Decision ID: 6ce84fc6-842a-51d5-81b6-d2b9b608c06d
Year: 1997
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto
A.
Con decreto 18 giugno 1991 (doc. C), emanato su istanza della _ (in seguito: _), il Segretario Assessore della Pretura della giurisdizione di Locarno-Città ha ordinato all’UEF di Locarno di sequestrare fino a decorrenza dell’importo di fr. 50’000’000.- tutti gli averi di spettanza di _ presso la succursale di _ della _ (in seguito: _) ed in particolare quanto depositato sul conto _.
B.
In esecuzione del decreto, l’UEF, preso atto che il conto indicato non esisteva come tale in banca ma che presso la stessa ne esisteva uno con numerazione analoga (_), ha sequestrato quanto depositato su quel conto, ancorché titolare ed avente diritto economico dello stesso non fosse il signor _, bensì una terza persona, tale _. Quest’ultima, a tutela dei suoi interessi, ha impugnato il decreto di sequestro con un ricorso di diritto pubblico, respinto il 31 ottobre 1991 dal Tribunale federale, e ha inoltrato un reclamo contro l’operato dell’UEF, anche questo respinto in data 4 maggio 1992 dalla Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale di appello, la quale invitava nel contempo l’UEF a voler dare avvio alla procedura di rivendicazione di cui all’art. 106 -109 v.LEF.
Nel frattempo, il 2 luglio 1991, la _ ha promosso nei confronti di _ l’esecuzione n. _ a convalida del sequestro, mentre quest’ultimo in data 24 giugno 1991 ha a sua volta inoltrato un’azione di revoca del sequestro, attualmente sospesa.
C.
Con petizione 10 luglio 1992 la _, dando seguito all’invito dell’UEF, ha inoltrato nei confronti di _ la causa che qui ci occupa, con cui ha chiesto il disconoscimento della rivendicazione della proprietà della convenuta sul conto sequestrato. L’attrice ha in sostanza affermato che dalla cronologia dei fatti si evinceva che la donazione da _ a _ degli averi in conto, avvenuta il 2 marzo 1990 con la semplice modifica della titolarità dello stesso, era solo simulata e perciò di null’effetto.
La convenuta, da parte sua, si è opposta alla petizione, affermando che la donazione non era assolutamente fittizia: in effetti i beni in conto, per altro relativamente modesti per raffronto al patrimonio di _, le erano stati donati da quest’ultimo, da oltre 20 anni suo convivente, per garantirle il futuro; significativo al proposito era il fatto che da quando era divenuta titolare del conto, essa sola, senza intrusioni del convivente, aveva disposto su quegli averi; per il resto, nulla faceva pensare che essa avesse agito a copertura di _, tanto più che se quest’ultimo avesse effettivamente voluto nascondere all’attrice i propri beni presso la _ non si sarebbe certo limitato ad intestare il conto alla convivente.
D.
Con sentenza 6 maggio 1996 il Pretore, in accoglimento della petizione, ha disconosciuto la rivendicazione di proprietà sul conto formulata dalla convenuta.
Il giudice di prime cure, riferendosi ai principi giurisprudenziali esposti nella sentenza pubblicata in
Rep
. 1983 p. 150, ha in sostanza ritenuto che mentre l’attrice aveva evidenziato in modo fortemente indiziario il carattere simulato della donazione, la convenuta non aveva saputo giustificare in modo convincente (se non adducendo la lunga convivenza con _) la rivendicata proprietà della somma esistente sulla relazione bancaria. A favore della simulazione dell’atto e con ciò della volontà di _ di nascondere ai propri creditori i suoi beni parlava innanzitutto il fatto che la modifica della titolarità del conto era avvenuta il giorno dopo che il legale dell’attrice aveva scritto al legale di _ una lettera (doc. S) con cui venivano mossi gravi rimproveri nei confronti di quest’ultimo in relazione alla vendita della sua partecipazione nella _ -che aveva fruttato a _ i 213’792’860 DM, poi confluiti sul conto _ (doc. F)- minacciando un’azione di risarcimento, puntualmente avviata poco tempo dopo; la cospicua consistenza della donazione rendeva pure sospetta l’operazione; la motivazione del regalo, asseritamente avvenuta per la sola lunga convivenza, non appariva inoltre convincente, come non lo era il momento della sua attuazione, che non si lasciava ricondurre ad alcuna ricorrenza particolare; la donazione avveniva inoltre dopo che _, il giorno prima, aveva estinto buona parte degli averi in conto; la mancata modifica del numero di conto, per altro l’unico noto all’attrice, più che costituire un indizio di trasparenza era invece dovuto a motivi pratici, gli investimenti effettuati sull’euromercato rendendo problematico e comunque svantaggioso il loro disinvestimento; era per altro strano che sui beni oggetto della donazione, che doveva garantire il suo futuro, la nuova titolare aveva invece sottoscritto un mandato di gestione “aggressivo”, piuttosto che conservativo; pure significativo era il fatto che quanto effettivamente sequestrato era ampiamente inferiore agli importi a suo tempo donati, risultando successivamente l’esistenza di ingenti prelevamenti; a rendere ulteriormente sospetta la donazione vi era infine il fatto che la stessa era avvenuta tra due conviventi.
E.
Con appello 23 maggio 1996 la parte convenuta ha chiesto la riforma del querelato giudizio nel senso che la petizione fosse integralmente respinta e che di conseguenza la sua rivendicazione di proprietà sul conto fosse accolta; il tutto, con protesta di spese e ripetibili di entrambe le sedi.
Essa contesta anche in questa sede l’esistenza di un negozio simulato: innanzitutto è a suo dire evidente che se _ avesse effettivamente voluto nascondere i propri beni non si sarebbe certo limitato a intestare il conto alla sua convivente, ma avrebbe agito diversamente, ad es. modificando il numero di conto, oppure, pur perdendo qualche mezzo punto d’interesse, chiudendo il conto stesso ed aprendone un altro presso un altro istituto bancario; in ogni caso, fosse vera la tesi del Pretore, nulla avrebbe impedito a _ di azzerare quel conto prima del sequestro, avvenuto a distanza di quasi un anno e mezzo dalla donazione; contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, l’ampiezza della donazione, pur essendo un elemento indiziario di rilievo, andava in questo caso relativizzata, tenuto conto delle immense disponibilità di _ e del fatto che si trattava di una “donazione in amore”, finalizzata a garantire il futuro della convivente; irrilevante era inoltre il fatto, accertato dal giudice di prime cure, che _ non avesse attinto da altri suoi fondi per effettuare la donazione, come pure il fatto che la convenuta abbia sottoscritto una gestione “aggressiva” degli averi in conto; oltremodo significativo era per contro che dopo la donazione solo la convenuta aveva effettivamente disposto dei beni in conto, dando con ciò l’impressione anche ai funzionari della banca che essa sola fosse la reale proprietaria di quei beni.
F.
Delle osservazioni 9 luglio 1996 con cui l’attrice ha postulato la reiezione del gravame protestando spese e ripetibili, nonché degli allegati integrativi 4 e 6 novembre 1997 delle parti, con cui esse si sono pronunciate in merito alla documentazione bancaria relativa al conto sequestrato di cui hanno potuto prendere visione per la prima volta, si dirà se necessario, nei successivi considerandi.

considerando
in diritto
1.
A questo stadio della lite -e l’appellante stessa ne dà atto a p. 6 del suo gravame- è pacifico che nella fattispecie risultino applicabili, almeno per analogia, i principi giurisprudenziali sviluppati in margine alla sentenza pubblicata in
Rep
. 1983 p. 150 e segg., ove pure si trattava di esaminare un’azione di disconoscimento della rivendicazione di proprietà su beni sequestrati ex art. 109 v.LEF e in cui il creditore aveva rimproverato al terzo presunto proprietario di esserlo divenuto in forza di una donazione simulata.
Ne risulta innanzitutto che spetterà al creditore che eccepisce la simulazione dimostrare l’esistenza della stessa (art. 8 CC) ed in particolare l’esistenza di una “causa simulandi” (ovvero del motivo che ha indotto il vero proprietario alla simulazione): atteso che in materia di simulazione di regola è possibile solo una prova indiretta, cioè quella formata da un complesso di presunzioni, dal creditore si dovrà in concreto pretendere che abbia quanto meno a renderla fortemente verosimile con tutta una serie di indizi convergenti, in modo tale che la tesi contraria non entri più in linea di conto. Indizi a favore della simulazione sono in particolare il fatto che taluno si spogli di tutti o parte dei suoi beni, che ciò avvenga mediante una serie di atti compiuti affrettatamente e in brevissimo spazio di tempo, che inoltre il tutto non sia giustificato da un serio e plausibile motivo, che l’atto di disposizione così effettuato possa infine aver indebolito la posizione dei suoi creditori.
D’altro canto, non va dimenticato che nell’ambito delle azioni di contestazione di cui all’art. 106 - 109 v.LEF, indipendentemente dal ruolo processuale attribuito alle parti dall’UEF, l’onere della prova incombe sempre al rivendicante, per cui sarà quest’ultimo a dover dimostrare le circostanze a sostegno del suo diritto ed in particolare l’esistenza della donazione, che di per sé non è presunta.
2.
Ciò premesso, si può senz’altro passare all’esame delle censure sollevate dall’appellante, la quale in sostanza ritiene che non ci si trovi di fronte ad una donazione simulata.
2.1
A suo dire, è innanzitutto addirittura evidente che se _ avesse effettivamente voluto nascondere i propri beni all’attrice non si sarebbe certo limitato a intestare il conto -noto alla controparte- alla sua convivente, ma avrebbe senz’altro modificato il numero di conto, oppure (pur perdendo qualche mezzo punto d’interesse) lo avrebbe chiuso, aprendone un altro altrove; in ogni caso, se l’intenzione fosse stata effettivamente quella ipotizzata dal Pretore, non si vede proprio come mai egli non abbia provveduto ad azzerare il saldo su quel conto nel periodo di tempo intercorso tra la donazione ed il sequestro, decretato quasi un anno e mezzo dopo.
La censura è infondata.
2.1.1
È vero che il 2 marzo 1990, al momento cioè del cambio dell’intestazione del titolare del conto _, _ avrebbe senz’altro potuto trasferire su un altro conto o presso un altro istituto bancario i circa 24 mio DM a quel momento ancora depostati.
L’istruttoria ha tuttavia chiaramente indicato i motivi che lo hanno indotto ad agire diversamente.
_, funzionario della _, nel corso della sua audizione testimoniale ha specificato che la mancata modifica del numero del conto era dovuta a “motivi di praticità”, in particolare in quanto gli investimenti a termine sull’euromercato in corso rendevano problematica tale operazione (verbale p. 50): in pratica, il tutto sarebbe stato senz’altro possibile, ma avrebbe certo comportato una perdita di interesse dell’ordine di qualche mezzo punto percentuale, il che, calcolato su importi tanto ingenti, avrebbe causato al cliente una perdita sicuramente importante. _, che l’appellante descrive come persona non sprovveduta, pur consapevole che un sequestro -ipotetico- sarebbe stato per lui più svantaggioso rispetto ad una perdita d’interessi -però sicura-, ha invece preferito mantenere inalterato il numero di conto; egli ha tuttavia messo in atto degli accorgimenti che non lo rendessero riconoscibile ai propri creditori. L’intestazione del conto alla sua convivente ed il fatto che egli non aveva sullo stesso alcuna procura erano circostanze che, a suo giudizio, avrebbero dovuto vanificare un eventuale sequestro nei suoi confronti -e la convenuta stessa dà atto di tale importantissima circostanza, nella misura in cui ha rimproverato la _ per aver comunque provveduto in tali circostanze a bloccare, sia pure temporaneamente, il suo conto (risposta p. 11 in basso)- tanto più che controparte era sì a conoscenza di un numero di conto, ma lo stesso non corrispondeva esattamente a quello effettivo (_(cfr. doc. F). invece di _): sennonché i piani di _, per un eccesso di zelo da parte della _ nel rispondere alle richieste dell’UEF (cfr. doc. 1C e 1D), sono stati vanificati.
2.1.2
Contrariamente a quanto ritenuto dall’appellante, il fatto che _ non abbia provveduto ad azzerare il saldo su quel conto nel periodo di tempo trascorso tra la donazione ed il sequestro non costituisce ancora, a giudizio di questa Camera, un elemento tale da escludere l’esistenza di un negozio simulato.
L’istruttoria ha innanzitutto provato che il 1. marzo 1990, dopo essere venuto a conoscenza della lettera 27 febbraio 1990 (doc. S) con cui il legale dell’attrice comunicava al legale di _ che quest’ultimo avrebbe dovuto rispondere in merito ad assicurazioni fornite in relazione alla vendita delle azioni della _, minacciando nel contempo di adire le vie legali nei suoi confronti, _ si è precipitato in banca ed ha provveduto a prelevare oltre 120 mio DM dal conto, che a quel momento aveva un saldo di oltre 144 mio DM.
Già si è detto che _ il 2 marzo 1990 aveva adottato altri accorgimenti per impedire un eventuale sequestro sui beni rimanenti (circa 24 mio DM, il cui disinvestimento era svantaggioso), sia intestando il conto alla convivente, sia escludendo di disporre di una procura sullo stesso: a quel momento, come detto, egli riteneva di essere così al riparo da qualsiasi sequestro.
Con il passare del tempo e preso atto che il pericolo di un sequestro diminuiva sempre più -la creditrice ad inizio marzo 1990 non aveva in effetti dato seguito alle minacce di azioni legali (con il corollario di eventuali sequestri), né lo aveva fatto ad inizio aprile dello stesso anno, pur avendo inoltrato in Germania un’azione legale al fine di ottenere da _ e da altri litisconsorti oltre 130 mio DM a titolo di minor valore del prezzo di vendita- _, per altro tranquillo per gli accorgimenti presi a tutela dei beni ancora depositati sul conto, non ha ritenuto necessario azzerare quanto presente sulla relazione bancaria: nondimeno gli importi sul conto hanno continuato a diminuire, passando dai circa 23 mio DM a fine marzo 1990 ai circa 10 mio DM al momento del sequestro.
Tutto ciò sta chiaramente a dimostrare come in realtà la circostanza evocata dall’appellante non possa essere ritenuta determinante.
2.2
L’appellante, pur ammettendo che l’ampiezza della donazione costituisca di per sé un elemento indiziario di rilievo circa l’esistenza di un negozio simulato, ritiene che in questo caso l’importo andava relativizzato, sia per il fatto che _ disponeva di capitali estremamente ingenti, sia perché si trattava di una “donazione in amore”, finalizzata a garantire il futuro della convivente con cui aveva condiviso oltre 20 anni di vita in comune.
È ben vero che _ ha provato di poter disporre di almeno 144 mio DM e che quanto è stato asseritamente donato, pari a circa 24 mio DM, corrisponde “solo” a 1/6 dei suoi averi.
In termini assoluti, la somma in questione appare tuttavia estremamente elevata e con ciò sproporzionata: innanzitutto la ventennale convivenza, l’unico motivo asserito da _ per il presunto regalo (verbale p. 47), non era venuta meno, per cui non vi è in pratica alcun motivo per una eventuale liquidazione o comunque per una donazione di tale entità; la stessa non è inoltre avvenuta in occasione di una particolare ricorrenza, che avrebbe potuto essere un anniversario, un compleanno, San Valentino (14 febbraio, passato da poco), Natale (il fatto che proprio a Natale _, come risulta a p. 46 del verbale, possa aver dichiarato di essere intenzionato a far beneficiare la convenuta di una imprecisata somma di denaro, in quanto egli non stava bene -ma allora proprio non si capisce perché avrebbe dovuto aspettare altri 3 mesi-, è irrilevante, essendo stato riferito dal medesimo _, il quale però è un teste tutt’altro che attendibile, avendo un grande interesse a questa vertenza; irrilevante è pure che il teste _, a p. 41 del verbale, possa averlo confermato, quest’ultimo avendo in effetti precisato che la circostanza gli era stata riferita da _: cfr.
Cocchi/Trezzini
, CPC, n. 1 ad art. 236/237;
IICCA
5 gennaio 1995 in re R./R., 27 aprile 1995 in re H./G., 11 agosto 1995 in re V./C., 3 gennaio 1996 in re T./J.M. SA, 12 marzo 1996 in re F. SA/F., 15 marzo 1996 in re R.S. SA/F., 8 maggio 1996 in re A. AG/S. SA), o simile; la cronologia dei fatti permette al contrario di ritenere che la decisione di effettuare la donazione era stata presa dopo la ricezione della famosa lettera del 27 febbraio 1990 ed anzi più precisamente dall’oggi al domani dopo i prelevamenti effettuati il 1. marzo, il che rende evidentemente oltremodo sospetta una donazione di un ammontare così inusuale di denaro. Non va infine dimenticato che se effettivamente _, come asserito, era intenzionato a garantire alla convivente un futuro senza preoccupazioni in quanto riteneva di sentirsi poco bene, avrebbe potuto concludere con lei un contratto successorio ex art. 494 CC, che avrebbe raggiunto lo scopo meglio di una donazione.
2.3
Effettivamente il fatto, accertato dal giudice di prime cure, che _ non abbia attinto da altri suoi fondi per effettuare la donazione, pur significativo, non è evidentemente determinante per poter ammettere o meno una simulazione, nulla impedendo a _ di disporre di un bene piuttosto che di un altro: nondimeno non può non destare sospetti il fatto che la presunta donazione abbia avuto per oggetto beni sui quali _ a quel momento non poteva comunque disporre, se non con la perdita di interessi, il tutto quando invece gli sarebbe stato possibile, più semplice e tra l’altro non avrebbe costretto _ e _ a ripresentarsi in banca l’indomani, attingere ai 120 mio DM prelevati soltanto il giorno prima.
2.4
Il fatto che la convenuta abbia sottoscritto una gestione “aggressiva” degli averi in conto (e con ciò maggiormente soggetta a rischi, cfr. doc. 6), contraddicendo così lo scopo della presunta donazione che doveva essere quello di garantirle la sicurezza per il futuro (interrogatorio formale della convenuta, ad 6), è invece alquanto significativo, non potendo evidentemente essere spiegato unicamente dal fatto -comunque non generalizzabile- che coloro che dispongono di ingenti capitali sono avvezzi a privilegiare modalità di investimento più remunerative rispetto quelle tradizionali.
2.5
È infine palesemente a torto che l’appellante ritiene decisivo il fatto che dopo la donazione solo la convenuta abbia effettivamente disposto dei beni in conto, dando con ciò l’impressione anche ai funzionari della banca che essa sola fosse la reale proprietaria di quei beni.
Già si è detto -e l’appellante lo sottolinea a più riprese- che _ non è uno sprovveduto, per cui ben sapeva che se dopo la presunta donazione si fosse ripresentato in banca, ad es. in forza di una procura, oppure in compagnia della convivente, avrebbe certo potuto dare l’impressione ai funzionari della banca di avere ancora un interesse sugli averi in conto, facendo così venir meno gli accorgimenti messi in atto; non va d’altro canto dimenticato che proprio il fatto che la convenuta fosse la sua convivente, a lui legata affettivamente da lungo tempo e di cui egli si fidava ciecamente (al punto da concederle procura -cfr. doc. 3- sul conto dove erano affluiti gli oltre 213 mio DM relativi alla vendita delle azioni _), gli permetteva di pilotare la gestione del conto, sempre che ciò fosse stato necessario (vi era in ogni caso un mandato di gestione patrimoniale a favore della banca), senza dover comparire nella succursale di _ della _.
La tesi difensiva dall’appellante, che pretende di nascondersi dietro un dito, deve perciò essere relativizzata.
3.
Altre considerazione, in parte già evidenziate dal Pretore nel giudizio di prime cure, fanno chiaramente propendere per l’esistenza di un atto simulato.
Innanzitutto, chiarito in precedenza come i prelevamenti di oltre 120 mio DM ed il successivo cambiamento dell’intestazione del conto siano stati conseguenti alla lettera del legale dell’attrice del 27 febbraio 1990, va qui evidenziato come le modalità di prelevamento di quegli importi siano state alquanto anomale, tali cioè da far ritenere che _ abbia effettivamente avuto l’intenzione di sottrarre ogni suo bene ai suoi creditori: mentre in effetti 105 mio DM sono stati girati ad una società nel _, _ ha provveduto a ritirare fisicamente titoli per ca. 10 mio DM e a prelevare altri fr. 5 mio in contanti; senza poi sottacere che, a seguito di quelle operazioni, mancando la necessaria liquidità, il conto è andato in passivo, con la necessità di mettere a pegno i titoli e i fiduciari rimanenti in conto.
La circostanza che la convenuta disponesse a suo tempo della procura sul conto di _ (doc. 3) assume un’importanza determinante, per un altro motivo: è in effetti evidente che essa, indipendentemente dall’effettuazione di una donazione, già poteva disporre di tutti i beni del convivente, con il che l’atto di disposizione da parte di _ non modificava la situazione di fatto; detto altrimenti, per raggiungere lo scopo di far beneficiare la convivente di determinati importi, non era assolutamente necessario modificare la titolarità del conto, ma bastava che _ e _ si accordassero internamente nel senso che quest’ultima avrebbe prelevato determinate somme.
Significativo circa l’esistenza di un atto simulato è inoltre il fatto che tra l’attrice e _ siano intercorse delle trattative per liquidare bonalmente la vertenza (cfr. le lettere 30 settembre 1993 e 11 novembre 1993 del patrocinatore della convenuta); senza che si abbia ad entrare nel merito di queste trattative -per altro neppure noto alla scrivente Camera- è in effetti evidente che se _ ha ritenuto di intavolare una trattativa lo ha fatto in quanto interessato: ora, è evidente che se i beni fossero appartenuti veramente alla convenuta, sarebbe stata lei e non certamente _ a condurre eventuali trattative con la controparte, mentre _ avrebbe portato avanti tali trattative solo se gli averi in conto lo concernevano personalmente.
Estremamente significativo è pure l’atteggiamento tenuto in causa dalla convenuta: fosse stato vero che i beni in conto erano suoi, non si vede proprio per quale motivo essa abbia avversato con tanta foga la richiesta di controparte di poter prendere visione dei documenti bancari relativi al conto; pure incomprensibile è il fatto che essa non abbia voluto indicare come siano stati impiegati gli oltre 13 mio DM che sono stati prelevati dal conto dal momento della donazione a quello del sequestro, quando era del tutto inverosimile che tale somma fosse stata impiegata per semplici necessità quotidiane.
4.
In tali circostanze, si può concordare con il Pretore che l’attrice è effettivamente riuscita a rendere fortemente verosimile -e con ciò a provare- l’esistenza di una donazione simulata, in maniera che la tesi contraria non può più entrare in linea di conto: ciò implica di confermare il giudizio di primo grado.
5.
Ne discende la reiezione dell’appello e la conferma del giudizio di primo grado.
La tassa di giustizia, le spese e le ripetibili seguono la soccombenza (art. 148 CPC).