Decision ID: 9fdda1d1-a3f2-52fe-b647-3860c9272c07
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A._ (la ricorrente), di etnia curda e di nazionalità siriana, nata il ...
1963, vedova e madre di otto figli (sette femmine e un maschio), è
originaria di Shaykh al-Hadid, una cittadina del distretto di Afrin, nel
governatorato di Aleppo, situata a circa ottanta chilometri da quest’ultima
città, sull’asse nord-ovest, a ridosso della frontiera con la Turchia.
B.
Delle sette figlie della ricorrente, tre vivono in Libano, di cui due a Beirut,
una risiede in Siria, a Damasco, una in Turchia e una in Francia. Un’altra
figlia soggiorna in Svizzera, nel Canton Lucerna, beneficiando di
un’ammissione provvisoria (permesso F). In Svizzera vivono pure un
nipote, un pronipote maschio e due pronipoti femmine della ricorrente, tutti
titolari di un permesso F. Per contro, il figlio della ricorrente risulta disperso
in Siria dall’inizio 2018.
C.
Dal 2013 al 2017, la ricorrente ha vissuto con le sue due figlie a Beirut. A
suo dire, al momento di lasciare il Libano, nel 2017, per rientrare in Siria
ad aiutare suo figlio e la sua nuora incinta, ha dovuto firmare un divieto
d’entrata di cinque anni emanato nei suoi confronti dalle autorità libanesi.
All’inizio del 2018, in concomitanza con l’operazione militare cosiddetta
“Ramo d’ulivo”, lanciata il 20 gennaio dalla Turchia con le truppe della
sedicente “Syrian National Army” (SNA o “Turkish-backed Free Syrian
Army” [TFSA]) contro le milizie curde nel distretto di Afrin, e conclusasi il
18 marzo seguente, la ricorrente si è recata di nuovo, nonostante il divieto
d’entrata, in Libano, dalle sue due figlie a Beirut, con le quali vive
presentemente.
D.
Il 15 maggio 2018, tramite il suo rappresentante, la ricorrente ha inoltrato
una domanda di visto umanitario all’Ambasciata di Svizzera in Libano
(ASL), a Beirut, allegandovi una lista dei suoi parenti e la sua richiesta,
indirizzata all’Ambasciata del Libano in Svizzera, tendente ad ottenere una
copia del divieto d’entrata, senza esito positivo. La ricorrente ha pure
annunciato di esibire ulteriori documenti in occasione dell’appuntamento
all’ASL.
E.
Il 18 giugno 2019, la ricorrente ha compilato il formulario “Application for a
F-5814/2019
Pagina 3
long stay visa” (visa D), in cui ha indicato, come scopo del suo soggiorno
in Svizzera, il ricongiungimento familiare (“Family reunion”) e il deposito di
una domanda di asilo (“Application for asylum”). Al formulario la ricorrente
ha allegato tre certificati medici, dell’11 aprile e 2 giugno 2016, nonché del
24 gennaio 2019, i primi due facenti stato di una lordosi e di una scoliosi
lombari, e il terzo riportante la misura del tasso di glucosio nel sangue.
Motivando la sua richiesta, la ricorrente ha sottolineato, in particolare, che,
poco prima dell’operazione militare turca, aveva dovuto lasciare la sua
casa e il distretto di Afrin, e che le milizie curde YPG e YPJ l’hanno trasferita
in un campo di profughi, nella provincia vicina di Al Shahba, precisando
che “nach der türkischen Invasion übernahmen wieder Islamisten (aber
nicht der IS [Islamischer Staat]) die lokale Macht. Es sind die Feinde der
YPJ und YPG. Da in meinem Haus nach meiner Flucht ein Notspital der
YPG und YPJ installiert wurde, gelte ich als deren Verbündete und deshalb
für die neuen Machthaber ebenfalls als Feindin [...] Es ist für mich
unmöglich nach Afrin zurückzukehren. Ich würde sofort getötet, da die
Machthaber genau wissen, dass mir das Haus gehört, in dem das Spital
von YPG und YPJ war”. In questo senso, la ricorrente ha espresso la
convinzione di essere “massiv stärker vom Machtwechsel und der damit
einhergehenden islamistischen Repression betroffen als die
durchschnittliche Bewohnerin der Stadt [Shaykh al-Hadid]”. La ricorrente
ha inoltre indicato di essersi registrata presso l’UNHCR, l’Agenzia ONU per
i rifugiati, il 3 luglio 2013, dopo la sua prima fuga in Libano, ma che “ich
weiss nicht wie der Stand des Verfahrens ist, bzw. ob mein Fall überhaupt
noch bearbeitet wird”. E ha quindi aggiunto che non ha potuto rimanere nel
campo di profughi in cui l’avevano portata le milizie curde a causa dello
stato lamentevole dell’infrastruttura e dei suoi problemi di salute, tra cui il
diabete. Riguardo alle sue attuali condizioni di vita a Beirut, la ricorrente ha
rilevato che sono precarie per via dell’esiguità del monolocale delle sue
due figlie, dove vivono cinque persone, e delle minacce d’espulsione verso
la Siria che incomberebbero su tutti i cittadini di questo Paese che si
trovano in Libano.
F.
Il 19 giugno 2019, mediante apposito formulario, l’ASL ha respinto la
domanda di visto umanitario, indicando come ragione alla base della
decisione che la ricorrente, soggiornando in Libano, si trova in uno Stato
terzo sicuro (“You are staying in a safe third country”).
G.
Il 31 luglio 2019, per il tramite del suo rappresentante, la ricorrente ha
F-5814/2019
Pagina 4
inoltrato alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) un’opposizione
contro la decisione dell’ASL, chiedendo che le sia rilasciato un visto
umanitario allo scopo di depositare una domanda d’asilo in Svizzera.
All’opposizione la ricorrente ha allegato un rapporto dell’organizzazione
non governativa Amnesty International (AI), del 2 agosto 2018, sulle
conseguenze dell’operazione militare turca “Ramo d’ulivo” per la
popolazione civile siriana, due articoli di giornale, uno della “Neue Zürcher
Zeitung” (NZZ) del 19 gennaio 2019 (“Die Libanesen haben genug von den
syrischen Flüchtlingen”), e l’altro del “Middle East Eye” (MEE) del 14
giugno 2019 (“Anti-Syrian Refugee Sentiment Ramps Up in Increasingly
Hostile Lebanon”), nonché l’estratto dedicato al Libano contenuto nel
“World Report 2019” dell’organizzazione non governativa Human Right
Watch (HRW).
In compendio, lamentando “schwere Menschenrechtsverletzungen” sotto il
dominio della TFSA nel distretto di Afrin, la ricorrente ha asserito che
“Infrastruktur wird zerstört, Bewohnerinnen und Bewohner vertrieben oder
zur Zahlung hoher Summen (Berichte sprechen von mindestens
fünftausend Euro) verpflichtet, um in ihre Häuser oder Wohnungen
zurückkehren zu können. Entführungen und das Verschwinden lassen von
Zivilisten gehören ebenfalls zur Tagesordnung”. Più specificamente, in
relazione alla propria persona, la ricorrente ha rilevato che, siccome la sua
casa è stata utilizzata dalle milizie curde quale ospedale d’urgenza,
passerebbe ora per una “Kollaborateurin der kurdischen Kräfte”, per cui un
eventuale suo ritorno al tetto natio “nicht nur unbezahlbar sondern auch
höchst gefährlich für Leib und Leben ist”. Quanto alla sua unica figlia
rimasta ancora in Siria, a Damasco, la ricorrente ha affermato che vive da
sola con i suoi tre figli in condizioni d’esistenza precarie, per cui non
potrebbe accoglierla.
H.
Il 6 agosto 2019, accusato ricevimento e preso atto dell’opposizione, la
SEM ha invitato la ricorrente a versare un anticipo sulle spese procedurali
di fr. 200.– entro un termine di trenta giorni dall’ottenimento del suo scritto,
ciò che è avvenuto puntualmente.
I.
Il 26 settembre 2019, la SEM ha respinto l’opposizione, negando che
sussista una minaccia diretta, seria e concreta per la vita o l’integrità fisica
della ricorrente, e ciò nella misura in cui la medesima risiede in Libano, è
registrata come rifugiata presso l’UNHCR e che il suo stato di salute,
benché “non sia facile”, non giustifica il rilascio di un visto umanitario. A
F-5814/2019
Pagina 5
proposito del divieto d’entrata libanese e della paventata espulsione verso
la Siria, la SEM sottolinea come “tale misura non sia stata in alcun modo
comprovata”, aggiungendo che “non vi è alcun elemento che lasci supporre
l’intenzione delle autorità libanesi di rimpatriare l’interessata”.
J.
Il 4 novembre 2019, tramite il suo rappresentante, la ricorrente ha adito il
Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo, previo annullamento
della decisione impugnata, che le sia rilasciato un visto umanitario e che
sia esentata dal versamento dell’anticipo relativo alle presunte spese
processuali e dal pagamento delle stesse. All’impugnativa la ricorrente ha
allegato gli stessi documenti già esibiti con l’opposizione.
Quanto al merito del gravame, la ricorrente ribadisce essenzialmente gli
argomenti da lei già sviluppati con la domanda di visto e con l’opposizione
contro la decisione dell’ASL.
K.
Il 27 novembre 2019, questo Tribunale ha esentato la ricorrente sia dal
versamento dell’anticipo relativo alle presunte spese processuali, sia dal
pagamento delle spese processuali, invitando nel contempo la SEM a
rispondere al ricorso entro il 13 gennaio 2020.
L.
A scadenza del termine fissatole, e fino ad oggi, la SEM non ha dato
nessun seguito all’invito di questo Tribunale, ciò di cui è preso atto.
F-5814/2019
Pagina 6

Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale
(TAF) del 17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i
ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20
dicembre 1968 sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), salvo nei
casi previsti all’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33
LTAF.
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il provvedimento
del 26 settembre 2019 (conferma del rifiuto di rilasciare il visto umanitario),
che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, costituisce una
decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 2 PA, dimodoché questo Tribunale è
competente a giudicare il presente ricorso. Dato che la procedura verte su
una decisione in materia di diritto degli stranieri concernente l’entrata in
Svizzera di una persona che non è una cittadina di uno Stato membro
dell’Unione europea, la presente sentenza non può essere impugnata
davanti al Tribunale federale ed è quindi definitiva (cfr. art. 83 lett. c cifra 1
della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, RS 173.110]).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA).
In concreto, la ricorrente, destinataria della decisione su opposizione
impugnata, ha inoltrato il ricorso tempestivamente, nel rispetto dei requisiti
previsti dalla legge, per cui lo stesso è ammissibile e nulla osta quindi
all’esame del merito del litigio.
2.
Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
F-5814/2019
Pagina 7
principio, all'inadeguatezza (art. 49 e 54 PA). È determinante, in primo
luogo, la situazione fattuale al momento del giudizio (cfr. DTAF 2014/1
consid. 2 con i riferimenti giurisprudenziali).
Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle
parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio,
siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”),
di meno (“reformatio in peius”) o un'altra cosa (“aliud”) rispetto a quanto
richiesto (art. 62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE
CAMPRUBI, in: Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [ed.],
Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019,
n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun
caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione
d'ufficio del diritto).
3.
Il presente litigio verte sul rifiuto della SEM di accordare alla ricorrente il
visto umanitario da lei richiesto, dimodoché si tratta di verificare se le
condizioni per il rilascio dello stesso siano o non siano soddisfatte.
4.
4.1 In generale, la procedura relativa ai visti e all’entrata in Svizzera
nonché alla partenza dalla Svizzera è retta dalla legge federale sugli
stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr; dal 1° gennaio 2019, in seguito a
modifiche materiali che non influiscono tuttavia sulla trattazione del
presente ricorso, la LStr [RU 2018 3171] è intitolata legge federale sugli
stranieri e la loro integrazione [LStrI, RS 142.20]), come pure dall’ordinanza
concernente l’entrata e il rilascio del visto del 15 agosto 2018 (OEV, RS
142.204; si noti che, il 15 settembre 2018, è entrata in vigore la nuova
versione dell’OEV, applicabile da subito in virtù del suo art. 70).
4.2 Si applica invece l’Accordo del 26 ottobre 2004, in vigore dal 1° marzo
2008, tra la Confederazione Svizzera, l'Unione europea e la Comunità
europea, riguardante l'associazione della Svizzera all'attuazione,
all'applicazione e allo sviluppo dell'acquis di Schengen (AAS), nella misura
in cui esso contempli disposizioni divergenti rispetto alla LStrl (cfr. art. 2
cpv. 4 LStrl e art. 2 AAS; cfr. anche la sentenza TAF F-190/2017 del 9
ottobre 2018 consid. 3).
Gli atti normativi dell’acquis di Schengen sono, fondamentalmente, i
seguenti:
F-5814/2019
Pagina 8
- il regolamento (UE) 399/2016 del Parlamento europeo e del Consiglio del
9 marzo 2016, che istituisce un codice comunitario relativo al regime di
attraversamento delle frontiere da parte delle persone (codice frontiere
Schengen, Gazzetta ufficiale [GU] L 77 del 23 marzo 2016, pagg. 1-52),
modificato dal regolamento (UE) 2017/458 del Parlamento europeo e del
Consiglio del 15 marzo 2017 (GU L 74 del 18 marzo 2017);
- il regolamento (CE) n. 810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio
del 13 luglio 2009, che istituisce un codice comunitario dei visti (codice dei
visti, GU L 243/1 del 15 novembre 2009);
- il regolamento (CE) n. 539/2001 del Consiglio del 15 marzo 2001, più
volte emendato, che adotta l’elenco dei paesi terzi i cui cittadini devono
essere in possesso del visto all’atto dell’attraversamento delle frontiere
esterne e l’elenco dei paesi terzi i cui cittadini sono esenti da tale obbligo
(GU L 81/1 del 21 marzo 2001), in vigore fino al 17 dicembre 2018,
abrogato dal regolamento (UE) 2018/1806 del Parlamento europeo e del
Consiglio del 14 novembre 2018 (GU L 303/39 del 28 novembre 2018).
4.3 Posto il quadro legale, è utile ricordare che “la politica in materia di visti
riveste un ruolo importante nel contesto della prevenzione
dell’immigrazione illegale. Essa può tuttavia esplicare tutta la sua efficacia
unicamente nel contesto di un coordinamento internazionale [...] Come
tutti gli altri Stati, la Svizzera non è di principio tenuta a consentire l’entrata
sul suo territorio a persone straniere. Fatti salvi gli impegni di diritto
internazionale pubblico, le pertinenti decisioni sono prese autonomamente”
(Messaggio del Consiglio federale relativo alla legge federale sugli stranieri
dell’8 marzo 2002 [Messaggio LStr], Foglio federale 2002 3327, pagg.
3351, 3390 e 3391).
In questo senso, né la legislazione svizzera sugli stranieri, né la normativa
Schengen non garantiscono un diritto all’ottenimento di un visto d’entrata
per la Svizzera, rispettivamente per lo spazio Schengen. Peraltro, nel
valutare se le condizioni per il rilascio di un visto siano adempiute, le
autorità competenti godono di un ampio margine d’apprezzamento, che
devono tuttavia esercitare nel rispetto dei principi dello Stato di diritto, tra i
quali spiccano l’uguaglianza giuridica e la protezione dall’arbitrio (cfr. DTF
135 I 143 consid. 2.2 e 135 II 1 consid. 1.1, nonché DTAF 2014/1 consid.
4.1.1 e 4.1.5 e 2009/27 consid. 3).
4.4 Per quanto riguarda i soggiorni di breve durata (fino a 90 giorni), la
nuova OEV specifica che le condizioni d’entrata sono rette dall’art. 6 del
F-5814/2019
Pagina 9
codice frontiere Schengen, mentre le procedure e le condizioni per il
rilascio dei visti per gli stessi soggiorni sono disciplinate dagli artt. 4 a 36,
in particolare dall’art. 25 § 1 lett. a (visti con validità territoriale limitata/VTL),
del codice dei visti (artt. 3 cpv. 1 e 12 cpv. 1 OEV). Per un soggiorno di
lunga durata in Svizzera i cittadini di uno Stato non membro dell'Unione
europea (UE) o dell'Associazione europea di libero scambio (AELS) sono
soggetti all'obbligo del visto pertinente (artt. 4 cpv. 1 e 9 cpv. 1 OEV).
Si osservi che, a proposito dei visti Schengen VTL, la Corte di giustizia
dell’Unione europea (CGUE) ha statuito che l'art. 25 § 1 lett. a del codice
dei visti non è applicabile ai casi in cui una persona proveniente da uno
Stato terzo intenda richiedere un visto con territorialità limitata, per
definizione di breve durata, allo scopo di depositare una domanda di
protezione internazionale nel paese che emanerebbe il visto, rilevando
che, sotto questo profilo, è unicamente applicabile il diritto interno dello
Stato membro implicato (cfr. la sentenza della CGUE del 7 marzo 2017, C-
638/16, PPU, X e X contro Stato belga).
Su questa scia, in sostituzione del vecchio art. 2 cpv. 4 OEV, non più in
vigore (RU 2018 3087), il quale regolamentava l'entrata per un soggiorno
di corta durata in relazione a motivi umanitari, il nuovo art. 4 cpv. 2 OEV
regola le condizioni d’entrata per un soggiorno di lunga durata dovuto a
motivi umanitari, ossia se la vita o l’integrità fisica di chi richiede il visto
corrispondente è direttamente, seriamente e concretamente minacciata nel
Paese di provenienza (cfr., per più dettagli, DTAF 2018 VII/5 consid. 3.6.1
e 3.6.2; N.B.: i visti per soggiorni di lunga durata, tra cui si annoverano
quelli umanitari, sono denominati, secondo la dicitura europea, visti di tipo
D [cfr. punto 7 dell’allegato VII del codice dei visti]).
4.5 Pertanto, un visto (nazionale) umanitario (di lunga durata) secondo il
nuovo art. 4 cpv. 2 OEV, come in precedenza i visti umanitari (di breve
durata) ai sensi dell’art. 2. cpv. 4 vOEV, può essere rilasciato se, in
concreto, si può ritenere che la vita o l'integrità fisica di una persona,
oppure altri suoi beni giuridici o interessi essenziali d’importanza
equivalente (per es., l’integrità sessuale), siano direttamente, seriamente e
concretamente minacciati nel suo paese d'origine o di provenienza (cfr.
anche l’art. 3 LAsi). La persona interessata deve trovarsi in una situazione
di particolare emergenza che renda indispensabile l'intervento delle
autorità, da cui la necessità di concederle un visto d'entrata in Svizzera.
Ciò può essere il caso, ad esempio, in situazioni di conflitto armato
estremamente gravi, in situazioni di guerra particolarmente cruente oppure
per sfuggire ad una minaccia personale reale ed imminente. La domanda
F-5814/2019
Pagina 10
di visto va esaminata con cura, tenendo conto della minaccia attuale, della
situazione personale e della situazione prevalente nello Stato d'origine o di
provenienza. È imperativo esaminare attentamente le specificità della
domanda di visto. Se l'interessato si trova già in uno Stato terzo, si può
supporre, in regola generale, che non sia più minacciato. In questo senso,
le condizioni d'entrata nel quadro della procedura di rilascio di un visto
umanitario sono state espressamente concepite in modo più restrittivo di
quelle che vigevano per le domande di asilo depositate all'estero, quando
ancora sussisteva tale possibilità (cfr. Messaggio LAsi, pagg. 3923 e 3924;
DTAF 2018 VII/5 consid. 3.6.3, la sentenza TAF F-5845/2017 dell’8 giugno
2018 consid. 5 e DTAF 2015/5 consid. 4.1.3; cfr. anche le istruzioni della
SEM “Visto umanitario conformemente all’art. 4 cpv. 2 OEV”, n.
322.123/2018/00045, valide dal 15 settembre 2018, disponibili su Internet:
https://www.sem.admin.ch/sem/it/home.html, alle rubriche “Pubblicazioni e
servizi”, “Istruzioni e circolari”, “Settore degli stranieri”).
5.
La ricorrente, in quanto cittadina siriana, necessita di un visto per poter
entrare in Svizzera e nello spazio Schengen (cfr. artt. 4 cpv. 1 e 9 cpv. 1
OEV, nonché l’allegato 1 del regolamento UE 2018/1806).
A giustificazione della sua richiesta di visto umanitario, la ricorrente fa
valere, essenzialmente, di essere minacciata dalla TFSA, in modo serio,
diretto e concreto, a causa del fatto che le milizie curde avevano installato
nella sua casa, dopo la sua fuga da Shaykh al-Hadid, un ospedale
d’urgenza, ciò che l’identificherebbe, agli occhi della stessa TFSA, come
una collaboratrice delle dette milizie. In questo rispetto, la ricorrente teme
un rimpatrio coatto in Siria per aver infranto il divieto d’entrata che le
autorità libanesi avrebbero spiccato nei suoi confronti, rilevando di non
potere più vivere nel suo Paese d’origine, né a Shaykh al-Hadid, né altrove,
per ragioni di sicurezza e di salute (cfr. consid. E, G e J).
5.1 È necessario innanzitutto sottolineare che la ricorrente si è recata in
Libano, la prima volta, per farsi riconoscere come rifugiata dall’UNHCR,
presso il quale ha depositato, a questo scopo, una richiesta (“application”)
il 3 luglio 2013 (cfr. consid. C e E).
Secondo la stessa Agenzia, “refugee status determination [RSD] pursuant
to UNHCR’s mandate is a core UNHCR protection function. The purpose
of mandate RSD is to permit UNHCR to determine whether asylum seekers
fall within the criteria for international refugee protection. The determination
of refugee status has potentially profound implications for the life and
F-5814/2019
Pagina 11
security of the individuals concerned. It also defines the obligations of
UNHCR towards the individuals, and may also determine the obligations
and responsibilities of governments and other actors with whom UNHCR
cooperates to protect refugees”. Ad ogni persona registrata presso
l’UNHCR è attribuito un cosiddetto “Asylum Seeker Certificate” (ASC), il cui
periodo di validità corrisponde all’“average processing times for first
instance decisions in the UNHCR Office, but which, in any event, should
not exceed one year”, e che può essere rinnovato al massimo per sei mesi,
riservata un’eventuale susseguente “procedure for review” in caso di
decisione di rifiuto della richiesta (cfr. “Procedural Standards for Refugee
Status Determination under UNHCR’s Mandate” [PS-RSD], disponibili su
internet, Introduction e §§ 3.3.5, 3.3.6 e 4; cfr. anche qui sotto, consid. 5.3).
Ora, nell’impugnativa la ricorrente afferma, in poche parole, di non sapere
a che stadio si trovi la sua procedura di RSD, e nemmeno se essa verrà
mai portata a termine (cfr. consid. E). In proposito, alla luce dei termini
procedurali previsti dai PS-RSD e dell’importanza della questione per il suo
futuro, appare poco credibile che la ricorrente non sia a conoscenza dello
stadio della sua procedura RSD o che non sia stata in grado, finora, a quasi
sette anni di distanza dal deposito della sua richiesta, di sollecitarne
l’evasione, anche tenendo conto di quanto successo dopo l’intervento
militare turco ad inizio 2018 (cfr. consid. C), e ciò per acquisire chiarezza,
in definitiva, sul proprio statuto dal punto di vista dell’UNHCR. In questo
senso, e in assenza di altri dati, questo Tribunale non può che presumere,
come del resto la SEM (cfr. decisione impugnata, pag. 4), che la ricorrente,
in quanto titolare di un ASC o, a maggior ragione, quale rifugiata
formalmente riconosciuta, gode della protezione internazionale garantita
dall’UNHCR.
5.2 Per quanto riguarda il motivo principale del ricorso, dall’incarto non
risulta, e non è nemmeno preteso nell’impugnativa, che la ricorrente rivesta
o rivestisse una qualsiasi funzione in seno alle milizie curde, tantomeno
identificabile pubblicamente, che l’avrebbe esposta e l’esporrebbe tuttora
ad una minaccia, individualizzata, da parte della TFSA. Peraltro, in base
agli atti si può plausibilmente presumere che la ricorrente non ha messo la
sua casa, di propria iniziativa, a disposizione delle milizie curde, ma che le
medesime l’hanno requisita per i loro bisogni legati alla resistenza contro
la TFSA.
In questo senso, non si può qualificare la temuta minaccia, in caso di rientro
in Siria, come oggettivamente diretta, seria e concreta, anche se la
ricorrente, alla luce del suo vissuto, la può percepire come tale, nonostante
F-5814/2019
Pagina 12
il fatto che viva, presentemente, in Libano, a Beirut, presso due delle sue
figlie. Questo non significa, beninteso, che la ricorrente, originaria di un
paese ancora, in parte, dilaniato dalla guerra civile, dal terrorismo
fondamentalista e dalla violenza militare, non sarebbe realmente esposta,
in caso di rimpatrio volontario o coatto, all’insicurezza e alla precarietà
generale alla stessa stregua dell’intera popolazione siriana, con intensità
variante in funzione della regione considerata e di altri fattori, quali
l’appartenenza etnica, nazionale o religiosa.
Pertanto, questo Tribunale reputa che, a causa dell’utilizzazione, da parte
delle milizie curde, della sua casa per installarvi un ospedale d’urgenza, la
ricorrente, in caso di ritorno in Siria, non si vedrebbe esposta ad una
minaccia diretta, seria e concreta, da parte della TFSA, per la sua
incolumità e la sua vita, come intesa dalla legge e dalla giurisprudenza (cfr.
consid. 4.4 in fine e 4.5). In questo senso, benché la SEM non si sia
pronunciata sulla questione della minaccia in caso di rimpatrio in Siria,
limitando la propria analisi alla minaccia “nel Paese di residenza”, ossia il
Libano, la decisione impugnata non viola il diritto federale (cfr. art. 49 lett.
a PA).
5.3 Riguardo al rischio che paventa la ricorrente di essere espulsa dal
Libano verso la Siria, occorre mettere in rilievo quanto segue.
5.3.1 La ricorrente sostiene che le autorità libanesi hanno spiccato, nei suoi
confronti, un divieto d’entrata quinquennale nel 2017 (cfr. consid. C).
Benché non abbia esibito questo documento, la ricorrente ne ha chiesto
una copia all’Ambasciata del Libano in Svizzera, all’indirizzo elettronico
indicato sul sito internet della stessa, il 3 aprile 2019, senza però ottenere
una risposta (cfr. consid. D). Stando così le cose, non sussistono ragioni
plausibili per dubitare della veracità delle informazioni fornite dalla
ricorrente.
5.3.2 Già da alcuni anni regna, in Libano, l’insicurezza giuridica per gli
asilanti siriani. “In the summer of 2014, [the Lebanon’s government] began
monitoring border crossings, and recorded about 18,000 Syrians registered
as refugees who were allegedly commuting across the border. Claiming
that these Syrians, as they did not appear to fear returning to their home
country, were not entitled to their UN-designated ‘refugee status’, the
government requested UNHCR to deregister the refugees in question. It
also issued a new regulation that aimed at revoking the special status of
those travelling back to Syria upon re-entry to Lebanon” (cfr. Maja Janmyr
[American University of Beirut, AUB], UNHCR and the Syrian refugee
F-5814/2019
Pagina 13
response: negotiating status and registration in Lebanon, in: The
International Journal of Human Rights, 22 (3), 2018, pagg. 393 a 419).
Dal canto suo, l’UNHCR riferisce che “the protection space for Syrian
refugees in Lebanon has been substantially impacted by a number of
measures put in place in Lebanon since 2015. Admission to Lebanon is
currently restricted to those who can provide valid identity documents and
proof that their stay in Lebanon fits into one of the approved reasons for
entry. Seeking refuge in Lebanon is not among the valid reasons for entry,
other than in exceptional circumstances approved by the Ministry of Social
Affairs. The registration of Syrian refugees by UNHCR in Lebanon was
suspended by the Government in 2015. While UNHCR continues to update
data on the previously registered population, UNHCR advocates for the
resumption of registration activities so as to better manage needs and
responses in Lebanon. For asylum-seekers with nationalities other than
Syrian, UNHCR continues to conduct refugee status determination (RSD)
in order to identify international protection needs and durable solutions”
(https://www.unhcr.org/lb/refugees-and-asylum-seekers; cfr., in aggiunta,
https://www.unhcr.org/refugee-status-determination.html, come pure
https://www.refworld.org/rsdproceduralstandards.html; tutti e tre i siti sono
stati consultati da ultimo il 1° Maggio 2020).
Ora, l’affermazione della SEM, secondo la quale “non vi è alcun elemento
che lasci supporre l’intenzione delle autorità libanesi di rimpatriare
l’interessata” (cfr. decisione impugnata, pag. 4), non convince per la buona
ragione che non esistono nemmeno indizi dell’intenzione contraria, senza
contare che la SEM non sembra fondarsi su risultanze attuali. In effetti, alla
luce delle informazioni sopraesposte, non è possibile sapere, con
sufficiente certezza, se la ricorrente, nel caso in cui dovesse subire un
controllo da parte delle autorità libanesi, non verrebbe rimpatriata in Siria a
causa del divieto d’entrata che la concerne, valido fino al 2022. Tuttavia, la
ricorrente si è registrata presso l’UNHCR il 3 luglio 2013 (cfr. consid. E),
quindi prima dei cambiamenti intervenuti nella politica migratoria del
Libano, per cui è legittimo presumere, nonostante il divieto d’entrata, che
non sia toccata direttamente dagli stessi, tanto più che l’UNHCR ha
continuato e continua ad aggiornare i dati “on the previuosly registered
population”, categoria in cui rientra la ricorrente. Peraltro, come già esposto
al consid. 5.2, un eventuale rimpatrio, anche coatto, della ricorrente, non
l’esporrebbe, in relazione al motivo principale da lei fatto valere con
l’impugnativa, ad una minaccia diretta, seria e concreta, per la sua
incolumità e la sua vita, come intesa dalla legge e dalla giurisprudenza.
F-5814/2019
Pagina 14
5.4 Resta ancora da verificare se le altre due ragioni invocate dalla
ricorrente nell’impugnativa, ossia l’insicurezza in Siria e il suo stato di
salute cagionevole, possano giustificare il rilascio di un visto umanitario a
suo favore.
5.4.1 Riguardo all’insicurezza, la ricorrente vive attualmente in Libano, a
Beirut, presso due delle sue figlie, per cui non è esposta a nessuna
minaccia diretta, seria e concreta per la sua incolumità; peraltro, anche in
caso di rimpatrio a Shaykh al-Hadid, la ricorrente non sarebbe minacciata
personalmente dalla TFSA (cfr. consid. 5.2). Nell’ipotesi di un rimpatrio
coatto in Siria, si deve rimarcare che la ricorrente potrebbe comunque
trasferirsi, perlomeno all’inizio, presso la sua figlia che vive a Damasco (cfr.
consid. B), città risparmiata dalla violenza militare, guadagnando così del
tempo prima di decidere se recarsi altrove.
In questo senso, sia nell’ottica del suo attuale soggiorno in Libano, sia
nell’ottica di un suo eventuale ritorno in Siria, non necessariamente a
Shaykh al-Hadid, e non forzatamente nel campo di profughi di Al Shahba,
non appare che la ricorrente si trovi in una situazione personale di
particolare emergenza che renda necessario di concederle un visto
d’entrata per la Svizzera allo scopo di depositare una richiesta d’asilo (cfr.
consid. 4.5).
5.4.2 Rispetto allo stato di salute della ricorrente, le risultanze radiologiche
da lei prodotte (cfr. consid. E), senza la formulazione di una vera e propria
diagnosi, rivelano una lordosi e una scoliosi a livello lombare come
manifestazioni di processi degenerativi moderati (“partial”, “moderately”,
“moderate”), verosimilmente legati alla sua età. Quanto al referto relativo
alla misura del tasso di glucosio nel sangue (cfr. consid. E), non è posta
alcuna diagnosi e non è proposto nessun trattamento.
Pertanto, anche sotto il profilo medico, non si può ammettere che la
situazione personale della ricorrente sia caratterizzata da una particolare
emergenza che implichi la necessità di rilasciarle un visto d’entrata per la
Svizzera al fine di presentare una domanda d’asilo (cfr. consid. 4.5).
6.
In conclusione, tenuto conto di quanto precede, il ricorso deve essere
respinto e la decisione su opposizione impugnata confermata.
7.
Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte
F-5814/2019
Pagina 15
soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv.
1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del
regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS
173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e
della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della
situazione finanziaria delle parti (art. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).
In concreto, la ricorrente è stata esentata dal versamento di un anticipo a
copertura delle presunte spese processuali (cfr. consid. K), dimodoché,
nonostante l’esito negativo del ricorso, non le si addossano spese
processuali.
Per la stessa ragione, alla ricorrente non sono assegnate spese ripetibili
(art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi ancora che la SEM,
in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità a titolo di ripetibili
(art. 7 cpv. 3 TS-TAF).
(dispositivo alla pagina seguente)
F-5814/2019
Pagina 16