Decision ID: 660f5d1a-d309-5cac-9a99-be87b0c65668
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Visto:
la domanda d’asilo che l’interessato ha presentato in Svizzera il 7 aprile
2021 (cfr. atto SEM 2/2),
l’estratto dalla banca dati dattiloscopica “EURODAC” (cfr. atto SEM 11/1),
il verbale relativo al colloquio personale del 6 novembre 2020 (cfr. atto SEM
13/2),
la documentazione medica agli atti (cfr. atti SEM 19/2, 20/2, 26/2 e 30/1),
la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM)
del 20 maggio 2021, notificata il giorno seguente (cfr. atto SEM 34/1),
mediante la detta autorità inferiore non è entrata nel merito della domanda
d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi (RS 142.31) ed ha
pronunciato il trasferimento dell’interessato verso l’Italia,
la cessazione del mandato di rappresentanza con la Protezione giuridica
(cfr. atto SEM 35/1),
il ricorso del 27 maggio 2021 (cfr. timbro del plico raccomandato) inoltrato
in lingua inglese dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il
Tribunale) contro la menzionata decisione e per il cui tramite l’insorgente
ha precisato di aver lasciato l’Italia a causa del razzismo, delle difficili
condizioni di sussistenza e della sua volontà di costruirsi un avvenire
migliore, da cui la sua richiesta di poter rimanere in Svizzera,
i fatti del caso di specie che, se necessario, verranno ripresi nei
considerandi che seguono,

e considerato:
che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla
LTF, in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi),
che presentato tempestivamente (art. 108 cpv. 3 LAsi) contro una
decisione in materia di asilo della SEM (art. 6 e 105 LAsi; art. 31‒33 LTAF),
il ricorso è di principio ammissibile sotto il profilo degli art. 5, 48 cpv. 1 lett.
a‒c e art. 52 PA, quand’anche non redatto in una lingua ufficiale ma in
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inglese (cfr. sentenza del Tribunale E-6024/2017 del 26 ottobre 2017
consid. 1.2),
che occorre pertanto entrare nel merito del gravame,
che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono,
sono decisi in procedura semplificata (art. 111a LAsi) dal giudice unico, con
l’approvazione di un secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è
motivata soltanto sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi),
che giusta l’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti,
che di norma non si entra nel merito di una domanda di asilo se il
richiedente può partire alla volta di uno Stato terzo cui compete, in virtù di
un trattato internazionale, l’esecuzione della procedura di asilo e che la
SEM esamina la competenza relativa al trattamento di una domanda di
asilo secondo i criteri previsti dal Regolamento Dublino III,
che, se in base a questo esame è individuato un altro Stato quale
responsabile per l’esame della domanda di asilo, la SEM pronuncia la non
entrata nel merito previa accettazione, espressa o tacita, di ripresa a carico
del richiedente l’asilo da parte dello Stato in questione (cfr. DTAF 2017 VI/5
consid. 6.2),
che, ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di
protezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia
quello individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15),
che nel caso di una procedura di presa in carico (inglese: take charge) ogni
criterio per la determinazione dello Stato membro competente – enumerato
al capo III – è applicabile solo se, nella gerarchia dei criteri elencati all’art. 7
par. 1 Regolamento Dublino III, quello precedente previsto dal
Regolamento non trova applicazione nella fattispecie (principio della
gerarchia dei criteri),
che la determinazione dello Stato membro competente avviene sulla base
della situazione esistente al momento in cui il richiedente ha presentato
domanda di protezione internazionale (art. 7 par. 2 Regolamento Dublino
III),
che, contrariamente, nel caso di una procedura di ripresa in carico (inglese:
take back), di principio non viene effettuato un nuovo esame di
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determinazione dello stato membro competente secondo il capo III
(cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1),
che giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile
trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato
come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che
sussistono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle
condizioni di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un
trattamento inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000, di seguito:
CartaUE), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione
dello Stato membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo
III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato come
competente,
che lo Stato membro competente in forza del presente regolamento è
tenuto a riprendere in carico – in ossequio alle condizioni poste agli art. 23,
24, 25 e 29 – un cittadino di un paese terzo o un apolide del quale è stata
respinta la domanda e che ha presentato domanda in un altro Stato
membro oppure si trova in altro Stato membro senza un titolo di soggiorno
(art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III),
che un confronto dell’unità centrale del sistema europeo “EURODAC” ha
permesso di appurare che l’insorgente ha depositato una domanda d’asilo
in Italia il 17 agosto 2011 (cfr. atto SEM 11/1),
che il ricorrente ha confermato tale riscontro (cfr. atto SEM 17/3),
che su questi presupposti, il 22 aprile 2021, la SEM ha presentato alle
autorità italiane competenti, nei termini fissati all’art. 23 par. 2 Regolamento
Dublino III, una domanda di ripresa in carico fondata
sull’art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III,
che non avendo risposto alla domanda di ripresa in carico entro il termine
previsto all’art. 25 par. 1 Regolamento di Dublino III, l’Italia ha tacitamente
riconosciuto la propria competenza nella trattazione della domanda di asilo
in questione (art. 25 par. 2 Regolamento di Dublino III),
che di conseguenza, la competenza dell’Italia risulta di principio essere
data,
che trattandosi di una domanda di ripresa in carico, l’eventualità secondo
la quale la domanda d’asilo fosse effettivamente stata respinta in Italia, non
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mette in dubbio la competenza delle autorità di tale Paese per l’eventuale
esecuzione del trasferimento dell’interessato, rispettivamente per un
eventuale regolamento delle condizioni di soggiorno se un rinvio non fosse
eseguibile nel suo Paese d’origine (cfr. sentenza del Tribunale D-
5996/2019 del 21 novembre 2019 e riferimento ivi citato),
che l’Italia è legata alla CartaUE e firmataria, della CEDU, della
Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre pene o
trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105), della
Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv. rifugiati, RS
0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del 31 gennaio 1967
(RS 0.142.301) e ne applica le disposizioni,
che pertanto il rispetto della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il
diritto alla trattazione della propria domanda secondo una procedura giusta
ed equa ed una protezione conforme al diritto internazionale ed europeo,
è presunto da parte dello Stato in questione (cfr. direttiva 2013/32/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure
comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione
internazionale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva 2013/33/UE del
Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme
relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale [di seguito:
direttiva accoglienza]),
che tale presunzione non è tuttavia assoluta e può essere confutata in
presenza di violazioni sistemiche delle garanzie minime previste
dall’Unione europea o dal diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 consid.
6; sentenza della CorteEDU M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gennaio
2011, 30696/09) o di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale
Stato non rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid.
7.4 e 7.5),
che la CorteEDU, nei casi di trasferimenti di persone verso l’Italia, ha a più
riprese ribadito che la situazione non può essere comparata a quella
relativa alla Grecia e constatata nella sentenza M.S.S. contro Belgio e
Grecia del 21 gennaio 2011,30696/09 ed ha finora sempre negato
l’esistenza di carenze sistemiche in Italia (cfr. sentenze CorteEDU Tarakhel
contro Svizzera del 4 novembre 2014, 29217/12; A.S. contro Svizzera del
30 giugno 2015, 39350/13, par. 36; A.M.E. contro Paesi Bassi del 13
gennaio 2015, 51428/10; decisione CorteEDU Jihana Ali e altri contro
Svizzera e Italia del 27 ottobre 2016, 30474/14, par. 33),
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che nemmeno le recenti evoluzioni nel sistema italiano, che pure
prevedono un certo numero di ostacoli suscettibili di impedire l’accesso
immediato dei richiedenti alla procedura d’asilo ed al sistema di
accoglienza, consentono di rimettere in discussione in modo generalizzato
tale assunto (cfr. sentenza del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019
consid. 6, recentemente anche la sentenza del Tribunale F-4872/2020 del
5 novembre 2020 consid. 4.2),
che, conseguentemente, l’applicazione dell’art. 3 par. 2 2a frase Regola-
mento Dublino III non si giustifica nel caso di specie,
che ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, disposizione che concretizza in
diritto interno svizzero la clausola di sovranità (art. 17 par. 1 Regolamento
Dublino III), se “motivi umanitari” lo giustificano la SEM può entrare nel
merito della domanda anche qualora giusta il Regolamento Dublino III un
altro Stato sarebbe competente per il trattamento della domanda,
che la SEM, nell’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, dispone di potere
di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.); che al contrario, se il
trasferimento del richiedente nel paese di destinazione contravviene ad
una norma imperativa del diritto internazionale, tra cui quelle della CEDU,
l’autorità inferiore è obbligata ad applicare la clausola di sovranità e ad
entrare nel merito della domanda d’asilo ed il Tribunale dispone di potere
di controllo al riguardo (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8.2.1),
che il ricorrente non ha apportato indizi seri e concreti suscettibili di
dimostrare che l’Italia non rispetterebbe il principio del divieto di
respingimento e, dunque, verrebbe meno ai suoi obblighi internazionali
rinviandolo in un Paese dove la sua vita, integrità corporale o libertà
sarebbero seriamente minacciate o da dove rischierebbe di essere respinto
in un tale Paese,
che per il resto, il respingimento forzato di persone che soffrono di
problematiche valetudinarie costituisce una violazione dell’art. 3 CEDU
unicamente in circostanze eccezionali; che ciò risulta essere il caso
segnatamente laddove la malattia dell’interessato si trovi in uno stadio a tal
punto avanzato o terminale da lasciar presupporre che, a seguito del
trasferimento, la sua morte appaia come una prospettiva prossima (cfr.
sentenza della CorteEDU N. contro Regno Unito del 27 maggio 2008,
26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7.1),
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che una violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi
siano dei seri motivi di ritenere che la persona, in assenza di trattamenti
medici adeguati nello Stato di destinazione, sarà confrontata ad un reale
rischio di un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni
di salute comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione
della speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro
Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10, §181 segg.),
che sempre in questo contesto, l’attuale giurisprudenza del Tribunale
impone alle autorità svizzere che non vogliono rinunciare all’esecuzione
del trasferimento, di richiedere a titolo preventivo agli omologhi italiani delle
garanzie scritte individuali di presa a carico immediata per i richiedenti asilo
affetti da problematiche mediche (somatiche o psichiche) gravi (cfr.
sentenze del Tribunale E-962/2019 consid. 7.4.3 e D-6060/2020 del 14
dicembre 2020 consid. 4.4.4),
che ciò non di meno, la situazione medica dell’insorgente manifestamente
non si iscrive nella restrittiva giurisprudenza convenzionale né tantomeno
rientra nelle casistiche per cui, a causa di un rischio di peggioramento serio
ed immediato delle affezioni, occorreva richiedere garanzie individualizzate
all’Italia,
che dalla documentazione agli atti si evince invero unicamente che
all’interessato è stata drenata una cisti sebacea, che gli sono stati prescritti
dei farmaci per il prurito e che sussista il sospetto di asma bronchiale da
trattare con uno spray inalatore,
che l’Italia dispone ad ogni modo di infrastrutture mediche sufficienti ed in
quanto Stato firmatario della direttiva accoglienza, deve provvedere
affinché i richiedenti ricevano la necessaria assistenza sanitaria
comprendente quanto meno le prestazioni di pronto soccorso e il
trattamento essenziale di malattie e di gravi disturbi mentali e fornire la
necessaria assistenza medica o di altro tipo, ai richiedenti con esigenze di
accoglienza particolari, comprese, se necessarie, appropriate misure di
assistenza psichica (cfr. art. 19 par. 1 e 2 della citata direttiva),
che le prestazioni di pronto soccorso risultano ad oggi sostanzialmente
garantite in tale Paese (cfr. sentenza del Tribunale E-1026/2020 consid.
5.5 che giunge alla medesima conclusione della sentenza E-962/2019
consid. 6.2.7),
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che la diffusione della pandemia di coronavirus (Covid-19) va annoverata
tra le circostanze transitorie che sebbene giustifichino una temporanea
sospensione del trasferimento non impediscono che questo sia
effettivamente posto in essere in un ulteriore e più appropriato momento
(cfr. sentenze del Tribunale F-1622/2020 del 26 marzo 2020 consid. 2.2 e
D-1282/2020 del 25 marzo 2020 consid. 5.6),
che agli atti non figurano d’altro canto elementi tali da indurre a concludere
che un trasferimento nello Stato in questione esporrebbe il ricorrente al
rischio di essere privato del sostentamento minimo e di subire delle
condizioni di vita indegna in violazione della direttiva accoglienza,
che, in altre parole, l’interessato non ha fornito indizi seri suscettibili di
comprovare che le sue condizioni di vita o la sua situazione personale
sarebbero tali da contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU o
all’art. 3 Conv. tortura in caso di esecuzione del trasferimento in Italia,
che in ogni caso se, dopo il suo trasferimento in Italia, egli dovesse essere
costretto dalle circostanze a condurre un’esistenza non conforme alla di-
gnità umana, o se dovesse ritenere che il Paese in questione violi i suoi
obblighi di assistenza nei suoi confronti o in ogni altro modo leda i suoi
diritti fondamentali, apparterrà al ricorrente medesimo sollevare l’eventuale
violazione dei suoi diritti, utilizzando le adeguate vie di diritto, dinanzi alle
autorità dello Stato in questione (cfr. art. 26 della direttiva accoglienza),
che infine, nella fattispecie, dagli atti non appaiono neppure elementi per
ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera arbitraria il suo
potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.),
che, pertanto, non vi è motivo di applicare la clausola discrezionale di cui
all’art. 17 par. 1 (clausola di sovranità) Regolamento Dublino III,
che, di conseguenza, in mancanza dell’applicazione di tale norma da parte
della Svizzera, l’Italia è competente per il seguito della domanda d’asilo e
d’allontanamento del ricorrente ed è tenuta a riprenderlo in carico in
ossequio alle condizioni poste nel Regolamento Dublino III,
che, quindi, è a giusto titolo che la SEM non è entrata nel merito della
domanda di asilo del ricorrente, in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b
LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso l’Italia conformemente
all’art. 44 LAsi, posto che il ricorrente non possiede un’autorizzazione di
soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1),
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che con il provvedimento impugnato l’autorità inferiore non ha violato il
diritto federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non
ha accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
(art. 106 cpv. 1 LAsi),
che pertanto, il ricorso deve essere respinto e la decisione della SEM, che
rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia il
trasferimento dalla Svizzera verso l’Italia, confermata,
che, visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– che
seguono la soccombenza sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1
e 5 PA nonché art. 3 lett. a del regolamento sulle tasse e sulle spese
ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21
febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]),
che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF).
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