Decision ID: 986ee745-65ad-5327-979a-2b88db6cad5b
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A._, cittadino della Repubblica dominicana (RD) nato il ... 1984, ha
sposato una cittadina svizzera d’origine dominicana, il ... 2006, a Santo
Domingo, dalla quale aveva avuto una figlia il ... 2004. La famiglia si è
trasferita in Spagna nel 2007, ed ha raggiunto la Svizzera nel luglio 2008,
dove il ricorrente ha ottenuto un permesso di dimora B. Avendo frattanto
intrattenuto una relazione extraconiugale con un’altra cittadina svizzera, il
ricorrente è divenuto nuovamente padre di una figlia il ... 2013. In seguito
ad un ulteriore rapporto extramatrimoniale con una cittadina italiana
domiciliata in Ticino, il ricorrente è stato allietato dalla nascita del suo primo
figlio maschio il ... 2015.
B.
Il 20 settembre 2012, mediante decreto d’accusa, il Ministero pubblico del
Cantone Ticino (MPCT) ha condannato il ricorrente ad una pena pecuniaria
di venti aliquote giornaliere da fr. 60.– ciascuna, sospesa condizionalmente
per un periodo di prova di due anni, con una multa di fr. 200.–, per
infrazione (vendita di almeno 9.5 gr. di cocaina) e contravvenzione
(consumo di almeno 10 gr. di cocaina), prolungatesi dal 1° settembre 2009
al 3 agosto 2012, alla legislazione federale sugli stupefacenti. Il ricorrente
non si è opposto al decreto d’accusa, che è così divenuto sentenza passata
in giudicato.
C.
Il 14 gennaio 2015, la Corte delle assise criminali (CAC) del Tribunale
penale del Cantone Ticino ha condannato il ricorrente ad una pena
detentiva di ventiquattro mesi, sospesa condizionalmente in ragione di
sedici mesi con un periodo di prova di tre anni, nonché ad una multa di fr.
200.–, e ciò per infrazione aggravata (alienazione di 480.50 gr. di cocaina)
e contravvenzione (consumo personale di 50 gr. di cocaina) alla
legislazione federale sugli stupefacenti, protrattesi dall’aprile 2011 al 23
giugno 2014, rispettivamente dal 14 gennaio 2012 al 24 giugno 2014, come
pure per guida in stato di inattitudine, ossia in stato di ebrietà, il 14 aprile
2014. La sentenza della CAC è cresciuta in giudicato incontestata.
D.
Il 30 marzo 2015, l’Ufficio della migrazione del Cantone Ticino (UMCT) si è
rifiutato, per motivi di ordine pubblico, di rilasciare al ricorrente un
permesso di domicilio C, negandogli nel contempo il rinnovo del suo
permesso di dimora B.
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Il 15 dicembre 2015, il Consiglio di Stato (CS) ha respinto l’impugnativa del
ricorrente contro la decisione dell’UMCT.
Il 12 luglio 2016, il Tribunale cantonale amministrativo (TRAM) ha stralciato
dai ruoli il ricorso inoltrato, e poi ritirato, dal ricorrente contro la decisione
del CS.
E.
Il 7 luglio 2016, mediante decreto d’accusa, il MPCT ha condannato il
ricorrente ad una pena detentiva di cent’ottanta giorni e ad una multa di fr.
200.– per infrazione (vendita di 33 gr. di cocaina) e contravvenzione
(consumo di un quantitativo imprecisato di cocaina) alla legislazione
federale sugli stupefacenti, protrattesi da novembre 2015 all’8 maggio
2016, rispettivamente da dicembre 2015 al 14 marzo 2016, nonché per
guida in stato di inattitudine, ossia in stato di ubriachezza e/o sotto l’influsso
di cocaina. Non essendosi opposto al decreto d’accusa, che è così
divenuto sentenza passata in giudicato, il ricorrente ha cominciato a
scontare la sua pena immediatamente.
F.
Il 1° settembre 2016, il Giudice dei provvedimenti coercitivi (GPC) ha posto
il ricorrente in libertà condizionale a decorrere dal 7 settembre 2016,
sottoponendolo ad un periodo di prova di un anno.
Nel corso del mese di ottobre 2016 il ricorrente si è trasferito in Spagna,
lasciando come indirizzo, alle autorità del suo ultimo comune di domicilio
in Ticino, “...” (senza numero d’abitazione).
G.
Il 16 gennaio 2017, dopo avere tentato, senza successo, di acquisire i dati
mancanti del recapito barcellonese del ricorrente, e rinunciando quindi alla
sua audizione preliminare, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM)
ha spiccato nei suoi confronti un divieto d’entrata in Svizzera e nel
Liechtenstein valido fino al 15 gennaio 2029 (dodici anni), con la relativa
segnalazione nel sistema d’informazione Schengen di seconda
generazione (SIS II), togliendo nel contempo l’effetto sospensivo ad un
eventuale ricorso. Nonostante l’incompletezza dell’indirizzo, la SEM ha
proceduto, per via diplomatica, alla notifica del divieto d’entrata al
ricorrente, tuttavia senza esito positivo (destinatario “desconocido”).
In sostanza, la SEM giustifica il provvedimento in base alla gravità ed alla
reiterazione dei reati commessi dal ricorrente, escludendo peraltro che egli
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possa fondatamente prevalersi del diritto al rispetto della sua vita privata e
familiare in Svizzera.
H.
L’11 ottobre 2018, dopo essere stata contattata dal ricorrente per il tramite
del suo legale, la SEM ha notificato a quest’ultimo il divieto d’entrata.
I.
Il 29 ottobre 2018, rappresentato dal suo legale, il ricorrente ha adito il
Tribunale amministrativo federale (TAF) con un ricorso contro la decisione
della SEM, chiedendone l’annullamento, ed ha nel contempo presentato
un’istanza di restituzione dell’effetto sospensivo al ricorso nonché di
concessione dell’assistenza giudiziaria con il gratuito patrocinio. Egli non
formula alcuna censura d’ordine procedurale. All’impugnativa ha allegato
una copia di un contratto di lavoro di durata indeterminata, come
cameriere, dal quale si evince, tra le altre cose, che è domiciliato nel
comune di ..., in ... (Spagna).
In sintesi, il ricorrente sostiene di essere già stato sanzionato penalmente,
di avere scontato tutte le sue condanne e di essersi “riscattato
risocializzandosi e abbandonando definitivamente le sostanze
stupefacenti”, come testimonierebbe il fatto che esercita in Spagna
un’attività lavorativa regolare. Egli aggiunge che la sua presenza “in
Svizzera o perlomeno sul territorio degli Stati Schengen, non espone a
pericolo l’ordine e la sicurezza pubblici”, precisando che, siccome sua
moglie e i suoi tre figli vivono in Svizzera, egli “ha diritto di intrattenere
regolari e normali relazioni” con loro.
J.
Il 18 dicembre 2018, invitata da questo Tribunale, la SEM ha preso
posizione sulla richiesta di restituzione dell’effetto sospensivo al ricorso,
rilevando, tra le altre cose, che il contratto di lavoro del ricorrente induce a
supporre che egli “sia probabilmente titolare di un titolo di soggiorno in
Spagna”, ma che comunque la segnalazione del divieto d’entrata nel SIS
II è conforme alla giurisprudenza. In definitiva, la SEM conclude chiedendo
di non restituire l’effetto sospensivo al ricorso.
K.
Il 28 febbraio 2019, nel termine impartitogli, il ricorrente si è pronunciato
sulle ultime osservazioni della SEM, sottolineando che “la sua volontà
principale è quella di poter rimanere in Spagna dove già soggiornava prima
dell’entrata in Svizzera, con regolare permesso”, ma che se ciò dovesse
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rappresentare un problema per la Svizzera, egli sarebbe “anche disposto
ad accettare un divieto d’entrata limitato al territorio elvetico”. A questo
proposito, il ricorrente ha trasmesso una lettera della madre di suo figlio,
del 14 dicembre 2018, con copie della “Dichiarazione concernente
l’autorità parentale congiunta dopo la nascita”, dell’“Estratto dell’atto di
nascita” e della “Convenzione concernente l’assegnazione di accrediti per
compiti educativi”, tutti e tre i documenti datati del 21 gennaio 2016, da cui
risulta che i genitori hanno l’autorità parentale congiunta che esercitano “di
comune accordo e in armonia”, come pure che “una volta risolte tutte le
pratiche amministrative e di residenza del padre, desideriamo che il minore
vada a risiedere stabilmente presso il padre in Spagna”.
L.
Il 9 maggio 2019, tempestivamente, la SEM ha ribadito la necessità di
respingere la richiesta di restituzione dell’effetto sospensivo al ricorso.
M.
Il 4 giugno 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha
accolto le domande di restituzione dell’effetto sospensivo e di concessione
dell’assistenza giudiziaria con il gratuito patrocinio a favore del legale del
ricorrente, dando facoltà alla SEM, per quanto non vi avesse già
provveduto in precedenza, di esprimersi sul merito del ricorso entro il 4
luglio 2019.
La SEM non si è più manifestata in proposito.
N.
Il 16 gennaio 2020, questo Tribunale ha invitato la SEM ad informarlo, entro
il 23 gennaio successivo, se avesse chiarito la problematica relativa al
permesso di soggiorno spagnolo del ricorrente.
O.
Il 24 gennaio 2020 è giunto a questo Tribunale uno scritto della SEM del
22 gennaio 2020, intitolato “Osservazioni nell’ambito del ricorso”, con
allegato un messaggio elettronico, urgente, del 20 gennaio 2020,
all’attenzione dell’Ufficio federale di polizia (fedpol), affinché “prendiate
contatto con l’Ufficio SIRENE [Supplementary Information Request at the
National Entry] Spagna onde chiedere se l’interessato dispone
effettivamente di un permesso di soggiorno nel loro paese e [...] invitare le
autorità migratorie locali [...] a valutare la possibilità che le stesse
revochino il titolo di soggiorno”. Indicando che farà pervenire a questo
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Tribunale la risposta delle autorità spagnole non appena in suo possesso,
la SEM ribadisce la necessità di respingere il ricorso.
P.
Il 29 gennaio 2020, questo Tribunale ha trasmesso una copia dello scritto
della SEM, con il relativo messaggio elettronico, al ricorrente, invitandolo,
entro il 10 febbraio 2020, a prendere posizione e produrre il suo permesso
di soggiorno spagnolo.
Q.
Il 10 febbraio 2020, il ricorrente si è manifestato con uno scritto, nel quale
afferma di essere, con la sua compagna e le due figlie di quest’ultima,
“regolarmente domiciliato in Spagna (...). Il permesso di soggiorno
spagnolo sarà rilasciato all’interessato dopo che sarà stata revocata la
segnalazione SIS proveniente dalla Svizzera”. A supporto di questa
affermazione, il ricorrente ha allegato un certificato ufficiale del “Cancello
de ...” (...), del 7 febbraio 2020, in cui è indicato l’indirizzo del ricorrente e
dei suoi conviventi.
R.
Il 17 febbraio 2020, questo Tribunale ha richiesto la SEM, entro il 24
febbraio 2020, di prendere posizione sul certificato del “Cancello de ...”
rispetto alla questione del permesso di soggiorno spagnolo del ricorrente,
e di informare sullo stato della procedura con l’ufficio SIRENE spagnolo
(titolarità o meno, revoca o meno del detto permesso).
S.
Il 18 febbraio 2020, la SEM ha comunicato a questo Tribunale di ritenere,
in base al certificato del “Cancello de ...”, che il ricorrente non dispone di
nessun permesso di soggiorno spagnolo, reiterando la richiesta di
respingere tutte le conclusioni del ricorso. La SEM ha pure prodotto un
sollecito spedito a fedpol allo scopo di ottenere una risposta da parte
dell’ufficio SIRENE spagnolo.
T.
Il 2 marzo 2020, questo Tribunale ha trasmesso al ricorrente, per
conoscenza, una copia degli ultimi scritti della SEM.
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Pagina 7

Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del
17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro
le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968
sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), salvo nei casi elencati
all’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33 LTAF.
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il provvedimento
del 16 gennaio 2017, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF,
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo
Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso. Dato che la
procedura verte su una decisione in materia di diritto degli stranieri
concernente l’entrata in Svizzera di una persona che non è un cittadino di
uno Stato membro dell’Unione europea, la presente sentenza non può
essere impugnata davanti al Tribunale federale ed è quindi definitiva (cfr.
art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005
[LTF, RS 173.110]).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA). L’anticipo equivalente alle presunte spese processuali deve
essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 PA).
In concreto, il ricorrente, destinatario della decisione impugnata, che è
stato esentato dal pagamento dell’anticipo equivalente alle presunte spese
processuali, ha presentato il suo ricorso tempestivamente e nel rispetto dei
requisiti previsti dalla legge. Ne discende che il ricorso è ammissibile e
nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.
2.
2.1 Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
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l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
principio, all'inadeguatezza (art. 49 e 54 PA).
Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle
parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio,
siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”),
di meno (“reformatio in peius”) o un'altra cosa (“aliud”) rispetto a quanto
richiesto (art. 62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE
CAMPRUBI, in: Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [ed.],
Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019,
n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun
caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione
d'ufficio del diritto).
2.2 L’autorità accerta d’ufficio i fatti (art. 12 PA [massima inquisitoria]).
Nondimeno, le parti sono tenute a cooperare all’accertamento dei fatti (a)
in un procedimento da esse proposto, (b) in un altro procedimento, se
propongono domande dipendenti, (c) in quanto un’altra legge federale
imponga loro obblighi più estesi d’informazione o di rivelazione (art. 13 PA).
A quest’ultimo proposito, la legge federale sugli stranieri del 16 dicembre
2005 (LStr, RU 2019 1413), parzialmente modificata e ridenominata, dal 1°
gennaio 2019, legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI,
RS 142.20), denominazione qui adottata, obbliga lo straniero e i terzi che
partecipano ad una procedura a collaborare all’accertamento dei fatti
determinanti, in particolare fornendo senza indugio i mezzi di prova
necessari oppure adoperandosi per presentarli entro un congruo termine
(art. 90 lett. b LStrI). In questo senso, adattando l’obbligo generale di
collaborazione nelle procedure amministrative alle specificità del diritto
degli stranieri, l’art. 90 lett. b LStrI costituisce una lex specialis che prevale
sull’art. 13 PA. Questa specificazione dell’obbligo di collaborare non implica
però un ribaltamento dell’onere della prova, onere che continua a gravare,
in virtù della massima inquisitoria, sull’autorità (cfr. CHRISTOPH AUER/ANJA
MARTINA BINDER, in: Auer/Müller/Schindler [ed.], op. cit., nn. 15 a 29 ad art.
13 PA, con, in particolare, il riferimento alla sentenza TAF C-598/2006 del
16 aprile 2007 consid. 8.5).
2.3 Per quanto riguarda il grado della prova, l'autorità deve apprezzare i
fatti tenendo conto di tutti gli elementi di cui dispone. La PA non prevede
regole rigide a questo proposito e nemmeno presuppone una certezza
indubbia. Determinante è unicamente la convinzione dell'autorità circa
l'esistenza o l'inesistenza di un determinato fatto, secondo un grado di
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verosimiglianza così elevato da dissipare qualsiasi dubbio ragionevole (cfr.
PATRICK KRAUSKOPF/KATRIN EMMENEGGER/FABIO BARBEY, in:
Waldmann/Weissenberger, Praxiskommentar zum Bundesgesetz über das
Verwaltungsverfahren, 2a ed., 2016, nn. 213 a 215 ad art. 12 PA; cfr. anche
la sentenza TAF B-6585/2013 del 27 agosto 2014 consid. 8.2).
3.
Il presente litigio verte sulla decisione del 16 gennaio 2017, con cui la SEM
ha spiccato un divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di dodici
anni (16.1.2017 – 15.1.2029), segnalandolo nel SIS II, contro il ricorrente,
il quale ne contesta sia la fondatezza, sia la segnalazione nel SIS II (cfr.
consid. 6 e segg.).
4.
4.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o
espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero
(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la
SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione
personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStrI). Se un divieto d’entrata si
giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata
può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale
provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).
Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza
pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002
concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha
sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto
sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine
pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza
dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile
della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa
l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita,
salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è
violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono
commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni
delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto
pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).
4.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque
anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato
F-6150/2018
Pagina 10
costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv.
3 LStrI).
Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta
dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della direttiva
2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre
2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L
348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata
tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e
che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai
cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia
per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la
nota a piè di pagina n. 109 relativa all’art. 67 LStrI; cfr. anche DTF 139 II
121 consid. 5.1 e 6.3).
4.3 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’Accordo tra la
Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera
circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC, RS 0.142.112.681),
e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE),
il Tribunale federale rileva che, per potere pronunciare un divieto d’entrata
fino a cinque anni al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo
non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli rappresenti un semplice
pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello I). Invece, per
potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni al massimo nei
confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC, che gode quindi
della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli costituisca una
minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri,
ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa in pericolo degli
stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto d’entrata superiore
a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva, anche fino a venti: cfr.
DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò indipendentemente dall’applicazione
dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva 2008/115/CE), bisogna che il cittadino
in questione rappresenti una grave minaccia, ossia un “pericolo qualificato”
(“menace caractérisée”) per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello
II; cfr. DTF 139 II 121 consid. 5 e 6).
Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce
l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere
esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC
SPESCHA, in: Spescha et al. [ed.], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67 LStr,
n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction d’entrée
prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA 7/2018,
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Pagina 11
pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico in
pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la
salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di
criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83
§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione
consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta
di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del
numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro
eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr.
DTF 139 II 121 consid. 6.3).
4.4 Nel valutare la minaccia che emana da uno straniero sanzionato per
avere violato la legislazione federale sugli stupefacenti, il Tribunale
federale fa prova di un rigore particolare, tanto che questo genere di
infrazioni è ritenuto costituire, in regola generale, una turbativa “molto
grave” (“schwerwiegend”, “très grave”) dell’ordine e della sicurezza
pubblici. In quest’ottica, la giurisprudenza è molto severa nei confronti degli
stranieri che ricorrono allo spaccio di droga a scopo di lucro, con la
precisazione che questa posizione di principio può vedersi attenuata, a
seconda delle circostanze, se le infrazioni commesse sono strettamente
legate alla tossicodipendenza dell’interessato (cfr. DTF 139 II 121 consid.
5.3 e 137 II 297 consid. 3.3, nonché le sentenze del Tribunale federale
2C_139/2013 dell’11 giugno 2013 consid. 6.2.3 e 2C_401/2012 del 18
settembre 2012 consid. 3.3, con i loro numerosi riferimenti).
4.5 È ancora pertinente sottolineare che, secondo una consolidata
giurisprudenza, l'autorità amministrativa non è, in virtù del principio della
separazione dei poteri, vincolata dalle considerazioni del giudice penale.
Tenuto conto delle finalità differenti perseguite dalla sanzione penale e dal
divieto d'entrata, in linea di principio indipendenti l’una dall’altro, entrambe
le misure possono coesistere ed applicarsi ad una medesima fattispecie.
Un divieto d'entrata può essere adottato anche in assenza di un giudizio
penale, sia in ragione della mancata apertura di un procedimento penale,
sia a causa della pendenza dello stesso. È sufficiente che l'autorità
amministrativa, fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi di prova,
giunga alla conclusione che le condizioni per emanare un divieto d'entrata
siano soddisfatte. Pertanto, l'autorità amministrativa valuta sulla base di
criteri autonomi se l'allontanamento dalla Svizzera di uno straniero sia
necessario ed opportuno, e può quindi giungere a conclusioni differenti da
quelle ritenute dal giudice penale (cfr., tra le altre, DTF 140 I 145 consid.
4.3 e 137 II 233 consid. 5.2.2, nonché la sentenza TAF C-2463/2013 del 7
maggio 2015 consid. 8.4).
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Pagina 12
5.
Nel prosieguo si tratta di verificare, innanzitutto, se le condizioni per
emettere il divieto d’entrata in sé siano adempiute (semplice pericolo);
nell’affermativa, bisognerà precisare l’intensità della gravità della minaccia
(semplice pericolo o minaccia grave) e quindi fissare, in conformità con il
principio di proporzionalità, la durata del divieto d’entrata in funzione del
complesso delle circostanze rilevanti.
6.
Dall’incarto risulta che il ricorrente è stato condannato, a tre riprese, per
violazione della legge federale sugli stupefacenti del 3 ottobre 1951 (LStup,
RS 812.121), ossia nel 2012, nel 2015 e nel 2016 (cfr. consid. B, C e E).
Le condanne del 2012 e 2016 sono state pronunciate per infrazione
(vendita di 9.5 gr. di cocaina, rispettivamente di 33 gr.) e contravvenzione
(consumo di 10 gr. di cocaina, rispettivamente di una quantità imprecisata),
mentre la condanna del 2015 lo è stata per infrazione aggravata (vendita
di 480.50 gr. di cocaina) e contravvenzione (consumo di 50 gr. di cocaina).
Inoltre, nel 2015 e 2016, il ricorrente è stato sanzionato per violazione della
legge federale sulla circolazione stradale del 19 dicembre 1958 (LCStr, RS
741.01), guidando in stato di inattitudine (ubriachezza e/o sotto l’influsso di
cocaina). In questo quadro non si può non rimarcare che il ricorrente ha
cominciato a delinquere ad inizio settembre 2009, ossia soltanto un anno
dopo, suppergiù, il suo arrivo in Svizzera con sua moglie e sua figlia.
Queste circostanze dimostrano, in modo incontrovertibile, che il ricorrente
ha messo gravemente in pericolo la salute pubblica in Svizzera, vendendo
quantità importanti di cocaina (a proposito della relazione tra la quantità e
la pericolosità delle diverse droghe sul mercato per la salute di molte
persone, cfr. DTF 145 IV 312 consid. 2.1), in particolare durante il lungo
periodo dall’aprile 2011 al 23 giugno 2014 (più di tre anni), che ha reiterato
la sua attività illegale (vendita e consumo di cocaina) dal 2011 al 2015,
quasi ininterrottamente, e che, così facendo, non si è minimamente curato
di osservare i periodi di prova fissatigli dal MPCT e dalla CAC. Oltre a ciò,
egli ha pure messo in pericolo, in almeno due occasioni, la sicurezza altrui
guidando in stato di inidoneità.
Pertanto, non vi sono dubbi che la SEM doveva qualificare, al momento di
rilasciare il divieto d’entrata, il 16 gennaio 2017, la minaccia rappresentata
dal ricorrente per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri come grave ai
sensi della legge e della giurisprudenza (cfr. consid. 4.3 e 4.4). Ne deriva
che l’emissione di un divieto d’entrata in sé, anche superiore a cinque anni,
si rivela essere conforme alla legge (cfr. art. 67 cpv. 2 lett. a e cpv. 3 LStrI).
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Questo implica che la SEM non aveva l’opzione di pronunciare un
ammonimento, per sua natura meno pregiudizievole degli interessi della
persona a cui è rivolto, al posto del divieto d’entrata (cfr. consid. 4.1).
Di conseguenza, nella misura in cui il ricorrente chiede l’annullamento puro
e semplice del divieto d’entrata, il ricorso è infondato.
7.
7.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse
ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione federale
[Cost., RS 101]). In particolare, l'autorità non può adoperare, nell’eseguire
le sue decisioni, un mezzo coattivo più rigoroso di quanto richiesto dalle
circostanze (art. 42 PA). Da un punto di visto analitico, il principio della
proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la
proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246
consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone
che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse
pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda
che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui
diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola
della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla
ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse
privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle
circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).
7.2 Nel valutare la proporzionalità della durata di un divieto d’entrata può
rivestire un’importanza particolare, a dipendenza delle circostanze, l’art. 8
§ 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 4 novembre 1950
(CEDU, RS 0.101), secondo il quale “ogni persona ha diritto al rispetto della
propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria
corrispondenza”.
L’art. 8 cpv. 1 CEDU, che non garantisca il diritto di entrata e di soggiorno
in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145 consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i
rinvii), estende la sua protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della
vita privata, anche alle eventuali attività professionali e commerciali di chi
se ne prevale (cfr. sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna
[Grande Camera], n. 56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c.
Germania, n. 13710/88, 16 dicembre 1992, n. 29). Dal punto di vista del
diritto al rispetto della vita familiare, secondo il Tribunale federale, chi si
richiama alla protezione dell’art. 8 cpv. 1 CEDU deve, in generale,
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intrattenere una relazione stretta, effettiva ed intatta, con una persona della
sua famiglia che beneficia di un diritto di presenza duraturo in Svizzera (cfr.
DTF 130 II 281 consid. 3.1; si veda, tuttavia, a proposito del diritto di
presenza duraturo, la sentenza CorteEDU – Mengesha Kimfe c. Svizzera,
n. 24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo senso, sono protetti,
principalmente, i rapporti tra i coniugi nonché quelli tra genitori e figli
minorenni che vivono in comunione, ma possono entrare in linea di conto
anche altri tipi di relazioni di fatto (cfr. sentenza CorteEDU – Van der
Heijden c. Paesi Bassi [Grande Camera], n. 42857/05, 3 aprile 2012, § 50);
eccezionalmente sono considerate anche le relazioni tra genitori e figli
maggiorenni quando tra loro esiste un particolare rapporto di dipendenza,
come in caso di necessità di prodigare cure speciali per un handicap o una
malattia grave (cfr. DTF 129 II 11 consid. 2 e 120 Ib 257 consid. 1e).
Tuttavia, l’art. 8 cpv. 2 CEDU permette un’ingerenza statale nell’esercizio
del diritto al rispetto della vita privata e della vita familiare, se tale ingerenza
è “prevista dalla legge” ed è “necessaria”, in particolare, “alla sicurezza
pubblica e alla prevenzione dei reati in una società democratica”.
8.
8.1 In concreto, come già esposto analizzando la questione della gravità
della minaccia per l’ordine pubblico svizzero (cfr. consid. 6), il ricorrente ha
leso due beni giuridici importanti, la salute pubblica, vendendo suppergiù
520 gr. di cocaina, e la sicurezza altrui, guidando in stato di ubriachezza
e/o sotto l’influenza della cocaina. Egli ha reiterato a due riprese le
infrazioni contro la LStup, tendenzialmente con crescente gravità, e in
un’occasione l’infrazione contro la LCStr (recidiva), agendo su un lungo
periodo che si estende all’incirca, con qualche interruzione, dal settembre
2009 al maggio 2016. Inoltre, egli ha ignorato ben due periodi di prova,
come se gli fosse concesso di scegliere di conformarsi o meno alle
decisioni della giustizia penale, e ciò nonostante le sue responsabilità
familiari, soprattutto come padre. Alla luce di questo quadro fattuale che
rivela la spregiudicatezza e la pericolosità del ricorrente, questo Tribunale
considera che esiste un interesse pubblico preponderante a pronunciare
nei suoi confronti un divieto d’entrata di lunga durata, rispettando i limiti
posti dalla giurisprudenza (cfr. consid. 4.3).
8.2 Dal punto di vista degli interessi privati e familiari del ricorrente a recarsi
in Svizzera, è utile rilevare quanto segue. Colpito da un divieto d’entrata,
emanato dalla Svizzera, suscettibile di influire negativamente sull’esercizio
delle sue relazioni private e delle sue relazioni familiari (“ingerenza di una
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autorità pubblica”), il ricorrente può invocare l’art. 8 § 1 CEDU poiché è
titolare dei diritti in esso consacrati (cfr. art. 1 CEDU). Per quanto concerne
le relazioni private, tuttavia, l’incarto non fornisce nessun elemento, in
particolare di natura professionale, che potrebbe indurre a credere che il
ricorrente abbia degli interessi degni di protezione, per cui si deve
concludere che le condizioni d’applicazione dell’art. 8 § 1 CEDU non sono
soddisfatte. Per quanto attiene alle relazioni familiari, invece, non si può di
primo acchito aderire al parere della SEM, come rettamente indicato dal
ricorrente (cfr. ricorso, pag. 4), quando essa afferma, in maniera piuttosto
recisa, senza un’analisi sufficientemente differenziata, che egli non
potrebbe beneficiare della protezione dell’art. 8 § 1 CEDU. A questo
proposito è fondamentale verificare l’effettività e l’intensità delle relazioni
familiari in gioco.
8.3 Per riassumere la configurazione dei rapporti familiari del ricorrente,
egli è padre di due figlie, nate il ... 2004 e il ... 2013, nonché di un figlio,
nato il ... 2015, avuti da tre donne diverse, i quali abitano tutti in Ticino. La
prima figlia vive con sua madre, che è la moglie del ricorrente, la seconda
figlia e l’ultimogenito vivono con le loro rispettive madri (cfr. consid. A).
8.3.1 Per quanto riguarda la situazione con la sua seconda figlia e la madre
di quest’ultima, il ricorrente non fornisce nessuna informazione (cfr. ricorso
e replica [consid. I e K]), e nemmeno gli atti della SEM contengono
ragguagli in proposito. Indubbio è il fatto che il ricorrente non è coniugato
con la donna in questione; peraltro, mancando qualsiasi elemento
chiarificatore all’incarto, non si può neanche ammettere che egli abbia
vissuto o viva con lei in concubinato, inteso come coabitazione effettiva
senza il vincolo del matrimonio, tanto più che egli è tuttora sposato con la
madre della sua primogenita; su questa scia, è pure legittimo partire dal
presupposto che egli non abbia riconosciuto la sua secondogenita e che
non sia stato oggetto di una sentenza di paternità (cfr. art. 252 cpv. 2, 260
e 262 del Codice civile [CC, RS 210]). In questo quadro non è dunque
possibile ravvisare l’esistenza di una “vita familiare” secondo l’art. 8 § 1
CEDU.
Ne deriva che il ricorrente non può invocare questa norma convenzionale,
riferendosi ad un’ipotetica vita familiare con la sua seconda figlia e con la
madre di quest’ultima, per contestare la proporzionalità del divieto d’entrata
di dodici anni pronunciato dalla SEM nei suoi confronti.
8.3.2 Dal punto di vista della situazione con il suo figlio maschio e la madre
di quest’ultimo, il ricorrente ha concretizzato, nella replica corredata di
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quattro allegati (cfr. consid. K), le considerazioni che aveva formulato
astrattamente, nel ricorso, sulla protezione che invoca in base all’art. 8 § 1
CEDU. Da queste delucidazioni complementari risulta che i genitori hanno
l’autorità parentale congiunta e che si sono accordati in merito alla
custodia, alle relazioni personali e al contributo di mantenimento a favore
del loro figlio. In proposito, la madre ha confermato per scritto l’esercizio
“di comune accordo e in armonia” dell’autorità parentale, precisando che il
ricorrente “ha sempre adempito i suoi doveri nei miei confronti e del figlio”.
Alla luce di queste circostanze, senza bisogno di ricorrere ad ulteriori
elementi chiarificatori, la relazione tra il ricorrente, suo figlio e la madre di
quest’ultimo rientra nella categoria di “vita familiare” ai sensi dell’art. 8 § 1
CEDU. Pertanto, il ricorrente può invocare la protezione di questa norma
convenzionale per oppugnare la proporzionalità del divieto d’entrata di
dodici anni.
Tuttavia, nella sua lettera del 14 dicembre 2018, la madre ha spiegato che
“attualmente il minore si trova presso di me, a ... in Svizzera, e vogliamo
fargli passare un periodo di vacanze presso il padre. In seguito, una volta
risolte tutte le pratiche amministrative e di residenza del padre,
desideriamo che il minore vada a risiedere stabilmente presso il padre in
Spagna”. Se così è o così sarà, il divieto d’entrata impugnato, di per sé,
non interferisce o non interferirà nella relazione affettiva del ricorrente con
suo figlio. Nello stesso senso, considerato che la relazione del ricorrente
con la madre di suo figlio è o sarà vissuta a distanza, in parte per loro scelta
e in parte per il non rinnovo del permesso di dimora B del ricorrente, il
divieto d’entrata, in quanto tale, non influisce o non influirà in modo
determinante sulla loro vita di coppia. In proposito occorre precisare che
non è tanto il divieto d’entrata, quanto il non rinnovo del permesso di dimora
B, che il ricorrente ha in fin dei conti accettato ritirando il suo ricorso davanti
al TRAM (cfr. consid. D), che l’ostacola nell’intrattenere la relazione con
suo figlio e la madre di quest’ultimo.
Ne discende che questa relazione familiare, così come si configura in base
ai documenti contenuti nell’incarto, non è suscettibile di essere perturbata,
in modo tangibile, dal divieto d’entrata in sé, sia esso di dodici anni o di una
durata inferiore, e ciò a prescindere dalla sua segnalazione nel SIS II (cfr.
consid. 10). In quest’ottica il ricorrente non può dunque richiamarsi,
fondatamente, all’art. 8 § 1 CEDU.
8.3.3 Per quanto concerne la situazione del ricorrente con sua moglie e la
loro figlia comune, si deve innanzitutto osservare che, nella sentenza del
GPC (cfr. consid. F), è riportato che il ricorrente ha dichiarato che “mia
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moglie (da cui non sono ancora divorziato) è venuta a trovarmi [in carcere],
ma senza la bimba perché lei non ha voluto venire [...] qui è invece venuto
più volte [mio figlio] con la madre che è la mia attuale compagna”. In
secondo luogo, bisogna rilevare che, nel ricorso e nella replica, il ricorrente
non menziona, piuttosto sorprendentemente, né sua moglie, né sua figlia,
riferendosi unicamente al rapporto con il suo figlio maschio e con la madre
di quest’ultimo.
Stando così le cose, pur ammettendo che la relazione del ricorrente con la
sua primogenita e la madre di quest’ultima rientri, per definizione, nella
categoria di “vita familiare” ai sensi dell’art. 8 § 1 CEDU, non è (più)
possibile parlare, secondo i dati che egli ha fornito, di un rapporto familiare
effettivamente vissuto, per cui al divieto d’entrata impugnato, di dodici anni,
non può essere attribuita, sotto questo rispetto, nessuna interferenza che
non sia proporzionata ai sensi dell’art. 8 § 2 CEDU.
8.3.4 Posto quanto precede, questo Tribunale non intravede elementi
all’incarto che potrebbero far credere che la durata di dodici anni del divieto
d’entrata, benché possa sembrare severa al ricorrente, non sia conforme,
in definitiva, alle esigenze del principio di proporzionalità.
9.
In conclusione, pronunciando un divieto d’entrata di dodici anni, la SEM
non ha violato l’art. 67 cpv. 3 LStrI e il principio di proporzionalità
nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA),
dimodoché, sotto questo rispetto, il ricorso deve essere respinto e la
decisione impugnata confermata.
10.
A questo punto è necessario affrontare la questione della fondatezza della
segnalazione del divieto d’entrata nel SIS II.
10.1 L’inserimento della segnalazione del divieto d’entrata nel SIS II è retto
dal regolamento (CE) n. 1987/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio
del 20 dicembre 2006 sull’istituzione, l’esercizio e l’uso del sistema
d’informazione Schengen di seconda generazione (regolamento SIS II;
Gazzetta ufficiale [GU] dell’Unione europea L 381/4 del 28 dicembre 2006),
entrato in vigore il 9 aprile 2013 e abrogante, in parte, il precedente accordo
di Schengen del 14 giugno 1985 relativo all'eliminazione graduale dei
controlli alle frontiere comuni (Convenzione di applicazione dell'accordo di
Schengen [CAS], GU L 239 del 22 settembre 2000; cfr. art. 52 del
regolamento SIS II).
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10.2 Prima di effettuare una segnalazione lo Stato membro verifica se
l’adeguatezza, la pertinenza e l’importanza del caso giustificano
l’inserimento della segnalazione nel SIS II (proporzionalità: art. 21 del
regolamento SIS II).
Una segnalazione di un cittadino di un paese terzo è inserita nel SIS II
quando la decisione presa dalle autorità amministrative o giudiziarie
competenti secondo le norme procedurali stabilite dalla legislazione
nazionale, è fondata su una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza
pubblica o la sicurezza nazionale che la presenza del cittadino in questione
può costituire nel territorio di uno Stato membro (art. 3 lett. d e 24 §§ 1 e 2
del regolamento SIS II).
Una segnalazione è inserita nel SIS II, in particolare, se il cittadino di un
paese terzo è stato riconosciuto colpevole in uno Stato membro di un reato
che comporta una pena detentiva di almeno un anno, oppure se nei
confronti del detto cittadino esistono fondati motivi per ritenere che abbia
commesso un reato grave o se esistono indizi concreti sull’intenzione di
commettere un tale reato nel territorio di uno Stato membro (art. 24 § 2 lett.
a e b del regolamento SIS II).
10.3 Qualora risulti che uno straniero titolare di un titolo di soggiorno in
corso di validità rilasciato da una delle Parti contraenti è segnalato ai fini
della non ammissione, la Parte contraente che ha effettuato la
segnalazione consulta la Parte che ha rilasciato il titolo di soggiorno per
stabilire se vi sono motivi sufficienti per ritirare il titolo stesso. Se il
documento di soggiorno non viene ritirato, la Parte contraente che ha
effettuato la segnalazione procede al ritiro di quest'ultima, ma può tuttavia
iscrivere lo straniero nel proprio elenco nazionale delle persone segnalate
(art. 25 § 2 CAS).
10.4 Una segnalazione nel SIS II implica che il divieto d’entrata nazionale
esplica i suoi effetti sull’insieme del territorio degli Stati dello spazio
Schengen, nella misura in cui una delle condizioni cumulative d’ingresso
per un cittadino di un paese terzo è di non essere segnalato nel SIS II ai
fini della non ammissione (cfr. art. 6 § 1 lett. d e 14 § 1 del regolamento UE
2016/399 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 che
istituisce un codice unionale relativo al regime di attraversamento delle
frontiere da parte delle persone [codice frontiere Schengen], GU L 77 del
23 marzo 2016).
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Un cittadino di un paese terzo che non soddisfa una o più delle condizioni
d’ingresso può essere autorizzato da uno Stato membro ad entrare nel suo
territorio per motivi umanitari o di interesse nazionale oppure in virtù di
obblighi internazionali (cfr. art. 25 § 1 CAS, applicabile in base all’art. 52 §
1 a contrario del regolamento SIS II, e gli art. 6 § 5 lett. c e 14 § 1 del codice
frontiere Schengen).
Eccezionalmente, a determinate condizioni, può pure essere rilasciato un
visto con validità territoriale limitata (cfr. art. 25 § 1 del regolamento [CE] n.
810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 luglio 2009 che
istituisce un codice comunitario dei visti [codice dei visti], GU L 23 del 15
settembre 2009).
10.5 Le segnalazioni inserite nel SIS II sono conservate esclusivamente
per il periodo necessario a realizzare gli obiettivi per i quali sono state
inserite. Uno Stato membro che ha effettuato una segnalazione riesamina
la necessità di conservarla nel SIS II entro tre anni dall'inserimento nello
stesso (art. 29 §§ 1 e 2 del regolamento SIS II).
Solo lo Stato membro che ha effettuato la segnalazione è autorizzato a
modificare, completare, rettificare, aggiornare o cancellare i dati che ha
inserito (art. 34 § 2 del regolamento SIS II).
10.6 Chiunque può adire la giurisdizione o l'autorità competente in base
alla legislazione di qualsiasi Stato membro, per accedere, rettificare,
cancellare o ottenere informazioni o per ottenere un indennizzo
relativamente ad una segnalazione che lo riguarda (art. 43 § 1 del
regolamento SIS II).
11.
11.1 In concreto, si deve rimarcare che il ricorrente ha soggiornato in
Spagna nel 2007, prima di trasferirsi in Ticino nel luglio 2008, e che, dopo
la sua scarcerazione, è ritornato nel paese iberico (cfr. consid. A e F). Sulla
base di questi fatti, conosciuti dalla SEM, ci si può chiedere se quest’ultima,
in virtù della massima inquisitoria (cfr. consid. 2.2), non avesse dovuto, al
momento della pronuncia del divieto d’entrata con la sua segnalazione nel
SIS II, consultare le autorità spagnole per sincerarsi se il ricorrente non
disponesse di un permesso di soggiorno valido per il paese in questione,
e, nell’affermativa, se intendessero mantenerlo o revocarlo. Su questa scia,
si noti che la SEM non ha disposto di un valido indirizzo in Spagna del
ricorrente fino all’intervento del suo legale (cfr. consid. F, G e H),
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Pagina 20
dimodoché non avrebbe neanche potuto fissargli un congruo termine, in
applicazione dell’art. 90 lett. b LStrI, per produrre una copia del suo
eventuale permesso di soggiorno (cfr. consid. 2.2). Più tardi, nel corso della
presente procedura, la SEM ha ammesso la probabile titolarità di un tale
permesso da parte del ricorrente e, su invito di questo Tribunale, ha preso
contatto, tramite fedpol, con le autorità spagnole, finora però senza
ottenere alcuna risposta (cfr. consid. J, N e O).
11.2 Ciò posto, bisogna considerare, da un lato, che un permesso di
soggiorno è un documento cartaceo o su supporto plastico di piccole
dimensioni, per cui è facile produrne una copia, e, dall’altro lato, che il
possesso di un permesso di soggiorno spagnolo valido rappresenterebbe
una circostanza favorevole al ricorrente per l’esito della causa, dato che,
nell’affermativa, esso comporterebbe la cancellazione della segnalazione
del divieto d’entrata dal SIS II. In quest’ottica, questo Tribunale ha dunque
accordato un termine al ricorrente per esibire una copia del permesso di
soggiorno di cui pretende disporre, ma egli si è invece limitato ad inoltrare
una copia di un attestato comunale che “certifica [...] que las personas
abajo relacionadas figuran inscritas en el siguiente domicilio [...]” (cfr.
consid. P, Q e 2.2).
Ora, il valore probatorio di questo documento non permette di ritenere, con
un grado di verosimiglianza così elevato da dissipare qualsiasi dubbio
ragionevole (cfr. consid. 2.3), che il ricorrente disponga di un permesso di
soggiorno spagnolo attualmente valevole. Il fatto che egli abbia ottenuto,
nel 2007, quando si è trasferito in Spagna con sua moglie e sua figlia (cfr.
consid. A), un tale permesso, nel frattempo però, per quanto si possa
intuire dalle informazioni disponibili, scaduto, non gli è di nessun aiuto per
il risultato della procedura. D’altra parte, questa valutazione è avallata
dall’affermazione, equivoca, del ricorrente, secondo la quale “il permesso
di soggiorno spagnolo [gli] sarà rilasciato [...] dopo che sarà revocata la
segnalazione SIS proveniente dalla Svizzera” (cfr. consid. Q), ciò che
potrebbe voler dire che la segnalazione del divieto d’entrata nel SIS II gli
impedisce di finalizzare il rinnovo del suo vecchio permesso di soggiorno
spagnolo, ormai invalido.
In questo quadro, si aggiunga ancora che la SEM dovrà riesaminare la
necessità di conservare la segnalazione nel SIS II e che il ricorrente avrà
comunque sempre la possibilità di rivolgersi, in futuro, alla SEM per tentare
di ottenere la rettifica o la cancellazione della segnalazione che lo riguarda,
facendo valere nuovi fatti suscettibili di essere presi in considerazione a
questo scopo (cfr. consid. 10.5 e 10.6, nonché la sentenza TAF F-465/2017
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Pagina 21
del 12 marzo 2019 consid. 8.4 [di prossima pubblicazione: DTAF 2019
VII/2).
11.3 Pertanto, segnalando il divieto d’entrata nel SIS II, la SEM ha
proceduto conformemente alla normativa Schengen e al diritto federale
(cfr. consid. 10 e l’art. 49 lett. a PA). In questo senso, nella misura in cui il
ricorrente chiede la cancellazione della segnalazione dal SIS II, il ricorso è
infondato.
12.
Di conseguenza, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, si deve
constatare che, pronunciando un divieto d’entrata di dodici anni con la
relativa segnalazione nel SIS II, la SEM non ha infranto né l’art. 67 cpv. 3
LStrI, né la normativa Schengen, né il principio di proporzionalità
nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA). Stando
così le cose, il ricorso deve essere integralmente respinto e la decisione
impugnata confermata.
13.
Il ricorrente è stato esentato dal pagamento delle spese processuali ed è
stato ammesso al beneficio del gratuito patrocinio (cfr. consid. M).
Ne discende che, nonostante l’esito negativo del ricorso, non si prelevano
spese processuali (art. 65 cpv. 1 PA) e al ricorrente è attribuita un’indennità
di fr. 1'800.– a titolo di spese di patrocinio per la presente procedura (art.
65 cpv. 2 PA). A quest’ultimo proposito, si deve precisare che il ricorrente
avrà l’obbligo, nella misura in cui non sarà più indigente, di rimborsare a
questo Tribunale l’indennità a lui versata per le spese di patrocinio (art. 65
cpv. 4 PA), obbligo che sottostà ad un termine di perenzione di dieci anni a
decorrere dalla cresciuta in giudicato, ossia dalla pronuncia, della presente
sentenza (cfr., per più dettagli, MARTIN KAYSER/RAHEL ALTMANN, in:
Auer/Müller/Schindler [ed.], op. cit., nn. 86 a 89 ad art. 65 PA). D’altra parte,
non si assegnano indennità per spese ripetibili (art. 64 cpv. 1 PA a
contrario), precisato che la SEM, in quanto autorità federale, non ha diritto
ad una tale indennità (art. 7 cpv. 3 del regolamento del 21 febbraio 2008
sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale
amministrativo federale [TS-TAF, RS 173.320.2]).
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