Decision ID: bb4a1a4e-d768-58f6-8f1b-4f6b00927d5b
Year: 2009
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A.
Con decreto di accusa del 23 giugno 2008 il Procuratore pubblico ha ritenuto RI 1 autore colpevole di trascuranza degli obblighi di mantenimento per avere omesso, benché avesse i mezzi per farlo, di prestare ai figli minorenni _ (nata il 9 aprile 1994) e _ (nato l’11 maggio 1997), e per essi PC 1 che li anticipa ai beneficiari, gli alimenti fissati con sentenza cautelare 15 settembre 2005 del Pretore del Distretto di _, così da essere in arretrato per complessivi fr. 63'140.- per il periodo 01.08.2006-31.05.2008. In applicazione della pena egli ne ha proposto la condanna a 90 aliquote giornaliere da fr. 230.- cadauna, corrispondenti a complessivi fr. 20'700.--, con l’avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di 90 giorni, come pure al pagamento di una multa di fr. 2'000.-, con l’avvertenza che, in caso di mancato pagamento, la stessa sarà sostituita con una pena detentiva di 20 giorni. Ne ha altresì proposto la condanna al versamento a favore della parte civile (PC 1) della somma di fr. 63'140.- a titolo di risarcimento. Al decreto di accusa RI 1 ha sollevato opposizione.
B.
Statuendo sull’opposizione, con sentenza del 29 ottobre 2008 il giudice della Pretura penale ha riconosciuto RI 1 autore colpevole di trascuranza degli obblighi di mantenimento per i fatti illustrati nel decreto di accusa, condannandolo a prestare 240 ore di lavoro di pubblica utilità, con l’avvertenza che in caso di mancato ottemperamento della sentenza la pena sarà commutata in pena pecuniaria o detentiva, ritenuto che quattro ore di lavoro di pubblica utilità corrispondono a un’aliquota giornaliera di pena pecuniaria o a un giorno di pena detentiva (art. 39 CP). Lo ha inoltre condannato a versare allo PC 1 fr. 63'140.- a titolo di risarcimento. Per contro, il giudice della Pretura penale non ha revocato il beneficio della sospensione condizionale concesso alla pena di 18 mesi di detenzione decretata nei confronti dello stesso prevenuto dalla Corte delle assise correzionali di _ il 19 agosto 2003, mantenendo inalterato il periodo di prova, già prolungato con sentenza 14 marzo 2007 dalla Pretura penale.
C.
Contro tale sentenza RI 1 ha inoltrato il 29 ottobre 2008 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione panale. Nei motivi scritti del gravame, presentati il 9 dicembre successivo, egli chiede l’annullamento della sentenza impugnata.
D.
Con osservazioni del 29 dicembre 2008 il Procuratore pubblico ha chiesto la reiezione del ricorso. Pure chiamata esprimersi sul ricorso, la parte civile è rimasta silente.

Considerando
in diritto: 1.
L’art. 217 CP punisce, a querela di parte, con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria chiunque non presta gli alimenti o i sussidi che gli sono imposti dal diritto di famiglia benché abbia o possa avere i mezzi di farlo. Presupposto oggettivo è che l’autore disponesse dei mezzi per adempiere il proprio obbligo o potesse conseguirli. Non occorre che egli avesse i mezzi sufficienti per onorare integralmente la prestazione; basta che egli potesse versare di più di quanto effettivamente pagato (DTF 114 IV 124 consid. 3b). Per stabilire se egli potesse far fronte, anche solo parzialmente, all’obbligo alimentare tornano applicabili i principi derivanti dall’art. 93 LEF: si deve quindi accertare, per il periodo in questione e in ogni caso sull’arco di più mesi, l’insieme delle entrate del debitore e il suo reale fabbisogno (DTF 121 IV 272 consid. 3c pag. 277 e 3d pag. 278). Ove risulti che costui non disponeva dei mezzi necessari per dare seguito al contributo, occorre ancora verificare se egli ne non avesse la possibilità di conseguirli. E’ infatti compito del debitore, in casi del genere, intraprendere quanto possibile per onorare il debito (DTF 126 IV 131 consid. 3aa/cc pag. 134). Sapere quale fosse la situazione finanziaria del debitore é poi una questione legata all’accertamento dei fatti e alla valutazione delle prove (
Corboz
, Les infractions en droit suisse, vol. I, n. 20-28 ad art. 217 CP; CCRP, sentenza del 7 maggio 2007 inc. 17.2007.14, consid. 1 con rif.). In sede di cassazione problemi siffatti sono sindacabili unicamente se il giudizio impugnato denota estremi di arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). E arbitrario non significa opinabile o finanche erroneo, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami), o basato unilateralmente su taluni prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 18 consid. 2b pag. 20, 112 Ia 360 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 21. pag. 219, 129 I 8 consid. 21. pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 275).
2.
Nella fattispecie, il giudice della Pretura penale ha anzitutto ricordato che la base delle rivendicazioni della parte civile (PC 1), che ha anticipato gli alimenti in luogo e vece del prevenuto moroso, consiste nella sentenza pretorile del 15 settembre 2005, passata in giudicato ed emanata in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale, che ha condannato lo stesso imputato al pagamento a far tempo dal mese di luglio 2004, di un contributo alimentare mensile per la moglie _ di fr. 677.-, oltre a uno di fr. 1’100.- per ciascuno dei due figli (_); contributi che avrebbero poi dovuto essere aumentati a fr. 1'022.- per la moglie e a fr. 1'435.- per ciascun figlio a partire dal momento in cui la consorte i figli avrebbero lasciato l’abitazione coniugale di Montagnola (sentenza, pag. 3 con riferimento all’act. 1/annesso). Premesso che tale sentenza ha già comportato un procedimento penale per il medesimo reato a carico del prevenuto, sfociato il 14 marzo 2007 nella sua condanna ex art. 217 CP da parte del giudice della Pretura penale (confermata da questa Corte con sentenza del 7 maggio 2007; CCRP. inc. n. 17.2007.14), il primo giudice ha quindi ricordato che il soggetto è un trentottenne cittadino svizzero, secondo di due figli, che proviene da una famiglia molto benestante e nota per il famoso e prestigioso marchio dell’orologeria svizzera di fama mondiale. Dopo le scuole obbligatorie, ha proseguito il giudice, egli ha ottenuto un diploma commerciale con la specializzazione in informatica, per poi iscriversi all’università di _ alla facoltà di economia; carriera che ha interrotto per dedicarsi a una attività imprenditoriale di tipo finanziario, che non è però andata a buon fine, la società da lui (co)diretta essendo crollata nel 1995, comportando perdite di diversi milioni di franchi e un procedimento penale sfociato nella condanna del suo ex socio. Successivamente, segnatamente dal 1998 al 2000, ha accertato il primo giudice, il soggetto è stato impiegato come gestore patrimoniale per una società (la _, poi fallita), che si occupava di transazioni finanziarie e commerciali, di divise, e di amministrazione patrimoniale. Arrestato nel corso del 2000, l’accusato è stato licenziato e per finire condannato nel mese di agosto del 2003 dalla Corte delle assise correzionali di Lugano per appropriazione indebita (sentenza, pag. 5, consid. 8).
Riferendosi alla sua vita privata, il giudice della Pretura penale ha rilevato che il prevenuto si è sposato nel 1992 con _, dalla quale ha avuto due figli. Interrotta la convivenza, il 7 giugno 2004 la moglie si è rivolta alla Pretura di _ per ottenere la separazione dal marito e gli alimenti per i figli, iniziativa che è sfociata nella citata sentenza provvisionale del 15 settembre 2005 (sentenza, pag. 5, consid. 6). Da questa decisione, ha fatto presente il primo giudice, si evince che l’accusato, durante la convivenza con la moglie, ha sempre condotto una vita all’insegna del grande lusso, caratterizzata, quando era attivo presso la _, da elevati introiti accertati con certificato di salario (fr. 13’000.- mensili), da costosi viaggi, da veicoli prestigiosi, da ville e da servizi di ogni genere; tenore di vita che l’accusato ha mantenuto anche dopo la perdita del posto di lavoro avvenuta nel 2000 ed anche successivamente al suo arresto e alla sua condanna nell’agosto 2003, benché da quel momento non svolgesse più alcuna attività lucrativa (sentenza, pag. 5-6, consid. 6). In maniera inspiegabile, ha commentato poi il giudice, nonostante le gravi perdite economiche patite e le vicissitudini penali, l’accusato è sempre riuscito a fare fronte a tutte le ingenti spese di vitto e alloggio sua o della famiglia. I fondi a cui attingeva, sempre stando a quanto accertato, non sono però mai stati identificati, e nemmeno è stata chiarita la loro esatta provenienza. Davanti al giudice civile il prevenuto ha dichiarato di avere alimentato i bisogni suoi e della famiglia grazie a prestiti concessigli dal padre, senza però comprovare nulla in concreto. Indipendentemente dall’agiatezza in cui viveva, ha sottolineato il primo giudice, dall’estratto UEF di _ si evince che già a quel tempo costui non era solito saldare le pendenze di terzi, visti i precetti esecutivi a suo carico datati 1996-2000 (sentenza, pag. 6, consid. 6).
Inoltrata il 7 giugno 2004 la causa di divorzio da parte della moglie – sempre stando alla sentenza impugnata – la disponibilità economica dell’accusato nei confronti della famiglia è però radicalmente mutata, tanto da improvvisamente opporsi al pagamento dei contributi alimentari mensili pretesi dalla moglie (sentenza, pag. 6, ocnsid. 6). Davanti al giudice civile egli ha sì argomentato di non potere pagare siccome non disporrebbe di entrate proprie da attività lavorativa, ma invano, il Pretore avendo invece concluso che, indipendentemente dalle sue asserzioni, il soggetto non si è sufficientemente attivato per la ricerca di un posto di lavoro, fatta eccezione per una timida trattativa con una società con sede a _, che gli proponeva un impiego quale rappresentante, in realtà mai ottenuto. In buona sostanza, ha spiegato il giudice della Pretura penale, al soggetto era stato rimproverato dal pretore di non essersi impegnato a trovare una attività lavorativa confacente alle proprie possibilità (sentenza, pag. 6 con riferimento a DTF 128 III 5)
3.
Nel vagliare l’aspetto penale della fattispecie, il giudice della Pretura penale ha dipoi osservato che al dibattimento l’accusato ha giustificato il mancato pagamento dei contributi alimentari oggetto del decreto di accusa riproponendo - come nel precedente procedimento penale a suo carico - la sua dichiarata personale situazione finanziaria (ormai nota), caratterizzata da una lunga serie di atti esecutivi e di attestati di carenza beni, che gli avrebbero precluso la possibilità di rinvenire qualsiasi opportunità lavorativa. Al riguardo, il primo giudice ha però rilevato che se, da un lato, si può comprendere che l’estratto UEF dimostra una situazione economica tutt’altro che florida, ossia quindi un pessimo biglietto di visita per una professione di direttore come quella da lui ricercata, dall’altro lato è però altrettanto innegabile che questi è una persona ancora giovane, in buono stato di salute e quindi, sicuramente, in grado di effettuare una attività lucrativa più redditizia, ancorché meno dirigenziale. All’accusato, ha concluso il giudice, va perciò rimproverato, nonostante i chiari rimproveri mossigli dal Pretore in sede civile, di non avere intrapreso quanto possibile per migliorare la propria redditività, limitando le sue ricerche a posti lavorativi di alto livello, escludendo altre mansioni meno prestigiose, ancorché potenzialmente fruttifere (sentenza, pag. 7, consid. 7). Come all’epoca in cui era separato dalla moglie, ha puntualizzo il giudice della Pretura penale, per sua stessa espressa ammissione l’accusato non ha praticamente cercato, né effettuato alcun lavoro, fatta eccezione per un breve periodo come cameriere a _ presso l’esercizio pubblico di sua sorella e per dei rapporti con una non ben definita società austriaca denominata “_”, che sarebbe disposto ad assumerlo come direttore e rappresentante. Sennonché, anche davanti al giudice civile erano state prospettate possibilità del genere - come quella in relazione a una società di _ - rimaste però anche esse al livello di puro parlato. Sia come sia, ha osservato il primo giudice, con la società austriaca i contatti durano da più di sei mesi e, a tutt’oggi, l’accusato non avrebbe ancora conseguito nessun utile e solo dei rimborsi spese (sentenza, pag. 7, consid. 7).
Per finire, il giudice della Pretura penale ha concluso che si è pienamente realizzato il reato di trascuranza degli obblighi di mantenimento ex art. 217 CP, ritenuto che non si può di certo asserire che il prevenuto abbia fatto il possibile per fare fronte ai suoi obblighi. La sua posizione, egli ha sottolineato, deve perfino essere considerata ancora meno comprensibile, siccome non ha nemmeno la necessità di fare fronte alle proprie spese personali, visto che i viaggi di lavoro li paga la società austriaca e quelli personali la sua famiglia, che vive a _. La pigione dell’appartamento da lui occupato (fr. 1’100.-), ha proseguito il primo giudice, viene infatti pagata dalla madre, ritenuto poi che l’arredamento dello stesso appartiene alla sua famiglia e che per gli spostamenti egli utilizza, gratuitamente, l’Audi A2 della stessa madre. Suo padre, invece, che non è disposto a fare fronte ai debiti del figlio, pagherebbe il canone locativo di fr. 2’500.- della villa in cui vivono la moglie e i figli. Trattasi di circostanze, secondo il Pretore, che aggravano la posizione penale dell’accusato, che vive in un appartamento in _ con vista sul lago e che al processo si è presentato con un orologio pregiato, anche esso regalo di famiglia. E’ quindi innegabile, secondo il giudice della Pretura penale, che la possibilità per il soggetto di conseguire un utile risulta essere facilitata rispetto a quella di un debitore usuale, che deve fare fronte da solo e interamente ai propri oneri correnti di vitto e alloggio (sentenza pag. 7-8, consid. 8). L’accusato, ha infine rilevato lo stesso giudice, si è dimostrato reticente anche nell’intrattenere contatti e nel fornire spiegazioni all’Ufficio anticipo alimenti, a cui ha effettuato unicamente versamenti di restituzione assai esigui nel corso del 2006; uno di fr. 5’000.- e l’altro di fr. 10'000.-. La rappresentante della parte civile ha dichiarato che i silenzi dell’accusato sono stati interminabili e che i pagamenti in rimborso sono avvenuti in maniera limitata. Avesse effettuato ulteriori versamenti, la circostanza – sempre secondo il giudice – sarebbe stata apprezzata al momento di commisurare la pena. Invece, sotto questo profilo, egli ha concluso, l’atteggiamento assunto dal prevenuto è da considerare tutt’altro che attenuante. Certo, il referto peritale del 26 ottobre 2007 versato agli atti, redatto dalla dott.ressa _, attesta che l’accusato soffre di un disturbo depressivo provocato da una sensazione di sfiducia in sé stesso e caratterizzato da una incapacità ad elaborare e risolvere i propri problemi. Sennonché, tale patologia, ha puntualizzato il giudice della Pretura penale, non è comunque tale da giustificare il suo atteggiamento completamente passivo nella ricerca di un posto di lavoro e nel pagamento dei contributi a favore dei figli. La psicologa, non lo si scordi, ha osservato che, in ogni modo, il paziente non versa in uno stato depressivo tale da impedirgli una attività lavorativa, per tacere del fatto che il soggetto non ha comunque dimostrato di avere seguito ulteriori cure per migliorare la sua posizione (sentenza, pag. 8-9, consid. 9).
4.
Assevera il ricorrente che la sentenza impugnata accerta che nel periodo in questione egli non disponeva di mezzi finanziari sufficienti per fare fronte agli obblighi alimentari impostigli dal diritto civile e che non è perciò contestato che la sua personale situazione finanziaria fosse a tutti gli effetti disastrosa. Ciò nonostante, prosegue il ricorrente, il primo giudice ha concluso per la violazione dell’art. 217 CP in quanto egli non avrebbe fatto quanto in suo potere per pagare il contributo fissato dal giudice civile. Pur dovendo riconoscere lo ristrettissimo margine di manovra dello stesso giudice civile nello specifico ambito, obietta l’accusato, va evidenziato come il contributo impostogli nella causa di stato sia assolutamente eccessivo a fronte della sua personale situazione. Giacché, egli rileva, è la sproporzione fra le sue effettive possibilità economiche e il citato contributo che lo ha posto nell’impossibilità di versare quanto necessario, come peraltro sotteso dalla sentenza impugnata, nella misura in cui essa si rifà alla sentenza cautelare emanata il 15 settembre dal Pretore del Distretto di _, che di fatto gli ricorda di avere sempre condotto una vita (per sé e la famiglia) all’insegna del grande lusso – anche quando la situazione è precipitata a seguito della perdita del posto di lavoro nell’anno 2000 e, successivamente, a seguito del suo arresto e della sua condanna, avvenuta nel 2003 – per poi rimproveragli di avere radicalmente mutato rotta appena che la moglie ha inoltrato l’azione di divorzio (giugno 2004), opponendosi al pagamento dei contributi alimentari richiesti da quest’ultima; non solo, la sentenza civile - sempre secondo il ricorrente – non ha preso in considerazione la sua obiezione di non poter pagare, siccome non disporrebbe di entrate proprie da attività lavorativa, facendogli carico di non essersi sufficientemente attivato per la ricerca di un posto di lavoro, fatta eccezione per una timida trattativa con una società con sede a _, che gli avrebbe proposto un impiego, in realtà mai ottenuto. Orbene, obietta il ricorrente, egli avrebbe quindi modificato il suo tenore di vita, lasciando che ai bisogni della famiglia provvedesse lo Stato. In questo modo, gli viene di fatto rimproverata la sua origine benestante. Egli ha però potuto mantenere un importante tenore di vita, per sua stessa ammissione, grazie all’aiuto dei genitori, che garantiscono per di più a _ un versamento di fr. 2'500.- mensili. Il giudice civile, seguito nel ragionamento dal giudice penale, rileva dipoi il ricorrente, ha invece ritenuto chissà quale manovra messa in atto per modificare il tenore di vita. Non esiste tuttavia nulla nell’incarto penale, così come non esisteva nell’incarto civile che possa solo lontanamente lasciare sospettare a un inganno dell’accusato. Arbitrario, secondo il ricorrente, è quindi trarre conclusioni da semplici ragionamenti, senza alcun riscontro concreto, basati semplicemente sulla provenienza e sulla famiglia del ricorrente.
Nella misura in cui il ricorrente parrebbe fare carico al giudice civile di avergli imposto un onere finanziario eccessivo, rispettivamente di essersi fondato su considerazioni sprovviste di buon diritto nel fissare l’ammontare degli alimenti imposti dal diritto di famiglia, il gravame sfugge a disamina da parte di questa Corte. Giacché, come correttamente rilevato dal giudice della Pretura penale al consid. 1 della sentenza impugnata, con riferimento tra l’altro DTF 106 IV 366ss, quando esiste una sentenza specifica emanata al riguardo dall’autorità giudiziaria, il giudice penale non può effettuare ulteriori apprezzamenti sul calcolo del contributo, essendo vincolato a questa decisione, che, passata in giudicato, deve essere ritenuta accettata dal debitore e funge da base per il procedimento penale. Ne discende perciò l’inammissibilità del gravame al riguardo, peraltro proposto - comunque sia – con argomenti del tutto inadatti a sostanziare una censura di arbitrio, risultando evidente come il ricorrente si proponga di rimediare alla decisione del giudice civile, ripercorrendo a ruota libera il procedimento provvisionale sfociato con la sentenza emanata il 5 settembre 2005 dal Pretore del Distretto di _ in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale. La stessa conclusione si impone, mutatis mutandis, anche nella misura in cui il ricorrente fa carico al giudice della Pretura penale di avere ripreso le considerazioni del giudice civile sulla fissazione del contributo alimentare a suo carico.
5.
Ribadito di avere - seppure in modo irrito - provveduto a garantire alla famiglia un appartamento di lusso, il ricorrente rileva che il fatto che _ si sia rivolta _ dopo poco più di un mese dalla prima decisione pretorile, pochi giorni dopo la crescita in giudicato della menzionata sentenza, non può e non deve avvenire a suo discapito. La miglior prova delle situazione sua difficile, prosegue il ricorrente, è data dal fatto che la moglie non ha atteso, come sarebbe stato ovvio, di vedere se il marito pagava, ma ha puramente e semplicemente richiesto l’aiuto del servizi statali, beneficiando così oltre che del pagamento del canone di locazione, di altri importi e garantendo una situazione personale ben oltre il minimo vitale. Ancora una volta, obietta l’accusato, la conclusione del primo giudice, secondo cui egli poteva fare fronte agli obblighi civili derivanti dalla sentenza, appare arbitraria in quanto non ha alcun contatto con la realtà dei fatti. Sennonché, il ricorrente trascura che nella sentenza del 7 maggio 2007 riferita al procedimento penale per trascuranza degli obblighi di mantenimento sfociato nel decreto di accusa del 31 luglio 2006 e nella sentenza emanata dal giudice della Pretura penale in data 14 marzo 2007, questa Corte ha avuto modo di giudicare gli stessi argomenti del tutto infruttuosi, rilevando che a provvedere per l’abitazione occupata dai famigliari è stato il suocero e non l’accusato; il quale, ciò nonostante, non ha nemmeno pagato la parte del debito alimentare eccedente il canone locativo, riconosciuto – per una somma evidentemente inferiore – alla moglie e ai figli dal giudice civile nei loro minimi di esistenza vitale, una volta che essi avranno lasciato l’originario appartamento coniugale (al cui canone di locazione ha pure sempre provveduto il suocero). L’accusato, aveva sottolineato questa Corte, non ha infatti versato alcunché della somma dovuta e calcolata sulla base dei (potenziali) redditi dei coniugi, dei rispettivi fabbisogni (tra cui il canone di locazione a partire da un determinato momento) e delle rispettive eccedenze (CCRP citata, consid. 4). Il rimedio, proposto al riguardo con leggerezza dato quanto precede, non può perciò che essere di nuovo votato all’insuccesso.
6.
Nel punto 5 del suo memoriale, il ricorrente fa dipoi carico al primo giudice di avere in modo arbitrario giudicato insufficiente il suo impegno a reperire una attività lavorativa. Sennonché, egli non sostanzia la critica, limitandosi a citare dottrina e giurisprudenza sull’argomento e a riportare il passaggio della sentenza (consid. 7 pag. 7), in cui il primo giudice ha spiegato perché ha ritenuto insufficienti le ricerche di un posto di lavoro messe in atto dallo stesso ricorrente. Ne discende, almeno per ora, l’inammissibilità del rimedio. Nel successivo punto 6 del gravame, il ricorrente si propone di sottoporre a questa Corte un aspetto da lui ritenuto assai importante, che sarebbe stato sviluppato all’attenzione del giudice della Pretura penale al pubblico dibattimento, unitamente ai documenti di appoggio, ma che, quantomeno apparentemente, non è stato tenuto in alcuna considerazione. Dagli atti, egli rileva, si deduce il motivo per cui egli non ha potuto finalizzare il contratto di lavoro con la menzionata società (_), ossia il presente procedimento penale. Bisogna valutare, egli assevera, la situazione nel suo complesso. Egli deve versare, ricorda lo stesso ricorrente, alimenti per importi assai rilevanti. Una attività non dirigenziale, così come proposta dal giudice della Pretura penale, non gli consentirebbe sicuramente di fare fronte a quest’obbligo. Dopo lunghe trattative, prosegue il ricorrente, a gennaio del 2008 è riuscito a ottenere una sorta di pre-contratto per il mezzo del quale guadagnerebbe una cifra di € 3’000.- mensili, ossia un importo che, pur essendo assai lontano dalle somme cui era abituato, gli consentirebbe comunque di far fronte ai contributi definiti dal giudice civile. Ha quindi insistito su questa via. Purtroppo, argomenta il ricorrente, è sorto un problema costituito dall’iscrizione a casellario giudiziario delle diverse condanne, specie quella per truffa per cui egli era stato condannato diversi anni fa, che comporterebbe verosimilmente la rescissione del pre-contratto. Sennonché, puntualizza l’accusato, tale condanna non è stata cancellata in ragione delle procedure penali seguenti, ciò che comporta per lui il rischio concreto di perdere il suo posto di lavoro. Pur non proponendosi di accusare nessuno delle difficoltà incontrate, il ricorrente evidenzia come ci si trovi per finire in una situazione kafkiana dove egli non riesce a concretizzare un contratto di lavoro definitivo, che gli consentirebbe di pagare i contributi assegnati ai figli proprio in ragione della procedura penale avviata per ottenere il pagamento degli stessi contributi. Le soluzioni da lui prospettate non hanno dato esito; l’attesa pareva la migliore, per rendere più difficile, al datore di lavoro, la rescissione dell’accordo. Orbene, rileva il ricorrente, appare tuttavia arbitrario ritenere che egli non abbia cercato di sistemare la propria situazione personale, ciò che gli avrebbe consentito di pagare i contributi alimentari. Prescindendo dai motivi per cui il contratto definitivo non è ancora stato stipulato, obietta il ricorrente, appare ovvio come difficilmente si può non ritenere scioccante la tesi del giudice di prime cure. Avesse accettato un lavoro più umile, riprendendo le parole della sentenza impugnata, e quindi meno retribuito, gli verrebbe ora rimproverato, sulla base della sua età, formazione professionale e culturale, di non avere cercato di ottenere una attività consona. Non va dimenticato, fa valere l’accusato, che nell’ambito della presente procedura egli aveva versato complessivamente fr. 15'000.- circostanza che non ha in alcun modo modificato l’esito della procedura penale.
La natura appellatoria di un esposto del genere - fondato con ogni evidenza su mere ipotesi a dipendenza del singolo scenario prospettato - risulta tuttavia palmare; gli argomenti proposti, peraltro in modo confuso, sono perciò del tutto inadatti a scalfire gli accertamenti e le conseguenti considerazioni che hanno spinto il giudice della Pretura penale dapprima a concludere che lo stesso accusato non si sia sufficientemente attivato per reperire un posto di lavoro, fatta eccezione per un breve periodo come cameriere a _ presso l’esercizio pubblico di sua sorella e per dei non meglio precisati rapporti con una società austriaca in funzione di un scrittura mai pervenuta e non seguita, comunque sia, da nessun utile, ma solo dal rimborso spese, e in seguito a rimproverare allo stesso accusato di non avere pagato di più, nonostante non avesse nemmeno la necessità di far fronte alle proprie spese personali, ritenuto che i viaggi di lavoro li paga la società austriaca, mentre che gli oneri personali li paga la sua famiglia; la quale provvede perfino a saldargli (tramite la madre) la pigione mensile di fr. 1’100.- per l’appartamento da lui occupato, il cui arredamento appartiene del resto alla famiglia stessa, ritenuto poi che per gli spostamenti egli utilizza l’Audi A 2 della madre; famiglia (padre) – ha proseguito il primo giudice - che pagherebbe anche il canone locativo di fr. 2'500.- al mese della villa in cui vivono la moglie e i figli del prevenuto, che vive a sua volta in un appartamento in _ con vista sul lago e che al processo si è presentato con un orologio pregiato, regalo anch’esso di famiglia. Per dimostrare il preteso arbitrio, invocato peraltro soltanto di passata, occorre ben altra forza argomentativa, non bastando al riguardo rifarsi a congetture per ribaltare la conclusione del primo giudice, basata su considerazioni che hanno peraltro resistito ad analoghe critiche nella sentenza emanata da questa Corte il 7 maggio 2007 (inc. CCRP, n. 17.2007.14) alla quale si rinvia. Quanto poi al fatto che il ricorrente avrebbe – a suo dire – inoltrato in Pretura una richiesta di modifica del contributo alimentare a suo carico, la circostanza è ininfluente, dato che tale iniziativa non incide, per ora, sulla esecutività della sentenza cautelare del 15 settembre 2005, posta perciò giustamente a fondamento del decreto di accusa in rassegna. Né al ricorrente giova ricordare i pagamenti per complessivi fr. 15'000.- fatti all’Ufficio anticipo alimenti nel 2006, ove si consideri che il giudice della Pretura penale li ha considerati assai esegui e, quindi, insufficienti, rilevando che soltanto versamenti supplementari, anche di poca entità, sarebbero stati apprezzati e, se del caso, presi in considerazione nella commisurazione della pena. Del resto, la rappresentante della parte civile si è proprio lamentata dei silenzi e della refrattarietà dimostrati dall’accusato nel far fronte ai suoi debiti (sentenza, pag. 8, consid. 9). Orbene, il ricorrente non dimostra affatto la manifesta insostenibilità di tali considerazioni, limitandosi a esternare il suo dissenso, senza però sostanziare il preteso arbitrio.
7.
Da quanto precede discende perciò che nella limitata misura in cui è ammissibile, il ricorso deve essere disatteso, siccome manifestamente infondato. Gli oneri processuali seguono la soccombenza del ricorrente (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP).