Decision ID: 9ecb7dc8-d89f-5ecb-8826-ea2180b2ef08
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
L’interessata, cittadina eritrea di etnia tigrina, è entrata in Svizzera il 30
gennaio 2020 presentandovi una domanda d’asilo in medesima data
(cfr. atto n. [...]-10/8).
B.
Dai riscontri dattiloscopici nella banca dati “EURODAC”, risulta che la
richiedente ha presentato una domanda d’asilo in Italia il 17 dicembre 2018
(cfr. atto n. [...]-12/1).
C.
Il 6 febbraio 2020, l’interessata è stata sentita in merito ai suoi dati
personali, ove ha segnatamente riferito di essere entrata illegalmente in
Svizzera (cfr. atto n. [...]-10/8, pag. 5, punto 5.04).
D.
In medesima data, la Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM)
ha presentato alle autorità italiane, una richiesta di ripresa in carico fondata
sull’art. 18 par. 1 lett. b Regolamento Dublino III (cfr. atto n. [...]-13/5).
E.
L’11 febbraio 2020, la richiedente ha sostenuto il colloquio personale ai
sensi dell’art. 5 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo
e del Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di
determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una
domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri
da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta
ufficiale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.06.2013; di seguito:
Regolamento Dublino III) (cfr. atto n. 10611216-17/2). In tale ambito
l’autorità inferiore ha prospettato una possibile non entrata in materia nel
merito della domanda di asilo in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi.
L’interessata ha in proposito comunicato la sua volontà di rimanere in
Svizzera, poiché in Italia non avrebbe accesso ad un alloggio né ad
un’attività lavorativa. Ella ha oltretutto riferito che il suo attuale compagno,
del quale sarebbe incinta, sarebbe residente in Svizzera sulla scorta di un
permesso B. Da ultimo, la medesima soffrirebbe di un’infezione dell’utero,
patologia diagnosticatale in Italia ma non curata in ragione dei suoi
insufficienti mezzi finanziari, che avrebbero determinato l’impossibilità di
coprire il costo del trattamento medicamentoso prescrittole.
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F.
In data 18 febbraio 2020, le autorità italiane hanno rifiutato la ripresa in
carico dell’interessata nell’ambito del Regolamento Dublino III. Difatti,
all’interessata sarebbe stato riconosciuto lo statuto di rifugiato in Italia, e
beneficerebbe di un permesso di dimora valido sino al 13 giugno 2024. Le
autorità in parola hanno pertanto invitato la SEM, a rivolgersi presso
l’autorità italiana competente (cfr. atto n. [...]-21/1).
G.
In medesima data, la SEM ha informato la ricorrente della conclusione della
procedura Dublino, paventandole la volontà di non entrare nel merito della
sua domanda d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi e di decretare
il suo allontanamento verso l’Italia, dove gli sarebbe già stata riconosciuta
protezione internazionale. Facendo applicazione dell’art. 36 cpv. 1 LAsi, ha
dato la possibilità all’interessata di presentare delle osservazioni entro il 21
febbraio 2020 circa un suo eventuale allontanamento verso l’Italia (cfr. atto
n. [...]-22/2).
H.
Il 21 febbraio 2020, l’autorità inferiore ha presentato alle competenti
autorità italiane, una richiesta di riammissione dell’interessata in
applicazione della Direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del
Consiglio del 16 dicembre 2008 recante norme e procedure comuni
applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui
soggiorno è irregolare (GU L 348/98 del 24.12.2008; di seguito: direttiva
ritorno) (cfr. atto n. [...]-25/1).
I.
In occasione dell’esercizio del diritto di essere sentito e nell’ambito della
presa di posizione per iscritto relativa ad un eventuale allontanamento
verso l’Italia del 18 febbraio 2020, la richiedente ha indicato di non voler
essere trasferita in tale Paese (cfr. atto n. [...] 26/8).
Anzitutto, in caso di trasferimento in Italia, ella non potrebbe godere di un
alloggio né di un’assistenza adeguata. In tal senso, ella non avrebbe
beneficiato del sistema SPRAR/SIPRIOMI giacché questo non disponeva
di posti liberi; conseguentemente ella avrebbe alloggiato per ventuno giorni
presso la Caritas, dopodiché avrebbe vissuto senza dimora fissa. Quanto
allegato sarebbe comprovato dal fatto che con l’adozione del decreto
legislativo n. 113/2018 su sicurezza e immigrazione, anche chiamato
"decreto Salvini", e della sua legge di applicazione (legge 1 dicembre 2018,
n. 132 [legge n. 132/2018]), i titolari di protezione sussidiaria avrebbero
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dovuto essere accolti nei SIPROIMI; ciò malgrado, le strutture
continuerebbero ad alloggiare parte dei titolari di protezione umanitaria e
richiedenti l’asilo. Tale evenienza, unitamente all’asserita chiusura di
numerose strutture di accoglienza, farebbe sì che vi siano seri dubbi
quanto alla possibilità per la ricorrente di accedere ad un alloggio.
Oltremodo, le carenze strutturali del sistema d’asilo italiano sarebbero
accertate da studi internazionali. Ne discenderebbe che un allontanamento
della richiedente in tale Paese, la esporrebbe ad una condizione di
abbandono assistenziale e materiale pregiudicante la possibilità di
condurre una vita dignitosa, tanto più se considerata l’eccezionale
vulnerabilità in cui verserebbe in qualità di donna incinta.
Oltracciò, il suo compagno B._ − dal quale aspetterebbe un figlio –
risiederebbe in Svizzera in virtù di un permesso B. La relazione fra i due,
sebbene non vi sia stata una convivenza continua, sarebbe cominciata nel
2013 in Eritrea, perdurando negli anni tramite costanti contatti telefonici a
dispetto del fatto che questa fosse ostacolata dai rispettivi genitori e dalle
pressioni esercitate sulla richiedente affinché la medesima sposasse
un’altra persona. Pertanto, a suo dire, tale nucleo familiare andrebbe
valutato e tutelato alla luce dell’art. 8 CEDU oltreché dell’art. 9 par. 3 della
Convenzione sui diritti del fanciullo (RS 0.107).
J.
Il 3 aprile 2020 l’autorità italiana competente ha accettato la riammissione
di A._ sul suo territorio, dando quindi seguito favorevole alla
domanda della SEM inoltrata il 21 febbraio 2020 (cfr. atti n. [...]-33/1 e [...]-
44/1).
K.
Con decisione del 7 maggio 2020, notificata in medesima data (cfr. atto
n. [...]-45/1), la SEM non è entrata nel merito della domanda d’asilo in
applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi ed ha pronunciato
l’allontanamento del richiedente nonché l’esecuzione dello stesso verso
l’Italia.
A tal proposito, l’autorità inferiore ha constatato che le competenti autorità
italiane, avrebbero riconosciuto espressamente la riammissione della
richiedente in Italia. In aggiunta, la SEM ha rilevato che l’Italia è stata
designata dal Consiglio federale come Stato terzo sicuro giusta l’art. 6a
cpv. 2 lett. b LAsi e che dagli accertamenti eseguiti sarebbe risultato che il
richiedente avrebbe ivi precedentemente soggiornato ed ottenuto lo statuto
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di rifugiato. In ragione di ciò difetterebbe dunque un interesse degno di
protezione ai sensi dell’art. 25 cpv. 2 PA.
Relativamente all’esecuzione dell’allontanamento, l’autorità di prima
istanza ha anzitutto precisato, con particolare riguardo alle censure mosse
con il parere sulla bozza di decisione del 4 maggio 2020, che la richiesta
di garanzie circa la presa a carico della ricorrente in Italia (cfr. sentenza
CorteEDU Tarakhel contro Svizzera del 4 novembre 2014, 29217/12) non
troverebbe applicazione nella fattispecie concreta poiché il caso in
disamina non concernerebbe un procedimento ai sensi del Regolamento
Dublino III. Parimenti, le difficili condizioni di vita con la quale sarebbe stata
confrontata l’insorgente in Italia non osterebbero all’esecuzione
dell’allontanamento essendo tale Paese vincolato dalle disposizioni
comunitarie in materia, ciò che autorizzerebbe i beneficiari di protezione
internazionale ad avere accesso ad un’attività lavorativa, alla protezione
sociale, al sistema sanitario e all’alloggio. L’Italia sarebbe in tal senso
competente per erogare il sostegno e le prestazioni sociali necessarie, così
che l’interessata potrebbe, se del caso, indirizzarsi alle autorità italiane per
far valere i suoi diritti.
Inoltre, neppure l’entrata in vigore del “decreto Salvini” permetterebbe
diversa valutazione; in effetti, a mente dell’autorità inferiore, essendole
stata riconosciuta la qualità di rifugiato nel Paese in parola, la ricorrente
avrebbe accesso alle strutture del “Sistema di protezione per titolari di
protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati”
(SIPROIMI).
Nel prosieguo della sua analisi, la SEM ha negato l’esistenza di una
relazione stretta ed affettiva con il presunto compagno. L’autorità in parola
ha dapprima osservato che dagli atti all’inserto non emergerebbe alcun
indizio comprovante la relazione né tantomeno il concubinato fra
A._ e B._. Invero, la versione dei fatti della ricorrente,
secondo la quale non avrebbe avuto modo di convivere con B._
poiché l’unione non sarebbe stata approvata dai suoi famigliari,
presterebbe il fianco a critiche. Sul punto, l’autorità inferiore ha in effetti
osservato che se in un primo tempo l’interessata ha ricondotto – per il
tramite del Rapporto MayDay (cfr. atto n. [...]-26/8) – il suo espatrio alle
controversie legate alla sua relazione con B._ ed all’impossibilità di
potersi rifare sull’appoggio della famiglia, la stessa ha successivamente
dichiarato che proprio i suoi famigliari le avrebbero fornito aiuto finanziario
affinché potesse continuare il viaggio. L’assenza di una relazione ai sensi
dell’art. 8 CEDU, sarebbe altresì dimostrata dal fatto che ella sia rimasta in
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Italia dal novembre 2018 sino al completamento della procedura d’asilo, e
ciò malgrado B._ risiedesse in Svizzera già dal 2015. Infine, posta
l’assenza di una vita familiare ai sensi dell’art. 8 CEDU e quindi di un
legame particolarmente stretto fra B._ e il nascituro, nemmeno
l’attuale gravidanza permetterebbe di giungere a diversa valutazione.
D’altro canto, entrambi sarebbero in possesso di regolare permesso di
soggiorno, così che nulla osterebbe a che i medesimi viaggino fra la
Svizzera e l’Italia intrattenendo dunque dei contatti diretti.
Infine, il quadro clinico della ricorrente sarebbe stato determinato
chiaramente giacché dai documenti medici F2 del 14 febbraio 2020, del 25
febbraio 2020, del 10 marzo 2020 nonché del 9 aprile 2020 non
risulterebbero patologie di sorta, risultando necessari unicamente i controlli
di routine dovuti alla gravidanza in corso; analogamente, l’attuale
situazione dovuta alla pandemia di coronavirus (Covid-19) sarebbe
temporanea e non costituirebbe un motivo ostativo all’esecuzione
dell’allontanamento.
L.
In data 14 maggio 2020 (cfr. timbro del plico raccomandato; data d’entrata:
15 maggio 2020) l’interessata è insorta contro la summenzionata decisione
della SEM con ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di
seguito: il Tribunale) postulando l’annullamento della decisione impugnata
e la restituzione degli atti di causa all’autorità di prima istanza per il
completamento dell’istruzione. Ella ha nel contempo presentato una
domanda d’assistenza giudiziaria, nel senso dell’esenzione dal
versamento delle spese processuali e del relativo anticipo, con protestate
tasse e spese.
Anzitutto, secondo la ricorrente l’esecuzione dell’allontanamento non
sarebbe ammissibile. Difatti, alla luce di quanto da lei riferito (cfr. supra
consid. E), vi sarebbero indizi oggettivi per ritenere che un trasferimento
verso l’Italia l’esporrebbe ad una durevole privazione del sostentamento
minimo oltreché di condizioni di vita contrarie all’art. 3 CEDU, tanto più se
considerata la sua particolare vulnerabilità in quanto donna sola e incinta.
A ciò si aggiungerebbe il fatto che l’allontanamento non sarebbe da
considerarsi neppure ragionevolmente esigibile. La recente evoluzione del
quadro normativo italiano – in particolare a seguito dell’adozione del
“decreto Salvini” – unitamente ai tagli apportati alle risorse destinate al
settore dell’asilo, avrebbe ingenerato seri dubbi quanto alla possibilità per
la ricorrente di accedere al SIPROIMI. Del resto, le gravi carenze strutturali
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del sistema d’asilo italiano farebbero sì che in caso di trasferimento verso
l’Italia, l’interessata rischierebbe di ritrovarsi senza un alloggio.
Da ultimo, il termine imposto dalla SEM alla ricorrente per lasciare la
Svizzera sarebbe impossibile da rispettare in virtù dell’attuale emergenza
sanitaria in Italia (cfr. memoriale ricorsuale, punto 5).
M.
Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti saranno ripresi nei
considerandi qualora risultino decisivi per l'esito della vertenza.

Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la LAsi (RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6 LAsi). Fatta
eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù
dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA,
prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette
autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi
dell’art. 5 PA.
La ricorrente ha partecipato al procedimento dinnanzi all’autorità inferiore,
è particolarmente toccata dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto risulta legittimata ad aggravarsi contro
di essa.
I requisitivi relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 3 LAsi), alla forma e al
contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del gravame.
2.
Con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la
violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli
stranieri, pure l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26
consid. 5). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4
PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle
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argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2 e giurisprudenza ivi
citata).
3.
Il ricorso, manifestamente infondato ai sensi dei motivi che seguono, è
deciso dal giudice in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un
secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è motivata soltanto
sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi).
4.
Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti.
5.
Occorre in primo luogo esaminare se l’autorità di prime cure ha nella
fattispecie applicato correttamente l’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi.
5.1 Giusta l’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi, di norma non si entra nel merito della
domanda di asilo se il richiedente può ritornare in uno Stato terzo sicuro
secondo l’art. 6a cpv. 2 lett. b LAsi nel quale aveva soggiornato
precedentemente. Si tratta di Paesi nei quali il Consiglio federale ritiene vi
sia un effettivo rispetto del principio di «non-refoulement» ai sensi dell’art. 5
cpv. 1 LAsi, nonché dell’art. 3 CEDU e delle disposizioni equivalenti
(cfr. DTAF 2010/56 consid. 3.2).
Il Consiglio federale ha effettivamente inserito l’Italia, così come altri Paesi
dell’Unione Europea (UE) e dell’Associazione europea di libero scambio
(AELS), nel novero degli Stati terzi sicuri ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. b
LAsi.
5.2 Nella fattispecie, dagli atti risulta che alla ricorrente è stata riconosciuta
la protezione sussidiaria in Italia e che ella è stata messa al beneficio di un
permesso di soggiorno valido sino al 13 giugno 2024 (cfr. atti n. [...]-20/1 e
n. [...]-32/1). Altresì, l’Italia ha dichiarato di accettare la riammissione
dell'interessato sul proprio territorio (cfr. atto n. [...]-41/3).
5.3 L'insorgente non contesta di avere ricevuto la protezione sussidiaria in
Italia e non riferisce nemmeno di rischiare di venire allontanata in Eritrea.
5.4 Di conseguenza, le condizioni dell'art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi risultano
incontestabilmente soddisfatte ed è a giusto titolo che la SEM non è entrata
nel merito della domanda d'asilo.
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6.
Se respinge la domanda d'asilo o non entra nel merito, la SEM pronuncia,
di norma, l'allontanamento dalla Svizzera e ne ordina l'esecuzione; tiene
però conto del principio dell'unità della famiglia.
L'insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM avrebbe
dovuto astenersi dal pronunciare l'allontanamento dalla Svizzera (art. 14
cpv. 1 e 2 ed art. 44 LAsi nonché art. 32 dell'ordinanza 1 sull'asilo relativa
a questioni procedurali dell'11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311]; DTAF
2013/37 consid. 4.4; 2009/50 consid. 9).
Pertanto, lo scrivente Tribunale è tenuto a confermare la pronuncia
dell'allontanamento.
7.
L'esecuzione dell'allontanamento è regolamentata, per rinvio dell'art. 44
LAsi, all'art. 83 della legge sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS
142.20, nuovo titolo dal 1° gennaio 2019, medesimo tenore per quanto
riguarda l'art. 83). Giusta suddetta norma, l'esecuzione dell'allontanamento
deve essere possibile (art. 83 cpv. 2 LStrI), ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStrI)
e ragionevolmente esigibile (art. 83 cpv. 4 LStrI). In caso di non
adempimento d'una di queste condizioni, la SEM dispone l'ammissione
provvisoria (art. 83 cpv. 1 e 7 LStrI).
Secondo prassi costante del Tribunale, circa l'apprezzamento degli ostacoli
all'esecuzione dell’allontanamento vale lo stesso apprezzamento della pro-
va consacrato al riconoscimento della qualità di rifugiato, ovvero il
ricorrente deve provare o per lo meno rendere verosimile l'esistenza di un
ostacolo all’allontanamento (cfr. DTAF 2011/24 consid. 10.2 e relativo
riferimento).
8.
A norma dell'art. 83 cpv. 3 LStrI l'esecuzione dell'allontanamento non è
ammissibile quando comporterebbe una violazione degli impegni di diritto
internazionale pubblico della Svizzera. La portata di detta norma non si
esaurisce nella massima del divieto di respingimento. Anche altri impegni
di diritto internazionale della Svizzera possono essere ostativi
all'esecuzione del rimpatrio in particolare l'art. 3 CEDU o l'art. 3 della
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani
o degradanti del 10 dicembre 1984 (Conv. tortura, RS 0.105). La Corte
europea dei diritti dell'uomo (CorteEDU) ha più volte ribadito che la sola
possibilità di subire dei maltrattamenti dovuti a una situazione di
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Pagina 10
insicurezza generale o di violenza generalizzata nel Paese di destinazione
non è sufficiente per ritenere una violazione dell'art. 3 CEDU. Spetta infatti
all'interessato provare o rendere verosimile l'esistenza di seri motivi che
permettano di ritenere che egli correrà un reale rischio («real risk») di
essere sottoposto, nel Paese verso il quale sarà allontanato, a trattamenti
contrari a detti articoli (cfr. DTAF 2013/27 consid. 8.2 e relativi riferimenti).
Inoltre, giusta l'art. 6a cpv. 2 lett. b LAsi, il ricorrente è rinviato in uno Stato
terzo designato come sicuro da parte del Consiglio federale, ossia uno
Stato nel quale vi è una presunzione di rispetto degli impegni di diritto
internazionale pubblico, tra cui il rispetto del principio di non respingimento
ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 LAsi così come del principio del divieto della tortura
sancito dall’art. 3 CEDU e dall’art. 3 della Convenzione contro la tortura ed
altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del 10 dicembre 1984
(di seguito: Conv. tortura, RS 0.105; cfr. FANNY MATTHEY, in: Cesla
Amarelle/Minh Son Nguyen, Code annoté de droit des migrations, LAsi,
2015, n. 12 ad art. 6a LAsi).
Appartiene dunque all'interessato sovvertire tale presunzione. A tal fine,
egli deve presentare seri indizi che le autorità dello Stato in questione
violino il diritto internazionale nel caso specifico, non gli concedano la
necessaria protezione o lo espongano a condizioni di vita disumane, o che
si trovi in una situazione di emergenza esistenziale nello Stato in questione
a causa di circostanze individuali di natura sociale, economica o sanitaria
(cfr. tra le tante, sentenza del Tribunale D-6742/2019 del 7 gennaio 2020
consid. 8.4).
8.1 Nel caso in esame, l’insorgente è stata riconosciuta quale rifugiato in
Italia (cfr. supra consid. 5.2). Di conseguenza, non vi sono indizi per
ritenere che, in caso di un suo allontanamento in tale Paese, venga violato
il principio di non respingimento (art. 33 Conv. rifugiati).
8.2 L’interessata, allega con il ricorso che vi sarebbero degli indizi concreti
suscettibili di esporla ad un grave rischio di trattamenti inumani o
degradanti ai sensi dell’art. 4 CartaUE e dell’art. 3 CEDU, in ragione delle
precarie condizioni di accoglienza vigenti in Italia, segnatamente non
disponendo di un sostentamento minimo, di un alloggio, né di cure
mediche.
8.2.1 In primo luogo, circa le dichiarate condizioni di vita difficili nelle quali
la ricorrente avrebbe precedentemente versato quale rifugiato in Italia,
dove si sarebbe ritrovata senza alloggio (cfr. memoriale ricorsuale, pag. 3,
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punto 1) il Tribunale ritiene non vi siano in specie delle considerazioni
umanitarie imperiose ostative al rinvio della ricorrente verso l’Italia
(cfr. sentenze della CorteEDU Naima Mohammed Hassan contro Paesi
Bassi e Italia del 27 agosto 2013, no. 40524/10, § 179 segg.; Samsam
Mohammed Hussein e altri contro Paesi Bassi e Italia del 2 aprile 2013, no.
27725/10, § 70 segg.). Vieppiù, nulla permette di considerare che esista in
Italia – Paese vincolato dalla Direttiva 2011/95/UE del Parlamento e del
Consiglio del 13 dicembre 2011 recante norme sull’attribuzione, a cittadini
di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione
internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi
titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della
protezione riconosciuta [rifusione; GU L 337/9 del 20.12.2011; di seguito:
direttiva qualificazione]) – una pratica sistematica di discriminazione,
rispetto ai cittadini italiani, verso i beneficiari dello statuto di rifugiato,
nell’accesso all’impiego, all’assistenza sociale, alle cure mediche,
all’educazione ed all’alloggio (cfr. sentenza del Tribunale D-2077/2018 del
9 gennaio 2019 consid. 5.1.1). Dalle insorgenze di causa, non v’è inoltre
alcun elemento concreto a riprova che ella sia stata privata, dall’azione od
omissione deliberata delle autorità italiane, del godimento dei diritti che le
permettano di sopperire ai suoi bisogni primari e che rischia di
conseguenza di esserlo nel futuro.
Oltretutto, lo scrivente Tribunale, ha già rilevato recentemente che non vi è
modo di presumere che il “decreto Salvini” nonché il conseguente
minacciato deterioramento della situazione abitativa dei richiedenti l’asilo,
avranno lo stesso effetto sulle persone già a beneficio della qualità di
rifugiato (cfr. sentenza del Tribunale D-6821/2019 del 15 gennaio 2020).
Sia aggiunga, che la CorteEDU ha ritenuto che il semplice fatto di tornare
in un Paese in cui la propria situazione economica sarebbe peggiore
rispetto a quella dello Stato contraente di espulsione, non è sufficiente a
soddisfare la soglia di maltrattamento proibita dall’art. 3 CEDU. Invero, tale
disposizione non può essere interpretata come un obbligo generale per le
Alte Parti Contraenti di fornire un alloggio a chiunque si trovi nella loro
giurisdizione e/o di fornire ai rifugiati assistenza finanziaria per consentire
loro di mantenere un determinato tenore di vita, che gli stranieri soggetti a
espulsione non possono, in linea di massima, rivendicare alcun diritto a
rimanere nel territorio di uno Stato contraente per poter continuare a
beneficiare dell’assistenza sanitaria, sociale o di altre forme di assistenza
e servizi forniti dallo Stato di espulsione e che, in assenza di motivi
umanitari estremamente convincenti contro il trasferimento, il fatto che le
condizioni di vita materiali e sociali del ricorrente possano peggiorare
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significativamente in caso di espulsione dallo Stato contraente non è di per
sé sufficiente a configurare una violazione dell’art. 3 CEDU (cfr. sentenza
della CorteEDU Chapman c. Regno Unito del 18 gennaio 2001,
n. 27238/95 e Müslim c. Turchia del 26 aprile 2005, n. 53566/99,
confermate in particolare con decisioni di irricevibilità Naima Mohammed
Hassan e altri c. Paesi Bassi e Italia del 27 agosto 2013, n. 40524/10, par.
179 segg. e Samsam Mohammed Hussein e altri c. Paesi Bassi e Italia del
27 agosto 2013, n. 40524/10, par. 6573).
8.2.2 Inoltre, parte delle considerazioni esposte in sede ricorsuale
parrebbero voler fare intendere un motivo ostativo all’esecuzione
dell’allontanamento legato alle condizioni di salute di A._.
In proposito, a scanso di equivoci, va rammentato che il respingimento
forzato di persone che soffrono di problematiche mediche costituisce
soltanto eccezionalmente una violazione dell’art. 3 CEDU. Ciò risulta
essere il caso segnatamente laddove la malattia dell’interessato si trovi in
uno stadio a tal punto avanzato o terminale da lasciar presupporre che a
seguito del trasferimento la sua morte appaia come una prospettiva
prossima (cfr. sentenza della CorteEDU N. contro Regno Unito del 27
maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7 e relativi riferimenti). In
una recente sentenza, la CorteEDU ha a tal proposito precisato che una
violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi siano dei
seri motivi di ritenere che la persona – in assenza di trattamenti medici
adeguati nello Stato di destinazione – sarà confrontata ad un reale rischio
di un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni di salute
comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione della
speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro Belgio del
13 dicembre 2016, 41738/10, §§180-193).
Orbene, come rettamente osservato dalla SEM, malgrado i numerosi atti
medici F2 di cui all’inserto (cfr. atti n. [...]-23/3, [...]-27/2, [...]-36/2 e [...]-
46/2), nulla permette in casu di desumere l’esistenza di patologie
cagionanti le condizioni di salute dell’interessata. D’altra parte quest’ultima,
al di là di una vaga quanto generica asserzione circa l’infezione dell’utero
non curata in Italia (cfr. memoriale ricorsuale, pag. 4, punto 3), non ha
evocato particolari problemi di salute.
8.3 Benché tale censura non sia stata rievocata con il gravame, il Tribunale
ritiene altresì giudizioso rilevare che il trasferimento dell’interessata verso
l’Italia appare conforme all’art. 8 CEDU così come alla Convezione sui diritti
del fanciullo.
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8.3.1 Nonostante l’art. 8 CEDU, rispettivamente l’art. 13 Cost., non
garantiscano il diritto a soggiornare in un determinato Stato, il diritto al
rispetto della vita privata e familiare può essere violato qualora ad uno
straniero, la cui famiglia risiede in Svizzera, viene vietata la presenza in
tale Paese e con ciò viene impedita la vita famigliare (cfr. DTF 135 I 143
consid. 1.3.1). La protezione conferita dalla norma convenzionale in
oggetto non è assoluta. Un’ingerenza nella vita familiare protetta dall’art. 8
par. 1 CEDU è ammissibile se questa è prevista dalla legge e se costituisce
una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza
nazionale, l’ordine pubblico, il benessere economico del paese, la
prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, o la
protezione dei diritti e delle libertà altrui (cfr. art. 8 par. 2 CEDU). A questo
titolo, incombe alle autorità procedere alla ponderazione dei differenti
interessi in presenza, vale a dire, da una parte l’interesse dello Stato
all’allontanamento dello straniero e, dall’altra, l’interesse di quest’ultimo a
mantenere le sue relazioni familiari.
8.3.2 Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, per poter invocare
il diritto al rispetto della vita familiare ex art. 8 CEDU lo straniero non
soltanto deve provare la presenza di una relazione stretta ed effettiva con
una persona della sua famiglia, ma pure che quest’ultima abbia un diritto
di presenza assicurato o duraturo in Svizzera (cfr. tra le altre DTF 137 I 284
consid. 1.3 con giurisprudenza citata; DTF 135 I 143 consid. 1.3.1 con
giurisprudenza ivi citata; DTAF 2013/49 consid. 8.4.1 con rinvii; DTAF
2012/4 consid. 4.3 con giurisprudenza ivi citata). L’art. 8 CEDU tutela
innanzitutto la famiglia detta nucleare o "Kernfamilie", ovvero le relazioni
tra coniugi come pure tra genitori e figli minorenni che coabitano (cfr. DTF
137 I 113 consid. 6.1; DTAF 2008/47 consid. 4.1). Tale relazione sarà in
principio preesistente (cfr. in particolare: sentenze del TF 2C_555/2011 del
29 novembre 2011 consid. 3.1 e 2C_537/2009 del 31 marzo 2010 consid.
3). In tal senso, è precisato che la CorteEDU distingue tra i casi di migranti
la cui famiglia esisteva già prima il loro arrivo nello Stato in questione da
quelli che avrebbero invece contratto matrimonio soltanto dopo il loro arrivo
in tale Stato (cfr. sentenza della CorteEDU del 28 maggio 1985 Abdulaziz,
Cabales e Balkandali contro Regno Unito, no. 9214/80; 9473/81; 9474/81,
§ 68). Al contrario, non vi è ingerenza nella vita familiare se si può attendere
dai membri della famiglia che realizzino la loro vita familiare all’estero
(cfr. sentenza del TF 2C_639/2012; sentenze del TAF E-293/2015 consid.
7.2 e D-711/2017 del 19 luglio 2017 consid. 8.2).
8.3.3 In casu, è pacifico che B._ abbia un diritto di presenza
duraturo in Svizzera; tuttavia la relazione di quest’ultimo con la richiedente
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e con il nascituro non ossequia la giurisprudenza testé enucleata, come
d’altra parte rettamente rilevato dall’autorità inferiore nella decisione
avversata, alle cui considerazioni si rinvia integralmente (cfr. punto II, pag.
10 e 11) essendo le stesse sufficientemente pertinenti e dettagliate (cfr. art.
109 cpv. 3 LTF per rinvio dell’art. 4 PA).
8.4 In conclusione, l'esecuzione dell'allontanamento in Italia è ammissibile
ai sensi delle norme di diritto internazionale pubblico nonché della LAsi
(art. 83 cpv. 3 LStrI in relazione all'art. 44 LAsi).
9.
Giusta l'art. 83 cpv. 4 LStrI, l'esecuzione dell'allontanamento non può es-
sere ragionevolmente esigibile qualora, nello Stato d'origine o di
provenienza, lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in
seguito a situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o
emergenza medica. Ai sensi dell'art. 83 cpv. 5 LStrI, l'esecuzione
dell'allontanamento verso i paesi UE/AELS è da ritenersi di principio
esigibile; tale presunzione legale può essere sovvertita solo se l'interessato
rende verosimile che, per delle ragioni personali, il suo rinvio non può
essere ritenuto ragionevolmente esigibile (cfr. sentenza del Tribunale
E-3228/2019 del 2 luglio 2019).
9.1 Le difficili condizioni di esistenza così come le vaghe problematiche
valetudinarie, questioni peraltro già trattate sotto l’aspetto
dell’ammissibilità, non sono in specie sufficienti per ritenere inesigibile
l’esecuzione dell’allontanamento.
9.2 In particolare, i problemi di salute risultano rilevanti in ambito di
esigibilità, solo se le cure, reputate essenziali per un’esistenza conforme
alla dignità umana, non sarebbero ottenibili a seguito dell’allontanamento
(cfr. DTAF 2011/50 consid. 8.3; DTAF 2009/2 consid. 9.3.2; Giurisprudenza
ed informazioni della Commissione svizzera di ricorso in materia d’asilo
[GICRA] 2003 n. 24 consid. 5b). Ciò non risulta essere il caso nella
fattispecie (cfr. supra consid. 8.2.2). Allo stesso modo, lo scrivente
Tribunale ha già specificato che le difficoltà generali delle condizioni di vita
in Italia – segnatamente per quanto riguarda la carenza di alloggi e di posti
di lavoro – non è suscettibile di sovvertire ad essa sola la presunzione di
cui sopra (cfr. sentenza del Tribunale D-1190/2020 del 20 aprile 2020
consid. 6.3).
9.3 Conseguentemente, l'esecuzione dell'allontanamento risulta pure
ragionevolmente esigibile.
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10.
Infine, non risultano impedimenti neppure dal profilo della possibilità
dell'esecuzione dell'allontanamento (art. 44 LAsi ed art. 83 cpv. 2 LStrI)
ritenuto che le autorità italiane hanno dato il loro benestare alla
riammissione della ricorrente.
In tal senso, all’interessata non giova invocare in specie la diffusione della
pandemia di coronavirus (Covid-19). Infatti, tali circostanze sono
temporanee, e sebbene possano giustificare una sospensione del
trasferimento, nulla osta a che questo sia effettivamente posto in essere in
un ulteriore e più appropriato momento (cfr. fra le tante, sentenze del
Tribunale D-1987/2020 del 30 aprile 2020 e F-1622/2020 del 26 marzo
2020 consid. 2.2). Ciò a maggior ragione se considerato che il
trasferimento in Italia non avverrebbe sulla base del Regolamento Dublino
III, essendo A._ a beneficio di un permesso di soggiorno. Ne
consegue che nonostante i severi controlli attualmente condotti dalle
autorità italiane alle frontiere, tale permesso unitamente alla conferma
scritta di quest’ultime in merito alla sua riammissione sul territorio della
vicina penisola, permettono di considerare l’esecuzione
dell’allontanamento possibile ai sensi dell’art. 83 cpv. 2 LStrI (cfr. sentenza
del Tribunale D-1190/2020 del 24 aprile 2020 consid. 7.1)
11.
Di conseguenza, anche in materia di allontanamento e relativa esecuzione,
il gravame va disatteso e la querelata decisione confermata.
12.
Ne discende che la SEM con la decisione impugnata non ha violato il diritto
federale né abusato del suo potere d'apprezzamento ed inoltre non ha
accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
(art. 106 cpv. 1 LAsi), altresì, per quanto censurabile, la decisione non è
inadeguata (art. 49 PA), per il che il ricorso va respinto.
13.
Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di esenzione
dal versamento di un anticipo equivalente alle presunte spese processuali
è divenuta senza oggetto.
14.
Da ultimo, ritenute le allegazioni ricorsuali sprovviste di probabilità di esito
favorevole, la domanda di assistenza giudiziaria, nel senso della dispensa
dal versamento delle spese processuali, è respinta,
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15.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.–, che
seguono la soccombenza, sono poste a carico della ricorrente (art. 63
cpv. 1 e 5 PA nonché art. 3 lett. a del regolamento sulle tasse e sulle spese
ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21
febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]).
16.
La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente
una domanda d'estradizione presentata dallo Stato che hanno
abbandonato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata
con ricorso di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 lett. d
cifra 1 LTF).
La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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