Decision ID: 9d649ea2-57c7-5f7f-9f85-87f5dfbc38f0
Year: 1997
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto
A.
Nell’aprile 1979 la società italiana _ (in seguito detta semplicemente: _), inoltrò un’offerta al Ministero delle comunicazioni e del trasporto marittimo _ per la costruzione di un tratto di autostrada di 182.5 Km tra le località di _ e _.
Per garantirsi l’aggiudicazione dell’appalto, la società si rivolse ad _, influente uomo d’affari _, affinché egli tramite le sue conoscenze mettesse in atto quanto necessario al raggiungimento dello scopo: in base agli accordi, nel caso in cui l’affare fosse andato in porto, la società avrebbe versato alla _ (in seguito detta: _), società con sede nel _ ed appartenente ad _, una commissione pari al 5% del valore complessivo del contratto. Grazie all’avvenuta intermediazione, ben presto il governo _ comunicò la sua disponibilità a sottoscrivere il relativo contratto ad un prezzo di _ 19’504’302.39, somma pari a circa fr. 120’000’000.- (doc. 3 e 6).
B.
Non ritenendosi in grado di portare avanti l’intera operazione da sola, _ nel gennaio 1980 si associò con la società italiana _ (in seguito detta: _), ritenuto che in base al contratto di joint-venture la parte finanziaria dell’affare sarebbe stata curata dalla sola _ (doc. 6).
Alla _ venne tuttavia confermato che la nuova situazione non modificava l’impegno assunto di versarle la commissione, fermo restando però che ora la stessa sarebbe stata versata da _ (doc. 7).
C.
Una volta sottoscritto il contratto di appalto fra lo Stato _ da una parte ed il consorzio _ dall’altra (doc. E) e fornite da quest’ultimo le garanzie contrattualmente previste (doc. DD), le due consorziate chiesero alle autorità _ il pagamento dell’”advance payment” (doc. F, H e I), cioè dell’anticipo del 20% sulla mercede totale, pari a complessivi fr. 21’176’005.-. Tale somma venne prontamente accreditata su un conto dell’_ di _ (doc. J).
Quell’importo venne quindi girato su altri conti ed in particolare fr. 1’058’800.- vennero trasferiti a _ sul cto. _, intestato alla società _, e da questo sul cto. _ (doc. 10), di cui era titolare il signor _.
D.
In data 20 novembre 1981, poco dopo lo scioglimento della joint-venture avvenuto il 14 ottobre dello stesso anno (doc. E), la Seconda Sezione civile del Tribunale di _ ha pronunciato il fallimento di _ (doc. K).
E.
Il 19 luglio 1983 la massa fallimentare di _ ha sporto denuncia contro ignoti per appropriazione indebita, ricettazione e amministrazione infedele alla Procura Pubblica di _, essendo emerso che l’acconto di fr. 21’176’005.- versato dalle autorità _ non figurava nella contabilità della fallita (doc. M).
Dall’inchiesta penale si è potuto ricostruire il tragitto del denaro a suo tempo versato sul conto dell’_ di _: le relazioni bancarie sulle quali tale somma è transitata, tra cui i cti. _ e _ di _ e _ di _, sono state temporaneamente poste sotto sequestro penale, in attesa degli accertamenti del caso. Al termine dell’inchiesta, questi 3 conti sono tuttavia stati dissequestrati (doc. 11 e 22).
F.
Il 6 luglio 1984, su istanza della massa del fallimento _, è stato decretato il sequestro civile di tutti i beni appartenenti ad _ presso l’_ di _ sino a concorrenza della somma di fr. 371’000.- oltre interessi (doc. B).
L’11 luglio 1984 la massa fallimentare ha in seguito escusso lo stesso _ con il PE no. _ dell’UEF di Mendrisio (doc. A), al quale è stata interposta tempestiva opposizione.
G.
Con petizione 27 luglio 1984 la massa fallimentare ha chiesto la condanna di _ al pagamento di fr. 371’000.- oltre interessi, nonché la conferma del sequestro decretato dalla Pretura di Mendrisio-Sud ed il rigetto in via definitiva dell’opposizione interposta al PE no. _ dell’UEF di Mendrisio.
L’attrice ritiene in sostanza che il versamento di fr. 1’058’800.- effettuato a suo tempo a favore di _ e successivamente confluito sul conto personale del convenuto, ed ancora esistente nella misura dell'importo rivendicato in causa, costituiva un’illecita distrazione a suo danno, che quel pagamento era avvenuto in violazione di norme imperative sull’esportazione di capitali, che gli amministratori e i procuratori avevano agito nell’affare concreto senza disporre di un valido potere di rappresentanza: di conseguenza, tale somma, ricevuta senza titolo, le andava senz’altro restituita.
H.
Con risposta 7 gennaio 1985 il convenuto ha postulato la reiezione della domanda sia in ordine che nel merito.
In ordine la petizione sarebbe irricevibile sia per carenza di potere di rappresentanza da parte del patrocinatore della massa fallimentare, sia per il fatto che la restituzione del pagamento effettuato in favore della joint-venture non poteva essere richiesta dalla sola attrice, bensì unicamente da entrambe le consorziate. Nel merito la petizione era del tutto infondata: innanzitutto la pretesa di restituzione dell’indebito arricchimento sarebbe ampiamente prescritta; il pagamento di fr. 1’058’800.- era inoltre del tutto regolare, siccome fondato su un valido contratto di mediazione ed atteso che il versamento della commissione era stato regolarmente richiesto con l’emissione di una fattura (doc. Y) nei confronti del consorzio.
I.
In replica e in duplica come pure in sede conclusionale, le parti si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro precedenti allegazioni ed impugnative, contestando quelle di controparte: il convenuto ha tuttavia abbandonato l’eccezione di carenza di rappresentanza del patrocinatore di parte avversa.
L.
Con sentenza 25 marzo 1996 il Pretore ha respinto la petizione, caricando all’attrice la tassa di giustizia di fr. 7’000.- e le spese, come pure l’indennità per ripetibili di fr. 18’000.-.
Il giudice di prime cure ha innanzitutto respinto l’eccezione di carenza di legittimazione attiva formulata dal convenuto, rilevando come con lo scioglimento della joint-venture (con la cessione a _ dei diritti futuri inerenti al contratto di appalto, ma non di quelli relativi al pagamento dell’anticipo) non spettasse più alle due società congiunte inoltrare la richiesta per la restituzione degli importi distratti. Accertato quindi che, giusta l’art. 133 cpv. 2 LDIP, nel caso di specie era senz’altro applicabile il diritto svizzero, egli ha provveduto ad esaminare la fondatezza dell’eccezione di prescrizione, giungendo alla conclusione che essa pure doveva essere respinta, e ciò in quanto l’attrice era venuta a conoscenza degli elementi essenziali del danno solo alla conclusione del procedimento penale. Per il resto, non era assolutamente vero che il versamento della mercede e della commissione costituisse un atto illecito, siccome avvenuto in violazione di norme valutarie italiane: tali norme, infatti, per loro natura, non proteggevano i soggetti di diritto, ma unicamente lo Stato, con la conseguenza che la loro eventuale violazione non costituiva un delitto civile; contrariamente a quanto ritenuto dall’attrice, non risultava inoltre che a suo tempo gli organi di _ avessero agito senza le necessarie autorizzazioni allorché conclusero il contratto di mediazione; la circostanza che la fattura in base alla quale _ aveva chiesto ed ottenuto il pagamento fosse fittizia non comportava infine la nullità del pagamento, lo stesso fondandosi su di un valido titolo e meglio sull’atto di intermediazione, per altro effettivamente svolta.
Ne discende che il versamento -unico e non doppio, come invece preteso dall’attrice- era avvenuto a giusto titolo, per cui una sua restituzione non entrava più in linea di conto.
M.
Con appello 6 maggio 1996 l’attrice chiede la riforma del querelato giudizio nel senso di accogliere la petizione con protesta di spese e ripetibili di primo e secondo grado.
A suo dire, innanzitutto, alla fattispecie doveva essere applicato il diritto italiano, essendo in Italia e meglio presso la sede dell’attrice stessa che si era prodotto il danno. Ciò premesso, gli importi versati a _, e da questa riversati a favore del convenuto, andavano restituiti per tutta una serie di motivi: innanzitutto i procuratori e gli amministratori di _ non erano autorizzati né legittimanti a stipulare un accordo di mediazione come quello concluso con la quella società; il contratto era inoltre nullo giusta gli art. 1343 e 1418 CCI, siccome le modalità di pagamento avevano chiaramente violato le norme sull’esportazione di capitali, disposizioni di diritto pubblico, ma che hanno effetto anche nell’ambito civile; lo stesso era parimenti nullo in applicazione degli art. 1344 e 1345 CCI, atteso che le modalità di esecuzione del contratto erano state architettate appositamente per eludere, da parte di tutti, norme imperative; oltretutto l’impegno di pagare la commissione non incombeva all’attrice, bensì semmai a _. In via subordinata l’appellante ha infine censurato il giudizio di prime cure in merito alle spese ed alle ripetibili, ritenendo eccessivi gli importi esposti dal Pretore e postulandone perciò una massiccia riduzione.
N.
Delle osservazioni 17 giugno 1996 della parte convenuta con cui si chiede la reiezione del gravame, protestando spese e ripetibili si dirà, se necessario, nei successivi considerandi.

Considerando
in diritto
1.
Preliminarmente si impone di esaminare l’eccezione di carenza di legittimazione attiva, sollevata dalla parte appellata con le osservazioni al gravame. A suo dire, il consorzio era costituito in realtà non da due, bensì da tre società, e meglio _, _ e una terza società denominata “_ a”: ora, non essendo una di loro intervenuta -ed in particolare quest’ultima- nella presente causa, se ne doveva concludere per la reiezione dell’azione per carenza di legittimazione attiva.
Tale censura non può essere accolta.
L’appellata non contesta invero il giudizio con cui il Pretore aveva escluso che la presente azione dovesse essere promossa anche da _, accanto ad _: tale questione, del tutto pacifica, non può perciò più essere oggetto di disamina da parte di questa Camera (
ICCA
25 giugno 1984 in re O./O.;
IICCA
16 ottobre 1992 in re O./G., 12 luglio 1993 in re L./P., 10 febbraio 1994 in re E./R., 18 novembre 1996 in re M. S.p.A./A e lc.).
Contrariamente a quanto affermato dalla parte appellata -per la prima volta, e quindi irritualmente (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC), in questa sede-, il fatto che del consorzio facesse parte una terza società denominata “_ ” non ha alcuna influenza sulla legittimazione attiva dell’attrice: quella società, in effetti, non è altro che una semplice filiale dell’attrice (come risulta espressamente dal doc. 6), la quale in quanto tale non ha pertanto una personalità giuridica propria (per il diritto svizzero: cfr.
Ottaviani
, Le parti nel processo civile ticinese, Zurigo 1989, p. 14;
Sträuli/Messmer
, Kommentar zur Zürcherischen Zivilprozessordnung, Zurigo 1982, § 27/28 N. 3;
Meier
, Die schweizerische Aktiengesellschaft, Zurigo 1990, N. 403;
Meier-Hayoz/Forstmoser
, Grundriss des schweizerischen Gesellschaftsrechts, 7. ed., Berna 1993, § 19 N. 4 e 9;
Forstmoser/Meier-Hayoz
, Einführung in das schweizerische Aktienrecht, 3. ed., Berna 1983, § 44 N. 4 e 10;
Forstmoser/Meier-Hayoz/Nobel
, Schweizerisches Aktienrecht, Berna 1996, § 59 N. 8 e 31 e segg.;
IICCA
21 luglio 1993 in re I.SA/S., 23 febbraio 1994 in re W. e B./ B., 21 luglio 1994 in re P.C./O.C. Ltd.;
DTF
90 II 196, 120 III 11 e segg.; mentre per il diritto italiano: cfr.
Pescatore/Ruperto
, Codice civile annotato, Milano 1993, N. 2 ad art. 2197 CCI). Spettava pertanto in ultima analisi alla sola sede principale far valere i diritti che eventualmente competevano ad entrambe.
2.
In un primo momento, la parte attrice aveva postulato la restituzione della commissione a suo tempo versata a _ (poi confluita a favore del convenuto), asserendo che la stessa costitutiva un’illecita distrazione di importi di sua pertinenza, richiamandosi così implicitamente alle norme sull’atto illecito.
In realtà, se vi è stato un eventuale atto illecito, questo è semmai stato commesso da organi o rappresentanti della stessa attrice: non è per contro risultato che il convenuto fosse a conoscenza di tali atti illeciti commessi da terzi, o ancora che egli abbia a sua volta agito dolosamente a danno della controparte. Dagli atti di causa, invero, neppure risulta che vi fosse qualcosa di illecito nell’attività di mediazione svolta in concreto, tanto è vero che l’operazione di “influenza” nei confronti delle Autorità _ sembra essere avvenuta in modo corretto, senza che in particolare siano stati promessi compensi a terzi funzionari in caso di aggiudicazione dell’appalto o che siano stati altrimenti violati segreti d’ufficio (cfr. interrogatorio _ davanti al PP, inc. penale atto n. 198 p. 3 e 4).
3.
A ben vedere, le richieste dell’attrice si fondano quindi sulle norme dell’indebito arricchimento, atteso che la restituzione dell’indebito viene postulata in particolare per il fatto che i procuratori e gli amministratori della società attrice non disponevano delle necessarie autorizzazioni (cons. 4), per il fatto che l’adempimento del contratto era avvenuto secondo modalità atte ad eludere, da parte di tutti, norme imperative (cons. 5) ed in violazione di norme valutarie italiane (cons. 6) ed infine in quanto la commissione doveva semmai essere a carico di _ (cons. 7).
Giusta l’art. 128 cpv. 1 LDIP le pretese derivanti da indebito arricchimento sottostanno al diritto regolatore del rapporto giuridico, esistente o presunto, in base al quale è avvenuto l’arricchimento: nel caso -come quello che qui ci occupa- in cui è in discussione un contratto, il diritto determinante sarà perciò quello dello Stato con il quale il contratto stesso è più strettamente connesso (art. 117 cpv. 1 LDIP), ritenuto che si presume che la connessione più stretta sia quella con lo Stato in cui la parte che deve eseguire la prestazione caratteristica -che, in caso di mandato o contratti simili, è la prestazione del servizio (art. 117 cpv. 3 lett. c LDIP)- ha la dimora abituale o la sua stabile organizzazione (art. 117 cpv. 2 LDIP).
Nel caso di specie, la prestazione di mediazione essendo stata effettuata in _ da un cittadino _ con residenza abituale in quel Paese (cfr. interrogatorio _ davanti al PP, inc. penale atto n. 198 p. 4; interrogatorio formale _, ad 2), è del tutto chiaro che il contratto e con ciò la questione circa l’indebito arricchimento (conseguente all’eventuale nullità, all’annullabilità o ancora alla mancata efficacia del contratto stesso) sottostiano al diritto _, e sussidiariamente -se questo non potrà essere accertato- al diritto svizzero (art. 16 cpv. 2 LDIP).
4.
L’appellante ritiene innanzitutto che il contratto di mediazione doveva essere considerato nullo, siccome il suo procuratore _ rispettivamente il suo amministratore delegato _, che di fatto lo avevano concluso, avevano agito senza potere di rappresentanza e al di fuori delle loro competenze e autorizzazioni.
La questione particolare, trattandosi di esaminare l’esistenza di poteri di rappresentanza conferiti a terze persone o ad organi sociali da parte di una società italiana, sottostà, evidentemente, al diritto italiano (art. 126 e 155 LDIP).
L’istruttoria di causa ha chiaramente permesso di accertare che, allorché il 23 febbraio 1980 _ garantì a _ il pagamento della commissione da parte dell’attrice (doc. 7), egli non disponeva di una procura valida (ciò che tuttavia controparte non sapeva, né poteva per altro in alcun modo presumere): in effetti, con la procura conferitagli il 4 maggio 1979 questi era stato unicamente autorizzato a presentare eventuali offerte per l’acquisizione di appalti in _ e a dar corso alle formalità richieste dai relativi bandi di gara (cfr. doc. G); con la procura 3 luglio 1979 l’efficacia della precedente procura era stata estesa fino al 31 dicembre 1981 e gli era stato conferito il diritto a sottoscrivere i contratti relativi agli appalti acquisiti, oltre che a gestire eventuali conti bancari (cfr. doc. G); tali procure sono tuttavia state revocate dal Consiglio di amministrazione il 12 luglio 1979 (cfr. inc. penale, atto n. 22 doc. 1) e non risulta che le stesse siano state ripristinate in seguito.
Contrariamente a quanto ritenuto dall’appellante, ciò non significa comunque ancora che l’impegno assunto dallo stesso a nome e per conto dell’attrice, nel senso che quest’ultima dovesse pagare le commissioni (doc. 7), sia nullo: per costante giurisprudenza un tale atto non è infatti nullo e neppure annullabile, ma semplicemente “in itinere”, cioè inefficace fino ad avvenuta ratifica (
Pescatore/Ruperto
, op. cit., N. 2 ad art. 1398 CCI e N. 1 ad art. 1399 CCI). E nel caso di specie una ratifica vi è effettivamente stata: ne fa stato da un lato la successiva consegna, il 12 aprile 1980, di una “procura speciale” da parte dell’amministratore delegato (cfr. audizione testimoniale _, controdomanda rogatoriale ad 1; inc. penale, atto n. 14 e 22 doc. 1) ing. _, con cui a _ veniva conferita la facoltà di svolgere tutte le operazioni di carattere direttivo e amministrativo dipendenti dall’esecuzione e/o amministrazione dei contratti di appalto (doc. G), e dall’altro, soprattutto, il fatto che l’ing. _ stesso abbia infine autorizzato e personalmente ordinato il pagamento della commissione dal conto _ di _o no. _ (a lui solo intestato; cfr. inc. penale, atto. n. 7 e 222) al conto appartenente alla _ presso l’_ di _ (proprio per questo motivo, appare difficilmente credibile quanto da lui affermato nella sua audizione testimoniale, ove egli dichiara di non saper nulla circa l’esistenza di _ e neppure in merito alla commissione di intermediazione del 5% ad essa dovuta (audizione testimoniale _, domande rogatoriali ad 4, 7, 8), tanto più che egli in seguito ha tuttavia ammesso di sapere (domanda rogatoriale ad 8) che a qualcuno una commissione per intermediazione era comunque dovuta): il pagamento dell’importo dovuto costituisce infatti una ratifica per atti concludenti dell’accordo di cui sopra (
Pescatore/Ruperto
, op. cit., N. 9 e 11 ad art. 1399 CCI).
Il fatto che _ possa eventualmente aver agito a sua volta senza le necessarie autorizzazioni ed oltrepassando le sue competenze, non modifica in alcun modo la situazione: è infatti principio giurisprudenzialmente incontestato che la società non può respingere gli effetti dell’atto dell’amministratore, compiuto nell’esercizio del potere a lui attribuito, ogni volta che l’atto (anche se, per essere rischioso e azzardato, ad altri effetti possa essere qualificato eccedente l’ordinaria amministrazione) sia esteriormente riconoscibile come rivolto a realizzare, senza deviazioni o esorbitanza dal fine, gli scopi economici della società (
Pescatore/Ruperto
, op. cit., N. 1 e seg. ad art. 2384 CCI, N. 9 ad art. 1398 CCI), a meno che -ciò che tuttavia non risulta nella presente fattispecie- il terzo avesse agito dolosamente (cioè -come precisa
Pescatore/Ruperto
, op. cit., N. 10 ad art. 2384 CCI- se da parte sua vi è coscienza e volontà di stipulare col rappresentante sfornito di potere un quid dal quale possa derivare oggettivamente un danno alla società, senza che però sia richiesto uno specifico proposito di recare danno alla stessa).
Se ne deve pertanto concludere per l’infondatezza della censura.
5.
A giudizio dell’appellante, il contratto di mediazione sarebbe inoltre nullo in applicazione degli art. 1344 e 1345 CCI, in quanto le modalità della sua esecuzione erano appositamente state architettate per eludere, da parte di tutti, norme imperative.
A parte il fatto che le norme italiane appena menzionate non sono assolutamente applicabili alla fattispecie, ritenuta -come già accennato- l’applicabilità del diritto _ (o, sussidiariamente, di quello svizzero), le presunte violazioni che comporterebbero tale conseguenza non sono state né rese verosimili, né tanto meno provate.
In particolare, il fatto che l’incasso dei 21 mio di fr. e il versamento a favore di _ non risultassero nei bilanci 31 dicembre 1979 (doc. N) e 30 giugno 1980 (doc. O) dell’attrice non era dovuto a presunte -ma non comprovate- intenzioni delittuose commesse dalle parti, bensì semplicemente al fatto che a quel momento quei due versamenti (avvenuti pacificamente nel luglio 1980) non erano ancora stati effettuati; per il resto, il fatto che _ abbia emesso una fattura per “prestazioni varie” piuttosto che con l’indicazione circa l’avvenuta intermediazione è stato giustificato dal convenuto con motivi fiscali (cfr. interrogatorio formale _, ad 6 p. 6), mentre il fatto che la fattura (doc. Y) sia stata inviata in _ piuttosto che in Italia e ancora che nella stessa non si menzionasse dove effettuare il bonifico bancario, erano pure facilmente spiegabili da un lato in quanto il domicilio della joint-venture era effettivamente in _a (doc. 6 pt. 4 lett. c) e dall’altro poiché all’ing. _ in qualità di rappresentante di _ era già stato comunicato a suo tempo che la convenuta era detentrice di un conto presso l’_ di _ -dal _, l’istituto bancario a cui _ faceva capo ed al quale tale informazione era stata data da _ già nel dicembre 1979 (doc. 4), o comunque dall’amministratore della stessa, il quale in effetti ricorda da un lato di essere stato contattato telefonicamente in un’occasione da parte del signor _ (interrogatorio formale _, ad. 6) e dall’altro afferma di averlo probabilmente concordato con quest’ultimo (interrogatorio formale _, ad. 8 e 10), circostanza per altro confermata dal convenuto, il quale a sua volta precisa che “_ sapeva che il pagamento doveva essere fatto a _ perché così avevo invitato il Dr. _ a comunicargli, ciò che egli fece con lettera del dicembre 1979” (interrogatorio formale _, ad 6 p. 6)-.
6.
L’appellante ripropone la tesi secondo cui il pagamento della commissione di mediazione sarebbe avvenuto in violazione di norme valutarie italiane, disposizioni imperative di diritto pubblico, con tuttavia effetti anche nell’ambito civile.
Come accennato a più riprese in precedenza, dovendosi applicare alla fattispecie il diritto _ (o eventualmente quello svizzero, art. 16 cpv. 2 LDIP), tali norme non sarebbero di principio applicabili.
Nondimeno, trattandosi di leggi che lo Stato italiano pretende imperativamente ed esclusivamente di applicare a protezione dei propri interessi, va esaminato se le stesse eccezionalmente non debbano comunque essere considerate dall’autorità giudiziaria elvetica in virtù dell’art. 19 LDIP, norma che prescrive che può essere tenuto conto di una norma di applicazione necessaria di un diritto diverso da quello richiesto dalla presente legge qualora, secondo la concezione giuridica svizzera, interessi degni di protezione e manifestamente preponderanti di una parte lo richiedano e la fattispecie sia strettamente connessa con tale diritto (cpv. 1), ritenuto inoltre che per stabilire se si debba tener conto di tale norma, se ne esaminerà lo scopo e le conseguenze per una decisione equanime secondo la concezione giuridica svizzera (cpv. 2): l’applicabilità dell’art. 19 LDIP non implica perciò automaticamente l’applicazione della norma imperativa del diritto dello Stato terzo, bensì obbliga il giudice unicamente a prenderla in considerazione, cioè ad esaminare se la concreta applicazione della stessa al caso specifico possa o meno portare ad un risultato equo secondo la concezione svizzera del diritto (cfr.
Messaggio
LDIP, p. 53;
Honsell/Vogt/Schnyder
, Kommentar zum schweizerischen Privatrecht, Internationales Privatrecht, Basilea e Francoforte sul Meno 1996, N. 32 e seg. ad art. 19 LDIP;
Dutoit
, Commentaire de la loi fédérale du 18 décembre 1987, Basilea e Francoforte sul Meno 1996, N. 5 e 7 ad art. 19 LDIP;
Heini/Keller/Siehr/Vischer/Volken
, IPRG Kommentar, Zurigo 1993, N. 28 e segg. ad art. 19 LDIP).
Nel caso di specie appare chiaro che le premesse per far capo all’art. 19 LDIP sono adempiute, e ciò anche se l’appellante non ha specificato concretamente in quale ottica l’adempimento del contratto di mediazione comportasse una violazione di norme valutarie italiane -verosimilmente di quelle di cui al decreto legge 6 giugno 1956, n. 476, convertito in legge 25 luglio 1956, n. 786 (cfr.
Pescatore/Ruperto
, op. cit., N. 7 ad art. 1418 CCI)-: questa Camera, sulla base degli atti di causa, è perciò giunta alla conclusione che la violazione dovesse unicamente consistere nel fatto che da parte dell’attrice non era stata richiesta l’autorizzazione ministeriale per effettuare un tale pagamento all’estero (
Pescatore/Ruperto
, op. cit., ibidem), autorizzazione che per altro la stessa società si era espressamente impegnata a richiedere (cfr. doc. 2 e doc. 7, ove _ per conto dell’attrice aveva infatti confermato a _ che “la ... percentuale verrà pagata in osservanza delle norme valutarie italiane e con il benestare degli enti di controllo”).
La dottrina e la giurisprudenza hanno già avuto modo di stabilire che se una simile autorizzazione statale, che il debitore si era contrattualmente impegnato a richiedere, non viene poi concessa, il debitore stesso non è assolutamente liberato dalla sua obbligazione nei confronti della controparte, e ciò in base al principio “pacta sunt servanda” (
Kleiner
, Internationales Devisen-Schuldrecht, Zurigo 1985, p. 129 e seg.;
Heini
, Ausländische Staatsinteressen und internationales Privatrecht, in
ZSR
1981 p. 70;
DTF
88 II 203;
ZR
83 N. 14). Nel caso che qui ci occupa, ove l’autorizzazione neppure è stata chiesta dal debitore, la soluzione non potrà pertanto essere diversa da quella appena esposta: in effetti, se la richiesta eventualmente formulata alle autorità italiane fosse stata accolta, il pagamento della commissione sarebbe stato senz’altro dovuto, mentre se essa fosse stata respinta, in applicazione della giurisprudenza appena evocata, il debitore non sarebbe comunque stato liberato dal suo obbligo di pagamento.
Ne discende che le norme valutarie italiane non possono trovare concretamente applicazione.
7.
L’appellante postula inoltre la restituzione degli importi contestati, affermando che il relativo pagamento in realtà incombeva alla _.
Tale censura, ritenuta l’efficacia del doc. 7 -per le considerazioni precedentemente esposte (cons. 5)- e con ciò dell’impegno dell’attrice a versare a _ la commissione per intermediazione, può di conseguenza essere respinta senza ulteriori disquisizioni.
8.
Quanto all’esistenza di due versamenti a _ di fr. 1’058’800.- ciascuno -sostenuta dall’attrice- la questione non riveste invero una particolare rilevanza pratica, atteso che le sue richieste petizionali sono comunque state cifrate nei confronti del convenuto in soli fr. 371’000.- e non in fr. 2’117’600.-.
È comunque evidente, anche dalla ricostruzione effettuata dall’autorità penale (cfr. inc. penale, atto n. 9, 98, 141 e 222) che la somma di fr. 1’058’800.- venne versata a _s in una sola occasione, e meglio sul cto. _ (cfr. inc. penale, atto n. 23 e 141), l’accredito inizialmente previsto sul cto. 775.141 (cfr. inc. penale, atto n. 7) non essendo stato possibile, in quanto tale relazione bancaria disponeva solo di un conto in US$ e di un conto in lit., ma non di un conto in frs. (cfr. inc. penale, atto n. 23).
9.
L’appellante censura infine l’ammontare della tassa di giustizia esatta e delle ripetibili assegnate dal Pretore ritenendole eccessive, e ciò per il semplice fatto che la presente causa risulta essere praticamente identica a quella (congiunta per l’istruttoria) che contrapponeva l’attrice stessa a _: sommando il valore delle due cause, come se esse fossero state formalmente congiunte, ne sarebbe infatti derivata una tassa di giustizia e un’indennità per ripetibili ben inferiori a quelle effettivamente fissate.
9.1
La giurisprudenza più recente, precisando in tal senso la massima riportata da
Cocchi/Trezzini
, CPC, n. 15 ad art. 148 (ove si diceva che non poteva essere modificata dall’autorità di seconda istanza una tassa di giustizia fissata dal primo giudice, se la stessa rientrava tra i minimi ed i massimi della LTG), ha stabilito che nella fissazione della tassa di giustizia la legge concede al giudice un ampio potere di apprezzamento, che può essere censurato unicamente in caso di eccesso o di abuso (
ICCA
6 novembre 1995 in re B./C. e llcc.;
IICCA
17 luglio 1996 in re C. SA/M. e M., 23 agosto 1996 in re C./G.).
Nel caso di specie, la fissazione di una tassa di giustizia di fr. 7’000.- per la causa che qui ci occupa e di fr. 18’000.- per la causa contro _ non appare francamente eccessiva o abusiva, e ciò nemmeno se le due cause fossero state congiunte (ciò che in base all’art. 20 cpv. 2 LTG imponeva di sommare i rispettivi valori di causa): la tassa di giustizia complessiva che ne è derivata (fr. 25’000.-) rientra infatti nella tariffa per cause con un valore di fr. 1’429’800.- (fr. 371’000.- per la presente vertenza, fr. 1’058’800.- per quella contro _; cfr. l’art. 17 LTG, ove è prescritta una tassa da fr. 5’000.- a fr. 30’000.- per cause con un valore litigioso da fr. 1’000’001.- a fr. 2’000’000.-) e ben si giustifica in considerazione della particolare complessità della presente causa, del resto incontestabile ed oltretutto già dimostrata dalla sua inabituale durata, se solo si pensa che essa si è protratta in primo grado per quasi 12 anni.
9.2
Analoghe considerazioni valgono per le ripetibili.
Nel caso di specie, l’assegnazione di un’indennità per ripetibili di fr. 18’000.- per la causa che qui ci occupa e di fr. 42’000.- per quella contro _ non appare eccessiva né tanto meno abusiva: l’indennità complessivamente attribuita (fr. 60’000.-) rientra infatti nella tariffa per cause con un valore di fr. 1’429’000.- (cfr. l’art. 9 TOA , che consente un onorario dal 4 al 7% in caso di valore litigioso tra i fr. 500’000.- e fr. 1’500’000.-, ritenuto oltretutto che tale importo giusta l’art. 12 lett. b TOA è aumentabile del 10-20% se si tratta di una causa congiunta): viste le tariffe applicabili, ci si potrebbe semmai chiedere se la somma riconosciuta dal Pretore non sia eventualmente insufficiente.
10.
Ne discende la reiezione del gravame, del tutto infondato.
La tassa di giustizia, le spese e le ripetibili della procedura di appello seguono la soccombenza (art. 148 CPC).