Decision ID: bedb4019-9411-5e32-9598-cd648d2326dc
Year: 2007
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto:
A.
Il 20 giugno 2000 AP 1 ha aperto presso la succursale _ di AO 1 il conto corrente e di deposito _, sottoscrivendo la relativa documentazione bancaria (cfr. plico doc. B).
B.
Il 6 luglio 2000, tramite la banca, egli ha acquistato 79'674 parti del fondo _, ad un corso di € 627.55, per un corrispettivo di € 51'049.43, pari a fr. 78'319.- (doc. C). I titoli così acquistati sono stati attribuiti al suo deposito ed il prezzo di acquisto è stato addebitato al suo conto corrente.
C.
Nel febbraio 2001 egli ha dato ordine alla banca di vendere le parti del fondo. Con fax 11 giugno 2001 (doc. E) la banca depositaria del fondo in questione, la succursale di _ della C_ _, informava AO 1 che l’indomani avrebbe provveduto, ad un corso di € 463.53, a rimborsarle circa il 50% dell’importo ricavato dalla vendita, ovvero € 18'465.64, ciò che ha indotto AO 1, a ricevimento del denaro, ad accreditare il conto _, in data 18 giugno 2001, di una somma, dedotte le spese e le commissioni, di fr. 27'383.10 (doc. F): a quel momento la banca aveva indicato al cliente che l’importo accreditato costituiva il 50% del totale. Poi, a seguito del ricevimento della comunicazione 10 luglio 2002 della C_ _ (doc. I), interpretata erroneamente da AO 1, quest’ultima il 12 luglio 2002 (doc. G), invece di accreditare sul conto _ solo il controvalore di € 18'465.64, corrispondente alla seconda rata del 50% del valore di liquidazione dei fondi, ha accreditato fr. 52'751.20, pari al controvalore, dedotte le spese e le commissioni, di € 36'931.29: anche in questo caso al cliente veniva indicato che si trattava del rimborso del 50%.
D.
Il 26 agosto 2002 il cliente ha dato telefonicamente istruzioni a AO 1 di trasferire fr. 53'000.- dal suo conto corrente ad un altro conto a lui intestato presso _ di _, lasciando sulla relazione bancaria unicamente fr. 720.20 (doc. H, L).
E.
In data 21 novembre 2002 AO 1, accortasi dell’errore in cui era incorsa, ha provveduto a stornare l’operazione effettuata il precedente 12 luglio (doc. M) ed ha nel contempo accreditato sul conto del cliente solo il controvalore di € 18'465.64, ovvero, dedotte le spese e le commissioni, fr. 26'362.10 (doc. N), di modo che il conto presentava ora un saldo passivo di fr. 25'668.90 (doc. O). Con lettera 31 dicembre 2002 (doc. Z), il cliente ha tuttavia contestato l’operazione di storno ed ha a sua volta chiesto di versare, a liquidazione del conto, il saldo rettificato in fr. 720.20 su un altro conto a lui intestato presso il _ di _, senza però ottenere riscontro.
Non avendo il cliente dato seguito alla richiesta di rimborso del saldo del conto, che nel frattempo era aumentato a fr. 26'154.- (doc. O), formulata nei suoi confronti il 21 febbraio 2003 (doc. Q), si è resa necessaria la presente causa.
F.
Per completezza, va aggiunto che nel frattempo la banca ha inoltrato il 1° dicembre 2004 un’istanza di sequestro (doc. AA) nei confronti del cliente innanzi al Bezirksgericht di _. Il sequestro, inizialmente accordato (doc. BB), è stato poi revocato a seguito dell’opposizione del cliente, ritenuta fondata sia dal Bezirksgericht di _ (doc. CC) sia dall’Obergericht del Canton _ (doc. 3). Va pure aggiunto che il 21 dicembre 2004 la banca ha fatto spiccare nei confronti del cliente, per fr. 26'154.- più interessi al 5% dal 1° luglio 2002, il PE n. _ del Betreibungsamt di _ (doc. FF), a cui è stata interposta opposizione.
G.
Con la petizione in rassegna AO 1 ha chiesto al Pretore della giurisdizione di Locarno-Città la condanna di AP 1 al pagamento di fr. 26'154.- più interessi al 5% dal 26 agosto 2002, rilevando come la sua pretesa, volta alla rifusione del saldo negativo del conto corrente dopo la giustificata e legittima operazione di storno, fosse chiaramente di natura contrattuale, il rapporto bancario tra le parti essendo tuttora in essere; rispettivamente come il comportamento del convenuto, che il 26 agosto 2002 aveva ordinato il trasferimento di fr. 53'000.- con la consapevolezza che parte di tale importo non gli spettava ed era confluita per errore sul suo conto, integrasse la fattispecie oggettiva e soggettiva del reato penale di impiego illecito di valori patrimoniali secondo l’art. 141bis CP e con ciò fosse costituivo dell’atto illecito civile giusta l’art. 41 CO; mentre il titolo giuridico dell’arricchimento indebito trovava applicazione in via sussidiaria.
H.
Il convenuto si è opposto alla petizione, sollevando in ordine l’eccezione di
res iudicata
siccome sulla questione già si erano pronunciati il Bezirksgericht di _ e l’Obergericht del Canton _, ed eccependo nel merito, per quanto qui interessa, l’intervenuta prescrizione della pretesa attorea, atteso come da una parte la stessa non fosse di natura contrattuale, ma fosse retta dalle norme sull’indebito arricchimento, e dall’altra nemmeno fossero date le condizioni e le premesse per una pretesa di risarcimento per atto illecito segnatamente in applicazione dell’art. 141bis CP.
I.
Il Pretore, con la sentenza qui impugnata, ha accolto la petizione. Respinta senz’altro l’eccezione di
res iudicata
, il giudice di prime cure ha dapprima ritenuto, alla luce della giurisprudenza del Tribunale federale, che la pretesa attorea era retta dalle norme sull’indebito arricchimento e che in concreto il termine annuale di prescrizione di cui all’art. 67 cpv. 1 CO era scaduto. Nel prosieguo ha tuttavia osservato che nell’agire del convenuto era ravvisabile una responsabilità per atto illecito, nella misura in cui questi si era reso colpevole del reato di impiego illecito di valori patrimoniali secondo l’art. 141bis CP. Ora, preso atto dell’art. 60 cpv. 2 CO, secondo cui, se l’azione di risarcimento o di riparazione deriva da un atto punibile, a riguardo del quale la legislazione penale prevede una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile, e rilevato che la legislazione penale prevedeva, in un caso del genere, un termine di prescrizione settennale (art. 70 cpv. 1 lett. c CP), più lunga dunque di quella annuale prevista dall’art. 60 cpv. 1 CO, egli è giunto alla conclusione che la pretesa fatta valere con la petizione non era prescritta.
L.
Con l’appello che qui ci occupa il convenuto chiede di annullare il querelato giudizio, contestando che il suo comportamento potesse essere costitutivo del reato di cui all’art. 141bis CP. Ne conclude che la petizione era da respingere siccome prescritta.
Di diverso avviso l’attrice, la quale con le sue osservazioni postula la reiezione del gravame, ribadendo tra l’altro il carattere contrattuale della pretesa e con ciò l’esistenza di un termine di prescrizione decennale.

considerando
in diritto:
1.
Preliminarmente occorre esaminare se il gravame non debba essere dichiarato irricevibile per il fatto che con lo stesso è stato domandato l’annullamento del primo giudizio, senza però che nella motivazione dell’atto siano stati evocati motivi tali da giustificare un tale provvedimento (
Cocchi/Trezzini
, CPC-TI, Lugano 2000, m. 1 ad art. 307), e non è invece stata chiesta, in riforma del querelato giudizio, la reiezione della petizione. Nel caso di specie il quesito va risolto per la negativa. La giurisprudenza ha in effetti già avuto modo di stabilire che la sanzione della nullità va applicata con cautela e che non può essere considerato nullo l’appello dal cui contenuto, ancorché impreciso, appaia comunque chiara l’intenzione di impugnare la sentenza di primo grado nella misura in cui sia sfavorevole all’appellante e dalla cui irregolarità formale non derivi alcun pregiudizio alla controparte (
Cocchi/Trezzini
, op. cit., m. 18 ad art. 309). Ed è ciò che si è verificato in concreto, atteso che il convenuto, pur non avendo concretizzato nel
petitum
la domanda di riformare il giudizio pretorile nel senso di respingere la petizione, nei considerandi d’appello ha lasciato chiaramente intendere che “la causa” era “da rigettare” per intervenuta prescrizione della pretesa attorea; d’altro canto la controparte, che non ha ritenuto di evidenziare questa situazione, neppure ha preteso di aver patito dalla stessa un eventuale pregiudizio.
2.
Va parimenti respinta la critica, questa sì sollevata formalmente, con cui l’attrice ha rimproverato alla controparte, ai sensi dell’art. 309 cpv. 2 lett. f CPC, di non aver sufficientemente motivato il gravame, specialmente nella misura in cui lo stesso non comprendeva l’esposizione dei fatti rilevanti per il giudizio. In realtà la motivazione dell’appello è ampiamente sufficiente e permette di individuare le ragioni di fatto e di diritto che hanno indotto il convenuto a postulare la modifica del primo giudizio. La stessa attrice ne è del resto cosciente, tanto è vero che è stata perfettamente in grado di prendere posizione sulle stesse.
3.
Ammessa con ciò la ricevibilità in ordine dell’appello, per il resto non problematica, si tratta innanzitutto di esaminare quale sia la natura giuridica della pretesa litigiosa, ritenuto che se, come preteso dall’attrice con le osservazioni, si dovesse confermare la sua natura contrattuale e con ciò l’esistenza di un termine di prescrizione decennale (art. 127 CO), si dovrebbe, già solo per tale motivo, respingere il gravame e confermare il primo giudizio.
In realtà la decisione di negare alla pretesa attorea il carattere contrattuale e di ritenerla fondata sulle norme dell’indebito arricchimento non presta il fianco a critiche. Il Tribunale federale, nella sentenza citata dal Pretore (ICCTF 14 luglio 2006, 4C.86/2006, nel frattempo pubblicata in DTF 132 III 609), ha in effetti rammentato che nel caso in cui una banca, per errore, provvede a versare ad un suo cliente una somma superiore a quella che avrebbe dovuto corrispondergli, questa può di principio pretenderne la rifusione con un’azione fondata sull’indebito arricchimento (consid. 5.3.5), fermo restando che, se la somma in questione si trova ancora sul conto del cliente, essa, senza essere tenuta a far capo all’azione dell’art. 62 CO, ha altresì la possibilità di stornare unilateralmente l’operazione (consid. 5.3.6). Nel caso di specie, allorché, il 21 novembre 2002, l’attrice ha provveduto a stornare l’operazione del 12 luglio 2002, sul conto del convenuto vi era unicamente un importo di fr. 720.20, per cui solo per tale somma, ma non per gli ulteriori fr. 26'154.- qui azionati, essa non doveva più far capo all’azione di indebito arricchimento. Il fatto che l’attrice abbia nondimeno effettuato lo storno anche per questa somma, così che il conto del convenuto è andato in dare in tale misura, non modifica la situazione, anche perché quest’ultimo ha tempestivamente contestato l’operazione (doc. Z) e in tal modo ha fatto sì che il saldo non fosse oggetto di novazione (art. 117 cpv. 2 CO); e in ogni caso è tutt’altro che scontato, e la questione può rimanere irrisolta, che l’eventuale riconoscimento del saldo da parte sua avrebbe comportato la modifica della natura giuridica della pretesa volta alla restituzione del saldo, da pretesa fondata sull’indebito arricchimento a pretesa di carattere contrattuale.
In tali circostanze, è senz’altro a ragione che il Pretore, ritenendo di potersi pronunciare - il suo giudizio in proposito è ineccepibile e allo stesso si può qui tranquillamente rinviare - sulle eccezioni sollevate dal convenuto in sede di risposta nonostante non fosse noto il domicilio di costui, ha concluso che la pretesa qui azionata, nella misura in cui si fondava sull’indebito arricchimento, era prescritta ai sensi dell’art. 67 cpv. 1 CO.
4.
Resta da esaminare se al convenuto, come ritenuto dal Pretore e contestato in questa sede da quest’ultimo, possa essere imputato il reato di impiego illecito di valori patrimoniali secondo l’art. 141bis CP, atteso che in tale evenienza nel suo comportamento sarebbe ravvisabile anche una responsabilità per atto illecito, che sarebbe pacificamente retta da un termine di prescrizione settennale (art. 60 cpv. 2 CO in relazione all’art. 70 lett. c CP), in concreto pacificamente non ancora trascorso.
Affinché si possa applicare l’art. 60 cpv. 2 CO, occorre che la pretesa civile si lasci effettivamente ricondurre ad un illecito penale, ritenuto che se, come nel caso concreto, non vi sono accertamenti da parte dell’autorità penale, il giudizio sulla questione spetterà al giudice civile, che si pronuncerà in proposito a titolo pregiudiziale (
Brehm
, Berner Kommentar, N. 71 ad art. 60 CO). Nel caso di specie questa Camera deve pertanto esaminare se il convenuto si sia reso colpevole del reato di cui all’art. 141bis CP, ciò che si verifica quando qualcuno impiega indebitamente, a profitto proprio o altrui, valori patrimoniali venuti in suo possesso in modo indipendente dalla sua volontà.
4.1
Con il giudizio qui impugnato il Pretore ha innanzitutto rilevato che nel caso di specie, il 12 luglio 2002, il convenuto era venuto in possesso dei € 18'465.65 (pari a fr. 26'389.10) versati in più dall’attrice, in modo indipendente dalla sua volontà, così che la prima condizione oggettiva del reato era adempiuta. L’assunto pretorile, per altro non censurato in questa sede, è corretto, la giurisprudenza avendo già avuto modo di confermare l’applicazione della norma in caso di doppio pagamento, per svista, da parte di una banca (DTF 131 IV 11 consid. 3.1.2).
4.2
Il Pretore ha in seguito osservato che con l’ordine di trasferimento impartito il 26 agosto 2002 il convenuto aveva di fatto impedito la restituzione di quanto erroneamente percepito, cagionando un danno patrimoniale alla banca e, ritenendo con ciò pacifica l’esistenza di un nesso causale tra l’atto illecito e il danno patito dall’attrice, ha considerato adempiuto anche il secondo presupposto oggettivo della norma. In questa sede il convenuto contesta di aver impiegato illecitamente quegli importi ai sensi della disposizione di legge e ritiene comunque di non aver danneggiato la controparte.
4.2.1
A sostegno dell’inesistenza di un impiego illecito da parte sua del denaro versato erroneamente sul suo conto, il convenuto adduce da una parte che non era stato provato che egli avesse utilizzato quella somma senza tenere a disposizione con altri mezzi i corrispondenti valori patrimoniali, senza in realtà avvedersi che mai in precedenza, se non in questa sede e quindi irritualmente (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC), egli aveva preteso e tanto meno provato di aver tenuto a disposizione della controparte l’equivalente di quanto pervenutogli a quel momento, tanto più che nemmeno è scontato che la circostanza, quand’anche fosse stata debitamente allegata e provata, avrebbe escluso l’applicazione della norma (la questione è stata lasciata irrisolta in DTF 126 IV 209 consid. 2d); ed oltretutto avendo rifiutato di sottoporsi all’interrogatorio formale, in cui gli sarebbe stato pure chiesto di pronunciarsi sulla destinazione e l’uso del denaro erroneamente accreditatogli (domande n. 15 seg.), ben si poteva concludere, in applicazione dell’art. 276 cpv. 2 CPC, che lo stesso sia stato effettivamente utilizzato indebitamente. Dall’altra egli pretende che il semplice trasferimento del denaro su un altro conto non rappresentava un uso illegale, ma anche in questo caso la sua argomentazione difensiva cade nel vuoto, la dottrina maggioritaria e la giurisprudenza essendosi espresse in termini opposti (
Corboz
, Les infractions en droit suisse, Vol.
I, Berna 2002, n. 17 ad art. 141bis CP;
Rehberg/Schmid/Donatsch
, Strafrecht III, 8
a
ed., Zurigo 2003, p. 155; DTF 87 IV 115, 126 IV 209 consid.
2c/aa e bb;
contra
:
Arzt
, Vom Bargeld zum Buchgeld als Schutzobjekt im neuen Vermögensstrafrecht, in
Recht
1995 p. 136; pure contrari, ma a condizione che l’autore disponga di valori patrimoniali equivalenti:
Stratenwerth/Jenny
, Schweizerisches Strafrecht - Besonderer Teil I, Berna 2003, § 14 n. 15 e
Niggli
, Basler Kommentar, N. 27 e 32 ad art. 141bis CP, ritenuto che per quest’ultimo il caso è però diverso se l’autore ha espressamente rifiutato la restituzione dell’indebito), tanto più che il convenuto, contestando nel dicembre 2002 l’operazione di storno, di cui ha chiesto l’annullamento (doc. Z), e poi rendendosi irreperibile, si è opposto alla restituzione di quanto ricevuto erroneamente, ciò che pure è costitutivo di un impiego illecito ai sensi della norma (
Rehberg/Schmid/Donatsch
, op. cit., ibidem;
Niggli
, op. cit., N. 20 e 30;
Stratenwerth/Wohlers
, StGB-Handkommentar, Berna 2007, N. 2 ad art. 141bis CP; DTF 87 IV 115;
contra
, sia pure con il distinguo di cui si è detto:
Arzt
, op. cit., ibidem;
Stratenwerth/Jenny
, op. cit. ibidem).
4.2.2
Il convenuto rileva, a ragione, che l’esistenza di un danno patrimoniale a carico del leso costituisce in generale un ulteriore presupposto oggettivo per l’applicazione della norma (
Niggli
, op. cit., N. 34 ad art. 141bis CP), ma non può essere seguito laddove ritiene che nel caso particolare non sarebbe stato provato che l’attrice avesse subito un tale danno. In effetti, a parte il fatto che in base alla dottrina il danno patrimoniale può anche consistere in una semplice messa in pericolo del patrimonio (
Niggli
, op. cit., N. 35 ad art. 141bis CP), che in concreto è pacificamente avvenuta, nella fattispecie è incontestabile che, a seguito del comportamento del convenuto, l’attrice ha subito un danno, atteso che prima dell’utilizzo illecito da parte di quest’ultimo delle somme erroneamente accreditategli essa risultava essere proprietaria delle stesse - che oltretutto, se ancora presenti sul conto, essa avrebbe potuto legittimamente stornare a suo favore (cfr.
supra
, consid. 3) - ed il convenuto solo titolare di una pretesa creditoria nei suoi confronti, mentre dopo quell’utilizzo era quest’ultimo ad essere divenuto proprietario delle somme e l’attrice disponeva unicamente di una pretesa creditoria nei suoi confronti.
4.3
Dal punto di vista soggettivo, la norma risulta applicabile solo nel caso in cui l’autore abbia avuto l’intenzione
di impiegare indebitamente, a profitto proprio o altrui, i valori patrimoniali venuti in suo possesso in modo indipendente dalla sua volontà
. Nel querelato giudizio il Pretore, sulla base delle testimonianze di K_ _, funzionaria dell’attrice, e di A_ _, amministratore patrimoniale del convenuto (cfr. considerando 13), nonché sulla base di altri indizi (cfr. considerando 14) è giunto alla conclusione da una parte che il convenuto sapeva che l’importo ricevuto con il secondo rimborso era troppo alto e che quindi una parte di esso non era di sua spettanza, e dall’altra che il susseguente ordine di trasferire la quasi totalità del denaro su un conto esterno alla banca attrice era stato dettato dalla sua volontà di procacciarsi un profitto, riconoscendo con ciò l’intenzionalità del suo agire; abbondanzialmente (considerando 15), preso atto che il convenuto - come già accennato - si era rifiutato di sottoporsi all’interrogatorio formale e che in tali circostanze giusta l’art. 276 cpv. 2 CPC si potevano ritenere veri i fatti che si volevano provare con le relative domande, il primo giudice, dall’insieme delle domande formulate dall’attrice al convenuto, ha desunto ulteriori indizi, che, apprezzati nel quadro globale, conducevano anch’essi al convincimento che l’attore fosse a conoscenza del fatto che la banca aveva bonificato il suo conto con un importo superiore al dovuto e che, cosciente di questo, egli abbia intenzionalmente agito al fine di procurarsi un indebito arricchimento. Ora, in questa sede, il convenuto si è limitato a contestare quanto contenuto nel considerando 13 e in parte nel considerando 14 della sentenza, ovvero che dalle testimonianze di K_ _ e di A_ _ e da alcuni indizi si potesse desumere che l’utilizzo illecito da parte sua dei beni accreditatigli erroneamente fosse avvenuto con l’intenzione di procacciarsi un indebito profitto. Il rilievo può in generale essere condiviso, atteso che da quelle testimonianze e da quegli indizi si potrebbe tutt’al più concludere che il convenuto sapeva di aver ricevuto un importo superiore a quello dovuto, ma non anche che il successivo impiego da parte sua di quei denari era avvenuto con l’intenzione di rendere difficoltosa o addirittura impossibile la domanda di restituzione della banca e con ciò di arricchirsi. Sennonché, con il gravame, il convenuto, il quale adduce per la prima volta in questa sede e quindi irritualmente (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC), sulla base della testimonianza di K_ _, di essere stato informato da quest’ultima che i soldi arrivati in banca erano più di quelli che ci si aspettava e dunque di essere stato in buona fede al momento della ricezione di quel denaro, conclusione questa che per altro appare di per sé - e a maggior ragione alla luce del tenore del doc. G (il rimborso del 50% di 79'674 quote, ad un corso di € 463.53, dà infatti € 18'465.64 e non € 35'931.29) - troppo sbrigativa tanto più che il momento rilevante sarebbe semmai quello dell’utilizzo dei valori accreditatigli, non ha però contestato l’ulteriore circostanza evocata dal Pretore nel considerando 14 a comprova del suo agire intenzionale, ovvero che egli doveva pure essere a conoscenza dell’ammontare di tale rimborso già per il fatto che a suo tempo aveva dato ordine di disinvestire; ma soprattutto, e qui è il punto, non ha contestato quanto riportato dal Pretore, a titolo abbondanziale, al considerando 15, ovvero che dal rifiuto del convenuto di sottoporsi all’interrogatorio formale si poteva desumere che egli fosse consapevole che il denaro accreditatogli non era di sua spettanza e che nondimeno lo avesse intenzionalmente impiegato al fine di procurarsi un indebito arricchimento. La mancata contestazione con l’appello di quest’ultimo assunto pretorile, che costituiva una motivazione indipendente ed alternativa, fa sì che lo stesso debba essere considerato processualmente assodato (
Cocchi/Trezzini
, op. cit., m. 19 ad art. 309 e m. 30 ad art. 307), con la conclusione che anche il presupposto soggettivo del reato risulta essere adempiuto. A ben vedere, il giudizio pretorile è del resto ineccepibile, la mancata risposta del convenuto alle domande d’interrogatorio formale ed in particolare alla domanda n. 14 con cui gli sarebbe stato chiesto di spiegare per quale motivo aveva improvvisamente deciso di trasferire altrove tutta la liquidità presente sul conto, potendo in effetti essere intesa dal giudice (art. 276 cpv. 2 CPC) quale prova della sua intenzione di ostacolare o vanificare le pretese risarcitorie della controparte.
5.
Dovendosi pertanto ritenere che il convenuto si era reso colpevole del reato penale
di impiego illecito di valori patrimoniali
e che la pretesa attorea, di per sé non contestata nel suo ammontare, non era con ciò prescritta, se ne deve concludere, a conferma del giudizio pretorile, per la reiezione del gravame.
La tassa di giustizia, le spese e le ripetibili della procedura d’appello, calcolate su un valore litigioso di
fr. 26'154.-, seguono la soccombenza (art. 148 CPC).