Decision ID: dd6c05ce-43da-532f-b715-f742beffcfa8
Year: 2008
Language: it
Court: TI_TRAP
Chamber: TI_TRAP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

in fatto: A.
Con sentenza del 18 marzo 2008 il presidente della Corte delle assise correzionali di _ ha riconosciuto RI 1 e RI 2 autori colpevoli di impiego illecito di valori patrimoniali per avere, in correità con RI 3, indebitamente impiegato, a profitto proprio o altrui, valori patrimoniali che sapevano o dovevano sapere essere pervenuti in loro possesso in modo indipendente dalla loro volontà, e meglio per avere dal 17 aprile 2002 al 18 gennaio 2007, dopo aver aperto due nuove relazioni n. e n. , entrambe intestate a RI 1 e RI 2 (con procura alla figlia), effettuato molteplici prelevamenti per cassa e per bancomat per complessivi fr. 110
000.–: dal 17 aprile 2002 al 22 dicembre 2005 a debito della prima relazione e per complessivi fr. 25
788.65 dal 31 gennaio 2006 al 18 gennaio 2007 a debito della seconda. RI 1 e RI 2 sono stati inoltre riconosciuti autori colpevoli di falsità in documenti per avere, il 27 dicembre 2005, in occasione dell’apertura della nuova relazione n. loro intestata (con procura alla figlia), indicato sul formulario A che i valori patrimoniali ivi depositati fossero di loro proprietà economica, quindi attestando in un documento, contrariamente alla verità, un fatto di importanza giuridica al fine di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto. RI 1 e RI 2 sono stati per contro prosciolti da ogni altra accusa.
RI 3 è stata condannata – nelle stesse circostanze descritte per gli altri due coimputati – per impiego illecito di valori patrimoniali.
In applicazione della pena, il presidente della Corte delle assise correzionali ha condannato RI 1 a 3 mesi di detenzione; RI 2 è stata invece condannata a 4 mesi di detenzione, mentre RI 3 a 3 mesi di detenzione. Per tutti gli accusati la pena è stata sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni. Il presidente della Corte ha inoltre ammesso il principio
del risarcimento del danno in solido alla parte civile PC 1, per la cui quantificazione ha invece rinviato al foro civile. Il giudice ha inoltre ordinato il dissequestro delle PPP
_ , fondo base _ e delle part. _ .
B.
Contro la sentenza appena citata RI 1, RI 2 e RI 3 hanno introdotto il 18 marzo 2008 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione scritta del 28 aprile 2008 RI 1 e RI 2 chiedono di essere prosciolti da ogni imputazione. In via subordinata chiedono l’annullamento della sentenza e il rinvio dell’incarto ad altra corte per nuovo giudizio. In entrambi i casi chiedono di essere messi al beneficio dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio. Anche RI 3 postula in via principale il proprio proscioglimento, mentre in via subordinata chiede il rinvio dell’incarto ad altra Corte per nuovo giudizio. Chiede anch’essa di essere messa al beneficio dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio. I ricorsi non hanno fatto oggetto di intimazione.

Considerando
in diritto: 1.
Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).
I. Sul ricorso di RI 1 e RI 2.
2.
I ricorrenti esordiscono dolendosi di alcuni vizi essenziali di procedura.
2.1.
Secondo i ricorrenti l’PC 1 non avrebbe avuto la legittimazione per sporgere querela per impiego illecito di valori patrimoniali ai sensi dell’art. 141
bis
CP perché non avrebbe subìto nessun “danno diretto”. La banca, sostengono i ricorrenti, avrebbe infatti deciso di rimborsare integralmente il proprio cliente italiano senza prendere in considerazione un’eventuale responsabilità di quest’ultimo, e lo avrebbe fatto solo per un “mero gesto di compiacenza commerciale”. Il cliente italiano per contro, disattendendo l’accordo stipulato con la banca secondo cui la posta trattenuta va considerata trasmessa il giorno del deposito, avrebbe atteso un “decennio” per far valere le proprie pretese, ciò che configurerebbe, secondo i ricorrenti, “una violazione contrattuale, nonché una gravissima colpa, tale da interrompere il nesso di causalità”. Al momento dell’inoltro della querela, la banca sarebbe stata inoltre “risarcita” dai coimputati “in misura ben superiore al danno diretto”. In assenza di una valida e tempestiva querela – presupposto necessario al loro perseguimento penale –, concludono i ricorrenti, gli imputati andrebbero quindi prosciolti dall’accusa d’impiego illecito di valori patrimoniali (ricorso, pag. 4–6 II punto 1.1).
Le argomentazioni della difesa – invero qui riproposte in modo confuso e con scarsa forza argomentativa – ricalcano gli stessi punti già invocati in prima sede. Le pertinenti conclusioni del presidente della prima Corte hanno tuttavia ben risposto ai quesiti sollevati, cui si rimanda per il dettaglio senza riprenderli per esteso (sentenza, pag. 18–21, consid. 4). Del resto, sostenere che il rimborso operato dalla banca al cliente danneggiato sia stato solo un atto di “compiacenza commerciale”, non è per niente serio; ai ricorrenti, difesi da un avvocato, non può infatti sfuggire che il loro arricchimento è stato realizzato a causa di un errore dell’PC 1, e che è quindi logico – se non imperativo – che la banca vi ponga rimedio, risarcendo il cliente ingiustamente leso, che, checché ne dicano gli imputati, non ha avuto nessuna colpa (se di colpa si vuol parlare), se non quella di essersi disinteressato dei propri averi per molto tempo. E nemmeno giova sostenere che aspettare undici anni per controllare la “posta a trattenere” violerebbe gli accordi stipulati con la banca. Il ragionamento, a tratti incomprensibile, nemmeno si rivela concludente. Un conto è sostenere che la posta è ritenuta trasmessa il giorno del deposito, un altro è quello di sapere quando il cliente viene a conoscenza del suo contenuto, ritenuto che una delle peculiarità della “posta a trattenere” è, oltre alla riservatezza, quella di poter consultare la propria corrispondenza a propria discrezione. Infruttuoso risulta inoltre l’assunto secondo cui la banca, al momento dell’inoltro della querela penale, sarebbe stata risarcita “in misura ben superiore al danno diretto”, quando lo scoperto è a tutt’oggi ancora di fr. 267
481.65 (sentenza, pag. 17 consid. 3). Vagliare oltre il gravame su questo punto non è utile, data la sua palese inconsistenza. Il ricorso su questo punto, nella sua limitata ammissibilità, va pertanto respinto, siccome manifestamente infondato, per non dire temerario.
2.2.
Per il reato di impiego illecito di valori patrimoniali i ricorrenti sostengono che l’atto d’accusa sarebbe “impreciso e indeterminato”. Sarebbero state tralasciate “delle circostanze importanti per la preparazione della difesa e del processo medesimo”. Premettendo che il primo ed il terzo paragrafo del punto 1 dell’atto d’ac– cusa sono formalmente corretti, i ricorrenti precisano tuttavia che l’atto d’accusa sarebbe silente “circa una qualsiasi ulteriore vendita dei restanti titoli” (secondo paragrafo punto 1 dell’atto d’accusa). Agli atti e nell’atto d’accusa non vi sarebbe traccia alcuna della “vendita, acquisto o investimenti di titoli” che potrebbero essere costitutivi del reato di utilizzo illecito di valori patrimoniali (ricorso, pag. 6–9 II punto 1.2).
a)
Il presidente della Corte ha spiegato di avere precisato all’inizio del dibattimento tutte le operazioni, già note alle difese perlomeno dal deposito atti. Il dettaglio di ogni prelevamento è stato fornito, ha sottolineato il primo giudice, al dibattimento (doc. dib. 1 e 2). L’atto d’accusa indicherebbe quindi in modo sufficientemente chiaro, ha spiegato il presidente della Corte, i fatti oggetto delle imputazioni di impiego illecito di valori patrimoniali e meglio l’apertura delle relazioni bancarie con cenno a molteplici prelevamenti e trasferimenti di denaro (sentenza, pag. 15 consid. 2.2).
b)
La procedura penale moderna è governata dal principio accusatorio. L’atto d’accusa assume una doppia funzione: da un lato circoscrive l’oggetto del processo e del giudizio, dall’altro garantisce i diritti della difesa, in modo che l’imputato possa adeguatamente far valere le sue ragioni (DTF 126 I 19 consid. 2a pag. 21 con rif., 120 IV 348 consid. 2b pag. 353, 116 Ia 455 consid. cc pag. 458, 103 Ia 6 consid.
1b pag. 6;
Hauser/Schweri/Hartmann
, Schweizerisches Strafprozesrecht, 6. ediz., Basilea 2005, pag. 223 seg., n. 6 ss. e pag. 225 n. 8;
Georges Greiner
, Akkusations–prinzip und Wirtschafts–strafsachen, in: ZStrR 2005, pag. 98 seg., in particolare pag. 101–107).
Il principio accusatorio – come il principio dell’immutabilità, che tutela l’identità tra atto di accusa e oggetto del giudizio – è disciplinato dal diritto cantonale (DTF 122 V 71 consid. 4a), nel Cantone Ticino dagli art. 198 ss. CPP e segnatamente dall’art. 200 CPP per quanto riguarda il contenuto dell’atto di accusa, ma garanzie minime sgorgano dal diritto federale (in particolare dal diritto di essere sentito: DTF 126 I 19 consid. 2a pag. 21, 116 Ia 455 consid. Cc pag. 458). L’identità tra l'atto di accusa e l’oggetto del giudizio non dev’essere spinta all’eccesso, fino a esigere una letterale corrispondenza terminologica (CCRP, sentenza del 24 agosto 2001 in re H.G., consid. 3c; CCRP, sentenza del 22 dicembre 1992 in re B. e P., consid. 2d con riferimento a Rep. 1985 pag. 199; sentenza del Tribunale federale 20 febbraio 1998 in re A. P., consid. 2a/bb). Il principio accusatorio è leso, tuttavia, quando il giudice si fonda su una fattispecie diversa da quella che figura nell’atto di accusa, senza che l’imputato abbia avuto la possibilità di esprimersi sull'atto di accusa adeguatamente e tempestivamente completato o modificato (DTF 126 Ia 19 consid. 2c e d p. 22 ss. con rif., 116 Ia 455 consid. cc pag. 458; sentenza del Tribunale federale citata, consid.
2a;
Hauser/Schweri /Hartmann
, op. cit., pag. 224 n. 7 e pag. 228 n. 19).
Un atto di accusa insufficiente non comporta tuttavia un verdetto di assoluzione: esso va rinviato al Procuratore pubblico perché ne presenti un altro (art. 202 CPP). Identici principi valgono per il decreto di accusa (art. 208 cpv. 1 CPP).
c)
Ora, che l’atto d’accusa non faccia cenno alcuno alla vendita dei titoli è evidente. E nemmeno si può dire che il giudice abbia dettagliato ogni alienazione. Tuttavia, non può dirsi violato il principio accusatorio e sostenere di non avere potuto prendere posizione sui fatti indicati nell’atto d’accusa. Quello che manca, lo si conviene, è l’esplicito accenno alle vendite dei titoli che hanno permesso di creare la liquidità che poi è stata in gran parte indebitamente prelevata dagli imputati. In sostanza si tratta di operare un ragionamento che l’atto d’accusa sottintende, nel senso che se si imputa agli accusati di avere prelevato del denaro significa che i titoli che precedentemente erano in deposito sono stati venduti (ragionamento che ha fatto anche la difesa; verbale del dibattimento, pag. 13; ricorso, pag. 9 in fondo punto 2.1). Certo, sarebbe stato utile precisarlo, ma non per questo si deve inficiare un atto che nel suo complesso è chiaro e preciso: dei titoli sono stati erroneamente depositati sul conto degli imputati, che, dopo averli venduti, hanno regolarmente prelevato il contante ricavato dalla vendita. Del resto, nel dettaglio dei conti prodotti dalla banca risultano, al contrario di quello che sostengono i ricorrenti, diverse vendite di titoli, per cui non corrisponde al vero che non vi sarebbe traccia alcuna delle vendite dei titoli depositati sul conto deposito di cui alla relazione _ (v. doc. E1–E3 allegati alla querela). Anche su questo punto il ricorso va quindi disatteso.
3.
Nell’eventualità in cui questa Corte dovesse confermare il reato di impiego illecito di valori patrimoniali, i ricorrenti invocano in diritto la sua prescrizione. Secondo i ricorrenti con l’apertura della relazione _ in data 6 novembre 2000, su cui sono stati trasferiti i titoli accreditati per errore, o al più tardi (subordinatamente) con la vendita dei titoli, si sarebbe perfezionato il reato di cui all’art. 141
bis
CP (cfr. secondo paragrafo punto 1 dell’atto d’accusa). I seguenti “molteplici prelevamenti” invece non possono, sostengono i ricorrenti, reiterare la realizzazione del reato di impiego illecito di valori patrimoniali. Secondo i ricorrenti quindi, imputare loro “altri atti” quali presupposti per la realizzazione del reato previsto all’art. 141
bis
CP costituirebbe “un assurdo giuridico, una contraddizione in termini”, essendo l’illecito realizzatosi già nel novembre 2000 con il trasferimento dei titoli dalla relazione _ alla relazione numero _ . Al più tardi nel mese di novembre 2007 quindi, il reato sarebbe prescritto. Nel caso in cui il reato si fosse realizzato con la vendita dei titoli, nella misura in cui non fosse prescritto, l’assenza della loro menzione nell’atto d’accusa implicherebbe il suo annullamento. I coniugi RI 1, RI 2 chiedono per le due ipotesi il loro proscioglimento dall’accusa d’impiego illecito di valori patrimoniali (ricorso, pag. 9–15 II punto 2).
a)
Secondo il presidente della Corte delle assise correzionali ogni indebito collocamento è costitutivo del reato d’impiego illecito di valori patrimoniali, quindi non solo la prima operazione. Ne discenderebbe che la prescrizione dev’essere constatata solo per le operazioni avvenute dopo il mese di marzo 2002, in applicazione della previgente normativa che prevedeva un termine di prescrizione relativo di 5 anni e uno assoluto di sette anni e mezzo, potendosi considerare l’ordine di perquisizione e sequestro con contestuale blocco del RF del 12 marzo 2007 quale primo atto interruttivo. Per ragioni di praticità, la Corte ha considerato inoltre prescritto anche il prelevamento del 26 marzo 2002 poiché, se da un lato il surriferito termine quinquennale non era ancora trascorso il giorno del dibattimento, dall’altro lo sarebbe stato al momento della notificazione della sentenza. Secondo il primo giudice l’art. 141
bis
CP punirebbe l’impiego di valori patrimoniali in senso lato (denaro, ma anche titoli). Punibile sarebbe quindi l’impiego, non l’appropriazione: il reato non si esaurirebbe pertanto con il primo atto che potrebbe essere costituito dal trasferimento di averi da un conto bancario all’altro, ma si realizzerebbe ogniqualvolta l’autore impiega fondi, ossia reitera nell’illecito (sentenza, pag. 15–16 consid. 2.3, pag. 22–24 consid. 5.2).
b)
Le due ipotesi contrapposte sono da una parte quella di far partire la prescrizione dal mese di novembre 2000 (tesi della difesa) e dall’altra quella di far partire il termine dal mese di marzo 2002 (soluzione del primo giudice). Se ammettessimo la tesi difensiva e quindi si dovesse applicare la normativa previgente il 2 ottobre 2002 (art. 70 cpv. 3 vCP), il termine di prescrizione assoluto sarebbe estinto nel mese di maggio 2008. Se si dovesse considerare invece il mese di marzo 2002 quale momento per fare partire il termine di prescrizione, il termine assoluto di sette anni e mezzo non sarebbe evidentemente ancora estinto.
c)
Secondo l’art. 141
bis
CP chiunque impiega indebitamente, a profitto proprio o altrui, valori patrimoniali venuti in suo possesso in modo indipendente dalla sua volontà è punito, a querela di parte, con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria. Questa disposizione presuppone che l’autore acquisisca un potere di disposizione su dei valori patrimoniali pervenuti involontariamente in suo possesso e li impieghi indebitamente a suo profitto o di terzi. Il reato di impiego illecito di valori patrimoniali contempla solamente quei casi di bonifico sbagliato o di doppio pagamento per svista, nei quali l’accredito errato coglie di sorpresa il reo e avviene senza che egli vi abbia minimamente contribuito. L’autore non deve quindi avere provocato volontariamente il trasferimento dei valori patrimoniali a suo favore. Il caso tipico è quello di un trasferimento erroneo, avvenuto per inavvertenza, di fondi da un conto ad un altro, ossia nei casi in cui una somma di denaro è stata accreditata su un conto mentre invece avrebbe dovuto essere destinata ad altro avente diritto (DTF 131 IV 11 consid. 3.1.2 pag. 15, 126 IV 209 consid. 2 pag. 212, 126 IV 161 consid. 3 pag. 163–164; sentenza del Tribunale federale 6B_313/2008 del 25 giugno 2008, consid. 2). Invece di restituire la somma di denaro o i titoli, o conservarli per restituirli in seguito, l’autore si comporta come se i valori fossero effettivamente a lui destinati, utilizzandoli a suo piacimento. È necessario quindi un impiego (atto di utilizzazione) sufficientemente significativo
(
Corboz
, Les infractions en droit suisse, Basilea 2002, vol.
I, n. 12 ad art. 141
bis
CP).
Il comportamento deve avere
lo scopo di ostacolare il recupero dei valori, ma non si esige alcun risultato. Non importa dunque che il leso abbia potuto recuperare i suoi averi (
126 IV 209 consid. 2 pag. 214).
d)
Nella fattispecie in esame, le fasi determinanti per la qualifica del reato di impiego illecito di valori patrimoniali sono due. La prima è quella del trasferimento dei titoli – nel novembre 2000 – dalla relazione _ (deposito numero _ ) alla relazione _ , mentre la seconda comprende tutta una serie di prelevamenti operati – dopo la vendita dei titoli (cfr. consid. 2) – dal 21 novembre 2000 (v. lista doc. dib. 1). È ovvio – e la difesa lo riconosce – che entrambe le situazioni configurano il reato prospettato nei confronti degli imputati. La difesa, per contro, ritiene che tutti i prelevamenti che sono seguiti al trasferimento dei titoli non permetterebbero di “imputare loro alcunché dal profilo penale”, perché, a loro dire, il reato di impiego illecito di valori patrimoniali si sarebbe realizzato solo con il trasferimento dei titoli il 6 novembre 2000, non potendo essi commettere “due o più volte” lo stesso reato con i “medesimi beni”.
Se si volesse seguire il ragionamento dei ricorrenti si giungerebbe al paradosso secondo cui tutti i prelevamenti seguenti il trasferimento dei titoli e la loro vendita non costituirebbero reato alcuno. I ricorrenti, tuttavia, trascurano che se non si dovesse applicare l’art. 141
bis
CP ai successivi prelevamenti, altre sarebbero le possibili disposizioni legali che entrerebbero in considerazione (art. 148 CP, 139 e 137 CP; cfr. sentenza del Tribunale federale 6B_313/2008 del 25 giugno 2008, consid. 2 e 4). Finché i valori sono stati semplicemente trasferiti da un conto all’altro – dopo l’originario erroneo trasferimento sulla relazione degli imputati – i titoli erano ancora al sicuro, nel senso che, salvo l’imprevedibile andamento dei mercati finanziari – il loro valore poteva essere facilmente recuperato dalla banca. Certo, il secondo trasferimento dei titoli ha per il vero già reso più difficile il recupero dei valori, ciò che ha quindi qualificato l’azione quale impiego illecito di valori patrimoniali ai sensi dell’art. 141
bis
CP. Tuttavia, il fatto di avere in seguito prelevato il provento delle vendite dei titoli, utilizzandolo per i propri bisogni personali, ha concretamente (e ulteriormente) pregiudicato il recupero del loro valore. Quindi prelevando il denaro dal conto dopo il primo atto preparatorio (il trasferimento dei titoli dalla relazione originale _ sulla posizione _ ) i ricorrenti hanno attuato un chiaro comportamento di reiterazione dell’azione penale, giacché ad ogni prelevamento essi hanno utilizzato indebitamente il patrimonio di terzi, compiendo quindi un reato a sé stante. Sebbene il trasferimento dalla relazione originale _ (deposito numero _ ) alla nuova posizione _ aveva già compromesso il recupero dei valori, configurando quindi il reato ex 141
bis
CP, va peraltro sottolineato che detta norma sanziona normalmente gli atti di disposizione (o di utilizzazione) successivi al precedente bonifico sui conti (degli imputati), tra questi soprattutto la loro conversione in moneta cartacea (sentenza del Tribunale federale 6B_313/2008 del 25 giugno 2008, consid. 2.2). Anche la vendita dei titoli prima del prelevamento in contanti è un atto di disposizione significativo – e, come detto, preparatorio –, che va trattato alla stessa stregua dei prelevamenti in contanti, che ovviamente deve essere collocata temporalmente prima di questi ultimi. In definitiva quindi, il mese di aprile 2002 a partire dal quale il primo giudice ha fatto partire il termine di prescrizione con riferimento ai prelevamenti per cassa, non presta fianco a critiche; con il che il termine di prescrizione assoluto viene a scadere nel settembre del 2009, considerato l’atto interruttivo (non contestato) illustrato a pag. 16 della sentenza impugnata e quelli successivi compiuti durante l’istruzione formale.
4.
RI 1 sostiene di non avere avuto nulla a che fare con la gestione contabile dei propri conti bancari, e che ad occuparsi di tutto era la moglie, della quale non aveva motivo di non fidarsi. Inoltre, sostiene il ricorrente, le rassicurazioni del consulente e della moglie “lo hanno indotto a credere che gli averi fossero loro”. Nessun dolo, conclude il ricorrente, può quindi essergli imputato (ricorso, pag. 15 II punto 3.2).
Così com’è formulato, l’assunto è improponibile. Premesso che
le constatazioni relative al foro interno di un soggetto – ciò che la persona sapeva, si proponeva, aveva l’intenzione di fare o immaginava, lo stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione piena o ridotta di commettere un illecito – possono essere criticate davanti alla Corte di cassazione e di revisione penale solo per arbitrio (cfr., sempre sul piano federale:
Schweri,
Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag. 67 in basso), la censura oltre che appellatoria non è minimamente motivata,
onde l’irricevibilità della doglianza.
5.
I ricorrenti contestano l’assunto della prima Corte secondo cui essi furono certi sin dall’inizio che gli averi depositati sulla loro relazione non appartenessero loro. Dopo un primo momento caratterizzato da “incomprensione” e “incredulità”, essi sarebbero stati più volte rassicurati dal loro consulente bancario, il quale li avrebbe inoltre spronati a “spendere”. Il fatto di chiedere continuamente conferma al proprio consulente della titolarità dei beni non significa, come pretenderebbe il primo giudice, che gli imputati abbiano subdolamente voluto ottenere incoraggiamenti alfine di “legittimare un impiego che sapevano invece essere illecito”. Se così fosse stato, sostengono i ricorrenti, essi avrebbero prelevato tutti gli averi subito dopo il primo incontro. Al contrario di quello che ha accertato il primo giudice, i ricorrenti sostengono di avere ritenuto possibile che un precedente investimento di fr.
38
000.– avesse “fruttato bene”; era opinione corrente in quel periodo, sostengono i ricorrenti, credere che ci si potesse arricchire in borsa, “bastava investire bene”, e diventare “facilmente ricchi e in poco tempo”. A queste somme, soggiungono i ricorrenti, andava aggiunta un’eredità di fr. 26
000.– percepita da RI 1. Considerate queste cifre e le rassicurazioni del funzionario di banca, appariva indubbio che il patrimonio potesse essere il loro. Solo nel marzo 2007 essi hanno appreso che v’era stato “un errore da parte di PC 1”. Il turbamento fu tale che entrambi gli imputati subirono “uno shock emotivo con uno scompenso dal profilo psicofisico”. I ricorrenti concludono quindi che non può essere imputata loro “alcuna subdola, machiavellica o astrusa strategia nel porre domande al consulente o nel celare la loro asserita (non data) intenzione di appropriarsi di qualcosa che non spettava loro”. Violando il principio
in dubio pro reo
, il presidente della Corte delle assise correzionali ha quindi valutato in modo parziale e arbitrario i fatti posti a base del convincimento che RI 1 e RI 2 fossero consapevoli, almeno per dolo eventuale, di commettere il reato di impiego illecito di valori patrimoniali (ricorso, pag. 15–23 II punti 3.3–3.4).
a)
Il presidente della Corte delle assise correzionali è giunto “all’intimo convincimento” che gli imputati sapevano che gli averi impiegati non erano e non potevano essere di loro proprietà. Essi avrebbero agito consapevolmente, passando da una prima fase di incomprensione per essersi visti accreditare un tesoro inatteso, a una di incredulità per aver ricevuto dal consulente bancario la conferma che si sarebbe trattato di averi di loro pertinenza, e per finire a una fase di autogiustificazione volendo attribuire quegli averi ai proventi dell’investimento dell’importo di fr. 38
000.– versato anni prima sul loro conto. In realtà, ha spiegato il giudice, quel denaro nemmeno sarebbe stato investito, non potendo comunque decuplicare in soli 5 anni. Egli ha spiegato che agli accusati faceva comodo credere alle errate informazioni del consulente. Tutti (e tre) gli accusati, ha sottolineato il giudice, sapevano di possedere solo qualche migliaio di franchi, di non avere mai vinto al lotto e di non avere ricevuto eredità paragonabili a quella consistenza, e che avevano per contro dei debiti. Le rassicuranti informazioni ricevute dal consulente sarebbero, ha soggiunto il giudice, irrilevanti, poiché le richieste di rassicurazione erano del tutto strumentali, volte a crearsi l’alibi nel caso, sperato, in cui venisse effettivamente detto loro che tutto era a posto. Inoltre, l’apertura in data 4 gennaio 2006 della relazione _ , e la relativa compilazione del formulario A, dove gli imputati hanno dichiarato di essere gli aventi diritto economico degli averi in conto, precisando che i fondi provenivano da una relazione ex–SBS detenuta anni fa dal padre della titolare, che dopo il suo decesso hanno deciso intestare a loro nome, ha maggiormente convinto il primo giudice dell’agire doloso degli imputati. Entrambi infatti sapevano di dichiarare il falso, non avendo in realtà in passato mai ricevuto eredità di tale consistenza e, soprattutto, dal padre di RI 2. Si tratta, ha sottolineato il primo giudice, di un’ulteriore circostanza che dimostrerebbe come gli accusati sapevano che gli averi non potevano essere di loro proprietà. Nemmeno la pretesa eredità ricevuta da RI 1 dallo zio Fritz Gamma (fr. 26
587.20 e di fr. 343.95, versate nel giugno 2000 rispettivamente il 21 settembre 2000 sulla relazione _ ) aveva una consistenza tale per far ritenere che l’intero avere accreditato loro per errore potesse essere di loro pertinenza. E comunque, ha soggiunto il giudice, il primo di questi due accrediti è avvenuto dopo che, a fine 1999-inizio 2000, RI 2 si era accorta dall’estratto del deposito titoli, per cui non potevano (entrambi) ritenere che il denaro provenisse dalla successione di Fritz Gamma, poiché la quasi totalità del provento di quella eredità è stata loro versata diversi mesi dopo (sentenza, pag. 24–28 consid. 6).
b)
Come già accennato al considerando precedente, quanto l’autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Sapere se una persona ha agito con volontà e consapevolezza o ha consentito all’evento delittuos
o vincola quindi la Corte di cassazione e di revisione penale (per analogia, sul piano federale:
Wiprächtiger
in:
Geiser/Münch
, Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2a edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota 182;
Corboz
, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246). In altri termini, le constatazioni relative al foro interno di un soggetto – ciò che la persona sapeva, si proponeva, aveva l’intenzione di fare o immaginava, lo stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione piena o ridotta di commettere un illecito – possono essere criticate davanti alla Corte di cassazione e di revisione penale solo per arbitrio (cfr., sempre sul piano federale:
Schweri,
Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag. 67 in basso).
Sapere invece se i fatti accertati configurino dolo eventuale è una questione di diritto, che la Corte di cassazione di revisione penale esamina – come il Tribunale federale – con pieno potere cognitivo (sentenza del Tribunale federale 6S.110/2005 del 1° settembre 2005, consid. 5.2).
c)
Per quali ragioni la Corte sarebbe caduta in arbitrio maturando il convincimento di colpevolezza sulla base di queste diffuse considerazioni i ricorrenti – come visto – non spiegano, persistendo nell’argomentare liberamente, come se adissero un’autorità provvista di piena cognizione anche nel dirimere questioni di fatto e di valutazione delle prove. Più che un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio, il gravame denota i contenuti di un’arringa difensiva di prima sede con cui gli accusati perorano il loro convincimento. La sua ammissibilità è perciò per lo meno dubbia.
Ora, che i ricorrenti abbiano avuto coscienza di non essere i legittimi aventi diritto dell’ingente posizione loro trasmessa è evidente, e comunque l’accertamento del primo giudice in tal senso non può di certo dirsi arbitrario. E non poteva essere altrimenti. La relazione _ nemmeno presentava un conto deposito – aperto d’ufficio dalla banca in data 27 luglio 1999 (act. 1 MP, pag. 2) – tanto meno di quella entità (che in dicembre 1999 sommava un controvalore dei titoli di fr. 379
394.–; cfr. allegato D act. 1 MP). Ciò significa quindi che in passato quei titoli non erano presenti sul conto perché nemmeno v’era un deposito che li registrasse. Questo i coimputati lo sapevano, e quindi hanno chiesto, così sembra, lumi al consulente che in quel periodo si occupava della gestione della loro relazione. Le presunte rassicurazioni ottenute dal consulente (si noti che la banca nella sua querela non ha fatto cenno alcuno all’interessa-mento dei coimputati alla nuova situazione, anzi sembra che gli accusati nemmeno si siano fatti sentire; cfr. act. 1 MP. pag. 2) certo destano perplessità – anche se dai verbali non risulta chiaramente, visti tutti i “non ricordo”, dettati forse dal lungo tempo trascorso, che questi li abbia tranquillizzati sulla proprietà dei valori (act. 4 e 6 MP) –, e se degli incontri ci sono stati questi risalgono, per stessa ammissione dei coimputati (act. 1 MP pag. 3, act. 2 MP pag. 2, act. 6 MP pag. 2), alla seconda metà del 2000, quindi a più di un anno di distanza dall’inaspettato arricchimento. L’argomento dei ricorrenti secondo cui in quel periodo era concepibile pensare di avere notevolmente maggiorato il proprio patrimonio perché i mercati finanziari erano in ebollizione, seppure di per sé non del tutto insostenibile – infatti è notorio che la bolla speculativa, soprattutto nel settore tecnologico, ha invero spinto alcuni titoli a valori straordinari, anche decuplicandoli – non trova comunque riscontro alcuno negli atti, poiché come detto, nessun investimento precedente riconducibile al preteso importo di fr. 38
000.– è stato accertato. Per quanto attiene all’invocata violazione del principio
in dubio pro reo
, va qui semplicemente ricordato ai ricorrenti che il primo giudice di dubbi sulla loro consapevolezza di delinquere non ne ha avuti. Semmai egli ha avuto solo certezze. In definitiva, non sostanziata, la critica andrebbe dichiarata inammissibile. Comunque sia, non si può certo affermare che in concreto il primo giudice abbia condannato il ricorrente quantunque una valutazione non arbitraria delle prove lasciasse sussistere dubbi rilevanti sulla sua colpevolezza (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV 86 consid. 2 pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2a pag. 38). Anche al proposito il ricorso è destinato pertanto all'insuccesso.
6.
Per quanto attiene al reato di falsità in documenti, i ricorrenti sostengono che la sottoscrizione del formulario A non avrebbe “nessun effetto di diritto privato”, e non costituirebbe “documento” ai sensi dell’art. 110 CP. Nessuna legge imporrebbe “la stesura e sottoscrizione di un siffatto atto” allorquando si proceda solo ad un semplice cambiamento di conto, l’identificazione dell’avente diritto economico risultando per finire “perfettamente inutile”. Inoltre, soggiungono i ricorrenti, è nel “circuito giuridico” che il documento avrebbe dovuto essere impiegato, e non, come nella fattispecie, in quello interno della banca. I ricorrenti sostengono inoltre che non vi sarebbe prova alcuna che in data 27 dicembre 2005 sulla relazione _ fossero confluiti valori per i quali essi “abbiano ammesso essere gli aventi diritto economico”, atteso che al 31 dicembre 2005 il conto aveva un saldo “pari a zero”. Quanto all’aspetto soggettivo, i ricorrenti sostengono che in applicazione del principio
in dubio pro reo
si sarebbe dovuto prendere in considerazione la versione più favorevole agli imputati, ovvero quella secondo la quale essi non avevano nessuna intenzione di “agire a scopo di inganno, né di nuocere al patrimonio o a altri diritti o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto”. L’unilaterale considerazione di alcuni indizi ad esclusione di altri nemmeno sarebbe stata sufficientemente motivata. I ricorrenti concludono inoltre di dovere essere messi a beneficio dell’art. 13 CP (errore sui fatti) in quanto sottoscrivendo il formulario A essi erano convinti di non commettere alcun reato; credevano infatti di avere sottoscritto un semplice documento interno, “senza alcuna valenza particolare”, oltretutto per accertare l’appartenenza di beni che la banca già sapeva di loro proprietà. Per tutti questi motivi, essi chiedono quindi di essere assolti dall’accusa di falsità in documenti (ricorso, pag. 23–26 II punti 1–5).
Una volta di più i ricorrenti persistono nel contrapporre il loro parere a quello della Corte. In un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio non basta prospettare un diverso accertamento dei fatti o una diversa valutazione delle prove, per quanto preferibili appaiano, ma occorre spiegare perché, accertando i fatti e valutando le prove come descritto nella sentenza, la Corte di merito sia trascesa in un risultato insostenibile. Il presidente della Corte delle assise correzionali, dopo avere illustrato le condizioni per l’applicazione dell’art. 251 CP, ha concluso che nella fattispecie il vantaggio tratto dagli accusati dalla sottoscrizione del formulario A con la falsa indicazione di essere gli aventi diritto economico, consisteva nel poter proseguire a impiegare a proprio profitto i fondi pervenuti loro per errore (sentenza, pag. 28–29 consid. 7). Ed è appunto questo l’elemento determinante, ossia il vantaggio che conferiva loro l’impiego (passato e futuro) dei beni che essi hanno dichiarato essere i loro, a danno, evidentemente del legittimo avente diritto, ossia il cliente italiano. Il documento in questione aveva quale effetto di provare che i valori trapassati da un conto all’altro fossero di loro spettanza (sulla natura del citato formulario “A” cfr. in ogni modo la sentenza del Tribunale federale pubblicata in SJ 122/2000 I 234; CCRP, sentenza del 21 giugno 2002, inc. n. 17.2001.59 consid. 2). Cosa intendano poi i ricorrenti con “circuito giuridico” non è chiaro, atteso comunque che la proprietà di un bene ha, checché ne dicano i ricorrenti, una chiara portata giuridica (cfr.
Corboz
, Les infractions en droit suisse, Basilea 2002, vol.
II, n. 16–27 ad art. 251 CP)
. Sostenere che non vi sarebbe prova agli atti che in data 27 dicembre 2005 sulla relazione _ fossero confluiti valori per i quali essi “abbiano ammesso essere gli aventi diritto economico”, anche perché al 31 dicembre 2005 il conto aveva un saldo “pari a zero”, equivale a sostenere l’insostenibile. Ora, la posizione in parola oltre al conto cash (conto corrente) aveva anche un conto deposito (_ ; cfr. allegati F–F1 act. 1 MP); che sul conto corrente non vi fosse nulla o poco più, non esclude evidentemente che il conto deposito non abbia potuto avere un controvalore cospicuo (v. anche l’incremento del conto _ già dai primi mesi di gennaio 2006, sul quale sono confluiti tutta una serie di vendite di azioni, oltre ai dividendi, tutte con origine il conto deposito _ ; cfr. allegati F3 act. 1 MP). Le doglianze riferite all’aspetto soggettivo sono immotivate e comunque appellatorie. L’intimo convincimento del giudice sulla colpevolezza degli accusati, non può essere validamente messo in discussione con argomentazioni come quelle sommariamente accennate dagli accusati, e comunque nessun arbitrio è ravvisabile nel ragionamento ch’egli ha sviluppato per considerare adempiuto anche l’aspetto soggettivo del reato. Non trova evidentemente spazio alcuno l’assunto dei ricorrenti che li vorrebbe vittima di un errore sui fatti perché avrebbero considerato il documento A quale semplice documento interno della banca o quale “semplice operazione di cosmesi”. Il ricorso quindi, al limite dell’inammissibile, va senza indugio disatteso.
7.
Secondo i ricorrenti, la conclusione del presidente della Corte delle assise correzionali in punto al diritto della parte civile al risarcimento sarebbe arbitraria (ricorso, pag. 26 III punto 6).
Così argomentando, tuttavia, essi non spiegano in che consista l’arbitrio, onde l’irricevibilità della doglianza. Nonostante il primo giudice abbia comunque riscontrato una grave concolpa della banca, egli non ha comunque potuto escludere che l’importo immediatamente riversato per ordine di RI 3 (oltre fr. 200
000.–) potesse essere sufficiente a coprire interamente le pretese della parte civile. Per questo il primo giudice ha accertato il principio del diritto al risarcimento, rinviando tuttavia la PC al foro civile per la determinazione del danno (sentenza, pag. 32–33 consid. 9).
8.
Quanto alla richiesta di assistenza giudiziaria, limitata nella fattispecie al gratuito patrocinio (act. 29), competente a decidere è il Giudice dell’istruzione e dell’arresto (art. 26 cpv. 1 Lag).
II. Sul ricorso di RI 3
9.
Anche RI 3 contesta la legittimità di PC 1 di inoltrare querela penale (ricorso, pag. 4–7 punto 3), riprendendo in buona sostanza le stesse censure dei coimputati genitori (tra queste, il fatto che la banca non avrebbe subìto nessun danno diretto e la concolpa del cliente italiano), per cui si rimanda a quanto già deciso al consid. 2.1 e alle conclusioni del presidente della prima Corte (sentenza, pag. 18–21, consid. 4). Il ricorso, equivalente a quello di RI 1 e RI 2, va perciò disatteso.
10.
Stessa sorte tocca all’invocata prescrizione (ricorso, pag. 9 punto 4). Benché la ricorrente ritenga di non avere avuto più nulla a che fare con l’originale relazione dopo il trasferimento su quella nuova _ del 6 novembre 2000 (v. consid. che segue), essa ritiene che con l’apertura della relazione _ , su cui sono stati trasferiti i titoli accreditati per errore, o al più tardi (subordinatamente) con la vendita dei titoli, si sarebbe perfezionato il reato di cui all’art. 141
bis
CP, che, in questa seconda ipotesi, l’assenza della loro menzione nell’atto d’accusa implicherebbe il suo annullamento (ricorso, pag. 9 punto 4). Anche per queste censure si rinvia alle considerazioni già espresse nella disamina del primo ricorso (v. consid. 2.2 e 3).
11.
Stando alla ricorrente la Corte non avrebbe sufficientemente differenziato la sua posizione da quella dei genitori. Il conto _ , seppure “cointestato a lei e al padre, serviva esclusivamente ai genitori”. In quanto figlia unica e per comodità il conto fu quindi intestato anche a lei. Non abitando più da diverso tempo con i genitori, ella sostiene di non avere mai ricevuto corrispondenza relativa al conto, “nemmeno quando era avvenuto l’errore da parte di PC 1”. Benché nulla sapesse sulla consistenza degli averi dei genitori, la ricorrente precisa che la madre in un’occasione le comunicò che in passato vi fu un versamento sul conto di fr. 38
000.– (corrispondenti al ricavo della vendita dei macchinari della stireria). La madre le disse inoltre che il padre aveva beneficiato di un’eredità di fr. 26
931.15. Dall’apertura della relazione _ del 6 novembre 2000 la ricorrente sostiene di non avere comunque più potuto disporre dei beni, “se non per procura”. La Corte avrebbe erroneamente giustificato il suo coinvolgimento solo perché essa avrebbe accompagnato i genitori in banca (ricorso, pag. 7–8 punto 4).
Premesso che le censure hanno carattere prettamente appellatorio e non sostanziano sufficientemente arbitri di sorta, va ricordato all’imputata che il 21 agosto 2000, RI 2 ha venduto titoli per complessivi fr. 95
601.30 (sentenza, pag. 17 consid. 3; allegato C6 foglio 6 in alto act. 1 MP); quale cointestataria del conto, il conteggio della vendita dev’esserle sicuramente pervenuto al domicilio (da quando non abita più con i genitori non è stato né indicato né provato). A quel momento sicuramente sapeva della vendita e di cosa è stato venduto, come probabilmente già sapeva del trasferimento dei titoli dall’originale conto del cliente italiano al suo (allegati C7 e D act. 1 MP; verbale di interrogatorio del 12 marzo 2007 di RI 1, elenco verbali, act. 3 MP pag. 2 ultimo paragrafo a metà). Del resto, appena pochi giorni dopo la vendita dei titoli del 21 agosto 2000, ossia il 29 agosto 2000, l’imputata è passata in banca con la madre per dei “chiarimenti” (sentenza pag. 25 consid. 6.2). Girarci attorno è francamente inutile; e comunque, la ricorrente non ha mai dichiarato che il padre (o la madre, procuratrice) le abbiano tenuto nascosti i movimenti sul conto. Del resto il giudice ha accertato che anche RI 3 ha ritirato delle somme di denaro, impiegandoli anche per il rifacimento delle serrature della sua casa “che in definitiva era di sua proprietà” (sentenza, pag. 22 consid. 5.1). Il ricorso, nella sua limitata ammissibilità, va comunque respinto.
12.
La ricorrente ripete che la madre era l’unica ad occuparsi della gestione delle finanze della famiglia, e che quindi non era “affatto a conoscenza della situazione finanziaria dei genitori”. Ogni documento bancario, tra cui l’estratto del deposito, era visionato esclusivamente dalla madre. Essa sapeva, soggiunge la ricorrente, che su quel conto venivano versati i proventi della ditta del padre; era anche a conoscenza, reitera la ricorrente, dell’eredità percepita dal padre. La ricorrente contesta inoltre di essere stata al corrente sin dall’inizio dell’accredito. Assolutamente arbitrario sarebbe inoltre l’assunto del primo giudice secondo cui le rassicurazioni del consulente servivano agli imputati per costruirsi un alibi. Dopo “5 richieste” di controllo approfondito, agli imputati fu detto che tutto era a posto, che i fondi erano i loro. Per cui essa poteva legittimamente pensarlo. Applicando il principio
in dubio pro reo
, il giudice avrebbe dovuto concludere che l’imputata non era consapevole dell’illegittimo accredito e che “non aveva la volontà di creare alcun danno”. E se si dovesse concludere che gli imputati sapevano o avrebbero dovuto sapere che almeno fr. 200
000.– non erano i loro, si giungerebbe comunque a dover negare l’intenzionalità in punto al reato di cui all’art. 141
bis
CP, in quanto, “accortisi dell’errore”, i coimputati avrebbero subito restituito il denaro (ricorso, pag. 10–15 punto 5).
R
ecriminazioni simili sono lungi dal poter motivare un ricorso per cassazione. Non solo l’imputata dimostra di non avere corretta nozione del rimedio giuridico, ma su questo punto essa perde completamente di vista il limitato potere cognitivo di questa Corte. A nulla sussidia riproporre un’arringa difensiva in cassazione. Priva di idonea motivazione, al proposito l’impugnazione va dichiarata
inammissibile. Del resto sull’aspetto soggettivo già si è discusso in precedenza, per cui visto che le censure si accavallano con quelle dei genitori, si rinvia a quanto detto al consid. 5 (vedi anche alcuni aspetti già discussi al consid. 11). Ora, che l’imputata sapesse dei titoli sin dal mese di luglio 1999 (“che non erano fondi nostri”; v. verbale di interrogatorio del 12 marzo 2007 di RI 1, elenco verbali, act. 3 MP pag. 2 ultimo paragrafo a metà) è confermato sia dal padre che dalla madre (verbale di interrogatorio del 12 marzo 2007 di RI 2, elenco verbali, act. 1 MP pag. 7–8; verbale di interrogatorio del 12 marzo 2007 di RI 1, elenco verbali, act. 3 MP pag. 2). Del resto nemmeno lei sembra escludere di averne avuta notizia – almeno per telefono – prima del 2000 (verbale di interrogatorio del 12 marzo 2007 di RI 3, elenco verbali, act. 2 MP pag. 4 e 5 in alto). Per cui, tergiversare oltremodo sulla convinzione del primo giudice secondo la quale l’imputata sapeva fin dall’inizio dell’avvenuto accredito, è improduttivo. Che poi essa non avesse più abitato con i genitori – circostanza non provata – non significa ancora che non fosse messa al corrente, come sembra essere stato, dei movimenti bancari del proprio conto. Che la madre invece fosse una sprovveduta in ambito finanziario, oltre ad essere contraddetto dalle ripetute censure ricorsuali che la indicano quale unica e sola amministratrice delle finanze della famiglia, è contraddetto pure – come visto sopra – dalle dichiarazioni della ricorrente, da quelle della madre stessa e del padre. Dilungarsi oltre è, come detto, inutile. Il ricorso, nella limitata misure della sua ammissibilità, va perciò di nuovo respinto.
13.
La ricorrente si duole anche della commisurazione della pena, nella misura in cui il giudice, oltre ad averla condannata ingiustamente, non avrebbe tenuto conto del fatto che nulla ha prelevato per sé stessa, e che agli atti non figurerebbe nessun documento bancario da lei sottoscritto. Anch’essa, come i genitori, ritiene arbitraria la conclusione del presidente della Corte delle assise correzionali in punto al riconoscimento alla parte civile del diritto al risarcimento (ricorso, pag. 15–16 punto 6).
Così com’è formulato, l’assunto è nuovamente improponibile nella misura in cui la ricorrente muove critiche alla commisurazione della pena, mancando ogni confronto con le motivazioni che hanno spinto la Corte ad irrogarle una pena detentiva di 3 mesi – invero mite – sospesa condizionalmente per gli illeciti da lei commessi (sentenza, pag. 30–32). In punto al principio del risarcimento riconosciuto alla banca, si rinvia a quanto già discusso al consid. 7.
14.
Quanto alla richiesta di assistenza giudiziaria, limitata nella fattispecie al gratuito patrocinio (act. 29), competente a decidere, come già indicato (v. consid. 8) è il Giudice dell’istruzione e dell’arresto (art. 26 cpv. 1 Lag).
III. Sulle spese
15.
Gli oneri del ricorso seguono la soccombenza,
ossia sono posti a carico dei ricorrenti (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP).