Decision ID: 67d58732-3460-43c0-bc18-c505828a36be
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A._, cittadino afghano di etnia tagica con ultimo domicilio a (...), in
provincia di Baghlan, ha lasciato il proprio paese d’origine all’inizio del 2015
recandosi dapprima in Pakistan ed in seguito in Iran. Giunto in Svizzera
dopo essere transitato da diversi paesi terzi, l’interessato ha depositato una
domanda d’asilo presso il 19 gennaio del 2017 (cfr. atto A10, pag. 2 e seg.).
Sentito sui motivi alla base della stessa, egli ha dichiarato, in sostanza e
per quanto qui di rilievo, di aver avuto dei problemi con dei parenti a causa
di alcuni terreni lasciatigli in eredità. Questi, pur non essendo riusciti a fargli
del male direttamente, avrebbero già assassinato il padre e minaccereb-
bero ora lui ed il fratello di ulteriori atti pregiudizievoli. Per le medesime
ragioni, l’interessato avrebbe denunciato le persone in questione alle auto-
rità per ben sette volte. Le forze di sicurezza avrebbero quindi cercato di
arrestarle, salvo desistere a seguito della loro fuga. Dal canto suo, il richie-
dente asilo avrebbe avuto gli ultimi contatti con queste persone all’età di
diciotto anni. Successivamente egli avrebbe fatto domanda per integrare
l’esercito afgano. Dopo essersi recato a Mazar-i Sharif per svolgere l’ad-
destramento, l’interessato sarebbe stato assegnato alle truppe di soccorso.
Proprio a causa delle sue mansioni nell’esercito, l’insorgente avrebbe però
temuto di finire nel mirino dei Talebani, decidendosi quindi per l’espatrio
(cfr. atto A15, pag. 2 e seg.).
B.
Con decisione del 9 marzo 2017, la Segreteria di Stato della migrazione (di
seguito: SEM) ha respinto la succitata domanda d’asilo, pronunciando con-
testualmente l’allontanamento dell’interessato dalla Svizzera ed ordinan-
done l’esecuzione siccome lecita, esigibile e possibile.
C.
Il 10 aprile 2017 l’interessato è insorto contro detta decisione con ricorso
dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il Tribunale), il
quale, con sentenza del 17 gennaio 2019, ha annullato il provvedimento in
parola restituendo gli atti all’autorità di prima istanza per complemento
istruttorio.
D.
Il 20 febbraio 2019 la SEM ha quindi emesso un nuovo provvedimento
giungendo al medesimo esito di cui sub lett. B (data di notifica: 21 febbraio
2019; cfr. atto A47).
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Pagina 3
E.
Con atto del 25 marzo 2019 (timbro postale), il richiedente l’asilo ha impu-
gnato anche tale decisione. In via principale ne ha chiesto l’annullamento,
il riconoscimento dello statuto di rifugiato e la concessione dell’asilo in Sviz-
zera. In subordine la restituzione degli atti all’autorità di prime istanza per
una nuova valutazione. In via ancor più subordinata di essere ammesso
provvisoriamente in Svizzera per inesigibilità dell’esecuzione dell’allonta-
namento. Contestualmente ha presentato una domanda di assistenza giu-
diziaria, nel senso dell’esenzione dal versamento delle spese processuali
e del relativo anticipo, il tutto protestando spese e ripetibili.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti negli scritti verranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza.

Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo non preveda altrimenti (art. 6 LAsi). La presente
procedura è retta dal diritto anteriore (cfr. cpv. 1 delle Disposizioni transito-
rie della modifica del 25 settembre 2015 della LAsi). Fatta eccezione per le
decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù dell’art. 31 LTAF, giu-
dica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA prese dalle autorità
menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette autorità (art. 105
LAsi). L’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 PA.
Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è
particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse de-
gno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa (art. 48
cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto é legittimato ad aggravarsi contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi), alla forma e al
contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del gravame.
2.
Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi si rinuncia allo scambio degli scritti.
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3.
Con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la vio-
lazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato
né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche
della decisione impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr.
DTAF 2014/1 consid. 2).
4.
Nelle procedure d’asilo ‒ così come nelle altre procedure di natura ammi-
nistrativa ‒ si applica il principio inquisitorio. Ciò significa che l’autorità com-
petente deve procedere d’ufficio all’accertamento esatto e completo dei
fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi; art. 12 PA). La determinazione dei
fatti e l’applicazione della legge non sono aspetti disgiunti (cfr. ISABELLE
HÄNER, in: Häner/Waldmann, Das erstinstanzliche Verwaltungsverfahren,
2008, n. 34). Significativo è il substrato fattuale per le condizioni di applica-
zione della norma giuridica (cfr. sentenza del Tribunale D-291/2021 del 9
marzo 2021 consid. 7.2.2). In concreto, l’autorità deve procurarsi la docu-
mentazione necessaria alla trattazione del caso, chiarire le circostanze giu-
ridiche ed amministrare a tal fine le opportune prove a riguardo (cfr. DTF
140 I 285 consid. 6.3.1). Il principio inquisitorio non dispensa le parti dal
dovere di collaborare all’accertamento dei fatti ed in modo particolare
dall’onere di provare quanto sia in loro facoltà e quanto l’amministrazione
o il giudice non siano in grado di delucidare con mezzi propri (art. 13 PA ed
art. 8 LAsi; sentenza del Tribunale federale 2C_787/2016 del 18 gennaio
2017 consid. 3.1; DTAF 2019 I/6 consid. 5.1). Una violazione del principio
inquisitorio non implica in ogni caso l’automatica retrocessione degli atti
all’autorità inferiore, dal momento che il Tribunale resta libero di raccogliere
gli elementi necessari al giudizio se una tale soluzione appare giudiziosa
per ragioni di economia procedurale (cfr. DTAF 2019 I/6 consid. 5.2;
2012/21 consid. 5.1).
5.
5.1. Nella querelata decisione, l’autorità di prima istanza non ha rimesso in
discussione l’incorporazione dell’insorgente nelle forze militari del suo
Paese d’origine. Essa ha nondimeno rilevato che il profilo dell’insorgente
non sarebbe tale da giustificare il riconoscimento dello statuto di rifugiato.
Il ricorrente avrebbe invero svolto l’attività di soldato limitatamente ad
un’unica provincia senza essere stato mai identificato, minacciato o attac-
cato dai Talebani o da altri gruppi. Sarebbe stato attivo principalmente
come sanitario senza avere contatti con la coalizione. Le allegazioni a pro-
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posito del fatto di essere stato preso di mira dai Talebani si sarebbero inol-
tre rivelate inverosimili. Le vicissitudini con i parenti a causa dei terreni poi,
non sarebbero pertinenti ai fini della concessione dell’asilo. In primo luogo,
l’interessato avrebbe fatto effettivamente capo alla protezione del suo
Stato, le cui autorità si sarebbero messe a disposizione nell’ottica di assi-
curare alla giustizia i predetti. Inoltre, tali eventi difetterebbero del neces-
sario nesso causale con l’espatrio, essendosi gli ultimi contatti con tali per-
sone prodotti diverso tempo addietro.
5.2. Nel proprio gravame il ricorrente, dopo aver richiamato e precisato i
fatti esposti in corso di procedura, avversa la valutazione dell’autorità infe-
riore. Egli si sofferma innanzitutto sulla pretesa inverosimiglianza relativa
all’episodio dell’imboscata da parte dei Talebani. Nel resoconto da lui for-
nito non sarebbe riscontrabile alcuna contraddizione. Nel corso della se-
conda audizione egli avrebbe infatti risposto ad un diverso quesito, in cor-
relazione con quanto esposto poc’anzi a proposito del modus operandi del
gruppo fondamentalista nel controllo delle persone. D’altra parte, la rispo-
sta fornita dall’insorgente alla questione a sapere se egli fosse o meno
stato personalmente controllato si sarebbe rivelata poco chiara e ciò nono-
stante la SEM non avrebbe approfondito tale aspetto nemmeno dopo il rin-
vio degli atti da parte del Tribunale. Il ricorrente apparterrebbe alla catego-
ria di persone particolarmente esposte al rischio di persecuzione in virtù
della sua incorporazione nelle forze militari afgane, aspetto, quest’ultimo,
ritenuto verosimile nel provvedimento impugnato. Occorrerebbe dunque
concludere che le dichiarazioni dell’insorgente siano verosimili nel loro in-
sieme e che la decisione impugnata sia stata resa in base ad un accerta-
mento errato ed incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti.
6.
6.1. La Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le dispo-
sizioni della LAsi (art. 2 LAsi). L’asilo comprende la protezione e lo statuto
accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di rifugiato.
Esso include il diritto di risiedere in Svizzera. Giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi,
sono rifugiati le persone che, nel Paese d’origine o d’ultima residenza, sono
esposte a seri pregiudizi a causa della loro razza, religione, nazionalità,
appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni poli-
tiche, ovvero hanno fondato timore d’essere esposte a tali pregiudizi. Sono
pregiudizi seri segnatamente l’esposizione a pericolo della vita, dell’inte-
grità fisica o della libertà, nonché le misure che comportano una pressione
psichica insopportabile (art. 3 cpv. 2 LAsi). Sono rifugiati le persone che,
nel Paese d’origine o d’ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a
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causa della loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determi-
nato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato
timore d’essere esposte a tali pregiudizi. Sono pregiudizi seri segnata-
mente l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà,
nonché le misure che comportano una pressione psichica insopportabile
(art. 3 cpv. 2 LAsi).
6.2. Il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito
all’art. 3 LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in
rapporto con la situazione reale, e un elemento soggettivo. Sarà quindi ri-
conosciuto come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente riconosci-
bili da terzi (elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) d’essere
esposto, in tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, ad una persecu-
zione (cfr. DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5). Sul piano sog-
gettivo, deve essere tenuto conto degli antecedenti dell’interessato, segna-
tamente dell’esistenza di persecuzioni anteriori, nonché della sua apparte-
nenza ad una razza, ad un gruppo religioso, sociale o politico, che lo
espongono maggiormente ad un fondato timore di future persecuzioni. In-
fatti, colui che è già stato vittima di persecuzione ha dei motivi oggettivi di
avere un timore (soggettivo) di nuove persecuzioni più fondato di colui che
ne è l’oggetto per la prima volta (DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi riferi-
menti). Sul piano oggettivo, tale timore deve essere fondato su indizi con-
creti e sufficienti che facciano apparire, in un futuro prossimo e secondo
un’alta probabilità, l’avvento di seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi. Non
sono sufficienti, quindi, indizi che indicano minacce di persecuzioni ipoteti-
che che potrebbero prodursi in un futuro più o meno lontano (cfr. DTAF
2010/57 consid. 2.5 e relativi riferimenti).
6.3. Il timore di essere perseguitato presuppone inoltre l’esistenza di mi-
nacce attuali e concrete. In tal senso, tra i pregiudizi e la fuga deve inter-
correre un nesso causale temporale. Quest’ultimo è da considerarsi deca-
duto, in regola generale, allorquando tra l’ultima persecuzione subita e
l’espatrio è trascorso un lasso di tempo relativamente lungo. A norma della
giurisprudenza, la qualità di rifugiato non può quindi più essere riconosciuta
quando la fuga medesima interviene dai sei a dodici mesi dopo la fine delle
persecuzioni. Vanno tuttavia riservati i casi nei quali vi sono motivi oggetti-
vamente plausibili o valide ragioni di natura personale atti a giustificare una
partenza differita dal paese d’origine (cfr. DTAF 2011/50 consid. 3.1.2.1;
DTAF 2009/51 consid. 4.2.5). Oltre al nesso causale temporale, l’attualità
e la concretezza delle minacce implica altresì la persistenza di un legame
di causalità materiale entro queste ultime ed il bisogno di protezione. Lo
stesso si ritiene interrotto allorquando al momento della pronuncia della
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decisione nel paese d’origine sia già intervenuto un cambiamento oggettivo
delle circostanze tale da non potersi più presupporre l’esistenza di un ri-
schio concreto di ripetizione delle persecuzioni (cfr. DTAF 2011/50 con-
sid. 3.1.2.2 e riferimenti citati, in particolare quanto all’esistenza di ragioni
imperiose che permettano di derogare alla condizione dell’attualità del bi-
sogno di protezione; DTAF 2010/57 consid. 4.1). Il nesso di causalità ma-
teriale fa parimenti difetto se, al momento dell’espatrio, il fondato timore di
essere perseguitato sia originato da cause che non siano riconducibili alle
persecuzioni subite sino ad allora (cfr. WALTER KÄLIN, op. cit., pag. 129 e,
a titolo esemplificativo, sentenza del Tribunale D-2243/2015 del 15 dicem-
bre 2017 consid. 8.4.1).
6.4. A tenore dell’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque domanda asilo deve provare
o per lo meno rendere verosimile la sua qualità di rifugiato. La qualità di
rifugiato è resa verosimile se l’autorità la ritiene data con una probabilità
preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono inverosimili in particolare le alle-
gazioni che su punti importanti sono troppo poco fondate o contraddittorie,
non corrispondono ai fatti o si basano in modo determinante su mezzi di
prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi). È pertanto necessario che i fatti
allegati dal richiedente l’asilo siano sufficientemente sostanziati, plausibili
e coerenti fra loro; in questo senso dichiarazioni vaghe, quindi suscettibili
di molteplici interpretazioni, contraddittorie in punti essenziali, sprovviste di
una logica interna, incongrue ai fatti o all’esperienza generale di vita, non
possono essere considerate verosimili ai sensi dell’art. 7 LAsi. È altresì ne-
cessario che il richiedente stesso appaia come una persona attendibile,
ossia degna di essere creduta. Questa qualità non è data, in particolare,
quando egli fonda le sue allegazioni su mezzi di prova falsi o falsificati
(art. 7 cpv. 3 LAsi), omette fatti importanti o li espone consapevolmente in
maniera falsata, in corso di procedura ritratta dichiarazioni rilasciate in pre-
cedenza o, senza motivo, ne introduce tardivamente di nuove, dimostra
scarso interesse nella procedura oppure nega la necessaria collabora-
zione. Infine, non è indispensabile che le allegazioni del richiedente l’asilo
siano sostenute da prove rigorose; al contrario, è sufficiente che l’autorità
giudicante, pur nutrendo degli eventuali dubbi circa alcune affermazioni,
sia persuasa che, complessivamente, tale versione dei fatti sia in prepon-
deranza veritiera. Il giudizio sulla verosimiglianza non deve, infatti, ridursi
a una mera verifica della plausibilità del contenuto di ogni singola allega-
zione, bensì dev’essere il frutto di una ponderazione tra gli elementi essen-
ziali a favore e contrari ad essa; decisivo sarà dunque determinare, da un
punto di vista oggettivo, quali fra questi risultino preponderanti nella fatti-
specie (cfr. DTAF 2013/11 consid. 5.1 e relativi riferimenti).
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7.
7.1. Ora, partendo dal presupposto che l’incorporazione nelle forze di sicu-
rezza afgane non è stata rimessa in discussione dall’autorità inferiore, oc-
corre innanzitutto chiedersi il ricorrente sia o meno esposto ad un rischio
di subire pregiudizi rilevanti in materia d’asilo nell’eventualità di un rientro
in patria.
7.2. Nel contesto afgano la giurisprudenza riconosce alcune categorie di
persone particolarmente esposte al pericolo di subire persecuzioni (cfr.
sentenze del Tribunale D-780/2017 del 13 giugno 2018, consid. 5.5; D-
3846/2017 del 19 marzo 2018, consid. 3.3). Si tratta di coloro che sono
considerati, a torto o a ragione, vicini al governo o alla coalizione
internazionale (cfr. sentenze del Tribunale D-2112/2017 del 17 gennaio
2019 consid. 5.2; E-4258/2016 del 20 dicembre 2017 consid. 5.3.2) come
pure degli stessi membri delle forze di sicurezza e delle milizie
filogovernative (cfr. sentenza del Tribunale D-1907/2020 del 3 febbraio
2021 consid. 12.1). Dando per assodato un rischio astratto di intimidazioni
ed altri atti pregiudizievoli, quanto risulta decisivo è però anche in
quest’ambito l’esistenza di inizi concreti che lascino presagire l’avvento di
persecuzioni determinanti in materia d’asilo in un futuro prossimo (cfr.
sentenze del Tribunale D-3999/2020 del 2 settembre 2020 consid. 10.1; D-
3846/2017 del 19 marzo 2018 consid. 3.4). Per valutare tale aspetto,
occorre tenere segnatamente in considerazione l’esistenza di pregresse
minacce da parte degli insorti, di un’eventuale identificazione ad opera di
tali gruppi armati, come pure il grado di esposizione pubblica
dell’interessato (cfr. sentenze D-6200/2017 del 26 marzo 2019 consid. 6.3,
D-780/2017 consid. 5.7; E-4942/2016 del 3 luglio 2018 consid. 4.3
7.3. Alla luce della valutazione di cui al provvedimento avversato e delle
censure proposte nel memoriale ricorsuale, va a questo punto determinato
se il ricorrente abbia o meno avuto contatti diretti con i Talebani prima di
lasciare il proprio Paese d’origine. Nel corso dell’audizione sulle generalità
questi ha invero menzionato il fatto che tale gruppo armato avrebbe “ten-
tato di prenderlo qualche volta”, precisando dipoi che si sarebbe trattato di
un solo episodio nel corso del quale, lui ed altri commilitoni, sarebbero stati
circondati per poi riuscire a fuggire (cfr. atto A9, pag. 11-13). Sennonché,
nella successiva e più dettagliata audizione sui motivi d’asilo, l’insorgente
si è limitato a contestualizzare da un punto di vista generale il modo di agire
dei Talebani nei confronti di coloro che sono sospettati di appartenere alle
forze di sicurezza, precisando che in caso di dubbio verrebbero rilevate le
impronte digitali e, ad incorporazione confermata, si rischierebbe la deca-
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pitazione. Poco dopo, egli ha pure espressamente escluso con una formu-
lazione chiara di essere stato personalmente oggetto di episodi di tale ge-
nere (cfr. atto A15, pag. 7). Così, mal si comprende innanzitutto quali
aspetti avrebbero dovuto essere istruiti maggiormente, rispettivamente cor-
rettamente, dalla SEM. Non è infatti compito delle autorità elvetiche com-
petenti in materia d’asilo ricercare, in presenza di indicazioni contrarie da
parte del richiedente, ipotetiche persecuzioni pregresse. Inoltre, posta la
manifesta contraddittorietà tra quanto asserito nel rilevamento delle gene-
ralità ed il successivo resoconto fornito nel contesto di un’audizione più
approfondita, si può partire dall’assunto che l’episodio inizialmente addotto
non abbia avuto luogo, rispettivamente che le dichiarazioni in tal senso non
ossequino ai criteri di verosimiglianza.
7.4. Poste queste premesse, si necessita quindi di determinare se la sola
incorporazione nelle forze di sicurezza sia in concreto tale da giustificare
un fondato timore di persecuzioni. Ora, dagli atti di causa non risulta che
l’insorgente sia stato identificato dagli insorti quale appartenente
all’esercito regolare. Il ricorrente ha peraltro precisato di aver svolto la sua
attività principalmente quale sanitario nella provincia di Jowzjan, rifornendo
di tanto in tanto altri luoghi. Egli non ha dipoi ottenuto un grado militare di
spessore né ha affermato di aver collaborato direttamente con le forze di
occupazione straniere. Pertanto, la sua esposizione non è oggettivamente
tale da comportare un rischio di persecuzione intrinseco e indipendente
dall’individuazione. Per quanto egli appartenga ad una categoria sensibile,
la valutazione dell’autorità inferiore quanto all’insussistenza di un timore di
subire persecuzione causato dalla pregressa attività professionale non
presta così il fianco a critiche.
7.5. Da ultimo, per quanto concerne le problematiche derivanti dalla faida
famigliare che avrebbe portato all’uccisione del padre dell’insorgente e che
quest’ultimo ha pure adotto quale motivo a sostegno della sua domanda,
occorre constatare come i fatti in questione risalgano a diversi anni
addietro, difettando pertanto del necessario nesso causale con l’espatrio.
Per stessa ammissione del ricorrente, gli ultimi contatti con gli aggressori,
che non gli avrebbero peraltro causato problematiche rilevanti (cfr. atto
A15, pag. 9) si sarebbero svolti due anni prima del suo espatrio (cfr. atto
A15, pag. 8). Da quanto affermato in corso di procedura, si deduce peraltro
implicitamente che le tempistiche dell’espatrio fossero piuttosto da
ricondurre alle preoccupazioni derivanti da ipotetiche azioni dei Talebani.
8.
La SEM ha quindi a giusto titolo negato la qualità di rifugiato al ricorrente.
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Il ricorso, sul punto di questione dell’asilo e della qualità di rifugiato va con-
seguentemente respinto.
9.
Se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM pronuncia,
di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina l’esecuzione; tiene
però conto del principio dell’unità della famiglia (art. 44 LAsi).
Il ricorrente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM avrebbe
dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla Svizzera (art. 14
cpv. 1 e 2 nonché art. 44 LAsi come pure art. 32 dell’ordinanza 1 sull’asilo
relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311];
DTAF 2013/37 consid. 4.4).
Pertanto, anche la pronuncia dell’allontanamento va confermata.
10.
10.1. Per quanto concerne l’esecuzione dell’allontanamento, per rinvio
dell’art. 44 LAsi, l’art. 83 LStrI (RS 142.20) prevede che la stessa sia am-
missibile (cpv. 3), esigibile (cpv. 4) e possibile (cpv. 2). In caso di non
adempimento di una di queste condizioni, la SEM dispone l’ammissione
provvisoria (art. 44 LAsi e art. 83 cpv. 1 LStrI).
10.2. Secondo prassi costante del Tribunale, circa l’apprezzamento degli
ostacoli all’esecuzione dell’allontanamento, vale lo stesso apprezzamento
della prova consacrato al riconoscimento della qualità di rifugiato, ovvero il
ricorrente deve provare o per lo meno rendere verosimile l’esistenza di un
ostacolo all’esecuzione dell’allontanamento (cfr. DTAF 2011/24 con-
sid. 10.2). Inoltre, lo stato di fatto determinante in materia di esecuzione
dell’allontanamento è quello che esiste al momento in cui si statuisce (cfr.
DTAF 2009/51 consid. 5.4).
10.3. Le condizioni prescritte dall’art. 83 LStrI sono di natura alternativa. È
sufficiente la mancata realizzazione di una di esse perché l’allontanamento
risulti ineseguibile (cfr. DTAF 2011/24 consid. 10.2).
11.
11.1. Nella querelata decisione, l’autorità di prima istanza ha ritenuto
adempiuti i presupposti di legge per rinvio del ricorrente a Kabul. In parti-
colare, l’esecuzione dell’allontanamento verso tale luogo nel contesto di
un’alternativa di domicilio interna andrebbe considerata ragionevolmente
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esigibile. L’interessato adempirebbe infatti alle circostanze personali favo-
revoli prescritte dalla giurisprudenza.
11.2. In sede ricorsuale, l’insorgente avversa tale valutazione. A suo dire,
una sua installazione nella capitale risulterebbe inesigibile. Nonostante la
presenza di alcuni zii, non si potrebbe infatti ritenere che il ricorrente di-
sponga di una solida rete sociale o che possa procacciarsi il minimo esi-
stenziale.
12.
12.1. Giusta l’art. 83 cpv. 4 LStrI, l’esecuzione dell’allontanamento non può
essere ragionevolmente esigibile qualora, nello Stato d’origine o di prove-
nienza, lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in seguito
a situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o emergenza
medica.
12.2. Tale disposizione si applica principalmente ai "réfugiés de la vio-
lence", ovvero agli stranieri che non adempiono le condizioni della qualità
di rifugiato, poiché non sono personalmente perseguiti, ma che fuggono da
situazioni di guerra, di guerra civile o di violenza generalizzata. Essa vale
anche nei confronti delle persone per le quali l’allontanamento comporte-
rebbe un pericolo concreto, in particolare perché esse non potrebbero più
ricevere le cure delle quali esse hanno bisogno o che sarebbero, con ogni
probabilità, condannate a dover vivere durevolmente e irrimediabilmente in
stato di totale indigenza e pertanto esposte alla fame, ad una degradazione
grave del loro stato di salute, all’invalidità o persino alla morte. Per contro,
le difficoltà socio-economiche che costituiscono l’ordinaria quotidianità
d’una regione, in particolare la penuria di cure, di alloggi, di impieghi e di
mezzi di formazione, non sono sufficienti, in sé, a concretizzare una tale
esposizione al pericolo. L’autorità alla quale incombe la decisione deve
dunque, in ogni singolo caso, stabilire se gli aspetti umanitari legati alla
situazione nella quale si troverebbe lo straniero in questione nel suo Paese
sono tali da esporlo ad un pericolo concreto (cfr. DTAF 2014/26 consid. 7.6-
7.7 con rinvii).
12.3. Nell’ambito di un’analisi del Paese dal punto di vista della sicurezza
e della situazione umanitaria ai sensi dell’art. 83 cpv. 4 LStrI, questo
Tribunale è giunto alla conclusione che la situazione in Afghanistan, già
critica, è ulteriormente peggiorata nell’ultimo periodo. Dal punto di vista
umanitario, la situazione nelle aree rurali è a tal punto grave da potersi
considerare realizzate le condizioni di minaccia esistenziale ai sensi
dell’art. 83 cpv. 4 LStrI (cfr. sentenza del Tribunale D-5800/2016 del
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Pagina 12
13 ottobre 2017, pubblicata quale sentenza di riferimento, in particolare
consid. 7.6). Anche nella capitale sia la situazione securitaria che quella
umanitaria, in particolare a seguito dell’arrivo di un alto numero di rifugiati
interni, si sono sensibilmente aggravate (cfr. sentenza del Tribunale D-
5800/2016 consid. 8).
12.4. Su tali presupposti, l’esecuzione dell’allontanamento verso Kabul va
di principio ritenuta inesigibile, a meno che l’interessato possa avvalersi di
un insieme di circostanze personali particolarmente favorevoli in forza delle
quali vi sia eccezionalmente da concludere per l’esigibilità (giovane età;
dell’assenza di prole; buone condizioni di salute; esistenza di una solida
rete di rapporti sociali; possibilità di procacciarsi il minimo esistenziale e di
trovare un alloggio in loco; cfr. sentenza del Tribunale D-5800/2016
consid. 8.4.1; si veda anche DTAF 2011/7). Ciò vale, mutatis mutandis,
anche laddove il soggiorno nella capitale sia da valutarsi quale alternativa
di soggiorno interna (Aufenthaltsalternative; cfr. DTAF 2011/49 consid.
7.3.5 e sentenza del Tribunale D-1461/2016 del 14 marzo 2018 consid.
11.3). In una tale costellazione occorre nondimeno mostrarsi
particolarmente cauti quo all’adempimento delle precitate condizioni
rispetto ad una persona che non ha mai realmente risieduto nella capitale
(cfr. sentenza del Tribunale D-3223/2018 del 6 ottobre 2020 consid. 14.6).
12.5. Nel caso in narrativa, l’insorgente proviene dalla provincia di
Baghlan. Il suo allontanamento verso tale luogo risulta pertanto inesigibile.
Per quanto riguarda l’esistenza di un’alternativa di domicilio a Kabul,
occorre constatare come alcune delle circostanze sopracitate risultino
incontestabilmente adempiute. Non di meno, viste le particolarità del caso
di specie, la questione va approcciata con particolare prudenza. Sebbene
il ricorrente abbia effettivamente riferito di essersi reso nella capitale per
circa un mese e mezzo col fratello onde svolgere una determinata attività
lucrativa (cfr. atto A9, pag. 17 e atto A15, pag. 9), sulla base degli atti di
causa non si può partire dall’assunto che egli abbia effettivamente risieduto
a Kabul. L’insorgente ha peraltro precisato di non essere più in contatto
con il fratello e che nell’ultima occasione in cui lo avrebbe sentito, questi si
trovava a (...). Le visite presso i parenti, per quanto regolari, non possono
dipoi essere assimilate a residenza (cfr. sentenza D-3223/2018 consid.
14.6). A questo proposito, la SEM ha a giusto titolo messo in risalto le
affermazioni dell’insorgente a proposito del fatto che diversi suoi zii si
sarebbero installati nella capitale. Non di meno, egli ha pure lasciato
intendere che questi risiederebbero in una singola stanza e che ad un certo
punto della sua vita, già allorquando il ricorrente si trovava presso tali
famigliari a Baghlan, avrebbe percepito di doversene andare in quanto
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“abbastanza grande” (cfr. atto A15, pag. 5). In assenza di ulteriori
accertamenti quo all’effettiva possibilità di accoglienza da parte di tali
persone, non si può dunque concludere che i fattori particolarmente
favorevoli ai sensi della giurisprudenza topica siano in concreto adempiuti.
Nel complesso, il Tribunale giunge quindi alla conclusione che alla luce
della specificità della fattispecie in esame, l’impatto di un allontanamento
dell’insorgente verso l’Afghanistan sarebbe a tal punto grave da porlo in
una situazione di minaccia esistenziale.
13.
Posto quanto precede, il ricorso è accolto limitatamente all’esecuzione
dell’allontanamento e per il resto è respinto. Le SEM è invitata a regola-
mentare le condizioni del soggiorno del ricorrente conformemente alle di-
sposizioni sull’ammissione provvisoria.
A tal riguardo è opportuno osservare che la SEM è tenuta a verificare pe-
riodicamente se le condizioni per l’ammissione provvisoria siano ancora
soddisfatte (art. 84 cpv. 1 LStrI in relazione con l’art. 83 cpv. 1 LStrI).
14.
14.1. Visto l’esito della procedura, delle spese processuali ridotte sareb-
bero da porre a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 e 5 PA nonché art. 3 lett.
b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi al
Tribunale amministrativo federale del 21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS
173.320.2]). Ciononostante, non essendo stata l’impugnativa priva di pos-
sibilità di esito favorevole al momento dell’inoltro, non sono riscosse le
spese processuali (art. 65 PA). Nessuna spesa processuale è messa a
carico dell’autorità inferiore parzialmente soccombente (art. 63 cpv. 2 PA).
14.2. Giusta l’art. 64 PA, l’autorità di ricorso se ammette il ricorso in tutto o
in parte, può, d’ufficio o a domanda, assegnare al ricorrente un’indennità
per le spese indispensabili e relativamente elevate che ha sopportato. La
parte vincente ha diritto alle ripetibili per le spese necessarie derivanti dalla
causa (art. 7 cpv. 1 del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 febbraio 2008
[TS-TAF, RS 173.320.2]). Le parti che chiedono la rifusione di ripetibili, le
quali hanno preminenza rispetto all’onorario d’ufficio, devono presentare al
Tribunale, prima della pronuncia della decisione, una nota particolareggiata
delle spese ed il Tribunale fissa l’indennità dovuta alla parte sulla base di
tale nota. In difetto di tale nota il Tribunale fissa l’indennità sulla base degli
atti di causa (cfr. art. 14 TS-TAF).
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Nella fattispecie, in difetto di una nota particolareggiata e conto tenuto della
parziale soccombenza l’indennità per spese ripetibili è fissata d’ufficio dal
Tribunale sulla base degli atti di causa in CHF 350.– (disborsi e indennità
supplementare in rapporto all’IVA compresi) (art. 14 cpv. 2 TS-TAF, art. 9
cpv. 1 lett. c TS-TAF, art. 7 TS-TAF).
15.
La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente
una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che hanno abbando-
nato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata con ri-
corso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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