Decision ID: 2ce86eab-39a0-5f13-97bc-5e123f83c42d
Year: 1996
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto: A. _
(1945) e _ (1949), cittadina indonesiana, si sono sposati a _ il _ 1985. Dalla loro unione non sono nati figli. La moglie ha un figlio, _ (1967), nato dal suo precedente matrimonio. I coniugi vivono separati dal febbraio del 1990, quando la moglie ha lasciato l’abitazione coniugale di _ e si è trasferita a _.
_ è impiegato presso le _ della città di _ (
_
); la moglie, già cantante e danzatrice di balli folcloristici indonesiani, lavora a tempo parziale dal 1986 per il negozio di prodotti alimentari _ a _.
B.
Il 4 aprile 1989 _ ha instato davanti al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 6, per il tentativo di conciliazione, decaduto infruttuoso il 16 giugno seguente. Il 23 ottobre 1989 _ ha presentato un’istanza di provvedimenti cautelari per ottenere un contributo alimentare di fr. 1000.– mensili. Con decreto del 23 marzo 1990 il Segretario assessore della Pretura del Distretto di Lugano ha fissato, in luogo e vece del Pretore, il contributo alimentare provvisionale in fr. 900.– mensili. Un appello interposto da _ contro tale decisione è stato respinto da questa Camera il 31 dicembre 1991 (I CCA _/_).
C.
Con petizione dell’8 febbraio 1990 _ ha postulato la pronuncia della separazione per tempo indeterminato, un contributo alimentare mensile di fr. 1000.– e l’attribuzione di determinati oggetti in proprietà. Quest’ultima rivendicazione è stata risolta già nell’ambito della procedura provvisionale (inc.
n. _/_, verbale del 9 febbraio 1990). Nella sua risposta del 26 aprile 1990 _ si è opposto alla petizione e in via riconvenzionale ha postulato egli stesso il divorzio, offrendo alla moglie un contributo alimentare di fr. 300.– mensili fino al termine dell’apprendistato (in ogni modo non oltre i 25 anni) del figlio. La moglie si è opposta alla riconvenzione, chiedendo subordinatamente che, qualora la domanda di divorzio fosse stata accolta, il marito fosse tenuto a versarle un contributo di fr. 1000.– mensili e un’indennità di fr. 50 000.– per la perdita di aspettative ereditarie e pensionistiche, riservata la modifica di quest’ultimo importo a dipendenza delle risultanze istruttorie.
D.
Esperita l’istruttoria, entrambe le parti hanno prodotto un memoriale conclusivo. Nel suo allegato del 28 ottobre 1994 _ ha ribadito la propria domanda di separazione e ha aumentato a fr. 1200.– mensili il contributo alimentare richiesto. Con riferimento alla riconvenzione, essa ha portato a
fr. 150 000.– l’importo per la perdita delle aspettative ereditarie e pensionistiche giusta l’art. 151 cpv. 2 CC; subordinatamente ha chiesto il versamento di fr. 1200.– mensili sulla base dell’art. 152 CC. Il dibattimento finale ha avuto luogo il 3 novembre 1994.
E.
Statuendo l’8 marzo 1995, il Pretore ha sciolto il matrimonio per divorzio e ha obbligato il marito a versare alla moglie un contributo alimentare indicizzato di fr. 700.– mensili sino al 31 marzo 1997, ridotti successivamente a fr. 250.– vita natural durante. Le spese, con una tassa di giustizia di fr. 3000.–, sono state poste a carico delle parti in ragione di metà ciascuno, compensate le ripetibili. _ è stata posta al beneficio dell’assi-stenza giudiziaria.
F.
Insorta contro la sentenza predetta con un appello del 29 marzo 1995, _ chiede che, riformato il giudizio del Pretore, l’azione di divorzio sia respinta e quella di separazione accolta. Subordinatamente, nell’ipotesi in cui fosse pronunciato il divorzio, essa postula un contributo indicizzato di fr.1200.– mensili a norma dell’art. 151 CC e un’indennità di fr. 150 000.– per perdita di aspettative pensionistiche ed ereditarie; in via ancora più subordinata essa chiede che le sia riconosciuta una rendita d’indigenza di fr. 1200.– mensili indicizzati (art. 152 CC). Contestualmente all’appello essa ha chiesto di essere ammessa al beneficio dell’assistenza giudiziaria.
Nelle sue osservazioni del 28 aprile 1995 _ _ propone di respingere l’appello e di confermare la sentenza impugnata.
G.
Il 12 giugno 1995 l’appellante ha reso noto a questa Camera di avere ricevuto disdetta dal contratto di lavoro per il 30 giugno 1995.

Considerando
in diritto: 1.
I documenti presentati per la prima volta in appello non sono ricevibili, l’art. 321 cpv. 1 lett. b CPC vietando di addurre fatti o mezzi di prova nuovi in seconda sede. Né questa Camera è abilitata ad acquisire nuovi documenti d’ufficio (
Cocchi/Trezzini
, Codice di procedura civile ticinese annotato, Lugano 1993, nota 9 ad art. 322 CPC), se non a norma dell’art. 420 CPC, sempre che tali documenti però attestino fatti esistenti al momento del giudizio (
Cocchi/Trezzini
, op. cit., nota 1 e 11 ad art. 420 CPC). In caso contrario, per vero, le parti si vedrebbero sottrarre un grado di giurisdizione (
Cocchi/Trezzini
, op. cit., nota 9 ad art. 420 CPC). In concreto la disdetta dal contratto di lavoro è una circostanza successiva all’emanazione della sentenza impugnata. Non può quindi essere considerata ai fini del giudizio.
2.
Il Pretore, accertata l’esistenza di un grave e irrimediabile
dissidio fra le parti, ha escluso una colpa preponderante del marito nella disunione e ha pronunciato il divorzio in virtù dell’art. 142 cpv. 1 CC, respingendo l’azione di separazione promossa dalla moglie, divenuta priva d’oggetto. L’appellante censura tale conclusione e postula nuovamente la separazione per tempo indeterminato, addebitando al marito l’intera responsabilità nel fallimento dell’unione coniugale. Essa sostiene – in sintesi – che già poco dopo la celebrazione del matrimonio il coniuge avrebbe cominciato a mostrare segni d’intolleranza, ad assentarsi con frequenza da casa, a insultarla, a picchiarla, per poi giungere infine a cacciarla.
3.
Secondo l’art. 142 CC ognuno dei coniugi può domandare il divorzio quando le relazioni coniugali siano così profondamente turbate e scosse che non si possa ragionevolmente esigere da essi la continuazione dell’unione coniugale (cpv. 1); se tale stato dipende da colpa preponderante di uno dei coniugi, il divorzio può essere domandato soltanto dall’altro (cpv. 2). Per colpa
preponderante
si intende un comportamento colpevole che sia più grave di tutti gli ulteriori elementi di dissidio, ovvero che superi per causalità le eventuali colpe dell’altro coniuge cumulate ai fattori oggettivi di disunione (
Bühler/Spühler
in: Berner Kommentar, 3a edizione, n. 120 e 122 ad art. 142 CC con numerosi richiami di dottrina e giurisprudenza;
Deschenaux/Tercier/ Werro
, Le mariage et le divorce, 4a edizione, n. 622 pag. 124; si veda anche
Hinderling/Steck
, Das schweizerische Ehescheidungsrecht, Zurigo 1995, pag. 60 segg.).
4.
È indubbio che nella fattispecie le relazioni coniugali sono profondamente turbate, tant’è che l’appellante stessa ha postulato la separazione. Litigiosa è la responsabilità nella disunione.
Mentre la moglie ritiene che tale responsabilità debba essere attribuita interamente al marito, il Pretore ha ritenuto che il grave dissidio esistente fra i coniugi è dovuto a fattori oggettivi da “ri-cercare
in primis
in due caratteri e concezioni di vita poco compatibili, che hanno ingenerato litigi sempre più frequenti fino a divenire insopportabili” (sentenza, pag. 3). Ora, per assurgere a fattore oggettivo di disunione l’incompatibilità di carattere deve essere tale da precludere ogni seria possibilità di intesa tra i coniugi. L’incompatibilità da sola ancora non basta a giustificare un profondo dissidio, giacché i coniugi devono far prova entrambi di buona volontà, pazienza, indulgenza e sacrificio per comporre i dissidi; se le divergenze sono dovute a un fatto di carattere, ogni coniuge deve devono fare il possibile per moderarsi, adattarsi all’altro e non acuire i dissapori (DTF 116 II 15; Rep. 1992 pag. 240;
Bühler/Spühler
, op. cit., nota 54 ad art. 142 CC). Non intraprendere sforzi sufficienti significa venire meno ai doveri del matrimonio. Naturalmente la situazione va giudicata di caso in caso: trattandosi di coniugi non più giovani, per esempio, un eventuale comportamento colpevole è da apprezzare meno restrittivamente poiché essi hanno – per comune esperienza – minore capacità di adattamento (
Bühler/Spühler
, op. cit., nota 55 ad art. 142 CC).
5.
In concreto l’istruttoria non ha fornito molti ragguagli e non ha consentito di appurare la veridicità dei rimproveri che i coniugi si sono vicendevolmente rivolti. Per quanto riguarda l’appellante, in particolare, giova premettere che quasi tutti i testimoni si sono limitati a riportare – come ha rilevato il Pretore – quanto essa medesima aveva loro riferito, ciò che rende simili deposizioni di scarso credito (
Cocchi/Trezzini
, op. cit., nota 1 ad 236 CPC). L’appellante sostiene in primo luogo di essere stata trascurata dal marito, spesso assente la sera e durante i fine settimana perché dedito alla caccia. Tutto quanto risulta dagli atti però è che in famiglia si verificavano frequenti litigi, anche per motivi futili (deposizioni _ e _) e che la moglie si lamentava di un “mutato comportamento” del marito (deposizione _ _ e _), ma non è dato di sapere a quali atteggiamenti si riferissero tali doglianze, salvo in un caso (dove – sembra – la moglie sia stata percossa: deposizione _). È vero che, secondo il figlio dell’appellante, il convenuto si assentava spesso da casa, tuttavia si ignora il motivo di tali assenze: non si sa, in specie, se fossero dovute alla passione per la caccia o alla volontà di evitare le quotidiane discussioni con la moglie (deposizione _). Passione che, del resto, nemmeno potrebbe definirsi colposa. Pare infatti che, dopo il matrimonio, il marito abbia praticamente abbandonato ogni attività fuori del mondo lavorativo o strettamente familiare, nel senso che egli viveva del dualismo casa-lavoro. Ritenendo tale situazione pregiudizievole per la sua salute psicofisica, già tendente alla depressione, il suo medico si era adoperato per indirizzarlo verso una diversificazione dell’attività giornaliera (deposizione dott. _). Non si può quindi ragionevolmente sostenere che il marito non abbia tentato, perlomeno nei primi anni di matrimonio, di adattare il proprio modo di vita alle esigenze della moglie. Del resto i periodi della caccia sono notoriamente limitati durante l’anno e non consta che, al di fuori di tali periodi, il marito si sia mai disimpegnato dalla famiglia.
6.
Dall’istruttoria si evince, per contro, che durante l’anno precedente l’introduzione della causa i rapporti coniugali si sono progressivamente deteriorati fino a culminare in discussioni quotidiane e nell’abitudine del marito di rincasare tardi (deposizione _). La tensione fra i coniugi ha raggiunto l’apice il 23 febbraio 1989 quando, in occasione di un ennesimo litigio, il marito ha schiaffeggiato la moglie, che impugnava una pistola. Tale episodio è ammesso – nella sostanza – da entrambi i coniugi. L’appellante lascia intendere che questo non sarebbe stato l’unico episodio violento, ma null’altro emerge dagli atti. Al contrario: i testimoni hanno riferito di essere venuti a conoscenza di un solo un episodio di violenza (deposizioni _, _ e _). L’asserita indole violenta dell’appellato è stata smentita, per altro, dalla deposizione della prima moglie, la quale ha definito l’appellato “un tipo tranquillo, fin troppo”, che si è sempre comportato correttamente e civilmente, anche quando la loro unione era già in crisi a causa di una sua relazione con un altro uomo (testimonianza _ _ _). Il medico curante del marito ha inoltre riferito che questi tende a rivolgere eventuali atteggiamenti aggressivi più verso sé stesso che verso gli altri (deposizione dott. _). Persino il figlio dell’appellante, che ha vissuto con i coniugi dal dicembre 1987 al maggio 1989, ha ricordato numerose e animate discussioni, ma nessuna scena di violenza, salvo quella già citata. Tutti i testimoni, per finire, hanno riferito unicamente di quanto accaduto il 23 febbraio 1989. Si rammenti che il marito ha introdotto l’istanza per il tentativo di conciliazione il 4 aprile seguente. L’episodio sopra descritto si configura quindi come il punto estremo del livello di tensione ed esasperazione raggiunto dai coniugi. Il fatto che ognuno di essi abbia chiesto poi l’aiuto e il sostegno di un medico dimostra come entrambe le parti abbiano profondamente sofferto il naufragio coniugale (deposizioni dott. _ e _).
Certo, il marito ha ecceduto quando, alla fine di febbraio 1989, durante un ricovero in clinica della moglie, ha tentato di indurre il di lei figlio a locare un appartamento e, vista fallire questa sua iniziativa, ha cambiato la serratura della porta di casa, costringendo la moglie ad attendere quotidianamente il suo rientro dal lavoro in casa di parenti e amici (deposizione _ _, _ _). Tuttavia simile comportamento, seppur riprovevole, non può essere ritenuto la causa del dissidio coniugale; è, se mai, una delle sue più evidenti conseguenze.
7.
Nell’appello, come già in sede di conclusioni, la moglie tenta di fondare la colpa del marito sull’art. 138 CC, che concede a un coniuge il diritto di domandare il divorzio quando l’altro ha insidiato alla sua vita, lo ha gravemente maltrattato o gli ha recato un’offesa grave nell’onore. L’argomento cade nel vuoto già per il fatto che dall’istruttoria non è emerso alcun elemento a sostegno di siffatta tesi. Le affermazioni contenute nei memoriali e riprese nell’appello (pag. 7) sono senz’altro infelici (oltre che inutilmente polemiche), ma non configurano ancora una grave ingiuria nell’accezione dell’art. 138 CC (
Deschenaux/Tercier/ Werro
, op. cit., pag. 116 n. 572).
In definitiva, quindi, l’istruttoria non permette di ravvisare una colpa preponderante del marito e a ragione il Pretore ha respinto l’opposizione della moglie, pronunciando il divorzio. L’appello è, su questo punto, sprovvisto di buon fondamento.
8.
Il Pretore ha fissato il contributo a favore della moglie giusta l’art. 152 CC in fr. 700.– mensili fino al 31 marzo 1997, ridotti successivamente a fr. 250.– vita natural durante. L’appellante, che ritiene il marito colpevole, postula la concessione di un contributo mensile di fr. 1200.– indicizzati (art. 151 cpv. 1 CC) e di un’indennità di fr. 150’000.– per perdita di aspettative pensionistiche ed ereditarie (art. 151 cpv. 2 CC).
a)
L’art. 151 cpv. 1 CC dispone che se in conseguenza del divorzio rimangono pregiudicati i diritti patrimoniali o le aspettative di un coniuge innocente, il coniuge colpevole gli deve corrispondere un’equa indennità. Se le circostanze che hanno determinato il divorzio sono di grave pregiudizio alle relazioni personali del coniuge innocente, gli può essere inoltre aggiudicata un’indennità pecuniaria a titolo di riparazione morale (art. 151 cpv. 2 CC). Non ricorrendo i presupposti dell’art. 151 CC, l’art. 152 CC prevede che quando in conseguenza del divorzio un coniuge innocente si trovi in grave ristrettezza, l’altro coniuge, ancorché non colpevole, può essere obbligato a erogargli una pensione alimentare commisurata alle di lui condizioni economiche.
b)
L’obbligo di corrispondere un’equa indennità secondo l’art. 151 cpv. 1 CC presuppone – come detto – una colpa del coniuge debitore; questa non deve necessariamente essere grave o preponderante, ma dev’essere
causale
per la disunione (
Hinderling/Steck
, op. cit., pag. 273 con numerosi riferimenti di dottrina e giurisprudenza). La gravità della colpa influisce per converso sull’entità della somma, ovvero sull’ammontare dell’indennizzo (
Bühler/Spühler
, op. cit., Ergänzungsband 1991, n. 35 ad art. 151 CC con richiami), che è determinato in ogni modo a termini di equità e non solo di diritto (
Hinderling/Steck,
op. cit., pag. 314 in alto).
c)
In concreto si è già escluso che al marito possa essere addebitata una colpa preponderante. Tutt’al più gli può essere imputata una colpa, ma a prescindere dalla questione di sapere se ciò sia il caso, questa non può definirsi causale. È vero che per essere causale un comportamento colpevole non deve rappresentare per forza la sola e unica causa della turbativa: basta che, insieme con altri fattori oggettivi (non esclusa una lieve colpa della controparte), esso abbia contribuito a disgregare l’unione (
Hinderling/Steck
, op. cit., pag. 273 con rinvii). La causalità non è comunque data se la colpa non ha avuto effetti sull’unione coniugale, ad esempio se essa è stata commessa quando l’unione coniugale era già distrutta (DTF 98 II 339). Nella fattispecie si è già rilevato che il marito, come la moglie, ha inizialmente tentato di salvare l’unione coniugale. Solo nel periodo immediatamente prima della separazione il suo comportamento è divenuto scorretto, tuttavia esso non appare tanto una causa della disunione, quanto una manifestazione del profondo disagio insidiatosi fra i coniugi. Non soccorrono dunque le premesse per applicare l’art. 151 CC.
9.
Il diritto dell’appellante, coniuge innocente, di percepire una rendita d’indigenza giusta l’art. 152 CC non è contestato. Tale pensione garantisce non il tenore di vita che il coniuge beneficiario aveva durante il matrimonio (come l’art. 151 cpv. 1 CC) bensì il semplice fabbisogno minimo, che consiste – di regola – nel minimo esistenziale del diritto esecutivo maggiorato del 20% (DTF 121 III 49;
Hinderling/Steck,
op. cit., pag. 298 con numerosi rinvii;
Deschenaux/Tercier/Werro
, op. cit., pag. 152, n. 760 e segg.). L’ammontare della pensione mensile va determinato, comunque sia, a termini di equità e non solo di diritto.
a)
L’appellante critica l’ammontare del suo fabbisogno calcolato dal Pretore. Ora, il fabbisogno minimo va determinato – come detto – sulla scorta del minimo esistenziale del diritto esecutivo, cui vanno aggiunti gli oneri fiscali e le spese correnti, in particolare i premi delle cassa malati e delle assicurazioni domestiche (DTF 114 II 394 consid. 4b;
Perrin
, La méthode du minimum vital, in: SJ 115/1993 429). In concreto dev’essere rettificato in fr. 255.– il premio mensile della cassa malati riconosciuto dal Pretore, riconducibile a un chiaro errore di scritturazione (doc. Q).
b)
L’appellante chiede che nel suo fabbisogno si inserisca l’abbonamento mensile dell’Azienda comunale trasporti di Lugano (fr. 40.–). La spesa, ragionevole, ha giustificazioni professionali (tragitto casa-lavoro) e può essere riconosciuta (era già stata riconosciuta dal Segretario assessore, per altro, in via cautelare con decreto del 23 marzo 1990, pag. 4). Non può essere considerato invece l’importo di fr. 220.– per radio, TV e telefono, già compresi nel minimo vitale (si veda la tabella dei minimi di esistenza agli effetti del diritto esecutivo in: Rep. 1993 pag. 265).
c)
L’appellante chiede inoltre che venga incluso nel calcolo del suo fabbisogno minimo il contributo mensile di fr. 200.– che essa versa al figlio. A prescindere dal fatto però che il dovere di assistenza di un patrigno è sussidiario rispetto a quello del padre biologico (DTF 120 II 287 consid. 2b), l’appellante nemmeno dimostra di essere tenuta a contribuire per legge al mantenimento del figlio maggiorenne. Mal si comprende perché dovrebbe esservi tenuto l’appellato. Oltre a ciò, il figlio maggiorenne sembra aver intrapreso una nuova formazione (dopo aver conseguito il diploma di _, egli ha iniziato a frequentare la Scuola di _ a _), che non dà diritto all’applicazione dell’art. 277 cpv. 2 CC (
Hegnauer
, Grundriss des Kindesrechts, Berna 1994, nota 20.24 seg.;
Forni
, Die Unterhaltspflicht der Eltern nach der Mündigkeit des Kindes in der bundesgerichtlichen Recht-sprechung, in: ZBJV 1996 436 segg.). La pretesa dell’appel-lante deve perciò essere respinta.
d)
L’appellante contesta l’importo di fr. 120.– ammesso dal Pretore a titolo di spese varie e imposte, rilevando che già le sole imposte ammontano a circa fr. 200.– mensili. Esaminando la documentazione prodotta (doc. V e Z), la censura si rivela fondata. Appare adeguato pertanto aumentare tale importo a fr. 200.– mensili. Per quanto concerne i debiti, a prescindere dalla circostanza che tali spese non sembrano riferirsi all’ unione coniugale, l’appellante non chiede nulla in proposito (cfr. tabelle del fabbisogno, pag. 11), ragione per cui non occorre esaminare oltre la questione.
e)
Il fabbisogno della moglie risulta pertanto il seguente:
fr. 1025.–– minimo vitale
fr. 672.50 locazione
fr. 255.–– cassa malati
fr. 40.— spese di trasferta
fr. 200.–– imposte
fr. 2192.50
Aggiungendo il 20%, si ottiene un fabbisogno complessivo di fr. 2631.–.
10.
Sulla scorta della documentazione agli atti il Pretore ha imputato all’appellante un reddito di fr. 1550.– mensili fino al marzo 1997, aumentato successivamente a fr. 2000.–. A suo avviso l’appel-lante non sfrutta interamente, oggi, la sua potenzialità lucrativa, di modo che appare legittimo imporle un’attività a tempo pieno entro il mese di aprile 1997. L’appellante contesta il reddito potenziale valutato dal primo giudice e sostiene che non le può essere richiesta, data la carente formazione professionale, l’età e le condizioni di salute, un’attività lavorativa superiore a quella attuale, all’80%, che le procura un guadagno mensile di fr. 1500.–.
a)
Secondo giurisprudenza, il coniuge che non ha esercitato un’attività lucrativa durante il matrimonio non può, di regola, essere costretto a intraprendere un’attività rimunerata se, al momento della pronuncia del divorzio, ha raggiunto l’età di 45 anni (DTF 115 II 6 consid. 3 e 5; SJ 116/1994 pag. 91). Nella fattispecie l’appellante aveva bensì, al momento in cui ha statuito il Pretore, 46 anni, ma ciò anche perché il processo era durato cinque anni. A quel momento inoltre essa lavorava già all’80% per il negozio _ di _. Se non può esserle imposta quindi – come ritiene il Pretore – un’attività integrativa di altro genere, si può nondimeno pretendere ch’essa estenda al 100% l’attività già svolta e che guadagni così attorno ai fr. 1940.– mensili. Certo, essa ha una scarsa formazione professionale, ma ciò non le impediva di guadagnare, già nel 1990, fr. 1893.– mensili presso il medesimo datore di lavoro (decreto cautelare del 23 marzo 1990, già citato). Le sue condizioni di salute non risultano precarie al punto da impedirle oggi tale sforzo (doc. BB). La congiuntura attuale impone nondimeno di dilazionare il termine fissato dal Pretore (31 marzo 1997) al 31 dicembre 1997, in modo che l’appellante possa avere il tempo di adeguarsi.
b)
Rimarrebbe da determinare il fabbisogno minimo – aumentato a sua volta del 20% – che l’appellato ha il diritto di conservare per sé (DTF 118 II 97 consid. 4b.aa;
Geiser,
ZBJV 129/1993, pag. 353). Ma a parte il fatto che nessun dato recente si evince dagli atti, l’esame della questione appare superfluo. Nelle sue osservazioni all’appello il marito non pretende infatti che con un reddito mensile di fr. 5000.– netti (sentenza impugnata, pag. 6 in basso) egli non sia in grado di erogare fr. 1080.– mensili all’ appellante fino al 31 dicembre 1997 e fr. 700.– in seguito. Resta ovviamente riservata la facoltà, per l’appellato, di postulare la riduzione della rendita qualora risultassero adempiute le condizioni dell’art. 153 cpv. 2 CC.
11.
L’esito dell’appello comporta la parziale modifica della decisione impugnata; tuttavia ciò non implica una modifica della ripartizione delle spese e ripetibili di prima sede; la moglie, infatti, risulta soccombente in merito alla domanda di separazione, mentre il marito si vede respingere la sua offerta relativa al contributo alimentare.
Gli oneri processuali di questa sede seguono la reciproca soccombenza (art. 148 cpv. 2 CC), come in prima sede. La domanda di ammissione al beneficio dell’assistenza giudiziaria formulata dall’appellante può essere accolta, visto il parziale esito favorevole del gravame e lo stato d’indigenza in cui essa versa (art. 155 CPC).