Decision ID: 71c8ec8b-9653-5946-9509-a9e87d8d6686
Year: 2004
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A.
Con decreto di accusa del 14 luglio 2003 il Procuratore pubblico ha dichiarato _ autrice colpevole di ripetuta infrazione alle legge federale sugli stupefacenti per avere, senza essere autorizzata, collaborato come operaia della ditta _ AG a curare e mantenere la coltivazione di una gran quantità di piantine di canapa destinate alla produzione di marijuana, ricevendo per tale mansione un salario mensile di fr. 3000.– netti. In applicazione della pena, il Procuratore pubblico ha proposto la condanna di lei a 45 giorni di detenzione, sospesi condizionalmente per un periodo di prova di due anni, e ha ordinato la confisca di una BMW “X5” 3.0d (TI _) sequestrata all'accusata il 18 giugno 2003. Al decreto di accusa _ ha inoltrato opposizione. Il Procuratore pubblico ha poi disposto il dissequestro dell'automobile. Statuendo sull'opposizione al decreto di accusa, con sentenza del 23 ottobre 2003 il presidente della Pretura penale ha assolto l'imputata.
B.
Contro la sentenza appena citata il Procuratore pubblico ha introdotto il 2004 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione del ricorso, presentata il 25 novembre successivo, egli chiede l'annullamento della sentenza impugnata e il rinvio degli atti a un altro giudice della Pretura penale perché statuisca di nuovo. Nelle sue osservazioni del 25 novembre 2003 _ propone di respingere il ricorso.

Considerando
in diritto: 1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tute la altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 129 I 173 consid. 31 pag. 178 con rinvii).
2.
In concreto il primo giudice penale ha ricordato che al dibattimento l'imputata, pur ammettendo di sapere che la canapa può essere fumata, ha dichiarato di non avere mai lontanamente immaginato che la coltivazione di _ – dove lavorava – fosse destinata a produrre stupefacenti. Sia _ sia il padre _ le avevano detto invero che le piantine servivano alla produzione di olio e lei stessa, pur non avendo mai assistito a distillazioni, aveva notato bottiglie di olio presso la serra. L'imputata ha soggiunto altresì di non avere presenziato al raccolto, ma di avere semplicemente smesso di lavorare quando le piante di canapa sono state tagliate. Ha affermato infine di non avere allora sentito parlare di particolari problemi nel Ticino con la coltivazione della canapa (sentenza impugnata, pag. 3).
3.
Premesso che l'art. 19 n. 1 cpv. 1 LStup punisce con la detenzione e con la multa chiunque – senza essere autorizzato – coltivi canapa per produrre stupefacenti, il presidente della Pretura penale ha accertato che l'imputata non sapeva di lavorare in una coltivazione destinata a produrre marijuana e che neppure vi erano indizi in base ai quali si possa addebitarle il rischio di avere preso in considerazione l'uso della canapa a tale scopo. Dal profilo soggettivo l'accusata non ha agito perciò con dolo, nemmeno eventuale. Il primo giudice si è domandato nondimeno se essa abbia agito con negligenza, cioè per imprevidenza colpevole, nel senso che, andando a lavorare per la prima volta in una coltivazione di canapa e sapendo che da questa si possono ricavare stupefacenti, l'interessata dovesse sollecitare ragguagli sulla destinazione del prodotto. Egli ha ricordato tuttavia che sussiste negligenza solo ove intercorra un nesso causale adeguato tra il comportamento dell'autore e il risultato finale, mentre i doveri di prudenza devono riferirsi a risultati prevedibili (e la prevedibilità dev'essere individualizzata). Nella fattispecie l'accusata si era sentita dire dal padre che la canapa serviva alla produzione di
olio e nel genitore essa – allora ventiduenne – aveva cieca fiducia, poiché l'aveva sottratta a una madre sgradita, le aveva offerto la possibilità di risiedere e di lavorare in Svizzera, l'aveva sempre aiutata e protetta, l'aveva agevolata nella vita matrimoniale mettendole gratuitamente a disposizione una casa. Assicurazioni le erano anche state date, del resto, dall'amico del padre, il quale l'aveva assunta e la conosceva da tempo. Il forte e dipendente legame dal genitore, unito al fatto che nel periodo in cui ha lavorato erano state diffuse dai media notizie in merito a “canapai”, ma non a coltivazioni, hanno fatto sì che l'accusata non potesse assolutamente prevedere un inganno da parte del padre, né intuire il reale scopo della coltivazione. Non le si può perciò rimproverare negligenza per non avere raccolto informazioni, la cui assunzione si sarebbe potuta esigere in altre circostanze (sentenza impugnata, pag. 4 seg.).
4.
Quanto l'autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Sapere se una persona ha agito con volontà e consapevolezza o ha consentito all'evento delittuoso vincola quindi la Corte di cassazione e di revisione penale (per analogia, sul piano federale:
Wiprächtiger
in: Geiser/Münch, Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2a edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota 182;
Corboz
, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246). In altri termini, le constatazioni relative al foro interno di un soggetto –ciò che la persona sapeva, si proponeva, aveva l'intenzione di fare o immaginava, lo stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione piena o ridotta di commettere un illecito– possono essere criticate davanti alla Corte di cassazione e di revisione penale
solo
per
arbitrio
(cfr.,
sempre
sul
piano
federale:
Schweri,
Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag. 67 in basso).
5.
Pur rinunciando a impugnare la sentenza nelle misura in cui il primo giudice ha escluso il dolo diretto o eventuale, il Procuratore pubblico assevera che, come emerge in modo inequivocabile dall'inchiesta, l'accusata ha intenzionalmente collaborato alla cura e alla manutenzione di una gran quantità di piantine di canapa che sapeva essere destinate alla produzione di stupefacente, quanto meno assumendo concretamente la responsabilità che la canapa potesse avere altre finalità, essa medesima avendo dichiarato in aula di sapere che la canapa può essere fumata. Se non che, a prescindere dal fatto che argomentando in tal modo il Procuratore pubblico torna a discutere sul dolo diretto (o eventuale), non è dato di capire –né il ricorrente spiega– perché
un'ammissione del genere, assolutamente generica e di comune notorietà, indurrebbe a desumere –sotto pena di arbitrio– che l'accusata abbia dato prova di leggerezza credendo alle assicurazioni del padre e di _, men che meno ove si pensi che il lavoro di lei consisteva nell'estirpare erbacce in serra e nel togliere muffa o insetti dalla piante, ossia in mansioni di second'ordine. Insufficientemente motivato, al proposito il ricorso riesce inammissibile.
Soggiunge Il Procuratore pubblico che l’accusata non poteva non sapere, dato che le persone implicate nella coltivazione, a cominciare da suo padre e da _, nulla avevano a che fare con il mondo agricolo, ciò che avrebbe dovuto costituire un ulteriore segnale di allarme circa l'illiceità del loro agire. Per di più, il padre aveva trascorsi professionali legati al contrabbando e ad attività ben lontane dal settore primario, che gli garantivano un'invidiabile condizione economica di cui essa aveva potuto godere. Ora, su questo punto il memoriale connota una requisitoria, non un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell'arbitrio. Quali siano esattamente le dubbie o insolite attività precedentemente esercitate da _ e perché queste
ostassero alla fiducia riposta dall'accusata nel genitore, il quale le aveva assicurato che la canapa era stata destinata alla produzione di olio, il ricorrente non spiega. Egli si limita ad adombrare scenari diversi da quelli accertati dal primo giudice, senza sostanziare arbitrio di sorta. Un ricorso per cassazione non è tuttavia un atto di appello e non può essere motivato in tal modo.
A parere del Procuratore pubblico il dibattito sulla depenalizzazione del consumo di canapa avrebbe dovuto suscitare nell'imputata ulteriori dubbi sulla natura del lavoro svolto, tanto più che le notizie erano di dominio pubblico da anni, a dispetto dell'ignoranza pretesa dall'interessata. Per tacere del fatto però che il richiamo alle tavole rotonde sulla depenalizzazione della canapa può risultare ambivalente e costituire anche un indizio a favore della buona fede dell'imputata, una volta ancora il ricorrente non sostanzia arbitrio di sorta, non spiega cioè per quale ragione il primo giudice sia incorso in arbitrio per non avere definito l'accusata bugiarda allorché questa ha affermato di non avere sentito parlare di particolari problemi nel Ticino per quanto attiene alla coltivazione di canapa (sentenza, consid. 3 e 5).
6.
Il Procuratore pubblico rimprovera infine al primo giudice un'evidente incongruenza per avere ritenuto –da un lato– che l'accusata, andando a lavorare per la prima volta in una coltivazione di canapa e sapendo che dalla canapa si possono estrarre stupefacenti, non dovesse assumere maggiori ragguagli e –dall'altro–concludere che essa va protetta nella sua buona fede in seguito alla cieca fiducia riposta nel padre. In realtà la contraddizione è solo apparente. Certo, nel considerando 6 (a metà) il primo giudice sembra rimproverare alla ragazza un comportamento negligente per non avere sollecitato precisazioni sull'attività da lei
esercitata. Più avanti, egli ha tenuto conto però di altre circostanze, dalla sua cieca fiducia nel genitore e nelle assicurazioni di lui alla mancanza di notizie nei media circa le coltivazioni di canapa, concludendo che essa non poteva prevedere l'inganno del padre. Ciò posto, spettava al Procuratore pubblico spiegare perché il primo giudice sarebbe caduto in arbitrio nel proteggere la buona fede dell'accusata, nonostante le riserve espresse sul suo comportamento. Nel ricorso non è tuttavia riscontrabile un approccio del genere, donde l'inammissibilità del gravame anche su quest'ultimo tema.
7.
Ne segue, in ultima analisi, che il ricorso dev'essere dichiarato inammissibile. Gli oneri processuali seguono la soccombenza, dello Stato (art. 15 cpv. 1 CPP), che rifonderà a _, la quale ha presentato osservazioni (ancorché succinte) tramite un legale, un'indennità di fr. 700.– a titolo di ripetibili.