Decision ID: 6450f920-0b50-522f-8e42-4bd3b6808368
Year: 2005
Language: it
Court: TI_TPC
Chamber: TI_TPC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

Il PP chiede quindi la conferma dell'atto di accusa in fatto ed anche in diritto. I fatti commessi da AC 1 sono atti sessuali coatti poiché da lui eseguiti approfittando del suo ruolo di infermiere. Nella commisurazione della pena va tenuta in considerazione la gravità oggettiva dei fatti caratterizzata tra l'altro dalla sua posizione di infermiere tenuto ad occuparsi di persone anziane. A favore di AC 1 giocano l'incensuratezza, il fatto di avere trovato un nuovo posto di lavoro e di aver tenuto unita la sua famiglia. In conclusione il PP chiede che AC 1 venga condannato alla pena di 15 mesi di detenzione. Non si oppone alla sospensione condizionale della pena né alla restituzione di quanto in sequestro.
§
RC 2, la quale si associa alle richieste del PP. Descrive la sua assistita e le sofferenze da essa patite e chiede che AC 1 venga condannato al pagamento di:
- fr. 8'000.-- oltre interessi del 5% dal giugno 2003 a titolo di torto morale;
- fr. 2'340,20 per spese legali;
- fr. 151,65 per spese varie.
§
Il Difensore, il quale chiede il proscioglimento da ogni accusa per mancanza di prove. Nell'esame delle circostanze che hanno dato avvio all'inchiesta sottolinea come quello che inizialmente fu definito un problema comportamentali tra AC 1 e l'ospite PC 1 sia ben presto diventato un abuso di natura sessuale. La descrizione di cosa la signora abbia denunciato prima di essere stata sentita in polizia - fornita da _, _, _, _, _, _ e _ - non è convergente e verosimilmente influenzata dalle accuse rivolte dalla _ all'accusato. Indipendentemente da quello che i testi hanno riferito di aver capito circa le accuse della signora PC 1, la stessa si esprimeva a gesti e non sempre veniva capita vuoi per l'età, vuoi per la lingua in cui si esprimeva. _ addirittura fornisce da una erronea lettura del cardex un movente alle indicazioni di AC 1 circa i disturbi vaginali sofferti dalla signora, ovvero quello di camuffare un agire illecito fornendo una parvenza di liceità. Quanto di convergente emerge per contro dalle testimonianze agli atti riguarda esclusivamente le mansioni ed i gesti che il personale di cura doveva eseguire per occuparsi degli ospiti e queste corrispondono alle dichiarazioni del suo assistito. Altro elemento che emerge in modo convergente è la natura conflittuale dei rapporti fra _ e la signora PC 1 dovuto alle difficoltà di comunicazione tra i due. Dall'esame del cardex agli atti si evince che la signora PC 1 vedova affetta da problemi sociali con deficit cognitivi tra i quali il disturbo della memoria, inizialmente autonoma nelle mansioni anche di igiene intima, incomincia con il passare di pochi mesi a regredire ed a necessitare dell'aiuto sempre più frequente del personale di cura. Sempre dalla cartella medica emerge che la perdita d'autonomia porta ad un rifiuto da parte della signora PC 1 degli aiuti volti a parare a questa regressione e da qui il disorientamento, l'irascibilità, il rifiuto della terapia, gli episodi di pianto e man mano che i mesi passano i disturbi aumentano così come aumentano anche gli arrossamenti vaginali ed i dolori alla zona mammaria. In questo periodo le vengono eseguiti a mano, dell'accusato, pure dei combur test che comportano l'introduzione di una sonda per il prelievo dell'urina. I problemi di rifiuto che già la signora evidenziava - anche con gli altri operatori - erano poi nel caso di AC 1 aggravati dal fatti che egli non parlasse né il francese né il tedesco. A tal proposito inoltre manca agli atti l'accertamento che la PC sapesse come l'infermiere doveva comportarsi per eseguire l'igiene intima. Dall'esame poi delle dichiarazioni della signora AC 1, il difensore sottolinea come emergano delle divergenze che contrariamente a quanto sostenuto dal Procuratore non sono di importanza marginale, bensì vanno a minare la credibilità della donna che già soffre di disturbi per i quali si sarebbe resa necessaria una perizia al fine di sbarazzare il campo da qualsiasi dubbio. Sottolinea come il medico curante - il quale riferisce dello stato psicofisico della PC -abbia visitato la signora AC 1 solo poche volte nel corso dei mesi giugno-settembre. La signora AC 1 si confonde sulla data del decesso del marito, situa la circostanza dei pugni in situazioni diverse. Situa gli stessi fatti prima a letto, poi alla toilette. Dichiara che AC 1 non l'avrebbe più importunata dopo la sua denuncia al direttore della casa anziani, non riconosce l'accusato tra le persone che le vengono mostrate in occasione del verbale davanti al PP. Conferma la versione dei fatti dell'accusato quando dichiara che egli aveva il bottone in mano. Ciò che conferma la tesi difensiva ovvero che le azioni legittime del signor AC 1 possano essere state travisate dalla presunta vittima, la quale tra l'altro dichiara al PP che l'episodio del capezzolo è avvenuto in una solo occasione mentre al dr. _ racconta che le volte sono state quattro. Osserva da ultimo come la risposta alla domanda del PP se AC 1 l'avesse toccata nella vagina non può essere presa in considerazione poiché indotta dal verbalizzante. In conclusione il difensore chiede quindi che AC 1 venga prosciolto da ogni accusa in assenza di indizi/prove di colpevolezza.
Posti dal Presidente, con l'accordo delle Parti, i seguenti
quesiti: AC 1
1. E’ autore colpevole di:
1.1. ripetuta coazione sessuale in parte tentata
per avere,
approfittando della propria posizione di infermiere e quindi di persona accudente della residenza per anziani di _ nonché delle diminuite risorse psico-fisiche della vittima e della sua situazione di dipendenza da terzi,
ripetutamente costretto e tentato di costringere PC 1 (_) a subire atti sessuali, sapendo o dovendo presumere del suo disaccordo, e meglio:
1.1.1 tirandole i capezzoli,
1.1.2. baciandola sui seni,
1.1.3. baciandola sulla pancia
1.1.4. baciandola sul sedere;
1.1.5. toccandola e tentando di toccarla sulla vulva;
e meglio come descritto dall’atto di accusa?
2. Può beneficiare della sospensione condizionale della pena?
3. Deve essere ordinata la confisca di quanto in sequestro?
4. Deve essere condannato al pagamento dell’indennità alla parte civile PC 1.?
Considerato,

in fatto ed in diritto
1. vita
AC 1 è nato il _ a _ (_) dove ha frequentato le scuole obbligatorie (8 anni) e le medie (4 anni). In seguito, si è iscritto alla facoltà d’ingegneria a _ conseguendo la laurea dopo quattro anni di studi.
Nel 1983 – in _ era al potere _ e _ era militante del partito comunista _ - ha lasciato il suo paese chiedendo asilo politico in Svizzera.
Da allora AC 1 vive in _ dove è stato raggiunto, nel 1992, dalla fidanzata (_,_, pure cittadina _) che è subito diventata sua moglie.
Dalla loro unione sono nati _ (_), _ (_) e _ (_) che frequentano, tutti, le scuole a _ dove la famiglia _ vive.
In _, AC 1 ha, dapprima, lavorato come operaio in diverse ditte: alla _ (ditta tessile di _), alla _ e, infine, alla _.
Nel 1992 ha iniziato la scuola per diventare infermiere che ha, però, lasciato all’inizio del secondo anno.
Dopo un breve periodo di disoccupazione, ha intrapreso una formazione di assistente geriatrico che ha concluso con successo nel 1995. In seguito, ha completato la sua formazione conseguendo il diploma di infermiere in cure generali.
Da allora, AC 1 ha sempre lavorato in case per anziani.
Dapprima – da ottobre 1995 sino a fine aprile 2004 – alla casa _ di _.
Poi, dal 1. giugno 2005, _ di _.
AC 1 non ha precedenti penali.
2.
Fra le diverse mansioni degli ausiliari di cura ma anche degli infermieri in casa per anziani vi è quella di provvedere alla cura del corpo ed all’igiene degli ospiti.
In particolare, per gli ospiti semi-dipendenti e per quelli dipendenti, l’operatore deve anche occuparsi dell’igiene intima.
La pulizia e la cura delle parti intime di un ospite di una casa per anziani può essere fatta in vari modi. In particolare, essa può essere fatta nella doccia o a letto.
Quando quest’operazione è fatta a letto, l’ospite è sdraiata nuda, in posizione ginecologica con una bacinella sotto la zona genitale.
Questo tipo d’igiene è normalmente praticato indifferentemente sia da personale maschile che da personale femminile.
In particolare, non vi sono direttive che impongano che l’igiene intima venga praticata da un operatore dello stesso sesso dell’ospite né che la stessa venga praticata da due operatori contemporaneamente.
Su questa questione, _, responsabile del settore cure di _, ha, in particolare, dichiarato:
"
Mi si chiede quali erano le mansioni del signor AC 1 e rispondo che sono quelle di tutti gli infermieri e meglio la presa a carico delle cure e la quotidianità dei pazienti, indipendentemente che siano uomini o donne. AC 1, come gli altri infermieri, doveva occuparsi delle cure dirette e indirette degli utenti del proprio reparto: dall’igiene alla somministrazione delle medicine.
ADR che quando parlo di igiene intendo dire che una persona non autonoma nello svolgere questa funzione deve essere supportata o aiutata dall’infermiere. Se poi la persona è totalmente incapace, per esempio chi soffre di demenza senile, l’infermiere deve sostituirsi totalmente a questa nelle operazioni di igiene, anche intima. E ciò vale anche per AC 1.
ADR che appare quindi normale che l’infermiere tocchi gli organi genitali del paziente o della paziente, per poter effettuare la sua pulizia intima. E’ chiaro che per queste operazioni, per non incorrere in un errore “dell’arte” (inteso professionalità), l’infermiere deve indossare i guanti. E ciò a tutela sua e del paziente.
...omissis...
ADR che per le operazioni di pulizia dei pazienti, soprattutto l’igiene intima, non c’é una disposizione che queste debbano essere effettuate in almeno due persone. Disposizione che invece esiste per quanto concerne gli spostamenti di utenti tetraplegici.
ADR che per il trattamento specifico di micosi deve esserci comunque un ordine medico. Di contro rientra nelle mansioni dell’infermiere il trattamento di sporadiche infiammazioni, irritazioni e arrossamenti.” (PS 7.10.2003).
3. AC 1
ha sempre lavorato a soddisfazione di pazienti e superiori.
Da un lato, infatti, nel certificato di lavoro rilasciatogli dal Municipio di _ si legge quanto segue:
"
Con la presente si certifica che il signor AC 1, _, _, ha lavorato presso la Casa per anziani del Comune di _ dal 1.10.199_ al 30.4.200_ in qualità di infermiere di 1° livello.
Durante il suddetto periodo ha applicato le cure ai pazienti secondo la concezione delle cure infermieristiche dell’istituto.
Ci lascia per sua scelta personale, libero da ogni impegno nei nostri confronti ad eccezione del segreto professionale cui resta vincolato.” (doc dib 3)
D’altro lato, nella procedura di valutazione del personale paramedico interna alla Casa _, AC 1 ha ottenuto risultati lusinghieri in ogni campo di valutazione. Le sue note sono, infatti, per la stragrande maggioranza dei “molto bene” o dei “bene”: su 64 campi ci sono soltanto 11 “discreto”, tutti gli altri sono “molto buono” o buono” (cfr formulario sub AI44).
Dunque, ben si può ritenere che AC 1 abbia sempre lavorato a soddisfazione dei superiori anche se va detto che, nel 2002, egli è stato spostato di reparto poiché, a causa delle sue particolarità caratteriali, non era stato ritenuto in grado di gestire una grossa équipe e un grande numero di ospiti (cfr _, responsabile del settore cure della Casa _, PS 7.10.2003).
Tuttavia, nonostante i limiti caratteriali rilevati dai suoi superiori (in particolare, una certa arroganza e incapacità di mettersi in discussione), nessun paziente – ad eccezione della signora PC 1 – ebbe mai a lamentarsi dell’operato di AC 1 (cfr _, PS 7.10.2003).
Di quest’assenza di lamentele circa l’operato di AC 1 ha dato atto anche il dott. _, medico della Casa _:
"
ADR: che non ho mai sentito nessun altro, lamentarsi dell’operato di AC 1.
ADR: che conosco AC 1 da diversi anni. Ho con lui dei contatti professionali, di regola due volte la settimana. Devo dire che sino ad ora non ho mai avuto motivo di lamentarmi. Lo ritengo professionalmente preparato." (PS 2.10.2003)
Della buona qualità del lavoro di AC 1 hanno dato atto anche le assistenti di cura sentite:
"
ADR: che non ho mai sentito nessuna ospite lamentarsi di AC 1. In particolare mi riferisco alle ospiti del terzo piano (piano in cui io lavoro con AC 1).“ (_PS 3.10.2003)
"
ADR: che non ho neppure mai sentito ospiti lamentarsi dell’operato di AC 1." (_, PS 7.10.2003 allegato 19)
"
... dell’infermiere AC 1. Di lui non posso dire assolutamente nulla a livello professionale, anzi, in questo senso devo dire che è molto bravo.” (_PS 3.10.2003)
Diversa la questione relativa ai rapporti con i colleghi, o meglio, con le colleghe.
Secondo quanto risulta dalle dichiarazioni sostanzialmente concordi delle colleghe sentite, AC 1 era solito fare battute che potevano avere dei doppi sensi e, spesso e volentieri, si lasciava andare a complimenti o a veri e propri corteggiamenti che potevano anche essere ritenuti molesti.
In particolare, è stata _ (_), assistente di cura presso la casa anziani, a parlare di questo tipo di comportamenti:
"
È però vero che per me, lui
(n.d.r: AC 1)
è una persona invadente. Nel senso che delle volte, fa delle proposte a me indigeste. Mi spiego meglio. Questa persona, ha più riprese, vorrei dire molte volte, ha cercato di baciarmi, tuttavia senza riuscirvi, sulla bocca. Questi suoi tentativi avvenivano quando ci trovavamo soprattutto nel lift o quando ci trovavamo in camera di un qualche degente. Oltre a tentare di baciarmi, AC 1, tentava o meglio mi toccava con le sue mani, sulle braccia, facendo degli apprezzamenti. Mi ricordo che diceva:
hai delle mani sexi
. Da parte mia gli rispondevo che le mie mani erano piuttosto da maschio. Con questo suo fare e agire, mi sentivo importunata, poichè era chiaro che io non volevo. Devo dire che il mio rifiuto, era manifestato sia fisicamente, sia verbalmente, addirittura anche minacciandolo di picchiarlo. Nonostante i miei rifiuti e le mie minacce, mai messe in atto, lui continuava a provarci.
ADR: che di fatto AC 1, non ha mai espresso specifici termini sessuali. Era tutto a doppio senso.” (_PS 3.10.2003)
Anche _ ha raccontato di un insistente ed inopportuno corteggiamento di cui AC 1 la “gratificò” nel 1999:
"
Ho avuto un’unica esperienza negativa, avvenuta circa 4 anni or sono con il collega di lavoro, AC 1. Ricordo che a quel tempo, AC 1 era particolarmente appiccicoso nei miei confronti. Lui approfittava di ogni momento in cui lavoravamo unicamente io e lui sul piano. A quei tempi entrambi lavoravamo al IV piano. Per riassumere, posso dire che AC 1, m’importunava con continui apprezzamenti sul mio fisico. Ricordo che insisteva nel voler fare l’amore con me. Oltre a ciò insistentemente mi metteva le mani addosso. Con questo non voglio dire che mi toccava sulle parti intime. Lui si limitava ad abbracciarmi, prendendomi alle spalle. A più riprese gli ho detto di smetterla, ma purtroppo la cosa non è servita a nulla. Mi sono così rivolta alla capo cure.
...omissis...
Come detto, dopo la segnalazione da parte della responsabile, AC 1 mi ha lasciata in pace.” (PS 7.10.2003 allegato 19)
AC 1 ha ammesso di essere stato piuttosto espansivo con le colleghe ma ha minimizzato affermando, sostanzialmente, che ciò è caratteristico del modo di essere latino. Sostanzialmente, si sarebbe trattato, in genere, di complimenti fatti non necessariamente a scopo sessuale, ma, così, tanto “per avere un bel clima di lavoro”. Peraltro, egli ha ammesso di avere tentato di baciare la collega _ ma di avere subito rispettato il suo rifiuto e, poi, ha ammesso anche di avere, a suo tempo, corteggiato in modo insistente la collega _:
"
Mi ricordo ora, per esempio, della mia collega _ (non ricordo il cognome ma è _) che in un’occasione nel mentre stava rigovernando la cucina del piano, le ho detto “che belle braccia che hai”. Apprezzamento senza tuttavia toccarla. _ mi rispose che non era vero perché le sue braccia sono mascoline. Da parte mia ribadivo che a me piacevano, ma la cosa è finita lì.
Devo inoltre dire che la settimana scorsa un’altra collega, da noi chiamata _ (non ricordo il cognome ma anche lei è _), mi ha detto che scherzo troppo. Questo nel senso che le mie frasi potevano essere fraintese perché sono normali da noi latini, ma non qui in Svizzera. Per esempio “ti è andata male ieri sera”.
Io dico queste frasi o battute alle mie colleghe senza secondi fini. Non è mia intenzione ottenere piaceri sessuali da loro. Lo dico semplicemente per vivere bene nell’ambiente di lavoro.
(...)
Devo dire che è dal 1995 che lavoro alla “Residenza _” e da allora gli anziani degenti (donne e uomini) mi hanno sempre stimato. Fatto peraltro accertabile per gli inquirenti. Gli interroganti, mi fanno presente che vi è più di una persona che afferma di essere stata importunata da me. Dicendo ciò, ricordo che in un occasione, avevo tentato di baciare, nel mentre ci trovavamo nell’ascensore la collega _. Non essendo riuscito nel mio intento, poiché lei si è girata, non ho più tentato approcci di questo tipo. Sono sicuro di non aver più tentato di toccare questa collega." (PS AC 1 3.10.2003 allegato 11 al rapporto di polizia)
"
Non saprei dire per quanto tempo è andato avanti questo mio comportamento con frasi allusive nei confronti della collega Irene. Devo precisare che non ho mai allungato verso di lei le mani e in particolare non l’ho mai toccata nelle parti intime. Al massimo può essere capitato che le mettessi le mani sulle spalle, come però si può fare con una persona conosciuta. Si trattava di pacche assolutamente innocenti. In occasione del colloquio con la capo cure era presente anche la collega Irene. Per conto mio la cosa era poi stata appianata e noi, cioè io e _, abbiamo ancora avuto diverse volte occasione di lavorare insieme e senza problemi.” (AC 1, PP 29.10.2003; cfr, anche, AC 1 9.10.2003 all 20 al rapporto di polizia)
Infine, negli ultimi tempi, una giovane operatrice (_), appena assunta a Casa _, si era sentita infastidita dalle attenzioni di AC 1, o meglio dall’interessamento di quest’ultimo a questioni della sua vita privata. La giovane ha, tuttavia, dichiarato quanto segue:
"
Più volte, per una durata di ca. un paio di mesi, mi continuava a chiedere cosa facessi con il mio ragazzo quando eravamo soli. Questo suo continuo interesse mi ha molto turbato ed infastidito in quanto non è un atteggiamento da collega.
...omissis...
Preciso che AC 1 non mi ha mai toccato nemmeno le parti intime, né ha mai provato a baciarmi. Ripeto che il suo comportamento mi sembravano delle avances e con queste voleva ottenere qualche cosa da me. Non so dire con precisione cosa, ma di sicuro a sfondo sessuale. Voglio precisare che quanto mi è successo mi ha ferito e mi sento lesa moralmente." (PS 23.9.2003)
AC 1 ha negato di essersi interessato alla vita intima della giovane collega:
"
Per finire vi è _, inserviente arrivata da poco in casa per anziani. Con lei però non ho mai fatto apprezzamenti. Vi è unicamente un episodio, in cui io l’ho toccata inavvertitamente sulle spalle. _ ha avuto un sussulto. Assolutamente con _ non ho mai fatto nessuna battuta a sfondo sessuale. Come neppure non ho mai indagato sulla sua vita privata o sfera intima. L’unica domanda che ho fatto a _ è stata:
“ma te hai il ragazzo?”.
_ mi ha risposto:
“ma a te cosa ti interessa?”
. Io non ho più fatto altre domande. " (PS AC 1 4.10.2003)
AC 1 ha, peraltro, precisato di non essersi reso conto che le sue battute e i suoi complimenti infastidissero le colleghe se non una settimana prima del suo arresto quando una collega gli riferì di quanto era stato detto ad una festa:
"
circa una settimana prima che venissi arrestato una mia collega, tale _, la quale aveva partecipato ad una festa con le altre colleghe di lavoro a cui io invece non avevo preso parte, mi riferì che in quell’occasione qualcuno aveva detto che io “scherzavo troppo”. Io compresi che evidentemente il mio comportamento dava fastidio a qualcuno e decisi quindi di modificare il mio atteggiamento. Preciso che io compresi le parole della collega _, come una critica alle mie frasi a doppio senso che utilizzavo nei confronti delle colleghe di lavoro. Se ne avevano parlato, voleva dire che qualcuno si era sentito offeso.” (AC 1, PP 29.10.2003)
Inoltre, AC 1 ha ammesso di avere avuto una relazione con un’altra collega di lavoro.
Si tratta di una donna sposata, verso la quale egli nutrì un sentimento d’amore. La relazione finì dopo qualche mese, a causa delle difficoltà tipiche di ogni relazione clandestina.
Va detto che la donna ha negato questa relazione.
In atti, tuttavia, vi sono delle lettere appassionate – sequestrate nell’armadietto di AC 1 in Casa _ - che l’imputato ha scritto a questa donna.
4. AC 1
(8.10.1920) è ospite della Casa _ dal dicembre 2002.
Il suo stato di salute è precario. Ai grossi problemi motori che ne hanno imposto il ricovero in una casa medicalizzata, si aggiungono una serie di patologie che sono elencate nei numerosi certificati medici acquisiti agli atti e a cui si rimanda.
Lo stato mentale della signora PC 1 non è stato indagato anche se, nei certificati medici in atti, si legge di “
incipienti deficit cognitivi con test di Gil di 45.5/50 punti nell’aprile di quest’anno”
(certificato del dott. _ 25.9.2002).
Va, peraltro, detto a questo proposito che _ (responsabile delle cure di casa _) ha dichiarato che la signora PC 1 soffre di una “
sindrome psico-organica
”.
Il dott. _, al dibattimento, interrogato sulle condizioni di salute della signora PC 1, ha dichiarato che “
lo stato mentale della stessa non è brillantissimo
(sott del red)” precisando, poi, la sua affermazione come segue:
"
La signora PC 1 è una signora ora ottantacinquenne che ha avuto problemi di salute piuttosto gravi, che le hanno, in particolare, provocato dei disturbi motori e un’ autonomia diminuita così da costringerla al ricovero in una casa per anziani. Posso dire che lo stato mentale della signora non è brillantissimo. Esso è normale per l'età, ritenuto che con il passare degli anni si assiste in particolare ad una regressione della memoria. La signora presenta minimi disturbi della memoria compatibili con l'età.” (verb dib pag 5)
Va detto che la signora PC 1, di lingua madre tedesca, non parla italiano. Questo ha causato qualche problema di comunicazione. In particolare, con _ che non conosce nessuna di queste due lingue:
"
Con lei avevo difficoltà di comunicazione nella misura in cui lei non parla italiano e io non parlo tedesco.
...omissis...
Rispetto ad altri ospiti, come ho avuto modo di dire prima, avevo qualche problema di comunicazione. Può darsi che il fatto che io ripetessi regolarmente che qui eravamo in _ e che bisognava parlare italiano l’abbia infastidita. In generale comunque tra noi due vi era un rapporto normale che tuttavia si fermava alle cose che dovevamo fare insieme, non sussistendo la possibilità di comunicare ulteriormente. Suppongo che questo valesse anche per i miei colleghi.” (AC 1 29.10.2003)
Dalle dichiarazioni della signora PC 1 si evince che l’assenza di una lingua comune costituiva effettivamente un problema nei rapporti con AC 1. Infatti, al PP, spontaneamente la signora ha dichiarato quanto segue:
"
Si è sempre arrabbiato, ha detto che si dice “buon giorno” ...non “guten Tag”. Era italiano. Non è colpa mia se in _ non s’impara l’italiano a scuola”
La signora AC 1, ben presto dopo la sua ammissione a Casa _, ha avuto bisogno di assistenza per l’igiene personale, in particolare per l’igiene intima, e per altri gesti della vita quotidiana, quali il vestirsi e svestirsi.
A questi provvedeva, fra gli altri, anche AC 1 ADR che nel caso specifico della paziente PC 1, la stessa deve essere supportata dall’infermiere per la propria igiene personale; anche intima. La signora PC 1 soffre di una sindrome psico-organica e quando non è a letto vive su di una sedia a rotelle. Ribadisco che non necessariamente questo supporto deve essere fatto da una persona del medesimo sesso. Rientra quindi nelle competenze di _ il fatto di supportare la paziente PC 1 nelle operazioni di pulizia delle parti intime. Stesso dicasi per l’eventuale applicazione di pomate o polveri in caso di micosi o irritazioni agli organi genitali o ai seni.” (_, PS 7.10.2003).
"
La signora PC 1 è arrivata in casa per anziani qualche tempo dopo che io ero stato trasferito al 3° piano. Inizialmente era ancora abbastanza indipendente, cosa che però è andata diminuendo con il proseguire del tempo. Venne quindi classificata come semi dipendente. Al suo arrivo, venne subito inserita al 3° piano. ...omissis...
Va detto che sull’arco di un certo tempo, per finire, tutti i membri dell’equipe vedono e si occupano di tutti gli ospiti del piano. Questo valeva anche per la PC 1. Anche io mi sono occupato a più riprese della signora PC 1.
...omissis...
Per quanto riguarda la sua presa a carico devo dire che PC 1 era semi dipendente per quanto riguardava la sua igiene. Era in grado di lavarsi la faccia ma non il resto del corpo. Era poi in grado di alimentarsi da sola, di comunicare con i suoi parenti o chi altri parlava tedesco. Anche per i suoi bisogni (gabinetto) aveva bisogno di assistenza. Ribadisco ancora una volta che comunque la sua dipendenza è andata aumentando nel tempo cosa che evidentemente è stata difficile da accettare. Da parte mia mi dovevo evidentemente occupare anche dell’igiene della signora, segnatamente delle sue parti intime.
...omissis...
Ho fatto delle osservazioni per verificare lo stato della cute; in queste occasioni le alzavo la coppa del seno per controllare sotto. E’ una cosa che peraltro si fa anche con gli altri ospiti. Questo lo facevo ogni volta che avevo la possibilità di occuparmi della sua igiene intima. E’ una cosa che peraltro dovrebbero fare tutti. Nell’arco di un mese a me sarà capitato 5 o 6 volte di effettuare l’osservazione di cui parlavo prima. Inoltre in base al piano di lavoro una volta alla settimana bisogna fare la doccia all’ospite: questa è un'altra occasione in cui si fatto controlli a livello dell’inguine e anche dei seni, ma anche di altre parti del corpo.
In occasione di queste osservazioni, la persona si trova a letto. Dal momento che PC 1 è in gradi di pulirsi il viso ci si occupava solo del resto. In questi casi le si toglie il pannolino, si applica una padella e si procede alla pulizia delle parti intime. L’ospite in quel frangente è nuda nel letto. Quando ci si occupa dell’igiene intima si calzano dei guanti monouso in lattice o in plastica. Questa assistenza (igiene) viene normalmente effettuata la mattina e l’ospite è sdraiato nel letto. Terminata questa prima parte il paziente viene sollevato sul fianco e si procede alla pulizia della parte posteriore (schiena, glutei, gambe). Nella prima fase si procede naturalmente anche alla pulizia del petto dove il seno viene sollevato e si passa la salvietta sul solco mammario.“ (AC 1 29.10.2003)
Non sempre la signora PC 1 si sottoponeva di buon grado a queste cure.
Questa reticenza o ritrosia (del resto, comprensibile) a sottoporsi a gesti forzatamente invasivi della sua sfera intima, è testimoniata, oltre che dalle dichiarazioni di AC 1, dalle annotazioni nel cardex del 14.12., 17.12., 2.1, 10.2, 19.6, 17.7, 3.9. (annotazioni fatte da altri operatori della Casa _).
Perciò, spesso era necessario spiegare e motivare alla signora i gesti che venivano effettuati e, viste appunto le difficoltà linguistiche, si trattava di spiegazioni rudimentali e, forse per questo, non sempre comprese.
"
Non so cosa succedeva con i miei colleghi. Con me tuttavia succedeva che, non gradendo lei che mi occupassi della sua igiene intima, lo manifestasse anche se poi per finire lo accettava. In questi casi dovevo spiegarle cosa stavo facendo e non era sempre semplice.” (AC 1 29.10.2003)
5.
Ad inizio settembre 2003, PC 1 cominciò a manifestare del disagio nei confronti di AC 1. In particolare, secondo quanto da loro dichiarato, raccontò a diversi operatori che l’infermiere la baciava, le tirava i capezzoli e la toccava sulle parti intime.
Tuttavia, da quanto in atti non è stato possibile accertare chi fu l’operatore con cui parlò la prima volta di questi fatti.
Inoltre, non tutti i racconti degli operatori sono fra loro concordanti sia sulle rivelazioni dell’ospite che sulla dinamica temporale di queste rivelazioni.
In effetti, _ ha dichiarato che la signora le disse che un suo collega le aveva mostrato il pene e “
verosimilmente, glielo aveva messo vicino alla vagina
”:
"
Ad inizio settembre 2003, è avvenuto un fatto un pò strano. Mi trovavo nella camera della paziente PC 1, per le normali attività di cura ed igiene. In particolare stavo pulendola sulla parte intima bassa. La signora PC 1 mi ha detto che le facevo male nel pulirla. Constatato che presentava un certo gonfiore ed arrossamento sulle grandi labbra, ho chiesto alla signora per quale motivo le facevo male. La signora PC 1, mi diceva allora che un mio collega le aveva fatto del male. Essendoci difficoltà di dialogo con la signora, a causa della lingua, la signora PC 1, mi ha mostrato e fatto capire a segni, ma sempre con l’aggiunta delle parole, che un mio collega l’aveva molestata sessualmente. In particolare la signora, mimava e descriveva che “un infermiere”, la sera prima le aveva mostrato il pene e verosimilmente glielo aveva messo vicino alla vagina. Personalmente non sono riuscita a capire se vi è stata penetrazione o meno. Il racconto di PC 1, era comunque chiaro e comprensibile.
(...)
La signora ha confermato che l’infermiere che aveva approfittato di lei era AC 1." (_, PS 19.10.2003 allegato 29)
_, invece, ha detto che la signora PC 1 gli parlò di un infermiere che
“giocava con i suoi capezzoli e le sue parti intime
”:
"
Rispondo che, verosimilmente tra fine agosto ed inizio settembre 2003, è capitato che io mi trovavo, da solo, nella camera dell’ospite PC 1, per le normali cure igieniche. Per essere preciso, poco dopo essere entrato in camera della paziente ed averla salutata, PC 1, senza che io le chiedessi nulla di particolare, mi diceva che certe sere quando c’era in servizio l’infermiere anziano e un pò pelato, succedevano cose strane. Per cose strane, intendeva che quest’individuo, giocava con i suoi capezzoli e con le parti sue intime. PC 1, aggiungeva inoltre che questo infermiere si era anche abbassato i pantaloni. Devo dire che PC 1, era abbastanza agitata nel descrivere la situazione, per questo motivo non vorrei raccontare cose o utilizzare aggettivi impropri. È però vero che PC 1, mi ha detto queste cose che io ho appena riferito. Anche quando dico che lei mi ha riferito che l’individuo si è abbassato i pantaloni, è pure possibile che abbia aggiunto di aver visto il pene.
(...)
ADR: che PC 1, nel raccontarmi questi fatti, si è espressa in francese. Lingua che io comprendo bene. Devo precisare che io comprendo un pò anche la lingua tedesca. In quest’ultima lingua ho maggiori difficoltà ad esprimermi.
(...)
Nuovamente ho potuto risentire quanto già mi era stato confidato poco prima dalla PC 1. Non mi sembra che PC 1 abbia aggiunto altri dettagli a quanto mi aveva appena raccontato.
(...)
Come ho avuto modo di riferire in questo verbale, PC 1 si esprimeva parecchio anche in maniera non verbale. Questo permetteva a chi l’ascoltava di capire senza possibilità di fraintendimenti, quali erano stati gli atteggiamenti che l’infermiere AC 1 aveva fatto su di lei." ( _, PS 13.10.2003)
TE 1 ha, invece, riferito che, nei primi giorni di settembre, la signora PC 1 – parlando in francese ma facendosi capire da lei (che di francese ha soltanto poche nozioni) con dei gesti - le disse che, la sera prima, un infermiere “
le aveva tirato i capezzoli, l’aveva toccata nelle parti intime (vagina) e inoltre si era calato completamente i pantaloni mostrandole il pene e dicendole di guardare
” :
"
Una mattina dei primi giorni di settembre 2003, non ricordo esattamente quando ma era comunque di sabato, mi sono recata nella stanza della paziente PC 1. Era di primo mattino in quanto si doveva alzare la paziente e quindi procedere alla sua igiene e quant’altro. La paziente PC 1 era molto scossa e con voce tremula, in lingua francese, mi diceva subito che la sera precedente un infermiere era entrato nella sua camera e l’aveva molestata sessualmente. Ricordo che disse che l’infermiere le aveva tirato i capezzoli, l’aveva toccata nelle parti intime (vagina) e inoltre si era calato completamente i pantaloni mostrandole il pene e dicendole di guardare. Nel spiegare in francese quanto avvenuto la donna gesticolava per cercare di far capire quanto accaduto.
ADR che mi esprimo in francese grazie alle nozioni scolastiche apprese alla scuole medie. Mi limito però a brevi discussioni che possono essere i convenevoli, lo stato di salute, e le cose di tutti i giorni. Non sono in grado di sostenere una discussione articolata.
...omissis...
Siccome la signora era visibilmente agitata e non riusciva a farsi capire perfettamente, ho chiesto l’intervento del collega _ che parla e capisce abbastanza bene la lingua francese. Fatto sta che la paziente PC 1 ha ripetuto al signor _ quanto mi aveva detto poco prima. Grazie all’intervento del collega abbiamo potuto approfondire abbastanza circostanziatamente quanto avvenuto. In pratica la signora PC 1 ribadiva che la sera precedente, al momento di coricarsi (lei di solito si corica alle 20.30/21.00), un infermiere le aveva tirato i capezzoli provocandole dolore. Inoltre l’aveva toccata dappertutto, anche nelle parti intime (vagina), e le aveva mostrato il pene dicendole di guardare. La donna (PC 1) diceva poi di essere riuscita ad allontanare l’energumeno dandogli dei pugni. E a questo riguardo ha mimato il gesto dei pugni.” (_, PS 10.10.2003 allegato 22)
Come risulta evidente, c’è una sostanziale contraddizione fra la dichiarazione della signora TE 1 e quella di _.
Secondo la prima, fu lei a raccogliere le confidenze spontanee della signora PC 1 ed a chiamare _ per meglio capire.
Secondo quest’ultimo, invece, la signora PC 1 gli parlò di comportamenti anomali dell’infermiere quando lui era solo in camera con lei e fu lui, poi, ad avvisare _ che, poi, a seguito di questo suo avviso, interrogò la signora PC 1.
Questa contraddizione non è stata chiarita dagli inquirenti.
Secondo il suo racconto, TE 1, il giorno successivo a questo primo suo colloquio con la signora PC 1 (non si sa, poiché non è stato chiarito, se prima, la signora parlò con altri operatori o meno), accompagnata da _ e da _, si
recò nella camera dell’ ospite proprio per farsi nuovamente raccontare di questi fatti:
"
Il giorno seguente, malgrado fossi in congedo, abbiamo nuovamente interpellato la signora PC 1 per farci raccontare l’accaduto. Eravamo io, il signor _ e il signor _. La paziente (_) ha confermato tutto quanto già raccontato a me ed al collega _. Ha inoltre aggiunto alcuni particolari sul comportamento dell’infermiere AC 1 e in particolare che quella denunciata non era la prima volta che _ l’aveva molestata, aggiungendo che anche in queste occasioni lo aveva respinto dicendogli “
cochon
” " (PS 10.10.2003 allegato 22)
Di questo colloquio a quattro _ ha dato la seguente versione:
"
Riassumendo, l’anziana ci diceva che AC 1 l’aveva in più di un’occasione rivolto delle attenzioni particolari, quali dei toccamenti sul seno. Voglio altresì dire che in occasione di questo primo colloquio, PC 1, si “esprimeva” parecchio con la gestualità. I suoi segni, accompagnati dalle parole, erano del tutto chiari.” (PS 9.10.2003)
"
la signora PC 1 esprime preoccupazione per l'infermiere _. Quando la accudisce da solo la toccherebbe in tutte le parti del corpo, in particolar modo nelle parti intime. Giocherebbe con i suoi capezzoli, tirandoli e le manderebbe baci mentre toccherebbe la vagina. La signora PC 1 rivive un episodio durante il quale il dipendente avrebbe calato i pantaloni e le avrebbe mostrato i propri attributi." ( resoconto scritto del colloquio del 9.9.2003 allegato al verbale succitato)
Il dott. _ ha, invece, riferito che la signora PC 1 gli avrebbe confermato quanto raccontato a lui da _, in particolare, che AC 1, una notte, era entrato nella sua camera e le aveva tirato e strizzato i capezzoli sino a farle male aggiungendo, però, che questo era successo in almeno 4 occasioni, in cui, peraltro, l’infermiere era salito sul suo letto:
"
Un giorno, situabile a circa 3 settimane or sono, sono stato contattato dal capo cure della casa per anziani, sig. _, il quale mi ha segnalato che c’erano degli abusi sessuali, fatti da un inserviente ai danni della signora PC 1. _ mi ha detto che l’inserviente in questione era tale _ con cognome _. _ mi ha detto che la signora PC 1, le aveva riferito, che una notte era entrato AC 1 nella sua camera e le aveva toccata, tirato e strizzato i capezzoli, tanto da farle male. _ si è unicamente limitato a riferirmi questa frase ed io non ho approfondito con lui. Ho però avvisato il direttore dell’istituto – sig. _ – di quanto ero venuto a conoscenza. Il direttore mi ha confermato d’essere a conoscenza di questa faccenda ed ha aggiunto che aveva provveduto a segnalare la cosa alla polizia comunale di _. Da parte mia ho consigliato al direttore d’evitare di mettere a contatto “AC 1” con la signora PC 1. Il giorno successivo alla comunicazione del signor _, ho avuto un colloquio con la signora PC 1. Con tatto, ho interrogato la signora a sapere cosa fosse successo con l’inserviente “AC 1”. PC 1, mi confermava la storia raccontatami da _, ma aggiungeva che per fare ciò, in almeno 4 circostanze, l’inserviente AC 1 è salito sul suo letto per toccarle i capezzoli." (_, PS 2.10.2003)
Da parte sua, _, comandante della polizia comunale, ha riferito il racconto della signora PC 1 nei seguenti termini:
"
Durante il colloquio avuto alla presenza del direttore e del capo reparto, dopo un entrata in materia, comprensibilmente difficoltosa, la donna si è espressa chiaramente sui fatti, e si è sentita a suo agio, potendo esprimersi con il sottoscritto in lingua tedesca. Denotando comprensibili sensi di colpa, palesati con la paura di essere trasferita in un altro istituto, la PC 1 ha così descritto l'accaduto:
L'infermiere AC 1, procede a turno alla toilette delle anziane degenti al terzo piano. In più di una occasione, nello svolgere queste mansioni si è interessato in modo morboso alle parti intime della PC 1. In particolare premendo con le dita sui capezzoli e tirandoli verso l'alto, cagionandole in tal modo dei dolori. Le avrebbe inoltre toccato più volte la vagina con le dita indirizzandole nel contempo dei baci (in aria) guardandola negli occhi. In qualche occasione, dopo aver baciato le proprie mani le appoggiava sulla vagina. In almeno due occasioni, l'uomo ponendosi vicino al letto della donna, avrebbe abbassato i pantaloni mostrando all'anziana il suo pene. In una occasione egli si sarebbe coricato nel suo letto, ma senza che la toccasse in modo particolare. La PC 1 asserisce di aver più volte detto a _ di fare certe cose con sua moglie, e non con lei. Dal canto suo l'infermiere avrebbe chiesto alla donna di non parlare con nessuno di questi suoi atti." (rapporto di segnalazione 11.9.2003)
Dunque, ogni persona sentita ha riferito particolari diversi, sia in relazione ai gesti di cui la signora PC 1 avrebbe riferito sia in relazione ai momenti in cui tali gesti si sarebbero verificati che in relazione alla loro intensità e alla loro frequenza.
Nonostante ciò, tutti gli operatori, invece, sono stati concordi nel dire che il racconto della signora – che si esprimeva, per la maggior parte, a gesti (quindi, con le difficoltà insite in questo tipo di linguaggio) - era chiarissimo e che era sempre costante ed univoco.
Quindi, delle due l’una.
O il racconto – parzialmente o in buona parte mimato – della signora PC 1 non era chiaro ed inequivocabile così come hanno preteso i suoi interlocutori.
Oppure ad ognuno di loro la signora PC 1 ha raccontato cose diverse.
In ogni caso, comunque, le dichiarazioni di questi terzi non possono servire per l’accertamento dei fatti proprio a causa dell’assenza di concordanza.
6.
Sentita il 29 settembre 2003, alla polizia la signora PC 1 ha dato la seguente versione dei fatti:
"
Sono ricoverata nel reparto del terzo piano da quando sono arrivata qua. In questo reparto ci sono tre infermieri uomini, non so come si chiamano. Uno è divertente, infatti racconta sempre barzellette ed è carino, so che è sposato ed ha appena avuto un bambino e dovrebbe abitare in _, uno invece si è trasferito a _ e non lavora più qua. Il terzo è quello che mi ha molestato, non so come si chiama so che è _ e abita a _. Una volta ho sentito il suo nome, ma non lo ricordo. Ci sono pure infermiere donne, diverse, non so dire quante. So che alcune sono sposate e altre no. So il nome di una sola infermiera _. Non so altro. Non chiedo informazioni personali alle infermiere o infermieri perché ho paura che mi rispondono che non sono affari miei. Non so con precisione la data, credo in primavera di quest’anno, ha iniziato a tirarmi i capezzoli e mi ha fatto male. Gli ho detto di smettere e gli ho mostrato il pugno. Quel giorno mi ha poi lasciato in pace. Questo è successo in bagno quando mi stava vestendo. Lui sapeva che io sono vedova e non so se lui credeva che io avessi qualche interesse. Comunque si è approfittato della mia situazione. Voglio precisare che ho paura di questa persona. Ho paura che nessuno mi creda e che lui può continuare ad importunarmi. Gli ho più volte detto di lasciarmi stare e di fare certe cose con sua moglie e non con una signora anziana. Una volta sola lui ha abbassato i pantaloni mostrandomi tutto. Io in quel momento ero a letto, lui si era avvicinato a me, lui ha aperto la cerniera dei pantaloni. Non ricordo se portava le mutande, ma ho visto bene i peli pubici ed il pene. Preciso che quest’infermiere è una persona molto pelosa. Per un periodo ci provava tutti i giorni, a volte alla mattina, a volte al pomeriggio e a volte la sera. E’ capitato in un’occasione che quando mi ha messo a dormire, si è sdraiato con me e un braccio lo ha fatto passare intorno al mio collo. Preciso che era vestito e portava la divisa (pantaloni bianchi, ecc.). Mi ricordo che in francese gli ho detto maiale (cochon) e gli ho dato una spinta per farlo andare via. Gli ho pure detto che se non se ne andava avrei avvisato la direzione, lui si è alzato. Sovente mi baciava, soprattutto nelle vicinanze del fondo schiena. Lui mi baciava sul posteriore, mi ha pure baciato sui seni e sulla pancia. Lui mi baciava avvicinando le sue labbra al mio corpo. Con la mano mandava i baci tra le mie gambe e diceva “Ciao-Ciao”. Ha cercato di appoggiare la mano tra le gambe senza riuscirci. (L’interrogata fa un gesto per mostrare ed è molto agitata ed arrabbiata) Questo avveniva quando dovevo vestirmi o cambiarmi per andare a dormire. A dipendenza dei suoi turni, poteva essere la mattina o la sera. Quando mi ha toccato gli ho tirato un pugno in mezzo alle gambe per fargli togliere la mano e gli ho detto “cochon” (maiale in francese). Preciso che stringevo le gambe e lui non ha potuto toccarmi molto e non è riuscito ad infilare la mano tra le gambe. Quando sono successe queste cose ero sempre sola con lui. Lui chiudeva la porta, quando eravamo in bagno chiudeva la porta del bagno.”
In seguito, il 31.10.2003, la signora è stata sentita dal PP.
In quest’occasione, la signora PC 1 ha, dapprima, dichiarato quanto segue:
"
D: Sì. C’è stato qualcuno che L’ ha molestata?
R: Sì, quell’uomo, che ha pensato di poter fare tutto con me. È stato orribile... mi ha toccata dalla testa ai piedi e ha baciato tutto il corpo....e una cosa simile non la lascio fare. Per questo ho reclamato poi.”
Richiesta di dire il nome di quell’uomo, la signora PC 1 non è stata in grado di farlo. All’insistenza del PP, la signora ha, infatti, detto di non avere “
nessuna idea
” del nome di quell’uomo.
Di seguito, alla signora sono state mostrate le foto di 12 uomini. Si trattava della foto di AC 1 e delle foto di 11 altri uomini che nulla avevano a che fare con Casa _.
La signora non ha riconosciuto in nessuno dei 12 uomini ritratti il suo molestatore:
"
D: Vorrei mostrarle delle foto e sapere da Lei se riconosce qualcuno, va bene? Le mostro prima alla cinepresa, in modo che la cinepresa le veda (
le foto appaiono sullo schermo
)...O.K. ecco le foto. Riconosce l’uomo che...?
R: Devo prima mettere gli occhiali (
prende gli occhiali e li mette sul naso
) Lui non c’è, quello che mi ha molestato...questo, l’ho già visto (
indica una foto
) ma dove...?
D: Quello che Lei ha già visto, che numero porta?
R: Sette.
D: Però non riconosce l’uomo che L’ha molestata su quelle foto?
R: No...allora penserei piuttosto che fosse questo (si riferisce alla foto n. 7, ndr.), gli altri no...Gli ho ripetuto abbastanza spesso che doveva smetterla, che non sono in questa casa di cura per questo.
D: Però non ne è sicura?
R: No, non sono sicura.”
Poi, il PP ha chiesto alla signora di indicare quando l’uomo l’ha “molestata”. La signora non è stata in grado di rispondere con precisione, limitandosi a dire che “
è iniziato quest’anno
” e che “
era successo più di una volta” :
"
D: O.K. Può spiegarmi, quando quest'uomo L’ha molestata?
... Quando?
R: La data non la so di preciso, ma è iniziato quest’anno
D: È successo molte volte....diverse volte o c’è stata una sola volta?
R: No, no, più di una volta.
D: Più di una volta?
R: Sì, sì. Non posso dire con esattezza quante volte.”
Sin qui, come si vede, le dichiarazioni erano estremamente generiche. Non si è saputo indicare né la data d’inizio né il numero degli episodi. Inoltre, e soprattutto, si parlava genericamente di “
molestie
” senza alcuna precisazione o differenziazione.
Poi, la signora PC 1 ha dichiarato che l’infermiere, una volta, mentre erano nella toilette, le ha tirato il capezzolo facendole male al che lei reagì mostrandogli il pugno e lui, allora, aprì il suo pantalone facendole “
vedere tutto da qui fin giù
” dicendole di guardare:
"
Ha tirato il mio capezzolo, e mi ha fatto male... gli ho detto che se non avesse smesso gli avrei tirato un pugno. E allora ha aperto il suo pantalone e mi ha fatto vedere tutto da qui fin giù. Non c’è bisogno di farmi vedere queste cose, a me che sono stata sposata per tanti anni. Io so com’è fatto un uomo, no...
D: Le ha mostrato il suo pene?
R: Sì, sì.
D: È corretto? E quante volte è successo che Le ha tirato i capezzoli?
R: Una volta il capezzolo
...omissis...
D: E quando Le ha fatto vedere il suo pene, dov’è successo, nella stanza, nella toilette, sul letto?
R: Nella toilette.
D: Ha aperto tutto, il pantalone...E ha detto qualcosa oppure no?
R: No, no, non ha detto niente.
D: Non ha detto niente?
...omissis...
D: Il fatto di mostrare il suo pene e successo una volta sola o più volte?
R: Così come ho detto ora è successo solo una volta...che ha aperto tutto.
D: E così com’è successo quella volta, Le ha detto qualcosa o è rimasto zitto?
R: Mi ha detto di guardare.”
In quest’occasione, la signora PC 1 ha aggiunto che l’uomo, qualche volta, le ha anche mostrato, attraverso i pantaloni, il pene in erezione:
"
R: Qualche volta ha anche fatto vedere attraverso il pantalone che...adesso è duro. Allora gli ho detto di sparire, che io sapevo com’è fatto un uomo dopo tanti anni di matrimonio.”
Poi, la signora PC 1 ha dichiarato che l’uomo l’ha baciata
dappertutto
, parlando, poi, di “
schiena e sedere
” e di “
tutti i posti in cui è riuscito ad arrivare
” :
"
altrimenti mi ha baciato dappertutto. Non deve baciarmi su tutto il corpo.
D: Dove, dove esattamente L’ha baciata?
R: Sulla schiena, sul sedere, e....in tutti i posti dove è riuscito ad arrivare. Fino a quando gli ho detto finalmente che poteva fare quello che voleva ma che io avrei reclamato presso la direzione. ”
La signora PC 1 ha, poi, detto che i baci si sono ripetuti diverse volte arrivando, però, poi, poco dopo la prima affermazione, a limitare il tutto in “
un paio di volte”
.
Alla domanda volta a sapere in quale periodo l’uomo l’ha baciata, la signora ha risposto, sconsolata, di non essere in grado di dirlo ma che era successo quando l’inverno era passato:
"
D: E (n.d.r: si parlava dei baci, cfr la sequenza temporale delle domande) ciò è successo diverse volte?
R: Sì, sì.
D: Ma possiamo dire che è successo nelle ultime due settimane, negli ultimi due mesi...oppure quanto tempo è durato?
R: Ma, è già...se lo sapessi esattamente?
D: Più o meno? Oppure, quando ha iniziato? Era in estate, era in inverno, era in primavera?
R: Sì, sì, non era in inverno. Ha fatto anche i turni, quindi doveva ... doveva...io non riesco a vestirmi e spogliarmi da sola, non posso restare in piedi, non posso camminare. Lui ha dovuto aiutarmi, e probabilmente questo lo ha indotto a fare quello che ha fatto.
D: Ma l’inverno era già passato? È iniziato dopo?
R: Sì, sì, dopo.
D: Diverse volte. È durato settimane o mesi, a Suo avviso?
R: Un paio di volte, sì... fino a quando lo hanno tirato via. Non ha più potuto lavorare qui, è dovuto andarsene...Dove è adesso non lo so.”
Dopo queste dichiarazioni sui baci, il PP ha chiesto alla signora PC 1 di dire dove , esattamente, l’uomo l’ha toccata. La signora ha risposto “
là dove poteva arrivare
” e, quindi, ha risposto “
si
” quando il PP le ha chiesto se l’aveva toccata “nella vagina”:
"
D: E dove esattamente L’ha toccata?
R: Là dove poteva arrivare.
D: Anche... mi scusi se devo fare la domanda...
R: Ha fatto così (
tocca le labbra con due dita
) e poi ha messo la mano.
D: Nella vagina?
R: Sì.
D: È corretto?
R: Sì. Uno così, ai miei occhi, è un maiale. Gliel’ho ho anche detto.
D: Portava dei guanti...?
R: No, no, non portava guanti.”
Poi, la signora ha precisato che questo o questi toccamenti (la questione della ripetizione di questo gesto non è stata indagata) avvenivano quando l’uomo la vestiva e non quando la lavava:
"
D: E dove è successo che La toccava? Sul letto, nella stanza, alla toilette?
R: Nella stanza oppure quando dovevamo spogliarci... anche nella toilette.
D: Ha avuto l’impressione, che lo faceva di proposito, oppure...?
R: Sì, sì, probabilmente avrebbe voluto fare di più, se fosse stato possibile.
D: È possibile che Lei si sbagli a questo proposito?
R: No. Assolutamente no...
D: È proprio sicura di quello che ci racconta?
R: Sì, sono sicurissima.
D: È possibile che forse abbia voluto solo lavarLa, che Lei abbia frainteso?
R: No, no, non quando ci lavava....Si è coricato sul letto e ha alzato le gambe...poi gli ho detto di sparire, poi se n’è andato.
D: Ma le palpate...è...forse voleva lavarla...è possibile?
R: No, no, non è successo quando mi lavava. È successo quando mi vestiva...è allora che lo ha fatto.”
Poi la signora – rispondendo al PP che le chiedeva se i palpeggiamenti erano davvero intenzionali - ha dichiarato che una volta l’uomo si è sdraiato, vestito, sul suo letto e lei lo ha fatto allontanare mostrandogli il pugno:
"
D: Senza guanti. Ha avuto l’impressione che lo faceva intenzionalmente...
R: Una volta si è coricato accanto a me sul letto, ma solo una volta, poi gli ho tirato un “ceffone” col pugno e gli ho detto di sparire.
D: Che cosa ha fatto esattamente?
R: Sì è coricato sul mio letto. Ma solo per poco tempo, poi è sparito, perché ho fatto così (
fa vedere il pugno
).
D: Era vestito o nudo?
R: No, era vestito.”
Infine, la signora, rispondendo al PP che le chiedeva del suo stato d’animo in relazione ai fatti denunciati, ha riferito di essersi spaventata quando ha visto l’uomo che, con il bottone in mano, ha “
aperto tutto il pantalone
”:
"
D: Come si è sentita?
R: Gli ho risposto che deve andarsene, che non sono una puttana. Questo gli ho detto.
D: Ma era arrabbiata? Era indifferente? L’ha spaventata...si è spaventata? Come si è sentita?
R: Mi sono spaventata un poco quando ha preso il bottone in mano e ha aperto tutto il pantalone....terribile.
D: E...cosa sente adesso nei confronti di quest’uomo, che sentimenti ha nei suoi confronti?
R: Vendetta. Che lo richiudano pure...per me...non m’importa...
D: Aveva paura di quest’uomo?
R: Ho avuto un po’ paura dopo... ho riflettuto: lo farà ancora una volta oppure...Non sapevo che intenzioni avesse.”
7. AC 1
ha respinto tutti gli addebiti che gli sono stati mossi affermando di non essersi mai lasciato andare con gli ospiti della casa a gesti che non fossero necessari dal punto di vista professionale.
Quindi, egli ha, in sostanza, dichiarato di potersi spiegare le dichiarazioni della signora PC 1 soltanto ipotizzando che la paziente abbia equivocato alcuni gesti compiuti durante l’espletamento dei suoi compiti dando loro un senso che assolutamente non avevano.
Riguardo il tirare i capezzoli, l’imputato ha dichiarato quanto segue:
"
gli unici contatti con i seni di PC 1, avvenivano per applicarle la polvere contro la micosi. Assolutamente non le ho mai “presa” per i capezzoli.” (_ 9.10.2003)
"
Ho fatto delle osservazioni per verificare lo stato della cute; in queste occasioni le alzavo la coppa del seno per controllare sotto. E’ una cosa che peraltro si fa anche con gli altri ospiti. Questo lo facevo ogni volta che avevo la possibilità di occuparmi della sua igiene intima. E’ una cosa che peraltro dovrebbero fare tutti. Nell’arco di un mese a me sarà capitato 5 o 6 volte di effettuare l’osservazione di cui parlavo prima. Inoltre in base al piano di lavoro una volta alla settimana bisogna fare la doccia all’ospite: questa è un'altra occasione in cui si fatto controlli a livello dell’inguine e anche dei seni, ma anche di altre parti del corpo.” (_ 29.10.2003)
In aula, AC 1 ha, poi, precisato che, nell’alzare la coppa dei seni, proprio per la morfologia e la posizione di tale parte del corpo in una donna anziana, è senz’altro possibile che si tocchino i capezzoli. Tuttavia, si è sempre trattato di gesti obbligati per l’espletamento delle mansioni che gli incombevano. Null’altro.
Riguardo il toccare la vulva (l’AA parla di “vagina” ma in aula esso è stato corretto), l’imputato ha dichiarato, ancora una volta, che egli era obbligato a toccare tale parte del corpo delle pazienti durante la pulizia intima. Egli ha, però, precisato di “
non avere mai travalicato i confini della correttezza professionale”
(AC 1 29.10.2003).
Egli ha, poi, negato di avere mai baciato la signora PC 1.
Infine, egli ha negato di avere mai mostrato il pene alla signora.
In relazione a questo episodio – peraltro non ripreso nell’atto di accusa – AC 1 ha dichiarato quanto segue:
"
Ricordo che quel giorno (verosimilmente nei mesi di agosto o settembre), verso le ore 2000 circa, io mi trovavo con l’anziana nel gabinetto che è presente nella sua stanza. Dovevo provvedere alla sua toilette intima e cambiarle l’abito per la notte. La PC 1 era seduta sul gabinetto ed aveva appena finito di espletare i suoi bisogni. Le avevo tolto la maglietta che indossava ed il reggiseno. Le mutande ed i pannolini, erano già stati precedentemente tolti da me. Di fatto la PC 1 era completamente nuda. Lei, autonomamente, si è asciugata la vagina, con della carta igienica. Io ho provveduto ad applicarle una polvere antimicotica sotto il seno (sotto il solco mammario). Devo dire che in questo periodo la signora aveva il seno rosso, poiché aveva preso una micosi, sia a livello intimo (sulla vagina), sia sul seno. Il rossore sul seno era particolarmente visibile. Di sicuro alla signora quest’irritazione le procurava parecchio prurito. Fastidio fisico a parte, mi sembrava che alla signora le desse più fastidio il fatto che fosse un uomo ad applicarle la polvere antimicotica. Non sono in grado di dire se PC 1, non accettasse me, come AC 1 oppure perché sono un uomo. Va comunque tenuto in considerazione che io con questa donna ho parecchie difficoltà a colloquiare. La signora PC 1, parla unicamente francese e tedesco. Io conosco unicamente pochi vocaboli di francese (buon giorno, come va, i colori). Con lei, devo esprimermi perlopiù a gesti.
(...)
Quando mi sono avvicinato a lei per metterle la polvere, la PC 1 mi ha respinto. Le ho detto “rouge”, indicando il seno. La signora ha abbassato le mani ed io sono riuscito a metterle la polvere sotto il seno. Per fare quest’operazione, indossavo i guanti in lattice. Ho depositato la polvere su di una mia mano e con l’altra ho sollevato il seno. Per sollevare il seno ho semplicemente messo la mano sotto la coppa e l’ho sollevata. Terminato questo lavoro ho tolto i guanti ed ho preso la camicia da notte da indossarle. Trattavasi di una camicia da notte da indossare, infilandola da sopra. Non mi ero avveduto che i polsini non erano aperti. All’atto di farle passare le braccia, un bottone ha ceduto e si è staccato, cadendo per terra. Mi sono chinato per raccoglierlo. Nel piegarmi, mi si è rotto il bottone dei miei pantaloni. Ho comunque raccolto i due bottoni e mi sono rialzato. Ho detto alla signora che anche il mio bottone si era rotto e nello stesso tempo ho alzata la maglietta (casacca medica), mostrandole dove mi si era rotto il bottone. Compiendo quest’azione, ho esibito alla signora parte della mia pancia. Sono sicuro che nonostante il bottone rotto, i miei pantaloni non si erano abbassati. Rimanevano trattenuti ancora da due bottoni. Sono altrettanto sicuro che in questa circostanza non ho mostrato il pene. La signora mi è parsa arrabbiata, offesa, per il fatto di averle mostrato la mia pancia. Tant’è che mostrandomi il pugno, mi ha detto: “direzione”. Da parte mia mi sono giustificato dicendole: “ma è il bottone”. Ho poi continuato nella vestizione. Lei si è alzata dal gabinetto, le ho messo i pannolini e quindi l’ho aiutata a sedersi sulla sedia a rotelle. Per finire l’ho condotta in camera e l’ho messa a letto. Anche nel metterla a letto, ho avuto difficoltà perché non collaborava. Mi sembrava arrabbiata per il fatto che era appena successo prima.” (AC 1 4.10.2003)
Interrogata a questo proposito, la caporeparto della lavanderia, ha dichiarato che i danni più comuni agli abiti da lavoro da loro riscontrati sono, effettivamente, le rotture dei bottoni dei pantaloni.
Inoltre, ha precisato che, avendo i pantaloni una cordicella in vita, la perdita di un bottone non provoca la loro caduta.
8.
Ritenuto che, nel caso di reati sessuali, i fatti possono, in genere, venire accertati quasi esclusivamente in base alle dichiarazioni delle parti e considerato che queste dichiarazioni possono servire da fondamento per tale accertamento soltanto se superano l’esame di credibilità che consiste nella verifica della loro verosimiglianza intrinseca, della loro univocità e della loro costanza nel tempo, fondamentale è il modo in cui le dichiarazioni delle parti vengono raccolte.
Occorre, da un lato, che non vengano poste domande suggestive.
D’altro lato, occorre che le dichiarazioni vengano verbalizzate letteralmente, evitando, in particolare, espressioni che non indicano un fatto bensì un giudizio di valore su un fatto (espressioni quali, ad esempio, “molestia” non indicano un fatto ma la sua qualifica che può riferirsi, peraltro, ad azioni molto diverse fra loro).
Inoltre, le dichiarazioni delle parti devono essere circostanziate. Non basta che la vittima o presunta tale descriva gli atti subiti. Occorre farle descrivere in quale contesto questi atti sarebbero stati compiuti e, in questa descrizione, occorre chiederle dei dettagli.
Questo perché - contrariamente all’assunto del PP che, in requisitoria, ha sostenuto che i dettagli sono irrilevanti - è proprio sui dettagli che si fa l’esame di credibilità.
Ed, inoltre, sono i dettagli che definiscono la qualifica giuridica di un atto. Ad esempio, un bacio può avere una qualifica giuridica diversa a seconda del modo in cui il bacio è dato (semplice contatto delle labbra oppure contatto prolungato con lingua) e a dipendenza della parte del corpo verso cui il bacio viene indirizzato così come fondamentale è sapere se il bacio è stato dato mentre venivano compiuti altri gesti (e, se sì, quali) oppure da solo, indipendentemente da altre azioni.
In concreto, è fuor di dubbio che - quale che sia, di principio, il valore probatorio delle dichiarazioni di terzi cui la vittima (o presunta tale) ha riferito i fatti - le dichiarazioni degli operatori di Casa _ (infermieri, ausiliari, direttore, medico) non possono essere utilizzate per l’accertamento dei fatti già a causa della loro discrepanza.
Nemmeno può essere d’aiuto quanto
annotato dal dott. _ sulla cartella clinica:
"
Non ricordo con quali parole la signora, allora, mi parlò di quel che il signor AC 1 le fece. Nella cartella clinica della signora, trovo annotata, al 16.10.2003, la seguente frase: "voleva fare con lei quello che voleva lui ma lei è qui per essere curata e non per esaudire i suoi desideri". (verb dib pag 5)
Il medico (o la signora AC 1, se il medico ha riportato testualmente quanto dettogli dalla paziente), infatti, ha utilizzato un concetto talmente generico da potere contenere qualsiasi significato.
Va, poi, aggiunto, a valere ancora quale considerazione generale, che il comportamento tenuto dal AC 1 con le colleghe - lungamente indagato in sede pre-dibattimentale - non costituisce un elemento indiziante . Quand’anche si dovesse ammettere che l’imputato indulgesse in corteggiamenti ripetuti e non sempre bene accetti, non può essere dimenticato che egli si rivolgeva a donne della sua età o più giovani di lui ciò che deporrebbe maggiormente per l’assenza di pulsioni erotiche verso donne anziane che non il contrario.
Dunque, rimangono, a sostegno della tesi accusatoria, soltanto le dichiarazioni della signora PC 1.
A titolo di osservazione di carattere generale, non può non essere rilevato che la signora PC 1 presenta un deperimento psico-organico. Di questo si ritrova traccia nei certificati medici in atti. Di questo ha parlato il personale curante (cfr, in particolare, _ che ha parlato di “
sindrome psico-organica”
). Di questo ha, pure, parlato al dibattimento il dott. _ che ha definito “
non brillantissimo
” lo stato mentale dell’anziana signora.
Inoltre, un certo grado di estraniamento e di confusione della signora lo si percepisce con chiarezza ascoltando la registrazione della sua audizione da parte del PP. Infatti, la signora non sa situare nel tempo né il suo arrivo in Casa _ né la morte del marito, non ricorda il nome dell’infermiere che l’ha accudita per lungo tempo, non riconosce sulle foto che le vengono presentate l’imputato che, pure, si è occupato di lei sin dal suo arrivo alla casa per anziani, non sempre risponde in modo adeguato alle domande del PP (ripete, per esempio, con una certa ossessione, che l’imputato saliva sul suo letto) e continua a riportare il discorso su un infermiere che le è simpatico in un modo che non può non destare perplessità e dubbi sulla sua lucidità mentale.
Ciò detto, va rilevato che l’esame delle due dichiarazioni rilasciate dalla signora PC 1 non può che concludersi con un giudizio di inattendibilità: esse, infatti, non sono rimaste costanti nel tempo.
a) baci sui seni, sulla pancia e sul sedere
In relazione a questi baci che l’atto di accusa imputa a AC 1 come atti sessuali, la signora ha detto alla polizia che “lui” la baciava “
sovente
”, “
soprattutto nelle vicinanze del fondo schiena
” aggiungendo che “
lui mi baciava sul posteriore, mi ha pure baciato sui seni e sulla pancia
”.
Al PP ha dato una versione diversa dichiarando che la baciava “
sulla schiena, sul sedere e...in tutti i posti dove riusciva ad arrivare
” dicendo, prima, che era successo “
diverse volte
” e, poi, limitando i baci ad “
un paio di volte
”.
Dunque, si tratta di due (o tre, se si considera che la signora PC 1, sull’arco di pochi minuti, ha dato al PP due versioni diverse sulla durata di tali esternazioni) versioni discordanti che non possono servire da supporto per l’accertamento dei fatti.
Ma, quand’anche, per pura ipotesi di lavoro, si volesse, su questo punto, ritenere credibile la versione della signora PC 1, in essa non si possono, certo, ritrovare gli elementi costitutivi del reato di coazione sessuale.
Infatti, gli accertamenti degli inquirenti sono lacunosi.
Non è stato chiesto alla signora se i baci venivano dati mentre l’autore compiva altri gesti.
Perciò, in applicazione del principio in dubio pro reo, occorrerebbe considerare – sempre nell’ipotesi puramente scolastica in cui la versione della signora PC 1 potesse essere considerata credibile – che i baci sono stati dati indipendentemente da altri gesti che potrebbero avere una connotazione sessuale.
Non è stato accertato – perché in merito non è stata posta alcuna domanda – se , quando i baci sono stati dati, la signora era vestita o nuda.
Dunque – sempre nell’ipotesi puramente scolastica in cui la versione della signora PC 1 potesse essere considerata credibile – sempre secondo il principio in dubio pro reo, occorrerebbe considerare che i baci venivano dati quando la signora era vestita.
L’unica precisazione che è stata chiesta alla signora si riferisce al modo in cui i baci venivano dati. Infatti, nel verbale PS, si legge che:
"
lui mi baciava avvicinando le labbra al mio corpo”
Dunque – sempre nella versione dei fatti ritenuta a torto credibile dalla pubblica accusa – non si trattava di baci con la lingua né di leccate né di succhiotti. Si trattava di semplici contatti con le labbra. E – sempre nell’ipotesi puramente scolastica in cui la versione della signora PC 1 potesse essere considerata credibile – questi baci si sarebbero ripetuti in un paio di occasioni (versione più favorevole all’accusato sempre in applicazione del principio in dubio pro reo).
Ora, un semplice contatto delle labbra con la schiena, il sedere (non l’orifizio anale, ma il “sedere” termine per cui occorre intendere “natiche”) e i seni coperti dai vestiti, non accompagnati da altri gesti a connotazione sessuale non può essere considerato un atto sessuale ai sensi dell’art 189 CP.
Questo, senza dimenticare che dall’incarto non risulta alcun gesto coercitivo – nemmeno nella forma delle pressioni psicologiche - che l’imputato avrebbe utilizzato per esercitare una qualsivoglia pressione sulla signora così da costringerla a subire questi baci.
Si tratterebbe, perciò – sempre nell’ipotesi puramente scolastica in cui la versione della signora PC 1 potesse essere considerata credibile – di un atto che configurerebbe il reato di molestie ai sensi dell’art 198 CP, dunque di un reato perseguibile a querela di parte.
La querela va presentata entro tre mesi.
Ora, non si sa quando questi due episodi di baci si sono verificati.
L’atto di accusa indica un periodo di commissione dei fatti che va dal marzo al settembre 2003. Dunque, sempre in applicazione del principio in dubio pro reo, occorrerebbe dare per acquisita la versione dei fatti più favorevole all’imputato, quindi che i baci siano stati dati nel marzo 2003 così che la querela – avvenuta al più presto in settembre 2003 – sarebbe da considerarsi tardiva.
A questo va aggiunto che, invece, i baci lanciati in aria con le dita (di cui la signora PC 1 ha parlato sia al PP che alla polizia) non possono essere qualificati nemmeno come una molestia.
b) tirare i capezzoli
Pure su questo gesto le dichiarazioni della signora PC 1 non sono state costanti.
Alla polizia, la signora ha detto che lui le tirava i capezzoli quando era in bagno mentre la stava vestendo. Alla polizia, la signora non ha detto esplicitamente che la cosa è stata ripetuta. Tuttavia, la ripetizione del gesto la si desume dall’affermazione “
credo in primavera di quest’anno, ha iniziato a tirarmi i capezzoli
” e, forse, dalla dichiarazione secondo cui lui “
per un periodo ci ha provato tutti i giorni”
(anche se, quest’ultima dichiarazione, è rimasta estremamente generica poiché non è stato chiesto alla signora che cosa abbia provato a fare tutti i giorni)
Al PP, invece, la signora ha detto che il capezzolo glielo ha tirato una volta sola e, soprattutto, ha detto che, dopo questo, lei gli mostrò i pugni e lui, allora, si abbassò i pantaloni “
facendogli vedere tutto da qui fin giù
” .
Dunque – oltre al cambiamento di versione riguardo alla ripetizione del gesto – vi è il cambiamento di versione in relazione al collegamento temporale del tirare i capezzoli con il mostrare il pene poiché nella dichiarazione alla polizia i due gesti non erano collegati e, soprattutto, si erano svolti in due luoghi diversi. Si tratta, perciò, di un notevole cambiamento di versione nella misura in cui alla polizia aveva detto che l’infermiere le aveva mostrato il pene quando lei era a letto mentre nel racconto al PP il tutto si svolge nella toilette.
Il PP, nella sua requisitoria, ha sostenuto che si tratta di divergenze su dettagli insignificanti poiché determinante è che la signora sia sempre stata costante nel riferire i gesti subiti. Si tratta di una tesi che non ha convinto: se ciò fosse, l’esame di credibilità si ridurrebbe a cosa tanto piccola da essere – in quel caso – esso stesso insignificante.
Ma quand’anche – sempre nell’ipotesi puramente scolastica in cui la versione della signora PC 1 potesse essere considerata credibile – si dovesse ritenere che i fatti si sono svolti così come all’assunto fattuale della pubblica accusa, avremmo che l’imputato ha tirato una volta il capezzolo della signora.
Non risulta – in merito nessuna domanda è stata posta alla signora - che questo tirare i capezzoli sia stato accompagnato da qualche altro gesto a possibile connotazione sessuale.
Non ci sono nemmeno indizi che l’imputato tragga motivo d’eccitazione sessuale dall’infliggere dolore. In particolare, contrariamente a quanto sostenuto dal PP in replica, la lettera scritta dall’imputato alla sua amica non è indiziante per una forma di sadismo: si tratta di una lettera in cui l’uomo si lascia andare ad esplicitare i suoi desideri in relazione all’atto sessuale ma si tratta di desideri che - al di là di quella che, agli occhi di una persona emotivamente distaccata, può essere considerata una crudezza espressiva - non eccedono una passionalità del tutto naturale e priva di perversioni.
Dunque, al tirare il capezzolo – sempre nell’ipotesi in cui si dovesse dar credito alla versione della signora – non potrebbe essere data valenza sessuale.
Si sarebbe trattato, dunque, non di un atto sessuale ma di un gesto volto a far del male (del resto, la stessa signora ha detto che le aveva fatto male).
Dunque, in diritto, esso si configurerebbe come una via di fatto (art 126 CP). Essendosi trattato – sempre nell’ipotesi che qui si segue per un mero esame scolastico – di un solo episodio, si tratterrebbe ancora di un reato a querela di parte che dovrebbe essere considerata tardiva sempre per il discorso fatto sopra.
c) toccare e tentare di toccare la vulva
Nemmeno su questo aspetto la signora PC 1 è stata costante. Se è vero che ci si potrebbe chiedere se la sua incostanza sia dovuta alle modalità con cui è stata interrogata, è anche vero che ciò, ai fini dell’accertamento dei fatti, è irrilevante poiché – quale ne sia la causa – determinante è il fatto che le sue dichiarazioni sono cambiate nel tempo.
Alla polizia la signora ha detto:
"
ha cercato di appoggiare la mano tra le gambe senza riuscirci ... quando mi ha toccata, gli ho tirato un pugno in mezzo alle gambe per fargli togliere la mano e gli ho detto cochon. Preciso che stringevo le gambe e lui non ha potuto toccarmi molto e non è riuscito ad infilare la mano tra le gambe”
Poi ha detto che
“questo avveniva quando dovevo vestirmi o cambiarmi per andare a dormire”
.
Al PP ha detto – su questa circostanza – che “
l’ha toccata là dove poteva arrivare
” e poi ha risposto
“si
” quando il PP le ha chiesto se l’ha toccata
“nella vagina”
precisando con forza che “
non è successo quando mi lavava. E’ successo quando mi vestiva
” .
E’ evidente che questa risposta non può essere utilizzata poiché fa seguito ad una domanda evidentemente suggestiva. E non ne può essere tenuto conto poiché emerge con evidenza dall’audizione che la signora PC 1 era in qualche modo in preda a quel fenomeno che viene indicato come il desiderio inconscio di compiacere l’interlocutore. Infatti, verso la fine della sua audizione, la signora, dimostrando anche una certa ambascia, chiede al PP se lui ha l’impressione che lei non gli abbia detto sempre le stesse cose:
"
ho già detto tutto alla polizia no... e ho detto sempre la stessa cosa...
D: molto bene.
R: ... oppure ha l’impressione che non dico la stessa cosa? Avrà ricevuto anche lei una lettera che ho firmato...”
Ma, anche se si volesse fare astrazione dal carattere suggestivo della domanda, avremmo due dichiarazioni poco precise e in evidente contrasto fra loro.
Quella fatta alla polizia cui la signora ha parlato soltanto di uno o più (non è per nulla chiaro questo aspetto) tentativi non riusciti di metterle la mano tra le gambe e quella fatta al PP di uno o più toccamenti (anche qui la questione non è stata chiarita ) della vagina (da intendersi: della vulva) più o meno riusciti (“
là dove poteva arrivare
”).
Dunque, due dichiarazioni che non possono essere utilizzate anche soltanto per la loro discrepanza e per il loro essere rimaste sostanzialmente imprecise.
Ma, ancora e soprattutto, il racconto della signora PC 1 non appare credibile là dove pretende che questo/i (?) toccamento/i sono avvenuti non quando l’infermiere provvedeva alla sua igiene intima ma quando la vestiva. Ora, è illogico, non conforme al normale andamento delle cose e, perciò, inverosimile che una persona – che vuole compiere un gesto di quel tipo – non lo faccia quando ne ha l’occasione, cioè quando la vittima è stesa a letto in posizione ginecologica e totalmente indifesa e, perciò, potrebbe fare quel che vuole in modo totalmente indisturbato ma attenda a farlo quando le difficoltà sono maggiori.
Totalmente inverosimile è, ancora, il racconto della signora PC 1 quando sostiene di essere riuscita – lei, resa fragile e debole dall’età e dalle malattie - a resistere al suo aggressore, uomo adulto e nel pieno delle forze, ed a impedirgli di raggiungere i suoi scopi semplicemente stringendo le gambe.
Dunque, una versione che – oltre a non essere costante nel tempo – non è in sé né coerente né credibile.
Pertanto, una versione dei fatti che, nel suo complesso, non può costituire il fondamento dell’accertamento dei fatti visti i dubbi – enormi – che essa suscita.
Al contrario, ben più credibile è la tesi dell’imputato secondo cui, almeno riguardo il tirare i capezzoli e il toccare la vulva, le dichiarazioni della signora PC 1 siano il frutto di equivoci sul vero significato di alcuni gesti di natura squisitamente ed esclusivamente professionale (provvedere all’igiene intima della paziente) che la signora non accettava sempre di buon grado. Equivoci generati da una serie di circostanze, in particolare da un rapporto personale fra i due non ottimale, dall’incomprensione dovuta alle difficoltà linguistiche e da una certa confusione legata all’età della paziente e al suo essere, in qualche modo, isolata dal contesto sociale a causa della non conoscenza dell’italiano. Circostanze, queste, che, sommate fra loro, le hanno impedito di leggere correttamente dei gesti che – seppur invasivi della sua sfera intima - erano del tutto innocenti.
In particolare, credibile risulta anche il tentativo dell’imputato di spiegare la dichiarazione della signora PC 1 in relazione alla questione del pene che le sarebbe stato mostrato (cfr episodio riportato sub consid 7). La spiegazione dell’imputato è, peraltro, confermata dalla seguente dichiarazione fatta dalla signora al PP:
"
mi sono spaventata quando ha preso il bottone in mano e ha aperto tutto il pantalone”
Infatti, “prendere il bottone in mano” non è il gesto tipico di colui che apre il pantalone per mostrare il proprio pene ma è, invece, il gesto tipico di chi – come ha dichiarato l’imputato – vuole mostrare a qualcuno che il bottone si è staccato.
Del resto, va rilevato che il PP non ha ritenuto di dovere imputare a _ questo gesto più volte descritto dalla signora PC 1. E che nemmeno ha ritenuto di dovergli imputare quanto raccontato dalla signora in merito al mostrarle, sotto i pantaloni, il pene in erezione.
Evidentemente, lo stesso procuratore non ha ritenuto totalmente credibile la versione della signora PC 1.
Ma quand’anche si volesse dare credito alla signora PC 1 sulla questione del toccare la vulva – e, ancora una volta, questo discorso lo si fa per puro spirito scolastico – viste le zone d’ombra rimaste sia in merito alla riuscita del gesto che alla sua ripetizione, in applicazione del principio in dubio pro reo (che vuole che si consideri la situazione di fatto più favorevole all’imputato), si avrebbe un tentativo di mettere la mano in mezzo alla gambe fallito poiché la vittima ha stretto le gambe impedendo così all’autore di raggiungere il suo scopo.
Va, poi, sempre secondo il principio in dubio pro reo, ancora ritenuto che la vittima era vestita e, in assenza di accertamenti diversi, che si è trattato del tentativo di una toccata, senza strofinamento, una specie di “main baladeuse”.
Vista la sua indiscussa supremazia fisica (uomo adulto nel pieno della maturità contro una donna anziana e inferma), all’imputato non sarebbe costato nulla vincere la resistenza della pretesa vittima.
Così non è stato (sempre nell’ipotesi fattuale ritenuta, a torto, dalla pubblica accusa). Ciò significa che l’imputato non avrebbe applicato nessuna forza, nessuna violenza.
Non vi sono tracce in atti nemmeno di pressioni psicologiche esercitate.
Dunque, anche in quest’ipotesi, manca del tutto l’atto coercitivo richiesto dall’art 189 CP.
Dunque - sempre in quell’ipotesi che la Corte non ha ritenuto data - si avrebbe non una coazione tentata o mancata ma una mancata molestia, reato per il cui perseguimento vale il discorso fatto sopra.
Concludendo, dunque, gli elementi portati dalla pubblica accusa a sostegno della sua tesi non hanno convinto la Corte che ha continuato a nutrire dubbi insopprimibili. Ben più convincenti sono apparse le spiegazioni date dall’imputato così che l’ipotesi di un fraintendimento da parte della signora PC 1 è risultata molto più verosimile della tesi accusatoria.
Pertanto, AC 1 è stato assolto poiché i fatti ipotizzati nell’atto di accusa non hanno trovato sostegno probatorio.
Rispondendo negativamente a tutti i quesiti;
visti gli art. 18, 21, 36, 41, 58, 63, 69 e 189 cpv. 1 CP;
9 segg. CPP e 39 TG sulle spese;