Decision ID: 281076ca-0993-5146-9ee0-f129d1670d15
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A.a La B._ in liquidazione (di seguito: B._), con sede
V._, era una società anonima, iscritta il (...) al Registro di
commercio e avente quale scopo sociale:
« (...) ».
Nei periodi fiscali 2009-2010, detta società è stata in particolare attiva nella
gestione di un chiosco con annesso un ufficio cambi sito al W._ a
V._. Secondo il Registro di commercio, i suoi amministratori unici
sono stati il signor C._, sino aI 23 settembre 2010, ed in seguito il
signor D._. Il (...) detta società è poi stata radiata d’ufficio dal
Registro di commercio, a seguito della chiusura della procedura di
fallimento pronunciata dalla Pretura del Distretto di V._ con decreto
del (...).
A.b La signora A._, ha in particolare lavorato per gli uffici cambi di
una società connessa alla B._, ovvero la E._ (attuale
E._ in liquidazione, radiata dal registro di commercio il [...]).
All’epoca dei fatti, essa conviveva con il signor D._, il quale ha
indicato nelle proprie dichiarazioni d’imposta di possedere il 70% delle
azioni della società B._.
B.
B.a Il 20 agosto 2010, l’allora capo del Dipartimento federale delle finanze
ha aperto un’inchiesta fiscale speciale in materia d’imposta diretta nei
confronti del signor D._ e delle due società a lui riconducibili, ovvero
l’allora E._ e l’allora B._, entrambe con sede a V._,
che gestivano alcuni chioschi-ufficio di cambio. Tali società erano
sospettate di aver contabilizzato solo una parte dei ricavi effettivamente
realizzati, come pure di aver versato salari non regolarmente dichiarati
all’autorità fiscale. Nell’ambito di detta inchiesta, la ricostruzione della cifra
d’affari effettiva, rispettivamente la determinazione dei ricavi non
contabilizzati da dette società, è stata effettuata grazie al sequestro di sette
libretti nei quali venivano annotati i reali ricavi ottenuti in ciascun periodo.
B.b Il 5 giugno 2012, sulla base delle risultanze della suddetta inchiesta
fiscale speciale, il capo della Divisione affari penali e inchieste (DAPI)
dell’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) ha poi ordinato
l’avvio di un’inchiesta penale amministrativa per sottrazione d’imposta e
per truffa in materia di tasse, in particolare nei confronti del signor
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D._. Il 19 novembre 2012 detta inchiesta è stata aperta pure nei
confronti della signora A._.
B.c II 26 gennaio 2016, sulla base delle risultanze dell’inchiesta della
DAPI, l’AFC – e meglio la sua Divisione Controllo Esterno – ha intimato alla
signora A._ un conteggio, mediante il quale essa ha proceduto nei
suoi confronti ad una ripresa d’imposta preventiva in rapporto alle presta-
zioni valutabili in denaro effettuate dalla B._ nei periodi fiscali 2009-
2010, stimate pari a 1'046'462.56 franchi. Di fatto, la signora A._ è
stata qualificata di beneficiaria economica di dette prestazioni imponibili
nella misura del 30% (= quota della sua partecipazione in detta società),
per un importo pari a 313'998.75 franchi (= 30% di fr. 1'046'462). Il restante
70% è invece stato imputato al signor D._. Di conseguenza, la
signora A._ è stata assoggettata al pagamento dell’imposta pre-
ventiva per un importo pari a 109'899.55 franchi (= 35% di fr. 313'998.75),
oltre accessori, sulla base delle pertinenti disposizioni di legge.
Con scritto 10 febbraio 2016, la signora A._ – per il tramite del suo
patrocinatore – ha contestato detto conteggio, censurando di non essere
mai stata azionista della B._ e beneficiaria delle prestazioni
imponibili colpite dall’imposta preventiva, nonché di non aver mai
partecipato ad eventuali infrazioni commesse dal signor D._.
B.d Con decisione 16 febbraio 2016, l’AFC – e meglio la sua Divisione
Controllo Esterno – ha confermato la ripresa fiscale di cui al conteggio
26 gennaio 2016, per gli stessi motivi già esposti in detto conteggio.
B.e Con reclamo 18 marzo 2016, la signora A._ – per il tramite del
suo patrocinatore – ha impugnato la decisione 16 febbraio 2016 dell’AFC,
ribadendo di non esser mai stata azionista della B._ e beneficiaria
delle prestazioni imponibili colpite dall’imposta preventiva, nonché di non
aver mai partecipato ad eventuali infrazioni commesse dal signor
D._. Nel contempo, essa ha postulato l’audizione di un consulente
della Banca F._, in qualità di teste.
C.
C.a Il 22 febbraio 2016, la DAPI ha emesso e notificato alla signora
A._ il processo verbale finale (di seguito: PVF) relativo alla
fattispecie.
C.b In parallelo, il 17 luglio 2017, nella stessa fattispecie, la Camera di
diritto tributario dei Tribunale d’appello del Cantone Ticino ha emanato la
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propria sentenza in materia di imposta federale diretta e imposta cantonale
per gli anni 2008-2009 nei confronti della signora A._ (inc. ***). In
particolare, detto Tribunale ha confermato l’imposizione, in capo alla
signora A._ del 30% delle prestazioni valutabili in denaro
provenienti dalle due società E._ e B._.
Con sentenza 2C_768/2017 dell’8 giugno 2018, il Tribunale federale ha
confermato la suddetta decisione cantonale.
D.
D.a Con decisione su reclamo del 25 luglio 2019, l’AFC ha respinto il recla-
mo 18 marzo 2016 della signora A._ – ivi compresa la richiesta di
audizione del teste – e confermato la sua precedente decisione. Essa ha

in particolare considerato che vi sarebbero tutti i presupposti per ritenerla
quale azionista al 30% della società B._, rispettivamente quale
beneficiaria al 30% delle prestazioni valutabili in denaro erogate dalla
società nella forma di distribuzioni dissimulate di utile così come peraltro
riconosciuto dal Tribunale federale nell’ambito delle imposte dirette.
D.b Avverso la predetta decisione su reclamo, la signora A._ (di
seguito: ricorrente) – per il tramite del suo patrocinatore – ha inoltrato
ricorso 16 settembre 2019 dinanzi al Tribunale amministrativo federale,
postulandone in sostanza l’annullamento. Protestando tasse, spese e
ripetibili, essa censura la violazione del diritto federale e del suo diritto di
essere sentita (mancata audizione di un teste), nonché l’accertamento
inesatto o incompleto di fatti giuridicamente rilevanti, per gli stessi motivi
già edotti nel suo reclamo.
D.c Con risposta 16 dicembre 2019, l’AFC (di seguito: autorità inferiore) ha
postulato il rigetto del ricorso, riconfermandosi nella propria decisione e
prendendo posizione sulle censure sollevate dalla ricorrente.
D.d Con scritto 3 gennaio 2020, la ricorrente – sempre per il tramite del
suo patrocinatore – si è riconfermata nel suo ricorso, indicando di non aver
nulla da aggiungere.
E.
Ulteriori fatti e argomentazioni verranno ripresi, per quanto necessari, nei
considerandi in diritto del presente giudizio.
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Diritto:
1.
1.1 Il Tribunale amministrativo federale giudica i ricorsi contro le decisioni
ai sensi dell’art. 5 PA, emanate dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF,
riservate le eccezioni di cui all’art. 32 LTAF (cfr. art. 31 LTAF). In partico-
lare, le decisioni emanate dall’AFC su reclamo in materia di riscossione
dell’imposta preventiva – come in concreto – sono impugnabili dinanzi al
Tribunale (cfr. art. 39 della legge federale del 13 ottobre 1965 sull’imposta
preventiva [LIP, RS 642.21], in combinato disposto con l’art. 32 LTAF). Il
Tribunale è dunque competente per dirimere la presente vertenza. Fatta
eccezione per quanto prescritto direttamente dalla LTAF come pure da
eventuali normative speciali, la procedura dinanzi al Tribunale è di principio
retta dalla PA (cfr. art. 37 LTAF; art. 2 cpv. 4 PA). Su riserva dell’art. 2 cpv. 1
PA – che per inciso menziona dei principi comunque applicati per analogia
dal Tribunale nell’ambito delle procedure in materia d’imposta preventiva –
quanto precede vale altresì per la presente procedura di ricorso.
1.2 Il presente ricorso è stato interposto tempestivamente (cfr. art. 20
segg., art. 50 PA), nel rispetto delle esigenze di contenuto e di forma
previste dalla legge (cfr. art. 52 PA). L’atto impugnato è una decisione
dell’AFC fondata sul diritto pubblico federale giusta l’art. 5 PA, che condan-
na la ricorrente al pagamento di crediti d’imposta preventiva. Poiché la
decisione impugnata comporta un onere pecuniario per la ricorrente,
quest’ultima risulta legittimata a ricorrere ai sensi dell’art. 48 cpv. 1 PA.
2.
2.1 Con ricorso al Tribunale amministrativo federale possono essere
invocati la violazione del diritto federale, compreso l’eccesso o l’abuso del
potere di apprezzamento (cfr. art. 49 lett. a PA), l’accertamento inesatto o
incompleto di fatti giuridicamente rilevanti (cfr. art. 49 lett. b PA) nonché
l’inadeguatezza (cfr. art. 49 lett. c PA; cfr. MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER,
Prozessieren vor dem Bundesverwaltungsgericht, 2a ed. 2013, n. 2.149).
2.2 Il Tribunale amministrativo federale non è vincolato né dai motivi addotti
(cfr. art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione
impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTF 142 V 551 con-
sid. 5; 141 V 234 consid. 1; DTAF 2007/41 consid. 2; MOOR/POLTIER, Droit
administratif, vol. II, 3a ed. 2011, no. 2.2.6.5, pag. 300). I principi della
massima inquisitoria e dell’applicazione d’ufficio del diritto sono tuttavia
limitati: l’autorità competente procede difatti spontaneamente a constata-
zioni complementari o esamina altri punti di diritto solo se dalle censure
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sollevate o dagli atti risultino indizi in tal senso (cfr. DTF 141 V 234 con-
sid. 1 con rinvii; 122 V 157 consid. 1a; 121 V 204 consid. 6c; DTAF 2007/27
consid. 3.3). Secondo il principio di articolazione delle censure (« Rüge-
prinzip ») l’autorità di ricorso non è tenuta a esaminare le censure che non
appaiono evidenti o non possono dedursi facilmente dalla constatazione e
presentazione dei fatti, non essendo a sufficienza sostanziate (cfr. DTF 141
V 234 consid. 1; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, op. cit., n. 1.55). Il principio
inquisitorio non è quindi assoluto, atteso che la sua portata è limitata dal
dovere delle parti di collaborare all’istruzione della causa (cfr. DTF 143 II
425 consid. 5.1; 140 I 285 consid. 6.3.1; 128 II 139 consid. 2b). Il dovere
processuale di collaborazione concernente in particolare il ricorrente che
interpone un ricorso al Tribunale nel proprio interesse, comprende, in
particolare, l’obbligo di portare le prove necessarie, d’informare il giudice
sulla fattispecie e di motivare la propria richiesta, ritenuto che in caso
contrario arrischierebbe di dover sopportare le conseguenze della carenza
di prove (cfr. art. 52 PA; cfr. DTF 140 I 285 consid. 6.3.1; 119 III 70 con-
sid. 1; MOOR/POLTIER, op. cit., no. 2.2.6.3, pag. 293 e segg.).
3.
Nel suo gravame, la ricorrente solleva innanzitutto una violazione del suo
diritto di essere sentita, in quanto ritiene che sarebbe a torto che l’autorità
inferiore avrebbe rifiutato di procedere all’audizione in qualità di teste del
signor G._, consulente della Banca F._, circa il vero senso
delle note interne da lui redatte (cfr. ricorso 16 settembre 2019, punto n. 3).
Tale censura va qui esaminata prioritariamente dal Tribunale, considerato
come la violazione del diritto di essere sentito può, di principio, comportare
l’annullamento della decisione impugnata, indipendentemente dalle possi-
bilità di successo del ricorso nel merito (cfr. DTF 142 II 218 consid. 2.8.1;
135 I 187 consid. 2.2; 132 V 387 consid. 5.1; DTAF 2009/36 consid. 7).
3.1.1 Il diritto di essere sentito, sancito dall’art. 29 cpv. 2 Cost., garantisce
all’interessato il diritto di esprimersi prima che sia resa una decisione sfa-
vorevole nei suoi confronti (cfr. artt. 29 e 30 PA), il diritto di prendere visione
dell’incarto (cfr. art. 26 PA), la facoltà di offrire mezzi di prova su fatti su-
scettibili di influire sul giudizio, di esigerne l’assunzione, di partecipare alla
loro assunzione e di potersi esprimere sulle relative risultanze, nella misura
in cui esse possano influire sulla decisione (cfr. art. 18 PA applicabile in
ogni caso almeno per analogia dinanzi al Tribunale, malgrado la riserva
dell’art. 2 cpv. 1 PA [cfr. {tra le tante} sentenza del TAF A-5446/2016 del
23 maggio 2018 consid. 2.2 con rinvii]; art. 29 PA), nonché di ottenere una
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decisione motivata (cfr. art. 35 PA; DTF 144 I 11 consid. 5.3; 135 II 286
consid. 5.1; [tra le tante] sentenza del TAF A-5576/2018 del 5 dicembre
2019 consid. 3.1.1 con rinvii; THIERRY TANQUEREL, Manuel de droit admini-
stratif, 2a ed. 2018, n. 1528 segg.). Esso non comporta tuttavia per le parti
il diritto di esprimersi oralmente, essendo sufficiente che le stesse possano
far valere le loro ragioni per scritto (cfr. DTF 140 I 68 considd. 9.6.1 e 9.6.2;
130 II 425 consid. 2.1; ADELIO SCOLARI, Diritto amministrativo, Parte
generale, 2002, n. 494; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, op. cit., n. 3.86;
TANQUEREL, op. cit., n. 1537 con rinvii), né quello di ottenere – di principio
– l’audizione di testimoni (cfr. DTF 130 II 425 consid. 2.1; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2164/2019 del 3 agosto 2020 consid. 1.3.3 con rinvii).
3.1.2 A titolo eccezionale, la violazione del diritto di essere sentito può
essere sanata nella procedura di ricorso, se i motivi determinanti sono stati
addotti in risposta dall’autorità, se il ricorrente ha potuto commentarli in un
successivo memoriale e, soprattutto, se il potere d’esame della giurisdi-
zione competente non è più ristretto di quello dell’istanza inferiore (cfr. DTF
142 II 218 consid. 2.8.1; 135 I 187 consid. 2.2; 133 I 201 consid. 2.2; sen-
tenza del TF 1C_104/2010 del 29 aprile 2010 consid. 2.1; [tra le tante] sen-
tenza del TAF A-2164/2019 del 3 agosto 2020 consid. 3.1.2 con rinvii).
3.2 Da un esame della decisione impugnata, il Tribunale constata che l’au-
torità inferiore ha ritenuto la ricorrente quale azionista in ragione del 30%
della società B._ sulla base dell’insieme degli elementi risultanti
dagli atti dell’incarto. In tale contesto, essa si è fondata segnatamente sulle
note interne redatte dal signor G._, consulente della Banca
F._, secondo cui la ricorrente e il signor D._ – allora suo
compagno – sono stati qualificati di proprietari della B._. Tenuto
conto delle osservazioni della ricorrente, l’autorità inferiore è giunta alla
conclusione che dette note interne erano chiare e sufficienti. Per tale
motivo essa ha ritenuto la postulata audizione del consulente bancario
come superflua (cfr. decisione impugnata, consid. 6.2.4.1). Ora, tale modo
di procedere non configura di per sé una violazione del diritto di essere
sentito della ricorrente, dal momento che l’autorità inferiore ha valutato la
prova proposta da quest’ultima e spiegato i motivi per i quali non ha ritenuto
necessario darle seguito, nel rispetto del suo potere di apprezzamento
anticipato delle prove (cfr. circa il libero apprezzamento anticipato delle
prove, [tra le tante] sentenze del TAF A-768/2020 del 7 luglio 2020
consid. 3.1.1 con rinvii; A-3056/2015 del 22 dicembre 2016 consid. 3.1.4
con rinvii). In tale contesto, il Tribunale non intravvede a priori alcuna
violazione del suo diritto di essere sentita. Ciò sancito, la pertinenza della
prova proposta verrà nondimeno riesaminata nell’ambito della valutazione
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Pagina 8
delle note interne, al consid. 7.1 del presente giudizio, a cui si rinviano le
parti.
4.
In merito all’oggetto del litigio, il Tribunale rileva come la fattispecie alla
base della presente procedura di ricorso (A-4751/2019) sia la medesima di
quella alla base di un’altra parallela (A-4749/2019). In sostanza, l’autorità
inferiore ha ritenuto che, nei periodi fiscali 2007-2010, le due società
denominate E._ e B._ avrebbero omesso di incassare e
contabilizzare nei loro rendiconti i ricavi da esse conseguiti nell’ambito
dell’attività di cambio valute. Di fatto, detti ricavi sarebbero stati percepiti
dai loro due azionisti, rispettivamente da due persone ad esse vicine –
ovvero il signor D._ nella misura del 70% e la qui ricorrente nella
misura del 30% – sicché si tratterebbero di prestazioni valutabili in denaro
nella forma di « distribuzioni dissimulate di utili », ai sensi dell’art. 4 cpv. 1
lett. b LIP nonché dell’art. 20 cpv. 1 dell’ordinanza del 19 dicembre 1966
sull’imposta preventiva (OIPrev, RS 642.211). Per tale motivo, l’autorità
inferiore ha proceduto nei confronti della ricorrente e del signor D._
a delle riprese d’imposta preventiva.
Per quanto concerne la qui ricorrente, le riprese d’imposta preventiva
concernenti la B._ sono oggetto della presente procedura A-
4751/2019 (periodi fiscali 2009-2010), mentre quelle concernenti la
E._ della procedura A-4749/2019 (periodi fiscali 2007-2010). Nel
contesto del presente giudizio, il Tribunale si concentrerà sulle riprese
fiscali riguardanti la B._, qui recisamente contestate dalla
ricorrente. In tale ottica, qui di seguito verranno innanzitutto richiamati i
principi applicabili alla fattispecie.
5.
5.1 La Confederazione può riscuotere un’imposta preventiva sul reddito dei
capitali mobili (cfr. art. 132 cpv. 1 Cost.; art. 1 cpv. 1 LIP). L’imposta pre-
ventiva è rimborsata al beneficiario della prestazione decurtata dell’impo-
sta (cfr. art. 1 cpv. 2 LIP).
5.2 Stante l’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP, oggetto dell’imposta sono, tra l’altro, i
redditi di capitali mobili da azioni, quote sociali, in società, a garanzia limi-
tata o cooperative, buoni di partecipazione e buoni di godimento, emessi
da una persona domiciliata in Svizzera. Per i redditi di capitali mobili essa
ammonta al 35% della prestazione imponibile (cfr. art. 13 cpv. 1 lett. a LIP).
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Pagina 9
L’art. 20 cpv. 1 OIPrev considera reddito imponibile di azioni, ogni presta-
zione valutabile in denaro corrisposta dalla società ai titolari di diritti di
partecipazione, o a terze persone loro vicine, che non abbia il carattere di
rimborso delle quote di capitale sociale versato esistenti all’atto della
prestazione (come ad esempio: dividendi, buoni, azioni gratuite, buoni di
partecipazione gratuiti, eccedenze di liquidazione, ecc.). La nozione di
prestazione valutabile in denaro ai sensi dell’art. 20 OIPrev corrisponde di
principio a quella dell’art. 20 cpv. 1 lett. c della legge federale del 14 dicem-
bre 1990 sull’imposta federale diretta (LIFD, RS 642.11; cfr. DTF 143 IV
288 consid. 4.1; sentenze del TF 2C_123/2016 del 21 novembre 2017
consid. 3.3; 2C_263/2014 del 21 gennaio 2015 consid. 5.1; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2 con rinvii).
5.2.1 Ai sensi dell’art. 20 cpv. 1 OIPrev, nella nozione di prestazione
valutabile in denaro rientra altresì la cosiddetta « distribuzione dissimulata
di utili » o « distribuzione occulta di utili » (« verdeckte Gewinausschüttun-
gen »). Per costante giurisprudenza, si è di fronte ad una simile prestazione
valutabile in denaro, allorquando le tre seguenti condizioni cumulative
risultano adempiute (cfr. DTF 143 IV 228 consid. 4.1; 140 II 88 consid. 4.1;
138 II 57 consid. 2.2; sentenze del TF 2C_9/2017 del 7 agosto 2020 con-
sid. 4.1; 2C_91/2019 del 12 settembre 2019 consid. 3.1; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.1 con rinvii):
(1) La società effettua una prestazione senza ottenere un’adeguata
controprestazione da parte del beneficiario, ciò che di fatto ne
comporta l’impoverimento economico. Tale prestazione non ha
carattere di rimborso delle quote di capitale sociale.
(2) Questa prestazione è corrisposta ad un titolare di diritti di
partecipazione della società, ossia ad uno degli azionisti della società
(titolare diretto) o a terze persone vicine a quest’ultimo (titolare
indiretto). Essa trova il proprio fondamento esclusivamente in un
rapporto di partecipazione alla società stessa: una simile prestazione
deve procurare al suo beneficiario un vantaggio che in analoghe
circostanze non sarebbe stato accordato alle medesime condizioni
ad una terza persona non partecipe alla società, per cui la
prestazione risulta insolita.
(3) Il carattere insolito della prestazione, in particolare la sproporzione
tra la prestazione e la controprestazione, deve essere riconoscibile
per gli organi della società.
A tal proposito, è qui doveroso precisare che nella prassi viene talvolta
indicato che le condizioni cumulative da adempiere sono invero quattro.
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Ciò è dovuto al fatto che la seconda condizione sopracitata viene talvolta
suddivisa a sua volta in due: (a) prestazione accordata ad un azionista o a
una persona a lei vicina; (b) prestazione che non sarebbe stata accordata
alle medesime condizioni ad un terzo (cfr. entenze del TF 2C_9/2017 del
7 agosto 2020 consid. 4.1; 2C_91/2019 del 12 settembre 2019 consid. 3.1;
[tra le tante] sentenza del TAF A-6214/2018 del 20 aprile 2020 con-
sid. 2.4.2). Ciò posto, va altresì precisato che le prestazioni che la società
effettua a favore dei suoi azionisti o di terze persone a lui vicine, fondate
su un’altra base giuridica che il rapporto di partecipazione, ad esempio su
un contratto di diritto privato che avrebbe potuto essere concluso anche
con un terzo estraneo alla società, non sono invece soggetti all’imposta
preventiva (cfr. DTF 144 II 427 consid. 6.1; 119 Ib 431 consid. 2b; sentenza
del TF 2C_499/2011 del 9 luglio 2012 consid. 4.2; [tra le tante] sentenza
del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.1 con rinvii).
5.2.2 Quali prestazioni valutabili in denaro, qualificate pure come distribu-
zioni dissimulate di utile, valgono anche le rinunce a determinati proventi
in favore dell’azionista o di una persona a lui vicina, con una corrispondente
riduzione, presso la società, dell’utile esposto nel conto economico. Questa
forma di prestazione valutabile in denaro viene definita con la nozione di
« prelevamento anticipato dell’utile » o di « sottrazione previa dell’utile »
(« Gewinnvorwegnahme »), anche se in realtà non ha per oggetto la
sottrazione di utili già concretamente confluiti nella società. Essa sussiste
per l’appunto quando la società rinuncia interamente o parzialmente a degli
introiti normalmente di sua spettanza, che vengono così incassati
direttamente dall’azionista o da una persona a lui vicina, rispettivamente
quando quest’ultimi non forniscono una controprestazione che la società
esigerebbe da un terzo indipendente (cfr. DTF 119 Ib 116 consid. 2; 113 Ib
23 consid. 2d; sentenze del TF 2C_9/2017 del 7 agosto 2020 consid. 4.1;
2C_91/2019 del 12 settembre 2019 consid. 3.2 con rinvii; 2C_726/2009 del
20 gennaio 2010 consid. 2.2 con rinvii; [tra le tante] sentenza del TAF A-
2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.2 con rinvii).
5.2.3 Secondo la giurisprudenza, una terza persona vicina all’azionista ai
sensi dell’art. 20 OIPrev può essere una persona fisica imparentata con
l’azionista o anche una persona giuridica ch’egli controlla. La prassi consi-
dera inoltre come vicini all’azionista i soggetti con cui quest’ultimo intrat-
tiene delle relazioni personali o commerciali che dall’insieme delle circo-
stanze appaiono come il vero motivo della prestazione imponibile. In parti-
colare sono da ritenere tali quelle persone alle quali l’azionista permette di
fare uso della società come se fosse la loro (cfr. [tra le tante] sentenze del
TF 2C_177/2016 e 2C_178/2016 del 30 gennaio 2017 consid. 4.3 con
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rinvii; 2C_377/2009 del 9 settembre 2009 consid. 2.2; 2A.342/2005 del
9 maggio 2006 consid. 2.2; DTAF 2011/45 consid. 4.2 con rinvii; [tra le
tante] sentenze del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.3 con
rinvii; A-2286/2017 dell’8 maggio 2020 consid. 3.2.1 con rinvii).
5.3 L’obbligazione fiscale spetta al debitore della prestazione imponibile, il
quale deve eseguirla dopo averne dedotto l’imposta preventiva (cfr. art. 10
cpv. 1 in relazione con l’art. 14 cpv. 1 LIP). Il beneficiario della prestazione
è quindi – tenuto conto dell’obbligazione del debitore di trasferirgli l’imposta
preventiva – il destinatario dell’imposta, ovverosia colui che sopporta il
carico fiscale. Egli non ha tuttavia alcuna obbligazione procedurale da
adempiere nel contesto della procedura di percezione dell’imposta
preventiva; tali obblighi devono difatti essere adempiuti dal debitore della
prestazione che è il soggetto fiscale (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-
2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.3 con rinvii).
5.4
5.4.1 In materia di imposta preventiva, la dichiarazione e il pagamento del
tributo sono rette dal principio dell’autotassazione, in applicazione del
quale il contribuente ha l’obbligo di annunciarsi come tale all’AFC, senza
esservi sollecitato (cfr. art. 38 cpv. 1 LIP) e deve, alla scadenza dell’impo-
sta (cfr. art. 16 LIP), presentare spontaneamente all’AFC il rendiconto
prescritto, corredato dei giustificativi e pagare in pari tempo l’imposta o
compiere la notifica sostitutiva del pagamento (cfr. artt. 19 e 20 LIP; art. 38
cpv. 2 LIP). Il contribuente è quindi il solo responsabile nella compilazione
esatta dei moduli dei rendiconti e delle dichiarazioni d’imposta e dei
questionari (cfr. art. 39 cpv. 1 lett. a LIP) nonché nel procedere con il
versamento dell’imposta preventiva dovuta (cfr. [tra le tante] sentenza del
TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.4.1 con rinvii).
5.4.2 La prova dell’esistenza di una prestazione valutabile in denaro ai
sensi dell’art. 20 OIPrev – e meglio dei tre/quattro relativi elementi costitu-
tivi (cfr. consid. 5.2.1 del presente giudizio) – incombe all’AFC. Il criterio
della prestazione « giustificata dall’uso commerciale », applicato in materia
di imposte dirette non è un elemento costitutivo negativo di una prestazione
valutabile in denaro. L’autorità fiscale deve in particolare apportare la prova
che la società ha accordato a un azionista o a una persona vicina una
prestazione valutabile in denaro senza ottenere una controprestazione
adeguata. La prova diretta che il beneficiario della prestazione è un azioni-
sta o un terzo vicino alla società contribuente non è tuttavia necessaria,
essendo infatti sufficiente che non sia possibile spiegare in alcun altro
modo lo svolgimento dell’insolita operazione (cfr. sentenze del TF
A-4751/2019
Pagina 12
2C_9/2017 del 7 agosto 2020 consid. 4.1; 2C_16/2015 del 6 agosto 2015
consid. 2.5.3 con rinvii). Se le prove addotte dall’AFC costituiscono degli
indizi sufficienti in merito all’esistenza di una simile sproporzione, rispetti-
vamente se la stessa rende verosimile la sussistenza di una prestazione
valutabile in denaro, spetta allora al contribuente dimostrare il contrario. In
tal caso, il contribuente può contestare il proprio assoggettamento all’impo-
sta adducendo la controprova atta a dimostrare che il criterio dell’uso
commerciale è adempiuto (cfr. DTF 138 II 57 consid. 7.1; sentenze del TF
2C_9/2017 del 7 agosto 2020 consid. 4.2; 2C_91/2019 del 12 settembre
2019 consid. 3.3; 2C_16/2015 del 6 agosto 2015 consid. 2.5.3 con rinvii;
DTAF 2011/45 consid. 4.3.2.2 con rinvii; [tra le tante] sentenza del TAF A-
2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.4.2 con rinvii). La controprova è
apportata, allorquando la prova principale viene rovesciata. Non è tuttavia
necessario che il Tribunale sia convinto dell’esattezza della contestazione
(cfr. DTF 130 III 321 consid. 3.4; 120 II 393 consid. 4b; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.4.2 con rinvii).
In linea di massima, il principio dell’autotassazione (cfr. art. 38 LIP; con-
sid. 5.4.1 del presente giudizio) e l’obbligo di collaborare del contribuente
(cfr. art. 39 LIP; consid. 5.4.3 del presente giudizio) non modificano la sud-
detta ripartizione dell’onere probatorio. Una violazione dell’obbligo di colla-
borare con conseguente mancanza di prove per l’autorità fiscale può però
eventualmente condurre ad un’inversione dell’onere probatorio (cfr. sen-
tenza del TAF A-6214/2018 del 20 aprile 2020 consid. 1.6.4 con rinvii).
5.4.3 Giusta l’art. 39 LIP, la società contribuente deve dunque indicare
coscienziosamente all’autorità fiscale tutti i fatti che possono essere impor-
tanti per l’accertamento dell’obbligazione fiscale o delle basi di calcolo
dell’imposta; essa deve in particolare presentare, su richiesta, tutti i docu-
menti corredati dai giustificativi e da altra documentazione (cfr. lett. b). Se
è vero che l’autorità fiscale non deve sostituire il proprio potere d’apprez-
zamento a quello della direzione commerciale della società contribuente,
vero è anche che quest’ultima deve tuttavia provare che le prestazioni in
questione sono giustificate dall’uso commerciale. Solo in tal modo, l’auto-
rità fiscale può sincerarsi che il motivo alla base del carattere insolito di
dette prestazioni è puramente commerciale e non dovuto alle strette rela-
zioni personali o economiche in essere tra la società e il beneficiario delle
prestazioni (cfr. DTF 119 Ib 431 consid. 2c con rinvii; sentenze del TF
2C_499/2011 del 9 luglio 2012 consid. 4.3; 2A.342/2005 del 9 maggio
2006 consid. 2.3; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.4.3 con rinvii).
A-4751/2019
Pagina 13
Chi sostiene che un pagamento da esso incassato non lo concerne, deve
essere in grado di provare tale allegazione producendo dei documenti
giustificativi. Analogamente, chi effettua un pagamento senza che lo stesso
risulti giustificato da alcun documento deve sopportare le conseguenze di
una simile mancanza di prove, nel senso che deve attendersi che lo stesso
venga qualificato a livello fiscale come una prestazione valutabile in denaro
soggetta ad imposta preventiva. Inoltre, può sussistere una prestazione
valutabile in denaro soggetta all’imposta preventiva, se appare ovvio che
sono gli azionisti stessi della società ad essere i suoi beneficiari e se non
è data un’altra spiegazione. Quando la società contribuente fa tutto quanto
in suo potere per produrre tutte le prove e i documenti giustificativi richiesti
dall’autorità fiscale ai sensi dell’art. 39 LIP, quest’ultima ne deve tenere
conto nel proprio giudizio (cfr. sentenza del TF 2C_499/2011 del 9 luglio
2012 consid. 4.3 con rinvii; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del
3 agosto 2020 consid. 6.4.3 con rinvii).
5.5 In assenza di lacune sostanziali o d’irregolarità formali atte a mettere
in dubbio la credibilità della contabilità del contribuente, come pure in
assenza di una divergenza manifesta ed importante tra i risultati allibrati e
lo stato reale di fatto, le autorità fiscali devono attenersi alla presunzione
d’esattezza di cui fruisce tale contabilità (cfr. DTF 134 II 207 consid. 3.3;
106 Ib 311 considd. 3c e 3d; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019
del 3 agosto 2020 consid. 6.2 con rinvii).
5.6
5.6.1 Allorquando l’AFC accerta l’esistenza di una prestazione valutabile in
denaro soggetta all’imposta preventiva, segnatamente nella forma di una
distribuzione dissimulata di utili, la cui entità non è tuttavia chiaramente
quantificabile, essa ne stabilisce l’ammontare ricorrendo alla tassazione
d’ufficio. Ciò è in particolare il caso, allorquando la società contribuente non
adempie ai doveri impostigli dalla legge, rispettivamente non fornisce delle
indicazioni affidabili oppure fornisce solo indicazioni insufficienti o errate.
Le lacune nella tenuta della contabilità della società contribuente non devo-
no infatti né procurarle un vantaggio fiscale, né condurre ad una perdita
d’imposta. Il ricorso alla tassazione d’ufficio deriva implicitamente dagli
artt. 39 e 41 lett. a LIP. In tale contesto, quando esegue una tassazione
d’ufficio, l’AFC deve fondarsi sul corso ordinario delle cose e sul compor-
tamento del contribuente. La tassazione d’ufficio deve permettere all’AFC
di ricostruire la fattispecie imponibile, la più verosimile alla realtà. In caso
di dubbi, l’AFC non è tenuta a tenere conto della fattispecie più favorevole
al contribuente (cfr. sentenze del TF 2C_499/2011 del 9 luglio 2012 con-
sid. 5.5; 2C_502/2008 del 18 dicembre 2008 consid. 4.2; [tra le tante]
A-4751/2019
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sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.5.1 con rinvii;
MICHAEL BEUSCH, in: Zweifel/Beusch/Bauer-Balmelli [ed.], Kommentar zum
schweizerischen Steuerrecht, Bundesgesetz über die Verrechnungssteuer,
2a ed. 2012, [di seguito: VStG-Kommentar], n. 9 ad art. 13 LIP con rinvii).
Analogamente a quanto avviene in materia IVA, l’AFC deve scegliere il
metodo di stima che meglio le permette di tenere in considerazione le ca-
ratteristiche della società contribuente in questione. Quali metodi di stima,
entrano in linea di conto i metodi che tendono a completare o ricostruire
una contabilità mancante e quelli che si fondano sui dati basati sull’espe-
rienza in rapporto ai risultati parziali incontestati derivanti dalla contabilità.
Le parti probanti della contabilità e i documenti esistenti devono essere
presi in considerazione, per quanto possibile, nella stima. Essi possono
altresì servire di base di calcolo (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-
2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.5.1 con rinvii).
5.6.2 Nella procedura di ricorso il contribuente può contestare l’adempi-
mento dei presupposti per una stima, come pure la stima stessa delle cifre
d’affari realizzate in quanto tali. Orbene, l’onere della prova in merito alla
sussistenza dei presupposti per procedere ad una tassazione d’ufficio
(primo stadio), come pure riguardo ai motivi alla base della conseguente
stima (secondo stadio), incombono all’AFC. Ciò precisato, nell’esaminare
la correttezza della stima effettuata dall’autorità inferiore il Tribunale
amministrativo federale procede con un certo riserbo e non sostituisce il
proprio potere di apprezzamento a quello di quest’ultima, se non in
presenza di errori manifesti. Qualora i presupposti per una tassazione
d’ufficio siano dati, la prova che le valutazioni svolte dall’AFC non sono
corrette rispettivamente portano a risultati manifestamente errati spetta al
contribuente (terzo stadio). In tale ottica, è necessario che il contribuente
indichi chiaramente in che misura la pretesa fiscale debba essere minore
di quella valutata dall’AFC, dimostrando che il risultato della valutazione è
frutto di errori rilevanti. Egli non può limitarsi a criticare in via del tutto
generica le basi del calcolo, bensì deve dimostrare con dei documenti
giustificativi che la stima effettuata dall’AFC è manifestamente erronea.
Solo in tal caso il Tribunale sostituisce il suo potere d’apprezzamento a
quello dell’autorità inferiore, correggendo la tassazione (cfr. sentenze del
TF 2C_499/2011 del 9 luglio 2012 consid. 5.5; 2C_502/2008 del 18 dicem-
bre 2008 consid. 4.2; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del
3 agosto 2020 consid. 6.5.2 con rinvii).
5.7 Giusta l’art. 16 cpv. 1 lett. c LIP, l’imposta preventiva scade trenta giorni
dopo che è sorto il credito fiscale. Per i redditi da capitale mobiliare, il
A-4751/2019
Pagina 15
credito fiscale sorge alla scadenza della prestazione imponibile (cfr. art. 12
cpv. 1 LIP). Un interesse di mora del 5% annuo è dovuto, senza diffida,
sugli importi di imposta non ancora pagati alle scadenze stabilite dal cpv. 1
fino al giorno del pagamento (cfr. art. 12 cpv. 2 LIP in combinato disposto
con l’art. 1 dell’ordinanza del 29 novembre 1996 del Dipartimento federale
delle finanze concernente l’interesse di mora in materia d’imposta preven-
tiva [RS 642.212]; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.6 con rinvii).
5.8
5.8.1 Allorquando la sottrazione d’imposta ai sensi dell’art. 61 LIP è stabi-
lita con verosimiglianza, in virtù del rinvio dell’art. 67 cpv. 1 LIP, la riscos-
sione posticipata dei crediti d’imposta preventiva è retta dall’art. 12 della
legge federale del 22 marzo 1974 sul diritto penale amministrativo (DPA,
RS 313.0; cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.7.1 con rinvii).
5.8.2 L’art. 12 cpv. 1 lett. a DPA dispone che qualora, per un’infrazione alla
legislazione amministrativa federale, una tassa non è stata a torto riscossa,
essa deve essere pagata successivamente, interessi compresi, e ciò
indipendentemente dalla punibilità di una determinata persona. L’art. 12
cpv. 2 DPA precisa che obbligata al pagamento è la persona che ha fruito
dell’indebito profitto, segnatamente quella obbligata al pagamento della
tassa elusa. Di conseguenza, quando una società effettua una prestazione
valutabile in denaro a favore dei titolari di diritti di partecipazione, o a terze
persone a lei vicine, senza deduzione dell’imposta preventiva sottratta
(cfr. art. 20 cpv. 1 OIPrev in correlazione con l’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP),
quest’ultimi sono chiamati, sulla base dell’art. 12 cpv. 2 DPA, a restituire la
somma di cui hanno indebitamente fruito. Accanto a dette persone bene-
ficiarie della prestazione valutabile in denaro, tenuta al pagamento è altresì
la stessa società che l’ha erogata (cfr. art. 10 cpv. 1 LIP in correlazione con
l’art. 14 cpv. 1 LIP). Affinché l’art. 12 cpv. 2 DPA trovi applicazione, occorre
che sia oggettivamente stata compiuta un’infrazione penale. L’applicazione
di questa norma non dipende per contro né da una responsabilità penale
specifica, né da una colpa, né ancora dal promovimento di una procedura
penale. L’art. 12 cpv. 1 DPA permette dunque di procedere al recupero di
una tassa (o un tributo) che non è stata percepita a seguito di un’infrazione
alla legislazione amministrativa federale, anche qualora nessuno sia
punibile. In virtù dell’art. 12 cpv. 3 DPA, la persona che, intenzionalmente,
ha commesso l’infrazione o vi ha partecipato risponde in solido, con le
persone obbligate al pagamento secondo il cpv. 2, della somma da pagare
A-4751/2019
Pagina 16
o da restituire (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.7.2 con rinvii).
6.
Stabiliti i principi applicabili, per poter verificare la fondatezza della ripresa
d’imposta preventiva in oggetto, il Tribunale deve dapprima determinare se
per i periodi fiscali 2009-2010 l’autorità inferiore poteva ritenere nei
confronti della società B._ la sussistenza di prestazioni valutabili in
denaro soggette all’imposta preventiva ai sensi l’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP in
combinato disposto con l’art. 20 cpv. 1 OIPrev, sulla base di quanto
constatato dalla DAPI (cfr. consid. 5.4.2 del presente giudizio).
6.1 In tale contesto, il Tribunale deve dapprima verificare se nel caso della
società B._ l’autorità inferiore e la DAPI potevano ritenere la
sussistenza di prestazioni effettuate senza ottenere un’adeguata
controprestazione (cfr. prima condizione; consid. 5.2.1 del presente
giudizio). Più concretamente si tratta di esaminare se, sulla base delle
risultanze dell’incarto, è a giusto titolo che dette autorità hanno ritenuto che
la società abbia omesso di contabilizzare dei ricavi nei periodi fiscali 2009-
2010.
6.1.1
6.1.1.1 Nella decisione impugnata, sulla base delle risultanze dell’inchiesta
della DAPI e in particolar modo del PVF del 22 febbraio 2016, l’autorità
inferiore ha ritenuto nei confronti della società B._ la sussistenza di
prestazioni valutabili in denaro nella forma di « distribuzioni dissimulate di
utili » ai suoi presunti azionisti, ovvero il signor D._ e la ricorrente.
La società avrebbe infatti rinunciato a loro favore ad una parte dei ricavi di
sua spettanza, da lei conseguiti e non contabilizzati nell’ambito dell’attività
di cambio valute durante i periodi fiscali 2009-2010. Più nel dettaglio,
l’autorità inferiore ha ritenuto come indubbio che la B._ abbia
omesso di contabilizzare una parte dei ricavi di sua spettanza, tant’è che
ciò non è neppure stato contestato dalla ricorrente. Essa ha altresì rilevato
che detta società avrebbe disposto di una contabilità di facciata utilizzata
ufficialmente, riportante sono una parte degli utili. Gli utili realmente
conseguiti dalla società sarebbero maggiori, così come confermato dallo
stesso signor D._. In tale contesto, per poter verificare la reale
entità delle cifre d’affari conseguite da detta società, la DAPI e l’autorità
inferiore avrebbero pertanto dovuto procedere ad una sua ricostruzione,
ricorrendo di fatto ad una tassazione d’ufficio, così come descritto nel PVF
del 22 febbraio 2016 (cfr. decisione impugnata, consid. 4.1.1).
A-4751/2019
Pagina 17
6.1.1.2 Riguardo alla ricostruzione della cifra d’affari effettiva della
B._ – come pure della E._ – rispettivamente dei ricavi
mancanti, l’autorità inferiore indica ch’essa sarebbe stata possibile grazie
al sequestro di sette blocchi per appunti manoscritti (di seguito: libretti)
ritrovati nell’abitazione del signor D._ e della ricorrente, sui quali
essi avrebbero annotato i reali ricavi derivanti dalle operazioni di cambio,
nonché grazie alla ricostruzione della cifra d’affari degli shop delle due
predette società. Tali cifre d’affari sarebbero risultate sorprendentemente
elevate e di gran lunga superiori rispetto a quanto contabilizzato dalle due
società nelle loro contabilità.
Detta analisi si basa sul presupposto che i libretti n. 5 e 6 veniva indicato
l’utile giornaliero delle attività di cambio, nonché alcuni ricavi da altre opera-
zioni sempre in relazione all’attività di cambista, così come confermato in
sede d’interrogatorio dal signor D._. Il totale annuo costituirebbe
quindi la somma degli utili giornalieri, alla quale sono stati dedotti i costi
sostenuti, ritenuti economicamente giustificati, segnatamente i salari:
Totale annuo 2009 2010
Utili da cambio fr. 1'300'000 fr. 1'200'320
Per poter attribuire ad ogni società il proprio utile da cambio, la DAPI e
l’autorità inferiore hanno poi cercato una chiave di ripartizione. Per fare ciò,
esse hanno dapprima calcolato la cifra d’affari annuale spettante ad ogni
società, semplicemente sommando le cifre d’affari giornaliere elencate nei
libretti n. 1-2, per poi trarne le seguenti percentuali:
Anno CA totale E._ B._ % E._ % B._
2009 fr. 138'300'000 fr. 83'200'000 fr. 55'100'000 60% 40%
2010 fr. 100'600'000 fr. 65'800'000 fr. 34'800'000 65% 35%
La percentuale ottenuta è quindi stata da loro utilizzata per attribuire alla
B._ il suo utile da cambio, in tale proporzione (= quota parte
B._). Infine sono stati dedotti gli utili da cambio già contabilizzati dalla
B._, per ottenere l’ammontare degli utili da cambio da lei non
contabilizzati nei periodi fiscali 2009-2010:
Suddivisione 2009 2010
Utili da cambio fr. 1'300'000 fr. 1'200'320
% CA B._ 40% 35%
Quota parte B._ fr. 520'000 fr. 420'112
./. già contabilizzati fr. 349'911 fr. 0
A-4751/2019
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Totale fr. 170'089 fr. 420'112
Al totale del 2010, la DAPI ha poi aggiunto alla prestazione effettuata dalla
B._ senza ottenere un’adeguata controprestazione l’eccedenza di
456'462.55 franchi, corrispondente alla somma della riserva legale
ordinaria, dell’utile di esercizio e dell’utile riportato indicato nel bilancio
patrimoniale al 31 dicembre 2009 di detta società. Difatti, la società ha
interrotto la sua attività a fine luglio 2010 e di conseguenza è stata liquidata
di fatto il 3 agosto 2010, tramite trasferimento dell’intera attività alla società
vicina H._ in liquidazione (ex I._ e J._), V._,
nel frattempo radiata dal Registro di commercio in data (....).
2009 2010
Utili da cambio totali fr. 170'089 fr. 420'112
Eccedenza fr. 0 fr. 456'462
Totale utili non contabilizzati fr. 170'089 fr. 876'574
L’importo totale degli utili non contabilizzati dalla società B._ per i
periodi fiscali 2009-2010 è quindi stato fissato a 1'046'663 franchi
(= fr. 170'089 + fr. 876'574) e qualificato di prestazione valutabile in denaro
effettuata da quest’ultima, senza ottenere un’adeguata controprestazione
(cfr. decisione impugnata, consid. 4.1.1).
6.1.2
6.1.2.1 Visti gli atti dell’incarto – in particolar modo il PVF del 22 febbraio
2016 (cfr. atto n. 7 dell’incarto prodotto dall’autorità inferiore su chiavetta
USB [di seguito: inc. USB]) come pure i vari processi verbali d’interroga-
torio (di seguito: PVI; cfr. tali atti contenuti nella cartella « Allegati PVF » di
cui all’atto n. 8 dell’inc. USB]) e i sette libretti in questione (cfr. doc. 10
dell’incarto prodotto dall’autorità inferiore in formato cartaceo, nella causa
parallela A-4749/2019 [di seguito: inc. AFC]), nonché la contabilità della
società B._ (cfr. atto n. 970.100.001-027 contenuto nella cartella
« Allegati PVF » di cui all’atto n. 8 dell’inc. USB) e le dichiarazioni del
signor D._ – quanto ritenuto dall’autorità inferiore e dalla DAPI
appare non solo plausibile, ma del tutto convincente, sicché il Tribunale
non può che confermare le sue conclusioni.
6.1.2.2 Più nel dettaglio, il Tribunale osserva come nel caso della società
B._ la sussistenza di una contabilità lacunosa risulti dal PVF del
A-4751/2019
Pagina 19
22 febbraio 2016 (cfr. citato PVF, punti n. 1.4.1 e 3.3). È poi pacifico che
detta società abbia omesso di contabilizzare una parte dei suoi ricavi
conseguiti durante i periodi fiscali 2009-2010, tant’è che la ricorrente non
contesta tale circostanza. In tali circostanze, il Tribunale non può che
ritenere che è a giusta ragione che la DAPI e l’autorità inferiore hanno
proceduto ad una ricostruzione della cifra d’affari della predetta società,
ricorrendo di fatto ad una tassazione d’ufficio (cfr. consid. 5.6.1 del
presente giudizio). Ora, neppure detta ricostruzione viene qui contestata
dalla ricorrente, sicché in assenza di errori manifesti, il Tribunale non
intravvede alcun motivo per discostarsene, rispettivamente per attardarsi
ulteriormente al riguardo. La ricostruzione accurata delle cifre d’affari
operata dalla DAPI, così come esposta in maniera dettagliata nel PVF del
22 febbraio 2016, appare infatti qui del tutto convincente e plausibile. In
detto atto, i dati riportati nei sette libretti sono infatti spiegati in dettaglio,
così come ogni tappa del calcolo dei ricavi risultanti dall’attività di cambio
non contabilizzati dalla B._ (cfr. citato PVF, punti n. 3.1-3-3). La
mancata contabilizzazione della parte rimanente dei ricavi, così come
risultante dall’analisi dell’autorità inferiore (cfr. consid. 6.1.1.3 del presente
giudizio), non trova per contro giustificazione alcuna, non essendovi alcuna
traccia lasciante pensare che la stessa sarebbe stata utilizzata per
rimborsare dei costi, segnatamente dei prestiti o debiti. In tali circostanze,
il Tribunale ritiene che è a giusta ragione che la DAPI e l’autorità inferiore
hanno ritenuto la sussistenza di prestazioni non contabilizzate dalla
società. Si deve dunque ritenere la prima condizione come adempiuta.
6.2 Ciò posto, occorre poi verificare se l’autorità inferiore e la DAPI poteva-
no ritenere la mancata contabilizzazione dei suddetti ricavi da parte della
società come insolita e riconoscibile da parte degli organi della società
(terza condizione; cfr. consid. 5.2.1 del presente giudizio).
Al riguardo, nella decisione impugnata, l’autorità inferiore ha ritenuto che
la mancata contabilizzazione dei ricavi da parte della B._ per più di
un milione di franchi ha senz’altro un carattere talmente insolito che
difficilmente avrebbe potuto passare inosservata agli organi statutari, la
stessa non trovando alcuna giustificazione economica (cfr. decisione
impugnata, consid. 4.3). Ora, a mente del Tribunale, alla luce degli atti
dell’incarto, quanto indicato dall’autorità inferiore appare plausibile, sicché
si deve ritenere che pure la terza condizione è adempiuta.
6.3 Ciò rilevato, occorre infine verificare se è a giusta ragione che la DAPI
e l’autorità inferiore hanno ritenuto che detti ricavi non contabilizzati sareb-
bero stati versati agli azionisti e/o a terze persone vicine alla società
A-4751/2019
Pagina 20
(cfr. seconda condizione; consid. 5.2.1 del presente giudizio), rispetti-
vamente se potevano considerare che i due beneficiari dei suddetti ricavi
non potevano che essere la ricorrente e il signor D._.
6.3.1 A tal proposito, nella decisione impugnata, l’autorità inferiore ha
ritenuto quanto segue (cfr. citata decisione, considd. 4.2.1 e 6.2.3). Essa
ha dapprima sottolineato che l’omessa contabilizzazione e il mancato
incasso di quasi un milione di franchi da parte della società B._ non
trova alcuna giustificazione economica, se non nello stretto legame con
persone ad essa vicine. A mente dell’autorità inferiore le prestazioni non
contabilizzate sarebbero infatti state versate a persone ad esse vicine, e
meglio alla ricorrente e al suo allora compagno, il signor D._
(cfr. decisione impugnata, consid. 4.2.1). Per giungere a tale conclusione
essa si è fondata su un insieme di vari elementi, così come ricostruiti dalla
DAPI e riassunti nel PVF del 22 febbraio 2016.
6.3.2 Innanzitutto, l’autorità inferiore ha rilevato che, secondo quanto
ricostruito dalla DAPI, i libretti compilati a mano dal signor D._ e
dalla ricorrente, sui quali venivano riassunti gli incassi effettivi della società
B._, erano conservati nella loro abitazione, come peraltro
confermato dalla stessa ricorrente (cfr. PVI dell’8 novembre 2013 di cui
all’atto n. 8 dell’inc. USB, pag. 12; 130.200.011). Pure i ricavi non
contabilizzati dalla B._ venivano conservati al loro domicilio. A ciò
si aggiunge il fatto che dai predetti libretti è risultato che una parte dei fondi
della B._ non dichiarati sono stati prelevati ed utilizzati per il
pagamento di spese o per finanziare società riconducibili alla ricorrente e
al signor D._. Più nel dettaglio, l’autorità inferiore ha sottolineato
che nelle sue dichiarazioni fiscali 2008-2009 la ricorrente ha dichiarato di
detenere: il capitale azionario della società K._, V._ (società
che deteneva il fondo a X._ dove era situato uno dei distributori di
benzina con annesso un ufficio cambi); le quote sociali della società
L._, Y._; il capitale azionario della società M._,
Z._. Ora, dal libretto n. 3 si evincerebbero ad esempio i seguenti
pagamenti provenienti dalle società B._ e E._:
100'000 franchi utilizzati per la società M._; numerosi importi
utilizzati per spese personali; numerosi importi utilizzati per finanziare la
società L._ Pure dai libretti n. 5 e 6, si evincerebbero vari pagamenti
destinati alla ricorrente nel periodo 2006-2010, come ad esempio
prelevamenti concernenti ad esempio « Noi » ossia il signor D._ e
la ricorrente, « M._ N._ » ossia la società M._,
« O._ » che era il proprietario dei locali dove la M._
esercitava la sua attività, « P._ » che è il figlio che la ricorrente ha
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avuto dal primo marito, « K._ » ossia la società K._, così
come da lei esposto nella lista a pag. 11 della sua decisione. L’autorità
inferiore indica che detta lista non è esaustiva, in detti libretti essendo pure
indicati altri prelevamenti come ad esempio « spese personali », « spese
per crociera » o « orologi » destinati presumibilmente ad entrambi, poiché
essi vivevano sotto lo stesso tetto. Già per quanto precede, l’autorità
inferiore ha dunque ritenuto che la ricorrente poteva indubbiamente essere
considerata quale persona vicina alla società B._ e quale bene-
ficiaria delle prestazioni valutabili in denaro da lei erogate (cfr. decisione
impugnata, consid. 6.2.3).
6.3.3 Ciò sancito, l’autorità inferiore ha indicato che secondo l’analisi della
DAPI, altri elementi presi nel loro insieme avrebbero permesso di affermare
che il signor D._ detenesse il 70% del capitale azionario della
società B._, mentre la ricorrente il restante 30%. Il primo indizio
sarebbe costituito dalle dichiarazioni fiscali del signor D._ (allora
compagno della ricorrente) – depositate prima dell’apertura delle inchieste
nei suoi confronti, ovvero in tempi non sospetti – il quale ha sempre
dichiarato di detenere il 70% delle azioni della società B._. Solo in
seguito all’apertura di dette inchieste, egli ha indicato di detenere invero il
100% delle azioni di detta società. Mentre la ricorrente ha sempre negato
di essere stata azionista di detta società nella misura del restante 30%.
Essa ha però depositato le proprie dichiarazioni fiscali in un secondo
momento, successivamente all’apertura delle inchieste nei suoi confronti,
ovvero in tempi sospetti. Ora, visto il legame tra i due, l’autorità inferiore ha
ritenuto legittimo considerare la ricorrente azionista di detta società per una
quota del 30% (cfr. decisione impugnata, consid. 6.2.3).
6.3.4 A ciò si aggiungono le note interne della Banca F._, contenute
negli atti relativi al finanziamento concesso per l’acquisto di immobili
intestati alla società K._ e alla ricorrente. Nella nota del 30 aprile
2010, relativa alla concessione di una proroga del prestito ipotecario per la
K._, alla voce valutazione del cliente è stato indicato che l’azionista
della predetta società è la ricorrente e che essa è inoltre proprietaria della
B._ assieme al signor D._. Sempre secondo la DAPI, la
ricorrente è stata l’unica collaboratrice che nel periodo 2004-2005 ha
lavorato per la E._, l’altra società del gruppo, senza che le venisse
versato alcun stipendio, né secondo la contabilità ufficiale, né secondo la
contabilità occulta mediante la quale a volte venivano versati pure altri
stipendi senza che i costi venissero dedotti dalla contabilità ufficiale della
società. Secondo la DAPI, ciò poteva essere dovuto al fatto che la
ricorrente veniva remunerata partecipando agli utili della società. La
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ricorrente era pure responsabile LRD di detta società e aveva dunque
accesso ai conti del gruppo. Inoltre per un certo periodo, essa ha pure
compilato i libretti che rappresentavano lo strumento di gestione delle
società, mentre le liquidità del gruppo (a contanti) erano conservate presso
il domicilio ch’essa condivideva con il compagno. Sulla base di tutti questi
elementi, visto il ruolo predominante che il signor D._ e la ricorrente
avrebbero rivestito nella gestione delle società di gruppo E._ e
B._, l’autorità inferiore è giunta alla conclusione che la ricorrente
fosse pure azionista nella misura del 30% di dette società. D’altra parte,
ritiene che le prestazioni erogate dalla B._ alla ricorrente non
troverebbero altra spiegazione che con il suo legame di partecipazione
(cfr. decisione impugnata, consid. 6.2.3).
6.3.5 Visti gli atti dell’incarto, in particolar modo il PVF del 22 febbraio 2016
della DAPI, nonché le spiegazioni fornite dall’autorità inferiore ed esposte
poc’anzi in merito agli elementi da essa considerati (cfr. considd. 6.3.1-
6.3.4 del presente giudizio), il Tribunale ritiene che quest’ultima era legitti-
mata a considerare la ricorrente e il signor D._ quali azionisti della
società B._, rispettivamente quali persone vicine a detta società,
nella misura del 30%, rispettivamente del 70%. A mente del Tribunale, gli
elementi evocati dall’autorità inferiore costituiscono infatti degli indizi
sufficienti a ritenere che le prestazioni erogate dalla società senza
controprestazione equivalente non trovano alcuna spiegazione se non
nella vicinanza dei due (cfr. consid. 5.2.3 del presente giudizio). Che la
ricorrente sia azionista o meno della società non è qui determinante, la
stessa potendo comunque essere considerata come persona ad essa
vicina, segnatamente visto il suo particolare legame con il signor
D._. Non essendo richiesta la prova diretta di tale evenienza,
l’autorità inferiore è infatti legittimata a fondarsi su un insieme di indizi
(cfr. consid. 5.4.2 del presente giudizio). Ora, al fine di evitare inutili
ripetizioni, l’analisi dettagliata degli elementi presi in considerazione
dall’autorità inferiore per qualificare la ricorrente di persona vicina e/o
azionista della società, verrà esposta dal Tribunale nell’ambito dell’esame
delle sue censure (cfr. consid. 7 del presente giudizio, a cui si rinviano le
parti). Per quanto qui necessario si osserva come anche la seconda
condizione può essere considerata come verosimilmente adempiuta.
6.4 Visto tutto quanto suesposto, il Tribunale giunge dunque alla
conclusione che, nel caso della società B._, l’autorità inferiore era
legittimata a ritenere, sulla base degli elementi a sua disposizione, la
sussistenza di prestazioni valutabili in denaro nella forma di distribuzioni
dissimulate di reddito alle persone ad essa vicine, ovvero la ricorrente e il
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signor D._, ai sensi dell’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP in combinato
disposto con l’art. 20 cpv. 1 OIPrev. Sulla base degli atti, l’autorità inferiore
poteva altresì imputare il 30% delle suddette prestazioni imponibili alla
ricorrente.
7.
Ciò constatato, occorre ora verificare se la ricorrente è stata in grado di
apportare la controprova secondo cui non sussisterebbero invero delle
prestazioni valutabili in denaro (cfr. consid. 5.4.2 del presente giudizio).
Di fatto, la ricorrente non contesta minimamente la sussistenza delle
prestazioni valutabili in denaro, come neppure le cifre indicate sui libretti
sequestrati presso l’abitazione che condivideva con il suo allora compagno
e la conseguente ricostruzione effettuata dalla DAPI dei ricavi non conta-
bilizzati dalla B._, così come esposta al consid. 6.1.1 del presente
giudizio. Essa contesta infatti unicamente la sua qualità di azionista della
società, rispettivamente di beneficiaria delle prestazioni imponibili. In
estrema sintesi, essa ritiene che la conclusione dell’autorità inferiore
secondo cui essa sarebbe azionista al 30% della società B._ si
fonderebbe su una serie di indizi, ma che di fatto non esisterebbe alcuna
prova o documento attestante tale evenienza. Essa contesta
principalmente le note interne redatte dal consulente bancario della Banca
F._, nonché gli altri elementi presi in considerazione dall’autorità
inferiore e della DAPI per qualificarla di azionista e beneficiaria delle
prestazioni imponibili (cfr. ricorso 16 settembre 2019, punto n. 2).
In sostanza, per il Tribunale si tratta dunque di esaminare solo se, sulla
base delle censure della ricorrente circa la valenza probatoria delle note
interne e degli altri elementi, quest’ultima è riuscita ad apportare la contro-
prova secondo cui essa non può essere considerata quale azionista e/o
persona vicina alla società, nonché beneficiaria delle prestazioni imponibili.
7.1
7.1.1 Per quanto concerne le note interne redatte dal signor G._,
consulente di Banca F._, la ricorrente ne contesta fermamente
l’interpretazione errata data dall’autorità inferiore, che descriverebbe la sua
situazione patrimoniale e quella del signor D._, indicandoli quali
proprietari della società B._. Essa spiega infatti che detta
indicazione si potrebbe facilmente spiegare con una errata interpretazione
da parte del consulente della reale situazione, dovuta verosimilmente al
fatto che i due fossero legati sentimentalmente e collaborassero nella
gestione dell’attività. Essa precisa poi che la discussione con detto
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consulente, circa la sua situazione economica complessiva e quella del
signor D._, non verteva sul finanziamento della società B._
e all’identificazione del suo beneficiario economico, bensì unicamente sul
finanziamento ipotecario di due altre società, di cui essi sono azionisti.
Essa contesta poi che quanto indicato dal signor G._ possa essere
sanato in qualche modo dallo scritto 6 novembre 2015, con cui la Banca
F._ ha risposto a delle domande dell’autorità inferiore, indicando –
sulla base delle note interne – che gli azionisti della società B._
sarebbero la ricorrente e il signor D._. In tale contesto, essa indica
che l’audizione del signor G._ – richiesta e rifiutata dall’autorità
inferiore e la DAPI – avrebbe permesso di chiarire tale punto, dimostrando
che di fatto si tratta di una falsa interpretazione (cfr. ricorso 16 settembre
2019, punto n. 3).
Sennonché, da un esame dettagliato delle note interne della Banca
F._ agli atti (cfr. documenti Banca F._ 300.100.001-
300.200.452 di cui all’atto n. 8 dell’inc. USB), le spiegazioni fornite dalla
ricorrente non possono essere qui seguite dal Tribunale, per i seguenti
motivi.
7.1.2 Innanzitutto, da un esame della nota interna del 30 aprile 2010 – a
cui fa riferimento l’autorità inferiore nella decisione impugnata – redatta dal
consulente G._ della Banca F._ (cfr. 300.100.002), il
Tribunale constata, così come giustamente rilevato dalla ricorrente, che la
stessa è stata effettivamente presa nel contesto della proroga di un
finanziamento ipotecario a favore della K._, società riconducibile
alla ricorrente e al signor D._. In detta nota, viene infatti indicato
che la ricorrente è il relativo azionista, mentre il signor D._ il relativo
amministratore unico. Nel contesto della valutazione della situazione finan-
ziaria della società K._, la ricorrente e il signor D._ – come
detto, persone di riferimento di detta società, per la quale è stato chiesto il
finanziamento – sono stati chiaramente designati quali proprietari delle due
società E._ e B._, che gestivano un chiosco e un ufficio
cambi:
« [...] A._ è inoltre proprietaria assieme al convivente D._, [...],
della E._ [...] e sempre con il convivente del B._ [...] ».
Ora, contrariamente a quanto lascia intendere la ricorrente, il fatto che
detta nota interna è stata presa nel contesto del finanziamento della società
K._ e non delle due società E._ e B._, non ne
esclude la rilevanza per il presente caso. Non si vede infatti per quale
motivo il consulente G._, nell’ambito della valutazione della
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Pagina 25
situazione finanziaria della società K._ e delle condizioni per la
proroga del suddetto finanziamento, avrebbe dovuto designare la
ricorrente e il signor D._ quali proprietari delle società E._ e
B._, se ciò non fosse qui il caso. Peraltro, che in detta valutazione,
una banca tenga conto della situazione finanziaria delle persone fisiche
che detengono la società è più che normale. In effetti, allorquando una
banca valuta la situazione finanziaria di un cliente, lo fa in maniera globale
e non unicamente in funzione dell’oggetto da finanziare. Pertanto, la nota
non dovrebbe essere diversa, sia che si tratti del finanziamento della
società K._ o di una qualsiasi altra acquisizione. La censura della
ricorrente non è dunque pertinente.
Ma vi è di più. Da un esame delle precedenti note interne, tutte riguardanti
il finanziamento della K._, risulta infatti come la ricorrente e il signor
D._ non siano stati considerati quali proprietari della società
E._ – ovvero l’altra società del gruppo – solo nella nota interna del
30 aprile 2010 (cfr. 300.100.002 e 300.100.007) a cui fa riferimento
l’autorità inferiore, bensì anche nelle note interne del 1° febbraio 2008
(cfr. 300.100.013 e 300.100.017), del 22 febbraio 2006 (cfr. 300.100.022 e
300.100.025) e del 13 maggio 2005 (cfr. 300.100.032 e 300.100.035), tutte
redatte dal signor G._. Con riferimento alla loro attività di chiosco
ed ufficio cambi, il consulente ha infatti sempre precisato quanto segue:
« [...] Questa attività commerciale viene svolta sotto la E._, società di
loro proprietà [...] ».
In tali circostanze, appare ancora più strano che un consulente bancario –
che peraltro ha sempre descritto la ricorrente e il signor D._ quali
« [...] persone serie e corrette, particolarmente attive, che sollevano una
buona impressione [...] » (cfr. 300.100.013, 300.100.022 e 300.100.031 )
– abbia considerato per diversi anni la ricorrente e il signor D._ quali
proprietari della E._, se ciò non è invero il caso. Peraltro, non si
spiega poi per quale motivo, in tutti questi anni, essi non abbiano mai
segnalato al loro consulente che si trattava di un errore. Se il signor
D._ fosse stato l’unico azionista delle due società – così come
sostiene la ricorrente – non si vede per quale motivo, tale evenienza non è
stata comunicata a suo tempo. Ciò appare ancora meno credibile, se si
considera che, così come risultante dal PVF del 22 febbraio 2016 della
DAPI, nel contesto del suddetto finanziamento, il signor D._ ha
presentato alla banca le sue dichiarazioni fiscali, ove ha indicato di essere
azionista al 70% delle due predette società (cfr. citato PVF, punto n. 3.6.4).
In tale contesto, il Tribunale fatica a credere alla tesi della ricorrente,
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secondo cui il consulente l’avrebbe designata quale proprietaria insieme
all’allora suo compagno, solo a causa della loro relazione sentimentale.
7.1.3 A ciò si aggiunge il fatto che, invitata ad esprimersi al riguardo dalla
DAPI in data 7 ottobre 2015, nello scritto 14 ottobre 2015 (cfr. citato scritto
di cui all’atto n. 8 dell’inc. USB; 300.100.529), la Banca F._ ha
indicato espressamente quanto segue:
«[...] Al momento di redigere il credito K._ (13.05.2005 / vostro allegato
4), ci risultava che gli azionisti della E._ fossero D._ e
A._. Al momento della proroga del K._ (30.04.2010 / vostro
allegato 5), ci risultava che D._ e A._ fossero anche azionisti del
B._. Solo successivamente, al momento della consegna della
dichiarazione d’imposta 2008, abbiamo potuto constatare che l’azionista delle
2 società summenzionate in ragione del 70% fosse unicamente D._
[...] ».
Ora, se quanto indicato dal consulente bancario fosse stato in qualche
modo da lui « mal interpretato », non si vede per quale motivo la banca
avrebbe dovuto rispondere in tal modo, senza rettificare tale informazione.
Si noti ad esempio che circa la designazione del signor D._ quale
azionista della K._ nella nota del 27 febbraio 2009, alla domanda 4
tale indicazione è stata da lei rettificata, precisando che si è trattato di un
errore, che invero egli era in procinto di diventare amministratore unico
della società (cfr. 300.100.529). In tali circostanze, si può presumere che,
se ci fosse stato un errore nella designazione dei proprietari delle due
società E._ e B._, la banca l’avrebbe verosimilmente
segnalato.
7.1.4 In tali circostanze, il Tribunale non intravvede alcun spazio lasciante
pensare che la DAPI e l’autorità inferiore avrebbero mal interpretato il
significato delle parole del consulente bancario contenute nelle varie note
interne. Quanto ivi indicato appare infatti chiaro: per anni, la ricorrente e il
signor D._ sono stati considerati quali proprietari della società
B._, senza mai emettere alcuna contestazione al riguardo. Analogo
discorso vale per la società E._.
7.1.5 Visto tutto quanto suesposto, che l’autorità inferiore non abbia poi
dato seguito alla richiesta di audizione del consulente bancario appare qui
condivisibile e plausibile, dal momento che le note interne da lui redatte
non lasciano trasparire una potenziale erronea interpretazione. Peraltro,
non si vede cosa il consulente potrebbe dire di nuovo al riguardo ad una
distanza di oltre dieci anni dalla redazione delle sue note interne, tant’è che
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Pagina 27
per diversi anni i due interessati non hanno mai espresso alcuna conte-
stazione. Per tali motivi, il Tribunale – alla stregua dell’autorità inferiore –
non ritiene la sua audizione come necessaria. Di conseguenza, va altresì
confermata l’assenza di una violazione del diritto di essere sentita della
ricorrente, già rilevata in precedenza dal Tribunale (cfr. consid. 3.2 del
presente giudizio), visto che la prova proposta non risulta qui idonea.
7.2
7.2.1 Ciò posto, per quanto concerne gli ulteriori indizi presi in considera-
zione dall’autorità inferiore, la ricorrente sottolinea che quest’ultima non si
sarebbe confrontata minimamente con le censure da essa sollevate nel
proprio reclamo del 18 marzo 2016, qui richiamate nel suo ricorso. Essa
ritiene che i singoli elementi citati dalla DAPI – in particolare il fatto che i
contanti sottratti alla società fossero conservati al domicilio suo e del signor
D._ – sarebbero elementi privi di significato o estremamente deboli,
il cui reale valore, singolo e complessivo, sarebbe già stato ampiamente
confutato nel predetto reclamo (cfr. ricorso 16 settembre 2019, punto n. 5).
7.2.2 A tal proposito, da un confronto tra il reclamo 18 marzo 2016 (cfr. atto
n. 3 dell’inc. USB) della ricorrente e la decisione impugnata, il Tribunale
osserva come effettivamente l’autorità inferiore non abbia statuito in
maniera dettagliata sulle singole censure sollevate dalla ricorrente, bensì
solo nel loro insieme (cfr. decisione impugnata, consid. 6.2.4.2). Di fatto,
dopo aver rilevato che secondo la ricorrente gli indizi considerati sarebbero
ininfluenti, l’autorità inferiore ha semplicemente indicato che, benché se
presi singolarmente tali indizi possono apparire ininfluenti, se presi nel loro
insieme, essi permetterebbero di avvalorare la tesi secondo cui la ricor-
rente ed il suo compagno avessero una posizione predominante all’interno
della B._. Che detta società abbia fatto nei suoi confronti
innumerevoli prestazioni senza un’adeguata controprestazione non
potrebbe che essere spiegato con tale legame di partecipazione.
Benché tale motivazione risulti piuttosto succinta, la stessa rispetta comun-
que le esigenze in materia di motivazione delle decisioni (cfr. al riguardo,
[tra le tante] sentenza del TAF A-5576/2018 del 5 dicembre 2019 con-
sid. 3.1.2 con rinvii). Anche ad avere ancora dubbi al riguardo, nella misura
in cui il Tribunale qui di seguito riprenderà e valuterà in maniera dettagliata
le censure sollevate dalla ricorrente sia nel suo ricorso che nel suo recla-
mo, ogni eventuale violazione del suo diritto di essere sentita va in ogni
caso considerata come sanata (cfr. consid. 3.1.2 del presente giudizio).
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Pagina 28
7.2.3 Dinanzi all’autorità inferiore essa ha contestato la diversa valutazione
delle sue dichiarazioni fiscali rispetto a quelle del suo allora compagno. Di
fatto, l’autorità inferiore e la DAPI avrebbero infatti considerato le sue come
incomplete, a differenza di quelle del signor D._, ove quest’ultimo
ha indicato di essere azionista in ragione del 70% della società B._
(cfr. reclamo 18 marzo 2016, punto n. 5).
Al riguardo, il Tribunale osserva come dagli atti risulta chiaramente il motivo
per cui la DAPI e l’autorità inferiore hanno considerato in modo diverso le
due dichiarazioni fiscali. Le dichiarazioni fiscali del signor D._, ove
quest’ultimo ha indicato di essere azionista in misura del 70% della
E._ e della B._, risultano essere state depositate prima
dell’avvio dell’inchiesta penale. Al contrario, quelle della ricorrente, ove non
ha indicato alcunché circa la sua qualità di azionista di dette società, sono
state depositate all’inizio dell’inchiesta penale. A mente della DAPI e
dell’autorità inferiore, ciò avrebbe un legame con l’inchiesta penale, tant’è
che quest’ultima avrebbe dichiarato beni non in relazione con tale indagine,
segnatamente di detenere l’intero capitale azionario della società
L._ (cfr. PVF del 22 febbraio 2016, punto n. 3.8). Peraltro, da un
esame degli atti, risulta altresì che il signor D._ nelle sue prime
dichiarazioni abbia lui stesso indicato di detenere il 70% delle due predette
società (cfr. citato PVF, punto n. 3.6.3). Le sue successive dichiarazioni,
secondo cui avrebbe invero detenuto il 100%, risultano poco credibili
(cfr. decisione impugnata, consid. 6.2.3). Del resto come già sottolineato
(cfr. consid. 7.1.2 del presente giudizio), il signor D._ ha altresì
utilizzato dette dichiarazioni fiscali per ottenere dei finanziamenti dalla
Banca F._. In tale contesto, che la DAPI e l’autorità inferiore
abbiano espresso dei dubbi circa la credibilità delle dichiarazioni della
ricorrente – visto il suo legame sentimentale con il signor D._,
appaiono leciti. Non si può infatti escludere ch’essa non abbia dichiarato i
rimanenti 30% per evitare di ritrovarsi coinvolta assieme al compagno
nell’inchiesta penale. Per tale motivo, il Tribunale ritiene giustificata la
diversa valutazione delle dichiarazioni fiscali della ricorrente rispetto a
quelle del suo allora compagno. È dunque a giusto titolo, che l’autorità
inferiore ha tenuto conto anche di questo elemento.
7.2.4 Dinanzi all’autorità inferiore, la ricorrente ha altresì contestato quanto
ritenuto dalla DAPI nei libretti sequestrati, in particolar modo le deduzione
effettuate circa alcuni prelievi con l’indicazione « noi » effettuati prima del
2007. A tal proposito, essa ha indicato che detta menzione indicherebbe
unicamente che i fondi sarebbero stati destinati all’unico azionista, il signor
D._, ma non sarebbe ancora determinante quanto all’azionariato
A-4751/2019
Pagina 29
della società (cfr. reclamo 18 marzo 2016, punto n. 6). Inoltre, essa ha
sottolineato che, come risultante dal PVF del 22 febbraio 2016, la stessa
DAPI avrebbe riconosciuto che le sue responsabilità sarebbero semmai
date e certe solamente sino quando essa ha tenuto la contabilità occulta
della B._, e meglio fino a metà 2007, sicché avrebbe rinunciato a
procedere penalmente nei suoi confronti per reati di sottrazione fiscale e
truffa in materia di tasse (cfr. reclamo 18 marzo 2016, punto n. 2). Ora, la
ricorrente sottolinea che nei periodi fiscali 2009-2010, oggetto delle riprese
fiscali nei suoi confronti, essa non sarebbe già più stata attiva nell’ambito
della società e pertanto non potrebbe essere chiamata a rispondere di
quanto annotato nei libretti successivamente al 2007 (cfr. reclamo
18 marzo 2016, punti n. 4 e 6). Nel suo ricorso, la ricorrente ha poi
rinnovato tali censure, precisando quanto segue. Essa indica che i
prelevamenti registrati nei libretti con l’indicazione « noi » di cui parla
l’autorità inferiore sarebbero da riferirsi al fatto che la ricorrente e il signor
D._ hanno avuto per anni una relazione, da cui è nata anche una
figlia. Il signor D._ avrebbe sempre gestito e conservato la liquidità
della ricorrente, oltre a contribuire parzialmente alle sue spese e ad offrirle
il pagamento di vacanze o altro, come accade in tante coppie. Sarebbe
dunque in questo senso che andrebbero interpretati gli importi nei libretti
con l’indicazione « noi », anche per quanto concerne l’indicazione della
società di cui la ricorrente è azionista. Essa ribadisce poi di non essersi
occupata della redazione dei libretti nei periodi fiscali 2009-2010 e di non
conoscerne il contenuto. Gli importi di cui essa avrebbe beneficiato appari-
rebbero comunque assolutamente modesti e manifestamente frutto di elar-
gizione del suo compagno, piuttosto che una quota di partecipazione agli
utili delle società. Riguardo alla società L._, in merito alle quali
l’autorità inferiore asserisce che le quote sociali erano detenute dalla
ricorrente, e che dalla E._ e dalla B._ sarebbero usciti
numerosi importi utilizzati per finanziare detta società, essa sottolinea che
dagli atti risulterebbe che i finanziamenti di detta società non proverebbero
da lei, la quale non vanta neppure un credito nei confronti della società
italiana (cfr. ricorso 16 settembre 2019, punto n. 5).
A tal proposito, il Tribunale osserva che le indicazioni fornite dall’autorità
inferiore al riguardo in maniera dettagliata al consid. 6.2.3 nella decisione
impugnata – già esposte in dettaglio nel presente giudizio al consid. 6.3.2,
a cui si rinviano le parti – sono sufficienti a giustificare per quali motivi è
stato ritenuto che vari importi in provenienza delle società E._ e
della B._ sono stati utilizzati a favore della ricorrente, tra il 2006 e il
2010. Quanto ritenuto dall’autorità inferiore risulta altresì dal PVF del
22 febbraio 2016 (cfr. citato PVF, punto n. 3.6.8). Ora, il fatto che la
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Pagina 30
ricorrente fosse sentimentalmente la convivente del signor D._, non
significa automaticamente che era quest’ultimo a finanziarla e a
provvedere ai suoi bisogni e alle società a lei riconducibili, al suo posto.
Come visto, dalle note bancarie risulta infatti che i due erano in affari
insieme, tant’è che i crediti per la K._ sono stati chiesti da loro due
quali persone riconducibili a detta società (cfr. consid. 7.1.2 del presente
giudizio). Gli importi elargiti a favore della ricorrente, così come considerati
dall’autorità inferiore, non risultano poi modesti. Sia come sia, la ricorrente
non può in ogni caso negare di aver avuto accesso – ad un determinato
momento – ai sette libretti su cui venivano annotati i ricavi di detta società,
così come agli stessi ricavi, visto che gli stessi erano conservati a casa sua
del signor D._, con cui conviveva. Ch’essa abbia effettuato o meno
delle annotazioni solo fino al 2007 e che la DAPI abbia riconosciuto la
responsabilità della ricorrente sino a metà 2007, rinunciando pertanto a
condurre nei suoi confronti una procedura penale ex art. 12 cpv. 3 DPA,
così come risultante dal PVF del 22 febbraio 2016 (cfr. citato PVF, punto
n. 4.3.2.1) è qui irrilevante. In effetti, la ripresa d’imposta preventiva in
oggetto non si fonda sull’art. 12 cpv. 3 DPA, bensì sull’art. 12 cpv. 2 DPA.
In virtù dell’art. 12 cpv. 2 DPA, è infatti sufficiente che sia possibile
presumere che la ricorrente abbia beneficiato delle prestazioni valutabili in
denaro erogate dalla società B._ durante i periodi fiscali 2009-2010,
a prescindere dalla questione a sapere se alla stessa possa o meno essere
imputata una colpa, segnatamente circa la compilazione dei libretti in
questione (cfr. consid. 5.8.2 del presente giudizio). Ora come visto, da
quanto constatato dalla DAPI e dall’autorità inferiore, risulta che la
ricorrente abbia beneficiato di fondi in provenienza dalla B._ anche
nei periodi fiscali 2009-2010, oggetto delle riprese d’imposta preventiva. In
tale contesto, le censure della ricorrente appaiono infondate.
Circa il finanziamento della società L._, riconducibile alla ricorrente,
il Tribunale osserva quanto segue. Innanzitutto, come già rilevato
(cfr. consid. 6.3.2 del presente giudizio), nella decisione impugnata
l’autorità inferiore ha indicato che la ricorrente ha dichiarato l’intero capitale
sociale di detta società nelle sue dichiarazioni fiscali 2008-2009 (cfr. atti
n. 9 e 10 dell’inc. USB). Essa ha altresì rilevato che nel libretto n. 3
(cfr. citato atto, di cui all’atto n. 8 dell’inc. USB; 561.500.100-105) sono stati
annotati numerosi importi utilizzati dalla E._ e dalla B._ per
finanziare la società L._ Tale evenienza è stata altresì sottolineata
dalla DAPI nel PVF del 22 febbraio 2016 (cfr. citato PVF, punto n. 3.6.8).
Nella risposta 16 dicembre 2019, l’autorità inferiore ha poi precisato che
dai rendiconti 2008-2009 della L._ (cfr. citati atti, di cui all’atto n. 8
dell’inc. USB; 500.600.023-038 e 500.600.041-059) vi sarebbe stato un
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conseguente aumento del credito soci. Difatti, nella nota integrativa al
bilancio chiuso al 31 dicembre 2008 (cfr. citato atto, di cui all’atto n. 7
dell’inc. USB, pag. 14; 500.600.036), rispettivamente al 31 dicembre 2009
(cfr. citato atto, di cui all’atto n. 7 dell’inc. USB, pag. 8; 500.600.054), viene
indicato che « [...] esistono dei finanziamenti effettuati dai soci nei confronti
della società [...] ». Per tale motivo, essa indica di ritenere come verosimile
che la ricorrente abbia beneficiato di una parte delle distribuzioni dissimu-
late di utile da parte della B._ e che le abbia in seguito utilizzate per
finanziare la sua società L._ (cfr. citata risposta, pag. 5 seg.). Ora,
alla luce degli atti citati dall’autorità inferiore, tali spiegazioni risultano
plausibili, sicché il Tribunale non intravvede alcun motivo per discostarsi
dal giudizio dell’autorità inferiore e ritenere il contrario. È quindi a giusto
titolo, che l’autorità inferiore ha tenuto conto anche di tali elementi.
7.3 A titolo abbondanziale, si segnala che anche nell’ambito di una causa
parallela in materia di imposte dirette, fondata sulla medesima fattispecie
e gli stessi elementi probatori qui in esame, la Camera di diritto tributario
dei Tribunale d’appello del Cantone Ticino (cfr. sentenza del 17 luglio 2017)
e successivamente il Tribunale federale (cfr. sentenza del TF 2C_768/2017
dell’8 giugno 2018) sono giunti alla stessa conclusione, confermando
quanto ritenuto dalla DAPI e dall’autorità inferiore, e meglio che la ricorren-
te poteva essere considerata quale beneficiaria delle prestazioni valutabili
in denaro erogate dalla E._ e dalla B._ in ragione del 30%.
In tale contesto, lo scrivente Tribunale non intravvede alcuna ragione per
considerare nell’ambito dell’imposta preventiva la valenza probatoria delle
note interne e degli altri elementi probatori diversamente da quanto
considerato in materia d’imposte dirette.
7.4 In definitiva, sulla base dei considerandi che precedono, il Tribunale
giunge alla conclusione che la ricorrente non è stata in grado di inficiare gli
elementi presi in considerazione dall’autorità inferiore nonché dalla DAPI e
provare di non poter essere considerata quale azionista e/o persona vicina
alla società B._ durante i periodi fiscali in oggetto, rispettivamente
quale beneficiaria delle prestazioni valutabili in oggetto erogate da
quest’ultima, nella misura del 30%. Ne discende, che è a ragione che
l’autorità inferiore e la DAPI l’hanno considerata come tale.
8.
Ciò sancito, per quanto attiene alla cerchia delle persone tenute al
pagamento della predetta ripresa d’imposta preventiva, qui contestata dal
ricorrente, il Tribunale rileva brevemente quanto segue.
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In presenza di una presunta sottrazione di imposta come nel caso in
disamina, ovvero di un’infrazione alla legislazione amministrativa federale,
la riscossione posticipata dell’imposta preventiva elusa è retta dall’art. 12
DPA (cfr. consid. 5.8.1 del presente giudizio). In virtù dell’art. 12 cpv. 2 DPA
assoggettati al pagamento retroattivo sono indubbiamente la società
B._ – che ha omesso di dichiarare le prestazioni valutabili in denaro
– nonché la ricorrente e il signor D._, quali persone che hanno fruito
dell’indebito profitto, ovvero dei ricavi non contabilizzati da detta società
(cfr. art. 10 cpv. 1 LIP in correlazione con l’art. 14 cpv. 1 LIP e l’art. 12
cpv. 2 DPA; considd. 5.3 e 5.8.2 del presente giudizio). Poiché la
B._ è stata tuttavia radiata dal Registro di commercio in data (...)
(cfr. relativo estratto del Registro di commercio), nei suoi confronti una
ripresa fiscale appare chiaramente impossibile. Si deve dunque ritenere
che gli unici rimasti assoggettati al pagamento posticipato dell’imposta
preventiva sono la ricorrente e il signor D._, così come giustamente
rilevato dall’autorità inferiore. Ora, in concreto, la decisione impugnata
concerne la qui ricorrente, ritenuta responsabile del pagamento
dell’imposta preventiva in ragione del 30%. Le contestazioni della
ricorrente al riguardo non le sono di alcun aiuto, poiché la stessa, in virtù
dell’art. 12 cpv. 2 DPA, è tenuta al pagamento posticipato indipenden-
temente da una sua colpa (cfr. consid. 5.8.2 del presente giudizio).
9.
In conclusione, il Tribunale constata che è a giusta ragione che l’autorità
inferiore ha ritenuto la sussistenza di prestazioni valutabili in denaro nella
forma di distribuzioni dissimulate di utile concesse dalla B._ alla
ricorrente per una quota del 30%, imputando il restante 70% al signor
D._, ai sensi dell’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP in combinato disposto con
l’art. 20 cpv. 1 OIPrev. È dunque a giusto titolo, che l’autorità inferiore ha
poi proceduto alla ripresa d’imposta preventiva in oggetto nei confronti
della ricorrente, debitrice di detto importo ex art. 12 cpv. 2 DPA.
In tali circostanze – nella misura in cui i crediti d’imposta in oggetto, riguar-
danti gli anni 2009-2010, non risultano peraltro ancora prescritti, il termine
di prescrizione di 7 anni qui applicabile risultando tutt’ora sospeso, così
come giustamente rilevato dall’autorità inferiore (cfr. decisione impugnata,
consid. 6.2.3; circa la prescrizione dei crediti d’imposta preventiva in
presenza di una sottrazione d’imposta ex art. 61 LIP, [tra le tante] sentenza
del TAF A-2164/2019 del 3 agosto 2020 consid. 4.1) – la decisione impu-
gnata va pertanto confermata, mentre il ricorso integralmente respinto.
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10.
In considerazione dell’esito della lite, giusta l’art. 63 cpv. 1 PA, le spese di
procedura sono poste a carico della ricorrente qui integralmente soccom-
bente (cfr. art. 1 segg. del regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e
sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo
federale [TS-TAF, RS 173.320.2]). Nella fattispecie esse sono stabilite in
2'200 franchi (cfr. art. 4 TS-TAF), importo che verrà detratto interamente
dall’anticipo spese di 2'200 franchi da lei versato a suo tempo.
Vista la soccombenza della ricorrente, non vi sono poi gli estremi per la
concessione di un’indennità a titolo di spese ripetibili (cfr. art. 64 cpv. 1 PA
a contrario, rispettivamente art. 7 cpv. 1 TS-TAF a contrario).