Decision ID: 62d7b4bc-7bb4-5efe-b7f3-5af54e320f80
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Visto:
la domanda d’asilo che l’interessato ha presentato in Svizzera il 17 luglio
2020,
il rilevamento delle generalità del 23 luglio 2020 (atto 13/10) ed il verbale
relativo all’audizione sui motivi d’asilo svoltasi il 19 agosto 2020 (atto 22/18;
di seguito verbale),
la bozza di decisione negativa in merito alla domanda d’asilo del 24 agosto
2020 ed il relativo parere della rappresentanza legale del 25 agosto 2020,
il decreto d’accusa del 25 agosto 2020 per mezzo del quale è stata propo-
sta la condanna dell’interessato ad una pena detentiva di dieci giorni, so-
spesa condizionalmente per due anni, per titolo infrazione alla Legge fede-
rale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni (LArm; RS 514.54),
la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM)
del 26 agosto 2020 notificata il giorno medesimo (cfr. atto 27/1), con cui
tale autorità ha respinto la succitata domanda d’asilo e pronunciato l’allon-
tanamento del richiedente dalla Svizzera nonché l’esecuzione dello stesso
in quanto ammissibile, esigibile e possibile,
il ricorso del 2 settembre 2020 (cfr. timbro del plico raccomandato; data
d’entrata: 3 settembre 2020), per il cui tramite l’interessato ha concluso
all’annullamento della decisione impugnata ed alla restituzione degli atti
all’autorità di prima istanza per complemento istruttorio chiedendo, altresì
di essere esentato dal pagamento delle spese di giudizio e del relativo an-
ticipo, con protestate tasse e spese,
l’incarto elettronico dell’autorità di prima istanza ed i mezzi di prova versati
agli atti dall’insorgente all’attenzione della medesima,
la conferma di ricevimento del gravame indirizzata il 4 settembre 2020 al
ricorrente dal Tribunale amministrativo federale (di seguito: il Tribunale),
i fatti del caso di specie che, se necessari, verranno ripresi nei considerandi
che seguono,
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e considerato:
che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla
LTF, in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti
(art. 6 LAsi),
che fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in
virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5
PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF,
che la SEM rientra tra dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato co-
stituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 PA,
che il ricorrente è toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA), per il che è legittimato ad aggravarsi contro di
essa,
che i requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi), alla forma e
al contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti,
che occorre pertanto entrare nel merito del gravame,
che con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la
violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli
stranieri, pure l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26
consid. 5),
che il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né
dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle argo-
mentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2),
che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono,
sono decisi dal giudice in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un
secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è motivata soltanto
sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi),
che ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, si rinuncia allo scambio degli scritti,
che il richiedente asilo, cittadino della Bosnia ed Erzegovina di etnia bo-
sniaca proveniente da B._, ha chiesto la protezione della Svizzera
in quanto teme di subire rappresaglie da tale C._, figlio di un ex-
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commilitone delle guerre balcaniche ch’egli avrebbe contribuito a far con-
dannare nel (...) ad una pluriennale pena detentiva per crimini di guerra
deponendo a suo carico quale di testimone e beneficiando contestual-
mente di misure di protezione della State Investigation and Protection
Agency (SIPA); che invero, a seguito del rilascio di quest’ultimo, C._
lo avrebbe minacciato di morte; che il richiedente asilo si sarebbe recato
alla polizia per sporgere denuncia; che l’autore delle minacce sarebbe stato
fermato ed interrogato dalle autorità, senza però che all’interessato venisse
rilasciata una copia del verbale; che una quindicina di giorni dopo, egli
avrebbe incontrato C._ per strada, il quale lo avrebbe nuovamente
minacciato, da cui il susseguente espatrio (cfr. verbale, D52 e seg.),
che la Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le disposi-
zioni della LAsi (art. 2 LAsi); che l’asilo comprende la protezione e lo statuto
accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di rifugiato; che
esso include il diritto di risiedere in Svizzera,
che giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiati le persone che, nel Paese di
origine o di ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della
loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo
sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di es-
sere esposte a tali pregiudizi; che sono pregiudizi seri segnatamente
l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché
le misure che comportano una pressione psichica insopportabile (art. 3
cpv. 2 LAsi),
che nella querelata decisione, l’autorità inferiore ha considerato irrilevanti i
motivi d’asilo addotti dall’insorgente; che non vi sarebbero invero indizi
quanto al fatto che egli non possa rivolgersi alle autorità bosniache onde
ottenere protezione, conto tenuto dell’inserimento della Bosnia ed Erzego-
vina nel novero degli Stati sicuri e della presunzione di assenza di perse-
cuzioni che ne deriverebbe,
che con ricorso, l’insorgente avversa la valutazione della SEM; che a suo
dire, egli non avrebbe modo di far capo alla protezione statale; che le au-
torità bosniache, nonostante gli abbiano permesso di beneficiare di alcune
misure di salvaguardia durante il processo, non avrebbero garantito il suo
anonimato; che uno scambio di informazioni con un’esperta della que-
stione raccolto dai ricercatori dell’Organisation suisse d’aide aux réfugiés
(Osar) ed allegato al gravame dimostrerebbe le criticità nel sistema di pro-
tezione dei testimoni di crimini di guerra, insufficienze altresì referenziate
da Human Rights Watch a da altri enti; che così, non si potrebbe affermare
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che le autorità bosniache abbiano posto in essere tutte le necessarie tutele;
che dipoi, l’accertamento dei fatti svolto dall’autorità inferiore sarebbe ine-
satto e/o incompleto anche in virtù della mancata analisi circa l’accessibilità
della protezione offerta dalla SIPA, atteso che l’insorgente avrebbe a più
riprese precisato di non aver potuto attivare misure di salvaguardia senza
essere in possesso del verbale; che la scelta di non rivolgersi ad un’altra
stazione di polizia sarebbe inoltre perfettamente comprensibile, visto che
per tutta la durata dell’inchiesta egli avrebbe ad ogni modo dovuto risiedere
nei pressi del persecutore; che l’assenza di misure di protezione specifiche
sarebbe del resto stata resa plausibile anche dalle risultanze del precitato
rapporto Osar ed avrebbe condotto ad una diminuzione del tasso di con-
danne per crimini di guerra a fronte del timore di testimoniare di coloro che
hanno assistito a tali atti; che andrebbe altresì considerato il fenomeno
della corruzione ed il possibile legame di connivenza tra il commissario di
polizia e l’autore delle minacce; che tutto ciò a dimostrare il fatto che l’au-
torità inferiore avrebbe disatteso il principio inquisitorio ed applicato in
modo erroneo gli art. 3 e 44 LAsi,
che la tesi ricorsuale non può essere seguita,
che il Consiglio federale designa come Stati sicuri gli Stati in cui, secondo
i suoi accertamenti, non vi è pericolo di persecuzioni (art. 6a cpv. 2 lett. a
LAsi),
che le persecuzioni che sono dovute a terzi e non ad organi governativi,
non rivestono un carattere determinante per il riconoscimento della qualità
di rifugiato se non nel caso in cui lo Stato in questione non accordi la pro-
tezione necessaria al richiedente; che infatti, secondo il principio della sus-
sidiarietà della protezione internazionale in rapporto alla protezione nazio-
nale, di cui all’art. 1 della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 28 lu-
glio 1951 (RS 0.142.30), si può esigere da un richiedente asilo che egli
abbia dapprima esaurito nel suo Paese d’origine, le possibilità di protezione
contro delle eventuali persecuzioni non statali, prima di sollecitare la stessa
da parte di uno Stato terzo (cfr. DTAF 2013/11 consid. 5.1 con riferimenti
citati; DTAF 2011/51 consid. 6.1; cfr. fra le altre anche: sentenza del Tribu-
nale E-6009/2017 del 4 luglio 2018 consid. 3),
che in una pari eventualità, le autorità d’asilo sono di principio tenute a
verificare unicamente l’effettività della protezione offerta da parte dello
stato d’origine (cfr. DTF 138 II 513, 520),
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che inoltre, nel caso in cui lo stato d’origine sia stato designato come sicuro
ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. a LAsi, esiste anche una presunzione legale
di protezione contro i pregiudizi da parte di terze entità (cfr. sentenza del
Tribunale D-3756/2018 consid. 5.1; v. anche DTF 138 II 513, 521),
che tale presunzione può essere sovvertita solo in presenza di indizi con-
creti (cfr. tra le tante sentenza E-616/2019 del 25 gennaio 2019),
che il 25 giugno 2003 il Consiglio federale ha inserito Bosnia ed Erzegovina
nel novero dei paesi esenti da persecuzioni ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett.
a LAsi (cfr. Lista «Safe Countries» ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. a LAsi,
SEM) e da allora si è attenuto a questa valutazione nell’ambito delle perio-
diche verifiche giusta l’art. 6a cpv. 3 LAsi,
che vi è dunque una presunzione legale di protezione da parte delle auto-
rità bosniache (cfr. sentenza del Tribunale E-4314/2018 del 9 agosto 2018
consid. 5.3),
che secondo prassi, l’effettiva protezione nel Paese d’origine non è d’altro
canto da intendersi quale garanzia di protezione individuale a lungo ter-
mine contro persecuzioni non-statali: nessuno Stato ha la capacità di ga-
rantire ovunque e in qualunque momento l’assoluta sicurezza ai propri cit-
tadini; che occorre al contrario che vi sia a disposizione una struttura di
protezione funzionante ed efficiente che renda possibile un procedimento
penale, segnatamente organi di polizia e ordinamento giuridico ottempe-
ranti (cfr. DTF 138 II 513 consid. 7.3, DTAF 2013/11 consid. 5.1 con riferi-
menti citati; DTAF 2011/51 consid. 6.1; cfr. fra le altre anche la sentenza
del Tribunale E-6009/2017 del 4 luglio 2018 consid. 3),
che in specie l’insorgente non è stato in grado di fornire elementi concreti
a sostegno della sua tesi circa l’incapacità e/o la non volontà di protezione
da parte delle autorità del suo Paese d’origine; che sebbene siano state
rese quantomeno verosimili alcune criticità nel sistema di salvaguardia dei
testimoni di crimini di guerra, quest’ultime non sono tali sovvertire la pre-
sunzione di protezione da parte delle autorità di un paese designato come
sicuro ex art. 6a cpv. 2 lett. a LAsi; che più generalmente, le azioni intra-
prese a propria tutela dal ricorrente, che si è limitato a recarsi presso la
polizia locale senza interessarsi quanto alla possibilità di prendere contatto
con altri enti – sia tale attitudine comprensibile o meno – risultano ingiusti-
ficatamente esigue e perciò inatte a rimettere in discussione il principio
della sussidiarietà della protezione internazionale; che del resto, il presunto
autore delle minacce è stato effettivamente prelevato e sentito dalla polizia,
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cosa che a questo stadio ed in assenza di ulteriori iniziative da parte del
ricorrente, conferma di principio l’effettività delle azioni delle forze di sicu-
rezza; che dedurre un’impossibilità generalizzata a far capo alla protezione
statale dalla sola mancata consegna di un verbale è quantomeno ecces-
sivo,
che pertanto non si può partire dall’assunto che le autorità bosniache non
siano in grado o volenterose di fornire al ricorrente protezione nei confronti
di possibili atti pregiudizievoli, tutt’ora non concretizzatisi, ad opera di
C._,
che essendo riuniti tutti i fatti giuridicamente rilevanti non si riscontra alcuna
violazione del principio inquisitorio da parte dell’autorità inferiore (cfr. DTAF
2019 I/6 consid. 5.1), atteso in particolare che in specie si trattava unica-
mente di verificare l’effettività della protezione offerta da parte dello stato
d’origine in forza ad una presunzione legale,
che per quanto concerne il riconoscimento della qualità di rifugiato e la
concessione dell’asilo la decisione impugnata va pertanto confermata,
che se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM
pronuncia, di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina
l’esecuzione; che tiene però conto del principio dell’unità della famiglia
(art. 44 LAsi),
che l’insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM
avrebbe dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla Svizzera
(art. 14 cpv. 1 seg., art. 44 LAsi nonché art. 32 dell’ordinanza 1 sull’asilo
relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311];
cfr. DTAF 2013/37 consid. 4.4),
che questo Tribunale è pertanto tenuto a confermare la pronuncia
dell’allontanamento,
che l’esecuzione dell’allontanamento è regolamentata, per rinvio
dell’art. 44 LAsi, dall’art. 83 della legge federale sugli stranieri e la loro in-
tegrazione (LStrI, RS 142.20), giusta il quale la stessa dev’essere possibile
(art. 83 cpv. 2 LStrI), ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStrI) e ragionevolmente
esigibile (art. 83 cpv. 4 LStrI),
che nella misura in cui questo Tribunale ha confermato la decisione della
SEM relativa alla domanda d’asilo dell’insorgente, quest’ultimo non può
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prevalersi del principio del divieto di respingimento (art. 5 cpv. 1 LAsi), ge-
neralmente riconosciuto nell’ambito del diritto internazionale pubblico ed
espressamente enunciato all’art. 33 della Convenzione sullo statuto dei ri-
fugiati del 28 luglio 1951 (RS 0.142.30),
che, in siffatte circostanze, non v’è nemmeno motivo di considerare l’esi-
stenza di un rischio personale, concreto e serio per il ricorrente di essere
esposto, in caso di allontanamento nel suo Paese d’origine ad un tratta-
mento proibito, in relazione all’art. 3 CEDU o all’art. 3 della Convenzione
contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti
del 10 dicembre 1984 (RS 0.105),
che, inoltre, la situazione vigente in Bosnia ed Erzegovina non è caratteriz-
zata da guerra, guerra civile o violenza generalizzata che coinvolga l’in-
sieme della popolazione nell’integralità del territorio nazionale; che detto
paese è del resto stato inserito dal Consiglio federale nella lista dei paesi
verso i quali l’esecuzione dell’allontanamento è di principio ragionevol-
mente esigibile (cfr. art. 18 e Allegato 2 dell’Ordinanza concernente l’ese-
cuzione dell’allontanamento e dell’espulsione di stranieri; OEAE, RS
142.281); che nemmeno la situazione personale dell’interessato giustifica
una diversa valutazione del caso,
che infine non risultano impedimenti neppure sotto il profilo della possibilità
dell’esecuzione dell’allontanamento (art. 83 cpv. 2 LStrI in relazione
all’art. 44 LAsi),
che, di conseguenza, anche in materia di allontanamento e relativa esecu-
zione, la querelata decisione va confermata,
che da ultimo, ritenute le allegazioni ricorsuali sprovviste di probabilità di
esito favorevole, la domanda di assistenza giudiziaria, nel senso della di-
spensa dal pagamento delle spese processuali, è respinta (art. 65 cpv. 1
PA) e la domanda di esenzione dal versamento dell’anticipo spese è da
considerarsi priva di oggetto,
che, visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– che
seguono la soccombenza, sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1
e 5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripe-
tibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 feb-
braio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]),
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che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF),
(dispositivo alla pagina seguente)
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il Tribunale amministrativo federale pronuncia:
1.
Il ricorso è respinto.
2.
La domanda di assistenza giudiziaria è respinta.
3.
Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico del ricorrente. Tale
ammontare dev’essere versato alla cassa del Tribunale amministrativo fe-
derale entro un termine di 30 giorni dalla data di spedizione della presente
sentenza.
4.
Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità canto-
nale.
Il giudice unico: Il cancelliere:
Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli