Decision ID: 9c6990b6-c6c5-526d-9e5c-aaf20b5c32b8
Year: 2006
Language: it
Court: TI_PP
Chamber: TI_PP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

ritenuto in fatto
A. ACCU 1
, cittadino sloveno domiciliato a _, è entrato in Svizzera nel 1971 quale rifugiato politico. Egli ha dapprima risieduto a Zurigo, dove ha lavorato come programmatore a tempo parziale, e in seguito si è trasferito in Ticino, dove, dopo una breve parentesi come disegnatore di impianti tecnici, ha iniziato a lavorare alle dipendenze della _ SA come amministratore di società operative immobiliari e commerciali (tra cui società off-shore che detenevano proprietà immobiliari). A suo dire, avrebbe anche trasferito all’estero le società appartenenti a un noto imprenditore ticinese.
In seguito, ha poi collaborato con altre società fiduciarie ticinesi quale amministratore patrimoniale.
B.
Verso la fine degli anni ‘80 si è messo in proprio procedendo alla costituzione della _ SA, con sede a _, della quale era azionista e direttore generale. La società svolgeva attività fiduciaria, contabilità, amministrazione di società operative, consulenza marketing. Per la clientela, l’accusato si occupava tra l’altro di aprire relazioni bancarie presso istituti di credito con i quali collaborava (cfr. verbale 16 giugno 2005, pag. 2). A suo dire, in un anno e mezzo la società vantava crediti per fr. 350'000.- nei confronti di una quarantina di clienti. In data 14 maggio 1987 egli aveva inoltrato al Consiglio di Stato un’istanza tendente ad ottenere l’autorizzazione a esercitare la professione di fiduciario commercialista. Nella seduta del 14 novembre 1988 il Consiglio di vigilanza esprimeva parere positivo circa il rilascio dell’autorizzazione chiesta, previa presentazione dell’attestazione comprovante l’esistenza di una copertura assicurativa di fr. 100'000.- sotto forma di cauzione con validità a partire dal 1° gennaio 1987.
C.
Il 22 febbraio 1989 l’allora sostituto Procuratore pubblico sottocenerino comunicava al Consiglio di vigilanza l’apertura di un procedimento penale per titolo di falsità in documenti e tentata truffa a carico dell’accusato, conclusosi con un decreto di abbandono del 24 febbraio 1993.
Alla luce di questa comunicazione e della mancata presentazione, nonostante i vari solleciti, della cauzione assicurativa, come pure dell’esistenza di attestati di carenza beni a suo carico, in data 14 maggio 1990 l’organo di controllo riesaminava la pratica, esprimendo parere negativo, parere confermato il 14 ottobre 1991 (cfr. AI 17, scatola 11/12, cartella azzurra _ SA, “dossier: fiduciario”). Nel corso del 1990 le difficoltà finanziarie sorte, a detta dell’accusato, a seguito del procedimento penale pendente a suo carico, durato quattro anni, portavano al fallimento della società _ SA, come pure alla messa all’incanto della sua abitazione a _.
D.
Con risoluzione 11 agosto 1992 il Consiglio di Stato respingeva l’istanza presentata dall’accusato, negandogli l’autorizzazione di fiduciario commercialista (doc. A allegato al verbale 16 giugno 2005). Egli impugnava detta risoluzione con ricorso 20 agosto 1992 dinanzi al Tribunale cantonale amministrativo – respinto, per quanto noto a questo giudice, con sentenza 24 settembre 1992 – e con ricorso di diritto pubblico 27 agosto 1992 al Tribunale federale, ritirato però il 2 ottobre 1992. Il 23 ottobre 1992 inoltrava altresì ricorso di diritto pubblico al Tribunale federale contro la sentenza del Tram che confermava il diniego dell’autorizzazione, ricorso respinto il 21 aprile 1993.
E.
Nel mese di giugno 1993 ha assunto la direzione della società _ Ltd con sede a_ (cfr. AI 17, scatola 11/12, fascicolo rosso _ Ltd, atti, costituzione/verbali ass./registro, periodo: permanente dal 22.6.1993), società alla quale ha trasferito tutta la gestione della clientela italiana (cfr. verbale 16 giugno 2005, pag. 3). Tramite la predetta società amministrava società off-shore sulla base di mandati fiduciari. La società si avvaleva dei servizi di due collaboratori a tempo parziale che lavoravano, a dipendenza delle esigenze, presso un ufficio messo a disposizione negli spazi della _ a Dublino.
F.
Nel 1996 l’accusato costituiva la _ SA, con sede a _, società avente quale scopo sociale l'organizzazione di vendite (marketing) di cose mobili, l'importazione, l'esportazione di articoli, l'organizzazione di mostre, le campagne di vendita, la promozione di marchi di fabbrica, la consulenza di vendita per terzi, della quale è diventato direttore nell’aprile del 2003, succedendo alla moglie.
G.
Nel 1999, a seguito della cessazione del privilegio fiscale, l’accusato decideva di trasferire a Londra tutte le società da lui gestite, dove peraltro era già stato attivo con alcune società prima dell’anno 1988 (cfr. verbale 16 giugno 2005, pag. 9). A suo dire, a Londra operava tramite la società _ Ltd con sede alle _ (cfr. verbale 9 febbraio 2006, pag. 6; ciò che appare poco probabile posto come si tratti di pura società off-shore costituita al solo scopo di gestire il sito internet della _ Ltd).
Anche a Londra faceva capo alle prestazioni di società di servizio - da ultimo la _ Ltd - che mettevano a sua disposizione, a seconda delle esigenze, il personale amministrativo e gli spazi lavorativi.
H.
Nel mese di maggio 2005, in esito a un esposto penale presentato il 23 febbraio 2005 dal Consiglio di vigilanza sull’esercizio delle professioni di fiduciario, il Ministero pubblico ha avviato nei confronti dell’accusato indagini preliminari intese ad accertare la commissione dell’eventuale reato di esercizio abusivo della professione di fiduciario, indagini che hanno condotto in data 20 maggio 2005 al sequestro presso gli uffici in uso alla _ SA in via _ a _, della documentazione riguardante le società off-shore gestite dall’accusato in qualità di direttore responsabile. Tra la copiosa documentazione sequestrata – classificata con cura in fascicoli e raccoglitori - sono stati rinvenuti atti costitutivi originali, verbali assembleari, mandati fiduciari da lui sottoscritti, documenti contabili, corrispondenza, ecc. Tramite un funzionario del Centro sistemi informativi sono stati copiati i dati informatici registrati nel computer dell’accusato. Nella medesima occasione sono pure state poste sotto sequestro le armi e munizioni rinvenute nell’ufficio e nell’appartamento. Nell’ambito delle indagini il Procuratore pubblico ha altresì ordinato il blocco dei conti riconducibili all’accusato presso vari istituti bancari di Lugano. Tale provvedimento ha condotto al tracollo completo della sua attività che, a suo dire, aveva già subito un calo sensibile nel 2003, quando, a seguito della separazione coniugale, aveva perso la maggior parte dei clienti, conservandone una ventina dei 150 acquisiti (verbale 9 febbraio 2006, pag. 1).
I.
Con decreto d’accusa 16 luglio 2006 il Procuratore pubblico ha ritenuto ACCU 1 colpevole di esercizio abusivo della professione di fiduciario, per avere a _, in proprio e tramite la _ SA, rispettivamente la _ Ltd, a partire dal 1992, ininterrottamente amministrato fiduciariamente dal Ticino almeno una settantina di società off-shore, operando quale gestore patrimoniale, nonché offrendo alla clientela consulenza societaria e fiscale, nonostante nel corso del mese di agosto 1992 gli fosse stata negata l’autorizzazione quale fiduciario commercialista. In applicazione della pena, egli ha proposto la condanna dell’accusato alla pena di 15 giorni di arresto sospesi condizionalmente con un periodo di prova di un anno e alla multa di fr. 15'000.-. Il 17 luglio 2006 ACCU 1 ha interposto opposizione al decreto d’accusa.

considerato in diritto
1.
Per l'art. 19 cpv. 1 lett. a della legge sull'esercizio delle professioni di fiduciario del 18 giugno 1984 (LFid; RL 11.1.4.1), in vigore dal 1° gennaio 1985, è punito con la multa sino a fr. 20’000.– chi senza autorizzazione esercita le professioni sottoposte alla legge. Se l'autore ha agito per negligenza è punito con la multa sino a fr. 5’000.– (cpv. 2).
La decisione è emessa dal Dipartimento competente con facoltà di ricorso al Tribunale d'appello secondo la legge sulla procedura amministrativa (cpv. 4). In casi gravi o di recidiva la pena è l'arresto o la multa e gli atti sono trasmessi d'ufficio alla Procura pubblica competente (cpv. 5).
2.
Preliminarmente va detto che l'accusato non contesta di aver amministrato fiduciariamente per conto di terzi le società off-shore menzionate nel decreto di accusa, ad eccezione di due società, la _ Ltd e la _ Inc, delle quali sostiene essere proprietario.
Sennonché dall’elenco allestito dall’accusato con indicazioni circa le varie società off-shore (act 28, accluso allo scritto 1° giugno 2005 del precedente difensore), risulta che trattasi di società abbandonate dai clienti e divenute di sua proprietà, ciò che non esclude di per sé che le abbia amministrate fiduciariamente prima dell’acquisizione.
Al di là di tale puntualizzazione, comunque irrilevante considerato l’elevato numero di società gestite, egli nega recisamente di essere stato operativo dal Ticino. Meno categorica la difesa, che, oltre a evidenziare la diversità delle attività svolte dall’accusato successivamente al fallimento della _ SA sia in proprio (in particolare con la ripresa della società d’armeria _ SA) sia tramite la _ SA (con progetti di vendita), ha sostenuto che la parte decisiva e preponderante dell’attività fiduciaria e di consulenza finanziaria era svolta dall’estero tramite la _ Ltd, società appositamente creata a tale fine, e solo occasionalmente avveniva da Lugano, dove non ha escluso che sia stato elaborato qualche documento o che l’accusato abbia avuto contatti telefonici con clienti.
Sempre a mente della difesa neppure la quantità di documenti rinvenuti presso la _ SA deporrebbe a favore della tesi dell’accusa, poiché si tratterebbe di documentazione datata o superata (pronta per essere bruciata, a detta dell’accusato), per la quale gli uffici avrebbero funto da semplice archivio. In sostanza, il 50% degli introiti ottenuti fino al momento del sequestro sarebbe comunque accreditabile all’attività svolta in proprio dall’accusato e tramite la _ SA e solo una cifra esigua deriverebbe da quella fiduciaria.
3.
La tesi della difesa è tuttavia sconfessata d’acchito dalle chiare e univoche testimonianze della ex-moglie dell’accusato, _, e di _, la quale ha lavorato per la _ SA in qualità di segretaria da settembre 1999 fino a marzo 2000. La moglie, oltre a confermare integralmente il suo verbale di interrogatorio 19 maggio 2005, ha ribadito che l’accusato svolgeva la propria attività di fiduciario dagli uffici di Massagno, dove si occupava di gestione patrimoniale, gestione di società e trading vario e dove riceveva anche parecchi clienti, prevalentemente italiani, per discutere gli aspetti legati alla gestione delle società off-shore di cui era organo.
In proposito, ha asserito che i clienti chiamavano anche fuori dagli orari d’ufficio al loro domicilio oppure si rivolgevano a lei per rintracciare il marito; periodicamente accompagnava quest’ultimo a pranzi o cene - che avvenivano perlopiù a Lugano e a volte a Milano - con clienti ai quali egli sottoponeva documentazione relativa alle società per verifica. La stessa ha poi affermato che il marito non si assentava spesso dall’ufficio per recarsi all’estero, precisando che a Dublino gli venivano messi a disposizione indirizzi e che la documentazione era minima. L’attività della _ SA, sempre a detta della ex-moglie, era caratterizzata da vendite sporadiche e in ogni caso si inseriva nell’ambito di quella fiduciaria.
Ora, sebbene la predetta testimonianza - che colpisce nondimeno per la dovizia di dettagli e la precisione delle circostanze e dei nominativi riferiti, che trovano peraltro corrispondenza negli atti - possa apparire interessata visto il profondo conflitto esistente tra le parti, quella della segretaria, che non ha più avuto alcun contatto con i signori _ a far tempo dal 2003, risulta del tutto attendibile e non fa che avvalorare le dichiarazioni della ex-moglie.
In effetti, la teste _ ha confermato che negli uffici della _ SA l’accusato svolgeva attività fiduciaria occupandosi della gestione di società estere. Ha poi precisato che la maggior parte del tempo egli era attivo a Lugano. Lei stessa si è occupata della stesura di lettere per questa attività, senza escludere di avere allestito, assieme all’accusato, anche contratti di mandato che poi sono stati firmati a Lugano dai clienti. È inoltre interessante rilevare che, a detta della ex-segretaria, l’accusato poteva creare con il suo computer la carta intestata delle varie società.
Entrambe le testi, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusato, hanno affermato di aver ripetutamente visto negli uffici di Lugano clienti che venivano per discutere di affari legati alle loro società e per incontrarsi con lui.
4.
In aggiunta alle chiare e univoche testimonianze di cui sopra, vi è agli atti una caterva di indizi che permette di concludere che l’attività fosse determinata dal Ticino e che si svolgesse prevalentemente a Lugano, senza escludere che fosse in parte espletata anche all’estero. Certo è che dagli atti si evince che fra il 1994 e il 2000, l’accusato ha effettuato solamente tre o quattro viaggi a Dublino o Londra, della durata di uno o due giorni (solo nel 1997 una trasferta è durata tre giorni; cfr. AI 17, scatola 6/12, classificatore attività/viaggi/vacanze periodo permanente 23.3.1996); anche nel periodo successivo al 2000 i viaggi dichiarati dall’accusato, peraltro senza produrre alcuna prova, sono risultati essere tre all’anno, ad eccezione del 2002 in cui si sarebbe recato a Londra almeno 6-7 volte (cfr. verbale 16 giugno 2005, pag. 10).
Tra i vari indizi che emergono dagli atti, vi sono anzitutto alcuni contratti di mandato fiduciario e di amministrazione patrimoniale in originale, firmati il 22 aprile 2005 a Lugano, mediante i quali l’accusato ha assunto la carica di direttore responsabile delle società _ Ltd (cfr. AI 17, scatola 9/12) e _ S.A. (cfr. IA 17, scatola 5/12). In proposito, l’accusato ha asserito che gli stessi sono stati sottoscritti a Torino alcuni giorni dopo la data ivi indicata; tuttavia agli atti non vi è nessuna prova che smentisca che i contratti siano stati firmati a Lugano. Giovi notare che quasi tutti i mandati salvati sul suo server, come pure, in parte, i due contratti originali di cui sopra, stabilivano una mercede in franchi svizzeri, l’applicazione del diritto svizzero e soprattutto istituivano Lugano quale foro arbitrale.
Vi sono inoltre numerose lettere estrapolate dai dati registrati sul computer dell’accusato che, oltre all’intestazione “_, C.P. _, 6901 Lugano”, riportano tale Comune prima della data (cfr. a titolo di esempio gli scritti 4 settembre 1997 e 27 aprile 2000 sub AI 114, classificatore n. 20; telefax 14 giugno 1993 e 11 aprile 1994, scritto 28 febbraio 1995 sub AI 17, scatola 11/12, fascicolo _ Ltd, atti/costituzione/verbali ass/ registro, periodo permanente dal 22.6.1993; scritto 20 febbraio 2003 sub AI 17, scatola 8/12, _ Ltd, classificatore corrispondenza generale), per cui non vi è motivo di dubitare che sono state elaborate a Lugano.
Sintomatico dell’attività a Lugano è senz’altro il fatto che quale recapito veniva sempre indicata la casella postale dell’accusato - che contava più utilizzatori, tra cui varie società off-shore - e il numero di telefono dell’ufficio di Lugano (cfr. tra l’altro, risposta elettronica del 30 marzo 2005 all’indirizzo di posta elettronica _ in uso all’accusato, come da lui confermato al dibattimento, sub AI 17, scatola 8/12, classificatore _ Ltd, companies/house/cardiff, periodo permanente dal 1.1.2002). Qui veniva spedita numerosa documentazione: dalle comunicazioni bancarie da parte di _ SA, Lugano, relative non solo alle relazioni di cui era avente diritto economico, ma anche a quelle di società amministrate fiduciariamente sulle quali aveva diritto di firma individuale (cfr. AI 17, scatola 10/12, classificatore _ S.A., contabilità, periodo dal 1.1.2005), ai certificati azionari originali, ai formulari per la costituzione di società, alla corrispondenza da parte delle società di servizio alle quali faceva capo sia a Dublino (cfr. scritti 1° febbraio 2001, 11 gennaio 2002 della _ Ltd, sub AI 17, scatola 5/12, classificatore _ Ltd, atti, periodo permanente dal 27.7.1999) sia a Londra (cfr. telefax 9 aprile 2002 della _ Ltd, sub AI 17, scatola 8/12, classificatore _ Ltd, corrispondenza generale periodo dal 1.1.2002).
Significativa in proposito è la comunicazione di cui al telefax 17 maggio 2000 alla _ Ltd, con la quale l’accusato si faceva recapitare per posta certificati originali relativi a tre società off-shore da lui gestite all’indirizzo “Mr. _, C/o _ SA, Via _, Massagno” (cfr. AI 114, classificatore n. 1). Allo stesso modo, in una comunicazione per posta elettronica 22 settembre 2002 precisava che per l’invio di documentazione tramite DHL l’indirizzo esatto era quello della _ SA (cfr. AI 17, scatola 8/12, classificatore _ Ltd, corrispondenza generale, periodo permanente dal 1.1.2002).
Pure sintomatico è il fatto che, come riferito dalla teste _ in sede di dibattimento, l’accusato elaborava lettere creando la carta intestata delle varie società off-shore con il proprio computer a Lugano. Sempre a Lugano esistevano diverse relazioni bancarie intestate a società off-shore da lui gestite, sulle quali aveva diritto di firma individuale (cfr. AI 109, rapporto 20 marzo 2006 allestito dall’equipe finanziaria del Ministero pubblico).
Non solo. La circostanza secondo cui, per stessa ammissione dell’accusato (cfr. verbale 16 giugno 2005, pag. 10), la segretaria a Londra non disponeva di alcuna autonomia decisionale, ma dipendeva dalla sue istruzioni (cfr. a titolo di esempio lo scritto 20 febbraio 2003 a _ presso _ Ltd, sub AI 17, scatola 8/12, _ Ltd, classificatore corrispondenza generale) depone a favore della tesi dell’accusa. In effetti, non è credibile che l’accusato potesse dare tutte le istruzioni e gestire fino a 150 clienti recandosi a Londra o Dublino, come visto, solo saltuariamente.
5.
D’altra parte, la versione dell’accusato - che anche in sede di dibattimento si è ostinato a fornire o a tentare di fornire spiegazioni alquanto dubbie sugli elementi testé evocati che gli venivano contestati - non è affatto credibile.
In primo luogo, per quanto attiene all’argomentazione secondo cui l’ufficio a Lugano fungeva solo da archivio, mal si comprende per quale motivo egli abbia atteso tutti questi anni per bruciare la documentazione datata, come preteso in sede di dibattimento. Certo è che tra la documentazione rinvenuta nei suoi uffici vi erano anche parecchi atti originali e non solo inattuali, basti pensare ai numerosi mandati fiduciari stipulati negli ultimi anni.
Per niente credibile è l’affermazione secondo cui la documentazione sequestrata sarebbe stata allestita dal personale amministrativo pagato dall’ufficio estero sull’arco di 6/8’000 ore, con periodi in cui lavoravano anche dieci collaboratori (cfr. verbale 9 febbraio 2006, pag. 2). Come già si è detto, appare del tutto improbabile che egli abbia potuto fornire le indicazioni al personale per gestire le numerose società off-shore recandosi a Dublino o Londra solo saltuariamente.
Inoltre, se davvero vi fosse stato un così grande dispendio orario per allestire la documentazione, l’accusato non avrebbe avuto alcun problema a produrre le fatture per il personale emesse dalle società di servizio alle quali faceva capo. È quindi sintomatico che malgrado sia stato più volte invitato in tal senso non ha mai prodotto alcun conteggio.
Non è altresì credibile, soprattutto dopo il fallimento della _ SA, che l’accusato abbia tenuto uffici così spaziosi (interessante in proposito è lo scritto 25 gennaio 2000 alla _ Ltd in cui, per rendere attrattivo l’ufficio a Massagno, accennava a una superficie di 1'000 sqft; cfr. AI 114, classificatore n. 20) e costosi, come pure una segretaria amministrativa e contabile fissa, per la sola _ SA, viste le esigue entrate di quest’ultima.
In effetti, dalle cifre esposte dall’accusato in sede di interrogatorio e ribadito durante il dibattimento si evince che l’attività in questione non è mai stata redditizia, ritenuto che la ditta, per suo stesso dire, non ha mai fatturato prestazioni per la consulenza e l’allestimento di siti web (cfr. verbale 16 giugno 2005, pag. 7). Inoltre, attraverso i pochi clienti acquisiti (fra quelli menzionati figurano _ e _ società di _, con il quale risulta che ha sottoscritto un mandato fiduciario in data 14 giugno 2000), la ditta ha fatturato solamente fr. 1'500.-/2'000.- all’anno per la prima, rispettivamente fr. 30'000.- sull’arco di tre anni per la seconda.
In buona sostanza, dalle dichiarazioni dell’accusato risulta che in dieci anni di attività egli si è occupato in proprio o tramite la _ SA sostanzialmente di cinque progetti:
-
la ripresa della ditta _ SA, attività fallimentare sin dall’inizio;
-
la costituzione della società _ Srl, di proprietà di due imprenditori italiani, _ e _, della quale ha assunto la funzione di amministratore percependo un compenso di fr. 60'000.- in sei anni, attività che rientra verosimilmente nell’ambito di quella fiduciaria in relazione alla gestione di beni appartenenti a _ e _, con i quali risulta che ha concluso alcuni mandati fiduciari nel 1999 e 2000;
-
la vendita di teste per decespugliatori alla _ e il trasporto di opere d’arte per la _, di cui riferito sopra;
-
la consulenza e l’allestimento di siti web tramite la _, per la quale non ha fatturato nulla;
-
e, da ultimo, il progetto _, fallito dopo le trattative.
Ciò che avvalora la tesi secondo cui negli ampi uffici a Lugano svolgesse prevalentemente attività fiduciaria.
Ma vi è di più. Tra la documentazione sequestrata, vi è uno scritto 3 giugno 2005 dell’accusato alla Commissione tutoria regionale di _, in cui comunicava di non poter iscrivere il figlio all’_ poiché
“nel frattempo
(n.d.r.: a seguito del procedimento penale in atto)
i miei conti e
tutta la mia attività professionale
(la messa in grassetto è del redattore)
e privata subisce un arresto forzato”.
Ora, se come preteso dalla difesa l’attività professionale dell’accusato si svolgeva prevalentemente e in modo decisivo dall’estero, non si comprende per quale motivo il sequestro della documentazione archiviata a Massagno (e pronta per essere bruciata) avrebbe dovuto compromettere integralmente la continuazione di ogni sua attività.
A mente di questo giudice, non vi è alcun dubbio che l’attività fiduciaria dell’accusato sia stata determinata ininterrottamente e durevolmente dal Ticino - senza peraltro escludere che egli si sia recato all’estero per incontrare clienti o firmare documenti - dapprima tramite la fallita _ SA e in seguito al fallimento della stessa e alla conferma da parte dell’alta Corte del diniego dell’autorizzazione di fiduciario, attraverso la _ Ltd e la _ SA, società quest’ultima che fungeva da copertura dell’attività fiduciaria e garantiva all’accusato un certo prestigio di fronte alla clientela estera.
6.
Appurato che l’attività fiduciaria veniva determinata dal Ticino e svolta prevalentemente negli uffici siti a Lugano, occorre ora chinarsi sulle eccezioni di prescrizione e di carenza di competenza sollevate dalla difesa.
6.1.
Per quanto attiene alla prescrizione del reato di esercizio abusivo della professione di fiduciario è applicabile il decreto legislativo del 24 giugno 1947 che regola la prescrizione in materia di contravvenzioni. Lo stesso stabilisce un termine di prescrizione di due anni dal giorno in cui l’imputato ha compiuto il reato, ritenuto che se il reato è stato eseguito mediante atti successivi, lo stesso decorre dal giorno in cui è stato compiuto l’ultimo atto, mentre se il reato è continuato per un certo tempo, dal giorno in cui è cessata la continuazione (art. 2).
La difesa, avvalendosi del noto cambiamento di giurisprudenza del Tribunale federale che ha sancito l’abbandono della figura dell’unità sotto il profilo della prescrizione, sostiene che l’azione penale sarebbe prescritta per tutta l’attività fiduciaria antecedente ai due anni che precedono la data del dibattimento. Soggiunge che se si dovesse ritenere la continuità dell’attività, andrebbero comunque prese in considerazione solo le società ancora attive al momento del sequestro.
Orbene, nessuna delle ipotesi avanzate dalla difesa può essere condivisa.
In effetti, basandosi su criteri oggettivi, occorre ritenere che dal momento in cui l’accusato, dopo il diniego della necessaria autorizzazione, ha svolto l’attività di fiduciario a titolo professionale per conto di terzi ha instaurato una situazione di illegalità durevole, a pregiudizio dello stesso bene giuridico, perpetratasi sino al sequestro della documentazione e il blocco dei conti bancari ad opera dell’autorità inquirente. Egli ha infatti agito con piena cognizione nell’ambito di una struttura permanente e complessa nella quale confluivano i diversi mandati fiduciari che si intrecciavano senza soluzione di continuità (considerato che rimanevano in vigore a tempo indeterminato).
A non averne dubbio, trattasi di un reato continuato per un certo tempo nel senso della legge, formante una sola entità, per cui la prescrizione dell’azione decorre dal giorno in cui è cessata la continuazione (DTF 117 IV 408; 131 IV 83; 132 IV 49). Ne segue che nessuna delle attività previste nel decreto d’accusa è prescritta.
6.2.
La difesa solleva poi l’eccezione di carenza di competenza del Procuratore pubblico a emanare il decreto d’accusa impugnato. A suo dire, l’attività esercitata dall’accusato non costituirebbe un caso grave a norma dell’art. 19 cpv. 5 Lfid, perché non vi sarebbero stati in gioco beni giuridici importanti.
Ora, se è vero che l’atteggiamento poco collaborativo dell’accusato in sede di istruzione formale e dibattimentale, come pure il mancato allestimento della dichiarazione di imposta per la _ SA - regolarmente tassata d’ufficio, nonostante egli svolgesse anche attività di consulenza fiscale - non hanno permesso di stabilire il reddito da lui conseguito, non può essere disatteso che dal fascicolo processuale emerge che l’attività per la quale l’autorità inquirente ha ravvisato l’obbligo di autorizzazione a norma dell’art. 1 LFid verte su una gestione patrimoniale durata dal 1992 al 2005 che ha interessato fino a 150 clienti, permettendogli di conseguire onorari non indifferenti. Visto il lungo periodo di attività svolta e l’importante numero di clienti, l’esercizio abusivo della professione di fiduciario da parte dell’accusato configura senz’altro un “caso grave” a norma dell’art. 19 cpv. 5 LFid, per cui la competenza del Procuratore pubblico risulta pacifica e la censura infondata.
In siffatte circostanze, questo giudice perviene al convincimento che l'accusato abbia effettivamente commesso l'infrazione ravvisata dal Procuratore pubblico. La violazione è del resto intenzionale. Egli ha più volte ribadito in sede di dibattimento di conoscere perfettamente la legge sui fiduciari, operando esclusivamente dall’estero attraverso società create appositamente, tesi che, come detto, non appare per nulla credibile ed è anzi sconfessata dagli atti.
Ciò posto - pur non senza rilevare che si tratta di una persona che ha incontrato oggettive difficoltà che non gli hanno permesso di esercitare la sua professione come avrebbe voluto - occorre concludere che egli ha agito con coscienza e volontà, sapendo di esercitare la professione di fiduciario in Ticino sprovvisto di regolare autorizzazione e cercando di circuire la legge vigente, non da ultimo se si considera che anche con la _ SA non ha mai fornito la relativa dichiarazione d’imposta provocandone la tassazione d’ufficio.
7.
Per quanto attiene alla violazione della legge sulle armi, l'accusato non contesta di per sé di aver custodito le armi e le munizioni rinvenute nell’appartamento e negli uffici della _ SA in posti non chiusi a chiave. Ritiene nondimeno infondato l’addebito, evidenziando da un lato la particolare istruzione data al figlio _ in materia di armi (il quale ha sparato per la prima volta all’età di sei anni ed è stato istruito da entrambi i genitori a non toccare le armi); dall’altro lato, solleva lo stato di angustia in cui avrebbe agito, rispettivamente il fatto che si sentiva gravemente minacciato a seguito di un episodio occorsogli il 25 settembre 2004 sull’autostrada A1 in territorio di Lodi (I), nel quale il suo veicolo è stato raggiunto da un colpo d’arma da fuoco.
Circa le munizioni, sostiene che si trattava di fondi di magazzino legati all’attività della fallita _ SA e non più suscettibili di essere utilizzati.
Per l’art. 26 LArm le armi, le loro parti essenziali, gli accessori, come pure le munizioni e i loro elementi devono essere custoditi con diligenza e non devono essere accessibili a terzi non autorizzati. La diligenza implica che le armi vengano custodite in modo tale da non creare pericolo, mentre la non accessibilità impone, perlomeno, quando si trovano in luoghi facilmente accessibili a terzi (ospiti, bambini, personale di servizio, ladri, ecc), che siano tenute sotto chiave.
Nella fattispecie, è pacifico che le armi da fuoco trovate con il colpo in canna non rispettano il principio di diligenza, poiché lo stesso può esplodere con troppa facilità in caso di manipolazione accidentale o da parte di persone che ignorano la presenza del proiettile. Altrettanto pacifico è il fatto che le armi, così come le munizioni, erano custodite in vani o elementi non chiusi a chiave quindi accessibili a chiunque, in urto con il principio di non accessibilità a terzi non autorizzati. Peraltro la legge (art. 4) non distingue tra munizioni nuove o antiche e la violazione dell’obbligo di custodire diligentemente le munizioni non presuppone neppure che vi siano nelle vicinanze le relative armi.
Di transenna, si osserva che l’asserzione dell’accusato secondo cui le armi e munizioni rinvenute nell’appartamento sarebbero state messe sotto chiave nel vano realizzato appositamente nelle adiacenze della camera da letto prima di uscire di casa è poco credibile, in quanto difficilmente si può immaginare che egli si precipitava a riporre le armi e a metterle sotto chiave ogni qualvolta si assentava da casa dopo che le aveva tolte in precedenza. È ben più probabile che al momento del sequestro gli oggetti si trovassero nei posti in cui venivano normalmente lasciati, soprattutto le munizioni.
Per quanto attiene alle circostanze che avrebbero spinto l’accusato a tenere armi con il colpo in canna, a mente di questo giudice, le stesse risultano alquanto inconsistenti e, anzi, altamente improbabili, poiché non vi è nessuna certezza che egli fosse effettivamente il bersaglio prestabilito, tant’è che con scritto 20 marzo 2006 alla Procura della Repubblica di Lodi accennava a un possibile scambio di persone (cfr. notifica di prove 10 novembre 2006, doc. B).
Ma quand’anche si volesse considerare che qualcuno abbia attentato alla sua vita in Italia, per motivi del tutto sconosciuti, tale circostanza non costituirebbe valido motivo per non rispettare le disposizioni in materia di armi, caso contrario la situazione sfuggirebbe con ogni evidenza al controllo dell’autorità. In siffatte evenienze, l’addebito mossogli in relazione alla violazione dell’obbligo di diligenza merita senz’altro conferma.
L’unico addebito dal quale l’accusato dev’essere prosciolto è quello relativo alla mancata denuncia al competente Ufficio dei permessi della pistola SITES 9 mm matricola _, oggetto di un’autorizzazione di esportazione, che egli deteneva nella cassaforte della _ SA per conto dell’acquirente, in quanto nel caso concreto non sussisteva un tale obbligo.
8.
Quanto alla commisurazione della pena sancita dall'art. 19 cpv. 5 LFid, l'infrazione perpetrata dall'accusato alla normativa cantonale sui fiduciari è indubbiamente grave, ove solo si consideri che l'attività abusiva rimproverata all'interessato verte – come si è detto – su una durata di oltre dodici anni e ha coinvolto un numero importante di clienti (almeno una settantina le società off-shore da lui amministrate fiduciariamente) permettendogli di conseguire un guadagno senz’altro non indifferente.