Decision ID: c12e91b3-65ca-565d-83fc-c7dc2f36623a
Year: 2012
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto: A. Con contratto 1° dicembre 2006 AO 1 è stato assunto da AP 1, a partire dal giorno successivo, in qualità di operatore presso lo stabilimento industriale a _. Il contratto di lavoro, concluso a tempo determinato fino al 31 gennaio 2007, prevedeva la corresponsione di un salario lordo di fr. 2'800.- mensili oltre tredicesima. L’orario di lavoro è stato determinato in 40 ore settimanali “a tre turni diurni, notturni e festivi” (doc. B). Il 24 gennaio 2007 le parti hanno prolungato il rapporto lavorativo fino al 31 marzo 2007 e, il 30 marzo 2007, fino al 30 giugno 2007. Con contratto 29 giugno 2007 le parti hanno, infine, concluso un contratto di lavoro a tempo indeterminato, indicando la funzione del lavoratore quale assistente operatore con uno stipendio lordo di fr. 3'300.- mensili oltre la tredicesima. Il 6 agosto successivo il lavoratore è stato nominato “operatore del Reparto Presse Divisione Preforme e Tappi” e il suo salario è stato aumentato, a partire retroattivamente dal 1° agosto 2007, a fr. 3'500.- lordi mensili oltre la tredicesima (doc. B).
B. Il 14 giugno 2007 la datrice di lavoro e RA 2 quale rappresentante di alcuni suoi lavoratori hanno stabilito segnatamente che gli “assistenti operatori” avrebbero beneficiato di un salario minimo di fr. 3'200.- mensili e che i salariati avrebbero potuto nominare due persone a scelta tra essi per rappresentarli nei confronti della direzione aziendale (doc. E). Di conseguenza, il 28 settembre 2008 AO 1 è stato nominato, con _ _, rappresentante dei lavoratori (doc. F). Il 28 luglio 2009 la datrice di lavoro ha disdetto il rapporto di lavoro che la legava a AO 1 per il 30 settembre 2009 (doc. R). Con scritto 18 agosto 2009 quest’ultimo, per il tramite di RA 2, _, si è opposto al licenziamento, invocando la sua abusività ai sensi dell’art. 336 cpv. 2 lett. b CO poiché membro della Commissione di azienda (doc. S). Il 9 settembre 2009 la datrice di lavoro, per il tramite del proprio legale, ha affermato che la disdetta era giustificata poiché motivata dallo “spiccato disinteresse per l’attività lavorativa” manifestato ormai “da tempo”, nonché i “gravi danni causati a un muletto” e la sussistenza di “frequenti abbandoni del posto di lavoro, o di mancata comparsa in azienda, senza giustificazione alcuna” (doc. U).
C. Con istanza 27 novembre 2009 il lavoratore ha adito la Pretura del Distretto di Bellinzona, chiedendo la condanna della datrice di lavoro al versamento di fr. 10'500.- quale indennità per licenziamento abusivo e di fr. 807.70 a titolo di salari arretrati. All’udienza preliminare 26 gennaio 2010 la convenuta si è opposta alla domanda avversaria. Con la replica e la duplica scritta le parti si sono confermate nei loro rispettivi punti di vista. Esperita l’istruttoria, esse hanno rinunciato alla discussione finale, producendo memoriali scritti coi quali hanno ribadito le loro posizioni. Con sentenza 31 marzo 2011 il Pretore ha parzialmente accolto l’istanza, nel senso che ha condannato la convenuta al versamento di un’indennità di fr. 10'500.- per disdetta abusiva.
D. Con appello datato 28 aprile 2011 e spedito il 2 maggio 2011 la convenuta chiede la riforma del querelato giudizio, nel senso di respingere integralmente l’istanza. Con osservazioni (recte: risposta) 3 giugno 2011 l’istante postula invece la reiezione del gravame avversario.
e considerato

in diritto: 1. Il 1° gennaio 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto processuale civile svizzero del 19 dicembre 2008 (CPC). Per l’art. 405 cpv. 1 CPC alle impugnazioni si applica il diritto in vigore al momento della comunicazione della decisione. La sentenza pretorile è stata emessa il 31 marzo 2011 e quindi senz’altro comunicata alle parti dopo l’entrata in vigore del CPC, sicché al procedimento di impugnazione si applica la legge nuova e non più la procedura civile cantonale.
2. Nel diritto svizzero – pacificamente applicabile alla fattispecie ed in particolare anche alla succursale in Svizzera di una società straniera (art. 160 cpv. 1 LDIP) – la succursale, nonostante l’autonomia economica di cui dispone, è priva di esistenza giuridica e non ha la capacità di essere parte (Vischer, Zürcher Kommentar, 2a ediz., n. 11 ad art. 160 LDIP; DTF 130 III 58 consid. 6.2; sentenza del Tribunale federale inc. 4P.146/2005 del 10 ottobre 2005 consid. 5.2.2; II CCA, sentenza inc. n. 12.2008.57 del 20 febbraio 2009). Come già ribadito recentemente da questa Camera (II CCA, sentenza inc. 12.2009.87/90 del 22 febbraio 2011, consid. 8) la dottrina e la giurisprudenza hanno tuttavia ritenuto che la petizione inoltrata a nome rispettivamente nei confronti di una succursale non dev’essere respinta in ordine, ma che la denominazione della succursale può essere rettificata, sia d’ufficio, sia ad istanza di parte, con quella della casa madre, se in questa circostanza si ravvisa un errore manifesto nell’indicazione della parte, che può essere agevolmente scoperto e attorno al quale non può essere sorto dubbio né nel giudice né nella controparte (cfr. anche sentenza del Tribunale federale inc. 4C.88/1998 del 18 settembre 1998 consid. 1 b/bb; Frank/Sträuli/Messmer, Kommentar zur zürcherischen Zivilprozessordnung, 3a ediz., n. 5 a § 108 ZPO; Cocchi/Trezzini, CPC-TI, Lugano 2000, n. 13 ad art. 38; Cocchi/Trezzini, CPC-TI, Appendice 2000/2004, Lugano 2005, n. 58 ad art. 38; II CCA, sentenza inc. 12.95.58 del 18 marzo 1996, inc. 12.97.221 del 9 gennaio 1998, inc. 10.95.54 del 21 settembre 1998, inc. 12.98.75 del 24 settembre 1998 e inc. 12.2004.140 del 22 novembre 2004) e se l’atto, oltre a non aver causato un pregiudizio alla controparte (sentenza del Tribunale federale inc. 4P.146/2005 del 10 ottobre 2005 consid. 5.2.2; II CCA, sentenza inc. 12.2008.57 del 20 febbraio 2009 e inc. 12.2007.15 del 22 marzo 2010), può pervenire al suo vero destinatario (sentenza del Tribunale federale inc. 4C.270/2003 del 28 novembre 2003 consid. 1.1). Atteso che quanto verificatosi in concreto rientra proprio in questa categoria di errore, che lo stesso era senz’altro riconoscibile alla convenuta, che non è stato preteso né risulta che l’inoltro della causa nei confronti della succursale possa aver causato un pregiudizio alla casa madre, e che la decisione può essere fatta pervenire a quest’ultima, la designazione dell’appellante originaria (semplice succursale) va rettificata d’ufficio, designando quale appellante la sua casa madre, ovvero AP 1. Può peraltro restare aperta la questione di sapere se il Pretore, che ha indicato la convenuta quale AP 1, indicando tuttavia la sede a _, abbia già eseguito una tale rettifica d’ufficio.
3. Nel presente caso il primo giudice ha reputato che la disdetta del rapporto di lavoro era abusiva, poiché notificata a un lavoratore rappresentante dei salariati e senza un motivo giustificato. Egli ha, infine, riconosciuto l’indennità di fr. 10'500.- richiesta dall’istante, ritenuta equa e neppure contestata nella sua entità dalla convenuta.
4. In primo luogo, l’appellante critica il Pretore per non aver ritenuto determinante ai fini del licenziamento l’assenza del lavoratore dal posto di impiego in data 8 giugno 2009 (memoriale, pag. 4 segg.).
4.1 Il primo giudice ha accertato che in quell’occasione l’istante aveva lavorato unicamente sei ore anziché le otto previste. Secondo la convenuta, il primo giudice avrebbe fondato a torto il proprio giudizio sull’affermazione del lavoratore, non dimostrata, secondo la quale egli si sarebbe recato al Municipio del suo Comune di residenza al fine di sbrigare delle faccende burocratiche, cercando invano di avvisare i suoi superiori dell’accaduto. La censura non può essere seguita. Invero, il primo giudice ha indicato quanto testé riportato attribuendolo a quanto affermato dall’istante e senza conferire a tali allegazioni valore probatorio (sentenza impugnata, pag. 5 in fondo). La datrice di lavoro insiste su questo punto, asserendo che l’istruttoria avrebbe persino dimostrato il contrario di quanto sostenuto dal lavoratore, dato che sia il caporeparto sia il responsabile del settore produzione erano costantemente reperibili. Sennonché, il Pretore non ha fondato il proprio giudizio sulle allegazioni menzionate sopra, bensì sul fatto che quel giorno l’istante rivestiva la carica di magazziniere e, come tale, poteva lavorare anche da solo senza recare pregiudizio, in sua assenza, all’attività del collega di reparto. Di conseguenza, pur riconoscendo un disagio per l’azienda e un comportamento irregolare del lavoratore per non aver comunicato la propria partenza al responsabile, il primo giudice ha reputato che l’assenza non poteva aver messo in crisi, come invece sostenuto dalla convenuta, la produzione (loc. cit., pag. 6 in alto). Per lo stesso motivo, poco importa che l’istante, come asserito dall’appellante, abbia motivato la sua assenza unicamente dinnanzi al Pretore.
4.2 Secondo l’appellante l’argomentazione pretorile testé menzionata si fonda su una valutazione del tutto soggettiva, mentre l’assenza dell’unico magazziniere in un’industria attiva a ritmo continuato comporta forzatamente un disagio alla società. Occorre quindi verificare se tale abbandono riveste il carattere di “motivo giustificato di disdetta” ai sensi dell’art. 336 cpv. 2 lett. b CO. Si è in presenza di un simile motivo allorquando il datore di lavoro non può ragionevolmente evitare il licenziamento, sebbene la ragione invocata non sia tale da giustificare una rescissione immediata (Wyler, Droit du travail, 2a ed., n. 2069 a pié di pag. 549). Nel caso concreto, lo stesso giorno dell’assenza in questione la datrice di lavoro ha indirizzato al lavoratore una “contestazione disciplinare”, riservandosi di far valere nei suoi confronti il “pregiudizio derivatone per l’azienda applicando la normativa vigente” e chiedendo a quest’ultimo di formulare, se del caso, delle osservazioni (doc. P). Il teste _ _, all’epoca dei fatti direttore della produzione, ha affermato su tale contestazione disciplinare, da lui sottoscritta unitamente a _ _: “devo innanzitutto premettere che la produzione era organizzata in squadre composte da due persone ciascuna che lavoravano a turno. Se manca una persona in squadra il fatto è grave perché una persona sola non è in grado di seguire la produzione e nemmeno in grado di ottemperare alle prescrizioni di sicurezza necessarie. Per questo motivo l’azienda ha sempre chiesto agli operatori di annunciare per tempo eventuali assenze tramite un formulario da presentare al capo reparto che avrebbe dato l’autorizzazione o meno all’assenza e avrebbe avuto il tempo di organizzare un sostituto. Nel caso sottopostomi dell’8 giugno 2009 il sig. AO 1 si è assentato senza informare il capo reparto o altri dirigenti aziendali” (verbale di audizione 18 gennaio 2011, pag. 16 in mezzo). Sennonché, come rilevato dal Pretore quel giorno l’istante rivestiva la qualità di magazziniere e, quindi, non lavorava in coppia. Tale circostanza non è messa in dubbio, come evidenziato sopra, dall’appellante. Quanto riferito dal teste sulla gravità dell’abbandono, perché lavorando in coppia l’istante non avrebbe permesso la continuazione della produzione rispettivamente avrebbe minato le prescrizioni di sicurezza, non corrisponde quindi a quanto emerso dagli atti. Di conseguenza, la datrice di lavoro, cui incombe l’onere di dimostrare la sussistenza del motivo giustificato di disdetta ex art. 336 cpv. 2 lett. b CO (Wyler, op. cit., pag. 549), non vi è riuscita.
4.3 La datrice di lavoro sottolinea che l’abbandono dell’impiego costituisce di per sé sempre una grave violazione dei doveri contrattuali, giustificante addirittura un licenziamento immediato, indipendentemente dalla funzione svolta dal lavoratore. Da tale allegazione va subito sgombrato il campo. Invero, vi è abbandono del posto di lavoro ai sensi dell’art. 337d CO quando il lavoratore abbandona l’impiego senza preavviso in assenza di una causa grave. L’abbandono ingiustificato dell’impiego presuppone un rifiuto costante, intenzionale e definitivo del lavoratore di continuare l’esecuzione del lavoro affidatogli (DTF 112 II 41 consid. 2 pag. 49; Rep. 1995 90). Il contratto di lavoro prende allora fine immediatamente, senza che il datore di lavoro debba notificare al dipendente un licenziamento immediato. È evidente che l’assenza di due ore rimproverata al lavoratore nella fattispecie non riunisce le condizioni testé indicate. Inoltre, il licenziamento contestato è avvenuto il 28 luglio 2009, mentre l’episodio in questione risale all’8 giugno 2009, sicché la datrice di lavoro medesima non ha reputato tale abbandono come giustificante una disdetta immediata. Va altresì precisato che il licenziamento con effetto immediato è un provvedimento eccezionale ammesso in modo restrittivo dalla giurisprudenza (DTF 130 III 28 consid. 4.1, 213 consid. 3.1; 127 III 351 consid. 4a). Manchevolezze minori possono giustificare una disdetta immediata solo se verificatesi ripetutamente, malgrado espliciti avvertimenti sull'eventualità della disdetta (DTF 130 III 28 consid. 4.1; 129 III 351 consid. 2.1). Nel caso concreto, come riportato sopra (consid. 4.2) lo stesso giorno dell’assenza in questione la datrice di lavoro ha indirizzato al lavoratore una “contestazione disciplinare”, riservandosi di far valere nei suoi confronti il “pregiudizio derivatone per l’azienda applicando la normativa vigente” e chiedendo a quest’ultimo di formulare, se del caso, delle osservazioni (doc. P). Non vi è alcun riferimento a un eventuale disdetta del rapporto di lavoro. In definitiva, su questo punto l’appello dev’essere respinto.
5. L’appellante biasima il Pretore anche per non aver reputato quale motivo giustificato di disdetta l’assenza del 30 giugno 2009 dell’istante dal posto di lavoro (memoriale, pag. 5 segg.).
5.1 Essa sostiene, anzitutto, che al contrario di quanto accertato dal primo giudice il lavoratore non avrebbe giustificato preventivamente la propria assenza, contravvenendo quindi all’obbligo di chiedere un’autorizzazione in tal senso. La convenuta reputa, invero, che il doc. 4 agli atti costituisce, semmai, una richiesta di recupero ore anonima che unicamente dopo la sua assenza è stata da essa attribuita al lavoratore. In tal modo, tuttavia, l’appellante non si confronta con la motivazione pretorile. Questi ha invero spiegato che sebbene la convenuta abbia in un primo tempo sostenuto che proprio perché anonimo il documento in questione non era atto a suffragare l’esistenza di una richiesta di autorizzazione, ha poi attribuito il medesimo al lavoratore stabilendo che, in assenza di ore di recupero, tale assenza doveva essere indicata quale “vacanza” (sentenza impugnata, pag. 6, consid. 3.2). La censura è quindi inammissibile (art. 310 CPC).
5.2 L’appellante prosegue contestando che il certificato medico 29 giugno 2009 (doc. AH) rappresenti una valida giustificazione di assenza. Dal documento testé citato emerge che il lavoratore ha dovuto assistere il padre sottoposto a un esame clinico. Il Pretore ha spiegato che sebbene un certificato medico non costituisca un mezzo di prova assoluto, nella fattispecie non vi sono prove di segno contrario tali da smentire la sua rilevanza ai fini del giudizio. La convenuta sottolinea che il datore di lavoro è tenuto a versare lo stipendio al lavoratore e a non ridurgli la durata delle vacanze unicamente in presenza di sua malattia, mentre nella fattispecie si trattava di un esame clinico del padre. La censura non può essere seguita già per il fatto che tale assenza è stata reputata, per ammissione della datrice di lavoro, quale giorno di vacanza. Dubbi possono sorgere, semmai, sul momento in cui tale assistenza si è resa necessaria. Invero, come rilevato dall’appellante dal certificato di cui al doc. AH emerge che l’esame clinico è avvenuto il 29 giugno 2009 e, per quanto concerne l’assistenza da parte dell’istante, il medico ne ha sancito la necessità utilizzando il participio passato. L’assenza rimproverata dalla datrice di lavoro, tuttavia, si riferisce al giorno successivo, ossia al 30 giugno 2009. L’appellante soggiunge che tale certificato è stato prodotto unicamente in sede di udienza preliminare 26 gennaio 2010, sicché il lavoratore non ha motivato tempestivamente la propria assenza. Sia come sia, per i motivi che seguono anche su questo punto la decisione pretorile dev’essere confermata.