Decision ID: 96577d16-b85b-559f-9c60-5d7de6a3c416
Year: 2016
Language: it
Court: TI_CARP
Chamber: TI_CARP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

ritenuto A.
Con sentenza 7 maggio 2015 la Pretura penale di Bellinzona, confermando solo in parte il decreto di accusa 26 agosto 2014 della PP PP 1, ha dichiarato AP 1 autore colpevole di diffamazione per avere,
a Lugano, il 13 maggio 2011, parlando al telefono con _, rispettivamente nei giorni successivi al 24 maggio 2011, durante un incontro con CC1, incolpato e reso sospetto PC 1 di avere rubato o di essersi appropriato di merce e soldi all’interno della ditta,
e l’ha condannato alla pena pecuniaria di 10 aliquote giornaliere da CHF 250.- cadauna, pena sospesa per due anni, alla multa di CHF 200.- ed al versamento di un indennizzo di CHF 4'172.- a favore dell’accusatore privato PC 1.
AP 1 è stato, per contro, assolto dalle altre imputazioni (diffamazione relativamente alle affermazioni espresse alla riunione del 16 maggio 2011 e coazione) rivoltegli con il citato DA.
L’assoluzione è passata in giudicato in assenza di impugnazione.
B.
Contro la condanna AP 1 ha formulato appello.
Nel gravame egli contesta le conclusioni del giudizio di prima istanza invocando la violazione del principio in dubio pro reo per quanto attiene alle affermazioni rese dal teste _, le cui allegazioni risulterebbero meno “
genuine, credibili e coerenti”
, per rapporto a quanto espresso dall’avv. _.
Inoltre, egli ha indicato che la Pretura penale ha erroneamente valutato le circostanze non riconoscendo come la prova della buona fede vada ammessa anche quando
“i sospetti esistenti nel momento in cui è stata resa la dichiarazione incriminata vengono successivamente confermati”
. Nel parallelo contenzioso civile sarebbe, infatti, risultato come, alla cessazione del rapporto di impiego, PC 1 aveva omesso di riversare al proprio datore di lavoro gli importi di CHF 13'253.- e di CHF 3'103.05, ciò che di fatto costituirebbe conferma dell’appropriazione indebita.
Richiedendo il proscioglimento da ogni imputazione, AP 1 ha pure chiesto il riconoscimento di un’indennità, ex art. 429 cpv. 1 lett. a CPP, di CHF 4'500.- per la prima istanza e di CHF 2'000.- per l’appello.
C.
Nelle osservazioni 30 marzo 2016 alla dichiarazione di appello, PC 1 ha postulato la reiezione del gravame - a suo parere - carente dal profilo della motivazione.
Con decisione incidentale 12 maggio 2016, questa Corte ha avuto modo di respingere l’eccezione formale ricordando come la dichiarazione di appello non soggiace a particolari esigenze di motivazione (art. 399 cpv. 3 e 4 CPP).
Con osservazioni 27 luglio 2016 alle motivazioni di appello, l’accusatore privato ha ulteriormente contestato le argomentazioni dell’appellante evidenziando, tra l’altro, come la prova della verità o della buona fede vada apportata con riferimento al momento in cui si proferiscono parole diffamanti. Al momento di proferire tali “parole”, AP 1 non avrebbe, in ogni caso, effettuato gli approfondimenti necessari.
PC 1 ha indicato, in particolare, come sul suo “conto privato” egli ha, sì, incassato importi destinati all’azienda, tuttavia un tal modo di procedere - che prevedeva pagamenti da parte di clienti all’estero su conti privati intestati a dipendenti (alfine di evitare fatturazioni all’estero) - costituiva una prassi per la datrice di lavoro.
Egli non si sarebbe, dunque, appropriato di nulla, bensì limitato ad esercitare il proprio diritto di ritenzione in conseguenza al licenziamento.
considerato
L’accusato
1. AP 1
è nato il _, è coniugato ed ha a carico la cognata (affetta da morbo di Parkinson).
Da ventinove anni è titolare della fiduciaria _ di _ del cui consiglio di amministrazione è presidente.
Dalla fiduciaria ha dichiarato di percepire uno stipendio di CHF 84'000.- netti all’anno. In alcuni anni ha pure potuto contare su dei bonus; quello del 2013 è stato di CHF 200'000.-.
Il 2 novembre 2012 è stato condannato dal Tribunale di Como I ad una multa di euro 8'600.-. Richiesto di esprimersi al riguardo, in prima istanza l’accusato ha risposto “
credo che è stato ritenuto un abuso d’ufficio o una violazione di domicilio
”, allorquando “
quale organo di una società, sono entrato in un appartamento affittato a Campione
”.
Il contesto fattuale
2.
La vicenda all’esame riguarda quanto avvenuto nella primavera 2011 nell’ambito della gestione della _ (di seguito _).
Di tale società AP 1 risulta essere stato socio (con una quota di CHF 10'000.-) e presidente della gerenza dal dicembre 2008 all’inizio di novembre del 2013, in seguito socio e gerente sino al settembre 2014 e, da allora, gerente con firma individuale.
Le due quote di fr. 10'000.-, corrispondenti all’intero capitale sociale della ditta, sono attualmente intestate all’avv. _.
3.
In data 19/22 agosto 2011 PC 1, dipendente della _ con funzione di responsabile della rete di vendita dei prodotti, ha sporto denuncia per diffamazione, subordinatamente calunnia e ingiuria, nei confronti di AP 1 e di _ (nel frattempo deceduto), lamentando che AP 1 aveva annunciato il suo licenziamento ai clienti della _ facendo intendere che ciò fosse avvenuto per comportamenti scorretti e persino illeciti.
Nella querela PC 1 incolpava, inoltre, AP 1 di avere poi comunicato ai clienti e ai dipendenti della _ che lui avrebbe
“rubato e commesso delle appropriazioni indebite nei confronti della società
” (querela pto. 4 pag. 2).
4.
Esperita l’istruttoria, il Procuratore Pubblico - dopo un primo decreto di non luogo a procedere emanato l’8 marzo 2012 (annullato a seguito di riapertura dell’inchiesta e stralciato con decisione 23 aprile 2012 della Corte dei reclami penali del Tribunale di appello) e dopo un secondo decreto di abbandono emanato il 23 aprile 2014 (annullato dalla Corte dei reclami penali in data 13 agosto 2014) - procedeva ad emettere il decreto di accusa 26 agosto 2014.
Nel decreto di accusa il PP ravvisava adempiuti gli estremi della diffamazione
“
per avere (ndr. il AP 1), a Lugano, il 16 maggio 2011, presso la società _, in occasione di una riunione da lui organizzata in qualità di direttore, in presenza dei dipendenti e collaboratori della ditta, tra cui _, rispettivamente nei giorni successivi al 24 maggio 2011, parlando al telefono con i suoi clienti _ e CC1, incolpato e reso sospetto PC 1 di aver rubato o di essersi appropriato di merce e soldi all’interno della ditta”.
Come indicato al precedente consid. A, sub iudice restano unicamente - dopo il giudizio parzialmente assolutorio emesso dalla Pretura penale il 7 maggio 2015 passato in giudicato - le affermazioni che AP 1 avrebbe proferito nel corso della telefonata con _ del 13 maggio 2011 e nell’incontro con CC1 avvenuto dopo il 24 maggio 2011 a Ligornetto.
la telefonata del 13 maggio 2011 con _
5.
_ è un viticoltore enologo che riforniva la _ con vino proprio. Egli è anche il nipote di PC 1.
Sentito quale testimone in polizia (vedi verbale 12 dicembre 2011 e 23 maggio 2012, nonché al dibattimento di prima istanza) egli ha riferito “
di essere stato contattato telefonicamente dal signor AP 1
” e di ricordare “
la telefonata in quanto era molto particolare
” nel senso che il AP 1 gli aveva chiesto più volte “
riservatezza
” nel senso di evitare di informarne lo zio. Pur non ricordando l’esplicito utilizzo del termine “rubare”, _ ha indicato che “
dal contesto della telefonata si capiva chiaramente che si parlava di un furto o di un’appropriazione indebita di merce e di soldi
” conseguenti a “
vendite fittizie
”.
Interrogato in merito, AP 1 ha confermato la telefonata effettuata
“alla presenza dell’avv. _”
; egli ha, tuttavia, contestato di avere chiesto ad _ di “
mantenere la riservatezza
” e di avere accennato a “
strane manovre
”. La telefonata avrebbe avuto quale unico scopo di spiegare che lo zio “
non era più alle nostre
(ndr. della _)
dipendenze e che per eventuali contratti futuri se ne poteva parlare
”.
L’avv. _, pure sentito in sede di prima istanza, ha confermato di avere assistito alla telefonata tra AP 1 e _, indicando che essa probabilmente non era “
in viva voce
” e che fu “
corta
”. Oggetto della telefonata era il fatto che, con il licenziamento di PC 1, “
tutti i rapporti economici dovevano da quel momento passare attraverso gli organi della ditta
”. Il legale escludeva pure che AP 1 avesse “
fatto riferimento a situazioni o a fatti specifici che potevano essere addebitati a PC 1
”.
l’incontro con CC1
6.
Nei giorni successivi al 24 maggio 2011 AP 1 ebbe a incontrare CC1 con il quale pranzò. In tale incontro avvenuto a Ligornetto si parlò del licenziamento di PC 1
CC1, sentito quale testimone in polizia il 23 maggio 2012 ed in aula nel procedimento di prima istanza, dopo avere precisato di vantare un credito di ca. CHF 30'000.- nei confronti di PC 1 per vendite di vino maturate prima che lui iniziasse a lavorare per la _, confermava di avere - sentito del licenziamento di PC 1 - sollecitato un incontro con AP 1 in quanto aveva interesse a “
chiarire questo aspetto del licenziamento perché in caso di problemi avrei valutato se dare ancora forniture alla _
”.
All’incontro AP 1 avrebbe riferito
“che PC 1 aveva portato via della merce della _ che si trovava in un punto franco o in un magazzino e l’aveva venduta personalmente. Ricordo che aveva detto che si trattava di bottiglie di prosecco, in numero di migliaia. Si trattava del prosecco _. Sono parole che mi ha detto AP 1, il quale in pratica aveva detto che PC 1 aveva truffato la ditta. Non so però dire con certezza se AP 1 avesse utilizzato la parola truffato. Confermo oggi che AP 1 non solo ha lasciato intendere che cosa avesse fatto PC 1, ma lo ha anche espressamente detto. AP 1 si diceva certo di tali atti, anche se non abbiamo mai parlato di importi”
(cfr. verbale di audizione CC1, allegato al verbale dib. di primo grado, pag. 1).
7.
Tra le parti PC 1 e _ - in conseguenza al licenziamento immediato del 16 maggio 2011 - si è svolta una procedura semplificata contenziosa di natura civilistica, innanzi alla Pretura di Lugano sezione 1 (inc. SE 2011.307).
Secondo il Giudice civile, i motivi gravi necessari a legittimare il licenziamento immediato ex art. 337 CO non sono stati dimostrati (vedi sentenza pag. 6), inoltre “
dall’istruttoria risulta che tutti i venditori avevano un proprio conto denominato “privato” o “passante”, sul quale confluivano gli ordini di quei clienti della società convenuta che non desideravano una fattura a loro intestata, la quale veniva emessa come se l’acquirente fosse un passante e/o un dipendente della ditta stessa, e che alla consegna pagavano in contanti la merce all’autista o al venditore, il quale consegnava poi quanto ricevuto alla società
...” (vedi sentenza pag. 5).
Con sentenza 4 febbraio 2016, il Pretore ha parzialmente accolto la petizione di PC 1 condannando la _ al pagamento di un importo di CHF 7'102.95, oltre ad accessori (vedi punto 1) ed ha pure parzialmente accolto la domanda riconvenzionale della società condannando PC 1 a pagare CHF 3'103.35 oltre ad accessori.
L’importo riconosciuto a favore di PC 1 costituisce il saldo dovuto per l’indennità per ingiusto licenziamento ex art. 337 c cpv. 3 CO riconosciuta in una mensilità di stipendio (vedi sentenza pag. 7).
L’importo a favore della _, per contro, costituisce una parte di quanto il dipendente ha incassato sul conto “privato” o “passante” senza riversarlo alla propria datrice di lavoro e senza compensarlo con il proprio credito (vedi sentenza pag. 8).
La sentenza della Pretura di Lugano sezione 1 (4 febbraio 2016) è stata emessa posteriormente al giudizio della Pretura penale di Bellinzona (7 maggio 2015).
La medesima è stata prodotta da AP 1 in allegato alla dichiarazione di appello del 1° marzo 2016, il quale ha pure prodotto altri documenti sia in allegato alla dichiarazione, sia in allegato alla motivazione di appello del 28 giugno 2016, in particolare alcuni verbali di testimonianze rese nel procedimento civile.
PC 1 si oppone alla loro produzione ritenuto che tali verbali già erano disponibili al momento del giudizio di prima istanza.

in diritto
8.
Gli art. 173 e seg. CP proteggono l’onore personale, la reputazione e il sentimento di essere una persona d’onore, ossia di comportarsi secondo le regole e gli usi riconosciuti.
Secondo il Tribunale Federale, la protezione dell’onore garantita dal diritto penale è più limitata per rapporto alla protezione dell’onore garantita dal diritto civile (art. 28 e seguenti CC): il diritto penale protegge, in effetti, unicamente il diritto della persona alla considerazione morale non il suo diritto alla considerazione sociale (Barrelet/Werly, Droit de la communication, 2a edizione, Berna 2011, pag. 363 n. 1200, Steinauer/Fountoulakis, Droit des personnes physiques et de la protection de l’adulte, Berna 2014, pag. 188 n. 535 a, DTF129 III 715, 122 IV 311, 119 IV 44).
Il diritto penale intende, infatti, garantire il diritto al rispetto che risulta leso da affermazioni idonee ad esporre la persona interessata al disprezzo nella sua veste di uomo (DTF 137 IV 315 consid. 2.11; 132 IV 112 consid. 2.1). Sfuggono a tale protezione, per contro, quelle espressioni che, senza farla apparire spregevole, offuscano la reputazione di cui una persona gode nel proprio ambito professionale o politico o l’opinione che essa ha di sé stessa (DTF 6B_600/2007 del 22.2.2008 consid. 2.1; CCRP inc. 17.2007.30 del 2.9.2009 consid. 3a e rinvii).
Se un’allegazione sia tale da nuocere alla reputazione di una persona è una questione che va valutata, non secondo il senso che quest’ultima le attribuisce, bensì secondo quello che essa ha in base ad un’interpretazione oggettiva, ovvero secondo il senso che, nelle circostanze concrete, le attribuisce l’uditore o il lettore non prevenuto (DTF 128 IV 58 consid. 1a, 119 IV 47 consid. 2a; Riklin, in Basel Kommentar, Strafrecht II, Basilea 2013, vor art. 173, n. 28 ss., Barrelet/Werly, op. cit., pag. 363 n. 1201).
L’intenzionalità deve riferirsi all’affermazione diffamante; il dolo eventuale è tuttavia sufficiente. Non è, invece, necessario un particolare “animus iniuriandi”, bastando che l’autore sia consapevole del fatto che le sue affermazioni possano nuocere all’onore della persona offesa e che, ciò nonostante, le abbia proferite (Riklin, in op. cit., ad art. 173 n. 7-8; Corboz, Les infractions en droit suisse, Volume I, 3a edizione, Berna 2010 ad art. 173 n. 48-50). Per la diffamazione occorre, ulteriormente, che l’autore abbia avuto l’intenzione di comunicare l’informazione a terzi (CARP 17.2014.198 del 13.5.2015 pag. 16 consid. 9.1).
L’art. 173 CP (diffamazione) si distingue dall’art. 177 CP (ingiuria) in quanto riferibile unicamente ad allegazioni di fatto e non semplicemente a un giudizio di valore (DTF 117 IV 29 consid. 2c; 92 IV 98 consid. 4). Una critica, una valutazione o un apprezzamento negativo non bastano, a meno che non siano assimilabili ai cosiddetti giudizi misti, ossia espressioni polisemiche consistenti, da un lato, nell’allegazione di fatti, dall’altro, in un giudizio di valore (DTF 121 IV 76 consid. 2 a; Riklin, in op. cit., vor art. 173 n. 33-36; Corboz, op. cit., ad art. 173 n. 35-36). Un fatto, al contrario del giudizio di valore, è, per definizione, un avvenimento del presente o del passato costatabile esteriormente, oggettivamente tangibile e percepibile e che può essere oggetto di una prova (DTF 118 IV 41 consid. 3).
Perché vi sia diffamazione non occorre che il fatto riprovevole sia direttamente imputato al terzo, ma è sufficiente che il terzo sia reso sospetto di tale fatto, oppure che il sospetto sia affermato o propagato: l’autore non può giustificarsi emettendo delle riserve o citando la propria fonte (CARP 12.2014.198 del 13.5.2015 pag. 15 consid. 7.2).
9.
L’art. 173 cpv. 2 CP prevede che il colpevole di diffamazione non incorre in alcuna pena se prova di avere detto o divulgato cose vere (prova della verità) oppure dimostra di avere avuto seri motivi di considerarle vere in buona fede (prova della buona fede).
La prova liberatoria può essere negata se l’autore ha proferito o divulgato le affermazioni lesive dell’onore senza che queste fossero giustificate da un interesse pubblico o da un altro motivo sufficiente, prevalentemente nell’intento di fare della maldicenza, in particolare se riferite alla vita privata o alla vita di famiglia (art. 173 cpv. 3 CP). I due requisiti - mancato interesse pubblico e prevalente intenzione di fare della maldicenza - devono concorrere cumulativamente. Ciò significa che l’autore va ammesso alla prova della verità anche nel caso in cui abbia agito per motivi sufficienti, ma si sia prefisso di fare della maldicenza (DTF 116 IV 31 consid. 3) oppure nel caso in cui, pur non avendo un valido motivo per proferire l’affermazione lesiva, egli non aveva intenzione di fare prevalentemente della maldicenza.
L’imputato può, quindi, liberarsi dalle accuse se riesce a dimostrare che quanto ha affermato è veritiero. Se la diffamazione consiste in un giudizio di valore accompagnato da un’allegazione di fatto (giudizio di valore misto), egli deve sostanziare i fatti alla base del giudizio di valore.
La prova della buona fede si distingue dalla prova della verità. Per stabilirne l’ammissione occorre porsi al momento in cui ha avuto luogo la comunicazione diffamatoria e valutare, in funzione degli elementi di cui l’autore disponeva all’epoca, se sussistevano delle ragioni serie perché questi potesse in buona fede ritenere per vero quanto affermato. La prova della buona fede non può, dunque, fondarsi su elementi sconosciuti all’autore all’epoca della sua dichiarazione. Incombe all’imputato provare gli elementi di cui disponeva in quel momento, ciò che rappresenta una questione di fatto. Il giudice dovrà, poi, apprezzare se questi elementi erano sufficienti perché l’autore potesse credere in buona fede alla veridicità di quanto affermato, ciò che rappresenta invece una questione di diritto (DTF 124 IV 152 consid. 3b, Corboz, op. cit., ad art. 173, n. 75).
Il contenuto e l’estensione del dovere di verifica è valutato esaminando i motivi per cui l’accusato si è espresso in modo diffamatorio: se questi motivi sono piuttosto inconsistenti, le esigenze di verifica sono più severe. Per contro, esse sono minori se l’accusato ha un interesse degno di protezione, come ad esempio nel caso di colui che indirizza all’autorità penale una lamentela o una denuncia o che si esprime in qualità di parte in una procedura giudiziaria (DTF 116 IV 208 consid. 3b).
Cautela particolare si impone in ogni caso da parte di chi divulga le proprie asserzioni in un’ampia cerchia tramite un mezzo di diffusione (DTF 124 IV 151 consid. 3b, 116 IV 208 consid. 3b, 105 IV 118 consid. 2a). In questi casi, l’accusato non può, per esempio, confidare ciecamente nelle dichiarazioni di terzi (DTF 124 IV 151 consid. 3b). Il fatto che sia difficile per l’accusato verificare un’informazione o ottenere delle prove non è circostanza da diminuire il suo dovere di prudenza: se non sussistono basi sufficienti su cui fondare un’affermazione o un sospetto, ci si deve astenere da qualsiasi esternazione (DTF 105 IV 120, 92 IV 98 consid. 4; Corboz, op. cit., ad art. 173, n. 83).
10.
Il principio della presunzione d’innocenza - garantito dagli art. 32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 Patto ONU II e ricordato nell’art. 10 cpv. 1 CPP, oltre a comportare l’attribuzione dell’onere della prova alla pubblica accusa, disciplina la valutazione delle prove nel senso che il giudice penale non può dirsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all’imputato quando, dopo una valutazione del materiale probatorio conferme ai principi suindicati, permangono dubbi insormontabili sul modo in cui si è verificata la fattispecie medesima (fra le altre DTF 6B_230/2008 del 13.5.2008, consid. 2.1; DTF 1P.20/2002 del 19.4.2002, consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid. 2a; 124 IV 86 consid. 2a, 120 I a 31 consid. 4b). In questi casi - come ricordato dall’art. 10. cpv. 3 CPP - il giudice deve fondarsi sulla situazione più favorevole all’imputato.
Il precetto non impone, tuttavia che l’assunzione delle prove conduca all’assoluto convincimento. Semplici dubbi astratti e teorici - sempre possibili poiché ogni fatto collegato a vicende umane lascia inevitabilmente spazio alle incertezze - non sono sufficienti ad imporre l’applicazione del principio in dubio pro reo.
Il principio in dubio pro reo è così disatteso soltanto quando il giudice penale avrebbe dovuto nutrire, dopo un’analisi globale o oggettiva delle prove, rilevanti e insopprimibili dubbi sulla colpevolezza dell’imputato (DTF 127 I 38 consid. 2a; DTF 124 IV 86 consid. 2a; DTF 120 Ia 31 consid. 2c; DTF 6B_368/2011 del 29.7.2011 consid. 1.1 nonché Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, 2009, § 13, n. 233-235, pag. 90-91; Tophinke, in Basler Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, vol. 1, 2014, ad art. 10 n. 82-83, pag. 193 e seguenti; Wohlers, Kommentar zur StPO, 2010, ad art. 10, n. 11-13, pag. 80-81; Riklin, op. cit., ad art. 10, n. 9, pag. 97; Verniory, Commentaire romand, CPP, 2011, ad art. 10, n. 19, pag. 66 e n. 47, pag. 73; Moreillon/Parein-Reymond, Petit Commentaire CPP, ad art. 10, pag. 58, n. 19).
11.
La procedura di appello prevede che ci si basi sulle “prove assunte” nell’ambito della procedura preliminare e della procedura di primo grado (art. 389 cpv. 1 CPP).
L’autorità di giudizio è, tuttavia, sempre legittimata ad assumere “d’ufficio” o ad “istanza di parte” le necessarie prove supplementari (art. 389 cpv. 3 CPP). Tale facoltà è data anche in caso di procedimento scritto (art. 390 cpv. 4 CPP).
Stando alla giurisprudenza le prove supplementari devono essere prese in considerazione a condizione di risultare pertinenti (DTF 6B_509/2012 del 22.11.2012 consid. 3.2), e ciò anche quanto trattasi di una prova non prodotta in prima istanza (DTF 6B_654/2013 del 31.10.2013 consid. 2.2-2.3, come pure Moreillon/Parein-Reymond, Petit Commentaire CPP, ad art. 389 pag. 1284, nota 10).
L’appello
12.
Nella motivazione d’appello 28 giugno 2016 AP 1 chiede il proprio integrale proscioglimento.
Per quanto attiene al colloquio telefonico con _ egli evidenzia che, in forza del principio in dubio pro reo, il giudice non poteva concludere che, nel corso della telefonata del 13 maggio 2011, egli aveva incolpato PC 1 di avere rubato o di essersi indebitamente appropriato di denaro e di merce della _.
Quanto espresso dal teste avv. _ - presente alla telefonata - risulterebbe, infatti, più credibile, atteso il legame di parentela di _ con PC 1 e l’esistenza - all’epoca della telefonata - di un sospeso economico con _.
Ulteriormente, AP 1 evidenzia di avere fornito la prova della verità, nel senso che sarebbe stato dimostrato, dallo stesso scritto 30 agosto 2011 della patrocinatrice di PC 1, che egli non avrebbe riversato alla _ gli importi di CHF 13'253.- e CHF 3'103.50.
Per quanto attiene all’incontro con CC1, AP 1 conferma di avere espresso il vero e/o di essere stato in buona fede. PC 1 aveva, infatti, venduto sottocosto a _ bottiglie di prosecco _, procedendo anche ad una manomissione della fattura emessa.
L’atteggiamento assunto dal PC 1, sia in relazione al mancato riversamento a _ di quanto incassato a contanti, sia in relazione alla vendita sotto costo del prosecco, legittimavano quindi le espressioni dell’appellante riferite dal CC1.
13.
PC 1 si è espresso sull’appello di AP 1 chiedendone la reiezione con carico di spese e ripetibili (quantificate in CHF 4'500.-).
Nelle proprie osservazioni si è opposto alla produzione dei documenti allegati all’appello difettando i medesimi, a suo dire, dell’elemento di “novità” (trattandosi di verbali del 2012) e non essendo gli stessi in ogni caso rilevanti.
Pur ammettendo di avere trattenuto sul proprio conto privato dei pagamenti relativi a vendite aziendali, PC 1 ha precisato di non avere commesso alcuna azione a pregiudizio dell’azienda ma di essersi limitato ad applicare quanto da essa imposto. Intervenendo, poi, il licenziamento in tronco non sarebbe più stato possibile consegnare tempestivamente quanto corrisposto dai clienti, avendo per altro egli l’esigenza di tutelarsi esercitando il diritto di ritenzione e la compensazione tra l’importo incassato e gli stipendi che la ditta gli doveva.
PC 1 esclude, inoltre, l’applicabilità del principio in dubio pro reo, ribadendo l’attendibilità di quanto deposto dal nipote _ e sostenendo che AP 1 era perfettamente al corrente dell’esistenza di conti privati intestati ai dipendenti e che la relativa contabilità era a disposizione della _.
14.
In primo luogo occorre considerare che i documenti prodotti con l’appello, in particolare la sentenza civile della Pretura di Lugano sezione 1 ed i relativi verbali dei testi, costituiscono prove supplementari la cui utilità non può essere esclusa a priori, siccome permettono di meglio comprendere le particolarità del rapporto lavorativo tra PC 1 e la _.
Ne consegue che essi vengono acquisiti agli atti della procedura d’appello ex art. 389 cpv. 3 CPP.
Circa l’episodio della telefonata ad _, questa Corte non condivide il primo giudizio.
La testimonianza di _, che ha un legame di parentela con l’accusatore privato e che aveva dei sospesi economici con _, è, infatti, in palese contrasto con quella dell’avv. _ e con le dichiarazioni di AP 1.
Data tale contraddizione non è possibile raggiungere un convincimento sufficiente, avuto riguardo al principio in dubio pro
reo, in merito al contenuto della telefonata che AP 1 ha effettuato il 13 maggio 2011.
Il fatto che quanto indicato dall’avv. _ in merito al contenuto della prima telefonata, ossia quella effettuata a PC 1 che annunciava il licenziamento, sia risultato impreciso - come evidenziato dal primo giudice - non risulta determinante in quanto in merito al secondo colloquio telefonico le dichiarazioni del legale italiano sono sempre risultate coerenti e conformi.
D’altro canto l’ipotesi che AP 1 abbia contattato proprio il nipote della persona che aveva appena proceduto a licenziare esprimendosi in termini diffamatori non convince. Per quale motivo, infatti, AP 1 - dopo essere stato invitato sia dal legale svizzero sia dall’avv. _ alla prudenza - avrebbe dovuto formulare accuse proprio nel corso del colloquio con il nipote del PC 1? Il colloquio, peraltro, aveva unicamente lo scopo di indicare a _ che il suo riferimento all’interno di _ non sarebbe più stato lo zio.
Ne consegue che, non essendo dimostrato che AP 1 abbia diffamato PC 1 incolpandolo di furto o di appropriazione indebita durante la telefonata con _, lo stesso debba essere prosciolto da tale imputazione.
Resta da esaminare quanto è stato detto nel corso dell’incontro avvenuto con CC1 successivamente al 24 maggio 2011.
Il reato della diffamazione (art. 173 CP) si perfeziona quando, alla presenza di terzi, una persona è resa sospetta di condotta disonorevole.
Benché il diritto penale protegga unicamente il diritto della persona alla considerazione morale e non il suo diritto alla considerazione sociale (Barrelet/Werly, op. cit., pag. 363 n. 1200, Steinauer/Fountoulakis, op.cit., pag. 188 n. 535 a, DTF129 III 715, 122 IV 311, 119 IV 44), non corre dubbio che accusare qualcuno di furto / appropriazione indebita / truffa - e quindi di un reato penale intenzionale - adempie ai criteri di applicazione della norma (DTF 118 IV 250, DTF 81 IV 281 consid. 1, come pure Corboz, op.cit., art. 173, pag. 582 n. 6).
Tale aspetto non è, peraltro, mai stato posto in discussione dalla difesa di AP 1, anche perché già la Camera dei reclami penali del Tribunale di appello, nella sua decisione 13 agosto 2014 (consid. 4.3.3.2 pag. 10), ha indicato che l’affermazione in discussione è tale da ledere l’onore personale di PC 1 non essendo essa da considerarsi confinata all’ambito professionale.
Accertato l’adempimento delle condizioni del reato, deve essere esaminata la facoltà di ricorrere alle prove liberatorie della verità e/o della buona fede (art. 173 cpv. 3 CP).
Ritenuto che le prove liberatorie sono escluse unicamente quando cumulativamente l’autore ha proferito o divulgato le affermazioni lesive dell’onore senza che queste fossero giustificate da un interesse pubblico o da un altro motivo sufficiente, prevalentemente nell’intento di fare della maldicenza, in particolare se riferite alla vita privata o alla vita di famiglia, questa Corte considera che le prove liberatorie non possono essere escluse a priori sussistendo nel concreto un motivo sufficiente, dato il rapporto di lavoro in essere ed il fatto che PC 1 fosse un venditore e CC1 un cliente di _. Fornire delle spiegazioni ad un cliente in merito ai motivi del licenziamento del proprio venditore è da ritenersi un’operazione non inusuale.
AP 1 considera che quanto detto nel corso del colloquio con CC1 risulterebbe in ogni caso legittimo in forza della prova della buona fede (vedi 5.2 delle motivazioni dell’appello); egli non si appella per contro (a ragione) alla prova della verità che, in assenza di una condanna penale di PC 1, non è certamente data.
La prova della buona fede - al contrario della prova della verità - richiede tuttavia un esame delle circostanze note al momento in cui si è proferita l’affermazione diffamatoria, alfine di verificare su quali basi colui che ha espresso un commento diffamatorio avesse validi motivi per ritenerlo veritiero.
Nel concreto, a AP 1 non poteva sfuggire che PC 1 disponesse di un “conto clienti” o “conto di passaggio”: il Pretore di Lugano ha accertato che tale prassi era imposta dal datore di lavoro a beneficio di clienti che non volevano ricevere delle fatturazioni all’estero (vedi sentenza civile pag. 5, nonché verbali dibattimentali _ e _). Prima di tacciare di furto o di appropriazione indebita delle somme che, corrisposte su tale conto non erano ancora state trasferite all’azienda, AP 1 avrebbe, quindi, dovuto effettuare degli approfondimenti, e meglio verificare gli importi ottenendo anche una chiara spiegazione da PC 1.
Si osserverà come dalla sentenza del procedimento civile si deduca che PC 1 ha incassato i due importi in discussione (CHF 13'253.- e CHF 3'103.05) allorquando ancora lavorava per _ e che, sul primo dei medesimi, ha esercitato il proprio diritto alla compensazione. Per il secondo importo, invece, per il quale il Pretore non ha ravvisato una dichiarazione di compensazione, egli è stato condannato alla restituzione (vedi sentenza civile punto 2).
Non risulta, in ogni caso, a carico di PC 1 l’intenzione di appropriarsene indebitamente.
Nemmeno in questo contesto, vi erano elementi sufficienti per giustificare un’accusa di truffa (come peraltro indicato al dibattimento dal teste CC1, ipotesi tuttavia non rilevata nel decreto di accusa e nemmeno oggetto di condanna). Al riguardo vale la pena di osservare come nessuna denuncia penale sia mai stata promossa a carico della _ e come in ambito civilistico non sia stata fornita alcuna prova a sostegno del preteso danno conseguente (vedi sentenza in fine a pag. 3).
Non appare, dunque, data la buona fede al riguardo, né con riferimento all’accusa di furto / appropriazione indebita, né con riferimento alla truffa. Al momento del colloquio con CC1, non vi erano elementi sufficienti per legittimare le affermazioni diffamatorie.
L’imputazione prevista all’art. 173 CP va, dunque, confermata con riferimento a quanto l’accusato ha riferito a CC1.
La pena
15.
Tenuto conto del tempo intercorso dai fatti e del parziale accoglimento dell’appello, questa Corte ritiene adeguato infliggere una pena pecuniaria di 5 aliquote giornaliere da CHF 250.-, per complessivi CHF 1'250.-.
La pena è sospesa condizionalmente per un periodo di due anni.
Si prescinde per contro, visto la ridotta gravità del reato, dall’attribuzione di una multa.
Le indennità
16.
L’appello è stato accolto parzialmente: giusta l’art. 429 CPP, l’imputato va indennizzato in proporzione per i costi della propria difesa.
Questa Corte quantifica in CHF 2'000.- l’indennizzo per la prima istanza (aumentando quanto era stato riconosciuto al punto 5 del dispositivo della sentenza della Pretura penale) ed in CHF 1'000.- l’indennizzo della procedura di appello.
Gli importi sono a carico dello Stato, siccome al medesimo “
incombe la responsabilità dell’azione penale
” (DTF 141 IV 476 consid. 1.1).
A PC 1, che ha preteso un indennizzo per l’intervento in appello, quantificato in CHF 4'500.- ma non documentato, giusta l’art. 433 CPP questa Corte - tenuto conto dell’esito del procedimento - riconosce un importo di CHF 1'000.-. L’importo è a carico di AP 1 il quale dovrà pure corrispondere un importo ridotto a CHF 2'000.- per il primo giudizio (vedi punto 2.3 del dispositivo della sentenza della Pretura penale).
Le spese
17.
Gli oneri procedurali di prima istanza vengono modificati in conseguenza al parziale accoglimento dell’appello, mentre gli oneri del presente giudizio consistenti nella tassa di giustizia di CHF 2'000.- e nelle spese di CHF 200.- vanno suddivisi proporzionalmente a carico per 1⁄2 dello Stato e per 1⁄2 di AP 1.