Decision ID: f6f4b448-0a88-586e-8d25-5485cde39f0a
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Visto:
la domanda d’asilo che l’interessata ha presentato in Svizzera 13 luglio
2020,
i verbali relativi al rilevamento delle generalità del 17 luglio 2020 (atto SEM
11/12), al colloquio Dublino del 24 luglio 2020 (atto SEM 14/2) ed
all’audizione sui fatti del 14 agosto 2020 (atto SEM 23/13),
il progetto di decisione del 18 agosto 2020 (atto SEM 26/6) ed il contestuale
parere della rappresentante legale del 19 agosto 2020 (atto SEM 28/9),
la decisione della SEM del 20 agosto 2020 (notificata il giorno medesimo;
atto 30/1) e per il cui tramite detta autorità ha respinto la domanda d’asilo
dell’interessata pronunciando nel contempo il suo allontanamento dalla
Svizzera, salvo ammetterla provvisoriamente per causa d’inesigibilità,
il ricorso del 21 settembre 2020 (cfr. timbro del plico raccomandato; data
d’entrata: 22 settembre 2020) con contestuale istanza di concessione
dell’assistenza giudiziaria nel senso dell’esenzione dal versamento delle
spese processuali e del relativo anticipo,
la decisione incidentale del Tribunale amministrativo federale (di seguito: il
Tribunale) del 24 settembre 2020 che respingeva la domanda di assistenza
giudiziaria invitando nel contempo l’insorgente a versare un anticipo a
copertura delle presunte spese processuali,
il tempestivo deposito della somma richiesta,
i fatti del caso di specie che se necessario verranno ripresi nei
considerandi,

e considerato:
che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla
LTF, in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti
(art. 6 LAsi),
che fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in
virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5
PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF,
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che la SEM rientra tra dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 PA,
che la ricorrente è toccata dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA), per il che è legittimata ad aggravarsi contro di
essa,
che i requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi e art. 10
dell’Ordinanza sui provvedimenti nel settore dell’asilo in relazione al
coronavirus [RS 142.318]), alla forma e al contenuto dell’atto di ricorso (art.
52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti,
che occorre pertanto entrare nel merito del gravame,
che con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la
violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi),
che il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né
dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle
argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2),
che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono,
sono decisi dal giudice in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un
secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è motivata soltanto
sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi),
che ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, si rinuncia allo scambio degli scritti,
che la richiedente, cittadina siriana originaria di Qamishli, ha affermato di
aver conosciuto colui che sarebbe divenuto suo marito su di un noto social
network; che questi la avrebbe dipoi chiesta in sposa a suo padre, cosa
che avrebbe permesso, nel 2017, il matrimonio ed il successivo
trasferimento della coppia a (...) (Iraq), luogo d’origine del coniuge; che
una volta stabilitasi nel paese limitrofo, la richiedente si sarebbe resa conto
delle reali intenzioni del marito, il quale intendeva sfruttarla
economicamente e non avrebbe esitato ad umiliarla imponendole di
giacere con dei suoi amici, il tutto con la complicità della suocera; che non
sarebbero mancati gli episodi di violenza; che l’interessata avrebbe quindi
chiesto al congiunto di poter divorziare, ma questi avrebbe subordinato la
sua condiscendenza al benestare di suo padre; che non avendo la
richiedente esposto la gravità della situazione al genitore, e meglio
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essendosi limitata – per vergogna e timore che la sua confessione potesse
ingenerare un delitto d’onore a danno del coniuge persecutore – ad
informalo del fatto che non andava più d’accordo con il marito, questi non
avrebbe però dato il suo assenso, asserendo che i motivi erano insufficienti
per una separazione; che la ricorrente avrebbe quindi deciso di darsi alla
fuga riparando nel Kurdistan iracheno sotto falso nome, ove avrebbe
conosciuto e sposato religiosamente un altro uomo; che proprio
quest’ultimo, a circa due anni di distanza dall’abbandono del domicilio
coniugale, la avrebbe informata che tre uomini si sarebbero recati presso
il suo luogo di lavoro, chiedendo di lei utilizzando il suo nome reale; che
grazie ad un contatto telefonico con la sorella, l’insorgente avrebbe
appreso che i suoi famigliari si sarebbero messi sulle sue tracce
unitamente al marito con lo scopo di consegnarla al genitore che la
avrebbe voluta uccidere per via del disonore causato alla famiglia (cfr. atto
23/13, pag. 3 e seg.),
che essendo stata la ricorrente posta al beneficio dell’ammissione
provvisoria per inesigibilità dell’esecuzione dell’allontanamento e non
avendo ella censurato la pronuncia dell’allontanamento, oggetto del litigio
risulta essere esclusivamente la questione del riconoscimento dello statuto
di rifugiato e della concessione dell’asilo (cfr. KÖLZ/HÄNER/BERTSCHI,
Verwaltungsverfahren und Verwaltungsrechtspflege des Bundes, 3a
ed. 2013, pag. 298),
che la Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le
disposizioni della LAsi (art. 2 LAsi); che l’asilo comprende la protezione e
lo statuto accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di
rifugiato; che esso include il diritto di risiedere in Svizzera,
che giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiati le persone che, nel Paese di
origine o di ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della
loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo
sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di
essere esposte a tali pregiudizi; che sono pregiudizi seri segnatamente
l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché
le misure che comportano una pressione psichica insopportabile; che
occorre altresì tenere conto dei motivi di fuga specifici della condizione
femminile (art. 3 cpv. 2 LAsi);
che nella querelata decisione, l’autorità inferiore ha ritenuto integralmente
irrilevanti ai fini dell’asilo i fatti esposti dall’insorgente, in particolare in
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quanto quest’ultima non potrebbe avvalersi del timore che il padre la voglia
uccidere,
che con il ricorso, l’interessata, si oppone a tale valutazione; che l’autorità
inferiore avrebbe misconosciuto l’esistenza di una persecuzione legata al
genere; che la ricorrente non avrebbe avuto modo di ottenere il divorzio dal
primo marito; che la SEM avrebbe presupposto un comportamento che non
poteva essere ragionevolmente esatto da quest’ultima, omettendo nel
contempo un esame accurato circa l’esistenza di un’alternativa di
protezione efficace; che la patrocinatrice dell’insorgente illustra poi le
diverse modalità per ottenere un divorzio secondo la legislazione siriana,
precisando che nessuna delle opzioni sarebbe stata praticabile visto il
rifiuto del marito e del padre nonché in considerazione dell’impossibilità a
provare i maltrattamenti; che la Segreteria di Stato avrebbe altresì
apprezzato in modo errato i fatti rilevanti in relazione al crimine d’onore;
che la sicurezza trovata nel Kurdistan iracheno non sarebbe durata a lungo
visto che le informazioni fornite dalla sorella indicherebbero senza ombra
di dubbio che ella sarebbe stata localizzata dai suoi famigliari; che la
legislazione siriana prevedrebbe sanzioni lievi o addirittura legittimerebbe i
crimini d’onore commessi nei confronti di donne che tentano di sottrarsi al
matrimonio forzato; che la pratica sarebbe d’altro canto aumentata a
seguito del conflitto civile in essere; che con la fuga a Erbil la ricorrente
avrebbe peggiorato la sua posizione; che nemmeno si potrebbero
escludere atti pregiudizievoli nei confronti del marito qualora la sua famiglia
venisse a conoscenza degli abusi a cui era sottoposta durante il
matrimonio,
che in maniera del tutto generale, va osservato che la concessione
dell’asilo non è intesa a compensare le ingiustizie del passato, ma bensì a
fornire protezione dalle future persecuzioni (cfr. tra le tante la sentenza del
Tribunale D-1030/2020 del 7 agosto 2020 consid. 7.1); che inoltre, perché
sia pertinente nella nozione di rifugiato, è necessario che la situazione di
persecuzione sia ancora attuale (cfr. tra le tante sentenza del Tribunale D-
6090/2019 del 5 maggio 2020 consid. 5.4),
che dipoi, v’è da rammentare che le condizioni per ammettere la qualità di
rifugiato sono da esaminare con il solo riferimento al Paese d’origine del
richiedente asilo (UNHCR, Guide des procédure et critères à appliquer
pour déterminer le statut des réfugiés au regard de la Convention de 1951
et du protocole 1967 relatifs au statut des réfugiés, 2011, pag. 20, n. 90),
di modo che, avvenimenti che hanno avuto luogo in paesi terzi, quale l’Iraq
nel caso in esame, quand’anche di indubbia ed intollerabile gravità, non
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risultano pertinenti (cfr. sentenza del Tribunale D-2054/2018 del 4 luglio
2018),
che alla luce di ciò e senza voler in alcun modo sminuire le pretese
sofferenze allegate all’insorgente, solo è da determinare se in concreto
possa o meno essere riconosciuto un fondato timore di esposizione a futuri
pregiudizi rilevanti per l’asilo nel caso di un ipotetico rientro in Siria, e
meglio, in quella che ad oggi è de facto l’amministrazione autonoma della
Siria del Nord-Est (Rojava),
che il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito all’art.
3 LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in rapporto
con la situazione reale, e un elemento soggettivo; che sarà quindi
riconosciuto come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente
riconoscibili da terzi (elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo)
d’essere esposto, in tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, ad una
persecuzione (cfr. DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5): che
sul piano soggettivo, deve essere tenuto conto degli antecedenti
dell’interessato, segnatamente dell’esistenza di persecuzioni anteriori,
nonché della sua appartenenza ad una razza, ad un gruppo religioso,
sociale o politico, che lo espongono maggiormente ad un fondato timore di
future persecuzioni; che infatti, colui che è già stato vittima di persecuzione
ha dei motivi oggettivi di avere un timore (soggettivo) di nuove persecuzioni
più fondato di colui che ne è l’oggetto per la prima volta (DTAF 2010/57
consid. 2.5 e relativi riferimenti); che sul piano oggettivo, tale timore deve
essere fondato su indizi concreti e sufficienti che facciano apparire, in un
futuro prossimo e secondo un’alta probabilità, l’avvento di seri pregiudizi ai
sensi dell’art. 3 LAsi; che non sono sufficienti, quindi, indizi che indicano
minacce di persecuzioni ipotetiche che potrebbero prodursi in un futuro più
o meno lontano (cfr. DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi riferimenti),
che in concreto ed alla luce degli atti all’inserto, i timori di cui la ricorrente
si avvale non si fondano però su di indizi concreti e sufficienti quanto al
fatto che i famigliari siano in procinto di sottoporla ad atti pregiudizievoli,
che in primis, lo stesso fatto che la ricorrente risulti tutt’ora in contatto con
la sorella nonostante abbia appreso da quest’ultima delle intenzioni del
padre non milita in favore dell’esistenza di un tale timore (cfr. atto 23/13,
D26, D29, D44),
che va dipoi rammentato come nel caso in esame gli atti pregiudizievoli di
cui l’insorgente si è avvalsa non siano le conseguenze di un’unione
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impostale dai genitori, bensì il frutto di una sua scelta pienamente libera, e
rispetto alla quale il padre era per di più inizialmente contrario (cfr. atto
23/13, D51),
che così, la posizione della SEM secondo la quale, a fronte di un quadro
completo sulla vicenda, il padre finirebbe per comprendere il suo
comportamento senza condannarla a tal punto da volerle causare
pregiudizi di un’intensità tale da risultare rilevanti per l’asilo, è condivisibile,
che ciò è del resto indirettamente confermato dalle stesse allegazioni
dell’insorgente, la quale ha dichiarato che se avesse rivelato i dettagli
dell’accaduto, sarebbe stato proprio l’ex marito e non lei a rischiare di
essere sottoposto a rappresaglie (cfr. cfr. atto 23/13, D49),
che in questo contesto, le argomentazioni della SEM circa il fatto che la
famiglia della richiedente l’asilo, che le ha tra le altre cose permesso di
sposare un uomo conosciuto su internet e di trasferirsi all’estero, non sia
così conservatrice come ella sembri voler far credere, non sono del tutto
inappropriate,
che la sorella medesima, non certo estranea a detto ambiente famigliare,
le ha invero e per sua stessa ammissione consigliato di affrontare
l’argomento con il padre, cosa che contribuisce a confermare la tesi quanto
all’esistenza di un probabile terreno d’intesa (cfr. atto 23/13, D44),
che su questi presupposti, il solo pudore a rendere conto dell’accaduto, per
quanto sentimento comprensibile vista la traumaticità degli eventi ed il
contesto socioculturale di appartenenza, non può precludere ogni tentativo
di riconciliazione con la famiglia e altrimenti giustificare la concessione
della protezione internazionale, avente carattere sussidiario, atteso in
particolare che un eventuale riavvicinamento escluderebbe con ogni
probabilità l’avvento di una persecuzione,
che in una tale eventualità, la famiglia potrà così fungere da riparo nei
confronti di eventuali azioni dell’ex marito, che nemmeno risiede nella
Rojava e non ha d’altro canto ad oggi causato alcun pregiudizio in tale
Paese all’insorgente, subordinando sempre la propria condotta al
benestare del padre della richiedente asilo,
che la ricorrente non può così avvalersi di un fondato timore di essere
esposta a pregiudizi rilevanti per l’asilo nell’eventualità astratta di un rientro
in patria,
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che pertanto, con la decisione impugnata la SEM non ha violato il diritto
federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non ha
accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
(art. 106 cpv. 1 LAsi), altresì, per quanto censurabile, la decisione non è
inadeguata (art. 49 PA),
che il ricorso va pertanto respinto,
che visto l’esito della procedura le spese processuali di CHF 750.– che
seguono la soccombenza sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1
e 5 PA nonché art. 3 lett. b del del regolamento sulle tasse e sulle spese
ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del
21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]) e prelevate sull’anticipo spese
di medesimo importo versato il 3 ottobre 2020,
che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF),
(dispositivo alla pagina seguente)
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il Tribunale amministrativo federale pronuncia:
1.
Il ricorso è respinto.
2.
Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico della ricorrente e
prelevate sull’anticipo spese di medesimo importo versato il 3 ottobre 2020.
3.
Questa sentenza è comunicata alla ricorrente, alla SEM e all’autorità
cantonale.
Il giudice unico: Il cancelliere:
Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli