Decision ID: 678cf433-aeb6-544b-b1e4-a1b2839319a2
Year: 2001
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto:
A.
Nel settembre 1994 _ ha sottoscritto un contratto (doc. Q), in forza del quale si impegnava a giocare per il _, società militante a quel tempo in prima divisione, per la durata di 4 anni. In base agli accordi, durante la stagione 1994/95 egli avrebbe percepito uno stipendio di fr. 2'500.-- mensili, mentre dalla stagione 1995/96, se il club fosse stato promosso in serie B, il suo stipendio annuo sarebbe stato di fr. 70'000.-- il primo anno, di fr. 100'000.-- il secondo e di fr. 110'000.-- il terzo.
B.
Il 15 giugno 1995, dopo che il campionato si era concluso con la promozione in serie B del _, i dirigenti della società, confrontati con problemi di carattere finanziario, hanno sottoposto al giocatore un contratto per la nuova stagione, offrendogli un salario variante tra i fr. 1'500.-- e i fr. 1'700.-- mensili, cui andavano aggiunti i premi partita di fr. 60.-- in caso di pareggio e di fr. 120.-- in caso di vittoria. Il giocatore non ha accettato la proposta e di fatto ha cessato qualsiasi rapporto con la società.
C.
Con l'istanza in rassegna _ ha chiesto la condanna del _ al pagamento di fr. 17'500.-- e il rigetto in via definitiva, per tale importo, dell'opposizione interposta al PE n. _dell'UEF di Mendrisio (doc. E). L'istante rimprovera in sostanza alla controparte di non aver ottemperato agli obblighi contrattuali e, ritenendosi di fatto vittima di un licenziamento in tronco ingiustificato, postula la corresponsione del salario dovutogli per contratto per i primi 3 mesi della stagione 1995/96, riservandosi infine di far valere ulteriori pretese in separata sede.
D.
Il convenuto resiste in causa, contestando che il contratto di cui al doc. Q possa essergli validamente opposto: a suo dire, innanzitutto, la stipulazione di rapporti contrattuali tra un club di prima lega ed i propri giocatori era vietata dai regolamenti dell'ASF; in ogni caso il vicepresidente _, che a suo tempo aveva firmato il contratto a nome della società, oltre a non detenere alcun diritto di firma, nemmeno poteva vincolarla, atteso come l'associazione, per norma statutaria, poteva impegnarsi nei confronti dei terzi unicamente con la firma del presidente o di un vicepresidente, collettivamente con quella del segretario o del cassiere del Consiglio direttivo; nell'occasione egli aveva dunque agito a titolo personale, ciò che del resto era provato dal fatto che il giocatore era stato da lui remunerato.
E.
Il Pretore, con la sentenza qui impugnata, ha respinto l'istanza.
Il giudice di prime cure, vista l'assenza nel contratto di cui al doc. Q di un qualsivoglia salario e del necessario rapporto di subordinazione da parte dell'istante, ha innanzitutto escluso l'esistenza di un contratto di lavoro ai sensi dell'art. 319 CO, dal che l'infondatezza di eventuali pretese per licenziamento ingiustificato. A prescindere da ciò, il contratto era senz'altro da considerare nullo, siccome non era stato possibile stabilire se _ avesse effettivamente avuto una posizione tale da vincolare la società convenuta.
F.
Con l'appello che ci occupa l'istante chiede di riformare il primo giudizio nel senso di accogliere integralmente l'istanza.
A suo giudizio, nel caso di specie l'onerosità della prestazione da lui svolta e il suo rapporto di subordinazione erano chiaramente evincibili dall'incarto, per cui non era possibile misconoscere l'esistenza di un contratto di lavoro. Il contratto era inoltre perfettamente opponibile al convenuto: ammesso, ma non concesso, che il vicepresidente _ non potesse da solo vincolare l'associazione, era in effetti chiaro che quest'ultima avesse creato nei confronti dell'istante l'impressione che egli la potesse rappresentare, situazione di apparenza di cui essa era tenuta a rispondere; tanto più che in ogni caso il contratto stesso era stato da lei ratificato per atti concludenti. Ciò premesso ed appurato che il contratto era stato sciolto per colpa della controparte, l'istante ribadisce, in applicazione dell'art. 337b CO o dell'art. 337c CO, le sue richieste creditorie.
G.
Delle osservazioni con cui il convenuto postula la reiezione del gravame si dirà, se necessario, nei prossimi considerandi.

Considerando
in diritto:
1.
Contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, nel caso di specie sono senz'altro dati un rapporto di subordinazione del lavoratore e l'onerosità della sua prestazione, ciò che permette di concludere, pacifici gli altri presupposti, per l'esistenza di un contratto di lavoro ai sensi dell'art. 319 CO.
1.1
Che un giocatore di calcio sia in un rapporto di subordinazione con la società presso cui milita non può essere seriamente contestato: è infatti quest'ultima che organizza gli allenamenti e le competizioni e che in definitiva decide se, quando e come impiegare il giocatore stesso.
La circostanza che l'istante, prima dell'inizio della stagione 1995/96, abbia svolto degli allenamenti presso il _ (doc. 7, non è peraltro dato a sapere se ciò sia avvenuto prima o dopo il 15 giugno 1995) non modifica in alcun modo questo stato di fatto. In ogni caso, se l'episodio fosse avvenuto all'insaputa del convenuto, ciò avrebbe eventualmente costituito una violazione contrattuale da parte dell'istante, mentre determinante è che il convenuto non abbia ritenuto di prevalersene.
1.2
Quanto all'onerosità delle prestazioni svolte dall'istante, è innanzitutto opportuno rammentare che il contratto prevedeva per la stagione 1994/95 il versamento di uno stipendio di fr. 2'500.-- mensili, mentre per i 3 anni successivi, a condizione che il club fosse in lega nazionale B - condizione adempiutasi, almeno per la stagione 1995/96 - era stato previsto un salario di fr. 70'000.--, 100'000.-- rispettivamente 110'000.-- annui.
È pacifico che per la stagione 1995/96, che qui ci interessa, era previsto un vero e proprio salario.
Quanto alla stagione 1994/95 - anche se la questione di fatto sarebbe priva di rilevanza - il riconoscimento di un compenso di fr. 2'500.-- mensili permette a sua volta di concludere per l'onerosità della prestazione. Il fatto che –secondo il convenuto- tale importo fosse stato attribuito a titolo di rimborso spese, e non come salario, si lasciava ricondurre al fatto che in base all'art. 44 cpv. 1 e 2 del regolamento di giuoco dell'ASF (doc. P) un giocatore dilettante, ovvero quello non licenziato per gare di lega nazionale (cfr. art. 43), non poteva percepire nessuna indennità superiore al montante delle spese effettive che si manifestavano durante l'esercizio dell'attività, quali l'indennità per viaggio, alloggio e vitto in relazione ad una partita nonché per equipaggiamento, preparazione e assicurazione. Ora, a parte il fatto che non è assolutamente provato che la violazione delle disposizioni regolamentari di cui sopra fosse sanzionata con la nullità ex art. 20 CO del contratto in urto alle stesse (non sono stati in effetti versati agli atti gli art. 56 e 63 dello statuto dell'ASF, che giusta l'art. 44 cpv. 4 del regolamento prevedevano le sanzioni a tali comportamenti), ben si può ritenere che la somma concordata, per il suo ammontare, costituisse una congrua remunerazione: non vi è in effetti chi non veda come l'importo in questione eccedeva ogni ragionevole spesa connessa con l'attività sportiva e dunque comprendeva anche una parte di salario; significativo in proposito è il fatto che la retribuzione proposta dal convenuto nel giugno 1995, indicata espressamente come salario senza che fosse prevista la corresponsione di un rimborso spese (teste _ p. 2), fosse di gran lunga inferiore a quella cifra. Comunque la lettera del contratto settembre 1994 (doc. D) parla di stipendio (cfr. art. 4 lett. a e “aggiunta al contratto” sub. I). Ed inoltre la pretesa salariale qui rivendicata si riferisce ai primi tre mesi della stagione 1995/1996 quando il _ militava in lega Nazionale B e la corresponsione di un salario era legittima anche per la disposizione dell’ASF.
2.
Ammessa con ciò l'esistenza di un contratto di lavoro sottoscritto dall'istante, si tratta ora di stabilire se lo stesso vincolava o meno la parte convenuta. In sostanza occorre esaminare se il vicepresidente _, intervenuto al momento della sottoscrizione, abbia agito a titolo personale, oppure abbia vincolato la società in base alle norme sulla rappresentanza (art. 32 e 38 CO).
2.1
La tesi del convenuto secondo cui _ sia intervenuto nell'occasione a titolo personale, remunerando oltretutto di tasca propria il giocatore, è rimasta allo stadio di puro parlato.
È ben vero che il teste _ (p. 3) ha dichiarato che a un certo momento lo stesso istante ebbe a riferirgli di essere stato assunto e retribuito dal vicepresidente, ma per costante giurisprudenza non è possibile attribuire una qualsiasi valenza probatoria alla testimonianza di un teste che si limita a riportare quanto riferitogli da una parte (
Cocchi/Trezzini
, CPC-TI, Lugano 2000, m. 1 ad art. 237). Ad ogni buon conto, se anche si volesse riconoscere a tale dichiarazione una rilevanza probatoria, va in ogni caso osservato che sia il vicepresidente _ (teste _ ad 10 e 11) sia l'istante (interrogatorio formale ad 4 e 5) hanno negato in causa la circostanza, così che in definitiva, confrontata con risultanze probatorie contraddittorie, che pertanto si elidevano, questa Camera avrebbe in ogni caso dovuto decidere a sfavore della parte convenuta, gravata dell'onere della prova (
Cocchi/Trezzini
, op. cit., m. 4 e 43 ad art. 90).
2.2
L'istante pretende invece che il vicepresidente _ nell'occasione abbia agito in rappresentanza della società.
Le premesse della rappresentanza diretta ai sensi dell’art. 32 CO sono due: una procura del rappresentato al rappresentante e l’agire del rappresentante in nome del rappresentato (art. 32 cpv. 1 CO;
Zäch
, Berner Kommentar, n. 2 e segg. ad art. 32 CO;
Guhl
, Das Schweizerische Obligationenrecht, 8. ed., pag. 149 e segg.;
Von Thur/Peter
, Allgemeiner Teil des Schweizerischen Obligationenrechts, 3. ed., vol. 1, pag. 348 e 349).
La procura al rappresentante può venire conferita in qualsiasi forma (
DTF
99 II 159), anche solo tollerando consapevolmente che esso si comporti come tale (
DTF
85 II 22 e segg.). Essa è revocabile in qualunque momento (art. 34 cpv. 1 CO) e di regola si estingue con la morte, la scomparsa, la perdita della capacità civile e il fallimento del rappresentante o del rappresentato (art. 35 cpv. 1 CO). Se il rappresentante agisce senza procura, la controparte è nondimeno vincolata; non invece il rappresentato che ha però la possibilità di ratificare il negozio giuridico (art. 38 cpv. 1 CO;
Zäch
, op. cit., n. 33 ad art. 38 CO;
Guhl
, op. cit., pag. 156 e 157;
Von Thur/Peter
, op. cit., pag. 400).
Agire in nome del rappresentato significa che il rappresentante deve far sì che la controparte riconosca che egli intende far nascere nel rappresentato e non in sé stesso gli effetti del negozio giuridico in questione. Questo può ad esempio avvenire comunicando esplicitamente al terzo la propria qualità di rappresentante. Non si tratta di un precetto imperativo: in determinati casi la volontà di fungere quale rappresentante, pur se non esplicitata, è desumibile dalle circostanze o dovrebbe esserlo per un partner contrattuale in buona fede, di modo che l’effetto di rappresentanza si verifica ugualmente. Se questo sia il caso, si decide interpretando il comportamento del rappresentante e della controparte contrattuale secondo il principio dell’affidamento, badando in particolare a ciò che per la controparte era riconoscibile al momento della stipulazione (art. 32 cpv. 2 CO, art. 18 CO;
DTF
90 II 285 consid. 1b a pag. 289;
Zäch
, op. cit., n. 45 ad art. 32 CO;
Guhl
, op. cit., pag. 152;
Von Thur/Peter
, op. cit., pag. 386 e segg.). E’ comunque evidente che il requisito di agire in nome del rappresentato deve sussistere già al momento della conclusione del contratto (art. 32 cpv. 2 CO prima frase;
Zäch
, op. cit., n. 54 ad art. 32 CO), in difetto di che l’effetto del contratto interverrà nel rappresentato solo per mezzo di una cessione o di un’assunzione di debito (art. 32 cpv. 3 CO), mentre rimane ovviamente salvo il caso, in concreto non realizzato, in cui al terzo è indifferente la persona con cui stipula (art. 32 cpv. 2 in fine CO;
Rep.
1982, pag. 38 e 39;
DTF
117 II 389).
2.2.1
Nel caso di specie il tenore letterale del contratto, per altro non contraddetto da altre circostanze agli atti, permette senz'altro di concludere che il vicepresidente _ al momento della sottoscrizione del contratto abbia agito a nome del convenuto. Il primo requisito della rappresentanza è dunque adempiuto.
2.2.2
Ben più complesso è il discorso circa l'esistenza di una procura a favore del vicepresidente.
2.2.2.1
Il convenuto nell'occasione, pur riconoscendo a _ la qualità di proprio vicepresidente, ritiene in effetti che egli non disponesse del necessario diritto di firma e che in ogni caso, per vincolare la società, accanto alla sua firma fosse necessaria quella del segretario o del cassiere. A torto.
Giusta l'art. 24 del suo statuto (doc. B), l'associazione convenuta era impegnata nei confronti di terzi dalla firma del presidente o di un vicepresidente, collettivamente con quella del segretario o del cassiere del Consiglio direttivo.
Ora, il fatto che in una lista d'indirizzi (doc. 6) _ non sia stato indicato tra le persone con diritto di firma risulta nella fattispecie irrilevante: la lista in questione era in effetti destinata alla lega sportiva (così il teste _ p. 3), per cui esplicava semmai effetti unicamente nei confronti di quest'ultima; nei confronti di tutti gli altri terzi, riservata l'esistenza di analoghe dichiarazioni - qui non comprovata - continuava dunque a valere la disposizione statutaria che riconosceva al vicepresidente, dunque anche a _, il diritto di firma (teste _ ad 1).
Sempre con riferimento alla disposizione statutaria, in quegli anni la stessa, nella misura in cui imponeva di affiancare la firma del presidente o del vicepresidente a quella del segretario o del cassiere del Consiglio direttivo, era stata ampiamente disattesa, senza che nessuno in seno alla società avesse mai avuto nulla da ridire (teste _ p. 1, teste _ p. 4, teste _ ad 6): la sottoscrizione di impegni da parte del solo presidente (teste _ p. 1, teste _ ad cd4), di uno dei 2 vicepresidenti (teste _ p. 1, teste _ ad 1, 6 e ad cd4) o del segretario (teste _ p. 4) erano invece pratica corrente; se occasionalmente vi era una firma collettiva, non si trattava mai in ogni caso di quella prevista dallo statuto (teste _ p. 2); significativo in proposito è che il convenuto nemmeno ha versato agli atti uno scritto con la firma sociale, i doc. E, 5 e 6 portando la firma del solo segretario, mentre il doc. 4 recando unicamente quella dell'altro vicepresidente. In tali circostanze, ben si può ritenere che l'esigenza della firma collettiva, e a maggior ragione quando interveniva _ (che già in altre occasioni aveva sottoscritto, da solo, contratti con allenatore e giocatori: teste _ ad 6), di fatto era stata abbandonata (cfr.
Zäch
, op. cit., n. 69 ad art. 33 CO;
DTF
66 II 254), così che la parte convenuta è malvenuta ad eccepire in questa sede il mancato ossequio di quella norma statutaria. V’è addirittura da chiedersi se l’eccezione, sollevata dalla parte che meglio di tutti avrebbe dovuto conoscere il proprio potere di rappresentanza e che invece disattendevo regolarmente le proprie disposizioni statutarie, non configuri abuso di diritto (art. 2 CC).
2.2.2.2
Quand'anche, per ipotesi, si volesse ammettere che _ non disponesse della necessaria procura, la situazione giusta l'art. 33 cpv. 3 CO non sarebbe comunque stata diversa.
Ai sensi dell'art. 33 cpv. 3 CO se il rappresentato comunica la facoltà di rappresentanza ad un terzo, la sua estensione in confronto di quest’ultimo è giudicata a norma dell’avvenuta comunicazione. Tale norma presuppone, oltre all'agire del rappresentante in nome del mandante e la buona fede del terzo contraente, la comunicazione della facoltà di rappresentanza dal rappresentato al terzo (
DTF
120 II 197 consid. 2b). Quest'ultima, in particolare, può essere esplicita oppure tacita, può manifestarsi mediante un comportamento attivo o anche passivo: indispensabile è comunque che la controparte contrattuale abbia potuto interpretare l’atteggiamento del rappresentato, secondo il principio della buona fede (art. 2 cpv. 1 CC), come una sua comunicazione della facoltà di rappresentanza da lui concessa al rappresentante; occorre in altri termini sottolineare che l’interpretazione oggettiva del partner contrattuale in favore dell’autorizzazione a rappresentare non può basarsi sul solo comportamento del rappresentante: è bensì necessario che questa poggi su elementi oggettivi attribuibili al rappresentato (
DTF
120 II 197 consid. 2b/bb;
IICCA
3 settembre 1996 in re B./C., 17 luglio 2000 in re B. SA/T.;
Giger
, Vollmachtsmitteilung nach Art. 33 Abs. 3 OR - Voraussetzungen für den Vertrauensschutz, in
Recht
1995, p. 31; cfr. anche
Künzle
, in
AJP
1994, p. 1465;
Koller
, Der gute und der böse Glaube im allgemeinen Schuldrecht, Friborgo 1985, p. 70).
Nel caso di specie, pacifico che _ abbia agito in nome del convenuto e che l'istante fosse in buona fede, resta da esaminare se il convenuto abbia creato, attivamente o con un comportamento passivo, una situazione da cui l'istante potesse ragionevolmente concludere per l'esistenza di un rapporto di rappresentanza. È così. Ad aver indotto l'istante a supporre l'esistenza di un rapporto di rappresentanza concorrono almeno 4 motivi, tutti ascrivibili al convenuto: innanzitutto il fatto che l'istante sia stato contattato da dirigenti del convenuto (teste _ ad 4), ampiamente conosciuti nell'ambiente calcistico della regione, quali il direttore tecnico nonché allenatore _ e il direttore sportivo _ (interrogatorio formale istante ad 2); il fatto che i 2 abbiano poi presentato all'istante _ (teste _ ad 3 e ad cd2), definendolo vicepresidente con funzioni esecutive e plenipotenziario della società (teste _ p. 1, teste _ ad cd1); il fatto che l'incontro con quest'ultimo sia avvenuto presso la sede _ del convenuto (teste _ ad 3) e infine la circostanza che il vicepresidente, così come del resto altri dirigenti, fosse autorizzato a far uso - facoltà in effetti mai contestatagli - della carta intestata della società stessa (cfr. teste _ p. 3, teste _ p. 2, _ ad 9).
2.3
A prescindere da quanto precede, è in ogni caso chiaro che gli impegni assunti dal vicepresidente _ sono stati ratificati, almeno per atti concludenti, dalla società (art. 38 CO).
L'istante ha in effetti giocato nella stagione 1994/95 tutta una serie di partite per la società convenuta (cfr. verbale 3.2.1997 p. 2; doc. L) e soprattutto è stato da questa remunerato (teste _ p. 2, teste _ p. 4, _ ad cd3, interrogatorio formale istante ad 5). Lo stesso responsabile stampa del club, dirigente del convenuto, ha a sua volta ammesso di sapere che il giocatore era stato acquistato definitivamente dal club (teste _ p. 4). È stato proprio il convenuto, inoltre, ad allestire le pratiche per il rilascio del permesso di lavoro per confinanti a favore dell'istante (cfr. verbale 3.2.1997 p. 2; doc. 4), condizione essenziale per la validità del contratto (cfr. art. 3 lett. c dell'aggiunta al contratto doc. Q), definendosi espressamente, nella domanda per l'ottenimento del permesso, quale suo "datore di lavoro" (doc. 4, da lui stesso prodotto). Oltremodo significativo è infine il fatto che il "cartellino" del giocatore fosse nelle sue mani e da lei trattenuto (cfr. teste _ p. 2; doc. 3).
3.
Accertata così l'esistenza di un contratto di lavoro tra le parti in causa, resta ora da esaminare come debbano essere valutati i fatti del 15 giugno 1995, quando l'istante, come già accennato in precedenza, confrontato con la proposta di un nuovo contratto da parte del convenuto, ha reagito lasciando definitivamente il club.
Occorre innanzitutto premettere che i dirigenti del club intervenuti nell'occasione, in gran parte nuovi, se anche non erano a conoscenza del fatto che l'istante già disponesse di un valido contratto per la stagione entrante, in buona fede avrebbero comunque dovuto esserlo: il responsabile stampa del club, pur non presente all'incontro, aveva in effetti dichiarato di conoscere i termini del contratto allora in essere, che prevedeva per l'istante il riconoscimento di una retribuzione progressiva (teste _ p. 4); nel corso di un'intervista su di un giornale locale (doc. H), l'istante aveva a sua volta dichiarato di avere un contratto per il club anche per la stagione successiva; infine tra i dirigenti del club presenti all'incontro vi era anche il direttore sportivo _ (teste _ p. 2, teste _ p. 3), il quale, pur avendo dichiarato di non aver mai visto il contratto, era senz'altro a conoscenza dei suoi termini essenziali, per aver a suo tempo partecipato alle trattative con l'istante: emblematicamente, egli aveva in effetti ammesso di sapere che la retribuzione prevista dal contratto, oltre ad essere progressiva, era adeguata alle capacità del giocatore (teste _ p. 3).
Ora, escluso che quel giorno il convenuto abbia licenziato in tronco l'istante e che essi si siano accordati per una rescissione consensuale del contratto, si deve senz'altro concludere che l'istante abbia abbandonato il posto di lavoro. L'esito della lite dipende pertanto dal fatto se tale abbandono sia dovuto a giusti motivi ex art. 337 CO oppure no: nel primo caso egli avrà diritto a quanto previsto dall'art. 337b CO, mentre nel secondo egli non avrà diritto ad alcunché e semmai sarà la controparte - che nel caso concreto ha tuttavia rinunciato a una tale pretesa - a poter esigere quanto stabilito dall'art. 337d CO (cfr.
Streiff/Von Känel
, Arbeitsvertrag, 5. ed., Zurigo 1992, n. 2 ad art. 337d CO).
Nel caso di specie non vi è dubbio che l'abbandono del posto di lavoro da parte dell'istante era dovuto a giusti motivi. Il convenuto, formulando un'offerta provocatoria, irriverente e finanche sdegnosa - così deve essere considerata la proposta di riduzione dello stipendio da fr. 70'000.-- annui, pari a fr. 5'833.-- mensili, a fr. 1'500.-- / 1'700.-- mensili, sia pure eventualmente aumentati dei premi partita - non ha invero commesso una violazione contrattuale. Nondimeno è chiaro che con una proposta del genere il convenuto ha chiaramente dimostrato all'istante di non essere una società seria, ciò che ovviamente ha fatto venir meno nel giocatore la fiducia nei confronti del proprio datore di lavoro, dimostratosi non credibile e sfacciatamente dimentico degli accordi validamente conclusi. Oltretutto, atteso che la società stava procedendo a rinnovare, al ribasso, tutti i contratti con i propri giocatori (teste _ p. 3), l'eventualità che la società in caso di mancato accoglimento della proposta avrebbe provveduto a rescindere unilateralmente il contratto era tutt'altro che remota.
4.
Giusta l'art. 337b CO se la causa grave per la risoluzione immediata consiste in una violazione del contratto da parte di un contraente, questi dovrà il pieno risarcimento del danno, tenuto conto di tutte le pretese derivanti dal rapporto di lavoro (cpv. 1), mentre negli altri casi, il giudice determina le conseguenze patrimoniali della risoluzione immediata, secondo il suo libero apprezzamento e tenendo conto di tutte le circostanze (cpv. 2).
Secondo la dottrina, le conseguenze patrimoniali dovute all'applicazione della norma che precede sono sostanzialmente analoghe a quelle previste in caso di licenziamento ingiustificato di cui all'art. 337c CO (
Rehbinder
, Berner Kommentar, n. 4 ad art. 337b CO;
Streiff/Von Känel
, op. cit., n. 5 ad art. 337b CO), di modo che il lavoratore il cui contratto è stato così rescisso, oltre ad un'indennità per licenziamento ingiustificato (cpv. 3), avrà diritto a quanto avrebbe guadagnato se il rapporto di lavoro fosse cessato alla scadenza del termine di disdetta o col decorso della durata determinata del lavoro (cpv. 1), dedotto quanto egli avrà risparmiato rispettivamente guadagnato o intenzionalmente omesso di guadagnare con un altro lavoro (cpv. 2).
Nel caso di specie l'istante, nell'ambito di un'azione parziale, ha preteso unicamente il salario relativo a 3 mesi, somma che in base alle considerazioni che precedono gli è di principio dovuta. Il convenuto ha tuttavia chiesto di dedurre dalle sue spettanze quanto l'istante aveva guadagnato presso altri rispettivamente gli importi che la società era disposta ad attribuirgli, trattandosi in definitiva di una somma che il giocatore avrebbe facilmente potuto percepire anche in altri club. Ora, a parte il fatto che tali argomenti non sono più stati riproposti in questa sede e dunque una loro disamina nemmeno s'imporrebbe, gli stessi si appalesano del tutto infondati: innanzitutto, il convenuto, pur avendo provato che l'istante aveva trovato un lavoro a _, non è stato in grado di dimostrare che egli l'avesse trovato già durante quei 3 mesi e non solo successivamente - la telefonata del dirigente _, da cui si evince la circostanza, risale in effetti all'ottobre/novembre 1995 (teste _ p. 2) - e in ogni caso non ha indicato né dimostrato quale sarebbe stato il suo salario, così che in definitiva non può prevalersi della circostanza; nemmeno poi si giustifica imputare all'istante la somma mensile di fr. 1'500.-- / 1'700.--, con gli eventuali premi partita, che il convenuto gli aveva offerto nell'ambito della proposta del 15 giugno 1995: ritenuto che l'abbandono del posto di lavoro - come detto - era giustificato da un motivo grave, al giocatore non poteva ovviamente essere imposto di lavorare a quelle condizioni; quanto all'altra argomentazione, indipendentemente dal fatto che un altro club fosse stato disposto ad assumere l'istante per quelle o altre condizioni, egli non ha né avrebbe in ogni caso potuto giocare, in quanto il convenuto aveva trattenuto il suo "cartellino", che pure gli era stato richiesto (teste _ p. 2, interrogatorio formale istante ad 7), subordinandone la riconsegna alla rinuncia da parte del lavoratore ad ogni sua pretesa (doc. 3).
5.
Ne discende l'accoglimento dell'istanza nel senso che all'istante devono essere pagati fr. 17'500.-- e che, per tale importo, deve essere rigettata in via definitiva l'opposizione interposta al PE.
La richiesta d'interessi sull'importo oggetto dell'azione creditoria, postulata dall'istante con l'appello, non può di contro essere ammessa, non avendo egli indicato il tasso d'interesse, né la data di decorrenza degli stessi.
6.
L'appello è pertanto accolto ai sensi dei considerandi.
Non si prelevano né tasse né spese (art. 343 cpv. 3 CO; art. 417 cpv. 1 lett. e CPC), mentre le ripetibili di entrambe le sedi seguono la soccombenza (art. 148 CPC).