Decision ID: 3bee53e5-0860-4a52-b673-683a8a7d4a4b
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BSTG
Chamber: CH_BSTG_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: penal_law

Fatti:
A. Il 19 dicembre 2019, il Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato della
Città del Vaticano ha presentato alla Svizzera una domanda d’assistenza giu-
diziaria nell’ambito di un procedimento penale avviato nei confronti di B., C., D.,
E. e altri per titolo di abuso d’autorità (art. 175 CP/VA), peculato (art. 168
CP/VA), corruzione (art. 171-174 CP/VA), riciclaggio di denaro, autoriciclaggio
e impiego di proventi di attività criminose (art. 421, 421 bis e 421 ter CP/VA) e
associazione a delinquere (art. 248 CP/VA). Le indagini vaticane hanno quale
oggetto un’operazione di investimento immobiliare a Londra, effettuata con fi-
nalità speculative e finanziato, in parte, anche con denaro nella disponibilità
della Segreteria di Stato e da questa possedute con vincolo di scopo per il so-
stegno delle attività con fini religiosi e caritatevoli del Santo Padre (cosiddetto
Obolo di San Pietro). Con la sua domanda di assistenza, l’autorità rogante ha
chiesto, tra l’altro, l’acquisizione della documentazione concernente le relazioni
bancarie di E. e delle società a lui riconducibili, nonché il sequestro dei valori ivi
depositati (v. act. 8.1, pag. 10 e seg.).
B. Con decisione del 24 gennaio 2020, il Ministero pubblico della Confederazione
(in seguito: MPC), cui l'Ufficio federale di giustizia (in seguito: UFG) ha delegato
l'esecuzione della domanda, è entrato nel merito della stessa (v. act. 1.1,
pag. 5).
C. Con decisione incidentale del 19 giugno 2020, il MPC ha ordinato l’edizione
della documentazione bancaria concernente la relazione n. 1 presso la banca
F., intestata a A. SA, con blocco dei relativi saldi attivi (v. act. 1.1).
D. Con decisione di chiusura del 9 ottobre 2020, il MPC ha ordinato la trasmissione
all’autorità rogante di svariata documentazione concernente la relazione di cui
sopra, unitamente al mantenimento del sequestro dei valori patrimoniali ivi de-
positati (v. ibidem).
E. Il 10 novembre 2020, A. SA ha interposto ricorso avverso la suddetta decisione
di chiusura dinanzi alla Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale,
postulandone l’annullamento, con conseguente reiezione della rogatoria (v. act.
1).
F. Con scritto del 24 novembre 2020, l’UFG ha comunicato di rinunciare a presen-
tare una risposta al gravame, rimettendosi al giudizio di questo Tribunale (v.
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act. 7). Con risposta del 9 dicembre 2020, il MPC chiede che il ricorso sia re-
spinto, nella misura della sua ammissibilità (v. act. 8).
G. Con replica del 21 dicembre 2020, trasmessa all’UFG e al MPC per conoscenza
(v. act. 11), la ricorrente ha confermato le proprie conclusioni ricorsuali (v. act.
10).
Le ulteriori argomentazioni delle parti verranno riprese, nella misura del neces-
sario, nei successivi considerandi in diritto.

Diritto:
1.
1.1 La Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale giudica i ricorsi contro
le decisioni di prima istanza delle autorità cantonali o federali in materia di assi-
stenza giudiziaria internazionale, salvo che la legge disponga altrimenti (art. 25
cpv. 1 legge federale sull’assistenza internazionale in materia penale [AIMP;
RS 351.1] del 20 marzo 1981, unitamente ad art. 37 cpv. 2 lett. a legge federale
sull’organizzazione delle autorità penali della Confederazione [LOAP;
RS 173.71] del 19 marzo 2010).
1.2 In assenza di trattati internazionali, ai rapporti di assistenza giudiziaria interna-
zionale in materia penale tra la Città del Vaticano e la Svizzera si applica la
legge federale sull'assistenza internazionale in materia penale del 20 marzo
1981 (AIMP; RS 351.1), unitamente alla relativa ordinanza (OAIMP; RS 351.11;
v. art. 1 cpv. 1 AIMP).
1.3 La procedura di ricorso è retta dalla legge federale sulla procedura amministra-
tiva del 20 dicembre 1968 (PA; RS 172.021) e dalle pertinenti normative (v. art.
39 cpv. 2 lett. b LOAP e 12 cpv. 1 AIMP; DANGUBIC/KESHELAVA, Commentario
basilese, Internationales Strafrecht, 2015, n. 1 e segg. ad art. 12 AIMP), di cui
al precedente considerando.
1.4 Interposto tempestivamente contro la sopraccitata decisione di chiusura, il ri-
corso del 10 novembre 2020 è ricevibile sotto il profilo degli art. 25 cpv. 1, 80e
cpv. 1 e 80k AIMP. Intestataria della relazione oggetto della decisione impu-
gnata, la ricorrente è legittimata a ricorrere (v. art. 80h lett. b AIMP e art. 9a
lett. a OAIMP nonché DTF 137 IV 134 consid. 5.2.1; 130 II 162 consid. 1.1; 128
II 211 consid. 2.3; TPF 2007 79 consid. 1.6 pag. 82).
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2. La ricorrente sostiene innanzitutto che la domanda di assistenza giudiziaria va-
ticana sia irricevibile giusta l’art. 2 lett. a e d AIMP. A suo dire, l’assenza di una
raccolta completa e facilmente consultabile delle leggi penali e processuali in
vigore nello Stato vaticano comprometterebbe l’accessibilità alle stesse, ciò che
porrebbe in discussione il rispetto del principio della legalità ai sensi degli art. 6
e 7 CEDU. Citando alcune norme estere, essa afferma che i principi fondamen-
tali relativi alla qualità del giudice e all’equità del procedimento non sarebbero
minimamente rispettati nello Stato rogante, “dove il Sovrano adotta le leggi, le
attua e infine le applica per il tramite di magistrati da lui selezionati e poi (poten-
zialmente) scelti, di volta in volta, in qualsiasi momento della procedura, a pro-
pria discrezione” (v. act. 1, pag. 6). Parimenti priva delle necessarie garanzie
sarebbe la procedura, “sia perché obsoleta e priva delle garanzie che ogni Stato
moderno assicura agli imputati, sia perché prevede la possibilità di deferimento
ad un Tribunale d’eccezione, sia perché consente condanne anche in assenza
di basi legali, sia perché non garantisce la parità di trattamento fra gli indagati
di un medesimo procedimento” (ibidem). L’assenza di garanzie di un processo
equo conseguente alla struttura istituzionale e legislativa vaticane sarebbe an-
cora più problematica nella situazione concreta, in cui il Sommo Pontefice
avrebbe addirittura la veste di parte lesa, nella misura in cui oggetto della “de-
predazione” sarebbe l’Obolo di San Pietro.
2.1 Secondo l'art. 2 AIMP, la domanda di cooperazione in materia penale è irrice-
vibile se vi è motivo di credere che il procedimento all'estero non corrisponda ai
principi procedurali della CEDU o del Patto ONU II (lett. a) o presenti altre gravi
deficienze (lett. d). Tale disposizione ha quale scopo di evitare che la Svizzera
presti assistenza a procedure che non garantirebbero alla persona perseguita
uno standard di protezione minimo corrispondente a quello concesso dal diritto
degli Stati democratici, definito in particolare dalla CEDU e dal Patto ONU II, o
che sarebbero in contrasto con norme riconosciute come appartenenti all'ordine
pubblico internazionale (DTF 123 II 161 consid. 6a; 122 II 140 consid. 5a). L'e-
same delle condizioni poste dalla disposizione in questione implica un giudizio
di valore sugli affari interni dello Stato richiedente, in particolare sul suo regime
politico, sulle sue istituzioni, sulla sua concezione dei diritti fondamentali e il loro
rispetto effettivo, nonché sull'indipendenza e l'imparzialità del potere giudiziario.
Il giudice dell'assistenza deve dar prova a tal proposito di una prudenza parti-
colare (DTF 130 II 217 consid. 8.1). Il rispetto delle garanzie procedurali vale
per tutti gli aspetti legati ad un processo equo, segnatamente la parità delle
armi, il diritto di essere sentito nonché la presunzione d'innocenza. Su tali punti,
tuttavia, solo delle circostanze chiare e appurate costituiscono motivo di rifiuto
della cooperazione (v. sentenza del Tribunale federale 1A.54/1994 del 27 aprile
1994 consid. 2a; ZIMMERMANN, La coopération judiciaire internationale en ma-
tière pénale, 5a ediz. 2019, n. 683 e rinvii).
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Il Tribunale federale ha già avuto modo di affermare che l'art. 2 AIMP non può
essere invocato da persone giuridiche che non sono oggetto della procedura
estera e che pertanto non possono prevalersi di una norma destinata anzitutto
a proteggere l'imputato all'estero (v. DTF 133 IV 40 consid. 7.2; 130 II 217 con-
sid. 8.2; 126 II 258 consid. 2d/aa; sentenze del Tribunale federale 1C_376/2016
del 5 ottobre 2016 consid. 2.2; 1C_79/2014 del 14 febbraio 2014 consid. 2.3;
ZIMMERMANN, op. cit., n. 681).
2.2 Essendo la ricorrente una persona giuridica con sede in Svizzera e non es-
sendo essa stessa oggetto della procedura penale nella Città del Vaticano, la
relativa censura non va esaminata oltre.
3. L’insorgente critica l’esposto dei fatti contenuto nella rogatoria, nella misura in
cui esso non permetterebbe di sapere per quali reati E. sarebbe indagato né di
comprendere il motivo del coinvolgimento della società ricorrente.
3.1 Per quanto attiene alla domanda di assistenza, l’art. 28 AIMP esige in sostanza
che essa sia scritta, che indichi l'ufficio da cui emana e all'occorrenza l'autorità
competente per il procedimento penale, il suo oggetto, il motivo, la qualifica-
zione giuridica del reato, i dati, il più possibile precisi e completi, della persona
contro cui è diretto il procedimento penale, presentando altresì un breve espo-
sto dei fatti essenziali, al fine di permettere allo Stato rogato di verificare che
non sussistano condizioni ostative all'assistenza (DTF 129 II 97 consid. 3; 118
Ib 111 consid. 5b pag. 121, 547 consid. 3a; 117 Ib 64 consid. 5c; TPF 2015 110
consid. 5.2.1). Ciò non implica per lo Stato richiedente l'obbligo di provare la
commissione del reato, ma solo quello di esporre in modo sufficiente le circo-
stanze sulle quali fonda i propri sospetti, per permettere allo Stato richiesto di
escludere la sussistenza di un'inammissibile ricerca indiscriminata di prove
(v. su questo tema DTF 129 II 97 consid. 3.1; 125 II 65 consid. 6b/aa; 122 II 367
consid. 2c; sentenza del Tribunale penale federale RR.2017.92 del 18 luglio
2017 consid. 2.2). L'autorità rogata non si scosta dall'esposto dei fatti contenuto
nella domanda, fatti salvi gli errori, le lacune o altre contraddizioni evidenti ed
immediatamente rilevati (DTF 142 IV 250 consid. 6.3; 136 IV 4 consid. 4.1; 133
IV 76 consid. 2.2; 132 II 81 consid. 2.1; 118 Ib 111 consid. 5b pag. 121 e seg;
TPF 2011 194 consid. 2.1.).
3.2 In concreto, dalla rogatoria risulta che “tra novembre 2018 e maggio 2019 la
Segreteria di Stato Vaticana ha effettuato le seguenti operazioni finanziarie:
1. Disinvestimento dal Fondo G., comparto della Fund H. riferibile al finanziere
B. 2. Acquisto dell’intera proprietà dell’immobile sito a Z., di cui era proprietaria
solo al 45%, per mezzo della società I. SA di C. 3. Estromissione di C. dall’in-
vestimento mediante un pagamento di 15 milioni di Euro e passaggio di pro-
http://links.weblaw.ch/DTF-133-IV-40 http://links.weblaw.ch/DTF-126-II-258 http://links.weblaw.ch/1C_376/2016 http://links.weblaw.ch/1C_79/2014
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prietà dell’immobile alla società J. SA, newco interamente posseduta dalla Se-
greteria di Stato. Tali operazioni, effettuate con la consulenza del gestore patri-
moniale di fiducia della Segreteria di Stato, E., hanno visto l’impiego di somme
a destinazione vincolata e con il ricorso a schemi di investimento non trasparenti
né coerenti con le normali prassi che regolano gli investimenti immobiliari (da
qui l’ipotesi di peculato per distrazione) generato ingenti danni al patrimonio
della Santa Sede. L’Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato che ha se-
guito i fatti, e che allo stato delle indagini è gravemente indiziato dei reati sopra
ipotizzati, era composto da: K. (Capo Ufficio), D. (funzionario) e L. (funzionario).
Si evidenzia come l’investimento nel fondo G. origina da due finanziamenti ero-
gati dalla banca F. e banca M., entrambi gestiti da E., per un totale di 200,5
milioni di USD. Alla data del 30-9-2019 tali finanziamenti risultavano ancora in
essere per un importo pari a 172 milioni di Euro presso la banca F., garantiti dal
pegno generale sulle disponibilità rivenienti dalle offerte dei fedeli per il c.d.
Obolo di San Pietro e da altri fondi aventi vincolo di scopo. Il ricorso a questa
struttura finanziaria, realizzata attraverso la costituzione in pegno dei fondi vin-
colati anziché attraverso l’impiego diretto delle disponibilità liquide (cd. Credito
Lombard), a parere di questo Ufficio, rappresenta la forte evidenza indiziaria del
fatto che essa abbia rappresentato un escamotage per non rendere visibile –
come del resto avvenuto per moltissimi anni – la distrazione compiuta. Appare
inspiegabile il fatto che, a fronte di liquidità disponibili presso la banca F. per
oltre 450 milioni di Euro e concesse in pegno alla banca, la Segreteria di Stato
abbia fatto ricorso ad un finanziamento” (act. 8.1, pag. 2 e seg.). Dopo aver
fornito i dettagli delle tre fasi sopraelencate (v. 8.1, pag. 2 e segg.), l’autorità
rogante afferma che “allo stato delle indagini i danni arrecati al patrimonio della
Segreteria di Stato per effetto delle condotte distrattive sopra descritte, risultano
di importo ingente (attualmente quantificabili in non meno di 300 milioni di euro)”
(act. 8.1, pag. 5). Essa aggiunge che “E. ha avuto un ruolo centrale, sia nell’ope-
razione di Londra, sia in generale come gestore delle finanze della Segreteria
di Stato dal 1990 [...]. La più gran parte delle attività finanziarie della Segreteria
di Stato sono depositate presso il Gruppo Bancario F. il cui gestore esterno sui
conti svizzeri è E. mediante le sue società N. prima, e O. dopo [...]. Nel porta-
foglio in deposito presso la banca F. della Segreteria di Stato, appaiono investi-
menti diretti ed indiretti effettuati da E. riferibili al medesimo soggetto (lui
stesso), con un evidente conflitto di interesse e un possibile rischio di frode a
danno della Segreteria di Stato” (act. 8.1, pag. 8). In definitiva, “E. sembra aver
contribuito ad utilizzare i fondi della Segreteria di Stato per fini diversi da quelli
istituzionali e per investimenti speculativi e non redditizi” (v. ibidem).
Il predetto esposto dei fatti risulta sufficiente per comprendere sia i fatti oggetto
d’indagine, i quali toccano anche la ricorrente, nella misura in cui società ricon-
ducibile all’imputato E., sia i reati contestati agli indagati. Esso è senz’altro con-
forme a quanto prescritto dall’art. 28 AIMP e dalla relativa giurisprudenza, per
cui le censure in questo ambito vanno disattese.
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4. La ricorrente afferma che l’autorità rogante avrebbe inserito il nome di E. nella
domanda di assistenza pur non avendo alcun specifico comportamento da ad-
debitargli, per vedere se da tutti i documenti reperibili (bancari, e-mails, mes-
saggi telefonici o altro) potesse emergere l’indizio di un qualche reato da inda-
gare a suo carico, ciò che costituirebbe una ricerca indiscriminata di prove. Inol-
tre, non figurando il nome della ricorrente nell’elenco delle persone giuridiche
per le quali è stata richiesta la trasmissione di documentazione bancaria e il
sequestro di conti, il MPC, con la decisione impugnata, avrebbe statuito ultra
petita. In definitiva, non essendovi un rapporto di causalità diretta tra i reati per-
seguiti e la relazione oggetto della decisione impugnata, le cui movimentazioni
in entrata e in uscita sarebbero tutte estranee al procedimento estero, il seque-
stro risulterebbe ingiustificato.
4.1
4.1.1 Il principio della proporzionalità esige che vi sia una connessione fra la docu-
mentazione richiesta e il procedimento estero (DTF 139 II 404 consid. 7.2.2;
136 IV 82 consid. 4.1/4.4; 130 II 193 consid. 4.3; 129 II 462 consid. 5.3; 122 II
367 consid. 2c; TPF 2017 66 consid. 4.3.1), tuttavia la questione di sapere se
le informazioni richieste nell'ambito di una domanda di assistenza siano neces-
sarie o utili per il procedimento estero deve essere lasciata, di massima, all'ap-
prezzamento delle autorità richiedenti (DTF 136 IV 82 consid. 4.1; sentenza del
Tribunale penale federale RR.2019.257 del 12 febbraio 2020 consid. 2.1). Lo
Stato richiesto non dispone infatti dei mezzi per pronunciarsi sull'opportunità di
assumere determinate prove e non può sostituirsi in questo compito all'autorità
estera che conduce le indagini (DTF 132 II 81 consid. 2.1 e rinvii). La richiesta
di assunzione di prove può essere rifiutata solo se il principio della proporzio-
nalità è manifestamente disatteso (DTF 139 II 404 consid. 7.2.2 pag. 424; 120
Ib 251 consid. 5c; sentenza del Tribunale penale federale RR.2017.21
dell'8 maggio 2017 consid. 3.1 e rinvii) o se la domanda appare abusiva, le in-
formazioni richieste essendo del tutto inidonee a far progredire le indagini (DTF
136 IV 82 consid. 4.1; 122 II 134 consid. 7b; 121 II 241 consid. 3a; sentenza del
Tribunale penale federale RR.2017.21 dell'8 maggio 2017 consid. 3.1 e rinvii).
Inoltre, da consolidata prassi, quando le autorità estere chiedono informazioni
per ricostruire flussi patrimoniali di natura criminale si ritiene che necessitino di
regola dell'integralità della relativa documentazione bancaria, in modo tale da
chiarire quali siano le persone o entità giuridiche coinvolte (v. DTF 129 II 462
consid. 5.5; 124 II 180 consid. 3c inedito; 121 II 241 consid. 3b e c; sentenze
del Tribunale federale 1A.177/2006 del 10 dicembre 2007 consid. 5.5;
1A.227/2006 del 22 febbraio 2007 consid. 3.2; 1A.195/2005 del 1° settembre
2005 in fine; sentenza del Tribunale penale federale RR.2019.257 del 12 feb-
braio 2020 consid. 2.1). Lo Stato richiedente dovrebbe in linea di principio es-
sere informato di tutte le transazioni effettuate attraverso i conti coinvolti. L’au-
torità richiedente ha un interesse ad essere informata di qualsiasi transazione
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che possa far parte del meccanismo delittuoso messo in atto dalle persone sotto
inchiesta (sentenza del Tribunale penale federale RR.2014.4 del 30 luglio 2014
consid. 2.2.2). Naturalmente è anche possibile che i conti in questione non
siano stati utilizzati per ricevere proventi di reato o per effettuare trasferimenti
illeciti o riciclare fondi, ma l’autorità richiedente ha comunque interesse a poterlo
verificare essa stessa, sulla base di una documentazione completa, tenendo
presente che l’assistenza reciproca è finalizzata non solo alla raccolta di prove
incriminanti ma anche a discarico (sentenza del Tribunale federale 1A.88/2006
del 22 giugno 2006 consid. 5.3; sentenza del Tribunale penale federale
RR.2007.29 del 30 maggio 2007 consid. 4.2). La trasmissione dell'intera docu-
mentazione potrà evitare altresì che le autorità debbano inoltrare eventuali do-
mande complementari (DTF 136 IV 82 consid. 4.1; 121 II 241 consid. 3; sen-
tenza del Tribunale federale 1C_486/2008 dell'11 novembre 2008 consid. 2.4;
sentenza del Tribunale penale federale RR.2011.113 del 28 luglio 2011 consid.
4.2), con evidente intralcio alle esigenze di celerità (v. anche art. 17a cpv. 1
AIMP). In base alla giurisprudenza, l'esame da parte delle autorità di esecu-
zione e del giudice dell'assistenza va limitato alla cosiddetta utilità potenziale,
secondo cui la consegna giusta l'art. 74 AIMP è esclusa soltanto per quei mezzi
di prova certamente privi di rilevanza per il procedimento penale all'estero (DTF
134 II 318 consid. 6.4; 126 II 258 consid. 9c; 122 II 367 consid. 2c; 121 II 241
consid. 3a e b; TPF 2010 73 consid. 7.1). Vietata è per contro la cosiddetta
fishing expedition, la quale è definita dalla giurisprudenza una ricerca generale
ed indeterminata di mezzi di prova volta a fondare un sospetto senza che esi-
stano pregressi elementi concreti a sostegno dello stesso (DTF 125 II 65 consid.
6b/aa pag. 73 e rinvii). Questo modo di procedere non è consentito in ambito di
assistenza internazionale sia alla luce del principio della specialità che di quello
della proporzionalità. Tale divieto si fonda semplicemente sul fatto che è inam-
missibile procedere a casaccio nella raccolta delle prove (DTF 113 Ib 257 con-
sid. 5c). Secondo la giurisprudenza, il principio dell’utilità potenziale gioca un
ruolo cruciale nell'ambito dell'assistenza in materia penale. Lo scopo di tale co-
operazione è proprio quello di favorire la scoperta di fatti, informazioni e mezzi
di prova, compresi quelli di cui l'autorità estera non sospetta neppure l'esi-
stenza. Non si tratta soltanto di aiutare lo Stato richiedente a provare i fatti evi-
denziati dall'inchiesta, ma di svelarne altri, se ne esistono. Ne deriva, per l'au-
torità d'esecuzione, un dovere di esaustività che giustifica la comunicazione di
tutti gli elementi da essa raccolti e potenzialmente idonei alle indagini estere, al
fine di chiarire in tutti i suoi aspetti i meccanismi delittuosi perseguiti nello Stato
rogante (sentenze del Tribunale penale federale RR.2010.173 del 13 ottobre
2010 consid. 4.2.4/a, RR.2009.320 del 2 febbraio 2010 consid. 4.1;
ZIMMERMANN, op. cit., n. 722, pag. 798 e seg.).
Il principio della proporzionalità impedisce inoltre all'autorità rogata di agire ultra
petita, ovvero di andare oltre i provvedimenti postulati dall'autorità richiedente,
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concedendo allo Stato rogante un'assistenza maggiore di quella richiesta (co-
siddetto "Übermassverbot", DTF 116 Ib 96 consid. 5b; 115 Ib 186 consid. 4; 115
Ib 373 consid. 7). Secondo la giurisprudenza questo non impedisce tuttavia di
interpretare la commissione rogatoria nel senso che ragionevolmente le si può
attribuire, se del caso in maniera ampia, a condizione che tutti i requisiti per
concedere l'assistenza siano comunque adempiuti (DTF 121 II 241 consid. 3;
sentenza del Tribunale federale 1A.258/2006 del 16 febbraio 2007 consid. 2.3).
Alle predette condizioni possono quindi essere trasmessi delle informazioni e
dei documenti non espressamente menzionati nella domanda di assistenza
(TPF 2009 161 consid. 5.2; sentenze del Tribunale penale federale RR.2010.39
del 28 aprile 2010 consid. 5.1, e RR.2010.8 del 16 aprile 2010 consid. 2.2) ed
incombe alla persona toccata dalla misura dimostrare in maniera chiara e pre-
cisa perché i documenti e le informazioni in questione vanno oltre il senso che
si può ragionevolmente attribuire alla domanda rogatoriale, rispettivamente non
presentano nessun interesse per la procedura estera.
4.1.2 In concreto, essendo la ricorrente una società riconducibile all’imputato E., la
documentazione litigiosa presenta un’utilità potenziale per l’inchiesta estera già
solo per questo motivo. Proprio perché società riconducibili al predetto indagato
sarebbero state utilizzate per diversi anni per gestire il patrimonio e gli investi-
menti della Segreteria di Stato vaticana (v. supra consid. 3.2), la documenta-
zione litigiosa deve essere messa a disposizione dell’autorità rogante. Il MPC
ha del resto messo in evidenza svariate operazioni intervenute sul conto (ac-
crediti e addebiti di somme molto importanti indubbiamente compatibili con le
ipotesi investigative; v. act. 1.1, pag. 8) che meritano degli approfondimenti da
parte degli inquirenti esteri. Visto quanto precede, le censure in questo ambito
vanno disattese.
4.2
4.2.1 L'autorità che entra nel merito di una domanda d'assistenza giudiziaria interna-
zionale e, in esecuzione della stessa, ordina un sequestro, deve verificare che
tale provvedimento abbia un legame sufficientemente stretto con i fatti esposti
nella domanda e non sia manifestamente sproporzionato per rapporto all’og-
getto di quest'ultima (DTF 130 II 329 consid. 3; sentenza del Tribunale federale
1C_513/2010 dell'11 marzo 2011 consid. 3.3). Lo Stato richiedente deve co-
munque apportare elementi che dimostrino, almeno a prima vista, che i conti
per i quali si chiede il sequestro siano effettivamente stati utilizzati per trasferire
fondi di cui si sospetta l’origine delittuosa (DTF 130 II 329 consid. 5.1 e riferi-
menti ivi citati).
4.2.2 Ebbene, visto quanto esposto in precedenza (v. supra consid. 3.2 e 4.1.2) non-
ché il danno globale di non meno di EUR 300 milioni indicato dall’autorità ro-
gante, importo decisamente superiore ai valori qui sequestrati, è senz'altro pos-
sibile concludere che esistono elementi sufficienti per confermare il sequestro
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della relazione intestata alla ricorrente. Il potenziale nesso fra il denaro seque-
strato e i reati contestati ad E. è dato: toccherà poi all'autorità estera accertare
se il denaro in questione è effettivamente di origine illecita. In caso affermativo,
esso potrebbe fare l'oggetto di una decisione di confisca o di restituzione all'a-
vente diritto nello Stato richiedente (v. art. 74a cpv. 1 e 2 AIMP nonché DTF 123
II 134 consid. 5c; 123 II 268 consid. 4; 123 II 595 consid. 3). In definitiva, il
sequestro litigioso deve essere mantenuto di principio sino alla notifica di una
decisione definitiva ed esecutiva dello Stato richiedente o fintanto che quest'ul-
timo non abbia comunicato che una tale decisione non può più essere pronun-
ciata (art. 74a cpv. 3 AIMP e 33a OAIMP; TPF 2007 124 consid. 8 e rinvii),
ferma restando la necessità che la procedura all'estero avanzi (DTF 126 II 462
consid. 5e). La ricorrente non ha peraltro sostanziato nessuno sproporzionato
pregiudizio economico cagionato dal sequestro, per cui anche da questo punto
di vista la misura in questione non presenta sostanziali criticità. Ne consegue
che il sequestro va confermato e la relativa censura respinta.
5. In definitiva, la decisione impugnata va confermata e il gravame integralmente
respinto.
6. Le spese seguono la soccombenza (v. art. 63 cpv. 1 PA). La tassa di giustizia
è calcolata giusta gli art. 73 cpv. 2 LOAP, 63 cpv. 4bis PA, nonché 5 e 8 cpv. 3
del regolamento del 31 agosto 2010 sulle spese, gli emolumenti, le ripetibili e le
indennità della procedura penale federale (RSPPF; RS 173.713.162), ed è fis-
sata nella fattispecie a fr. 6'000.–, a carico della ricorrente; essa è coperta
dall'anticipo delle spese del medesimo importo già versato.
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