Decision ID: 2e564825-bc3f-5b72-9e0b-e1d2466e5cba
Year: 2014
Language: it
Court: TI_TCA
Chamber: TI_TCA_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: public_law

ritenuto, in fatto
A. a. Entrato in Svizzera il 14 aprile 1976 per ricongiungersi con i genitori, il cittadino italiano RI 1 (1961) ha ottenuto, dapprima, un permesso di dimora, e, dal 6 marzo 1978, di domicilio, in seguito trasformato in un permesso di domicilio UE/AELS, con prossimo termine di controllo fissato per il 6 marzo 2017.
Il 27 novembre 1987, egli si è sposato con la cittadina dell'allora Iugoslavia H_ (1963). Dalla loro relazione sono nati _ (1982), _ (1983) e _ (1994). Il 25 agosto 1997, i coniugi _ hanno divorziato. Alla fine degli anni '90, l'interessato è andato a convivere con la cittadina portoghese _ (1971), titolare di un permesso di domicilio UE/AELS, con la quale ha avuto i figli _ (2000) e _ (2007).
b. Durante il suo soggiorno in Svizzera, il ricorrente ha interessato a più riprese le nostre autorità amministrative e giudiziarie penali, l'ultima volta il 27 marzo 2012 quando è stato condannato dalla Corte delle assise criminali alla pena detentiva di 4 anni e 10 mesi da espiare, per infrazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti e sulle sostanze psicotrope del 3 ottobre 1951 (LStup; RS 812.121). La pena è stata confermata dalla Corte di appello e di revisione penale (CARP) con sentenza 29 agosto 2012.
B. Fondandosi su tali riscontri, il 22 novembre 2012 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni ha deciso di revocare il permesso di domicilio UE/AELS ad RI 1 per motivi di ordine pubblico, ordinandogli di lasciare il territorio elvetico al momento della sua scarcerazione prevista per l'8 febbraio 2016.
Il provvedimento è stato reso sulla base degli art. 63 e 64 della legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr; RS 142.20), nonché 60 dell'ordinanza sull'ammissione, il soggiorno e l'attività lucrativa del 24 ottobre 2007 (OASA; RS 142.201).
C. Con giudizio 15 maggio 2013, il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione dipartimentale, respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da RI 1.
In sostanza, il Governo ha ritenuto che vi fossero gli estremi per revocargli il permesso di domicilio UE/AELS in virtù dei motivi addotti dal Dipartimento, considerando la decisione impugnata conforme al principio della proporzionalità.
D. Contro la predetta pronunzia governativa, il soccombente si aggrava ora davanti al Tribunale cantonale amministrativo chiedendone l'annullamento e postulando di essere tutt'al più ammonito.
Contesta di essere una minaccia concreta e attuale per l'ordine pubblico elvetico e assicura che, una volta scarcerato, riprenderà a lavorare per mantenere la sua famiglia.
Ritiene che la decisione impugnata sia in ogni caso lesiva del principio di proporzionalità in quanto non terrebbe conto del suo lungo soggiorno in Svizzera, dove vivono i suoi più stretti famigliari. Asserisce inoltre che un suo rientro in Italia, segnatamente in _ dove non ha più parenti, gli comporterà enormi difficoltà di reinserimento.
E. All'accoglimento del gravame si oppongono sia il Dipartimento che il Consiglio di Stato, senza formulare particolari osservazioni al riguardo.

Considerato, in diritto
1. La competenza del Tribunale cantonale amministrativo a statuire nel merito della presente vertenza è data dall'art. 10 lett. a della legge di applicazione alla legislazione federale in materia di persone straniere dell'8 giugno 1998 (LALPS; RL 1.2.2.1). Il gravame in oggetto, tempestivo giusta l'art. 46 cpv. 1 della legge di procedura per le cause amministrative del 19 aprile 1966 (LPamm; BU 1966, 181) e presentato da una persona senz'altro legittimata a ricorrere (art. 43 LPamm), è pertanto ricevibile in ordine e può essere deciso sulla base degli atti, senza istruttoria (art. 18 cpv. 1 LPamm).
2. 2.1. L'accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS 0.142.112.681) si rivolge ai cittadini elvetici e a quelli degli Stati facenti parte della Comunità europea e disciplina il loro diritto di entrare, soggiornare, accedere a delle attività economiche e offrire la prestazione di servizi negli Stati contraenti (art. 1 ALC), stabilendo norme che, in linea di principio, derogano alle disposizioni di diritto interno. In concreto, essendo cittadino italiano e titolare di un documento di legittimazione valido, il ricorrente può prevalersi in linea di principio del menzionato accordo bilaterale.
Ora, l'art. 5 cpv. 1 dell'Allegato I all'ALC prevede, quale regola generale, che i diritti conferiti dalle disposizioni dell'Accordo in parola possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità. La direttiva 64/221/CEE, nonché la prassi elaborata in materia dalla Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE) antecedentemente alla data della firma dell'accordo contribuiscono poi a definire la portata di questa disposizione (cfr. art. 16 cpv. 2 ALC e art. 5 cpv. 2 Allegato I ALC). Secondo la giurisprudenza della CGCE, le deroghe alla libera circolazione devono essere comunque interpretate in modo restrittivo. In questo senso, il ricorso da parte di un'autorità nazionale alla nozione di ordine pubblico per restringere questa libertà presuppone una minaccia effettiva e abbastanza grave a uno degli interessi fondamentali della società (DTF 130 II 176 consid. 3.4.1; 129 II 215 consid. 7.3; sentenze CGCE del 27 ottobre 1977 nella causa 30-77, Bouchereau, Racc. 1977, 1999, n. 33-35, e del 19 gennaio 1999 nella causa C-348/96, Calfa, Racc. 1999, I-11, n. 23 e 25). La sola esistenza di condanne penali, tuttavia, non può automaticamente legittimare l'adozione di provvedimenti che limitano la libera circolazione (art. 3 cpv. 2 della direttiva 64/221/CEE). Una tale condanna può essere presa in considerazione soltanto nella misura in cui, dalle circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (sentenze CGCE cit. in re Bouchereau, n. 27-29, e in re Calfa, n. 24). Ciò equivale a valutare il rischio di recidiva il quale, data la portata del principio della libera circolazione delle persone, non dev'essere ammesso troppo facilmente. Si dovrà quindi tenere conto dell'insieme delle circostanze della fattispecie, segnatamente della natura e l'importanza del bene giuridico minacciato, così come della gravità dell'ipotizzabile pregiudizio. In altre parole, la misura dell'apprezzamento dipende dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva (DTF 130 II 493 consid. 3.3 e riferimenti). Inoltre, l'esame deve essere effettuato tenuto conto delle garanzie derivanti dalla convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950 (CEDU; RS 0.101), nel caso in cui fosse applicabile nella fattispecie, e del rispetto del principio di proporzionalità (DTF 131 II 352 consid. 3.3; 130 II 493 consid. 3.3., 176 consid. 3.4.2; 129 II 215 consid. 6.2).