Decision ID: 5cb2c578-68fd-5771-abaa-098dee4f4a0f
Year: 2018
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto: A.
Con contratto di lavoro 1° luglio 2009 AO 1 è stato assunto quale architetto alle dipendenze di AP 1. Il contratto di lavoro, di durata indeterminata, prevedeva un salario mensile netto iniziale di fr. 6'447.25, in seguito aumentato a fr. 7'500.- lordi (doc. C e F).
Nel corso degli anni, in particolare a partire dal 2012, il versamento del salario mensile non è avvenuto con regolarità e con scritto 18 settembre 2014 (doc. G) il patrocinatore del dipendente si è rivolto alla datrice di lavoro assegnando un termine di sette giorni per il versamento degli stipendi arretrati, quantificati in fr. 109'841.75 sulla base di un conteggio allegato, preannunciando l’intenzione di adire le vie legali e di notificare una disdetta straordinaria del contratto di lavoro ai sensi dell’art. 337 CO per mora nel pagamento del dovuto.
Con scritto 23 settembre 2014 la datrice di lavoro ha ricordato al dipendente che nel corso degli oltre cinque anni di lavoro egli avrebbe “
ricevuto mediamente il 75% di quanto gli aspettava
(
recte
: spettava)” e che “
questo gli permetteva comunque la conduzione di una vita normale
”, invocando un accordo tra le parti secondo il quale il credito residuo “
venisse liquidato all’incassato
(
recte
: incasso)
del nostro onorario
” (doc. H).
Dopo aver fatto spiccare il 25 settembre 2014 un PE nei confronti della datrice di lavoro, chiedente fr. 109'841.75 a titolo di salari arretrati e fr. 45'000.- quale indennità per licenziamento abusivo (doc. Q), con scritto di medesima data, ritenendo di essere allora stato oggetto di un licenziamento in tronco, il dipendente ha formulato opposizione al licenziamento ai sensi dell’art. 336b CO, contestando di aver pattuito un differimento del saldo scoperto a suo favore a dipendenza dell’incasso di onorari per lavori fatturati dalla società a terzi (doc. I).
B.
Non avendo le parti raggiunto un accordo, previo tentativo di conciliazione (inc. n. CM.2014.675), il 21 gennaio 2015 AO 1 ha inoltrato alla Pretura di Lugano una petizione chiedendo la condanna di AP 1 al pagamento di complessivi fr. 147'094.10, oltre interessi al 5% dal 18 settembre 2014, a titolo di salario e indennità per licenziamento abusivo, chiedendo inoltre il rilascio di un attestato di lavoro (art. 330a CO).
In breve, egli ha lamentato di essere stato abusivamente licenziato per aver avanzato pretese salariali, chiedendo quindi un’indennità di fr. 45'000.- ai sensi dell’art. 337c CO, oltre al salario arretrato, rispettivamente dovuto fino al termine del rapporto di impiego il 30 novembre 2014, dedotto quanto già incassato.
C.
Con risposta 8 maggio 2015 la convenuta si è integralmente opposta alla petizione. In sintesi, essa ha sostenuto che un accordo stipulato tra le parti subordinava il versamento degli stipendi arretrati all’esito di un importante progetto di edificazione industriale in Italia per conto di clienti della ditta convenuta. Inoltre, a seguito di verifiche, sarebbe emerso che il dipendente aveva lavorato con un grado di occupazione pari al 42.7% e che pertanto il corrispondente salario gli sarebbe già stato integralmente versato. La convenuta, rilevato di aver nel frattempo evaso la richiesta di rilascio del certificato di lavoro, ha inoltre contestato di aver licenziato il dipendente che, anzi, non si sarebbe più presentato sul posto di lavoro lasciando intendere di essersi licenziato con effetto immediato.
D.
Con replica e duplica le parti hanno contestato le tesi e le domande avversarie, riconfermandosi nelle proprie richieste e argomentazioni.
Esperita l’istruttoria, le parti hanno rinunciato a comparire alla discussione finale. Nei rispettivi memoriali conclusivi esse hanno sostanzialmente ribadito le proprie antitetiche posizioni, l’attore riducendo la pretesa a fr. 143'971.35, oltre interessi e presentando una nuova domanda nel senso di rigettare definitivamente l’opposizione al PE fatto spiccare nei confronti della convenuta.
E.
Con sentenza 26 aprile 2017 il Pretore aggiunto ha parzialmente accolto la petizione, riconoscendo all’attore l’importo complessivo di fr. 102'787.85 netti, oltre interessi al 5% dal 18 settembre 2014.
F.
Con appello 26 maggio 2017 la convenuta chiede la riforma del giudizio impugnato nel senso di respingere integralmente la petizione con protesta delle spese processuali e delle ripetibili di entrambi i gradi di giudizio.
Con risposta 18 settembre 2017 l’attore postula la reiezione del gravame, protestando spese e ripetibili.

Considerato
in diritto: 1.
Nelle controversie patrimoniali con valore di almeno fr. 10'000.- la decisione pretorile è impugnabile mediante appello (art. 308 cpv. 2 CPC) entro il termine di 30 giorni, ridotto a 10 giorni nella procedura sommaria (art. 314 cpv. 1 CPC). L’appello è pertanto tempestivo, così come la risposta.
2.
Nel giudizio impugnato il Pretore aggiunto ha anzitutto dichiarato inammissibile la domanda di rigetto definitivo dell’opposizione al PE, siccome presentata la prima volta con le conclusioni, in contrasto con le esigenze poste dal codice di rito (art. 230 cpv. 1 lett. b CPC).
Non avendovi le parti più fatto cenno negli allegati conclusivi, il primo giudice ha poi considerato evasa la richiesta dell’attore di ottenere un certificato di lavoro e ritenuto parimenti abbandonata l’obiezione della convenuta in merito al preteso impiego a tempo ridotto del dipendente e alla riduzione salariale corrispondente.
Con riferimento alla pretesa attorea di fr. 109'841.75 per salari netti fino al mese di agosto 2014, il Pretore aggiunto ne ha quindi riconosciuto la fondatezza alla luce della mancata contestazione da parte della convenuta, deducendo però l’importo di fr. 2'500.- sulla base di circostanze emerse dall’istruttoria.
Negata un’indennità per licenziamento abusivo ai sensi dell’art. 336a CO, siccome l’attore non avrebbe dato seguito all’onere probatorio che gli incombeva in merito alle modalità e ai motivi del licenziamento, il giudice di prime cure ha per contro riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, corrispondente ai salari di settembre, ottobre e novembre 2014 per complessivi fr. 19'341.75 netti, che il dipendente ha subito a seguito della disdetta per causa grave inoltrata a seguito della violazione contrattuale della datrice di lavoro.
Il giudizio pretorile ha infine concluso che nessuna prova sarebbe stata apportata dalla convenuta a dimostrazione dell’asserita pattuizione tra le parti a proposito del differimento del saldo degli stipendi arretrati fino al momento del perfezionamento di un progetto in corso e del relativo incasso dell’onorario, che avrebbe permesso all’azienda di superare le difficoltà finanziarie alla base del ritardo nel pagamento del salario a tutti i dipendenti.
3.
L’appellante rimprovera al Pretore aggiunto di aver riconosciuto un credito a favore dell’attore per salari arretrati sulla base della sottoscrizione dello schema riassuntivo degli arretrati (doc. E) allestito dal dipendente il 5 giugno 2014. L’accertamento pretorile sarebbe errato siccome essa, con la sottoscrizione di quel documento, non firmava un riconoscimento di debito, bensì “
vistava unicamente il resoconto attoreo dei salari, senza alcun obbligo di rimborsare la predetta s
omma” (appello, pag. 6 n. 2). Il Pretore aggiunto avrebbe quindi a torto conferito al documento il valore di riconoscimento di debito ai sensi dell’art. 17 CO.
L’appellante contesta pure la conclusione pretorile, qualificata come errata e arbitraria, secondo la quale la pretesa a titolo di salari non sarebbe stata da lei contestata; al contrario essa avrebbe più volte indicato negli allegati di causa di ritenere che nulla fosse più dovuto al dipendente. Il Pretore aggiunto avrebbe quindi violato l’art. 8 CC per non aver posto a carico dell’attore l’onere della prova in merito alla circostanza “
di aver adempiuto alle proprie ore lavorative settimanali come da contratto
” (appello, pag. 7 n. 3).
Le censure non possono essere accolte.
Il Pretore aggiunto ha infatti correttamente rilevato l’assenza di una contestazione. Seppur in modo succinto, ma comunque conforme alle esigenze di motivazione, il primo giudice ha interpretato il conteggio sottoscritto dalle parti secondo il suo chiaro e univoco significato, ovvero quale riconoscimento da parte della datrice di lavoro dei saldi aggiornati mensilmente, da aprile 2013 fino al “
saldo corrente
” al 31 maggio, rispettivamente fino al 12 settembre 2014 (doc. E).
L’appellante si contraddice ed è ai limiti della malafede quando pretende di dare un altro significato a tale accordo scritto e nel contempo riconosce di aver versato solo una parte dello stipendio invocando l’esistenza di un accordo tacito per il versamento della differenza in un secondo tempo.
La deduzione pretorile merita conferma. Infatti, la correttezza dei conteggi salariali e dell’ammontare delle pretese arretrate formulate a più riprese dal dipendente non risulta essere stata contestata nella corrispondenza scambiata tra le parti prima dell’avvio della causa. La datrice di lavoro si è in tal frangente limitata a opporre la conclusione di un accordo che differiva l’esigibilità del credito, senza contestarne l’esistenza e l’entità. Pure nelle comparse in causa la convenuta ha insistito nel rivendicare l’esistenza di un tale accordo di differimento, proponendo per la prima volta, non senza contraddizione e lacune allegatorie, il rimprovero al dipendente di non aver lavorato a tempo pieno, ma solo in una percentuale quantificata nel 42.7%, per invocare una non meglio quantificata conseguente riduzione delle pretese salariali maturate negli anni e riconoscere un saldo a suo favore di soli fr. 23'895.65.
Viste le circostanze, è a ragione che il Pretore aggiunto ha ritenuto presunto l’adempimento degli obblighi lavorativi del dipendente, deducibile già per il fatto che la datrice di lavoro abbia proseguito la collaborazione senza mai nulla rilevare al proposito. Giustamente il giudice di prime cure ha quindi posto a carico della convenuta l’onere probatorio in merito alle circostanze da questa invocate per sovvertire tale presunzione, rimaste però allo stadio di generiche affermazioni altresì prive di riscontro.
4.
L’appellante rimprovera al primo giudice di non aver ritenuto fondata e provata l’obiezione secondo la quale “
i salari erano da corrispondere in base al successo del progetto di edificazione dello stabilimento industriale di _
” (appello, pag. 7 n. 4). L’istruttoria avrebbe infatti provato che l’attore ha lavorato su tale progetto e che le difficoltà nell’incasso dell’onorario, ammontante a vari milioni, erano alla base del mancato regolare pagamento dei salari di tutti i dipendenti dell’azienda, come loro spiegato e da questi accettato, nella prospettiva di continuare a lavorare per vedersi un giorno pagare il saldo degli stipendi arretrati.
L’appellante pretende che da tali circostanze emergerebbe la prova della pattuizione di una riduzione del salario per atti concludenti e che “
l’accettazione della riduzione è data dal fatto che i dipendenti rimasti, fra cui l’attore, sapevano che in caso di incasso per il progetto _ avrebbero ricevuto i loro salari arretrati. Per questo motivo hanno continuato a lavorare (cfr. teste F_, deposizione V_). Da qui l’accordo fra le parti (cfr. teste P_)”
(appello, pag. 8 n. 4). Sarebbe quindi provato che “
i responsabili della convenuta comunicarono il differimento dell’esigibilità del salario, con conseguente riduzione del salario. Se poi tale proposta fu accettata o meno, lo si desume dal comportamento stesso dei dipendenti: alcuni si licenziarono altri no, come lo stesso attore, che ha continuato a lavorare per ben 2 anni a salario differito e quindi ridotto
” (appello, pag. 9 n. 4).
Non essendo ancora giunto a conclusione il progetto denominato “_”, i salari non sarebbero ancora divenuti esigibili (art. 323 CO) e nulla sarebbe più dovuto.
La censura, qui riproposta testualmente per farne emergere la contraddittorietà già dal punto di vista terminologico, è priva di senso logico. L’appellante pretende infatti che il pagamento di una parte della pretesa salariale maturata dai lavoratori secondo il contratto sia stato differito, ciò che implica perlomeno che anche questa parte di salario sia pacificamente dovuta e quindi il credito esistente, sebbene non ancora esigibile. Tale scenario collide però con la pretesa pattuizione di una riduzione di stipendio, dalla quale deriverebbe invece che il salario effettivamente versato ai dipendenti sia il totale di quanto dovuto, secondo il modificato contratto di lavoro.
La contraddittoria censura dell’appellante non è atta a scalfire la conclusione del Pretore aggiunto in merito alla carenza probatoria a proposito dell’asserita pattuizione del differimento.
5.
Va abbondanzialmente rilevato come in ogni caso, anche se un simile accordo fosse stato adeguatamente provato, questo sarebbe comunque da ritenere nullo, siccome contrario all’art. 341 CO che impedisce al lavoratore di rinunciare ai crediti salariali, non potendosi subordinare la corresponsione del compenso del lavoratore a circostanze che esulano dall’adempimento dei suoi doveri professionali e rientrano piuttosto nella sfera dei rischi aziendali, quali l’incasso di fatture e la risoluzione di problemi di liquidità della società. Ai sensi dell’art. 323 cpv. 1 CO il salario del dipendente è da considerare esigibile al termine di ogni mese.
6.
L’appellante cita la sentenza 11 aprile 2006 di questa Camera (inc. n. 12.2005.68) a sostegno della validità dell’invocato accordo tacito di riduzione salariale. Sennonché tale giudizio riguardava tutt’altra fattispecie a proposito del tema della riduzione salariale; una corrispondenza con quella qui in esame è peraltro ravvisabile a proposito dell’inconciliabilità di una rinuncia alle pretese salariali con i principi che discendono dall’art. 341 CO (considerando 2.4 di quel giudizio).
7.
L’appellante contesta infine la conclusione del Pretore aggiunto che avrebbe erroneamente riconosciuto le pretese salariali per i mesi da settembre a novembre 2014 per complessivi fr. 19'341.75 netti. A fronte di un consensuale scioglimento del rapporto di impiego per atti concludenti con effetto immediato a partire dal 23 settembre 2014 nulla sarebbe infatti più dovuto.
La censura è infondata. Anzitutto poiché, anche sulla base delle circostanze invocate dall’appellante, il dipendente avrebbe perlomeno diritto alla remunerazione dal 12 al 23 settembre 2014, siccome questo periodo non era pacificamente compreso nel conteggio doc. E.
La tesi non può comunque essere accolta nemmeno per le ulteriori pretese salariali, siccome presuppone, a torto, che la datrice di lavoro non fosse stata in mora con il pagamento delle spettanze salariali al momento della disdetta del contratto. Ma la situazione di mora non può essere in buona fede contestata perlomeno per la somma di fr. 23'895.65 successivamente riconosciuta e versata dalla convenuta. Cadono pertanto nel vuoto tutte le considerazioni dell’appellante in merito alle intenzioni del dipendente e alla sua mancata presentazione sul posto di lavoro in relazione all’applicazione dell’art. 335 CO e al licenziamento in tronco con perdita di diritto alla remunerazione.
8.
Ne discende che l’appello della convenuta deve essere respinto, nei limiti della sua ricevibilità e la decisione impugnata confermata.
Le spese processuali e le ripetibili seguono la soccombenza (art. 106 CPC) e sono calcolate tenendo conto del valore ancora litigioso di fr. 102'787.85.