Decision ID: 0e21e1fe-21c4-5fa1-ba8f-a1d68d94f8a7
Year: 2000
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto:
A. _
ha lavorato per la convenuta in qualità di perito radiometrico SPG 96.1 + P dal 1 giugno 1996 al 30 settembre 1996, data in cui egli è stato licenziato.
A motivare il licenziamento vi sarebbero state le numerose assenze dovute ad un corso di economia aziendale a _ che l'istante seguiva in parallelo al suo impiego.
B.
Con lettera 29 ottobre 1996 _ si è opposto alla disdetta nonché all'intenzione della convenuta di liquidare il rapporto mediante il versamento di fr. 8'530,70 pari al salario di settembre e il prorata di 13a, per tre mesi. Egli faceva invece valere un credito di ulteriori fr. 16'875.-, corrispondenti al salario dei mesi di ottobre, novembre oltre alla pro rata della tredicesima. Non avendo la ditta provveduto a riconoscere le sue pretese, anzi replicando all'istante con una serie di accuse, tra cui l'aver percepito indennità AD contemporaneamente al salario e l'aver violato le regole in materia di concorrenza, l'8 aprile 1997 _ ha avviato l'azione giudiziaria. Egli chiede in sostanza la condanna della convenuta al pagamento di fr. 16'875.- oltre ad un importo da fissarsi dal giudice per disdetta ingiustificata ed abusiva; chiede inoltre l'accertamento della cessazione del divieto di concorrenza previsto dal contratto.
C.
Nel giudizio qui impugnato, il Segretario assessore ha ritenuto che la convenuta avesse licenziato immediatamente per cause gravi, ai sensi dell'art. 337 CO, l'istante ma, non avendo essa dimostrato tali cause e, in particolare, di aver contestato le di lui assenze dal lavoro, il licenziamento immediato non si giustificava. Ha dunque condannato la convenuta a versare le indennità di cui al cpv. 1 dell'art. 337c CO nella misura di Fr. 15'000.- lordi per gli stipendi di ottobre e novembre e di Fr. 1'875.- per quota parte di tredicesima e quella per licenziamento ingiustificato di cui al cpv. 3 della stessa norma determinata in Fr. 1'000.-. Ha invece respinto, siccome infondata, la richiesta dell'istante tesa alla constatazione della cessazione del divieto di concorrenza.
D.
Con l'appello in rassegna la convenuta sostiene che, diversamente da quanto stabilito dal primo giudice, quella in esame sarebbe una valida disdetta data durante il periodo di prova. Inoltre essa adduce di non essere stata informata circa la reale frequenza del corso. Il comportamento dell'impiegato, il quale avrebbe abusato della situazione equivoca venutasi a creare, condurrebbe alla violazione dei dettami di cui all'art. 321a CO. Ribadisce inoltre la tesi per cui l'istante avrebbe percepito nel medesimo periodo le indennità AD ed il salario, conseguendone un sovrindennizzo ingiustificato. Onde verificare questo fatto l'appellante chiede l'edizione del dossier dell'Ing. _ per l'anno 1996 dalla _, edizione rifiutata dal Segretario assessore con decisione sulle prove del 30 ottobre 1998. Infine è contestato l'ammontare del pro rata di tredicesima assegnata all'istante col giudizio di prime cure.
E.
Delle argomentazioni del resistente -che si oppone al gravame protestando spese e ripetibili- si dirà, per quanto necessario, nei successivi considerandi.

Considerato
in diritto:
1.
In primo luogo, la ricorrente contesta che la disdetta in esame abbia carattere straordinario, giusta l'art. 337 CO, così come ritenuto dal primo giudice. La disdetta 30 settembre 1996 (doc. G), redatta nei seguenti termini:
"Visto e considerato inoltre che Lei è impegnato in ulteriori studi e che gli stessi La impegnano molto più che presso la nostra ditta, riteniamo opportuno disdirle il contratto per fine di questo mese in quanto sinora è stato presente presso di noi 22 giorni lavorativi in giugno 3 giorni in luglio 22 in agosto e 15 in settembre, per un totale di 62 giorni lavorativi sull'arco di 4 mesi"
potrebbe far pensare ad un'intenzione di risoluzione immediata per gravi motivi ma la datrice di lavoro non l'ha voluta in questo senso ed il lavoratore non l'ha intesa tale. Quest'ultimo, infatti, ha richiamato l'art. 337c CO solo in sede di istanza e per di più a titolo eventuale mentre la convenuta ha sostenuto che la risoluzione del contratto rientrava ancora nel periodo di prova.
Le conclusioni scritte di entrambe le parti non fanno cenno alcuno a motivi gravi di risoluzione del contratto di lavoro.
Ne discende che il primo giudice ha voluto evidenziare una situazione che le parti hanno escluso e che non hanno mai voluto come tale e la risoluzione del contratto di lavoro va quindi affrontata in modo completamente diverso, ossia a sapere se la disdetta è avvenuta ancora durante il periodo di prova.
1.1
L'appellante, al proposito, sostiene
che lo stesso era stato contrattualmente fissato a 3 mesi di durata, pari a 66 giornate lavorative, mentre l'istante avrebbe invece cumulato solo 62 giorni di lavoro effettivo. Ne conseguirebbe che il periodo di prova non era ancora terminato e dunque la disdetta era certamente valida per il termine indicato di fine settembre, ossequiando la stessa i precetti dell'art. 335b cpv. 1 CO.
Tale ragionamento è però errato, considerato che la computazione dei giorni durante il tempo di prova deve essere fatta altrimenti.
Di principio, infatti, la durata del periodo di prova è calcolata in base ai giorni del calendario e questo a prescindere dai giorni effettivi di lavoro svolto (
Staehlin/Vischer
, OR Zürcher Kommentar, ad. art. 335b CO, N. 5). Essendo questa normativa di diritto dispositivo, le parti possono modificare, in forma scritta, il regime del conteggio del periodo di prova: per esempio non facendovi rientrare i sabati e le domeniche. In ogni evenienza, queste variazioni non possono prolungare il periodo di prova oltre i 3 mesi contati secondo il calendario, salvo nei casi enumerati esaustivamente al capoverso 3 dell'art. 335b CO (
Staehlin/Vischer
, op. cit., ad art. 335b CO, N. 13;
Brunner/Bühler/Wäber
, Commentaire du contrat de travail, ad art. 335b CO, N. 2).
Ora, visto che tra le parti in causa il periodo di prova doveva durare 3 mesi, è escluso che si fosse potuto prevedere altri motivi di prolungamento -ma neppure lo si è fatto- al di fuori di quelli già enumerati all'art. 335b cpv. 3 CO. Considerato che tali circostanze non concernono la presente fattispecie si deve concludere che la disdetta non è stata data durante il periodo di prova che, correttamente, veniva a scadenza a fine agosto.
2.
La rescissione del contratto, essendo stata così notificata dopo il periodo di prova, va valutata nell'ambito del regime della disdetta ordinaria e la sola disposizione applicabile alla fattispecie è quindi l'art. 335c CO. Essa prevede che il rapporto di lavoro può essere rescisso nel primo anno di servizio per la fine di un mese con preavviso di un mese.
Come risulta dall'istruttoria l'appellato ha preso atto del licenziamento il 3 ottobre 1996. Il mese di preavviso scadeva dunque il 3 novembre 1996 mentre la disdetta ha espletato pieni effetti alla fine del mese di novembre. Considerato che all'istante sono stati pagati unicamente lo stipendio di settembre 1996 e 3 mesi di 13a l'appellante deve all'istante, in virtù dell'art. 335c cpv. 1 CO ancora due mesi di stipendio (ottobre e novembre 1996) con la relativa parte di tredicesima così come, del resto, stabilito dal primo giudice pur attraverso altro percorso di ragionamento.
2.1
Per quanto riguarda la quota parte di tredicesima ancora dovuta l'appellante è malvenuta quando sostiene che l'ammontare della quota parte di tredicesima riconosciuta all'istante nella sentenza di prime cure (fr. 1'875.-) ecceda di fr. 625.- quanto realmente dovuto.
Dal doc. G si evince che l'istante ha ricevuto dalla datrice di lavoro fr. 8'530,70 quale saldo di tutte le prestazioni, ovvero lo stipendio di settembre 1996 (fr. 7'500.-) e il pro rata relativo a tre mesi di 13a. Ora, così come risulta agli atti, questo conteggio è errato poiché la somma del pro rata di 3 mesi di 13a è di fr. 1'875.- e non di fr. 1'030,70.Senza poi calcolare la 13a per il mese di luglio 1996, pari a fr. 81.70, misconosciuta dalla ditta. Il disavanzo a favore dell'istante era così di fr. 926.- Da questi dati l'istante era dunque in diritto di chiedere, oltre ai 2 mesi di salario e la relativa quota parte di 13a, anche fr. 926.- relativi alla liquidazione dei 4 mesi passati alle dipendenze dell'appellante, per un totale di fr. 17'176.-.
L'istante, chiedendo fr. 16'875, ha contestato implicitamente la liquidazione sub doc. G domandando in pratica fr. 625.- in più rispetto a quanto effettivamente corrisposto dalla datrice di lavoro.
Come visto l'istante, oltre a quanto domandato, avrebbe potuto pretendere ancora fr. 301.-, cosa che non ha fatto, ma che rende manifestamente infondata la censura della ricorrente.
2.2.
L'appellante rimprovera inoltre al giudice di non aver imputato le indennità AD sulla somma che è stata condannata a pagare con il giudizio di prime cure.