Decision ID: 28099411-f9b1-567a-b0b5-3d2bcc417a97
Year: 2010
Language: it
Court: TI_TCA
Chamber: TI_TCA_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: public_law

ritenuto,
in fatto
A. a. RI 1 (1970), cittadino italiano, ha lavorato negli anni '90 in Svizzera, soprattutto come frontaliere. Il 30 marzo 2004 egli, a quel momento al beneficio di una rendita svizzera d'invalidità al 25%, ha ottenuto un permesso di dimora CE/AELS per svolgere nel nostro Paese un'attività lucrativa indipendente.
b. Il 15 maggio 2004, il ricorrente si è sposato in Italia con la connazionale RI 2 (1970). Essa è attualmente casalinga. Per permettere a quest’ultima di poter vivere insieme al marito in Svizzera, il 17 agosto 2004 le autorità competenti in materia di polizia degli stranieri le hanno rilasciato un permesso di dimora. Dall’unione dei coniugi _ sono nati i figli _ (_), _ (_), _ (_) e _ (_), i quali sono anch'essi al beneficio di un permesso di dimora CE/AELS.
c. Il 1° novembre 2004, RI 1 ha iniziato un'attività lucrativa dipendente come muratore. Il suo permesso di dimora, valido fino al 29 marzo 2009, è stato modificato a tale scopo.
A seguito di un infortunio verificatosi all'inizio del 2005, il ricorrente non ha più lavorato. Il 1° febbraio 2006, gli è stato riconosciuto un grado d’invalidità del 44%. Nel settembre 2006 ha iniziato a beneficiare delle indennità di disoccupazione e, dal 2007, di assegni di prima infanzia ed integrativi.
B. Il 19 novembre 2009, la Sezione dei permessi e dell'immigrazione del Dipartimento delle istituzioni ha respinto le domande presentate il 23 febbraio 2009 da RI 1, RI 2, RI 3 volte a ottenere il rilascio di un permesso di domicilio CE/AELS, ritenendo che non adempissero le premesse per poter ottenere l’autorizzazione richiesta.
In sostanza, l'autorità dipartimentale ha tenuto conto del fatto che RI 1 era da diversi anni inattivo professionalmente e questo nonostante egli disponesse di una capacità lavorativa residua compatibile con il suo grado di invalidità al 44%. Nel contempo, il dipartimento ha rinnovato il permesso di
dimora a ciascun membro della famiglia _ fino al 29 marzo 2010. La decisione è stata resa sulla base degli art. 34, 96 della legge federale del 16 dicembre 2005 sugli stranieri (LStr; RS 142.20) e 60 dell'ordinanza del 24 ottobre 2007 sull'ammissione, il soggiorno e l’attività lucrativa (OASA; RS 142.201).
C. Con giudizio 27 gennaio 2010, il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione, respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da RI 1, per sé e in rappresentanza della propria famiglia.
In sostanza, l'Esecutivo cantonale ha ritenuto che gli interessati non potessero invocare nessuna norma a livello interno e internazionale al fine di ottenere un permesso di domicilio dopo cinque anni di soggiorno in Svizzera.
D. Contro la predetta pronunzia governativa, RI 1 insorge ora davanti al Tribunale cantonale amministrativo chiedendone l'annullamento e postulando il rilascio di un permesso di domicilio CE/AELS per sé e per la sua famiglia.
Afferma di avere un diritto a ottenere l'autorizzazione richiesta. Sostiene di essere ben integrato con la sua famiglia in Svizzera e che un loro allontanamento verso l’Italia si ripercuoterà in maniera eccessivamente negativa su tutti membri della stessa. Chiede inoltre di essere posto al beneficio dell'assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio e che l'importo della tassa di giudizio messagli a carico dal Consiglio di Stato sia ridotta.
E. All'accoglimento del gravame si oppongono sia il dipartimento che il Consiglio di Stato, quest'ultimo con argomenti di cui si dirà, se necessario, in seguito.
Considerato,

in diritto
1. La competenza del Tribunale cantonale amministrativo è data dall'art. 10 lett. a della legge 8 giugno 1998 di applicazione alla
legislazione federale in materia di persone straniere (LALPS; RL 1.2.2.1). Il gravame, tempestivo ai sensi dell'art. 46 cpv. 1 della legge di procedura per le cause amministrative del 19 aprile 1966 (LPamm; RL 3.3.1.1) e presentato da persone senz'altro legittimate a ricorrere (art. 43 LPamm), è pertanto ricevibile in ordine e può essere deciso sulla base degli atti, senza istruttoria (art. 18 cpv. 1 LPamm). Non è infatti necessario richiamare dalla SUVA (n. _; n. _), dall'Ufficio AI (n. _), dalla Cassa di disoccupazione Cristiano sociale/OCST e dall'IAS Servizio prestazioni complementari gli incarti concernenti RI 1, in quanto non fornirebbero a questo Tribunale ulteriori elementi determinanti per il giudizio che è chiamato a rendere.
2. 2.1. Giusta l'art. 6 Allegato I dell'accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone (ALC; RS 0.142.112.681), il lavoratore dipendente cittadino di una parte contraente che occupa un impiego di durata uguale o superiore ad un anno al servizio di un datore di lavoro dello Stato ospitante riceve una carta di soggiorno della durata di almeno 5 anni a decorrere dalla data del rilascio, automaticamente rinnovabile per almeno 5 anni (cpv. 1 prima frase).
L'ALC e il suo Protocollo disciplinano
i permessi di dimora e di dimora temporanea.
Non contengono per contro disposizioni sul rilascio di un'autorizzazione di domicilio CE/AELS
(v. n. 9.1.
delle "Istruzioni concernenti l'introduzione graduale della libera circolazione delle persone", emanate dall'Ufficio federale della migrazione: UFM, stato al 1° giugno 2009)
.
Ne discende che, in materia di rilascio di un permesso di domicilio CE/AELS, sono applicabili le disposizioni di diritto
interno (
LStr) o eventuali accordi di domicilio.
2.2. Per quanto riguarda il diritto interno, il ricorrente non può prevalersi di una disposizione particolare del diritto federale per poter ottenere l'autorizzazione richiesta. In particolare l'art. 34 cpv. 4 LStr, secondo cui il permesso di domicilio può essere rilasciato dopo un soggiorno ininterrotto negli ultimi cinque anni a determinate condizioni, non conferisce siffatto diritto.
2.3. In merito ad eventuali trattati
di domicilio esistenti con la vicina Penisola, i
l ricorrente non può invocare il Trattato di domicilio e consolare sottoscritto tra la Svizzera e l'Italia il 22 luglio 1868 (RS 0.142.114.541). I trattati di domicilio non garantiscono infatti un diritto all'ottenimento di un tale genere di permesso (DTF 2A.395/2005 del 22 novembre 2005, consid. 2.3; DTF 120 lb 360 consid. 2b).
Questo diritto può essere eventualmente concesso sulla base di accordi complementari ai trattati di domicilio, denominati "accordi di domicilio" (v. n. 3.4.3.2 e 3.4.3.3
delle "Istruzioni concernenti il settore degli stranieri", emanate dall'UFM, stato al 1° luglio 2009).
Sotto questo aspetto entrano in considerazione nel caso specifico la Dichiarazione 5 maggio 1934 concernente l'applicazione del suddetto trattato (RS 0.142.114.541.3) e l'Accordo tra la Svizzera e l'Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 10 agosto 1964 (RS 0.142.114.548). Ora, l'art. 10 cpv. 2 di quest’ultimo Accordo prevede che i lavoratori italiani in Svizzera sono sottoposti al regime previsto dall'art. 2 paragrafo 2 della Dichiarazione del 5 maggio 1934, secondo cui essi ottengono un permesso di domicilio dopo una dimora regolare ed ininterrotta di dieci anni ai sensi dell'art. 1 paragrafo 1 di tale Dichiarazione. Va osservato per completezza che, secondo l'art. 11 n. 1 dell'Accordo in parola, ha diritto al rinnovo del permesso di dimora, per il posto che già occupa, il lavoratore avente 5 anni di soggiorno regolare e ininterrotto in Svizzera. A seguito della Dichiarazione del Consiglio federale del 23 aprile 1983 - non pubblicata - è stata poi adottata la prassi secondo cui i lavoratori italiani hanno diritto all'ottenimento di un permesso di domicilio in Svizzera dopo 5 anni di soggiorno regolare ed ininterrotto nel nostro Paese (v. n. 333.2 delle Direttive dell'allora Ufficio federale degli stranieri, ora della migrazione, stato al giugno 2000; per una critica a tale prassi cfr.
Peter Kottusch
, Die Niederlassungsbewilligung gemäss Art. 6 ANAG in: ZBI 87/1986, pag. 525 segg.). Il Tribunale federale ha per contro lasciato aperta la questione (
Alain Wurzburger
, La jurisprudence récente du Tribunal fédéral en matière de police des étrangers, in: RDAF 53/1997 304 con rif.), mentre il Tribunale cantonale amministrativo ha aderito alla prassi adottata dall'Ufficio federale della migrazione (STA 52.1999.258 del 20 giugno 2000, consid. 1.3.).
In concreto, RI 1 è stato al beneficio di un permesso di dimora CE/AELS nel nostro Paese dal 30 marzo 2004 al 29 marzo 2009 e, durante questi 5 anni, il suo soggiorno in Svizzera è stato regolare ed ininterrotto. Ci si può per contro chiedere se il ricorrente possa essere considerato ancora lavoratore ai sensi dell'Accordo italo-svizzero del 10 agosto 1964 e della Dichiarazione del Consiglio federale del 23 aprile 1983. In effetti se, da una parte, egli dispone ancora di una capacità lavorativa residua essendo invalido al 44%, dall'altra bisogna considerare che è inattivo professionalmente ormai dal 2005. Ritenuto che il ricorrente non ha esercitato, durante questi cinque anni, un'attività stabile e durevole come esige il menzionato Accordo, non è dato di vedere come egli possa pretendere di ottenere un permesso di dimora, tanto meno di domicilio, per poter continuare a occupare un posto che in realtà ha lasciato da diversi anni.
Sia come sia, il quesito può qui rimanere indeciso. Infatti, anche se egli adempisse tutti i presupposti sviluppati dalla prassi per poter invocare il diritto al rilascio di un'autorizzazione di domicilio, sapere se nelle circostanze concrete egli possa ottenere tale genere di permesso sarebbe in ogni caso una questione di merito (RDAT 1993-II, n. 54 consid. 2b e 4, pag. 131). L'art. 10 cpv. 1 del menzionato accordo italo-svizzero dispone infatti che l’ingresso dei lavoratori italiani e il loro diritto di soggiorno in Svizzera sono regolati, per quanto qui interessa, dalla legislazione svizzera relativa alla dimora e al domicilio degli stranieri e dalla menzionata Dichiarazione del 5 maggio 1934. Ritenuto che tale Dichiarazione non prevede nulla in proposito dal profilo materiale, risulta pertanto applicabile nella presente fattispecie la legislazione interna.
3. 3.1. Come indicato in precedenza (consid. 2.2.), l'art. 34 cpv. 4 LStr dispone che il permesso di domicilio può essere rilasciato, dopo un soggiorno ininterrotto negli ultimi cinque anni sulla scorta di un permesso di dimora, se lo straniero è ben integrato, segnatamente se conosce bene una lingua nazionale.
L'art. 62 cpv. 1 OASA precisa le condizioni affinché il permesso di domicilio possa essere rilasciato in caso di integrazione
riuscita, segnatamente se lo straniero: rispetta i principi dello Stato di diritto e i valori della costituzione federale (lett. a); ha raggiunto, nella lingua nazionale parlata nel luogo di residenza, almeno il livello di riferimento A2 del Quadro di Riferimento Europeo Comune per le lingue del Consiglio d’Europa; in casi debitamente motivati può essere tenuto conto anche delle conoscenze di un’altra lingua nazionale (lett. b); manifesta la volontà di partecipare alla vita economica e di acquisire una formazione (lett. c).
L’art. 60 OASA indica che prima del rilascio del permesso di domicilio, l'autorità competente deve verificare, oltre al grado di integrazione dello straniero, anche il comportamento che egli ha tenuto fino a quel momento.
3.2. Bisogna anche tenere conto che le autorità amministrative competenti in materia di polizia degli stranieri fruiscono nell'applicazione di queste disposizioni di un ampio potere discrezionale, che sono tenute ad esercitare nel rispetto dei principi generali del diritto, nonché tenendo conto degli interessi pubblici in gioco, delle relazioni personali e del grado d'integrazione dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStr). Tale margine di apprezzamento può essere censurato - perlomeno da parte di questo Tribunale - soltanto quando il suo esercizio integra gli estremi dell'eccesso o dell'abuso di potere e viola il principio della proporzionalità (cfr. DTF 112 Ib 478).
4. Come accennato in narrativa, RI 1 ha ottenuto un permesso di dimora CE/AELS il 30 marzo 2004. All'inizio del 2005, egli si è infortunato e da allora non ha più lavorato. Attualmente percepisce ogni mese fr. 444.– quale rendita AI, fr. 844.25 dalla SUVA e fr. 4'925.– quale prestazione complementare alla rendita AI (v. doc. C: domanda di assistenza giudiziaria con i relativi allegati). Il fatto che nel febbraio 2006 il suo grado di invalidità al 25% sia stato esteso al 44%, non gli impediva certo di cercarsi un'attività lucrativa a metà tempo. Nemmeno l'insorgente, del resto, lo contesta (ricorso, ad 2). Lo dimostra peraltro il fatto che, pendente il ricorso dinnanzi al Tribunale, egli ha prodotto un contratto di lavoro di durata indeterminata per 20 ore la settimana quale custode notturno/diurno presso un camping _ remunerato fr. 25.– l’ora (v. contratto 23 febbraio 2010 con effetto dal 1° marzo successivo).
Bisogna pertanto concludere che, essendo stato lungamente inattivo e non avendo partecipato alla vita economica del nostro Paese come prevede l'art. 62 cpv. 1 lett. c OASA, la domanda di rilascio del permesso di domicilio di RI 1 appare ancora, allo stadio attuale, prematura.
Il diniego di rilasciare siffatta autorizzazione a RI 1 e, di riflesso, a sua moglie e ai suoi figli non incide comunque sul loro soggiorno attuale nel nostro Paese, ritenuto che il dipartimento ha rinnovato loro il permesso di dimora. Cade pertanto nel vuoto l'argomento del ricorrente, secondo cui il loro rientro in Italia sarebbe inesigibile. Ne discende che la decisione impugnata risulta pure conforme al principio della proporzionalità.
In siffatte circostanze, si deve pertanto concludere che la decisione censurata non procede da un esercizio abusivo del potere di apprezzamento che la legge riserva all'autorità in ordine alla valutazione dell'adeguatezza di un simile provvedimento.
5. L'insorgente sostiene inoltre che l'importo degli oneri processuali posti a suo carico dal Consiglio di Stato siano eccessivi e ne postula la riduzione a fr. 150.–.
Secondo l'art. 28 LPamm, se il procedimento non è di natura pecuniaria il Consiglio di Stato, quale autorità di ricorso, può applicare alle proprie decisioni una tassa di giustizia, a carico della parte soccombente, variante da fr. 50.– a fr. 10'000.–.
Ora, considerata la soccombenza dei ricorrenti dinnanzi all'autorità inferiore, l'importo fissato dal Consiglio di Stato in fr. 600.– appare tutto sommato equo e commisurato al dispendio lavorativo occorso all'esame del ricorso. Esso n
on procede quindi da un esercizio abusivo del potere d'apprezzamento che l'art. 28 LPamm riserva all'autorità decidente ai fini della sua commisurazione. Anche su questo punto l
a risoluzione governativa non viola pertanto il diritto e va confermata.
6.
In esito alle considerazioni che precedono, il ricorso va respinto così come l'istanza di assistenza giudiziaria formulata in questa sede, il gravame essendo destinato all'insuccesso sin dall'inizio (art. 14 della legge sul patrocinio d'ufficio e sull'assistenza giudiziaria del 3 giugno 2002; Lag; RL 3.1.1.7).
La tassa di giustizia e le spese del presente giudizio sono a carico di RI 1 e RI 2 (art. 28 LPamm). Nel fissare gli oneri processuali, si tiene comunque conto della loro situazione economica.