Decision ID: 56ff032e-3a3e-5ad1-9197-bec40d28c798
Year: 2012
Language: it
Court: TI_CARP
Chamber: TI_CARP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

ritenuto
in fatto: A.
Con risoluzione n. 12715/106 dell’8 maggio 2009 la CO 1 ha ritenuto AP 1 autore colpevole d’infrazione alle norme della circolazione per i seguenti fatti avvenuti a _ il 5 dicembre 2008:
“
Alla guida della vettura non osservava una segnalazione semaforica rossa indicante “fermata”, s’inoltrava in un’intersezione e collideva con un autoveicolo sopraggiungente da destra”.
La CO 1 ne ha, pertanto, proposto la condanna alla multa di fr. 200.- oltre che al pagamento delle tasse e spese di giustizia per complessivi fr. 110.-.
Contro detta risoluzione AP 1 ha presentato tempestivo ricorso presso la Pretura penale.
B.
Con sentenza del 21 novembre 2011, il presidente della Pretura penale ha respinto il ricorso di AP 1 confermando la decisione impugnata e ponendo a suo carico la tassa di giustizia di fr. 200.- e le spese di fr. 50.-.
In calce alla decisione della Pretura penale è stato segnalato che la stessa avrebbe potuto essere impugnata con ricorso in materia penale al Tribunale federale entro il termine di 30 giorni dalla notificazione.
C.
In data 31 maggio 2012, la Corte di diritto penale del Tribunale federale ha sancito l’inammissibilità del ricorso interposto da AP 1 contro il giudizio pretorile, dopo aver precisato che la Pretura penale non era un tribunale superiore ai sensi dell’art. 80 cpv. 1 LTF così che la sua decisione non poteva essere impugnata in quella sede (cfr. STF inc. 6B_6/2012).
D.
Il 18 giugno 2012 AP 1 ha così inoltrato presso la Camera dei reclami penali (CRP) un’istanza di restituzione del termine con la quale chiedeva la concessione di un nuovo termine per impugnare la sentenza pretorile.
La CRP, dichiaratasi incompetente a statuire sulla questione, ha trasmesso l’istanza, per competenza, a questa Corte, la quale, con decisione 23 luglio 2012, ha fissato a AP 1 un nuovo termine di 30 giorni per l’introduzione della dichiarazione d’appello
(cfr. sentenza CARP, inc. 17.2012.92)
.
E.
In data 21 agosto 2012 AP 1 ha presentato alla scrivente Corte la sua dichiarazione d’appello, con la quale chiede l’annullamento del giudizio impugnato e protesta tasse, spese e ripetibili di prima e seconda sede.
Nella dichiarazione, l’appellante ha dettagliatamente esposto le argomentazioni a sostegno della sua richiesta.
F.
Con scritti 24 rispettivamente 29 agosto 2012 la Pretura penale e la CO 1 hanno comunicato di non avere osservazioni da formulare.

Considerando
in diritto: 1.
Giusta l’art. 398 cpv. 4 CPP se - come nel caso in esame -
la procedura dibattimentale di primo grado concerneva esclusivamente contravvenzioni, mediante l’appello si può far valere unicamente che la sentenza è giuridicamente viziata o che l’accertamento dei fatti è manifestamente inesatto o si fonda su una violazione del diritto. Non possono essere addotte nuove allegazioni o nuove prove.
Nei suddetti casi, dunque, questa Corte dispone di piena cognizione soltanto per quanto attiene alle questioni di diritto, estendendosi il suo esame al diritto federale, al diritto convenzionale e al diritto cantonale (
Mini, in
Codice svizzero di procedura penale, Commentario, Zurigo 2010,
ad art. 398, n. 20, pag. 742;
Kistler Vianin,
in Commentaire romand, Code de procédure pénale suisse, Basilea 2011
, ad art. 398, n. 27, pag. 1777;
Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo 2009, ad art. 398, n. 12, pag. 767 e seg.).
L’esame dei fatti è, per contro, limitato ai casi in cui un accertamento fattuale è “manifestamente inesatto” o si fonda su una violazione del diritto. La formulazione “manifestamente inesatto” richiama la nozione d’arbitrio elaborata dalla giurisprudenza federale sulla scorta dell’art. 9 Cost. (
Mini, in op. cit., ad art. 398, n. 22, pag. 743;
Kistler Vianin, in op. cit., ad art. 398, n. 28, pag. 1777;
Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 398 n. 13, pag. 768) secondo cui un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il primo giudice misconosce manifestamente il senso e la portata di un mezzo di prova, se omette senza valida ragione di tener conto di un elemento di prova importante, suscettibile di modificare l’esito della vertenza, oppure se ammette o nega un fatto ponendosi in aperto contrasto con gli atti di causa o interpretandoli in modo insostenibile (DTF 137 I 1 consid. 2.4 pag. 5; 136 III 552 consid. 4.2 pag. 560; 135 V 2 consid. 1.3 pag. 4/5; 134 I 140 consid. 5.4 pag. 148; 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153 e sentenze ivi citate; STF del 8 agosto 2011, inc. 6B_312/2011). Il giudice non incorre, invece, in arbitrio quando le sue conclusioni, pur essendo discutibili, sono comunque sostenibili nel risultato (DTF 137 I 1 consid. 2.4; 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153; 132 III 209 consid. 2.1 pag. 211, 131 I 57 consid. 2 pag. 61, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 e sentenze citate).
Sempre secondo l’art. 398 cpv. 4 CPP, l’accertamento dei fatti è censurabile anche se fondato su una violazione del diritto.
Secondo Mini, con questa formulazione (diversa da quella dell’avamprogetto) il legislatore ha voluto riferirsi alle violazioni delle norme procedurali e andrebbe interpretata nel senso dell’art. 288 lett. b CPP-Ti che indicava come motivo di ricorso i vizi essenziali di procedura (Mini, in op. cit. ad art. 398, n. 23, pag. 743). Altri autori hanno, al proposito, evidenziato come l’appellante possa, in particolare, far valere che il tribunale di primo grado, durante l’accertamento dei fatti, ha violato norme di procedura quali il diritto di essere sentito (art. 29 cpv. 2 Cost.), le regole inerenti all’amministrazione delle prove o, ancora, le regole sulla ripartizione dell’onere probatorio
(Kistler Vianin, in op. cit., ad art. 398, n. 29, pag. 1777 e seg. con riferimento anche a Schott, in Basler Kommentar, Bundesgerichtgesetz, Basilea 2008 ad art. 97, n. 18, pag. 955). Schmid ha, infine, precisato che questo motivo d’appello contempla anche i casi in cui i fatti posti alla base del giudizio di primo grado sono stati accertati in modo incompleto ed in violazione della massima inquisitoria e del principio della verità materiale giusta l’art. 6 CPP (
Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 398, n. 13, pag. 768).
2.
Nel suo gravame AP 1 contesta, innanzitutto, l’accertamento pretorile secondo cui egli si è immesso nell’incrocio tra _ nonostante il semaforo fosse rosso.
2.1.
Analizzando le dichiarazioni rese dai due conducenti coinvolti nell’incidente, il presidente della Pretura penale ha, innanzitutto, osservato che le dichiarazioni di TE 1 - ossia, quelle del guidatore della vettura con cui AP 1 aveva colliso e che ha detto di essere passato con il verde -
“non possono essere sminuite per il solo motivo che è stato pizzicato in uno stato di ebbrezza medio”
, in sintesi poiché tale stato non impedisce una corretta percezione delle cose e poiché la sua versione appare
“univoca, costante e scevra di tentennamenti o contraddizioni”
.
Al contrario, ha continuato il primo giudice, le dichiarazioni di AP 1 appaiono
“vaghe e lacunose, ritenuto che egli non ha saputo fornire indicazioni precise in merito alla sua velocità durante la corsa e immediatamente prima della collisione, sull’azionamento degli avvisatori acustici, sulla distanza alla quale si trovava nel momento in cui ha intravvisto la luce arancione e, da ultimo, su quale luce fosse commutato il semaforo nell’istante in cui si immetteva nell’intersezione”
. Il pretore ha, poi, considerato che tra il momento in cui l’appellante ha guardato il semaforo avvicinandosi all’intersezione e quello in cui vi si è immesso, dopo aver rallentato e inserito l’avvisatore acustico, sono
“ trascorsi alcuni secondi”,
ciò che rende verosimile la circostanza secondo cui
“la luce gialla fosse nel frattempo convertita in luce rossa”
(sentenza impugnata, consid. 5 e 6, pag. 3 e 4).
Rilevato, poi, come che
“alla certezza del co-protagonista di essere transitato con il verde si oppone la supposizione
[
di AP 1
]
di aver impegnato l’intersezione ancora con la luce semaforica gialla”
e sottolineato, in aggiunta, che AP 1
“si sentiva legittimato a rivendicare la precedenza, poiché (...) sicuro che gli avvisatori avrebbero scongiurato qualsiasi messa in pericolo”,
il primo giudice ha ritenuto
“non sussistere alcun ragionevole dubbio che il semaforo fosse rosso per l’insorgente quando ha impegnato l’intersezione”
(sentenza impugnata, consid. 6, pag. 4 e 5)
.
2.2.
L’appellante, rilevando come il primo giudice abbia sposato acriticamente l’ipotesi di TE 1
“nonostante quest’ultimo, al momento del sinistro, fosse stato riconosciuto essere in stato di ebbrezza medio”,
sostiene che egli ha poi palesemente sbagliato nel ritenere le sue dichiarazioni “vaghe e lacunose” ritenuto che, già durante l’interrogatorio di polizia, lui aveva affermato che il suo semaforo segnalava luce arancione. Inoltre - continua - le sue dichiarazioni sono confermate dal rapporto di lettura USD.
A detta dell’appellante, dunque, non sussistono nel caso di specie indizi che permettano una deduzione logica e rigorosa sulla questione di sapere se il semaforo fosse, per lui, già commutato sul rosso. A tale scopo, continua, il pretore avrebbe dovuto accertare il meccanismo di funzionamento dell’impianto semaforico e, in particolare, determinare la tempistica del susseguirsi dei tre segnali luminosi. Pertanto, l’appellante conclude che l’accertamento pretorile viola il principio
in dubio pro reo
(dichiarazione d’appello, pag. 7-8 e 11)
.
2.3.a.
Giusta l’art. 10 cpv. 2 CPP, il giudice penale valuta liberamente le prove secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento, ritenuto come, non essendovi una gerarchia fra i diversi mezzi di prova, egli non è vincolato a regole scritte o non scritte riguardanti il valore delle prove, ma statuisce esclusivamente sulla scorta di un esame coscienzioso, dettagliato e fondato su criteri oggettivi di tutti gli elementi probatori in atti e di tutte le circostanze a carico e a scarico senza essere vincolato da norme riguardo il valore probante astratto dei diversi mezzi di prova (Bernasconi, in
Codice svizzero di procedura penale, Commentario, Zurigo 2010
, ad art. 10, n. 15 e 16, pag. 48; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23; Kuhn/Jeanneret, in Commentaire romand, Code de procédure pénale suisse, Basilea 2011, ad art. 10, n. 35-41, pag. 70-72; Piquerez, Traité de procédure pénale suisse, Ginevra 2006, 2a edizione, n. 744 ad § 100, pag. 472; Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, 6a edizione, 2005, n. 22 ad § 39 et n. 4 ad § 62; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 117 Ia 401 consid. 1c.bb; STF del 23 aprile 2010, inc. 6B_1028/2009; STF del 10 maggio 2010, inc. 6B_10/2010; STF del 28 giugno 2011, inc. 6B_936/2010).
Il giudice forma, così, il proprio convincimento unicamente sulla concreta forza di convincimento - valutata in modo approfondito e oggettivo - di un determinato mezzo di prova (Bernasconi, in op. cit., ad art. 10, n. 21, pag. 49; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer,
in Basler Kommentar, Schweizerische StPO, Basilea 2011
, ad art. 10, n. 58, pag. 173).
b.
Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove - di cui deve dare conto in sentenza con una congrua motivazione (STF del 10 maggio 2010 6B_10/2010) - il giudice continua, come sotto l’egida del diritto procedurale precedente, a disporre di un ampio potere di apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1; 118 Ia 28 consid. 1b; STF del 30 marzo 2007, inc. 6P.218/2006).
Per motivare l’arbitrio in tale valutazione, non è sufficiente criticare la decisione impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa versione dei fatti, per quanto sostenibile o addirittura preferibile essa appaia. È, invece, necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione delle prove fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, si trova in chiaro contrasto con gli atti, si fonda su una svista manifesta, contraddice in modo urtante il sentimento di equità e di giustizia (DTF 138 V 74 consid. 7; 137 I 1 consid. 2.4; 135 V 2 consid. 1.3; 133 I 149 consid. 3.1; 132 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o si basa unilateralmente su talune prove ad esclusione di tutte le altre (118 Ia 28 consid. 2b; 112 Ia 369 consid. 3).
In particolare, il Tribunale federale ha avuto modo di stabilire che un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il primo giudice ha manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo di prova oppure ha omesso, senza fondati motivi, di tener conto di una prova idonea ad influire sulla decisione presa oppure, ancora, quando il giudice ha tratto dal materiale probatorio disponibile deduzioni insostenibili (DTF 129 I 8 consid. 2.1.).
c.
Il principio della presunzione d’innocenza - garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e ricordato nell’art. 10 cpv. 1 CPP - oltre a comportare l’attribuzione dell’onere della prova alla pubblica accusa - disciplina la valutazione delle prove nel senso che il giudice penale non può dichiararsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando, secondo una valutazione non arbitraria del materiale probatorio, sussistano dubbi sul modo con cui si è verificata la fattispecie medesima. Il precetto non impone che l'assunzione delle prove conduca a un assoluto convincimento. Semplici dubbi astratti e teorici - sempre possibili poiché ogni fatto collegato a vicende umane lascia inevitabilmente spazio alle incertezze - non sono sufficienti ad imporre l’applicazione del principio (STF del 13 maggio 2008, inc. 6B.230/2008 consid. 2.1., STF del 19 aprile 2002, inc. 1P.20/2002 consid. 3.2, DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41; 124 IV 86 consid. 2a pag. 88; 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40). Sotto questo profilo il precetto
in dubio pro reo
ha la stessa portata del divieto dell'arbitrio (DTF 133 I 149; 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40).
2.4.
L’accertamento del primo giudice secondo cui il semaforo di TE 1 indicava luce verde e quello dell’appellante luce rossa resiste alle critiche d’arbitrio sollevate nel gravame.
Si osserva innanzitutto che, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, la dichiarazione di TE 1 per cui
“
giunto al semaforo sito all'incrocio con _ avevo luce verde”
(cfr.
verbale d’interrogatorio di TE 1 del 6 dicembre 2008, allegato al rapporto di polizia del 20 gennaio 2009, pag. 1)
non
può essere inficiata dalla sola circostanza secondo cui questi si trovava, nel momento dei fatti, in stato di ebbrezza. Come senza arbitrio rilevato dal pretore, infatti, un’alcolemia come quella riscontrata sulla persona di TE 1 (di grado lieve, tra lo
0,63 e lo
0,98 gr/kg
) non è certo suscettibile di impedire al conducente di riconoscere e distinguere i segnali luminosi.
È del resto pure in modo sostenibile - e, dunque, senza arbitrio - che il primo giudice ha ritenuto che la versione di TE 1
non
poteva essere sconfessata dalle dichiarazioni di AP 1. Diversamente dalla tesi ricorsuale, va, infatti, al riguardo osservato che, se è vero che l’appellante ha dapprima dichiarato di essere convinto che - giunto all’incrocio con _ -
“il semaforo era sull’arancione”
, è altrettanto vero che - poco dopo, sempre nel corso del medesimo interrogatorio - egli ha riferito di non saper dire
“con che colore sono transitato. Penso che fosse arancione, ma non posso esserne certo,
visto che dovevo prestare particolare attenzione anche agli altri veicoli che potenzialmente potevano trovarsi sul mio percorso”
(cfr. verbale d’interrogatorio di AP 1 del 5 dicembre 2008, allegato al rapporto di polizia del 20 gennaio 2009, pag. 1 e 2).
In queste condizioni - visto in particolare che alla dichiarazione perentoria di TE 1 si oppone una semplice supposizione di AP 1 - è, magari in modo opinabile ma certamente senza arbitrio, che il pretore è giunto alla conclusione che, se il semaforo poteva ancora essere giallo quando l’appellante l’ha guardato avvicinandosi al crocevia
tra _
, lo stesso era commutato sul rosso quando, pochi istanti dopo, egli si è immesso nell’incrocio
.
Su questo punto il gravame deve, dunque, essere disatteso.
3.
In diritto, AP 1 - agente della polizia cantonale, alla guida di un’autopattuglia al momento dei fatti - sostiene che, anche nell’ipotesi in cui egli non abbia osservato la segnalazione semaforica rossa e si sia dunque reso colpevole di un’infrazione alle norme della circolazione, il primo giudice ha erroneamente negato l’applicazione dell’art. 100 cifra 4 LCStr.
3.1.
Esaminando l’esistenza, nel caso concreto, dei presupposti applicativi dell’art. 100 cifra 4 LCStr, il primo giudice ha innanzitutto stabilito che l’intervento dell’autopattuglia condotta da AP 1 rappresentava una corsa ufficiale e urgente. “Ufficiale” - ha spiegato - perché la corsa perseguiva uno scopo di servizio ed era stata ordinata dalla centrale d’intervento. “Urgente” perché, secondo le dichiarazioni dello stesso appellante,
“si presumeva che i probabili autori potevano ancora trovarsi all’interno dell’esercizio pubblico”.
Il pretore ha, poi, rilevato che anche il terzo presupposto era soddisfatto ritenuto che l’appellante, nel momento di immettersi nell’incrocio, aveva attivato gli speciali avvisatori prescritti (sentenza impugnata, consid. 9-11, pag. 6-8).
Ponendo, dunque, l’accento sull’ultimo presupposto applicativo dell’art. 100 cifra 4 LCStr - ovvero l’osservanza della prudenza imposta dalle particolari circostanze - il pretore ha spiegato che l’appellante
“avrebbe dovuto azionare gli avvisatori sonori ben prima, nonostante circolasse nel mezzo della notte, e ridurre ulteriormente la velocità, stante che la stessa, al momento d’impegnare l’intersezione, era prossima ai 40 km/h, a maggior ragione poiché la visibilità era scarsa a causa dell’illuminazione artificiale, della pioggia e della presenza di edifici i quali impediscono di accertarsi per tempo dell’arrivo di altri veicoli provenienti da _, nonché a causa del fondo bagnato”
.
Pertanto, il primo giudice ha ritenuto il comportamento di AP 1 non rispettoso della prudenza imposta dalle circostanze e ha, così, ritenuto non applicabile, in concreto, l’art. 100 cifra 4 LCStr (sentenza impugnata, consid. 12-13, pag. 8-9).
3.2.
Prima di entrare nel merito delle censure ricorsuali - con le quali l’appellante contesta la valutazione del primo giudice secondo cui egli non avrebbe osservato la prudenza imposta delle circostanze (cfr. dichiarazione d’appello, pag. 8-9) - occorre esaminare se, in concreto, sono realizzati i primi tre presupposti applicativi dell’art. 100 cifra 4 LCStr.
3.3.
a.
Giusta l’art. 27 cpv. 1 LCStr l’utente della strada deve osservare i segnali e le demarcazioni stradali, come anche le istruzioni della polizia. I segnali e le demarcazioni hanno la priorità sulle norme generali; le istruzioni della polizia hanno la priorità sulle norme generali, i segnali e le demarcazioni.
Per quanto concerne i segnali luminosi (semafori) l’art. 68 cpv. 1
bis
1a frase OSStr sancisce che la luce rossa significa «Fermata».
b.
L’art. 100 cifra 4 LCStr (che assurge a
lex specialis
rispetto all’art. 14 CP, cfr. al riguardo STF del 14 aprile 2009, inc. 6B_20/2009 consid. 4.1; Jeanneret, Les dispositions pénales de la LCR, Berna 2007, ad art. 100 n. 138) prevede che, nei viaggi ufficiali urgenti, il conducente di un veicolo del servizio antincendio, del servizio sanitario, della polizia o delle dogane che ha usato gli speciali segnalatori prescritti e la prudenza imposta dalle particolari circostanze non è punibile per avere violato le norme e le misure speciali concernenti la circolazione.
Se dati i quattro presupposti applicativi di questo disposto - e meglio, una corsa ufficiale, l’urgenza, l’utilizzo dei segnalatori prescritti e la prudenza imposta dalle particolari circostanze - l’illiceità del comportamento del conducente è esclusa ed egli deve essere assolto dall’accusa di avere violato le norme della circolazione (cfr. STF del 4 agosto 2003, inc. 6S.162/2003 consid. 3.1 e citazioni; Jeanneret, op. cit., ad art. 100 n. 183; cfr, fra le altre pubblicazioni, anche “Comportamento in caso di corse di servizio urgenti”, Supplemento istruzione ASIP, in Giornale dei pompieri svizzeri, 3-2003 pag. 99 in cui, fra l’altro, si legge che “la proporzionalità delle corse di servizio d’emergenza deve assolutamente essere salvaguardata, ovvero i rischi da correre non devono essere sproporzionati rispetto al motivo dell’intervento”).
3.4.
È innanzitutto pacifico che l’intervento in esame rappresentava una corsa ufficiale ai sensi del summenzionato disposto, ritenuto che AP 1, agente della polizia cantonale, nel momento dei fatti qui in discussione, agiva nell’esercizio delle sue funzioni.
Pure pacifica è la circostanza secondo cui, prima di immettersi nell’incrocio, l’appellante aveva attivato gli speciali avvisatori prescritti
(cfr. risultanze del sistema USD, allegato al Rapporto di polizia 20 gennaio 2009 e Rapporto di lettura USD dell’ing. B., doc. G prodotto dall’appellante in Pretura penale).
Ciò posto occorre ancora verificare se l’intervento dell’autopattuglia condotta da AP 1 rappresentava una corsa urgente ai sensi del summenzionato disposto.
3.5.
Secondo dottrina e giurisprudenza c’è urgenza quando la messa in pericolo di un bene giuridicamente protetto è di intensità tale che anche una piccola perdita di tempo è suscettibile di aggravare notevolmente la situazione. “Urgenti” sono dunque le corse destinate a salvare vite umane, a neutralizzare pericoli per la sicurezza o l’ordine pubblico, a preservare beni materiali di rilievo o ad inseguire fuggitivi (cfr. STF del 14 aprile 2009, inc. 6B_20/2009 consid. 4.4.1;
Schaffhauser, Grundriss des schweizerischen Strassenverkehrrechts, Band I: Grundlagen, Verkehrzulassung und Verkehrsregeln, Berna 2002, pag. 410 n. 901;
Jeanneret, op. cit., ad art. 100 n. 161 che fa riferimento anche al Promemoria del DATEC del 6 giugno 2005 sull’uso delle luci blu e degli avvisatori, pto. 1).
Secondo Jeanneret, l’urgenza deve, inoltre, essere tale per cui l’ipotesi di un intervento senza infrangere la legge non appare ragionevolmente attuabile (cfr. Jeanneret, op. cit., ad art. 100 n. 161 nel quale egli fa riferimento al concetto di sussidiarietà, proprio di tutti i motivi giustificativi). Per questo autore, l’urgenza è in particolare data nel caso in cui la polizia si reca sui luoghi di un incidente, interviene sul teatro di un’infrazione in corso o insegue una persona sospetta (cfr. Jeanneret, op. cit., ad art. 100 n. 162).
La nozione di “urgenza” deve comunque essere interpretata in senso stretto, con prudenza (cfr. STF del 14 aprile 2009, inc. 6B_20/2009 consid. 4.4.1, Schaffhauser, op. cit.,
pag. 410 n. 901;
cfr. anche Promemoria del DATEC citato) e deve essere verificata in base alla situazione che si presenta al momento dell’intervento (cfr. Schaffhauser, op. cit.,
pag. 410 n. 901;
cfr. anche Promemoria del DATEC citato).
3.6.
In concreto, lo stesso appellante ha dichiarato che, la sera dei fatti qui in discussione, egli si stava dirigendo
in _, presso il Bar _
, poiché la centrale d’intervento gli aveva comunicato che la gerente del locale aveva segnalato di
“aver subito un furto”
e che
“i probabili autori potevano ancora trovarsi nell’esercizio pubblico”
(cfr. suo verbale d’interrogatorio del 5 dicembre 2008, allegato al rapporto di polizia del 20 gennaio 2009, pag. 1).
In primo luogo,
va sottolineato che l’intervento dell’agente ha fatto seguito alla segnalazione di un furto già subito. In questo senso - il reato era già consumato - non vi era, certo, alcuna urgenza ai sensi dell’art. 100 cifra 4 LCStr: la lesione del bene giuridico protetto era già realizzata e l’arrivo degli agenti nulla avrebbe potuto al riguardo.
Nemmeno si può sostenere, per almeno due motivi, che la velocità dell’intervento era necessaria per la cattura degli autori e, quindi, per questo era data l’urgenza ai sensi del citato disposto.
Da un lato, per la natura del bene la cui lesione è stata denunciata. Ritenuto come all’accertamento dell’urgenza vada applicato anche il sacrosanto principio di proporzionalità, non ha da essere argomentato molto per spiegare che l’urgenza che permette ai tutori dell’ordine di violare le norme della LCStr - mettendo, con ciò, almeno potenzialmente in pericolo gli altri utenti della strada - non è certamente data per furti di lieve entità. In concreto, nulla si sa del valore della refurtiva ma, trattandosi di un furto in un bar, ben si può supporre che la refurtiva non fosse di particolare entità.
D’altro lato, l’urgenza non è data perché la possibilità evocata dalla gerente secondo cui gli autori del furto potevano ancora essere all’interno del locale era, evidentemente, del tutto teorica e ipotetica, visto che emerge dal tenore della segnalazione che nulla si sapeva della loro identità. Quindi, non solo non c’erano degli autori in fuga, ma, addirittura, essi non erano neppure stati identificati.
In queste condizioni - diversamente da quanto deciso dal pretore - non si può ritenere che l’intervento dell’autopattuglia condotta da AP 1 fosse urgente ai sensi dell’art. 100 cifra 4 LCStr (cfr., per esempio, STF del 14 aprile 2009, inc. 6B_20/2009).
Ne discende che già solo per questo - a prescindere, dunque, dall’eventuale (e ammessa dal primo giudice) inosservanza da parte sua della prudenza richiesta dalle circostanze - AP 1 non può avvalersi del summenzionato motivo giustificativo.
Nemmeno può essere sostenuto, per gli stessi motivi - pericolo non imminente ma già realizzato e violazione del principio di proporzionalità visto la natura dei beni che vanno considerati – che il comportamento dell’agente fosse giustificato ai sensi degli art. 17 e 18 CP (
STF del 16 marzo 2010, inc. 6B_7/2010 e STF del 31 maggio 2010, inc. 6B_176/2010).
4.
Solo di transenna
si osserva infine che l’appellante non può essere seguito laddove sostiene che il pretore lo ha condannato per un reato diverso da quello rimproveratogli con la risoluzione dipartimentale, e meglio per una violazione dell’art. 100 cifra. 4 LCStr (dichiarazione d’appello, pag. 6 e 10).
Come visto, l’art. 100 cifra 4 LCStr non contempla infatti una fattispecie di reato, ma unicamente un motivo giustificativo che, a determinate condizioni, rende lecito l’agire del conducente che ha infranto le norme della circolazione e ne sancisce l’impunibilità.
5.
Sottolineato come la qualifica giuridica dei fatti pecchi di generosità ma rilevata l’inopportunità, visto in particolare il tempo trascorso, di un rinvio degli atti e considerato il divieto di cui all’art. 391 cpv. 2 CPP, questa Corte conferma il giudizio di primo grado secondo cui AP 1, nelle circostanze di luogo e di tempo descritte dal DA, si è reso autore colpevole del reato di cui all’art. 90 cifra 1 in combinazione con l’
art. 27 cpv. 1
LCStr e l’art. 68
cpv. 1
bis
1a frase
OSStr.
6.
Per quanto attiene alla commisurazione della pena - non oggetto di specifica contestazione - si osserva che nessun appunto può essere mosso alla multa di fr. 200.- inflitta all’appellante dalla CO 1 e confermata dalla Pretura penale. La stessa - oltre a situarsi ampiamente nei limiti del quadro edittale (cfr. art. 106 cpv. 1 CP) - è infatti certamente ossequiosa degli elementi di valutazione prescritti dagli art. 47 e 106 cpv. 3 CP.
7.
Di conseguenza, la sentenza impugnata è integralmente confermata.
Gli oneri processuali di seconda sede seguono la soccombenza e sono posti a carico dell’appellante (art. 428 cpv. 1 CPP).