Decision ID: 9e10bbb1-db90-5376-be9f-a6dce31985d1
Year: 2001
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A.
Con sentenza del 28 luglio 2000 la Corte delle assise criminali in Lugano ha riconosciuto _ autore colpevole di ripetuta violenza carnale per avere, la notte del 12 ottobre 1999, ripetutamente costretto _ a subire la congiunzione fisica nel di lei appartamento a Lugano, dopo averla resa inetta a resistere usando violenza e minaccia. _ è stato riconosciuto inoltre autore colpevole di ripetuta minaccia per avere ripetutamente incusso spavento alla donna, in particolare tra il mese di agosto e il 26 ottobre del 1999, minacciando di ucciderla qualora lo avesse lasciato o non avesse fatto quello che lui voleva.
Oltre a ciò l'imputato è stato riconosciuto colpevole di ripetute vie di fatto per avere, nel medesimo periodo, percosso la donna in varie occasioni, strattonandola, tirandole i capelli e colpendola con sberle, in specie prendendola il 26 ottobre 1999 per i capelli, gettandola a terra, afferrandola per il collo con entrambe le mani e procurandole le lesioni descritte nei certificati medici agli atti. _ è stato prosciolto invece dall'accusa di violenza carnale in relazione a un rapporto sessuale avuto con la vittima la sera del 9 ottobre 1999 e dell'imputazione di sequestro di persona per i fatti accaduti la notte del 12 ottobre 1999.
In applicazione della pena, la Corte delle assise criminali ha condannato _ a 4 anni di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto) e all'espulsione dal territorio svizzero per 15 anni. Lo ha inoltre condannato a versare a _, costituitasi parte civile, fr. 20'000.– a titolo di indennità per torto morale e fr. 7'901.25 per ripetibili.
B.
Contro la sentenza di assise _ ha inoltrato il 31 luglio 1999 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nei motivi del gravame, presentati il 5 settembre 2000, egli chiede di essere assolto da tutte le accuse o quanto meno, in subordine, di moderare la pena privativa della libertà, di rinunciare all'espulsione o di ridurne se non altro la durata. Nelle sue osservazioni del 2 ottobre 2000 il Procuratore pubblico ha proposto di respingere il ricorso. Identica stessa conclusione è stata formulata da _ il 2 ottobre 2000.
C.
Al dibattimento del 20 febbraio 2001 il ricorrente si è confermato nelle proprie allegazioni, illustrandole ulteriormente. Il Procuratore pubblico e la parte civile hanno di nuovo postulato la conferma della sentenza impugnata.

Considerato
in diritto: 1.
A mente del ricorrente la condanna si fonderebbe su un arbitrario accertamento dei fatti e su un'arbitraria valutazione delle prove (art. 288 cpv. 1 lett. c CPP). Arbitrario non significa tuttavia discutibile, contestabile o finanche erroneo, bensì manifestamente insostenibile o in aperto contrasto con gli atti (DTF126 I 170 consid. 3a, 125 I 168 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4a), Per motivare una censura di arbitrio non basta quindi criticare la decisione impugnata, né contrapporle una propria versione dei fatti, per quanto essa appaia preferibile. Occorre invece spiegare per quale ragione l'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sarebbero manifestamente insostenibili, si trovino in chiaro contrasto con gli atti o contraddicono in modo urtante il sentimento di giustizia e dell'equità (DTF125 II 10 consid. 3a, 124 I 86 consid. 2a, 123 I 1 consid. 4a, 122 I 61 consid. 3a). Secondo giurisprudenza, inoltre, una sentenza incorre nell'annullamento quando essa è arbitraria non solo nella motivazione, ma anche nel risultato (DTF125 II 129 consid. 5b, 124 II 166 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4a, 122 I 253 consid. 6 c e rinvii). Il Tribunale federale ha avuto modo di stabilire, per contro, che una valutazione unilaterale dei mezzi di prova viola il divieto dell'arbitrio (DTF del 25 settembre 2000 in re S., consid. 3b con riferimento a DTF inedita del 20 gennaio 2000 in re S., consid. 3b).
2.
Facendo propria la versione dei fatti descritta dalla vittima nella denuncia riportata nel verbale di polizia del 28 ottobre 1999 (annesso all'act. 7), la Corte di assise ha accertato che nel corso del 1997 _, lontana dalla propria famiglia, sola e senza amici, si era innamorata del ricorrente, al punto da essere convinta di avere trovato l'uomo con cui sposarsi. Ma ciò era praticamente impossibile, l'imputato essendo già coniugato e con prole. Data poi la differenza di etnia, cultura, religione e mentalità, e data in particolare l'indole autoritaria del ricorrente, le condizioni di una normale convivenza si sono deteriorate. Sempre più stanca ed esaurita anche per il gran lavoro svolto, _ aveva finito così per decidere di lasciare il compagno, soprattutto dopo il giugno del 1999, quando l'imputato era rientrato in Albania per due settimane, dandole modo di riassaporare la libertà e di riprendere una vita normale. Tanto più che la donna era delusa per il mancato matrimonio (sentenza, pag. 32–34). Tornato dall'Albania, da dove aveva inutilmente tentato di farsi spedire la somma di fr. 4'000.–, il ricorrente si è dato a numerose telefonate che hanno fatto sospettare a _ l'esistenza di relazioni con altre donne. Ne è seguita una nuova delusione, che l'ha indotta a minore disponibilità sessuale, per altro buona fino al maggio del 1999, nonostante le fosse talvolta difficile assecondare i frequenti desideri del compagno. La donna ha comunque acconsentito ad avere rapporti con lui anche nel maggio del 1999, subito dopo avere subìto un intervento chirurgico al collo dell'utero (sentenza, pag. 35).
Nell'estate del 1999 – hanno continuato i primi giudici – _ ha detto al ricorrente di voler troncare la relazione. Egli non ha affatto apprezzato ed è passato a vie di fatto e minacce nel caso in cui essa non fosse tornata sulla propria decisione. Le ha persino proposto il matrimonio, dicendole di essere venuto a sapere che, se avesse sposato una donna con permesso di domicilio, egli avrebbe potuto ottenere un permesso di dimora, il suo permesso di candidato all'asilo essendo in procinto di scadere. L'ha finanche invitata a ritirare le carte per il matrimonio. Nel settembre del 1999, non riuscendo più a sopportare la situazione né i suoi frequenti desideri sessuali del compagno, _ ha invitato quest'ultimo ad andarsene, ciò che egli ha fatto, assentendosi da casa per un paio di settimane. La sera del 9 ottobre 1999 egli è tuttavia ricomparso senza preavviso, offrendo alla donna un anello e un braccialetto come impegno di matrimonio. Vedendosi rifiutare i doni, egli ha infilato alla donna l'anello e il braccialetto con la forza, al che essa si è ribellata, ma egli l'ha portata in camera, dove si è congiunto carnalmente con lei nonostante lei lo pregasse di lasciarla stare (sentenza, pag. 35 e 36).
La sera di lunedì 11 ottobre 1999 i due hanno di nuovo litigato. In un crescendo di tensione – ha rilevato la prima Corte – il ricorrente ha percosso e insultato l'amica, tentando di congiungersi carnalmente con lei sul divano, ma senza riuscirvi poiché essa ha reagito con una pedata. A quel momento egli l'ha portata con forza nella camera da letto, ha chiuso la porta lasciando la chiave nella toppa e si è spogliato. Adirato per essere stato apostrofato come “figlio di puttana”, egli l'ha spintonata sul letto e l'ha minacciata di morte, le ha tolto con forza i pantaloni, l'ha spogliata completamente, le ha immobilizzato le mani dietro la nuca e le ha legato le caviglie con un paio di pantaloni. Sebbene essa si divincolasse e lo supplicasse di non infierire, dicendogli che altrimenti non lo avrebbe mai perdonato, egli le ha impedito ogni movimento con il peso del proprio corpo e poi l'ha penetrata. Durante la notte egli ha compiuto altre due congiunzioni carnali, fin quando ha slegato la donna ormai inerme, verso le quattro del mattino. Quindi l'ha lasciata dormire per un paio d'ore, ma al risveglio l'ha violentata di nuovo. Egli ha poi sostenuto di essersi comportato in tal modo per dimostrare la propria forza e il suo potere di fronte alla decisione di lei di lasciarlo (sentenza, pag. 36 e 37). Nonostante l'accaduto, l'indomani _ si è recata ugualmente al lavoro, ma era anchilosata, con i fianchi, le braccia e soprattutto le gambe doloranti. Ai colleghi di lavoro, che le domandavano se non stesse bene, essa ha raccontato versioni diverse par paura e per vergogna. Rientrata a casa, il ricorrente le ha chiesto scusa ed essa lo ha perdonato, accettando di proseguire la convivenza (sentenza, pag. 37).
A causa di persistenti dolori, il 14 ottobre 1999 un collega di lavoro si è offerto di accompagnare _ da un medico a _. Se non che, durante il tragitto i due sono incorsi in un incidente stradale e la donna ha battuto il capo. Trasportata all'ospedale per accertamenti, i sanitari hanno riscontrato uno stato neurologico normale, senza lesioni esterne visibili, e per finire hanno prescritto un antidolorifico per i dolori alla gamba, di cui la donna si lamentava da giorni. Ai sanitari _ non ha raccontato nient'altro. Essa è quindi rimasta a casa, immobilizzata a letto fino a domenica 17 ottobre 1999, accudita dal ricorrente che si dimostrava gentile e premuroso. Al dott. _ che l'ha visitata essa non ha accennato a violenze. Nemmeno alla conoscente _, che l'aveva chiamata per telefono, essa ha detto alcunché. Soltanto alla vicina _ essa ha confidato il 15 ottobre 1999 che il ricorrente la picchiava, che lei aveva deciso di lasciarlo e che il dolore alle gambe era la conseguenza dei colpi subìti (sentenza, pag. 37 e 38).
Pur debilitata dalle botte e dai postumi dell'incidente, a dispetto di un'apparente normalità _ si era nondimeno convinta a troncare definitivamente ogni rapporto con il convivente. Mercoledì 20 ottobre 1999 essa gli ha perciò consegnato una busta contenente denaro, invitandolo ad andarsene una volta per tutte. Egli ha preso i soldi e se n'è andato, ma la domenica successiva (24 ottobre 1999) è tornato, chiedendole di preparargli il pranzo. Essa si è rifiutata e nel pomeriggio ha portato nell'appartamento di via _, in cui risiedeva il prevenuto, alcuni indumenti e generi alimentari. Questi l'ha di nuovo minacciata e strattonata per i capelli. Impaurita, essa ha lasciato i luoghi (sentenza, pag. 38). Nella serata di lunedì 25 ottobre 1999 – hanno soggiunto i primi giudici – _ ha fatto sostituire la serratura del proprio appartamento. Accortosi di ciò, l'indomani il ricorrente l'ha raggiunta sul posto di lavoro, minacciandola nel caso in cui essa intendesse davvero lasciarlo. Quella stessa sera egli l'ha raggiunta a casa, sottraendole le chiavi dell'appartamento e passando a vie di fatto. Rimasta sola, _ ha chiesto aiuto alla datrice di lavoro (_), che l'ha accompagnata all'ospedale per accertamenti. Durante la trasferta essa ha detto di avere subito violenza, ma ai medici ha taciuto, limitandosi poi a denunciare _ per vie di fatto. Vincendo la paura, a casa dei coniugi _ che l'hanno ospitata, essa ha raccontato tutto. Sollecitata a reagire, essa ha finalmente sporto denuncia, non senza difficoltà. Il 27 ottobre 1999 la donna si è di nuovo recata al pronto soccorso dove, oltre ai lividi del giorno prima, le sono stati riscontrati un'insorgenza e una dolenzia al metatarso della mano destra, come pure altri lividi alle cosce. Nel pomeriggio essa è stata sottoposta a un esame ginecologico, in esito al quale non è stato constatato alcun postumo di violenza (sentenza, pag. 39 e 40).
3.
Motivando le ragioni che l'hanno indotta ad accreditare la denuncia, la Corte di assise ha rilevato anzitutto che la versione della vittima è attendibile poiché univoca, costante e lineare, sebbene in aula la donna sia stata colta da malore e si sia dovuto rinviare il suo interrogatorio al giorno successivo. A parere dei primi giudici, _ è credibile anche se ai sanitari che l'hanno visitata essa non ha specificato le date delle violenze carnali e nella cronistoria della denuncia non è stata precisa. Secondo la Corte, tuttavia, l'esposto non è stato presentato subito e la denunciante versava in uno stato di profonda prostrazione, con sensi di vergogna e con la paura di non essere creduta. Ricordate le confidenze di lei a _ la sera del 26 ottobre 1999 ed escluso che la denuncia fosse un atto di vendetta, i primi giudici hanno sottolineato come la donna sia ritenuta da tutti – persino dall'imputato – una persona generalmente sincera. La Corte ha ricordato anche il profilo della donna tracciato dal suo psichiatra, secondo cui essa è un soggetto con normali capacità di percezione della realtà, che non travisa i fatti, che sa attribuire il giusto valore alle cose della vita, che non è né dissociata né psicotica, che possiede capacità di intendere, di volere e di analizzare la realtà, che tende forse ad amplificare emotivamente, ma senza nulla aggiungere. La Corte di assise ha pure ricordato che la vittima aveva deposto il vero anche nel procedimento a carico dell'ex marito per tentato omicidio e ripetute lesioni semplici (sentenza, pag. 25 a 27).
Stando i primi giudici, il racconto della donna sui fatti antecedenti e successivi a quelli denunciati trova inoltre riscontro in altre risultanze istruttorie. Vari testimoni hanno ripetuto infatti che nelle settimane precedenti le violenze _ aveva cambiato comportamento, era divenuta triste, incline al pianto, agitata, ansiosa e irritabile, appariva affaticata e sofferente, confermando altresì che il ricorrente non intendeva assolutamente essere lasciato. Che costui non abbia per nulla gradito la fine della relazione risultava anche dal fatto che dopo essersi assentato per circa due settimane, egli aveva ripetutamente telefonato all'amica. Inoltre egli si era adirato per la sostituzione della serratura alla porta d'entrata dell'appartamento e si era rifiutato di restituire le chiavi, nonostante le insistenze della donna. La credibilità di lei risultava inoltre avvalorata dalla teste _, la quale ha dichiarato di avere sentito la sera del 9 ottobre 1999, dopo che l'imputato era rimasto assente 15 giorni, il trambusto proveniente dalla contigua camera da letto, in particolare il pianto di _ che ripeteva “Lasciami stare, lasciami stare”. E proprio in quel frangente, ha rilevato la Corte, l'uomo ha imposto all'amica un rapporto sessuale.
Secondo i giudici di merito il racconto della denunciante trova ulteriore supporto nelle testimonianze dei colleghi di lavoro, i quali hanno riferito come nei giorni successivi il 12 ottobre 1999 essa lamentasse forti dolori alle gambe, in particolare a quella sinistra, tanto da zoppicare e da trascinarsi a fatica. Tali dolori non erano affatto riconducibili a una patologia preesistente o aggravata dall'attività lavorativa, come asseriva l'imputato, bensì a cause esterne. D'altro canto, sempre secondo la sentenza impugnata, _ non ha saputo dare alcuna spiegazione che mettesse in dubbio il racconto della donna. Quanto al fatto poi che essa abbia sottaciuto ai colleghi le vere ragioni delle sofferenze, tale circostanza era da ricondurre al perdono. I primi giudici hanno pure richiamato la testimonianza del collega di lavoro _, nella misura in cui questi ha riferito che due mesi prima dei fatti _ era cambiata assai, era diventata più stanca, frustra e si lamentava di continuo. Anche la sostituzione del cilindro della porta di entrata, avvenuta la sera del 25 ottobre 1999, costituisce – secondo la Corte – un ulteriore riscontro dell'esasperazione e della paura accumulata dalla donna. Infine, la Corte di assise ha ricordato che i pantaloni indossati dalla vittima la sera della grave violenza denotano un'asola sfilacciata e la cerniera lampo rotta (sentenza, pag. 27 a 29).
Per contro, a mente dei primi giudici, l'imputato non è risultato credibile, nonostante abbia mantenuto in aula un comportamento rispettoso, confermando l'immagine di persona educata e garbata descritta da diversi testimoni e dalla stessa parte civile, con riferimento comunque ad altri momenti. Non soltanto egli ha fornito giustificazioni inverosimili sulla destinazione data al suo passaporto e alla sua carta di identità, non sapendo spiegare nemmeno l'esatta destinazione di certi suoi viaggi in Italia, ma egli ha anche negato al dibattimento di essere sposato, come aveva dichiarato alle autorità dell'asilo e agli inquirenti. Secondo la Corte di assise, la totale mancanza di sincerità dell'imputato trova conferma inoltre nella testimonianza della vicina _ su quanto da lei udito la sera del 9 ottobre 1999. Per di più il ricorrente risulterebbe smentito da altre circostanze, in particolare dal comportamento tenuto la sera del 26 ottobre 1999, durante la quale egli ha effettivamente percosso la convivente procurandole lividi sul collo. La Corte ha escluso infatti che la donna si sia procurata essa medesima le ferite per inavvertenza, come pretendeva l'imputato. Indiziante in senso negativo risulterebbe poi la circostanza che il ricorrente ha insistentemente negato, mentendo, di non avere accettato la decisione della convivente di lasciarlo. La Corte non ha dimenticato le testimonianze che descrivono il ricorrente come una persona corretta e non collerica, ma ha soggiunto che tali testimonianze poco importano, poiché contrastano con altri riscontri, dai quali traspare un altro carattere dell'accusato, in particolare quando egli si sente offeso (sentenza, pag. 29 a 32).
4.
Alla Corte di assise il ricorrente rimprovera anzitutto di avere trascurato la circostanza che egli conviveva con la vittima nello stesso appartamento da tre anni, ciò che è essenziale per farsi un'idea dei rapporti esistenti tra i due. Egli assevera dipoi che in sé l'episodio del 26 ottobre 1999 va considerato come un alterco di coppia, che non ha comportato alcuna conseguenza fisica, ove si consideri che le piccole escoriazioni riportate dalla vittima erano già sparite il giorno dopo. Ricordato che nell'appartamento vi erano ancora i suoi indumenti e suoi effetti personali, egli sottolinea di avere in ogni modo restituito la chiave alla donna, chiave che è poi stata ritrovata nella cassetta delle lettere.
a)
Per quanto riguarda l'accaduto della sera del 26 ottobre 1999, il ricorrente è stato ritenuto colpevole di vie di fatto giusta l'art. 126 CP per avere afferrato il collo di _ con entrambe le mani, dopo averle tirato i capelli e averla fatta cadere per terra, procurandole un'escoriazione e un ematoma sul lato destro del collo e tre ematomi sulla parte interna delle gambe, all'altezza del ginocchio (sentenza, pag. 39 e 43). Il ricorrente non censura tali accertamenti di arbitrio, né fa carico ai primi giudici di avere violato il diritto federale ritenendolo autore colpevole di vie di fatto. Su questo punto il ricorso è dunque inconsistente.
b)
D'altro lato è vero che i primi giudici hanno considerato l'episodio in questione anche come indizio circa la credibilità della vittima (in particolare circa la fondatezza delle accuse da lei rivolte al ricorrente di averle usato violenza già precedentemente) e come esempio di nuova manifestazione di sopruso conseguente alla decisione della compagna di lasciarlo. La prima Corte ha ricordato che la sera del 25 ottobre 1999 _ aveva fatto sostituire il cilindro della porta d'entrata dell'appartamento, a comprova del fatto che si sentiva ancora minacciata; il che aveva palesemente contrariato l'uomo, che la sera dopo era passato a vie di fatto (sentenza, pag. 29). Come si è visto, il ricorrente sottolinea che le parti convivevano da circa tre anni e assevera che il litigio di quella sera era un ordinario diverbio di coppia. Da solo l'argomento non è decisivo. Più che ricordare il periodo di convivenza, il ricorrente avrebbe dovuto far valere che le circostanze riportate nella sentenza impugnata – sostituzione del cilindro da parte della vittima e conseguente sua decisa reazione la sera del 26 ottobre 1999 – non potevano spingere i primi giudici a trarre significative conclusioni sui reati più gravi (ripetuta violenza carnale). Il provvedimento adottato dalla vittima per impedire l'accesso del ricorrente nel suo appartamento e il diverbio del 26 ottobre 1996 potevano, in altri termini, confortare una situazione di conflitto tra i soggetti conseguente alla decisione della donna di separarsi: non potevano però far presumere che a monte di tale situazione vi fossero i gravi abusi sessuali oggetto della denuncia. Per spingersi sino a tanto, la prima Corte avrebbe dovuto fornire altre e ben più serie ragioni. Ciò che essa non ha fatto, come si vedrà in appresso.
5.
Il ricorrente si sofferma sul suo stato civile, rilevando di avere detto chiaramente che sua moglie ha chiesto il divorzio nel paese di origine. Soggiunge che _ sapeva che egli è sposato, ciò che la Corte ha ignorato.
a)
Ora, i primi giudici hanno rilevato che l'imputato ha contratto matrimonio nel maggio del 1984 con una sua connazionale, _, che da essa ha avuto tre figlie, che durante la sua audizione a Chiasso il 22 novembre 1995 (verbale allestito nell'ambito della procedura della domanda di asilo) egli ha dichiarato di essere coniugato, e che nei verbali davanti alla polizia e al Procuratore pubblico egli ha dichiarato la stessa cosa. Invitato nel corso del dibattimento a chiarire come avrebbe potuto tenere fede alla promessa di matrimonio verso la denunciante, egli si è contraddetto, dichiarando prima di avere introdotto domanda di divorzio o di separazione e poi, incalzato dalle domande della presidente della Corte, di essere stato convenuto dalla moglie in una causa di stato, senza essere in grado di indicare però in che fase essa si trovi. In mancanza di riscontri oggettivi sulla procedura di divorzio, per finire i primi giudici hanno accertato che il ricorrente è tuttora coniugato, come aveva dichiarato l'imputato medesimo alle autorità dell'asilo e agli inquirenti (sentenza, pag. 5 e 6). Essi non hanno mancato tuttavia di criticare tale comportamento, pregiudizievole per la credibilità del soggetto (sentenza, pag. 30).
b)
Il ricorrente dissente da ciò, rimproverando alla Corte di assise di avere trascurato che la vittima sapeva fin dall'inizio del suo stato civile; non è perciò condivisibile – egli afferma – che la relazione sia finita per tale ragione. In realtà la prima Corte non ha mancato di accertare che _ aveva ottenuto informazioni sullo stato civile del ricorrente dall'ufficio stranieri allorquando si era informata in merito alla prassi vigente per sposare un kossovaro. Appreso che egli era sposato con prole, e messa a confronto con il diniego di lui che l'assicurava del contrario, ossia di non essere sposato e di non avere figli, _ gli ha creduto. Sarebbero quindi stati gli inquirenti in occasione dell'interrogatorio del 28 ottobre 1998 a dirle la verità, provocandole profonda inquietudine (sentenza, pag. 13). Per finire tuttavia la prima Corte non ha considerato tale circostanza come causa essenziale della rottura della relazione. L'ha sì richiamata, ma accanto e ad altre ben più importanti ragioni, come la mancanza di libertà, la differenza di cultura, la profonda gelosia e l'autoritarismo dell'imputato (sentenza, pag. 33). Formulata nel modo citato, la critica alla sentenza impugnata si rivela perciò vana.
c)
Nel corso del pubblico dibattimento davanti a questa Corte il ricorrente è tornato con insistenza sull'argomento, ritenendolo un dato di rilievo per valutare la credibilità della vittima. Non gli si può dare torto, giacché _ sapeva perfettamente sin dal 1997 che l'imputato era sposato. È vero che in aula essa ha tentato di minimizzare la cosa, forse perché soggettivamente preferiva credere alle assicurazioni dell'imputato (trascrizione della cassetta n. 6, pag. 10 e 11). Di fronte alla precisa informazione ricevuta nel 1997 su sua esplicita richiesta dall'Ufficio degli stranieri (ossia da un'autorità competente), che escludeva la possibilità di matrimonio con l'imputato, le giustificazioni addotte dalla donna in risposta alle incalzanti domande della difesa per dimostrare la sua buona fede lasciano a dir poco perplessi. L'affermazione della prima Corte, secondo cui _ avrebbe appreso del vero stato civile del ricorrente soltanto al momento dell'apertura dell'inchiesta penale (28 ottobre 1999 e non 1998, come erroneamente figura nella sentenza impugnata) va perciò ridimensionata assai. Come detto, la donna aveva già da tempo seri motivi per non credere all'amico.
d)
Ciò posto, dalla menzogna dibattimentale sullo stato civile, da tempo noto alla vittima (e che per diverso tempo l'ha tollerato), la prima Corte non poteva nemmeno trarre conclusioni significative. Certo, un atteggiamento del genere non onora il soggetto; a meno di incorrere in arbitrio, un simile contegno non poteva tuttavia costituire un elemento di rilievo nella ricostruzione dei fatti che hanno spinto la vittima a sporgere denuncia per ripetuta violenza carnale. Per di più, la prima Corte doveva porsi anche qualche serio interrogativo sulla assoluta credibilità della vittima, dopo che questa aveva cercato di far credere di non avere avuto contezza fino al 1999 dello stato civile del suo compagno.
6.
Riferendosi al suo carattere, il ricorrente assevera di essersi sempre comportato correttamente nei confronti di terzi. La prima Corte in effetti non ha mancato di richiamare le testimonianze che lo descrivono come una persona controllata, gentile, corretta e capace di sentimenti di profonda umanità (sentenza, pag. 8 e 9). Nonostante tale quadro rassicurante, i primi giudici hanno nondimeno precisato che l'imputato rimane inaffidabile, avendo mentito su più punti, segnatamente sul suo stato civile al dibattimento, sull'uso e sulla destinazione data al suo passaporto e alla sua carta di identità, su quanto è accaduto la sera del 26 ottobre e sul fatto di non avere accettato la decisione dell'amica di lasciarlo. Il ricorrente non si confronta con siffatte motivazioni, limitandosi a precisare che egli non è un padre padrone. Con ciò egli non allega tuttavia un argomento rilevante.
7.
Il ricorrente adduce che quanto figura a pag. 8 della sentenza di assise sul conto della denunciante è stato considerato in modo arbitrario, la donna essendosi più volte contraddetta nei suoi racconti e nei suoi comportamenti. A suo avviso non si può dar credito a una persona che ha riferito allo psichiatra di essere stata picchiata dal padre, mentre al dibattimento ha raccontato di essere stata percossa dalla madre. La critica non manca di una certa consistenza. La stessa Corte ha ricordato infatti che la donna ha escluso di essere stata picchiata dal padre, contraddicendo quando risulta dalla cartella clinica dello psichiatra (dott. _), secondo cui durante i colloqui essa aveva raccontato di essere stata percossa dal padre e dai fratelli. A infierire su di lei, secondo la versione dibattimentale, sarebbe stato invece un solo fratello e, in un'occasione, la madre. Ora, un'imprecisione del genere potrebbe anche apparire di poca importanza. La prima Corte però ha considerato il ricorrente non credibile proprio perché talune sue dichiarazioni sono state smentite dalle risultanze istruttorie (sentenza, pag. 32 segg.). Eppure essa ha scorto incongruenze e imprecisioni anche nel racconto della donna. Già si è visto che al dibattimento _ non ha confermato per intero quanto riferito allo psichiatra (sentenza, pag. 8). Inoltre essa ha confuso le date delle pretese violenze carnali, in particolare davanti ai sanitari che l'hanno visitata. Motivo di perplessità essa ha pure fornito, come si è visto, minimizzando l'informazione ricevuta dall'Ufficio degli stranieri sullo stato civile del prevenuto. Mal si capisce perché le contraddizioni dell'imputato siano state sistematicamente valutate come indizi di inaffidabilità (senza nemmeno chiedersi se, in fin dei conti, esse abbiano attinenza con la fattispecie a giudizio), e perché invece le contraddizioni della querelante dovessero trovare sistematica giustificazione (sentenza, pag. 26). Il problema è di sapere, nelle condizioni descritte, se la prima Corte abbia valutato la credibilità delle parti cadendo in un'arbitraria disparità di trattamento. Va ricordato che una valutazione unilaterale dei mezzi di prova viola il divieto dell'arbitrio (sopra, consid. 1 in fine). Sulla questione si tornerà oltre.
8.
Il ricorrente ricorda che all'interrogatorio del 20 marzo 2000 (act. 101) il dott. _ ha dichiarato di non avere rinvenuto segni di violenza o lividi sul corpo della donna e che quest'ultima non aveva detto di avere subito maltrattamenti. Essa lo aveva fatto invece riferendosi al marito _; in quel caso il dott. _ ha riferito di avere visto segni e lividi sul collo della paziente. La Corte di assise, rileva il ricorrente, non ha considerato tale precisazione. Ora, la sentenza impugnata menziona la visita del dott. _ a casa della denunciante, costretta a letto dopo l'incidente del 14 ottobre 1999, e riconosce che la donna non ha riferito delle violenze, lasciando credere che i dolori di cui soffriva erano la conseguenza dell'infortunio stradale (sentenza, pag. 37 e 38; cfr. anche la trascrizione della deposizione in aula del dott. _ oggetto di registrazione, cassetta n. 2, pag. 8). Secondo la Corte ciò era dovuto al sentimento di vergogna e di paura della vittima. Essa dimentica però che il dott. _ aveva anche riferito di non avere constatato segni di violenza. Il fatto è che la prima Corte non ha accertato nemmeno il contrario, limitandosi a rilevare che la donna soffriva di dolori lancinanti alle gambe e che, parlando il 15 ottobre 1999 con la vicina _, essa aveva attribuito il male alle percosse e violenze subìte (sentenza, pag. 38). La Corte di assise ha rilevato invero che secondo diversi colleghi di lavoro nei giorni successivi il 12 ottobre 1999, ossia dopo le pretese violenze carnali, _ lamentava davvero forti dolori alla gambe, in particolare alla gamba sinistra, tanto da zoppicare e da trascinarsi a fatica, finché il 14 ottobre 1999 il collega di lavoro _ l'ha accompagnata dal medico. Non si trattava dei soliti dolori di cui la donna di tanto in tanto soffriva, come sostiene il ricorrente, ma di qualche cosa di grave, attribuibile unicamente a un causa esterna. L'imputato – ha soggiunto la prima Corte – non ha peraltro saputo fornire alcuna ragione plausibile che mettesse in dubbio la credibilità della vittima (sentenza, pag. 28).
Anche se solo più avanti, il ricorrente contesta qualsiasi relazione tra i dolori alle gambe della denunciante e un suo comportamento. Rileva che all'interrogatorio del 30 marzo 2000 il dott. _ non soltanto ha riferito che in occasione della visita a domicilio del 15 ottobre 1999 la vittima non gli aveva riferito di pretese violenze fisiche subìte, ma che anche nelle successive visite del 18 e del 20 ottobre 1999 essa non ha adombrato ipotesi del genere. Ricordato di avere visitato la donna per l'ultima volta il 18 gennaio 2000, il dott. _ – soggiunge il ricorrente – ha riferito che in quell'occasione _ non soltanto non lo ha incolpato di particolari violenze, ma non ha nemmeno fatto cenno alla denuncia sporta. Il rilievo non è del tutto fuori luogo. Desta invero perplessità che durante il consulto del 18 gennaio 2000 (quando il prevenuto si trovava già in carcere) la donna non abbia detto chiaramente al medico che l'imputato le usava violenza a fini sessuali (act. 101; v. anche la deposizione dibattimentale trascritta, cassetta n. 2, pag. 13).
9.
Richiamata la cartella clinica del dott. _, il ricorrente si duole di arbitrio per avere i primi giudici trascurato i seri problemi psichiatrici di cui la donna soffriva. La Corte però non ha mancato di affrontare tale aspetto, ricordando proprio il parere espresso in aula dallo psichiatra dott. _ sull'indole della vittima e in particolare le sue conclusioni sostanzialmente positive, pur avendo definito la donna come un soggetto dalla personalità istrionica (sentenza, pag. 10 e 11). Il ricorrente considera poi particolarmente grave il fatto che _ non abbia riferito al suo psichiatra l'interruzione di gravidanza subìta nel corso del 1997. Anche tale rilievo non è fuori luogo. Da persona lodata dai primi giudici per la propria trasparenza, ci si sarebbe potuti per lo meno attendere che essa riferisse al suo psichiatra un fatto del genere (sentenza, pag. 11). Tanto più che quando si è trattato di valutare la credibilità del prevenuto la Corte di merito non ha mancato di mostrarsi severa e rigorosa anche su circostanze estranee alla fattispecie.
10.
Nei punti 13,14 e 15 del ricorso il ricorrente critica la sentenza impugnata per avere i primi giudici trascurato di rilevare come _ lo abbia ingannato facendo uso di anticoncezionali, per avergli rimproverato di essersi fatto mantenere e di avere spinto l'amica a dimezzare il proprio capitale. Del tutto appellatorio e carente di una sostanziata censura di arbitrio, al proposito il ricorso va dichiarato inammissibile.
11.
Secondo il ricorrente non può essere ritenuta credibile la versione della vittima sulle pretese violenze, se appena si pensa che essa si è confusa sulle date nonostante in aula abbia assicurato di non poter dimenticare l'accaduto. L'obiezione non manca di peso. Visitata alle ore 14.30 del 27 ottobre 1999 all'Ospedale _, _ ha dichiarato tra l'altro ai medici del reparto di ginecologia di avere subito violenze sessuali il 18 e 20 ottobre 1999 (act. 4). Qualche ora prima, ai sanitari del Pronto soccorso dello stesso ospedale che le avevano riscontrato alcune lesioni di poco conto, essa aveva detto di avere subito violenza il 20 ottobre 1999 (act. 3). Durante la visita della sera prima (26 ottobre 1996) ai medici del Pronto soccorso, essa non aveva fatto invece cenno alcuno a violenze carnali. Solo nel verbale di polizia del 28 ottobre 1999 essa ha dichiarato che la notte del 12 ottobre 1999 il convivente l'aveva violata addirittura quattro volte (sentenza, pag. 16). Nella denuncia scritta del 27 ottobre 1999, per contro, essa aveva ancora sostenuto che il ricorrente aveva abusato di lei la sera di lunedì 18 ottobre 1999 (act. 1). È vero che la prima Corte di assise ha giustificato tali incongruenze con il fatto che la denuncia non è stata presentata subito e che al momento delle visite in ospedale, come pure al momento del colloquio con il suo legale, la vittima si trovava in stato di prostrazione, si vergognava e si sentiva in colpa per l'accaduto. Essa provava anche paura perché, visti i trascorsi con l'ex marito, pensava di non essere creduta, tant'è che chi l'ha assistita ha dovuto convincerla a sporgere formale denuncia. Inoltre, secondo la Corte di assise, in seguito la donna ha mantenuto una versione dei fatti costante (sentenza, pag. 26).
In realtà l'argomentazione della Corte desta più di un interrogativo. Anche tenendo conto delle giustificazioni addotte dai primi giudici, invero, riesce difficile credere che una vittima di violenze e umiliazioni come quelle descritte nel verbale del 28 ottobre 1999 non sia più in grado, due settimane dopo, di indicare ai medici – e in particolare al ginecologo – il momento in cui tali delitti siano avvenuti. Le approssimazioni della denunciante, sulla cui credibilità la prima Corte ha insistito fino a convincersi della di lei versione, risulta persino inspiegabile ove si consideri che il 27 ottobre 1999, quando ha dichiarato le pretese violenze, la donna non è stata visitata all'improvviso, ma dopo essere stata sottoposta la sera prima a cure da parte dei sanitari del Pronto soccorso e, stando alla sua stessa versione dei fatti, dopo avere confidato l'accaduto alla datrice di lavoro _ che la stava accompagnando proprio la sera del 26 ottobre 1999 al Pronto soccorso (sentenza, pag. 39). _ aveva quindi avuto il tempo di riordinare le idee prima di raccontare ai medici dell'accaduto. Per di più la sommaria narrazione della vittima al ginecologo non corrisponde con quanto essa ha riferito poi agli inquirenti, ai quali ha detto di avere diffidato il convivente che, se avesse abusato di lei, essa non lo avrebbe mai perdonato (sentenza, pag. 17). Ora, chi non perdona, a breve termine almeno ricorda.
12.
Il ricorrente rileva pure che se la sera dell'11 ottobre 1999 fosse scoppiata una lite, la vicina avrebbe sicuramente sentito qualche cosa, come la sera del 9 ottobre precedente. Non a torto. Si pensi che la Corte di assise ha ritenuto credibile _ anche perché la testimone _ ha dichiarato di avere udito la sera del 9 ottobre 1999 (quando il ricorrente era rientrato dall'Albania) del trambusto provenire dalla contigua camera da letto della vittima e di avere sentito la donna implorare piangente “Lasciami stare, lasciami stare” (sentenza, pag. 28). Da ciò la prima Corte ha ritenuto provato che quella sera il ricorrente aveva imposto un rapporto sessuale all'amica, come quest'ultima aveva dichiarato nel verbale del 28 ottobre 1999, ma ha nondimeno prosciolto l'imputato dall'accusa di violenza carnale (per un fatto che in un primo momento il Procuratore pubblico non aveva nemmeno considerato), ritenendo non provato che costui abbia agito nella consapevolezza di attentare alla libertà della vittima (sentenza, pag. 41 e 42). Per contro, sempre secondo la Corte di assise, è dimostrato che la notte dall'11 al 12 ottobre successivo l'imputato ha costretto la vittima a subire ripetute congiunzioni carnali per sette ore di seguito (sentenza, pag. 42). La prima Corte non si domanda tuttavia come mai quella notte la testimone non abbia sentito la donna reagire o lamentarsi, tanto più che la denunciante ha subìto sevizie ben più gravi rispetto a tre giorni prima. La Corte non tenta nemmeno una spiegazione: non ha accertato che la vicina fosse assente né che la vittima fosse nell'impossibilità di reagire o di lamentarsi, come aveva fatto invece il 9 ottobre. Tutto ciò lascia a dir poco stupiti.
13.
Il ricorrente evoca quanto accaduto al dibattimento il giorno in cui _ avrebbe dovuto essere sentita, ricordando come essa sia stata colta da malore, salvo tornare in aula il giorno dopo e apparire sorridente, tranquilla, a comprova della sua indole istrionica. Puramente appellatorio, in proposito il ricorso non contiene alcuna sostanziata censura di arbitrio e va dichiarato inammissibile. Inammissibile il gravame si rivela anche nella misura in cui il ricorrente contesta che la decisione della donna di lasciarlo risalirebbe al settembre del 1999, dato che essa non è mai stata precisa al riguardo. Ancora una volta il ricorrente si limita infatti a precisare lo svolgimento dei fatti, senza dimostrare alcun arbitrio. Ulteriormente inammissibile è il ricorso – ancora una volta appellatorio – in merito alla testimonianza Campana, in particolare sulla sua rilevanza ai fini del giudizio di colpevolezza (si veda anche il consid. 12).
14.
Secondo il ricorrente la sentenza impugnata non può essere condivisa neppure ove considera come indizio a favore della credibilità della vittima la dolenzia alle gambe lamentata dopo la pretesa violenza dell'11-12 ottobre 1999. La critica è fondata. La prima Corte ha rilevato al riguardo che i noti dolori agli arti non erano da ascrivere alla patologia di cui soffriva la vittima, che lavorava spesso in piedi, ma a fattori esterni (sentenza, pag. 28). Che la denunciante non avesse confidato ai colleghi di lavoro le vere cause del male, secondo i giudici del merito, è riconducibile al fatto che nel frattempo essa aveva perdonato il ricorrente. Anzi, negando le autentiche origini del male, l'imputato avrebbe
reiterato nel suo contegno inaffidabile (sentenza, pag. 28). Ciò è manifestamente insostenibile. L'asserzione della prima Corte, in effetti, non trova alcun conforto agli atti, nemmeno nella deposizione del dott. _ (act. 101 e testimonianza dibattimentale trascritta, pag. 8), cui la ricorrente non aveva riferito quanto ha poi detto agli inquirenti. Si aggiunga che a pag. 28 della sentenza impugnata i primi giudici sono addirittura incorsi in una svista manifesta, asserendo che la vittima non aveva voluto svelare ai colleghi di lavoro la verità, avendo perdonato l'amico. In realtà, essa ha perdonato il ricorrente soltanto la sera del lunedì successivo, una volta rientrata a casa e dopo avere parlato con i colleghi di lavoro (sentenza, pag. 17). Certo, più avanti la prima Corte ha operato – non senza contraddirsi – accertamenti diversi, rilevando che la vittima non ha raccontato la verità ai colleghi di lavoro per paura e per vergogna (sentenza, pag. 37). Sia come sia, l'accertamento citato rimane arbitrario.
15.
Alla prima Corte il ricorrente rimprovera anche di avere qualificato come indizio a suo carico la sostituzione del cilindro il giorno 25 ottobre 1999 da parte della denunciante. Nel consid. 4 già si è visto tuttavia che tale accorgimento connota se mai un indizio sull'intenzione della parte civile di interrompere la relazione sentimentale con il prevenuto; non basta invece a costituire, a meno di trascendere in arbitrio, una prova delle pretese violenze carnali. Il ricorrente fa inoltre carico alla Corte di avere trascurato che, come ha ammesso la denunciante all'interrogatorio del 30 dicembre 1999, in casa entrambi erano soliti indossare training e pantofole, onde l'impossibilità che la sera dell'11 ottobre 1999 la denunciante si sia vista strappare pantaloni di velluto. La donna, ha insistito il ricorrente nel corso del dibattimento davanti a questa Corte, nemmeno è stata in grado di riconoscere i pantaloni che le sarebbero stati strappati. Il fatto che la donna di regola indossasse il training non significa tuttavia che essa non potesse indossare i pantaloni al momento in cui è scoppiata la lite che ha preluso alle asserite violenze carnali. Alla Corte di assise essa ha per altro riferito che indossava proprio i pantaloni verdi sequestrati dalla polizia (trascrizione della sua testimonianza in aula, cassetta n.7, pag. 2; cfr. anche il verbale del 29 ottobre 1999, in cui essa ha spiegato che i pantaloni sequestrati poco prima erano quelli da lei indossati al momento dei fatti). Essa non ha quindi ammesso di non essere in grado di riconoscere i pantaloni: in precedenza, ossia agli inquirenti, si era limitata a riferire di non ricordarsi con quali pantaloni fosse stata legata (sentenza, pag. 17). Quanto all'accertamento della Corte di assise, secondo cui i pantaloni indossati quella sera dalla vittima presentano un asola sfilacciata e la cerniera lampo rotta, si può convenire che di per sé l'indizio depone a sfavore dell'imputato, i segni riscontrati sul capo di abbigliamento essendo compatibili con la dinamica dei fatti descritta dalla vittima. L'asola sfilacciata e la cerniera lampo rotta sono stati riscontrati però due settimane dopo i fatti (act. 7). Considerando lo stato dei pantaloni al momento del sequestro del 29 ottobre 1999 (act. 7) come indizio a carico del prevenuto, la Corte di assise ha perduto di vista tale circostanza. Mal si capisce dipoi perché all'interrogatorio del 18 ottobre 1999 _ non abbia consegnato lei stessa i pantaloni agli inquirenti, destinati ad accreditare la sua versione dei fatti. Tutto ciò suscita ulteriori perplessità.
16.
A parere del ricorrente la versione della denunciante sull'accaduto dell'11-12 ottobre 1999 è poco credibile, la congiunzione carnale non essendo potuta avvenire come essa pretende. In effetti non si comprende come il ricorrente avrebbe consumato il primo atto di violenza carnale se ha costretto la donna “a incrociare le gambe” (sentenza, pag. 37). Considerato che in seguito il ricorrente avrebbe slegato la vittima prima di abusare nuovamente di lei, il problema può rimanere irrisolto. Se però ci si domanda come mai una donna vittima di orribile violenza non sia stata in grado di indicare al ginecologo la data del crimine, si torna a quanto esposto al consid. 11. Anche quando rimprovera ai primi giudici di avere conferito peso soverchio al fatto che egli ha dato indicazioni imprecise sulla sorte del suo passaporto, il ricorrente muove una doglianza fondata. Certo, al dibattimento egli si è contraddetto quando è stato chiamato a spiegare come mai il 17 giugno 1998 egli abbia mostrato alla frontiera un passaporto che, stando a sue stesse dichiarazioni, doveva essere nelle mani di un passatore (sentenza, pag. 7). Inoltre egli ha mentito quando in aula ha cercato di convincere la Corte che stava divorziando dalla moglie. Ciò dimostra la scarsa sincerità del soggetto, ma non basta a trarre significative conclusioni di colpevolezza su fatti ben più gravi, come le violenze carnali denunciate dalla parte civile. Nella misura infine in cui il ricorrente insiste sul fatto che il dolore alle gambe della donna già sussisteva prima dell'11-12 ottobre 1999, si è spiegato poc'anzi che, salvo cadere in arbitrio, la prima Corte non poteva trarre significative conclusioni dalle condizioni fisiche in cui si trovava la vittima nei giorni successivi al 12 ottobre 1999 (consid. 14).
17.
Se ne conclude, in ultima analisi, che la condanna per ripetuta violenza carnale pronunciata dalla Corte delle assise criminali a carico del ricorrente poggia su un arbitrario accertamento dei fatti e su un'arbitraria valutazione delle prove. L'indizio principale sul quale la Corte ha fondato il proprio convincimento di colpevolezza, ossia la credibilità della vittima, trova insufficiente conferma nelle risultanze del processo. Si ricordi che nel descrivere i fatti la denunciante è caduta in imprecisioni e incongruenze di non poco conto, non attribuibili semplicemente al precario stato psicologico in cui essa, secondo la Corte di merito, si trovava. A tre riprese, benché ormai libera da pressioni, condizionamenti, paure e sentimenti di vergogna (visita medica la mattina del 27 ottobre 1999, visita ginecologica dell'indomani pomeriggio, denuncia scritta di quello stesso giorno), essa non ha saputo indicare con chiarezza il giorno in cui sarebbe stata seviziata, pur avendo dichiarato che non avrebbe mai dimenticato gli abusi e che mai avrebbe perdonato il convivente. Né essa ha saputo spiegare perché, rimasta in balia di un violentatore per sette ore, essa abbia poi inopinatamente perdonato costui. A dire il vero neppure si capisce perché, a dispetto delle inaudite violenze subite (che non trovano precedenti nella giurisprudenza cantonale), delle umiliazioni e addirittura di un'interruzione di gravidanza impostale dall'imputato, sposato con tre figlie, essa abbia deciso di continuare la convivenza. Di fronte ad accuse tanto gravi la prima Corte non poteva limitarsi, senza cadere in arbitrio, ad accertare i fatti richiamando l'opinione di un collega di lavoro della denunciante su episodi anteriori alle pretese violenze, come il fatto che la donna era diventata più stanca e sciupata (sentenza, pag. 28). Ben altro occorreva per valutare la credibilità di una denuncia simile o, quanto meno, occorreva far capo alla stessa severità usata per valutare la credibilità dell'imputato. Palesemente unilaterale, la sentenza impugnata si sospinge un una chiara disparità di trattamento, al punto da risultare manifestamente iniqua.
D'altro canto ulteriori episodi, ricordati dal ricorrente nel corso del dibattimento davanti a questa Corte, avrebbero dovuto spingere la prima Corte a valutare con prudenza la versione dei fatti della vittima. In aula essa aveva riferito ai primi giudici, invero, di non aver potuto conferire liberamente con il dott. _ durante la visita del 15 ottobre 1999 (trascrizione relativa alla cassetta n. 8, pag. 1). Lo stesso medico l'ha però contraddetta, dichiarando al processo che durante la visita il ricorrente si era discretamente ritirato in una stanza contigua (trascrizione relativa alla cassetta n. 2, pag. 8). Inoltre, chiamata a spiegare perché essa non aveva riconsegnato all'imputato il braccialetto e l'anello che questi le avrebbe regalato come pegno d'amore la sera delle violenze, _ si è limitata a giustificare la sua azione, asserendo che non aveva avuto tempo per recarsi in banca, ove i preziosi erano depositati (trascrizione relativa alla cassetta n. 7, pag. 19 e 20). Ora, è difficile capire come una donna brutalmente e reiteratamente violentata conservi pegni del genere, né essa pretende di aver voluto conservare quel regalo a tacitazione del torto subìto. Se poi si pensa che il 24 ottobre 1999 essa ha portato nell'appartamento di via _ (ove il prevenuto dimorava) prosciutto e vino (sentenza, pag. 17 e 21), ma non gli effetti personali dell'imputato (salvo alcuni indumenti), pur asserendo di avere già deciso nel suo intimo di troncare definitivamente la relazione (sentenza, pag. 38), il suo comportamento appare tutt'altro che lineare.
18.
Volendo riesaminare equanimemente gli atti del processo, l'esito cui è giunta la Corte non può essere confermato. Il cambiamento di umore denotato dalla vittima prima dell'11 ottobre 1999 poteva se mai indiziare una convivenza viepiù difficile e sofferta, ma non crimini di violenza carnale. Nemmeno cumulato alla dolenzia alle gambe manifestata dalla denunciante nei giorni successivi al 12 ottobre 1999, alla luce in particolare dei certificati medici agli atti e della deposizione del dott. _, che ha visitato la denunciante il 15 ottobre 1999 (sentenza, pag. 28). Quanto poi ha riferito la testimone _ sui fatti del 9 ottobre 1999 (sentenza, pag. 28) costituisce tutt'al più un elemento a discarico del ricorrente, dalla testimonianza evincendosi che la denunciante non era solita subire in silenzio, senza neppure lamentarsi in maniera percettibile. Il richiamo alla sostituzione della serratura all'entrata dell'appartamento prova – come detto – che la donna era intenzionata a lasciare il prevenuto, ma nulla più. Che, per finire, l'imputato abbia negato l'evidenza sul suo comportamento tenuto la sera del 26 ottobre 1999 può influire negativamente nel commisurare la pena di vie di fatto che ne è derivato. Non poteva seriamente spingere la prima Corte, però, ad affermare che tale era finanche la circostanza più gravemente indiziante (sentenza, pag. 31). Come la prima Corte non poteva seriamente affermare che il rifiuto di essere messo alla porta da parte dell'imputato indiziasse precedenti violenze carnali.
19.
Ne segue che in applicazione dell'art. 296 cpv. 1 CPP il ricorrente dev'essere prosciolto dall'accusa di ripetuta violenza carnale. Dopo quanto si è visto, infatti, un rinvio degli atti a un'altra Corte di assise per nuovo giudizio su questa imputazione si rivelerebbe d'acchito infruttuoso, non intravedendosi quali elementi potrebbero portare in un nuovo processo a una conclusione diversa. In mancanza di sufficienti riscontri oggettivi, cade anche l'accusa di ripetuta minaccia. Rimane invece l'imputazione per vie di fatto conseguente all'accaduto del 26 ottobre 1999, i sanitari del Pronto soccorso avendo constatato subito dopo la colluttazione le escoriazioni descritte nel certificato medico agli atti. D'altro canto su questo punto il ricorrente nemmeno insiste nelle contestazioni (memoriale, pag. 25). Per quanto riguarda invece le altre vie di fatto, la condanna risulta ancora una volta fondata su un arbitrario accertamento dei fatti e su un'arbitraria valutazione delle prove. Non essendo possibile, come si è illustrato, accertare i fatti dell'11-12 ottobre 1999 così come figurano nella denuncia della vittima, nemmeno può entrare in considerazione l'ipotesi di un sequestro di persona, accantonato dai primi giudici perché considerato “assorbito” dal reato di violenza carnale (sentenza, pag. 42). Gli elementi raccolti non bastano in effetti per concludere che il ricorrente abbia privato la vittima della libertà chiudendo a chiave la camera da letto, come la denunciante ha preteso.
20.
Quanto alla pena da infliggere per il reato di vie di fatto conseguentemente all'accaduto della sera del 26 ottobre 1999, giova ricordare che l'art. 126 cpv. 1 CP prevede l'arresto o la multa. Tenuto conto delle circostanze specifiche, favorevoli (incensuratezza) e sfavorevoli al prevenuto (mancanza di pentimento) si giustifica una condanna al pagamento di una multa di fr. 200.–. Con l'assoluzione dai i reati più gravi cadono le pretese della parte lesa (art. 272 CPP), che va rinviata al foro civile per eventuali pretese connesse al reato di vie di fatto (art. 276 cpv. 1 CPP). Considerato inoltre che si tratta di una pena pecuniaria conseguente a una contravvenzione, si deve prescindere dal provvedimento dell'espulsione (art. 55 cpv. 1 CPP).
21.
Gli oneri processuali di prima sede, connessi ai reati più gravi, seguono la soccombenza pressoché integrale dello Stato (art. 9 cpv. 3 e 4 CPP). Per quanto riguarda il giudizio di seconda sede, gli oneri sono posti a carico del ricorrente nella proporzione di un ventesimo e a carico dello Stato per il resto (art. 15 cpv. 1 CPP). Al ricorrente va inoltre riconosciuta un'indennità di fr. 2'000.– a titolo di ripetibili ridotte per il ricorso per cassazione. Quanto alle ripetibili per il patrocinio di prima sede, in mancanza di riscontri che ne consentano la quantificazione il ricorrente è rinviato alla procedura degli art. 317 segg. CPP.