Decision ID: 74babecc-b9e4-4a44-b363-d48c2c34ffe7
Year: 2022
Language: it
Court: CH_BSTG
Chamber: CH_BSTG_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: penal_law

Fatti:
A. Il 13 agosto 2018, la Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario
di Milano ha presentato alla Svizzera una domanda di assistenza giudiziaria
internazionale, completata il 22 novembre 2018, il 13 dicembre 2018 e il
2 settembre 2019, nell’ambito di un procedimento penale a carico di B., C.,
D., E. e altri per i reati di associazione con finalità di terrorismo anche inter-
nazionale o di eversione dell’ordine democratico (art. 270-bis CP/I), finanzia-
mento di condotte con finalità di terrorismo (art. 270-quinquies 1 CP/I), ricet-
tazione (art. 648 CP/I), riciclaggio (art. 648-bis CP/I), autoriciclaggio (art.
648-ter CP/I), sottrazione all’accertamento o al pagamento dell’accisa sui
prodotti energetici (art. 40 D.lgs n. 504/1995), associazione per delinquere
(art. 416 CP/I) e falso in atto pubblico (art. 476 CP/I). In sostanza, l’autorità
estera ha affermato che F. S.p.A., società italiana di rilevanza nazionale nel
settore della raffinazione del petrolio, con sede a Z., si sarebbe approvvigio-
nata nel biennio 2015-2016 di greggio a costi considerevolmente più bassi
rispetto a quelli di mercato in zone dell’Irak controllate dal Kurdistan Regional
Government, entità non autorizzata a commerciare petrolio dal Governo cen-
trale iracheno, attività svolta solo da quest’ultimo, unica autorità riconosciuta
dalla comunità internazionale. L’autorità rogante ha aggiunto che, per un
certo periodo, le aree estrattive in questione sarebbero state sotto il dominio
delle milizie dello stato islamico. Per le operazioni di acquisto sarebbero state
utilizzate diverse società intermediarie, tra cui G. LLP, società con sede le-
gale a Londra, ma con filiale operativa in Svizzera (v. rogatoria del 13 agosto
2018, pag. 8 e segg., in rubrica 1 dell’incarto del Ministero pubblico della
Confederazione, in seguito: MPC).
Con il suo complemento del 2 settembre 2019, l’autorità estera ha chiesto
l’acquisizione, tra l’altro, della documentazione concernente la relazione
bancaria con il numero IBAN no. 1 presso la banca H: di Ginevra, intestata
a G. LLP, sulla quale sarebbero intervenute operazioni collegate con i fatti
oggetto dell’inchiesta italiana, indicando anche la A. Ltd quale società coin-
volta nel procedimento estero (v. pag. 20 e seg., in rubrica 1 incarto MPC).
B. Mediante decisione di entrata in materia del 28 marzo 2019, il MPC, al quale
l’Ufficio federale di giustizia (in seguito: UFG) ha delegato l’esecuzione della
rogatoria, è entrato in materia sulla domanda presentata dall'autorità italiana,
precisando che le misure di esecuzione sarebbero state ordinate con deci-
sioni separate (v. rubrica 4 incarto MPC).
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C. A seguito di una segnalazione del 13 novembre 2019 da parte dell’Ufficio di
comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS), il MPC, con deci-
sione del 26 novembre 2019, ha ordinato alla banca H. la produzione della
documentazione concernente la relazione n. 2 intestata ad A. Ltd (v. act. 1.2,
pag. 3).
D. Con decisione di chiusura del 6 agosto 2021, il MPC ha ordinato la trasmis-
sione alle autorità italiane di svariata documentazione riguardante la rela-
zione bancaria di cui sopra (v. act. 1.2, pag. 6 e seg.).
E. L’8 settembre 2021, A. Ltd ha interposto ricorso dinanzi alla Corte dei reclami
penali del Tribunale penale federale contro la summenzionata decisione di
chiusura, postulando, in via principale, la reiezione della domanda di assi-
stenza italiana e l’annullamento della decisione impugnata. In via subordi-
nata, essa chiede che la domanda di assistenza sia parzialmente accolta ai
sensi dei considerandi e che la decisione impugnata sia riformata, “nel senso
che viene trasmessa all’autorità rogante unicamente la documentazione
bancaria [...] afferente al periodo dal 01.06.2014 al 31.06.2016 (per quanto
riguarda i documenti di base, unicamente quelli vigenti in quel periodo)”
(v. act. 1, pag. 15):
F. Con scritti del 30 settembre 2021, trasmessi alla ricorrente per conoscenza
(v. act. 11), l’UFG e il MPC hanno comunicato di rinunciare a inoltrare una
risposta, chiedendo la reiezione del gravame (v. act. 9 e 10).
Le argomentazioni di fatto e di diritto delle parti saranno riprese, per quanto
necessario, nei considerandi di diritto.

Diritto:
1.
1.1 La Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale giudica i ricorsi contro
le decisioni di prima istanza delle autorità cantonali o federali in materia di assi-
stenza giudiziaria internazionale, salvo che la legge disponga altrimenti (art. 25
cpv. 1 legge federale sull’assistenza internazionale in materia penale [AIMP;
RS 351.1] del 20 marzo 1981, unitamente ad art. 37 cpv. 2 lett. a legge federale
sull’organizzazione delle autorità penali della Confederazione [LOAP;
RS 173.71] del 19 marzo 2010).
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1.2 I rapporti di assistenza giudiziaria in materia penale fra la Repubblica Italiana e
la Confederazione Svizzera sono anzitutto retti dalla Convenzione europea di
assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959, entrata in vigore il
12 giugno 1962 per l’Italia ed il 20 marzo 1967 per la Svizzera (CEAG;
RS 0.351.1), dal Secondo Protocollo addizionale alla CEAG dell’8 novembre
2001, entrato in vigore il 1° dicembre 2019 per l’Italia e il 1° febbraio 2005 per
la Svizzera (RS 0.351.12), dall'Accordo italo-svizzero del 10 settembre 1998
che completa e agevola l'applicazione della CEAG (RS 0.351.945.41), entrato
in vigore mediante scambio di note il 1° giugno 2003 (in seguito: l'Accordo italo-
svizzero), nonché, a partire dal 12 dicembre 2008 (Gazzetta ufficiale dell’Unione
europea, L 327/15-17, del 5 dicembre 2008), dagli art. 48 e segg. della Conven-
zione di applicazione dell'Accordo di Schengen del 14 giugno 1985 (CAS; non
pubblicata nella RS ma consultabile sulla piattaforma di pubblicazione Internet
della Confederazione alla voce “Raccolta dei testi giuridici riguardanti gli accordi
bilaterali”, 8.1 Allegato A). Di rilievo nella fattispecie sono anche la Convenzione
sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato, conclusa
a Strasburgo l’8 novembre 1990, entrata in vigore il 1° settembre 1993 per la
Svizzera ed il 1° maggio 1994 per l’Italia (CRic; RS 0.311.53), nonché l’art. 46
della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (in seguito:
UNCAC), conclusa il 31 ottobre 2003, entrata in vigore per l’Italia il 4 novembre
2009 e per la Svizzera il 24 ottobre 2009 (RS 0.311.56), richiamati gli art. 14 e
23 relativi al riciclaggio in generale. Alle questioni che il prevalente diritto inter-
nazionale contenuto in detti trattati non regola espressamente o implicitamente,
come pure quando il diritto nazionale sia più favorevole all'assistenza rispetto a
quello pattizio (cosiddetto principio di favore), si applica la legge sull'assistenza
in materia penale, unitamente alla relativa ordinanza (OAIMP; RS 351.11; v. art.
1 cpv. 1 AIMP, art. I n. 2 Accordo italo-svizzero; DTF 145 IV 294 consid. 2.1;
142 IV 250 consid. 3; 140 IV 123 consid. 2; 137 IV 33 consid. 2.2.2; 136 IV 82
consid. 3.1). Il principio di favore vale anche nell'applicazione delle pertinenti
norme di diritto internazionale (v. art. 48 n. 2 CAS, art. 39 n. 3 CRic e art. I n. 2
Accordo italo-svizzero). È fatto salvo il rispetto dei diritti fondamentali (DTF 145
IV 294 consid. 2.1; 135 IV 212 consid. 2.3; 123 II 595 consid. 7c).
1.3 La procedura di ricorso è retta dalla legge federale sulla procedura amministra-
tiva del 20 dicembre 1968 (PA; RS 172.021) e dalle disposizioni dei pertinenti
atti normativi in materia di assistenza giudiziaria (art. 39 cpv. 2 lett. b LOAP e
12 cpv. 1 AIMP; v. DANGUBIC/KESHELAVA, Commentario basilese, 2015, n. 1 e
segg. ad art. 12 AIMP), di cui al precedente considerando.
1.4 Interposto tempestivamente contro la decisione di chiusura del 6 agosto 2021,
il ricorso è ricevibile sotto il profilo degli art. 25 cpv. 1, 80e cpv. 1 e 80k AIMP.
Titolare della relazione bancaria oggetto della decisione impugnata, la ricor-
rente è legittimata a ricorrere (v. art. 80h lett. b AIMP e art. 9a lett. a OAIMP
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nonché DTF 137 IV 134 consid. 5.2.1; 130 II 162 consid. 1.1; 128 II 211 consid.
2.3; TPF 2007 79 consid. 1.6 pag. 82).
2. La ricorrente contesta innanzitutto l’esposto dei fatti contenuto nella rogatoria,
la quale risulterebbe problematica, ritenuto come l’autorità estera si spinge-
rebbe, mediante mere congetture prive di riscontri, a sostenere, da un lato, la
commissione di reati comuni in danno del governo iracheno e, dall’altro, la pro-
venienza del greggio da pozzi controllati dallo stato islamico sebbene gestito e
commercializzato da un’autorità pubblica, ossia il governo regionale curdo. Ul-
teriori congetture caratterizzerebbero inoltre altri comportamenti criminalizzati
dall’autorità rogante, la quale dimostrerebbe di non conoscere il funzionamento
del mercato del petrolio. La domanda di assistenza sarebbe in definitiva per-
meata da manifesti e insostenibili errori, lacune e contraddizioni, come pure da
un’estrema confusione nell’esposizione dei fatti e delle condotte configuranti
reato penale. A suo dire, tale confusione celerebbe verosimilmente la reale in-
tenzione dell’autorità rogante, ossia la ricerca indiscriminata di prove, soprat-
tutto, se non unicamente, a fini meramente fiscali.
2.1 Per quanto attiene alla domanda di assistenza, gli art. 14 CEAG, 27 n. 1 CRic
e 28 AIMP esigono in sostanza che essa sia scritta, che indichi l'ufficio da cui
emana e all'occorrenza l'autorità competente per il procedimento penale, il suo
oggetto, il motivo, la qualificazione giuridica del reato, i dati, il più possibile pre-
cisi e completi, della persona contro cui è diretto il procedimento penale, pre-
sentando altresì un breve esposto dei fatti essenziali, al fine di permettere allo
Stato rogato di verificare che non sussistano condizioni ostative all'assistenza
(DTF 129 II 97 consid. 3; 118 Ib 111 consid. 5b pag. 121, 547 consid. 3a; 117
Ib 64 consid. 5c; TPF 2015 110 consid. 5.2.1). Ciò non implica per lo Stato
richiedente l'obbligo di provare la commissione del reato, ma solo quello di
esporre in modo sufficiente le circostanze sulle quali fonda i propri sospetti, per
permettere allo Stato richiesto di escludere la sussistenza di un'inammissibile
ricerca indiscriminata di prove (v. su questo tema DTF 129 II 97 consid. 3.1; 125
II 65 consid. 6b/aa; 122 II 367 consid. 2c; sentenza del Tribunale penale fede-
rale RR.2017.92 del 18 luglio 2017 consid. 2.2). L'autorità rogata non si scosta
dall'esposto dei fatti contenuto nella domanda, fatti salvi gli errori, le lacune o
altre contraddizioni evidenti ed immediatamente rilevati (DTF 142 IV 250 con-
sid. 6.3; 136 IV 4 consid. 4.1; 133 IV 76 consid. 2.2; 132 II 81 consid. 2.1; 118
Ib 111 consid. 5b pag. 121 e seg; TPF 2011 194 consid. 2.1.).
2.2 Nella sua rogatoria, l’autorità estera afferma che dagli atti d’inchiesta espletati
“è emerso che, nel biennio 2015/2016, la compagnia di Z. si è approvvigionata
a costi considerevolmente più bassi di quelli di mercato. Nell’ambito delle com-
plessive 72 operazioni di importazione di olii minerali relative al periodo indicato,
gli ispettori ne hanno individuato almeno 21 considerate sospette, giacché i
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prezzi di acquisto del petrolio risultano decisamente inferiori rispetto alle quota-
zioni del platt ufficiale (con valori più bassi, nell’ordine medio, del 23% rispetto
ai prezzi correnti e con punte in cui il valore d’acquisto risulta inferiore fino al
43%). In base ai certificati in possesso della società petrolifera, il greggio risulta
essere stato estratto nelle zone dell’Iraq sotto il controllo del Kurdistan Regional
Government e, quindi, commercializzato da esportatori di nazionalità turca. Tut-
tavia, un esame più accurato della documentazione ha evidenziato ricorrenti
criticità, quali: a. l’assenza di certificati di origine idonei ad attestare l’effettivo
luogo di estrazione del prodotto; b. ambiguità dei documenti presentati dalle
navi incaricate del trasporto della merce (bill of lading, certificati di qualità e
quantità), indispensabili per riscontrare l’effettiva presenza del vettore nei luoghi
indicati sui documenti di viaggio; c. l’effettuazione di passaggi da nave-a-nave
(c.d. allibo o ship-to-ship) da parte dei vettori che si sono occupati del trasporto,
che non permettono di riscontrare la dichiarazione di origine resa, spesso, con
documenti non ufficiali o irrituali (quali, per esempio, la dichiarazione dei capi-
tani delle navi e le attestazione delle autorità portuali del terminal di partenza).
L’anomalo valore d’acquisto del greggio è stato chiaramente posto in relazione
alle notizie provenienti dalle fonti aperte secondo le quali, nel periodo d’inte-
resse, il Governo centrale iracheno – l’unico riconosciuto dalla comunità inter-
nazionale – non aveva più autorizzato alla commercializzazione del petrolio il
Kurdistan Regional Government che, ciò nonostante, aveva continuato autono-
mamente la vendita del greggio. Inoltre, quelle stesse aree estrattive, per un
certo periodo, sono state sotto il dominio delle milizie dello stato islamico. Per
evidenziare l’anomalia del comportamento della F. spa, le Dogane hanno ap-
profondito gli acquisti dei suoi competitor a livello europeo, constatando che le
principali compagnie petrolifere avevano fatto ricorso ad altri canali di approvvi-
gionamento (verosimilmente rifiutando, nonostante il prezzo sensibilmente in-
feriore, il petrolio acquistato invece dalla raffineria di Z.)” (rogatoria del 13 ago-
sto 2018, pag. 8 e seg., in rubrica 1 incarto MPC). L’autorità rogante afferma
inoltre che “elementi di sospetto derivano dall’intervento, nella catena di acqui-
sto degli olii minerali, di una pluralità di intermediari. Dai documenti esaminati
dalle Dogane risulta che, nella maggior parte delle operazioni, in origine, il greg-
gio è stato fornito dalla società I. di Istanbul che, a sua volta, lo aveva acquistato
in Iraq (non si hanno però informazioni attendibili sui venditori iracheni seppure
sono presenti documenti di transito e di esportazione che dovranno, nei limiti
del possibile, essere analizzati). Quindi la I. di Istanbul, da parte sua, aveva
ceduto gli olii minerali alla J. Limited, società sedente nelle Isole Vergini Britan-
niche. Quest’ultima, quindi, li aveva rivenduti alla G. LLP (società che ha sede
legale in Londra, ma la sua principale filiale operativa è dislocata in Svizzera).
Detta società, a sua volta, li aveva alienati alla F. spa. Invero, l’ingiustificata
pluralità di operatori può spiegarsi con la volontà di occultare i reali fornitori di
greggio, anche perché le indagini hanno evidenziato che, in taluni casi, il prezzo
di cessione dalla I. alla J. Limited è inspiegabilmente superiore rispetto a quello
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a cui la G. LLP rivende lo stesso greggio alla F. spa. Dall’esame dei flussi finan-
ziari possono ricavarsi ulteriori conferme circa la provenienza del petrolio raffi-
nato dalla F. spa proprio da quelle aree che non erano più sotto il controllo del
Governo di Bagdad, in relazione ai rapporti conflittuali con il KRG ovvero a se-
guito dell’azione armata dello Stato Islamico. Le dogane, infatti, hanno reperito
sul sito K. una mail il cui contenuto pare da interpretarsi nel senso che il Kurdi-
stan Regional Government ha autorizzato lo storno della somma di 60 milioni di
euro, da parte della banca L. di Monaco, in favore della J. Limited. L’acquisto di
olii minerali di origine irachena e provenienza turca è ancora più sospetto se si
considera che, in precedenza, la raffineria di Z. mai aveva ricorso a quel canale
di approvvigionamento” (ibidem, pag. 9 e seg.). Secondo la Procura cagliari-
tana, “devono fare riflettere anche due operazioni di factoring con le quali la M.,
sul finire del 2016, ha acquistato da F. spa e da F. sa (società con sede legale
in Ginevra, controllata al 100% da F. spa) due crediti, del valore rispettivamente
di $ 48.833.140 e di $ 12.838.482, verso la G. LLP. I crediti si riferiscono alla
vendita dalla F. spa alla G. LLP (che invece, come si è visto, è abitualmente
fornitore della stessa F. spa) di una partita di greggio iracheno che, dai docu-
menti allegati all’operazione, risulta caricato al porto di Bassora sito nell’Iraq del
Sud e scaricato nel porto turco di Ceyhan e di una partita di diesel. L’operazione,
nonostante plurime ragioni di sospetto, non è stata segnalata alle competenti
autorità da parte della stessa M.” (ibidem, pag. 10). Per quanto attiene più par-
ticolarmente ai reati oggetto dell’inchiesta estera, “le attività investigative in
corso – come detto pregiudizialmente dirette a trovare conferma processuale in
ordine alla natura illecita del petrolio proveniente dal Kurdistan – sono relative
alla configurabilità, innanzitutto, del delitto di ricettazione (art. 648 c.p.) in rela-
zione al consapevole acquisto di un bene illegittimamente sottratto al legittimo
titolare (costituito dal Governo Iracheno). Sono, inoltre, in corso accertamenti
finalizzati ad appurare se l’estrazione del petrolio possa essere avvenuta in aree
controllate da formazioni del sedicente stato islamico con conseguente possibi-
lità che la vendita del greggio abbia consentito alle milizie stesse, ovvero ad
altre organizzazioni jihadiste ad esse collegate, di reperire ingenti somme di
denaro destinate a sostenere le attività terroristiche, con possibile configurabi-
lità del reato di cui all’art. 270-quinquies 1 c.p. Risultano, inoltre, ipotizzabili i
delitti di riciclaggio (art. 648-bis) ed autoriciclaggio (art. 648-ter 1 c.p.) con rife-
rimento, rispettivamente, ai flussi finanziari connessi alla sopra evidenziata
mancata segnalazione di operazioni sospette afferente alla cessione di credito
intercorsa tra F. s.a. e G. LLP di Lugano, in quanto si tratta di operazioni eco-
nomiche relative ai proventi dell’impiego del greggio di provenienza delittuosa”
(ibidem, pag. 11).
Quanto precede, oltre a ulteriori elementi e dettagli messi in evidenza nella ro-
gatoria (v. ibidem, pag. 11 e segg.), soddisfa le esigenze normative e giurispru-
denziali poste in materia di esposto dei fatti. Non spetta peraltro al giudice
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dell'assistenza approfondire ulteriormente la fattispecie oggetto d'inchiesta, tan-
tomeno ottenere le prove dei contestati reati. Sarà proprio la documentazione
litigiosa a permettere all'autorità estera di progredire nella sua attività investiga-
tiva e di acclarare ulteriormente le condotte mosse a carico dei soggetti indagati.
La rogatoria non presenta in ogni caso contraddizioni o errori evidenti che ne
inficerebbero la sua validità. Le censure in questo ambito vanno quindi disat-
tese.
3. Ribadita la natura fiscale del procedimento estero, la ricorrente contesta l’adem-
pimento del requisito della doppia punibilità, ritenendo inoltre discutibile la com-
petenza dell’autorità rogante.
3.1 Aderendo alla CEAG, la Svizzera ha posto il principio della doppia punibilità
quale condizione all'esecuzione di ogni commissione rogatoria esigente l'appli-
cazione di una qualsiasi misura coercitiva (v. art. 5 n. 1 lett. 1 CEAG e la riserva
formulata mediante l'art. 3 del decreto federale del 27 settembre 1966 che ap-
prova la Convenzione del Consiglio d'Europa, RU 1967 866). L'art. X n. 1
dell'Accordo italo-svizzero prevede a sua volta che l'assistenza giudiziaria con-
sistente in una misura coercitiva è concessa solo se il fatto che ha dato luogo
alla commissione rogatoria è punibile secondo il diritto dei due Stati. Nel diritto
interno, tale principio è espresso all'art. 64 cpv. 1 AIMP. Il giudice dell'assistenza
e prima di esso le autorità d'esecuzione non devono procedere a un esame dei
reati e delle norme penali estere menzionati nella domanda di assistenza, ma
semplicemente vagliare, limitandosi a un esame prima facie, se i fatti addotti
nella domanda estera – effettuata la dovuta trasposizione – sarebbero punibili
anche secondo il diritto svizzero, ricordato che la punibilità secondo il diritto
svizzero va determinata senza tener conto delle particolari forme di colpa e con-
dizioni di punibilità da questo previste (DTF 124 II 184 consid. 4b/cc pag. 188;
118 Ib 543 consid. 3b/aa pag. 546; 116 Ib 89 consid. 3b/bb; 112 Ib 576 consid.
11b/bb pag. 594). I fatti incriminati non devono forzatamente essere caratteriz-
zati, nelle due legislazioni toccate, dalla medesima qualificazione giuridica (DTF
124 II 184 consid. 4b/cc pag. 188). Diversamente dall'ambito estradizionale, le
misure di cooperazione sono già ammesse se la condizione della doppia puni-
bilità è ossequiata alla luce di una singola fattispecie (sentenza del Tribunale
federale 1C_138/2007 del 17 luglio 2007 consid. 2.3 e rinvii).
Ciò premesso, l'art. 2 lett. a CEAG permette nondimeno di rifiutare l'assistenza
giudiziaria segnatamente quando la domanda si riferisce a reati considerati
dalla Parte richiesta come reati fiscali. Questo è ribadito all'art. IV par. 2 Accordo
italo-svizzero. Secondo l'art. 3 cpv. 3 AIMP, la domanda è irricevibile se il pro-
cedimento verte su un reato che sembra volto a una decurtazione di tributi fiscali
o viola disposizioni in materia di provvedimenti di politica monetaria, commer-
ciale o economica. Per contro, si può dar seguito a una domanda in ambito di
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"altra assistenza" se il procedimento verte su una truffa in materia fiscale. Que-
st'ultima deve essere interpretata sulla base dell'art. 14 cpv. 2 della legge fede-
rale sul diritto penale amministrativo (DPA; RS 313.0), disposizione applicabile
in virtù del rinvio previsto all'art. 24 cpv. 1 OAIMP. Una truffa fiscale è realizzata
se l'autore, mediante inganno astuto, fa sì che l'ente pubblico si trovi defraudato
di una tassa, un contributo o un'altra prestazione o venga a essere altrimenti
pregiudicato nei suoi interessi patrimoniali (DTF 125 II 250 consid. 3a). La no-
zione d'inganno astuto corrisponde sostanzialmente a quella applicata in ambito
di truffa ai sensi dell'art. 146 CP (DTF 126 IV 165 consid. 2a; TPF 2015 110
consid. 5.2.3 con rinvii). Per realizzare il reato di truffa fiscale non è indispensa-
bile fare uso di documenti falsi o alterati, ma sono ipotizzabili anche altri metodi.
Secondo la giurisprudenza, sono comunque in genere necessarie manovre
fraudolente, una messa in scena o un edificio di menzogne, affinché si possa
ritenere l’esistenza di un inganno astuto. In determinate circostanze anche false
informazioni la cui verifica non è possibile, è difficile o non è ragionevolmente
esigibile possono costituire un inganno astuto, come pure se il truffatore dis-
suade la vittima dall'effettuare una verifica o prevede, date le circostanze, che
essa rinuncerà a farlo in virtù, segnatamente, di un particolare rapporto di fidu-
cia (DTF 139 II 404 consid. 9.4; 137 IV 25 consid. 4.4.3.2 con rinvii; 135 IV 76
consid. 5.2; v. anche TPF 2008 128 consid. 5.4).
Quando la domanda è presentata per il perseguimento di una truffa fiscale, la
Svizzera, in qualità di Stato richiesto, deroga alla regola secondo la quale l'au-
torità d'esecuzione non deve determinarsi sulla realtà dei fatti (DTF 118 Ib 111
consid. 5b). Pur senza dover fornire prove indiscutibili sulla colpevolezza della
persona perseguita, lo Stato richiedente deve sostanziare l'esistenza di suffi-
cienti sospetti circa la commissione di una truffa fiscale (DTF 125 II 250 con-
sid. 5b; 118 Ib 111 consid. 5b). Tali particolari esigenze hanno come scopo
quello di evitare che le norme ostative all'assistenza in materia economica e
fiscale vengano raggirate (TPF 2007 150 consid. 3.2.4). Lo Stato richiedente
non deve necessariamente allegare alla domanda i mezzi di prova. È sufficiente
ch'esso li indichi e ne renda verosimile l'esistenza (v. sentenza del Tribunale
federale 1A.183/1995 del 13 ottobre 1995 consid. 2d, citata da ZIMMERMANN,
La coopération judiciaire internationale en matière pénale, 5a ediz. 2019,
pag. 700 n. 645 nota 884). Ciò non vale tuttavia in ambito di fiscalità indiretta,
dove la Svizzera si è impegnata a fornire reciprocamente assistenza giusta
l’art. 50 cpv. 1 CAS per quanto concerne le accise, l’imposta sul valore aggiunto
e le imposte doganali. Per tali imposte indirette l’art. 50 cpv. 1 CAS non fa infatti
distinzioni di sorta fra sottrazione d'imposta e truffa fiscale. A tale riguardo, la
distinzione fra evasione e frode fiscale non costituisce dunque più una discrimi-
nante di rilievo (v. KOCHER, Commentario basilese, 2015, n. 121 e segg. ad
art. 3 AIMP; UNSELD, Internationale Rechtshilfe im Steuerrecht: Akzessorische
Rechtshilfe, Auslieferung und Vollstreckungshilfe bei Fiskaldelikten, 2011,
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pag. 135, 147 e seg.; sentenza del Tribunale penale federale RR.2010.262
dell’11 giugno 2012 consid. 1.2.2).
3.2
3.2.1 In concreto, l’autorità d’esecuzione ritiene che i fatti oggetto d’inchiesta
all’estero siano sussumibili in Svizzera segnatamente ai reati di ricettazione
(art. 160 CP) e riciclaggio di denaro (art. 305bis CP).
3.2.2 L’art. 160 n. 1 CP prevede che chiunque acquista, riceve in dono o in pegno,
occulta o aiuta ad alienare una cosa che sa o deve presumere ottenuta da un
terzo mediante un reato contro il patrimonio, è punito con una pena detentiva
sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. Il ricettatore è punito con la pena
comminata al reato preliminare, se questa è più mite. Ove il reato preliminare
sia perseguibile solo a querela di parte, la ricettazione è punibile solo se la que-
rela è stata sporta. Secondo la cifra 2 della medesima disposizione, il colpevole
è punito con una pena detentiva sino a dieci anni o con una pena pecuniaria
non inferiore a 90 aliquote giornaliere se fa mestiere della ricettazione.
Giusta l’art. 305bis n. 1 CP, chiunque compie un atto suscettibile di vanificare
l’accertamento dell’origine, il ritrovamento o la confisca di valori patrimoniali sa-
pendo o dovendo presumere che provengono da un crimine o da un delitto fi-
scale qualificato, è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena
pecuniaria. Sono considerati delitto fiscale qualificato i reati di cui all’articolo 186
della legge federale del 14 dicembre 1990 sull’imposta federale diretta e all’ar-
ticolo 59 capoverso 1 primo comma della legge federale del 14 dicembre 1990
sull’armonizzazione delle imposte dirette dei Cantoni e dei Comuni, se le impo-
ste sottratte ammontano a oltre 300 000 franchi per periodo fiscale. La cifra 2
di tale norma prevede che nei casi gravi, la pena è una pena detentiva sino a
cinque anni o una pena pecuniaria. Con la pena detentiva è cumulata una pena
pecuniaria sino a 500 aliquote giornaliere. Vi è caso grave segnatamente se
l’autore: agisce come membro di un’organizzazione criminale o terroristica
(art. 260ter) (lett. a); agisce come membro di una banda costituitasi per eserci-
tare sistematicamente il riciclaggio (lett. b); realizza una grossa cifra d’affari o
un guadagno considerevole facendo mestiere del riciclaggio (lett. c). Secondo
la cifra 3 della disposizione, l’autore è punibile anche se l’atto principale è stato
commesso all’estero, purché costituisca reato anche nel luogo in cui è stato
compiuto.
3.2.3 Come già indicato in precedenza (v. supra consid. 2.2), l’autorità rogante af-
ferma che, nonostante il Governo centrale iracheno, unica autorità riconosciuta
dalla comunità internazionale, non abbia più autorizzato il Kurdistan Regional
Governement a commerciare petrolio, quest’ultimo avrebbe continuato a ven-
dere autonomamente del greggio, precisando anche che le stesse aree estrat-
tive, per un certo periodo, sarebbero inoltre state sotto il controllo delle milizie
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dello stato islamico. Ora, per quanto riguarda la sottrazione del greggio in pa-
rola, risulta senz’altro ipotizzabile il reato di furto ai sensi dell’art. 139 CP, il
quale punisce chiunque, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, sot-
trae al fine di appropriarsene una cosa mobile altrui: il greggio è una cosa mo-
bile e la sottrazione dello stesso da parte del Kurdistan Regional Government,
finalizzata alla rivendita in Italia, sarebbe intervenuta mediante rottura del pos-
sesso ai danni del Governo centrale iracheno (v. DUPUIS/MOREILLON/
PIGUET/BERGER/MAZOU/RODIGARI, Code pénal, Petit Commentaire, 2a ediz.
2017, n. 7 e segg. ad art. 139 CP nonché n. 11 e segg. alle osservazioni preli-
minari agli art. 137 e segg. CP; PAPAUX, Commentario romando, 2017, n. 6 e
segg. ad art. 139 CP; NIGGLI/RIEDO, Commentario basilese, 4a ediz. 2019, n.
14 e segg. ad art. 139 CP; DTF 132 IV 110 consid. 2.1; 115 IV 106 consid.
1c/aa; 112 IV 11 consid. 2a). Il susseguente acquisto del petrolio in questione
da parte di terzi può quindi essere considerato un atto di ricettazione e i flussi
di denaro legati a tali traffici possono di conseguenza costituire atti di riciclaggio
di denaro. Sindacare i dettagli relativi ai rapporti costituzionali tra governo cen-
trale e governo regionale compete per contro al giudice estero del merito e non
al giudice dell’assistenza. La questione non merita dunque ulteriore disamina in
questa sede.
3.2.4 In definitiva, nella misura in cui l’autorità rogante sospetta che F. S.p.A. abbia
acquistato, con l’aiuto della ricorrente, petrolio dal Kurdistan Regional Govern-
ment, autorità non autorizzata all’uopo, sottraendo il greggio al Governo cen-
trale iracheno, i fatti contestati agli indagati possono perlomeno essere sussunti
ai reati di ricettazione (art. 160 CP) e riciclaggio di denaro (art. 305bis CP), per
cui la doppia punibilità è ossequiata già solo per tali motivi. Inoltre, avendo la
predetta società la sua sede a Z., in provincia di [...], non si intravvedono criticità
riguardanti la competenza dell’autorità inquirente estera. Alla luce dell’esposto
dei fatti presentato dall’autorità rogante, non vi è infine nessuna ragione di rite-
nere che la rogatoria abbia come scopo il perseguimento di reati fiscali. Le cen-
sure in questo ambito vanno dunque tutte disattese.
4. La ricorrente afferma infine che la decisione impugnata violerebbe il principio
della proporzionalità e che la rogatoria estera costituirebbe una fishing expedi-
tion. Il MPC avrebbe inoltre statuito ultra petita, visto che le autorità italiane non
avrebbero chiesto documentazione relativa a conti bancari della ricorrente. A
suo avviso, la documentazione litigiosa non sarebbe idonea a far progredire le
indagini estere, dato che la stessa non potrebbe permettere all’autorità rogante
di determinare se la vendita di petrolio da parte del Governo regionale del Kur-
distan sia legittima o meno. I flussi finanziari non potrebbero fornire alcuna ri-
sposta in tal senso, ma permetterebbero alle autorità estere di assumere infor-
mazioni riservate in merito al gruppo svizzero A.
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4.1 Il principio della proporzionalità esige che vi sia una connessione fra la docu-
mentazione richiesta e il procedimento estero (DTF 139 II 404 consid. 7.2.2;
136 IV 82 consid. 4.1/4.4; 130 II 193 consid. 4.3; 129 II 462 consid. 5.3; 122 II
367 consid. 2c; TPF 2017 66 consid. 4.3.1), tuttavia la questione di sapere se
le informazioni richieste nell'ambito di una domanda di assistenza siano neces-
sarie o utili per il procedimento estero deve essere lasciata, di massima, all'ap-
prezzamento delle autorità richiedenti (DTF 136 IV 82 consid. 4.1; sentenza del
Tribunale penale federale RR.2019.257 del 12 febbraio 2020 consid. 2.1). Lo
Stato richiesto non dispone infatti dei mezzi per pronunciarsi sull'opportunità di
assumere determinate prove e non può sostituirsi in questo compito all'autorità
estera che conduce le indagini (DTF 132 II 81 consid. 2.1 e rinvii). La richiesta
di assunzione di prove può essere rifiutata solo se il principio della proporzio-
nalità è manifestamente disatteso (DTF 139 II 404 consid. 7.2.2 pag. 424;
120 Ib 251 consid. 5c; sentenza del Tribunale penale federale RR.2017.21
dell'8 maggio 2017 consid. 3.1 e rinvii) o se la domanda appare abusiva, le in-
formazioni richieste essendo del tutto inidonee a far progredire le indagini
(DTF 136 IV 82 consid. 4.1; 122 II 134 consid. 7b; 121 II 241 consid. 3a; sen-
tenza del Tribunale penale federale RR.2017.21 dell'8 maggio 2017 consid. 3.1
e rinvii).
Inoltre, da consolidata prassi, quando le autorità estere chiedono informazioni
per ricostruire flussi patrimoniali di natura criminale si ritiene che necessitino di
regola dell'integralità della relativa documentazione, in modo tale da chiarire
quali siano le persone o entità giuridiche coinvolte (v. DTF 129 II 462 con-
sid. 5.5; 124 II 180 consid. 3c inedito; 121 II 241 consid. 3b e c; sentenze del
Tribunale federale 1A.177/2006 del 10 dicembre 2007 consid. 5.5; 1A.227/2006
del 22 febbraio 2007 consid. 3.2; 1A.195/2005 del 1° settembre 2005 in fine;
sentenza del Tribunale penale federale RR.2019.257 del 12 febbraio 2020 con-
sid. 2.1). Lo Stato richiedente dovrebbe in linea di principio essere informato di
tutte le transazioni effettuate attraverso i conti coinvolti. L’autorità richiedente
ha un interesse ad essere informata di qualsiasi transazione che possa far parte
del meccanismo delittuoso messo in atto dalle persone sotto inchiesta (deci-
sione del Tribunale penale federale RR.2014.4 del 30 luglio 2014 consid. 2.2.2).
Naturalmente è anche possibile che i conti in questione non siano stati utilizzati
per ricevere proventi di reati o per effettuare trasferimenti illeciti o riciclare fondi,
ma l’autorità richiedente ha comunque interesse a poterlo verificare essa
stessa, sulla base di una documentazione completa, tenendo presente che l’as-
sistenza reciproca è finalizzata non solo alla raccolta di prove incriminanti ma
anche a discarico (sentenza del Tribunale federale 1A.88/2006 del 22 giugno
2006 consid. 5.3; sentenza del Tribunale penale federale RR.2007.29 del
30 maggio 2007 consid. 4.2). La trasmissione dell'intera documentazione può
evitare altresì che le autorità debbano inoltrare eventuali domande complemen-
tari (DTF 136 IV 82 consid. 4.1; 121 II 241 consid. 3; sentenza del Tribunale
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federale 1C_486/2008 dell'11 novembre 2008 consid. 2.4; sentenza del Tribu-
nale penale federale RR.2011.113 del 28 luglio 2011 consid. 4.2), con evidente
intralcio alle esigenze di celerità (v. anche art. 17a cpv. 1 AIMP). In base alla
giurisprudenza, l'esame da parte delle autorità di esecuzione e del giudice
dell'assistenza va orientato alla cosiddetta utilità potenziale, secondo cui la con-
segna giusta l'art. 74 AIMP è esclusa soltanto per quei mezzi di prova certa-
mente privi di rilevanza per il procedimento penale all'estero (DTF 134 II 318
consid. 6.4; 126 II 258 consid. 9c; 122 II 367 consid. 2c; 121 II 241 consid. 3a e
b; TPF 2010 73 consid. 7.1). Il principio dell’utilità potenziale gioca un ruolo
cruciale nell'ambito dell'assistenza in materia penale. Lo scopo di tale coopera-
zione è proprio quello di favorire la scoperta di fatti, informazioni e mezzi di
prova, compresi quelli di cui l'autorità estera non sospetta neppure l'esistenza.
Non si tratta soltanto di aiutare lo Stato richiedente a provare i fatti evidenziati
dall'inchiesta, ma di svelarne altri, se ne esistono. Ne deriva, per l'autorità d'e-
secuzione, un dovere di esaustività che giustifica la comunicazione di tutti gli
elementi da essa raccolti e potenzialmente idonei alle indagini estere, al fine di
chiarire in tutti i suoi aspetti i meccanismi delittuosi sotto la lente degli inquirenti
esteri (sentenze del Tribunale penale federale RR.2010.173 del 13 ottobre 2010
consid. 4.2.4/a e RR.2009.320 del 2 febbraio 2010 consid. 4.1; ZIMMERMANN,
op. cit., n. 722, pag. 798 e seg.). Vietata è per contro la cosiddetta fishing ex-
pedition, la quale è definita dalla giurisprudenza una ricerca generale e indeter-
minata di mezzi di prova volta a fondare un sospetto senza che esistano pre-
gressi elementi concreti a sostegno dello stesso (DTF 137 I 218 consid. 2.3.2;
125 II 65 consid. 6b/aa pag. 73 e rinvii; TPF 2007 57 consid. 6.1). Tale divieto
si fonda semplicemente sul fatto che è inammissibile procedere a casaccio nella
raccolta delle prove (DTF 113 Ib 257 consid. 5c; sentenza del Tribunale penale
federale RR.2017.21 dell’8 maggio 2017 consid. 3.1).
Il principio della proporzionalità impedisce inoltre all'autorità rogata di agire ultra
petita, ovvero di andare oltre i provvedimenti postulati dall'autorità richiedente,
concedendo allo Stato rogante un'assistenza maggiore di quella richiesta (co-
siddetto "Übermassverbot", DTF 116 Ib 96 consid. 5b; 115 Ib 186 consid. 4; 115
Ib 373 consid. 7). Secondo la giurisprudenza questo non impedisce tuttavia di
interpretare la commissione rogatoria nel senso che ragionevolmente le si può
attribuire, se del caso in maniera ampia, a condizione che tutti i requisiti per
concedere l'assistenza siano comunque adempiuti (DTF 121 II 241 consid. 3;
sentenza del Tribunale federale 1A.258/2006 del 16 febbraio 2007 consid. 2.3).
Alle predette condizioni possono quindi essere trasmessi delle informazioni e
dei documenti non espressamente menzionati nella domanda di assistenza
(TPF 2009 161 consid. 5.2; sentenze del Tribunale penale federale RR.2010.39
del 28 aprile 2010 consid. 5.1, e RR.2010.8 del 16 aprile 2010 consid. 2.2) ed
incombe alla persona toccata dalla misura dimostrare in maniera chiara e pre-
cisa perché i documenti e le informazioni in questione vanno oltre il senso che
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si può ragionevolmente attribuire alla domanda rogatoriale, rispettivamente non
presentano nessun interesse per la procedura estera.
4.2 In concreto, l’utilità potenziale della documentazione litigiosa è certamente data,
già solo per il fatto che l’indagata B. è direttrice della società ricorrente (v. act.
5.1 e 5.2), nonché avente diritto economico della relazione litigiosa (v. act. 1.2,
pag. 5). Il MPC ha del resto indicato nella decisione impugnata svariate opera-
zioni che hanno toccato il conto litigioso intestato alla ricorrente, per il quale
l’indagata B. dispone di una procura. Dalla documentazione analizzata, è
emerso che la relazione in questione è stata oggetto il 28 maggio 2014 di un
addebito di USD 70'562'622.30 a favore del conto n. 3 intestato a G. LPP presso
la banca H., società coinvolta nelle indagini italiane. La relazione della ricorrente
è stata inoltre oggetto il 5 e 10 novembre 2014 di un addebito di rispettivamente
USD 9'000'025.98 e di USD 2'000'025.98, entrambi a favore del conto n. IBAN
4 intestato a J. Limited presso la banca L. di Monaco, società riconducibile all’in-
dagata B. (v. act. 1.2, pag. 5). Punti di contatto concreti con i fatti oggetto del
procedimento estero sono quindi dati e le autorità estere devono potere analiz-
zare tutta la documentazione litigiosa, al fine di ricostruire tutti i flussi di denaro
intercorsi tra i conti riconducibili agli indagati o ad altre entità toccate dai fatti
investigati. L’autorità rogante ha del resto chiaramente illustrato l’implicazione
della ricorrente nei flussi finanziari d’interesse investigativo (v. complemento ro-
gatoriale del 2 settembre 2019, pag. 8, 10, 13 e 20, in rubrica 1 incarto MPC),
per cui il MPC ha correttamente e ragionevolmente interpretato la rogatoria or-
dinando la trasmissione della documentazione litigiosa. Alla luce di ciò non è
nemmeno possibile limitare temporalmente la sua estensione nei termini di cui
nella richiesta in via subordinata, perché questo significherebbe privare in ma-
niera arbitraria le autorità estere di documentazione potenzialmente utile per la
loro inchiesta.
Spetterà comunque al giudice estero valutare se dalla documentazione inoltrata
emerge in concreto una connessione penalmente rilevante fra i fatti oggetto
della procedura penale in Italia e detta documentazione. Alla luce della do-
manda rogatoriale e dei complementi risulta che tutta la documentazione liti-
giosa è potenzialmente utile per l’inchiesta, motivo per cui la sua trasmissione
rispetta il principio della proporzionalità e non costituisce una ricerca esplorativa
e indiscriminata di prove.
5. In conclusione, il ricorso va respinto e la decisione impugnata confermata.
6. Le spese seguono la soccombenza (v. art. 63 cpv. 1 PA). La tassa di giustizia
è calcolata giusta gli art. 73 cpv. 2 LOAP, 63 cpv. 4bis PA, nonché 5 e 8 cpv. 3
del regolamento del 31 agosto 2010 sulle spese, gli emolumenti, le ripetibili e le
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indennità della procedura penale federale (RSPPF; RS 173.713.162), ed è fis-
sata nella fattispecie a fr. 5'000.–, a carico della ricorrente; essa è coperta
dall'anticipo delle spese del medesimo importo già versato.
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