Decision ID: f3478089-6a95-574d-bbfc-ab12c0b96b7a
Year: 2015
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto:
A. AP 1
(), cittadino italiano residente a, è titolare della relazione _ presso la Banca AO 1, che in data 3 marzo 2014 presentava un valore di EUR 557'715.- (v. doc. N). La citata relazione si compone di liquidità per il 17,86 % e azioni per il rimanente 82,14 % (v. ancora doc. N). Con lettera 28 giugno 2013 la banca comunicava al cliente, nella modalità “Fermo Banca”, la necessità di firmare una “Dichiarazione di conformità fiscale” (ossia un’autodichiarazione ai sensi della quale tutti gli attivi presso la banca erano stati dichiarati alle autorità, fiscali e non, del paese di residenza del cliente) entro il 31 ottobre 2013 (v. doc. D). Con la medesima modalità, ossia “Fermo Banca”, in data 14 febbraio 2014 la banca comunicava al “Client: _” che non essendo pervenuta la dichiarazione di conformità fiscale debitamente firmata si vedeva costretta a chiudere il conto in applicazione dell’art. 23 cpv. 2 delle Condizioni Generali (v. doc. E).
In questa sede l’AP 1 ha precisato di essere venuto a conoscenza delle comunicazioni della banca per il tramite del suo legale svizzero che nel febbraio 2014 aveva richiesto alla banca il rapporto di gestione dell’esercizio 2013.
Con lettera 28 marzo 2014 il legale dell’AP 1 chiedeva alla succursale di _ di AO 1 di monetizzare gli investimenti in essere, preannunciando l’intenzione del cliente di prelevare in contanti i suoi averi, di chiudere la relazione e trasmettergli copia di un estratto di posizione del conto. Nel medesimo scritto veniva indicato che gli averi in discussione, di evidente provenienza lecita, costituivano il conto della vecchiaia di cui il cliente, prossimo alla quiescenza, desiderava disporre per bisogni suoi e dei suoi cari, di qui la scelta di disporne in contanti. Nel medesimo scritto il legale aveva altresì lamentato che la banca non aveva dato seguito alla sua richiesta formulata il 3 marzo precedente volta a disporre della documentazione concernente la relazione in questione, così da poter valutare l’eventualità di dar seguito alla procedura prevista dal D.L. italiano n. 4 del 28 gennaio 2014 sulla cosiddetta “voluntary disclosure” (v. doc. G). Le predette richieste venivano ripetute in data 4, 10 e 12 aprile 2014 (v. doc. H, I, L).
Con lettera 14 aprile 2014 il legale incaricato dalla banca comunicava al legale dell’AP 1 l’impossibilità di dar seguito al versamento a contanti richiesto, proponendo il trasferimento dei fondi a un istituto bancario in Italia. Nella missiva era fatto riferimento alla necessità di considerare i rischi giuridici e di reputazione inerenti le attività transfrontaliere, ciò che induceva a vietare prelievi in contanti (doc. M).
B.
Con istanza di tutela giurisdizionale nei casi manifesti del 16 aprile 2014 l’AP 1 ha chiesto di far ordine alla banca AO 1, previa monetizzazione degli averi presenti sul conto, pari a EUR 557'715.- in data 3 marzo 2014, di consegnargli a contanti l’integralità degli averi liquidi depositati sulla relazione _, valuta 28 marzo 2014. L’istante ha sostenuto che la restituzione degli averi in conto si fondava sulle norme dei contratti di deposito, mutuo e mandato, mentre nessuna norma permetteva alla banca di rifiutare le istruzioni del cliente e imporre il trasferimento degli averi all’estero. L’istante ha aggiunto che neppure le normative antiriciclaggio ostavano alla restituzione degli averi in conto, la cui provenienza lecita era indubbia.
Nel corso dell’udienza del 26 maggio 2014 AO 1 ha chiesto in ordine di dichiarare irricevibile l’istanza, nel merito di respingerla. Nel memoriale prodotto in quella sede la convenuta ha contestato l’esistenza dei presupposti previsti dall’art. 257 CPC. La banca ha osservato di aver adottato, sulla base delle prese di posizione della FINMA, delle Direttive interne per la gestione dei rischi che escludevano la possibilità di procedere a prelievi in contanti nell’ambito di una fattispecie come quella in esame. In particolare, secondo la banca seguire le istruzioni dell’istante significherebbe esporsi a rischi giuridici e reputazionali in relazione alla legislazione fiscale italiana nonché alla normativa penale italiana contro il riciclaggio. A sostegno della propria tesi la convenuta richiama poi la Convenzione relativa all’obbligo di diligenza delle banche nonché il Messaggio licenziato nel dicembre 2013 dal Consiglio federale concernente l’attuazione delle Raccomandazioni del Gruppo d’azione finanziaria (GAFI). Preso atto che l’istante non aveva mai dato seguito alle richieste di firmare l’attestazione circa l’adempimento degli obblighi fiscali, la prestazione richiesta sarebbe diventata impossibile ai sensi dell’art. 119 cpv. 1 CO per circostanze non imputabili al debitore, ossia per le possibili conseguenze di natura civile, penale e amministrativa previste dalla legislazione svizzera e italiana.
In sede di replica l’istante ha sostenuto che le pubblicazioni della FINMA citate dalla convenuta non hanno alcuna forza di diritto materiale e che la banca non poteva di certo fondare l’impossibilità della prestazione sulla base di direttive interne peraltro ignote al mandante. Secondo l’istante poi le disposizioni del diritto amministrativo italiano non potevano trovare applicazione in Svizzera mentre la normativa italiana antiriciclaggio non entrava in considerazione nel caso concreto in assenza di un reato a monte. L’istante, premesso come egli desideri semplicemente rientrare in possesso degli averi che per anni la banca aveva gestito senza problema alcuno, ha infine ricordato come i tribunali avevano a più riprese accolto richieste analoghe alla sua.
In sede di duplica la convenuta ha insistito sulla competenza normativa, rispettivamente sugli effetti giuridici diretti delle pubblicazioni emanate dalla FINMA, con particolare riferimento alla Posizione 22 ottobre 2010 di questa autorità sui rischi giuridici e di reputazione nelle operazioni transfrontaliere aventi per oggetto prestazioni finanziarie, nonché sulla necessità di una diligenza accresciuta da parte delle banche svizzere relativamente alla conformità fiscale dei depositi di clienti che sono contribuenti all’estero. Questa diligenza, secondo la convenuta, trova la sua base legale nel requisito dell’attività irreprensibile previsto in particolare negli art. 3 cpv. 2 lett. c e 3f della Legge federale sulle banche e le casse di risparmio (LBRC), normative interpretate dalla FINMA proprio nell’ambito della presa di posizione 22 ottobre 2010. Ciò conduce, sempre secondo la convenuta, a una situazione di conflitto tra norme di diritto privato e obblighi di diritto amministrativo, di modo che il caso in esame non può essere considerato manifesto.
C.
Con sentenza 31 luglio 2014 il Pretore ha dichiarato l’istanza inammissibile come ai considerandi. Riassunti i fatti incontestati, il primo giudice ha avantutto osservato che la direttiva interna invocata dalla banca per vietare il versamento a contanti non costituiva un obbligo di diritto amministrativo e nemmeno era l’espressione di obblighi che scaturivano dalla legislazione fiscale italiana, fermo restando che la FINMA non impone alcun obbligo diretto di applicare il diritto estero. Il Pretore ha quindi precisato che neppure la modifica degli art. 305
bis
e 305
ter
CP, peraltro non ancora in vigore, dava sostegno alla tesi della banca. Il primo giudice ha poi esaminato se la violazione del diritto straniero era suscettibile di contravvenire alla garanzia di un’attività irreprensibile prevista agli art. 3 cpv. 2 lett. c e 3f LBCR. In merito ha considerato, da un lato che un rischio reputazionale non era a priori funzionale al solo rispetto delle normative svizzere vigenti, d’altro lato che ancora più delicato era stabilire se il rifiuto frapposto al versamento a contanti, con la sola alternativa dell’apertura di un conto nominativo aperto dal cliente in Italia, costituiva l’unica via per difendere l’irreprensibilità della banca; per questo secondo aspetto entrando il considerazione la libera circolazione dei capitali in seno all’Europa, il diritto di ciascuno di pretendere di poter aprire un conto in paesi dotati di una legislazione bancaria adeguata, la possibilità del cliente di dimostrare la destinazione degli averi prelevati a contanti (cosiddetta “paper trail”). In conclusione la fattispecie non è stata considerata liquida dal primo giudice che ha pertanto giudicato inammissibile l’istanza.
D.
Con atto di appello 12 agosto 2014 l’AP 1 ha chiesto la riforma del primo giudizio nel senso di accogliere l’istanza 16 aprile 2014. Degli argomenti posti a sostegno dell’appello si dirà nei considerandi che seguono.
AO 1 ha presentato la risposta all’appello in data 24 settembre 2014. Con osservazioni 10 ottobre 2014 l’appellante ha chiesto di accertare l’intempestività dell’allegato di risposta. Con osservazioni 15 ottobre 2014 la parte appellata ha chiesto di respingere la domanda avversaria. La tempestività della risposta all’appello sarà esaminata in via preliminare nei considerandi di diritto.
E.
Con scritto 14 agosto 2014 l’appellante ha chiesto l’assunzione all’incarto di nuovi documenti. Con decisione 13 ottobre 2014 la Presidente di questa Camera ha respinto la domanda, nella procedura sommaria dei casi manifesti essendo esclusa la produzione di nuovi documenti in sede di appello. Per l’identico motivo, con decisione 7 novembre 2014 la Presidente di questa Camera ha respinto l’istanza 4 novembre 2014 della parte appellata, a sua volta tesa alla produzione di nuovi documenti. Entrambe le decisioni non sono state oggetto di impugnativa.
e considerato,

in diritto:
1.
Il 1° gennaio 2011 è entrato in vigore il nuovo Codice di diritto processuale civile svizzero (CPC) che trova applicazione in entrambe le sedi, siccome la procedura innanzi al Pretore è stata avviata dopo tale data (art. 404 e 405 CPC).
Nelle controversie patrimoniali con valore di almeno fr. 10'000.-, la decisione del Pretore è impugnabile mediante appello (art. 308 cpv. 2 CPC) entro il termine di 30 giorni, ridotto a 10 giorni nella procedura sommaria (art. 314 cpv. 1 CPC). Nella fattispecie la decisione impugnata è stata notificata il 4 agosto 2014 e l’appello del 12 agosto successivo è pertanto tempestivo.
Nella procedura sommaria anche il termine di risposta è di 10 giorni (art. 314 cpv. 1 CPC). A fronte di un’intimazione avvenuta il 28 agosto 2014 la risposta all’appello di AO 1, datata 24 settembre 2014, è evidentemente intempestiva e pertanto inammissibile, come rettamente evidenziato dall’appellante nelle sue osservazioni 10 ottobre 2014. L’errato riferimento all’art. 312 CPC, contenuto nella lettera 28 agosto 2014 di questa Camera che ha accompagnato la trasmissione dell’appello, non consente ovviamente di modificare i termini fissati dal CPC (v. II CCA 18 settembre 2012, inc. 12.2012.8, consid. 13). In effetti, la parte appellata, rappresentata da un legale, non poteva ignorare che il termine per rispondere all’appello in procedura sommaria è di 10 giorni, come non può validamente sostenere (v. osservazioni 15 ottobre 2014) di aver fatto affidamento sull’indicazione contenuta nel citato scritto di questa Camera dal momento che essa non può fissare termini di risposta all’appello superiori a quelli stabiliti dalla legge (v.
Reetz/Theiler
in: Sutter-Somm/Hasenböhler/Leuenberger, Kommentar zur Schweizerischen Zivilprozessordnung, 2
a
ed., Art. 314, N. 22 e Art. 312, N. 20, con richiamo dell’art. 144 cpv. 1 CPC).
Preso atto dell’inammissibilità della risposta e ricordato il contenuto delle decisioni 13 ottobre e 7 novembre 2014 della Presidente di questa Camera, gli argomenti dell’appello saranno esaminati sulla base degli atti presenti nel fascicolo del procedimento di primo grado (v. anche
Reetz/Theiler
, op. cit., Art. 312, N. 8).
2.
Giusta l’art. 257 CPC il giudice, salvo casi che qui non ricorrono (cpv. 2), accorda tutela giurisdizionale in procedura sommaria se i fatti sono incontestati o immediatamente comprovabili e la situazione giuridica è chiara (cpv. 1), fermo restando che se queste condizioni non sono date non entra nel merito (cpv. 3).
La giurisprudenza del Tribunale federale (DTF 138 III 620 consid. 5.1.1) ha chiarito che un fatto è immediatamente comprovabile in base alla norma se può essere accertato senza ritardi e senza dispendio particolare. La prova del fatto deve di regola essere portata mediante documenti (e l’ispezione oculare). La tutela giurisdizionale nei casi manifesti non soggiace a una limitazione del rigore probatorio: l’istante non può perciò limitarsi a rendere verosimile la sua pretesa, ma deve recarne la prova piena, così da creare chiarezza nei rapporti fattuali. Se la controparte contesta i fatti in modo verosimile, la tutela giurisdizionale nei casi manifesti non può essere accordata. Ciò sarà in particolare il caso laddove essa sostanzi e adduca in modo concludente obiezioni, che dal punto di vista fattuale non possano essere immediatamente confutate e siano atte a far vacillare il convincimento del giudice già formato in precedenza. Decisivo è in definitiva sapere se l’approfondito chiarimento delle obiezioni della parte convenuta possa mutare il convincimento del giudice circa l’avvenuta dimostrazione della pretesa dell’istante, così che esse non possano a priori essere considerate prive di rilevanza.
Sempre in base alla giurisprudenza dell’Alta Corte (DTF 138 III 123 consid. 2.1.2), la situazione giuridica è chiara ai sensi della norma, laddove la conseguenza giuridica è senz’altro evincibile dall’applicazione della legge tenendo conto della dottrina e della giurisprudenza e l’applicazione del diritto porta a un risultato univoco. Per contro la situazione giuridica non è di regola chiara se l’applicazione di una disposizione impone al tribunale una decisione di apprezzamento o in equità previa valutazione di tutte le circostanze del caso.
3.
L’appellante richiama una sentenza 20 febbraio 2013 (inc. SO.2012.5318) del Pretore del Distretto di Lugano, sezione 1, concernente una fattispecie a suo dire analoga in cui, con la procedura sommaria dei casi manifesti, il diritto a prelevare a contanti un importo superiore a EUR 800'000.- era stato protetto malgrado l’opposizione della banca, che anche in quel caso aveva sollevato esigenze reputazionali nonché la problematica del riciclaggio di denaro. L’appellante rimprovera così al primo giudice un errore nell’accertamento dei fatti per non aver tenuto conto dell’indicazione da lui fornita in merito all’utilizzo futuro degli averi liquidi (v. doc. G), ossia l’uso personale, proprio come nel caso deciso nel 2013. Anche in merito al tema della “paper trail” il Pretore sarebbe incorso in un errore non avendo tenuto conto del fatto che di fronte a un’eventuale autorità inquirente la banca avrebbe senz’altro avuto la prova del destinatario del denaro mentre ulteriori esigenze non potevano essere poste. Riguardo al tema del rischio reputazionale l’appellante rimprovera al Pretore di non aver tratto le corrette conclusioni da quanto premesso nel giudizio impugnato, ossia che la legislazione fiscale italiana non era direttamente applicabile alla banca convenuta e che nessun dubbio era mai sorto ai sensi della normativa italiana sull’antiriciclaggio. In conclusione il primo giudice avrebbe a torto anteposto i teorici rischi reputazionali della banca alle legittime richieste dell’istante fondate in particolare sulle norme del mandato.
4.
Occorre premettere che la sentenza 20 febbraio 2013 (inc. SO.2012.5318) del Pretore del Distretto di Lugano non è nota a questa Camera e non costituisce per questo motivo un valido supporto alla tesi dell’appellante. Il fatto che detto giudizio emani dal giudice adito non esonerava l’istante dal produrre il documento già in prima sede, ciò che ha tuttavia omesso di fare.
Meritano invece attenzione le critiche al giudizio impugnato relative alla problematica del cosiddetto rischio reputazionale.
5.
Si impone preliminarmente di rilevare che la garanzia di un’attività irreprensibile codificato all’art. 3 cpv. 2 lett. c LBCR è un concetto giuridico indeterminato (v.
Winzeler
in: BSK – Bankengesetz, 2
a
ed., Art. 3, N. 25;
Chatton
, La garantie d’une activité irréprochable et l’intérêt actuel du dirigeant revisités, in: AJP 9/2011, pag. 1197), che necessita quindi di concretizzazione. Per quanto concerne il contesto in esame occorre fare riferimento alla Posizione della FINMA sui rischi giuridici e di reputazione nelle operazioni transfrontaliere aventi per oggetto prestazioni finanziarie del 22 ottobre 2010 (in seguito: Posizione), a più riprese richiamata dalla banca convenuta (v. doc. 4). L’importanza delle prese di posizione della FINMA per concretizzare il concetto di cui all’art. 3 cpv. 2 lett. c LBCR, e ovviamente in generale le normative in materia bancaria, è indiscussa (sul tema v. ancora
Winzeler
, op. cit., Art. 3, N. 25), come rettamente esposto dalla convenuta in particolare in sede di duplica e invece a torto contestato dall’istante. Nella citata Posizione è indicato che la Legge sulla vigilanza dei mercati finanziari (LFINMA) non sancisce un obbligo diretto ed esplicito degli assoggettati alla vigilanza di ottemperare al diritto estero ma che la violazione del diritto estero può collidere con specifiche norme di diritto prudenziale svizzero a fattispecie aperta, come ad esempio relativamente al requisito di garanzia di un’attività irreprensibile (v. doc. 4, pag. 2, 11 e 12). La Posizione precisa quindi che tutti i rischi, compresi quelli giuridici e di reputazione, devono essere adeguatamente rilevati, limitati e monitorati e che dev’essere approntato un efficiente sistema di controllo interno. I principi della gestione dei rischi, nonché le competenze e la procedura di autorizzazione per gli affari che comportano rischi devono essere disciplinati in un regolamento o in direttive interne della banca: questa esigenza, oltre che risultare dalla citata Posizione (v. doc. 4, in particolare pag. 12) è pure espressamente prevista all’art. 9 cpv. 2 dell’Ordinanza sulle banche e sulle casse di risparmio. In altre parole, in presenza di attività che presentano elementi di contatto con l’estero la banca deve procedere ad un’analisi approfondita e adottare direttive interne proprie a definire norme di comportamento (v.
Bizzozero
, Obligations cross-border pour una banque de gestion de fortune, in : CFPG 47, pag. 109 segg., in particolare per l’aspetto qui evidenziato v. pag. 119 – 121; v. anche doc. 5, pag. 1 e doc. 11, pag. 2 e 3).
Ora, nel caso in esame non è dato sapere quali analisi la banca convenuta abbia effettuato e quali direttive o regolamenti abbia adottato per rispondere alle aspettative dell’organo di controllo in relazione ai rischi giuridici e di reputazione nelle operazioni transfrontaliere con l’Italia. Nel suo memoriale di osservazioni 26 maggio 2014 AO 1 ha fatto riferimento a più riprese a “Direttive interne” che non le permetterebbero in alcun modo di procedere con il prelievo in contanti nell’ambito di una fattispecie quale quella in questione (v. memoriale citato, pt. 19 e 20), sennonché tali direttive sono rimaste sconosciute non ritrovandosi nei documenti prodotti all’attenzione del Pretore che, come precisato dalla Presidente di questa Camera nelle sue decisioni 13 ottobre e 7 novembre 2014, sono gli unici atti su cui anche l’autorità di ricorso deve fondare il proprio giudizio. La banca convenuta ha pure sostenuto di aver già informato la FINMA della sua politica di gestione dei rischi in materia di attività transfrontaliera e che l’autorità federale avrebbe salutato positivamente le misure adottate (v. memoriale citato, pt. 23), ma anche questa affermazione è priva di qualsiasi riscontro negli atti di causa.
Da ciò discende che la convenuta non ha portato alcun elemento che consenta di esaminare se la richiesta dell’istante si pone in contrasto con la sua politica di gestione dei rischi. Con riferimento alla procedura dei casi manifesti ciò significa che la convenuta non ha addotto in modo concludente obiezioni fondate e che necessitano da parte del giudice di un’attività interpretativa (v. sopra consid. 2). In effetti, il diniego della banca alla richiesta dell’istante si fonda unicamente sulla lettera 14 aprile 2014 dell’avv. _
di _ in cui viene fatto generico riferimento a “des directives internes qui n’autorisent pas l’exécution d’instruction de transferts bancaries hormis dans le pays de résidence du client”.
(v. doc. M = doc. 3). È evidente che tale giustificazione è del tutto insufficiente per opporsi alla legittima richiesta dell’istante di rientrare in possesso dei suoi averi.
6.
In virtù di quanto precede l’appellante critica a giusta ragione il ragionamento esposto dal Pretore alle pag. 4 e 5 del suo giudizio. Il primo giudice, dopo essersi chiesto se un rischio reputazionale sia manifestamente funzionale al solo rispetto di normative legali vigenti, applicabili direttamente alla banca nel quadro della legislazione svizzera e, in caso di risposta affermativa, se il rifiuto frapposto dalla banca al versamento a contanti, riserva fatta del conto nominativo aperto dal cliente in Italia, costituisca l’unica via per difendere l’irreprensibilità del suo agire, a fronte dell’impossibilità di fornire risposte univoche per più di un motivo, conclude affermando che “nelle circostanze concrete non è infondato ritenere che il rifiuto della banca di eseguire il pagamento in contanti dell’importo richiesto dal cliente costituisce un mezzo di valida tutela della sua attività irreprensibile”.
Come però illustrato al considerando che precede i diversi aspetti della reputazione non possono essere valutati astrattamente, né in questa procedura né d’altronde in una procedura ordinaria, ma unicamente sulla base di un’analisi approfondita che risponde alle aspettative della FINMA, che in relazione al caso in esame risulta completamente assente. In altri termini, ai quesiti posti dal Pretore non è possibile rispondere (e in ogni modo non con esito sfavorevole per l’istante) proprio a causa dell’assenza agli atti di direttive e regolamenti frutto dell’analisi delle problematiche preconizzata dalla FINMA.
Giova aggiungere che il primo giudice ha formulato i quesiti qui sopra ricordati in relazione all’argomento difensivo proposto al pt. 25 della risposta.
La convenuta ha in particolare ivi sostenuto che “La violazione del diritto straniero è infatti suscettibile di contravventire alla garanzia di un’attività e di una reputazione irreprensibili e quindi comportare dei gravi rischi a carico di una banca o di un’intemediario finanziario e dei membri dei suoi organi”. Essa ha così preteso che il rischio reputazionale deriva dalla (possibile) violazione del diritto straniero, senza riferimento alle altre componenti della reputazione elencati dal Pretore. Ora, questo rischio era già stato scartato nella prima parte del giudizio impugnato, laddove è dato atto: che la convenuta conosce perfettamente sia l’avente diritto economico del conto gestito da oltre 20 anni, sia l’origine dei soldi accreditati, tanto da escludere rischi di riciclaggio; che la legislazione fiscale italiana non è direttamente applicabile alla banca (perlomeno non nei termini da essa pretesi); infine che ovviamente non sono applicabili le normative del Codice penale e della Legge sul riciclaggio di denaro adottate nell’ambito della Legge federale concernente l’attuazione delle Raccomandazioni del Gruppo d’azione finanziaria rivedute nel 2012, non ancora in vigore (v. FF 23 dicembre 2014, pag. 8377 e segg.). Ciò posto risulta però difficile comprendere quali componenti della reputazione sarebbero in concreto compromesse a seguito dell’adempimento delle istruzioni del cliente, a maggior ragione alla luce dell’ulteriore costatazione del primo giudice secondo cui il rigore applicato dalla banca per i clienti futuri non può applicarsi allo stesso modo per i clienti pregressi (v. giudizio impugnato pag. 3).
In conclusione a ragione l’appellante ha sostenuto che il primo giudice ha anteposto teorici rischi reputazionali alle richieste fondate sul diritto delle obbligazioni relative alla fine dei contratto di mandato e deposito (per molti v.
Guggenheim
, Les contrats de la pratique bancaire suisse, 5
a
ed., cfr. 532 a pag. 191).
7.
A titolo abbondanziale si osserva che la banca, in prima sede, proprio a fronte dell’assenza di un’approfondita analisi sui rischi giuridici e reputazionali da opporre alla richiesta del cliente, si è limitata ad obiezioni del tutto generiche, ossia non tali da contrastare la legittima pretesa di causa. Al riguardo, a titolo di esempio, si possono citare i pt. 26, 27 e 34 del memoriale di osservazioni 26 maggio 2014 ove, senza spiegazione alcuna, vengono paventati per la banca e suoi funzionari rischi di perseguimento per reati previsti dalla legislazione fiscale e penale italiana. La banca confonde invero la necessità di una diligenza accresciuta relativamente alla conformità fiscale dei depositi di clienti che sono contribuenti all’estero con il diritto dell’istante di rientrare in possesso degli averi di cui è avente diritto economico. A questo proposito basterà aggiungere che gli esempi citati dalla convenuta a sostegno della propria tesi, ossia _ (v. doc. 6 e 13), _ (v. doc. 7) e _ (v. doc. 14), proprio nulla hanno a che vedere con la fattispecie in esame, come ben emerge dalla lettura di quei documenti. Per quanto attiene invece il tema del riciclaggio non si comprende per quale ragione, dopo una gestione ventennale, esso diventi attuale solo al momento della chiusura della relazione.
8.
Alla luce di quanto precede non occorre esaminare la portata delle ulteriori censure ricorsuali, ossia da un lato quella relativa al tema della cosiddetta “paper trail” - di per sé non priva di fondamento dal momento che la consegna a contanti al legittimo proprietario potrebbe ingenerare rischi in capo a quest’ultimo ben prima che alla banca, sempre tenendo presente che essa mai ha avuto dubbi in merito all’origine degli averi in gestione -, d’altro lato quella concernente l’impiego personale dei fondi da prelevarsi (v. doc. G, in particolare pag. 2 i.f.), aspetto sul quale il Pretore non si è invero pronunciato asserendo anzi che il cliente non aveva fornito giustificazioni relativamente all’utilizzo del denaro (v. sentenza impugnata, pag. 5).
9.
Per i motivi suesposti l’appello dev’essere accolto, con conseguente riforma del giudizio impugnato nel senso postulato dall’appellante.
Le spese processuali seguono la soccombenza (art. 106 CPC) e sono fissate in conformità degli art. 2, 9 e 13 LTG, con la precisazione che la tassa di giustizia della seconda istanza non corrisponde alla metà di quella fissata dal primo giudice, ma alla metà di quella che l’art. 9 cpv. 2 LTG permette di stabilire in applicazione dei criteri di cui all’art. 2 della medesima legge. Il valore litigioso per il calcolo delle ripetibili può essere fissato in fr. 557'715.- in ragione dei mutamenti intervenuti nel cambio euro-franco. Detto importo è determinante anche ai fini di un eventuale ricorso al Tribunale federale.