Decision ID: 278b4e8a-291d-5766-b3cc-c66c6fba718d
Year: 2002
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto:
A.
Il 17 giugno 1997 _ _ e _ _ hanno stipulato con _ _ un accordo inteso a liquidare i vicendevoli rapporti di dare e avere conseguenti alla loro attività nelle _ _ _ _, _. L'accordo prevedeva, tra l'altro, che i primi avrebbero rimborsato al secondo la somma di fr. 130 000.– da questi investita nella società (clausola n. 3). Lo stesso 17 giugno 1997 _ _ e _ _ hanno corrisposto a _ _ l'importo di fr. 60 000.– (compensati con una pretesa personale di _ _ nei confronti di _ _) e si sono assunti l'obbligo di versare i rimanenti fr. 70 000.– entro il 31 dicembre 1997, consegnando in pegno di tale pagamento una serigrafia di _ _ (_, 1967). L'opera è stata affidata al _ _ di _, che l'avrebbe restituita a _ _ al momento del saldo.
B.
Contestualmente, in un'altra clausola della convenzione (n. 7), _ _ si è impegnato da parte sua a consegnare a _ _, entro il 30 giugno 1997, una litografia di _ _, due serigrafie di _ _, tre vasi antichi, un disegno a china di _. _, un olio su tela di _ _ (_), una scultura in legno antica, una scultura in alluminio di _ _, una serigrafia di _ _ (_verde chiaro orizzontale, 1990), tre “composizioni soggetti moda” e una litografia “soggetto moda, antico”. La litografia di _ _, le due serigrafie di _ e i tre vasi antichi erano già stati rimessi a _ _, in realtà, l'11 giugno 1997. Le altre opere invece, tranne la serigrafia _ (di cui si dirà oltre), non sono state consegnate.
C.
Il 15 dicembre 1997 _ _ ha ceduto al padre _ _ _ il credito di fr. 70 000.– verso _ _ e _ _, unitamente al diritto di pegno sull'opera di _ _. Il termine di pagamento del _ _ 1997 è decorso infruttuoso. Il 20 gennaio 1998 _ _ _ ha comunicato l'avvenuta cessione del credito a _ _ e _ _. Interpellato da questi ultimi, _ _ ha accettato – dal canto suo – di consegnare le nove opere in suo possesso durante un incontro che si sarebbe tenuto il 10 marzo 1998. A quell'incontro però egli non è comparso. In seguito egli ha denunciato il furto di tutte le opere, sottratte a suo dire da ignoti fra l'11 e il 26 marzo 1998 nella casa di suo padre a _ (dove egli le aveva depositate), tranne la serigrafia _, riconsegnata a _ _ e _ _ il 21 ottobre 1998.
D.
Con petizione del 3 settembre 1998 _ _ e _ _ si sono rivolti al Pretore della giurisdizione di _ _, chiedendo che il notaio _ _ fosse autorizzato a liberare la serigrafia di _ _, il loro debito di
fr. 70 000.– verso _ _ _ essendo estinto per compensazione con la pretesa per il risarcimento del danno da loro subìto in seguito alla mancata consegna delle note opere da parte di _ _. Nella sua risposta del 16 ottobre 1998 _ _ _ ha proposto di respingere la petizione. In esito al successivo scambio di atti scritti le parti hanno confermato i rispettivi punti di vista.
E.
Chiusa l'istruttoria, nel corso della quale è stata esperita anche una perizia calligrafica, con memoriale conclusivo del 12 febbraio 2001 gli attori hanno ribadito la loro domanda. Nel suo memoriale del 29 gennaio 2001 il convenuto ha postulato, oltre al completo rigetto della petizione, il formale accertamento del suo credito di fr. 70 000.– (subordinatamente di fr. 64 000.–) verso gli attori in solido. Le parti hanno rinunciato al dibattimento finale. Statuendo con sentenza 20 marzo 2001, il Pretore ha accolto la petizione e ha autorizzato il notaio _ _ a liberare la serigrafia di _ _. La tassa di giustizia di fr. 4000.– e le spese di fr. 290.– sono state poste a carico del convenuto, con obbligo di rifondere agli attori fr. 7000.– complessivi per ripetibili. I costi della perizia calligrafica di fr. 1680.– sono stati addebitati agli attori in solido.
F.
Contro la sentenza citata è insorto il 3 aprile 2001 _ _ _ con un appello per ottenere che, in riforma del giudizio impugnato, la petizione sia respinta e sia formalmente accertato il suo credito di fr. 70 000.– (subordinatamente fr. 64 000.–) garantito da pegno manuale verso gli attori in solido. Nelle loro osservazioni del 14 maggio 2001 _ _ e _ _ propongono di respingere l'appello e di confermare la sentenza impugnata.

Considerando
in diritto: 1.
Il Pretore
ha ritenuto anzitutto che _ _ deve risarcire il danno derivante dalla mancata consegna delle opere d'arte poiché al momento del furto egli era in mora (art. 102 cpv. 2 CO) e quindi responsabile anche del caso fortuito (art. 103 cpv. 1 CO). Contrariamente a quanto parrebbe desumersi dall'art. 169 cpv. 2 CO, ha continuato il Pretore, la pretesa di risarcimento è opponibile non solo al cedente, ma pure al cessionario del credito di fr. 70 000.– verso gli attori. Benché sorta dopo la notifica della cessione (20 gennaio 1998), tale pretesa si sostituisce infatti all'originaria obbligazione del cedente ed è esigibile alla stessa stregua della medesima. Gli attori hanno diritto pertanto di compensare il loro debito di fr. 70 000.– con il credito per risarcimento del danno. Quanto all'ammontare di tale credito
(fr. 96 500.– secondo gli attori, fr. 6000.– o fr. 10 000.– al massimo secondo il convenuto), il Pretore si è fondato su indizi e su un apprezzamento di verosimiglianza, le opere furtive non essendo state ritrovate. Ha accertato così che la “scultura in legno antica” doveva valere attorno a fr. 45 000.–, il cubo in metallo di _ circa fr. 15 000.– e il resto (l'olio su tela di _, le tre “composizioni soggetti moda” e la litografia “soggetto moda, antico”) non meno di fr. 10 000.–. Il notaio _ _ andava dunque autorizzato a liberare il pegno. Ciò appariva tanto più equo – a mente del Pretore – considerando che il valore delle opere sottratte era stimato in base al loro prezzo d'acquisto, risalente a 15 anni prima, sicché eventuali svalutazioni potevano dirsi pareggiate con il rincaro generale intervenuto nel frattempo.
2.
Nella misura in cui chiede che il giudizio impugnato sia riformato nel senso non solo di respingere la petizione, ma anche di accertare il suo credito garantito da pegno manuale di fr. 70 000.– (subordinatamente fr. 64 000.–) verso gli attori in solido, l'appellante formula una domanda improponibile. Un convenuto che non si limiti a difendersi dalla pretesa avversaria, ma che avanzi nel medesimo processo un suo proprio credito verso l'attore deve agire – sempre che ne soccorrano le premesse – in via riconvenzionale (art. 172 CPC), tranne ove faccia valere tale credito a mero titolo di compensazione (Rep. 1979 pag. 302). Nella fattispecie la petizione era intesa alla resa del pegno manuale (“obbligo di riconsegna”: art. 889 CC). In quanto non si opponeva solo a siffatta pretesa, ma mirava anche a far accertare formalmente (nel dispositivo del giudizio) l'esistenza del suo credito verso gli attori, il convenuto avrebbe dovuto procedere con riconvenzione. E la riconvenzione andava introdotta con la risposta (art. 173 cpv. 1 CPC). Formulata soltanto con il memoriale conclusivo del 29 gennaio 2001, la postulata domanda di accertamento era dunque tardiva e come tale doveva essere dichiarata inammissibile dal Pretore (
Cocchi/Trezzini
, CPC massimato e commentato, Lugano 2000, n. 5 ad art. 173 con richiamo). Da questo profilo l'appello manca già a un primo esame di consistenza.
3.
Per quanto attiene alla liberazione del pegno, l'appellante contesta che il figlio _ fosse in mora nella consegna delle opere d'arte, poiché a suo avviso il termine del 30 giugno 1997 fissato nell'accordo del 17 giugno 1997 era semplicemente ordinatorio e la consegna delle opere doveva avvenire in concomitanza con il pagamento dei noti fr. 70 000.– da parte degli attori. Sempre a suo parere inoltre, quand'anche il figlio si trovasse in mora, questa era intervenuta senza colpa alcuna (art. 103 cpv. 2 CO), né gli attori hanno mai prospettato colpa di sorta. Donde l'estinzione dell'obbligo di riconsegna delle opere per sopravvenuta impossibilità della prestazione (art. 119 cpv. 1 CO). L'assunto non può essere condiviso. Intanto non è vero che la consegna delle opere fosse condizionata al pagamento di fr. 70 000.– da parte degli attori. Stando all'accordo, le due prestazioni erano del tutto indipendenti, ove appena si consideri che la clausola n. 7 (versamento garantito da pegno) non faceva il minimo cenno alla clausola n. 3 (consegna delle opere). Secondo il notaio _ _, poi, condizionato alla consegna delle opere era il versamento di fr. 70 000.– (verbali, pag. 20). Quanto alla data convenzionalmente pattuita (“entro il 30 giugno 1997”), il suo tenore denotava senza equivoco – come rileva il Pretore – un termine di scadenza a norma dell'art. 102 cpv. 2 CO (
Wiegand
in:
Kommentar zum Schweizerischen Privatrecht, OR I
, 2a edizione, n. 10 ad art. 102;
Gauch/Schluep/Schmid/Rey
,
Schweizerisches OR, Allgemeiner Teil
, vol. II, 7a edizione, n. 2944 a 2946). Non necessitava dunque di ulteriori messe in mora, per tacere del fatto che _ _ era stato ad ogni modo interpellato –infruttuosamente – perché consegnasse le opere a un successivo incontro del 10 marzo 1998 (doc. M). Asserire in tali circostanze ch'egli non fosse in mora non è serio. E il debitore in mora si presume essere in colpa, salvo che riesca a scagionarsi, incombendogli un'inversione dell'onere probatorio analoga a quella che prevede l'art. 97 CO (
Wiegand
, op. cit., n. 3 ad art. 103 CO;
Gauch/Schluep/Schmid/Rey
, op. cit., n. 2986). Poco importa dunque che in concreto gli attori non abbiano motivato una colpa di _ _. Tale colpa era presunta per legge e l'art. 184 cpv. 2 CPC, invocato dal convenuto, non è di alcuna pertinenza. Anche su questo punto l'appello è sprovvisto di buon diritto.
4.
L'appellante obietta che, comunque sia, il debitore può opporre al cessionario di una pretesa le eccezioni opponibili al cedente solo se queste già sussistevano al momento in cui gli è comunicata la cessione (art. 169 cpv. 1 CO). L'eccezione di compensazione, poi, è ammissibile solo se l'esigibilità del credito verso il cedente non è posteriore a quella del credito ceduto (art. 169 cpv. 2 CO). Nella fattispecie il convenuto ricorda di essere titolare di un credito di fr. 70 000.– verso gli attori, scaduto il 31 dicembre 1997, la cui cessione è stata comunicata agli attori il
20 gennaio 1998. Gli attori, da parte loro, vantano un credito a titolo di risarcimento danni per inadempienza contrattuale nei confronti del cedente _ _, credito che però è divenuto esigibile – soggiunge l'appellante – solo dopo la scadenza del credito ceduto e non può dunque essere opposto in compensazione al cessionario. Già per questo motivo – egli conclude – il Pretore avrebbe dovuto respingere la petizione. La tesi è infondata. Il Pretore ha spiegato con dovizia di citazioni che, dandosi una pretesa di risarcimento danni per inadempienza contrattuale verso il cedente di un credito, tale pretesa si sostituisce appieno alla prestazione contrattuale d'origine e può quindi essere opposta in compensazione al cessionario (sentenza impugnata, consid. 4 in fine). Essa infatti non solo esiste
in nuce
già al momento in cui sorge la prestazione d'origine, ma diventa esigibile – per surrogazione – alla stessa stregua di quest'ultima, al momento in cui la prestazione d'origine avrebbe dovuto essere eseguita (
Weber
in: Berner Kommentar, Berna 1982, n. 96 ad art. 75 CO con richiami di giurisprudenza), ciò che in concreto si riconduce al 30 giugno 1997. A torto l'appellante rimprovera al Pretore perciò di avere confuso “nascita” ed “esigibilità” della pretesa per risarcimento danni. E invano egli assevera che una simile pretesa “non sarà mai e poi mai esigibile prima dell'esercizio del diritto formatore di cui all'art. 107 cpv. 2 CO”. In proposito l'appello è destinato all'insuccesso.
5.
Sostiene l'appellante che, gli fosse pure opponibile in compensazione la pretesa risarcitoria vantata dagli attori nei confronti del figlio _, il danno da costoro subìto non eccederebbe fr. 6000.– (o tutt'al più fr. 10 000.–) e rimprovera al Pretore di avere accertato un pregiudizio di fr. 70 000.– valutando le prove con criteri di semplice verosimiglianza. Per quanto riguarda l'olio su tela di _ _ (_), egli afferma anzitutto che dall'istruttoria non risulta né l'avvenuto possesso del quadro da parte di suo figlio _ né il valore dell'opera, rimasto del tutto incerto. La prima argomentazione non manca di disinvoltura. A parte il fatto che, non fosse stato in possesso del dipinto, mal si comprenderebbe – né l'appellante spiega – come mai il figlio se ne fosse assunto l'onere della consegna, lo stesso convenuto ha dichiarato alla polizia il 28 marzo 1998 di avere ritirato egli medesimo la pittura di _ dal figlio, di averla riposta in casa sua a _ e di averne poi constatato la scomparsa, allarmato dal figlio stesso (fascicolo richiamato inc. _/_ dal Ministero pubblico, verbale di interrogatorio nel “rapporto denuncia di furto” 13 agosto 1998). Non pretendendo egli di avere dichiarato il falso agli inquirenti, al proposito l'appello sfiora la temerarietà e non merita altra disamina.
Più delicato è stimare il valore dell'opera. Il Pretore vi ha rinunciato, limitandosi a concludere che nel complesso la tela di _, il disegno a china di _, le tre “composizioni soggetti moda” e la litografia “soggetto moda, antico” dovevano ragionevolmente valere almeno fr. 10 000.– (sentenza impugnata, consid. 8e). In base a quali elementi concreti egli sia giunto a tale somma non è dato però di sapere. Ora, scartata la ricevuta dattiloscritta doc. R, di fr. 24 000.–, che reca una firma “_ ” ritenuta falsa dal perito giudiziario (e che nelle osservazioni all'appello gli attori più non invocano), rimane la testimonianza di _ _, la quale ha dichiarato che il suo ex marito (deceduto nel 1995) vendeva i quadri “ad un prezzo aggirantesi tra i fr. 1000.– e i fr. 5000.–”, salvo un dipinto venduto a fr. 7000.–, e che per quanto essa sapeva da lui “i prezzi a _ si aggiravano sui fr. 5000.–” (verbali, pag. 13). Del resto fra le carte di _ prodotte dal convenuto figura una
gouache
di _ _ (menzionata anche dal Pretore, contrariamente a quanto asserisce l'appellante: sentenza impugnata, consid. 8b) dal soggetto identico (_, 1979, 36 x 55 cm) inventariata per fr. 4500.–. E lo stesso appellante ammette che, se gli attori non andassero puniti per avere esibito in giudizio una ricevuta fasulla (il doc. R), alla tela si sarebbe potuto attribuire un valore di fr. 4500.– (appello, pag. 9, lett. b in fine). L'intento punitivo dell'appellante è estraneo tuttavia a qualsiasi libero, sereno e imparziale apprezzamento delle prove (art. 90 CPC). Un mezzo istruttorio illecito non deve, in altre parole, vanificare per sé solo le risultanze di quelli leciti. Il valore della tela in questione va quindi stimato in fr. 4500.–. Che da 15 anni a questa parte tale valore si sia deprezzato o rivalutato non è preteso, del resto, né dagli attori né dal convenuto.
6.
L'appellante nega che il figlio _ abbia mai posseduto la “scultura in legno antica” menzionata nella clausola n. 7 del noto accordo, contestando abbondanzialmente anche il valore di fr. 45 000.– accertato dal Pretore (sentenza impugnata, consid. 8c). Quanto al possesso dell'opera, l'appello è ancora una volta ai limiti del pretesto. Il convenuto non tenta di spiegare perché il figlio si sarebbe assunto la consegna della scultura se non avesse avuto l'opera a disposizione né giustifica le sue dichiarazioni alla polizia, in cui aveva confermato il furto di una “scultura
[BG1]
in legno antica” affidatagli appunto dal figlio (sopra, loc. cit.). Certo, egli pretende per finire – non senza contraddirsi – che la scultura data a suo tempo da _ _ a suo figlio _ (e destinata secondo la clausola n. 7 dell'accordo alla restituzione) non è quella descritta dai testimoni _ _ (verbali, pag. 4 in basso e 5 in alto), _ _ (verbali, pag. 9), _ _ (verbali, pag. 11) ed _ _ (verbali, pag. 16). Apprezzate nel loro insieme, tali deposizioni consentono però di desumere con chiarezza che nel 1995 _ _ era in possesso di una _ gotica del Quattrocento, dorata a foglia, alta circa 50 cm, a lui rimessa dal cugino _ _ per la vendita. Scorgere in quei verbali solo “affermazioni dubitative ed incerte” (appello, pag. 9 in fondo) è fuori luogo. Che poi _ _, proprietario della scultura prima di _, non abbia mai accennato all'esistenza dell'opera in presenza dell'amico _ _ (ma non si vede perché avrebbe dovuto) punto giova e non inficia minimamente le altre deposizioni.
Il Pretore ha quotato il valore della scultura in fr. 45 000.– sulla base del doc. S (ricevuta dattiloscritta a firma _ _ con timbro omologo) e della testimonianza di _ _, il quale ha dichiarato che _ _ avrebbe voluto vendere l'opera per fr. 40 000.– o 50 000.–, prezzo giudicato “interessantissimo” anche da case d'asta (verbali, pag. 9). L'appellante si duole di non aver potuto dimostrare peritalmente la falsità del doc. S solo per la mancanza di firme di confronto e afferma che _ _ non può avere incassato una cifra simile, “lui che era sempre indigente”. Inoltre asserisce che la deposizione di _ _ non basta per attribuire alla statua un valore di fr. 45 000.–. L'apprezzamento del Pretore resiste però alla critica. Dagli atti non risulta, in effetti, che _ _ fosse “sempre indigente” né – come rileva il primo giudice – il doc. S può essere ritenuto falso solo perché il doc. R si è rivelato tale. È vero che, contrariamente all'opinione del Pretore, il testimone _ non consta avere espresso giudizi personali sul valore della scultura (verbali, pag. 9 e 10). Resta il fatto però che case d'asta come _ e _ hanno giudicato “interessantissimo” il prezzo di fr. 40 000.– o 50 000.– proposto da _ _, ciò che l'appellante non contesta. Quanto al fatto che il Pretore si sia fondato sul valore di fr. 45 000.–, non si vede perché egli avrebbe dovuto attenersi al minimo, come reputa l'appellante, la media aritmetica essendo quella che fra i due estremi riduce nella misura del possibile il rischio d'errore. Ne segue che, per quanto si riferisce alla “scultura in legno antica”, le censure del convenuto cadono nel vuoto.
7.
La scultura in alluminio di _ è stata stimata dal Pretore
fr. 15 000.– sulla scorta del doc. Q (ricevuta dattiloscritta di pari valore a firma _ _) e della valutazione espressa dal testimone _ _, conoscitore d'arte, che ha attribuito al cubo in metallo da lui visto a casa della madre di _ un valore di fr. 18 000.– (per rapporto ai fr. 20 000.–/25 000.– che lo stesso _ si proponeva di ricavare: verbali, pag. 9 a metà). L'appellante obietta che la scultura vista da _ _ non è necessariamente quella rimessa poi da _ _ a _ _, _ _ avendo creato molti cubi in metallo “più o meno uguali”. Egli lamenta anche, a questo proposito, di non avere potuto dimostrare la falsità della firma apposta sul doc. Q, la quale va ritenuta contraffatta. Da quest'ultima allegazione però va sgombrato subito il campo. Gli art. 216 segg. CPC dispongono una procedura apposita per far accertare il falso nelle scritture e chi rinuncia a valersene, indipendentemente dai motivi che lo inducono a desistere, non può poi affacciare accuse di falso formale. Quanto all'ipotesi di un falso materiale, non basta a sorreggere tale congettura l'asserto che in realtà _ _ non abbia mai visto fr. 15 000.– “in una sola volta” (fatto non accertato) e che il Pretore, conoscendo _, avrebbe dovuto saperlo. Certo, fra le carte di _ _ prodotte dal convenuto figura, in un inventario, un “_ /metallo” a fr. 1800.– (doc. 12). Il testimone _ _ ha spiegato però che il cubo in contesa non era un normale oggetto stampato (come altri cubi di _), ma un pezzo unico, dipinto a mano, sicché l'importo di fr. 18 000.– chiesto da _ era a suo modo di vedere il “prezzo giusto” (verbali, pag. 9 nel mezzo). Nella misura in cui definisce priva di sufficienti riscontri la stima del Pretore, l'appellante muove pertanto critiche ingiustificate.
Opina l'appellante che, sia come sia, la scultura cui si richiamano il doc. Q e la testimonianza di _ _ non è quella posseduta a suo tempo dal figlio _. Se non che, _ _ ed _ _ hanno riconosciuto nella fotografia del doc. U (penultimo foglio) proprio il cubo in alluminio visto nell'ufficio della fiduciaria _ & _ _ ad Ascona, di cui _ _ era direttore (verbali, pag. 11 in basso, 15 e 16 in alto). L'appellante cerca di insinuare dubbi, prevalendosi del fatto che i due testimoni non fossero del tutto sicuri circa l'identità tra l'immagine fotografica e la scultura da loro notata, ma non pretende che il cubo ricevuto a suo tempo dal figlio _ fosse un semplice pezzo stampato oppure che _ _ abbia avuto modo di commerciare anche altri cubi, di minor pregio rispetto all'esemplare unico riconosciuto da _ _ (a che oggetto si riferisca l'iscrizione “_ /metallo” sul doc. 12 non è dato di sapere). Con buone ragioni il Pretore poteva quindi accertare che _ _ disponeva effettivamente del bene litigioso.
8.
Restano da valutare il disegno a china di _. _, le tre “composizioni soggetti moda” e la litografia “soggetto moda, antico”. Il primo trova riscontro in un inventario di _ _ prodotto dal convenuto (doc. 11), descritto come “china _. _ _, vaso (...) – (cornice oro)”, stimato fr. 1800.–. Il convenuto riconosce che “avrebbe potuto ammettere il valore risultante dall'unico elemento oggettivo agli atti, ossia l'inventario della galleria di _, dove un oggetto di analoga descrizione è stato valutato dall'appellato fr. 1800.–” (memoriale, pag. 12 a metà). Egli contesta però la stima perché _ _ avrebbe contraffatto la citata ricevuta doc. _. _ criterio sanzionatorio è estraneo però, come si è detto, a un'imparziale e serena valutazione degli elementi probatori. Per il resto l'appellante non nega seriamente che quel disegno fosse l'opera presa in consegna dal figlio _ né pretende che _ abbia mai avuto a disposizione altre opere di _. Nulla induce quindi a ritenere inattendibile la stima di fr. 1800.–. Nessun dato obiettivo permette invece di attribuire un qualsiasi valore alle tre “composizioni soggetti moda” e alla litografia “soggetto moda, antico”. Anzi, la loro generica descrizione nell'accordo del 17 giugno 1997 non consente neppure di individuarli con qualche accettabile precisione. Come il Pretore sia giunto a stimarli fr. 10 000.– insieme con la china di _ e l'olio di _ (sopra, consid. 5) resta un'incognita. Al riguardo l'appello è effettivamente provvisto di buon esito.
9.
Se ne conclude che, per quanto è possibile evincere dagli atti, il danno subìto dagli attori in seguito alla mancata riconsegna delle opere menzionate nella clausola n. 7 dell'accordo 17 giugno 1997 ammonta a fr. 66 300.– (fr. 4500.– per la tela di _, fr. 45 000.– per la “scultura in legno antica”, fr. 15 000.– per il cubo di _, fr. 1800.– per la china di _). Non basta dunque per compensare il credito di fr. 70 000.– ceduto da _ _ al padre, convenuto in giudizio. Quest'ultimo aveva invero dichiarato alla polizia che il valore delle opere sottratte al figlio “secondo quanto risulta da atti notarili” sarebbe dovuto ammontare a fr. 70 000.–, ma aveva soggiunto che “comunque non so se poi valgono questi denari” (sentenza impugnata, consid. 6 in principio). In tale affermazione non può pertanto essere ravvisata un'ammissione. E siccome, giusta l'art. 889 cpv. 2 CC, il creditore non è tenuto a riconsegnare la cosa impegnata, neppure in parte, se prima non è completamente soddisfatto, nella fattispecie non soccorrono le premesse perché il notaio _ _ sia autorizzato a liberare la serigrafia di _ _.
10.
Gli oneri del giudizio odierno seguono la vicendevole soccombenza (art. 148 cpv. 2 CPC). L'appellante esce vittorioso sul principio, nel senso che ottiene il rigetto della petizione, ancorché di misura, ove si consideri l'ammontare della pretesa da egli riconosciuta nei confronti degli attori (fr. 6000.– o fr. 10 000.– al massimo: appello, pag. 6 in alto) per rapporto alla somma accertata in esito all'attuale sentenza (fr. 66 300.–). Ciò non toglie che per finire i costi vadano sostanzialmente a carico dei procedenti, con obbligo di rifondere al convenuto un'adeguata indennità per ripetibili. D'altro lato l'appellante si vede dichiarare improponibile la domanda (riconvenzionale), su cui il Pretore ha omesso di statuire, intesa a far accertare formalmente il suo credito verso gli attori di fr. 70 000.– (fr. 64 000.– in subordine). I costi del relativo giudizio gli devono quindi essere addebitati, oltre a un'adeguata indennità per ripetibili in favore delle controparti. In ultima analisi si giustifica pertanto di suddividere a metà i costi complessivi dell'appello (con una tassa di giustizia commisurata al prescritto dell'art. 24 lett. a LTG) e di compensare le ripetibili. Quanto agli oneri processuali di prima sede, essi seguono la medesima sorte. Rimangono a carico degli attori invece i costi della perizia calligrafica, sia perché il loro addebito non è stato impugnato sia perché tale spesa è stata cagionata dagli attori medesimi, che hanno prodotto in giudizio una falsa scrittura (doc. R).