Decision ID: 4038216b-c293-5bd5-8b0b-360de7eb3c76
Year: 2010
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A.
Con decreto d’accusa 30 novembre 2006, il sostituto procuratore pubblico ha proposto la condanna della giornalista RI 1 per titolo di ripetuta diffamazione, in particolare per avere:
- attraverso l’articolo “
buoni-vacanze bidone
” apparso nel gennaio 2004 su _ , reso sospetta la società immobiliare PC 2 di ricorrere a metodi spregiudicati, truffaldini e poco onesti, ricorrendo anche alla somministrazione di psicofarmaci ai potenziali acquirenti, per vendere appartamenti di vacanza in multiproprietà e
- attraverso l’articolo dal titolo “
il circo delle multi-trappole
” apparso nel novembre 2004 su _, accusato la società PC 1 di promuovere la vendita di appartamenti in multiproprietà con metodi poco trasparenti ed ingannevoli, ricorrendo anche alla somministrazione di psicofarmaci ai potenziali acquirenti.
In applicazione della pena, il sostituto procuratore pubblico ne ha proposto la condanna alla multa di fr. 1'500.- e al pagamento di tasse e spese di giustizia, rinviando le parti al competente foro civile per le ulteriori pretese.
B.
Statuendo sull’opposizione presentata il 18 dicembre 2006 , con sentenza 11 ottobre 2007 il giudice della Pretura penale ha confermato il capo d’imputazione contenuto nel decreto d’accusa, dichiarando RI 1 autrice colpevole di ripetuta diffamazione in relazione ai due articoli citati. In applicazione della pena, l’ha condannata ad una multa di fr. 750.- e al pagamento di tasse e spese di giustizia.
C.
Contro la sentenza di condanna dell’11 ottobre 2007 la giornalista ha presentato ricorso per cassazione chiedendo, in via principale, di essere assolta e, in via subordinata, di rinviare gli atti alla pretura penale.
Con pronuncia del 24 novembre 2008 questa Corte ha accolto il ricorso per cassazione per vizi di procedura: in violazione dell’art. 255 cpv. 3 CPP, infatti, le deposizioni dei testimoni sentiti per la prima volta al dibattimento non erano state verbalizzate. Gli atti sono dunque stati rinviati alla Pretura penale per un nuovo giudizio.
D.
A seguito di un nuovo dibattimento, in data 28 aprile 2009 il giudice della pretura penale ha nuovamente dichiarato RI 1 colpevole di ripetuta diffamazione, condannandola al pagamento di una multa di fr. 750.- e delle tasse e spese giudiziarie.
E.
In estrema sintesi, i fatti alla base del giudizio del Pretore sono i seguenti.
a.
Sul numero di gennaio 2004 della rivista _
è stato pubblicato un articolo dal titolo “
buoni-vacanze bidone
” a firma di RI 1, pseudonimo dell’accusata. Nel testo la giornalista riferisce di essere stata contattata telefonicamente per la vincita di un buono per una vacanza di una settimana (pur senza aver partecipato ad alcun concorso), che avrebbe potuto ritirare durante una presentazione del
tour operator
italiano _ in un lussuoso albergo di _. Nell’articolo viene descritto lo svolgimento dell’incontro cui la giornalista ha preso parte, nel corso del quale le è stato proposto, con metodi definiti aggressivi, l’acquisto di un appartamento in multiproprietà a _. Nel testo dell’articolo, l’accusata ha cercato di rendere attenti i lettori su quanto si cela o può celarsi dietro la promessa di una vincita di una vacanza (“
dietro alla promessa di soggiorno gratuito, si nasconde la vendita di appartamenti in multiproprietà
”) ed ha descritto le modalità con cui rappresentanti della ditta organizzatrice dell’evento hanno cercato di indurla a concludere il contratto. Oltre alla narrazione di quanto vissuto in prima persona, nel centro delle due pagine consacrate all’articolo era stato inserito un riquadro (“
consigli
”) dal titolo “
qui c’è puzza di truffa
” e sottotitolato “
ecco alcuni consigli per smascherare chi usa mezzi poco ortodossi per venderci qualcosa
”. Uno di questi consigli suggeriva “
a titolo di precauzione”
di non accettare
“né bevande né cibo: potrebbero contenere psicofarmaci
”. Oltre alla foto dell’albergo dove aveva avuto luogo l’incontro, sulla rivista veniva pubblicata una copia del contratto proposto alla giornalista, che riportava quale società venditrice tale PC 2.
b.
In relazione a tale articolo il 19 gennaio 2004 la PC 2 ha sporto una querela penale per diffamazione e calunnia nei confronti dell’autrice dell’articolo e del redattore responsabile de _.
c.
Sul numero di novembre 2004 della rivista è apparso un nuovo articolo dell’accusata avente per tema la vendita di appartamenti in multiproprietà, intitolato “
il circo delle multi-trappole
”. Nell’articolo veniva descritto un ulteriore incontro, organizzato dalla PC 1 e svoltosi in un esercizio pubblico di _, cui la giornalista si era presentata fingendosi la parente di un lettore che era stato invitato per ritirare un buono viaggio del valore di 1'000.- Euro. Analogamente al pezzo apparso nel numero di gennaio della rivista, in tale articolo veniva descritta la metodologia di vendita e i tentativi di convincimento messi in atto dal personale della società. Un riquadro intitolato “
manipolati ma contenti
” riportava le spiegazioni di un professore francese in merito ad un tipo di meccanismo di vendita utilizzato. Anche in tale articolo veniva pubblicata una copia del contratto proposto, sul quale era leggibile il nome della società, e un riquadro contenente dei consigli, fra i quali la seguente raccomandazione: “
a titolo di precauzione non accettate né bevande né cibo: sono stati segnalati casi in passato di somministrazioni di psicofarmaci per rendere più influenzabili i potenziali clienti
”.
d.
Anche tale articolo ha dato luogo ad una querela penale per diffamazione e calunnia nei confronti dell’autrice degli articoli e del redattore responsabile, sporta dalla PC 1 il 25 novembre 2004. Tale società ha pure dato avvio ad un contenzioso civile, tuttora pendente, nei confronti dell’accusata, del redattore responsabile e della società editrice della rivista.
F.
Con dichiarazione di ricorso del 28 aprile 2009 RI 1 è insorta anche contro tale pronuncia. Nelle motivazioni datate 5 giugno 2009, la ricorrente sostiene che la sentenza del pretore viola il diritto sostanziale, é affetta da vizi essenziali di procedura e contiene accertamenti di fatto arbitrari. Domanda, pertanto, in via principale di essere prosciolta e, in via subordinata, il rinvio degli atti alla pretura per un nuovo giudizio.
G.
Con scritto del 22 giugno 2009, il procuratore pubblico, senza svolgere particolari osservazioni, ha chiesto l’integrale conferma della sentenza impugnata.
Con osservazioni 13 luglio 2009, le parti civili hanno domandato la reiezione del gravame, con protesta di tasse, spese e ripetibili.

Considerando
in diritto: 1.
Nel suo memoriale la ricorrente contesta la sentenza impugnata sotto diversi profili, in particolare per violazione del diritto sostanziale (violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, CEDU, punti 9-37, e violazione del codice penale, punti 38-71), per “
assunzione scorretta dei mezzi di prova
” giusta l’art. 288 lett. a e b CPP (punti 72-76) e per accertamenti di fatto arbitrari giusta l’art. 288 lett. c CPP (punti 77-89).
RI 1 chiede il proprio proscioglimento ritenendo che gli articoli in questione e le affermazioni ivi contenute non abbiano carattere diffamatorio (ricorso, punti 3 e 6). In via subordinata chiede di essere prosciolta in quanto ritiene di aver portato sia la prova della verità che quella della buona fede delle sue affermazioni (ricorso, punti 4-5). In via ancor più subordinata, se le prove agli atti non fossero considerate sufficienti ai fini della prova della verità e della buona fede, la ricorrente chiede di “
annullare la sentenza e rifare il processo allo scopo di verbalizzare l’audizione di _
” (ricorso, punto 8). La ricorrente sostiene inoltre che le querele sporte nei suoi confronti non siano valide.
2.
Data la natura della contestazione, occorre esaminare in primo luogo la censura della ricorrente riguardante la validità delle querele sporte dalle società PC 2 e PC 1.
2.1.
Nel suo memoriale, RI 1 sostiene che entrambe le querele sporte nei suoi confronti non sono valide e chiede, di conseguenza, il suo proscioglimento dal reato di diffamazione.
A suo parere, la PC 2
“è una ditta che non esiste e nemmeno esisteva all’epoca della querela”
(ricorso, punto 41) poiché la società
“non figura né sul registro di commercio della _ (www._ ) e nemmeno sul motore di ricerca Google”
(ricorso, punto 41). Inoltre,
“il sito dell’albergo PC 2”
di _ (www.PC 2) è registrato a nome di un’altra azienda, come si può evincere dal sito _ (_)”
(ricorso, punto 41).
A mente della ricorrente, non è valida nemmeno la querela 25 novembre 2004 sporta dalla PC 1 in quanto sottoscritta da _ ad un’epoca in cui quest’ultimo “
non poteva ancora firmare per la PC 1
”
, poiché iscritto a Registro di commercio solo dal 13 maggio 2005 (ricorso, punto 40).
Nelle osservazioni del 13 luglio 2009, queste censure sono definite contrarie alla buona fede processuale in quanto l’asserita irregolarità delle procure avrebbe dovuto essere sollevata dalla ricorrente non appena possibile, “
indi già quando ha ottenuto l’accesso agli atti
”, a norma dell’art. 288 lit. b CPP. Le parti civili sostengono che, ad ogni modo, si tratta di censure infondate in quanto l’iscrizione della PC 2 risulta dal sito del Registro di commercio domenicano e in quanto la querela sporta dalla PC 1 è stata sottoscritta dall’amministratore unico _ (osservazioni, punti 38-42).
2.2.
L'art. 30 cpv. 1 CP (corrispondente all’art. 28 cpv. 1 vCP) prescrive che, se un reato è punibile solo a querela di parte - come è il caso per la diffamazione (art. 173 cpv. 1 CP) - chiunque ne è stato leso può chiedere che l'autore sia punito. La querela penale è una dichiarazione di volontà incondizionata mediante la quale la parte lesa domanda all'autorità competente il promovimento dell'azione penale (STF 6S.110/2005 del 1° settembre 2005 consid. 2.2; DTF 128 IV 81 consid.
2a; 115 IV 2 consid. 2a; 108 Ia 99 consid. 2; 106 IV 244 consid.
1 e rif.; Favre/ Pellet/Stoudmann, Code pénal annoté, Lausanne 2007, ad art. 30 n. 1.2). In quanto condizione dell’azione penale (e non di punibilità dell’atto, secondo la giurisprudenza e la dottrina maggioritaria, cfr. Stratenwerth, Schweizerisches Strafrecht AT I, 3 ed., §8 n. 29) la validità di tale atto deve essere esaminata d'ufficio (STF 6S.439/2003 dell’11 agosto 2004, consid. 6; sentenza CCRP 18 febbraio 2000, inc. 17.1999.61, consid. 4; Riedo, Basler Kommentar, ad art. 30 n. 67 e rif.). L’esistenza di un difetto formale della querela comporta l'abbandono del procedimento (
T
rechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, vor art. 30 CP, n. 4 e 11; Riedo, op. cit., ad art. 30 n. 71). Il diritto federale lascia alla procedura cantonale la facoltà di definire i requisiti di forma della querela (DTF 90 IV 170; 103 IV 132 con rif.; Favre/ Pellet/Stoudmann, op. cit., ad art. 30 n. 1.3): l’art. 68 CPP prevede che essa deve essere presentata in forma scritta (Rusca/Salmina/Verda, Commento del CPP ticinese, ad. art. 68 n. 6).
Quando la querela è sporta a nome di una persona giuridica, occorre riferirsi alla sua struttura interna per determinare chi è legittimato a presentarla. In generale, tale qualità appartiene all’organo che ha per compito di vegliare sugli interessi lesi dall’infrazione e i cui poteri sono menzionati a Registro di commercio. Nella società anonima, si tratta, di principio, del consiglio di amministrazione (DTF 118 IV 167, consid.
1;
99 IV 2
/5 consid. a–d; Riedo, op. cit., ad art. 30 n. 60; Favre/Pellet/Stoudmann, op. cit, ad art. 30 n. 1.8).
Se il firmatario della querela non disponeva dei necessari poteri di rappresentanza, la querela è ammissibile soltanto ove la ratifica dell’avente diritto intervenga prima della scadenza del termine di tre mesi dell’art. 31 CP (DTF 118 IV 167 consid. 1; 103 IV 72 consid. 4b; cfr CCRP 18 febbraio 2000, inc. 17.1999.61, consid. 4 in cui una querela non è stata considerata valida in quanto sottoscritta unicamente da un rappresentante iscritto a registro di commercio con diritto di firma a due, e ratificata da un altro titolare di diritto di firma dopo la scadenza del termine di tre mesi).
2.3.
In concreto, la querela penale datata 19 gennaio 2004 è stata sporta dalla PC 2, società che viene indicata avere sede a _ (senza ulteriori precisazioni geografiche) e il cui “
domicilio legale
” viene segnalato presso lo studio _. Solo dal doc. 1 dell’incarto DI.2004.1295 (cfr incarto del procedimento civile OA.2006.258 in atti) si deduce che l’indirizzo della società é in _. Nella querela in questione non è stato indicato chi ne sia il firmatario né in base a quali poteri di rappresentanza questi abbia agito a nome della società. Di conseguenza, in data 29 gennaio 2004 il sostituto procuratore pubblico ha domandato alla società di fornire “
la necessaria documentazione atta ad accertare i nominativi delle persone che possono validamente rappresentare la società PC 2, rispettivamente il nominativo della persona che ha firmato la querela
” (AI 2). Il 6 febbraio seguente, una collaboratrice dello studio _ ha informato l’autorità inquirente di avere richiesto “
la documentazione dalla quale emergono i nominativi delle persone che detengono il potere di rappresentanza della PC 2
”
(AI 3). Non risulta, però, che in seguito la documentazione promessa sia stata presentata al sostituto procuratore pubblico. L’unica documentazione fatta pervenire al ministero pubblico è costituita da una “
copia della procura
sottoscritta dall’amministratrice della PC 2, tale _
” in favore dello studio _, allegata allo scritto 16 febbraio 2004 del suddetto studio legale; “
la procura e la relativa firma risultano autentificate da _, notaio in _
” (doc. AI 4).
Quindi, in realtà, la richiesta del sostituto procuratore pubblico è rimasta inevasa: né PC 2 né gli avvocati che sono intervenuti hanno prodotto la documentazione atta ad accertare i nominativi delle persone che possono validamente rappresentare la società PC 2
né a rendere in qualche modo identificabile la persona che ha firmato la querela. Nell’incarto non vi è traccia di riscontri documentali atti a dimostrare, da un lato, l’esistenza giuridica della società - come visto, contestata dalla ricorrente - e, dall’altro lato, i poteri di rappresentanza societari. Infine, nessuna indicazione è stata data in merito all’identità del firmatario della querela.
La procura rilasciata allo studio legale _ non è di alcun ausilio, nella misura in cui non è noto se la firmataria (tale _) disponga effettivamente di qualche tipo di potere di rappresentanza societario. Si rileva, del resto, che la firma di quest’ultima non corrisponde a quella presente sulla querela. La dichiarazione notarile apposta in calce alla procura non è che la certificazione che la firma sul documento appartiene a _ (“
certifico y doy fe que la firma que antecede es la de _, quien me declamò que esa es la firma que acostumbra usar en todos los actos de su vida
”; allegato a doc. AI 4), ma non aggiunge nulla riguardo alla legittimazione della firmataria, al suo ruolo in seno alla società o ai suoi poteri di firma a nome e per conto della PC 2.
Che tali informazioni possano emergere dalla consultazione del Registro di commercio domenicano, ovvero dal sito internet www._, è circostanza che non può essere verificata da questa corte in quanto in sede di cassazione è vietato mutare il materiale processuale che ha formato oggetto del primo giudizio così che nuove prove non pertanto ricevibili (Rep. 1973 pag. 240 consid. 7; CCRP, sentenza del 20 marzo 1989 in re P., consid. 1.2; del 18 febbraio 2000 in re F., consid. 1; del 26 aprile 2000 in re I., consid. 1; del 12 settembre 2000 in B., consid. 1, del 6 maggio 2003 in re R., consid. 2, del 18 agosto 2004 in re G. consid. 1; del 6 maggio 2003 in re R. consid. 2; del 24 maggio 2004 in re CFCG c. S.B.). Si osserva ad ogni buon conto che, anche se questa Corte disponesse di una maggiore facoltà di esame in tale ambito, tale verifica risulterebbe infruttuosa in quanto il sito indicato risulta essere inutilizzabile a tempo indeterminato (“
Lo sentimos, no podrá consultar en estos momentos su registro mercantil, ya que estamos modernizando nuestros sistemas
”).
In queste condizioni, ritenuto che la validità della querela costituisce un presupposto dell’azione penale che deve essere verificato d’ufficio in ogni stadio del procedimento (pertanto, indipendentemente dal fatto che una parte eccepisca o meno la non validità di tale atto), questa Corte deve constatare che non vi è una valida querela relativamente all’articolo in cui si fa riferimento alla PC 2 e, pertanto, deve accertare che, al riguardo, non poteva essere avviato alcun procedimento penale.
Sulla questione, è irrilevante che il sostituto procuratore pubblico abbia portato avanti il procedimento nonostante l’assenza di precisi riscontri alle sue doverose richieste del 29 gennaio 2004 e il fatto che, sino ad oggi, la questione della validità della querela non sia stata oggetto di esame da parte dei tribunali che si sono pronunciati sul tema.
Altrettanto irrilevante è la questione di sapere se RI 1 abbia sollevato la censura relativa alla querela tempestivamente ai sensi dell’art 288 lett. b CPP o se la sua censura debba essere ritenuta o meno costitutiva di un abuso di diritto.
Pertanto, in accoglimento di questo punto del ricorso, RI 1 deve essere assolta dall’imputazione di diffamazione nei confronti della PC 2.
2.4.
Per contro, le tesi della ricorrente in merito alla querela sporta dalla PC 1 il 25 novembre 2004 non possono essere seguite.
Non è dato sapere da quali riscontri la ricorrente deduca che la firma apposta sulla querela appartenga a _ (che è stato iscritto a Registro di commercio quale procuratore della società solo dall’ottobre 2005, con firma collettiva a due; cfr. inc. rich. DI.2004.1295, doc. B e inc. rich. OA.2006.258, doc. B). Benché nella querela non sia indicato il nominativo del firmatario, come risulta dal raffronto tra le firme apposte sulle procure rilasciate allo studio legale in questione per le vertenze civili (cfr. inc. rich. DI.2004.1295, doc. A e inc. rich. OA.2006.258, doc. A) e penali (cfr. procura 24 novembre 2004), la querela risulta essere stata sottoscritta da _, amministratore unico della società, con poteri di firma individuale dall’ottobre 2003 (cfr. inc. rich. DI.2004.1295, doc. B e inc. rich. OA.2006.258, doc. B). La querela sporta dalla PC 1 deve pertanto essere considerata formalmente valida e, su questo punto, il ricorso deve, perciò, essere respinto.
Visto quanto sopra, le censure della ricorrente verranno, dunque, analizzate unicamente con riguardo alla condanna scaturita dalla querela della società PC 1 in relazione all’articolo dal titolo “
il circo delle multi-trappole
” del novembre 2004.
3. RI 1
sostiene che la sua condanna per diffamazione costituisce una violazione del diritto ad un equo processo (art. 6 CEDU) e del diritto ad un ricorso effettivo (art. 13 CEDU), diritti da cui deduce “
il diritto all’appello davanti a un tribunale d’appello che riesamini i fatti
” (ricorso, punto 13), diritto negato in Ticino dove “
al momento non è possibile fare ricorso in appello contro la sentenza di primo grado
” ma solo interporre ricorso per cassazione. Pertanto – conclude la ricorrente sulla questione - “
la sentenza impugnata viola l’art. 13 CEDU
” (ricorso, punti 13-14).
3.1.
Giusta l’art. 288 CPP, il ricorso per cassazione può essere presentato per errata applicazione del diritto sostanziale ai fatti posti a base della sentenza (lett. a), per vizi essenziali di procedura (purché il ricorrente abbia eccepito l’irregolarità non appena possibile) (lett. b) e per arbitrio nell’accertamento dei fatti (lett. c). Si tratta pertanto di un rimedio di mero diritto (in merito al quale la CCRP ha pieno potere d’esame), l’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove essendo censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP), laddove arbitrario non significa manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371; DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).
L’art. 13 CEDU (RS 0.101) prevede che ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone agenti nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.
La giurisprudenza del Tribunale federale ha avuto modo di precisare che tale norma – di natura accessoria rispetto alle altre garanzie convenzionali (STF 29 novembre 2006, inc. 6P.179/2006, consid. 3.4.) – si limita a consacrare il diritto di ognuno ad un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale che rispetti le garanzie procedurali minime quali ad esempio il diritto di essere sentito ed il diritto ad una decisione motivata (DTF 121 I 87 consid. 1b e rif.; CCRP 07 agosto 2009 inc. 17.2008.38, consid. 4), e che la limitazione all'arbitrio del potere cognitivo della CCRP
non viola di principio le pertinenti garanzie convenzionali (STF 6B_345/2007 del 12 giugno 2008, consid. 2.3; 6P.179/2006 del 29 novembre 2006, consid. 3). Secondo l’Alta Corte, un procedimento dinanzi al tribunale di seconda istanza che sia limitato al riesame completo delle questioni di diritto e al riesame dei fatti e delle prove solo sotto il profilo dell'arbitrio è ammissibile dal profilo della CEDU, che non esige che un siffatto tribunale sia dotato di pieno potere d'esame, sia in fatto che in diritto (v. DTF 124 I 92 consid. 2c).
La Corte europea dei diritti dell’uomo è stata chiamata ad esprimersi proprio sulla procedura penale ticinese con riferimento alla conformità all'art. 2 cpv. 1 Protocollo addizionale n. 7 CEDU (
attinente al diritto di ricorso in materia penale; RS 0.101.07) e all'art. 14 cpv. 5 del Patto ONU II (che prevede il diritto per ogni individuo condannato per un reato a che l’accertamento della sua colpevolezza e la condanna siano riesaminati da un tribunale di seconda istanza in conformità della legge; RS 0.103.2). La Corte di Strasburgo ha ritenuto che il potere di cognizione delle due istanze superiori – CCRP e Tribunale federale – limitato al controllo dell'arbitrio non costituisce una violazione degli aspetti essenziali del diritto di ricorso (decisione 12 aprile 2001 della Corte europea dei diritti dell'uomo, causa Waridel contro Svizzera, richiesta n. 39765/98; STF 6P.179/2006 del 29 novembre 2006, consid. 3.3; STF 6B_345/2007 del 12 giugno 2008, consid. 2.3).
Il Tribunale federale ha peraltro avuto modo di riconoscere la conformità dell’art. 288 CPP alla nuova Costituzione ticinese del 14 dicembre 1998, in particolare al suo art. 76. Secondo l’alta Corte, la norma in questione mira unicamente a garantire il doppio grado di giurisdizione, ovvero l’esistenza di un’istanza di ricorso, ma per il resto lascia al legislatore la più grande libertà d’azione (STF del 21 novembre 2002, inc. 6P.102/2002, consid. 3.2).
3.2.
La censura della ricorrente non ha, dunque, pregio.
La giurisprudenza nazionale e sovranazionale ha chiaramente stabilito che la limitazione all’arbitrio del potere cognitivo della CCRP relativamente all’accertamento dei fatti non configura una violazione delle
garanzie costituzionali e convenzionali
.
Va, qui, poi aggiunto che dal fatto che il nuovo codice di procedura penale federale, la cui entrata in vigore è prevista per il 2011, preveda quale principale mezzo di ricorso l’appello (Messaggio concernente l’unificazione del diritto processuale penale del 21 dicembre 2005 del 21 dicembre 2005, FF 2006 989, pag. 1216) nulla può essere dedotto. Del resto, anche il diritto processuale unificato prevede dei casi in cui l’esame dei fatti da parte del tribunale di secondo grado sarà limitato in modo corrispondente all’attuale potere di cognizione di questa Corte (cfr art. 398 cpv. 4 CPP federale).
La censura della ricorrente riferita all’art. 13 CEDU non può, pertanto, che essere respinta.
4.
La ricorrente propone, poi, una censura ex art 288 lett. a CPP, sostenendo che l’articolo “
il circo delle multi-trappole
”, pubblicato sul numero di novembre 2004 de _, non ha carattere diffamatorio e che il primo giudice abbia sbagliato nel considerare data una lesione all’onore della querelante.
4.1.
Al proposito, il giudice di prime cure ha, dapprima, rilevato che, nell’articolo incriminato, vengono descritte
“delle modalità di seduzione del pubblico attraverso l’offerta di buoni viaggio, il susseguente invito a un incontro presso un albergo della zona di residenza dei potenziali clienti per il ritiro della vincita e le incalzanti pratiche di convincimento adottate dai venditori appositamente istruiti per persuadere chi, ingolosito dall’omaggio fittizio, si è presentato sul posto”
e, poi, ha precisato che il resoconto è da considerare
“abbastanza vicino alla realtà, così come sperimentata personalmente dalla giornalista”
(sentenza, consid. 8, pag. 9). Ciò detto, il primo giudice ha ritenuto che
“a rendere il testo lesivo dell’onore della ditta PC 1 – nominata apertamente nell’articolo almeno a tre riprese, oltre che attraverso la riproduzione della copia del contratto con la sua intestazione – è, per contro, l’utilizzo di termini
«
inequivocabilmente troppo forti
»
”
, e meglio il fatto che le modalità di vendita vengono definite per due volte come
“tecniche di manipolazione raffinate”
e coloro che si interessano a tali acquisti come
“liberi di essere manipolati”
per, poi, chiosare che
“si sconfina nella manipolazione vera e propria”
. Ancora lesivo dell’onore della società è – per il primo giudice -
“l’inserimento dei due riquadri”
, il primo
“che si rifà a un’intervista rilasciata dal Prof. _ alla trasmissione televisiva _ del 14 ottobre 2004, invero riferita ai sistemi, comunque analoghi, di vendita-dimostrazione di oggetti vari”
, intitolato
“manipolati ma contenti”
, e il secondo nel quale vengono elencati alcuni consigli nei quali si suggerisce
“a titolo di precauzione non accettate né bevande né cibo: sono stati segnalati casi in passato di somministrazioni di psicofarmaci per rendere più influenzabili i potenziali clienti”
(sentenza impugnata, consid. 8, pag. 9).
Secondo il primo giudice, la continua ripetizione del termine manipolazione – vocabolo che ha “
una chiara accezione negativa e significa intrigo, imbroglio
” – ha quale effetto di indurre il lettore “
ad accomunare tale attività con quella della parte civile
” (sentenza, consid. 8, pag. 9) e porta “
a concludere che la ditta in questione inganni i propri clienti e venda loro, contro la loro volontà, degli appartamenti in multiproprietà, causando loro un non meglio specificato danno patrimoniale. Che li truffi quindi
” (sentenza, consid. 8, pag. 10). Effetto che viene raggiunto anche – sempre secondo il primo giudice – dall’utilizzo di termini quali
«metodi spregiudicati», «puzza di bruciato», «imbonitori»
” che, se da soli “
non richiamano l’inganno”,
contestualizzati
rafforzano l’impressione
“che ci si trovi di fronte a un raggiro”
. Anche il titolo (“
Il circo delle multi-trappole
”) e il sottotitolo (“
Dietro i viaggi omaggio si cela la vendita di multiproprietà. Lo rivela una mascherata de _
”) contribuiscono – per il primo giudice - a rafforzare l’idea di un imbroglio (sentenza impugnata, consid. 8, pag. 10).
Infine, conclude il primo giudice, il riquadro intitolato
“consigli”
– pur non parlando di truffa e senza fare
“direttamente capo a espressioni che richiamano il caso concreto”
–
“non può che essere collegato all’attività di parte civile”
poiché consiglia
“di diffidare proprio di quanto descritto nell’articolo principale”
e, perciò, il consiglio di non accettare cibo o bevande
“porta a desumere che i venditori della società in questione siano spregiudicati al punto tale da essersi potuti spingere o da potersi spingere a drogare i clienti pur di fare loro siglare la compravendita”
(sentenza, consid. 8, pag. 10).