Decision ID: 9139da89-f36d-57f5-bbee-53195767bbae
Year: 1995
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto
A. _
è stato alle dipendenze della _. dal 1° marzo 1991 al 4 luglio 1992, data del suo licenziamento in tronco per motivi gravi (doc. A e B): in base al contratto di lavoro concluso oralmente tra le parti egli era impiegato in qualità di cuoco del Ristorante _ di _ anche se in realtà si occupava in modo autonomo -fino al novembre 1991 congiuntamente con _ ed in seguito da solo- della gestione di quell’esercizio pubblico.
B.
Con istanza 22 febbraio 1993 _ ha chiesto la condanna della convenuta al pagamento di fr. 14’400.- oltre interessi.
Egli contesta innanzitutto l’esistenza di gravi motivi giustificanti il suo licenziamento in tronco, ritenendo pertanto di aver diritto al salario per i tre mesi del normale termine di disdetta (fr. 9’000.-); egli chiede inoltre il pagamento del salario per il mese di giugno 1992 (fr. 3’000.-), a suo dire non ancora soluto; infine, asserendo di aver goduto di un solo giorno libero settimanale, invece dei due a cui avrebbe avuto diritto, pretende che i giorni da lui non usufruiti gli siano compensati in denaro (fr. 2’400.-).
C.
Nel corso dell’udienza di discussione del 21 settembre 1993 la convenuta si è opposta integralmente all’istanza, protestando spese e ripetibili.
Mentre, a suo dire, il licenziamento in tronco era giustificato sia dalle gravi irregolarità commesse dall’istante nella gestione dell’esercizio pubblico, sia dal fatto che questi aveva cucinato ed offerto nel ristorante dei biscotti all’hascisc, le ulteriori pretese per i giorni di libero e per il salario di giugno 1992 -quest’ultimo per altro regolarmente versato- erano del tutto contestate.
In via riconvenzionale la convenuta ha a sua volta chiesto che controparte fosse tenuta a pagarle fr. 8’880.40 oltre interessi al 7% dal 4 luglio 1992, somma che è stata a suo tempo addebitata al conto _ della convenuta a seguito di pagamenti privati da parte dell’istante (doc. C pt. 7 e 9).
D.
Con la risposta riconvenzionale l’istante ha contestato gli addebiti mossigli di malversazioni, facendo tra l’altro osservare che i prelevamenti effettuati servivano per pagare i fornitori e i creditori della società; egli ha tuttavia ammesso di aver eseguito 4 ordini permanenti sul conto _ per spese private, opponendo però in compensazione un importo di fr. 5’000.- da lui versato quale caparra per l’acquisto dell’inventario del ristorante (doc. F).
E.
Con la replica e la duplica dell’azione principale e di quella riconvenzionale, come pure nei memoriali conclusivi, le parti si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro precedenti allegazioni ed impugnative, contestando quelle di controparte. In sede di conclusioni la parte istante ha posto in compensazione un ulteriore credito di fr. 15’000.- derivante da investimenti da lei effettuati nel ristorante.
F.
Con sentenza 4 gennaio 1995 il Pretore, accogliendo parzialmente l’istanza e respingendo la domanda riconvenzionale, ha condannato la convenuta a pagare alla parte istante la somma di fr. 5’400.- oltre interessi ed a rifondere alla controparte fr. 1’800.- a titolo di ripetibili.
Il giudice di prime cure, dopo aver ritenuto giustificato il licenziamento in tronco dell’istante, segnatamente per il fatto che quest’ultimo distribuì dei biscotti all’hascisc nell’esercizio pubblico, ha accolto sia la richiesta di pagamento del salario del mese di giugno 1992 (fr. 3’000.-) rilevando come lo stesso non fosse stato pagato, sia quella per i giorni di libero non goduti (fr. 2’400.-) non avendo la convenuta provato che l’istante avesse effettivamente usufruito dei due giorni liberi settimanali previsti dal CCL; la pretesa fatta valere con la domanda riconvenzionale è stata per contro respinta, in quanto compensata dagli investimenti per fr. 15’000.- effettuati nel ristorante dal dipendente.
G.
Con appello 16 gennaio 1995 la convenuta postula la riforma del querelato giudizio nel senso di respingere integralmente l’istanza e di accogliere la domanda riconvenzionale, protestando spese e ripetibili di primo e secondo grado.
L’appellante rileva innanzitutto che dal doc. C e dal doc. I° si evinceva con una certa chiarezza che il dipendente era stato pagato anche nel mese di giugno 1992 e che in ogni caso non andava dimenticato che, se vi era difficoltà da parte sua nel provare l’effettuazione di tale pagamento, lo si doveva al fatto che la stessa controparte, contravvenendo ai suoi obblighi, aveva omesso di tenere il registro cassa; nulla sarebbe inoltre dovuto all’istante per quanto riguardava i giorni di libero, atteso che dall’istruttoria di causa risultava che questi apriva e chiudeva l’esercizio pubblico quando ne aveva voglia: ne discendeva che l’istanza doveva essere respinta.
Per quanto riguarda la domanda riconvenzionale il Pretore -sempre a suo  ammesso a torto la compensazione di una pretesa di fr. 15’000.- formulata dalla controparte per la prima volta e perciò irritualmente in sede conclusionale, pretesa che in ogni caso non sussisterebbe neppure nel merito, in quanto titolare della stessa era semmai il signor _, il quale non risultava per altro averla in seguito ceduta all’istante.
H.
Delle osservazioni 6 febbraio 1995 della parte istante con cui si postula la reiezione del gravame con la protesta di spese e ripetibili si dirà, se necessario, nei successivi considerandi.

Considerando
in diritto
1.
Mentre la questione a sapere se il licenziamento in tronco fosse o meno giustificato è stata definitivamente risolta dal Pretore e non è più oggetto di contestazione tra le parti, in questa sede si tratterà unicamente di esaminare da un lato se la convenuta debba effettivamente essere tenuta a pagare all’istante il salario relativo al mese di giugno 1992 (cons. 2) rispettivamente per i giorni liberi non goduti (cons. 3) e dall’altro se la domanda riconvenzionale possa essere accolta ed eventualmente in quale misura (cons. 4).
2.
Per quanto riguarda la pretesa salariale relativa al mese di giugno 1992, il giudice di prime cure, dopo aver osservato che nel caso di specie i pagamenti dei salari mensili erano avvenuti nei primi giorni di ogni mese (doc. C pt. 2), e visto che di regola il salario viene versato al dipendente successivamente alla prestazione lavorativa, a meno che le parti si siano accordate diversamente -circostanza quest’ultima che nel caso concreto non risultava tuttavia dai documenti di causa- ha concluso che il versamento effettuato il 5 giugno 1992 (doc. C pt. 2) costituisse la remunerazione per il mese di maggio e che di conseguenza il mese di giugno fosse rimasto non pagato: tale tesi non può essere condivisa da questa Camera.
A parte il fatto che il Pretore non ha minimamente preso in considerazione l’eventualità -tutt’altro che remota- che le parti nell’ambito del contratto di lavoro concluso oralmente avessero convenuto un pagamento anticipato del salario, già un semplice esame delle cifre dei salari consente di giungere ad una conclusione diversa da quella adottata del primo giudice: ritenuto da un lato che dalla scheda dei salari AVS (doc. I°) si evince che nel 1991 l’istante ha percepito un salario mensile netto di fr. 2’664.25 (per 10 mesi), mentre dal 1° gennaio 1992 la sua remunerazione è aumentata a fr. 3’000.- netti e che dall’altro dalla medesima scheda come pure dalla perizia _ (doc. C pt. 2) - commissionata dalle parti ad una fiduciaria e della cui fedefacenza non vi è motivo di dubitare (cfr.
Cocchi/Trezzini
, CPC, N. 11 ad art. 90)- nel 1992 risultavano 6 pagamenti di fr. 3’000.- ciascuno, è del tutto evidente che, indipendentemente dalla data degli avvenuti pagamenti, gli stessi costituissero la remunerazione per i primi sei mesi dell’anno 1992, giugno compreso.
A torto, quindi, il Pretore ha fatto astrazione sia dalla perizia di parte, sia dalle schede dei salari AVS, dalle quali risultava inequivocabilmente che il salario di giugno era stato effettivamente pagato.
3.
Nel querelato giudizio il Pretore ha in seguito riconosciuto all’istante un’indennità per giorni di libero non goduti, rilevando come il datore di lavoro, cui incombeva l’onere della prova, non avesse dimostrato che il dipendente aveva effettuato i due giorni di libero che gli spettavano settimanalmente in base al CCL: tenuto conto che il lavoratore aveva comunque ammesso di aver avuto almeno un giorno libero la settimana, l’indennità era stata fissata in fr. 2’400.-.
L’appellante non ha contestato nel caso concreto né l’applicazione del CCL, né il fatto che l’onere della prova circa l’effettuazione dei giorni liberi del dipendente le incombesse (art. 82 cpv. 5 CCL;
Streiff/Von Känel
, Arbeitsvertrag, Zurigo 1992, N. 4 ad art. 329 CO), limitandosi per contro ad osservare che -a suo dire- l’istante aveva goduto dei giorni liberi che gli spettavano, in quanto dall’istruttoria risultava che egli “apriva e chiudeva l’esercizio pubblico quando ne aveva voglia” (teste _ p. 13).
Ora, a prescindere dal fatto che l’affermazione del teste _ ancora non prova minimamente che l’istante abbia goduto dei giorni liberi stabiliti dal CCL, non potendosi evincere dalla stessa quali e quanti giorni il ristorante sia rimasto chiuso, va rilevato che tale circostanza è stata contraddetta dalla teste _ la quale ha dichiarato che “la chiusura e apertura dell’esercizio pubblico avveniva ad orari normali e regolari. Il giorno di riposo era la domenica” (teste _ p. 20): per costante giurisprudenza di questa Camera, la presenza di due deposizioni così discordanti impone nella loro valutazione la loro reciproca elisione, con la conseguenza di non poter dare per provato il fatto che si voleva accertare (
Cocchi/Trezzini
, N. 7 ad art. 90;
IICCA
10 febbraio 1994 in re S./I. & Co, 12 aprile 1994 in re S./ Z. V.).
Ne discende che l’appellante, non avendo validamente provato che l’istante aveva effettuato i due giorni di libero settimanali previsti dal CCL, sarà tenuta a corrispondergli un’indennità in denaro nella misura accertata dal primo giudice.
4.
Il Pretore ha infine respinto la domanda riconvenzionale della convenuta, in quanto la pretesa di fr. 8’880.40 da lei vantata era compensata da un credito di fr. 15’000.- che il lavoratore a sua volta vantava nei confronti del datore di lavoro per investimenti effettuati nell’esercizio pubblico.
Mentre la censura sollevata dall’appellante, secondo cui la compensazione di quel credito non poteva entrare in linea di conto già per motivi formali in quanto la stessa era stata formulata per la prima volta con le conclusioni, non può trovare accoglimento, dato che in prima istanza la procedura per mercedi e salari è retta dalla massima ufficiale (art. 343 cpv. 4 CO, art. 417 lett. c CPC; cfr. per analogia
IICCA
16 agosto 1994 in re S./S.L. SA); nemmeno la censura secondo cui la stessa debba essere respinta per motivi sostanziali può essere accolta.
L’istruttoria di causa ha infatti permesso di accertare che nel corso del 1991 l’istante ed il signor _ effettuarono all’interno del ristorante tutta una serie di investimenti, segnatamente acquistando utensili mancanti dal piccolo inventario, comprando mobilio e curando il rifacimento del bar (teste _ p. 18): questi investimenti, che dovevano essere a carico di metà ciascuno, comportarono una spesa complessiva di circa fr. 30’000.- (teste Lonni p. 18), somma che venne anticipata dal solo _ mentre l’istante si era impegnato a rifondergli la sua parte sottoscrivendo dei riconoscimenti di debito (cfr. ad es. doc. C pt. 6 e doc. E). Quando _ decise di lasciare al solo istante la gerenza del ristorante, egli si disse disposto a cedere a quest’ultimo la sua quota, che comprendeva evidentemente anche la parte degli investimenti da lui effettuati, chiedendo quale contropartita la somma di fr. 21’200.- (fr. 15’000.- + fr. 6’200.-, cfr. doc. D): accettando la proposta, l’istante divenne così il solo titolare degli investimenti effettuati (teste _ p. 18).
A ragione, quindi, il primo giudice ha ritenuto che in base all’art. 327 cpv. 2 CO l’istante avesse diritto ad un indennizzo da parte del datore di lavoro per aver messo a disposizione, con l’accordo tacito di quest’ultimo, utensili o materiale per l’esecuzione del lavoro; pure a ragione, egli ha inoltre ritenuto che l’indennizzo dovuto al lavoratore dovesse essere almeno uguale al credito di fr. 8’880.40 vantato da controparte. Contrariamente a quanto asserito dall’appellante, non vi era invece l’esigenza di una nuova cessione di credito da parte del signor _ atteso che a seguito della dichiarazione del 14 novembre 1992 (doc. D) l’istante era già divenuto il solo titolare degli investimenti effettuati.
In via del tutto abbondanziale va altresì rilevato che, se non fosse entrata in considerazione una compensazione sulla base della menzionata normativa, la stessa sarebbe in ogni caso stata possibile in virtù delle norme circa l’indebito arricchimento (art. 62 e segg. CO).
5.
L’appello è pertanto parzialmente accolto ai sensi dei considerandi.
Le ripetibili di primo e di secondo grado seguono la soccombenza (art. 148 CPC), atteso che nell’azione principale l’istante risulta ora soccombente nella misura di 5/6, mentre nella domanda riconvenzionale il convenuto è ancora integralmente soccombente.