Decision ID: 6e7f5385-02bd-5b6a-8dca-87872c9cd352
Year: 1996
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto: A.
Con sentenza del 16 luglio 1980 il Pretore di Lugano-Campagna ha pronunciato il divorzio fra _ _ _ (1945) e _ nata _ (1937). Le figlie _ (1967) e _ (1976) sono state affidate alla madre. Nella convenzione sugli effetti accessori del divorzio omologata dal giudice il marito si è impegnato a versare un contributo mensile di fr. 900.– indicizzati per la moglie e di fr. 550.– indicizzati per ciascuna figlia.
B.
Il 19 giugno 1981 _ _ _ ha promosso un’azione tendente alla riduzione dell’obbligo alimentare, che è stata respinta il 14 febbraio 1984 dal Pretore di Lugano-Campagna. Un appello introdotto contro tale sentenza è stato rigettato da questa Camera il 16 aprile 1984 (inc. n. _).
C. _
_ _ ha nuovamente intentato causa il 10 giugno 1994 davanti al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 6, per ottenere la soppressione del contributo alimentare a favore dell’ex moglie e della figlia _, ancora minorenne. _ _ si è opposta alla domanda e ha postulato il rigetto della petizione. Nel successivo scambio di atti scritti ogni parte ha mantenuto le proprie richieste. L’udienza preliminare ha avuto luogo il _ 1995.
D.
Ultimata l’istruttoria, _ _ ha ribadito nel proprio memoriale conclusivo del 26 giugno 1995 la domanda di petizione. La convenuta ha riproposto a sua volta, nelle sue conclusioni del 27 giugno 1995, il rigetto dell’azione. Il dibattimento finale si è tenuto il 4 luglio 1995.
E.
Statuendo il 27 dicembre 1995, il Pretore ha respinto la petizione. Le spese processuali, con una tassa di giustizia di fr. 600.–, sono state poste a carico del soccombente, tenuto a rifondere alla convenuta fr. 2500.– per ripetibili.
F.
Contro la predetta sentenza _ _ ha interposto un appello del 19 gennaio 1996 in cui chiede, sulla base anche di cinque atti nuovi, che il giudizio del Pretore sia riformato nel senso di accogliere l’azione e di sopprimere il contributo alimentare a favore di _ e _ _.
Nelle sue osservazioni del 26 febbraio 1996 _ _ insta per il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata.

Considerando
in diritto: 1.
I documenti prodotti per la prima volta in appello non sono ricevibili. L’art. 321 cpv. 1 lett. b CPC vieta di addurre fatti o mezzi di prova nuovi in seconda sede e il diritto federale, che nelle questioni relative ai figli prevede l’applicazione del principio inquisitorio illimitato (DTF 120 II 231 consid. 1c, 119 II 203 con-
sid. 1), non induce a una conclusione diversa. Il principio inqui-sitorio è destinato infatti, e anzitutto, a salvaguardare gli interessi del minorenne, non del genitore. Trattandosi di fissare contributi di mantenimento, mera questione pecuniaria, l’inter-vento del giudice a tutela del genitore è limitato al caso – estraneo alla fattispecie odierna – in cui il contributo offerto al figlio sia manifestamente eccessivo o sproporzionato (DTF inedita dell’11 marzo 1993 in re C., consid. 2b).
È vero che, a prescindere da quanto dispone il diritto federale, l’art. 420 cpv. 1 CPC abilita questa Camera ad assumere documenti anche di propria iniziativa. Se non che, tale facoltà si riferisce a mezzi probatori che riguardano la situazione al momento in cui il Pretore ha giudicato, non a documenti che attestano uno stato di fatto susseguente (
Cocchi/Trezzini
, CPC annotato, Lugano 1993, n. 9 ad art. 420 CPC). Giudicasse direttamente questa Camera tenendo conto di situazioni nuove, che il Pretore non poteva conoscere, le parti si vedrebbero sottrarre un grado di giurisdizione e privare di una possibilità di ricorso. Nuovi fatti e mezzi di prova consentono se mai di intentare un’altra azione di modifica. Non possono, ad ogni modo, essere considerati ammissibili in questa sede.
2.
Il Pretore ha respinto la petizione con l’argomento che l’attore non può – da un lato – invocare un peggioramento delle proprie condizioni economiche e limitarsi – dall’altro – a esercitare un’ “attività deficitaria” (quella di pittore e scultore), non più sufficiente ad assicurargli le risorse necessarie per onorare gli impegni dopo il divorzio. A mente del primo giudice inoltre l’attore non ha lontanamente dimostrato la pretesa indigenza e nemmeno ha reso verosimile di avere cercato un posto di lavoro regolarmente rimunerato. Quanto all’ex moglie, in serie ristrettezze finanziarie, non può sicuramente esigersi ch’essa cominci un’ attività lucrativa a 56 anni compiuti, tanto meno se si pensa alle sue malferme condizioni di salute. Ne discende che una modifica della sentenza di divorzio non può, secondo il Pretore, entrare in linea di conto.
3.
Giusta l’art. 153 cpv. 2 CC il coniuge obbligato a fornire una rendita per alimenti all’altro coniuge può domandare di esserne liberato – o che la rendita sia ridotta – quando il bisogno più non esista o sia sensibilmente diminuito, come pure quando le condizioni economiche del debitore più non corrispondano all’entità della rendita. Poco importa che la rendita sia dovuta per sentenza o per convenzione omologata dal giudice: decisivo è che dal profilo economico le circostanze siano cambiate in modo ragguardevole e – secondo le normali previsioni – duraturo rispetto all’epoca in cui la rendita è stata fissata (
Bühler/Spühler
in: Berner Kommentar, 3a edizione, nota 51 segg. ad art. 153 CC; DTF 117 II 361 consid. 3).
Il contributo di mantenimento dovuto dal genitore non affidatario al figlio minorenne (art. 156 cpv. 2, 276 cpv. 2 e 277 CC) può, a sua volta, essere ridotto in applicazione dell’art. 157 CC. Come nel caso dell’art. 153 cpv. 2 CC, la modifica della sentenza di divorzio è possibile solo ove sussistano fatti nuovi, rilevanti e duraturi che impongano una regolamentazione diversa (DTF 120 II 178 consid. 3a). Il problema di sapere in che misura un mutamento ragguardevole, imprevisto e duraturo delle circostanze giustifichi la soppressione – o la riduzione – di una rendita all’ex coniuge o ai figli è, comunque sia, una questione di equità (
Hinderling/Steck
, Das schweizerische Ehescheidungsrecht, Zurigo 1995, pag. 363). Esso presuppone un raffronto tra la situazione economica delle parti al momento in cui è stata emanata la sentenza di divorzio (rispettivamente l’epoca in cui è stata firmata la convenzione sulle conseguenze accessorie) e la situazione che risulta dal fascicolo processuale dell’azione di modifica.
4.
Nel 1980, al momento del divorzio, l’appellante lavorava per uno studio di ingegneria con uno stipendio di fr. 3000.– mensili (doc. 2, pag. 10). Dopo il fallimento di tale studio, nel novembre del 1981 egli ha trovato un impiego presso la ditta _ _ con una retribuzione più o meno equivalente (doc. 2, loc. cit.). L’inserto processuale non dà alcun ragguaglio sull’evoluzione del reddito nel corso di tale decennio, salvo attestare un aumento di fr. 500.– mensili nel 1986 (doc. E). La _ _ è poi stata posta in liquidazione nel gennaio 1992 (doc. AA). In seguito – non si sa quando – l’appellante ha stipulato un contratto di agenzia con la società per azioni _ di _ _ (_), contratto disdetto dalla società medesima il 28 aprile 1994 (doc. Z). Si ignora quale fosse il guadagno derivante da tale collaborazione. L’appellante sostiene, da parte sua, che dal 1993 egli vive unicamente con il ricavo dalla vendita delle proprie opere (quadri e sculture). Non è dato di sapere però a quanto ammonti tale provento. Il fascicolo processuale non dà indicazioni nemmeno sul reddito conseguito dall’appellante negli ultimi anni. I documenti denotano, invero, un accumulo rilevante di debiti verso l’Ufficio cantonale di assistenza sociale proprio per i contributi arretrati a favore dell’ex moglie e della figlia (doc. F–R), come pure ritardi nel pagamento delle imposte (doc. S), ma nulla dicono sull’entità delle entrate. Invano si cercherebbe nell’incarto una dichiarazione fiscale, una notifica di tassazione, un minimo di contabilità, un dato concreto qualsiasi che permetta di raffrontare con qualche conoscenza di causa l’attuale situazione finanziaria dell’attore a quella del 1980 (l’attore sembra restio, in realtà, a fornire informazioni anche all’autorità fiscale: doc. S6). Eppure l’appellante era stato sollecitato dalla convenuta stessa, sia nella risposta sia nella replica, a documentare compiutamente le proprie condizioni economiche, in ossequio all’onere probatorio che gli incombeva (il diritto federale non impone l’applicazione del principio inquisitorio al riguardo:
Bühler/Spühler,
op. cit., note 54 e 87 ad art. 153 CC). Si aggiunga che gli atti del processo non consentono nemmeno un paragone per quanto riguarda i fabbisogni minimi: quali fossero, in effetti, le uscite mensili dell’attore nel 1980 non solo non è stato dimostrato, ma neppure è stato allegato.
5.
L’appellante si duole del fatto che il Pretore gli ha rimproverato di avere trascurato la ricerca di un impiego “normale” (sentenza, pag. 3), quasi ch’egli esercitasse un’attività anormale o limitata. In realtà l’appellante tenta di equivocare. Il Pretore ha addotto semplicemente che l’attore non può permettersi di svolgere – quanto meno a tempo pieno – un’attività artistica indipendente se questa non gli consente poi di mantenere gli impegni finanziari assunti verso l’ex moglie e la figlia. Certo, l’appellante asserisce di non avere alcun titolo di studio e di avere anche “insi-stentemente cercato un nuovo posto di lavoro senza trovarlo”. Dalla sua biografia risulta però ch’egli è diplomato in meccanica di precisione e conosce a fondo il settore industriale della metalmeccanica, anche per essersi specializzato in ingegneria meccanica (doc. 6, pag. 3). Quanto all’“insistente” ricerca di un lavoro, l’appellante afferma molto e dimostra poco, anzi nulla, ove appena si consideri ch’egli non si è mai annunciato nemmeno all’assicurazione disoccupazione, ciò che avrebbe permesso – se non altro – di verificare i suoi sforzi (appello, pag. 5 in alto e pag. 8). Non si può sicuramente affermare, in condizioni del genere, che l’attore abbia dimostrato di avere fatto quanto si poteva ragionevolmente esigere da lui per evitare una riduzione del proprio reddito.
6.
Sostiene l’appellante che, sia come sia, il Pretore avrebbe dovuto approfondire la situazione dell’ex moglie, la quale “dal 1980 ad oggi non ha mai cercato di lavorare ancorché non sia stata in grado di provare uno stato di salute che glielo impedisca”; oltre a ciò, l’indigenza della convenuta sarebbe confermata solo dalla testimonianza dei figli, “chiaramente di parte” (appello, pag. 8).
Ora, per quel che è dell’indigenza, si evince dagli atti che l’unico reddito dell’ex moglie è costituito dal contributo erogato dall’Uf-ficio cantonale di assistenza sociale, che copre il solo minimo di esistenza. Qualora la beneficiaria ottenesse una rendita di invalidità, l’Ufficio ha già preannunciato inoltre che compenserebbe il totale dell’arretrato AI con le prestazioni assistenziali già stanziate. Anche l’eventuale rendita completiva AI per la figlia sarebbe trattenuta dall’Ufficio in deduzione del debito accumulato dall’appellante per l’anticipo degli alimenti, sicché la figlia riceverebbe solo la differenza mensile tra l’importo stabilito nella sentenza di divorzio e l’ammontare della rendita completiva (testimonianza _, verbale del 9 maggio 1995, pag. 6). Ci si può domandare, certo, se una simile compensazione sia giuridicamente ammissibile (si confronti l’art. 19 lett. e della legge sull’assistenza sociale, RL 6.4.11.1;
Hegnauer
, Grundriss des Kindesrechts, 4a edizione, pag. 163 n. 23.15; Alimentenbevorschussung – Verrechnung, in: RDT 44/1989 pag. 72). Resta il fatto che l’indigenza della convenuta, confermata senza ambagi dai tre figli (verbale del 9 maggio 1995, pag. 4 e 5), non può seriamente essere revocata in dubbio.
Per quanto concerne la capacità lucrativa dell’ex moglie, l’appel-lo non è destinato a miglior sorte. All’epoca del divorzio la convenuta aveva 43 anni, la figlia Claudia 13 e Giorgia 4. Secondo giurisprudenza il genitore affidatario può essere tenuto a intraprendere un’attività lucrativa a tempo parziale solo quando il figlio cadetto ha compiuto il decimo anno di età (DTF 115 II 10 consid. 3c in fine). In concreto l’ex moglie poteva essere obbligata a cercare lavoro, quindi, nel 1986 al più presto. Se non che, a quel momento essa aveva già 49 anni. Secondo la citata giurisprudenza, nel caso in cui un matrimonio sia durato a lungo (in concreto: 15 anni), si può pretendere da una casalinga un reinserimento professionale soltanto ove questa abbia meno di 45 anni e le sue condizioni di salute non siano di ostacolo (DTF 115 II 11 consid. 5a). Al momento in cui il Pretore ha statuito la convenuta – apparentemente senza alcuna formazione professionale – aveva 58 anni (non 56, come figura a pag. 4 nella sentenza impugnata) e versava in precarie condizioni di salute, tanto che nel 1993 aveva postulato una rendita di invalidità (domanda tuttora pendente: testimonianza _, verbale del 9 maggio 1995, pag. 2). Ciò posto, non si può sicuramente concludere che alla convenuta rimanesse un’apprezzabile capacità lucrativa.
6.
Giovi rilevare che nemmeno il nuovo matrimonio contratto dall’ attore – circostanza per altro non più invocata nell’appello – sarebbe idoneo a far modificare la sentenza di divorzio. L’attore che, prevalendosi di nuovi oneri familiari, insta per una riduzione di contributi alimentari fissati a suo carico in una sentenza di divorzio, deve dimostrare infatti ch’egli e il suo nuovo coniuge sfruttano già appieno le rispettive capacità di guadagno (
Bühler/Spühler,
op. cit., note 73 segg. ad art. 153 CC con richiami). Nella fattispecie l’attore non ha recato tale dimostrazione neppure per quanto riguarda sé stesso.
7.
Gli oneri del presente giudizio seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CPC).