Decision ID: a87efba7-d0b9-5f9a-a77a-f8cbe9a161bf
Year: 2016
Language: it
Court: TI_CARP
Chamber: TI_CARP_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: penal_law

ritenuto
in fatto: A.
Con decreto di accusa 10 aprile 2015, la Sezione della circolazione ha dichiarato AP 1 autore colpevole di
infrazione alle norme della circolazione
per avere, il 2 dicembre 2014 ad Arbedo-Castione, circolato con il veicolo _ impiegando, durante la guida, un telefono senza dispositivo “mani libere”
;
infrazione di cui agli art. 31 cpv. 1 e 90 “cifra” (
recte
cpv.) 1 “LCS” (
recte
LCStr) nonché art. 3 cpv. 1 “OSS” (
recte
ONC);
e ne ha proposto la condanna alla multa di fr. 100.- e al pagamento della tassa di giustizia di fr. 30.- nonché delle spese giudiziarie pari a fr. 10.-.
AP 1 ha presentato opposizione contro detto decreto di accusa il 14 aprile 2015.
Il 30 aprile 2015, la Sezione della circolazione ha confermato il decreto di accusa e ha trasmesso gli atti alla Pretura penale.
B.
Statuendo, dopo aver tenuto il dibattimento, con sentenza 25 settembre 2015, il presidente della Pretura penale ha confermato l’imputazione proposta dalla Sezione della circolazione e ha dichiarato l’imputato autore colpevole del reato ascrittogli, condannandolo alla multa di fr. 100.- e al pagamento di tasse e spese giudiziarie nel frattempo aumentate a fr. 540.- con motivazione scritta e di fr. 240.- senza motivazione scritta.
C.
Con scritto 5 ottobre 2015, AP 1 ha presentato annuncio d’appello. Ricevuta la motivazione scritta, egli ha, con scritto datato 12 novembre 2015 ma impostato l’11 novembre 2015, tempestivamente trasmesso a questa Corte la dichiarazione di appello, già contenente una motivazione.
D.
In applicazione dell’art. 406 cpv. 1 lett. c CPP, visto, in particolare, che la sentenza di primo grado concerne unicamente contravvenzioni, con decisione 16 novembre 2015, la presidente di questa Corte ha informato le parti che l’appello sarebbe stato trattato in procedura scritta, ed
ordinato l’intimazione alle parti della dichiarazione motivata d’appello, impartendo loro un termine di 20 giorni per presentare eventuali osservazioni.
E.
Il presidente della Pretura penale, con scritto 17 novembre 2015, ha comunicato di non avere osservazioni in merito all’appello e di rimettersi al giudizio di questa Corte. Con scritto 20 novembre 2015, anche la Sezione della circolazione ha comunicato di non avere alcuna osservazione da formulare.
F.
In data 15 dicembre 2015, la presidente di questa Corte ha ordinato l’intimazione alle parti dell’ulteriore scritto 7 dicembre 2015 di AP 1.

Considerando
in diritto: 1.
Giusta l’art. 398 cpv. 4 CPP se - come nel caso in esame - la procedura dibattimentale di primo grado concerneva esclusivamente contravvenzioni, mediante l’appello si può far valere unicamente che la sentenza è giuridicamente viziata o che l’accertamento dei fatti è manifestamente inesatto o si fonda su una violazione del diritto. Non possono essere addotte nuove allegazioni o nuove prove.
Nei suddetti casi, dunque, questa Corte dispone di piena cognizione soltanto per quanto attiene alle questioni di diritto, estendendosi il suo esame al diritto federale, al diritto convenzionale e al diritto cantonale (Mini, in Commentario CPP, ed. 2010, n. 20 ad art. 398 CPP;
Kistler Vianin, in
Commentaire romand, Code de procédure pénale suisse, ed. 2011
, n. 27 ad art. 398 CPP;
Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, 2a ed. 2013, n. 12 ad art. 398 CPP).
L’esame dei fatti è, per contro, limitato ai casi in cui un accertamento fattuale è “manifestamente inesatto” o si fonda su una violazione del diritto. La formulazione “manifestamente inesatto” richiama la nozione di arbitrio elaborata dalla giurisprudenza federale sulla scorta dell’art. 9 Cost.
(Mini, op. cit., n. 22 ad art. 398 CPP; Kistler Vianin, op. cit., n. 28 ad art. 398CPP; Schmid, op. cit., n. 13 ad art. 398 CPP
), secondo cui un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il primo giudice misconosce manifestamente il senso e la portata di un mezzo di prova, se omette senza valida ragione di tener conto di un elemento di prova importante, suscettibile di modificare l’esito della vertenza, oppure se ammette o nega un fatto ponendosi in aperto contrasto con gli atti di causa o interpretandoli in modo insostenibile (DTF 138 III 378 consid. 6.1; 137 I 1 consid. 2.4; 136 III 552 consid. 4.2; 135 V 2 consid. 1.3; 134 I 140 consid. 5.4; 133 I 149 consid. 3.1 e sentenze ivi citate; STF 6B_216/2014 del 5 giugno 2014; 6B_312/2011 dell’8 agosto 2011). Il giudice non incorre, invece, in arbitrio quando le sue conclusioni, pur essendo discutibili, sono comunque sostenibili nel risultato (DTF 133 I 149 consid. 3.1; 132 III 209 consid. 2.1; 131 I 57 consid. 2; 129 I 8 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1 e sentenze citate).
Ritenuto come l’appello giusta l’art. 398 cpv. 4 CPP si apparenti al ricorso per cassazione previsto da molti precedenti diritti processuali cantonali e al ricorso in materia penale al Tribunale federale (
Schmid, op. cit., n. 10 ad art. 398 CPP; Kistler Vianin, op. cit., n. 25 ad art. 398CPP; Hug/Scheidegger,
in Donatsch/Hansjakob/Lieber, Kommentar zur schweizerischen StPO, 2a ed. 2014, n. 24 ad art. 398 CPP;
Mini, op. cit., n. 18 ad art. 398 CPP), la censura di un accertamento dei fatti manifestamente inesatto - ossia dell’arbitrio viziante tale accertamento - va sollevata (cfr. anche il testo dell’art. 398 cpv. 4 CPP: “[...]
si può far valere che
[...]
l’accertamento dei fatti è manifestamente inesatto
[...]”) e motivata.
Per motivare l’arbitrio, non è sufficiente criticare la decisione impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa versione dei fatti, per quanto sostenibile o addirittura preferibile essa appaia. È, invece, necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione delle prove fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, si trova in chiaro contrasto con gli atti, si fonda su una svista manifesta, contraddice in modo urtante il sentimento di equità e di giustizia (DTF 138 V 74 consid. 7; 137 I 1 consid. 2.4; 135 V 2 consid. 1.3; 133 I 149 consid. 3.1; 132 I 217 consid. 2.1; 129 I 8 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o si basa unilateralmente su talune prove ad esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b; 112 Ia 369 consid. 3).
In assenza di censure e di relative motivazioni conformi alle esigenze poste dalla giurisprudenza, l’appello si rivelerà inammissibile.
2.
La sentenza impugnata si basa essenzialmente sull’accertamento effettuato da una pattuglia della polizia cantonale, composta dagli app. _ e _ che, il 2 dicembre 2014 alle ore 16:10, hanno constatato che il conducente del veicolo targato _ circolava impiegando un telefono senza dispositivo “mani libere”.
Tale accertamento - contenuto nel rapporto di contro -osservazioni 23 febbraio 2015 (AI 5), redatto e firmato dall’app. _, e nel rapporto di contro-osservazioni 24 aprile 2015 (AI 11), redatto a nome di entrambi gli agenti ma firmato dall’app. _, e infine confermato dallo stesso app. _ in occasione del dibattimento di primo grado (all. al verb. dib. di primo grado, verbale di audizione _) - è stato ritenuto, dal primo giudice, più credibile delle contestazioni dell’appellante.
Appellante che ha sempre sostenuto, sulla scorta di un tabulato del suo operatore telefonico, di non essere stato al telefono al momento dell’accertamento effettuato dagli agenti, aggiungendo che il veicolo da lui usato sarebbe dotato di un dispositivo “mani libere”; mentre non ha contestato, in primo grado, di essere effettivamente “
il guidatore (quasi abituale) della vettura _
” (AI 1, scritto 29 dicembre 2014 di AP 1 alla Sezione delle finanze), né ha mai preteso di non essersi trovato sul luogo dell’accertamento al momento in cui questo è stato effettuato.
Il primo giudice ha, dunque, fatto suo l’accertamento degli agenti, considerando che il tabulato presentato dall’appellante
“
non permette di escludere che egli fosse al telefono alle 16.10 del 2 dicembre 2014. Infatti, in questi tabulati sono riportate solo le telefonate fatte a partire dal numero indicato. Nulla si sa di eventuali chiamate ricevute. Neppure può essere escluso che sia stato utilizzato un altro apparecchio. Ulteriori elementi che potrebbero fare sorgere dubbi sulle chiare e lineari constatazioni degli agenti non ve ne sono.” (sentenza impugnata consid. 7 pag. 4)
Il primo giudice, pur rilevando che le dichiarazioni di un agente di polizia non godono, “
di per sé, di una presunzione di veridicità e fedefacenza
” (
sentenza impugnata consid. 7 pag. 3), ha considerato - oltre alla rilevata chiarezza e linearità delle constatazioni - come elemento a favore di “
un maggior grado di credibilità e, di conseguenza, di una accresciuta dignità probatoria
” delle constatazioni degli agenti il fatto che gli stessi non abbiano alcun interesse a dichiarare fatti non corrispondenti alla realtà, anche perché, in caso di dichiarazioni false, incorrerebbero in gravi conseguenze, quali sanzioni penali e amministrative (sentenza impugnata consid. 7 pag. 4).
3.
Con la motivazione di appello, AP 1, in modo invero piuttosto confuso, si lamenta di non essere stato informato, né durante l’udienza di primo grado né in precedenza, dell’esistenza di un rapporto 2 dicembre 2014 (dichiarazione/motivazione di appello n. 1 ad 3) e di altri atti non meglio precisati (dichiarazione/motivazione di appello n. 1 ad 4), contesta, inoltre, di essere stato al telefono al momento dell’accertamento effettuato dalla polizia (dichiarazione/motivazione di appello n. 1 ad 1 e 5) e pare anche lamentarsi di aver “
richiesto un certificato da un oculista sulla visibilità dei 2 agenti, mai presentato
” (dichiarazione/motivazione di appello n. 1 ad 4).
Infine, per la prima volta in questa sede, sembra anche contestare sia di avere effettuato la manovra descritta dagli agenti sia di essere stato la persona alla guida vista e descritta dagli stessi (dichiarazione/motivazione di appello n. 1 ad 3 e 4).
4.
Per quanto riguarda la prima censura, si rileva innanzitutto che del rapporto 2 dicembre 2014, della cui esistenza l’appellante lamenta di non essere stato informato (dichiarazione/motivazione di appello n. 1 ad 3), non vi è traccia alcuna agli atti, né la sentenza impugnata vi si riferisce in alcun modo. Se, invece, si dovesse ammettere che l’appellante, in realtà, si riferisca al rapporto di contro-osservazioni 23 febbraio 2015 (AI 5), un estratto del quale è riportato al consid. 3 della sentenza di primo grado (a cui la censura pare riferirsi), la lamentela cadrebbe nel vuoto poiché tale rapporto è stato indubitabilmente notificato all’appellante in data 24 febbraio 2015 (AI 6). Tanto è vero che egli ha anche preso posizione, al riguardo con scritto 9 marzo 2015 (AI 7).
L’appellante sembra anche censurare, in modo alquanto vago e generico, una “
continu[a] non presentazione di [...] atti durante l’udienza
” (dichiarazione/motivazione di appello pag. 3 n. 1 ad 4).
Si nota, al riguardo, che il diritto di esaminare gli atti (cfr. art. 101 seg. e 107 CPP) va esercitato dalle parti su loro iniziativa. Sono le parti che devono farne richiesta, dunque, e la direzione del procedimento non è, di principio, tenuta a sollecitarne la richiesta o a proporre di propria iniziativa un tale esame (Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, 2a ed. 2013, n. 2 ad art. 102 CPP; Schmutz, in Basler Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, 2a ed. 2014, n. 2 ad art. 102 CPP). Rimangono riservati i casi in cui l’autorità penale, in ossequio al dovere generale di informare, deve rendere attente ai loro diritti le parti prive di conoscenze giuridiche (cfr. art. 3 cpv. 2 lett. c e 107 cpv. 2 CPP; Schmid,
ibid.
; Schmutz,
ibid.
).
In concreto, con la sua decisione ordinatoria 16 luglio 2015, il primo giudice ha chiaramente informato le parti che agli atti vi era l’incarto completo della Sezione della circolazione e l’appellante ha mostrato di essere consapevole del suo diritto di accedere all’incarto chiedendo, con scritto 3 agosto 2011 (
recte
2015), in modo tanto esplicito quanto colorito, se l’incarto trasmesso alla Pretura penale fosse completo e se contenesse determinati documenti. A tale domanda il primo giudice ha regolarmente risposto con scritto 19 agosto 2015.
Ritenuto quanto precede, non si ravvisa alcuna violazione del dovere di informazione da parte del primo giudice, in particolare in rapporto con il diritto dell’appellante di esaminare gli atti, né, di conseguenza, alcuna violazione del di lui diritto di essere sentito. La censura va, pertanto, respinta.
5.
L’appellante censura, poi, l’accertamento dei fatti operato dal primo giudice, il quale ha seguito quanto dichiarato dagli agenti di polizia e ha considerato il tabulato prodotto dall’appellante (AI 1) non sufficiente ad escludere che quest’ultimo fosse al telefono quando è stato visto dagli agenti.
a.
Si ricorda che, nel presente procedimento, questa Corte può esaminare i fatti soltanto limitatamente al loro accertamento arbitrario e che l’arbitrio deve essere censurato e debitamente motivato, pena l’inammissibilità della censura (cfr. supra consid. 1).
Ora, l’appellante si limita da un lato ad asserire di avere sempre e solo avuto, da oltre 30 anni, un telefono cellulare (natel) con il numero 079 620 61 78, di non avere mai avuto altri telefoni, di avere un dispositivo “mani libere” automatico predisposto su quel numero nell’automobile in cui è stato visto dagli agenti.
Tali allegazioni, generiche e in parte intrinsecamente poco credibili - si noti che 30 anni fa, intorno alla metà degli anni 80, la telefonia mobile era appena ai suoi albori -, non spiegano in alcun modo perché il primo giudice sarebbe incorso nell’arbitrio preferendo la versione degli agenti di polizia a quella dell’appellante basata sul tabulato telefonico.
Questa Corte non entra, pertanto, nel merito delle stesse.
b.
Né si può seguire l’appellante quando censura l’apprezzamento operato dal primo giudice di quello che è stato, con una certa generosità, considerato un tabulato telefonico. Tale apprezzamento, infatti, seppur non totalmente condivisibile in sé, risulta corretto nelle sue conclusioni.
Il tabulato o giustificativo delle comunicazioni, secondo la terminologia di Swisscom, operatore dell’appellante (cfr.
https://www.swisscom.ch/it/clienti-privati/aiuto/loesung/giustificativo-comunicazioni.html
, pagina consultata il 05.02.2016), riporta non solo le chiamate effettuate a partire dal numero in questione, come osservato dal primo giudice (
sentenza impugnata consid. 7 pag. 4
), bensì in generale solo le comunicazioni che generano costi, che siano essi effettivi o inclusi nel canone mensile, secondo il tipo di abbonamento. Tali comunicazioni generatrici di costi sono le chiamate in uscita, quelle in entrata ricevute all’estero (costi di roaming) e le connessioni dati. Ed è proprio per questa ragione che sulla pagina del tabulato contrassegnata come 11/12, delle due prodotte dall’appellante (AI 1), è riportata la comunicazione in entrata ricevuta il giorno 4 dicembre 2014 alle ore 10:37:55, si trattava, infatti, di una telefonata effettuata da un numero svizzero che l’appellante, o chi per esso, ha ricevuto mentre si trovava in Italia e per la quale ha dovuto farsi carico dei costi di roaming.
Le chiamate in entrata ricevute in Svizzera, al contrario, che provengano esse dalla Svizzera o dall’estero - contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante (dichiarazione/motivazione di appello pag. 3 n. 1 ad 5) -, sono gratuite per il ricevente (giacché il loro costo è sopportato dal chiamante) e quindi non vengono riportate nel citato giustificativo delle comunicazioni.
Da ciò discende che, seppur con una motivazione parzialmente differente, la conclusione cui è giunto il primo giudice è comunque corretta, ossia che il tabulato prodotto non esclude né che nel momento in questione l’appellante avesse in corso una comunicazione in entrata, né che stesse utilizzando un altro numero. Ma non solo, il fatto che il tabulato non riporti chiamate in uscita fra le 10:46:39 e le 16:31:58 del 2 dicembre 2014 non permette neppure di escludere che l’appellante stesse effettuando un tentativo di chiamata non riuscito, ossia che stesse chiamando qualcuno che non ha risposto.
Il primo giudice ha quindi correttamente ritenuto che il tabulato prodotto non fosse atto ad inficiare la valenza probatoria delle constatazioni dei due agenti contenute nei già citati rapporti (AI 5 e AI 11) e confermate dall’app. _ in occasione del dibattimento di primo grado (all. a verb. dib. di primo grado, verbale di audizione _). Questa Corte ritiene, del resto, condivisibili le considerazioni del primo giudice sulla precisione e minuziosità degli accertamenti dei due agenti (sentenza impugnata consid. 7 pag. 3 seg.), alle quali qui si rimanda (art. 82 cpv. 4 CPP).
La censura va pertanto respinta.
c.
Per quanto riguarda la richiesta di un certificato medico sulla vista degli agenti, alla quale il primo giudice non ha dato seguito, non si ravvisano motivi per cui l’acquisizione di un tale documento possa fornire alcun elemento atto a modificare in qualche modo la valutazione degli accertamenti svolti dagli agenti di polizia e di cui si è detto sopra.
Anche tale censura va, dunque, respinta.
6.
Infine, l’appellante pare contestare di aver effettuato la manovra descritta dagli agenti e di essere stato la persona alla guida vista e descritta dagli stessi. Egli motiva tali contestazioni, sollevate per la prima volta in questa sede, con vaghe e generiche considerazioni sulle sue fattezze fisiche, sulle sue abitudini nell’abbigliamento, negli spostamenti in automobile e nel modo di impugnare oggetti come il telefono cellulare.
Proposte per la prima volta nell’ambito di una procedura di appello ex art. 398 cpv. 4 CPP, tali allegazioni di fatto, nuove ai sensi dell’articolo citato, sono inammissibili. Pertanto non si entra nel merito delle stesse.
7.
Ritenuto quanto sopra, va altresì confermata la condanna dell’appellante al pagamento di una multa di fr. 100.- giusta gli art. 1 cpv. 1, 3 cpv. 1 e 11 cpv. 1 LMD e il n. 311 dell’all. 1 all’OMD, con pena sostitutiva di un giorno in caso di mancato pagamento (art. 106 cpv. 2 CP).
8.
Da quanto precede discende che l’appello va respinto, nella misura della sua ammissibilità.
9.
Visto l’esito dell’appello, l’istanza di indennizzo presentata dall’appellante (n. 4 del petitum della dichiarazione/motivazione di appello) è respinta, nella misura della sua ammissibilità.
Né si entra nel merito delle altre richieste avanzate dall’appellante (n. 2 e 3 del petitum della dichiarazione/motivazione di appello), essendo esse manifestamente inammissibili in questa sede.
10.
Visto l’esito dell’appello, gli oneri processuali di primo grado, per complessivi fr. 540.00, rimangono a carico dell’appellante soccombente (art. 428 cpv. 3 CPP).
Gli oneri processuali del giudizio d’appello, per complessivi fr. 600.-, sono integralmente posti a carico dell’appellante soccombente (art. 428 cpv. 1 CPP).