Decision ID: f324c2e6-69cb-5384-ba5b-ab3a64d205b9
Year: 2017
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto
a.
In data 24.11.2010 RE 1 è stato condannato dalla Corte delle assise criminali alla pena detentiva a vita, siccome riconosciuto colpevole di assassinio e di interruzione punibile della gravidanza. Nei suoi confronti è stato altresì ordinato il trattamento ambulatoriale ex art. 63 CP, da eseguirsi in sede di espiazione di pena (inc. TPC 72.2010.110).
Condanna questa confermata dalla Corte di appello e di revisione penale il 24.05.2011 (inc. CARP 17.2011.3), e che successivamente è passata in giudicato, non essendo stata ulteriormente impugnata.
Il 25.11.2010 il reclamante è stato trasferito dal carcere giudiziario La Farera al carcere penale La Stampa per l’espiazione della pena.
b.
Nel luglio 2012 è iniziata l’elaborazione del Piano di esecuzione della pena (PES), che per finire è stato approvato nel luglio 2013, e al quale anche il qui reclamante ha aderito osservando di porre “
unica riserva, nella fase 3, la data del possibile trasferimento oltre Gottardo. Al momento mi è molto difficile prevedere una partenza e tantomeno una data. È comunque una possibilità che prenderò in considerazione
” (PES del 24.07.2012, doc. 7, allegato al ricorso 11.03.2016 di RE 1, all. 8, inc. della Divisione della giustizia).
Il PES è poi stato aggiornato nel maggio 2014 e nel novembre 2014, per essere poi approvato dalle autorità interessate nel dicembre 2014 (non da RE 1 a quel momento).
c.
Nel frattempo, in data 6.02.2014 alla Direzione delle strutture carcerarie è pervenuto il rapporto 6.11.2013 del Centro Sistemi Informativi, dal quale emergeva che il PC dato in locazione a RE 1 era stato sovrascritto in modo da poter accedere ad Internet tramite chiavetta USB ed utilizzare tutti i permessi propri all’Amministrazione (procedimento disciplinare 26.06.2014, all. al doc. 14 allegato al ricorso 11.03.2016 di RE 1, all. 8, inc. della Divisione della giustizia).
d.
In data 6.05.2014 RE 1 ha fatto domanda per un congedo interno presso la casa “La Silva”, al fine di incontrarsi il 15.06.2014 con l’amica _. Domanda questa respinta dalla Direzione delle strutture carcerarie, “
essendo
(la donna, ndr)
venuta in visita solo 2 volte”,
per cui
“è applicabile prima un colloquio gastronomico
” (domanda congedo interno “La Silva”, all. 15 al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8 inc. Divisione della giustizia).
e.
Il 5.06.2014 il qui reclamante ha quindi richiesto un colloquio gastronomico per il 22.06.2014 con l’amica _. Lo stesso è stato dapprima accolto e poi annullato “
per sovrapposizione con altra programmazione
”.
f.
Per il 15.06.2014 RE 1 ha fatto nuova domanda di congedo interno presso la casa “La Silva” da trascorrere con l’amica _ e con i propri genitori, che per finire gli è stato concesso “
in via eccezionale e univoca
” dalla Direzione, visto l’accavallarsi del colloquio gastronomico con altro detenuto “
ma solo e per l’intera durata se presenti entrambi i genitori
” (domanda congedo interno “La Silva”, doc. 17 allegato al
ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8, inc. Divisione della giustizia).
Con scritto 11.06.2014 il patrocinatore del reclamante ha contestato, in quanto ingiustificata e discriminante, quest’ultima condizione, postulando l’autorizzazione del suddetto congedo senza la citata condizione “
arbitraria e nemmeno contemplata nel regolamento relativo alla casetta SILVA
” (scritto 11.06.2014 dell’avv. _
, doc. 18 allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8, inc. Divisione della giustizia)
.
g.
Il 12.06.2014, in risposta allo scritto 11.06.2014, l’allora Direttore delle strutture carcerarie _ – richiamando l’art. 3 del Regolamento 1.01.2013 del Congedo interno La Silva – ha spiegato che “
i visitatori devono essere famigliari o persone che da tempo intrattengono con il detenuto vincoli affettivi degni di essere salvaguardati
”. Pertanto “
la Direzione, in applicazione del principio di apprezzamento che le compete anche in applicazione dell’art. 56 Regolamento delle strutture carcerarie al quale l’art. 57 rinvia, applicabile a tutti i detenuti, ha valutato che 2 sole visite in Penitenziario da parte della signora _, a prescindere dal rapporto precedentemente esistente fra gli interessati, fosse insufficiente per assurgere a vincolo affettivo degno di essere salvaguardato. Per questa ragione la presenza dei genitori è stata considerata come elemento avvalorante il vincolo affettivo richiesto. Lo stesso, per essere ritenuto tale, dovrà in futuro basarsi su regolari e periodiche viste
(recte: visite, ndr)
ordinarie della signora _
” (scritto 12.06.2014 della Direzione SCC, doc. 19 allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8, inc. Divisione della giustizia).
h.
Sentito il 25.06.2014, alla presenza del Capo servizio assistito da un collaboratore del PCT, RE 1 ha ammesso
“di essere stato in possesso di un PC manomesso, ma che la manomissione per la navigazione in Internet sarebbe stata effettuata da un codetenuto, il quale gli imprestava, secondo disponibilità, due pennette USB per navigare in Internet e ciò gli permetteva oltre a sentire musica ed a scaricare alcuni brani, di mantenere i contatti con il mondo esterno tramite conversazioni con Skype ed in un primo tempo tramite un profilo facebook poi soppresso; navigazione che sarebbe durata circa 8 mesi
” (procedimento disciplinare 26.06.2014 della Direzione SCC, p. 1, doc. 14 allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8, inc. Divisione della giustizia).
i.
Di conseguenza, in data 26.06.2014, “
rilevato come un simile comportamento non possa essere tollerato, in quanto grazie alla manomissione del PC e relativi programmi, si è resa possibile la navigazione in internet tramite l’utilizzo di una pennetta volta alla navigazione”
e rilevato altresì “
come il possesso di materiale informatico proibito e l’utilizzo dello stesso per la navigazione in internet con contatti esterni costituisce infrazione disciplinare ai sensi dell’art. 48, 59 e 84 cpv. 1 lett. f) e i) RSC
” RE 1 è stato sanzionato con 5 giorni di isolamento cellulare di rigore (eseguiti dall’11.07.2014 al 16.07.2014), oltre al divieto di usare un PC per un periodo di 12 mesi dalla data della decisione disciplinare (procedimento disciplinare 26.06.2014 della Direzione SCC, p. 1, doc. 14 allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8, inc. Divisione della giustizia).
j.
Con scritto 30.06.2014 RE 1 si è aggravato davanti alla Divisione della giustizia contro il suddetto provvedimento disciplinare. Egli ha in particolare censurato l’eccessiva e discriminante durata del divieto di utilizzo del PC. La stessa andrebbe, a suo dire, ridotta di 9 mesi (come avviene col computo del carcere preventivo sofferto sulla pena), per tener conto che il PC gli sarebbe già stato ritirato dal 25.09.2013. Altrimenti egli ne verrebbe complessivamente privato per 21 mesi. PC, ha egli evidenziato, che gli servirebbe per studiare una lingua straniera mediante l’ascolto di un CD-Rom.
Egli ha inoltre chiesto all’Autorità superiore una rivalutazione dei 5 giorni di isolamento in cella di rigore inflittigli, visto che rientrerebbe nell’art. 85 cpv. 1 lit. f RSC ossia fra le sanzioni più severe, previste per le infrazioni più gravi, come, a suo avviso, sarebbe il caso per aggressioni o uso e spaccio di sostanze stupefacenti, e non per l’uso improprio di un PC. L’art. 49 cpv. 2 RSC permetterebbe d’altronde ai carcerati di mantenere contatti con l’esterno, anche via rete elettronica (lit. d), in contrapposizione con l’art. 59 RSC (divieto d’accesso alla rete informatica e scambio di dati) [procedimento disciplinare 26.06.2014 della Direzione SCC, p. 1, doc. 14 allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8, inc. Divisione della giustizia].
Da quanto in atti non emerge sia stata emanata una decisione/presa di posizione a questo merito da parte dell’Autorità amministrativa superiore interpellata.
k.
Con decisione 12.09.2014 il Dipartimento della sanità e socialità ha revocato per tempo indeterminato a RE 1 l’autorizzazione al libero esercizio della professione, rilasciatagli il 12.11.2003.
l.
In data 4.10.2014 RE 1 ha svolto un colloquio gastronomico con l’amica _ (replica 13.02.2016 di RE 1 alla Divisione della giustizia, doc. 28, e lettera 9.01.2015 di _, doc. 20, allegati al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8 inc. Divisione della giustizia).
m.
Con osservazioni 10.05.2015 al Direttore delle strutture carcerarie (con copia al dr. _, all’avv. _, all’operatrice sociale di riferimento _, all’avv. Giorgio Battaglioni, allora capo della Divisione della giustizia e rappresentante l’autorità di esecuzione della pena competente ad approvare il PES) RE 1 ha contestato alcuni punti del PES (modificato nel maggio risp. novembre 2014), evidenziando di non averlo sottoscritto poiché non gli sarebbero stati sottoposti in visione gli aggiornamenti apportati a tale piano. Ha contestato l’ivi descritta sua personalità, secondo cui non mostrerebbe sofferenza, riconoscimento ed elaborazione del reato commesso, evidenziando l’importante lavoro svolto al proposito su di sé con il dr. _ mediante regolare terapia (dapprima imposta dalla Corte del merito e dal novembre 2012 su base volontaria). Mancanza nel PES questa che egli ha ipotizzato essere dovuta ”
per errore
” o “
malinteso
” o “
sono state malauguratamente ed inopportunamente scritte considerazioni prive di supporto oggettivo
”.
Ha altresì contestato di essere un manipolatore, di non accettare le decisioni e di non avere ancora avuto modo di elaborare la frustrazione e le azioni commesse. Al proposito ha evidenziato il lungo e duro lavoro personale svolto con i terapeuti nonché il suo serio impegno per essere una persona migliore e trovare le risposte a quanto da lui fatto. Si è pure detto di non comprendere perché il PES avrebbe omesso di considerare la sua sofferenza e i suoi crolli emotivi, di cui l’operatrice sociale di riferimento, _, ne sarebbe stata a suo dire testimone. Al proposito egli ha asserito di augurarsi che si sia trattato di un “
malinteso
”, di un “
fraintendimento evidente
”, e non di “
una grave mancanza di oggettività e di professionalità
”.
Pure ha contestato di essere “strumentale nelle relazioni”, tant’è che a suo dire a 5 anni di distanza dai fatti non avrebbe alcuna relazione né diretta né indiretta con il proprio figlio, e per il resto si troverebbe “al palo“ per ogni sua richiesta (professione, formazione, progetto futuro, Silva, ecc.).
Infine del PES ha rilevato: che, così come formulato, lo obbligherebbe a seguire un trattamento ambulatoriale sebbene, per decisione 9.11.2012 del giudice dei provvedimenti, un’imposizione di questo tipo gli sarebbe stata tolta; che gli ivi riportati termini di esecuzione dovrebbero sgorgare da una decisione del giudice dei provvedimenti coercitivi; che i legami col nostro territorio (per la presenza dei propri familiari e diversi colleghi sin d’ora disposti ad offrirgli un posto di lavoro) sono da considerarsi estremamente positivi nell’ottica della progressione ed il reinserimento, invece nel PES gli verrebbe rimproverato di addurre legami con la famiglia d’origine per non uscire dal Ticino e proporre un progetto realista e di rimanere ancorato alle strutture carcerarie cantonali; che il blocco deciso dal Dipartimento della sanità e della salute impedisce l’esercizio della sua professione come indipendente ma non lo svolgimento della stessa come dipendente.
In conclusione ha chiesto di venire coinvolto nell’elaborazione del PES, segnatamente di desiderare di “
collaborare sia alla stesura del PES, come è prassi in Ticino, sia alla stesura di un progetto di detenzione, progressione e reinserimento che oggi, mio malgrado non esiste ancora, o nel caso in cui ci fosse non sarebbe stato discusso col sottoscritto né terrebbe conto delle mie opinioni (...). Non ho la presunzione di non accettare le decisioni o le eventuali critiche costruttive, ma ho la grande libertà di non condividere dati, decisioni, critiche o quanto altro sia privo di basi oggettive
” (osservazioni al PES 10.05.2015, p. 6-7).
n.
Dalla documentazione allegata al ricorso 11.03.2016 presentato dal patrocinatore di RE 1 alla Divisione della giustizia contro la decisione 1.03.2016 di trasferimento in un altro penitenziario fuori cantone della Direzione delle strutture carcerarie (contenuta nell’incarto prodotto dalla Divisione della giustizia), emerge inoltre, fra l’altro, uno scambio epistolare avvenuto tra il gennaio 2015 e il gennaio 2016 (con in genere copia ai capiarte interessati, all’operatrice di riferimento, evtl. al proprio patrocinatore, alla Divisione della giustizia) in merito all’ottenimento dell’autorizzazione per il congedo interno La Silva da trascorrere con l’amica _.
Autorizzazione che ripetutamente non gli è stata concessa dalla Direzione delle strutture carcerarie, in quanto ritenuta una relazione non preesistente alla di lui carcerazione.
o.
Con scritti 23.01.2016 RE 1 ha presentato reclamo davanti alla Divisione della giustizia contro l’operato della Direzione delle strutture carcerarie
–
in relazione alla questione del congedo interno La Silva
–
, premettendo di essere disposto a ritirarlo, qualora “
il direttor _ farà chiarezza in tempi brevi (...). In caso contrario vi invito ad intervenire
” (scritto 23.01.2016 alla Divisione della giustizia).
In sintesi il reclamante nel gravame, facendo l’elenco delle norme applicabili e riportandone il testo, ha contestato che la motivazione addotta dalla Direzione delle strutture carcerarie alla base del rifiuto di autorizzare il congedo interno La Silva (“
relazioni preesistenti alla carcerazione
”) non sgorgherebbe dalle norme applicabili citate, ma sarebbe frutto dell’opinione personale (errata) e del pregiudizio della Direzione nei confronti della sua amica _.
Ha lamentato la prassi della Direzione di non redigere verbali degli incontri avvenuti, di non ricevere copia dei preavvisi richiesti all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa a suo riguardo, e di essere vittima di una disparità di trattamento rispetto ad altri detenuti, circa la concessione dei congedi interni La Silva, situazione questa sulla quale egli ha chiesto in primis alla Direzione di voler fare chiarezza.
Ha quindi sottolineato che “
reiterare le mie richieste, anche a istanze differenti, è solo frutto di questa situazione, alquanto spiacevole da voi
(dalla Direzione delle strutture carcerarie, ndr)
creata
” (scritto 23.01.2016 alla Direzione delle strutture carcerarie, p. 2, doc. 27, allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8 inc. Divisione della giustizia).
Il
reclamo 23.01.2016 è stato inviato in copia da RE 1 alla Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione, Bellinzona, al proprio patrocinatore, al Capo Agenti e all’operatrice di riferimento, _.
Nelle osservazioni di replica 13.02.2016 alla Divisione della giustizia RE 1 ha altresì spiegato che “
il ricorso è contro l’operato della direzione e non contro la decisione in sé. I motivi e i modi delle decisioni prese dalla direzione nei miei confronti sono discriminanti e lontani dal RSC e soprattutto da quanto viene applicato ad altri detenuti. Il reclamo del 17.12.14 era stato inoltrato poiché già allora le motivazioni erano mutevoli, sempre diverse e non riscontrabili su regolamenti e/o Codice Penale. Ad oggi le motivazioni verbali, e le poche scritte, trovano tra esse un’incoerenza che ha dell’incredibile
”.
Riprendendo le censure sollevate nel suo reclamo RE 1 ha precisato, una volta ricevuta copia di un preavviso dell’Ufficio di patronato, di aver “
scoperto
” la firma del proprio Capoarte, che da lui interpellato gli avrebbe riferito di non essere stato in realtà contattato e di non aver apposto la propria firma sul documento. Pure nello stesso sarebbe stato indicato “
sentita l’opinione del dr. _
”, allorquando, secondo il reclamante, il medico specialista avrebbe negato qualunque contatto o richiesta di parere circa il reclamante. Da qui la censura di falso ventilata da RE 1, che chiede di verificare e di determinare chi ne abbia responsabilità.
Egli ha infine ribadito un trattamento discriminatorio e un’accanimento da parte della Direzione nei suoi confronti, così che ha chiesto alla Divisione della giustizia di “
intervenire a determinare i confini sul
«
vasto margine di apprezzamento
»
della direzione, poiché palesemente incapace di gestirli, soprattutto nei miei confronti
” (osservazioni di replica 13.02.2016, doc. 28, - inviato in copia all’avv. _ e alla Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione, Bellinzona
–
, allegato al ricorso 11.03.2014 di RE 1, all. 8 inc. Divisione della giustizia).
p.
Nel contempo con decisione 1.03.2016 la Direzione delle strutture carcerarie ha ordinato il trasferimento di RE 1 presso il Penitenziario di _, a far tempo dal 2.03.2016._
Rilevato come tale provvedimento sia conforme alla Fase 3 del PES (approvato nel luglio 2013), in cui verrebbe evidenziato che la permanenza presso il carcere penale La Stampa, e in particolare in Ticino, non permetterebbe un’evoluzione personale del reclamante, la Direzione ha ricondotto il trasferimento a motivi di ordine interno e di sicurezza conformemente all’art. 86 lit. b cifra 4 RSC, adducendo in particolare che:
-
il reclamante avrebbe infranto la fiducia della Direzione e messo in pericolo la sicurezza interna del Penitenziario, in quanto grazie alla manomissione di un PC e dei relativi programmi nonché al possesso di materiale informatico proibito, mediante due pennette USB per navigare in Internet, era riuscito oltre che a sentire musica e a scaricare alcuni brani, a mantenere i contatti con il mondo esterno tramite conversazioni via Skype e tramite un profilo Facebook (poi soppresso) durante 8 mesi; ciò per cui egli è stato sanzionato disciplinarmente;
-
malgrado la decisione negativa circa la concessione di un congedo interno La Silva da trascorrere con l’amica _, egli avrebbe continuato a reiterare la medesima richiesta, mettendo oltretutto in dubbio l’operato della Direzione, sebbene quest’ultima (a proprio dire) avesse “
sempre applicato indistintamente a tutti i detenuti le regole con cognizione di causa e in modo oggettivo
”;
-
egli faticherebbe ad accettare ogni decisione contraria ai suoi intendimenti e a nulla sarebbero valsi i numerosi incontri chiarificatori avuti con la Direzione e con le altre autorità interessate; egli avrebbe continuato ad interpellare in modo indipendente i vari interlocutori, coinvolgendo financo autorità non competenti, nel tentativo di raggiungere il proprio scopo, ovverossia di farsi autorizzare il postulato congedo interno La Silva con l’amica _;
-
egli continuerebbe a reiterare le “
medesime richieste pretestuose al limite dell’accettabile
”, e ogni qualvolta sarebbe confrontato “
con una situazione per la quale non è d’accordo, dimostra l’incapacità di rendersi conto della realtà dei fatti, aspetto che non manca di destare preoccupazione
”;
-
egli avrebbe altresì continuato ad insistere di poter esercitare la funzione di fisioterapista presso le Strutture carcerarie cantonali, malgrado la revoca da parte del competente dipartimento;
-
egli “
non sapendo più quali argomentazioni portare alle sue intenzioni
” si sarebbe permesso “
di accusare la direzione di falsificazione di firma e dei pareri medici, episodio molto grave che non può che portare alla mancanza totale di fiducia, a questo punto venuta imprescindibilmente a mancare, stato di cose a questo punto che solo un trasferimento in altra struttura carceraria può placare e risulta essere la soluzione più appropriata
”.
Circa la procedura seguita nel rendere la propria decisione, la Direzione ha precisato nel suo giudizio che “
sentito nel merito in data odierna dal vicedirettore il signor RE 1, pur comprendendo le motivazioni addotte, si dice contrario e non accetta il trasferimento, nonostante sia consapevole che questo non vieta in ogni caso alla Direzione di dar seguito a quanto deciso
”.
La decisione 1.03.2016 è stata intimata brevi manu lo stesso giorno a RE 1, il quale, in calce alla stessa, ha scritto di proprio pugno, apponendovi poi la sua firma, che “
non concordo con la presente né tantomeno con i modi di questo trasferimento che è da considerare coatto
”.
q.
Con scritto 1.03.2016 (anticipato con fax dell’1.03.2016 ore 17.38) l’avv. _, in qualità di rappresentante legale di RE 1, subito contattato da quest’ultimo telefonicamente, ha presentato “
RECLAMO/ CONTESTAZIONE E OPPOSIZIONE AL TRASFERIMENTO
” davanti alla Divisione della giustizia contro la decisione 1.03.2016 della Direzione delle strutture carcerarie “
almeno sintanto che non sarà stato effettuato un incontro davanti a questa Autorità
(la Divisione della giustizia, ndr)
che possa finalmente chiarire le continue difficoltà che, in modo abusivo, il mio assistito riscontra al Penitenziario già a partire dal Servizio del Patronato e della Direzione del carcere
”. A titolo d’esempio ha segnalato che “
malgrado le richieste del sig. RE 1 supportate anche dalla disponibilità del sottoscritto e del Dott. _, medico curante del sig. RE 1, ad un incontro tra le parti il Patronato e la Direzione si sono opposti volendo sentire il detenuto da solo. Ciò che viola crassamente i diritti del sig. RE 1, il quale ritiene che la decisione di allontanamento sia solo un tentativo di metterlo a tacere a fronte di contestazioni varie che quantomeno meriterebbero di essere affrontate in modo costruttivo e non con dei semplici diktat da parte delle summenzionate istanze
”.
Ha precisato come il suo assistito si oppone al trasferimento “
come già ampiamente indicato anche al Servizio del Patronato, alla Direzione del Penitenziario in ambito di discussione sul PES
”.
Ha quindi postulato di bloccare con effetto immediato il trasferimento sino alla crescita in giudicato della prevista decisione della Divisione della giustizia nonché di ripristinare l’effetto sospensivo contro la decisione di trasferimento; ha altresì censurato la mancata intimazione al legale e allo stesso RE 1 della decisione di trasferimento.
r.
Nel presto mattino del 2.03.2016 (segnatamente verso le ore 4.45) RE 1 è stato preso in consegna dalla ditta Securitas AG di Zurigo, che lo ha trasferito presso il Penitenziario _, mediante furgone, senza essere ammanettato e allo scopo di continuare l’espiazione della pena (ordine di traporto 2.03.2016 del Servizio Gestione Detenuti, allegato alle osservazioni 4.04.2016 della Direzione delle strutture carcerarie, all. 11, inc. della Divisione della giustizia).
s.
Con scritto 3.03.2016 alla Divisione della giustizia, l’avv. _ ha sollecitato l’invio di una copia della decisione di trasferimento.
Nel contempo ha segnalato di voler contestare “
non solo il trasferimento ma anche la modalità in cui è stata adottata la decisione senza che il mio assistito abbia potuto validamente essere sentito, non avendo egli potuto interpellare il sottoscritto se non a decisione di fatto adottata in assenza del proprio legale
”.
La postulata decisione è stata inviata dalla Divisione della giustizia il 4.03.2016 con contestuale assegnazione di un termine scadente l’11.03.2016 “
per meglio sostanziare il suo reclamo
” (scritto 4.03.2016 della Divisione della giustizia, all. 6, inc. della Divisione della giustizia).
t.
Con decisione 10.03.2016 la Divisione della giustizia “
impregiudicato il giudizio di merito
” ha respinto il ripristino dell’effetto sospensivo al reclamo 1.03.2016, “
essendo in tutta evidenza preponderanti gli interessi pubblici legati alla tutela della sicurezza e dell’ordine interno del Penitenziario cantonale per rapporto alla libertà personale del qui reclamante, detenuto in espiazione di pena da ormai lungo tempo con un Piano di esecuzione della pena che implica un trasferimento oltre Gottardo
” (decisione 10.03.2016, p. 2, all. 8, inc. della Divisione della giustizia).
u.
In data 11.03.2016 l’avv. _, ha presentato per conto del suo assistito, ricorso
–
con domanda di ripristino dell’effetto sospensivo e di assistenza giudiziaria e gratuito patrocinio
–
, contro la decisione 1.03.2016 di trasferimento resa dalla Direzione delle strutture carcerarie, esponendo nel dettaglio le proprie motivazioni.
v.
Con decisione 17.01.2017 la Divisione della giustizia ha respinto il reclamo interposto da RE 1 il 23.01.2016 contro l’operato della Direzione delle strutture carcerarie (cfr. considerando in fatto o.).
w.
In data 20.01.2016 (recte 2017) la Divisione della giustizia ha respinto (nel merito) il reclamo 1.03.2016 così come l’ivi richiesta di assistenza giudiziaria e di gratuito patrocinio.
La Divisione, dopo un breve esposto delle precedenti fasi ricorsuali, delle argomentazioni contenute nei vari allegati delle parti interessate e dopo un riepilogo della giurisprudenza e dottrina applicabili, ha in primo luogo negato una violazione in concreto del diritto di essere sentito del qui reclamante, stante che “
dagli atti si evince che, prima che venisse presa la decisione, il reclamante è stato sentito dal vicedirettore delle strutture carcerarie alla presenza di un agente di custodia. Al detenuto è quindi stata data la possibilità di comprendere le motivazioni che hanno portato alla decisione di trasferimento così come di esprimersi nel merito. Oltre ad aver potuto manifestare il proprio dissenso, si osserva che il reclamante ha firmato la decisione di trasferimento. In seguito, egli ha deciso di impugnarla, comprendendo dunque appieno la portata della stessa
” [decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 9.2, p. 4].
Parimenti ha negato la violazione del diritto del reclamante ad essere rappresentato da un avvocato, posto che “
dagli atti non risulta che il reclamante abbia richiesto espressamente la presenza del proprio patrocinatore”
e ritenuto che
“il detenuto, subito dopo essere stato sentito in merito alla decisione di trasferimento, ha potuto avvisare telefonicamente il proprio legale, il quale ha inoltrato a nome e per conto del suo cliente tempestivo reclamo
” [decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 9.3. p. 4].
L’Autorità ha nel seguito precisato che, dei “
svariati episodi a sostegno della tesi del trasferimento infondato
” sollevati dal reclamante, non sarebbe segnatamente entrata nel merito delle questioni riguardanti l’elaborazione del PES avvenuta nel 2014, la sanzione disciplinare risalente al novembre 2013
–
oltretutto cresciuta in giudicato
–
, la valutazione dell’operato dell’UAR, il congedo interno La Silva, la “
velata censura relativa all’abuso di autorità di cui all’art. 312 CP
”, la “
violazione delle garanzie costituzionali e procedurali di cui all’art. 29 Cost. per non avergli concesso l’assistenza di un medico
”, il luogo di detenzione.
Essa ha dipoi espresso il suo “
totale sconcerto
” per le “
svariate espressioni forti
“ usate dal patrocinatore del reclamante nei propri allegati, che a parere dell’Autorità conterrebbero “
insinuazioni contro l’operato delle SCC e dell’UAR, senza sostanziarle peraltro, fino ad oggi, nelle dovute sedi
” [decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 10.4., p. 6].
La Divisione della giustizia ha quindi evidenziato che “
il comportamento avuto dal detenuto precedente alla decisione di trasferimento palesa come l’espiazione della pena nel suo caso poco fosse orientata alla risocializzazione. La condotta da lui assunta
–
non collaborativo, accusatorio, oppositivo
–
denota chiaramente l’impossibilità di compiere un processo di risocializzazione che mira a correggere dei comportamenti antisociali a tutto vantaggio della sicurezza all’interno della struttura carceraria
” [decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 10.5., p. 6]. Pertanto a suo parere “
gli episodi esposti nella decisione impugnata
–
alcuni di essi già oggetto di decisione da parte della scrivente Divisione
–
palesano delle evidenti conseguenze sull’ordine interno al penitenziario come pure sulla sicurezza del personale delle Strutture carcerarie e dei detenuti. Sebbene gli elementi presi singolarmente potrebbero anche non risultare sufficienti a condurre una decisione di trasferimento in un’altra struttura di esecuzione della pena, è la complessità dei fatti e la loro visione d’insieme a determinare la condizione della difficoltà del detenuto ad adeguarsi alla vita nel penitenziario, con una conseguente concreta messa in pericolo dell’ordine interno dello stesso, che non si deve misurare unicamente con azioni fisiche violente, ma tenendo conto, come detto, anche dagli atteggiamenti volti ad ostacolare l’ordine all’interno e di conseguenza di compromettere la sicurezza in un ambiente così sensibile. Fomentare malcontento verso l’operato della Direzione, del personale penitenziario, dell’UAR, così come di membri della Direzione estendendolo ad altri detenuti, così da rendere concreto il rischio di creare disordini interni che potrebbero, se non prontamente arginati, facilmente degenerare fino a mettere in serio pericolo la sicurezza interna dell’istituto, è un atteggiamento che deve essere evitato presso un istituto penale e quindi represso da subito. La scrivente autorità ritiene pertanto che la decisione non sia viziata da arbitrio, stante che le motivazioni addotte a sostegno della stessa si basano su ragioni oggettive, sostenibili, fondate su considerazioni pertinenti. L’interesse pubblico alla sicurezza e all’ordine interno alle Strutture carcerarie è in questo caso assolutamente preponderante per rispetto all’interesse privato del reclamante”
[decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 10.5., p. 6-7]. A parere dell’Autorità amministrativa, non sarebbe nemmeno stato violato in concreto il principio di proporzionalità.
A titolo abbondanziale, la Divisione ha rilevato come al detenuto non sia garantito il diritto di scegliere la struttura carceraria in cui scontare la pena. Pertanto il fatto di godere di una ricca rete sociale e di frequenti visite da parte di parenti e amici, non costituirebbe un motivo sufficiente per favorire il mantenimento della detenzione del reclamante presso le strutture carcerarie ticinesi.
Essa ha poi giustificato l’immediata esecutività della decisione di trasferimento con “
un evidente interesse pubblico
”, facendo riferimento all’art. 74 CP secondo cui i diritti fondamentali di cui godono i detenuti possono essere limitati nella misura in cui ciò sia richiesto dalla pena o dal buon funzionamento dello stabilitmento.
Essa ha evidenziato che “
il trasferimento volto al mantenimento dell’ordine nel penitenziario non implica automaticamente che siano indispensabili particolari misure di sicurezza nel trasporto del detenuto. Dagli atti emerge chiaramente che il reclamante pur non accettando la decisione di trasferimento, non abbia opposto resistenza fisica e non si sia quindi reso necessario fare fronte ad ulteriori disposizioni di sicurezza durante il trasporto
” [decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 10.8., p. 7].
La Divisione ha infine negato la concessione della postulata assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio, posto che “
la presente procedura, legata a un trasferimento ex art. 86 RSC che appare d’acchito priva di probabilità di successo in ragione segnatamente della ponderazione degli interessi in gioco, non si fonda su argomenti prettamente giuridici che impongono l’assistenza di un legale per poter portare le proprie contestazioni in particolare fattuali, tanto più che il reclamante in passato ha dimostrato in più occasioni di saper contestare recisamente varie decisioni che lo hanno interessato
”. Nondimeno “
considerata la particolare situazione personale ed economica del reclamante, si prescinde dal prelevare la tassa di giustizia e le spese
” [decisione 20.01.2016 (recte 2017) consid. 11.2., p. 8].
x.
Con esposto 2/3.02.2017 il reclamante, tramite il proprio patrocinatore, insorge davanti a questa Corte contro la suddetta decisione della Divisione della giustizia, riformulando nel contempo la domanda di ammissione all’assistenza giudiziaria e al gratuito patrocinio, per la quale sottolinea la necessità nel caso concreto della presenza di un legale e nega che la procedura fosse di primo acchito priva di probabilità di successo.
Il reclamante censura in primo luogo un erroneo accertamento dei fatti da parte della Divisione della giustizia.
In particolare la Divisione della giustizia, nella propria decisione 20.01.2016 (recte: 2017) quali motivi giustificanti il trasferimento avrebbe in sunto indicato “
il reiterato comportamento oppositivo manifestato da quest’ultimo
[RE 1, ndr]
, contrario alle disposizioni vigenti all’interno delle Strutture carcerarie
” (reclamo 2/3.02.2017, p. 2-3).
Per contro la Direzione delle strutture carcerarie, nella propria decisione 1.03.2016, quale unico motivo della messa in pericolo dell’ordine interno e della sicurezza interna del Penitenziario, atta a giustificare il trasferimento del reclamante, avrebbe indicato l’utilizzo (e non la manomissione) di un PC per 8 mesi risalente al novembre 2013 (per il quale il reclamante è stato sanzionato disciplinarmente con 5 giorni di disolamento cellulare di rigore e con la proibizione di usare un PC per un periodo di 12 mesi).
A ciò la Direzione delle strutture carcerarie avrebbe poi aggiunto ulteriori motivi (secondari), quali l’aver reiteratamente richiesto la concessione del congedo interno La Silva con una sua amica, l’essere “
gravemente e reiteratamente insoddisfatto circa l’operato del Direttore delle SCC
”, l’aver continuato ad insistere per ottenere il permesso di esercitare l’attività di fisioterapista presso le Strutture carcerarie (malgrado la decisione di revoca del Dipartimento della sanità e socialità), l’aver accusato la Direzione di falsificazione di firma e di pareri medici (peraltro non meglio precisati) [reclamo 273.02.2017, p. 4-5].
Il reclamante osserva quindi che tutto ciò costituirebbe un semplice insistere nel formulare alcune richieste, facendo uso del proprio diritto di esprimersi e senza mettere in alcun modo in pericolo la sicurezza interna del penitenziario e/o violare particolari norme.
Censura la violazione del diritto alla parità ed equità di trattamento sancito dall’art. 29 cpv. 1 Cost., laddove il patrocinatore del reclamante ha dovuto introdurre il proprio gravame nel termine di 5 giorni, e senza nemmeno disporre della decisione della Divisione della giustizia, mentre alla Direzione delle strutture carcerarie la Divisione della giustizia avrebbe concesso due settimane di tempo (e meglio entro il termine del 30.03.2016) per formulare le proprie osservazioni. Osservazioni queste comunque da ritenere tardive poiché introdotte il 4.04.2016, e per le quali è da respingere l’argomentazione dell’Autorità amministrativa secondo cui al termine d’inoltro non sarebbe stato dato carattere perentorio.
Lamenta dipoi la violazione del diritto di essere sentito garantito dall’art. 29 cpv. 2 Cost., stante che egli non avrebbe avuto la possibilità di esprimersi prima che venisse presa la decisione di trasferimento. L’incontro con il vicedirettore delle strutture carcerarie avrebbe avuto per scopo la comunicazione della decisione di trasferimento di fatto già presa. Ciò trasparirebbe, a suo avviso, direttamente dalle motivazioni della decisione impugnata, laddove viene precisato che al reclamante è stata data la possibilità di “
liberamente esprimersi sui contenuti della decisione
” risp. “
di comprendere le motivazioni che hanno portato alla decisione di trasferimento così come di esprimersi nel merito
”. Inoltre il reclamante ha apposto la sua firma sulla decisione stessa e non su un verbale di un (ipotetico) incontro. Incontro che l’Autorità ha l’onere di dimostrare che sia realmente avvenuto e da quanto in atti, ciò non risulta sia stato il caso, vista in particolare l’assenza di un verbale di audizione.
Sostiene che la Divisione della giustizia avrebbe violato il suo diritto a partecipare all’assunzione di prove e di prenderne conoscenza, in quanto tale Autorità non avrebbe dato alcun seguito alla sua richiesta di edizione della documentazione inerente al suo trasferimento in possesso della Direzione delle strutture carcerarie, della società _ (che ha provveduto all’accompagnamento di RE 1) e del penitenziario di _. Documentazione, a suo avviso, molto importante, in quanto atta a ricostruire il momento della presa della decisione di trasferimento e quindi a stabilire la violazione del suo diritto di essere sentito. Anche in questa sede egli ne chiede l’edizione.
Contesta inoltre l’argomentazione nella decisione impugnata, secondo cui dagli atti non risulterebbe che RE 1 abbia richiesto di essere assistito da un legale.
Nel merito rimprovera in primo luogo alla Divisione della giustizia di non essere entrata nel merito di alcune allegazioni del reclamante poiché erroneamente ritenute esulare dalle motivazioni poste a fondamento del trasferimento operato dalla Direzione delle strutture carcerarie. Fra queste la sanzione disciplinare risalente al novembre 2013 sulla quale l’Autorità amministrativa avrebbe dovuto chinarsi per valutare se costituisse o meno un motivo fondato giustificante la decisione di trasferimento.
Censura nella decisione impugnata che le ivi asserite difficoltà di risocializzazione di RE 1,
– comunque contestate –
possano validamente giustificare il di lui trasferimento, posto che con il comportamento rimproveratogli (non collaborativo, accusatorio, oppositivo) egli non ha violato regole/norme/disposizioni, così da minare l’ordine interno dell’istituto carcerario.
Rimprovera quindi all’Autorità amministrativa di non aver sostanziato con quale atteggiamento/attitudine concreti e in quale occasione il reclamante abbia ostacolato l’ordine interno e fomentato malcontento fra gli altri detenuti. Motivazione quest’ultima, fra l’altro, nemmeno sostenuta dalla Direzione delle strutture carcerarie nella sua decisione 1.03.2016, bensì “creata ad arte” dalla Divisione della giustizia.
Lamenta la violazione del principio di proporzionalità, stante che “
è impensabile e finanche ridicolo fondare la decisione di trasferimento sul fatto che il reclamante ha postulato più di una volta alcune richieste oltre che su di un fatto, peraltro neppure così grave, avvenuto quasi un lustro fa
” (reclamo 2/3.02.2017, p. 15). Infatti né gli altri detenuti e nemmeno il personale di custodia sarebbero mai stati messi in pericolo dalle richieste, formulate a più riprese, da RE 1 alla Direzione. Non vi sarebbe dunque stato alcun interesse pubblico preponderante in pericolo o da tutelare atto a giustificare il trasferimento nonché l’immediata esecutività di tale decisione.
In conclusione postula l’annullamento della decisione impugnata per un erroneo accertamento dei fatti da parte della Divisione della giustizia, per la violazione delle norme costituzionali procedurali e per l’assenza in concreto di motivi di ordine e di sicurezza interni al penitenziario atti a giustificare il trasferimento del reclamante in una struttura carceraria fuori cantone.
y.
Con osservazioni 9/10.02.2017 la Direzione delle strutture carcerarie si conferma nelle proprie argomentazioni esposte nella propria duplica 11/12.05.2017 prodotta nella procedura davanti alla Divisione della giustizia; ribadisce le motivazioni alla base della decisione di trasferimento, e conclude chiedendo la reiezione del gravame e il rifiuto della concessione dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio.
z.
Con osservazioni 16/17.02.2017 la Divisione della giustizia postula la reiezione del gravame, richiamando le argomentazioni esposte oltre che nella decisione impugnata, anche quelle della duplica 11/12.05.2017 della Direzione delle strutture carcerarie nonché dell’ivi annesso scritto 8.02.2017 dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, di cui ne riporta ampio stralcio sostenendo trattarsi di “
un’analisi lucida e competente di chi ogni giorno è confrontato con i detenuti e che conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto le Strutture carcerarie prima e la scrivente Divisione dopo, hanno sempre sostenuto
” (osservazioni 16/17.02.2017 della Divisione della giustizia, p. 4).
Assevera che RE 1 “
è stato sentito dal vice direttore e da un agente di custodia prima che venisse presa la decisione
” e che l’assunzione di prove postulata dal reclamante (edizione di documenti e audizioni testimoniali) non è stata accolta in base ad un apprezzamento anticipato delle prove (osservazioni 16/17.02.2017 della Divisione della giustizia, p. 3.
Evidenzia che “
più che i singoli episodi
(manomissione del sistema PC, continue accuse senza fondamento rivolte alla Direzione, reiterate e pretestuose richieste del detenuto come i congedi La Silva o l’esercizio dell’attività di fisioterapista, ndr),
è l’insieme delle circostanze ad aver condotto la Direzione delle Strutture carcerarie a operare il trasferimento del detenuto. Il fatto di fomentare continuamente il malcontento all’interno del penitenziario, di gettare continuo discredito sulla Direzione con accuse senza fondamento genera il concreto rischio di disordini interni che potrebbero mettere in serio pericolo la struttura carceraria
” (osservazioni 16/17.02.2017 della Divisione della giustizia, p. 2).
Pone in risalto che “
chi dirige un penitenziario si trova confrontato con continue tensioni e rischi che non devono, e non possono, essere accresciuti da detenuti come RE 1 che con il loro comportamento antisociale mettono a repentaglio questo delicato e fragile equilibrio. Chi non ha vissuto sulla propria pelle la realtà carceraria non può rendersi conto delle dinamiche interne di un penitenziario
” (osservazioni 16/17.02.2017 della Divisione della giustizia, p. 5).
aa.
Nell’allegato di replica 24/27.02.2017 RE 1, tramite il proprio rappresentante legale, sostiene l’inconsistenza e l’infondatezza delle decisioni rese sia dalla Direzione delle strutture carcerarie e sia dalla Divisione della giustizia, in quanto l’ivi sostenuta messa in pericolo della sicurezza interna del penitenziario non sarebbe stata in alcun modo sostanziata e dimostrata.
Rimprovera alla Divisione della giustizia di non avere la necessaria obiettività e criticità nella valutazione del caso concreto richiesto ad un’autorità superiore, essendosi di fatto impersonificata nella Direzione delle strutture carcerarie e dimostrandosi superficiale e acritica.
Sostiene che lo scritto dell’UAR in realtà di data 11.05.2016 (e non 8.02.2017), in quanto prodotto con l’allegato di duplica della Direzione delle strutture carcerarie dell’11.05.2016, sarebbe stato redatto ad hoc dalla capoufficio _ (che peraltro in sei anni di detenzione avrebbe visto il reclamante al massimo tre volte!) “
per sostenere la Direzione delle SCC nella sua decisione
” (replica 24/27.02.2017, p. 3) e che allo stesso sarebbe stata data, in modo preocupante, un’importanza fondamentale. Infatti ritiene assurdo che la Divisione della giustizia nelle proprie osservazioni 16/17.02.2017 abbia citato quasi integralmente tale scritto, stante che la decisione 20.01.2016 (recte 2017) non lo avrebbe minimamente menzionato e/o non si fonderebbe su elementi estrapolati dallo stesso.
Ribadisce quindi le conclusioni di cui al reclamo.
bb.
In duplica la Direzione delle strutture carcerarie si conferma nelle argomentazioni esposte nelle proprie osservazioni di risposta.
Evidenzia in particolare che “
il trasferimento del Signor RE 1 è e rimane da ricondurre al suo atteggiamento manipolatorio, andato crescendo e sfociato in accuse aperte contro la Direzione (tacciata di aver falsificato dei documenti) e a fronte del quale l’estensione della manipolazione alla popolazione carceraria, con tutte le conseguenze derivanti, appariva più che concreta
” (duplica 10/13.03.2017, p. 1). Precisa altresì che lo scritto 11.05.2016 della capoufficio dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa “
sia stato chiesto per comprendere meglio e avere una valutazione sociale complessiva del suo assistito
” (duplica 10/13.03.2017, p. 2).
cc.
La Divisione della giustizia in duplica si riconferma nelle argomentazioni e conclusioni della decisione impugnata e delle proprie osservazioni.
Pone nuovamente in evidenza in RE 1 l’ “
atteggiamento non collaborativo, accusatorio e oppositivo che rende evidente l’impossibilità di compiere un processo di risocializzazione che mira proprio a correggere quei comportamenti anti sociali che altrimenti minano la sicurezza interna del carcere
” (duplica 13/15.03.2017, p. 2).
Contesta la ventilata mancanza d’indipendenza dal profilo materiale con la Direzione delle strutture carcerarie richiamando la legislazione applicabile, che attribuisce a tali due autorità “
funzioni ben distinte e specifiche
”, ed evidenzia come la Divisione della giustizia abbia “
sempre svolto in modo indipendente e scevro da preconcetti o condizionamenti
” il proprio compito di autorità di reclamo.
Spiega come lo scritto dell’UAR sia stato prodotto una prima volta dalle strutture carcerarie nella duplica 11.05.2016 e poi riproposto dalla Divisione della giustizia in sede di osservazioni del 16.02.2017. Lo stesso riporterebbe la data dell’8.02.2017 “
in quanto è stato chiesto all’Ufficio citato se fossero intervenuti dei cambiamenti rispetto a quanto accertato nel mese di maggio 2016. Orbene, dopo le verifiche del caso, la Capoufficio ha riconfermato integralmente quanto era stato illustrato nel mese di maggio 2016 non essendo intervenuto alcun cambiamento sostanziale nella personalità del reclamante
” (duplica 13/15.03.2017, p. 2).

in diritto
1.
1.1.
Il Codice di diritto processuale penale svizzero (Codice di procedura penale, CPP, RS 312.0), all'art. 439 cpv. 1 CPP, lascia ai Cantoni la facoltà di designare le autorità competenti per l'esecuzione delle pene e delle misure e di stabilire la relativa procedura.
Il Canton Ticino ha adottato il 20.04.2010 la Legge sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti (RL 4.2.1.1., nel seguito citata LEPM) − in vigore dall’1.01.2011 − e, in applicazione di quest’ultima, il Regolamento sull’esecuzione delle pene e delle misure per gli adulti del 6.03.2007 (RL 4.2.1.1.1., nel seguito citato REPM), in vigore dal 9.03.2007, con successive modifiche.
Sulla base di tali regolamentazioni è inoltre stato adottato il 15.12.2010 il Regolamento delle strutture carcerarie del Cantone Ticino (RL 4.2.1.1.2., nel seguito RSC), in vigore dall’1.01.2011.
La persona incarcerata gode del diritto di reclamo (art. 81 cpv. 1 RSC e art. 56 REPM).
I reclami interposti contro l’operato della Direzione delle strutture carcerarie devono essere direttamente inviati alla Divisione della giustizia, entro 5 giorni dalla pretesa infrazione, e non hanno effetto sospensivo (art. 57 cpv. 1 e 2 REPM e art. 81 cpv. 2 lit. c RSC).
Per l’art. 12 cpv. 2 LEPM le decisioni in materia di esecuzione delle pene e delle misure, che non rientrano in quelle rese dal giudice dei provvedimenti coercitivi nei casi previsti dall’art. 12 cpv. 1 LEPM, sono direttamente impugnabili con reclamo alla Corte dei reclami penali entro 10 giorni; si applica per analogia la procedura prevista negli articoli 379 e segg. CPP.
Fra queste decisioni rientrano anche quelle rese dalla Divisione della giustizia inerenti al trasferimento di un detenuto fuori cantone, posto che non riguardano solo la mera esecuzione della pena, ma influiscono anche sui contatti del condannato con l’esterno e segnatamente con le persone a lui vicine, disciplinati dall’art. 84 CP.
La competenza di questa Corte a statuire non deriva soltanto dalla normativa cantonale, bensì, quale ultima istanza cantonale ex art. 80 cpv. 2 LTF, è pure direttamente fondata sulla legislazione federale che impone un doppio grado di giurisdizione (sentenza TF dell’8.10.2013, 6B_581/2013, consid. 2.3.).
1.2.
Con il reclamo si possono censurare le violazioni del diritto, compreso l'eccesso e l'abuso del potere di apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 393 cpv. 2 lit. a CPP), l'accertamento inesatto o incompleto dei fatti (art. 393 cpv. 2 lit. b CPP) e/o l'inadeguatezza (art. 393 cpv. 2 lit. c CPP).
Il reclamo deve essere presentato entro 10 giorni per iscritto e motivato (art. 396 cpv. 1 CPP), con riferimento in particolare all'art. 390 CPP per la forma scritta ed all'art. 385 CPP per la motivazione.
In particolare la persona o l'autorità che lo interpone deve indicare i punti della decisione che intende impugnare, i motivi a sostegno di una diversa decisione ed i mezzi di prova auspicati (art. 385 cpv. 1 lit. a, b e c CPP).
La prevalenza dei principi della verità materiale e della legalità impone alla giurisdizione di reclamo, investita di un gravame, di decidere indipendentemente dalle conclusioni o dalle motivazioni addotte dalle parti, applicando il diritto penale, che deve imporsi d’ufficio (Commentario CPP – M. MINI, art. 391 CPP n. 2; cfr., anche,
sentenze TF 6B_69/2014 del 9.10.2014 consid. 2.4.; 6B_776/2013 del 22.07.2014 consid. 1.5.; 1B_460/2013 del 22.01.2014 consid. 3.1;
1B_768/2012 del 15.01.2013 consid. 2.1.).
1.3.
Il gravame, inoltrato il 2/3.02.2017, contro la decisione 20.01.2016 (recte 2017) della Divisione della giustizia, è tempestivo.
Le esigenze di forma e motivazione del reclamo sono rispettate.
RE 1
, quale condannato, detenuto e
destinatario della decisione impugnata che lo tocca direttamente, personalmente e attualmente nei suoi diritti, è pacificamente legittimato a reclamare giusta l'art. 382 cpv. 1 CPP avendo un interesse giuridicamente protetto all'annullamento o alla modifica del giudizio.
Infatti, nella misura in cui il trasferimento in un'altra struttura carceraria influenza il diritto di visita del detenuto, consacrato dall’art. 84 cpv. 1 CP, e, di riflesso, il diritto alla libertà personale (art. 5 CEDU e art. 10 cpv. 2 Cost.) e il rispetto della vita privata e famigliare (art. 8 CEDU e art. 13 cpv. 1, 14 Cost.), il reclamante si prevale di un interesse giuridicamente protetto (sentenza TF 6B_80/2014 del 20.03.2014 consid. 1.2.).
Il reclamo è quindi, nelle predette circostanze, ricevibile in ordine e proponibile.
2.
2.1.
Il reclamante censura la violazione del suo diritto di essere sentito, in buona sostanza, per non aver avuto la possibilità di esprimersi prima che la Direzione delle strutture carcerarie decidesse il suo trasferimento in un penitenziario oltralpe, così come per non essergli stata concessa la facoltà, pure garantita dall’art. 29 cpv. 2 Cost., di essere assistito dal proprio rappresentante legale in tale frangente. Ciò che comporterebbe la nullità della decisione resa dalla Direzione delle strutture carcerarie e di riflesso, pure di quella resa dalla Divisione della giustizia, qui impugnata.
Il reclamante lamenta altresì la violazione del suddetto diritto costituzionale, segnatamente del suo diritto a partecipare all’assunzione di prove e di prenderne conoscenza, laddove la Divisione della giustizia non ha dato alcun seguito alla sua richiesta di edizione di documentazione relativa al suo trasferimento in possesso della Direzione delle strutture carcerarie, della ditta Securitas AG, Zurigo e del penitenziario Bellevue, necessaria per ricostruire l’esatto momento della decisione di trasferimento da parte della Direzione delle strutture carcerarie cantonali e quindi del rispetto o meno del diritto di essere sentito del reclamante prima che venisse resa la decisione di merito.
La Divisione della giustizia sostiene dal canto suo il rispetto di tali diritti costituzionali semplicemente rinviando a quanto si evincerebbe “dagli atti”, senza tuttavia far riferimento ad un preciso documento, scritto, o quant’altro formante l’incarto della Divisione della giustizia o di altra autorità.
2.2.
Il diritto di essere sentito
–
sancito in generale dall’art. 29 cpv. 2 Cost. e, in ambito penale, dagli art. 32 cpv. 2 Cost., 3 cpv. 2 lit. c in fine CPP mentre che, nella procedura amministrativa, dall’art. 26 segg. PA, 34 seg. LPamm
–
rappresenta un aspetto della garanzia fondamentale dell’equo processo ai sensi degli art. 29 Cost. e 6 CEDU (decisione TF 6B_93/2014 del 21.08.2014 consid. 3.1.1.).
Il diritto di essere sentito comprende il diritto di esprimersi in merito agli elementi pertinenti prima che una decisione sia emanata, il diritto di fornire prove sui fatti rilevanti per il giudizio, il diritto di farsi rappresentare o assistere, il diritto di ottenere una decisione motivata ed il diritto di poter consultare gli atti di causa (sentenze TAF C-2866/2015 del 2.05.2016 consid. 3.1.1.; TPF BB.2014.132 del 9.12.2014 consid. 2.2.1.).
Il diritto di essere sentito costituisce una garanzia di natura formale, la cui violazione comporta l’annullamento della decisione impugnata indipendentemente dalla fondatezza materiale del gravame.
Nondimeno una violazione non particolarmente grave di tale diritto può considerarsi sanata allorquando la persona interessata ha la possibilità di esprimersi dinanzi ad un’istanza di ricorso/reclamo con pieno potere di esame sui fatti e sul diritto. Tuttavia, ciò dovrebbe rimanere l’eccezione (sentenza TPF BB.2014.132 del 9.12.2014 consid. 2.2.1.).
Infine tale diritto non impedisce all’autorità cantonale di procedere ad un apprezzamento anticipato delle prove richieste e di rinunciare ad assumerle, se è convinta che non possono condurla a modificare la sua opinione (sentenza TF 2C_59/2013 dell’11.08.2014 consid.2.2.). Il rifiuto di istruire delle prove viola il diritto di essere sentito delle parti, soltanto quando l’apprezzamento anticipato della pertinenza del mezzo di prova offerto, operato dal giudice, è viziato d’arbitrio (sentenze TF 6B_476/2016 del 23.02.2017, consid. 2.1. e 6B_335/2016 del 24.01.2017 consid. 1.1.).
La natura ed i limiti del diritto di essere sentito sono determinati, innanzitutto, dalla normativa procedurale cantonale. Se essa risulta insufficiente, valgono le garanzie minime dedotte dall’art. 29 cpv. 2 Cost., come testé esposte.
A differenza della procedura disciplinare in materia di esecuzione delle pene e delle misure
–
espressamente regolata agli art. 47 segg. LEPM e art. 83 segg. REPM
–
la LEPM, il REPM e il RSC non precisano la procedura da seguire nel quadro di un trasferimento di un detenuto in altro istituto penale.
Occorre quindi fare riferimento ai principi generali applicabili.
Per quanto attiene invece il diritto alla rappresentanza legale e alla difesa, l’art. 52 RSC consacra espressamente tale diritto ad ogni persona incarcerata nell’ambito di una procedura penale o amministrativa.
2.3.
Nel caso concreto – contrariamente a quanto sostenuto dalla Divisione della giustizia nel giudizio qui impugnato – da quanto in atti, in assenza di un (pertinente) verbale d’audizione risp. delle testimonianze del vicedirettore così come di un non meglio precisato agente di custodia, asseriti essere stati presenti – non è possibile accertare se RE 1 sia effettivamente stato sentito prima che la Direzione delle strutture carcerarie rendesse la sua decisione di trasferimento oppure lo sia stato soltanto al momento dell’intimazione di tale decisione.
Invero le (più che celeri) modalità del suo trasferimento oltre Gottardo, così come l’accertamento del suo dissenso (avvenuto soltanto in calce alla decisione 1.03.2016 di trasferimento) e la presa di contatto con il proprio rappresentante legale soltanto dopo l’emanazione di detta decisione, lascerebbero piuttosto supporre che la sua audizione sia avvenuta nella seconda ipotesi.
Sia come sia, disponendo la Divisione della giustizia del pieno potere di esame in fatto e in diritto, conformemente alla giurisprudenza più sopra citata l’eventuale violazione del diritto di essere sentito del reclamante, nel caso concreto, potrebbe essere sanato dalla procedura di reclamo espletata davanti a tale autorità superiore.
La questione può nondimeno restare indecisa, visto l’esito nel merito del presente gravame, di cui si dirà ai considerandi che seguono.
Alla stessa stregua può restare indecisa sia la questione della violazione o meno del diritto di essere sentito in relazione al diritto del reclamante di essere rappresentato da un legale nella procedura di trasferimento in altro istituto penale; e sia può restare indecisa la questione a sapere se la Divisione della giustizia, in concreto, abbia o meno abusato del proprio potere di apprezzamento anticipato delle prove di cui è stata chiesta l’assunzione.
Ad ogni buon conto, in maniera generale, nella procedura di trasferimento di un detenuto in altra struttura carceraria (contestata dallo stesso)
–
impregiudicata la celerità d’esecuzione imposta dal caso di specie
–
questa Corte auspica che in futuro venga tenuto un verbale d’audizione laddove l’interessato è stato sentito prima della presa di decisione di merito, in analogia
mutatis mutandis
all’art. 76 CPP che sancisce
–
nella procedura penale
–
l’obbligo di documentazione da parte delle autorità penali (che pure sgorga dal diritto di essere sentito). Obbligo quest’ultimo che assolve da un lato una funzione utile per le successive fasi del procedimento (come nel caso di impugnazione della sentenza), e dall’altro lato ha anche una funzione di garanzia, poiché consente di verificare a posteriori se il procedimento si è svolto nel rispetto delle norme processuali e delle forme prescritte (Commentario CPP
–
M. GALLIANI/L. MARCELLINI, Art. 76 CPP n. 2).
Ciò ove più si pensi che, al pari del procedimento disciplinare (in cui tale formalità viene rispettata), con la decisione di trasferimento
–
come visto più sopra
–
si viene a toccare un diritto costituzionale e convenzionale e che, trovandosi in un ambiente
–
quello carcerario
–
difficile, molto sensibile, facilmente esposto a critiche, e con persone
–
in genere
–
poco cognite del diritto e non patrocinate da un legale, oltre che con personalità e culture molto diverse, permetterebbe di contenere eventuali censure di disparità di trattamento e/o di irregolarità procedurali e/o di manipolazioni posteriori delle dichiarazioni rese.
Tutto ciò anche nell’ottica del principio fondamentale della correttezza garantito dal CP, così come sancito a livello costituzionale e convenzionale.
3.
3.1.
In materia di trasferimento di condannati l’art. 28 cpv. 1 REPM conferisce al giudice dei provvedimenti coercitivi (art. 73 LOG) la competenza ad ordinare l’espiazione di una pena o l’esecuzione di una misura in uno stabilimento di un altro Cantone, quando ciò sia giustificato dalla personalità del condannato, per il raggiungimento degli obiettivi previsti nel piano di esecuzione della sanzione penale, o da necessità di cura medica. La Direzione può ordinarla quando ciò sia giustificato da motivi di sicurezza o di ordine interno.
Le medesime competenze sono riprese all’art. 86 RSC che prevede in particolare il trasferimento della persona incarcerata in un altro Cantone (lit. b): 1. a dipendenza delle fasi di carcerazione in applicazione del PES, su decisione dell’autorità competente; 2. su sua richiesta motivata, in accordo con l’autorità competente; 3. per motivi di inchiesta o di esecuzione di pena, su decisione dell’autorità competente; 4. su decisione della Direzione, per motivi di sicurezza o di ordine interno.
3.2.
L’art. 75 cpv. 1 CP prevede che l’esecuzione della pena deve promuovere il comportamento sociale del detenuto, in particolare la sua capacità a vivere esente da pena. Essa deve corrispondere per quanto possibile alle condizioni generali di vita, garantire assistenza al detenuto, ovviare alle conseguenze nocive della privazione della libertà e tenere conto adeguatamente della protezione della collettività, del personale incaricato dell’esecuzione e degli altri detenuti.
Questa norma fissa gli obiettivi generali dell’esecuzione, tra cui quello principale che si prefigge di migliorare il comportamento sociale del detenuto, segnatamente la sua capacità, una volta riguadagnata la libertà, di vivere esente da pena. Di conseguenza l’espiazione si orienta in primo luogo verso il principio di prevenzione speciale (CP Petit commentaire
–
M. DUPUIS et autres, 2012, art. 75 CP, n. 1-2; BSK Strafrecht I
–
B. F. BRÄGGER, 3. ed., art. 75 CP, n. 1 segg.). Accanto a questo obiettivo principale, l’art. 75 cpv. 1 seconda frase CP determina quattro ulteriori regole fondamentali, che devono servire da linee direttrici per tutti i tipi di istituti penali e per tutti i detenuti (CP Petit commentaire, op. cit., art. 75 CP, n. 3; B. F. BRÄGGER, Die revidierten Bestimmungen des Allgemeinen Teils des Strafgesetzbuches zum Straf- und Massnahmenvollzug, in ZStrR 126/2008, p. 397 seg.). Tra queste il cosiddetto “
Sicherungsprinzip
”, secondo cui, come esplicitato dal testo di legge, l’esecuzione della pena deve tenere conto adeguatamente della collettività, del personale incaricato dell’esecuzione e degli altri detenuti (BSK Strafrecht I
–
B. F. BRÄGGER, op. cit., art. 75 CP, n. 12).
Secondo la dottrina, l’esigenza di protezione della sicurezza pubblica comprende il mantenimento della sicurezza interna ed esterna del penitenziario, ciò che significa in particolare prevenzione di evasioni o liberazioni illecite di detenuti, come pure prevenzione dalla commissione di infrazioni nel corso della detenzione quali aggressioni fisiche tra codetenuti e/o il personale di custodia, molestie o coazioni sessuali, possesso, commercio o consumo di sostanze proibite come stupefacenti o alcool, possesso di mezzi di comunicazione, armi, ecc. Il mantenimento dell’ordine ha quale scopo il rispetto delle regole essenziali per una vita ordinata in collettività in una struttura carceraria, luogo di esercizio e promozione di un comportamento sociale dei detenuti, nella prospettiva di un’espiazione della pena orientata alla risocializzazione, in accordo con l’obiettivo generale dell’espiazione previsto dall’art. 75 cpv. 1 CP (B. F. BRÄGGER, Das schweizerische Vollzugslexikon, 2014, pag. 399 segg.; BSK Strafrecht I
–
B. F. BRÄGGER, op. cit., art. 75 CP n. 12).
3.3.
Alla persona incarcerata è garantito il diritto di reclamo (art. 81 cpv. 1 RSC) e di rivolgere istanze o reclami alla Direzione e alla Divisione (art. 56 REPM).
Lo stesso deve essere presentato entro 5 giorni dalla pretesa infrazione (art. 57 cpv. 2 REPM) risp. dalla decisione o dall’atto contestati (art. 81 cpv. 2 RSC), e non ha effetto sospensivo (art. 57 cpv. 2 REPM).
Il reclamo è da presentare: alla Direzione, se rivolto contro l’operato di un membro del personale o contro altra persona incarcerata (art. 81 cpv. 2 lit. a RSC); alla Direzione dell’Ufficio di patronato, se rivolto contro un operatore sociale (art. 81 cpv. 2 lit. b RSC); alla Divisione, se rivolto contro l’operato della Direzione (art. 81 cpv. 2 lit. c RSC).
In casi di reiterazione e manifesta infondatezza del reclamo, la Direzione e la Divisione possono applicare una tassa di decisione da fr. 20.- a fr. 100.- (art. 81 cpv. 4 RSC).
L’art. 82 RSC garantisce alle persone incarcerate il diritto di petizione, che conferisce a queste ultime il diritto di presentare, in nome proprio o collettivamente, richieste, proposte o lamentele su situazioni o fatti riguardanti il trattamento o la vita interna nelle strutture carcerarie (cpv. 1). Le richieste, proposte o lamentele devono essere indirizzate nella forma scritta alla Direzione (cpv. 2).
Infine, per l’art. 58 REPM, i carcerati possono, in ogni tempo, rivolgere reclami sulle condizioni di detenzione alla Commissione di sorveglianza del Gran Consiglio (cpv. 1). Il reclamo, motivato, è trasmesso in forma scritta e in busta chiusa, per il tramite del Direttore, alla Commissione di sorveglianza del Gran Consiglio (cpv. 2). Il reclamo non è soggetto a censura (cpv. 3). I carcerati debbono essere informati, mediante consegna di un apposito documento, di questo
diritto (cpv. 4).
3.4.
Nel caso in esame, si ha che RE 1 è stato posto in carcerazione preventiva il 4.04.2010 e dal 25.11.2010 in espiazione di pena dapprima presso il carcere penale La Stampa e dal 2.03.2016 presso il penitenziario _.
3.4.1.
Durante, ormai, 7 anni di detenzione egli è stato sanzionato una sola volta: il 26.06.2014 gli sono stati inflitti 5 giorni di isolamento cellulare di rigore
–
oltre al divieto di usare un PC per un periodo di 12 mesi dalla data della decisione disciplinare
–
per aver posseduto materiale informatico proibito ed averlo utilizzato per la navigazione in internet con contatti esterni, realizzando così l’infrazione disciplinare prevista all’art. 83 cpv. 1 lit. f) e i) RSC. Sanzione che ha eseguito e che nel seguito, pur avendo ammesso i fatti nell’audizione del 25.06.2014, con scritto 30.06.2014 ha contestato davanti alla Divisione della giustizia (unica destinataria della sua impugnativa), censurando l’eccessiva e discriminante durata del divieto di utilizzo del PC e postulando una rivalutazione dei 5 giorni di isolamento cellulare, da lui ritenuti troppo severi per rapporto al comportamento rimproveratogli.
Sul seguito, dagli atti, sembrerebbe non esserci stata alcuna ulteriore specifica impugnativa/lagnanza al proposito da parte del reclamante, pur essendo la procedura, sembrerebbe
–
sempre sulla base di quanto in atti
–
, ancora pendente.
Nell’ambito della suddetta illecita navigazione in internet, RE 1 non ha realizzato ulteriori fattispecie di rilevanza disciplinare e/o penale, come l’organizzare l’entrata o un commercio di bevande alcoliche, sostanze stupefacenti, armi pericolose o altro all’interno del carcere, organizzare una fuga dallo stesso o atti preparatori tendenti alla commissione di altre infrazioni da solo o con terze persone all’interno e/o all’esterno della strutture carcerarie.
3.4.2.
La questione del congedo interno La Silva, che sembrerebbe essere sorta ad inizio del 2014 e perdurata nel tempo fino ad inizio 2016, concerne la richiesta, più volte riproposta dal qui reclamante, di tale congedo da trascorrere con un’amica, con la quale egli sostiene si sia instaurato un vincolo affettivo che merita di essere salvaguardato e che invece la Direzione non considera essere una persona rientrante tra quelle cui lo specifico regolamento interno delle Strutture carcerarie cantonali da diritto.
Dalla documentazione in atti, emerge che RE 1, seppure più volte (non si capisce tuttavia con quali scadenze), ha presentato detta domanda
–
laddove documentata
–
sempre nelle previste e dovute forme, sottoponendola alla competente autorità, senza coinvolgere inutilmente persone e/o agenti di custodia estranei alla questione e tantomeno altri detenuti, anche laddove egli, nel vedersi rifiutare detto congedo, ha lamentato una disparità di trattamento. Con scritto 9.01.2015 all’operatrice di riferimento, è intervenuta l’amica di RE 1, spiegando il proprio rapporto affettivo intrattenuto con quest’ultimo e quindi appoggiando la richiesta di congedo interno.
Lo scambio di corrispondenza al proposito avvenuto tra RE 1 e la Direzione del carcere, è pervenuto in copia ai capi sorveglianti, all’operatrice sociale di riferimento e al patrocinatore del reclamante. Ad un certo punto è stata messa in copia anche la Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione con sede a Bellinzona e la Divisione della giustizia. In alcuni casi è intervenuto con un proprio scritto il rappresentante legale del reclamante.
Per finire, e sempre in relazione alla mancata concessione del congedo interno La Silva, il 23.01.2016 RE 1 ha inoltrato alla Divisione della giustizia uno scritto da lui indirizzato alla Direzione delle strutture carcerarie, a valere quale reclamo contro l’operato della Direzione, dichiarandosi pronto a ritirarlo “
se, come leggerete nell’allegato, il direttor _ farà chiarezza in tempi brevi (...). In caso contrario vi invito ad intervenire
”. Lo scritto 23.01.2016 alla Direzione (inviato in copia alle più sopra già citate autorità), partendo dall’enumerazione degli articoli dei regolamenti pertinenti alla questione e riportandone per esteso il loro contenuto, ribadisce,
–
in termini, seppur decisi e velatamente sarcastici ma del tutto sobri
–
la propria interpretazione sulla cerchia di persone, a cui il regolamento interno al carcere darebbe diritto di usufruire del congedo interno La Silva.
Ne è poi seguito uno scambio di allegati nell’ambito di tale procedura ricorsuale davanti alla Divisione della giustizia. È nell’ambito dello stesso che il reclamante, ha ventilato la censura di falsità riferita ad un rapporto dell’UAR sul quale sarebbe presente la firma del proprio capoarte (che invece gli avrebbe detto di non averla mai apposta) nonché ad uno scritto nel quale era fatto riferimento ad un’opinione del medico del carcere, dr. _, allorquando quest’ultimo avrebbe negato una presa di contatto al proposito. Il reclamante, in base agli atti e a quanto asseritamente riferitogli a voce dal capoarte e dal medico del carcere, si è limitato a chiedere alla Divisione della giustizia di “
verificare come mai si arrivi a tal punto da falsificare firme e pareri medici e chi ne ha responsabilità
”.
La Divisione della giustizia in data 17.01.2017 (a un anno di distanza dall’introduzione del gravame) ha poi reso la sua decisione, respingendo il reclamo.
Contro la stessa RE 1 non ha introdotto ulteriore reclamo davanti a questa Corte.
3.4.3.
Anche in merito alle modifiche del maggio risp. del novembre 2014 del PES, riguardo alle quali RE 1 ha sollevato delle contestazioni, da quanto in atti e segnatamente sulla base delle sue osservazioni 10.05.2015 alla Direzione delle strutture carcerarie, egli ha spiegato nelle dovute sedi, le proprie rimostranze rimanendo nei termini della convenienza e senza coinvolgere persone assolutamente estranee alla questione, presenti all’esterno e/o all’interno del carcere, tra questi agenti di custodia e/o codetenuti.
3.4.4.
Dagli accertamenti di cui sopra, sgorganti dalle tavole processuali, questa Corte non ravvede il comportamento “
non collaborativo, accusatorio, oppositivo
” che “
denota chiaramente l’impossibilità di compiere un processo di risocializzazione che mira a correggere dei comportamenti antisociali a tutto vantaggio della sicurezza all’interno della struttura carceraria
”, posto dalla Divisione della giustizia alla base del proprio giudizio negativo. Atteggiamenti tenuti dal reclamante, a dire di tale autorità amministrativa superiore, che nel loro insieme dimostrerebbero la di lui difficoltà “
ad adeguarsi alla vita nel penitenziario, con una conseguente concreta messa in pericolo dell’ordine interno dello stesso
” compromettendone pure la sicurezza “
in un ambiente così sensibile
”. In base agli atti questa Corte non ha avuto modo di accertare che il qui reclamante ha fomentato “
malcontento verso l’operato della Direzione, del personale penitenziario, dell’UAR, così come di membri della Direzione estendendolo ad altri detenuti così da rendere concreto il rischio di creare disordini interni che potrebbero, se non prontamente arginati, facilmente degenerare fino a mettere in serio pericolo la sicurezza interna dell’istituto
”.
Per quanto constatato negli atti da questa Corte RE 1 ha esternato le proprie rimostranze davanti alla competente autorità, sempre facendo capo, seppur in modo reiterato, ai previsti mezzi leciti, garantiti dalle leggi e dai regolamenti interessati, esponendo le proprie argomentazioni in termini del tutto civili, scevri da minacce, insulti o quant’altro. Nemmeno risulta averle egli utilizzate in maniera strumentale, prevaricando la propria insoddisfazione per destabilizzare in maniera generale l’autorità della Direzione in seno alle strutture carcerarie. Nessun agente di custodia, ad esclusione del competente capoarte (il quale è stato messo in copia nello scambio di corrispondenza o nella presentazione di una determinata impugnativa) e/o codetenuto è stato concretamente coinvolto da RE 1 nelle sue questioni personali in maniera pretestuosa e al di fuori della prevista procedura, al fine di suscitare o financo estendere un malessere generale circa l’operato della Direzione, di un sorvegliante o per coinvolgere altri detenuti in una “crociata” contro l’ordine interno e/o contro determinati divieti vigenti all’interno del penitenziario.
C
on le sue richieste, reiterate in alcune questioni siccome da lui ritenute non conformi ai regolamenti o discriminatorie, seppure possa aver creato una certa pressione sulla Direzione (e/o sulle altre autorità interessate) che si è vista sollecitata nel riformulare delle motivazioni alle proprie prese di posizione, il reclamante non ha infranto alcuna norma interna al carcere, e non ha quindi realizzato alcuna fattispecie punibile dal profilo disciplinare; tantomeno ha sconfinato in atti di rilevanza penale, di natura violenta o meno.
Le richieste riproposte dal qui reclamante non hanno nemmeno costretto la Direzione delle strutture carcerarie ad applicare la tassa di decisione, espressamente prevista dall’art. 81 cpv. 4 RSC, nei casi di reiterazione e manifesta infondatezza del reclamo.
In occasione della decisione di trasferimento dell’1.03.2016 della Direzione, per quanto il reclamante sia stato colto di sorpresa e per quanto non abbia mai e in alcun modo condiviso la stessa, egli non ha manifestato alcuna particolare animosità o intendimento minaccioso e/o violento né verso coloro che hanno reso tale decisione né verso coloro che l’hanno fatta eseguire né tantomeno ha coinvolto nella sua disapprovazione terze (estranee) persone. Egli si è limitato, ancora una volta, ad esternare il proprio dissenso facendo capo a quanto leggi e regolamenti gli danno diritto: ha apposto in calce alla decisione di trasferimento il proprio disaccordo (in termini del tutto civili) e appena gli è stato possibile ha contattato il proprio patrocinatore, chiedendogli di intervenire al fine di non essere trasferito in uno stabilimento oltre Gottardo. Trasferimento, che è comunque stato eseguito facendo capo ad una ditta di Zurigo, che non ha avuto alcuna necessità di ricorrere a particolari misure di sicurezza.
3.4.5.
Di conseguenza, per tutto quanto visto, questa Corte non ravvede nel caso in esame che il comportamento di RE 1 abbia in qualche modo concretizzato una seria messa in pericolo dell’ordine interno e della sicurezza nei confronti della collettività, del personale del penitenziario (tra cui i membri della Direzione delle strutture carcerarie), così come di codetenuti, tale da giustificare la decisione 1.03.2016 resa dalla Direzione delle strutture carcerarie di trasferirlo in uno stabilimento fuori dal nostro Cantone, conformemente agli art. 28 cpv. 1 REPM e 86 lit. b cifra 4 RSC.
4.
In accoglimento del reclamo, la decisione 20.01.2016 (recte 2017) della Divisione della giustizia
–
con cui ha confermato la decisione 1.03.2016 resa dalla Direzione delle strutture carcerarie volta a trasferire RE 1 presso il Penitenziario _
–
è annullata.
Fa stato la decisione 26.07.2011 di collocamento iniziale del giudice dei provvedimento coercitivi (inc. GPC _).
5.
5.1.
Il reclamante chiede nel proprio gravame di essere messo al beneficio dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio.
5.2.
Il diritto all'assistenza giudiziaria e al gratuito patrocinio sono determinati dalle norme di diritto procedurale cantonale e, indipendentemente da ciò, tali diritti discendono pure dall'art. 29 cpv. 3 Cost., secondo cui chi non dispone dei mezzi necessari ha diritto alla gratuità della procedura se la sua causa non sembra priva di probabilità di successo ed al patrocinio gratuito qualora la presenza di un legale sia necessaria per tutelare i suoi diritti.
5.3.
Anche in questa sede viene riconosciuta la difficile situazione finanziaria del reclamante, in carcere da ormai 7 anni, il quale già nell’ambito del processo di merito ha beneficiato del gratuito patrocinio. La Divisione della giustizia, in considerazione della di lui particolare situazione personale, ha rinunciato al prelievo della tassa di giustizia e delle spese.
Oltre a ciò le modalità repentine del suo trasferimento in un istituto penale posto fuori Cantone hanno imposto l’intervento del patrocinatore di RE 1, affinché postulasse, in tempi brevi con argomenti di fatto e giuridici, dapprima l’effetto sospensivo, e in seguito l’annullamento della decisione di trasferimento, in una procedura che ha richiesto lo scambio di vari allegati con produzione di diversa documentazione.
La presente procedura infine, visto anche l’esito della stessa, non appariva d’acchito priva di probabilità di successso.
In tali circostanze viene riconosciuto il beneficio del gratuito patrocinio, oltre al prescindere dal prelievo della tassa di giustizia e delle spese.