Decision ID: 32fe5519-3c0d-5ff0-89e9-3f9f348f149a
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
Gli interessati, di nazionalità afgana, hanno presentato una domanda
d’asilo in Svizzera il 5 settembre 2020 (cfr. atti SEM 8-13).
B.
Le successive indagini svolte dalla Segreteria di Stato della migrazione (di
seguito: SEM), hanno permesso di accertare che secondo la banca dati
“EURODAC” i richiedenti asilo avevano già depositato due domande
d’asilo pregresse in Grecia e in Slovenia rispettivamente il 21 dicembre
2018 ed il 2 settembre 2020 (cfr. atti SEM 22 e seg.).
C.
Il 18 settembre 2020 ai richiedenti asilo sono stati rilevati i dati personali
(cfr. atti SEM 44-45).
D.
Il 24 settembre 2020, hanno avuto luogo i colloqui personali ai sensi
dell’art. 5 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del
Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di de-
terminazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda
di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cit-
tadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta ufficiale
dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.06.2013; di seguito: Regola-
mento Dublino III) a cui sono stati sottoposti A._, la moglie
B._ ed il figlio maggiore C._ (cfr. atti SEM 49, 55, 56).
In tale ambito i richiedenti hanno sostanzialmente asserito di aver lasciato
l’Afghanistan all’incirca tre anni prima e di essere giunti in Europa via la
Grecia, paese nel quale si sarebbero intrattenuti per un anno. Dipoi, avreb-
bero intrapreso la via balcanica transitando da Bosnia e Croazia prima di
giungere in Slovenia. In Croazia sarebbero stati oggetto di episodi di vio-
lenza e B._ avrebbe subito un aborto spontaneo. In Slovenia le au-
torità avrebbero rilevato le loro impronte contro la loro volontà. Avrebbero
quindi lasciato il paese dopo 10-12 giorni.
Questionati in merito ai motivi che si opporrebbero ad un loro ritorno in
Slovenia, gli insorgenti hanno affermato che la loro destinazione sarebbe
stata la Svizzera ove risiederebbero due altre loro figlie maggiorenni.
B._ ha sottolineato che le autorità slovene li avrebbero trattati male.
C._ ha inoltre affermato che la madre sarebbe stata maltrattata e
che tale paese non è di suo gradimento.
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E.
Il 24 settembre 2020, la SEM ha trasmesso alle competenti autorità slo-
vene una richiesta di informazioni, le quali, il 26 settembre 2020, hanno
confermato l’effettivo deposito di una domanda d’asilo da parte degli inte-
ressati e precisato che Grecia e Croazia si sarebbero rifiutare di riprendere
in carico gli insorgenti (cfr. atto SEM 77).
F.
Su questi presupposti, il 27 ottobre 2020, la SEM ha presentato alle autorità
slovene una richiesta di ripresa in carico dei richiedenti fondata sull’art. 18
par. 1 lett. b Regolamento Dublino III (cfr. atti SEM 78 e seg.).
G.
Il 9 novembre 2020 la Slovenia ha accettato la richiesta di ripresa in carico
degli interessati in applicazione della disposizione precitata (cfr. atto SEM
85).
H.
Con decisione del 25 novembre 2020, notificata il 27 novembre 2020 (cfr.
atto SEM 29), la SEM non è entrata nel merito della succitata domanda
d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi (RS 142.31), pronunciando
nel contempo il trasferimento degli interessati verso la Slovenia.
I.
Il 4 dicembre 2020 (cfr. tracciamento degli invii; data d’entrata: 7 dicembre
2020) i richiedenti sono insorti contro la decisione dell’autorità di primo
grado, postulando, in limine, la concessione dell’effetto sospensivo al ri-
corso e – sino alla decisione in merito allo stesso – che venisse comunicato
in via supercautelare all’autorità incaricata dell’esecuzione dell’allontana-
mento di astenersi dall’intraprendere tale misura; in via principale l’annul-
lamento della decisione avversata e la trattazione nazionale della proce-
dura d’asilo; in subordine il rinvio degli atti all’autorità inferiore per una
nuova valutazione; contestualmente, la concessione dell’assistenza giudi-
ziaria, nel senso dell’esenzione dal versamento delle spese processuali e
dal relativo anticipo, il tutto con protestate spese e ripetibili.
J.
L’8 dicembre 2020 il Tribunale ha sospeso in via supercautelare l’esecu-
zione dell’allontanamento.
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Diritto:
1.
Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF,
in quanto la legge sull’asilo non preveda altrimenti (art. 6 LAsi). Fatta ec-
cezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù
dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA
prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette
autorità (art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi
dell’art. 5 PA.
I ricorrenti hanno partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore,
sono particolarmente toccati dalla decisione impugnata e vantano un inte-
resse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della
stessa (art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto sono legittimati ad aggravarsi
contro di essa.
I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 3 LAsi), alla forma e al
contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti.
Occorre pertanto entrare nel merito del gravame.
2.
Giusta l’art. 33a cpv. 2 PA, applicabile per rimando dell’art. 6 LAsi e
dell’art. 37 LTAF, nei procedimenti su ricorso è determinante la lingua della
decisione impugnata. Pertanto la procedura si svolge in italiano.
3.
Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti.
4.
Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto
federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente rile-
vanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti
(art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione impu-
gnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2).
5.
5.1 Nella propria decisione, l’autorità inferiore ha in primo luogo ritenuto
data – in virtù della domanda d’asilo ivi depositata dai richiedenti, oltreché
dell’accettazione alla loro ripresa in carico – la competenza della Slovenia
per la trattazione della domanda d’asilo di cui al corrente procedimento. In
questo senso, il fatto che i ricorrenti non fossero intenzionati a depositare
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una domanda d’asilo in tale Paese risulterebbe ininfluente. Allo stesso
modo, la presenza di figli maggiorenni in Svizzera non costituirebbe motivo
per derogarvi, posto che tale categoria di persone non rientrerebbe nel no-
vero dei famigliari ai sensi dell’art. 2 lett. g Regolamento Dublino III. Prose-
guendo nell’analisi, la SEM ha considerato che in Slovenia – Stato che
applicherebbe la direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Con-
siglio del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconosci-
mento e della revoca dello status di protezione internazionale (di seguito:
direttiva procedura); la direttiva 2011/95/UE del Parlamento e del Consiglio
del 13 dicembre 2011 recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi
terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su
uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare
della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione ricono-
sciuta (rifusione; GU L 337/9 del 20.12.2011; di seguito: direttiva qualifica-
zione); nonché la direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Con-
siglio del 26 giugno 2013 recante norme relative all’accoglienza dei richie-
denti protezione internazionale (di seguito: direttiva accoglienza) – non
sussisterebbero carenze sistemiche nel sistema di accoglienza e di asilo
dei richiedenti. Conseguentemente, in caso di trasferimento verso il pre-
detto Stato membro, si potrebbe così partire dal presupposto che i ricorrenti
non sarebbero esposti a serie violazioni dei diritti dell’uomo ex art. 3 par. 2
Regolamento Dublino III e art. 3 CEDU, che non verrebbero a trovarsi in
una situazione esistenziale difficile, o ancora che non sarebbero rinviati nel
loro Paese d’origine o di provenienza senza che la loro domanda d’asilo
venga esaminata in violazione del principio di non-respingimento. Non esi-
sterebbero altresì motivi che impongano di esaminare la domanda d’asilo
in svizzera in applicazione dell’art. 16 par. 1 Regolamento Dublino III. Pro-
seguendo nell’analisi, la SEM ha ritenuto che l’applicazione della clausola
di sovranità ai sensi dell’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III e
dell’art. 29a cpv. 3 dell’Ordinanza 1 sull’asilo relativa a questioni procedu-
rali (OAsi 1, RS 142.311) non sarebbe giustificata nella fattispecie. Anzi-
tutto, lo stato di salute dei ricorrenti, ed in particolare di B._ non
raggiungerebbero una gravità tale da rendere inammissibile il trasferi-
mento. La Slovenia disporrebbe in ogni caso di un’infrastruttura medica
sufficiente e – in virtù della direttiva accoglienza – sarebbe tenuta a pre-
stare cure mediche adeguate, ove fosse necessario. Oltracciò, neppure gli
asseriti maltrattamenti subiti in Slovenia permetterebbero di giungere a di-
versa conclusione. Invero, tali allegazioni non sarebbero sostanziate da
seri indizi, atti a comprovare una violazione dei diritti dei ricorrenti, della
privazione di condizioni di vita dignitose o dell’assenza di protezione da
parte dello Stato sloveno. D’altro canto, a mente dell’autorità inferiore,
quandanche si ammettessero le violenze in parola così come raccontante,
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esse costituirebbero un abuso di potere di singoli funzionari pubblici assi-
milabili a persecuzioni di terzi. In questo senso, essendo la Slovenia uno
Stato di diritto con un’autorità di polizia funzionante oltre che disposta ed
in grado di offrire una protezione adatta, i ricorrenti potrebbero farvi capo
al fine di risolvere le problematiche lamentate.
5.2 Con la loro impugnativa, gli insorgenti avversano le conclusioni cui è
giunta l’autorità resistente. Essi pongono innanzitutto l’accento sulla pre-
senza in Svizzera delle loro due ulteriori figlie maggiorenni, rispettivamente
sorelle, le quali sarebbero psichicamente fragili e necessiterebbero il so-
stegno dei genitori. Orbene, l’autorità inferiore avrebbe esaminato le sud-
dette relazioni familiari soltanto sotto l’aspetto del Regolamento Dublino III,
senza tenere conto della loro pertinenza dal profilo della clausola di sovra-
nità ex art. 17 del Regolamento Dublino III così come dell’art. 8 CEDU (RS
0.101). Il legame tra i ricorrenti ed i famigliari residenti in Svizzera e che
sarebbero stati divisi con la fuga risulterebbe stretto. I membri della famiglia
sarebbero rimasti in contatto e si sarebbero per quanto possibile sostenuti
a distanza, emozionalmente e finanziariamente. Se l’autorità avesse nutrito
dubbi quanto all’effettività dei legami avrebbe dovuto istruire ulteriormente
la questione richiamando gli atti delle figlie, posto che tali relazioni sareb-
bero protette dall’art. 8 CEDU alla luce anche del diritto di presenza assi-
curato di cui godrebbe una delle due in quanto beneficiaria di un permesso
B. Omettendo di agire in tal senso, la SEM avrebbe violato il diritto di es-
sere sentito degli insorgenti – che avrebbero a loro volta potuto pretendere
di accedervi – ed il principio inquisitorio. Non affrontando l’applicabilità
dell’art. 8 CEDU, la SEM avrebbe d’altro canto disatteso il diritto dei ricor-
renti ad ottenere una decisione motivata. In caso di trasferimento in Slove-
nia la vita famigliare non sarebbe possibile, dal momento che l’altra figlia
non potrebbe viaggiare all’estero senza permesso. Gli interessi privati al
ricongiungimento sarebbero pertanto preminenti, conto tenuto anche
dell’interesse superiore dei minori a poter godere della presenza dei fratelli
maggiori e dei nipotini e viceversa. Proseguendo nella loro analisi, i ricor-
renti ritengono che un rinvio in Slovenia violerebbe l’art. 3 CEDU. A loro
dire, il sistema di accoglienza ivi in essere si contraddistinguerebbe per le
molteplici lacune in particolare circa la possibilità di depositare una do-
manda d’asilo (problematica dei “push back”), le difficoltà di far capo ad
un’adeguata presa a carico medica e l’insufficiente tutela dell’interesse su-
periore del fanciullo. Oltremodo, nel Paese in parola gli interessati sareb-
bero stati vittime di maltrattamenti ed obbligati a depositare una domanda
d’asilo. A._ sarebbe d’altro canto particolarmente vulnerabile per
via dell’età mentre che B._ avrebbe già subito un aborto spontaneo.
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In Svizzera i ricorrenti si sarebbero dovuti sottoporre a ripetuti controlli me-
dici. L’autorità inferiore non avrebbe peraltro verificato l’interesse superiore
del fanciullo, conto tenuto che i minori rischierebbero di essere privati della
necessaria presa a carico. D’altro canto, quand’anche la competenza della
Svizzera non dovesse dedursi dai criteri Dublino, si giustificherebbe in ogni
caso l’applicazione della clausola di sovranità di cui all’art. 29a cpv. 3 Oasi
sulla base dell’insieme dei motivi elencati a margine.
6.
Preliminarmente occorre chinarsi sulle censure formali sollevate dai ricor-
renti.
6.1 Il diritto di essere sentito, disciplinato dall’art. 29 cpv. 2 della Costitu-
zione federale della Confederazione Svizzera del 18 aprile 1999 (Cost., RS
101) comprende segnatamente il diritto per l’interessato di consultare l’in-
carto, di offrire mezzi di prova su punti rilevanti e di esigerne l’assunzione,
di partecipare alla stessa e di potersi esprimere sulle relative risultanze
nella misura in cui possano influire sulla decisione (DTF 135 II 286 consid.
5.1; 135 I 279 consid. 2.3).
6.2 L’obbligo per l’autorità di motivare la sua decisione ne è inoltre corolla-
rio fondamentale. Detta prerogativa è finalizzata a permettere ai destinatari
e a tutte le persone interessate, di comprenderla, eventualmente di impu-
gnarla, in modo da rendere possibile all’autorità di ricorso, se adita, di eser-
citare convenientemente il suo controllo (DTF 139 V 496 consid. 5.1, 136 I
184 consid. 2.2). Ciò non significa che l’autorità sia tenuta a pronunciarsi
in modo esplicito ed esaustivo su tutte le argomentazioni addotte; essa può
occuparsi delle sole circostanze rilevanti per il giudizio (cfr. DTF 133 III 439
consid. 3.3). Per adempiere a queste esigenze è necessario che essa men-
zioni, almeno brevemente, i motivi sui quali ha fondato la sua decisione, in
modo da consentire agli interessati di apprezzarne la portata (DTF 136 I
229 consid. 5.2; 136 V 351; 129 I 232 consid. 3.2; DTAF 2013/34 consid.
4.1; 2012/23 consid. 6.1.2 ; sentenza del Tribunale federale 2C_1020/2019
del 31 marzo 2020 consid. 3.4.2).
6.3 Nelle procedure di natura amministrativa si applica il principio inquisi-
torio. Ciò significa che l’autorità competente deve procedere d’ufficio all’ac-
certamento esatto e completo dei fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi
in relazione con l’art. 12 PA, art. 106 cpv. 1 lett. b LAsi). In concreto, essa
deve procurarsi la documentazione necessaria alla trattazione del caso,
chiarire le circostanze giuridiche ed amministrare a tal fine le opportune
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prove a riguardo. Il principio inquisitorio non è tuttavia illimitato, in partico-
lare visto il nesso con l’obbligo di collaborare delle parti (DTAF 2029 I/6
consid. 5.1).
6.4 In concreto, le doglianze mosse dai ricorrenti devono essere recisa-
mente respinte. Come si vedrà d’appresso, le relazioni famigliari di cui gli
insorgenti si sono avvalsi in corso di procedura non rientrano nel campo
d’applicazione dei disposti che l’autorità è tenuta a vagliare nell’ambito di
una procedura Dublino (cfr. infra consid. 8.3 e 12). Nel diritto di essere sen-
tito loro concesso e più generalmente nel corso della procedura di prima
istanza essi non hanno d’altro canto fatto valere alcuna situazione partico-
lare di dipendenza che necessitasse l’altrimenti pretesa necessità di svol-
gere accertamenti ulteriori (cfr. in questo senso la sentenza del Tribunale
F-6463/2019 del 7 settembre 2020 consid. 2.3). D’altro canto, dal momento
le questioni relative all’esistenza di un impedimento all’esecuzione del tra-
sferimento ai seinsi dei cpv. 3 e 4 dell’art. 83 LStrI (RS 142.20) risultano
indissociabili dal giudizio di non entrata nel merito (cfr. DTAF 2015/18 con-
sid. 5.2), salvo casi particolari non si necessita che l’autorità analizzi pun-
tualmente l’adempimento di tutte le norme protettive. Dalla strutturata ar-
gomentazione risultante dall’allegato ricorsuale si evince d’altro canto che
l’assenza di riferimenti espliciti all’art. 8 CEDU non ha in alcun modo influito
sui diritti di impugnazione effettiva degli insorgenti (cfr. la medesima casi-
stica nella la sentenza F-6463/2019 precitata, consid. 3.2).
Il provvedimento impugnato non presta il fianco a critiche sotto il piano for-
male e merita pertanto piena tutela.
7.
Chiariti tali aspetti, occorre ora determinare se l’autorità inferiore abbia ret-
tamente omesso di entrare nel merito della domanda d’asilo presentata
dagli insorgenti.
7.1 Giusta l’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi, di norma non si entra nel merito di
una domanda di asilo se il richiedente può partire alla volta di uno Stato
terzo cui compete, in virtù di un trattato internazionale, l’esecuzione della
procedura d’asilo e d’allontanamento.
7.2 Prima di applicare la precitata disposizione, la SEM esamina la com-
petenza relativa al trattamento di una domanda di asilo secondo i criteri
previsti dal Regolamento Dublino III. Se in base a questo esame è indivi-
duato un altro Stato quale responsabile per l’esame della domanda di asilo,
la SEM pronuncia la non entrata nel merito previa accettazione, espressa
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o tacita, di presa in carico del richiedente l’asilo da parte dello Stato in que-
stione (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2).
7.3 Ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di pro-
tezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia quello
individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15). Nel caso di una
procedura di presa in carico (inglese: take charge) ogni criterio per la de-
terminazione dello Stato membro competente – enumerato al capo III – è
applicabile solo se, nella gerarchia dei criteri elencati all’art. 7 par. 1 Rego-
lamento Dublino III, quello precedente previsto dal Regolamento non trova
applicazione nella fattispecie (principio della gerarchia dei criteri). Inoltre,
la determinazione dello Stato membro competente avviene sulla base della
situazione esistente al momento in cui il richiedente ha presentato do-
manda di protezione internazionale (art. 7 par. 2 Regolamento Dublino III).
Contrariamente, nel caso di una procedura di ripresa in carico (inglese:
take back) – come è il caso di specie – di principio non viene effettuato un
nuovo esame di determinazione dello Stato membro competente secondo
il capo III Regolamento Dublino III (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 con
riferimenti citati).
7.4 Giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile
trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato
come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che sussi-
stano delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni
di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un trattamento
inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000; di seguito: CartaUE), lo
Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione dello Stato
membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo III per veri-
ficare se un altro Stato membro possa essere designato come competente.
Qualora non sia possibile eseguire il trasferimento verso un altro Stato
membro designato in base ai criteri del capo III o verso il primo Stato mem-
bro in cui la domanda è stata presentata, lo Stato membro che ha avviato
la procedura di determinazione diventa lo Stato membro competente.
7.5 Lo Stato membro competente è tenuto a riprendere in carico – in osse-
quio alle condizioni poste agli art. 23, 24, 25 e 29 – il richiedente la cui
domanda è in corso d’esame e che ha presentato domanda in un altro
Stato membro oppure si trova nel territorio di un altro Stato membro senza
un titolo di soggiorno (art. 18 par. 1 lett. b Regolamento Dublino III).
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Pagina 10
8.
8.1 Nel caso in rassegna, vista la richiesta di ripresa in carico fondata
sull’art. 18 par. 1 lett. b Regolamento Dublino nonché l’espressa accetta-
zione della medesima da parte delle autorità di tale Paese (cfr. supra), la
competenza della Slovenia per la trattazione della procedura d’asilo e di
allontanamento dei richiedenti, risulta di principio essere data.
8.2 La questione dell’effettiva volontà quanto al deposito di una domanda
d’asilo è del resto del tutto ininfluente, atteso che il meccanismo del Rego-
lamento Dublino III non offre il diritto di scegliere autonomamente lo Stato
nel quale la domanda debba essere esaminata (cfr. DTAF 2010/45 consid.
8.3).
8.3 La circostanza della presenza in Svizzera dei figli maggiorenni, rispet-
tivamente fratelli, non è inoltre atta a rimettere in discussione detta compe-
tenza. Come rettamente ritenuto nella decisione avverso la quale gli insor-
genti si sono aggravati, tali persone non rientrano nella nozione di “fami-
liari” ai sensi dell’art. 2 lett. g Regolamento Dublino III. Il fatto ch’essi risie-
dano in Svizzera non giustifica così l’applicazione degli art. 9 e 10 del me-
desimo Regolamento. D’altro canto, trattandosi in concreto di una proce-
dura di ripresa in carico, non va di norma effettuato un nuovo esame dello
Stato membro competente secondo il capo III, di cui tali disposizioni sono
parte integrante (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2; DTAF 2012/4 con-
sid. 3.2; sentenza del Tribunale D-2954/2019 del 18 luglio 2019 consid. 5).
9.
9.1 Quo alla procedura di asilo e di accoglienza dei richiedenti in Slovenia,
non vi sono fondati motivi di ritenere che sussistano carenze sistemiche
che implichino il rischio di un trattamento inumano o degradante ai sensi
dell’art. 4 della Carta UE (cfr. art. 3 par. 2 2a frase Regolamento Dublino
III).
9.1 La Slovenia è legata alla CartaUE e firmataria della Convenzione del 4
novembre 1950 per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fon-
damentali (CEDU, RS 0.101), della Convenzione del 10 dicembre 1984
contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti
(Conv. tortura, RS 0.105), della Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statu-
to dei rifugiati (Conv. rifugiati, RS 0.142.30), oltre che del relativo Protocollo
aggiuntivo del 31 gennaio 1967 (RS 0.142.301) e ne applica, a tale titolo,
le disposizioni. Di conseguenza, la Slovenia è presunta rispettare la sicu-
rezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il diritto alla trattazione della pro-
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Pagina 11
pria domanda secondo una procedura giusta ed equa e garantire una pro-
tezione conforme al diritto internazionale ed europeo (cfr. direttiva
2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013
recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello
status di protezione internazionale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva
2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013
recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazio-
nale [di seguito: direttiva accoglienza]) (cfr. fra le tante, sentenza del Tribu-
nale F-663/2020 del 18 febbraio 2020).
9.2 Tale presunzione, non è tuttavia assoluta e può essere confutata in
presenza di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale Stato non
rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 consid. 6; 2010/45
consid. 7.4 e 7.5). La stessa va inoltre scartata d’ufficio in presenza di vio-
lazioni sistematiche delle garanzie minime previste dall’Unione europea o
di indizi seri di violazioni del diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 con-
sid. 6; sentenza della CorteEDU M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gen-
naio 2011, 30696/09).
9.3 Orbene, nel caso di specie, il Tribunale rileva anzitutto, circa i presunti
maltrattamenti subiti da parte delle autorità slovene, che le dichiarazioni dei
ricorrenti si riducono in mere affermazioni di parte, non suffragate da alcun
elemento concreto, e pertanto inadeguate a sovvertire la giurisprudenza
testé enucleata. Parimenti, neppure dal rapporto di Amnesty International
denominato “Slovenia: Push-backs and denial of access to asylum” e ri-
chiamato in sede ricorsuale, è possibile desumere circostanze suscettibili
di confutare la summenzionata presunzione. In verità, quest’ultimo affronta
la cosiddetta problematica dei respingimenti delle persone che entrano il-
legalmente in Slovenia e vengono fermate e rinviate alla frontiera con la
Croazia, impedendo loro di depositare una domanda d’asilo. Ebbene,
viene da sé che i ricorrenti non rientrino in questa categoria, avendo potuto
avviare un procedimento volto all’ottenimento dell’asilo in Slovenia, come
del resto confermato dalle autorità del Paese medesimo. Per il resto, anche
prendendo in considerazione le ulteriori argomentazioni articolate nel gra-
vame dai ricorrenti, nulla permette di ritenere l’esistenza di una pratica at-
tuale avverata di violazione sistematica delle norme comunitarie minime in
materia. In tal senso, dagli atti all’inserto non è possibile desumere indizi
oggettivi, seri e concreti atti a comprovare che il trasferimento in Slovenia
esporrebbe effettivamente i ricorrenti al rischio di vedere insoddisfatti i loro
bisogni esistenziali minimi secondo la direttiva accoglienza. Infine, dalle ta-
vole processuali non sono nemmeno ravvisabili motivi per i quali vi sia da
ritenere che la Slovenia non rispetterebbe il principio di non-respingimento
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rinviando i ricorrenti in un Paese dove la loro vita, la loro integrità fisica o
la loro libertà sarebbero minacciate per uno dei motivi menzionati
all’art. 3 cpv. 1 LAsi, o dal quale rischierebbero di essere costretti a recarsi
in un Paese di tal genere.
Conseguentemente, visto tutto quanto precede l’applicazione dell’art. 3
par. 2 2a frase Regolamento Dublino III non si giustifica nel caso di specie.
10.
10.1 Giusta l’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III («clausola di sovra-
nità»), in deroga ai criteri di competenza sopra definiti, ciascuno Stato
membro può decidere di esaminare una domanda di protezione internazio-
nale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, anche
se tale esame non gli compete.
10.1 Ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, disposizione che concretizza in
diritto interno svizzero la clausola di sovranità, se "motivi umanitari" lo giu-
stificano la SEM può entrare nel merito della domanda anche qualora giu-
sta il Regolamento Dublino III un altro Stato sarebbe competente per il trat-
tamento della domanda. Nell’applicazione di tale articolo, l’autorità inferiore
dispone di un reale potere di apprezzamento ed il Tribunale, a seguito
dell’abrogazione dell’art. 106 cpv. 1 lett. c LAsi (entrata in vigore il 1° feb-
braio 2014), dispone di un potere di esame ridotto (cfr. DTAF 2015/9 con-
sid. 7 seg.). Esso può infatti unicamente esaminare se la SEM ha esercitato
il suo potere di apprezzamento in modo conforme alla legge, ossia se l’au-
torità inferiore ha fatto uso di tale potere e se l’ha fatto secondo criteri og-
gettivi e trasparenti (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8). Qualora la decisione sia
sostenibile, tenuto conto dell’interpretazione della nozione di motivi umani-
tari e sia conforme ai principi costituzionali – quali il diritto di essere sentito,
il principio della parità di trattamento ed il principio della proporzionalità – il
Tribunale non può sostituire il suo libero apprezzamento a quello della SEM
(cfr. ibidem; sentenza del Tribunale D-5666/2017 consid. 4.4).
10.2 Al contrario, se il trasferimento del richiedente nel paese di destina-
zione contravviene ad una norma imperativa del diritto internazionale, tra
cui quelle della CEDU, l’autorità inferiore è obbligata ad applicare la clau-
sola di sovranità e ad entrare nel merito della domanda d’asilo ed il Tribu-
nale dispone di potere di controllo al riguardo (cfr. DTAF 2015/9 consid.
8.2.1).
11.
11.1 Poste tali premesse, è quindi ora innanzitutto necessario determinare
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se le evenienze esposte dai ricorrenti siano atte a rendere il loro trasferi-
mento verso la Slovenia contrario all’art. 3 CEDU.
11.2 La CorteEDU ha stabilito che il respingimento forzato di persone che
soffrono di problemi medici non è suscettibile di costituire una violazione
dell’art. 3 CEDU, a meno che la malattia dell’interessato non si trovi ad uno
stadio avanzato e terminale, al punto che la sua morte appaia come una
prospettiva prossima (cfr. sentenza della CorteEDU N. contro Regno Unito
del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7.1). A tal proposito,
la CorteEDU ha successivamente precisato in una sua sentenza, che una
violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi siano dei
seri motivi di ritenere che la persona, in assenza di trattamenti medici ade-
guati nello Stato di destinazione, sarà confrontata ad un reale rischio di un
grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni di salute com-
portante delle intense sofferenze o una significativa riduzione della spe-
ranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro Belgio del 13
dicembre 2016, 41738/10, §181 segg.).
11.3 All’occorrenza, dagli atti all’inserto non è possibile desumere, per nes-
suno dei ricorrenti, uno stato di salute cagionevole a tal punto da essere
messo gravemente e irrimediabilmente a rischio da un trasferimento verso
la Slovenia. Dipoi, gli insorgenti possono essere rinviati in quest’ultimo
Paese giacché non vi sono motivi di dubitare che l’autorità preposta comu-
nichi se del caso allo Stato in questione la loro situazione medica e le mi-
sure di accompagnamento necessarie (cfr. art. 31 e 32 Regolamento Du-
blino III). Da ultimo, per le ragioni già esposte (cfr. supra consid. 9.2) gli
asseriti maltrattamenti subiti in Slovenia, non mutano tale conclusione.
12.
12.1 Tra le norme imperative di cui sopra rientra anche l’art. 8 CEDU (cfr.
DTAF 2013/24 consid. 5), secondo il quale ogni persona ha diritto al ri-
spetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corri-
spondenza e il cui scopo è segnatamente quello di proteggere le relazioni
con la famiglia nucleare, in particolare con il coniuge ed i figli minori (cfr.
DTF 137 I 113 consid. 6.1; DTAF 2008/47 consid. 4.1, sentenza del Tribu-
nale D-2393/2019 del 22 maggio 2019).
12.2 Seppure detto disposto, rispettivamente l’art. 13 Cost., non garanti-
scano il diritto a soggiornare in un determinato Stato, il diritto al rispetto
della vita famigliare e privata può essere violato qualora ad uno straniero,
la cui famiglia risiede in Svizzera, viene vietata la presenza in tale Paese e
con ciò viene impedita la vita famigliare (cfr. DTF 135 I 143 consid. 1.3.1).
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La protezione conferita dalla norma convenzionale in oggetto non è asso-
luta. Un’ingerenza nella vita familiare è invero ammissibile se questa è pre-
vista dalla legge e se costituisce una misura che, in una società democra-
tica, è necessaria per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, il benessere
economico del paese, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o
della morale, o la protezione dei diritti e delle libertà altrui (cfr. art. 8 par. 2
CEDU). A questo titolo, incombe alle autorità procedere alla ponderazione
dei differenti interessi in presenza, vale a dire, da una parte l’interesse dello
Stato all’allontanamento dello straniero e, dall’altra, l’interesse di quest’ul-
timo a mantenere le sue relazioni familiari.
12.3 Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, per poter invocare
il diritto al rispetto della vita famigliare ex art. 8 CEDU lo straniero non sol-
tanto deve provare la presenza di una relazione stretta ed effettiva con una
persona della sua famiglia, ma pure che quest’ultima sia beneficiaria di un
diritto di presenza garantito o duraturo in Svizzera (cfr. tra le altre DTF 137
I 351, consid. 3.1; 135 I 143 consid. 1.3.1; DTAF 2013/49 consid. 8.4.1 con
rinvii, 2012/4 consid. 4.3 con giurisprudenza ivi citata). Occorre tuttavia sot-
tolineare che tale prassi giurisprudenziale è stata elaborata nell’ambito dei
casi di rifiuto del rinnovo di permessi soggiacenti alla legislazione ordinaria
sugli stranieri ed è trasponibile solo con le dovute riserve nell’ambito delle
fattispecie riguardanti i meccanismi del Regolamento Dublino III (cfr. in
questo senso segnatamente sentenze del Tribunale E-8349/2015 del 23
agosto 2017 consid. 5.2, E-2457/2016 del 9 maggio 2016 consid. 3.2; D-
7410/2014 e D-7547/2014 du sel 24 agosto 2015, consid. 7.7, E-6169/2014
e E-6167/2014 del 16 dicembre 2014 consid. 5.3 ; MONNET JEAN-PIERRE,
La jurisprudence du Tribunal administratif fédéral en matière de transferts
Dublin, in Schengen et Dublin en pratique, questions actuelles, 2015, pag.
433). Sono protetti, principalmente, i rapporti tra i coniugi nonché quelli tra
genitori e figli minorenni che vivono in comunione (cfr. sentenza
CorteEDU – Van der Heijden c. Paesi Bassi [Grande Camera], n. 42857/05,
3 aprile 2012, § 50).
12.4 Al contrario, nell’ambito del campo d’applicazione dell’art. 8 CEDU, le
relazioni tra genitori e figli maggiorenni possono essere considerate solo
eccezionalmente, ossia quando tra i famigliari esiste un particolare rap-
porto di dipendenza, come in caso di necessità di prodigare cure speciali
per un handicap o una malattia grave (cfr. DTF 129 II 11 consid. 2 e 120 Ib
257 consid. 1e; sentenza CorteEDU – Moretti e Benedetti c. Italia, n.
16318/07, 27 aprile 2010, § 46). A medesima soluzione si giunge anche
considerando l’altra clausola discrezionale prevista all’art. 16 par. 1 Rego-
lamento Dublino III, che pure i ricorrenti non censurano e secondo il cui
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tenore “laddove a motivo di una gravidanza, maternità recente, malattia
grave, grave disabilità o età avanzata un richiedente sia dipendente dall’as-
sistenza del figlio, del fratello o del genitore legalmente residente in uno
degli Stati membri o laddove un figlio, un fratello o un genitore legalmente
residente in uno degli Stati membri sia dipendente dall’assistenza del ri-
chiedente, gli Stati membri lasciano insieme o ricongiungono il richiedente
con tale figlio, fratello o genitore, a condizione che i legami familiari esi-
stessero nel paese d’origine, che il figlio, il fratello, il genitore o il richiedente
siano in grado di fornire assistenza alla persona a carico e che gli interes-
sati abbiano espresso tale desiderio per iscritto”. Da questa formulazione
si evince peraltro che la situazione di dipendenza presuppone l’esistenza
di problemi di salute di una gravità che richiede un’assistenza significativa
nella vita quotidiana, nel senso di una presenza, di una sorveglianza o an-
che di un’assistenza e di un’attenzione permanente che solo un parente
stretto è in grado di fornire (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 8.3.3 e 8.3.5). Per-
tanto, la mera necessità di un sostegno emotivo o addirittura psicologico
non è tale da stabilire un rapporto di dipendenza (cfr. DTAF 2017 VI/5 con-
sid. 8.3.5).
12.5 Ora, nel caso che ci occupa, trattandosi di una relazione tra i ricorrenti
ed i loro figli, rispettivamente fratelli, maggiorenni, essa non rientra di prin-
cipio nel campo d’applicazione dell’art. 8 CEDU. Inoltre, non si può a giusto
titolo ritenere che “sia stata dimostrata una l’esistenza di elementi supple-
mentari di dipendenza che vadano oltre i legami affettivi normali” (cfr. sen-
tenza CorteEDU – A.W. Khan c, Regno Unito, n. 47486/06, 12 gennaio
2010, § 32). Certo, sulla base della documentazione prodotta in sede ricor-
suale si evince che la figlia maggiorenne G._ è stata in trattamento
presso un ambulatorio per questioni psichiche. Nulla però viene detto
quanto alla gravità delle patologie in essere né altrimenti viene segnalato
un particolare legame di dipendenza dalla psicologa che ha emesso il cer-
tificato medico. Secondo le stesse allegazioni ricorsuali, quest’ultima risulta
del resto sposata e può pertanto appoggiarsi sul coniuge in caso di neces-
sità. Anche l’avanzato stato di gravidanza dell’altra figlia, H._, non
è ad esso solo bastevole per rientrare nelle casistiche contemplate dalla
giurisprudenza topica. Entrambe le figlie risiedono d’altro canto in Svizzera
sin dal 2015 (cfr. ricorso, all. 4 e 5) mentre i qui ricorrenti hanno lasciato
l’Afghanistan nel 2017, di modo che, il legame famigliare risulta essersi
interrotto già da diversi anni. Da ultimo, gli stessi ricorrenti non risultano
trovarsi in una situazione valetudinaria tale da necessitare un sostegno
continuativo da parte dei famigliari residenti in Svizzera. Invero, solo
B._ pare soffrire di alcune problematiche psichiche, peraltro non
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severe. Essa dispone del resto già di ampio nucleo famigliare su cui ap-
poggiarsi. In buona sostanza ed a prescindere dalla questione del diritto di
presenza garantito o duraturo in Svizzera, i ricorrenti non hanno presentato
alcuna prova concreta né alcun mezzo di prova convincente atto a dimo-
strare che il loro trasferimento pregiudichi un’assistenza quotidiana indi-
spensabile che vada al di là del sostegno morale fornito dai membri della
famiglia che soggiornano in Svizzera, rispettivamente che essi stessi ne-
cessitino di beneficiare di una tale assistenza. Gli insorgenti hanno d’altro
canto affermato di essere sin qui riusciti a darsi manforte a distanza e nulla
lascia intendere che non possano continuare a farlo anche in futuro in caso
di necessità (cfr. ricorso, pag. 5)
13.
13.1 In definitiva, gli interessati non hanno fornito indizi seri suscettibili di
comprovare che le loro condizioni di vita o la loro situazione personale sa-
rebbero tali da contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU,
all’art. 3 Conv. tortura o all’interesse superiore sancito dalla Convenzione
sui diritti del fanciullo (CDF; RS 0.107) in caso di esecuzione del trasferi-
mento in Slovenia. I presupposti per appellarsi all’art. 8 CEDU non sono
inoltre in concreto riuniti. Pertanto, non v’è un obbligo di applicare la clau-
sola di sovranità ai sensi dell’art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III. Nem-
meno le condizioni previste dell’art. 16 par. 1 Regolamento Dublino III ri-
sultano date.
13.2 Infine, come già sopra considerato (cfr. supra consid. 6.3), nel caso in
disamina non sussistono elementi per ritenere che l’autorità inferiore abbia
esercitato in maniera arbitraria il suo potere di apprezzamento in merito
all’esistenza di motivi umanitari ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1. Per-
tanto, non vi è motivo di applicare la clausola discrezionale di cui all’art. 17
par. 1 (clausola di sovranità) Regolamento Dublino III.
13.3 Di conseguenza, in mancanza dell’applicazione delle succitate norme
da parte della Svizzera, la Slovenia rimane competente per il seguito della
domanda d’asilo e d’allontanamento dei ricorrenti ai sensi del Regolamento
Dublino III ed è tenuta a riprenderli in carico in ossequio alle condizioni
poste agli art. 23, 24, 25 e 29 del predetto.
14.
Alla luce di quanto precede, è dunque a giusto titolo che la SEM non è
entrata nel merito della domanda di asilo degli insorgenti, in applicazione
dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi ed ha pronunciato il loro trasferimento verso
la Slovenia conformemente all’art. 44 LAsi, posto che essi non possiedono
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un’autorizzazione di soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a
OAsi 1).
15.
In siffatte circostanze, non vi è più luogo di esaminare in maniera distinta
le questioni relative all’esistenza di un impedimento all’esecuzione del tra-
sferimento giusta i cpv. 3 e 4 dell’art. 83 LStrI (cfr. DTAF 2015/18 con-
sid. 5.2 e DTAF 2010/45 consid. 10.2).
16.
Ne consegue che il ricorso deve essere respinto e la decisione della SEM,
che rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia il trasfe-
rimento degli interessati dalla Svizzera verso la Slovenia, confermata.
17.
Le misure supercautelari ordinate dal Tribunale l’8 dicembre 2020 deca-
dono con la presente decisione finale (cfr. SEILER HANSJÖRG, in: Wald-
mann/Weissenberger (ed.), Praxiskommentar VwVG, 2a ed. 2016, n. 54 ad
art. 56 PA).
18.
Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso la domanda tendente
all’esenzione dal versamento di un anticipo equivalente alle presumibili
spese processuali risulta senza oggetto.
19.
Visto l’esito della procedura, le spese processuali che seguono la soccom-
benza, sarebbero da porre a carico dei ricorrenti (art. 63 cpv. 1 e 5 PA non-
ché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripeti-bili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 febbraio 2008
[TS-TAF, RS 173.320.2]).
Tuttavia, potendo il Tribunale partire dall’assunto che gli insorgenti siano
indigenti e non essendo state le conclusioni ricorsuali al momento dell’inol-
tro del gravame d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole, v’è
luogo di accogliere la domanda di assistenza giudiziaria e non sono prele-
vate spese processuali (art. 65 cpv. 1 PA).
20.
La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente
una domanda d’estradizione presentata nello Stato che hanno abbando-
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nato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata con ri-
corso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF).
La pronuncia è quindi definitiva.
(dispositivo alla pagina seguente)
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Il Tribunale amministrativo federale pronuncia:
1.
Il ricorso è respinto.
2.
La domanda di assistenza giudiziaria è accolta.
3.
Non si prelevano spese processuali.
4.
Questa sentenza è comunicata agli insorgenti, alla SEM e all’autorità can-
tonale.