Decision ID: 8603bf1e-1d9d-58ab-8948-0bcc1ccab809
Year: 2020
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto:
A.
Con contratto di lavoro 2 febbraio 2001 AP 1 è stato assunto da AO 1, _
(ora _ SA_), in
qualità di infermiere anestesista al 100% presso la Clinica _ di _ a partire dal 1° marzo 2001 (doc. D). Il dipendente è stato inserito nella classe salariale 7 con scatto massimo (infermieri diplomati in cure generali CRS) del
Contratto collettivo di lavoro per il personale occupato negli Istituti ospedalieri privati del Cantone Ticino (qui di seguito “CCL”) a quel tempo vigente (doc. I1) con un salario di fr. 5'953.60 mensili lordi per tredici mensilità. Dal
1° gennaio 2005 è entrata in vigore una nuova versione del CCL, che prevedeva in particolare l’adeguamento delle classi salariali e dei salari, laddove la vecchia classe salariale 7 è divenuta la nuova classe 12 (doc. I2). Nel gennaio 2008, il dipendente era inserito nella classe 12 (scatto 13), e percepiva un salario di fr. 7'051.- lordi (doc. M1 e 6.1). Tale salario è stato nel seguito adeguato al rincaro e ammontava a fr. 7'104.- nel 2009-2010 (doc. N1, O1, 6.2 e 6.3) e a fr. 7'125.- nel 2011-2012 (doc. P1, Q1, 6.4 e 6.5).
B.
Previo ottenimento dell’autorizzazione ad agire, con petizione 6 marzo 2014 AP 1 ha convenuto AP 1 innanzi alla Pretura del Distretto di Lugano, postulandone la condanna al pagamento di complessivi fr. 330'708.96 oltre interessi a titolo di salario mancante e indennità in relazione al periodo 2008-2012. L’attore ha innanzitutto chiesto fr. 31'570.- a titolo di salario mancante per la remunerazione secondo la giusta categoria salariale (a suo dire la classe 14) e fr. 5'616.70 a titolo di contributi sociali (AVS/AD/AINP/IPG/LPP), sostenendo di non essere stato assunto quale
infermiere in cure generali attribuito all’anestesia bensì quale infermiere specializzato, in virtù del diploma specialistico di infermiere in anestesia e rianimazione da lui conseguito in _ (doc. E), come si evincerebbe altresì dal salario da lui concretamente percepito. Ciò sarebbe del resto dimostrato dal suo permesso di lavoro doc. H, che nel 2001 per i cittadini extra-UE era ottenibile solo in caso di impieghi specialistici. L’attore ha altresì chiesto il versamento di
fr. 214'420.- a titolo di salario mancante per all’incirca 4'650 ore di picchetto svolte in sede (considerato che svolgeva gli interi periodi di picchetto presso la clinica, dovendo essere sempre a disposizione entro un breve termine) e indennità per lavoro notturno e festivo (v. art. 13 cpv. 1 e 2 e 15 CCL e conteggi di cui ai doc. T, U1-U5, V1-V5) e fr. 38'166.76 per contributi sociali, nonché fr. 34'750.- a titolo di salario mancante per giorni di congedo e ore di tempo libero non goduti (ex art. 7 OLL2, 13 cpv. 2 e 14 cpv. 2 CCL) e fr. 6'185.50 per contributi sociali.
C.
Con risposta
12 maggio 2014
la convenuta si è opposta alla petizione postulandone l’integrale reiezione, rilevando in particolare di avere
assunto l’attore in qualità d’infermiere non specializzato (non essendo peraltro il suo diploma specialistico estero stato riconosciuto in Svizzera dalla Croce rossa svizzera, v. anche doc. 4) e di averlo retribuito con un salario maggiore a quanto previsto per la relativa classe salariale dal CCL in virtù della sua esperienza lavorativa sulla base di tabelle salariali proprie (doc. 5.1-5.4). La convenuta ha anche osservato che il picchetto svolto dall’attore sarebbe da considerare “fuori sede” (potendo egli svolgerlo fuori dalla clinica, rispettivamente dal proprio domicilio a _ e non avendo lo stesso dimostrato ove egli trascorresse, di volta in volta, i periodi inattivi di picchetto) e che le pretese riguardanti gli anni 2008 e 2009 (dunque antecedenti all’entrata in vigore dell’art. 8a di cui all’
Ordinanza 2 concernente la legge sul lavoro, qui di seguito OLL2) sarebbero in ogni caso prive di un fondamento legale. La convenuta ha parimenti
contestato i conteggi e i calcoli allestiti dalla controparte di cui ai doc. T e V1-V5
. A suo dire, la clinica riconosceva al lavoratore il tempo d’intervento effettivo oltre a una compensazione di tempo per il periodo inattivo del picchetto giusta l’art. 8a cpv. 2 OLL2 e gli concedeva le debite ore di recupero di cui agli art. 13 e 15 CCL (v. conteggi doc. U1-U5 e doc. 9), non dovendogli alcunché per le ulteriori ore di picchetto inattivo
(da considerare come tempo libero e non come tempo di lavoro), ritenuto altresì che il medesimo per anni non ha contestato le relative modalità di retribuzione (ciò che ha peraltro
comportato la prescrizione delle pretese attoree anteriori al 31 luglio 2008). Quanto alle indennità per lavoro festivo e notturno di cui all’art. 13 cpv. 1 e 2 CCL, la convenuta ha contestato che esse fossero cumulabili (v. doc. 10) e ha osservato che l’attore ha omesso di dimostrare quanto da lui già percepito a tale titolo (evincibile dai conteggi salariali doc. 6.1-6.5, ritenuto che le indennità sono da riferire alle sole ore di effettivo impiego). Inoltre, la convenuta ha contestato che l’attore potesse beneficiare di ulteriori giorni di congedo ex art. 7 OLL2.
D.
Con replica 12 luglio 2014 e duplica 15 settembre 2014 le parti hanno ulteriormente sostanziato le proprie antitetiche posizioni. L’attore ha in particolare evidenziato che la Croce rossa svizzera (CRS) poteva unicamente riconoscere la sua formazione di base quale infermiere, dovendo il diploma specialistico estero essere riconosciuto dalla datrice di lavoro (come da questa fatto per altri dipendenti), tenuto altresì conto della funzione da lui concretamente svolta, dei suoi precedenti impieghi presso altri datori di lavoro e del suo permesso di soggiorno. Egli ha anche contestato l’eccezione di prescrizione sollevata dalla controparte e rimarcato di avere per necessità svolto il periodo di picchetto presso la clinica (per cui esso è da considerare tempo di lavoro), ritenuto che le ore di effettivo impiego riconosciute dalla controparte neppure comprendevano le dovute indennità per lavoro festivo. La convenuta ha da parte sua rimarcato l’assente riconoscimento del diploma specialistico in questione, mancando valutazioni sul relativo percorso formativo rispettivamente sulla necessità di seguire corsi supplementari in Svizzera al fine di garantire l’equipollenza delle formazioni. La medesima ha altresì osservato come la trasferta del dipendente dal domicilio alla sede di lavoro fosse possibile in un tempo ragionevole, svolgendosi i periodi di picchetto nella notte o nel fine settimana (ove non vi è traffico) e che le timbrature agli atti non dimostrano l’effettiva durata dei picchetti. La convenuta ha pure evidenziato l’assenza nel doc. T dei giorni e delle ore da lei concessi quale recupero dei picchetti nonché svariati errori di computo e calcolo nei conteggi allestiti dalla controparte di cui ai doc. V1-V5. Infine, la stessa ha rimarcato che alla controparte si potrebbe riconoscere unicamente la somma di fr. 432.10 per tenere in considerazione le mancate indennità per lavoro prestato durante i giorni di sabato, domenica e festivi e per lavoro notturno, con riferimento agli effettivi interventi durante il periodo di picchetto.
E.
Esperita l’istruttoria e raccolti gli allegati conclusivi delle parti, con decisione 28 ottobre 2019 il Pretore aggiunto ha parzialmente accolto la petizione nella misura di fr. 34'195.05 oltre interessi
del 5% dal 6 marzo 2014, e meglio di fr. 8'844.80 quale indennizzo netto per lavoro notturno e festivo e di fr. 25'350.25 quale indennità netta per congedi non goduti,
ponendo la tassa di giustizia di
fr. 8'000.- e le spese di fr. 300.- a carico della convenuta in ragione di fr. 830.- e a carico dell’attore in ragione di fr. 7'470.-, quest’ultimo pure condannato a versare alla controparte
fr. 20’000.- per ripetibili.
F.
Con appello 4 dicembre 2019 l’attore si è aggravato contro tale giudizio, postulandone la riforma nel senso di accogliere integralmente la petizione, protestando spese e ripetibili di entrambe le sedi.
G.
Con risposta 17 febbraio 2020 la convenuta si è opposta all’impugnativa e ha sollevato appello incidentale, chiedendo la modifica della decisione pretorile nel senso di respingere integralmente la petizione, pure con protesta di spese e ripetibili.
H.
Con risposta all’appello incidentale 11 maggio 2020 l’appellante principale si è opposto al gravame della controparte, postulandone la reiezione.
E considerato

in diritto:
1.
L’art. 308 cpv. 1 lett. a CPC prevede che sono impugnabili mediante appello le decisioni finali di prima istanza, posto che in caso di controversie patrimoniali il valore litigioso secondo l'ultima conclusione riconosciuta nella decisione sia di almeno fr. 10'000.- (cpv. 2). In concreto, la decisione impugnata è una decisione finale in una controversia dal valore ampiamente superiore ai fr. 10'000.-. Pacifica è dunque l’appellabilità del giudizio impugnato entro il termine di 30 giorni (art. 311 CPC). Nella fattispecie, l’appello 4 dicembre 2019 contro la decisione 28 ottobre 2019 del Pretore aggiunto è tempestivo, così come sono tempestivi la risposta e appello incidentale 17 febbraio 2020 e la risposta all’appello incidentale 11 maggio 2020, tenuto conto delle ferie giudiziarie pasquali estese dall’Ordinanza del Consiglio federale sulla sospensione dei termini nei procedimenti civili e amministrativi ai fini del mantenimento della giustizia in relazione al coronavirus (COVID-19) del 20 marzo 2020.
2.
L’atto di appello deve contenere i motivi di fatto e di diritto sui quali si fonda ed essere motivato (art. 310 e 311 cpv. 1 CPC). L’appellante (principale o incidentale) deve spiegare non perché le sue argomentazioni siano fondate, ma perché sarebbero erronee o censurabili le motivazioni del Pretore. Egli non può dunque limitarsi a proporre una propria tesi e una propria lettura dei fatti, bensì deve offrire critiche puntuali, esplicite e circostanziate, poiché l'autorità di appello deve essere messa nella misura di comprendere agevolmente le censure ricorsuali, pena l’irricevibilità delle medesime.
Sulla prescrizione
3.
Con l’impugnata decisione, il Pretore aggiunto ha osservato che a fronte dell’
inoltro dall’istanza di conciliazione in data 5 agosto 2013, tutte le pretese attoree sorte più di cinque anni prima sono cadute in prescrizione (art. 135 n. 2 CO). Nello specifico, le pretese relative al mese di luglio 2008 sono ormai prescritte, potendosi tenere in considerazione solo quelle a partire dall’agosto 2008. Questo accertamento non viene contestato in seconda sede.
Sulla corretta classe salariale
4.
Con l’impugnativa, l’appellante principale ribadisce il suo diritto a percepire f
r. 31'570.- a titolo di remunerazione secondo la corretta classe salariale (classe 14).
5.
A tal proposito, il giudice di prime cure ha costatato che, malgrado il diploma specialistico _ dell’attore sia stato riconosciuto da un suo precedente datore di lavoro (la _ di _ e di _, v. doc. F),
la Croce Rossa Svizzera, quale istituzione competente per le conversioni di titoli nonché per il riconoscimento di diplomi e certificati esteri nel settore delle professioni sanitarie, ha unicamente riconosciuto la qualifica dell’attore quale infermiere diplomato in cure generali (doc. 4). In assenza di una regolamentazione per il riconoscimento dei diplomi specialistici ottenuti all’estero, era il datore di lavoro a dover decidere nel concreto se riconoscere o meno l’attestato specialistico dell’attore e in quale qualità assumerlo. Il fatto di essere in possesso di una specializzazione non impedisce difatti di assumere il titolare in veste di semplice generalista, come avvenuto nel caso concreto, laddove il dipendente ha accettato tale funzione e l’inserimento nella relativa classe salariale 7 con la sottoscrizione del contratto di lavoro. La suddetta classe è stata poi convertita nella classe 12 con il nuovo CCL in vigore dal 1° gennaio 2005, senz’altro applicabile al caso in esame (siccome il lavoratore con la sottoscrizione del contratto acconsente di regola a tutte le modifiche ulteriori del CCL, purché non sanciscano obblighi nuovi o estesi in maniera imprevedibile).
Del resto,
la dicitura “infermiere anestesista” significava semplicemente che l’attore era attribuito al reparto dedicato all’anestesia,
come si può dedurre dalle testimonianze e dai contratti di lavoro di _ D_, _
L_ e _ S_, inizialmente pure impiegati quali infermieri generalisti e solo nel seguito quali infermieri diplomati in anestesia (classe 14) dopo il conseguimento del certificato di specializzazione ASI. Dal salario percepito dall’attore (maggiore a quanto previsto per la classe salariale 7 di cui al CCL) non si può dedurre altrimenti, a fronte dell’esistenza di tabelle salariali autonome della clinica e della decisione di quest’ultima di attribuirgli un salario maggiore in virtù della sua esperienza lavorativa. Giusta quanto accertato dal primo giudice, nemmeno il permesso di lavoro di cui al doc. H può sovvertire tale conclusione, non avendo l’attore dimostrato che nel 2001 per ottenere il posto in questione occorresse possedere un titolo specialistico o essere assunto in qualità di specialista, non essendo tale fatto notorio. Il Pretore aggiunto ha quindi respinto la pretesa attorea
.
6.
Con il gravame l’appellante, nella misura in cui si limita a ribadire le sue tesi di prima sede, ovvero che il suo inquadramento quale infermiere specialista sarebbe dimostrato dal diploma in suo possesso, dalla dicitura di “infermiere anestesista” contenuta nel contratto di lavoro e nel doc. G e da quanto riconosciuto da un suo precedente datore di lavoro (doc. F), non si confronta debitamente con l’impugnato giudizio. Lo stesso deve valere quando il medesimo sostiene che il salario concretamente percepito e il rilascio del permesso doc. H attesterebbero il suo ruolo di infermiere specialista, senza considerare le argomentazioni pretorili relative alle tabelle salariali autonome della clinica, alla facoltà di quest’ultima di concedere salari più favorevoli di quelli previsti nel CCL, all’onere della prova e ai fatti notori. Neppure è atto a sovvertire la sentenza impugnata il rinvio alle testimonianze del dr. med. T_ _ e del dr. med. P_ _, i quali hanno unicamente osservato che l’attore era un “
infermiere di anestesia”
,
senza specificare alcunché in relazione a un eventuale riconoscimento della sua specializzazione. Inoltre, il rimprovero mosso al primo giudice di avere trascurato la versione 1° gennaio 1999 del CCL non può essere condiviso: il Pretore aggiunto l’ha tenuta in considerazione al momento di valutare la classe inizialmente attribuita al dipendente (classe 7) e i relativi minimi e massimi salariali ai tempi dell’assunzione, osservando nel seguito che il periodo qui in esame (2008-2012) ricade nel campo di applicazione della versione 1° gennaio 2005. È poi irricevibile in quanto tardivamente addotto in questa sede (art. 317 CPC), oltre che infondato, il riferimento dell’appellante agli art. 34/35 del CCL (versioni 1999 e 2005), che escludono penalizzazioni salariali e sanciscono la garanzia dei diritti salariali acquisiti in precedenza (con conseguente impossibilità per il lavoratore di avvallare delle modifiche del CCL laddove comportanti penalizzazioni e rinunce): egli non spiega che penalizzazione o rinuncia avrebbe introdotto la nuova versione del CCL del 1° gennaio 2005 (che peraltro per la classe corrispondente agli infermieri diplomati CRS prevedeva salari maggiorati). Neppure emerge che la datrice di lavoro gli abbia accordato diritti salariali nel seguito ridotti o soppressi, ritenuto che il suo salario è stato piuttosto aumentato per tenere in considerazione il rincaro dei prezzi (v. sopra consid. A). A dire dell’appellante, visto il carattere imperativo del CCL e l’impossibilità di derogarvi a sfavore del dipendente, la scelta di riconoscere o meno la sua specializzazione non poteva essere lasciata nella libera disposizione del datore di lavoro. Il suo diritto al riconoscimento del diploma sarebbe inoltre confermato dalla situazione dei suoi colleghi _ D_ e _ S_, che dopo aver conseguito la specializzazione sono stati inseriti nella classe salariale 14. Questa Camera non è tuttavia in grado di valutare se le situazioni siano paragonabili, non disponendo di alcuna informazione atta a determinare un’eventuale equivalenza fra le formazioni seguite dai suddetti colleghi in Svizzera e quella seguita dall’attore in _. Comunque sia, anche qualora si dovesse ammettere il dovere della datrice di lavoro di riconoscere la specializzazione in questione, la decisione pretorile resisterebbe comunque alla critica, poiché non si intravede alcuna violazione o elusione delle disposizioni imperative del CCL: la datrice di lavoro, malgrado abbia deciso di assumere l’attore in qualità di infermiere generalista attribuito alla classe 7 (ora 12), lo ha di fatto retribuito non solo con lo scatto massimo previsto per tale classe, bensì anche con un’ulteriore maggiorazione e meglio con un salario, per il periodo 2008-2012, ampiamente superiore anche al minimo salariale della classe 14 e anzi vicino al suo massimo (fr.
7'051.- x 13 = 91'663.-)
, non comportando peraltro l’eventuale inserimento nella classe 14 un automatico diritto al relativo scatto massimo o addirittura a una maggiorazione supplementare, così come pretende l’appellante. La censura deve pertanto essere respinta.
Sull’indennizzo dei picchetti
7.
Con l’impugnativa, l’appellante critica il primo giudice per avere respinto la sua pretesa di fr. 214'420.- quale remunerazione per picchetti svolti, rifiutandosi altresì di accordare un importo in via equitativa.
8.
Il giudice di prima sede ha già esposto dottrina e giurisprudenza relative al servizio di picchetto (v. p. 4-7 dell’impugnato giudizio). Si può comunque qui evidenziare che quando il servizio di picchetto è svolto fuori dall’azienda e il tempo di intervento è perlomeno di 30 minuti, solo il periodo di effettivo impiego e di trasferta costituiscono tempo di lavoro. Qualora il tempo di intervento sia inferiore, al lavoratore è altresì riconosciuto un compenso di tempo pari al 10% del periodo inattivo del servizio di picchetto. Per contro, il servizio di picchetto prestato all’interno dell’azienda viene interamente conteggiato quale tempo di lavoro (art. 8a cpv. 3 OLL2, in vigore dal 1° gennaio 2010). Quest’ultimo disposto era del resto già codificato all’art. 15 cpv. 1 OLL1 e dunque applicabile anche prima del 2010 (diversamente da quanto sostiene l’appellante incidentale). Il picchetto dev’essere considerato “in sede” anche quando il dipendente, pur potendo trascorrere il periodo di attesa fuori dall’azienda, deve trattenersi presso la stessa o nei suoi paraggi a causa del tempo d’intervento ridotto, non potendo organizzare liberamente il suo tempo libero, ma non nel caso in cui egli possa trascorrere tale periodo al proprio domicilio (STF 4A_94/2010 del 4 maggio 2010, consid. 4.4; STF 4A_11/2016 del 7 giugno 2016, consid. 4.1 seg.). La qualifica come “tempo di lavoro” è rilevante, ai sensi delle suddette disposizioni di diritto pubblico, al fine di calcolare la durata massima del lavoro consentito e verificare il rispetto delle normative sui periodi di riposo, e non tanto al fine di determinare se e quale remunerazione sia dovuta per questi periodi, questione che dipende piuttosto da quanto stabilito nel singolo contratto di lavoro o in un contratto collettivo, dagli art. 319 e 322 seg.
CO e dall’art. 13 LL (
Geiser
, Fachhandbuch Arbeitsrecht-Expertenwissen für die Praxis, 2018, p. 667-668;
Wiederkehr
, Arbeitszeiterfassung in Spitälern und Kliniken, 2018, p. 10-11 e 31;
Streiff/von Kaenel/Rudolph
, Arbeitsvertrag - Praxiskommentar zu Art. 319-362 OR, 7
a
ed. 2012, n. 9, p. 164 seg. ad art. 319).
Di principio, la prestazione lavorativa ai sensi dell’art. 319 CO non presuppone forzatamente un comportamento attivo, ritenuto che anche la sola disponibilità del dipendente ad attivarsi secondo le esigenze e le richieste del datore di lavoro contribuisce a soddisfare un bisogno di quest’ultimo (STF 4A_96/2017 del 14 dicembre 2017, consid. 2.1). Secondo dottrina e giurisprudenza, il periodo di picchetto dev’essere retribuito qualora il dipendente lo debba trascorrere all’interno dell’azienda o sia altrimenti pregiudicato nel godimento del suo tempo libero, ad esempio qualora debba intervenire entro un termine molto ridotto (STF 4A_523/2010 del 22 novembre 2010, consid. 5.1; DTF 124 III 249, consid. 3a; STF 4A_96/2017 del 14 dicembre 2017, consid. 2.1). A dipendenza delle pattuizioni e dell’interpretazione del contratto, la remunerazione del periodo di attesa (“picchetto inattivo”) può essere ridotta rispetto a quella prevista per l’attività effettiva, oppure può essere ritenuta già compresa nel salario mensile/settimanale di base (STF 4A_528/2008 del 27 febbraio 2009, consid. 2; STF 4A_523/2010 del 22 novembre 2010, consid. 5.1; STF 4A_94/2010 del 4 maggio 2010, consid.
5.2; STF 4A_96/2017 del 14 dicembre 2017, consid. 2.1; DTF 124 III 249, consid. 3b e 3c;
Wyler/Heinzer
, Droit du travail, 4
a
ed. 2019, p. 62-63).
Qualora manchi una pattuizione, la remunerazione è dovuta, eventualmente a un tasso ridotto secondo l’uso o l’equità (DTF 124 III 249, consid.
3;
Streiff/von Kaenel/Rudolph
, op. cit., n. 9, p. 165 ad art. 319).
Ciò è in particolare giustificato se si considerano le differenze che caratterizzano tale prestazione e un impiego effettivo nonché l’eventuale possibilità per il dipendente di lasciare il posto di lavoro e di utilizzare almeno parzialmente tali periodi per riposarsi, occuparsi di questioni personali o godere altrimenti di tempo libero. Ad ogni modo, le ore di picchetto svolte all’interno dell’azienda che superano la durata massima del lavoro settimanale ai sensi dell’art. 9 LL (50 ore per gli operatori sanitari) sono da considerare quale lavoro straordinario che, secondo un’incisiva decisione del Tribunale federale, devono essere remunerate con il salario di base con l’aggiunta di un’imperativa maggiorazione del 25% oppure di un corrispondente congedo ai sensi dell’art. 13 LL (STF 4A_11/2016 del 7 giugno 2016, consid. 5.1 seg.; critico al riguardo:
Senti
, Pikettdienst in: ARV 2020, p. 15-16).
9.
Quanto alla dimostrazione della pretesa, una facilitazione probatoria (in applicazione analoga dell’art. 42 cpv. 2 CO) e una relativa quantificazione secondo il prudente criterio del giudice possono trovare applicazione qualora la prova piena non sia possibile o esigibile, ritenuto che il richiedente deve allegare, spiegare e sostanziare nel limite delle sue possibilità tutte le circostanze che permettano o facilitino la valutazione del giudice.
10.
Nella fattispecie il Pretore aggiunto ha accertato che, avendo l’attore il proprio domicilio a _ e non potendo dunque oggettivamente
garantire la sua presenza sul posto di lavoro (_) entro 20 minuti dalla chiamata (così come richiesto dalla datrice di lavoro), il medesimo ha trascorso i periodi di picchetto presso la clinica, usufruendo di una camera messagli gratuitamente a disposizione. Dovendo pertanto i periodi di picchetto essere integralmente considerati quale tempo di lavoro, qualificabile come “straordinario” (durata massima del lavoro settimanale secondo l’art. 14 CCL: 45 ore), non stabilendo il CCL delle specifiche regole in relazione ai picchetti svolti in sede e prevedendo lo stesso per contro un chiaro metodo di retribuzione delle ore straordinarie (art. 15 CCL), il primo giudice ha pertanto
riconosciuto il diritto dell’attore alla remunerazione di tutte le ore di picchetto svolte, comprendenti non solo quelle di effettivo intervento, ma anche quelle di attesa (“picchetto inattivo”), secondo i tassi e le maggiorazioni previste dall’art. 15 CCL. Si possono ad ogni modo aggiungere le seguenti osservazioni e precisazioni. Occorre anzitutto distinguere fra la durata massima del lavoro, il lavoro straordinario e il relativo salario obbligatoriamente dovuto ai sensi delle prescrizioni di diritto pubblico (art. 9, 12 e 13 LL, art. 6 OLL2) e il lavoro supplementare ai sensi dell’art. 321c CO, ovvero quello che supera la durata del lavoro stabilita da un contratto individuale di lavoro o da un contratto collettivo (v. anche DTF 116 II 70, consid. 4). Inoltre, l’unica regolamentazione del CCL riguardante il servizio di picchetto è contenuta all’art. 13 cpv. 4 ed è riferita ai soli picchetti svolti fuori sede, mentre per quanto riguarda le ore di picchetto inattivo svolte in sede, il CCL è del tutto silente: non specifica se una relativa remunerazione sia di principio già compresa nel salario mensile di base, né a quanto debba ammontare una remunerazione aggiuntiva, né se gli art. 13 e 15 siano applicabili anche alle ore suddette. Neppure il contratto di lavoro individuale qui in esame contiene delle precisazioni. Queste lacune destano una particolare perplessità in un settore come quello sanitario laddove gli operatori sono tenuti a prestare regolarmente servizi di picchetto vincolati a tempi d’intervento ridotti, ritenuto che il luogo di domicilio di un dipendente e la qualifica di un picchetto quale servizio “in sede” o “fuori sede”, rispettivamente quale lavoro supplementare o straordinario, possono comportare un’enorme differenza a livello di diritti salariali. La remunerazione dell’intero servizio di picchetto inattivo mediante il salario normale, oltre alle varie indennità e maggiorazioni connesse con il lavoro notturno, festivo e straordinario, comporta difatti delle considerevoli maggiorazioni del salario mensile di base, come emerge in maniera lampante dalle pretese avanzate dal dipendente nella presente controversia, ammontanti a più di fr. 200'000.- per un periodo di 4 anni e mezzo (luglio 2008-dicembre 2012): ciò farebbe lievitare il salario mensile da fr. 7'051.- a più di fr. 10’000.-. Un relativo chiarimento fra le parti sociali sarebbe pertanto auspicabile, seppur la questione non assuma carattere decisivo nella presente vertenza, come si dirà qui di seguito.
11.
Il Pretore aggiunto, malgrado abbia riconosciuto il diritto dell’attore alla remunerazione delle ore di picchetto svolte, ha innanzitutto osservato che sia le
registrazioni delle timbrature di cui ai doc. U1-U5, sia le tabelle di cui ai doc. V1-V5, risultano di complicata lettura e di difficile comprensione, rispettivamente che la ricerca delle corrispondenze fra i due gruppi di documenti per consentire il riscontro dei dati e quindi verificare la correttezza o meno di quelli esposti dall’attore è ancora più gravosa, e avrebbe necessitato una valutazione specialistica, che quest’ultimo non ha richiesto. Inoltre, secondo quanto costatato dal giudice di prime cure, i conteggi esposti dall’attore sono viziati da svariate incongruenze:
il tempo di recupero picchetti indicato al totale della colonna 5 dei doc. V1-V5 non combacia praticamente mai con le ore di recupero picchetto alla relativa voce in calce alle timbrature mensili di cui ai doc. U1-U5; l’attore ha computato le ore svolte per ciascun picchetto feriale tenendo conto che lo stesso si svolge dalle 15:00 alle 06:30 del mattino successivo (durata complessiva: 15h30min), malgrado vi siano stati giorni in cui l’orario ordinario di lavoro cessava oltre le ore 15:00 (per cui in caso di sovrapposizione fra lavoro ordinario e picchetto, egli verrebbe remunerato due volte); l’utilità dei dati contenuti nelle colonne 1 e 2 alla prima pagina dei doc. V1-V5 (riguardanti i giorni e le ore di lavoro da effettuare teoricamente, peraltro sempre superiori ai giorni e alle ore di lavoro effettivo) e l’interazione di questi dati con quelli ulteriori sono dubbiose e di difficile comprensione; non è possibile comprendere i calcoli che hanno condotto ai risultati esposti nelle colonne 3 e 4 dei doc. V1-V5; non è possibile comprendere il calcolo utilizzato dall’attore per determinare il salario orario. A fronte di queste circostanze e delle contestazioni della convenuta, non risultando i calcoli dell’attore completamente comprensibili e verificabili
attraverso delle conoscenze generali e con un impegno ragionevole
, e non potendo egli pretendere che il giudice
verificasse la correttezza degli importi attraverso calcoli personali eccessivamente complessi ed elaborati, il Pretore aggiunto ne ha concluso che l’attore non è riuscito a dimostrare la fondatezza della sua pretesa, non essendovi nemmeno spazio per una valutazione in via equitativa del dovuto, essendo la stessa quantificata e quantificabile al centesimo.
12.