Decision ID: 0435f2be-b1bd-5df5-8f11-9ae3638068a0
Year: 2017
Language: it
Court: TI_TCAS
Chamber: TI_TCAS_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: social_law

ritenuto in fatto
1.1. Nel 2013 (doc. 4) RI 1, 1966, ha chiesto prestazioni AI per adulti a causa di disturbi lombari apparsi il 30 gennaio 2012, che da allora l’hanno resa inabile al lavoro di casalinga. Esperita una perizia reumatologica nell’estate 2013 (doc. 34) che l’ha ritenuta abile al 100% come casalinga ma con riduzione del rendimento del 25%, abile al 100% in attività adatte al suo stato di salute mentre con riduzione del 40% come cameriera/gerente di bar, con decisione del 27 novembre 2013 (doc. 44) l’Ufficio assicurazione invalidità le ha negato la rendita (grado AI 6%).
1.2. Nel settembre 2014 (doc. 53) l’assicurata ha inoltrato una nuova domanda di prestazioni lamentando un netto peggioramento delle sue condizioni di salute, poiché i forti dolori alla schiena avevano coinvolto anche il ginocchio destro. L’amministrazione ha svolto degli accertamenti medici che sono sfociati il 3 maggio 2016 (doc. 87) in una nuova perizia del dr. med. _. Il perito ha ribadito che dal 1° dicembre 2015 l’abilità era del 100% in un lavoro adatto allo stato di salute fermo restando determinati limiti funzionali e di carico, l’inabilità era di 2/3 quale cameriera intesa come diminuzione del rendimento e l’abilità era totale come casalinga ma con diminuzione del rendimento di 1/3. Il reumatologo ha precisato che dopo il primo intervento al rachide lombare, dal 28 novembre 2014 e fino al 29 novembre 2015 l’inabilità lavorativa era totale in qualsiasi tipo di attività.
Con decisione del 28 febbraio 2017 (doc. B), che confermava il progetto di decisione dell’11 novembre 2016 (doc. 92) anche a seguito delle osservazioni formulate dall’assicurata (doc. 100) che sono state sottoposte al perito (doc. 104), l’Ufficio AI le ha attribuito una rendita intera di invalidità temporanea (grado AI 100%) dal 1° novembre 2015, ossia alla scadenza dell’anno di attesa, e fino al 31 marzo 2016, tre mesi dopo il miglioramento.
1.3. Con ricorso del 5 aprile 2017 (doc. I) RI 1, patrocinata dall’avv. RA 1, ha chiesto di annullare la decisione dell’Ufficio AI e in via principale di concederle una rendita intera di invalidità, mentre in via subordinata di rinviare gli atti all’amministrazione per nuovi accertamenti.
La ricorrente ha contestato i gradi di (in)capacità lavorativa alla luce della sintomatologia lombovertebrale dovuta ad importanti processi degenerativi del rachide lombare che sono stati rilevati dal suo medico curante dr. med. _, il quale il 14 marzo 2017 (doc. C) ha osservato che a breve/medio termine sarebbe stato opportuno un terzo intervento a livello L3/L4, visto che la risonanza magnetica effettuata quel giorno (doc. D) ha attestato la presenza di discopatie da D2 a L4 senza conflitti radicolari e un’ernia discale L3/L4 laterale sinistra con un conflitto con la radice L4 sinistra; restringimenti importanti dei forami di coniugazione delle radici C6 bilateralmente e C7 sinistra.
Dal profilo economico, la ricorrente ha evidenziato che per stabilire il reddito ipotetico che potrebbe conseguire andrebbe considerata la sua età, l’assenza di una formazione specifica, l’impossibilità di essere occupata a tempo pieno e i limiti funzionali, perciò andrebbe applicata la riduzione massima del 25%.
1.4. Nella risposta del 15 maggio 2017 (doc. VIII) l’Ufficio AI ha proposto di respingere il ricorso, rilevando che le conclusioni emerse dalla perizia reumatologica effettuata dal dr. med. _ erano chiare e coerenti e che il perito aveva già valutato l’assicurata nel 2013 determinandosi nuovamente nel 2016 sul caso e sull’evoluzione dello stato di salute, precisando al meglio le variazioni intervenute negli anni, le limitazioni funzionali e la capacità lavorativa residua nelle varie attività. I due certificati medici prodotti con il ricorso sono stati sottoposti all’esame del Servizio Medico Regionale, il quale non ha rilevato un sostanziale peggioramento rispetto alla situazione valutata dal reumatologo, ma che il conflitto radicolare L4 a sinistra era già presente nella risonanza magnetica del 2015 (doc. VIII/1).
Per quanto concerne le riduzioni da applicare al reddito da invalido, l’Ufficio AI ha confermato il tasso del 5% non ritenendo valide le giustificazioni addotte dalla ricorrente.
1.5. Il 24 maggio 2017 (doc. X) l’insorgente ha comunicato al TCA di non avere ulteriori mezzi di prova da produrre, confermando il peggioramento del suo stato di salute certificato dal dr. _.

considerato in diritto
2.1. Oggetto del contendere è sapere se correttamente, nell’ambito di una nuova domanda di prestazioni del settembre 2014, l’Ufficio assicurazione invalidità ha attribuito all’assicurata una rendita intera di invalidità temporanea, ossia (soltanto) per il periodo dal 1° novembre 2015 al 31 marzo 2016.
2.2. Secondo l'art. 4 cpv. 1 LAI in relazione con gli artt. 7 e 8 LPGA, con invalidità s'intende l'incapacità al guadagno presunta permanente o di rilevante durata, cagionata da un danno alla salute fisica o psichica, conseguente a infermità congenita, malattia o infortunio.
Gli elementi fondamentali dell'invalidità, secondo la surriferita definizione, sono dunque un danno alla salute fisica o psichica conseguente a infermità congenita, malattia o infortunio, e la conseguente incapacità di guadagno.
Occorre quindi che il danno alla salute abbia cagionato una diminuzione della capacità di guadagno, perché il caso possa essere sottoposto all'assicurazione per l'invalidità (Scartazzini, Les rapports de causalité dans le droit suisse de la sécurité sociale, Basilea e Francoforte sul Meno 1991, pag. 216 segg.).
Per incapacità al lavoro s'intende qualsiasi incapacità, totale o parziale, derivante da un danno alla salute fisica, mentale o psichica di compiere un lavoro ragionevolmente esigibile nella professione o nel campo di attività abituale. In caso d'incapacità al lavoro di lunga durata possono essere prese in considerazione anche le mansioni esigibili in un'altra professione o campo d'attività (art. 6 LPGA).
L'incapacità al guadagno è definita all'art. 7 LPGA e consiste nella perdita, totale o parziale, della possibilità di guadagno sul mercato del lavoro equilibrato che entra in considerazione, provocata da un danno alla salute fisica, mentale o psichica e che perdura dopo aver sottoposto l'assicurato alle cure ed alle misure d'integrazione ragionevolmente esigibili.
Secondo l’art. 8 cpv. 1 LPGA, è considerata invalidità l’incapacità al guadagno totale o parziale presumibilmente permanente o di lunga durata.
La nozione d'invalidità di cui all'art. 4 cpv. 1 LAI e 8 cpv. 1 LPGA è di carattere giuridico economico, non medico (DTF 116 V 249 consid. 1b).
L'art. 28 cpv. 1 LAI prevede che l'assicurato ha diritto ad una rendita se: a. la sua capacità al guadagno o la sua capacità di svolgere le mansioni consuete non può essere ristabilita, mantenuta o migliorata mediante provvedimenti d'integrazione ragionevolmente esigibili; b. ha avuto un'incapacità al lavoro (art. 6 LPGA) almeno del 40% in media durante un anno senza notevole interruzione; e c. al termine di questo anno è invalido (art. 8 LPGA) almeno al 40%.
L'art. 28 cpv. 2 LAI prescrive che gli assicurati hanno diritto ad una rendita intera se sono invalidi almeno al 70%, a tre quarti di rendita se sono invalidi almeno al 60%, ad una mezza rendita se sono invalidi almeno al 50% o a un quarto di rendita se sono invalidi almeno al 40%.
Tuttavia, il diritto alla rendita nasce al più presto dopo 6 mesi dalla data in cui l'assicurato ha rivendicato il diritto alle prestazioni conformemente all'art. 29 cpv. 1 LPGA, ma al più presto a partire dal mese seguente il compimento dei 18 anni (art. 29 cpv. 1 LAI).
In virtù dell'art. 28a cpv. 1 LAI, per valutare l'invalidità di un assicurato che esercita un'attività lucrativa si applica l'articolo 16 LPGA. Il Consiglio federale definisce il reddito lavorativo determinante per la valutazione dell'invalidità.
Ai sensi dell'art. 16 LPGA, il grado d'invalidità è determinato stabilendo il rapporto fra il reddito del lavoro che l'assicurato conseguirebbe dopo l'insorgenza dell'invalidità e dopo l'esecuzione di eventuali provvedimenti d'integrazione, nell'esercizio di un'attività lucrativa ragionevolmente esigibile da lui in condizioni normali di mercato del lavoro (reddito da invalido) ed il reddito del lavoro che egli avrebbe potuto conseguire se non fosse diventato invalido (reddito da valido).
Si confronta perciò il reddito che l'assicurato avrebbe potuto conseguire se non fosse divenuto invalido con quello che egli può tuttora realizzare, benché invalido, sfruttando la residua capacità lavorativa in attività da lui ragionevolmente esigibili in condizioni normali del mercato del lavoro, previa adozione di eventuali provvedimenti integrativi (metodo generale del raffronto dei redditi; DTF 128 V 30 consid. 1, 104 V 136 consid. 2a e 2b; Pratique VSI 2000 pag. 84 consid. 1b).
Nel confronto dei redditi la giurisprudenza - di regola - non tiene conto di fattori estranei all'invalidità, come ad esempio la formazione professionale, le attitudini fisiche e psichiche e l'età dell'assicurato (RCC 1989 p. 325; DTF 107 V 21; Scartazzini, op. cit., pag. 232). La misura dell'attività ragionevolmente esigibile dipende, d'altra parte, dalla situazione personale dell'assicurato e dalla possibilità di applicazione di misure reintegrative. La situazione personale dell'assicurato è essenziale per la valutazione della residua capacità al guadagno. Secondo il TFA i due redditi, dalla cui differenza emerge il grado dell'incapacità di guadagno, vanno stabiliti in maniera precisa. Se ciò non è possibile, devono essere calcolati sulla base di una valutazione fondata sulle circostanze concrete (SVR 1996 IV Nr. 74 consid. 2a, DTF 114 V 313 consid. 3a).
Nella DTF 107 V 21 consid. 2c, la Corte federale ha stabilito che l'assicurazione per l'invalidità non è tenuta a rispondere qualora l'assicurato, in ragione della sua età, di una carente formazione oppure a causa di difficoltà di apprendimento o linguistiche, non riesce a trovare concretamente un'occupazione (giurisprudenza confermata dall'allora TFA [dal 1° gennaio 2007: TF] con sentenza U 156/05 del 14 luglio 2006, consid. 5).
2.3. Trattandosi in concreto dell’attribuzione di una rendita limitata nel tempo, per costante giurisprudenza, quando l’amministrazione con un’unica decisione attribuisce una rendita per un certo periodo e, contemporaneamente, la riduce o la sopprime per un periodo successivo, devono essere applicate per analogia le regole sulla revisione di decisioni amministrative ex art. 17 LPGA (DTF 131 V 164, 131 V 120, 125 V 143; SVR 2006 IV Nr. 13; STFA I 597/04 del 10 gennaio 2006; I 689/04 del 27 dicembre 2005; I 38/05 del 19 ottobre 2005; I 12/04 del 14 aprile 2005; I 528/04 del 24 febbraio 2005 e I 299/03 del 29 giugno 2004).
L’art. 17 cpv. 1 LPGA stabilisce che se il grado d’invalidità del beneficiario della rendita subisce una notevole modificazione, per il futuro la rendita è aumentata o ridotta proporzionalmente o soppressa, d’ufficio o su richiesta.
I principi giurisprudenziali sviluppati in materia di revisione di rendite sotto il regime del vecchio art. 41 LAI sono applicabili anche a proposito dell’art. 17 LPGA (DTF 130 V 343 consid. 3.5).
Se la capacità al guadagno dell'assicurato migliora, v'è motivo di ammettere che il cambiamento determinante sopprime, all'occorrenza, tutto o parte del diritto a prestazioni dal momento in cui si può supporre che il miglioramento costatato perduri. Lo si deve in ogni caso tenere in considerazione allorché è durato tre mesi, senza interruzione notevole, e che presumibilmente continuerà a durare (art. 88a cpv. 1 OAI). Analogamente, in caso di aggravamento dell'incapacità al guadagno, occorre tener conto del cambiamento determinante il diritto a prestazioni, non appena esso perdura da tre mesi senza interruzione notevole. L’art. 29bis è applicabile per analogia (art. 88a cpv. 2 OAI).
Queste norme sono applicabili non soltanto in caso di revisione della rendita, ma anche di assegnazione con effetto retroattivo di una prestazione limitata nel tempo (STF 8C_94/2013 dell’8 luglio 2013 consid. 4.1 e STFA 29 maggio 1991 nella causa St.; RCC 1984 pag. 137). L’art. 88a cpv. 2 OAI è applicabile nei casi in cui al momento del cambiamento determinante il diritto a prestazioni esisteva già un’invalidità che dava diritto ad una rendita (STF 8C_303/2012 e 8C_340/2012 del 6 dicembre 2012, consid. 5.3).
Giusta l’art. 29bis OAI, se la rendita è stata soppressa a causa dell’abbassamento del grado di invalidità e l’assicurato, nel susseguente periodo di tre anni, presenta di nuovo un grado di invalidità suscettibile di far nascere il diritto alla rendita per incapacità al lavoro della stessa origine, il periodo precedente la prima erogazione verrà dedotto dal periodo d’attesa impostogli dall’art. 28 cpv. 1 lett. b LAI.
Infine, una diversa valutazione di uno stato di fatto rimasto invariato ed inizialmente approfonditamente esaminato non costituisce né un caso di revisione, né un caso di riconsiderazione (STFA I 8/04 del 12 ottobre 2005 pubblicata in Plaidoyer 1/06, pag. 64-65).
2.4. Nel caso di specie, dopo avere richiamato gli atti medici ritenuti determinanti e sentito il parere del Servizio Medico Regionale, l’Ufficio assicurazione invalidità ha disposto una perizia reumatologica avvenuta il 3 maggio 2016 (doc. 87), sui cui esiti si è basato il dr. med. _ nel suo rapporto finale del 10 maggio 2016 (doc. 88). L’Ufficio AI ha a sua volta poi fatto proprie le conclusioni del medico SMR per emettere il progetto di decisione dell’11 novembre 2016 (doc. 92). Il certificato medico del 24 novembre 2016 del dr. med. _ allegato alle osservazioni della assicurata (doc. 100) è stato trasmesso al perito dr. med. _ (doc. 105), il quale ha confermato le sue conclusioni peritali (doc. 104) e l’amministrazione ha quindi emesso il 28 febbraio 2017 la decisione con cui ha ritenuto l’assicurata totalmente inabile al lavoro in qualsiasi attività dal 28 novembre 2014 al 30 novembre 2015, mentre dal 1° dicembre 2015 abile al 33,3% (1/3) nell’attività abituale da intendere come riduzione del rendimento e abile al 100% in attività adeguate.
Il 3 maggio 2016 il dr. med. _, FMH reumatologia e medicina interna, ha visitato l’assicurato e nella sua perizia del 5 maggio 2016 (doc. 87) ha esposto l’anamnesi personale in cui ha anche riassunto la sua precedente valutazione peritale del 20 agosto 2013, l’anamnesi sistematica e sociale, i dati soggettivi, le constatazioni oggettive con esame reumatologico della colonna vertebrale, delle articolazioni periferiche, l’esame neurologico e le sue personali osservazioni.
Nella sua valutazione il reumatologo ha riassunto la diagnosi posta nella sua precedente perizia, ha ricordato che a fine 2014 l’assicurata ha subìto un primo intervento neurochirurgico al rachide lombare e ha descritto gli esiti della radiografia della colonna lombare del 15 gennaio 2015, così come il parere del 16 maggio 2015 del neurochirurgo che riferiva che la situazione non era migliorata, cosicché il 28 maggio 2015 ha proceduto a un ulteriore intervento neurochirurgico e il 12 gennaio 2016 è stata effettuata una radiografia della colonna lombosacrale e della colonna toracale. Il reumatologo ha preso atto che il 12 febbraio 2016 lo stato di salute dell’assicurata, secondo quanto riferito dal neurochirurgo, era peggiorato con aumento dei dolori alle gambe e mediodorsali intensi.
Inoltre, il 14 marzo 2016 è stata effettuata un’altra risonanza magnetica della colonna lombare. Al momento della valutazione peritale, così come già osservato in occasione della perizia del 2013, il reumatologo ha evidenziato che l’interessata continuava ad assumere un trattamento analgesico piuttosto blando, non proporzionato all’intensità del dolore lamentato; inoltre, era al beneficio di un trattamento fisioterapico esclusivamente passivo con fanghi e massaggi. A dire dell’assicurata, gli interventi neurochirurgici subiti non hanno sostanzialmente migliorato la sua situazione algica prevalente al momento dorsale caudale e circolare lombosacrale, presente 24h/24h, senza interruzione, dolori presenti quindi anche di notte, uguali al mattino, a mezzogiorno e alla sera, anche in posizioni statiche (sia da seduta sia in piedi). Il perito ha poi esposto lo stato clinico che ha potuto constatare personalmente sottoponendo l’assicurata a specifici esami.
Ciò stante, lo specialista ha osservato che, come già riferito nel 2013, la presentazione dei dolori deponeva in parte per un’origine centrale, visto che v’era l’assenza di un chiaro miglioramento dei dolori lamentati con un trattamento strettamente somatico rivolto alle alterazioni strutturali presenti; purtroppo, poi, anche due interventi neurochirurgici al rachide lombare non hanno portato a una risoluzione dei dolori che, tuttavia, non erano di intensità tale da richiedere un trattamento analgesico importante. V’erano inoltre alcune inconsistenze durante l’esame clinico che non erano spiegabili strutturalmente.
Il perito reumatologo ha dunque posto la diagnosi di sindrome toracolombospondilogena cronica bilaterale, in alterazioni degenerative plurisegmentali del rachide lombare; esiti da decompressione chirurgica plurisegmentale del rachide lombare da L3 a S1, con inserzione di IntraCal in L4/L5 e L3/L4 il 28/29 novembre 2014; esiti da revisione per via dorsale di L4/L5 e L5/S1, da spondilodesi lordosizzante tramite PLIF strumentata con viti peduncolari in L4/L5 e L5/S1, discectomia L3/L4 a sinistra con sostegno interspinoso tramite IntraCal il 28 maggio 2015; disturbi statici del rachide (tendenzialmente piatto con lieve anteflessione globale, scoliosi sinistroconvessa dorsale); decondizionamento e sbilancio muscolare; obesità (76,6kg / 166cm). Poliartralgie, in tendenza ad iperlassità legamentare. Achillodinia a destra e fascite plantare bilaterale, in piedi cavi bilaterali; tendenza ad iperlassità legamentare; obesità.
Dal lato terapeutico l’esperto ha proposto un potenziamento del trattamento analgesico perorale, introducendo anche una farmacoterapia algomodulatoria, orientata verso la componente del dolore centrale in grado di aumentare la soglia del dolore.
Ha inoltre suggerito la terapia del dolore per eventuali misure diagnostico-terapeutiche infiltrative dei segmenti lombari.
Egli ha poi evidenziato come la caricabilità del rachide era sicuramente ridotta e che una riduzione del carico sulla colonna vertebrale avrebbe potuto essere raggiunta diminuendo il peso corporeo in eccesso di 10kg, che andava a sovraccaricare le articolazioni alle estremità inferiori, in particolare le ginocchia e i piedi riferiti come dolorosi. Oltre al trattamento analgesico era opportuno sottoporre l’assicurata a un intenso programma di riequilibrio e ricondizionamento progressivo della muscolatura a livello assiale e periferico, che avrebbe portato beneficio ai piedi. Sarebbe stata utile anche una riabilitazione stazionaria, in caso di insuccesso del trattamento ambulatoriale, con approccio interdisciplinare del dolore. Queste misure terapeutiche erano in grado di migliorare la qualità di vita dell’assicurata, ma non avrebbero probabilmente portato ad incrementare la capacità funzionale e di carico residua, che teneva conto unicamente delle patologie strutturalmente spiegabili e che andavano applicate sia durante l’attività lavorativa sia il tempo libero.
Per quanto concerne la capacità lavorativa, il perito ha giudicato l’interessata abile al lavoro sull’arco di una giornata normale con rendimento massimo del 100% in un lavoro adatto al suo stato di salute, al più tardi a distanza di 6 mesi dopo l’ultimo intervento neurochirurgico al rachide lombare del 28 maggio 2015, quindi dal 1° dicembre 2015.
Come cameriera, gerente di un bar, l’esperto l’ha ritenuta inabile al lavoro dal 1° dicembre 2015 in ragione di 2/3, da intendersi come diminuzione del rendimento sull’arco di una giornata lavorativa, sempre a causa dei limiti funzionali e di carico indicati nell’apposita tabella (capacità lievemente ridotta nel sollevare pesi fino a 10kg, molto ridotta nel manipolare oggetti pesanti e a lavorare a braccia elevate e con rotazione, ridotta nel mantenere la posizione statica seduta/eretta, nel camminare per lunghi tragitti, su terreni accidentali e salire/scendere le scale, l’impiego delle due mani era possibile normalmente, lavorare in equilibrio era possibile solo in parte).
Nell’attività principale di casalinga, a decorrere dal 1° dicembre 2015 l’assicurata è stata ritenuta abile al lavoro sull’arco di una giornata lavorativa abituale, ma con una diminuzione del rendimento di 1/3 dal lato medico teorico.
La valutazione della capacità lavorativa residua espressa nel 2013 era valida fino al 27 novembre 2014, ossia fino a quando l’assicurata è stata operata per la prima volta al rachide lombare; era invece giustificata un’inabilità lavorativa totale per qualsiasi tipo di attività dal 28 novembre 2014 al 29 novembre 2015.
Nel suo rapporto finale del 10 maggio 2016 (doc. 88) il dr. med. _ del Servizio Medico Regionale ha confermato i gradi di capacità lavorativa individuati dal perito e i relativi limiti, osservando un peggioramento temporaneo dello stato di salute dell’assicurata dal profilo neurochirurgico dal 28 novembre 2014.
A seguito del progetto di decisione dell’11 novembre 2016, l’assicurata ha contestato le conclusioni dell’Ufficio AI e ha chiesto una nuova valutazione sulla scorta del certificato del 24 novembre 2016 (doc. 100) del dr. med. _, FMH in neurochirurgia. Questo specialista ha attestato che la paziente era sofferente di una sintomatologia lombovertebrale dovuta ad importanti processi degenerativi del rachide lombare. Egli ha ricordato che l’interessata era stata operata una prima volta il 28 novembre 2014 al rachide lombare per una grave discopatia L3/L4 a L5/S1 con ernie al disco nei livelli L4/L5 e L5/S1 e che aveva avuto luogo una discectomia L5/S1 e L4/L5, mentre a livello L3/L4 era stato inserito un fissatore dinamico infraspinoso (IntraCal in silicone). Tuttavia, dopo questo intervento la discopatia era progressivamente aumentata con apparizione di un’ernia al disco di nuova insorgenza in L3/L4 a sinistra. Così, il 29 maggio 2015 ha avuto luogo un secondo intervento con PLIF L4/L5 e L5/S1 e una discectomia L3/L4 e nuova protezione infraspinosa tramite IntraCal, ma anche questo secondo intervento non ha cambiato sostanzialmente la situazione, perciò la paziente continuava ad accusare forti dolori lombari e alle gambe. A peggiorare la situazione era subentrata anche una tendinite dei tendini di Achille bilateralmente, con conseguente grande difficoltà per l’interessata a camminare e a restare a lungo in piedi. Una recente risonanza magnetica ha confermato la presenza di un residuo di ernia al disco in L3/L4 e grave discopatie in questo segmento, così come una discopatia in L2/L3. Questi problemi causavano all’assicurata grandi difficoltà a svolgere i lavori casalinghi, tanto che necessitava di un aiuto domiciliare. In queste circostanze, ha rilevato il neurochirurgo, a breve o a medio termine sarebbe stato inevitabile un terzo intervento a livello di L3/L4. Di conseguenza, l’assicurata presentava un’inabilità lavorativa del 70%, e ciò anche in attività leggere, visto che non riusciva a stare seduta a lungo per i dolori lombari, non riusciva a stare in piedi e a camminare a causa dei dolori ai piedi, alle gambe e lombari.
Il medico SMR ha interpellato il perito trasmettendogli questo nuovo referto medico per una presa di posizione (doc. 102), che è stata rilasciata il 23 gennaio 2017 (doc. 104).
In quell’occasione il dr. med. _ ha affermato che il rapporto del medico curante riferiva di patologie già note al momento della sua valutazione peritale e che non v’erano dunque ulteriori elementi oggettivi in grado di modificare la sua valutazione della capacità funzionale e di carico residua e quindi della capacità lavorativa dell’assicurata. Pertanto, il perito ha confermato le sue conclusioni del 5 maggio 2016.
Alla luce di queste conclusioni, il dr. med. _ dell’SMR ha ribadito il suo rapporto finale del 10 maggio 2016 (doc. 105).
Con il ricorso l’assicurata ha prodotto il certificato medico del 14 marzo 2017 (doc. C) allestito dal neurochirurgo curante dr. med. _, il quale ha sostanzialmente esposto le medesime considerazioni di quattro mesi prima, aggiungendo che vista la persistenza dei dolori nel 2016, il 13 marzo 2017 ha avuto luogo una risonanza magnetica lombare e dorsale di controllo (referto allegato), che confermava la presenza di un residuo di ernia al disco in L3/L4 e grave discopatie in questo segmento. V’era pure una discopatia nei segmenti soprastanti e nella parte mediale del rachide dorsale. La recente risonanza mostrava un aumento dei processi degenerativi, in particolare però stenosi dei recessi in L3/L4 a sinistra più che a destra in presenza di una piccola ernia al disco a sinistra con conflitto radicolare L4. Discopatie dorsale senza conflitti radicolari. Discopatie cervicale con stenosi dei recessi C6 bilateralmente e C7 a sinistra.
A seguito di questi problemi, ha osservato lo specialista, da diverso tempo l’interessata aveva grande difficoltà a svolgere i lavori casalinghi e necessitava di un aiuto domiciliare. Egli ha ribadito che a breve o medio termine sarebbe stato necessario un terzo intervento a livello L3/L4 e che, globalmente, la paziente presentava un’inabilità lavorativa completa, anche in attività leggere, e che a causa dei dolori lombari e dorsali non riusciva a stare seduta a lungo, oltre ad avere forti dolori restando in piedi e camminando. Sovente aveva cervicalgie con fastidi irradianti alle braccia.
Il Servizio Medico Regionale si è espresso l’8 maggio 2017 (doc. VIII/1) su quest’ultimo referto, annotando gli esiti della risonanza magnetica del 15 gennaio 2015, la diagnosi esposta nella perizia reumatologica del 5 maggio 2016, il rapporto del 14 marzo 2017 del dr. _ e la risonanza magnetica della colonna lombare eseguita quello stesso giorno, concludendo che da questa documentazione non risultava un sostanziale peggioramento rispetto alla situazione valutata dal dr. med. _.
Il dr. med. _ ha infine evidenziato che il descritto conflitto radicolare L4 a sinistra era già presente in occasione della risonanza magnetica effettuata nel gennaio 2015.
Con il ricorso l’assicurata ha informato il Tribunale che in seguito avrebbe prodotto una controperizia, mentre il 24 maggio 2017 (doc. X) ha espressamente indicato di non avere ulteriori mezzi di prova. Ad oggi non è stata fornita nuova documentazione.
2.5. Per costante giurisprudenza (STF 9C_13/2007 del 31 marzo 2008), al fine di poter graduare l'invalidità, all'amministrazione (o al giudice in caso di ricorso) è necessario disporre di documenti che devono essere rassegnati dal medico o eventualmente da altri specialisti, il compito del medico consistendo nel porre un giudizio sullo stato di salute, nell'indicare in quale misura e in quali attività l'assicurato è incapace al lavoro come pure nel fornire un importante elemento di giudizio per determinare quali lavori siano ancora ragionevolmente esigibili dall'assicurato (DTF 125 V 256 consid. 4 pag. 261; 115 V 133 consid. 2 pag. 134; 114 V 310 consid. 3c pag. 314; 105 V 156 consid. 1 pag. 158). Spetta in seguito al consulente professionale, avuto riguardo alle indicazioni sanitarie, valutare quali attività professionali siano concretamente ipotizzabili (Meyer-Blaser, Rechtsprechung des Bundesgerichts zum IVG, pag. 228 seg.).
Quanto alla valenza probante di un rapporto medico, determinante è che i punti litigiosi importanti siano stati oggetto di uno studio approfondito, che il rapporto si fondi su esami completi, che consideri parimenti le censure espresse dal paziente, che sia stato approntato in piena conoscenza dell'incarto (anamnesi), che la descrizione del contesto medico sia chiara e che le conclusioni del perito siano ben motivate. Determinante quindi per stabilire se un rapporto medico ha valore di prova non è né l'origine del mezzo di prova, né la denominazione, ad esempio quale perizia o rapporto (STF 8C_828/2007 del 23 aprile 2008; STFA I 462/05 del 25 aprile 2007; STFA U 329/01 e U 330/01 del 25 febbraio 2003; DTF 125 V 352 consid. 3a; DTF 122 V 160 consid. 1c; Meyer-Blaser, Die Rechtspflege in der Sozialversicherung, BJM 1989 pag. 31; Pratique VSI 3/1997 pag. 123), bensì il suo contenuto (DTF 122 V 160 in fine con rinvii).
A proposito delle perizie mediche eseguite nell'ambito della procedura amministrativa, il TF ha stabilito che, nell'ipotesi in cui sono state eseguite da medici specializzati riconosciuti, hanno forza probatoria piena se giungono a conclusioni logiche e sono state realizzate sulla base di accertamenti approfonditi, fintanto che indizi concreti non inducono a ritenerle inaffidabili (DTF 123 V 176; DTF 122 V 161, DTF 104 V 212; SVR 1998 IV Nr. 1 pag. 2; SZS 1988 pagg. 329 e 332; ZAK 1986 pag. 189; Locher, Grundriss des Sozialversicherungsrechts, 1994, pag. 332).