Decision ID: 1759cbea-cb27-543f-9c05-057e61f99160
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A._ (il ricorrente), cittadino della Repubblica dominicana (RD) nato
il ... 1992, è giunto in Svizzera insieme a sua sorella maggiore nell’estate
2009 con un visto Schengen valido dal ... agosto al ... ottobre 2009, e ciò
per visitare sua madre, cittadina della RD provvista di un permesso di
dimora “B”, che vive in Ticino con suo marito svizzero, in ..., ....
B.
Il 7 settembre 2009, il ricorrente ha iniziato a frequentare la scuola a
Bellinzona nell’ambito di un pretirocinio d’integrazione.
Ad inizio ottobre 2009, la sorella maggiore del ricorrente è rientrata nella
RD.
C.
Il 28 ottobre 2009, dopo aver interrogato il ricorrente e sua madre, la Polizia
cantonale (PC) ha comunicato loro che il ricorrente doveva lasciare la
Svizzera entro il 2 novembre successivo (avviso di uscita).
Ad inizio novembre 2009, il patrigno del ricorrente ha dichiarato alla PC
che quest’ultimo si era nel frattempo trasferito in Spagna presso suoi
parenti.
D.
Il 26 agosto 2013, mediante decreto d’accusa, il Ministero pubblico del
Canton Ticino (MPCT) ha inflitto al ricorrente una pena pecuniaria di 50
aliquote giornaliere, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di
due anni, per falsità in certificati (uso di un passaporto italiano contraffatto:
dal 30 aprile 2010 all’8 luglio 2011), infrazione alla legge federale sugli
stupefacenti (vendita di almeno 10 gr. di cocaina: giugno e luglio 2011) e
contravvenzione alla medesima (consumo di una quantità imprecisata di
cocaina: dal 30 aprile 2010 all’8 luglio 2011), nonché entrata e soggiorno
illegali in Svizzera (dal 30 aprile 2010 all’8 luglio 2011). Il MPCT ha intimato
il decreto d’accusa, per raccomandata, al domicilio legale eletto dal
ricorrente presso ..., ..., .... Il decreto d’accusa è cresciuto in giudicato
incontestato.
E.
Il 26 febbraio 2014, dopo avere constatato che l’indirizzo “..., ..., ...” non
era reperibile sul sito web “local.ch”, l’allora Ufficio federale della
migrazione (UFM) ha adottato contro il ricorrente, senza audizione
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preliminare, un divieto d’entrata di dieci anni in Svizzera e nel Liechtenstein
(25.2.2014 – 24.2.2024), con segnalazione nel sistema d’informazione
Schengen di seconda generazione (SIS II), togliendo
contemporaneamente l’effetto sospensivo ad un eventuale ricorso. L’UFM
non ha notificato il divieto d’entrata al ricorrente.
Con riferimento al decreto d’accusa del MPCT, l’UFM ha considerato che
“vista la gravità della violazione e l’esposizione a pericolo dell’ordine e della
sicurezza pubblici che se consegue, la disposizione di una misura di
respingimento [...] è giustificata. Dagli atti non si evincono interessi privati
che prevalgano sull’interesse pubblico a controllare le future entrate”.
F.
Il 16 ottobre 2019, rappresentato dal suo legale, il ricorrente ha chiesto alla
Segreteria di Stato della migrazione (SEM), subentrata all’UFM dal 1°
gennaio 2015, di comunicargli se fosse stato emanato un divieto d’entrata
nei suoi confronti e, nell’affermativa, di inviargliene una copia.
Il 17 ottobre 2019, la SEM ha trasmesso al ricorrente una copia della
decisione del 26 febbraio 2014 (duplicato), precisando che “tale misura, in
assenza di un valido recapito, non ha potuto essergli notificata”. La
consegna dello scritto della SEM al ricorrente ha avuto luogo il 21 ottobre
2019.
Il 7 novembre 2019, il ricorrente ha chiesto alla SEM di fargli pervenire una
copia del decreto d’accusa del 26 agosto 2013, rilevando di non avere “mai
ricevuto una simile decisione”.
L’11 novembre 2019, la SEM ha informato il ricorrente di non essere
competente per notificargli il decreto d’accusa, invitandolo “a trasmettere
la sua richiesta alle autorità penali ticinesi”.
G.
Il 20 novembre 2019, tramite il suo legale, il ricorrente ha adito il Tribunale
amministrative federale (TAF), chiedendo, nel merito, di annullare il divieto
d’entrata, e, sul piano della procedura, di concedergli l’accesso agli atti in
modo da poter completare il ricorso, la restituzione dell’effetto sospensivo
allo stesso e l’assistenza giudiziaria con gratuito patrocinio. All’impugnativa
il ricorrente ha allegato i documenti A a E, di cui si dirà, nella misura del
necessario, in prosieguo.
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In sostanza, il ricorrente afferma di non avere mai “né saputo né ricevuto”
il decreto d’accusa del MPCT e rimprovera alla SEM di essersi rifiutata di
trasmettergliene una copia, rilevando che “la decisione impugnata è del
tutto ingiustificata e infondata”. Egli aggiunge che vive in Spagna e che, a
causa della segnalazione del divieto d’entrata nel SIS II, non gli è possibile
regolarizzare la sua situazione in questo paese allo scopo di esercitare
un’attività lucrativa.
H.
Il 9 dicembre 2019, questo Tribunale ha trasmesso la richiesta del
ricorrente di consultare gli atti per competenza alla SEM, ordinandole di
dare seguito alla medesima, ciò che la SEM ha fatto il giorno successivo.
I.
Il 31 gennaio 2020, su invito di questo Tribunale, e dopo aver ottenuto una
proroga del termine, il ricorrente ha completato il ricorso, pretendendo, in
relazione al decreto d’accusa del MPCT, di cui avrebbe avuto conoscenza
“solo dopo la ricezione dell’incarto della SEM”, di non “aver mai venduto
sostanze stupefacenti” e di non essere “mai stato sentito dalla competente
magistratura penale”, per concludere che la misura penale in questione
“non può giustificare il divieto d’entrata pronunciato [...], oltretutto per una
durata di 10 anni”. Sottolineando inoltre di avere “già espiato una durata di
divieto d’entrata di quasi 6 anni”, il ricorrente ne chiede la revoca e, in via
subordinata, la limitazione della sua validità al territorio svizzero.
J.
Il 12 giugno 2020, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha
respinto la domanda di restituire l’effetto sospensivo al ricorso e concesso
l’assistenza giudiziaria con il gratuito patrocinio, invitando nel contempo la
SEM a rispondere al ricorso e al complemento dello stesso entro il termine
di un mese.
K.
Il 29 giugno 2020, la SEM ha risposto al ricorso e al suo complemento,
approfondendo la motivazione della decisione impugnata. In particolare,
rimproverando al ricorrente di avere commesso le infrazioni elencate nel
decreto d’accusa del MPCT, la SEM sostiene che il suo comportamento
costituisce “un grave pericolo” per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri,
e che la durata di dieci anni del divieto d’entrata “era quindi necessaria,
opportuna e proporzionale”. Per quanto riguarda il tempo trascorso dalla
pronuncia del decreto d’accusa e dal rilascio della decisione impugnata, la
SEM esprime il parere che si tratta di un “fatto nuovo” che non rappresenta
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“un elemento a lui solo atto a giustificare la revoca del divieto”, precisando
di non sapere nulla “circa il comportamento dell’interessato in questo lasso
di tempo”. A titolo conclusivo, la SEM chiede di respingere il ricorso e
confermare la decisione impugnata.
L.
Il 14 settembre 2020, su invito di questo Tribunale, il ricorrente ha replicato
alla SEM, evidenziando da un lato che, dalla data del rilascio del divieto
d’entrata, “sono già trascorsi sei anni”, e, dall’altro lato, che “i presunti reati
inoltre risalgono a quasi 10 anni fa”, per concludere che “non si può dunque
sostenere che, ancora attualmente, [egli] costituirebbe un pericolo per
l’ordine e la sicurezza pubblici”. Il ricorrente ribadisce così “la necessità
della revoca del divieto d’entrata, con validità nello spazio Schengen,
affinché [...] possa continuare a risiedere in Spagna, dove attualmente
vive”, esibendo il documento F, ossia dei moduli spagnoli relativi ad una
cosiddetta “Tarjeta de residencia de familiar de ciudadano de la UE” valida
fino al 13 maggio 2017, e alla richiesta del 28 aprile 2017 di una “Tarjeta
permanente de familiar de ciudadano de la Union”.
M.
Il 4 dicembre 2020, questo Tribunale ha fatto pervenire alla SEM copie
della replica e del documento F, prefiggendole un termine di un mese per
inoltrare la duplica. La SEM non si è tuttavia più manifestata.

Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del
17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro
le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968
sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), salvo nei casi elencati
all’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33 LTAF.
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il provvedimento
del 26 febbraio 2014, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF,
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo
Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso. Dato che la
procedura verte su una decisione in materia di diritto degli stranieri
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concernente l’entrata in Svizzera di una persona che non è un cittadino di
uno Stato membro dell’Unione europea, la presente sentenza non può
essere impugnata davanti al Tribunale federale ed è quindi definitiva (cfr.
art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005
[LTF, RS 173.110]).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA). L’anticipo equivalente alle presunte spese processuali deve
essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 PA).
In concreto, il ricorrente, destinatario della decisione impugnata ammesso
a beneficiare dell’assistenza giudiziaria con il gratuito patrocinio, ha
presentato il gravame tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti
dalla legge. Ne discende che esso è ammissibile e nulla osta quindi
all’esame del merito del litigio.
2.
Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA). È determinante la situazione
fattuale al momento del giudizio (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2), ciò che
implica che questo Tribunale deve tenere conto anche dei fatti rilevanti
intervenuti dopo la decisione impugnata, i cosiddetti “nova” (cfr. BENJAMIN
SCHINDLER, in: Auer/Müller/Schindler [editori], Bundesgesetz über das
Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 31 ad art. 49 PA; cfr.
anche, tra le altre, la sentenza TAF F-6368/2019 del 26 ottobre 2020
consid. 5.5 con i rinvii).
Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle
parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio,
siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)
o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1
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a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph
Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], op. cit., n. 8 ad art. 62
PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi
del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).
3.
Il presente litigio verte sulla decisione del 26 febbraio 2014, consegnata il
21 ottobre 2019, con cui la SEM ha adottato un divieto d’entrata in Svizzera
e nel Liechtenstein di dieci anni (25.2.2014 – 24.2.2024), segnalandolo nel
SIS II, nei confronti del ricorrente, il quale chiede di annullare entrambe le
misure.
4.
È innanzitutto necessario determinare il diritto che regge il presente litigio
(cfr., mutatis mutandis, la sentenza del Tribunale federale 2C_615/2019 del
25 novembre 2019 consid.4), considerato che i fatti rilevanti sui quali l’UFM
si è basato per emanare il divieto d’entrata del 26 febbraio 2014, si sono
svolti dal 30 aprile 2010 all’8 luglio 2011 (cfr. consid. D).
4.1 Siccome il ricorrente, di nazionalità dominicana, non è un cittadino di
uno Stato membro dell’Unione europea, l’Accordo tra la Svizzera e la
Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione
delle persone del 21 giugno 1999 (ALC, RS 0.142.112.681), non si applica
alla fattispecie (cfr. art. 1 ALC), la quale deve così essere esaminata,
principalmente, alla luce del diritto interno svizzero.
4.2 Conformemente alle regole generali del diritto intertemporale sono
applicabili le disposizioni materiali in vigore al momento della realizzazione
dello stato di fatto che deve essere valutato giuridicamente o che produce
conseguenze giuridiche. Un'applicazione immediata del nuovo diritto si
impone in pendenza di una procedura di ricorso qualora la nuova regola
corrisponda a un interesse pubblico importante, la cui attuazione non
ammette dilazioni e l'autorità di ricorso disponga di piena cognizione in
diritto. Se si tratta di disposizioni formali, vale il principio generale secondo
il quale, di regola, esse entrano immediatamente in vigore (cfr. DTF 141 II
393 consid. 2.4, 140 II 134 consid. 4.2.4 e 130 V 445 consid. 1.2.1).
4.3 La legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), che regola
i divieti d’entrata all’art. 67, è stata, con effetto dal 1° gennaio 2019, non
soltanto parzialmente modificata, ma anche ridenominata legge federale
sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20). Gli artt. 67 cpv. 2
lett. a e 67 cpv. 3 della legge, applicabili alla presente procedura, non
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hanno però subito alcuna modifica, materiale o redazionale, dal momento
della sopravvenienza dei fatti rilevanti e dell’emanazione della decisione
impugnata. Nondimeno, visto che, ratione temporis, si applica formalmente
la versione della legge in vigore dall’aprile 2010 al febbraio 2014, si
utilizzerà in prosieguo la vecchia denominazione LStr (cfr. le sentenze TAF
F-7152/2018 del 31 gennaio 2020 consid. 5 e F-6368/2019 del 26 ottobre
2020 consid. 4.2).
4.4 L'ordinanza sull'ammissione, il soggiorno e l'attività lucrativa del 24
ottobre 2007 (OASA, RS 142.201), è pure stata modificata con effetto dal
1° gennaio 2019. In particolare, l’art. 80 OASA è stato abrogato, ma il suo
contenuto è stato ripreso nel nuovo art. 77a OASA. Tuttavia, considerato
che i fatti rilevanti del caso si sono svolti prima di questa data, l’art. 80
OASA, che ha una valenza meramente illustrativa, rimane applicabile,
ratione temporis, alla fattispecie, per cui ci si riferirà in seguito (cfr. le
sentenze TAF F-7152/2018 consid. 5 e F-6368/2019 consid. 4.2, già
citate).
5.
5.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o
espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero
(art. 67 cpv. 2 lett. a LStr). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la
SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione
personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStr). Se un divieto d’entrata si
giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata
può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale
provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStr).
Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza
pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002
concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha
sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto
sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine
pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza
dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile
della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa
l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita,
salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è
violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono
commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni
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delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto
pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).
Riguardo alla natura e alla finalità del divieto d’entrata, il Consiglio federale
ha precisato che lo stesso “mira a lottare contro le perturbazioni della
sicurezza e dell’ordine pubblici, non già a sanzionare un determinato
comportamento; si tratta dunque di una misura a carattere preventivo e non
repressivo” (Messaggio LStr, pag. 3428).
5.2 L'art. 80 cpv. 1 lett. a vOASA sanciva che il mancato rispetto di
prescrizioni di legge e di decisioni delle autorità configura una violazione
della sicurezza e dell'ordine pubblici, mentre l’art. 80 cpv. 2 vOASA
prevedeva che vi è esposizione della sicurezza e dell'ordine pubblici a
pericolo, se sussistono indizi concreti che il soggiorno in Svizzera dello
straniero porti, con notevole probabilità, ad una violazione della sicurezza
e dell'ordine pubblici.
5.3 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque
anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato
costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv.
3 LStr).
Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta
dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della direttiva
2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre
2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L
348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata
tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e
che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai
cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia
per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la
nota a piè di pagina relativa all’art. 67 LStr; cfr. anche DTF 139 II 121
consid. 5.1 e 6.3).
5.4 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla
giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), il
Tribunale federale rileva che, per potere pronunciare un divieto d’entrata
fino a cinque anni al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo
non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli rappresenti un semplice
pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello I). Invece, per
potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni al massimo nei
confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC, che gode quindi
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Pagina 10
della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli costituisca una
minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri,
ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa in pericolo degli
stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto d’entrata superiore
a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva, anche fino a venti: cfr.
DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò indipendentemente dall’applicazione
dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva 2008/115/CE), bisogna che il cittadino
in questione rappresenti una grave minaccia, ossia un “pericolo qualificato”
(“menace caractérisée”) per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello
II; cfr. DTF 139 II 121 consid. 5 e 6).
Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce
l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere
esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC
SPESCHA, in: Spescha et al. [ed.], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67 LStr,
n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction d’entrée
prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA 7/2018,
pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico in
pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la
salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di
criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (ad. es.: atti
di terrorismo, la tratta di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità
organizzata), oppure del numero delle infrazioni commesse (recidiva),
anche alla luce della loro eventuale crescente gravità o dell'impossibilità di
formulare un pronostico favorevole (cfr. DTF 139 II 121 consid. 6.3, 136 II
5 consid. 4.2, 134 II 25 consid. 4.3.2 e 130 II 493 consid. 3.3).
5.5 È ancora utile sottolineare che, in linea di principio, la motivazione di
un giudizio penale non vincola l’autorità amministrativa. Al contrario, per
garantire l’unità della giurisprudenza ed evitare, nel limite del possibile,
decisioni contraddittorie, l’autorità amministrativa non deve, senza
necessità, scostarsi dalle risultanze fattuali del procedimento penale. Ciò
posto, il diritto penale e il diritto degli stranieri hanno scopi differenti e si
applicano indipendentemente l’uno dall’altro. In effetti, oltre alla sicurezza,
il giudice penale persegue obiettivi terapeutici e di risocializzazione del
condannato, mentre l'autorità amministrativa si prefigge primariamente di
garantire la sicurezza e l'ordine pubblici ed esamina dunque la questione
della pericolosità dello straniero applicando criteri più severi. Così,
nell’ottica del diritto degli stranieri, la liberazione condizionale di un
condannato, come pure la constatazione, da parte delle autorità preposte
all’esecuzione della pena, che egli fa prova di un’evoluzione positiva o di
un comportamento irreprensibile, non permettono di escludere, di per sé,
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Pagina 11
che non rappresenti più un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici. In
questo senso, anche senza disporre di un giudizio penale, sia per la
mancata apertura del relativo procedimento, sia a causa della sua
pendenza, l'autorità amministrativa può adottare un divieto d’entrata se
giunge alla conclusione, fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi
di prova, che le condizioni per emanarlo sono soddisfatte (cfr., tra le tante,
DTF 140 I 145 consid. 4.3, 137 II 233 consid. 5.2.2 e 129 II 215 consid.
3.2, nonché le sentenze 2C_606/2020 del 5 marzo 2021 consid. 3.3.1, 2C_
622/2014 del 27 gennaio 2015 consid. 4.3.2 [in italiano], 1C_596/2014 del
3 febbraio 2015 consid. 2.4 [in italiano], 2C_11/2013 del 25 marzo 2013
consid. 2.3 e 2C_642/2009 del 25 marzo 2010 consid. 4.2.3; cfr. anche le
sentenze TAF F-6623/2016 del 22 marzo 2018 consid. 8.4 e C-2463/2013
del 7 maggio 2015 consid. 8.4).
6.
In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto
d’entrata in sé (esistenza di una semplice minaccia [semplice pericolo] per
l’ordine e la sicurezza pubblici) fossero adempiute il 26 febbraio 2014 (cfr.
le sentenze del Tribunale federale 2C_66/2018 del 7 maggio 2018 consid.
5.3.1 e 2C_784/2014 del 24 aprile 2015 consid. 3.2); nell’affermativa,
bisognerà precisare l’intensità della gravità della minaccia (semplice
minaccia o minaccia grave).
6.1 Il ricorrente è stato condannato in Ticino il 26 agosto 2013, sulla base
di fatti accaduti tra il 30 aprile 2010 e l’8 luglio 2011, ad una pena pecuniaria
di 50 aliquote giornaliere, con la condizionale, per falsità in documenti,
vendita di almeno 10 gr. di cocaina e consumo di una quantità imprecisata
della stessa sostanza, nonché entrata e soggiorno illegali in Svizzera (cfr.
consid. D). L’incarto non fa stato di altre condanne né in Svizzera, né
all’estero.
6.2 Rispetto alla portata di questa condanna si deve ammettere che, alla
luce del numero di aliquote giornaliere pronunciate, ossia 50, il massimo
essendo di 180 (cfr. art. 34 cpv. 1 del Codice penale [CP, RS 311.0]), non
può essere considerata come notevole (cfr., mutatis mutandis, la sentenza
TAF F-218/2019 del 10 dicembre 2020 consid. 7.1). Per contro, il fatto che
il MPCT l’abbia sospesa condizionalmente per un periodo di prova di due
anni, considerando dunque che “una pena senza condizionale non sembra
necessaria per trattenere l’autore dal commettere nuovi crimini o delitti”
(art. 42 cpv. 1CP), non pregiudica l’apprezzamento della pericolosità del
ricorrente in ambito del diritto degli stranieri (cfr. consid. 5.5 nonché la
sentenza TAF F- 6368/2019, già citata, consid. 4.3).
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6.3 Ciò posto, la condanna in questione si rapporta a tre beni giuridici
distinti, vale a dire la fede pubblica (falsità in certificati: art. 252 CP), la
salute collettiva (vendita e consumo di droga: artt. 19 cpv. 1 e 19a della
legge federale sugli stupefacenti del 3 ottobre 1951 [LStup, RS 812.121]),
e la sicurezza migratoria (entrata e soggiorno illegali in Svizzera: art. 115
cpv. 1 lett. a e b LStr).
6.3.1 Riguardo alla fede pubblica, non vi sono dubbi che, usando un
passaporto italiano contraffatto a scopo di inganno dal 30 aprile 2010 all’8
luglio 2011, il ricorrente ha messo in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblici,
nella misura in cui ha scientemente falsato le sue relazioni, laddove era
necessario identificarsi con un documento ufficiale, sia con l’autorità che
con persone private.
Ne deriva che, in questo rispetto, l’UFM era legittimato a considerare che
il ricorrente costituiva un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza
pubblici svizzeri (cfr. consid. 5.3 e 5.4).
6.3.2 Dal punto di vista della salute collettiva importa sottolineare che, in
conformità ad una giurisprudenza consolidata, i reati in materia di sostanze
stupefacenti costituiscono, di norma, una turbativa “molto grave” dell’ordine
e della sicurezza pubblici, nella misura in cui si rapportano ad un bene
giuridico particolarmente importante, ossia l’integrità della persona (cfr. la
sentenza del Tribunale federale 2C_516/2012 del 17 ottobre 2012 consid.
2.2). In quest’ottica, che implica la lotta al traffico di droga e al diffondersi
del suo consumo, la giurisprudenza è molto severa nei confronti degli
stranieri che violano la legislazione federale sugli stupefacenti, con la
precisazione che questa posizione di principio può vedersi attenuata, a
seconda delle circostanze, se le infrazioni commesse sono strettamente
legate alla tossicodipendenza dell’interessato (cfr. DTF 139 II 121 consid.
5.3).
Nel decreto d’accusa del 26 agosto 2013, il MPCT ha accertato, da un lato,
la vendita di almeno 10 gr. di cocaina (cfr. art. 19 cpv. 1 LStup [infrazione]),
e, dall’altro lato, il consumo di una quantità sconosciuta della medesima
sostanza da parte del ricorrente (cfr. art. 19a LStup [contravvenzione]).
Riguardo alla vendita, si deve notare che, secondo la giurisprudenza, per
mettere in pericolo la “salute di molte persone” (cfr. art. 19 cpv. 2 lett. a
LStup), ossia di venti o più persone, basta lo spaccio di 18 gr. di cocaina
(cfr. DTF 145 IV 312 consid. 2.1.1 e 109 IV 143 consid. 3b, nonché la
sentenza TAF F-6368/2019 del 26 ottobre 2020 consid. 6.4.1). Ora, la
quantità di 10 gr. (almeno) venduta dal ricorrente non raggiungeva questa
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soglia, per cui il MPCT non ha qualificato l’infrazione come penalmente
grave.
Sebbene questo apprezzamento del MPCT non vincolasse l’UFM (cfr.
consid. 5.1 e 5.5), si deve constatare che quest’ultimo non disponeva di
ulteriori elementi di fatto, rispetto a quelli accertati nel decreto d’accusa,
che potessero indurlo a reputare, sotto il profilo del diritto amministrativo,
che dal ricorrente emanasse una minaccia grave per l’ordine e la sicurezza
pubblici (cfr. anche la sentenza TAF F-6623/2016 del 22 marzo 2018
consid. 8.4).
Ne consegue che, anche dal punto di vista della salute collettiva, l’UFM
doveva ritenere che la presenza del ricorrente in Svizzera comportava un
semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici (cfr. consid. 5.3 e 5.4).
6.3.3 Sul piano della sicurezza migratoria bisogna puntualizzare che, in
accordo con una giurisprudenza costante, l’entrata e il soggiorno illegali in
Svizzera, nonché l’esercizio di un’attività lucrativa senza autorizzazione,
rappresentano una violazione grave del diritto degli stranieri (cfr., tra le
altre, la sentenza TAF F-1438/2019 del 16 settembre 2020 consid. 7.2 con
i riferimenti).
Ora, il ricorrente è giunto in Svizzera, per visitare sua madre, grazie ad un
visto Schengen di breve durata, valido dal 12 agosto al 19 ottobre 2009.
Cionondimeno, il 7 settembre 2009, egli ha iniziato a frequentare la scuola
a Bellinzona nell’ambito di un pretirocinio d’integrazione (cfr. consid. A e B),
dimostrando in questo modo di non avere la minima intenzione di rispettare
i termini del visto Schengen, rilasciato allo scopo esclusivo di rendere visita
a sua madre in Ticino per un periodo limitato a poco più di due mesi. Inoltre,
dopo essere stato avvertito dalla PC che doveva partire dalla Svizzera e
dallo spazio Schengen, il ricorrente non si è conformato a questo obbligo
di legge. Infatti, se sembra aver lasciato la Svizzera per un certo tempo,
egli si è recato in Spagna, non uscendo quindi dallo spazio Schengen, ed
in seguito è ritornato in Svizzera, soggiornandovi, con o senza interruzioni,
dal 30 aprile 2010 all’8 luglio 2011, allo scopo di spacciare cocaina
(consumo e vendita), come risulta dal decreto d’accusa del MPCT (cfr.
consid. C e D).
Ne discende che, ugualmente da questa angolazione, l’UFM aveva valide
ragioni per supporre che il ricorrente rappresentava un semplice pericolo
per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (cfr. consid. 5.3 e 5.4).
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6.4 Alla luce delle considerazioni che precedono, la valutazione dell’UFM
che il ricorrente costituiva, nel febbraio 2014, una minaccia grave per
l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, ai sensi della legge e della
giurisprudenza (cfr. consid. 5), non è quindi difendibile, con la conseguenza
che l’adozione di un divieto d’entrata superiore a cinque anni non era
giustificata.
7.
Si tratta ora di fissare, in accordo con il principio di proporzionalità, la durata
del divieto d’entrata in funzione del complesso delle circostanze del caso,
tenendo conto della situazione personale del ricorrente (cfr. art. 96 cpv. 1
LStr), se del caso anche sotto il profilo del suo diritto al rispetto della sua
vita privata e familiare (art. 8 par. 1 della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo [CEDU, RS 0.101]).
7.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse
ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione
federale/Cost., RS 101). Da un punto di visto analitico, il principio della
proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la
proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246
consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone
che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse
pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda
che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui
diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola
della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla
ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse
privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle
circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).
7.2 A proposito dell’art. 8 par. 1 CEDU bisogna precisare che, benché non
garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145
consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso estende la sua
protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita privata, anche alle
relazioni sociali sviluppate nell’ambito di attività professionali e commerciali
di chi se ne prevale (cfr. sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c.
Spagna [Grande Camera], n. 56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz
c. Germania, n. 13710/88, 16 dicembre 1992, n. 29). Secondo il Tribunale
federale, dal punto di vista del diritto al rispetto della vita familiare, chi si
richiama alla protezione dell’art. 8 par. 1 CEDU deve, in generale,
intrattenere una relazione stretta, effettiva ed intatta, con una persona della
sua famiglia che beneficia di un diritto di presenza duraturo in Svizzera
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(cfr., tuttavia, la sentenza CorteEDU – Mengesha Kimfe c. Svizzera, n.
24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo senso, sono protetti,
segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché quelli tra genitori e figli
minorenni che vivono in comunione; eccezionalmente, se sussiste un
particolare rapporto di dipendenza tra loro, sono presi in considerazione
anche i rapporti tra genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129 II 11 consid.
2). Nondimeno, l’art. 8 par. 2 CEDU permette un’ingerenza statale
nell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e della vita familiare, se
tale ingerenza è prevista dalla legge ed è necessaria, in particolare, alla
sicurezza pubblica e alla prevenzione dei reati in una società democratica.
7.3 In concreto, la lontananza nel tempo dei fatti sanzionati dal MPCT, i
quali sono accaduti tra l’aprile 2010 e il luglio 2011, impone di fissare la
durata del divieto d’entrata sotto i cinque anni. In proposito, se al momento
del rilascio del divieto d’entrata essi erano ancora recenti (tre o quattro anni
di distanza), quando il medesimo è stato notificato, erano invece già
piuttosto remoti (otto o nove anni di distanza), e lo sono ancora di più al
momento della pronuncia della presente sentenza (dieci o undici anni di
distanza). Stando così le cose, si deve ammettere che l’attualità del
semplice pericolo è venuta meno, da cui la necessità di ridurre la durata
del divieto d’entrata al di sotto della soglia massima di cinque anni.
7.4 Relativamente alla protezione garantita dall’art. 8 par. 1 CEDU sul
piano della vita privata, il ricorrente non ha, e nemmeno fa valere, interessi
particolari da tutelare, come ad esempio un’attività professionale che gli
abbia permesso di allacciare e sviluppare contatti sociali stretti in Ticino,
per cui non può ricavare nulla da questa norma convenzionale riguardo ad
un’eventuale riduzione della durata del divieto d’entrata.
Sul piano della vita familiare si deve notare che la madre del ricorrente
viveva e vive in Ticino. È dunque indubbio che il divieto d’entrata ha
interferito ed interferisce nella loro relazione. Tuttavia, siccome il ricorrente
è maggiorenne e che non sussiste un rapporto di dipendenza con sua
madre, come inteso dalla giurisprudenza, l’art. 8 par. 1 CEDU non è
suscettibile di influire sulla durata del divieto d’entrata.
7.5 Così, sulla scorta di quanto precede, questo Tribunale considera che
l’UFM avrebbe dovuto limitare a quattro anni la durata del divieto d’entrata
in virtù del principio di proporzionalità, ossia fino al 25 febbraio 2018.
8.
In conclusione, pronunciando un divieto d’entrata di dieci anni, l’UFM
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(SEM) ha violato l’art. 67 cpv. 3 LStr e il principio di proporzionalità
nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA). Stando
così le cose, in accordo con le considerazioni sopraesposte, il ricorso deve
essere accolto, e la decisione impugnata annullata. Questo implica la
cancellazione della segnalazione del divieto d’entrata nel SIS II.
9.
Il ricorrente è stato esentato dal pagamento delle spese processuali ed è
stato ammesso a beneficiare del gratuito patrocinio (cfr. consid. J). Ora,
siccome chiede l’annullamento/la revoca del divieto d’entrata con il suo
gravame del 20 novembre 2019, completato il 31 gennaio 2020 (cfr. consid.
G, I e L), si deve considerare che egli vince la causa, nella misura in cui la
presente sentenza annulla il divieto d’entrata e constata che esso ha
cessato (avrebbe dovuto cessare) di esplicare i sui effetti già il 25 febbraio
2018.
9.1 Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte
soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv.
1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del
regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale/TS-TAF [RS
173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e
della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della
situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).
Visto l’esito del ricorso, non si prelevano spese processuali.
9.2 Il ricorrente, rappresentato da un avvocato, ha diritto a un’indennità per
le spese necessarie derivanti dalla causa (spese ripetibili: art. 64 cpv. 1 PA
e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Dato che egli non ha presentato alcuna nota
d’onorario, l’indennità deve essere fissata sulla base degli atti di causa (art.
14 cpv. 2 TS-TAF).
Alla luce della particolarità della presente procedura, è appropriato
attribuire al ricorrente un’indennità per spese ripetibili di fr. 1'800.–
(onorario e spese d’avvocato), a carico della SEM.
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