Decision ID: dcd5ef66-b1e6-5fa0-b358-062b3549a645
Year: 2014
Language: it
Court: TI_TPC
Chamber: TI_TPC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

chiede la conferma integrale in fatto ed in diritto dell’AA. Ripercorre i fatti del 7 novembre 2013. Quella mattina, l’imputato, lasciando l’appartamento di _, decideva di recarsi a _ e non più a _. Comunicava questa decisione alla madre, la quale gli ricordava di non comportarsi come fece suo padre. L’accusa descrive quindi il ritorno a _ dell’imputato, fino all’appartamento dove si trovavano i genitori di ACPR 2. L’imputato comunicava a ACPR 1 le sue intenzioni, e la donna manifestava il suo disappunto ed il suo timore per le conseguenze economiche di tale decisione. In questa discussione, ad un certo punto interveniva ACPR 3, il quale afferma di aver ripreso IM 1 per il modo in cui egli si rivolgeva a ACPR 2 e a ACPR 1. IM 1 afferma invece che ACPR 3 interveniva tacciandolo di fallito sia come padre, sia come uomo. Per quanto attiene a questo limitato aspetto, ACPR 3 non giudicò mai in precedenza IM 1. L’accusa si chiede dunque per quale ragione ACPR 2 avrebbe dovuto proferire tali parole. IM 1 mai avrebbe pensato di passare alle vie di fatto nei suoi confronti, eppure, sentite le parole di ACPR 3, reagisce colpendolo in volto. IM 1 mente, anche se forse non in modo consapevole, quando dice che fu ACPR 3 a proferire quelle parole. Non mente però, quando afferma che egli si è sentito rimproverato di essere un fallito come uomo e come padre. Chi rimproverò a IM 1 di essere un fallito per la decisione di tornare a _, secondo la pubblica accusa fu IM 1 stesso. Nel suo inconscio ne era consapevole. IM 1 non vuole riconoscere che fu egli stesso a rimproverarsi ciò, e dunque attribuisce a ACPR 3 il suo stesso pensiero.
Astrazion fatta dalla decisione di tornare a _, quello che successe il 7 novembre non aveva nulla di straordinario, le discussioni erano sempre le stesse.
Egli non tornava a _ con l’idea di uccidere ACPR 1, non fu un crimine premeditato. Le considerazioni peritali in merito alla patologia dell’imputato permettono di fare le seguenti considerazioni: egli è persona dai principi assoluti, giusti o sbagliati che siano. Lui in ciò che crede, crede e basta, e non accetta di essere contraddetto. La consapevolezza di essersi comportato come suo padre, fece scatenare quella reazione.
I toni si alzano, e alla prima occasione, quando venne ripreso da ACPR 3 per il modo in cui si rivolgeva a ACPR 2 e ACPR 1, reagisce e lo colpisce. C’è poi l’intervento di ACPR 2 e ACPR 1. IM 1, prima di colpire ACPR 1 allontanava ACPR 2 trattenendola contro il muro quando questa tentava di difendere il padre, solo dopo avere respinto il tentativo di difesa, si accaniva su ACPR 1, scagliandole il monopattino in testa ripetutamente. Questo crescendo di situazioni, che hanno visto alla fine ACPR 1 soccombere, mal si conciliano con una frase “sei un fallito come padre e come uomo”. Avrebbe dovuto reagire violentemente contro ACPR 3, e non contro ACPR 1. IM 1 dice di non ricordare quanto è successo, riconosce che era convinto di aver commesso un omicidio. ACPR 1 è rimasta a lungo in pericolo di vita. Le conseguenze sono permanenti e molto gravi. Non può essergli riconosciuta la scemata imputabilità di grado medio nell’ipotesi in cui fosse stato offeso da una terza persona, in quanto questo non avveniva. La sua patologia ha influito solo con un grado lieve.
L’imputato non si pente, non dimostra alcuna empatia per la sua vittima, palesa solo dispiacere per quel che il figlio un giorno penserà di lui. Per le lesioni semplici, quelle qualificate sono sorrette dalle risultanze dei certificati medici e dalla perizia medico legale. Il fatto che IM 1 dica di non aver ferito ACPR 2 nulla cambia in termini di dolo eventuale. I fatti relativi alla coazione non sono contestati, come nemmeno quelli relativi alla contravvenzione LStup. Chiede dunque la conferma dei fatti descritti nell’AA.
In diritto, la PP cita l’art. 111 CP e l’art. 12 CP. L’imputato ha a lungo, con forza ed ininterrottamente colpito solo ed esclusivamente il capo della vittima mentre questa era a terra. La testa è una delle parti più sensibili del corpo umano, colpi alla testa possono decretarne il decesso. IM 1 non nega di aver saputo l’effetto dei suoi colpi, riconosce che non ha fatto altro che trasformare l’eventualità della morte nella certezza, e quindi in una sua precisa intenzione diretta. Incontestato che di omicidio intenzionale si tratta, questo a mente dell’accusa deve essere situato ai limiti dell’assassinio.
Sulla commisurazione della pena, occorre dapprima valutare la colpa. L’omicidio è dal profilo oggettivo tra i più gravi del CP. La circostanza specifica che se oggi parliamo di tentato e non realizzato, è pura causalità. È grave per il modo di esecuzione e la crudeltà evidenziata. Colpa gravissima anche per le conseguenze patite dalla vittima.
Dal profilo soggettivo, i moventi o gli obiettivi perseguiti vanno valutati. Ha agito per sua iniziativa, senza che vi sia stata alcuna reazione provocatoria, per far tacere la propria coscienza, per un motivo egoistico, ai limiti dei presupposti dell’assassinio.
A mente della PP per un reato consumato vi sarebbe una pena base di circa 17 anni di detenzione. Il reato, essendo solo tentato, ma al limite del consumato, giustifica una riduzione di pena del 15%, fino a situarsi a 14 anni e 6 mesi. Considerata una scemata responsabilità di grado lieve, si arriva a 11 anni e 6 mesi. Per tenere adeguatamente conto dei reati di lesione e coazione, la pena di 11 anni e sei mesi va aumentata a 12 anni. Infine, la pena va poi ponderata ai fattori legati all’autore. Egli beneficia dell’attenuante generica dell’incensuratezza, e di una sostanziale assunzione della sua responsabilità. Non gioca a suo favore il fatto che egli non abbia compreso la gravità del suo gesto, come nemmeno il comportamento da egli tenuto in carcere.
Chiede una pena detentiva di 11 anni, associata ad un trattamento ambulatoriale da eseguire in costanza di espiazione, e la conferma delle pretese degli AP. Chiede la confisca di tutto quanto in sequestro con distruzione dello stupefacente, il dissequestro delle cartelle mediche e del telefono cellulare dell’imputato;
§
RAAP 1, rappresentante degli accusatori privati ACPR 1, ACPR 2, ACPR 3, il quale formula e motiva le seguenti conclusioni:
chiede la conferma dell’AA. ACPR 3 e ACPR 1 sono persone anziane, che fino al 7 novembre 2013 conducevano una vita normale con la piccola pensione di euro 2'000.-. Le loro certezze, i punti di riferimento famigliari, sono stati buttati all’aria dalla violenza subita il 7 novembre 2013. Se per ACPR 1 ci sono importanti ripercussioni sul piano fisico, per ACPR 3 e ACPR 2 le lacerazioni sono soprattutto del proprio mondo interiore. Su IM 1 pesa una responsabilità enorme, anche perché il suo comportamento non ha avuto, solo per puro caso, un esito letale. La frase “sei un fallito come padre e come uomo”, non giustifica la furia omicida. L’unica colpa della signora ACPR 2 è stata quella di intervenire a difesa del proprio marito, appena abbattuto dall’imputato. RAAP 1 è d’accordo con l’accusa: non vi è stata premeditazione, ma certamente coscienza e volontà. Richiama le fotografie in atti. L’imputato non ha fatto nessun cenno di pentimento, in lui vi è solo dispiacere per la sua situazione personale. La signora ACPR 1, per giorni ha avuto la vita appesa ad un filo, parecchie operazioni anche difficili, e una riabilitazione tutt’ora in corso. Cita e legge il certificato medico sulle condizioni di ACPR 1 23.06./01.07.2014, allegato 9 istanza di risarcimento. Emerge quindi un grave stato di sofferenza, con importanti e definitive sequele. Prima di questo evento stava bene, era indipendente. Anche ACPR 3 ha subito un trauma cranico con emorragia ed escoriazioni varie, egli ha perso conoscenza dopo aver subito il colpo, non ha memoria di quello che è capitato. Cita quanto scritto dallo psichiatra che ha avuto modo di seguire la famiglia. ACPR 2, ha assistito ed è rimasta cosciente durante tutto il tempo alla brutalità e alla violenza messa in campo da IM 1. Ha subito un trauma da questa situazione che si porterà appresso per il resto della sua esistenza, nel vedere il padre di suo figlio, suo compagno, che neutralizza i suoi genitori. Per quanto riguarda il diritto rinvia all’istanza di risarcimento e a quanto già detto dalla PP. Rileva solo che il riconoscimento di un torto morale in denaro aiuterà le vittime ad attenuare il senso di ingiustizia patito. Conclude chiedendo la conferma dell’AA e che l’imputato sia condannato a versare a ACPR 1 fr. 50'000.- di torto morale, euro 761.90 di spese mediche, a ACPR 3 fr. 20'000.- di torto morale, a ACPR 2 fr. 15'000.- di torto morale e fr. 200.- per spese mediche;
§
DUF 1, difensore dell’imputato IM 1, il quale formula e motiva le seguenti conclusioni:
Secondo il difensore, l’imputato fin da subito ha definito quanto fatto come qualcosa di indicibile. Egli non si è riconosciuto nella persona che ha commesso quegli atti. Per quanto gravi siano stati, oggi gli va inflitta una condanna giusta, commisurata alla sua colpa.
La difesa ripercorre gli eventi del 7 novembre 2013. A seguito della telefonata con la madre, decide di tornare a _ per parlare. Quanto è successo in seguito, costituisce il contenuto dell’AA che la difesa non contesta. Quel che la difesa chiede è che il reato di tentato omicidio intenzionale sia considerato con il dolo eventuale e non diretto. Cita l’art. 12 CP. La fattispecie è molto simile a una già giudicata in sentenza CARP del 15 giugno 2012, inc.17.2011.138. Tutto si svolge molto velocemente, IM 1 non ci vede più dalla rabbia, dopo aver sottratto il monopattino da ACPR 3 si scaglia sulla vittima. IM 1 la colpisce con forza alla testa a più riprese, egli non può chiaramente non prendere in considerazione il fatto di poterla uccidere. Ma non era quello il suo intento. Cita le dichiarazioni dell’imputato nei precedenti verbali. Non ci sono elementi che desiderasse realmente uccidere.
Per i ptt. 2, 3, 4 dell’AA non ci sono particolari osservazioni. Un particolare va comunque discusso nel dettaglio, in quanto è di portata importantissima sulla commisurazione della pena. Trattasi dell’alternativa posta dall’accusa, ovvero la famosa frase che ha scatenato la violenza. La PP oggi si è schierata con gli ACP, a torto. Secondo il difensore, la versione dei fatti di IM 1 è sempre stata coerente ed univoca. Il 7 novembre 2013 IM 1 ha avuto una reazione straordinaria, provocata da un evento straordinario, che non era la decisione di tornare a _ di cui già nei giorni precedenti aveva discusso con ACPR 2 ed i genitori. La frase pronunciata doveva essere qualcosa di molto più incisivo, che andava a toccare il punto debole di IM 1. Cita la perizia del dr. _ pag. 13-14, una frase che in quel momento ha pesato come un macigno, perché l’ha toccato nel punto più dolente. Vi sono altri elementi che rendono la versione degli ACP meno credibile di quella dell’imputato. Cita le loro precedenti dichiarazioni, contraddittorie.
In merito alla commisurazione della pena, a mente del difensore quella proposta dalla PP non tiene conto della scemata imputabilità. Quella frase è stata detta, quindi la scemata responsabilità è di grado medio. Da un profilo oggettivo, la colpa di IM 1 è grave. La vita della vittima è peggiorata a seguito dell’aggressione, ella comunque ha mostrato progressi sensibili, tanto che riesce a svolgere diverse azioni da sola, cammina col girello, ha un eloquio fluido, comprende il 70% delle cose. La sua capacità di intendere e di volere non è stata compromessa. Sembra esserci spazio per degli ulteriori miglioramenti futuri, ella ha ancora una vita. Dal profilo soggettivo, non si può dimenticare che l’aggressione è partita a seguito di una provocazione che ha toccato un nervo scoperto.
I fattori legati all’autore: secondo la PP la pesantezza della pena richiesta sarebbe dettata anche dal comportamento assunto dopo ai fatti dall’imputato. Egli si è in realtà spontaneamente costituito alla Polizia, per primo ha capito di aver commesso qualcosa di veramente grave per cui doveva essere punito. IM 1 è incensurato. Bisogna poi considerare il suo vissuto: si tratta di un uomo contro cui la vita si è accanita. Il suo sogno era quello di avere un figlio e di poter essere considerato come un riferimento. Durante l’istruttoria l’imputato ha sempre tenuto un comportamento educato. Il perito ha fatto presente come delle cure stazionarie o ambulatoriali potrebbero arginare il pericolo di recidiva. IM 1 una volta uscito vorrà costituirsi un futuro, essere un buon padre.
Chiede che venga tenuto conto di tutto quanto sopra ad attenuazione della sua pena che deve essere massicciamente ridotta. Chiede quindi che venga condannato per tutti i reati a una pena non superiore ai 5 anni. Acconsente al trattamento terapeutico. Per le pretese degli ACP si rimette giudizio della Corte. Non si oppone alle richieste di confisca.
Considerato,

in fatto ed in diritto
1. Curriculum Vitae
IM 1, di n.n. e _, nasceva a _ (_) il _. Egli è cittadino _, profondamente cattolico, di professione cameriere e non è sposato.
Così descriveva il suo passato in interrogatorio:
“Sono nato il _ a _. Mia madre era/è ragazza una madre. Io sono cresciuto a _ in città Mia madre è amministratrice in una _ e questo da 40 anni. Ad agosto 2014 andrà in pensione. Sono figlio unico. Ho vissuto con mia madre fino a 18 anni. Ho frequentato le scuole dell’obbligo a _. Io mi sono diplomato in ragioneria nel 1996. Successivamente mi sono arruolato nell’esercito per 3 anni, corpo degli _ fino a raggiungere il grado di _. Mi sono congedato nel ’99. Durante questi 3 anni, due anni e mezzo li ho trascorsi in _. Congedato dall’arma ho aperto un’attività a _ e meglio un bar a _ e questo per 2-3 anni. Successivamente ho iniziato a fare il dipendente di alcune discoteche nel _ come barman. Io in questo periodo ho vissuto a _. Nel 2005 sono tornato a _, sono rimasto lì per 3-4 anni, durante i quali ho trascorso 6 mesi ancora a _ (facevo l’agente finanziario per _, agenzia affiliata di _, per erogare mutui, finanziamenti). A _ ho lavorato come barista, dipendente. A _ ho smesso in quanto non sono riuscito a sviluppare il progetto. Preciso che ho iniziato a fare l’agente finanziario a _ ma poco dopo sono andato a _ dove conoscevo meglio la piazza. Conclusa l’esperienza come agente finanziario, sono tornato a _ dove ho ripreso a fare il barista, come dipendente. Ho voluto cambiare nuovamente settore e ho iniziato a fare l’agente di vendita nell’ambito della telefonia fissa per la _. Nel giugno 2008 ho conosciuto ACPR 2, mia collega, all’interno degli uffici della _ di _.”
(AI 7).
“Mi viene chiesto se attualmente prendo dei medicamenti e rispondo di no, (...). Mi viene chiesto se sono mai stato in cura psichiatrica e rispondo di no. Mentre ACPR 2 sì. Alla fine però sono diventato pazzo io.”
(AI 4).
“A precisa domanda rispondo che ho circa 20/25 mila franchi di debiti in Ticino.”
(AI 4).
Al dibattimento, egli descriveva il trascorso difficile passato con la madre:
“(...) quanto emerge dall’articolo del Giornale di _ del 2012, in merito al mio passato ed in particolare a quello di mia madre, è la verità. Da ragazzo ho vissuto sempre con mia madre, i primi tre anni di vita li ho trascorsi in un istituto per ragazze madri. Dopo il terzo anno di vita abbiamo dovuto trovare un alloggio di fortuna in un sottoscala di _, questo fino all’età di 8 anni. I servizi igienici erano fatiscenti, ho ancora oggi i segni del morso di un topo. Ci sono state diverse problematiche nel corso della mia infanzia e adolescenza. Sono comunque andato a scuola, e ho studiato ragioneria.”
(verbale d’interrogatorio dibattimentale 13.10.2014).
In effetti, il padre non si è mai occupato di lui, lasciando alla sola madre il compito di educarlo, crescerlo e mantenerlo. Così la madre in un’intervista al giornale di _, in tempi non sospetti:
“ “Non ricordo neanche più da quanti giorni non mangio. Voglio solo morire, soffro troppo e non mi è rimasto niente e nessuno. Non ho soldi per le medicine e non posso badare a me stessa da sola.”. _ (nella foto) ha _, è invalida, una pensione di 200 euro ed è stata abbandonata dalla famiglia: ieri mattina ha deciso di suicidarsi (...) abita in una vecchia, piccola, sporca, trasandata palazzina cadente (...). Nel palazzo e nel quartiere, tutti conoscono la sua tragica storia e si fanno in quattro per darle quella mano che la famiglia le ha da sempre negato. Anche ora che è gravemente malata, non c’è nessuno dei suoi vicino. Intorno al suo letto si aggirano solo un gatto ed un cane, che neanche lei sa più come mantenere e che infatti sporcano i pavimenti con i propri escrementi. (...) _ soffre di una grave vascolopatia celebrale, un tumore al cervello, ischectomia totale, paradentosi ossea (...) “Sono un’ombra per tutti, non esisto. Ho paura di vivere”. Gravissimi disturbi della personalità le impediscono di avere un contatto con la gente, gravi forme di attacchi di panico la portano a svenire ripetutamente (...) a soli 24 anni è rimasta incinta, e per questo fu ripudiata dai genitori e cacciata di casa. (...) “Mi hanno abbandonato perché ero una ragazza madre, l’uomo che mi mise incinta scomparve subito appena lo seppe. Ma i figli si amano, non si uccidono. (...) Ho vissuto per strada, in un istituto per ragazze madri a via _, da cui però mi hanno cacciata dopo tre anni e poi in un sottoscala di un parco in via _ in mezzo ai topi, con un figlio che purtroppo ha avuto un’infanzia traumatizzata anche a causa mia perché ero un alcolizzata. (...)”. _ già era stata segnata sin da piccola da un’infanzia maledetta: il padre abusò più volte di lei e quando provò a confidare con grande paura la cosa alla madre, quest’ultima le diede della “pazza” e la spedì come un pacco postale a vivere dalla zia. (...) Il figlio, IM 1, di _ anni, con burrascosi trascorsi di droga, l’ha lasciata da sola per andare a vivere con la compagna ed il figlio piccolo in _, a _, dove lavora in un ristorante. La casa in cui vive è molto piccola e ridotta malissimo. Il tanfo di sporco e chiuso impregna persino l’unico mobile che possiede. (...) Le porte sono state divelte dal figlio, nei drammatici momenti di crisi d’astinenza. Il comodino è pieno zeppo di medicine, per lo più tranquillanti. (...) “Con lo stipendio devo pagare i debiti di mio figlio e quello che rimane non mi basta neanche per le medicine. Mi serve un aiuto o io mi trascino alla finestra e mi butto giù, a questo punto, tanto, che differenza fa?” ”.
(Estratto del Giornale _ del _: _)
Dalla relazione di IM 1 con ACPR 2, nasceva quasi subito _:
“Conosco ACPR 2 nel 2009, no nel 2008. Dopo tre mesi abbiamo deciso di avere un figlio e così è nato _ il _.”
(AI 4, allegato 8).
1.1. L’esperienza militare
_, _, con cui IM 1 aveva un rapporto di confidenza, raccontava così dell’esperienza militare e della personalità di quest’ultimo:
“Io ho sempre pensato che IM 1 potesse arrivare a suicidarsi. Nella sua psiche c’è una voragine. Lui mi ha raccontato le sue esperienze da militare. Lui è stato in _, lui è stato istruito alla risposta immediata all’aggressione. Nei momenti più pericolosi, loro dovevano assumere anche eccitanti, psicofarmaci per dar loro uno stato vigile al di fuori della norma, fatto questo che lo aveva perturbato nel corso degli anni. Circostanza questa che secondo me, non ha fatto altro che aggravare la sua psiche già perturbata.”
(AI 51).
Interrogato in data 18.12.2013, l’imputato dichiarava di avere assunto anfetamina durante le missioni all’estero come paracadutista, sei mesi in _ e sei mesi in _:
“L’anfetamina ci veniva data prima di iniziare il turno di notte. I turni erano 24 ore su 24. A questo si aggiungevano i cordialini che erano piccole bottiglie di superalcolici che ci tenevano caldo e questo solo in _ dove la temperatura era di -35/-35. Io ero tiratore scelto e quindi ero soggetto a fare guardia fisso.”
(AI 89).
Raccontava poi di avere subito un processo, e di avere fatto 45 giorni di cella di rigore a causa di un litigio avuto con un altro militare nel corso di un’esercitazione:
“nell’addestramento c’erano delle guerre e combattimenti simulati tra di noi. Lo scopo era quello di addestrarci a difenderci dal nemico e neutralizzarlo. Questo comportava tra di noi degli scontri fisici e psichici. Le regole di ingaggio prevedevano di neutralizzare il nemico e imprigionarlo. Non prevedevano invece di eccedere nell’attacco. Ma questo a volte capitava quale sfogo tra di noi se vi erano degli screzi. Io avevo degli screzi con il sottotenente _ e ricordo che in una simulazione mi aveva rotto due denti dopo che mi aveva fatto già prigioniero e pertanto non aveva motivo di prendermi a calci in faccia. In una successiva occasione di simulazione ho preso il pretesto e a mia volta l’ho preso parecchio a calci in faccia spaccandogli tutti i denti. Io non lo avevo ancora fatto prigioniero. A D del PP rispondo che quando ho colpito a calci il sottotenente ero lucido e volevo rompergli la mandibola e sapevo perfettamente quello che stavo facendo e sapevo anche che non mi sarebbe successo nulla visto che era una simulazione e invece ho subito un processo, ho fatto 45 giorni di cella di rigore ma non sono stato allontanato dall’arma. Questo episodio è stato l’unico in cui la violenza è stata gratuita da me subita e restituita con gli interessi non rientrante nell’addestramento. Preciso che ero addestrato per essere una macchina da guerra e io lo ero diventato e mi piaceva da matti quello che facevo.”.
(AI 89).
A precisa domanda del PP se il servizio l’avesse cambiato nei suoi modi di reagire a torti o sgarbi, rispondeva:
“Mi ha reso più impulsivo, più aggressivo. Meno timoroso, più sicuro di me. Violento lo divento solo se perdo il controllo. In quel caso neanche dieci persone possono fermarmi.”
(AI 89).
Dalla documentazione agli atti risulta che per questo episodio – avvenuto in _ – l’imputato non subiva una condanna formale da un Tribunale penale militare; la pena di 45 giorni in cella di rigore gli veniva impartita dai superiori internamente alla caserma (AI 111 e 114).
1.2. La paura della fine del mondo
_ riferiva della paura di IM 1 che il mondo stesse per finire:
“Lui era convinto che il mondo stesse per finire e che io potessi fornirgli degli elementi per chiarirgli questa sua paura. (...) leggeva in maniera molto fondamentalista alcuni passi della bibbia in cui si faceva riferimento alla fine del mondo e lui di queste sue paure era molto angosciato.”
(AI 51).
Continuava poi:
“Lui mi aveva anche detto che il 21.12.2012 è stato un giorno si smarrimento totale, lui aspettava veramente la fine del mondo. A mio giudizio l’aspettava quasi come una liberazione da tutti i suoi problemi. So che quel giorno lui non si era alzato dal letto perché la fine del mondo non era arrivata e questo lo aveva posto in uno stato di depressione. Ricordo anche che ad un certo punto aveva comprato addirittura una spada da un armaiolo perché pensava che avrebbe dovuto combattere contro una misteriosa figura apocalittica nel contesto della fine del mondo. (...) mi aveva chiesto delle candele benedette per la fine del mondo. (...) Questi comportamenti osservati, mi hanno portato a credere che IM 1 potesse anche togliersi la vita (...).”
(AI 51).
L’imputato confermava queste dichiarazioni e precisava:
“I passi della bibbia riportano determinate cose che si riproducevano nelle teorie dei maia e quindi ero convinto della veridicità dell’avvenimento. (...) Io (...) avevo pensato bene di tenere da parte 100 litri di acqua perché la tempesta solare causata dall’allineamento dei pianeti previsto per il 21.12.2012 secondo i Maia, Nostradamus e anche secondo la Nasa, sarebbe stato il non funzionamento dei dispositivi elettronici e quindi come prima conseguenza vi sarebbe stata l’interruzione dell’approvvigionamento idrico. Non le nego che se avessi avuto la possibilità economica per comprarmi un bunker lo avrei fatto.”
(AI 89).
Affermava di avere comperato la spada perché gli piaceva, ammetteva di avere anche pensato di usarla contro qualcuno che, una volta giunta la fine del mondo, avesse ad esempio voluto appropriarsi della sua acqua o fargli del male. Dichiarava che le tre candele benedette dovevano essere una sorta di protezione spirituale. A precisa domanda del PP rispondeva:
“(...) la fine del mondo io la temevo parecchio ma non l’ho mai desiderata nella maniera più assoluta e soprattutto non l’ho desiderata per risolvere i miei problemi. Li avrei risolti in altro modo.”
(AI 89).
ACPR 2 in merito a questa paura del suo ex compagno precisava che:
“nel corso del mese di dicembre del 2012 lui aveva acquistato diversi kit di sopravvivenza spendendo tutti i soldi della famiglia, eravamo rimasti con fr. 20.- e tutto questo materiale lo teneva in casa. Dal momento che non era successo nulla, lui era rimasto a letto tutto il giorno. Io gli avevo chiesto se lui non fosse contento del fatto che non era arrivata la fine del mondo e lui mi aveva risposto di essere contento ma che rimaneva nel letto. Gli faceva male la testa. (...)”
(AI 59).
IM 1 riferiva al dibattimento:
“
Conferma
che nel 2012 era convinto dell’arrivo della fine del mondo?
Vorrei precisare che ad oggi dissento da quanto emerge dai verbali, mi sono fatto suggestionare dagli eventi. Di certo non avrei mai voluto che accadesse. La sciabola che ho comprato l’ho comprata mesi prima, io colleziono armi bianche, ma ho sempre fatto attenzione in presenza di mio figlio (la tenevo in cantina). Ma non ha nulla a che vedere con la fine del mondo.
ADR
che invece i kit di sopravvivenza che avevo acquistato erano in vista della possibile fine del mondo.”
(verbale d’interrogatorio dibattimentale 13.10.2014).
Ulteriori dettagli sulla vita e la personalità dell’imputato, in particolare – ma non solo – per quanto riguarda la sua infanzia a _, si trovano nell’anamnesi riassuntiva della perizia del Dr. _ (AI 96).
2. Precedenti penali
Dall’estratto del casellario giudiziale svizzero del 07.11.2013 (AI 2) e da quello _ del 12.11.2013 (AI 39), IM 1 risulta incensurato.
3. Circostanze dell’arresto
Dal rapporto d’arresto provvisorio del _, emerge quanto segue:
“Questo pomeriggio, alle ore 14.18, _ richiedeva il nostro intervento a _ in Via _, in quanto era in corso un’animata discussione. Subito dopo chiamava _ comunicando che nella lite citata vi erano dei feriti. Contemporaneamente la Polizia Comunale di _ veniva allertata da un gruppo di operai, che lavoravano in un cantiere su via _ e che avevano udito delle urla provenire dallo stabile.
Sul posto per primi una pattuglia della Polizia Comunale. All’esterno del palazzo trovavano il rubricato, il quale si consegnava a loro dicendo “che probabilmente aveva commesso due omicidi”.
Nel frattempo la pattuglia del Reparto Mobile raggiungeva l’appartamento di ACPR 2, situato al _, teatro dei fatti. Qui avevano modo di rinvenire due persone a terra circondate da una pozza di sangue. In attesa dei sanitari procedevano al primo intervento di soccorso e alla salvaguardia delle tracce. (...).Si richiedeva l’intervento della scientifica, i quali dopo aver fatto i rilievi sull’autore, si portavano nell’appartamento di _, scena alterata nel frattempo dai soccorritori e dagli agenti intervenuti. (...) si procedeva alla verbalizzazione dei testimoni _ e _, i primi ad essere arrivati sul luogo. Veniva anche verbalizzata in qualità di vittima l’ex compagna dell’imputato, ACPR 2 nonché l’autore materiale, IM 1.”
(AI 4).
Dal rapporto d’intervento della Polizia comunale di _ del _:
“in data e ora di cui sopra venivamo allertati dal Sgtm. _, lo stesso ci comunicava che degli operai presenti in via _ l’avevano chiamato in quanto udivano delle forti urla provenienti dal palazzo ivi presente.
Subito in loco si prendeva contatto con gli operai che avevano allarmato i nostri servizi, nel medesimo momento, alle ore 14.25 circa, si presenta un uomo con in mano il proprio passaporto _, lo stesso asseriva di volersi costituire, dicendo che aveva commesso forse due omicidi. L’uomo appena giunto da noi ha affermato: “questa volta non sono riuscito a trattenermi con i miei suoceri.”
Da parte nostra si ammanettava l’uomo e si procedeva ad una perquisizione di sicurezza. (...)
All’interno si aveva modo di trovare tre persone, una donna riversa a terra, con il volto ricoperto di sangue, una seconda donna che piangeva e teneva le gambe dell’uomo sdraiato per terra.
Si cercavano informazioni dalla giovane donna, identificata in seguito nella ACPR 2, la quale ci spiegava che il suo ex fidanzato, a mano del manico del monopattino del figlio ha più volte colpito alla testa la madre ed il padre. Sotto choc non sapeva darci motivazioni del gesto.”
(AI 4, allegato 1).
In data _ – dopo essere stato interrogato – l’imputato veniva arrestato ed incarcerato presso il carcere giudiziario _.
L’imputato è in carcere dal giorno dei fatti. In merito al suo comportamento in detenzione, si segnala che il 09.04.2014 veniva sottoposto ad un procedimento disciplinare a seguito del quale subiva 5 giorni di cella di rigore, per avere accumulato un gran numero di assenze arbitrarie sul posto di lavoro, nonché per avere insultato il Capo arte e rifiutato di eseguire un suo ordine (AI 152). Un secondo procedimento disciplinare, che lo condannava ad altri 4 giorni di cella di rigore, avveniva il 10.09.2014, per aver insultato il Capo arte della cucina centrale (doc. TPC 27).
Interrogato a tal proposito, l’imputato riferiva al dibattimento:
“
Dai rapporti del carcere emergono dei suoi comportamenti non propriamente corretti nei confronti delle regole della struttura.
Mi piacerebbe spiegare questi episodi.
Quando lavoravo il legatoria, il primo mese ho ricevuto pure un premio per la produzione effettuata, e questo già non è comune. Quando ho chiesto di cambiare laboratorio visto che non ero più interessato al lavoro, ho chiesto di lavorare in stamperia, avevo pure l’appoggio del capo della stessa. Ho chiesto in modo molto educato di poter cambiare il posto di lavoro. I due capi hanno preso la questione come qualcosa di personale, e da quel momento ho iniziato a subire insulti per due mesi sul lavoro. Ho reclamato per iscritto in merito a tale situazione, nessuno ha saputo rispondere né prendere provvedimenti, magari io ho sbagliato, ma ho cercato un punto di rottura. Ho dunque messo per iscritto al capo sorvegliante che preferivo rimanere in cella piuttosto che “fare il burattino di un coglione”. Ho offeso una persona che per due mesi ha continuato ad offendere me, sulla mia provenienza e tanto altro. Per questo io sono stato sanzionato con 5 giorni di cella di rigore.
Poi ha avuto problemi anche col capo arte della cucina, conferma?
Sì, la storia della cucina è una pura fantasia, considerato che il cuoco con cui avrei “litigato” stamattina beveva il caffè con me. Lui stesso non sostiene che io l’abbia insultato. Semplicemente era successo che mi ero permesso di chiedere un piatto di pasta per un detenuto che ne aveva fatto richiesta. Ho fatto ricorso alla decisione che mi imponeva 5 giorni di rigore, e poi l’ho ritirato. Mi è stato detto che io non devo difendere i detenuti.
ADR
che non faccio il sindacalista in carcere, ma se c’è da dire qualcosa, anche per gli altri come mi è stato chiesto, lo dico.”
(verbale d’interrogatorio dibattimentale 13.10.2014).
4. La relazione fra IM 1 e ACPR 2
Durante l’inchiesta, l’imputato riportava un racconto dettagliato della sua relazione sentimentale con ACPR 2, con riferimento particolare alle figure dei genitori di lei, e meglio della madre ACPR 1, la quale sin dagli inizi della storia, almeno secondo le sue dichiarazioni, assumeva un comportamento intromissivo, non risparmiando critiche anche pesanti all’imputato, a livello personale, famigliare e professionale, dimostrando di non averlo mai realmente accettato come compagno della figlia rispettivamente padre del nipote:
“Conosco ACPR 2 nel 2009, no nel 2008. Dopo tre mesi abbiamo deciso di avere un figlio e così è nato _ il _. Da quel giorno la mia figura di padre viene cancellata definitivamente da ACPR 1, mamma di ACPR 2. (...) Il problema principale tra me e ACPR 2 è stata sempre sua madre. (...)”
(AI 4, allegato 8).
ACPR 2 dichiarava:
“
Ho conosciuto IM 1 circa 6-7 anni or sono a _. Tra di noi è sorta una relazione sentimentale che il _ ha portato alla nascita del nostro unico figlio _. Ciononostante non ci siamo mai spostati, anche se in un’occasione avevamo già preparato le carte per farlo. Poi però abbiamo rinunciato poiché ci lasciavamo spesso. È sempre stata una relazione molto burrascosa.”
(AI 4, allegato 4).
Dopo un primo periodo trascorso a _ fra il 2008 ed il 2010, nel corso del quale IM 1 arrivava pure a cambiare domicilio e lavoro pur di allontanarsi dai genitori della compagna e riuscire ad instaurare con lei un rapporto sereno, egli decideva di lasciare il Paese nel corso dell’estate 2010, per allontanarsi il più possibile dalla famiglia di lei. Si trasferiva dunque in Ticino, a _, e, una volta trovato lavoro quale cameriere presso il ristorante _, proponeva a ACPR 2 di raggiungerlo col bambino.
Così IM 1 raccontava, descrivendo dall’inizio la relazione con ACPR 2, una volta rimasta incinta:
“ (...)Lei non ha voluto vivere con me ma ha preferito tornare a casa dei genitori, in particolare dalla madre (...). Io avevo chiesto a ACPR 2 di andare a vivere a _ con lei nella casa di vacanza che i suoi genitori avevano in affitto. Io vivevo lì, ma ACPR 2 non è venuta poiché sua madre non voleva (...). Sua madre aveva un rapporto morboso con la figlia, voleva avere il controllo di tutto. Io e sua madre abbiamo iniziato ad avere problemi quando iniziava a metter becco troppo nelle nostre faccende. (...) Preciso che a _ io e ACPR 2 per una ventina di giorni abbiamo vissuto assieme ma poi lei, a causa della mia assenza a causa del lavoro, lamentava solitudine e sua madre è venuta a prendersela dal giorno alla notte. (...) Io un giorno tornai a casa e non vidi più ACPR 2. (...)
Mi sono trasferito a _. Io ho continuato a lavorare per la stessa azienda ma in una filiale di _ e questo è avvenuto a fine 2008 – inizio 2009. Andavo a trovare ACPR 2 tutti i fine settimana. Le cose andavano bene, perché io facevo le cose che voleva _ (la madre). Io con _ ho parlato in maniera educata, in maniera scomposta (ovvero volgare, “vecchia di merda”, “vecchia del cazzo”, “c’hai 60 anni e fatti una vita con tuo marito”), in maniera agitata...in tutti i modi cercavo di avere un dialogo con lei. (...) non sono mai passato a vie di fatto. (...) Il grosso delle offese (...) le dicevo alla figlia ACPR 2 nel senso che mentre parlavo con ACPR 2 insultavo la di lei madre. ACPR 2, si trovava tra l’incudine ed il martello (...).
Nato nostro figlio _, lui va a casa della nonna. ACPR 2 mi dice di trovare un appartamento per andare a vivere assieme. Io ho trovato lavoro a _, a 50 metri dalla casa di _, era luglio.
A settembre 2009 ho poi trovato un appartamento nel quartiere di _. È stata ACPR 2 a scegliere il nostro appartamento (...) ho fatto dei debiti (3000 EUR) perché l’appartamento era piccolo e da ristrutturare (...) ACPR 2 è entrata in ottobre 2009 nel nostro appartamento, (...). Dopo circa 2 settimane _ viene a trovarci e a metà novembre se l’è portata a _ in quanto diceva che l’aria là era più salubre; (...). A D del PP rispondo che ACPR 2 ha sempre bisogno di aiuto. Concordo con il PP che io non potevo darle aiuto tutto il giorno perché lavoravo e posso ammettere che questo aiuto _ glielo poteva dare, ma trovo disumano che lei _ decidesse cosa fare con ACPR 2 e con mio figlio, senza nemmeno interpellarmi. Notata l’assenza di ACPR 2 da casa nostra, io ho chiamato ACPR 2 e poi l’ho raggiunta a _. _ non era presente. Io ho chiesto a ACPR 2 la motivazione che la spingeva a restare a casa con la madre anziché tornare a casa sua. ACPR 2 mi disse “qui l’aria è più salubre e naturale e fa bene al bambino”. Ad un certo punto il padre di ACPR 2 è intervenuto dicendo “tu devi venire qua, devi mettere i soldi sul tavolo e te ne devi andare”. Preciso che i soldi a cui faceva riferimento erano quelli per il bambino. Ricordo che era il giorno dell’immacolata del 2009. (...) Finita la discussione con ACPR 2 ed il padre mi sono rivolto a ACPR 2 chiedendole che se voleva unicamente il mantenimento glielo avrei dato ma che poi non mi avrebbe più visto. Me ne sono andato e scendendo le scale incontrai _ e la riempii di insulti (...). _ non aveva detto nulla.
Per natale 2009 avevo chiesto a ACPR 2 di poterlo trascorrerlo con mio figlio. Il tutto si è tradotto con un incontro con mio figlio alla presenza anche di ACPR 2 per soli 5 minuti al bar (a _). (...).
Nel 2010, 19 gennaio 2010 mia madre fa una vincita e con quei soldi riesco a battezzare il _ e riesco a pagare i vestiti per ACPR 2 per il battesimo. In quel periodo _ mi aveva consigliato di prendere ACPR 2 ed il bambino e di andarcene dai di lei genitori o meglio dalle sgrinfie della madre. Io ho iniziato a ragionarci su e ho proposto a ACPR 2 di andare in _. Lei mi pose il problema della lingua (...) Siamo nel marzo – aprile 2010. Abbiamo quindi optato per trasferirci nel Canton Ticino. Il progetto era che io andassi prima in Ticino e che poi sarei tornato a prendere lei e mio figlio. (...) trovammo opposizione da parte di _ perché quest’ultima pensava che io volessi partire per abbandonare la mia famiglia. (...) Sono riuscito a convincere ACPR 2 (...) Una volta lei convinta del progetto, la madre si è tranquillizzata (...). Alla fine erano contenti che noi fossimo andati in Ticino.
Il 18 agosto 2010 decido quindi di partire per (...) _ con 500 EUR in tasca. Non conoscevo nessuno. Il 27 settembre 2010 chiamo ACPR 2 e le comunico che ho trovato lavoro (al _, 3600 CHF lordi), che ho trovato appartamento (in _, CHF 1250) e che l’avevo anche arredato (letto, culla, tavolo e sedie). Lei mi ha detto che sarebbe arrivata. Ad ottobre 2010, intorno al 20 mi ha raggiunta da sola a _ dicendomi che il bambino lo avrebbe portato poi la nonna.”
(AI 7).
La madre di ACPR 2 raggiungeva la coppia in Ticino da lì a poco, portando con sé il nipotino. Una volta giunta presso il loro appartamento, riprendeva a criticare l’operato di IM 1 in merito alla scelta del mobilio e dell’appartamento stesso. Egli reagiva sfogando la propria rabbia sugli utensili in cucina:
“_è arrivato il mese dopo con la nonna, la quale è restata un paio di giorni buttando benzina sul fuoco (non c’è un armadio, non c’è un balcone, è piccolo, è meglio che sto figlio non lo facevi proprio, come ti gestisci...). Io quel giorno ho spaccato mezza cucina dal nervoso e ho preso le pentole e le buttavo nella stanza. Io mi ero chiuso in cucina da solo. Per “mezza cucina” preciso che avevo sbattuto un pentolino contro un mobile, rompendo il manico e parte del mobile. Io ero arrabbiato con _ e le ho detto “non puoi pisciare sui miei sacrifici ogni volta!”. _ (proprietario del _) sa i sacrifici che ho fatto ed io queste cose le ho dette a _, io urlavo ero nervoso e le avevo detto “levati dal cazzo, tornate a casa”). _ piangeva, ACPR 2 mi accusava “come faccio senza mia madre”. La discussione è successa di mattino presto, sono uscito di casa e sono andato a lavorare. Una volta tornato _ non c’era più. Io, ACPR 2 e _ abbiamo vissuto per 6 mesi in _ o. Questi sono stati 6 mesi di discussioni con ACPR 2 in quanto lei voleva che io le chiedessi scusa (a _) ma io non me la sentivo. (...).”
(AI 7).
La lontananza non aveva l’effetto sperato, e col tempo anche la relazione tra ACPR 2 e IM 1 si deteriorava a causa delle continue intromissioni della madre di lei e delle conseguenti reazioni violente di lui, fatto sta che nel 2011 egli decideva di lasciare l’appartamento in cui viveva con la compagna dicendole di fare ritorno a _ dai suoi genitori:
“A marzo/aprile 2011 ho lasciato l’appartamento perché io volevo continuare la mia vita da solo e le ho detto che era meglio che lei tornasse a vivere a _ con nostro figlio. Ho continuato a lavorare al _ e sono andato a vivere a _ a _ (...) fino al dicembre 2011. Io in questo periodo (...) sentivo ACPR 2 tutti i giorni, (...) le chiedevo se era contenta della sua scelta e se era felice di stare con i suoi e lei mi diceva di no ma non riusciva a mettere una barriera tra lei ed i suoi genitori. (...)”
(AI 7).
Tale situazione durava poco, tant’è che già nel dicembre 2011 IM 1 chiedeva a ACPR 2 di tornare a vivere con lui a _ insieme a _ per tentare una riconciliazione, e così faceva la donna:
“Nel dicembre 2011 ho preso in affitto un appartamento a _ per far tornare ACPR 2 con il bimbo. ACPR 2 ha scelto di venire da me. Lì abbiamo abitato per circa 13-14 mesi (febbraio- marzo 2013). È stato tutto sereno in questo periodo e meglio fino al dicembre del 2012. in precedenza _ chiamava, ma io le avevo vietato di venire a casa nostra. Si stava bene. ACPR 2 non lavorava, io ero sempre al _. Io pagavo 1250 CHF di affitto. In questo periodo, fino al dicembre 2012, abbiamo anche ospitato il padre di ACPR 2 a casa nostra (...) 1-2 volte.”
(AI 7).
Al dibattimento precisava:
“Il 2012 è stato dunque un anno tranquillo.
Sì, io sono rimasto fino a giugno/luglio 2012 al _, appena ACPR 2 ha incominciato a lavorare alla _, io sono entrato in disoccupazione. Non c’erano tensioni in quel periodo, stavamo bene, nonostante i problemi pratici di gestione che riuscivamo sempre a risolvere in modo tranquillo.”
(verbale d’interrogatorio dibattimentale del 13.10.2014)
_ a tal proposito precisava invece che IM 1 si licenziava dal _ per poter poi beneficiare della rendita di disoccupazione e occuparsi del bambino, mentre invece ACPR 2 lavorava (AI 51).
Tra i due tutto comunque procedeva più o meno bene, finché nel dicembre 2012 veniva a mancare la nonna di ACPR 2, a cui la donna era molto legata. IM 1 decideva di mettere da parte i vecchi rancori ed ospitare i genitori di lei, così che potessero sostenersi a vicenda nel triste momento. Per i primi giorni tutto filava liscio, fino alla mattina del 1° gennaio 2013, giorno in cui IM 1 sentiva ACPR 1 parlare di soppiatto con ACPR 2, proferendo a suo dire dure critiche verso la madre di lui e provocandone una reazione collerica, tanto che IM 1 decideva infine di andare via di casa in attesa che i suoceri ripartissero per _:
“Nel dicembre 2012 faccio un errore. A ACPR 2 muore la nonna, alla quale era molto affezionata, (...) quindi le ho detto di far salire i suoi genitori per Natale. Loro dovevano stare una settimana da noi. Nella realtà dei fatti sono arrivati l’8 dicembre e se ne vanno il 6 gennaio 2013. In questi giorni il clima era sereno fino al 31.12 o 01.01.2013, quando mi sono svegliato alle 06 di mattina e sentivo _ che faceva commenti negativi su mia madre (si lamentava che mia madre mi chiamasse per chiedermi soldi; la vecchia sta bene sta fresca e tosta, cosa vuole; che rompe a fare il cazzo; dille che quando chiama il figlio di salutare e non rompere più di quel tanto) io a quello parole sono stato verbalmente esplosivo. Me la sono presa con ACPR 2 poiché non aveva ripreso sua madre mentre diceva questa parole riguardo la mia e le diedi della merdaiola (a _ la merdaiola è una merda, sciolta, priva della propria anima, nemmeno degna di essere una merda solida). ACPR 2 in quel periodo era incinta ma ha perso il bambino a gennaio 2013. Poi mi sono rivolto a _ e le ho detto che, in poche parole, “io costruisco, tu hai distrutto, ti rimetto in casa e tu mi rompi ancora le scatole” ma le mie parole erano tutt’altro che educate. Li ho inviati ad andare a _ immediatamente (...) ACPR 3 mi ha detto che i biglietti li avevano già per il 6 gennaio, che non avevano soldi per prenderne altri e quindi ho detto che sarebbero potuti restare ed io in quei giorni mi sono fatto ospitare da amici (...) avevo avuto la sensazione di essermi svegliato in un covo di serpenti e che mi stavano tutti pugnalando alla schiena.”
(AI 7).
_ raccontava quanto riportatigli da ACPR 2 in quei giorni:
“(...) mi ha telefonato in lacrime ACPR 2. Lei mi disse che avevano litigato, i genitori di lei erano ancora presenti. Mi disse che, mentre IM 1 era ancora a letto e pensava che lui stesse ancora dormendo, ha cominciato a parlare con sua madre (ACPR 1) in termini negativi in merito alla madre di IM 1 per es. dicendo che la madre di IM 1 era la rovina della di lui vita etc. A quel punto IM 1 ha “reagito” ed è esplosa una violenta lite. Questa lite ha poi portato alla partenza dei genitori di ACPR 2, oltre ad una forte litigata tra lei e IM 1. La sera in cui hanno litigato ACPR 2 mi telefonò in lacrime dicendomi che lui aveva provato a metterle le mani addosso, che le aveva buttato il telefonino giù dalla finestra. Lei aveva molta paura di lui.”
(AI 51).
A seguito di tali avvenimenti, IM 1, in disoccupazione dal mese di agosto 2012, si trasferiva in un monolocale in _ lasciando l’appartamento di _ a ACPR 2 e _, e decideva di cercare lavoro in Svizzera _ nella speranza di un guadagno migliore. ACPR 2, che non era d’accordo con tale decisione, si rivolgeva all’autorità regionale di protezione di _, chiedendo la stipulazione di una convenzione che prevedeva il versamento di un mantenimento di CHF 800.- mensili da parte dell’imputato a favore del bambino. IM 1 sottoscriveva la convenzione la quale prevedeva inoltre l’autorità parentale congiunta. Nel mentre, chiedeva a ACPR 2 di contribuire alle spese per il mantenimento del figlio, cercandosi un lavoro:
“A ACPR 2 avevo detto chiaramente che era bene che si trovasse un lavoro, come anche donna delle pulizie (...) Il mio stipendio non era sufficiente per poter affrontare tutte le spese. (...) Ho detto a ACPR 2 che sarei andato altrove a trovare lavoro per poter avere uno stipendio più alto e pagare ciò che c’era da pagare.(...) ACPR 2 non si è detta d’accordo per la mia partenza, questo perché avrei dovuto lasciare l’appartamento. Preciso che guadagnavo CHF 3'600.- lordi e l’affitto era di CHF 1250.-. Poi le dovevo CHF 800.- per _ (...) Avevo anche preso in affitto una stanza in Via _ a _.”
(AI 4, allegato 8).
La relazione tra i due diveniva sempre più tempestosa, tanto che a febbraio 2013 ACPR 2 denunciava IM 1 asserendo di aver subìto maltrattamenti. La denuncia veniva poi ritirata da lì a poco:
“Ho infatti anche una denuncia che poi ACPR 2 ha ritirato, perché aveva denunciato il falso. In pratica, credo sia stata sua madre, a suggerirle di denunciarmi per maltrattamenti. Se ricordo bene la denuncia fatta a _ è del _ (...)”
(AI 4, allegato 8).
“fatti mai avvenuti, non le ho mai tirato nemmeno uno schiaffo; denuncia poi che ACPR 2 ha ritirato. Io ero stato chiamato in Polizia. Non so come mai ACPR 2 mi aveva denunciata, mi aveva detto che io avrei dovuto smetterla di usare certe parole con lei.”
(AI 7).
ACPR 2 a tal proposito dichiarava che aveva denunciato il suo ex compagno poiché l’aveva strattonata per i capelli e le aveva lanciato addosso un telefono cellulare, siccome gli dava fastidio il rumore della suoneria (AI 4, allegato 4). Precisava poi in un secondo momento, descrivendo alcune reazioni istintive dell’ex compagno:
“(...) una sera, mentre io usavo il telefono cellulare, si è alzato dal letto ed ha preso il mio telefono cellulare e lo ha buttato dalla finestra solo per il fatto che gli dava fastidio il ticchettio dei tasti.”.
“Quando stavamo assieme, io gli preparavo la colazione ma se il latte non aveva la temperatura ideale, lui prendeva la tazzina e la buttava nel lavabo dicendomi che non ero nemmeno in grado di preparargli la colazione.”
(AI 59).
Sempre nel mese di febbraio 2013, verosimilmente a seguito dei fatti di cui sopra, ACPR 2 partiva improvvisamente per _ portando con sé _, e provocando la rabbia di IM 1, il quale smise di versare il contributo di mantenimento per il figlio:
“A febbraio 2013 ACPR 2 è scesa a _ con _ perché da sola non riusciva a gestire tutto. (...) improvvisamente, mi scrisse “io parto per _, chiama chi vuoi e poi vediamo (...)” Sono andato da _ e non mi sembrava possibile e non mi sembrava giusto che lei avesse fatto così nonostante la convenzione stipulata. Chiamo ACPR 2 e le dico che non le avrei dato un centesimo fintato che non avrebbe riportato in Svizzera _ e questo è successo fino al mese di giugno. (...).mi disse che voleva che venisse versato il mantenimento e io le dissi di no.”
(AI 7).
Qualche settimana più tardi, la donna faceva ritorno in Ticino lasciando il figlio a _ dai nonni per il tempo necessario a trovarsi un impiego, essendo che lo riteneva un posto migliore dove farlo crescere. Nel frattempo, IM 1 continuava la sua ricerca di un lavoro oltre _ per infine essere assunto presso il ristorante _ di _ in qualità di cameriere.
Il 1° aprile 2013 veniva assunto, ed il 17 aprile 2013 rassegnava le dimissioni, giustificando questa scelta principalmente per due ragioni; la prima poiché il ristorante gli aveva infine concesso uno stipendio inferiore a quanto promesso, la seconda poiché non intendeva “
far fare la bella vita alle persone a _
” alle sue spalle, tenuto conto che egli era inoltre impossibilitato di stare col figlio essendo che questo si trovava ancora a _:
“ACPR 2 nella primavera di quest’anno è tornata in Ticino ma da sola. (...) voleva far crescere qui _. Io in quel momento, io stavo sempre a _ e facevo avanti ed indietro per la Svizzera per cercare un altro lavoro (...) Il giovedì santo del 2013 io mi sono trasferito a _, dopo aver lasciato l’appartamento a _ _, poiché avevo trovato un lavoro _ di _. (...) lei era in Ticino ma non sapevo dove abitasse. Il bambino era sempre a _. Noi ci vedevamo e discutevamo del ritorno del bambino in Svizzera e lei voleva gli alimenti. Mentre ero a _ mi chiamò _ e mi disse che dovevo pagare gli alimenti e io gli dissi che l’autorità parentale era congiunta e che mi veniva negata. Io il giorno dopo allora ho inviato a _ la lettera di licenziamento dal mio posto di lavoro di _ e questo perché ho pensato che piuttosto che far fare la bella vita alle persone a _, alle mie spalle, era meglio licenziarmi. Io mi sono licenziato _ dopo circa 2 settimane. Io mi sono anche licenziato in quanto _ mi davano meno di quanto pattuito.”
(AI 7).
In breve tempo IM 1 trovava un altro impiego quale cameriere presso il ristorante _ di _, per uno stipendio inferiore:
“Il 1° maggio ho iniziato a lavorare ristorante _ di _. Ho lavorato in questo posto fino al 10 ottobre 2013. Lo stipendio era di CHF 3'900.-, era meno che al _, dove non sono rimasto per una questione di principio. Mi avevano detto una paga e me ne avevano data un’altra.
Considerato i debiti accumulati nel tempo ho avuto problemi nel poter avere un appartamento, perché nel canton _ vige la legge che sono attivi dei precetti esecutivi non si possono affittare degli appartamenti (...). Il 10 ottobre 2013 ho concluso il lavoro al _ perché nel frattempo avevo trovato un lavoro presso la _ di _ (...). Il contratto l’avrei dovuto firmare domani e lo stipendio sarebbe stato di CHF 4'900.- lordi.”
(AI 4, allegato 8).
A giugno 2013 i genitori di ACPR 2 la raggiungevano in Ticino, più precisamente nell’appartamento di _ che lei occupava, portando con loro _ e occupandosi dello stesso mentre la donna lavorava quale inserviente e aiuto bar (AI 51). IM 1 riprendeva a versare i contributi di mantenimento per il bambino, e la convenzione veniva inoltre modificata presso l’ARP, portando l’importo del contributo alimentare a CHF 1'000.- mensili:
“A precisa domanda rispondo che dopo _, ACPR 2 è venuta a vivere qui a _ in _. (...) l’accordo era che se fosse tornata in Svizzera avrei pagato gli alimenti, mentre se rimaneva in Italia non avrei versato nulla. Così nel mese di giugno ACPR 2 è venuta in Ticino con _. Come promesso le versavo quindi CHF 1'000.-, accordo che abbiamo firmato sempre presso gli uffici di _.”
(AI 4, allegato 8).
“ Tra il licenziamento e il momento dei fatti dichiaro che ho trovato un altro posto di lavoro e che ho versato a ACPR 2 1000 CHF per il mantenimento. (...) da giugno 2013 ACPR 2 e _ erano in Ticino insieme ai genitori di lei. Questo appartamento a _ ACPR 2 lo aveva trovato grazie all’aiuto di _ che le avevo presentato io.”
(AI 7).
Dai documenti agli atti risulta che in data 10.10.2013, IM 1 riceveva la disdetta immediata dal Ristorante _ di _ in seguito ad aggressione fisica verso un collega di lavoro (AI 47). In occasione del suo interrogatorio del 18.11.2013, l’imputato in merito dichiarava:
“A seguito di una discussione ho mandato in ospedale il pizzaiolo. Abbiamo avuto una discussione a causa del comportamento del direttore il quale metteva tensione all’interno della casa del personale e ognuno faceva scarica barile. A seguito di una parola di troppo del pizzaiolo, gli ho tirato addosso una ciotola di metallo in cui vengono riposti normalmente i pomodori. Preciso che a me non risulta che lui sia andato in ospedale in quanto la sera stessa e io e lui abbiamo giocato alla playstation assieme. Contesto il contenuto della lettera di licenziamento. Il pizzaiolo si chiama _ _, chiedete a lui.”
(AI 7).
Così riportava quanto raccontatogli dall’imputato _, riferendosi al pizzaiolo collega di IM 1:
“(...) quest’ultimo avrebbe fatto un’osservazione sul suo essere padre, commentandolo in negativo. Lui ha una ferita aperta in merito al suo “essere padre”, non voleva fare a _ quello che lui aveva vissuto in passato. Questa frase del collega gli ha fatto perdere totalmente il controllo, lui ha preso la prima cosa che gli è capitata sotto mano, una padella credo, e l’ha tirata in testa al collega (...)
il licenziamento ricevuto in realtà era una disdetta anticipata. Infatti IM 1 aveva già inoltrato la propria disdetta. (...) A D del PP rispondo che IM 1 aveva dato la disdetta anticipata in quanto aveva trovato un impiego presso _ (...). Il lavoro era all’interno di un call-center.”
(AI 51).
Dopo aver perso il lavoro al _, l’imputato aveva difatti un’altra opportunità d’impiego presso un call-center della società _ (AI 68 e 71). Dallo scambio di e-mail relativo a tale contratto di lavoro, ed in particolare dall’e-mail inviata a quest’ultimo da _ (allegato doc. 2, AI 46), sembrerebbe che quest’ultimo avrebbe dovuto recarsi a _ a firmare il contratto al più tardi giovedì 07.11.2013. Avrebbe dovuto cominciare a lavorare in data 11.11.2013, come oltretutto dallo stesso dichiarato, per uno stipendio mensile di CHF 4'900.- lordi.
5. I giorni precedenti ai fatti del 7 novembre 2013
Dal momento in cui lasciava il lavoro presso il _, l’imputato dichiarava di avere vissuto un po’ dalla madre a _ e un po’ da amici in Ticino, e di essersi recato a trovare _ quando poteva; la notte del 21 e del 22 ottobre 2013 dormì presso l’hotel _ di _, mentre le notti del 23, 24 e 25 le passò presso _ (AI 4, allegato 8; AI 46). Raccontava che in quegli ultimi mesi andava nuovamente d’accordo con ACPR 2:
“In questi ultimi mesi, io e ACPR 2 andavamo nuovamente d’accordo. Quando scendevo in Ticino si mangiava si scopava, si beveva assieme. (...) credo che in questo periodo non ero confuso solo io ma entrambi. Quando stavo con ACPR 2 si mangiava in due, si scopava in due e si beveva in due e ci riappacifica in due. Nonostante noi volessimo stare insieme, la ragione dei litigi miei e di ACPR 2 e della guerra che ci facciamo da 4 anni era _.”
(AI 7).
ACPR 2, in occasione del suo primo interrogatorio il giorno dei fatti, confermava quanto sopra:
“Avevo pure deciso di fare una riappacificazione con lui perché mi sembrava calmo, mi sembrava diverso!”
(AI 4, allegato 4).
5.1 La vacanza a _ con il figlio _
L’imputato dichiarava che sabato 26 ottobre 2013, grazie all’intervento di tale _, vicina di casa e amica di ACPR 2, riusciva a convincere quest’ultima e a portare _ in vacanza a _ fino al 2 novembre 2013 (AI 4, allegato 8; AI 7). In merito a questo viaggio, _ dichiarava, descrivendo lo stato d’animo di IM 1:
“Sabato mattina, il 26.10 lui ha fatto colazione ancora da me ed era contentissimo in quanto la vicina di casa di ACPR 2 di _ (tale _) era riuscita a permettergli di portare _ per una settimana a _ in vacanza.”
(AI 51).
Il 22 ottobre 2013, l’imputato postava su Facebook una fotografia di lui e _ con un’espressione di felicità (AI 102); in merito dichiarava in interrogatorio:
“Il significato della prima foto è l’espressione della mia felicità perché mi sarebbe stata data la possibilità di andare in vacanza con mio figlio _. Ricordo che era stata _ a convincere ACPR 2 a sul fatto che fosse giusto che _ venisse in vacanza con me. Io quel giorno sono andato a _ sul posto di lavoro di ACPR 2 in lacrime per ringraziarla della sua concessione, perché non era mai successa una cosa del genere.”
(AI 102).
La vacanza a _ fu però pure un motivo di litigio con ACPR 1:
“Devo dire che questo è stato anche un motivo di litigio con _, perché non voleva che mio figlio dormisse da mia madre. _ può confermarvi questa discussione, perché è stata lei a convincere _ a lasciarmi portare mio figlio a _. È la prima volta che riesco a stare solo con figlio per una settimana.”
(AI 4, allegato 8).
ACPR 2 raccontava che, mentre si trovava ancora a _, IM 1 telefonava ai suoi genitori per chiedere loro di rientrare a _ solo la domenica, visto che lui non sapeva dove andare a dormire:
“Prima di arrivare, chiamò mia mamma chiedendole di rientrare a _ solo la domenica perché lui non sapeva dove andare a dormire. In tal senso chiedeva quindi di dormire da me, senza la presenza dei miei genitori. Ho saputo questo da mia mamma perché a me non l’aveva detto.”
(AI 4, allegato 4).
Anche ACPR 3 confermava questa circostanza:
“Eravamo da mio figlio a _, ci telefona mi dice: “non venite sto lì che (inc.) è lì a casa di ACPR 2, lunedì vado via” ha detto.”
(AI 40, pag. 4).
“Noi saremmo dovuti venire a _ da ACPR 2 già il sabato, ma abbiamo ricevuto una telefonata da IM 1 il quale ci esortava di tornare solo la domenica perché lui avrebbe dormito da ACPR 2. Sempre nella telefonata ci aveva detto che il lunedì sarebbe ripartito alla volta di _, perché aveva un colloquio di lavoro con la ditta _.”
(AI 50, pag. 2-3).
In occasione del suo interrogatorio del 21 gennaio 2014, all’imputato veniva sottoposta la trascrizione di un messaggio sms da parte di ACPR 2 che lui aveva ricevuto il 5 novembre 2013. Messaggio dal seguente tenore:
“Mi raccomandò ora che porti _ su non rispondere ai miei evita... Non mi far dispiacere fammi stare tranquilla.. Ricordati che sono anziani e anche loro nonostante possano esagerare hanno comunque fatto un sacco di sacrifici per me e nostro figlio.”
(AI 102).
Gli veniva quindi chiesto quale fosse il motivo di un simile messaggio, al che IM 1 rispondeva:
“Io questo messaggio non l’ho ricevuto quando ACPR 2 me lo ha mandato, (...) _. Il mio telefono quando sono in Italia non funziona e quindi la data riportata sul messaggio è la data nella quale io ho ricevuto il messaggio sul mio telefonino. Comunque io non ricordo di averlo letto. Io sono rientrato in Svizzera il 02.11.2013 e non mi spiego il fatto che sul messaggio sia riportata la data del 05.11.2013. Ricordo comunque che quando io stavo ancora a _, avevo avuto una tale discussione con ACPR 2 per il fatto che mi ero permesso di chiamare sua madre chiedendole di rimanere qualche giorno in più a _ per darmi la possibilità di rimanere solo con ACPR 2.”
(AI 102).
L’imputato giungeva quindi a _ il sabato 2 novembre 2013, e trascorreva la notte tra il sabato e la domenica con il figlio _ e ACPR 2, presso l’appartamento di quest’ultima senza particolari problemi (AI 46, AI 4). Le notti dal 3 al 6 novembre 2013, IM 1 dormiva nell’appartamento della vicina del 3° piano, la citata _, essendo che nel frattempo avevano fatto ritorno presso l’appartamento di ACPR 2 i suoi genitori (AI 46, AI 64, AI 4). Così descriveva la situazione ACPR 2:
“non è successo nulla di particolare, fintanto che non sono arrivati i miei genitori, ovvero la domenica mattina. (...) Come da sempre, l’incontro fra i miei genitori e IM 1 è stato molto freddo. (...) IM 1 è comunque rimasto nel mio appartamento assieme a me ed ai miei genitori. Abbiamo discusso civilmente e senza particolari problemi. Abbiamo passato il pomeriggio tutti e 4 nel mio appartamento fino all’ora di andare a letto, quando IM 1 è sceso dalla vicina _ che lo avrebbe ospitato per la notte, visto che nel mio appartamento non c’era sufficiente spazio per tutti.”
(AI 4, allegato 4).
La sera di lunedì 4 novembre 2013 IM 1 ebbe una discussione con i genitori di ACPR 2 e con la stessa, a seguito del desiderio da lui espresso di poter portare _ a dormire con lui nell’appartamento della vicina, mentre la donna ed i suoceri non erano d’accordo:
“Io gli ho risposto che sarebbe stato meglio se lui rimaneva di sopra con me ed i miei genitori. (...) lui ha fatto in modo di far salire da me il figlio di _ per chiedere se nostro figlio _ poteva dormire di sotto. Mia mamma non voleva ma, considerato che _ piangeva e voleva dormire col papà, ho deciso di scendere con il piccolo e dormire con IM 1 nell’appartamento di _. La notte è poi passata tranquilla.”
(AI 4).
I giorni seguenti, per evitare discussioni, l’imputato affermava che lui e ACPR 2 dormivano insieme nell’appartamento della vicina _, mentre _ restava con i nonni:
“Io dormivo a casa di _ con ACPR 2, al terzo piano, e malgrado mio figlio volesse dormire con me, _ non lo permetteva. Per evitare discussioni, ho lasciato che si facesse come voleva _.”
(AI 7).
Lunedì 4, martedì 5 e mercoledì 6 novembre 2013 dalle ore 10:00 alle 14:00, IM 1 lavorava come cuoco presso lo snack _ di _, gestito dal suo amico _, poiché lo chef di quest’ultimo si era recato a _ per problemi personali (AI 67, AI 72, AI 4). L’imputato riferiva:
“(...) io lavoravo al bar _. In realtà non lavoravo veramente in nero ma facevo una cortesia amichevole a _, il proprietario, nel sostituire il suo cuoco.”
(AI 46, allegato 3).
“Io gli ho dato una mano in cucina nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì prima dei fatti per il fatto che il suo cuoco era andato negli _. Lui aveva bisogno di un cuoco ed io gli ho dato una mano.”
(AI 72).
In merito al suo rapporto con ACPR 2 in quei giorni, l’imputato, interrogato il giorno dei fatti, dichiarava:
“in quei giorni ho avuto modo di parlare chiaramente con ACPR 2. Le dicevo che nonostante il lavoro trovato alla _ mi premeva tornare da mia mamma a _, visto che non avevo più un affetto vicino e visto che lei non era più accanto a me. ACPR 2 mi diceva che era disposta a riprovare una relazione con me, ma non avrei potuto vivere con lei perché c’erano i suoi genitori in casa. Siamo quindi rimasti che sarei tornato andato a _ per un mese, avrei preso il primo stipendio e poi sarei tornato in Ticino.”
(AI 4, allegato 8).
Egli affermava di essersi recato da _ mercoledì 6 novembre 2013, per confessarsi:
“Mi sono visto con lui per l’ultima volta ieri, alle ore 1530/1600 a casa sua a _. Sono andato da lui per confessarmi, perché al di là del gesto di oggi da carnefice, io sono molto cattolico. (...) Mi ha fatto riflettere sulla situazione e sul fatto che la scelta tra ACPR 2 e _, dovevo tornare a _. (...)”
(AI 4, allegato 8).
“gli ho chiesto un consiglio su quale delle opzioni che si presentavano a me in quel momento dovevo. Questi opzione erano andare a _, avere un ottimo lavoro ma non sapere dove dormire; tornare insieme a ACPR 2 e vivere _ o in Ticino a condizione che non ci fossero i genitori; tornare a _ a casa di mia madre. Il _, che conosceva la mia storia con _ ovvero che mi impediva di ricostruire una vita con ACPR 2, mi consigliò senza mezzi termini di non più tornare e di andare a _.”
(AI 7).
Interrogato in merito a quale fosse il suo stato d’animo il 6 novembre 2013, IM 1 affermava:
“Ero dubbioso ma anche confuso. Non ero sicuro di quale fosse la scelta migliore da prendere. (...) Ero sospettoso che tutto fosse una loro manovra pur di arrivare al loro scopo ovvero escludermi dalla loro vita ma principalmente quella di ACPR 2 e di mio figlio. Loro volevano solo che io pagassi gli alimenti per mio figlio. (...).”
(AI 4, allegato 8).
_, riferiva in merito a quest’attimo di confusione dell’imputato:
“Il 05.11.2013 lui ha telefonato con insistenza (...) aveva proprio bisogno di parlarmi in quanto mi disse che solamente io lo potevo fare ragionare. Io gli chiesi com’era andata la vacanza a _, era molto contento e che mi avrebbe raccontato. Lui mi disse che era proprio a causa di questa bella esperienza che lui aveva bisogno di parlarmi, era confuso ed insistente. (...) Il giorno dopo, il 06.11.2013 ci siamo visti nel pomeriggio. L’argomento erano le conseguenze emotive del suo viaggio a _, dove aveva ritrovato gli amici che lo avevano accolto bene, aveva sentito il calore umano di queste persone e dall’altra parte era sconcertato di come aveva trovato sua madre e meglio in uno stato d’indigenza e di abbandono totale (...) stava pensando di abbandonare il progetto di _ e di tornare a _, convinto che giù avrebbe trovato sicuramente un lavoro in breve tempo al fine di provvedere alla madre, ritrovando un equilibrio grazie alla presenza dei suoi amici di sempre.”
(AI 51).
_ raccontava poi:
“Io ho cercato di farlo ragionare dicendogli che difficilmente, nonostante un lavoro, avrebbe potuto onorare il suo contributo alimentare per _, oltre a fargli presente che sarebbe stato difficile andare a trovare il figlio. Io quindi gli consigliai di valutare il progetto di _, il quale gli avrebbe comunque permesso di onorare i suoi doveri economici come padre. Un altro elemento inoltre che diceva che lo confondeva era l’atteggiamento di ACPR 2 che sembrava che lei volesse riavvicinarsi a lui affettivamente, che sembrava voleva riallacciare una relazione con lui. In quel momento erano in gioco solo degli elementi affettivi: _ con la madre e gli amici da una parte e _, dove c’era il figlio e ACPR 2. Io gli ho detto che se doveva scegliere tra le città, doveva scegliere _ o _ ma sicuramente non _, in quanto con ACPR 2 aveva già provato più volte in passato ed i risultati alla fine erano sempre stati negativi. Sicuramente non avrebbe dovuto tornare sotto lo stesso tetto con ACPR 2. (...) razionalmente era d’accordo con me ma che però, emotivamente, lui non ci capiva più nulla, che non era capace di far scendere il pensiero razionale ai fatti. Io gli avevo detto di farmi sapere cosa avrebbe deciso di fare definitivamente, era un po’ confuso.”
(AI 51).
L’imputato dichiarava che il 06.11.2013, dopo l’incontro con _, tornava a _ per terminare di pulire il bar, faceva un aperitivo con amici, dopodiché si recava a casa di ACPR 2, dove cenavano tutti assieme e guardavano la partita del _:
“Dopo aver parlato con _, sono tornato a _ per finire di pulire il bar, ho fatto un aperitivo con amici e poi ho preso con me dei cannelloni che avevo preparato. Successivamente, con i cannelloni, sono andato a casa di _ e ACPR 3 (che si trovavano nell’appartamento di ACPR 2) a guardare la partita del _ e questo nonostante io sapessi già, senza che lo avessi loro comunicato, che l’indomani me ne sarei tornato a _.”
(AI 46).
IM 1 in un secondo momento dichiarava:
“(...) dopo essere uscito da _, sono andato a _ da _. Ho avuto una crisi di pianto. Lui era con me. Sono rimasto fino a fine turno e poi ho preso i cannelloni perché erano avanzati e volevo mangiarli con _ e con ACPR 2. In questo senso preciso i miei precedenti verbali. I cannelloni non li avevo presi per mangiarli con i miei suoceri. Quando poi sono arrivato a _ ACPR 3 mi ha invitato a rimanere con loro a vedere la partita quando sono salito a salutare _ al che io ho deciso di restare e di far prendere a ACPR 2 i cannelloni che erano nella cucina de _ e mangiarli tutti assieme.”
(AI 89).
ACPR 2 dal canto suo riferiva:
“(...) la sera prima dei fatti IM 1 mi diceva che stava in crisi e non sapeva se tornare a _ oppure a _. (...) La sera del 6.11 IM 1 aveva le valigie nell’appartamento di _ e questo già prima dell’inizio della partita del _. Io ero presente quando lui le aveva portate giù ma non ci avevo dato importanza. Nel mentre che IM 1 scendeva e poi tornava mio padre mi aveva fatto presente che era strano che le portasse via. Poi loro hanno guardato la partita, mentre io sono scesa a dormire. Quando lui mi ha raggiunto da _ io gli ho chiesto come era andata con _ e lui mi disse che si era confessato e non me lo voleva dire. Poi abbiamo dormito.”
(AI 117).
6
. La mattina del 07.11.2013
L’imputato, interrogato più volte in merito, aggiungeva di volta in volta particolari al racconto di quella mattina. Riassumendo le sue dichiarazioni, si svegliò verso le 07.30. Dopo aver atteso che ACPR 2 uscisse di casa per accompagnare _ all’asilo, prendeva le sue valigie e si recava al Comune di _ per acquistare una carta giornaliera in caso decidesse di partire per _.
Poco dopo, si recava al bar _ per fare colazione, e, in quei momenti, tormentato dai pensieri, decideva che la soluzione migliore per lui era quella di fare ritorno a _, rinunciando al lavoro a _. Si recò quindi a _ dall’amico _ per chiedergli in prestito CHF 300.- per potersi pagare il viaggio fino a _. In seguito, contattava telefonicamente sua madre per avvisarla della sua decisione. La donna, ricordandogli di non comportarsi come fece il suo stesso padre quando lo abbandonò da piccolo, gli disse di tornare a _ perlomeno per spiegare il perché della sua decisione a ACPR 2 ed ai suoceri. Di seguito le dichiarazioni dell’imputato:
“Questa mattina mi sono svegliato alle ore 0730/0745, non ho voluto accompagnare _ di proposito, perché non ho voluto dare l’ultimo saluto a mio figlio. (...) Non ho voluto vederlo, non volevo farmi vedere così (...). Ho preso la valigia e me ne sono andato mentre ACPR 2 portava all’asilo _. “
(AI 4, allegato 8).
“(...)non sapevo cosa volevo fare, sapevo solo che stavo scappando. Questi sono stati i pensieri che avevo in testa: “vado a _, dove dormo”, “quello mi aspetta e gli devo CHF 1100”, “che ci vado a fare” “c’è un buon lavoro ma c’è il vuoto” nel senso di vuoto affettivo. Pensavo sempre di andare a _ e più pensavo a _ e più mi sembrava una cosa negativa. Mentre penso queste cose, mi recavo verso il Comune di _ per comprare il biglietto giornaliera con l’idea appunto di andare a _. Dopo aver comprato il biglietto mi sono fermato in un bar a fare colazione e continuo a pensare ai pro e ai contro e meglio pensavo: “gli faccio fare la bella vita, gli pago l’affitto e la cassa malati, i suoceri vivono alla grande senza pagare nulla e io devo andare a _ e nemmeno so se riuscirò pagarmi da mangiare” al che mi sono convinto che era meglio per me andare a _.”
(AI 89).
“Uscito di casa con la valigia sono andato a mangiare la pizza al _ _ di _. Ho chiesto a _ in prestito CHF 300 che mi sono stati concessi. Durante queste ore ACPR 2 ha provato a telefonarmi innumerevoli volte ma io non ho mai risposto(...)
Dopo aver preso i soldi sono andato alla stazione FFS, ho telefonato a mia madre (registrata come “Ame nonna”) comunicandole che la sera stessa sarei stato a _ e che avevo deciso di lasciare la Svizzera definitivamente e chiedendole di non farmi troppe domande.”.
(AI 46).
“Lo scopo del mio viaggio da _ a _, era quello di raggiungere il mio amico _ per chiedergli un prestito di soldi che mi sarebbero serviti per comprare il biglietto per _. Quando ero a _ io avevo solo fr. 50.- circa e non avevo i soldi necessari per potermi comprare il biglietto per _. Quando mi trovavo presso la Stazione di _ ho perfino cambiato Euro 200.- per poter comprare il biglietto del treno fino a _.”.
(AI 64).
“Io non volevo fare come aveva fatto mio padre con me, abbandonare tutto e tutti e alla fine sono andato a _. La situazione era esasperata. Io volevo parlare con tutti e 3 e mettere sul tavolo i fatti e quale sarebbe stata la conseguenza del mio ritorno a _”
(AI 7).
“(...)avevo preso una carta giornaliera per lo stesso giorno presso il Comune _ in quanto volevo andare a _. Una spesa inutile, lo riconosco, perché appena arrivato a _, in direzione di _, mi sono reso conto che non sarei più andato a _. Poi ho pensato alle parole di mia madre e meglio che facendo così stavo scappando come aveva fatto in passato mio padre e non volevo fare la stessa cosa e quindi volevo chiarire tutto con i suoceri e ACPR 2 e meglio informarli della mia decisone di andarmene, anche per dir loro che i 1000 CHF non sarei più stato in grado di pagarli. Io inoltre in quei momenti ho inviato un sms a ACPR 2 dicendole che avrei abbandonato tutti. Preciso che a ACPR 2 prima ho inviato un sms, poi, preso dal rimorso di quanto scrittole senza fornire spiegazioni, l’ho chiamata. In un secondo momento ho telefonato a mia madre. (...) dopo le telefonate con ACPR 2 e mia madre, ho deciso di tornare un’ultima volta a _.”
(AI 46).
Il contenuto dell’SMS inviato da IM 1 a ACPR 2 risulta essere il seguente:
“Sto rientrando a _.-non ho la forza di combattere sono sfinito.-ritorno da mia madre ed abbandono tutto e tutti figlio compreso.-tua madre comanda la tua vita non la mia.”
Al dibattimento IM 1 dichiarava, in merito alla telefonata poi fatta alla madre:
“Questa comunicazione di mia madre ha avuto il suo peso per la mia decisione di tornare a _ a chiarire con i genitori di ACPR 2. Mi ha fatto capire che stavo facendo né più né meno di quanto mio padre aveva fatto con me. Dovevo quindi dare delle spiegazioni, non dovevo fare come aveva fatto mio padre. Non avessi ascoltato mia madre, non saremmo qua oggi a parlare.”
(verbale d’interrogatorio dibattimentale del 13.10.2014).
A precisa domanda del PP volta a conoscere le sue intenzioni, l’imputato rispondeva:
“(...) se volevo anche discutere con loro delle “conseguenze che avrebbe comportato” la mia decisione di andarmene a _ era perché non solo volevo salvare la mia coscienza andando a comunicare loro di persona la decisione che avevo preso, ovvero quella di partire per _, ma volevo anche far loro presente che la mia decisione avrebbe comportato per loro delle conseguenze negative e volevo che anche loro si confrontassero con le loro di coscienze. In sostanza volevo mandarli a quel paese facendo loro presente che non avrebbero più potuto contare su di me e meglio sui soldi che davo a ACPR 2 ma che si sarebbero dovuti accontentare di meno e quindi avrebbero dovuto anche loro lavorare e far fronte alle conseguenze della loro continua intromissione nella vita mia e di ACPR 2.”.
(AI 89).
“Una volta arrivato a _, sono andato in Polizia Comunale di _ (ho parlato con una persona di circa 40 anni un po’ in carne) per far presente loro il fatto che i genitori vivevano senza autorizzazione in un monolocale. Io volevo fare loro un dispetto. Loro me ne hanno fatti tanti e ne volevo fare io uno a loro.”
(AI 46).
“sono arrivato verso le ore 1345 in Via _ e sono salito prima da _ al terzo piano. C’era _ che diceva che non potevo andarmene da _ e che dovevo mantenere mio figlio qui e che dovevo fare il padre, ma non a condizioni dei ACPR 2. Durante questa discussione c’era anche ACPR 2 e le dicevo che volevo parlare con i suoi genitori e con lei. Volevo farli ragionare, questa era la mia intenzione. ACPR 2 non voleva seguirmi e mi diceva che se volevo parlare con loro dovevo andarci da solo.”
(AI 4, allegato 8).
ACPR 2 confermava queste dichiarazioni:
“Appena arrivato da me e _ (il bambino era a scuola), IM 1 mi ha chiesto se potevo salire con lui a discutere con me ed i miei genitori. Io gli ho subito detto che non volevo poiché fra noi non c’era più nulla da dire.”
(AI 4, allegato 4).
“Quando ha raggiunto l’appartamento di _ mi ha detto “devi salire perché dobbiamo parlare a tavolino tutti e tre” riferito a me ed alla mia famiglia. Io mi sono rifiutata e gli ho detto che non avevamo più nulla da dirci. Lui mi dice, “allora io inizio a salire” ed esce dall’appartamento di _. Io sono rimasta con _ circa un minuto poi, visto il suo sguardo ho deciso di salire pure io.”
(AI 59).
Interrogata a tal proposito, la vicina di casa _ raccontava come trascorsero i momenti poco prima l’arrivo di IM 1 a casa sua:
“Verso le 12.45 ACPR 2 scendeva nel mio appartamento portandomi un piatto di pasta cucinata da sua madre. Parlando con ACPR 2 mi diceva che IM 1 le aveva telefonato e le aveva detto che non le avrebbe più passato gli alimenti, che se ne sarebbe tornato a _ e di dire a suo figlio che il papà era morto in un incidente in moto. ACPR 2 saliva quindi nel suo appartamento e io uscivo per accompagnare mio figlio al bus. Erano le 13.15 circa. Una volta rientrata a casa telefonavo a ACPR 2 con la quale mi ero già messa d’accordo per fumare una sigaretta a casa mia. Dopo circa 10 minuti scendeva con sua madre. Parlavamo della situazione venutasi a creare con IM 1 e dopo circa 10 minuti sentivo suonare il mio citofono. Erano circa le ore 14.00 e all’apparecchio era IM 1. Mi diceva “Io sono IM 1 posso salire?”. Gli aprivo quindi il portone. La madre di ACPR 2, saputo che si trattava di IM 1 diceva che sarebbe tornata al 5° piano. Io aprivo la porta di casa, _ saliva per le scale e pochi istanti dopo IM 1 arrivava con l’ascensore. Sono sicura che i due non si erano incrociati. IM 1 entrava in casa e con fare autoritario diceva a ACPR 2 “Andiamo su che devo parlare con i tuoi genitori”. Lei diceva che non sarebbe salita e lui allora rispondeva che sarebbe salito da solo. Usciva da casa mia e saliva le scale. Io dicevo subito a ACPR 2 di salire perché magari la cosa poteva degenerare e lei mi ha dato retta.”
(AI 4, allegato 3).
7
. I fatti del 07.11.2013
La vicina di casa, _, interrogata il giorno dei fatti affermava che, dopo che ACPR 2 era salita al 5° piano, chiuse la porta del suo appartamento e si recò in cucina:
“Quasi subito sentivo delle forti urla, riaprivo quindi la porta del mio appartamento e salivo le scale. Mentre salivo sentivo ACPR 2 gridare il mio nome e anche i suoi genitori gridare aiuto. Una volta arrivata al 5° piano cercavo di entrare nell’appartamento ma la porta era chiusa a chiave. Dall’interno provenivano urla e rumori che non saprei descrivere. In quei frangenti ho provato a suonare il campanello e a picchiare sulla porta gridando a ACPR 2 di aprire. Dopo un tempo che stimo in circa 1 minuto, IM 1 apriva la porta completamente. Avevo subito modo di notare i genitori di ACPR 2 stesi a terra in un lago di sangue, ACPR 2 invece era inginocchiata davanti a loro cercando di prestare soccorso. ACPR 2 chiedeva il mio aiuto e mi diceva di chiamare l’ambulanza e la Polizia. Io sono scesa quindi dalle scale seguita ad una certa distanza da IM 1. Una volta giunta nel mio appartamento mi chiudevo dentro a chiave e chiamavo i soccorsi. Mentre entrambi scendevamo le scale, fra me e IM 1 non c’è stato alcun genere di colloquio. Non ho avuto modo di vedere se il medesimo avesse le mani o i vestiti sporchi di sangue, ho solo notato che IM 1 ha continuato a scendere le scale.”
(AI 4, allegato 3).
Premesso che ACPR 1 non ha potuto essere interrogata sui fatti, proprio a seguito delle conseguenze da lei patite sulla sua salute, il racconto dei presenti, imputato, ACPR 2 ed il padre ACPR 3, risulta essere divergente. Di seguito le rispettive versioni.
7
.1 Le dichiarazioni di ACPR 2
ACPR 2 affermava di essere giunta presso l’appartamento pochi secondi dopo IM 1:
“Quando io sono arrivata nell’appartamento (pochi secondi dopo che vi era giunto IM 1) ho visto che lui stava già discutendo animatamente con entrambi i miei genitori.”.
(AI 4, allegato 4).
“(...)IM 1 era nell’ingresso vicino alle placche della cucina, mia madre era vicino a lui ma presso il tavolo, mentre mio padre si trovava all’altezza del divano letto verso la porta finestra che da sul balcone. Quando io sono entrata in casa, IM 1 ha chiuso la porta d’entrata dell’appartamento a chiave.”.
(AI 59).
A domanda dell’DUF 1 la vittima dichiarava di non avere visto IM 1 chiudere la porta a chiave, però precisava:
“(...) io non ho visto IM 1 chiudere la porta di casa a chiave. Io so che la porta di casa era chiusa a chiave perché mi è stato detto da _. Quando lei ha sentito de mie grida d’aiuto ha tentato di entrare in casa ma la porta era chiusa a chiave. Io non ricordo chi poi abbia aperto la porta, ma _ mi ha detto che ad aprire la porta è stato IM 1.”.
(AI 59).
Alla domanda volta a sapere chi avesse chiuso la porta dell’appartamento una volta iniziata la discussione, IM 1 rispondeva:
“Io quando sono arrivato ed ho suonato il campanello, ho aperto la porta, che non era chiusa a chiave, sono entrato nell’appartamento ed ho nuovamente richiuso la porta senza per contro chiuderla a chiave. Ho solo sentito lo scatto di quando si chiude la porta. Di fatti poi è entrata ACPR 2. Se avessi chiuso la porta a chiave ACPR 2 non sarebbe potuta entrare. Io non so dire chi ha chiuso la porta a chiave. Io non l’ho fatto.”
(AI 72).
“Io sono sicuro al 100% di non aver chiuso la porta a chiave ed anche di non averla aperta a _. Io mi sono fermato dalle mie azioni quando ho visto _ all’interno dell’appartamento. ADR che ricordo di aver visto _ all’altezza del lavello della cucina.”
(AI 72).
Confrontata con queste ultime dichiarazioni di IM 1, ACPR 2 affermava non essere stata lei ad aprire la porta a _ per farla entrare:
“No. Io ho solo visto _ entrare e poi parlare con IM 1. _ gi ha detto cosa hai combinato e lui gli ha risposto che andava a costituirsi. (...) rispondo di non essere stata io ad aprire la porta a _.”
(AI 75).
In un seguente interrogatorio, gli agenti interroganti chiedevano nuovamente a _ se era sicura che la porta dell’appartamento fosse chiusa a chiave, al che lei rispondeva:
“Sì, sono sicura di quanto sto dicendo. La porta dell’appartamento era chiusa a chiave. Io ho tentato di aprirla con la maniglia ma la stessa non si apriva. Solo dopo aver dato un paio di pugni ed aver gridato di aprire la porta, la stessa si è aperta e mi si è presentato davanti IM 1. Aperta la porta ho potuto vedere che ACPR 2 che si trovava già inginocchiata sul corpo di sua madre mentre gli teneva la testa sanguinante.”.
(AI 116).
In merito allo stato di IM 1 al momento in cui le aprì la porta, la vicina riferiva:
“Ricordo che IM 1 quando ha aperto la porta aveva il viso bianco e sudava, occhi spalancati. Mi ha guardato diritto in faccia ed mi ha detto la frase “adesso vado a costituirmi”. (...) Non aveva in mano niente. Quando io mi sono girata per tornare a casa mia lui mi ha seguito senza rientrare nell’appartamento. (...) dopo aver sostato qualche secondo davanti alla mia porta dell’appartamento è sceso al piano terreno.”
(AI 116).
Tornando al racconto dei fatti, ACPR 2, a domanda, precisava che IM 1, una volta entrato nell’appartamento, comunicava la sua intenzione di partire per _ e iniziava a discutere con lei e con sua madre, pronunciando anche parole pesanti, tanto che interveniva suo padre ACPR 3 a suon di “
non ti permettere”
, facendo esplodere la rabbia del compagno che reagì con le mani:
“Ad un certo momento IM 1 ha detto una brutta parola (che ora non ricordo) nei confronti di mia mamma. Mio padre si è innervosito...dicendogli “non ti permettere”. A questo punto IM 1 ha improvvisamente colpito mio padre con dei pugni al volto, tanto da farlo cadere a terra. (...) Poi, mentre mio padre era a terra, ha cercato di trascinarlo per il collo della camicia verso il balcone ed io ho avuto la fortissima sensazione che volesse buttarlo di sotto. Io e mia mamma siamo intervenute per cercare di fermarlo. Eravamo già vicino alla porta del balcone, laddove si trovava il monopattino di mio figlio. Io e mia mamma eravamo ai lati di IM 1 mentre lui trascinava mio padre verso il balcone. È riuscito a trascinarlo fino ad oltrepassare con la testa di mio padre la porta finestra del balcone. IM 1 in quel momento, era già completamente sul balcone. Solo perché siamo intervenute io e mia madre che gli abbiamo opposto resistenza con tutte le forze che avevamo, IM 1 si è trovato impossibilitato a continuare nel suo intento di trascinare mio padre fino al bordo del balcone, per poi probabilmente gettarlo di sotto. Sono infatti sicura che senza il nostro intervento, lui lo avrebbe fatto.”
(AI 4, allegato 4).
Nel corso di un seguente interrogatorio non parlava più di una prima scarica di pugni contro suo padre, affermando trattarsi invece di un singolo schiaffo:
“Tornano al momento in cui io sono entrata in casa io mi sono seduta al tavolo, precisamente nella sedia verso il muro fra la cucina ed il divano letto. In questo frangente, IM 1 si è spostato in avanti oltrepassando mia madre e raggiungendo mio padre vicino alla porta finestra del balcone. IM 1 si è spostato verso mio padre perché lui ad un certo punto della discussione è intervenuto a difesa di mia madre. Non ricordo cosa abbia scatenato la risposta di mio padre che gli ha detto “ma come ti permetti” o qualcosa di simile. (...) A quel punto IM 1 da uno schiaffo in faccia a mio padre colpendolo sulla parte frontale del viso, con una violenza tale da far cadere mio padre a terra. Lui cade con la tesata rivolta verso la finestra del balcone. Quando io ho guardato mio padre, ho visto che lui era stordito. Non reagiva. IM 1 lo prende per il collo della camicia con una mano, non ricordo se la destra o la sinistra e lo trascina in balcone. Tutto il corpo di mio padre era sul balcone mentre solo i piedi erano all’interno dell’appartamento. Io intervengo prendendo i piedi di mio padre e lo trascino all’interno dell’appartamento perché ero convinta che lui lo volesse buttare di sotto.”.
(AI 59).
A precisa domanda rispondeva di non aver sentito IM 1 dire di volerlo buttare di sotto, e di non sapere dove si trovasse sua madre mentre lei trascinava il padre all’interno dell’appartamento. Continuava poi:
“Mentre io prendo i piedi di mio padre e lo trascino all’interno, IM 1 mi guarda in faccia e prende in mano il monopattino che si trovava sulla sua sinistra appoggiato al muro. Lui lo prende in mano dalla parte del manubrio con entrambe le mani. Il primo colpo che IM 1 sferra è in direzione della testa di mio padre. Qui ho una nebbia che non mi permette di ricordare esattamente dopo questo momento cosa sia successo. (...) Ricordo però che ad un certo punto ho visto IM 1 prendere mia mamma, che era ancora in piedi, per i capelli, tanto da strapparne una ciocca. Io quando sono intervenuta in difesa di mia mamma, IM 1 mi ha preso per la testa battendola contro il muro. Io e mia madre eravamo più o meno vicino al divano letto e IM 1 quando mi ha preso la testa mi ha spostato vicino al letto. Qui mi ha picchiato la testa contro il muro per due volte, poi mi ha preso per il collo. Qui ho ancora un vuoto di memoria ma ricordo che mio padre era a terra. Anche mia mamma era a terra con le sue gambe sopra le gambe di mio papà. Premetto che a questo punto IM 1 aveva fra le mani, solo il manubrio del monopattino e lo teneva con tutte e due le mani. Lui dava una serie di colpi alla testa di mia madre fin tanto che lei non ha perso i sensi. Io in questi momenti mi trovavo in piedi fra il tavolo ed il letto mentre IM 1 era al mio fianco sinistro in piedi. Ricordo solo che a quel momento si è aperta la porta dell’appartamento ed è entrata _. Quando _ è arrivata vicino a me ho sentito IM 1 che gli diceva “adesso mi vado a costituire”.
(AI 59).
“Fatto sta che IM 1 ha notato un monopattino di ferro o alluminio che si trovava per terra, all’esterno del balcone. Così gli ha staccato il manubrio ed ha iniziato a colpire violentemente sulla testa dapprima mio padre. Quindi si è rivolto verso mia madre ed ha iniziato a massacrarla...lei si è accasciata e cacciava sangue da tutte le parti...sempre col medesimo manubrio. Io ho cercato di fermarlo ma IM 1 mi ha afferrata al collo con la sua mano sinistra (nell’altra impugnava il manubrio) e mi ha spinto fin contro il muro. Non ricordo se in questo frangente egli mi abbia picchiato o meno. Io ero terrorizzata dall’immagine di mia mamma in un bagno di sangue (...). Fisicamente non riuscivo a contrastarlo perché era troppo forte. Fatto sta che dopo un po’ mi ha lasciata per tornare ad infierire su mia mamma che si trovava già stesa a terra e non si muoveva più. La massacrava sempre di più nel senso che non smetteva di colpirla alla testa con il manubrio, con calci e con tutta la violenza che riusciva ad esprimere.”.
(AI 4, allegato 4).
A domanda dell’interrogante rispondeva che durante tutti questi attimi di inaudita violenza IM 1 non proferiva parola,
“continuava solo a colpire, colpire, colpire.”
. Continuava poi:
“Mentre IM 1 continuava a massacrare mia mamma che si trovava per terra in una pozza di sangue e mio padre era pure per terra senza riuscire a rialzarsi, io sono riuscita a correre nel pianerottolo fuori dal mio appartamento per gridare aiuto. Nel frattempo ho notato IM 1 smettere di colpire i miei genitori, stare in piedi nell’appartamento in mezzo a loro due esanimi e con aria quasi gratificata (come una persona che ha raggiunto il suo scopo) ha detto (cit.): “adesso mi possono pure arrestare”. Poco dopo, fortunatamente è arrivata _ e subito dopo l’altro mio vicino di casa che è pure stato interrogato dalla polizia.”
(AI 4, allegato 4).
In merito alla sequenza con cui IM 1 picchiava i presenti, la donna affermava:
“IM 1 ha picchiato prima mio padre, poi me ed in seguito mia mamma. Lui ha dato lo schiaffo che ha fatto perdere i sensi a mio padre, poi quando io ho cercato di tirare mio padre all’interno dell’appartamento lui ha preso in mano il monopattino ed ha inferto un primo colpo a mio padre, poi se l’è presa con me per poi infierire su mia madre.”.
(AI 59).
Sollecitata dagli agenti interroganti a spiegare a chi ed in che sequenza IM 1 avesse tirato le pedate da lei dichiarate in precedenza, ACPR 2 affermava:
“IM 1 ha dato le pedate a mio padre in faccia, quando lui era steso a terra. Più precisamente quando, dopo che io ho trascinato il corpo di mio padre all’interno dell’appartamento, IM 1 da un primo colpo con il monopattino a mio padre, poi da una serie di pedate in faccia per il fatto che mio padre aveva mosso la testa. Solo quando mio padre sembrava morto IM 1 ha smesso di dargli pedate sulla bocca. Non ho più visto IM 1 dare pedate a qualcuno.”
(AI 59).
Le veniva allora prospettata la versione di IM 1, il quale sosteneva che dopo aver tirato uno schiaffo a ACPR 3, lei e sua madre si avventavano contro di lui, dopodiché lui le respingeva senza per contro far loro male, in seguito, giratosi, vedeva ACPR 3 con il monopattino in mano, tenuto lungo il fianco destro, e glielo strappava quindi di mano. ACPR 2 asseriva trattarsi di menzogne, e meglio:
“Tutto quello che sta dicendo sono balle. Io ho già raccontato quanto successo. IM 1 ha dato lo schiaffo a mio padre e lo ha fatto cadere a terra. Mia madre ha gridato. IM 1 non appena mio padre è caduto a terra, lo ha preso per il colletto della camicia e lo ha trascinato verso il balcone al punto che la testa e parte del busto si trovavano già fuori in balcone. Io sono intervenuta ed ho afferrato le caviglie di mio padre cercando di ritrascinarlo all’interno dell’appartamento. La mia paura era che IM 1 lo volesse buttare dal balcone. Mentre io afferro mio padre alle caviglie, IM 1 mi guarda negli occhi incazzatissimo perché io stavo cercando di salvare mio papà e a questo punto lui afferra il monopattino che si trovava in balcone, appoggiato al muro di parapetto lato destro rispetto a chi guarda fuori dall’appartamento sulla terrazza. IM 1 ha afferrato il monopattino mentre con una mano teneva ancora il colletto di mio padre. Afferrato il monopattino, IM 1 ha lasciato il colletto di mio padre.”.
(AI 75).
A domanda dell’RAAP 1, ACPR 2 rispondeva:
“(...) ho visto IM 1 sferrare dei calci in bocca a mio padre dopo che aveva tentato di trascinarlo fuori sul balcone e prima di iniziare a colpire con il monopattino mia madre. Ricorso inoltre che IM 1 ad un certo punto ha preso mia madre per i capelli la quale era probabilmente intervenuta per cercare di difendere mio padre e me stessa.”
(AI 75).
Il PP ricordava a ACPR 2 che in occasione del suo interrogatorio del 07.11.2013 aveva dichiarato che IM 1 l’aveva afferrata al collo con una mano sola, e le chiedeva quindi di chiarire tale dichiarazione con quella appena resa. Così la donna:
“(...) io oggi mi ricordavo che mi aveva preso con due mani. I miei ricordi sono certi per quel che riguarda l’inizio e la fine dell’aggressione. Per quello che è successo nel mezzo io ho dei flash che poi più passa il tempo e più mi dimentico. Anche in questo caso posso dire che faccio più affidamento alle mie prime dichiarazioni e quindi IM 1 al collo mi ha preso con una mano e con l’altra teneva il manubrio.”
(AI 117).
Il PP rileggeva a ACPR 2 le sue dichiarazioni rese il giorno dei fatti a pag. 10 del VI in merito alla cronologia degli avvenimenti, ovvero che IM 1 iniziava a colpire suo padre, infieriva poi su sua madre, al che lei tentava di difenderla, l’imputato la afferrava per il collo e la spingeva contro il muro, per poi tornare ad infierire su sua madre. In merito ACPR 2 affermava:
“(...) la dinamica che mi viene letta non la riconosco e quindi ritengo che in questo caso ovvero sulla cronologia degli avvenimenti io non ho reso a suo tempo le dichiarazioni che sono poi state trascritte rispettivamente è probabile che mi sia fatta capire male. Ribadisco in questa sede che quando IM 1 mi ha afferrato per il collo mia madre era in piedi e mi ha difeso ed è lì che lui l’ha attaccata come indicato sopra.”.
(AI 117).
Il PP le ricordava in seguito che il 21 novembre 2013, a pag. 6 del VI, aveva dichiarato di non sapere come avesse fatto il monopattino a dividersi, e le chiedeva di chiarire tale dichiarazione con quella appena resa; la vittima rispondeva:
“(...) oggi mi sono ricordata come ha fatto il monopattino a dividersi, così come mi sono ricordata anche che IM 1 aveva aperto la porta a _. Si tratta di ricordi che in occasione del verbale precedente non avevo ancora recuperato. Ricordo in particolare anche che a mio padre aveva tirato in testa un colpo con il monopattino ancora intero. Poi ricordo che quando colpiva mia madre in testa il monopattino era già diviso quindi situo il momento in cui l’ha sbattuto a terra tra queste due fasi.”
(AI 117).
Alla domanda se a suo avviso l’azione di IM 1 contro i suoi genitori fosse stata in qualche modo premeditata o fosse piuttosto dovuta ad un raptus improvviso di violenza, ACPR 2 rispondeva:
“Secondo me il fatto di decidere di venire a trovarmi a _ era già stato organizzato da IM 1 con lo scopo di venire a fare casino. Di fatti, quando mio padre, a seguito di malparole dette nei confronti di mia madre, ha reagito verbalmente, lui ha subito iniziato l’aggressione.”.
(AI 4, allegato 4).
Gli agenti interroganti, considerate queste sue ultime dichiarazioni, le chiedevano dunque se fosse corretto dire che secondo lei, il fatto di venire a _ e provocare i suoi genitori facesse parte di un piano premeditato da IM 1 per arrivare allo scontro con loro, al che la donna rispondeva:
“Rispondo che secondo me è proprio così. Una persona che arriva a premeditare qualcosa del genere è una persona che ha qualche problema nel cervello. Come già detto lui è sempre stato violento ed ha già minacciato di morte i miei genitori. Purtroppo io, seguendo il detto che si dice a _ “can che abbaia non morde” non pensavo potesse arrivare a tanto.”.
(AI 4, allegato 4).
Alla domanda degli interroganti se a suo modo di vedere, quando IM 1 aveva aggredito i suoi genitori, egli fosse nel pieno delle sue facoltà mentali o le stesse fossero in qualche modo alterate, ACPR 2 rispondeva:
“Secondo me, in quel momento sapeva quello che faceva. Lo penso anche a causa della lucidità con cui, alla fine del suo massacro, si è rivolto a _ dicendo “adesso mi possono anche arrestare”.”
“Secondo me il movente è che io avevo scelto i miei genitori come famiglia, al posto suo. Lui era convinto che la causa della nostra separazione fosse l’intromissione nella nostra relazione da parte di mia mamma.”
(AI 4, allegato 4).
7.2 Le dichiarazioni di ACPR 3
Il giorno dopo i fatti, si procedeva pure all’audizione video filmata della vittima ACPR 3 presso l’ospedale _ di _.
Gli veniva chiesto di raccontare ciò che era successo il giorno precedente presso l’appartamento della figlia, ed egli riferiva:
“E ricordo che eravamo in tre, io mia moglie e mia figlia. È arrivato questo, questo signore...ha cominciato a, a parlare con mia moglie, poi mia figlia si è intromessa e gli ha detto: “stai zitta, non ti permettere”. Alche ho detto e come fai a non ti permettere, i modi sono questi. Alche non c’ho visto più, ma dato un paio di pugni, dopodiché sono scomparso proprio, ogni tanto hai dei flash, vedi questo che si era armato del...della...della...di quel affare che c’ha mio nipote...del...della ha due ruote come si chiama? (...) Monopattino e lo brandiva dalle parti del manico e da...infatti mi, per scansare qualche colpo, mi ha fatto pure male...alla gamba qua. Dopodiché mi son trovato nel lettino con gli infermieri i medici...basta, questo è tutto. (...) C’era lui parlava con mia moglie, no diceva: “le cose non sono ancora a posto, si possono aggiustare senz’altro”, e questo mi ricordo. (...) Poi ACPR 2 s’è, s’è intrufolata dicendo: “non so mamma” io guarda le cose stando io alla sua risposta, questo di lui che ha detto “sta zitta cretina” qua e la...ma parole a non finire (...) verso la compagna. Al che ho detto: “sta bono, sta calmo, sta tranquillo. Non è modo questo comportassi che mo’...poi lui mi ha dato un paio di pugni. Questo è successo (... ) mi ricordo mi son svegliato, così mi ricordo questa lastra del (...) monopattino che andava giù come un pazzo, come un fulmine (...) verso la testa mia, testa di mia moglie. (...) ho cercato di difendere mia moglie alzando la gamba, mi ha fatto male qua alla gamba. (...) E poi mi son svegliato mentre stavo a terra e così...ho avuto dei flash con sta mazza che è andata giù...terribilmente andata giù...terribilmente...Infatti la prima colpita è mia moglie che sta ancora senza prendere conoscenza.”
(AI 40).
Veniva quindi nuovamente interrogato il giorno seguente. La vittima dichiarava di non avere visto IM 1 arrivare nell’appartamento di _, siccome si trovava in strada a parcheggiare la sua automobile. Affermava poi:
“Quando io sono salito nell’appartamento di mia figlia, ho trovato IM 1 e mia moglie intenti a parlare. Mia moglie in particolare gli stava contestando delle cose che a lei non andavano. La discussione era del tutto tranquilla ed i toni erano pacati. Quando sono arrivato io ho sentito solo mia moglie parlare. IM 1 non proferiva parola. Ad un certo punto IM 1 ha iniziato ad obbiettare sulle parole di mia moglie ed i suoi toni sono iniziati a salire. Subito dopo è arrivata in casa anche ACPR 2 che ha tentato di calmare IM 1 il quale, come al solito successo in altre tre situazioni precedenti, ha cominciato ad inveire verso mia figlia e a minacciarla di stare zitta in modo molto portuale. Lui parlava in modo volgare ed irriverente. Io mi sono ribellato a IM 1 dicendogli di stare calmo e tranquillo (...). Nel momento in cui ho detto a IM 1 di calmarsi e di non usare questi termini inurbani nei confronti di mia figlia e di mia moglie. Dopo di che lui si è avvicinato a me, io mi trovavo nel centro della stanza come pure mia figlia e IM 1. Mia moglie per contro si trovava più verso la porta d’entrata dell’appartamento vicino alla cucina (...) io l’unica cosa che ricordo è che IM 1 si è avvicinato a me, poi ho perso conoscenza (...) Mi sono quindi risvegliato a terra in posizione sdraiata sulla schiena e mi trovavo con la testa rivolta al balcone. Ho visto in un lampo IM 1 brandire nella mano destra, se non sbaglio, un monopattino di mio nipote, sopra la sua testa pronto a sferrarlo contro qualcuno che non ricordo. Non ricordo se il monopattino era intero o solo il manubrio. Io ho messo quindi messo la mia gamba sinistra in alto rispetto la mia posizione per difendere mia moglie che si trovava in terra dai colpi che lui voleva infliggergli con il monopattino. Non ho sentito se lui mi abbia colpito con il monopattino alla gamba e immediatamente dopo ho nuovamente perso conoscenza. Quando ho poi ripreso conoscenza ricordo che vi erano i sanitari dell’ambulanza che ci prestavano i soccorsi. Purtroppo dell’accaduto, al momento, non ricordo altro.”.
Gli veniva quindi chiesto se ricordasse dove si trovava il monopattino di suo nipote prima dei fatti, al che ACPR 3 rispondeva:
“Il monopattino di mio nipote, prima dei fatti, si trovava fuori in balcone. Di solito veniva appoggiato al muro appena usciti dalla porta finestra a destra o a sinistra sotto la finestra (...) Il monopattino era sicuramente aperto anche per il fatto che questo monopattino era stato acquistato da me a _ per mio nipote. Il monopattino si può richiudere su se stesso ma si deve azionare una speciale leva. Io ricordo che il giorno in cui sono successi i fatti il monopattino era aperto. (...) Il manubrio del monopattino penso non si potesse togliere e comunque non aveva difetti.”
(AI 50).
Gli veniva contestato che sua figlia aveva affermato che quando lei entrò in casa, il padre, la madre e IM 1 si trovavano tutti già nell’appartamento, al che ACPR 3 dichiarava:
“Può darsi che abbia ragione mia figlia. Io non ricordo bene questo passaggio.”
(AI 76).
Contrariamente alle dichiarazioni dell’imputato, ACPR 3 negava categoricamente di avere pronunciato all’indirizzo di IM 1 la frase “tu hai fallito come uomo e hai fallito pure come padre”:
“Quello che ha detto IM 1, io non lo ho mai detto e non mi sarei nemmeno permesso di dirlo. Io non ho mai detto questa frase.”.
Confrontato con le dichiarazioni di IM 1 secondo cui lui aveva preso il monopattino, e IM 1 in seguito glielo strappava dalle mani, ACPR 3 le contestava:
“Nulla di più falso. Io non ho in quel momento preso in mano il monopattino (...) Non ho mai preso in mano il monopattino.”
(AI 76).
7
.3 Le dichiarazioni di IM 1
L’imputato dal canto suo, interrogato il giorno dei fatti, dichiarava a verbale:
“Questo pomeriggio sono stato fermato dalla Polizia a _ in Via _ verso le ore 1410/1420, a dire il vero ero lì che aspettavo. Voglio dire che questo pomeriggio sono uscito dal palazzo ed ho atteso la Polizia che io ho fatto chiamare da una vicina di casa che si chiama _. Ho atteso gli agenti di Polizia e quando sono arrivati sono andato verso di loro, ho consegnato il mio passaporto e gli ho detto che al 5° forse c’era un duplice omicidio che avevo fatto, ho detto anche che ho fatto una cosa irreparabile.”
(AI 4, allegato 8).
In merito ai fatti avvenuti il giorno stesso continuava:
“Volevo farli ragionare, questa era la mia intenzione. ACPR 2 non voleva seguirmi e mi diceva che se volevo parlare con loro dovevo andarci da solo. Sono salito al 5° piano, abbiamo iniziato a dialogare in maniera tranquilla. I toni erano pieni di rancore, ma la discussione era tranquilla. Le dicevo a _ che questa situazione era insopportabile causata da lei, che doveva mettersi da parte e che doveva fare la nonna. _ mi diceva che solo lei sapeva i sacrifici che avevano fatto per mantenere il figlio qui e quindi dovevo fare silenzio. Nel frattempo siamo stati raggiunti da ACPR 2. ACPR 3 stava fumando sul balcone. Poi è entrato in casa, mi ha detto che dovevo fare silenzio, che ero un fallito come uomo e come padre. A questo punto gli ho tirato uno schiaffo, mi ricordo solo che mi sono trovato _ e ACPR 2 addosso. Poi ho un vuoto. Riprendo lucidità e ricordo di avere in mano lo sterzo del monopattino di mio figlio, c’era sangue ovunque e ACPR 2 che diceva hai ucciso mio padre. Urlava:” aiuto, aiuto”. Nel frattempo ci ha raggiunti _, che ha visto quello che avevo combinato. Ho invitato _ a chiamare la Polizia e le ho detto che li avrei aspettati all’esterno e che mi sarei dovuto ripigliare un attimo. Ho atteso il loro arrivo e il resto ve l’ho già raccontato.”.
(AI 4, allegato 8).
All’imputato veniva quindi chiesto di precisare meglio la situazione in cui schiaffeggiava ACPR 3:
“Allora ricordo di avergli tirato uno schiaffo, tirato bene tanto che cadeva al suolo. Mi ricordo che ACPR 2 e la madre mi sono venuti addosso, tentando di bloccarmi. Io ero fermo in quel momento e l’unica cosa che ho fatto e spingerle verso la cucina. ACPR 3 si è nel frattempo alzato, ha preso il monopattino di _ e poi non so dire come gliel’ho levato e come l’ho colpito. Non le so dire. Ricordo che mi diceva che io avevo ucciso suo padre.”.
(AI 4, allegato 8).
A precisa domanda rispondeva:
“(...) non ricordo i colpi che ho dato. Ricordo di aver avuto il monopattino in mano. Ricordo sangue dappertutto, di aver visto il cranio di _ fracassato, ACPR 3 era a terra e poi _ che entrava in casa. Lei mi diceva: “ma cosa hai combinato”. Ho buttato a terra il monopattino e poi ho detto di chiamare la Polizia. Non ricordo proprio la dinamica. Non me lo ricordo. ...gli ho levato il monopattino dalle mani e l’ho poi buttato a terra. Sono colpevole e riconosco di aver fatto quello che ho fatto. Se dovessi ricordarmi qualcosa in più ve lo racconterò.”.
(AI 4, allegato 8).
Alla domanda se avesse mai pensato di fare ciò che era successo quel giorno, l’imputato rispondeva:
“No, però ho sempre avuto il desiderio di tirare due schiaffi alla vecchia, cioè a _. (...) Io però non l’ho mai colpita, non ho mai aggredito nessuno di loro e neppure loro mi hanno mai aggredito. Fino ad oggi tutte le cattiverie si sono manifestate a parole oppure impedendomi di riconciliarmi con la famiglia.”.
(AI 4, allegato 8).
Gli veniva quindi chiesto quale fosse stato il fattore che lo aveva fatto reagire in quel modo, e IM 1 rispondeva:
“...quella frase detta da ACPR 3, che sono fallito come padre...eh no...ora sì, però no non sono fallito come padre. (...) L’ha detta con cattiveria e mi ha toccato nel vivo. Non avrei dovuto, perché comunque è un uomo di 80 anni. Di solito se succedeva che mi dicevano cattiverie o altre discussioni, me ne andavo, mi facevo un’ubriacata e così mi passava. Oggi no.”
(AI 4, allegato 8).
L’imputato, interrogato il 25 novembre 2013 riferiva:
“Appena finito di dire questa cosa, ACPR 3 ha preso uno schiaffo da me con la mano destra, tanto da finire a terra. (...) È stata una cosa automatica che al termine delle sue parole io gli ho dato lo schiaffo. Al che mi sono girato e mi sono trovato addosso sia ACPR 1 che ACPR 2. Io le ho spinte indietro verso la porta d’entrata dell’appartamento, senza per contro colpirle, e nel momento in cui mi sono girato verso ACPR 3, lo vedo con in mano il monopattino. (...) ho fatto per levarglielo dalle mani. Da quel momento ho un vuoto di memoria. Mi si è appannata la vista e non riesco a ricordare cosa sia successo. Ricordo solo che ad un certo punto ho visto entrare in casa _, la quale, dopo aver messo la mano sulla bocca, mi ha detto; ma cosa hai combinato. Io mi sono quindi pietrificato, ho lasciato cadere a terra il manubrio del monopattino ed ho detto a _ di chiamare la Polizia che avrei aspettato giù, cosa che ho poi fatto. Lei mi ha detto che lo aveva già fatto ed io sono sceso al piano terreno ad aspettarli.”
(AI 64).
ACPR 2, a domanda di sapere se avesse sentito il padre dire a IM 1 “sei un fallito come padre”, e se non fosse stata per caso questa l’affermazione che aveva scatenato la sua furia, rispondeva:
“No assolutamente mai. Mio padre non si permetterebbe mai di dire una cosa del genere a IM 1.”.
(AI 59).
Le veniva quindi fatto notare che IM 1 durante un interrogatorio aveva dichiarato di avere preso il monopattino dalle mani di suo padre. ACPR 2 dichiarava di non ricordare assolutamente questo fatto:
“È stato lui a prendere il monopattino che si trovava in balcone vicino alla porta finestra. Mio padre non ha mai avuto per le mani il monopattino.”.
(AI 59).
A domanda di chi avesse diviso il manubrio del monopattino dalla piastra, rispondeva:
“Quando IM 1 ha preso in mano il monopattino la prima volta, era completo, ossia il manico e la piastra attaccati. Ho visto IM 1 usare il monopattino come mazza tutto intero. Non so poi come abbia fatto dividere il monopattino. Io ho poi visto che ad un certo punto lui aveva in mano solo il manubrio.”.
(AI 59).
Gli agenti le contestavano in seguito che sul muro sopra il letto si ritrovavano dei segni d’urto del monopattino, e le domandavano quindi se lei ricordasse se qualcuno aveva lanciato tale oggetto contro il muro. ACPR 2 in merito affermava:
“No. Io ricordo di aver visto in un primo momento IM 1 con il monopattino intero e poi ho visto picchiare solo il manubrio del monopattino in testa a mia madre.”.
(AI 59).
Tornando all’imputato, egli dichiarava di sperare di ricevere il perdono di suo figlio un giorno. Alla domanda se avesse parlato con qualcuno dopo i fatti, egli rispondeva:
“No, ho atteso la Polizia più di 10 minuti. Ero solo fuori dal palazzo e in attesa ho fumato una sigaretta. Ora vi dico che sarei potuto anche andare in Italia ma non sono fatto così, non sono un criminale e per questo mi sono costituito e ho ammesso subito di essere l’autore di questi fatti.”.
(AI 4, allegato 8).
Gli veniva quindi in mente che:
“(...) ho mandato un messaggio a _, al _, quando ero fuori dal palazzo. Ho scritto un messaggio del tipo: “che Dio mi possa perdonare”.”
(AI 4, allegato 8).
Dalla documentazione agli atti risulta difatti che il 07.11.2013 alle ore 14:20:52 IM 1 inviava a _ un SMS dal seguente contenuto:
“Che possa Dio perdonare la mia anima.”
(AI 51).
In merito IM 1 dichiarava:
“Chiedevo perdono per quello che avevo appena fatto. Ricordo di aver scritto questo messaggio a _ mentre mi trovavo all’entrata del palazzo, in attesa dell’arrivo della Polizia. (...) ero convinto, visto tutto quel sangue, di aver ammazzato due persone. (...) È comunque la stessa cosa che ho detto agli agenti (...) Sono stato io ad avvicinarmi a loro ed a dirgli che (...) al quinto piano avevo commesso qualcosa di indicibile.”
(AI 102).
In seguito l’imputato riceveva 3 messaggi da _, che a suo dire però non lesse (AI 102):
- ore 14:21:42:
“Cosa succede?”
;
- ore 14:22:35:
“Mi raccomando!!! Non fare sciocchezze!”
;
- ore 14:24:57:
“Chiamami appena puoi!!!!!”
Il Vescovo in merito dichiarava:
“Quando ho letto il messaggio di IM 1 il mio primo pensiero è che lui stesse per far del male a sé stesso. (...) qualche volta IM 1 mi ha accennato di voler fare del male ai genitori di ACPR 2. Lui era consapevole di questa sua tendenza di perdere il controllo di sé, lui aveva paura di questa sua realtà e aveva paura che prima o poi sarebbe esploso e che avrebbe fatto loro del male. Lui sapeva che avrebbe perso il controllo e che, in una situazione di tensione e scontro, avrebbe commesso atti violenti nei confronti dei genitori di ACPR 2. Non ha mai detto di volerli ammazzare ma ha detto che aveva paura di ammazzarli, in particolare di uccidere ACPR 1.”
(AI 51).
Interrogato in merito, l’imputato affermava non essere stata sua intenzione quel giorno fare del male ai genitori di ACPR 2:
“Mi viene chiesto se sono sicuro che quest’oggi non era mia intenzione fare del male ai genitori di ACPR 2 ed in merito rispondo di no, nella maniera più assoluta.”
(AI 4, allegato 8).
Nei seguenti interrogatori, IM 1 dichiarava:
“sono andato a _ solamente per parlare con i genitori di ACPR 2 e ACPR 2. Per mettere i puntini sulle “i” ma non per commettere atti di violenza... (...) A D del PP ricordo che quello che stavo facendo era che avevo chiuso gli occhi, ho spaccato la testa, senza sapere cosa stavo facendo. Riconosco di essere un animale quando parlo, posso essere sono sboccato, ma non ho mai messo una mano addosso a nessuno di mia sponte. Io pagherò per quello che ho fatto. (...) Io non sono quello che lei pensa. A D del PP confermo di aver dato i colpi guardando _ mentre la colpivo. Io la guardavo ma non capivo realmente il male che stavo causando. Io sono rinsavito solamente quando _ è entrata in casa e a quel punto mi sono pietrificato.”
(AI 7).
“(...) ho visto _ per la prima volta nell’appartamento quel pomeriggio mentre stavo colpendo ancora ACPR 1 e mi sono fermato proprio perché ho visto _ e quindi è questo il motivo per il quale escludo di avere aperto io la porta.”
(AI 123).
Continuava in seguito:
“(...) Mi sarebbe piaciuto sentirmi dire “dacci un paio di mesi e poi ce ne andremo da qua” questo sarebbe stata una risposta corretta per me. Sono salito di sopra, ho parlato con _ facendola una riassunto della situazione e ricordandole che lei era la causa dei nostri litigi di questi ultimi 4 anni. _ diceva che non era colpevole di nulla, che lei faceva solo sacrifici per il nipote che lei pensava al suo bene ed io le ho detto che il nipote per star bene aveva bisogno di 2 genitori (...). I toni si erano un po’ accesi. (...) Non sono state proferite né minacce né male parole. Nel frattempo ACPR 3 entra dal balcone in casa e anche ACPR 2 sopraggiunge. Io e _ invitiamo ACPR 2 a stare in silenzio in questo era una discussione tra suocera e me e viceversa. ACPR 2 sta zitta ma interviene ACPR 3 e disse “hai fallito come uomo, stai fallendo come padre perché non te ne vai”. Senza pensare alle conseguenza io ho tirato uno schiaffo a ACPR 3. Questa sua frase mi ha fatto rendere conto che, l’ultima cosa che volevo fare nella vita era di fallire come padre ed io non pensavo di avere fallito come padre in quel momento. ACPR 3 era nel torto più assoluto e non doveva e non poteva permettersi di dirmi una cosa simile. È volato uno schiaffo. ACPR 3 è caduto a terra, credo abbia picchiato la testa. A giusta ragione _ e ACPR 2 si sono scagliate contro di me per difendere il padre. Io le ho spinte entrambe per allontanarle da me.”.
A domanda del PP l’imputato rispondeva:
“(...) io ACPR 3, una volta a terra non l’ho più picchiato. Io ho allontanato le donne e poi mi sono trovato ACPR 3 con il monopattino in mano. Glielo ho levato dalle mani. Non so quali fossero le sue intenzioni. Non gli ho dato il tempo per far nulla (...) Gliel’ho levato ed ho iniziato a colpire lui, a colpire _. Io _ l’ho colpita in testa ma non so quante volte. I miei colpi erano forti e decisi. Io non so perché l’ho fatto, non ero in me in quel momento. La forza non so da dove provenisse. Io ce l’avevo con _. _ era il mio problema, è sempre stato il mio problema. A tutto sarei voluto e potuto arrivare tranne che farle quello che ho fatto e trovarmi dove mi trovo ora. (...) Non è una cosa da me. Non sono io quello che fatto tutto questo.”
(AI 7).
Confrontato con le dichiarazioni della sua ex compagna, secondo cui lui avrebbe detto una brutta parola a ACPR 1, ACPR 3 gli avrebbe quindi detto “
non ti permettere
”, al che lui lo avrebbe colpito con dei pugni al volto facendolo cadere a terra, IM 1 dichiarava:
“Non è vero, io la cosa che le ho detto era che suo figlio la schifava a causa del suo brutto carattere. Non è vero che gli ho tirato dei pugni ma solamente una sberla.”
(AI 7).
Contestava inoltre le dichiarazioni di ACPR 2 secondo cui avrebbe cercato di trascinare ACPR 3 per il collo della camicia sul balcone con l’intenzione di buttarlo di sotto:
“Non è vero che avrei voluto buttare ACPR 3 di sotto. Non mi sembra di aver messo un piede all’esterno del balcone. Non è vero che l’ho trascinato per il collo. Io quello che ho fatto è stato levargli il monopattino e allontanarlo con forza ma non in direzione del balcone bensì verso l’interno.”
(AI 7).
Confrontato sempre con le dichiarazioni di ACPR 2 secondo cui avrebbe preso il monopattino che si trovava per terra sul balcone, gli avrebbe staccato il manubrio ed avrebbe poi cominciato a colpire violentemente sulla testa dapprima ACPR 3 e poi ACPR 1, l’imputato affermava:
“Ribadisco quanto già detto prima. Io ho trascinato ACPR 3 prendendolo per il bavero al fine di farlo entrare in casa, lui era vicino alla porta del balcone, dove accanto si trovava il monopattino che lui aveva in mano. Dopo che gli ho tolto il monopattino per le mani, ho fatto cadere ACPR 3 a terra e poi con questo monopattino ho fatto un macello e meglio ho cominciato a colpire _. Non mi sembra di avere colpito ACPR 3 più di tanto, al massimo un paio di schiaffi. Contesto di aver picchiato con il manubrio del monopattino ACPR 3 alla testa. È vero che invece ho usato il manubrio per colpire ripetutamente _ con forza alla testa. (...) Io il sangue l’ho visto solo alla fine. (...).”
(AI 7).
“Sto cercando di ricordare. Ho un vuoto totale. Ricordo di aver colpito _ ma non ricordo di aver colpito ACPR 2 (al fine di farle male), l’ho allontanata sicuramente ma non colpita per farle male. L’ho spinta una volta per allontanarla.”
(AI 7).
“Io voglio ribadire un’altra volta, per il fatto che ho sempre e solo detto questa versione dei fatti, che io non ho mai messo piede in balcone. Io sono sempre rimasto all’interno del monolocale ed il monopattino l’ho preso dalle mani di ACPR 3 che pure lui si trovava all’interno del monolocale. Sarà stato ACPR 3 a prenderlo dal balcone.”.
(AI 64).
Alla domanda su come facesse ACPR 3 ad avere fra le mani il monopattino se era appena caduto a terra ed aveva picchiato la testa, l’imputato rispondeva:
“Questo non glielo so spiegare, ma so solo che quando mi sono girato, ho visto ACPR 3 in piedi con il monopattino in mano. Lui lo brandiva con la mano destra al manubrio lungo i fianchi. Non era sua intenzione colpirmi o almeno è ciò che penso io. Non lo teneva in mano in modo minaccioso.”.
(AI 64).
In merito allo stato in cui si trovava il monopattino al momento in cui lo aveva preso in mano, IM 1 dichiarava:
“Quando io ho preso in mano il monopattino, era intero e aperto con il manubrio a 90° rispetto la base. Non so dire come abbia fatto a separarsi il manubrio dalla base.”.
(AI 64).
A precisa domanda del PP rispondeva che:
“(...) non è stato facile per me togliere il monopattino dalle mani di ACPR 3 malgrado il Procuratore mi ricorda che si tratta di un uomo di oltre settant’anni e malgrado io abbia molta più forza di lui. Forse gli si era incastrato da qualche parte. Non so. Poi mi sono trovato il manubrio in mano ed ho iniziato a picchiare tutti un po’ alla cieca.”.
(AI 123).
“(...) non ricordo di avere picchiato qualcuno con il monopattino intero. Mi ricordo però di avere anche colpito a calci ACPR 3 e ACPR 1. In particolare ricordo che di calci a ACPR 3 ne ho dato solo uno mentre lui era a terra e l’ho indirizzato al viso. Non escludo di avergliene dati di più. Ricordo di avere dato sicuramente un calcio in viso a ACPR 1 mentre era in ginocchio a terra. Non escludo di avergliene dati di più. Ancora oggi non ho tutto in chiaro. Ero rabbioso nell’aggredire le due persone. Dal momento che mi sono ritrovato il manubrio del monopattino in mano non ho capito più nulla.”.
(AI 123).
Nel vedere le fotografie raffiguranti ACPR 1 riversa a terra, IM 1 affermava:
“Non dovevo. Non avrei dovuto. (...) È raccapricciante. Non ho altro da dire.”
(AI 7).
Il 21 gennaio 2014, l’imputato dichiarava di avere delle dichiarazioni spontanee da fare alle Autorità, ed affermava:
“Ultimamente ho avuto dei flasch che mi hanno fatto ricordare dei particolari inerenti le modalità con cui si sono svolti i fatti il 07.11.20013. In particolare ricordo che dopo aver colpito ACPR 3 la prima volta ed averlo fatto cadere a terra, ACPR 2 e sua madre si sono avventate su di me. Io le ho respinte quasi fino all’ingresso dell’appartamento e quando mi sono girato ho visto ACPR 3 vicino alla porta finestra che da sul terrazzo girato verso l’esterno, intento a prendere il monopattino. Non era perfettamente diritto ma si era leggermente piegato in avanti nell’intento di prendere il monopattino.(...) non ricordo con che mano ACPR 3 stesse prendendo il monopattino. Lui comunque mi dava la schiena. A questo punto io mi sono avvicinato a ACPR 3 e l’ho preso per il collo della camicia tirandolo all’interno dell’appartamento. L’ho scaraventato a terra e gli ho preso il monopattino dalle mani. Io ho preso il monopattino con la mia mano sinistra. L’ho poi passato nella mano destra ed ho iniziato a colpire alla ceca le persone presenti.”.
(AI 102).
A domanda degli interroganti rispondeva poi:
“(...) ricordo di aver colpito ACPR 3 con un calcio in faccia mentre lui era a terra la seconda volta, ricordo che ACPR 2 in un paio di occasioni si è messa in mezzo e l’ho spintonata per allontanarla (...) non ricordo di averla mai colpita con il monopattino o con il manico del monopattino. Colpivo la signora ACPR 1 dove capitava e ricordo bene che la porta dell’appartamento era aperta per il fatto che ACPR 2 urlava aiuto sia all’interno dell’appartamento che sul pianerottolo. Quindi sono sicuro che la porta dell’appartamento era aperta.”.
(AI 102).
All’imputato si faceva prendere atto della lettera di dimissioni dell’_ _ del 07.11.2013 relativa a ACPR 2, la quale faceva stato di una ferita da taglio all’avambraccio sinistro di ca. 5 mm superficiale (AI 19). Egli ne prendeva atto e dichiarava di non avere ricordi sul momento in cui le cagionò questa lesione (AI 123):
“Io ricordo in modo perfetto tutto quello che è successo fino al momento in cui mi sono ritrovato il manubrio in mano. Fino a questo momento contesto le loro dichiarazioni e ribadisco le mie. Dopo quel momento non posso escludere di avere colpito sia con il manubrio sia con calci le persone presenti nell’appartamento. Se secondo le loro dichiarazioni ho preso al collo ACPR 2 prima di avere il manubrio in mano lo contesto.”.
(AI 123).
Il PP gli faceva quindi prendere atto delle ferite riportate da ACPR 1 all’esame obiettivo eseguito il 13.11.2013, e meglio della relazione medico legale del 27.11.2013 della Dr.ssa _ (AI 69), la quale faceva stato della presenza di diversi ed estesi ematomi alla testa, al volto, al braccio sinistro e alle mani, di cui si dirà dettagliatamente nei considerandi che seguono, e per cui si rinvia inoltre alle fotografie in atti. L’imputato ne prendeva atto (AI 123).
In occasione del verbale di interrogatorio finale dell’imputato, il PP estendeva il procedimento penale al reato di coazione, per avere, usando violenza, limitato la libertà di ACPR 2, costringendola ad interrompere il tentativo di difendere il di lei padre, afferrandola per il collo e spingendola contro il muro. Invitato a prendere posizione, l’imputato dichiarava:
“Io ho ricordi vaghi dell’accaduto, io ricordo di aver spostato/spinto ad un certo punto ACPR 2 ma non ricordo in quale momento. Non escludo quindi di aver fatto quanto appena contestatomi dalla Procuratrice.”
(AI 155).
All’imputato venivano quindi contestate le conclusioni della perizia medico legale del 05.04.2014 della Dr.ssa _ quo ai mezzi produttivi delle lesioni riscontrate su ACPR 1, su ACPR 3 e su ACPR 2 (AI 150).
Per ACPR 1, in merito alle fratture dello splancnocranio (o massiccio facciale) a sinistra riportate da ACPR 1, IM 1 affermava:
“Io ricordo di aver tirato due calci: uno a ACPR 3 ed uno a ACPR 1.”
. Riconfermava le sue precedenti dichiarazioni secondo cui aveva dato sicuramente un calcio in viso a ACPR 1 mentre essa si trovava in ginocchio a terra (AI 155). Per quanto attiene le lesioni riportate dalla donna in regione latero cervicale destra, l’imputato asseriva a verbale:
“Escludo comunque che siano stati i calci a causare queste ecchimosi in quanto, come ho sempre detto, ricordo di aver dato solamente un calcio in viso a ACPR 1. Non ricordo di averle provocato le ecchimosi con il manubrio ma non lo posso escludere, ho ricordi vaghi ma sicuramente quello da lei riportato gliel’ho provocato io.”.
(AI 155).
Il PP faceva quindi presente all’imputato che, avendo egli dichiarato di avere dato solo un calcio in faccia a ACPR 1 mentre era in ginocchio, e che ACPR 2 non era certa che lui avesse inferto dei calci alla madre, apparisse più verosimile che le tumefazioni in tale regione unite anche alle fratture sottostanti attestate dai certificati medici in atti fossero da ricondurre ad una serie di colpi in tale zona con la porzione tubolare del manubrio piuttosto che con una serie di calci. IM 1 affermava quindi di non poterlo escludere.
Per quanto attiene le lesioni riportate da ACPR 1 alle braccia, l’imputato dichiarava:
“(...) ribadisco che tenderei ad escludere i calci in quanto ricordo di averne dato solamente uno a ACPR 1 e meglio contro il suo volto. (...) Non ricordo se ACPR 1 abbia cercato di difendersi con le braccia durante la fase in cui la colpivo ma credo sia normale provare a difendersi in una situazione simile.”
(AI 155).
Per quanto riguarda le lesioni all’addome ed agli arti inferiori, il PP faceva presente all’imputato che, sulla scorta della ricostruzione peritale, sembrasse escludersi il fatto che egli avesse, così come riferito inizialmente da ACPR 2, dato anche calci in pancia a ACPR 1; l’imputato ribadiva di avere dato unicamente un calcio a ACPR 1. Il PP gli faceva inoltre notare come, sempre sulla scorta della ricostruzione peritale, sembrasse escludersi il fatto che egli avesse, così come riferito inizialmente da ACPR 2, preso per il collo ACPR 1 (AI 155).
In merito alle lesioni riportate da ACPR 3, l’imputato affermava:
“Io non ho colpito con il monopattino in testa ACPR 3, gli ho dato solamente uno schiaffo ed un calcio.”
. Il PP gli faceva quindi presente che, sulla scorta della ricostruzione peritale, sembrasse escludersi il fatto che lui avesse, così come riferito da ACPR 2, scagliato con violenza una serie/una decina di calci in bocca a ACPR 3 mentre questi era caduto a terra svenuto; gli faceva notare inoltre che sembrava altresì escludersi che egli avesse, così come riferito da ACPR 2, colpito ACPR 3 al capo con il monopattino in modo violento.
L’imputato si esprimeva:
“(...) riconfermo le mie dichiarazioni, non ho mai colpito l’uomo in testa con il monopattino.”.
Il PP rilevava per contro che, sulla scorta delle considerazioni peritali unite alle sue dichiarazioni, la lesione ecchimotica allo zigomo di sinistra potesse essere ricondotta allo schiaffo da lui sferrato e che la lesione ecchimotico escoriativa in regione temporale omolaterale fosse compatibile con il calcio che lui aveva dichiarato di aver sferrato a ACPR 3 mentre questi era a terra per la seconda volta.
Il PP faceva quindi presente all’imputato che non vi fossero elementi oggettivi che vestissero le dichiarazioni di ACPR 2 circa il trascinamento di ACPR 3 per il bavero del collo in direzione del terrazzo al quale avrebbe contrapposto forza contraria per tenerlo nell’appartamento tirandolo dai piedi in assenza di segni al collo. L’imputato ribadiva le sue dichiarazioni. Aggiungeva poi di non avere ricordi di quando colpiva ACPR 1, e di non escludere quindi di aver colpito ACPR 3 alla gamba (AI 155).
Per quanto riguarda infine le lesioni riportate da ACPR 2, confrontato con la ricostruzione peritale quo alle lesioni
l’imputato affermava:
“Io ricordo di averla allontanata/spintonata contro un muro ma non ricordo di averle messo le mani al collo.”.
(AI 155)
Al dibattimento, l’imputato, incalzato più volte dal Presidente a sapere il motivo per cui si accaniva su ACPR 1 piuttosto che su ACPR 3, autore diretto dell’offesa che, secondo la versione dell’imputato, avrebbe dato il via alla sua furia, rispondeva:
“Io non capisco cosa ancora devo specificare, non so dirle quanti colpi ho dato. Non posso dire altro. Ho buttato giù ACPR 1, l’ho colpita in testa, gridava aiuto, ho continuato a colpire, le ho dato un calcio in faccia, era a terra e continuavo a colpire.
Perché?
Non lo so, era rabbia.
Proferiva anche parole in quei momenti?
Non ricordo, non penso ma non lo escludo. Era tutta rabbia repressa.
ADR
che sì, era un cumulo, ho sforato nella maniera più sbagliata quello che avevo dentro, ancora oggi non riesco a spiegare una cosa del genere.
Le chiedo qual era il suo stato d’animo mentre picchiava.
Era rabbia. So quello che ho causato, so le conseguenze. Mi rendevo conto che picchiavo in testa e che si può morire anche solo per un colpo, come mi indica il Presidente.
Lei ha colpito anche ACPR 3, mentre questo tentava di difendere la moglie.
Mi è stato detto dopo, l’ho letto nelle carte, non era mia intenzione colpirlo, io ce l’avevo con _ e ho sfogato tutta la mia rabbia su di lei.”
(verbale d’interrogatorio dibattimentale del 13.10.2014).
8.
Le lesioni causate alle vittime
Dalla lettera di dimissioni del Dipartimento di medicina intensiva dell’_ di _ redatta dal primario della struttura Dr. med. _ il 18.11.2013 (AI 148), risultano essere state riscontrate, sul corpo di ACPR 1, le seguenti lesioni:
“Trauma-cranio-encefalico in contesto di politraumatismo da percosse con:
1. Emorragia sub aracnoidea di tutto l’emisfero sinistro con focolai parenchimali, ematoma epidurale a destra e lacerazione dello scalpo occipitale
- TAC di decorso 7.11: aumento dell’ematoma sotto durale, associato a nuove componenti intraparenchimali temporali a sinistra e iniziale lieve deviazione verso destra delle strutture della linea mediana sottoposta a craniectomia de compressiva fronto-temporo-parietale sinistra e plastica di allargamento durale (8.11.2013)
2. Frattura della parete laterale orbitale sinistra con coinvolgimento dell’osso zigomatico e frontale
3. Ematoma intraorbitale sx lungo decorso del retto laterale
4. Frattura della base cranica coinvolgente etmoide bilateralmente ed estensione a rocca petrosa destra, interessamento della parte mediale del forame lacero vicino al canale dell’arteria carotide interna destra, meato acustico interno ed orecchio medio, apice del tegment molto vicino a canale del VII nervo cranico, articolazione temporo-mandibolare destra, squama temporale e occipitale destra, entrambi i seni mascellari
5. Formazioni cistiche surrene sinistro in DD con ematoma vista la dinamica del trauma
6. Frattura del radio destra nella terza distale scomposta verso volo-ulnare sottoposta a osteosintesi.”
ACPR 1, ricoverata il 07.11.2013 all’_, rimaneva presso il Reparto cure intense dall’08.11.2013 al 18.11.2013 (cfr. Lettera di dimissioni del Dipartimento di medicina intensiva dell’_ del 18.11.2013, AI 148).
Dal certificato medico del 09.11.2013 del Dr. med. _, _ (AI 14), risultava il seguente stato clinico:
“Attualmente la paziente è sedata, intubata e ventilata meccanicamente per il controllo della situazione cerebrale. (...) Le condizioni la pongono tuttora in serio pericolo di vita.”.
La paziente veniva estubata il 14.11.2013, e trasferita in degenza ordinaria il 18.11.2013, dove rimaneva sino al 30.12.2013 (cfr. Lettera di dimissioni del Servizio di _ della _ del 30.12.2013, AI 148).
Il 30.12.2013 veniva ricoverata presso l’_, dove rimaneva sino al 10.02.2014 per la riabilitazione (cfr. Relazione clinica alla dimissione dell’_ del 10.02.2014, AI 118).
La visita medico legale eseguita il 13.11.2013 dalla Dr.ssa. _ rilevava:
“La sig.ra ACPR 1 è allettata, in posizione supina; il capo è completamente avvolto da bende.
La visita evidenzia, di rilevante per il presente accertamento:
- In regione latero-cervicale ed occipitale destra, ematoma di colorito violaceo, di
forma irregolare;
- Al volto, in regione periorbitale, bilateralmente, estese ecchimosi di colorito violaceo;
- Alla superficie postero-laterale del III medio-prossimale del braccio sinistro, ecchimosi di colorito viola-brunastro, di forma irregolare, a margini sfumati, delle dimensioni di circa 8x6 cm;
- In corrispondenza della superficie dorsale delle falangi media e distale del V dito della mano sinistra, ecchimosi di colorito violaceo;
- Il III, IV e V dito della mano sinistra presentano unghie rotte.”
(Relazione di visita medico legale condotta sulla persona di ACPR 1 del 27.11.2013, AI 69).
La valutazione medico legale del 27.11.2013 risulta essere la seguente:
“La visita medica effettuata sulla persona di ACPR 1 e l’analisi della documentazione medica hanno consentito di apprezzare, di rilevante, la presenza di plurime ferite lacero-contuse in corrispondenza del cuoio capelluto (prevalentemente a destra e posteriori), nonché molteplici rime di frattura di neuro e splancnocranio.
Le lesioni osservate appaiono tutte compatibili per l’essere state prodotte da uno o più colpi inferti con oggetto/i contundente/i che hanno agito ripetutamente sul capo della donna. In particolare la presenza delle ferite lacero-contuse in regione posteriore e a destra indica che la donna fu attinta dai colpi in tali regioni corporee e che le fratture allo splancnocranio siano invece state prodotte dall’urto di tali porzioni del volto contro una superficie dura (pavimento) causato dai colpi ricevuti posteriormente.
La frattura dell’avambraccio destro deve invece essere imputata a un tentativo di difesa posto in essere dalla donna che a proteso l’arto a difesa del volto. Essa rappresenta infatti una zona tipica di localizzazione delle lesioni da difesa.
La lesione ecchimotica al braccio sinistro appare aspecifica e coerente sia con un colpo contundente sia con un afferramento.
Per quanto attiene l’epoca di produzione, le lesioni appaiono nel complesso coeve e compatibili per l’essere state prodotte in corso dei fatti per cui è causa (7 novembre 2013).
In ordine alla significatività delle lesioni osservate si deve ritenere che esse siano, nel complesso, di entità clinica assai rilevante. Non è possibile stabilire con precisione una tempistica di stabilizzazione delle stesse, mentre è possibile già da ora affermare che tali lesioni comporteranno la presenza di postumi permanenti gravemente invalidanti.
È altresì possibile affermare, in base al quadro clinico presentato dalla ACPR 1 al momento del suo accesso in Ospedale e ai traumi riscontrati durante il ricovero mediante indagini strumentali radiografiche, che la donna si trovò certamente in pericolo di vita nei momenti successivi al trauma. Al momento della visita non è ancora possibile considerar e la signora completamente fuori pericolo, nonostante il quadro cardio-respiratorio e cerebrale (quest’ultimo assai compromesso) siano al momento stabili, poiché possono ancora subentrare complicanze anche letali, essendo ancora in una fase acuta, sia di natura neurologica che infettivologica. Per quanto riguarda il mezzo produttivo delle lesioni, esso è compatibile con il manubrio di un monopattino in quanto dotato di superficie idonea a provocare ferite lacero-contuse. Le lesioni del neuro e dello splancnocranio indicano che i colpi furono inferti alla donna con notevole forza, tanto da determinante molteplici fratture ossee.”
(cfr. Relazione di visita medico legale del 27.11.2013, AI 69).
A domanda dell’RAAP 1 a sapere se sua madre fosse informata di quanto accaduto il 07.11.2013, ACPR 2 rispondeva negativamente:
“no , mia madre non è informata di quello che è successo. Pensa che sia caduta dalle scale poiché gliel’ho detto io. La psichiatra che la sta seguendo in Italia dove era ricoverata ritiene che non sia ancora arrivato il momento per informarla in dettaglio di quello che è accaduto. Mia madre di quel giorno non ricorda nulla. Lo specialista ritiene che sicuramente lei possa avere dei flash di quello che è successo e quindi dovrà essere informata degli avvenimenti. Sul momento giusto per farlo ci affidiamo ai medici. Prossimamente si dovrà sottoporre ancora ad una operazione alla bocca poiché le ha fatto perdere i denti che aveva. La protesi si è staccata e si è rotta. Inoltre si dovrà sottoporsi ad un intervento chirurgico all’occhio destro poiché non vede molto bene. Settimana scorsa mia madre è stata dimessa e attualmente vive a _ a casa di mio fratelli. Lì vi abita attualmente anche mio padre. Il linguaggio l’ha recuperato solo in parte, ma però si fa capire. Non è indipendente nei movimenti nel senso che è debole e quindi viene riaccompagnata da mio padre nei piccoli spostamenti. A livello di comprensione delle cose posso dire che ha raggiunto il 70%.”
(AI 117).
Ulteriori dettagli sulle lesioni e sul decorso di ACPR 1 così come sulle operazioni da lei subite, si trovano nella sua cartella medica agli atti (AI 148).
Dalla lettera di dimissioni del 22.11.2013 dell’_, risultavano le seguenti lesioni riscontrate sul corpo di ACPR 3:
“1. Trauma crancio commotivo con emorragia sub-aracnoidea.
2. Trauma contusivo rachide cervicale.”.
Il paziente era degente presso l’_ dal 07.11.2013 al 15.11.2013. All’esame obiettivo eseguito il 13.11.2013 sulla persona di ACPR 3, la Dr.ssa _ nella sua Relazione medico legale del 14.11.2013 (AI 70) rilevava:
“Soggetto in buone condizioni generali di salute. Il paziente è seduto, vigile e orientato nel tempo e nello spazio; il sensorio è integro.
La visita evidenzia, di rilevante per il presente accertamento:
- In regione temporale sinistra, lesione escoriativa delle dimensioni di circa 1 cm, nel contesto di un’area lievemente edematosa (parzialmente celata dai capelli);
- In regione zigomatica sinistra, tenue ecchimosi di forma irregolare, di colorito violaceo, delle dimensioni di4x2 cm;
- Alla superficie anteriore del III medio della gamba destra, escoriazione di colorito rossastro, di forma irregolare, delle dimensioni di circa 0,5x0,5 cm, riferita dolente alla presso-palpazione profonda.
Il ACPR 3 riferisce altresì algie al V dito della mano sinistra ed una cefalea frontale per la quale dice di assumere farmaci (non meglio precisati).
Riguardo all’aggressione sostiene di non ricordare molto; afferma di aver perso conoscenza poco dopo essere stato colpito al capo (non sa dire se con un pugno o con un monopattino) e di essersi risvegliato in ospedale.”.
La valutazione medico legale risulta quindi essere la seguente:
“La visita medica effettuata sulla persona di ACPR 3 e l’analisi della documentazione medica fornitaci ha consentito di apprezzare la presenza di alcune superficiali lesioni ecchimotico-escoriative, prevalentemente al capo, con rilievo di emorragia sub aracnoidea bilaterale fronto-parietale.
Le lesioni osservate appaiono tutte compatibili per l’essere state prodotte dall’azione di uno o più corpi contundenti alla porzione sinistra con verosimilmente rapido movimento di accelerazione-decelerazione del capo e sviluppo di emorragia sub aracnoidea sia in corrispondenza della lesione cutanea che controlateralmente.
Per quanto attiene l’epoca di produzione, le lesioni appaiono nel complesso coeve e compatibile per l’essere state prodotte nel corso dei fatti per cui è causa (7 novembre 2013).
In ordine della significatività delle lesioni osservate si deve ritenere che esse siano, nel complesso, di entità clinica poco rilevante e guaribili nell’arco di pochi giorni, senza evidenti reliquati di sorta (al controllo Tac le elsioni emorragiche erano in riassorbimento).
È altresì possibile affermare, in base al quadro clinico presentato dal sig. ACPR 3 al momento del suo accesso in Ospedale che l’uomo non si trovò mai in pericolo di vita.
Le lesioni hanno caratteri aspecifici e non indicative di alcun peculiare mezzo di produzione. La lesione al volto (causata da un oggetto privo di superfici abrasive), per sede e morfologia, è compatibile sia stata inferta con un pugno. Per la altre lesioni l’identificazione di un mezzo lesivo appare più difficoltosa non avendo alcuna peculiare caratteristica.”.
Dal certificato medico del 07.11.2013 dell’_ redatto dalla Dr.ssa med. _ (AI 4, allegato 5), risultavano le seguenti lesioni riscontrate sul corpo di ACPR 2:
“Ferita da taglio avambraccio sinistro di cc 5 mm superficiale.”
.
Nel corso di un interrogatorio, a domanda dell’RAAP 1, ACPR 2 riferiva di essere seguita da uno psicologo a seguito dello shock vissuto:
“Si sono seguita dal dr. _ di _. Vado da lui una volta a settimana e due in caso di bisogno (...) attualmente lavoro circa un ora e mezza al giorno, sabato compreso per la _ e inoltre su chiamata collaboro con una agenzia di _. Vengo pagata a ore.”
(AI 117).
Il 24.03.2014 la Dr.ssa _ riceveva incarico dalla PP PP 1 di indicare, sulla base degli atti del procedimento penale, gli elementi medico legali discordanti e/o concordanti nelle versioni dei fatti fornite da IM 1, ACPR 2 e ACPR 3 in merito alla dinamica dell’aggressione del 07.11.2013, e di indicare inoltre il mezzo produttivo di tutte le lesioni riscontrate sulle vittime.
Per quanto riguarda le lesioni riscontrate sul corpo di ACPR 1, in merito alle loro modalità di produzione, la Dr.ssa _ ha espresso le seguenti considerazioni:
“- La Sig.ra presenta al capo numerose ferite lacero-contuse, prevalentemente localizzate al vertice e nella regione parieto-occipitale destra. Tali lesioni, in rapporto alle circostanze dei fatti riferite in atti, sono state prodotte con la porzione distale del manubrio del monopattino. Il numero dei colpi inferti non è determinabile, ma valutando il numero e l’estensione delle lesioni esso appare sicuramente in numero non inferiore a sei. I colpi sono stati sferrati certamente con forza, tanto da determinare le sottostanti lesioni craniche ed encefaliche.
- Le fratture dello splancnocranio, localizzate a sinistra, possono essere conseguenza sia delle lesioni inferte al capo in regione paritale-occipitale destra con urto di tali porzioni del volto contro una superficie dura (pavimento). Ovvero tali lesioni potrebbero essere anche conseguenza di un calcio sferrato in tale sede. Non si evidenziano lesioni delle labbra indicative di “calci sferrati in bocca”.
- Le ecchimosi presenti in regione latero-cervicale destra, al braccio e alla mano sinistra e la frattura dell’avambraccio destro, non hanno caratteristiche specifiche che consentano l’identificazione del mezzo lesivo. Esse sono state inferte con un mezzo contundente e compatibile sia con la porzione tubolare (non tagliente) del manubrio del monopattino, sia con dei calci.
- L’assenza di lesioni ecchimotiche all’addome e agli arti inferiori (al momento della visita da me effettuata) esclude che la donna abbia ricevuto calci in tali regioni corporee. Inoltre è stata effettuata precisa richiesta al personale infermieristico di indicare eventuali lesioni ecchimotiche al dorso visibili durane le attività di nursing (al momento della visita non era possibile mobilizzare la signora): la mancata segnalazione indica l’assenza delle stesse e quindi la donna non fu attinta da colpi neppure al dorso.
- Le lesioni al collo erano presenti solo in regione latero-cervicale destra e aspecifiche e non appaiono indicative di segni di afferramento.”
(AI 150).
Per quanto attiene le lesioni riscontrate sul corpo di ACPR 3, in merito alle loro modalità di produzione, la Dr._ rilevava:
“- la lesione ecchimotica allo zigomo di sinistra e quella ecchimotico-escoriativa in regione temporale omolaterale, appaiono aspecifiche e compatibili sia con un pugno/schiaffo sia con un calcio inferto con forza modesta.
- la piccola lesione escoriativa alla gamba sinistra è aspecifica e potenzialmente compatibile con un colpo, di entità modesta, inferto con la parte tubulare (non tagliente) del monopattino, ma anche con accidentale caduta a terra o altro agente contusivo.
- non vi sono segni di calci inferti in regione buccale.
- Non vi sono segni di afferramento al collo.”
(AI 150).
In merito alla modalità di produzione delle lesioni riscontrate sul corpo di ACPR 2, la Dr.ssa _ dichiarava:
“- la ferita al polso sinistro appare aspecifica e compatibile per essere stata inferta con il monopattino (con la parte distale oppure ove è presente la vite);
- non vi sono segni di afferramento al collo o alle braccia.”
(AI 150).
9.
Altri riscontri
In merito allo stato di salute dello stesso IM 1, dalla visita medico legale effettuata dalla Dr.ssa _ il giorno dei fatti (AI 38), emergono le seguenti lesioni riscontrate:
“Mano sinistra: abrasione periunguale I dito; ferita da taglio polpastrello I dito
Arto inferiore sinistro: 2 abrasioni in regione tibiale
Piede destro: edema metatarso; ecchimosi ed edema II dito.”.
Il giorno dei fatti, il 07.11.2013 alle ore 17:05 rispettivamente alle 17:10 si procedeva al prelievo del sangue e delle urine dell’imputato. Dal Rapporto di analisi dell’_ del 22.11.2013 (allegato 41 all’AI 127), egli risultava positivo al THC con una concentrazione di 1.8ug/l:
“I risultati analitici confermano un consumo di cannabis.”
. Circostanza non contestata dall’imputato il quale dichiarava:
“(...) ho smesso di fumare marijuana quando è nato mio figlio ed ho ripreso nel febbraio del 2013. Ho fumato uno spinello alla sera prima di andare a dormire tutte le sere fino al giorno del mio arresto e questo per evitare di assumere il valium che mi era stato prescritto.”
(AI 89).
A seguito di analisi scientifiche svolte sul manubrio del monopattino, venivano riscontrate delle impronte digitali presumibilmente riconducibili a ACPR 1 e IM 1; non si trovava invece alcuna impronta digitale di ACPR 3 (AI 130).
10.
La perizia psichiatrica
Dalla perizia psichiatrica del 18.01.2014 del Dr. _, emerge in sintesi quanto segue:
“Rispetto ai fatti di cui è accusato il peritando afferma che tutto quello che ha compiuto ai danni dei suoceri va ricondotto al risentimento che nutriva nei loro confronti per il fatto di essersi intromessi nella sua relazione con ACPR 2 e quindi come conseguenza di ciò nella possibilità di esercitare liberamente la sua funzione di padre. Afferma che se il motivo latente di ciò che è successo (“la mia reazione, se proprio devo trovare il termine giusto, è stata inumana”) va fatto risalire al risentimento nei confronti dei suoceri (ammette che ce l’aveva più con la suocera che con il suocero), il motivo scatenante sarebbe stato l’aver udito il suocero proferire una frase offensiva nei suoi confronti (“hai fallito come uomo e adesso stai fallendo come padre”) a cui ha fatto seguito la sua reazione aggressiva nei confronti prima del suocero e poi della suocera. Per descrivere la sua reazione aggressiva il peritando non trova una immagine migliore che ricorrere a quella del vulcano della sua città che scoppia (“sono come il Vesuvio, assorbo e assorbo, poi d’improvviso e per un niente esplodo”). Rispetto al sentimento che prova adesso nei confronti dei suoceri e in modo particolare di ciò che ha fatto loro riferisce di provare ancora rancore nei loro confronti e di non essere pentito specificando di aver loro dato una lezione (“non sono affatto pentito di quello che ho fatto”) e di sentirsi solamente sollevato dall’aver appreso che il suo gesto non ha comunque avuto un effetto letale (“ringrazio Dio che non è morto nessuno”).
(...) il momento critico che ha fatto crollare il sistema delle resistenze del peritando è stata l’allusione, che a mio parere non fa differenza se realmente proferita dal suocero o da lui interpretata come tale nell’ambito di una ipersensibilità critica giunta al culmine, al suo fallimento come uomo e soprattutto come padre. Una allusione che gli è parsa ingiuriosa e che in un momento particolarmente carico di tensione legato ad una decisione fondamentale per la sua vita ha pesato come un macigno perché lo ha toccato nel punto più dolente ovvero nella ferita del bambino non amato e rifiutato che era stato e che l’offesa all’esercizio della sua paternità ha improvvisamente riaperto scatenando il finimondo. (...) Il peritando è affetto da una turba psichica caratterizzata da marcati tratti narcisistici e paranoidi e da una instabilità emotiva associata ad impulsività con tendenza ad agire in maniera rapida ed aggressiva nei confronti di terzi. (...) Secondo le scale diagnostiche attualmente in uso la condizione clinica di cui il peritando è affetto corrisponde al modello di disturbo della personalità borderline, tipo impulsivo (ICD10-F60.31) a cui va aggiunto il codice riferito al consumo abituale di cannabinoidi (ICD10-F12.1), attualmente in fase di astinenza.”.
In merito alla scemata imputabilità dell’imputato, il perito concludeva che:
“(...) la capacità di valutare il carattere illecito della sua azione non era scemata in alcuna misura, (...) la capacità di agire del peritando come conseguenza della forma esplosiva della rabbia e della violenza scatenatasi a seguito della reazione primitiva alla parola offensiva proferitagli o interpretata come tale era a mio avviso per questo motivo da ritenere in parte scemata. (...) Ritengo che per le ragioni sopra esposte il peritando abbia agito in uno stato di scemata imputabilità di grado medio.”
(AI 96).
Il Dr. Mari riteneva dunque fortemente indicato un trattamento psichiatrico ambulatoriale consistente:
“(...) da un lato in una psicoterapia individuale volta a mettere in evidenza i motivi interni sui cui si regge il disturbo di personalità del peritando e a trovare le opportune strategie per incrementare le capacità di mediazione e di ovviare ai passaggi all’atto mentre dall’altro non può prescindere da un aiuto psicofarmacologico volto a contenere l’aggressività e l’impulsività.”
(AI 96).
La contemporanea espiazione della pena – a mente del perito – non pregiudicherebbe o ostacolerebbe fortemente il successo del trattamento (AI 96).
Il 14.02.2014, il Dr. _ veniva sentito come testimone (AI 115). Il PP domandava in particolare se la sua valutazione sarebbe stata differente, qualora si fosse accertata l’assenza della famosa frase allusiva ai fallimenti come uomo e come padre, e se al suo posto vi fosse stato unicamente da parte di ACPR 3 una ripresa per il modo maleducato e/o scurrile con il quale si era rivolto a ACPR 2 o a ACPR 1. Il perito rispondeva:
“Direi che muterebbe decisamente. Cadremmo in quel caso, ovvero nel caso in cui fosse solo stato ripreso ad un miglior comportamento, in un discorso più generico con allusione alla sola maleducazione ovvero ad un fatto di ordinaria amministrazione che non avrebbe alcuna allusione alla sfera emotiva del peritando. La mia valutazione della scemata responsabilità in ragione della capacità di agire del peritando in un quadro fattuale come quello esposto dagli accusatori privati sarebbe quella di evidenziare come non emergerebbero quegli elementi fondanti di provocazioni tali da slatentizzare la sua patologia. Si tratterebbe di un quadro fattuale che potrebbe arrivare vicino all’interruttore ma non riuscire a incidere sullo stesso. La mia diagnosi sulla patologia in effetti non cambierebbe, ma cambierebbe la mia valutazione sulla sua capacità di agire. L’agito sarebbe in quel caso dovuto al risentimento provato dall’essere stato ripreso, che avrebbe causato la sua reazione violenza, il grado di scemata responsabilità però si abbasserebbe poiché in quel caso l’unica componente colpita sarebbe quella narcisistica e quindi la capacità di agire conseguentemente sarebbe scemata con un grado lieve.”
(AI 115).
Confrontato infine con le risultanze della perizia psichiatrica effettuata sulla sua persona dal Dr. _ (AI 96), l’imputato affermava:
“Io ritengo di essere la persona più insicura del mondo e non penso di avere tratti narcisistici. (...) Sono in carcere, forse sono riuscito a metabolizzare quello che ho fatto. Sono cosciente che è giusta la mia collocazione. Sto facendo un percorso. Sono consapevole che ho un problema ma mi chiedo come si possa fare per curarlo. (...)è mia intenzione applicarmi in questo senso.”
(AI 123).
11.
In diritto
I reati di lesioni semplici in parte qualificate, coazione e contravvenzione alla LF sugli stupefacenti sono ammessi e non sono contestati dalla difesa. Per quanto vi concerne, la Corte ha dunque ritenuto l’imputato colpevole, così come prospettato nell’atto d’accusa.
Per quel che è invece dell’accusa di tentato omicidio intenzionale, contestata è in particolare la forma dell’intenzione, ovvero se l’imputato abbia agito per dolo diretto o per dolo eventuale.
Si rende colpevole di omicidio intenzionale ai sensi dell’art. 111 CP ed è quindi punito con una pena detentiva non inferiore a cinque anni, chiunque intenzionalmente uccide una persona. Il dolo eventuale è sufficiente (cfr. Stratenwerth/Jenny, Schweizerisches Strafrecht, Besonderer Teil I: Straftaten gegen Individualinteressen, 6. A., Bern 2003, § 1, N. 12).
Ai sensi dell’art. 22 CP (tentativo) chiunque, avendo cominciato l’esecuzione di un crimine o di un delitto, non compie o compie senza risultato o senza possibilità di risultato tutti gli atti necessari alla consumazione del reato può essere punito con pena attenuata. Secondo la giurisprudenza, sussiste tentativo qualora l’autore realizzi tutti gli elementi soggettivi dell’infrazione e manifesti la sua intenzione di commetterla, senza che siano adempiuti integralmente quelli oggettivi (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid.
4; DTF 137 IV 113 consid. 1.4.2 e rinvii). Secondo la cosiddetta “
Schwellentheorie
” elaborata dal Tribunale federale, “
Zur Ausführung der Tat zählt (...) schon jede Tätigkeit, die nach dem Plan, den sich der Täter gemacht hat, auf dem Weg zum Erfolg den letzten entscheidenden Schritt darstellt, von dem es in der Regel kein Zurück mehr gibt, es sei denn wegen äusserer Umstände, die eine Weiterverfolgung der Absicht erschweren oder verunmöglichen.
” (cfr. Stratenwerth, Schweizerisches Strafrecht, Allgemeiner Teil I: Die Straftat, 3. A., Bern 2005, § 12, S. 313, N. 30; DTF 99 IV 153).
Il tentativo presuppone sempre un comportamento intenzionale, il dolo eventuale è però sufficiente (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid. 4; STF 6B_146/2012 del 10 luglio 2012 consid. 1.1.1).
Giusta l’art. 12 cpv. 2 CP, commette con intenzione un crimine o un delitto chi lo compie consapevolmente e volontariamente. Basta a tal fine che l’autore ritenga possibile il realizzarsi dell’atto e se ne accolli il rischio. La seconda frase dell’art. 12 cpv. 2 CP definisce la nozione di dolo eventuale (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid. 4; DTF 133 IV 9 consid. 4), che sussiste laddove l’agente ritiene possibile che l’evento o il reato si produca e, cionondimeno, agisce, poiché prende in considerazione l’evento nel caso in cui si realizzi, lo accetta pur non desiderandolo (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid. 4; STF 6B_621/2010 del 20 maggio 2011, consid. 5.2; DTF 137 IV 1 consid. 4.2.3; sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid. 12 11.b). In sintesi, agendo nella consapevolezza della gravità del rischio, l’autore accetta che l’evento si realizzi pur non desiderandolo (cfr. STF 6B_621/2010 del 20 maggio 2011, consid. 5.2; sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid. 12 11.b).
In mancanza di confessioni, il giudice può, di regola, dedurre la volontà dell’interessato fondandosi su indizi esteriori e regole d’esperienza. Può desumere la volontà dell’autore da ciò che questi sapeva, laddove la possibilità che l’evento si produca era tale da imporsi all’autore, di modo che si possa ragionevolmente ammettere che lo abbia accettato (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid.
4; DTF 133 IV 222 consid. 5.3; DTF 130 IV 58 consid. 8.4; DTF 125 IV 242 consid. 3c;
sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid. 12 11.c; sentenza CARP 17.2011.138 del 15 giugno 2012, consid. 32.c
).
Tra gli elementi esteriori, da cui è possibile dedurre che l’agente ha accettato l’evento illecito nel caso che si produca, figurano in particolare la gravità della violazione del dovere di diligenza e la probabilità, nota all’autore, della realizzazione del rischio. Quanto più grave è tale violazione e quanto più alta è la probabilità che tale rischio si realizzi – alla luce delle circostanze concrete e dell’esperienza della vita - tanto più fondata risulterà la conclusione che l’agente, malgrado i suoi dinieghi, aveva accettato l’ipotesi che l’evento dannoso si realizzasse (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid. 4; STF 6B_662/2011 del 19 luglio 2012 consid. 4.1; DTF 135 IV 12 consid. 2.3.3; DTF 134 IV 26 consid. 3.2.2 e rinvii; DTF 130 IV 58 consid. 8.4; sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid. 12 11.c; sentenza CARP 17.2011.138 del 15 giugno 2012, consid. 32.c).
La probabilità deve essere di un grado elevato poiché il dolo eventuale non può essere ammesso con leggerezza (cfr. STF 6B_519/2007 del 29 gennaio 2008 consid. 3.1 e citazioni; DTF 133 IV 9 consid. 4.2.5; sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid. 12 11.b; sentenza CARP 17.2011.138 del 15 giugno 2012, consid. 32.c). Quello che deve essere probabile in grado elevato poiché possa essere ammesso il dolo eventuale non è il tipo di lesione che viene provocato, ma il realizzarsi dell’evento-morte (cfr. DTF 97 IV 84 consid. 4d; sentenza CCRP 17.2009.16 del 17 giugno 2009 consid. 6).
Altri elementi esteriori rivelatori del dolo possono essere il movente dell’autore e il modo nel quale egli ha agito (cfr. STF 6B_194/2013 del 3 settembre 2013 consid. 4; STF 6B_996/2009 dell’11 marzo 2010 consid. 5.2; DTF 130 IV 58 consid. 8.4; DTF 125 IV 242 consid. 3c; sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid. 12 11.b; sentenza CARP 17.2011.138 del 15 giugno 2012, consid. 32.c).
Ai fini dell’accertamento dell’intenzionalità del gesto è del tutto irrilevante la questione a sapere se la vittima sia stata oggettivamente in pericolo di vita (cfr. sentenza CARP 17.2012.78 + 99 del 5 novembre 2012 consid.
12.f
; STF 6B_246/2012 del 10 luglio 2012 consid. 1.3).
Fondamentale, nel caso di specie, per potersi determinare, è la disamina dei fatti. Quanto è successo il 7 novembre 2013 a _, è l’epilogo di una storia d’amore tra due giovani, che hanno dato alla luce un figlio, e che non sono mai riusciti a trovare un sano, armonioso ed equilibrato rapporto di coppia. Problemi di coppia come ce ne sono tanti, ma che purtroppo hanno portato qui, fino a sfiorare la tragedia.
Da un lato, lui dal passato difficile, cresciuto senza padre, senza una dimora adeguata, e dall’altro lei, con qualche problema personale, e soprattutto con due genitori, in particolare la madre, eccessivamente invadenti nella vita di coppia dei due giovani, e soprattutto nell’educazione del figlio: si pensi alle critiche sugli appartamenti che comunque con sacrificio l’imputato aveva arredato. Tutto questo ha ingenerato tensioni che hanno avuto il loro epilogo il 7 novembre 2013.
Quel giorno l’imputato voleva andarsene, si alza il mattino con l’idea di partire per _ e poi cambia idea e si decide per rientrare a _. Perché sia tornato a _ è molto verosimilmente dovuto al fatto che la madre, a cui è molto legato, lo avesse invitato a per lo meno chiarire, con la compagna ed i suoi genitori, i motivi della sua partenza, evitando di abbandonare in particolare suo figlio, come fece con lui il padre.
I riscontri oggettivi all’incarto ci dicono che l’imputato ha dapprima avuto un litigio furibondo con _. Questo litigio furibondo non è sfociato in vie di fatto.
Il primo colpo è stato sferrato dall’imputato non nei confronti di ACPR 1, ma nei confronti di ACPR 3, con cui lui non ce l’aveva in modo particolare, a differenza che con _. Perché? Dal punto di vista oggettivo non vi è alcuna risposta certa.
È anche possibile, per la Corte, che qualsiasi parola abbia detto ACPR 3 in difesa di _, sia stata interpretata dall’imputato come un rimprovero di fallimento come uomo e come padre. Fatto sta che dopo questo colpo, ACPR 3 è caduto a terra e, la risposta all’offesa, avrebbe dovuto essere finita lì. Il monopattino era ancora al suo posto e altri atti di violenza fisica non erano stati commessi. L’offesa era dunque già stata vendicata con quel ceffone che mandò ACPR 3 al tappeto.
Invece, quello che successe dopo, va ben oltre la risposta ad un’offesa. Solo in aula l’imputato, non tradendo una certa emozione, ha finalmente affermato che picchiava, che vedeva il sangue, e che continuava a picchiare con il monopattino, colpendo ripetutamente la testa di ACPR 1, la quale giaceva a terra inerme.
Per la Corte non è così determinante sapere se il monopattino l’abbia preso l’imputato o ACPR 3, anche se su questo punto l’imputato è parso poco credibile, poiché ha reso versioni altalenanti e a tratti contrastanti. Determinante è che lui ha colpito almeno sei volte la vittima che si trovava a terra, tanto da provocarle sia le lesioni dirette alla testa, sia lesioni indirette alla parte facciale, dovute agli effetti indiretti dei colpi subìti a causa del volto appoggiato sul pavimento. In quei momenti, egli ha avuto tutto il tempo per realizzare cosa stava facendo e per fermarsi, tanto più che sia ACPR 3, sia ACPR 2, si sono attivati fisicamente a difesa della vittima. Ma ciò non è bastato. L’imputato si è in realtà fermato solo e soltanto quando era convinto di aver terminato l’opera, ossia di aver realmente ucciso la donna, colpendola ripetutamente alla testa con un oggetto contundente e in parte tagliente, finché questa non dava più cenni di vita. In questo senso, pertanto, non vi è spazio alcuno per considerare il dolo eventuale, il quale viste le circostanze appare contrario ad ogni logica e senso. La Corte ha dunque ritenuto che l’imputato ha agito con dolo diretto.
12.
Commisurazione della pena
Per l’art. 47 cpv. 1 CP, il giudice commisura la pena alla colpa dell’autore. Tiene conto della vita anteriore e delle condizioni personali dell’autore, nonché dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita. Il cpv. 2 dello stesso disposto precisa che la colpa è determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo del bene giuridico offeso, secondo la reprensibilità dell’offesa, i moventi e gli obiettivi perseguiti nonché, tenuto conto delle circostanze interne ed esterne, secondo la possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o la lesione.
Come già l’art. 63 vCP, dunque, anche l’art. 47 cpv. 1 CP stabilisce che la pena deve essere commisurata essenzialmente in funzione della colpa dell'autore (DTF 136 IV 55 consid. 5.4).
In applicazione dell’art. 47 cpv. 2 CP - che c
odifica la giurisprudenza anteriore fornendo un elenco esemplificativo di criteri da considerare - la colpa va determinata partendo dalle circostanze legate all’atto stesso (
Tatkomponenten
). In questo ambito, va considerato, dal profilo oggettivo, il grado di lesione o di esposizione a pericolo del bene giuridico offeso e la reprensibilità dell'offesa (
objektive Tatkomponenten
), elementi che la giurisprudenza sviluppata nell’ambito del precedente diritto designava con le espressioni “risultato dell'attività illecita” e “modo di esecuzione” (DTF 129 IV 6 consid. 6.1).
Vanno poi considerati dal profilo soggettivo (
subjektive Tatkomponenten
) i moventi e gli obiettivi perseguiti - che corrispondono ai motivi a delinquere del vecchio diritto (art. 63 vCP) - e la possibilità che l'autore aveva di evitare l'esposizione a pericolo o la lesione, cioè la libertà dell'autore di decidersi a favore della legalità e contro l'illegalità nonché l’intensità della volontà delinquenziale (cfr. DTF 127 IV 101 consid. 2a; STF 6B_1092/2009, 6B_67/2010 del 22 giugno 2010 consid. 2.1). In relazione alla libertà dell’autore, occorre tener conto delle “circostanze esterne”, e meglio della situazione concreta dell’autore in relazione all’atto, per esempio situazioni d’emergenza o di tentazione che non siano così pronunciate da giustificare un'attenuazione della pena ai sensi dell’art. 48 CP (Messaggio del 21 settembre 1998 concernente la modifica del codice penale svizzero e del codice penale militare nonché una legge federale sul diritto penale minorile, FF 1999, pag. 1745; STF 6B_370/2007 del 12 marzo 2008 consid. 2.2).
Determinata, così, la colpa globale dell’imputato, il giudice deve indicarne in modo chiaro la gravità su una scala e, quindi, determinare, nei limiti del quadro edittale, la pena ipotetica adeguata. Così come indicato dall’art. 47 cpv. 1 CP in fine e precisato dal TF (in particolare, DTF 136 IV 55 consid. 5.7), il giudice deve, poi, procedere ad una ponderazione della pena ipotetica in considerazione dei fattori legati all’autore, ovvero della sua vita anteriore (antecedenti giudiziari o meno), della reputazione, della situazione personale (stato di salute, età, obblighi familiari, situazione professionale, rischio di recidiva, ecc.), del comportamento tenuto dopo l’atto e nel corso del procedimento penale così come dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita (DTF 136 IV 55 consid. 5.7; 129 IV 6 consid. 6.1; STF 6B_1092/2009, 6B_67/2010 del 22 giugno 2010 consid. 2.2.2; cfr. anche STF 6B_585/2008 del 19 giugno 2009 consid. 3.5).
Con riguardo a quest'ultimo criterio, il legislatore ha precisato che la misura della pena delimitata dalla colpevolezza non deve essere sfruttata necessariamente per intero se una pena più tenue potrà presumibilmente trattenere l'autore dal compiere altri reati (Messaggio del 21 settembre 1998 concernente la modifica del codice penale svizzero e del codice penale militare nonché una legge federale sul diritto penale minorile, FF 1999, pag. 1744; DTF 128 IV 73 consid. 4; STF 6B_78/2008, 6B_81/2008, 6B_90/2008 del 14 ottobre 2008, consid. 3.2; STF 6B_370/2007 del 12 marzo 2008, consid. 2.2). La legge ha, così, codificato la giurisprudenza secondo cui occorre evitare di pronunciare sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato (DTF 128 IV 73 consid. 4c; 127 IV 97 consid. 3). Questo criterio di prevenzione speciale permette tuttavia soltanto di eseguire correzioni marginali, la pena dovendo in ogni caso essere proporzionata alla colpa (STF 6B_78/2008, 6B_81/2008, 6B_90/2008 del 14 ottobre 2008, consid. 3.2.; STF 6B_370/2007 del 12 marzo 2008, consid. 2.2; STF 6B_14/2007 del 17 aprile 2007, consid.
5.2 e riferimenti; Stratenwerth, Schweizerisches Strafrecht, Allgemeiner Teil II, Strafen und Massnahmen, Berna 2006, § 6, n. 72, pag. 205).
La Corte, nel determinare la sanzione – che è, in sostanza, l’aspetto determinante in questo processo, essendo l’imputato reo confesso – si è basata prevalentemente sulla disamina dei fatti come già sopra esposti, nella loro consecutio temporis, essendo, questo, l’elemento dal quale non si può prescindere in un simile caso, per giungere ad una sanzione che deve essere equa.
Fatte queste considerazioni, e sciolti i due nodi relativi all’analisi dei fatti e alla qualifica del dolo, la Corte ha commisurato la pena in funzione della colpa. Colpa che, solo in ragione della lieve scemata imputabilità riconosciuta dal perito (la parte di media scemata imputabilità può al massimo essere riconosciuta per quel che è del ceffone iniziale che ha mandato a terra ACPR 3, ma non per il seguito, allorquando l’imputato ha avuto tutto il tempo per fermarsi), non può essere definita grave ma va giudicata medio grave, in ossequio alla nuova giurisprudenza del Tribunale federale che, finalmente, considera l’imputabilità non con un effetto diretto sulla pena, ma sulla colpa, la cui gravità rimane il criterio principale di commisurazione (DTF 136 IV 55, consid. 5).
Sopprimere una vita umana – ed in questo caso il risultato non si è prodotto per pura casualità, perché incapace di gestire la propria situazione famigliare – è un reato oggettivamente grave che non può trovare sconti nemmeno se la vittima ha contribuito ad originare il proprio disagio. Anche le modalità sono parse estremamente crudeli. La Corte ha condiviso il ragionamento della PP, ovvero che si tratti di un caso al limite dell’assassinio, poiché un conto è sparare un colpo di pistola che uccide all’istante, un altro è colpire ripetutamente la vittima con un oggetto pericoloso, vedendola soffrire e, ciò malgrado, continuare ad inferire, come accaduto nella fattispecie.
Se il reato fosse stato consumato, a mente della Corte ci si dovrebbe dipartire da una pena attorno ai 15 anni, ridotta a poco meno di 13, ammettendo il criterio del 15% proposto dall’accusa, per tener conto del fatto che il reato non si è comunque consumato. Una riduzione più importante per questo non è possibile, poiché l’omicidio non si è consumato per un niente, l’imputato è andato fino in fondo ed era anzi pure convinto di aver ucciso la vittima. In altri termini, solo circostanze ad essa particolarmente propizie hanno impedito che ciò si verificasse. IM 1 si è quindi molto avvicinato al reato compiuto. Dal risultato ottenuto la Corte è scesa, tenendo conto della scemata imputabilità, ad una pena attorno ai 9 anni. Aumentata di 9 mesi per il concorso di reati, e ridotta di 12 mesi per tener conto della situazione personale dell’imputato, in particolare del suo difficile vissuto e di una certa sensibilità alla pena, dovuta alla lontananza della madre cui è molto legato, peraltro mitigata dall’ammirevole disponibilità della ex compagna di consentire il mantenimento di regolari relazioni personali tra padre e figlio, nell’esclusivo interesse di quest’ultimo (ha acconsentito che il piccolo possa incontrare il padre in carcere, tramite l’_).
La Corte ha quindi inflitto all’imputato una pena detentiva di 8 anni e 9 mesi, assortiti da un trattamento ambulatoriale di tipo psicologico e farmacologico, onde ridurre i rischi di recidiva, rischi che oggi appaiono piuttosto alti, se solo si pensa che molto spesso, già in passato, in situazioni di stress, l’imputato non ha esitato a dar sfogo alla sua rabbia colpendo istintivamente persone e cose, non da ultimo avendo reazioni comunque inadeguate pure in carcere.
Alla sanzione detentiva, per adempiere ad un obbligo giurisprudenziale che vuole che in caso di concorso con contravvenzioni si debba necessariamente infliggere anche una multa, è stata aggiunta una multa di fr. 100.- relativa al consumo non autorizzato di canapa.
Per quel che ne è delle pretese degli accusatori privati, la difesa non si è formalmente opposta alle richieste formulate dagli stessi: rimettersi al giudizio della Corte equivale, applicandosi i principi della procedura civile, ad una acquiescenza. Le stesse sono quindi state accolte così come presentate.
Le note professionali dei difensori d’ufficio sono state approvate così come presentate, con una piccola correzione per quel che riguarda il tempo effettivo del dibattimento. Al riguardo, l’IVA è dovuta solo per i residenti, e quindi i coniugi ACPR 3 non sono soggetti ad IVA (sentenza CRP del 14 aprile 2014, in re L. V.).
Visti gli art.
12, 22, 40, 47, 49, 51, 63, 69, 111, 123, 181 CP; 19a LFStup;
135, 422 e segg. CPP e 22 TG sulle spese;