Decision ID: 040f8fd0-c076-5a11-88fc-bc559102b32b
Year: 2004
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A. Il 14 novembre 1999 _, in compagnia del figlio _ e del fratello _, ha lasciato la cascina di cui è proprietario sui monti di _, nel Comune di _, per una battuta di caccia. L'intenzione era di liberare due fagiani per vedere come si comportasse un cane da caccia, un setter inglese novello di _. Un primo fagiano è stato liberato e abbattuto; per la ricerca del secondo, su invito di _, si è unito _. I quattro sono scesi lungo un terreno in forte pendenza e si sono divisi: _ si è appostato sulla sinistra (guardando verso valle) di un avvallamento, il figlio _ si è fermato poco distante da lui e _ ha preso posizione sulla parte destra dell'avvallamento. _, con due suoi cani, ha risalito la china, si è inoltrato in una valletta e ha attraversato un ruscello, intenzionato a raggiungere _. Notato uno dei cani in posizione di ferma, egli ha scorto il fagiano e ha gridato ai compagni: “gh'è scià al fasan!”. Sentito ciò, _ ha visto effettivamente il fagiano alzarsi in volo e ha fatto fuoco due volte, ma ha mancato il bersaglio. Il primo colpo ha raggiunto _ in pieno viso, provocandogli gravi lesioni agli occhi e rendendolo pressoché cieco.
B. Con decreto di accusa del 14 aprile 2000 il Procuratore pubblico ha riconosciuto _ autore colpevole di lesioni colpose gravi e lo ha condannato a 60 giorni di detenzione, sospesi condizionalmente per un periodo di prova di due anni, come pure alla privazione del diritto di caccia per cinque anni. Ha ordinato inoltre la confisca del fucile da caccia da lui usato. Statuendo su opposizione, con sentenza del 24 settembre 2002 la presidente della Corte delle assise correzionali di Bellinzona ha confermato l'imputazione e la pena contemplate nel decreto di accusa. Essa ha condannato altresì _ a versare a _, costituitosi parte civile, un'indennità di fr. 90'000.– con interessi al 5% dal 14 novembre 1999, ordinando nondimeno il dissequestro dell'arma.
C. Contro il giudizio predetto _ ha introdotto il 27 settembre 2002 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione scritta del 4 novembre 2002 egli chiede di essere prosciolto dall'accusa di lesioni colpose gravi o quanto meno, in via subordinata, di essere condannato a una sola multa. Nelle sue osservazioni del 14 novembre 2002 il Procuratore pubblico propone di respingere il ricorso. Analoga conclusione formula la parte civile _ con osservazioni del 22 novembre 2002.

Considerando
in diritto: 1. Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche erroneo, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura a norma dell'art. 288 lett. c CPP non basta dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di arbitrio. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con rinvii).
2. Secondo gli accertamenti della Corte di assise l'imputato sapeva che, mentre egli si trovava appostato con il fucile nella posizione illustrata dalle fotografie n. 19 e 20, la vittima aveva risalito il pendio per cercare di stanare il fagiano rifugiatosi – secondo una loro valutazione – in una macchia d'alberi nell'avvallamento o nelle immediate vicinanze. L'imputato conosceva anche i movimenti degli altri compagni, sebbene non fossero stati presi accordi che imponessero il mantenimento di determinate posizioni. Chiaro era in ogni modo che _ e _ dovevano stanare il volatile e che a tale scopo essi si muovevano nell'area sovrastante _, in particolare nella zona indicata con la freccia verde nella fotografia n. 11 e nei suoi immediati dintorni, _ proveniendo dal versate sud e _ da quello nord. L'imputato sapeva altresì che l'uomo indossava una pellegrina mimetica (fotografia n. 4). A un certo punto egli aveva anche perso il contatto visivo con lui: lo udiva, ma non lo vedeva. Ciò nonostante, sentito l'avvertimento di questi (“gh'è scià al fasan!”) e avvistato il volatile, egli ha fatto fuoco nella direzione in cui sapeva che potevano trovarsi i due compagni. Pur non scorgendo _, del quale gli era noto l'abbigliamento, egli ha sparato a un'altezza da lui stimata in “circa 2 metri da terra”, cioè ad altezza d'uomo, quantunque per sua stessa ammissione la linea di tiro non fosse libera, né per la configurazione del terreno (“ci trovavamo in un avvallamento”) né per la presenza di numerosi arbusti che ostacolavano di molto la visuale (fotografia n. 20). In definitiva, quindi, _ ha sparato in mezzo a una boscaglia (sentenza impugnata, consid. 5, pag. 9 seg.).
3. A parere del ricorrente la Corte ha arbitrariamente ignorato l'importanza e la profondità dell'avvallamento, il quale avrebbe permesso a _, scendendo dal crinale verso il ruscello, di trovarsi in un luogo completamente protetto e fuori tiro. Del resto – prosegue – egli lo aveva visto, proprio come il figlio _, scendere verso il letto del corso d'acqua e sparire, onde la conclusione soggettivamente certa ch'egli si trovasse fuori dal campo di tiro. Purtroppo l'uomo, invece di rimanere sul fondo dell'avvallamento o scendere verso valle in direzione di _, si era spostato sul versante sinistro, rimanendo invisibile per la presenza della vegetazione e per la pellegrina mimetica che indossava. Il ricorrente sottolinea inoltre di essere stato convintissimo che _ si trovasse disassato sulla sua destra, completamente fuori dalla linea di mira. Convinzione che la sentenza sorvola, riducendola a mera congettura.
L'argomento non basta a sostanziare l'asserito arbitrio. Intanto il ricorrente non ha mai preteso di essere stato “convinto” che la vittima si trovasse più a destra rispetto alla linea di mira. Come risuta dal giudizio impugnato, egli ha semplicemente dichiarato di “presumere” che _ fosse dalla parte dove si trovava suo fratello _, molto più a destra rispetto alla sua posizione mentre puntava il fucile (consid. 5, pag. 11; verbale di _, pag. 3). In secondo luogo, come si è detto, tra i compagni non v'era alcun accordo sul mantenimento di determinate posizioni. Chiaro era soltanto, al ricorrente, che _ si muoveva nella zona sovrastante (freccia verde sulla fotografia n. 11) e nei suoi immediati dintorni per stanare il fagiano con i cani. Quanto alla profondità dell'avvallamento, la questione è di poca importanza, dato che a un certo punto il ricorrente ha perso di vista _. In altre parole, il ricorrente non disponeva di alcun elemento idoneo a conferirgli ragionevole certezza che _ si trovasse effettivamente nella valle, fuori dalla traiettoria di tiro. Come detto, egli lo sentiva, ma non lo vedeva. Ne discende che su questo punto la sentenza impugnata resiste anche a libero esame.
4. Il ricorrente si duole di un ulteriore arbitrio per il fatto che la sentenza gli rimprovera di avere sparato ad altezza d'uomo, orizzontalmente rispetto al pendio. A suo dire, quando aveva affermato di avere fatto fuoco a circa 2 m da terra, egli si riferiva al crinale dell'avvallamento. In realtà egli ha sparato in alto, verso il fagiano in volo, che aveva visto arrivare di punta a circa 2 m da terra, cioè 2 m sopra l'avvallamento. Egli reputa quindi arbitrario fargli carico di avere sparato orizzontalmente in mezzo alla boscaglia, verso un bersaglio indistinto e nella direzione in cui sapeva che potevano trovarsi due compagni.
Così argomentando, il ricorrente si limita però ad attribuire alle proprie dichiarazioni e alle risultanze degli atti, riportate nella sentenza, una propria interpretazione. Egli stesso, in effetti, ha dichiarato che improvvisamente il fagiano si era alzato in volo dirigendosi verso di lui. Avendo già il fucile imbracciato, egli aveva alzato l'arma e senza indugio aveva esploso un colpo in direzione del volatile che arrivava “di punta a circa due metri da terra: intendo dire due metri sopra l'avvallamento” (sentenza, consid. 2, pag. 6; verbale di _, pag. 3). Il giudizio impugnato non fa che attenersi a tali dichiarazioni, la Corte avendo accertato – appunto – che l'imputato ha fatto fuoco a circa 2 m da terra, cioè ad altezza d'uomo, tenuto conto della pendenza del terreno (consid. 5, pag. 9 in fine e 10). Tale accertamento è confortato anche dalle dichiarazioni di _, il quale aveva sentito il padre sparare un primo colpo nella direzione del fagiano che si era appena alzato in volo (verbale, pag. 3, citato dal ricorrente). Che poi il ricorrente non avesse la visuale libera è stato da lui medesimo ammesso (“Davanti a me c'erano degli arbusti che mi ostacolavano la vista. Voglio inoltre far notare che il succitato [ossia la vittima] indossava una mantella mimetica”: sentenza, consid. 5, pag. 10 in alto).
Nella misura in cui la Corte di assise ha accertato che l'imputato ha mirato ad altezza d'uomo, considerata la pendenza del terreno, sparando con il fucile in una direzione la cui visuale gli era pregiudicata dalla configurazione del suolo e da numerosi arbusti, non è dunque incorsa nell'arbitrio. Né tali accertamenti risultano scalfiti dalle digressioni del ricorrente sul tipo di munizione usata o dal fatto che la vittima sarebbe stata colpita da pallini nel limite inferiore della rosata, dato che è stata ferita solo nella parte alta del viso. Anzi, esse confermano se mai che il ricorrente ha sparato proprio ad altezza d'uomo. Che poi la vittima non si sia resa conto del pericolo in cui si trovava, altrimenti non avrebbe annunciato l'arrivo del fagiano (corrispondente a un invito a tirare), non è argomento di pregio già per la circostanza che spettava al ricorrente accertarsi di avere la visuale libera nella linea di mira. Nulla conforta l'ipotesi, del resto, che la vittima dovesse attendersi uno sparo da parte del compagno verso una direzione in cui si trovavano due cacciatori, di cui uno non visibile.
5. Il ricorrente fa valere altresì che la Corte di assise ha violato il suo diritto di essere sentito per essersi fondata su uno stato di fatto diverso da quella figurante nel decreto di accusa, il quale non gli imputava di avere sparato orizzontalmente rispetto al pendio né di avere saputo che la vittima si trovava in una posizione di tiro a lui sovrastante. E siccome il decreto di accusa non è stato completato né modificato nel corso del procedimento, a suo avviso la sentenza impugnata dev'essere annullata.