Decision ID: bf822651-a57d-50ed-b66d-3d8eedc2dbd8
Year: 2015
Language: it
Court: TI_CARP
Chamber: TI_CARP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

ritenuto che:
-
con decreto d’accusa 4600/2012 del 22 ottobre 2012 il procuratore pubblico ha ritenuto AP 1 autrice colpevole di:
1.
ripetuta falsità in documenti per avere, a _ ed in altre località, in data imprecisata, in ogni caso tra il 26.02.2008 e il 23.03.2010, creato e fatto uso dei sottoindicati documenti a scopo di inganno, e in particolare,
1.1.
creato la fattura datata 26.02.2008 di CHF 1'200.- (dell’importo originario di CHF 400.-), apparentemente emessa _, _, aggiungendo otto prestazioni (pari a CHF 800.-) di cui in realtà non ha beneficiato, ottenendo così da parte dell’_ il versamento di un’indennità di CHF 792.-, di cui CHF 612.- indebitamente;
1.2.
creato, attribuendone l’emissione _, la fattura 07.05.2009 di CHF 1'260.- dalla quale risulta avere beneficiato di dodici prestazioni di cui in realtà non ha beneficiato, ottenendo così dall’_, indebitamente, il versamento di un’indennità di CHF 792.-;
1.3.
creato, attribuendone l’emissione _, la fattura 23.03.2010 di CHF 1'200.-, dalla quale risulta avere beneficiato di dodici prestazioni di cui in realtà non ha beneficiato, ottenendo così dall’_, indebitamente, il versamento di un’indennità di CHF 792.-;
2. ripetuta truffa per avere, a _ ed in altre località, in data imprecisata tra il 26.02.2008 e il 23.03.2010, producendo all’_ le fatture 26.02.2008, 7.05.2009 e 23.03.2010 da lei falsificate, chiesto ed ottenuto il versamento di indennità per prestazioni, di cui in realtà non ha mai beneficiato, per complessivi CHF 2'196.-.
Il procuratore pubblico ne ha, pertanto, proposto la condanna alla pena pecuniaria - sospesa condizionalmente per un periodo di prova 2 anni - di fr. 450.- (corrispondente a 15 aliquote giornaliere da fr. 30.-) nonché ad una multa di fr. 300.-. Il magistrato ha, inoltre, proposto il dissequestro e la restituzione alla _ della documentazione sequestrata nei suoi uffici in data 7 marzo 2012 nonché la confisca e la distruzione delle tre controverse fatture;
- contro il decreto d’accusa AP 1 ha sollevato tempestiva opposizione;
- dopo il dibattimento, con sentenza 12 febbraio 2014, il giudice della Pretura penale, statuendo sull’opposizione, ha confermato tutte le imputazioni contenute nel DA e ha condannato l’imputata ad una pena pecuniaria (sospesa condizionalmente per un periodo di prova 2 anni) di fr. 300.- (corrispondente a 10 aliquote giornaliere da fr. 30.-), ad una multa di fr. 200.- nonché al pagamento degli oneri processuali. Il pretore ha, inoltre, confermato il dissequestro della documentazione sequestrata presso l’_ nonché la confisca e la distruzione delle tre fatture di cui al decreto d’accusa;
preso atto che:
- contro la sentenza pretorile AP 1 ha tempestivamente annunciato di voler interporre appello.
Dopo avere ricevuto la motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di appello 24 giugno 2014, l’appellante ha chiesto il suo proscioglimento dai reati addebitatigli con protesta di tasse, spese e ripetibili;
- con istanza probatoria 31 luglio 2014 l’appellante ha chiesto l’audizione della testeTE 1.
L’istanza è stata accolta;
esperito
il pubblico dibattimento il 12 marzo 2015 durante il quale l’avv. DI 1, patrocinatore dell’appellante, ha chiesto, in via principale, il proscioglimento della sua assistita da ogni accusa e, in via subordinata, nel caso fossero confermate le condanne, l’esenzione della pena in applicazione dell’art. 53 CP o, in via ancora più subordinata, la sua diminuzione.
ritenuto
Potere cognitivo della Corte d’appello penale e principi applicabili all’accertamento dei fatti
1.
Giusta l’art. 398 cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro le sentenze dei tribunali di primo grado che pongono fine, in tutto o in parte, al procedimento. In particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare le violazioni del diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a), l’accertamento inesatto o incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza (lett. c).
Giusta l’art. 398 cpv. 2 CPP - secondo cui il tribunale d’appello esamina per estenso (“
plein pouvoir d’examen
”, “
umfassende Überprüfung

”) la sentenza in tutti i punti impugnati - il tribunale di secondo grado ha una cognizione completa in fatto e in diritto su tutti gli aspetti controversi della sentenza di prime cure.
Sulla questione della cognizione del tribunale di secondo grado il TF ha avuto modo di precisare che l’appello porta ad un nuovo e completo esame di tutte le questioni contestate ed ha spiegato che la giurisdizione di seconda istanza non può limitarsi ad individuare gli errori dei giudici precedenti e a criticarne il giudizio ma deve tenere i propri dibattimenti ed emanare una nuova decisione - che sostituisce la precedente (art. 408 CPP) - secondo il proprio libero convincimento fondato sugli elementi probatori in atti e sulle risultanze delle prove autonomamente amministrate (STF 6B_715/2011 del 12 luglio 2012, consid. 2.1 che cita, fra gli altri, Luzius Eugster, in Basler Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, 2a edizione, Basilea 2014, ad art. 398, n. 1, pag. 2998, confermata in STF 6B_404/2012 del 21 gennaio 2013, consid. 2.1; cfr., inoltre, Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale svizzero, DFGP, giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo/San Gallo 2009, ad art. 398, n. 7, pag. 766; cfr, per potere cognitivo in tema di commisurazione della pena, STF 6B_548/2011 del 14 maggio 2012, consid. 3).
2.
Giusta l’art. 139 cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come le altre autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei secondo le conoscenze scientifiche e l’esperienza (Bernasconi e altri, in Commentario CPP, op. cit., ad art. 139 n. 1, pag. 297 e ad art. 10, n. 24, pag. 49;
Bénédict/Treccani, in Commentaire romand, Code de procedure pénale suisse, Basilea 2011, ad art. 139, n. 2, pag. 603;
Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 5,
pag. 23; Hofer, in Basler Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, Vol. 1, 2a edizione, Basilea 2014, ad art 10 n. 47, pag. 181 e seg.)
che, giusta l’art. 10 cpv. 2 CPP, valuta liberamente secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento (Bernasconi e altri, in op. cit., ad art. 10, n. 15 e 16, pag. 48; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23; Verniory, in Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 10, n. 35-41, pag. 70-72; Piquerez, Procédure pénale suisse, 3a edizione, Zurigo 2011, n.1032 ad § 55, pag. 359; Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, 6a edizione, Basilea 2005, n. 22 ad § 39 et n. 4 ad § 62; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 117 Ia 401 consid. 1c.bb; STF 6B_1028/2009 del 23 aprile 2010; STF 6B_10/2010 del 10 maggio 2010; STF 6B_936/2010 del 28 giugno 2011).
3.
In mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi anche su prove indirette, cioè su indizi (Rep. 1990 pag. 353 con richiami, 1980 pag. 405 consid. 4b) che, per consolidata dottrina e giurisprudenza, sono circostanze di fatto certe da cui si può trarre
, dopo un
processo di induzione condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base di una loro valutazione d’insieme,
una conclusione circa la sussistenza o non del fatto da provarsi
(Hauser/Schweri/Hartmann, op. cit., § 59 n. 12 a 15 con richiami; Manzini, Trattato di diritto processuale penale italiano, Vol. terzo, 1956, pag. 416 ss;
Rep. 1980, 192, consid. 3; Rep. 1980, 147, consid. 4;
cfr. Hans Walder,
Der Indizienbeweis in Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in STF 6P.37/2003 del 7 maggio 2003 consid.
2.2
).
L’imputata: vita e precedenti penali
4. AP 1
è nata a _ l’_ e vive oggi a _. E’ coniugata dal 2003 ed è madre di due bambini di 8 e 9 anni.
Per quanto attiene alla sua formazione e alla sua attività professionale si rinvia, in applicazione dell’art.
82 cpv. 4 CPP
, alle seguenti considerazioni svolte
dal primo giudice:
“
Terminate le scuole dell’obbligo e la scuola cantonale di commercio di Bellinzona (...), ella ha iniziato a lavorare presso la filiale di _ della _, dove è stata attiva per 12 anni. Durante questo periodo, nel tempo libero, la signora AP 1 ha studiato per diventare massaggiatrice medica (formazione conclusa con successo nel 1998), conseguendo altresì, nel 2001, il diploma di ortobionomista, quello di massaggiatrice della _, nonché l’attestato federale di massaggiatrice. Nello stesso anno l’imputata ha lasciato l’impiego in banca per avviare un’attività di massaggi medicali in proprio, svolta dapprima presso uno studio di Lugano, quindi anche presso il suo domicilio di _ e, infine, solo presso quest’ultimo luogo. Attualmente il suo impegno professionale è quantificabile nella misura del 30-40% e le frutta delle entrate nette pari a ca. CHF 7'000.- annui” (sentenza impugnata, consid. 1 pag. 3).
AP 1
è incensurata (cfr. estratto del casellario giudiziale, AI 8).
Fatti emersi dall’inchiesta
5. AP 1
ha stipulato con la cassa malati _ un’assicurazione complementare denominata “_” (cfr. conteggi delle prestazioni in AI 6). Giusta l’art. 1.2 delle relative condizioni generali, l’assicurazione, previa una deduzione di una franchigia di fr. 200.-, copre il 90% delle spese delle cure ambulatoriali prestate secondo alcuni metodi alternativi, fra cui il “drenaggio linfatico” (cfr. condizioni generali per l’assicurazione malattie complementare, categoria “_”, sul sito _).
6.
ABC_1 - di formazione massaggiatrice medicale come l’appellante (di cui all’epoca dei fatti era amica) - ha lavorato in tale veste, tra il 2007 e il mese di marzo del 2010, presso il centro estetico “_” a _ (cfr. verbale d’interrogatorio ABC_1 del 18 agosto 2010, allegato all’AI 4, pag. 1; verbale d’interrogatorio AP 1 del 18 ottobre 2011, AI 14, pag. 1). Nel corso del mese di maggio del 2010, essa veniva contattata dall’_ che le chiedeva delle spiegazioni su una fattura apparentemente da lei emessa il 23 marzo 2010 a carico di AP 1 e da questa trasmessa ai suoi uffici al fine di ottenere il relativo rimborso. Ciò che aveva in particolare indotto l’_ a contattarla era il fatto che il conteggio, che menzionava 12 sedute di linfodrenaggio di un’ora ciascuna per complessivi fr. 1'200.-, non riportava la data della prima seduta di terapia, data invece indicata per le altre undici sedute (cfr. fattura allegata all’AI 3).
ABC_1 reagiva con sorpresa alla sollecitazione dell’_, ritenuto come non le risultava di avere, nel corso del 2010, fornito cure a AP 1 (verbale d’interrogatorio ABC_1 del 18 agosto 2010, allegato all’AI 4, pag. 1).
7.
Il 26 maggio 2010, la terapeuta inviava all’imputata una mail nella quale, in sostanza, riferiva di essere
“senza parole”
per quanto emergeva dalla menzionata fattura.
Nella sua mail di risposta, inviata il giorno dopo, AP 1 ha dapprima manifestato rincrescimento per quanto accaduto, ammettendo di avere fatto una
“gran cazzata”
e chiedendo
“umilmente perdono”
alla sua terapeuta.
Dopo pochi minuti, tuttavia, la donna ha inviato a ABC_1 una nuova mail in cui ha, in sostanza, spiegato di non essere l’artefice della fattura che sarebbe invece stata allestita da una terza persona e affermando, altresì, che era solo per un errore che la fattura menzognera era finita nella busta con altri giustificativi da mandare alla casse malati (cfr. mails allegate all’AI 3).
8.
Il 28 maggio 2010 l’_ comunicava a AP 1 di avere accreditato sul suo conto bancario fr. 792.-, corrispondente al 90% dell’importo fatturato di fr. 1'200.- da cui erano state dedotte la franchigia di fr. 200.- ed un’aliquota contrattuale di fr. 88.- (cfr. conteggio delle prestazioni _ 28 maggio 2010, allegato all’AI 6).
9.
In data 31 maggio 2010 ABC_1, dopo avere discusso della vicenda con AP 1, inviava all’_ il seguente scritto:
“
vi comunico che la fattura da me intestata a nome AP 1 con data 23.03.2010 per un importo di fr. 1200.00 non è da me stata emessa. Dopo colloquio personale con la Signora AP 1 è emerso un coinvolgimento da parte di tale _ che personalmente non conosco. Oggi stesso mi recherò all’ufficio di polizia di Mendrisio per effettuare una denuncia contro ignoti.
Vi prego di verificare se avete rimborsato altre fatture da me intestate alla Signora AP 1 negli ultimi due anni”
(cfr. scritto 31 maggio 2010 di ABC_1 all’_, allegata all’AI 3).
10.
Il medesimo giorno anche AP 1 inviava all’assicurazione uno scritto del seguente tenore:
“
le confermo la nostra telefonata odierna in merito alla fattura della Signora ABC_1. Come discusso telefonicamente questa fattura vi è stata erroneamente inviata dalla sottoscritta insieme ad altre fatture mediche.
Personalmente non ho beneficiato delle prestazioni indicate. Il documento non è stato inoltre redatto dalla signora ABC_1, ma da una terza persona la cui identità dovrà essere chiarita nelle opportune sedi”
(cfr. scritto 31 maggio 2010 di AP 1 all’_, allegata all’AI 3).
11.
Come suggerito da ABC_1, l’_ effettuava delle verifiche interne per stabilire se fossero state rimborsate altre fatture apparentemente da lei emesse nei confronti dell’appellante. Dai controlli emergeva che l’assicurazione, anche per gli anni 2008 e 2009, aveva rimborsato a AP 1 due fatture emesse dalla medesima terapeuta, ciascuna relativa a 12 sedute di linfodrenaggio (cfr. scritto 2 giuno 2010 dell’_ a AP 1, allegato all’AI 3; cfr. anche i conteggi delle prestazioni, allegati all’AI 6).
ABC_1 ha negato di avere avuto in cura l’amica nel 2009. Quanto all’anno 2008, essa ha riconosciuto di averla ricevuta presso l’_, spiegando tuttavia che la fattura da lei emessa menzionava solo 4 sedute di linfodrenaggio (per complessivi fr. 400.-) e non 12 (per complessivi fr. 1'200.-) come risultava da quella ricevuta dall’_ (cfr. scritti 2 giugno e 10 giugno 2010 di ABC_1 all’_, entrambi allegati all’AI 3; cfr. anche verbale d’interrogatorio ABC_1 del 18 agosto 2010, allegato all’AI 4, pag. 3).
12.
Il 2 giugno 2010, ABC_1 ha sporto denuncia contro l’insorgente per il titolo di “falso in documenti” sulla scorta dei fatti così riepilogati:
“
A febbraio del 2008 la Signora AP 1 si è recata nello studio dove lavoravo (_- _) per fare dei massaggi. Alla fine dei trattamenti ho emesso la fattura (...). Recentemente ricevo una chiamata dalla Signora _ per la _ cassa malati la quale mi dice di avere una mia fattura emessa per la Signora AP 1 sulla quale mancava una data. Fattura emessa a marzo 2010 ma io non vedo la Signora AP 1 dal 2008! Da un controllo nei giorni successivi abbiamo scoperto che la Signora AP 1 falsificò già la fattura del 2008 che era di fr. 400.- ma l’_ l’ha ricevuta per fr. 1'200.-. Stessa fattura per gli anni 2009 e 2010, sempre per fr. 1'200.- ognuna. Io sono assolutamente estranea ai fatti. Se non ci fosse stato l’errore della data il tutto sarebbe rimasto nell’ombra” (cfr. AI 1).
13.
Il medesimo giorno AP 1 ha provveduto a restituire all’_ fr. 1'584.- corrispondenti agli importi accreditatile dall’assicurazione per il rimborso delle fatture del 2009 e del 2010 (cfr. relativi conteggi dell prestazioni in AI 6 e scritto 9 giugno 2010 dell’avv. _ all’_ ed allegata ricevuta di pagamento postale 10 giugno 2010 in AI 10).
Il 10 luglio 2010, il patrocinatore della prevenuta ha comunicato all’_ che la sua assistita avrebbe provveduto a restituirle anche
“il corrispettivo per 8 di quelle 12 sedute che aveva effettuato nei primi due mesi del 2008”
. Nello stesso scritto il patrocinatore ha tuttavia precisato che:
“
la restituzione da parte della signora AP 1 avviene esclusivamente per chiudere una faccenda che la sta logorando. Quella restituzione non costituisce invece e non può nemmeno essere interpretata come un’ammissione di colpe che non ha o di fatti che non sono andati in modo diverso da come ella li ha sempre descritti”
(cfr.
10 dicembre 2010 dell’avv. _ all’_ in AI 10, pag. 2).
14.
Nel corso dell’istruttoria, la prevenuta ha recisamente negato di avere falsificato le tre fatture, sostenendo, in sostanza, che:
- la fattura 26 febbraio 2008 non era falsa e corrispondeva alle prestazioni effettivamente effettuate dall’_;
- la falsa fattura 7 maggio 2009 era stata allestita e trasmessa all’_ da terze persone e non era da lei mai stata vista;
- la falsa fattura 23 marzo 2010 era stata da lei trasmessa all’_ per una mera svista dopo averla trovata nella propria bucalettere;
(cfr.
verbale d’interrogatorio AP 1 del 18 ottobre 2011, AI 14; cfr. anche
scritto 2 luglio 2010 dell’avv. _ all’_, allegato all’AI 10
).
15.
In esito all’inchiesta il procuratore pubblico ha emanato il DA menzionato in apertura del presente giudizio.
Risultanze dibattimentali di primo e di secondo grado
16.
Durante il dibattimento dinanzi alla Pretura penale, AP 1 ha sostanzialmente confermato la versione dei fatti fornita agli inquirenti:
“
ho
effettuato 12 sedute (di un'ora l'una) di linfodrenaggio nel 2008 presso _ e null'altro.
Tutte le sedute sono state curate da ABC_1. (...)
. Sono passata personalmente a ritirare la fattura dopo le 12 sedute del 2008 _, fattura consegnatami dalla collega
della ABC_1, che non so come si chiama. Penso che allora, oltre alla ABC_1, lavoravano lì una o due
persone, forse apprendiste. Non ho mai visto la fattura agli atti del 2008, che riporta solo 4 sedute, prima di essere coinvolta nel procedimento penale. Nemmeno ho mai visto, prima di allora, quella del 2009,
mentre quella del 2010 l'ho trovata nella bucalettere del mio studio di Lugano. Nego di avere redatto
personalmente una o più di queste fatture”
(cfr. verbale di interrogatorio dell’imputata, allegato al verbale dib. di primo grado, pag. 1).
Anche durante il dibattimento d’appello, l’appellante si è riconfermata nelle proprie allegazioni (
cfr. verbale dib. d’appello, pag. 2).
Appello
Fattura 7 maggio 2009
17.
Dal profilo fattuale, AP 1 sostiene innanzitutto - come già dinanzi il primo giudice - di nulla sapere della fattura
7 maggio 2009
, in
particolare di non averla mai vista e, quindi, di mai averla trasmessa all’_. Essa sostiene, inoltre, di essersi accorta dell’avvenuto pagamento della cassa malati a suo favore soltanto durante l’inchiesta a suo carico.
17.1.
Al riguardo i primi giudici hanno osservato quanto segue:
“
Per quanto concerne la fattura 7 maggio 2009, del tutto inverosimile è la versione dei fatti fornita dalla signora AP 1, la quale non avrebbe né visto, né avuto altrimenti conoscenza del conteggio fittizio (da lei, dunque, nemmeno allestito) se non prima del mese di giugno del 2010 (verbale di interrogatorio 18 ottobre 2011, pag. 5). Tale racconto non è plausibile soprattutto giacché presuppone che si siano verificati altri due eventi, a loro volta, poco credibili, ovvero (1) che l’imputata non si sia accorta del rimborso, a suo favore, della somma di CHF 792.- determinato dalla fattura falsa e (2) che la stessa non si sia neppure avveduta della distinta 9 giugno 2009 con la quale l’_ le preannunciava il versamento, riferito ad un importo tutt’altro che modesto (tanto più considerando come esso superi gli introiti mensili personali dichiarati in aula da AP 1) e che avrebbe potuto riguardare fatture dei suoi figli (poiché versato sul conto su cui “ricevevo anche quanto riguardava le prestazioni per i miei bambini”; verbale di interrogatorio 12 febbraio 2014, pag. 2).
Poiché non si vede quale motivo avessero altre persone di creare ed utilizzare il documento falso - nello specifico ABC_1 (la quale ben difficilmente avrebbe sporto una denuncia inerente a fatti che la vedevano coinvolta), _ (socia e gerente _, in seno alla quale non risulta siano emersi dagli accertamenti del Ministero Pubblico irregolarità di sorta) e perfino il fantomatico _ (il quale sarebbe comparso solamente in epoca successiva; cfr. verbale di interrogatorio 18 ottobre 2011, pag. 3) - si ritiene che la sua autrice possa essere unicamente l’imputata, la sola ad avere ricavato un beneficio (l’accredito di CHF 792.-) dal medesimo” (cfr. sentenza impugnata, consid. 9 pag. 11).
17.2.
Questa Corte fa proprie le considerazioni del primo giudice che ha ben illustrato gli indizi che concorrono a delineare l’inattendibilità della versione fornita dall’appellante agli inquirenti e a conseguentemente considerarla non solo l’artefice della fattura 7 maggio 2009, ma anche la persona che l’ha trasmessa all’_.
In aggiunta, la scrivente Corte rileva che la tesi - per certi aspetti suggestiva - sollevata al dibattimento d’appello dalla Difesa secondo cui la falsificazione della fattura sarebbe stata messa in atto da ABC_1 e da _ è smentita dalla semplice constatazione secondo cui da tale falsificazione avrebbe potuto beneficiare (e, per finire, ha poi beneficiato) unicamente l’imputata che era l’unica possibile destinataria del pagamento dell’_ (cfr. il conteggio delle prestazioni 9 giugno 2009 allegato all’AI 6, dal quale risulta che il rimborso della fattura, per complessivi fr. 792.-, è stato versato direttamente a lei). Alla luce del principio che si deduce dall’esperienza secondo cui chi profitta di un reato contro il patrimonio ne è, di regola, l’autore, la tesi avanzata dalla Difesa potrebbe reggere unicamente se si ammettesse che le signore ABC_1 e _ abbiano agito in correità con l’imputata: è solo in quest’ipotesi, infatti, che le due avrebbero potuto, in qualche modo, profittare dei pagamenti che l’_, ingannata dalla falsa fattura, avrebbe fatto alla loro cliente. E - va aggiunto - quand’anche ciò fosse stato (ipotesi, invero, non corroborata da alcun elemento), la circostanza non gioverebbe in alcun modo alla posizione dell’appellante, ritenuto che, in diritto penale, ognuno è responsabile delle proprie azioni (STF 6B_458/2009 del 9 dicembre 2010, consid. 5.3).
Infine, si rileva che contro la tesi dell’imputata parla anche il fatto che è stata la ABC_1 stessa a chiedere alla cassa malti delle ulteriori verifiche. Avesse falsificato lei le fatture, se ne sarebbe ben guardata.
F
attura 23 marzo 2010
18.
Come già in prima sede, l’appellante sostiene poi che sconosciuti le avrebbero fatto trovare la fattura
23 marzo 2010
nella bucalettere del suo studio di Lugano e che essa l’avrebbe poi spedita all’_ per errore.
18.1.
Durante l’istruttoria, l’insorgente ha, in particolare, lasciato intendere che la fattura 23 marzo 2010 potesse essere stata allestita da tale _, rappresentante di prodotti cosmetici
asseritamente conosciuto in un bar di Lugano nel marzo del 2010 e poi presentatosi nel suo studio per proporle di guadagnare
“soldi facili”
con false fatturazioni alle casse malati:
“
Nel marzo 2010 mi trovavo al bar al _ di _ con un’amica, TE 1. Siamo state avvicinate da un uomo a me sconosciuto, il quale ci ha chiesto se eravamo estetiste. La mia amica gli ha detto che io mi occupavo di massaggi. È così che questa persona ha detto di essere un rappresentante di una ditta di cui non ricordo con precisione il nome. Salvo errore la ditta conteneva il nome “beauty”. Egli cercava potenziali acquirenti per i prodotti, creme ed olii, da lui venduti. Ho consigliato a questa persona di recarsi _ situato proprio di fronte al bar. Questa persona ha detto di già conoscerlo e in particolare, di conoscere ABC_1. L’ho invitato a passare nei giorni seguenti nel mio studio a Lugano. Ho consegnato a lui il mio biglietto da visita. Tengo a precisare che non consegno miei biglietti da visita a sconosciuti, in particolare a uomini, poiché lavoro da sola. In quell’occasione gli ho dato il mio biglietto da visita solo perché mi aveva detto di conoscere ABC_1.
Qualche giorno dopo questa persona si è presentata presso il mio studio a Lugano. Si è presentato e mi ha detto di chiamarsi _. Dopo aver brevemente parlato dei prodotti da lui venduti, egli mi ha chiesto se avessi voluto guadagnare soldi facili, dicendo che vi era la possibilità di farlo con le fatture della cassa malati. Gli ho immediatamente detto che sono una persona onesta e che certe cose non mi interessano, invitandolo a lasciare il mio studio.
Qualche giorno dopo la visita di quella persona, ho trovato nella bucalettere del mio studio a Lugano una busta contenente la fattura apparentemente emessa il 23.03.2010 (...). Ho subito collegato questa cosa strana alla visita nei giorni precedenti di quella persona e al fatto che diceva di conoscere ABC_1” (cfr.
verbale d’interrogatorio AP 1 del 18 ottobre 2011, AI 14, pag. 3-4
).
Quanto raccontato agli inquirenti è poi stato confermato dall’imputata anche dinanzi al pretore (cfr. suo verbale allegato al verbale dib. di primo grado, pag. 1-2) e alla scrivente Corte (verbale dib. d’appello, pag. 2).
18.2.
Il giudice della Pretura penale si è così determinato in merito al coinvolgimento dell’imputata nell’allestimento e nella trasmissione ad _ della fattura 23 marzo 2010:
“
Considerazioni del tutto analoghe (a quelle ritenute per la fattura 7 maggio 2009, ndr.) vanno fatte per rapporto alla fattura 23 marzo 2010, da cui la signora AP 1 (e solo lei) ha tratto nuovamente un vantaggio costituito dal pagamento di CHF 792.-. Sennonché, a conferma della responsabilità dell’imputata, vi sono qui ulteriori elementi.
Innanzitutto, l’e-mail 27 maggio 2010 inviato da AP 1 alla signora ABC_1, il cui - già ricordato - contenuto non si riesce ad interpretare in maniera diversa da un’ammissione di colpevolezza:
(...) ho fatto una gran cazzata e ti chiedo umilmente perdono, io avevo detto alla cassa malati di annullare tutto e per questo ti avevo scritto che era tutto a posto e non appena ci saremmo viste ti avrei detto il tutto perché come vedi... Non si può fare questo tipo di cose perché finisce in niente anzi... Nella perdita di stima di una persona... Io sono cosciente di questo e non ho parole da dirti che possano esprimere fino in fondo il mio pentimento. Preferirei spiegartelo a voce sempre che tu voglia ancora vedermi... Spero proprio di sì perché ci tengo a vederti e spiegarti.
Certo, l’imputata ha cercato di spiegare in aula i toni del messaggio con il senso di colpa generato dall’avere coinvolto nella vicenda ABC_1, segnatamente con l’invio alla cassa malati, per sbaglio, della fattura menzognera a suo dire recapitatale in bucalettere da ignoti (verbale di interrogatorio, pag. 2):
Riguardo all’e-mail del 27 maggio 2010, il “tipo di cose perché finiscono in niente” si riferisce al mio invio per sbaglio del 2010 all’_. Il fatto di avere ribadito due volte di chiedere umilmente perdono alla ABC_1 è perché io sono fatta così e perché pensavo che a seguito del mio agire ABC_1 potesse avere dei “casini” sul lavoro, anche se non so definire per quale motivo. Quando mi riferivo alla perdita di stima, reagivo all’e-mail di ABC_1, che già mi indicava come colpevole. Il “pentimento” si riferisce al fatto di avere causato ad un’amica questa situazione
.
Tali affermazioni, però, non convincono. Pur giustificando naturalmente delle scuse, una mera svista come quella asserita dall’imputata (avesse anche provocato dei disagi a ABC_1) non chiarisce in effetti espressioni come “non si può fare questo tipo di cose perché finiscono in niente”, “perdita di stima di una persona”, “non ho parole da dirti che possano esprimere fino in fondo il mio pentimento” o “sempre che tu voglia ancora vedermi”, adatte a colpe assai più gravi (come può esserlo giustappunto un illecito) di una sbadataggine. Non si comprende, inoltre, per quale motivo - se realmente era anche una reazione alle precedenti accuse (implicite ma tutt’altro che velate) dell’amica, che nel messaggio 26 maggio 2010 la incolpava di avere truffato l’_ - AP 1 non abbia speso nel suo e-mail una sola parola per sostenere la propria innocenza.
(...)
È allo stesso modo poco plausibile - giustificando quindi la medesima conclusione testé descritta - il racconto di AP 1 inerente al ritrovamento della fattura in parola, apparsa di punto in bianco nella bucalettere dello studio di Lugano senza essere accompagnata da indicazioni di sorta (neppure pervenute successivamente) del suo presunto artefice. Così come a carico dell’imputata grava infine il precedente dell’anno prima, riferito alla fattura 7 maggio 2009” (cfr. sentenza impugnata, consid. 10 pag. 11-13).
Quanto all’evocato coinvolgimento, nella vicenda, di _, il pretore ha spiegato:
“
A prescindere da alcune perplessità suscitate dal racconto dell’imputata - laddove risulta difficile credere che uno sconosciuto, dopo appena “10 minuti” (verbale di interrogatorio 12 febbraio 2014, pag. 2), proponga un illecito ad una potenziale cliente, rischiando in tal modo di perderla ancor prima di averla acquisita se non, addirittura, di venire segnalato dalla stessa alla polizia - non vi sono agli atti (elementi ndr.) sufficienti per considerare tale _ responsabile dell’allestimento dei conteggi inveritieri (dai quali, lo si ricorda di nuovo, questi non avrebbe oltretutto tratto alcun beneficio) (...). Elementi che la signora AP 1 non ha certo contribuito a fare emergere” (cfr. sentenza impugnata, consid. 11 pag. 14).
18.3.
La scrivente Corte, ancora una volta, si associa alle pertinenti considerazioni svolte dal primo giudice che ha ben evidenziato gli elementi che concorrono a ritenere che, contrariamente alle sue dichiarazioni, la fattura
23 marzo 2010 - del tutto menzognera - è stata consapevolmente inviata all’_ dall’appellante che non può che esserne, anche, l’autrice.
Al dibattimento d’appello, l’imputata ha, invero, ribadito che l’espressione “gran cazzata”, contenuta nella sua mail 26 maggio 2010, non si riferiva alla falsificazione della fattura, ma al suo
invio per errore alla cassa malati (cfr. verbale dib. d’appello, pag. 2). Questa Corte, pur riconoscendo che una tale lettura del documento è suscettibile di relativizzarne la forza indiziante, ritiene che non sia sbagliato considerare - come fatto dal pretore - che il tono utilizzato dall’appellante nel suo scritto indizi una colpa più importante del semplice invio per errore della fattura alla cassa malati.
Questa Corte sottoscrive, poi, quanto osservato dal pretore sulla figura di _ e ciò nonostante la teste TE 1 - la cui audizione è stata richiesta dall’imputata - abbia dichiarato al dibattimento d’appello di ricordare come qualche anno prima lei e AP 1 fossero state avvicinate preso il bar _ di _ da un signore che non conoscevano e di ricordare pure come l’amica le avesse poi detto, in un secondo tempo, di avere avuto dei problemi con quella persona (cfr. verbale dib. d’appello, pag. 3).
Infatti, anche qualora si dovesse ammettere che l’insorgente abbia conosciuto in un bar un rappresentante di cosmetici, ciò ancora non significa che questa persona si sia poi recata nel suo studio, le abbia proposto delle operazioni illecite (correndo oltretutto il rischio di essere denunciata) e, soprattutto, abbia, poi, allestito e depositato nella sua bucalettere una falsa fattura.
Senza dimenticare che il coinvolgimento di _ nella vicenda non convince nemmeno da un altro punto di vista.
Non è infatti dato a sapere come potesse l’uomo essere a conoscenza del fatto che AP 1 avesse frequentato l’_ _ proprio per delle sedute di linfodrenaggio (la stessa imputata ha dichiarato dinanzi al primo giudice di non sapersi “
spiegare come chi mi ha messo in bucalettere quella fattura sapesse che ero paziente dell’_ per linfodrenaggio”,
cfr. suo verbale di interrogatorio, allegato al verbale dib. di primo grado, pag. 2). E non è tutto. Nemmeno è dato a sapere come potesse il fantomatico _ conoscere i dati - strettamente personali - indicati sulla fattura quali il “no. assicurato” dell’imputata e il “no. CAM” (concordato assicuratori malattia) di ABC_1.
Infine - e, soprattutto - non si comprende quale sarebbe stato l’interesse di questo _ a preparare il materiale necessario a mettere in atto una truffa di cui avrebbe beneficiato solo (a meno di un accordo fra i due) l’appellante (unica beneficiaria del versamento fatto d’_, cfr. il conteggio delle prestazioni 28 maggio 2010, allegato all’AI 6).
Fattura 26 febbraio 2008
19.
Sempre dal profilo fattuale, AP 1 contesta di avere modificato la fattura
26 febbraio 2008
che, a suo dire, attesta il numero di sedute di linfodrenaggio da lei effettivamente svolte tra gennaio e febbraio 2008 presso l’_.
19.1.
Nel giudizio impugnato il pretore ha spiegato come non vi siano
“
valide ragioni per discostarsi da quanto sostenuto da ABC_1 (
segnatamente che nel 2008 la signora AP 1 ha fruito di quattro sedute di linfodrenaggio, le sole riportate nell’agenda dell’_ agli atti) e per non ritenere che anche il conteggio 26 febbraio 2008 costituisca un falso commesso dall’imputata, più precisamente ove attesta otto trattamenti supplementari
” (cfr. sentenza impugnata, consid. 13.3, pag. 16).
La conclusione del primo giudice si fonda sostanzialmente sui seguenti elementi (cfr. sentenza impugnata, consid. 13, pag. 15-16):
- l’assenza di prove a sostegno delle dichiarazioni di AP 1, ritenuta, in particolare, la “
portata probatoria pressoché nulla”
della dichiarazione 9 novembre 2010 di _ (nella quale si legge che la donna ha accudito parecchie volte figli dell’imputata per permetterle di frequentare un centro benessere di _)
;
- la restituzione da parte dell’appellante del rimborso percepito per le otto controverse sedute di linfodrenaggio, considerato che
“l’adempimento di una contropretesa non giova alla causa di chi ne contesta il fondamento”
e ciò nonostante l’imputata aveva precisato che la restituzione non andava interpretato come un’ammissione di colpa
;
- l’esistenza di illeciti, temporalmente successivi, già riconosciuti
“i quali -
per rapporto ad un’ipotesi di reato riferita ad una fattispecie pressoché identica - finiscono inevitabilmente per minare la credibilità dell’imputata a favore di quanto sostenuto dall’accusa”
;
- l’inconsistenza della tesi difensiva secondo cui ABC_1,
“avrebbe avuto problemi sul posto di lavoro e necessità di ordine economico generate dall’imminente divorzio”
, considerato come non risulti che la terapeuta abbia mai rivendicato alcunché dall’imputata degli accrediti da questa ricevuti dall’_.
19.2.
Questa Corte - pur non condividendo tutti gli argomenti sviluppati nel giudizio impugnato (in particolare l’indizio di colpevolezza dedotto dall’avvenuta restituzione dei soldi all’_ che, alla luce, della precisazione di cui al consid. 13 perde di rilevanza probatoria) - conferma la conclusione del primo giudice secondo cui la fattura 26 febbraio 2008, che originariamente menzionava solo 4 sedute di linfodrenaggio per complessivi fr. 400.-, è stata modificata dall’appellante con l’aggiunta di ulteriori 8 sedute, per complessivi fr. 800.-.
a.
Come a ragione rilevato dal pretore, si osserva in primo luogo che la versione dell’insorgente - secondo cui essa avrebbe beneficiato di 12 sedute di linfodrenaggio - oltre ad emanare da un soggetto poco credibile (come visto l’appellante ha mentito anche riguardo alle altre due fatture qui in esame) - non ha alcun supporto probatorio.
È pur vero che l’imputata - annessa al suo scritto 5 settembre 2011 - ha prodotto la seguente dichiarazione della signora _:
“
Io sottoscritta, _, Via _, _, confermo che a partire dal mese di gennaio 2008, ho accudito parecchie volte i figli della Signora AP 1 e in particolare _, nato nel mese di novembre giorno 18 del 2007.
Nei mesi di gennaio e febbraio 2008 la signora AP 1 è stata in diverse occasioni assente per frequentare un centro di _ a _. Ricordo in particolare che il 18 gennaio 2008 ero andata io stessa a prendere il piccolo _ davanti _ di _, dove la signora AP 1 è poi entrata per effettuare il suo trattamento”.
(cfr. dichiarazione 9 novembre 2010, allegata all’AI 10).
Tuttavia, l’affermazione della signora _ secondo cui l’appellante - tra gennaio e febbraio 2008 -
“è stata in diverse occasioni assente per frequentare un centro di benessere a _”
ancora non significa che l’appellante, durante tutte le sue assenze da casa, si sia davvero recata _ e che lì si sia davvero sottoposta alle sedute di linfodrenaggio indicate nella fattura, ritenuto come non possa essere escluso né che AP 1 non dicesse alla sua baby sitter la sua vera destinazione né che, nell’ipotesi contraria, presso tale centro estetico si sottoponesse anche ad altri trattamenti (si rileva al riguardo che l’agenda 2008 _,
in annesso 4 all’AI 19,
alla data 18 gennaio 2008, ore 10’45, annota ad esempio
“AP 1, mass bb + visita per fanghi”
).
Va, inoltre, rimarcato che la menzionata dichiarazione è troppo generica per poter supportare validamente la tesi difensiva: la formulazione
“in diverse occasioni”
potrebbe, infatti, riferirsi anche alle sole 4 sedute riconosciute da ABC_1 e non necessariamente alle 12 indicate nella controversa fattura.
b.
Ben p
iù credibile è, invece, la versione di ABC_1 secondo cui AP 1 ha beneficiato unicamente di 4 sedute di linfodrenaggio.
Le sue parole trovano infatti conferma nel libro di cassa dell’_, dal quale risulta che il centro estetico, nei giorni indicati sulla controversa fattura, ha incassato - per trattamenti di linfodrenaggio - unicamente fr. 400.- e meglio fr. 100.- a titolo d’acconto il 1° febbraio e fr. 300.- il 15 febbraio 2008 (cfr. fotocopie del libro di cassa in annesso 3 all' AI 19).
c.
La Difesa, durante l’arringa, ha poi sostenuto
che l’agenda del centro estetico - in corrispondenza delle date menzionate nella controversa fattura - presenta degli evidenti segni di cancellatura, ciò che, a suo dire, comprometterebbe la credibilità di ABC_1.
Questa Corte ha potuto effettivamente appurare che l’agenda in esame presenta - in corrispondenza di alcune delle date indicate nella fattura trasmessa all’_ - degli appuntamenti riconducibili all’imputata depennati o cancellati con la gomma (cfr. agenda 2008 in annesso 4 all’AI 19 alle date 29 e 31 gennaio, 5 e14 febbraio). Ciò, tuttavia, non significa che la donna, in quei giorni, si sia effettivamente presentata presso _ per delle sedute di linfodrenaggio. Anche alla luce di quanto dichiarato dalla titolare della struttura _ (che ha spiegato come presso _ si fosse soliti depennare con un cerchio o con una croce gli appuntamenti disdetti o ai quali i clienti non si presentavano, cfr. AI 24, pag. 4), è infatti del tutto possibile che gli appuntamenti indicati sulla controversa fattura fossero stati fissati dall’appellante e poi disdetti in seguito. Senza poi dimenticare che, in ogni caso, l’agenda non indica appuntamenti dell’appellante per le date 18 gennaio e 7, 19 e 22 febbraio 2008 pure menzionate sulla controversa fattura.
Non è inoltre dato a sapere perché ABC_1 o _ avrebbero dovuto cancellare dall’agenda le annotazioni relative agli appuntamenti dell’appellante e, poi, falsificare la scheda pazienti, come sostenuto dalla Difesa.
Non basta di certo al riguardo un generico accenno alla possibilità (non provata né, in alcun modo, desumibile dagli atti) che esse intendessero incassare soldi in nero (cfr. arringa, doc. dib. d’appello 4, pag. 2).
In diritto
20.
In diritto occorre ora esaminare se, alla luce degli accertamenti che precedono, AP 1 deve essere ritenuta autrice colpevole del reato di
falsità in documenti
.
20.1.
Giusta l’art. 251 cifra 1 CP, si ha falsità in documenti quando un soggetto di diritto, al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, forma un documento falso o altera un documento vero, oppure abusa dell’altrui firma autentica o dell’altrui segno a mano autentico per formare un documento suppositizio, oppure attesta o fa attestare in un documento, contrariamente alla verità, un fatto d’importanza giuridica, o fa uso, a scopo d'inganno, di un tale documento.
Per quanto concerne i presupposti applicativi del reato, si rinvia - in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP - alla giurisprudenza e alla dottrina menzionate dal pretore nel giudizio impugnato (cfr. sentenza impugnata, consid. 7 pag. 9-10).
20.2.
È innanzitutto pacifico che le fatture che emanano da un medico o da un altro fornitore di prestazioni
sono documenti dotati di un valore probatorio accresciuto perché provengono da un soggetto che ha, nei confronti dei pazienti e degli assicuratori a cui carico egli opera, una funzione di garante (cfr. DTF 119 IV 54 consid. 2.c.dd; 117 IV 165
consid. 2c; STF 6B_991/2008 del 9 aprile 2009, consid. 2.3.4; 6S.114/2004 del 15 luglio 2004, consid. 3.3; 6S.89/2003 del 5 maggio 2003, consid. 4.2.1; 6S.655/2000 del 16 agosto 2001, consid. 2d; 6S.491/1999 del 23 settembre 1999, consid. 6c
).
Questi principi si applicano, per analogia, a tutti
quei professionisti del settore medico-sanitario (ad esempio omeopati, osteopati, massaggiatori medicali, etc...) che, pur non operando nel campo dell’assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie, hanno aderito ad un concordato con le casse malati in virtù del quale sono autorizzati a fatturare a loro carico le prestazioni erogate.
E, dunque, anche nel caso di ABC_1 (cfr. al riguardo il no. di concordato indicato sulle controverse fatture).
Ne discende che i conteggi falsificati
dall’appellante hanno, in sé, un valore probatorio accresciuto.
Ciò posto e considerati gli accertamenti di cui sopra secondo cui l’imputata ha formato le fatture 7 maggio 2009 e 23 marzo 2010 e ha alterato la fattura 26 febbraio 2008 forza è concludere che essa ha realizzato, in relazione ai tre conteggi, il reato di falsità in documenti nella variante di cui all’art. 251 cifra 1 cpv. 1 CP. Le fatture sono false sia dal profilo materiale perché esse non emanano dal loro autore apparente, sia dal profilo ideologico dati la loro forza probante accresciuta e il loro carattere menzognero.
Visto l’accertamento secondo cui l’insorgente ha poi spedito i falsi conteggi all’_ per ottenerne il rimborso, occorre ritenere che egli ne ha fatto uso a scopo d’inganno. Dal profilo oggettivo, il reato è dunque realizzato anche nella variante di cui all’art. 251 cifra 1 cpv. 2 CP.
Considerato quanto precede è pacifico che l’infrazione è poi
realizzata anche dal profilo soggettivo: non si vede infatti cosa possa aver determinato l’appellante ad agire se non
l’intenzione di
ingannare la sua cassa malati e procacciarsi in tal modo un indebito profitto.
Ne discende che la condanna di AP 1 per il reato di ripetuta falsità in documenti merita integrale conferma anche in questa sede.
21.
Sempre in diritto occorre determinare se l’agire dell’insorgente ha configurato anche il reato di
truffa
.
21.1.
Giusta l'art. 146 cpv. 1 CP si rende colpevole di truffa chiunque, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, inganna con astuzia una persona affermando cose false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente l'errore inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio o altrui.
Anche in questo caso, per quanto concerne i presupposti applicativi del reato, si rinvia - in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP - alla giurisprudenza e alla dottrina citate dal pretore nel giudizio impugnato (cfr. sentenza impugnata, consid. 14 pag. 17-18).
21.2.
In concreto non occorre spendere molte parole per dimostrare che AP 1 ha astutamente ingannato la cassa malati _. Essa ha trasmesso all’assicurazione tre false fatture che, come visto, facevano fede del loro contenuto perché emanavano apparentemente da una professionista, ABC_1, che - avendo un numero CAM - aveva, nei confronti delle casse malati, una posizione di garante analoga a quella di un medico o di un altro fornitore di prestazioni. Proprio per questo motivo l’appellante - che oltretutto conosceva bene il settore medico-sanitario (nel quale era attiva professionalmente) - poteva confidare nel fatto che l’_ non avrebbe proceduto a verifiche di dettaglio dei tre conteggi inviatile (cfr, per un caso analogo, STPC 72.2004.29 del 13 maggio 2005).
Nella sua arringa l’appellante ha, poi, sostenuto
che l’_ non è priva di colpe per quanto accaduto poiché ha rimborsato quanto indicato nelle fatture ricevute senza nemmeno adoperarsi per un minimo controllo delle note contabili che, in particolare, nemmeno riportavano firme o timbri che ne comprovassero la provenienza. La censura cade nel vuoto ritenuto che, come già rilevato anche dal TF, proprio a motivo del rapporto di fiducia in essere tra i fornitori di prestazioni e le casse malati, quest’ultime non procedono
a regolari e sistematiche verifiche riguardo l’effettività delle prestazioni fatturate. Un simile lavoro di controllo nemmeno può del resto essere preteso poiché richiederebbe un impegno sproporzionato e l’organizzazione di un apparato eccessivamente oneroso dal profilo finanziario (cfr. STF 6S.491/1999 del 23 settembre 1999). Si rileva inoltre che - per motivi di praticità e in virtù dell’evocato rapporto di fiducia - è consuetudine che le fatture emanate dai fornitori di prestazioni medico-sanitarie (e da altri professionisti che operano a carico delle casse malati) non siano firmate.
Ciò posto e ritenuto come sia per il resto pacifico che l’invio all’_ delle tre fatture e la relativa richiesta di rimborso, hanno indotto l’assicurazione a indebitamente versare all’imputata complessivi fr. 2'196.-, forza è concludere che, dal profilo oggettivo, AP 1 ha realizzato il reato di truffa.
Il reato è poi realizzato anche dal profilo soggettivo. Non v’è infatti dubbio sul fatto che l’appellante - che pure era attiva in ambito medico - sapeva che, ricevuti i falsi conteggi, l’assicurazione avrebbe proceduto al rimborso. Pure pacifica, dunque, l’intenzione di procacciarsi un indebito profitto.
In esito la condanna di AP 1 per il reato di ripetuta truffa merita integrale conferma.
22.
Come già dinanzi la Pretura penale, AP 1 chiede poi che questa Corte prescinda dalla sua punizione in applicazione dell’art. 53 CP.
22.1.
Il pretore, dopo aver ricordato i presupposti applicativi dell’art. 53 CP, ha spiegato che, nonostante AP 1 abbia apparentemente risarcito l’_, il disposto non può in concreto trovare applicazione già solo perché l’imputata,
“negando ad oltranza la sua colpevolezza”
, non ha preso coscienza della sua responsabilità. Inoltre, ha ancora rilevato il primo giudice, il perseguimento penale si giustifica anche dal profilo dell’interesse pubblico, ritenuto che
“la professione in ambito medico dell’imputata e, di riflesso, il rischio di fatturazioni fasulle non soltanto per prestazioni da lei ricevute, ma anche fornite”
imponevano di
“sottolineare la gravità della condotta illecita, con una sanzione volta ad evitare che la stessa si ripeta a danno di un indefinito numero di persone”
(sentenza impugnata, consid. 16.1 e 16.2, pag. 19-20).
22.2.
L’art. 53 CP prevede che se l’autore ha risarcito il danno o ha intrapreso tutto quanto si poteva ragionevolmente pretendere da lui per riparare al torto da lui causato, l’autorità competente prescinde dal procedimento penale, dal rinvio a giudizio o dalla punizione qualora le condizioni per la sospensione condizionale della pena siano adempiute (lett. a) e l’interesse del pubblico e del danneggiato all’attuazione del procedimento penale sia di scarsa importanza (lett. b).
Anche in questo caso, per
quanto concerne i presupposti applicativi del disposto, si rinvia, in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP, alla giurisprudenza e alla dottrina indicate dal primo giudice nel giudizio impugnato (cfr. sentenza impugnata, consid. 16 e 16.1 pag. 19-20).
22.
3.
Questa Corte si associa alle pertinenti e condivisibili argomentazioni sviluppate dal primo giudice al consid. 16 della sentenza impugnata (e riassunte al consid. 22.1 del presente giudizio) secondo le quali - nonostante l’appellante abbia effettivamente risarcito il danno causato all’_ - non si giustifica, in concreto, un’esenzione della pena ai sensi dell’art. 53 CP.
23.
Per quanto attiene, infine, alla commisurazione della pena si osserva che nessun appunto può essere mosso alla pena pecuniaria, sospesa condizionalmente, di 10 aliquote giornaliere di fr. 30.- cadauna inflitta a AP 1 dal primo giudice. La sanzione - che appare del tutto mite - è infatti certamente conforme ai criteri di valutazione di cui agli art. 47 CP. Solo di transenna è qui il caso di osservare che la richiesta della Difesa di diminuire la pena in funzione del tempo trascorso dai fatti e dell’avvenuto risarcimento della cassa malati non può essere accolta, perche di questi fattori ha già tenuto conto anche il pretore (cfr. sentenza impugnata, consid. 16.3 pag. 20).
Deve, invece, essere accolta la censura della Difesa volta ad una diminuzione della multa inflitta dal primo giudice. Nonostante la possibilità di infliggere pene accessorie che superino il 20% della pena base alfine di evitare sanzioni con importi irrisori (cfr. DTF 135 IV 191, consid. 3.4), si osserva che, in concreto, la multa comminata dal pretore è pari al 67 % dell’importo complessivo della pena pecuniaria. Ciò appare eccessivo per poterne ancora ammettere il carattere accessorio e si giustifica, pertanto, una sua diminuzione a fr. 100.-.
Confische e sequestri
24.
Confermando anche su questo punto il giudizio di primo grado, viene ordinato il dissequestro della documentazione sequestrata in data 7 marzo 2012 cosi come la confisca delle tre fatture falsificate dall’appellante che dovranno rimanere nell’incarto.
Tasse, spese di giustizia ed indennità ex art. 436 cpv. 2 CPP
25.
Gli oneri processuali di primo grado, per complessivi fr. 950.-, rimangono integralmente a carico di AP 1.
Gli oneri processuali d’appello, per complessivi fr. 1'200.-, sono posti per 19/20 a carico dell’appellante e per il rimanente a carico dello Stato (art. 428 cpv. 1 CPP).
Visto il ridottissimo grado di prevalenza all’appellante non si assegnano indennità ex 436 cpv. 2 CPP.