Decision ID: ca7e246e-a692-5e91-841d-1ff91f30be8f
Year: 2020
Language: it
Court: TI_TCAS
Chamber: TI_TCAS_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: social_law

ritenuto
in fatto
1.1. Il 24 ottobre 2018 (doc. 3) RI 1, 1966, ha fatto richiesta di prestazioni dall'assicurazione invalidità essendo inabile al lavoro al 100% dal 4 giugno 2018 per problemi alla schiena.
L'Ufficio assicurazione invalidità ha raccolto la documentazione medica necessaria presso l'assicuratore malattia perdita di guadagno e il medico curante (docc. 30 e 34) e ha effettuato gli accertamenti economici.
1.2. Preso atto del rapporto finale del 15 marzo 2019 (doc. 42) del Servizio Medico Regionale e del parere del consulente in integrazione professionale (doc. 56), con progetto di decisione del 26 gennaio 2019 (doc. 57) l'Ufficio AI ha rifiutato l'attribuzione di una rendita di invalidità e di altri provvedimenti professionali, stante un grado di invalidità globale del 16,50% calcolato con il metodo misto (75% salariato e 25% casalingo).
1.3. Sulle osservazioni del 21 agosto 2019 (doc. 64) dell'assicurato, che ha sostenuto che non erano state considerate tutte le problematiche di salute che comportavano un'inabilità lavorativa totale così come attestato dal dr. med. _ (doc. 65), ha preso posizione il 5 settembre 2019 (doc. 67) il dr. med. _ dell'SMR e, su tale base, con decisione del 10 settembre 2019 (doc. A) l'Ufficio AI ha confermato che l'assicurato non aveva nessun diritto a una rendita di invalidità (grado AI 16,50%) e a ulteriori provvedimenti professionali.
1.4. Il 10 ottobre 2019 (doc. I) RI 1, patrocinato da RA 1, ha chiesto al Tribunale, in via principale, di accertare il suo diritto a una rendita intera AI dal 2 settembre 2019 e, in via subordinata, di rinviare gli atti all'Ufficio AI per i necessari accertamenti medici per mezzo di una perizia pluridisciplinare ed economici.
Il ricorrente ha rimproverato all'amministrazione di avere evaso la sua richiesta senza avere approfondito l'aspetto medico e senza averlo sottoposto a una perizia esterna. La patologia alla schiena era infatti ancora in corso e non definita, tanto che egli sta effettuando fisioterapia e prossimamente dovrà valutare se sottoporsi a un intervento chirurgico. È perciò contestata che vi sia un'inabilità lavorativa del 20% in attività adeguate.
Inoltre, l'insorgente ha fatto presente che se l'Ufficio AI avesse indagato ulteriormente le sue patologie presso il medico curante, avrebbe appreso che era in cura da uno psichiatra, il quale ha diagnosticato un disturbo depressivo ricorrente, episodio grave senza sintomi psicotici in atto (ICD-10; F33.2), che gli causava un'inabilità totale almeno dal 2 settembre 2019, sebbene tale patologia si fosse sviluppata già da oltre un anno, dopo l'avvenuto licenziamento (docc. C, D ed E).
L'assicurato va quindi sottoposto a una perizia pluridisciplinare in ambito neurologico, reumatologico, ortopedico e psichiatrico.
Per quanto concerne l'aspetto economico, il ricorrente ha rilevato che il tempo lavorativo del 76% era stato pattuito con il datore di lavoro in ragione della lontananza del posto di lavoro (_) dal suo domicilio, per cui necessitava di maggior riposo.
Pertanto, secondo il ricorrente andrebbe verificato il metodo di calcolo, adottando quello ordinario piuttosto che il metodo misto.
1.5. Nella risposta del 22 ottobre 2019 (doc. IV) l'Ufficio AI, viste le prese di posizione dello psichiatra attivo presso l'SMR, dr. _, sui referti dello specialista dr. med. _ (doc. IV/1), e del consulente in integrazione professionale (doc. IV/2) che ha aggiornato i dati e ricalcolato il grado AI utilizzando sia il metodo misto (21,66%) sia il metodo ordinario considerando l'assicurato salariato a tempo pieno (26%), ha chiesto al TCA di riconoscere pieno valore probante ai rapporti del dr. med. _ del Servizio Medico Regionale e di confermare l'aspetto economico. Il ricorso andava quindi respinto.
1.6. Il 28 ottobre 2019 (doc. VI) l'insorgente, contraddicendo l'analisi del dr. _, ha osservato di essere stato peritato il 10 ottobre 2019 da uno specialista per conto dell'assicuratore malattia, il quale ha diagnosticato una sindrome depressiva ricorrente con episodio di tipo grave (ICD-10; F33.2) e ha certificato un'inabilità lavorativa del 100% fino al 29 gennaio 2020 (doc. F). Su tale base, il dr. med. _ ha allestito un altro certificato medico (doc. G) e ha improntato un nuovo piano terapeutico (doc. H).
Dal profilo somatico, poi, la situazione non si era ancora stabilizzata, dovendo egli sottoporsi a un intervento alla schiena.
In merito all'aspetto economico, il ricorrente ha ricordato che il tempo lavorativo del 76% era stato concordato sin dall'inizio dell'attività lucrativa nel 2011 stante la necessità di riposo visto il lavoro notturno e a turni.
1.7. L'Ufficio AI ha osservato il 7 novembre 2019 (doc. VIII) che gli atti medici specialistici non offrivano nuovi spunti valutativi rispetto a quanto già esposto dal dr. med. _, il quale aveva tenuto conto che l'assicurato era stato visitato da uno psichiatra a inizio settembre 2019. Ad ogni modo, tale patologia sarebbe insorta dopo l'avvenuto licenziamento e dopo la ricezione del progetto di decisione; inoltre, le difficoltà reattive a una decisione negativa dell'Ufficio AI non rientrano nel novero delle affezioni alla salute suscettibili di originare un'incapacità di guadagno.
1.8. Il 21 novembre 2019 (doc. X) il ricorrente ha rimproverato all'SMR di non avere considerato che egli sia stato peritato dall'assicuratore malattia per perdita di guadagno, il quale ha stabilito una totale incapacità lavorativa. Sia questo sia il parere del dr. med. _ divergono dall'opinione del dr. med. _, perciò sarebbe opportuno sottoporlo a una perizia specialistica.
L'assicurato ha poi rilevato che il licenziamento è avvenuto prima dell'inizio delle cure psichiatriche, perciò ha contestato che la patologia psichica sia sorta dopo la ricezione del progetto di decisione, ritenuto che tanto il medico curante quanto il perito assicurativo attestano che l'incapacità debba essere ricondotta al periodo del licenziamento.
1.9. L'Ufficio AI non ha formulato ulteriori osservazioni (doc. XI).
considerato

in diritto
2.1. Secondo l'art. 4 cpv. 1 LAI in relazione con gli artt. 7 e 8 LPGA, con invalidità s'intende l'incapacità al guadagno presunta permanente o di rilevante durata, cagionata da un danno alla salute fisica o psichica, conseguente a infermità congenita, malattia o infortunio.
Gli elementi fondamentali dell'invalidità, secondo la surriferita definizione, sono dunque un danno alla salute fisica o psichica conseguente a infermità congenita, malattia o infortunio, e la conseguente incapacità di guadagno.
Occorre quindi che il danno alla salute abbia cagionato una diminuzione della capacità di guadagno, perché il caso possa essere sottoposto all'assicurazione per l'invalidità (
Scartazzini
, Les rapports de causalité dans le droit suisse de la sécurité sociale, Basilea e Francoforte sul Meno 1991, pag. 216 segg.).
Per incapacità al lavoro s'intende qualsiasi incapacità, totale o parziale, derivante da un danno alla salute fisica, mentale o psichica di compiere un lavoro ragionevolmente esigibile nella professione o nel campo di attività abituale. In caso d'incapacità al lavoro di lunga durata possono essere prese in considerazione anche le mansioni esigibili in un'altra professione o campo d'attività (art. 6 LPGA).
L'incapacità al guadagno è definita all'art. 7 LPGA e consiste nella perdita, totale o parziale, della possibilità di guadagno sul mercato del lavoro equilibrato che entra in considerazione, provocata da un danno alla salute fisica, mentale o psichica e che perdura dopo aver sottoposto l'assicurato alle cure ed alle misure d'integrazione ragionevolmente esigibili.
Secondo l'art. 8 cpv. 1 LPGA, è considerata invalidità l'incapacità al guadagno totale o parziale presumibilmente permanente o di lunga durata.
La nozione d'invalidità di cui agli artt. 4 cpv. 1 LAI e 8 cpv. 1 LPGA è di carattere giuridico economico, non medico (DTF 116 V 249 consid. 1b).
L'art. 28 cpv. 1 LAI prevede che l'assicurato ha diritto ad una rendita se: a. la sua capacità al guadagno o la sua capacità di svolgere le mansioni consuete non può essere ristabilita, mantenuta o migliorata mediante provvedimenti d'integrazione ragionevolmente esigibili; b. ha avuto un'incapacità al lavoro (art. 6 LPGA) almeno del 40% in media durante un anno senza notevole interruzione; e c. al termine di questo anno è invalido (art. 8 LPGA) almeno al 40%.
L'art. 28 cpv. 2 LAI prescrive che gli assicurati hanno diritto ad una rendita intera se sono invalidi almeno al 70%, a tre quarti di rendita se sono invalidi almeno al 60%, ad una mezza rendita se sono invalidi almeno al 50% o a un quarto di rendita se sono invalidi almeno al 40%.
Tuttavia, il diritto alla rendita nasce al più presto dopo 6 mesi dalla data in cui l'assicurato ha rivendicato il diritto alle prestazioni conformemente all'art. 29 cpv. 1 LPGA, ma al più presto a partire dal mese seguente il compimento dei 18 anni (art. 29 cpv. 1 LAI).
In virtù dell'art. 28a cpv. 1 LAI,
per valutare l'invalidità di un assicurato che esercita un'attività lucrativa si applica l'articolo 16 LPGA. Il Consiglio federale definisce il reddito lavorativo determinante per la valutazione dell'invalidità.
Ai sensi dell'art. 16 LPGA, il grado d'invalidità è determinato stabilendo il rapporto fra il reddito del lavoro che l'assicurato conseguirebbe dopo l'insorgenza dell'invalidità e dopo l'esecuzione di eventuali provvedimenti d'integrazione, nell'esercizio di un'attività lucrativa ragionevolmente esigibile da lui in condizioni normali di mercato del lavoro (
reddito da invalido
) ed il reddito del lavoro che egli avrebbe potuto conseguire se non fosse diventato invalido (
reddito da valido
).
Si confronta perciò il reddito che l'assicurato avrebbe potuto conseguire se non fosse divenuto invalido con quello che egli può tuttora realizzare, benché invalido, sfruttando la residua capacità lavorativa in attività da lui ragionevolmente esigibili in condizioni normali del mercato del lavoro, previa adozione di eventuali provvedimenti integrativi (
metodo generale del raffronto dei redditi
; DTF 128 V 30 consid. 1, 104 V 136 consid. 2a e 2b; Pratique VSI 2000 pag. 84 consid. 1b).
Nel confronto dei redditi la giurisprudenza - di regola - non tiene conto di fattori estranei all'invalidità, come ad esempio la formazione professionale, le attitudini fisiche e psichiche e l'età dell'assicurato (RCC 1989 p. 325; DTF 107 V 21;
Scartazzini
, op. cit., pag. 232). La misura dell'attività ragionevolmente esigibile dipende, d'altra parte, dalla situazione personale dell'assicurato e dalla possibilità di applicazione di misure reintegrative. La situazione personale dell'assicurato è essenziale per la valutazione della residua capacità al guadagno. Secondo il TFA i due redditi, dalla cui differenza emerge il grado dell'incapacità di guadagno, vanno stabiliti in maniera precisa. Se ciò non è possibile, devono essere calcolati sulla base di una valutazione fondata sulle circostanze concrete (SVR 1996 IV Nr. 74 consid. 2a, DTF 114 V 313 consid. 3a).
Nella DTF 107 V 21 consid. 2c, la Corte federale ha stabilito che l'assicurazione per l'invalidità non è tenuta a rispondere qualora l'assicurato, in ragione della sua età, di una carente formazione oppure a causa di difficoltà di apprendimento o linguistiche, non riesce a trovare concretamente un'occupazione (giurisprudenza confermata con STFA
U 156/05 del 14 luglio 2006, consid. 5).
2.2. Con DTF 131 V 51, ai considerandi 5.1 e 5.2 l'Alta Corte ha stabilito che la riduzione del tasso di occupazione esigibile in un'attività lucrativa senza che questo tempo libero venga consacrato allo svolgimento delle mansioni consuete è irrilevante ai fini del metodo di valutazione dell'invalidità. In questi casi è applicabile il metodo ordinario e non il metodo misto, previsto per le persone che esercitano un'attività lucrativa e che oltre a questa conducono un'economia domestica o svolgono mansioni consuete ai sensi dell'art. 8 cpv. 3 LPGA (art. 5 cpv. 1 vLAI in vigore sino al 31 dicembre 2002) e dell'art. 28a cpv. 3 LAI.
Nella DTF 142 V 290, il 4 maggio 2016 il Tribunale federale ha precisato la sua precedente giurisprudenza su come determinare il grado d'invalidità nel caso di persone assicurate parzialmente attive che non svolgono mansioni consuete
(DTF 131 V 51). La nostra Massima Istanza ha stabilito che quando un assicurato lavora volontariamente a tempo parziale, senza dovere anche dedicarsi alle mansioni consuete ai sensi dell'art. 28a cpv. 2 LAI, si deve dapprima valutare la sua invalidità applicando il metodo ordinario, ossia comparando i suoi redditi prima e dopo il danno alla salute, poi ridurre il grado di invalidità così determinato in funzione della percentuale di attività salariata esercitata prima del danno alla salute.
In questa fattispecie l'Alta Corte si è occupata di un'assicurata che ha cresciuto i suoi figli e che lavorava, per sua scelta, al 60% e quindi che consacrava il 40% del tempo restante ai propri hobby. Inizialmente, applicando il metodo misto di calcolo, l'Ufficio AI le ha attribuito nel 2004 una mezza rendita di invalidità ([79,88% di incapacità di guadagno x 60% del tempo lavorativo come salariata] + [8% di incapacità di guadagno x 40% del tempo per svolgere le mansioni consuete] = grado AI complessivo del 51,13%). Nell'ambito di una revisione nel 2008 il grado di invalidità complessivo è stato fissato nel 63%, con conseguente diritto a tre quarti di rendita, confermato nel 2012 in occasione di un'altra revisione avviata nel 2011.
La richiesta dell'assicurata del 2012 di percepire una rendita intera è stata respinta dall'amministrazione, mentre il ricorso inoltrato al Tribunale cantonale di Lucerna è stato accolto dopo che alle parti è stata data la possibilità di esprimersi sulla DTF 131 V 51. L'Ufficio AI si è quindi rivolto al Tribunale federale contro la concessione di una rendita intera all'assicurata.
Sia la prima sia la seconda istanza concordano sull'applicazione di questa giurisprudenza e quindi sulla determinazione del grado di invalidità per mezzo del metodo ordinario del raffronto dei redditi. Lo stesso vale per il Tribunale federale (cfr. consid. 3.2).
Tuttavia, malgrado per entrambe le precedenti autorità l'incapacità lavorativa fosse totale, che ipoteticamente la parte salariata fosse del 60% e che si applicasse il metodo ordinario del raffronto dei redditi in virtù dell'art. 16 LPGA, i risultati a cui esse sono giunte sono diversi: per il Tribunale cantonale il grado di invalidità era del 100%, mentre per l'Ufficio AI era del 60% (cfr. consid. 3.3).
Il Tribunale federale ha quindi elencato le tre situazioni possibili alla luce dell'art. 28a LAI e i rispettivi metodi di valutazione del grado di invalidità (il
metodo ordinario del raffronto dei redditi
per i salariati giusta l'art. 16 LPGA, il
metodo specifico
per le persone non esercitanti un'attività lucrativa e il
metodo misto
per le persone salariate che contemporaneamente svolgono le mansioni consuete) (cfr. consid. 4).
La nostra Massima istanza ha poi ricordato la giurisprudenza sviluppata nella DTF 131 V 51 per le persone che esercitano parzialmente un'attività lucrativa senza compiti domestici, per le quali si applica il metodo ordinario del confronto dei redditi. Essa ha precisato che per il reddito da valido determinante è quanto la persona assicurata, da sana, avrebbe effettivamente potuto conseguire e non quanto avrebbe potuto guadagnare nel migliore dei casi. Se l'assicurato può essere professionalmente attivo a tempo pieno, ma riduce il suo tempo lavorativo per avere più tempo libero, il Tribunale federale ha ritenuto che non spetta all'assicurazione invalidità risponderne. Il reddito da invalido si determina in funzione di quanto l'assicurato, una volta sopraggiunta l'incapacità lavorativa, potrebbe conseguire in una attività ragionevole in un mercato del lavoro equilibrato (cfr. consid. 5).
In applicazione di questo principio, il Tribunale cantonale ha ritenuto che l'assicurata, attiva professionalmente al 60% ma inabile totalmente al lavoro, con il metodo ordinario raggiungeva un grado di invalidità del 100% e quindi il diritto ad una rendita intera (cfr. consid. 6.1).
L'Alta Corte ha riconosciuto che il calcolo effettuato dall'autorità giudiziaria cantonale era conforme alla citata giurisprudenza. Tuttavia, il risultato che ne deriva è urtante essendo paradossale che quando v'è una soppressione delle mansioni consuete e si passa ad una diminuzione dell'ambito assicurato dal 100% (parte salariata e mansioni consuete) al 60% (solo salariato), ciò porta a un aumento del grado di invalidità (dal 63% al 100%) quando nient'altro è cambiato, visto che si tratta sempre di una persona con attività lucrativa al 60%. In altre parole, secondo l'Ufficio AI ricorrente, il solo fatto di rimpiazzare le mansioni consuete con del tempo libero, che non è coperto dall'art. 27 OAI, si ripercuote sull'aumento della rendita (cfr. consid. 6.2).
Anche la dottrina ha rilevato che questo modo di determinare l'invalidità porta stranamente ad un grado di invalidità maggiore.
Il TF ha riportato un esempio illustrato da Kieser, simile al caso in esame (cfr. consid. 6.3).
Secondo l'Alta Corte, la fattispecie in esame e l'esempio di calcolo esposto da Kieser indicano che la prassi in vigore non porta ad un'uguaglianza di trattamento (art. 8 cpv. 1 Cost. fed.) tra le persone parzialmente attive senza compiti domestici e le persone parzialmente attive che si occupano anche delle mansioni consuete. Si viene ugualmente a creare una differenza di trattamento anche nei confronti delle persone salariate a tempo pieno. In altre parole, le persone che sono interamente attive professionalmente raggiungono un grado di invalidità del 100% solo quando sia nella quota parte del 60% - dalla quale può derivare un grado massimo di invalidità del 60% ({[60'000 – 0] x 100 : 60'000} x 60%) - sia nella quota parte del 40% - dalla quale può risultare al massimo un grado di invalidità del 40% - sono totalmente impedite (cfr. consid. 6.4).
Ciò porta la prassi, conformemente alla DTF 131 V 51, a riconoscere anche a un salariato parziale che non ha compiti domestici da assolvere un grado di invalidità del 100% stante un tempo libero (del 40%) che non è assicurato giusta l'art. 28a LAI in connessione con l'art. 27 OAI. L'Ufficio AI ricorrente ha criticato questa soluzione e ha fatto valere che in tali casi il grado massimo di invalidità non deve superare la quota parte del 60% dell'attività salariata. Esso ha pertanto richiesto di precisare la giurisprudenza, nel senso che anche nel caso di salariati a tempo parziale senza compiti domestici il grado di invalidità che risulta dal confronto dei redditi sia ritenuto in modo
proporzionale
(in specie con il fattore 0,6 corrispondente alla quota parte salariata del 60%) (cfr. consid. 6.5).
Dal profilo dell'uguaglianza di trattamento, la perdita della capacità lavorativa di una persona parzialmente attiva (qui al 60%) deve portare ad un grado di invalidità simile se essa non svolge le mansioni consuete per più del 60%, quindi per il 40% ipoteticamente restante (cfr. consid. 7.2).
Stante quanto precede, il Tribunale federale ha concluso che la giurisprudenza sviluppata nella DTF 131 V 51 deve essere precisata, nel senso che per gli assicurati parzialmente salariati che non svolgono anche le mansioni consuete, il grado di invalidità deve essere calcolato con il
metodo ordinario del confronto dei redditi
(art. 16 LPGA) e deve essere presa in considerazione, nell'ambito dell'ipotetica attività lavorativa a tempo parziale, solo la limitazione
proporzionale
nell'attività salariata. Il grado di invalidità corrisponde alla diminuzione
proporzionale
all'attività salariata esercitata e non può superare la percentuale di questo ambito assicurato, che è definito con l'ipotetico carico di lavoro a tempo parziale (cfr. consid. 7.3).
Considerato quindi che l'assicurata era totalmente inabile al lavoro e che la sua quota di salariata era del 60%, tenendo conto proporzionalmente del risultato del raffronto dei redditi si ha un grado di invalidità del 60% (60% x 100%) (cfr. consid. 8.1).
Pertanto, il Tribunale federale ha attribuito all'assicurata tre quarti di rendita e ha annullato la sentenza cantonale che le ha attribuito una rendita intera (cfr. consid. 8.2).
Più specificatamente, il Tribunale federale si è così pronunciato:
"
7.
7.1.
Entsprechend der Zielsetzung der Invalidenversicherung, die wirtschaftlichen Folgen der Invalidität zu mildern (vgl. Botschaft des Bundesrats vom 24. Oktober 1958 zum Entwurf eines Bundesgesetzes über die Invalidenversicherung und eines Bundesgesetzes betreffend die Änderung des Bundesgesetzes über die Alters- und Hinterlassenen-versicherung, BBl 1958 II 1137 ff., insbes. 1161 f.; vgl. auch BGE 137 V 334 E. 5.5.3 S. 345), ist das versicherte Risiko in der Invalidenversicherung die Erwerbsinvalidität, die von der effektiven, gesundheitlich bedingten Erwerbseinbusse abhängt. Eine versicherte Person, welche im Gesundheitsfall ihr wirtschaftliches Potential nicht voll ausnützt, indem sie zwar in der Lage wäre, voll erwerbstätig zu sein, sich aber für eine Teilzeitstelle entscheidet, um mehr Freizeit zu haben, begnügt sich mit einem Teilzeitlohn und verzichtet damit freiwillig auf einen Teil des Lohnes, den sie erzielen könnte, wenn sie vollerwerbstätig wäre. Dass ihr Erwerbseinkommen vermindert ist, stellt die Folge ihrer Wahl dar. Der nicht verwertete Teil ihrer Erwerbsfähigkeit ist damit nicht versichert (BGE 135 V 58 E. 3.4.1 S. 61; 131 V 51 E. 5.1.2 S. 53; Urteil 9C_112/2012 vom 19. November 2012 E. 4.6) und ein Ausgleich durch die Invalidenversicherung demzufolge nicht statthaft (BGE 137 V 334 E. 5.5.3 S. 345 f.; 131 V 51 E. 5.1.2 S. 53). Aus diesen Überlegungen ergibt sich, dass eine teilerwerbstätige versicherte Person ohne Aufgabenbereich eine gesundheitlich bedingte Erwerbseinbusse lediglich im Rahmen des versicherten Bereiches, welcher dem (hypothetischen) Beschäftigungsgrad entspricht, erleidet und deshalb auch nur in diesem Umfang ein Ausgleich stattfinden kann. Es verhält sich nicht anders als bei den Vollerwerbstätigen, bei welchen wegen des auf 100 % Bezug nehmenden Einkommens-vergleichs (Art. 28a Abs. 1 IVG in Verbindung mit Art. 16 ATSG) ebenfalls maximal ein dem versicherten Bereich (100 %) entsprechender Invaliditätsgrad (mithin maximal 100 %) resultieren kann.
7.2.
Für diese Betrachtungsweise spricht auch das Rechtsgleichheitsgebot (Art. 8 Abs. 1 BV) bzw. eine verfassungskonforme Auslegung (vgl. dazu BGE 140 I 77 E. 5.3 S. 81 mit Hinweisen) der Bestimmung des Art. 28a Abs. 3 Satz 1 IVG. Unter dem Gesichtspunkt der Gleichbehandlung muss die Einbusse, die eine versicherte Person in einem bestimmten (hypothetischen) erwerblichen Teilpensum (hier: 60 %) erleidet, in diesem Bereich zum selben Invaliditätsgrad führen, unabhängig davon, ob sie daneben (d.h. in den hypothetisch verbleibenden 40 %) keinen Aufgabenbereich hat (wie die Beschwerdegegnerin im hier zu beurteilenden Zeitraum), in einem Aufgabenbereich tätig ist (wie dies bei der Beschwerdegegnerin früher der Fall war [Verfügung vom 11. März 2004; Mitteilung vom 11. Juni 2012]), oder ein weiteres erwerbliches Teilpensum hat und damit als vollerwerbstätig gilt. Eine Gleichbehandlung rechtfertigt sich deshalb, weil die drei genannten Versichertenkategorien bei vollständiger Arbeitsunfähigkeit im erwerblichen Teilpensum von 60 % denselben Einkommensverlust - nämlich einen solchen von 60 % - erleiden. Es sind keine Gründe ersichtlich, bei den teilerwerbstätigen Versicherten ohne Aufgabenbereich eine sich lediglich im Teilzeitpensum auswirkende Arbeitsunfähigkeit über dessen Umfang hinaus (hier mit 100 statt 60 %) zu berücksichtigen.
7.3.
Nach dem Gesagten ist die Rechtsprechung gemäss BGE 131 V 51 dahingehend zu präzisieren, dass bei teilerwerbstätigen Versicherten ohne Aufgabenbereich die anhand der Einkommensvergleichsmethode (Art. 16 ATSG) zu ermittelnde Einschränkung im allein versicherten erwerblichen Bereich
proportional
- im Umfang der hypothetischen Teilerwerbstätigkeit - zu berücksichtigen ist. Der Invaliditätsgrad entspricht der proportionalen Einschränkung im erwerblichen Bereich und kann damit den versicherten Bereich, welcher durch das hypothetische Teilzeitpensum definiert wird, nicht übersteigen. Denn andernfalls könnte ein das hypothetische erwerbliche Pensum übersteigender Invaliditätsgrad resultieren, womit indirekt unzulässigerweise eine Einschränkung in den weder Erwerbs- noch Aufgabenbereich darstellenden, nicht versicherten Freizeitaktivitäten mitabgegolten würde.“.
La successiva STF 8C_846/2015 del 3 giugno 2016 ha confermato il principio secondo cui nel caso in cui un assicurato svolga a tempo parziale un'attività lucrativa per potere avere più tempo libero, il grado di invalidità corrisponde alla limitazione proporzionale nell'attività salariata e quindi non può essere superiore a questo ambito assicurato.
Il Tribunale federale ha giudicato il caso di un assicurato che dal 2001 lavorava a tempo pieno come informatico e che dal 2005 ha ridotto la sua percentuale lavorativa all'80%. A causa di problemi di salute, nel 2012 l'Ufficio AI gli ha riconosciuto dal mese di ottobre 2010 una rendita intera, dal 1° giugno 2011 tre quarti di rendita e dal 1° settembre al 31 dicembre 2011 un quarto di rendita. I gradi di invalidità sono stati determinati in virtù del metodo misto di calcolo con una quota parte di salariato dell'80% e di svolgimento delle mansioni consuete del 20%.
Con il peggioramento del suo stato di salute, l'assicurato ha ridotto il suo carico di lavoro al 60% e poi al 50%.
Facendo sempre capo al metodo misto di calcolo, l'Ufficio AI ha stabilito nel 37% il grado AI dell'assicurato, mentre il Tribunale amministrativo del Canton Berna, in accoglimento del ricorso, gli ha concesso un quarto di rendita, cosicché l'amministrazione si è rivolta al Tribunale federale chiedendo l'annullamento del giudizio cantonale.
Il Tribunale cantonale ha ritenuto che l'assicurato, prima della realizzazione del danno alla salute, abbia ridotto la sua percentuale lavorativa all'80%
non
per svolgere le mansioni consuete e prendersi cura della casa, perciò non era possibile concludere per un 20% utilizzato a tale scopo. Per determinare il grado di invalidità la Corte cantonale ha dunque utilizzato il metodo di confronto dei redditi, considerando quale reddito da invalido il reddito conseguito a quel momento al 50% nella sua professione abituale, leggermente modificata nei compiti dal datore di lavoro per venire incontro ai problemi di salute del suo dipendente. Ciò gli dava diritto ad un quarto di rendita (grado AI 40%) (cfr. consid. 4.1).
Per l'amministrazione, invece, andava applicato il metodo misto di calcolo, perché ciò che non è attività lavorativa ricade nella categoria delle mansioni consuete e della cura della casa, giacché attività lucrativa e usuali lavori gratuiti sono in linea di principio complementari nell'ambito del metodo misto di valutazione dell'invalidità. La quota del lavoro domestico non deve essere fissata in funzione dell'ampiezza dei compiti che rientrano nel campo delle mansioni consuete (DTF 141 V 15) (cfr. consid. 4.2).
Dal canto suo, l'assicurato ha affermato che vive da solo in un appartamento, che si occupa di persona in misura minima della cura della casa e che fa solo ciò che ogni persona deve fare lo stesso (la spesa, preparare i pasti, pulire l'appartamento e fare il bucato). L'interessato era concorde con l'autorità di prima istanza, che ha ritenuto che la riduzione del tempo di lavoro non significava automaticamente che in qualità di salariato parziale il resto del tempo fosse occupato dallo svolgere le mansioni consuete. L'applicazione del metodo ordinario per determinare il suo diritto alla rendita era per lui corretto (cfr. consid. 4.3).
Sulla base dei fatti accertati dal Tribunale cantonale, l'Alta Corte ha ritenuto che l'informatico, celibe e senza figli, viveva da solo in un appartamento di 31⁄2 locali senza obblighi di mantenimento e che ha ridotto il tempo lavorativo all'80% prima dell'insorgenza del danno alla salute perché guadagnava bene e quindi lavorare all'80% era sufficiente. Non v'era dunque alcun elemento per potere ritenere che l'assicurato avesse ridotto il suo tempo lavorativo per occuparsi della casa. Anzi, l'assicurato si occupava in minima parte della casa e per la maggior parte del tempo mangiava fuori. Effettuava la pulizia della casa una volta alla settimana, a volte una volta ogni due settimane al sabato, mentre per stirare e cucire si affidava al bisogno alla mamma. La cura della casa era quantitativamente e qualitativamente di secondaria importanza, cosicché non avrebbe potuto essere posta sullo stesso piano di un'attività lavorativa (cfr. consid. 5.1).
Il TF ha quindi esposto la giurisprudenza sviluppata nella DTF 141 V 15 citata dall'Ufficio AI, affermando che quest'ultimo non ha realizzato che se l'attività svolta è a tempo parziale per avere più tempo libero e non per occuparsi della casa, non sussiste una competenza dell'assicurazione invalidità, giacché il tempo libero, ai sensi dell'art. 27 OAI, non è assicurato. Ne discende che il metodo misto non può tornare applicabile (cfr. consid. 5.2).
Il Tribunale federale ha presentato i principi giurisprudenziali sviluppati dalla DTF 131 V 51 (cfr. consid. 6.1).
Ha poi ricordato che lo scopo dell'assicurazione invalidità è di ridurre le conseguenze economiche dell'invalidità e quindi il rischio assicurato è l'invalidità lavorativa. Una persona assicurata, sana, che non sfrutta pienamente il suo potenziale economico anche se sarebbe in grado di essere attiva a tempo pieno, ma preferisce lavorare a tempo parziale per avere più tempo libero, si accontenta di un reddito ridotto e rinuncia quindi volontariamente a una parte del reddito che potrebbe conseguire se lavorasse a tempo pieno. Il fatto che il suo reddito da attività lucrativa diminuisce configura la conseguenza della sua scelta.
La parte non utilizzata della sua capacità lavorativa non è quindi assicurata. Pertanto, una persona assicurata attiva parzialmente che non deve svolgere mansioni consuete subisce una perdita di guadagno nell'ambito assicurato, che corrisponde al grado di occupazione ipotetico e perciò può avere luogo una compensazione solo in questo ambito (cfr. consid. 6.2).
Poiché la summenzionata DTF 131 V 51 portava a una violazione del principio dell'uguaglianza di trattamento, nella DTF 142 V 290 (STF 9C_178/2015) la nostra Massima Istanza ha precisato che, d'ora in poi, nel caso di assicurati che lavorano a tempo parziale senza svolgere mansioni consuete, la limitazione stabilita con il metodo del raffronto dei redditi ex art. 16 LPGA deve essere considerata proporzionalmente alla percentuale di attività salariata esercitata prima del danno alla salute. Il grado di invalidità corrisponde alla diminuzione proporzionale nell'ambito lavorativo e non può superarlo (cfr. consid. 6.3).
L'Alta Corte ha dunque concluso che il Tribunale cantonale ha a giusta ragione stabilito il grado di invalidità applicando il metodo del raffronto dei redditi, fissandolo nel 40%. Tuttavia, in virtù della precisazione di giurisprudenza esposta, occorre ancora riportare questo dato al tempo lavorativo dell'80%, perciò il grado di invalidità globale è del 32% (0,8 x 40%), con conseguente rifiuto di una rendita di invalidità (cfr. consid. 7).
Va ancora segnalato che la precisazione di giurisprudenza della DTF 142 V 290 è stata ribadita pure nella STF 9C_17/2016 del 14 giugno 2016 (cfr. consid.
2.2: “
Das Bundesgericht befasste sich im (zur amtlichen Publikation vorgesehenen) Urteil 9C_178/2015 vom 4. Mai 2016 eingehend mit der Problematik, dass sich nach der bisherigen Praxis (BGE 131 V 51) allein der Ersatz des versicherten Aufgabenbereichs (Haushaltführung) durch Freizeit, die nach Art. 27 IVV (SR 831.201) nicht versichert ist, rentenerhöhend auswirkt (Urteil 9C_178/2015 vom 4. Mai 2016 E. 6.2). Dabei präzisierte es die Rechtsprechung gemäss BGE 131 V 51 dahingehend, dass bei Teilerwerbstätigen ohne Aufgabenbereich der aus dem Einkommensvergleich resultierende Invaliditätsgrad proportional - im Umfang des hypothetisch-erwerblichen Teilzeitpensums - zu berücksichtigen ist (Urteil 9C_178/2015 vom 4.
Mai 2016 E. 7).
“), in cui un'assicurata, beneficiaria di un quarto di rendita, ha preteso di ricevere una mezza rendita contestando di svolgere della mansioni consuete nel senso giuridico del termine.
Il Tribunale federale ha però lasciato aperto la questione a sapere se si debba computare alla ricorrente una parte dedicata allo svolgimento delle mansioni consuete, visto che applicando il metodo del raffronto dei redditi, e quindi senza tenere conto della necessità di svolgere delle mansioni consuete, il grado di invalidità risulta essere del 40,21% (50,26% x 80%) e quindi la ricorrente continua ad avere diritto ad un quarto di rendita di invalidità, ritenendo quindi il ricorso infondato (cfr. consid. 2.3).
2.3. Al fine di determinare il metodo di calcolo applicabile per stabilire l'eventuale invalidità, si deve anzitutto appurare se la persona esercitava o meno attività lucrativa immediatamente prima dell'insorgere dell'invalidità. Occorre in seguito verificare,
fondandosi sulla globalità delle circostanze, se,
ipoteticamente
, in assenza del danno alla salute, l'assicurato avrebbe o meno esercitato un'attività lavorativa.
Ad esempio se l'assicurato esercitava o meno un'attività lucrativa immediatamente prima dell'insorgere dell'invalidità e se l'assicurato che non esercitava un'attività lucrativa ne avrebbe esercitata una in futuro se non fosse subentrato il danno alla salute. Grande importanza deve essere attribuita all'attività che veniva svolta al momento dell'intervento del danno alla salute invalidante, specie nel caso in cui le altre circostanze non hanno subìto modifiche rilevanti sino alla nascita del diritto alla rendita. Da considerare sono tutte le circostanze del caso concreto, segnatamente le condizioni finanziarie, familiari, l'età dell'assicurato, la sua situazione professionale, le affinità e la personalità dell'assicurato. A nessuno di questi elementi va tuttavia attribuita un'importanza decisiva, per esempio nemmeno al mancato raggiungimento del minimo d'esistenza nel caso del mancato esercizio di un'attività lucrativa rispettivamente alla necessità economica di una simile attività (DTF 130 V 393 consid. 3.3; SVR 1996 AI Nr. 76; DTF 117 V 195; in argomento cfr. anche la STF 9C_150/2012 del 30 agosto 2012 consid. 3 e la giurisprudenza ivi citata; vedi inoltre
Meyer-Blaser
, Rechtsprechung des Bundesgerichts zum IVG, 2014, ad art. 5, pagg. 54-58 e 61-62 e
Blanc
, La procédure administrative en assurance-invalidité, Fribourg 1999, pag. 190).
Questa valutazione deve ugualmente prendere in considerazione la volontà ipotetica dell'assicurato che, in quanto fatto interno, deve essere in regola generale dedotta da indizi esterni (STF 9C_64/2012 dell'11 luglio 2012 consid. 5.2; STFA I 693/06 del 20 dicembre 2006, consid. 4.1.).
Va ancora rilevato che il metodo di calcolo non resta immutato. Ad ogni revisione si deve infatti accertare quale sarebbe stata l'attività esercitata dall'assicurato se non fosse stato invalido (SVR 1996 AI Nr. 76; DTF 117 V 195, 98 V 262; AJP 1994 pag. 784 segg.; STFA del 24 marzo 1994 solo parzialmente pubblicata in DTF 120 V 150; Meyer, op. cit., pag. 288; Blanc, op. cit., pag. 190-191
).
2.4. Nel caso di specie, l'amministrazione ha considerato l'assicurato salariato al 75% ed esercitante mansioni consuete al 25% e ha quindi applicato il metodo misto di calcolo.
In un primo momento, l'8 aprile 2019 (doc. 45) l'Ufficio AI ha chiesto all'assicurato "
di indicarci il genere e la misura delle attività svolte prima del danno, descrivendole brevemente e indicando il tempo che dedicava loro sull'arco della giornata e/o della settimana
" e gli ha trasmesso, a tale scopo, un formulario sotto forma di tabella con le colonne "
genere mansioni
", "
tempo giornaliero
" e "
tempo settimanale
".
Il 18 aprile 2019 (doc. 50) l'amministrazione gli ha ritornato "
il formulario da compilare in quanto lei è considerato salariato in misura del 75% e "casalingo" per il restante 25%. Nel formulario deve indicare quali erano le mansioni che lei svolgeva riferito alla percentuale del 25% (parte non salariata)
".
Su un foglio (doc. 51), l'assicurato ha spiegato il tipo di lavoro che svolgeva come collaboratore di sicurezza, precisando il monte ore giornaliero (da 8,5 a 11,5 ore) e annuale (1700 ore).
Su un altro formulario (doc. 52), egli ha indicato quanto segue:
"
1. A causa degli problemi schienale, del lavoro a turni e del lavoro
notturno, ho lavorato solo 76% del tempo.
2. L'altro 24% avevo bisogno per rilassare la schiena e riprendermi da orari di lavoro irregolari e notti insonni.
3. Avevo bisogno anche di questo tempo per riprendermi dallo stress psichico.
4. Rilassare la schiena sempre
5. Riposo del lavoro a turni e lavoro notturno 2-3 ore per 2-3 giorni
6. Recupero dalle notti insonni
7. Recupero dallo stress psicologico.".
Il 6 maggio 2019 (doc. 53) l'Ufficio AI ha ulteriormente scritto all'assicurato quanto segue:
"
a complemento del suo scritto del 03.05.2019 la invitiamo a volerci indicare quali mansioni casalinghe svolgeva per la percentuale del 25% in cui non lavorava quale salariato.
Se non svolgeva lei le mansioni casalinghe la invitiamo a volerci indicare chi le faceva.".
Questo complemento è stato sollecitato il 3 giugno 2019 (doc. 55) e con e-mail del 19 giugno 2019 (doc. 55) l'assistente sociale del Comune di domicilio dell'assicurato ha così risposto:
"
Il sig. RI 1 ha ricevuto da parte sua il richiamo allegato. Si è rivolto al servizio sociale in quanto a causa di difficoltà linguistiche, non comprende quali ulteriori informazioni in più deve inoltrarvi (ultime da lui spedite in data 03.05.2019).
Il Sig. RI 1 mi indica che vive solo e si occupa lui stesso del mantenimento dell'economia domestica (pulizia, cucinare, bucato, etc.).
Come servizio sociale mi è difficile comprendere il motivo della richiesta inerente le
mansioni casalinghe
in quanto non ho portato avanti io la sua pratica dall'inizio. Mi chiedo pertanto se per caso il Sig. RI 1, quando aveva mandato la richiesta AI, non abbia compilato erroneamente il formulario.
Il Sig. RI 1 mi ha indicato che la sua percentuale lavorativa era definita al 76% perché così da contratto (non perché necessitava del 24% per occuparsi quale casalingo).".
L'amministrazione, come detto, ha considerato l'assicurato salariato al 75% e casalingo per il restante 25%.
Tale soluzione è stata ribadita dal consulente in integrazione professionale pendente causa, dopo che il ricorrente ha chiesto di applicare il metodo ordinario di raffronto dei redditi in luogo del metodo misto applicato.
A sostegno della sua posizione, il 16 ottobre 2019 (doc. IV/2) il consulente ha ricordato di avere chiesto tre volte all'assicurato di indicare le mansioni svolte nel 25% del tempo e che l'assistente sociale ha risposto che "
Il Sig. RI 1 mi indica che vive solo e si occupa lui stesso del mantenimento dell'economia domestica (pulizia, cucinare, bucato, etc.).
".
Il TCA non può approvare l’operato dell'amministrazione.
Infatti, la risposta che il ricorrente ha fornito il 3 maggio 2019 ritornando i due formulari compilati, è molto chiara e dettagliata: nel tempo libero, l'assicurato si riposava psichicamente e fisicamente, riprendendosi dalle fatiche dovute al tipo di lavoro svolto, che richiedeva di lavorare di notte e a turni.
L'Ufficio AI ha nuovamente interpellato l'assicurato, che ha chiesto aiuto a un'assistente sociale la quale, anch'essa, non capiva quali altre informazioni necessitasse l'amministrazione. Anche in quell'occasione è stato ribadito che il tempo di lavoro del 76% era stato concordato con il datore di lavoro sin dall'inizio e che il restante 24% non gli serviva per occuparsi dell'economia domestica, che conduceva da solo occupandosi delle pulizie, del bucato, di cucinare, ecc.
Dagli atti emerge chiaramente che il ricorrente lavorava a tempo parziale al 76% sin dal 2011 e che il resto del tempo si riposava, visto il tipo di lavoro impegnativo svolto e le necessarie trasferte dal suo domicilio (Cantone Ticino) al luogo di lavoro (Canton _), seppure a _ locasse una camera.
Per quanto concerne la conduzione dell'economia domestica, va qui rilevato che durante il 1° colloquio di intervento tempestivo del 21 novembre 2018 (doc. 18), l'assicurato aveva dichiarato di condividere un appartamento con un amico.
Alcuni mesi dopo (doc. 55), l'assistente sociale ha indicato che il ricorrente viveva da solo e che si occupava personalmente dell'economia domestica.
Indipendentemente da quale fosse la situazione abitativa del ricorrente al momento dell'emanazione della decisione, il TCA evidenzia che la presente fattispecie è simile a quella giudicata dal Tribunale federale nella citata STF 8C_846/2015 del 3 giugno 2016, in cui ha ritenuto che l'informatico, celibe e senza figli, viveva da solo in un appartamento di 31⁄2 locali senza obblighi di mantenimento e che aveva ridotto il tempo lavorativo all'80% prima dell'insorgenza del danno alla salute perché guadagnava bene e quindi lavorare all'80% era sufficiente. Non v'era dunque alcun elemento per potere ritenere che l'assicurato avesse ridotto il suo tempo lavorativo per occuparsi della casa.
Nell'evenienza concreta, l'assicurato è divorziato dal 2006 e non ha obblighi di mantenimento. Pertanto, per la percentuale del 76%, così concordata nel 2011 fra il ricorrente e il suo datore di lavoro, egli deve essere considerato salariato, mentre per il restante 24% del tempo, si deve concludere che l'assicurato non si dedicava affatto all'esercizio delle mansioni consuete e quindi alla conduzione dell'economia domestica, ma al suo tempo libero che, però, non è assicurato secondo l'art. 27 OAI. Occorre di conseguenza applicare il metodo di raffronto proporzionale dei redditi e non il metodo misto utilizzato dall'Ufficio AI.