEM pronuncia la non
entrata nel merito previa accettazione, espressa o tacita, di ripresa a carico
del richiedente l’asilo da parte dello Stato in questione (cfr. DTAF 2017 VI/5
consid. 6.2),
che, ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di
protezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia
quello individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15),
che nel caso di una procedura di presa in carico (inglese: take charge) ogni
criterio per la determinazione dello Stato membro competente – enumerato
al capo III – è applicabile solo se, nella gerarchia dei criteri elencati all’art. 7
par. 1 Regolamento Dublino III, quello precedente previsto dal
Regolamento non trova applicazione nella fattispecie (principio della
gerarchia dei criteri),
che la determinazione dello Stato membro competente avviene sulla base
della situazione esistente al momento in cui il richiedente ha presentato
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domanda di protezione internazionale (art. 7 par. 2 Regolamento Dublino
III),
che, contrariamente, nel caso di una procedura di ripresa in carico (inglese:
take back), di principio non viene effettuato un nuovo esame di
determinazione dello stato membro competente secondo il capo III
(cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1),
che lo Stato membro competente è tenuto a riprendere in carico – in
ossequio alle condizioni poste agli art. 23, 24, 25 e 29 – un cittadino di un
paese terzo o un apolide del quale è stata respinta la domanda e che ha
presentato domanda in un altro Stato membro oppure si trova in altro Stato
membro senza un titolo di soggiorno (art. 18 par. 1 lett. d Regolamento
Dublino III),
che nondimeno, giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia
impossibile trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente
designato come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere
che sussistono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle
condizioni di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un
trattamento inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000, di seguito:
CartaUE), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione
dello Stato membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo
III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato come
competente,
che un confronto dell’unità centrale del sistema europeo “EURODAC” ha
permesso di appurare che l’insorgente ha depositato una domanda d’asilo
in Germania il 6 novembre 2015 (cfr. atto SEM 10/1),
che il ricorrente ha espressamente confermato tale riscontro (cfr. atto SEM
15/3),
che su questi presupposti, il 17 giugno 2021, la SEM ha presentato alle
autorità tedesche competenti, nei termini fissati all’art. 23 par. 2
Regolamento Dublino III, una domanda di ripresa in carico fondata sull’art.
18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III,
che il 22 giugno 2021 le autorità teutoniche hanno espressamente
accettato la predetta,
che la competenza della Germania è dunque di principio data,
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che l’eventualità in cui la domanda d’asilo fosse effettivamente stata
respinta in Germania non mette in dubbio la competenza delle autorità di
tale Paese per l’eventuale esecuzione del suo trasferimento,
rispettivamente per la regolamentazione delle condizioni di soggiorno se
un rinvio non fosse eseguibile verso il luogo d’origine (cfr. sentenza del
Tribunale D-5996/2019 del 21 novembre 2019),
che a medesima conclusione si giunge anche considerando la circostanza
della presenza in Svizzera del fratello dell’insorgente; che come rettamente
ritenuto nella decisione avverso la quale l’insorgente si è aggravato, tale
grado di parentela non rientra nella nozione di “familiari” ai sensi dell’art. 2
lett. g Regolamento Dublino III e non giustifica così l’applicazione degli
art. 9 e 10 del medesimo Regolamento; che d’altro canto, trattandosi in
concreto di una procedura di ripresa in carico, non va di norma effettuato
un nuovo esame dello Stato membro competente secondo il capo III, di cui
tali disposizioni sono parte integrante (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e
8.2; DTAF 2012/4 consid. 3.2; sentenza del Tribunale D-2954/2019 del 18
luglio 2019 consid. 5),
che del resto il Paese in questione è legato alla CartaUE e firmatario, della
CEDU, della Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre
pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105),
della Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv.
rifugiati, RS 0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del
31 gennaio 1967 (RS 0.142.301) e ne applica le disposizioni,
che, di conseguenza, il rispetto della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in
particolare il diritto alla trattazione della propria domanda secondo una
procedura giusta ed equa ed una protezione conforme al diritto
internazionale ed europeo, è presunto da parte dello Stato in questione
(cfr. direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del
26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della
revoca dello status di protezione internazionale [di seguito: direttiva
procedura]; direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio
del 26 giugno 2013 recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti
protezione internazionale [di seguito: direttiva accoglienza]),
che tale presunzione non è però assoluta e può essere confutata in
presenza di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale Stato non
rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid. 7.4 e
7.5),
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che la stessa va inoltre scartata d’ufficio in presenza di violazioni
sistematiche delle garanzie minime previste dall’Unione europea o di indizi
seri di violazioni del diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 consid. 6;
sentenza della CorteEDU M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gennaio
2011, 30696/09, R.U. contro Grecia del 7 gennaio 2011, 2237/08, §74
segg.; sentenza della CGUE del 21 dicembre 2011, C-411/10 e C-493/10
[Grande Sezione]),
che in maniera del tutto generale ad oggi non risulta però che la
legislazione in materia d’asilo in Germania non venga applicata, né che la
procedura sia caratterizzata da carenze strutturali tali da concludere che le
domande non vengano trattate seriamente dalle autorità preposte, né che
non vi siano effettive vie di ricorso, né che i richiedenti non siano protetti
contro rinvii abusivi verso i paesi d’origine (cfr. sentenza del Tribunale D-
45/21 del 14 gennaio 2021),
che ad ogni modo, la Germania è uno Stato di diritto e ci si può oltremodo
attendere che il ricorrente si rivolga alle autorità sovranazionali qualora
abbia a sollevare doglianze rispetto allo svolgimento della pratica che lo
riguarda,
che l’applicazione dell’art. 3 par. 2 2a frase Regolamento Dublino III non si
giustifica nel caso di specie,
che nondimeno, ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1 − disposizione che
concretizza in diritto interno svizzero la clausola di sovranità − se “motivi
umanitari” lo giustificano la SEM può entrare nel merito della domanda
anche qualora giusta il Regolamento Dublino III un altro Stato sarebbe
competente per il trattamento della domanda,
che l’autorità inferiore, nell’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, dispone
di potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.); che al
contrario, qualora il trasferimento del richiedente nel Paese di destinazione
contravvenga all’art. 4 Carta UE, all’art. 3 CEDU o all’art. 3 Conv. tortura,
essa è obbligata ad applicare la clausola di sovranità e ad entrare nel
merito della domanda d’asilo (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8.2.1),
che l’insorgente non ha apportato indizi seri e concreti suscettibili di
dimostrare che lo Stato di destinazione non rispetterebbe il principio del
divieto di respingimento e, dunque, verrebbe meno ai suoi obblighi
internazionali rinviandolo in un Paese dove la sua vita, integrità corporale
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o libertà sarebbero seriamente minacciate o da dove rischierebbe di essere
respinto in un tale Paese,
che su tali presupposti, anche ammettendo che le autorità tedesche
abbiano effettivamente pronunciato l’allontanamento del richiedente verso
l’Afghanistan, nulla permette di ritenere in casu che lo abbiano fatto
venendo meno al diritto cogente,
che così, anche un’eventuale decisione definitiva assortita da un rinvio nel
paese d’origine non costituirebbe di per sé una violazione del principio del
non respingimento (cfr. sentenza del Tribunale E-1983/2019 consid. 5.5 e
rif. citati),
che per il resto, il respingimento forzato di persone che soffrono di
problematiche valetudinarie costituisce una violazione dell’art. 3 CEDU
unicamente in circostanze eccezionali; che ciò risulta essere il caso
segnatamente laddove la malattia dell’interessato si trovi in uno stadio a tal
punto avanzato o terminale da lasciar presupporre che, a seguito del
trasferimento, la sua morte appaia come una prospettiva prossima (cfr.
sentenza della CorteEDU N. contro Regno Unito del 27 maggio 2008,
26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7.1),
che una violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi
siano dei seri motivi di ritenere che la persona, in assenza di trattamenti
medici adeguati nello Stato di destinazione, sarà confrontata ad un reale
rischio di un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni
di salute comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione
della speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro
Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10, §181 segg.),
che essendo decisivo e vista la doglianza in tal senso, occorre a questo
punto chiedersi, da una parte se l’accertamento dei fatti operato
dall’autorità inferiore quanto alle affezioni di cui soffre l’insorgente sia stato
o meno esaustivo e corretto, e dall’altra, se le stesse rientrino o meno nelle
casistiche testé enucleate,
che alla luce dell’applicazione del principio inquisitorio l’autorità
competente deve infatti procedere d’ufficio all’accertamento esatto e
completo dei fatti giuridicamente rilevanti (DTAF 2019 I/6 consid. 5.1),
che sulla base della documentazione medica agli atti al momento
dell’emissione della decisione sindacata, risultava nondimeno chiaro che
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la situazione medica dell’insorgente, che soffre di una sindrome post
traumatica da stress e di una sindrome ansioso-depressiva reattiva con
prescrizione di Trittico e Relaxane, non si iscrivesse nella restrittiva
giurisprudenza convenzionale,
che l’eventualità di svolgere un consulto psichiatrico è da relazionarsi ai
trattamenti prescritti per la suddetta diagnosi e non alla necessità di
individuare ulteriori patologie, di modo che, risulta pretestuoso appellarvisi
censurando un presunto accertamento incompleto della fattispecie (cfr.
sentenza del Tribunale D-291/2021 del 9 marzo 2021 consid. 7.3),
che le autorità svizzere non sono d’altro canto tenute a prendere in
considerazione l’eventuale insorgere di ulteriori affezioni non ancora
indagate, essendo determinante lo stato di fatto presente al momento della
decisione (cfr. DTAF 2010/44 consid. 3.6),
che nemmeno ciò che risulta dal consulto del 23 giugno 2021, successivo
all’emissione del provvedimento impugnato, lascia trasparire elementi
potenzialmente ostativi al rinvio, atteso che si limita a precisare che il
ricorrente sarebbe stato invitato a fare regolare uso dei precitati
medicamenti (cfr. atto SEM 24/2),
che in siffatta disamina non si deve dipoi tralasciare il fatto che la Germania
dispone notoriamente di infrastrutture mediche del tutto equiparabili a
quelle elvetiche ed in quanto Stato firmatario della direttiva accoglienza,
deve provvedere affinché i richiedenti ricevano la necessaria assistenza
sanitaria comprendente quanto meno le prestazioni di pronto soccorso e il
trattamento essenziale di malattie e di gravi disturbi mentali e fornire la
necessaria assistenza medica o di altro tipo, ai richiedenti con esigenze di
accoglienza particolari, comprese, se necessarie, appropriate misure di
assistenza psichica (cfr. art. 19 par. 1 e 2 della citata direttiva),
che pertanto la situazione medica dell’insorgente, sufficientemente chiara
conto tenuto della situazione nel Paese di destinazione e dei presupposti
giurisprudenziali al trasferimento, non implicano la necessità di un’entrata
nel merito discrezionale da parte delle autorità elvetiche,
che per il resto, il ricorrente non ha fornito ulteriori indizi seri suscettibili di
comprovare che le sue condizioni di vita o la sua situazione personale
sarebbero tali da contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU,
all’art. 3 Conv. tortura in caso di esecuzione del trasferimento in Germania,
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che ad ogni modo, appartiene al ricorrente sollevare l’eventuale violazione
dei suoi diritti fondamentali, utilizzando le adeguate vie di diritto dinanzi alle
autorità dello Stato in questione,
che nel diritto cogente rientra anche l’art. 8 CEDU (cfr. DTAF 2013/24
consid. 5), secondo il quale ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita
privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza e il cui
scopo è segnatamente quello di proteggere le relazioni famigliari (cfr. DTF
137 I 113 consid. 6.1; DTAF 2008/47 consid. 4.1, sentenza del Tribunale
D-2393/2019 del 22 maggio 2019),
che sono protetti, principalmente, i rapporti tra i coniugi nonché quelli tra
genitori e figli minorenni che vivono in comunione (cfr. sentenza CorteEDU
Van der Heijden c. Paesi Bassi [Grande Camera], n. 42857/05, 3 aprile
2012, § 50),
che le relazioni tra genitori e figli maggiorenni possono essere considerate
solo eccezionalmente, ossia quando sussiste un particolare rapporto di
dipendenza, come in caso di necessità di prodigare cure speciali per un
handicap o una malattia grave (cfr. DTF 129 II 11 consid. 2 e 120 Ib 257
consid. 1e; sentenza CorteEDU – Moretti e Benedetti c. Italia, n. 16318/07,
27 aprile 2010, § 46); che a medesima soluzione si giunge anche
considerando l’altra clausola discrezionale prevista all’art. 16 par. 1
Regolamento Dublino III, che pure il ricorrente non censura e secondo il
cui tenore “laddove a motivo di una gravidanza, maternità recente, malattia
grave, grave disabilità o età avanzata un richiedente sia dipendente
dall’assistenza del figlio, del fratello o del genitore legalmente residente in
uno degli Stati membri o laddove un figlio, un fratello o un genitore
legalmente residente in uno degli Stati membri sia dipendente
dall’assistenza del richiedente, gli Stati membri lasciano insieme o ri-
congiungono il richiedente con tale figlio, fratello o genitore, a condizione
che i legami familiari esistessero nel paese d’origine, che il figlio, il fratello,
il genitore o il richiedente siano in grado di fornire assistenza alla persona
a carico e che gli interessati abbiano espresso tale desiderio per iscritto”,
che da questa formulazione si evince peraltro che la situazione di di-
pendenza presuppone l’esistenza di problemi di salute di una gravità tale
da implicare un’assistenza significativa nella vita quotidiana, nel senso di
una presenza, di una sorveglianza o anche di un’assistenza e di
un’attenzione permanente che solo un parente stretto è in grado di fornire
(cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 8.3.3 e 8.3.5),
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che la mera necessità di un sostegno emotivo o addirittura psicologico non
è invece tale da stabilire un rapporto di dipendenza (cfr. DTAF 2017 VI/5
consid. 8.3.5),
che nel caso de quo, a prescindere dal fatto che non siamo in presenza di
un rapporto figlio genitore, risultava già palese che la situazione
valetudinaria dell’insorgente non fosse tale da necessitare un’assistenza
continuativa ai sensi della casistica citata,
che pertanto, dal momento che il substrato fattuale per le condizioni di
applicazione delle norme topiche era sufficientemente delineato, non vi era
necessità di istruire ulteriormente nemmeno tale punto di questione (cfr.
sentenza del Tribunale D-291/2021 del 9 marzo 2021 consid. 7),
che nella fattispecie, dagli atti non appaiono nemmeno elementi per
ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera arbitraria il suo
potere di apprezzamento,
che di conseguenza, in mancanza dell’applicazione delle succitate norme
da parte della Svizzera, la Germania rimane competente per il seguito della
domanda d’asilo e d’allontanamento del ricorrente ai sensi del
Regolamento Dublino III ed è tenuta a riprenderli in carico in conformità
alle condizioni poste agli art. 23, 24, 25 e 29 del predetto,
che, quindi, è a giusto titolo che la SEM non è entrata nel merito della
domanda di asilo in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi ed ha
pronunciato il suo trasferimento verso la Germania conformemente
all’art. 44 LAsi (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1),
che, in siffatte circostanze, non vi è più luogo di esaminare in maniera
distinta le questioni relative all’esistenza di un impedimento all’esecuzione
del trasferimento per i motivi giusta i cpv. 3 e 4 dell’art. 83 LStrI, (RS
142.20), dal momento che essi risultano indissociabili dal giudizio di non
entrata nel merito nel quadro di una procedura Dublino (cfr. DTAF 2015/18
consid. 5.2),
che ne discende che la SEM, con la decisione impugnata, non ha violato il
diritto federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non
ha accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
(art. 106 cpv. 1 LAsi),
che il ricorso deve essere respinto e la decisione della SEM, che rifiuta
l’entrata nel merito della domanda di asilo confermata,
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che, avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, le domande di
concessione dell’effetto sospensivo e di esenzione dal versamento di un
anticipo equivalente alle presumibili spese processuali sono senza
oggetto,
che, visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– che
seguono la soccombenza sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1
e 5 PA nonché art. 3 lett. a del regolamento sulle tasse e sulle spese
ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del
21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]),
che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF).
(dispositivo alla pagina seguente)
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Il Tribunale amministrativo federale pronuncia:
1.
Il ricorso è respinto.
2.
Le spese processuali, di CHF 750.–, sono poste a carico del ricorrente.
Tale ammontare deve essere versato alla cassa del Tribunale
amministrativo federale, entro un termine di 30 giorni dalla spedizione della
presente sentenza.
3.
Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità
cantonale.