Decision ID: 0e583a02-ab50-5bf5-aa2f-962b58822c21
Year: 2010
Language: it
Court: TI_CRP
Chamber: TI_CRP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto ed in diritto
1.
Nei confronti di PI 2 e di PI 3
, entrambi in detenzione preventiva dal 4.2.2009,
e di una terza persona (in libertà provvisoria), il procuratore pubblico Manuela Minotti Perucchi
ha emanato il 25.2.2010
l’atto d’accusa (ACC _
), rinviandoli a processo per le ipotesi di reato di truffa aggravata, riciclaggio di denaro aggravato e ripetuta falsità in documenti.
Il pubblico dibattimento è stato aggiornato a lunedì 7.6.2010
, e la sua durata sarà di una settimana almeno, probabilmente di una decina di giorni.
2.
Con la presente istanza, il presidente della competente Corte delle assise criminali di _ chiede la proroga del termine della carcerazione preventiva cui sono astretti gli imputati fino al 7.6.2010
, rispettivamente fino alla data della presumibile conclusione del pubblico dibattimento.
3.
L'art. 230 CPP dispone che il dibattimento deve di regola aver luogo entro quaranta giorni dalla trasmissione dell'atto o del decreto di accusa al presidente della Corte. Se al dibattimento intervengono gli assessori giurati, il termine è prolungato sino a sessanta giorni.
Entro questo lasso di tempo l’eventuale detenzione preventiva dell’accusato è prorogata ope legis in vista del pubblico dibattimento (art. 102 CPP). Qualora, eccezionalmente, il dibattimento non potesse prendere inizio entro i termini di legge, di per sé d’ordine, la carcerazione preventiva può essere prolungata dalla Camera dei ricorsi penali (CRP) su istanza motivata del presidente della Corte d’assise (art. 103 cpv. 1 lit. b CPP).
Le istanze di proroga del carcere preventivo devono essere motivate (art. 103 cpv. 2 CPP): per autorizzare il superamento del termine, scandito dall’atto d’accusa, il giudice del merito deve infatti giustificare difficoltà oggettive che impediscono di aggiornare celermente il dibattimento in aula. Ulteriore requisito è che la durata della proroga, cumulata alla detenzione preventiva già sofferta, non conduca a superare la durata della pena detentiva che verosimilmente verrà irrogata: ogni proroga della carcerazione preventiva implica infatti una nuova verifica quanto al rispetto del principio di proporzionalità, effettuabile solo in concreto, alla luce della durata della proroga.
Queste due prime condizioni presuppongono naturalmente che siano anche dati i presupposti di legge per la detenzione preventiva (in particolare il pericolo di fuga, di recidiva o di collusione), visto che la carcerazione è già in atto al momento dell’istanza di proroga. Questi presupposti sono generalmente pacifici, poiché, quando vi è contestazione su specifici motivi di detenzione essa insorge di regola ben prima dell’atto d’accusa ed è di conseguenza già stata risolta dal giudice dell’istruzione e dell’arresto o dalla CRP. Per prassi, autorizzando una proroga, la CRP si limita dunque ad esaminare la necessità di rinvio e la proporzionalità della sua durata. Per contro, il sussistere di specifici motivi di detenzione viene tutt’al più esaminato rispetto a quanto è eventualmente avvenuto dopo una decisione antecedente: spesso si tratterà semplicemente del nuovo periodo trascorso in detenzione, ciò che ripone la questione nell’ambito della proporzionalità.
4.
I motivi contingenti di richiesta delle proroghe addotti dal presidente istante si riferiscono agli impegni da lui già assunti (la motivazione di una sentenza delle assise criminali per abusi sessuali su minori, nonché l’aggiornamento in aprile di due processi alle correzionali, di cui uno indiziario, con un incarto corposo e complesso), nonché alle difficoltà per la preparazione del dibattimento del presente procedimento (a seguito delle richieste di proroghe per la notifica delle prove, delle prove poi richieste dalle parti, dell’opposizione all’uso in sede dibattimentale delle risultanze dell’istruzione formale, nonché dalla probabile necessità di una rogatoria dibattimentale all’estero).
PI 2 si oppone, censurando la mancanza di informazioni sugli altri incarti trattati dal presidente istante (con riferimento al periodo di detenzione degli altri accusati) e sui motivi del sovraccarico del TPC. Ritiene che la proroga del termine per i mezzi di prova non abbia influenzato l’aggiornamento.
Nel presente caso occorre considerare come gli impegni addotti dal presidente istante, così come la situazione del TPC, appaiano sufficienti a sostanziare la richiesta di proroga.
Per la situazione generale del TPC, il sovraccarico non è strutturale e costante, ma piuttosto sostanzialmente dipendente dall’irregolare invio, dal punto di vista temporale, di atti d’accusa da parte del Ministero pubblico. Non si tratta quindi di una “sotto-organizzazione” dello Stato, ma di situazione passeggera.

Gli impegni processuali precedentemente assunti dal presidente istante giustificano solo in parte la durata della richiesta proroga. La stessa è, per il resto, ampiamente giustificata dalla complessità procedurale del presente procedimento, che la fase predibattimentale ha già evidenziato. Come risulta dalla corrispondenza successiva all’emanazione dell’atto d’accusa, il presidente istante è confrontato con un incarto già di per sé complesso, sia in fatto, sia in diritto. A ciò si aggiungono: reciproche richieste e contestazioni sui mezzi di prova, l’opposizione all’uso dibattimentale delle risultanze dell’istruzione formale (con riferimento all’art. 227 cpv. 2 CPP), la necessità di acquisire degli atti penali _, l’organizzazione di un dibattimento previsto su più giorni (da una settimana ad una decina di giorni), la necessità di decidere l’ammissione o meno delle prove notificate, la necessità di effettuare una rogatoria dibattimentale all’estero.
Il cumulo degli impegni precedentemente assunti, con tutte queste oggettive e reali difficoltà procedurali organizzatorie, giustifica una richiesta di proroga dell’importanza di quella richiesta.
5.
Nel presente caso sono dati seri indizi di colpevolezza ai sensi dell’art. 95 CPP a carico di PI 2 e di PI 3, come peraltro già indicato nelle precedenti decisioni di questa Camera (cfr. in particolare decisioni 30.10.2009, inc. _, p. 8/9; 2.11.2009, inc. _, p. 8; 14.1.2010, inc. _, p. 9/10), alle quali si rimanda per economia di giudizio, ritenuto peraltro che l’esistenza di seri indizi non è, in questa sede, contestata specificatamente. Si ribadisce come contestati non siano i fatti in quanto tali, ma piuttosto per un verso la loro perseguibilità in Svizzera, per altro verso unicamente l’elemento soggettivo. La chiamata di correo di _, unitamente all’assunzione da parte sua delle proprie responsabilità, e le conferme nei fatti sono certamente seri indizi di colpevolezza per il reato di truffa. Per il reato di riciclaggio e di falsità in documenti, l’inchiesta ha ampiamente ricostruito quanto intrapreso dai due accusati dopo il trasferimento dei fondi in Svizzera.
Inoltre, in presenza di un atto di accusa, salvo errori manifesti, gli indizi di reato vanno ritenuti presenti (cfr. decisione 14.10.2003 del giudice dell’istruzione e dell’arresto in re Fondazione S., p. 5, inc. GIAR _; cfr. anche M. RUSCA / E. SALMINA / C. VERDA, Commento del Codice di procedura, Lugano, 1997, no. 13 ad art. 103. CPP).
6.
Il mantenimento della carcerazione preventiva presuppone inoltre la presenza di preminenti motivi di interesse pubblico.
7.
Il pericolo di fuga (cfr., al proposito, decisione TF 1P.62/2005 del 17.2.2005) è connesso con uno degli scopi principali della carcerazione preventiva, quello di assicurare la presenza dell’imputato per impedirgli di sottrarsi al procedimento o all’esecuzione della pena che potrà essergli inflitta. In base agli elementi del caso concreto occorre stabilire se l’accusato detenuto non ha evidentemente alcun interesse a rimanere a disposizione delle autorità, nella prospettiva – in caso di condanna – di una sanzione penale eventualmente da scontare. In altri termini, occorre verificare se la tentazione di riparare all’estero per sottrarsi al procedimento o all’esecuzione della pena è quindi sorretta da sufficiente verosimiglianza ed il rischio di fuga – che non esiste solo astrattamente, bensì appare probabile in modo concreto – non può neppure essere evitato con misure meno incisive
.
8.
Nel presente caso, e come indicato nelle precedenti decisioni di questa Camera (cfr.
decisioni 30.10.2009, inc. _, p. 17; 2.11.2009, inc. _, p. 16; 14.1.2010, inc. _, p. 13
) e del Tribunale federale (sentenza 15.12.2009, inc. _, p. 5/6) si deve ammettere l’esistenza di un pericolo di fuga a carico dei due accusati attualmente in detenzione preventiva.
Già con riferimento alla possibile pena, come meglio si dirà esaminando il rispetto del principio della proporzionalità.
Inoltre, vagliando poi il pericolo di fuga non solo in relazione alla possibile pena, ma con riferimento all’insieme delle circostanze concrete (le condizioni personali, i legami famigliari, la situazione professionale e finanziaria, i contatti con l’estero), si deve concludere (come già in precedenza) che la maggior parte dei legami dei due accusati, siano essi familiari, personali e professionali, si trovano in _: gli accusati non hanno significativi legami con il nostro paese. Anche dopo la venuta in Ticino, l’essenziale dell’attività svolta e di quella prospettata erano rivolte all’_.
Infine, il patteggiamento concluso dagli accusati con le autorità penali _ rappresenta un elemento a sostegno della volontà degli accusati di sottrarsi al giudizio ed all’eventuale espiazione della pena nel nostro paese, come peraltro ritenuto anche dal Giar, nella sua decisione del 4.12.2009, quale indisponibilità al seguito del procedimento in corso, anche per effetto degli ordini di esecuzione delle carcerazione (inc
.
Giar _, p. 3).
Sempre nell’ottica del pericolo di fuga, rispetto alle precedenti decisioni, il periodo di detenzione preventiva si è protratto, ciò che potrebbe fare scemare il pericolo di fuga, diminuendo il rischio per gli accusati di incorrere in una pena da espiare.