Decision ID: 1c72bb6a-3bfc-541f-bc0e-0629d0eb7a45
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
La società anonima B._, con sede a X._, è stata costituita il
14 marzo 2011 con un capitale azionario di complessivi 100'000 franchi,
suddiviso in cento azioni al portatore del valore nominale di 1'000 franchi.
Detta società, sotto la ragione sociale B._ in liquidazione, con sede
a X._, è poi stata radiata d’ufficio dal Registro di commercio il [data
2014] a seguito della mancata opposizione alla sospensione della
procedura di fallimento per mancanza di attivo pronunciata dalla Pretura
del Distretto di Y._ con decreto [data 2013]. A suo tempo, il suo
scopo sociale era:
« [...] ».
Di fatto, dal 1° giugno 2011 al 28 febbraio 2012 essa ha gestito l’esercizio
pubblico denominato « C._ », ubicato a X._ in un edificio di
proprietà del signor A._ (di seguito: contribuente). In quel periodo,
fino al mese di maggio 2011 l’amministratore unico della società era il
signor D._, in seguito il signor E._.
B.
B.a Il 18 settembre 2012, il capo della Divisione affari penali e inchieste (di
seguito: DAPI) dell’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) ha
ordinato l’avvio di un’inchiesta penale amministrativa per sottrazione
d’imposta e per truffa in materia di tasse nei confronti del signor F._
e del contribuente, sospettati di aver commesso detti reati finanziari ed aver
incassato, in qualità di organi di fatto di svariate società – tra cui la
B._ – che si sarebbero succedute nella gestione del postribolo
denominato « G._ » (camere locate dalle prostitute) e dell’esercizio
pubblico denominato « C._ » ad esso connesso (luogo d’incontro
tra clienti e prostitute), entrambi ubicati a X._, il profitto distribuito
da quest’ultime nel corso dei periodi fiscali 2005-2012.
In data 27 febbraio 2013, l’inchiesta è poi stata estesa al signor H._,
sospettato di aver contribuito ai reati fiscali commessi dal contribuente e il
signor F._, non contabilizzando una parte dei ricavi attribuiti alle
società, redigendo documenti falsi e non comunicando all’AFC
l’ammontare e la scadenza delle distribuzioni dissimulate di utile.
Detta inchiesta trae origine dall’inchiesta avviata antecedentemente il
20 febbraio 2012 sempre nei confronti del contribuente e dei signori
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F._ e H._ nell’ambito della procedura in materia d’imposta
diretta.
B.b Con decisione 29 aprile 2014, la Divisione Controllo esterno dell’AFC
– sulla base delle risultanze della succitata inchiesta penale amministrativa
– ha ritenuto che l’allora B._ in liquidazione avrebbe omesso di
incassare e contabilizzare nei propri rendiconti i ricavi di sua spettanza
derivanti dalla gestione del « C._ » durante il periodo fiscale dal
1° giugno 2011 al 28 febbraio 2012, rinunciando agli stessi a favore dei
suoi due amministratori di fatto nonché unici azionisti, ovvero il contribuen-
te in ragione del 78% e il signor F._ in ragione del 22%. Di
conseguenza, essa ha ritenuto la sussistenza di distribuzioni dissimulate
di redditi qualificabili di prestazioni valutabili in denaro soggette all’imposta
preventiva e giustificanti pertanto una ripresa fiscale. In tale contesto,
considerando il contribuente quale beneficiario delle prestazioni valutabili
in denaro nella misura del 78%, sulla base in particolare delle prove
testimoniali, dei documenti agli atti nonché della ricostruzione della sua
situazione patrimoniale contenuta nel cosiddetto « Classificatore Ricostru-
zione A._ I._ [Contabilità A._] » (di seguito:
« classificatore I._ »), la Divisione Controllo esterno lo ha poi
dichiarato debitore dell’imposta preventiva dovuta all’allora B._ in
liquidazione per un importo totale di 171'844 franchi, oltre accessori. Nel
contempo, essa ha poi ritenuto a carico del contribuente una responsabilità
solidale congiuntamente al signor F._, per il pagamento della
rimanente parte d’imposta preventiva a carico di quest’ultimo in ragione del
22%, per un importo totale di 48'468.80 franchi, oltre accessori.
B.c Avverso la predetta decisione, il contribuente – per il tramite del suo
patrocinatore – ha inoltrato reclamo 19 maggio 2014 dinanzi all’AFC.
Protestando tasse, spese e ripetibili, egli ha in sostanza postulato il suo
annullamento, invocando la violazione del suo diritto di essere sentito e
dell’onere probatorio, nella misura in cui la Divisione Controllo esterno
dell’AFC, non solo non gli avrebbe concesso l’accesso agli atti dell’incarto
prima dell’emanazione della decisione privandolo della possibilità di espri-
mersi al riguardo, ma inoltre non avrebbe provato e motivato in alcun modo
la sua qualità di azionista e beneficiario economico delle asserite pre-
stazioni valutabili in denaro con una quota del 78% della B._
B.d Il 15 giugno 2015 la DAPI ha intimato al contribuente il processo
verbale finale (di seguito: PVF) relativo alla fattispecie, nel quale ha
riassunto le risultanze dell’inchiesta penale amministrativa.
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B.e Con decisione su reclamo del 16 ottobre 2017, l’AFC ha respinto il
reclamo 19 maggio 2014 e confermato la sua precedente decisione
29 aprile 2014, spiegando in dettaglio i motivi alla base della sua ripresa
fiscale.
C.
C.a Avverso la predetta decisione, il contribuente (di seguito: ricorrente) –
per il tramite del suo patrocinatore – ha inoltrato ricorso 22 novembre 2017
dinanzi al Tribunale amministrativo federale. Protestando tasse, spese e
ripetibili, egli ha postulato il suo annullamento, facendo in sostanza valere
di non avere mai occupato e/o ricoperto, direttamente o indirettamente,
alcun ruolo in seno alla B._. Egli contesta recisamente la sua
qualità di azionista e di persona vicina alla predetta società, nonché di
beneficiario economico dei redditi non contabilizzati da quest’ultima nei
propri rendiconti. L’origine del suo patrimonio – quand’anche non
dichiarato – sarebbe invero riconducibile unicamente ai contratti di
locazione e alle transazioni immobiliari da lui effettuate in qualità di
proprietario e locatore di diversi immobili e non agli utili/partecipazioni
societarie della B._. A comprova di ciò, egli ha prodotto vari
documenti (dichiarazioni giuriate di alcuni testi, sentenza cantonale, ecc.),
contestando la validità delle prove testimoniali e la correttezza delle
ricostruzioni del suo patrimonio effettuate dalla DAPI, prese in
considerazione dall’AFC nella decisione impugnata. Egli ha altresì
censurato la violazione del suo diritto di essere sentito sotto vari aspetti sia
nei confronti della DAPI che dell’AFC (motivazione lacunosa della
decisione impugnata, manca assunzione di prove, ecc.), nonché richiesto
l’assunzione di vari mezzi probatori (perizie fiscali e testimoni) e sollevato
la prescrizione dei crediti fiscali.
C.b Con decisione incidentale del 13 marzo 2018, il Tribunale ha concesso
al ricorrente l’assistenza giudiziaria con il beneficio del gratuito patrocinio.
C.c Con risposta 7 maggio 2018, l’AFC (di seguito: autorità inferiore) si è
essenzialmente riconfermata nella propria decisione, prendendo puntual-
mente posizione sulle censure sollevate dal ricorrente.
C.d Con replica 30 luglio 2018, ribadendo quanto indicato nel suo grava-
me, il ricorrente – per il tramite del suo patrocinatore – ha in particolare
prodotto due perizie a comprova della sua tesi secondo lui egli non sarebbe
mai stato azionista della B._ e tantomeno il beneficiario economico
dei redditi non contabilizzati da quest’ultima: la perizia « L._ » del
26 luglio 2018 (di seguito: perizia L._) e il parere fiscale
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dell’ing. M._ del 27 luglio 2018 (di seguito: parere M._).
Dette prove smentirebbe le ricostruzioni del patrimonio effettuate dalla
DAPI – in particolar modo così come esposte nel « classificatore
I._ » e nel « rapporto A._ » – e proverebbero non solo
ch’esso avrebbe dichiarato tutti i suoi redditi, ma anche che detti redditi
sarebbero stati integralmente da lui conseguiti unicamente grazie alle sue
attività immobiliari (locazione e vendita immobiliare). Ciò proverebbe come
lo stesso non abbia percepito alcuna prestazione valutabile in denaro dalla
B._ e dalle altre società coinvolte nella gestione della
« G._ » o del « C._ ». Egli ha poi rinnovato le richieste di
prova.
C.e Con duplica 24 ottobre 2018, l’autorità inferiore ha nuovamente preso
puntualmente posizione sulle censure del ricorrente, in particolare pronun-
ciandosi sulla perizia L._, con cui il ricorrente ha contestato la
ricostruzione del suo patrimonio contenuta nel « classificatore I._ ».
Essa ha altresì precisato che il « rapporto A._ » – a cui fa
riferimento il ricorrente – non è stato da lei preso in considerazione, poiché
concernente le imposte dirette e troppo impreciso. L’autorità inferiore indica
infatti di essersi fondata unicamente sulla ricostruzione contenuta nel
« classificatore I._ », ragione per cui non è entrata nel merito del
parere M._.
C.f Con triplica 12 dicembre 2018, il ricorrente – sempre per il tramite del
suo patrocinatore – ha ulteriormente preso posizione circa le contestazioni
sollevate dall’autorità inferiore in merito al « classificatore I._ » e la
perizia L._, ribadendo di non aver mai ricevuto alcuna prestazione
valutabile in denaro dalle varie società interessate, tra cui la B._.
Esso ha tra l’altro contestato per la prima volta la sussistenza stessa di
prestazioni valutabili in denaro.
C.g Con quadruplica 29 gennaio 2019, l’autorità inferiore si è riconfermata
nei suoi precedenti allegati, apportando ulteriori precisazioni.
D.
D.a Con scritto 28 maggio 2019, l’autorità inferiore – dando seguito alla
richiesta del Tribunale del 10 aprile 2019 – ha trasmesso i documenti
giustificativi alla base della ricostruzione effettuata dalla DAPI nel
« classificatore I._ », fornendo precisazioni al riguardo.
D.b Con scritto 5 luglio 2019, il ricorrente – sempre per il tramite del suo
patrocinatore – ha preso posizione al riguardo postulando l’accesso agli
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atti prodotti dall’autorità inferiore. Con scritto 8 luglio 2019, il ricorrente ha
altresì postulato la produzione da parte dell’autorità inferiore dei contratti di
locazione firmati dai signori N._ e O._, nonché delle relative
ricevute di pagamento degli affitti.
A detta richiesta – previa consultazione dell’autorità inferiore, espressosi al
riguardo con scritto 24 settembre 2019, con cui essa ha peraltro prodotto
gli atti richiesti dal ricorrente – il Tribunale ha dato seguito il 24 ottobre
2019, in occasione della quale il ricorrente ha potuto visionare in loco
l’integralità degli atti prodotti dall’autorità inferiore e fornire alcuni
chiarimenti orali.
D.c Con scritto 29 ottobre 2019, il ricorrente – sempre per il tramite del suo
patrocinatore – ha indicato di non avere ulteriori osservazioni in merito
all’incarto prodotto dall’autorità inferiore e ha prodotto la nota spese
d’onorario intermedia del suo avvocato.
E.
E.a Con scritto 12 dicembre 2019, l’autorità inferiore ha segnalato che nel
frattempo sarebbe stata emanata la decisione in materia di imposte
cantonali di imposta federale diretta concernente il ricorrente, per i periodi
fiscali 2006, 2007, 2008, 2009 e 2010, impugnate da quest’ultimo. La
fattispecie alla base di detta decisione sarebbe essenzialmente la stessa
di quello oggetto della presente procedura di ricorso.
E.b Con scritto 18 dicembre 2019, il ricorrente – sempre per il tramite del
suo patrocinatore – ha preso posizione al riguardo, precisando che le
decisioni di tassazione sarebbero attualmente oggetto di un ricorso al
Tribunale federale e sottolineando che in tale contesto esso non avrebbe
avuto l’occasione di presentare una perizia contabile e puntuali conte-
stazioni come dinanzi al Tribunale amministrativo federale.
E.c Con scritto 22 marzo 2021, l’autorità inferiore – con riferimento al suo
scritto 12 dicembre 2019 – ha segnalato allo scrivente Tribunale che, in
materia d’imposta federale diretta, il Tribunale federale ha emesso la
propria sentenza 2C_984/2019 del 3 marzo 2021, respingendo integral-
mente il ricorso del ricorrente.
F.
Con scritto 7 aprile 2021, il ricorrente ha sollecitato l’emanazione della
sentenza di merito da parte del Tribunale.
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G.
Ulteriori fatti e argomentazioni verranno ripresi, per quanto necessari, nei
considerandi in diritto del presente giudizio.

Diritto:
1.
1.1 Il Tribunale amministrativo federale giudica i ricorsi contro le decisioni
ai sensi dell’art. 5 PA, emanate dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF,
riservate le eccezioni di cui all’art. 32 LTAF (cfr. art. 31 LTAF). In partico-
lare, le decisioni emanate dall’AFC su reclamo in materia di riscossione
dell’imposta preventiva – come in concreto – sono impugnabili dinanzi al
Tribunale (cfr. art. 39 della legge federale del 13 ottobre 1965 sull’imposta
preventiva [LIP, RS 642.21], in combinato disposto con l’art. 32 LTAF). Il
Tribunale è dunque competente per dirimere la presente vertenza. Fatta
eccezione per quanto prescritto direttamente dalla LTAF come pure da
eventuali normative speciali, la procedura dinanzi al Tribunale è di principio
retta dalla PA (cfr. art. 37 LTAF; art. 2 cpv. 4 PA). Su riserva dell’art. 2 cpv. 1
PA – che per inciso menziona dei principi comunque applicati per analogia
dal Tribunale nell’ambito delle procedure in materia d’imposta preventiva –
quanto precede vale altresì per la presente procedura di ricorso ([tra le
tante] sentenza del TAF A-2164/2020 del 3 agosto 2020 consid. 1.1).
1.2 Il presente ricorso è stato interposto tempestivamente (cfr. art. 20
segg., art. 50 PA), nel rispetto delle esigenze di contenuto e di forma
previste dalla legge (cfr. art. 52 PA). L’atto impugnato è una decisione
dell’AFC fondata sul diritto pubblico federale giusta l’art. 5 PA, che condan-
na il ricorrente al pagamento di crediti d’imposta preventiva. Poiché la
decisione impugnata comporta un onere pecuniario per il ricorrente,
quest’ultimo risulta legittimato a ricorrere ai sensi dell’art. 48 cpv. 1 PA.
2.
2.1 Con ricorso al Tribunale amministrativo federale possono essere
invocati la violazione del diritto federale, compreso l’eccesso o l’abuso del
potere di apprezzamento (cfr. art. 49 lett. a PA), l’accertamento inesatto o
incompleto di fatti giuridicamente rilevanti (cfr. art. 49 lett. b PA) nonché
l’inadeguatezza (cfr. art. 49 lett. c PA; cfr. MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER,
Prozessieren vor dem Bundesverwaltungsgericht, 2a ed. 2013, n. 2.149).
2.2 Il Tribunale amministrativo federale non è vincolato né dai motivi addotti
(cfr. art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione
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impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTF 142 V 551 con-
sid. 5; 141 V 234 consid. 1; DTAF 2007/41 consid. 2; MOOR/POLTIER, Droit
administratif, vol. II, 3a ed. 2011, no. 2.2.6.5, pag. 300). I principi della
massima inquisitoria e dell’applicazione d’ufficio del diritto sono tuttavia
limitati: l’autorità competente procede difatti spontaneamente a constata-
zioni complementari o esamina altri punti di diritto solo se dalle censure
sollevate o dagli atti risultino indizi in tal senso (cfr. DTF 141 V 234 con-
sid. 1 con rinvii; 122 V 157 consid. 1a; 121 V 204 consid. 6c; DTAF 2007/27
consid. 3.3). Secondo il principio di articolazione delle censure (« Rüge-
prinzip ») l’autorità di ricorso non è tenuta a esaminare le censure che non
appaiono evidenti o non possono dedursi facilmente dalla constatazione e
presentazione dei fatti, non essendo a sufficienza sostanziate (cfr. DTF 141
V 234 consid. 1; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, op. cit., n. 1.55). Il principio
inquisitorio non è quindi assoluto, atteso che la sua portata è limitata dal
dovere delle parti di collaborare all’istruzione della causa (cfr. DTF 143 II
425 consid. 5.1; 140 I 285 consid. 6.3.1; 128 II 139 consid. 2b). Il dovere
processuale di collaborazione concernente in particolare il ricorrente che
interpone un ricorso al Tribunale nel proprio interesse, comprende, in
particolare, l’obbligo di portare le prove necessarie, d’informare il giudice
sulla fattispecie e di motivare la propria richiesta, ritenuto che in caso
contrario arrischierebbe di dover sopportare le conseguenze della carenza
di prove (cfr. art. 52 PA; cfr. DTF 140 I 285 consid. 6.3.1; 119 III 70 con-
sid. 1; MOOR/POLTIER, op. cit., no. 2.2.6.3, pag. 293 e segg.).
3.
Nel suo gravame, il ricorrente sostiene che il suo diritto di essere sentito
sarebbe stato leso a più riprese. Tale doglianza va qui esaminata priorita-
riamente dal Tribunale.
3.1
3.1.1 Il diritto di essere sentito è infatti una garanzia di natura formale, la
cui violazione implica, di principio, l’annullamento della decisione resa
dall’autorità, indipendentemente dalle possibilità di successo del ricorso nel
merito (cfr. DTF 142 II 218 consid. 2.8.1; 135 I 187 consid. 2.2; 132 V 387
consid. 5.1; DTAF 2009/36 consid. 7). Detto diritto, sancito dall’art. 29
cpv. 2 Cost., garantisce all’interessato il diritto di esprimersi prima che sia
resa una decisione sfavorevole nei suoi confronti (cfr. artt. 29 e 30 PA), il
diritto di prendere visione dell’incarto (cfr. art. 26 PA), la facoltà di offrire
mezzi di prova su fatti suscettibili di influire sul giudizio, di esigerne
l’assunzione, di partecipare alla loro assunzione e di potersi esprimere
sulle relative risultanze, nella misura in cui esse possano influire sulla
decisione (cfr. art. 18 PA applicabile in ogni caso almeno per analogia
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dinanzi al Tribunale, malgrado la riserva dell’art. 2 cpv. 1 PA [cfr. {tra le
tante} sentenza del TAF A-5446/2016 del 23 maggio 2018 consid. 2.2 con
rinvii]; art. 29 PA), nonché di ottenere una decisione motivata (cfr. art. 35
PA; DTF 144 I 11 consid. 5.3; 135 II 286 consid. 5.1; [tra le tante] sentenza
del TAF A-5576/2019 del 5 dicembre 2019 consid. 3.1.1 con rinvii; THIERRY
TANQUEREL, Manuel de droit administratif, 2a ed. 2018, n. 1528 segg.).
Il diritto di essere sentito non comporta tuttavia per le parti il diritto di espri-
mersi oralmente, essendo sufficiente che le stesse possano far valere le
loro ragioni per scritto (cfr. DTF 140 I 68 considd. 9.6.1 e 9.6.2; 130 II 425
consid. 2.1; ADELIO SCOLARI, Diritto amministrativo, Parte generale, 2002,
n. 494; TANQUEREL, op. cit., n. 1537 con rinvii; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜH-
LER, op. cit., n. 3.86), né quello di ottenere – di principio – l’audizione di
testimoni (cfr. DTF 130 II 425 consid. 2.1; [tra le tante] sentenza del TAF
A-777/2013 del 30 luglio 2014 consid. 1.3.3 con rinvii). In particolare, nelle
procedure in ambito fiscale e doganale, non sussiste alcun diritto ad
un’udienza pubblica ex art. 6 n. 1 CEDU (cfr. [tra le tante] sentenze del TAF
A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 3.1; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER,
op. cit., n. 3.170).
3.1.2 A titolo eccezionale, la violazione del diritto di essere sentito può
essere sanata nella procedura di ricorso, se i motivi determinanti sono stati
addotti in risposta dall’autorità, se il ricorrente ha potuto commentarli in un
successivo memoriale e, soprattutto, se il potere d’esame della giurisdi-
zione competente non è più ristretto di quello dell’istanza inferiore (cfr. DTF
142 II 218 consid. 2.8.1; 135 I 187 consid. 2.2; 133 I 201 consid. 2.2; sen-
tenza del TF 1C_104/2010 del 29 aprile 2010 consid. 2.1; [tra le tante] sen-
tenza del TAF A-5576/2019 del 5 dicembre 2019 consid. 3.1.3 con rinvii).
3.2
3.2.1 Innanzitutto, il ricorrente solleva tutta una serie di vizi procedurali nei
confronti della DAPI, che avrebbero comportato la violazione del suo diritto
di essere sentito. In primo luogo, egli censura che la DAPI non gli avrebbe
consentito di acquisire il materiale probatorio e testimoniale atto a corro-
borare le sue tesi, negando ogni richiesta di complemento probatorio, fatto
per lui inaccettabile (cfr. ricorso 22 novembre 2017, pagg. 4 seg., pag. 12).
In particolare, la DAPI avrebbe rifiutato di assumere gli atti costitutivi e i
verbali assembleari delle varie società coinvolte nella vicenda, senza indi-
care il motivo (cfr. ricorso 22 novembre 2017, pagg. 4 seg.; replica 30 luglio
2018, pag. 5). In secondo luogo, egli ritiene che sarebbe a torto che la
DAPI non avrebbe estromesso dagli atti il processo verbale d’interrogatorio
dell’8 marzo 2012 del signor O._, svoltosi in francese e senza
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interprete, in totale violazione dei suoi diritti processuali. Tale evenienza
sarebbe comprovata dal fatto che nei successivi interrogatori, il signor
O._ avrebbe corretto le sue prime dichiarazioni. Peraltro, sarebbe
a torto che la DAPI e poi l’autorità inferiore si sarebbero fondate sulle false
dichiarazioni del signor H._ (cfr. ricorso 22 novembre 2017, pagg. 4
seg.) e su quelle inattendibili del signor P._ (cfr. ricorso
22 novembre 2017, pag. 22). Per finire, egli ritiene che la mancata
indicazione nel PVF del 15 giugno 2015 dei mezzi di impugnazioni viole-
rebbe il suo diritto di essere sentito, sicché lo stesso non sarebbe ancora
cresciuto in giudicato (cfr. triplica 12 dicembre 2018, pag. 6).
3.2.2 A tal proposito, il Tribunale osserva come dette censure sollevate
contro le misure adottate dalla DAPI sono qui chiaramente irricevibili,
sicché non vi è luogo di entrare nel loro merito. Il Tribunale ricorda infatti
che la decisione impugnata è fondata sull’art. 12 della legge federale del
22 marzo 1974 sul diritto penale amministrativo (DPA, RS 313.0). Benché
detta norma sia contenuta in una legge penale a causa del suo legame con
il diritto penale, la stessa è una norma di diritto fiscale, applicabile in
materia di imposta preventiva. La procedura giusta l’art. 12 cpv. 1 e 2 DPA
concernente l’obbligo di pagamento dei crediti d’imposta non pagati a
causa di una infrazione alla legislazione amministrativa è una procedura
amministrativa che si distingue chiaramente dalla procedura penale
(cfr. sentenze del TF 2C_492/2017 del 20 ottobre 2017 consid. 7.2;
2A.602/2003 del 10 maggio 2004 consid. 3.2; sentenza parziale e
decisione incidentale del TAF A-550/2016 del 22 giugno 2017 con-
sid. 4.5.1). Il credito fondato sull’art. 12 DPA è un credito fiscale (cfr. sen-
tenza del TF 2A.602/2003 del 10 maggio 2004 consid. 3.5). Ciò premesso,
l’obbligo di pagamento dei crediti d’imposta può fondarsi su dei fatti stabiliti
durante la procedura penale avviata dalla DAPI sulla base della DPA. I
processi verbali e i documenti della procedura penale possono essere
ripresi dal giudice amministrativo che deve apprezzarli alla luce delle regole
del diritto amministrativo, in particolare della PA. Ciononostante, gli even-
tuali vizi di procedura penale non fanno parte dell’oggetto del litigio in
materia di imposta preventiva, ragion per cui il Tribunale non è competente
per statuire al riguardo (cfr. per analogia [in materia doganale e IVA] sen-
tenze del TF 2C_243/2014 del 9 dicembre 2014 consid. 7.3; 2C_112/2010
del 30 settembre 2010 consid. 3; 2A.602/2003 del 10 maggio 2004
consid. 3.2 seg.; [tra le tante] sentenza del TAF A-458/2017 del 23 agosto
2018 consid. 3.2.1; MOLLARD/OBERSON/TISSOT BENEDETTO, Traité TVA,
2009, n. 493, pag. 559). L’eventuale rigetto di una richiesta di complemen-
to d’inchiesta nell’ambito dell’inchiesta penale amministrativa condotta
dalla DAPI può essere impugnato soltanto insieme con il decreto penale.
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Contro la notificazione del processo verbale finale e il suo contenuto,
nonché il rigetto di una richiesta di complemento d’inchiesta, non v’è infatti
possibilità di ricorso (cfr. art. 61 cpv. 4 DPA).
Ora, in casu, tale evenienza è stata chiaramente e correttamente segnalata
dalla DAPI al ricorrente nello stesso PVF del 15 giugno 2015 (cfr. atto
« 15016 PVF F._ A._ H._ », in: « Classificatore
Processo verbale finale e prese di posizione » dell’incarto prodotto
dall’autorità inferiore su chiavetta USB [di seguito: inc. AFC], pag. 86), così
come giustamente rilevato dall’autorità inferiore (cfr. risposta 7 maggio
2018, pag. 2). In tale contesto, non è ravvisabile alcuna violazione del suo
diritto di essere sentito del ricorrente, a motivo che detto PVF non
menzionerebbe i mezzi di impugnazione, dal momento che per l’appunto
tale atto non è soggetto a ricorso. Di fatto, tale censura è priva di
fondamento.
3.2.3 Ciò puntualizzato, a titolo abbondanziale e così come giustamente
sottolineato dall’autorità inferiore (cfr. risposta 7 maggio 2018, pag. 2), il
Tribunale rileva come le censure sollevate dal ricorrente circa la mancata
assunzione di vari mezzi probatori (testimoni e documenti), il mancato
contradditorio, nonché la mancata estromissione di determinati processi
verbali d’interrogatorio, siano peraltro già state evase – e meglio respinte
in toto – dal Tribunale penale federale con sentenza BV.2014.49 del
30 settembre 2014 (cfr. atto n. 1 prodotto dall’autorità inferiore con risposta
7 maggio 2018), ovvero prima dell’emanazione del PVF del 15 giugno
2015. In tale contesto, si deve ritenere che al momento della notifica di
detto atto, tutte le questioni pregiudiziali erano già state evase.
3.3
3.3.1 Il ricorrente ritiene poi la motivazione della decisione impugnata come
lacunosa, in quanto l’autorità inferiore non avrebbe indicato in maniera
esaustiva i motivi alla base della ripresa fiscale in oggetto (cfr. ricorso
22 novembre 2017, pag. 15 segg.). Peraltro, l’autorità inferiore non
avrebbe fornito alcuna sufficiente motivazione comprovante la sussistenza
di prestazioni valutabili in denaro, ovvero di redditi non contabilizzati dalle
varie società – tra cui la B._ – e tanto meno ch’egli possa essere
considerato in qualsiasi modo aver beneficiato di tali prestazioni
(cfr. replica 30 luglio 2018, pagg. 7 seg. e 20; triplica 12 dicembre 2018,
pagg. 21 seg.).
3.3.2 Sennonché, da un esame degli atti dell’incarto, nulla permette al
Tribunale di ritenere la decisione impugnata come carente dal punto di vista
A-6694/2017
Pagina 12
della motivazione, l’autorità inferiore avendo esposto in maniera dettagliata
e precisa i motivi e i mezzi di prova su cui essa fonda la ripresa d’imposta
preventiva in oggetto (cfr. circa le esigenze in materia di motivazione delle
decisioni, [tra le tante] sentenza del TAF A-5576/2018 del 5 dicembre 2019
consid. 3.1.2 con rinvii). Anche ad avere dubbi al riguardo, dal momento
che in questa sede l’autorità inferiore ha avuto modo di completare esausti-
vamente la motivazione alla base della decisione impugnata, prendendo
compiutamente posizione pure su tutte le censure sollevate dal ricorrente
– in particolar modo sulla ricostruzione del patrimonio del ricorrente
contenuta nel « classificatore I._» – e che quest’ultimo ha potuto
visionare l’integralità dell’incarto, produrre i propri mezzi di prova (perizie
contabili, testimonianze giurate, ecc.) e prendere esaustivamente
posizione nei suoi numerosi scritti su tutti gli elementi rilevanti ai fini del
giudizio, ogni eventuale violazione del suo diritto di essere sentito va
considerata come ampiamente qui sanata (cfr. consid. 3.1.2 del presente
giudizio). Per tale motivo non vi è ragione di approfondire ulteriormente tale
questione.
4.
Ciò posto, prima di proseguire nell’analisi del ricorso, il Tribunale deve
altresì sincerarsi dell’eventuale prescrizione dei crediti d’imposta preven-
tiva qui in oggetto, così come peraltro sollevato dal ricorrente (cfr. ricorso
22 novembre 2017, pag. 16; replica 30 luglio 2018, pag. 18).
4.1
4.1.1 La prescrizione è infatti una questione di diritto che va esaminata
d’ufficio dall’autorità e non necessita d’essere sollevata dall’assoggettato
(cfr. DTF 142 II 182 consid. 3.2.1; sentenza del TF 2C_243/2014 del
4 dicembre 2014 consid. 5 con rinvio; MICHAEL BEUSCH, Der Untergang der
Steuerforderung, 2012, pag. 278; STEPHANIE EICHENBERGER, in:
Oberson/Hinny [ed.], Commentaire droits de timbre, 2006, n. 5 ad art. 30
LTB). Poiché la prescrizione del credito fiscale – se constatata – comporta
la perenzione della pretesa dell’autorità inferiore, pure tale doglianza verrà
esaminata qui di seguito dal Tribunale.
4.1.2 La prescrizione dei crediti fiscali in materia di imposta preventiva è
retta dall’art. 17 LIP. Per quanto riguarda fattispecie di carattere penale,
determinante è invece la DPA, applicabile all’imposta preventiva virtù del
rinvio dell’art. 67 cpv. 1 LIP (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-458/2017
del 23 agosto 2018 consid. 6.1.1; sentenza parziale e decisione incidentale
del TAF A-550/2016 del 22 giugno 2017 consid. 4.3.1 con rinvii). Giusta
A-6694/2017
Pagina 13
l’art. 12 cpv. 4 DPA, l’obbligo di pagamento o di restituzione non si pre-
scrive finché non siano prescritte l’azione penale e l’esecuzione della pena.
Riguardo alle contravvenzioni consistenti nella sottrazione o nella messa
in pericolo di tasse o nell’ottenimento indebito di una restituzione, di una
riduzione o di un condono di tasse ai sensi dell’art. 11 cpv. 2 DPA, la
giurisprudenza ha avuto modo di precisare che – in base al diritto in vigore
a partire dal 1° ottobre 2002 – il termine di prescrizione è di 7 anni
(cfr. art. 11 cpv. 2 DPA in relazione con l’art. 333 cpv. 6 lett. b CP e l’art. 97
cpv. 1 lett. d CP; DTF 143 IV 228 consid. 4.4 con rinvii; 134 IV 328 con-
sid. 2.1; [tra le tante] sentenza del TAF A-2078/2016 del 1° novembre 2016
consid. 4.2.2 con rinvii; BEUSCH/MALLA, in: Zweifel/Beusch/Bauer-Balmelli
[ed.], Kommentar zum Schweizerischen Steuerrecht, Bundesgesetz über
die Verrechnungssteuer, 2a ed. 2012 [di seguito: VStG-Kommentar], n. 51
segg. ad « Vorbemerkungen zu Art. 61-67 »). Tale è in particolare il caso in
presenza di una sottrazione d’imposta ai sensi dell’art. 61 LIP, verosimil-
mente realizzata allorquando una società anonima fa una prestazione
valutabile in denaro facilmente riconoscibile come tale dai partecipanti,
senza tuttavia dichiarare e pagare spontaneamente l’imposta preventiva. Il
termine di prescrizione di 7 anni è sospeso durante i procedimenti d’op-
posizione, di reclamo o giudiziari circa l’obbligo di pagamento o restituzione
(cfr. art. 11 cpv. 3 DPA; DTF 143 IV 228 consid. 5 con rinvii; [tra le tante]
sentenze del TAF A-2164/2019 del 3 agosto 2020 consid. 4.1.2 con rinvii;
A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 6.1.1; sentenza parziale e
decisione incidentale del TAF A-550/2016 del 22 giugno 2017 consid. 4.3.1
con rinvii; BEUSCH/MALLA, VStG-Kommentar, n. 56 ad « Vorbemerkungen
zu Art. 61-67 »).
4.1.3 Conformemente all’art. 98 CP – applicabile in virtù dell’art. 2 DPA – il
termine di prescrizione di 7 anni decorre dal giorno in cui l’autore ha eser-
citato la sua attività colpevole, detto giorno non essendo tuttavia preso in
conto nel calcolo del termine (cfr. DTF143 IV 228 consid. 4.5; 134 IV 297
consid. 4.1). Allorquando una società anonima effettua una prestazione
valutabile in denaro cedendo ad un azionista o ad una persona a lui vicina
dei redditi non contabilizzati e ciò, in violazione della legislazione ammini-
strativa federale, il termine di prescrizione inizia a decorrere soltanto
all’indomani della data di consegna del bilancio erroneo, rispettivamente
del conto erroneo – ovvero, del documento contabile nel quale non sono
stati contabilizzati i ricavi ceduti agli azionisti o a persone vicine a quest’ulti-
mi – all’AFC (« [d]ie [...] Verjährungsfrist [...] beginnt erst nach dem Termin
zu laufen, an dem die unrichtige Jahresrechnung bei der ESTV eingereicht
wurde [...] » in: sentenza del TF del 26 marzo 1987 consid. 5, in: ASA 56
A-6694/2017
Pagina 14
pag. 203 segg.; cfr. DTF 143 IV 228 considd. 4.6.1-4.6.3; sentenza parzia-
le e decisione incidentale del TAF A-550/2016 del 22 giugno 2017 con-
sid. 4.4.2 con rinvii). In tal caso, l’attività colpevole ai sensi dell’art. 98 CP
consiste nella consegna di documenti contabili irregolari alla competente
autorità (cfr. [tra le tante] sentenze del TAF A-2164/2019 del 3 agosto 2020
consid. 4.1.3; A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 6.1.2 con rinvii).
Qualora invece una società abbia omesso non solo di contabilizzare la
prestazione valutabile in denaro da lei effettuata, ma anche di allestire e/o
di consegnare i propri rendiconti all’AFC, la decorrenza del termine di
prescrizione di 7 anni va calcolata tenendo conto altresì di quanto disposto
dall’art. 38 cpv. 2 LIP e soprattutto dall’art. 21 cpv. 1 dell’Ordinanza del
19 dicembre 1966 sull’imposta preventiva (OIPrev, RS 642.211) in combi-
nato disposto con l’art. 699 cpv. 2 CO (società anonima). Più nel dettaglio,
in virtù dell’art. 21 cpv. 1 OIPrev, ogni società anonima (art. 9 cpv. 1 LIP) è
tenuta a consegnare spontaneamente i propri conti annuali all’AFC, nei
30 giorni successivi alla loro approvazione. Ai sensi dell’art. 699 cpv. 2 CO,
l’assemblea ordinaria – durante la quale vengono per l’appunto approvati i
conti annuali – si svolge ogni anno, entro sei mesi dalla chiusura dell’eser-
cizio annuale. Sulla base di detti disposti di legge, è dunque lecito consi-
derare che nel caso in cui una società non ottemperi al suo obbligo di
consegna dei conti annuali all’AFC, il termine di prescrizione inizia a decor-
rere all’indomani dei sei mesi e trenta giorni dopo la fine dell’esercizio
durante il quale detta società ha effettuato una prestazione valutabile in
denaro soggetta all’imposta preventiva (cfr. sentenza del TAF A-2164/2019
del 3 agosto 2020 consid. 4.1.3).
4.2 In concreto, i crediti d’imposta preventiva oggetto della ripresa fiscale
dell’autorità inferiore concernono il periodo fiscale 2011-2012 in rapporto a
delle prestazioni valutabili in denaro nella forma di distribuzioni dissimulate
di reddito effettuate dalla B._ a persone ad essa vicine, ai sensi
dell’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP e dell’art. 20 cpv. 1 OIPrev. Trattandosi di fatto
di una sottrazione d’imposta, risulta qui applicabile il termine di prescrizione
di 7 anni (cfr. consid. 4.1.2 del presente giudizio) e non il termine di 5 anni
dell’art. 17 LIP a cui fa riferimento il ricorrente. Che il ricorrente possa o
meno essere considerato quale autore di tale sottrazione d’imposta non è
qui determinante, come non lo è neppure la questione s’egli possa o meno
essere qualificato di persona che ha beneficiato di tali prestazioni, dal
momento che in ogni caso vi sono sufficienti elementi tali da far ritenere nei
confronti della B._ la sussistenza di una sottrazione d’imposta.
Detto ciò, occorre stabilire il giorno in cui l’autore ha esercitato la sua attività
A-6694/2017
Pagina 15
colpevole, il termine di prescrizione decorrendo l’indomani di tale data
(cfr. consid. 4.1.3 del presente giudizio).
Ora, secondo quanto indicato dall’autorità inferiore nella decisione impu-
gnata (cfr. detta decisione, consid. 6.2.3) e dalla DAPI nel PVF del 15 giu-
gno 2015 (cfr. PVF, punto n. 3.1), la B._ non ha mai inviato all’AFC
i conti 2011 e 2012. Tale circostanza non è peraltro contestata dal ricorrente
(cfr. considd. 7.1.2 e 7.2 del presente giudizio). Nondimeno la società ha
effettuato una prestazione valutabile in denaro, senza tuttavia dichiarare e
pagare spontaneamente l’imposta preventiva. In tal caso, così come giu-
stamente ritenuto dall’autorità inferiore, si deve considerare che il termine
di prescrizione di 7 anni ha iniziato a decorrere all’indomani dei sei mesi e
trenta giorni dopo la fine dell’esercizio durante il quale la società ha
effettuato una prestazione valutabile in denaro soggetta all’imposta pre-
ventiva (cfr. consid. 4.1.3 del presente giudizio). Nel caso in esame, i conti
2011 avrebbero dovuto essere inviati all’autorità inferiore al più tardi entro
il 30 luglio 2012 e quelli 2012 entro il 30 luglio 2013. Il termine di prescri-
zione di 7 anni è quindi iniziato a decorrere all’indomani di tali date, ossia
rispettivamente il 31 luglio 2012 e il 31 luglio 2013. Esso sarebbe giunto a
scadenza, rispettivamente in data 31 luglio 2019 e 31 luglio 2020. Sen-
nonché, tale termine è stato validamente sospeso dall’autorità inferiore con
decisione d’imposizione del 29 aprile 2014 e lo è rimasto durante la proce-
dura di reclamo dinanzi all’AFC e quella successiva di ricorso dinanzi al
Tribunale (cfr. consid. 4.1.2 del presente giudizio). Ne discende che tutti i
crediti fiscali oggetto della ripresa fiscale dell’autorità inferiore non sono
ancora prescritti.
5.
5.1 Ciò appurato, il Tribunale deve ora occuparsi delle censure di merito
sollevate dal ricorrente. A tal fine, preliminarmente è qui doveroso precisare
che la fattispecie alla base della presente procedura (A-6694/2017) è la
stessa di quella alla base di altre nove procedure parallele (A-6685/2017,
A-6686/2017, A-6687/2017, A-6688/2017, A-6689/2017, A-6690/2017,
A-6691/2017, A-6692/2017 e A-6693/2017). Per semplicità e maggiore
chiarezza, qui di seguito il Tribunale esporrà dapprima il quadro generale,
riprendendo quanto indicato dall’autorità inferiore nella decisione impu-
gnata e dalla DAPI nel PVF del 15 giugno 2015.
5.2 Di fatto, tra il 1° gennaio 2006 e il 28 febbraio 2012, dieci società anoni-
me – tutte con sede a X._ e radiate dal Registro di commercio a
seguito del loro fallimento – si sono succedute nella gestione del postribolo
denominato « G._ » e/o dell’esercizio pubblico denominato
A-6694/2017
Pagina 16
« C._ », entrambi ubicati a X._, in uno stabile di proprietà
del ricorrente, così come meglio precisato:
Periodo di gestione C._ G._
01.01.2006-30.06.2006 Q._ U._
01.07.2006-31.10.2008 R._ V._
01.11.2008-30.05.2009 S._ W._
01.06.2009-30.06.2011 T._ AA._
01.07.2011-28.02.2012 B._ BB._
Più nel dettaglio, il « modus operandi » sarebbe stato il seguente. Di volta
in volta, due società distinte si sarebbero occupate l’una della gestione del
« C._ » e l’altra di quella delle stanze del postribolo « G._ ».
Dopo un breve lasso di tempo, di regola circa un anno, dette attività
sarebbero state tuttavia trasferite alle due successive società, nuovamente
costituite a tale scopo. Quanto a loro, le vecchie società, praticamente
vuote, sarebbero state lasciate languire finché, o per un creditore che
avrebbe chiesto il proseguimento dell’esecuzione o per altre ragioni, il
Pretore ne avrebbe decretato il fallimento per carenza di attivi. Gli spazi, il
mobilio e le suppellettili sia delle camere che del bar sarebbero stati di volta
in volta noleggiati alle società attive in quel momento dal ricorrente perso-
nalmente (immobile) o dalla società CC._ (arredamento e
oggettistica varia), società sempre a lui riconducibile. La contabilità ufficiale
e di « facciata » sarebbe stata tenuta da un fiduciario, il signor H._.
Ciò precisato, durante il loro periodo di attività, dette società avrebbero
tuttavia omesso di contabilizzare nei propri rendiconti gli utili di loro
spettanza e da esse realizzati nell’ambito di tale gestione, versandoli al
ricorrente e al signor F._, ritenuti dall’autorità inferiore e dalla DAPI
quali azionisti e amministratori di fatto delle predette società. A mente di
dette autorità, vi sarebbero infatti indizi lascianti pensare che dette persone
erano vicine alle società ed erano le uniche a poter aver accesso ai predetti
utili e decidere del loro impiego. Così facendo, dette società avrebbero
dunque effettuato delle prestazioni valutabili in denaro nella forma di
« distribuzioni dissimulate di utile » ai sensi dell’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP non-
ché dell’art. 20 cpv. 1 OIPrev, giustificanti una ripresa d’imposta preventiva
ex art. 12 cpv. 2 DPA (cfr. decisione impugnata, pagg. 3 seg.).
5.3 In tale contesto, con dieci decisioni su reclamo del 16 ottobre 2017,
l’autorità inferiore ha dunque provveduto a dieci riprese d’imposta preven-
tiva nei confronti del ricorrente. Dette decisioni sono attualmente oggetto
di ricorso dinanzi al Tribunale (A-6685/2017, A-6686/2017, A-6687/2017,
A-6694/2017
Pagina 17
A-6688/2017, A-6689/2017, A-6690/2017, A-6691/2017, A-6692/2017,
A-6693/2017 e A-6694/2017). In parallelo, con altre dieci decisioni su
reclamo del 16 ottobre 2017, l’autorità inferiore ha provveduto a delle
riprese fiscali analoghe pure nei confronti del signor F._. Dette
decisioni sono invece cresciute in giudicato, a seguito della sentenza del
Tribunale federale 2C_65/2018 del 21 febbraio 2018, che ha confermato le
dieci sentenze d’inammissibilità dello scrivente Tribunale del 20 dicembre
2017 (A-6532/2017, A-6556/2017, A-6558/2017, A-6559/2017, A-
6560/2017,
A-6563/2017, A-6564/2017, A-6565/2017, A-6566/2017).
In sostanza, nel PVF del 15 giugno 2015 la DAPI ha ritenuto la sussistenza
di prestazioni valutabili in denaro nella forma di distribuzioni dissimulate di
utile per un importo totale pari a 12'059'059 franchi così suddiviso:
5'575'344 franchi per le cinque società che hanno gestito la « G._ »
(cfr. citato PVF, punto n. 3.3.3) e 6'483'715 franchi per le cinque società
che hanno gestito il « C._ » (cfr. citato PVF, punto n. 3.2.3). Detti
importi sono poi stati ripresi e corretti dall’autorità inferiore, la quale nelle
varie decisioni su reclamo del 16 ottobre 2017 ha ritenuto la sussistenza di
prestazioni valutabili in denaro nella forma di distribuzioni dissimulate di
utile per un importo totale pari a 9'970'766.65 franchi così suddiviso:
4'216'044.40 franchi per le cinque società che hanno gestito la
« G._ » e 5'754'722.25 franchi per le cinque società che hanno
gestito il « C._ »:
« G._ » « C._ »
Gestore Prestazioni  in denaro
Gestore Prestazioni  in denaro
U._ fr. 437'880.00 Q._ SA fr. 763'224.75
V._ fr. 820'186.80
(di cui fr. 50'000 concernenti solo il
ricorrente)
R._ fr. 938'216.00
W._ fr. 553'406.90
(di cui fr. 10'000 concernenti solo il
ricorrente)
S._ fr. 1'944'294.90
AA._ fr. 1'861'364.35
(di cui fr. 50'000 concernenti solo il
ricorrente)
T._ fr. 1'479'521.50
BB._ fr. 543'206.35 B._ fr. 629'465.10
TOTALE fr. 4'216'044.40 TOTALE fr. 5'754'722.25
La ripresa d’imposta preventiva totale dell’autorità inferiore – così come
risultante dalle decisioni su reclamo citate poc’anzi – è dunque pari a
A-6694/2017
Pagina 18
3'489'768.30 franchi (fr. 1'475'615.60 per la « G._ » e
fr. 2'014'152.70 per il « C._ »), oltre accessori. Sulla base
dell’art. 12 cpv. 2 DPA, essa è poi stata posta dall’autorità inferiore a carico
del ricorrente (in ragione del 78%) e del signor F._ (in ragione del
22%), in qualità di beneficiari delle prestazioni valutabili in denaro in
oggetto, come segue:
« G._ »
Gestore Imposta preventiva
Ricorrente F._
78% 22%
U._ fr. 153'258.00 fr. 119'541.25 fr. 33'716.75
V._ fr. 287'065.40 fr. 227'761.00 fr. 59'304.40
W._ fr. 193'692.45 fr. 151'850.10 fr. 41'842.35
AA._ fr. 651'477.50 fr. 512'002.45 fr. 139'475.05
BB._ fr. 190'122.25 fr. 148'295.35 fr. 41'826.90
TOTALE fr. 1'475'615.60 fr. 1'159450.15 fr. 316'165.45
« C._ »
Gestore Imposta preventiva
Ricorrente F._
78% 22%
Q._ SA fr. 267'128.65 fr. 208'360.35 fr. 58'768.30
R._ fr. 328'375.55 fr. 260'945.45 fr. 67'430.10
S._ fr. 680'503.20 fr. 530'792.50 fr. 149'710.70
T._ fr. 517'832.50 fr. 403'909.35 fr. 113'923.15
B._ fr. 220'312.80 fr. 171'844.00 fr. 48'468.80
TOTALE fr. 2'014'152.70 fr. 1'575'851.65 fr. 438'301.05
Il ricorrente e il signor F._ sono peraltro stati ritenuti dall’autorità
inferiore come responsabili solidali dei rispettivi importi da essi dovuti, sulla
base dell’art. 12 cpv. 3 DPA. Dette riprese fiscali sono qui recisamente
contestate dal ricorrente, il quale – per i dieci incarti paralleli che lo
concernono – si è però limitato a contestare in maniera generale la base
imponibile all’imposta preventiva, senza tuttavia indicare per quali motivi
essa non sarebbe corretta. Di fatto, il ricorrente contesta infatti in dettaglio
solo la sua qualità di azionista e/o di amministratore di fatto delle varie
A-6694/2017
Pagina 19
società interessate, così come la sua qualità di beneficiario delle
prestazioni valutabili in oggetto.
Ora, oggetto del presente giudizio è la ripresa d’imposta preventiva operata
nei confronti del ricorrente in rapporto alla società B._ (A-
6694/2017) da lui recisamente contestata, di cui il Tribunale verificherà la
fondatezza.
6.
In tale ottica, qui di seguito verranno innanzitutto richiamati i principi
applicabili alla fattispecie.
6.1 La Confederazione può riscuotere un’imposta preventiva sul reddito dei
capitali mobili (cfr. art. 132 cpv. 1 Cost.; art. 1 cpv. 1 LIP). L’imposta pre-
ventiva è rimborsata al beneficiario della prestazione decurtata dell’impo-
sta (cfr. art. 1 cpv. 2 LIP).
6.2 Stante l’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP, oggetto dell’imposta sono, tra l’altro, i
redditi di capitali mobili da azioni, quote sociali, in società, a garanzia limi-
tata o cooperative, buoni di partecipazione e buoni di godimento, emessi
da una persona domiciliata in Svizzera. Per i redditi di capitali mobili essa
ammonta al 35% della prestazione imponibile (cfr. art. 13 cpv. 1 lett. a LIP).
L’art. 20 cpv. 1 OIPrev considera reddito imponibile di azioni, ogni presta-
zione valutabile in denaro corrisposta dalla società ai titolari di diritti di
partecipazione, o a terze persone loro vicine, che non abbia il carattere di
rimborso delle quote di capitale sociale versato esistenti all’atto della
prestazione (come ad esempio: dividendi, buoni, azioni gratuite, buoni di
partecipazione gratuiti, eccedenze di liquidazione, ecc.). La nozione di
prestazione valutabile in denaro ai sensi dell’art. 20 OIPrev corrisponde di
principio a quella dell’art. 20 cpv. 1 lett. c della legge federale del 14 dicem-
bre 1990 sull’imposta federale diretta (LIFD, RS 642.11; cfr. DTF 143 IV
288 consid. 4.1; sentenze del TF 2C_123/2016 del 21 novembre 2017
consid. 3.3; 2C_263/2014 del 21 gennaio 2015 consid. 5.1; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2 con rinvii).
In assenza di lacune sostanziali o d’irregolarità formali atte a mettere in
dubbio la credibilità della contabilità del contribuente, come pure in
assenza di una divergenza manifesta ed importante tra i risultati allibrati e
lo stato reale di fatto, le autorità fiscali devono attenersi alla presunzione
d’esattezza di cui fruisce tale contabilità (cfr. DTF 134 II 207 consid. 3.3;
A-6694/2017
Pagina 20
106 Ib 311 considd. 3c e 3d; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019
del 3 agosto 2020 consid. 6.2 con rinvii).
6.2.1 Ai sensi dell’art. 20 cpv. 1 OIPrev, nella nozione di prestazione
valutabile in denaro rientra altresì la cosiddetta « distribuzione dissimulata
di utili » o « distribuzione occulta di utili » (« verdeckte Gewinausschütun-
gen »). Per costante giurisprudenza, si è di fronte ad una simile prestazione
valutabile in denaro, allorquando le tre seguenti condizioni cumulative
risultano adempiute (cfr. DTF 143 IV 228 consid. 4.1; 140 II 88 consid. 4.1;
138 II 57 consid. 2.2; sentenze del TF 2C_9/2017 del 7 agosto 2020 con-
sid. 4.1; 2C_91/2019 del 12 settembre 2019 consid. 3.1; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.1 con rinvii):
(1) La società effettua una prestazione senza ottenere un’adeguata
controprestazione da parte del beneficiario, ciò che di fatto ne
comporta l’impoverimento economico. Tale prestazione non ha
carattere di rimborso delle quote di capitale sociale.
(2) Questa prestazione è corrisposta ad un titolare di diritti di
partecipazione della società, ossia ad uno degli azionisti della società
(titolare diretto) o a terze persone vicine a quest’ultimo (titolare
indiretto). Essa trova il proprio fondamento esclusivamente in un
rapporto di partecipazione alla società stessa: una simile prestazione
deve procurare al suo beneficiario un vantaggio che in analoghe
circostanze non sarebbe stato accordato alle medesime condizioni
ad una terza persona non partecipe alla società, per cui la
prestazione risulta insolita.
(3) Il carattere insolito della prestazione, in particolare la sproporzione
tra la prestazione e la controprestazione, deve essere riconoscibile
per gli organi della società.
A tal proposito, è qui doveroso precisare che nella prassi viene talvolta
indicato che le condizioni cumulative da adempiere sono invero quattro.
Ciò è dovuto al fatto che la seconda condizione sopracitata viene talvolta
suddivisa a sua volta in due: (a) prestazione accordata ad un azionista o a
una persona a lei vicina; (b) prestazione che non sarebbe stata accordata
alle medesime condizioni ad un terzo (cfr. sentenze del TF 2C_9/2017 del
7 agosto 2020 consid. 4.1; 2C_91/2019 del 12 settembre 2019 consid. 3.1;
[tra le tante] sentenza del TAF A-6214/2018 del 20 aprile 2020 con-
sid. 2.4.2). Ciò posto, va altresì precisato che le prestazioni che la società
effettua a favore dei suoi azionisti o di terze persone a lui vicine, fondate
su un’altra base giuridica che il rapporto di partecipazione, ad esempio su
un contratto di diritto privato che avrebbe potuto essere concluso anche
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Pagina 21
con un terzo estraneo alla società, non sono invece soggetti all’imposta
preventiva (cfr. DTF 144 II 427 consid. 6.1; 119 Ib 431 consid. 2b; sentenza
del TF 2C_499/2011 del 9 luglio 2012 consid. 4.2; [tra le tante] sentenza
del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.1 con rinvii).
6.2.2 Quali prestazioni valutabili in denaro, qualificate pure come distribu-
zioni dissimulate di utile, valgono anche le rinunce a determinati proventi
in favore dell’azionista o di una persona a lui vicina, con una corrispondente
riduzione, presso la società, dell’utile esposto nel conto economico. Questa
forma di prestazione valutabile in denaro viene definita con la nozione di
« prelevamento anticipato dell’utile » o di « sottrazione previa dell’utile »
(« Gewinnvorwegnahme »), anche se in realtà non ha per oggetto la
sottrazione di utili già concretamente confluiti nella società. Essa sussiste
per l’appunto quando la società rinuncia interamente o parzialmente a degli
introiti normalmente di sua spettanza, che vengono così incassati
direttamente dall’azionista o da una persona a lui vicina, rispettivamente
quando quest’ultimi non forniscono una controprestazione che la società
esigerebbe da un terzo indipendente (cfr. DTF 119 Ib 116 consid. 2; 113 Ib
23 consid. 2d; sentenze del TF 2C_9/2017 del 7 agosto 2020 consid. 4.1;
2C_91/2019 del 12 settembre 2019 consid. 3.2 con rinvii; 2C_726/2009 del
20 gennaio 2010 consid. 2.2 con rinvii; [tra le tante] sentenza del TAF A-
2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.2 con rinvii).
6.2.3 Secondo la giurisprudenza, una terza persona vicina all’azionista ai
sensi dell’art. 20 OIPrev può essere una persona fisica imparentata con
l’azionista o anche una persona giuridica ch’egli controlla. La prassi consi-
dera inoltre come vicini all’azionista i soggetti con cui quest’ultimo intrat-
tiene delle relazioni personali o commerciali che dall’insieme delle circo-
stanze appaiono come il vero motivo della prestazione imponibile. In parti-
colare sono da ritenere tali quelle persone alle quali l’azionista permette di
fare uso della società come se fosse la loro (cfr. [tra le tante] sentenze del
TF 2C_177/2016 e 2C_178/2016 del 30 gennaio 2017 consid. 4.3 con
rinvii; 2C_377/2009 del 9 settembre 2009 consid. 2.2; 2A.342/2005 del
9 maggio 2006 consid. 2.2; DTAF 2011/45 consid. 4.2 con rinvii; [tra le
tante] sentenze del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.2.3 con
rinvii; A-2288/2017 dell’8 maggio 2020 consid. 3.2.1 con rinvii).
6.3 L’obbligazione fiscale spetta al debitore della prestazione imponibile, il
quale deve eseguirla dopo averne dedotto l’imposta preventiva (cfr. art. 10
cpv. 1 in relazione con l’art. 14 cpv. 1 LIP). Il beneficiario della prestazione
è quindi – tenuto conto dell’obbligazione del debitore di trasferirgli l’imposta
preventiva – il destinatario dell’imposta, ovverosia colui che sopporta il
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carico fiscale. Egli non ha tuttavia alcuna obbligazione procedurale da
adempiere nel contesto della procedura di percezione dell’imposta
preventiva; tali obblighi devono difatti essere adempiuti dal debitore della
prestazione che è il soggetto fiscale (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF
A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.3 con rinvii).
6.4
6.4.1 In materia di imposta preventiva, la dichiarazione e il pagamento del
tributo sono rette dal principio dell’autotassazione, in applicazione del
quale il contribuente ha l’obbligo di annunciarsi come tale all’AFC, senza
esservi sollecitato (cfr. art. 38 cpv. 1 LIP) e deve, alla scadenza dell’impo-
sta (cfr. art. 16 LIP), presentare spontaneamente all’AFC il rendiconto
prescritto, corredato dei giustificativi e pagare in pari tempo l’imposta o
compiere la notifica sostitutiva del pagamento (cfr. artt. 19 e 20 LIP; art. 38
cpv. 2 LIP). Il contribuente è quindi il solo responsabile nella compilazione
esatta dei moduli dei rendiconti e delle dichiarazioni d’imposta e dei
questionari (cfr. art. 39 cpv. 2 lett. 1 LIP) nonché nel procedere con il
versamento dell’imposta preventiva dovuta (cfr. [tra le tante] sentenza del
TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.4.1 con rinvii).
6.4.2 La prova dell’esistenza di una prestazione valutabile in denaro ai
sensi dell’art. 20 OIPrev – e meglio dei tre/quattro relativi elementi costitu-
tivi (cfr. consid. 6.2.1 del presente giudizio) – incombe all’AFC. Il criterio
della prestazione « giustificata dall’uso commerciale », applicato in materia
di imposte dirette non è un elemento costitutivo negativo di una prestazione
valutabile in denaro. L’autorità fiscale deve in particolare apportare la prova
che la società ha accordato a un azionista o a una persona vicina una
prestazione valutabile in denaro senza ottenere una controprestazione
adeguata. La prova diretta che il beneficiario della prestazione è un azioni-
sta o un terzo vicino alla società contribuente non è tuttavia necessaria,
essendo infatti sufficiente che non sia possibile spiegare in alcun altro
modo lo svolgimento dell’insolita operazione (cfr. sentenze del TF
2C_9/2017 del 7 agosto 2020 consid. 4.1; 2C_16/2015 del 6 agosto 2015
consid. 2.5.3 con rinvii). Se le prove addotte dall’AFC costituiscono degli
indizi sufficienti in merito all’esistenza di una simile sproporzione, rispetti-
vamente se la stessa rende verosimile la sussistenza di una prestazione
valutabile in denaro, spetta allora al contribuente dimostrare il contrario. In
tal caso, il contribuente può contestare il proprio assoggettamento all’impo-
sta adducendo la controprova atta a dimostrare che il criterio dell’uso
commerciale è adempiuto (cfr. DTF 138 II 57 consid. 7.1; sentenze del TF
2C_9/2017 del 7 agosto 2020 consid. 4.2; 2C_91/2019 del 12 settembre
2019 consid. 3.3; 2C_16/2015 del 6 agosto 2015 consid. 2.5.3 con rinvii;
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DTAF 2011/45 consid. 4.3.2.2 con rinvii; [tra le tante] sentenza del TAF
A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.4.2 con rinvii). La controprova è
apportata, allorquando la prova principale viene rovesciata. Non è tuttavia
necessario che il Tribunale sia convinto dell’esattezza della contestazione
(cfr. DTF 130 III 321 consid. 3.4; 120 II 393 consid. 4b; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.4.2 con rinvii).
In linea di massima, il principio dell’autotassazione (cfr. art. 38 LIP; con-
sid. 6.4.1 del presente giudizio) e l’obbligo di collaborare del contribuente
(cfr. art. 39 LIP; consid. 6.4.3 del presente giudizio) non modificano la sud-
detta ripartizione dell’onere probatorio. Una violazione dell’obbligo di colla-
borare con conseguente mancanza di prove per l’autorità fiscale può però
eventualmente condurre ad un’inversione dell’onere probatorio (cfr. sen-
tenza del TAF A-6214/2018 del 20 aprile 2020 consid. 1.6.4 con rinvii).
6.4.3 Giusta l’art. 39 LIP, la società contribuente deve dunque indicare
coscienziosamente all’autorità fiscale tutti i fatti che possono essere impor-
tanti per l’accertamento dell’obbligazione fiscale o delle basi di calcolo
dell’imposta; essa deve in particolare presentare, su richiesta, tutti i docu-
menti corredati dai giustificativi e da altra documentazione (cfr. lett. b). Se
è vero che l’autorità fiscale non deve sostituire il proprio potere d’apprez-
zamento a quello della direzione commerciale della società contribuente,
vero è anche che quest’ultima deve tuttavia provare che le prestazioni in
questione sono giustificate dall’uso commerciale. Solo in tal modo, l’auto-
rità fiscale può sincerarsi che il motivo alla base del carattere insolito di
dette prestazioni è puramente commerciale e non dovuto alle strette rela-
zioni personali o economiche in essere tra la società e il beneficiario delle
prestazioni (cfr. DTF 119 Ib 431 consid. 2c con rinvii; sentenze del TF
2C_499/2011 del 9 luglio 2012 consid. 4.3; 2A.342/2005 del 9 maggio
2006 consid. 2.3; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.4.3 con rinvii).
Chi sostiene che un pagamento da esso incassato non lo concerne, deve
essere in grado di provare tale allegazione producendo dei documenti
giustificativi. Analogamente, chi effettua un pagamento senza che lo stesso
risulti giustificato da alcun documento deve sopportare le conseguenze di
una simile mancanza di prove, nel senso che deve attendersi che lo stesso
venga qualificato a livello fiscale come una prestazione valutabile in denaro
soggetta ad imposta preventiva. Inoltre, può sussistere una prestazione
valutabile in denaro soggetta all’imposta preventiva, se appare ovvio che
sono gli azionisti stessi della società ad essere i suoi beneficiari e se non
è data un’altra spiegazione. Quando la società contribuente fa tutto quanto
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in suo potere per produrre tutte le prove e i documenti giustificativi richiesti
dall’autorità fiscale ai sensi dell’art. 39 LIP, quest’ultima ne deve tenere
conto nel proprio giudizio (cfr. sentenza del TF 2C_499/2011 del 9 luglio
2012 consid. 4.3 con rinvii; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del
3 agosto 2020 consid. 6.4.3 con rinvii).
6.5
6.5.1 Allorquando l’AFC accerta l’esistenza di una prestazione valutabile in
denaro soggetta all’imposta preventiva, segnatamente nella forma di una
distribuzione dissimulata di utili, la cui entità non è tuttavia chiaramente
quantificabile, essa ne stabilisce l’ammontare ricorrendo alla tassazione
d’ufficio. Ciò è in particolare il caso, allorquando la società contribuente non
adempie ai doveri impostigli dalla legge, rispettivamente non fornisce delle
indicazioni affidabili oppure fornisce solo indicazioni insufficienti o errate.
Le lacune nella tenuta della contabilità della società contribuente non devo-
no infatti né procurarle un vantaggio fiscale, né condurre ad una perdita
d’imposta. Il ricorso alla tassazione d’ufficio deriva implicitamente dagli
artt. 39 e 41 lett. a LIP. In tale contesto, quando esegue una tassazione
d’ufficio, l’AFC deve fondarsi sul corso ordinario delle cose e sul compor-
tamento del contribuente. La tassazione d’ufficio deve permettere all’AFC
di ricostruire la fattispecie imponibile, la più verosimile alla realtà. In caso
di dubbi, l’AFC non è tenuta a tenere conto della fattispecie più favorevole
al contribuente (cfr. sentenze del TF 2C_499/2011 del 9 luglio 2012 con-
sid. 5.5; 2C_502/2008 del 18 dicembre 2008 consid. 4.2; [tra le tante]
sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.5.1 con rinvii;
MICHAEL BEUSCH, VStG-Kommentar, n. 9 ad art. 13 LIP con rinvii).
Analogamente a quanto avviene in materia IVA, l’AFC deve scegliere il
metodo di stima che meglio le permette di tenere in considerazione le ca-
ratteristiche della società contribuente in questione. Quali metodi di stima,
entrano in linea di conto i metodi che tendono a completare o ricostruire
una contabilità mancante e quelli che si fondano sui dati basati sull’espe-
rienza in rapporto ai risultati parziali incontestati derivanti dalla contabilità.
Le parti probanti della contabilità e i documenti esistenti devono essere
presi in considerazione, per quanto possibile, nella stima. Essi possono
altresì servire di base di calcolo (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF
A-2153/2019 del 3 agosto 2020 consid. 6.5.1 con rinvii).
6.5.2 Nella procedura di ricorso il contribuente può contestare l’adempi-
mento dei presupposti per una stima, come pure la stima stessa delle cifre
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Pagina 25
d’affari realizzate in quanto tali. Orbene, l’onere della prova in merito alla
sussistenza dei presupposti per procedere ad una tassazione d’ufficio
(primo stadio), come pure riguardo ai motivi alla base della conseguente
stima (secondo stadio), incombono all’AFC. Ciò precisato, nell’esaminare
la correttezza della stima effettuata dall’autorità inferiore il Tribunale
amministrativo federale procede con un certo riserbo e non sostituisce il
proprio potere di apprezzamento a quello di quest’ultima, se non in
presenza di errori manifesti. Qualora i presupposti per una tassazione
d’ufficio siano dati, la prova che le valutazioni svolte dall’AFC non sono
corrette rispettivamente portano a risultati manifestamente errati spetta al
contribuente (terzo stadio). In tale ottica, è necessario che il contribuente
indichi chiaramente in che misura la pretesa fiscale debba essere minore
di quella valutata dall’AFC, dimostrando che il risultato della valutazione è
frutto di errori rilevanti. Egli non può limitarsi a criticare in via del tutto
generica le basi del calcolo, bensì deve dimostrare con dei documenti
giustificativi che la stima effettuata dall’AFC è manifestamente erronea
(cfr. sentenza del TF 2C_1077/2012 del 24 maggio 2014 consid. 2.5). Solo
in tal caso il Tribunale sostituisce il suo potere d’apprezzamento a quello
dell’autorità inferiore, correggendo la tassazione (cfr. sentenze del TF
2C_499/2011 del 9 luglio 2012 consid. 5.5; 2C_502/2008 del 18 dicembre
2008 consid. 4.2; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.5.2 con rinvii).
6.6 Giusta l’art. 16 cpv. 1 lett. c LIP, l’imposta preventiva scade trenta giorni
dopo che è sorto il credito fiscale. Per i redditi da capitale mobiliare, il
credito fiscale sorge alla scadenza della prestazione imponibile (cfr. art. 12
cpv. 1 LIP). Un interesse di mora del 5% annuo è dovuto, senza diffida,
sugli importi di imposta non ancora pagati alle scadenze stabilite dal cpv. 1
fino al giorno del pagamento (cfr. art. 12 cpv. 2 LIP in combinato disposto
con l’art. 1 dell’ordinanza del 29 novembre 1996 del Dipartimento federale
delle finanze concernente l’interesse di mora in materia d’imposta preven-
tiva [RS 642.212]; [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.6 con rinvii).
6.7
6.7.1 Allorquando la sottrazione d’imposta ai sensi dell’art. 61 LIP è stabi-
lita con verosimiglianza, in virtù del rinvio dell’art. 67 cpv. 1 LIP, la riscos-
sione posticipata dei crediti d’imposta preventiva è retta dall’art. 12 DPA
(cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto 2020
consid. 6.7.1 con rinvii).
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Pagina 26
6.7.2 L’art. 12 cpv. 1 lett. a DPA dispone che qualora, per un’infrazione alla
legislazione amministrativa federale, una tassa non è stata a torto riscossa,
essa deve essere pagata successivamente, interessi compresi, e ciò
indipendentemente dalla punibilità di una determinata persona. L’art. 12
cpv. 2 DPA precisa che obbligata al pagamento è la persona che ha fruito
dell’indebito profitto, segnatamente quella obbligata al pagamento della
tassa elusa. Di conseguenza, quando una società effettua una prestazione
valutabile in denaro a favore dei titolari di diritti di partecipazione, o a terze
persone a lei vicine, senza deduzione dell’imposta preventiva sottratta
(cfr. art. 20 cpv. 1 OIPrev in correlazione con l’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP),
quest’ultimi sono chiamati, sulla base dell’art. 12 cpv. 2 DPA, a restituire la
somma di cui hanno indebitamente fruito. Accanto a dette persone bene-
ficiarie della prestazione valutabile in denaro, tenuta al pagamento è altresì
la stessa società che l’ha erogata (cfr. art. 10 cpv. 1 LIP in correlazione con
l’art. 14 cpv. 1 LIP). Affinché l’art. 12 cpv. 2 DPA trovi applicazione, occorre
che sia oggettivamente stata compiuta un’infrazione penale. L’applicazione
di questa norma non dipende per contro né da una responsabilità penale
specifica, né da una colpa, né ancora dal promovimento di una procedura
penale. L’art. 12 cpv. 1 DPA permette dunque di procedere al recupero di
una tassa (o un tributo) che non è stata percepita a seguito di un’infrazione
alla legislazione amministrativa federale, anche qualora nessuno sia
punibile. In virtù dell’art. 12 cpv. 3 DPA, la persona che, intenzionalmente,
ha commesso l’infrazione o vi ha partecipato risponde in solido, con le
persone obbligate al pagamento secondo il cpv. 2, della somma da pagare
o da restituire (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-2153/2019 del 3 agosto
2020 consid. 6.7.2 con rinvii).
7.
Stabiliti i principi applicabili, per poter verificare la fondatezza della ripresa
d’imposta preventiva in oggetto, il Tribunale deve in primo luogo determi-
nare se per il periodo fiscale dal 1° giugno 2011 al 28 febbraio 2012 l’auto-
rità inferiore poteva ritenere nei confronti della B._, la sussistenza
di prestazioni valutabili in denaro soggette all’imposta preventiva ai sensi
dell’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP in combinato disposto con l’art. 20 cpv. 1 OIPrev,
in particolare fondandosi sugli elementi di prova raccolti dalla DAPI, così
come da lei poi ripresi puntualmente nella decisione impugnata.
Più concretamente, per il Tribunale si tratterà dunque (1) di verificare se
nel caso della B._ le tre (quattro) condizioni cumulative alla base
della sussistenza di una prestazione valutabile in denaro risultano qui
adempiute (cfr. consid. 7.1 del presente giudizio). In caso affermativo, (2)
il Tribunale dovrà poi stabilire se vi siano i presupposti per una tassazione
A-6694/2017
Pagina 27
d’ufficio (cfr. consid. 7.2 del presente giudizio), dal momento che l’autorità
inferiore – e prima di lei, la DAPI – ha ricorso alla ricostruzione delle cifre
d’affari non contabilizzate B._ per stabilire l’entità delle prestazioni
valutabili in denaro, ovvero la base imponibile all’imposta preventiva. In
caso affermativo, (3) il Tribunale dovrà poi verificare se la ricostruzione
dell’ammontare delle prestazioni valutabili in denaro erogate dalla
B._ è corretta o meno (cfr. consid. 7.3 del presente giudizio). In
correlazione con quest’ultimo punto, (4) il Tribunale dovrà infine verificare
l’attribuzione delle prestazioni valutabili in denaro ai relativi beneficiari
operata dall’autorità inferiore (cfr. consid. 7.4 del presente giudizio).
7.1 Ciò premesso, il Tribunale deve innanzitutto verificare se nel caso della
società B._ l’autorità inferiore – e prima di lei, la DAPI – poteva
ritenere la sussistenza di prestazioni effettuate senza ottenere un’adeguata
controprestazione nella forma di distribuzioni dissimulate di utile ai suoi
azionisti (cfr. in merito all’onere probatorio a carico dell’autorità fiscale,
consid. 6.4.2 del presente giudizio). Come detto, si tratta qui di esaminare
l’adempimento dei presupposti alla base di una prestazione valutabile in
denaro (cfr. in merito ai presupposti, consid. 6.2.1 del presente giudizio).
7.1.1
7.1.1.1 Nella decisione impugnata, l’autorità inferiore – sulla base delle
risultante dell’inchiesta penale amministrativa della DAPI, così come rias-
sunta nel PVF del 15 giugno 2015 – ha ritenuto nei confronti della
B._ la sussistenza di prestazioni valutabili in denaro nella forma di
« distribuzioni dissimulate di utile » ai due presunti azionisti e
amministratori di fatto, ovvero il ricorrente e il signor F._. Nel
periodo fiscale dal 1° giugno 2011 al 28 febbraio 2012 la società avrebbe
infatti rinunciato a loro favore ad una parte degli utili di sua spettanza, da
lei conseguiti mediante l’attività dell’esercizio pubblico « C._ »,
omettendo di contabilizzarla nei propri rendiconti (cfr. decisione impugnata,
consid. 3.1.1).
7.1.1.2 Più nel dettaglio, l’autorità inferiore ha innanzitutto constatato che
le società coinvolte nella gestione della « G._ » e del
« C._ » – tra cui anche la B._ – avrebbero disposto solo di
una contabilità di « facciata » stilata dal signor H._, utilizzata
ufficialmente e riportante solo una parte dei ricavi d’esercizio. In alcuni casi
non sarebbero neppure stati ritrovati i relativi giustificativi. Confrontando i
documenti sequestrati con la contabilità delle varie società, nonché
prendendo in considerazione le varie testimonianze, l’autorità inferiore –
così come la DAPI prima di lei – ha dunque rilevato la sussistenza di cifre
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Pagina 28
d’affari non contabilizzate dalle varie società interessate (cfr. decisione
impugnata, considd. 3.1.1 e 3.1.2). Essa ha poi ritenuto che si trattava
palesemente di vantaggi e di prestazioni che non sarebbero mai stati
accordati ad un terzo esterno alla società, senza controprestazione
corrispondente e senza essere contabilizzati. Ciò non avrebbe alcuna giu-
stificazione economica e troverebbe la sua motivazione solo e unicamente
sulla base dello stretto legame tra queste persone e la società (cfr. deci-
sione impugnata, consid. 3.2.1). Infine, l’autorità inferiore ha ritenuto la
mancata contabilizzazione dei ricavi della società come talmente insolita
che difficilmente avrebbe potuto passare inosservata ai suoi organi
(cfr. decisione impugnata, consid. 3.3).
Ora, l’autorità inferiore ha ritenuto che i beneficiari delle predette presta-
zioni valutabili in denaro non potevano che essere il qui ricorrente e il signor
F._. Essa ha infatti ritenuto che secondo le deposizioni dei gerenti
e degli impiegati del « C._ » e della « G._ » la DAPI sarebbe
riuscita a percorrere a ritroso il cammino degli utili della B._ e delle
altre società coinvolte, constatando uno specifico « modus operandi ». Più
concretamente, per ognuna delle società coinvolte, il gerente di turno
avrebbe portato quotidianamente gli incassi e le liste giornaliere con i
giustificativi del « C._ » presso l’ufficio del ricorrente e del signor
F._, da loro indicati quali persone di riferimento per le attività della
« G._ ». Nessuno, a parte il signor F._ e il ricorrente,
sarebbe stato presente al momento della suddivisione degli utili e della
decisione del loro impiego. Sarebbero stati altresì costoro a scegliere i
giustificativi che avrebbero poi consegnato al signor H._ affinché li
registrasse nella contabilità ufficiale delle società. Già per questo motivo,
l’autorità inferiore – come la DAPI prima di lei – ha dunque considerato il
ricorrente e il signor F._ quali beneficiari delle prestazioni valutabili
in denaro effettuate dalla B._. Visto poi il ruolo predominante e a
tratti addirittura esclusivo rivestito dai due succitati nella gestione delle
società, essa ha poi ritenuto gli stessi pure quali loro azionisti. Essa ha
ritenuto che il fatto che le società avrebbero effettuato nei loro confronti
innumerevoli prestazioni senza adeguata controprestazione non potrebbe
infatti essere spiegato che con il loro legame di partecipazione
(cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.2.2).
Per qualificare il ricorrente di azionista e beneficiario delle prestazioni
valutabili in denaro, l’autorità inferiore – e prima di lei la DAPI – si è fondata
in particolare su quanto risultante dalle prove testimoniali (cfr. con-
sid. 7.1.1.3 del presente giudizio) e dalla ricostruzione del patrimonio del
ricorrente (cfr. consid. 7.1.1.4 del presente giudizio). Essa ha altresì tenuto
A-6694/2017
Pagina 29
conto del rapporto inusuale tra il ricorrente e le società che hanno gestito il
postribolo e il bar (cfr. consid. 7.1.1.5 del presente giudizio).
7.1.1.3 Più concretamente, l’autorità inferiore – e prima di lei la DAPI – si è
fondata sulle prime deposizioni dell’8 marzo 2012 rilasciate dai signori
H._, P._ e O._, tutte concordanti tra di loro, dalle
quali sarebbe risultato quanto segue (cfr. processi verbali d’interrogatorio
[di seguito: PVI], in: Classificatore Interrogatori, di cui all’inc. AFC).
L’8 marzo 2012, il signor H._ ha dichiarato di aver ricevuto mandato
di allestire la contabilità della B._ dal ricorrente e il signor F._
e che il suo compito era di registrare la documentazione di tutte le società
a loro riconducibili (cfr. PVI H._ dell’8 marzo 2012, pagg. 4 seg., 9
e 15). Il 20 marzo 2013, egli ha poi indicato, confermando pertanto quanto
dichiarato da alcuni gerenti/responsabili delle attività della « G._ »,
che al termine del turno serale i contanti venivano depositati in cassaforte
in una busta con le relative pezze contabili e che la mattina seguente tale
busta veniva portata in fiduciaria nell’ufficio del ricorrente e del signor
F._. Il signor H._ trovava poi nella sua cassettina le fatture
pagate e i giustificativi da inserire in contabilità. In tale occasione, egli ha
altresì dichiarato che il ricorrente prendeva una parte delle azioni al
portatore per garantirsi l’affitto delle società (cfr. PVI H._ del
20 marzo 2013, pagg. 3 seg. e 9). Il 27 giugno 2013, egli ha poi confermato
che 78 azioni al portatore erano detenute dal ricorrente per garantirsi
l’affitto, mentre le restanti 22 azioni al portatore dal signor F._ per
garantirsi lo stipendio (cfr. PVI H._ del 27 giugno 2013, pagg. 3-4).
L’8 marzo 2012, il signor P._ – amministratore unico di alcune
società che gestivano la « G._ », ma che di fatto si occupava solo
della manutenzione dello stabile – ha dichiarato che l’incasso veniva
depositato nella cassaforte del bar e che non sapeva cosa succedeva con
i soldi successivamente ma che li prendevano il ricorrente e il signor
F._ (cfr. PVI P._ dell’8 marzo 2012, pag. 3).
L’8 marzo 2012, il signor O._ – amministratore unico di alcune
società che gestivano la « G._ », ma che di fatto era il
gerente/responsabile di tali attività – ha dichiarato che gli incassi venivano
portati nell’ufficio del signor H._ e consegnati a lui o al ricorrente o
al signor F._. Questi eseguivano poi tutta la parte amministrativa e
cambiavano diverse società, circa ogni anno, anno e mezzo. Egli ha pure
dichiarato di avere dei dubbi sull’irregolarità del loro modo di agire e per
tale motiva ha tenuto i documenti anche se il signor F._ e il
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ricorrente gli chiedevano continuamente di distruggerli. Per finire il signor
O._ ha pure indicato di presumere che il signor F._ e il
ricorrente fossero gli azionisti principali di tutte le società. Erano loro che
comandavano e decidevano per le società e che chiedevano di ricevere
tutti gli incassi del giorno precedente, mentre il signor H._ era
soltanto il contabile. Per finire egli ha indicato che la busta del bar e della
residenza veniva consegnata al signor F._ o al ricorrente, questi la
aprivano e davano al signor H._ solo i giustificativi di cassa e spese
generali. A suo avviso inoltre, la persona che aveva più poteri era
comunque il ricorrente, proprietario dell’immobile (cfr. PVI O._
dell’8 marzo 2012, pagg. 3-5).
7.1.1.4 Ad ulteriore comprova della tesi secondo cui il ricorrente sarebbe
stato l’azionista – o perlomeno una persona vicina – e avrebbe beneficiato
degli introiti delle società legati alle attività della « G._ » e del
« C._ », l’autorità inferiore ha poi ritenuto che vi sarebbe altresì
l’analisi della sua situazione patrimoniale, così come risultante dalla rico-
struzione del suo patrimonio effettuata dalla DAPI per gli anni 2003-2011
contenuta nel « classificatore I._ ». Più nel dettaglio, sulla base
della documentazione sequestrata nell’ambito dell’inchiesta penale
amministrativa, la DAPI sarebbe riuscita a stabilire che il saldo dei redditi
non dichiarati dal ricorrente al fisco, dal 2003 al 2011, ammonterebbe a
3'906'635.59 franchi. Tenuto conto delle osservazioni del ricorrente, la
DAPI ha poi corretto la propria ricostruzione stabilendo il saldo dei redditi
non dichiarati a 4'629'167 franchi. In tali circostanze, l’autorità inferiore ha
ritenuto come lampante il fatto che il ricorrente dovesse avere una fonte di
entrate sconosciuta, dalla quale percepiva almeno mezzo milione di franchi
all’anno. Tale evenienza non essendo stata sufficientemente giustificata dal
ricorrente, essa ha dunque ritenuto ch’egli avrebbe indubbiamente
beneficiato di ingenti entrate provenienti dall’altra fonte, ovvero dalle attività
legate al bar e al postribolo (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.2.3).
7.1.1.5 In aggiunta a ciò, l’autorità inferiore ha precisato che, negli anni, il
ricorrente avrebbe avuto dei rapporti inusuali con le società che gestivano
la « G._ » e il « C._ » (cfr. PVF, punto n. 4.5). A titolo
d’esempio, l’autorità inferiore indica che la data in cui il ricorrente avrebbe
firmato molti documenti (tra cui ricevute d’affitto, contratti di locazione e
conteggi d’energia elettrica) relativi alle attività della « G._ »
sarebbe di molto anteriore sia alla data di creazione del documento stesso
(file created) che alla data di ultima scrittura (last written). Questo dimostre-
rebbe che tali documenti sarebbero stati creati tempo dopo e che vi era un
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rapporto di dominazione tra il ricorrente e le società che gestivano il postri-
bolo. Nel suo reclamo, il ricorrente aveva indicato che di regola non era lui
ad allestire i documenti perché non era in grado di usare il computer, salvo
poi precisare che « se anche il reclamante ha allestito dei documenti, tipo
delle ricevute/fatture postdatate o predatate, non lo ha fatto a scopo di
inganno ». Il ricorrente avrebbe pure confermato che il pc portatile in que-
stione si trovava presso la sua abitazione (cfr. atto DAPI n. 931.100.043;
decisione impugnata, consid. 6.3.2.3).
7.1.2 A tal proposito, il Tribunale osserva come l’analisi della DAPI che pre-
cede, così come ripresa dall’autorità inferiore risulti verosimilmente corret-
ta. All’epoca della decisione impugnata, tutti gli elementi a disposizione
dell’autorità inferiore erano infatti tali ch’essa poteva ritenere la sussistenza
di prestazioni valutabili in denaro nella forma di distribuzioni dissimulate di
utile erogate dalla B._ – così come dalle altre società interessate –
ai suoi azionisti. In effetti, nel caso della società B._ la sussistenza
una contabilità lacunosa/assente risulta chiaramente dal PVF del
15 giugno 2015, ove « il scriteriato metodo di gestione » delle società è
stato rilevato in dettaglio, precisando per ogni società coinvolta se i conti
annuali sono stati presentati all’autorità fiscale oppure se essi sono stati
ritrovati presso il domicilio della società pur non essendo stati presentati
all’autorità fiscale, rispettivamente se gli stessi non sono stati allestiti del
tutto (cfr. PVF, punto n. 3.1). In tale contesto, che la B._ non abbia
contabilizzato parte dei ricavi di sua spettanza risulta qui verosimile.
Peraltro, che le società interessate abbiano tenuto una contabilità lacunosa
è un fatto non contestato dal ricorrente (cfr. consid. 7.2 del presente
giudizio), sicché non vi è motivo di mettere in dubbio tale evenienza. La
mancata contabilizzazione dei ricavi è così insolita, che non poteva essere
ignorata dagli organi della società. Nella misura in cui il modus operandi
descritto dall’autorità inferiore trova riscontro negli atti, il Tribunale ritiene
poi che detta autorità poteva inoltre presumere che i beneficiari delle cifre
d’affari conseguite e non contabilizzate dalle varie società – e dunque la
B._ – non potevano che essere i loro azionisti, ovvero il signor
F._ e il qui ricorrente.
7.1.3 Ciò sancito, per quanto concerne più specificamente la qualità di
beneficiari delle prestazioni valutabili in denaro del ricorrente e del signor
F._, si impongono le seguenti precisazioni.
7.1.3.1 Al riguardo, il Tribunale ricorda innanzitutto che la prova diretta che
il beneficiario della prestazione valutabile in denaro è un azionista o un
terzo vicino alla società contribuente non è necessaria, essendo infatti
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sufficiente che non sia possibile spiegare in alcun altro modo lo svolgi-
mento dell’insolita operazione. In tale senso, basta che vi siano sufficienti
indizi che una determinata prestazione è stata erogata ad un azionista o
ad una terza persona (cfr. consid. 6.4.2 del presente giudizio). Dal punto di
vista dell’art. 12 cpv. 2 DPA, per l’imposizione al pagamento dell’imposta
preventiva elusa, è poi sufficiente che la persona assoggettata possa
essere ritenuta come colei che ha beneficiato delle prestazioni valutabili in
denaro (cfr. consid. 6.7.2 del presente giudizio).
7.1.3.2 Ora, a mente del Tribunale, l’autorità inferiore aveva sufficienti indizi
per ritenere il ricorrente e il signor F._ quali beneficiari delle
prestazioni erogate dalla B._, nonché delle altre società
interessate. Più nel dettaglio, a prescindere dalla questione a sapere se il
ricorrente e il signor F._ possano o meno essere qualificati di
azionisti delle varie società interessate, così come ritenuto dall’autorità
inferiore, il Tribunale ritiene che in ogni caso vi siano sufficienti elementi
per considerarli quali persone vicine. In effetti, il Tribunale non può fare a
meno di rilevare la particolare posizione da essi assunta nell’ambito della
gestione della « G._ » e del « C._ », così come risultante
dal PVF del 15 giugno 2015. Se da un lato, il signor F._ si occupava
della gestione del personale, gestiva le liquidità e preparava le pezze
contabili (cfr. PVF, punti n. 4.4.3 – 4.4.4), il ricorrente era indubbiamente il
proprietario dello stabile dato in locazione alle varie società che si sono
susseguite nella gestione della « G._ » e del « C._ »
(cfr. PVF, punto n. 4.4.7). A ciò si aggiunge il fatto che era il ricorrente a
fornire alle nuove società una parte dei beni necessari per l’esercizio di
queste due attività, tramite la società CC._ a lui riconducibile. Il
ricorrente non solo redigeva i contratti di locazione – stabilendo
autonomamente l’affitto – e (quando redatti) di noleggio delle suppellettili
delle società, ma sostanzialmente decideva quale società potesse
svolgere l’attività d’affittacamere e di bar nei suoi locali. Per la DAPI, chi
firmava i contratti di locazione a nome delle società, erano degli uomini di
paglia (cfr. PVF, punti n. 4.4.7 e n. 4.5).
7.1.3.3 Dal PVF del 15 giugno 2015 – a cui si rinviano le parti per i dettagli
– risulta poi chiaramente che il signor F._ e il ricorrente
intrattenevano dei rapporti inusuali con le varie società (cfr. PVF, punto
n. 4.5), così come rilevato dall’autorità inferiore (cfr. consid. 7.1.1.5 del
presente giudizio). A titolo esemplificativo, il Tribunale trova
particolarmente strano il sistema di deposito a garanzia degli affitti messo
in opera per le varie società, ove lo stesso non veniva versato o versato
solo in parte. Se il ricorrente avesse agito solo in qualità di proprietario, non
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si spiega allora per quale motivo egli avrebbe dovuto rinunciare alla
garanzia e/o parte di essa, rispettivamente procedere lui stesso al suo
versamento in alcuni casi (cfr. PVF, punti n. 4.5.2 – 4.5.7). Anche
l’influenza del ricorrente nella gestione dell’inventario delle suppellettili del
« C._ » e della « G._ », tramite la società CC._,
appare alquanto strana (cfr. PVF, punti n. 4.5.1, n. 4.5.8 – 4.5.9). Si noti ad
esempio come al passaggio dell’inventario da una società all’altra, la
società venditrice interessata abbia registrato delle perdite consistenti,
generando invece per il ricorrente in maniera indiretta degli utili (cfr. PVF,
punto n. 4.5.8). Alquanto bizzarro risulta altresì il fatto che erano le stesse
società che si sono susseguite nell’occupazione dei locali ad aver
effettuato, a loro spese, degli importanti lavori di ristrutturazione degli stabili
e non il ricorrente, in qualità di proprietario (cfr. PVF, punto n. 4.5.18). Ora,
tenuto conto del periodo relativamente breve di gestione delle varie
società, non si spiega per quale motivo le stesse avrebbero dovuto
investire in tali lavori in qualità di locatarie. Per spiegare ciò, il ricorrente ha
semplicemente indicato che se avesse finanziato lui i lavori, avrebbe
dovuto aumentare l’affitto. Tale spiegazione non è però qui plausibile. Non
si spiega poi come sia possibile che le varie società che hanno gestito il
« C._ » e la « G._ » abbiano continuato ininterrottamente
detta gestione, senza un solo giorno di interruzione; malgrado vi fossero
dei cambiamenti improvvisi di gestione a seguito del fallimento delle
società, i loro collaboratori continuavano ad avere accesso ai locali. Ciò
appare alquanto strano se si pensa che formalmente ogni cambio di
gestione – qualora il ricorrente fosse stato semplice proprietario – avrebbe
dovuto comportare un tempo di adattamento, lo stesso dovendo
segnatamente discutere con le nuove società dei nuovi contratti di
locazione e della fornitura delle suppellettili (cfr. PVF, punto n. 4.5.16).
7.1.3.4 A ciò si aggiunge quanto risultante dalla ricostruzione patrimoniale
del ricorrente effettuata dalla DAPI e contenuta nel « classificatore
I._ », poi ripresa dall’autorità inferiore nella decisione impugnata. A
tal proposito, al fine di evitare ripetizioni, si rinviano le parti al consid. 10
del presente giudizio, ove detta ricostruzione verrà analizzata in maniera
approfondita dal Tribunale, tenuto conto delle puntuali censure del
ricorrente sollevate in questa sede. Per quanto qui necessario, il Tribunale
si limita a precisare che in base a detta ricostruzione patrimoniale, l’autorità
inferiore – e prima di lei, la DAPI – ha potuto appurare che durante i periodi
fiscali 2003-2011 il ricorrente avrebbe percepito redditi di fonte ignota e non
giustificabili in altro modo se non con un nesso con le distribuzioni
dissimulate di utile erogate dalle società che si sono susseguite nella
gestione del « C._ » e della « G._ ». Dinanzi all’autorità
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inferiore, chiamato ad esprimersi al riguardo, il ricorrente si era limitato a
contestare alcuni punti della ricostruzione del suo patrimonio contenuta nel
« classificatore I._ », poi ripresi dall’autorità inferiore nella
decisione impugnata (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.2.3). Detto
elemento – in aggiunta a quanto già risultante dagli altri elementi
(cfr. considd. 7.1.3.1-7.1.3.3 del presente giudizio) – annovera dunque
ulteriormente la tesi secondo cui il ricorrente può essere considerato come
il beneficiario delle prestazioni valutabili in denaro qui litigiose. Ciò rilevato,
va qui già sin d’ora sottolineato che questa ricostruzione patrimoniale del
ricorrente contenuta nel « classificatore I._ » non è un elemento
alla base del calcolo delle prestazioni valutabili in denaro in oggetto. Come
verrà esposto successivamente (consid. 7.3.1 del presente giudizio),
quest’ultime sono infatti state determinate dall’autorità inferiore sulla base
di altri elementi.
7.1.3.5 In definitiva, alla luce degli elementi che precedono, visto il ruolo
assunto dal ricorrente, non vi è chi non veda come lo stesso possa essere
qui ritenuto quale persona vicina alle società interessate, che si sono
susseguite nella gestione « C._ » e la « G._ ». Che il
ricorrente sia o meno (stato) azionista o amministratore unico di fatto, nulla
cambia al fatto che tutti gli elementi dell’incarto non permettono di
escludere a priori un suo coinvolgimento nella vicenda e di ritenere che lo
stesso non abbia percepito – oltre ai canoni di locazione – alcunché dalle
varie società interessate.
7.2 Appurata la sussistenza di prestazioni valutabili in denaro, il Tribunale
deve ora esaminare se in concreto vi sono i presupposti per una tassazione
d’ufficio (cfr. consid. 6.5 del presente giudizio), dal momento che l’autorità
inferiore – e prima di lei la DAPI – ha ricorso alla ricostruzione delle cifre
d’affari non contabilizzate dalla B._ per stabilire l’entità delle presta-
zioni valutabili in denaro, ovvero la base imponibile all’imposta preventiva.
Al riguardo, Tribunale osserva come nel caso della società B._ la
sussistenza una contabilità lacunosa/assente risulti chiaramente dall’in-
carto in generale, ma più specificamente dagli elementi seguenti: dal PVF
del 15 giugno 2015, ove « il scriteriato metodo di gestione » delle società
è stato rilevato in dettaglio, precisando per ogni società coinvolta se i conti
annuali sono stati presentati all’autorità fiscale oppure se essi sono stati
ritrovati presso il domicilio della società pur non essendo stati presentati
all’autorità fiscale, rispettivamente se gli stessi non sono stati allestiti del
tutto (cfr. PVF, punto n. 3.1). Risulta altresì che pure il ricorrente, il signor
F._ e il signor H._ all’epoca in cui è stato stilato il predetto
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PVF (nel 2015), non avevano ancora presentato tutte le loro dichiarazioni
fiscali personali (il ricorrente e il signor F._ dal 2010, il signor
H._ dal 2013; cfr. PVF, punto n. 1.1). Peraltro, che le società
interessate abbiano tenuto una contabilità lacunosa è un fatto non
contestato dal ricorrente (cfr. consid. 7.1.2 del presente giudizio), sicché
non vi è motivo di mettere in dubbio tale evenienza. In tali circostanze, vista
altresì la mancata collaborazione da parte delle persone coinvolte nella
vicenda e/o nella gestione delle predette società, nonché visto il sospetto
di reati finanziari in materia d’imposte dirette nonché d’imposta preventiva,
si deve ritenere che è a giusto titolo che la DAPI e poi l’autorità inferiore
hanno ricorso ad una stima – ovvero una tassazione d’ufficio – per
ricostruire le cifre d’affari della B._ (cfr. consid. 6.5.1 del presente
giudizio).
7.3 Ciò stabilito, il Tribunale deve ora verificare se la ricostruzione da parte
dell’autorità inferiore dell’ammontare delle prestazioni valutabili in denaro
erogate dalla B._ è plausibile, adeguata e corretta. In tale contesto,
si precisa che il Tribunale non si discosta dalla stima dell’autorità inferiore,
se non in presenza di errori manifesti (cfr. consid. 6.5.2 del presente
giudizio).
7.3.1 Nella decisione impugnata, l’autorità inferiore si è essenzialmente
fondata sulla ricostruzione della DAPI riassunta nel PVF del 15 giugno
2015. Ora, per stabilire le cifre d’affari delle varie società coinvolte nella
gestione del « C._ », la DAPI ha essenzialmente proceduto come
segue. In primo luogo, per il periodo dal 2005 al 30 maggio 2011, essa ha
determinato l’utile lordo sulla base della cifra d’affari risultante dall’inchiesta
(totale dei ricavi), a cui ha poi dedotto i costi di acquisto accertati nell’ambito
dell’inchiesta (costi acquisto). In seguito, essa ha aggiunto le distribuzioni
dissimulate di utile derivanti da costi contabilizzati, ma economicamente
non giustificati (distribuzione sup.), ottenendo così la distribuzione
dissimulata di utile. Per il periodo a partire dal giugno 2011, la distribuzione
dissimulata di utile è invece stata calcolata dalla DAPI deducendo ai
presunti ricavi realizzati dalla società, i relativi costi (cfr. PVF, punto
n. 3.2.3; decisione impugnata consid. 3.1.1).
Nel caso specifico della B._, l’autorità inferiore ha precisato che la
DAPI avrebbe ricostruito la cifra d’affari per il 2011 e il 2012 secondo le
seguenti modalità (cfr. circa i dettagli alla base della ricostruzione delle cifre
d’affari non contabilizzate, PVF, punto n. 3.2, pagg. 17 – 25; decisione
impugnata, consid. 3.1.1):
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 dal 1 giugno 2011 al 31 dicembre 2011 (cfr. atto DAPI n. 800.400.013): la cifra d’affari calcolata dalla DAPI ammonta a 809’071 franchi, mentre quella risultante dai rotoli di scontrini di cassa sequestrati durante le perquisizioni ammonta a 805'871.10 franchi. Vi è quindi una differenza di 3'199.90 franchi che, a favore del ricorrente, non è stata presa in considerazione dall’autorità inferiore. Inoltre, per l’intero anno, non sono stati ritrovati gli scontrini di cassa relativi a 5 giorni lavorativi. L’autorità inferiore ha pure rinunciato, a favore del ricorrente, a calcolare tale cifra d’affari mancante per apprezzamento;
 dal 1° gennaio 2012 al 28 febbraio 2012 (cfr. atto DAPI n. 800.400.014): tenendo presente che la B._ ha operato fino al 28 febbraio 2012, la cifra d’affari risultante dai rotoli di scontrini di cassa sequestrati durante le perquisizioni ammonta a 207’594 franchi. Tutti gli scontrini di cassa sono stati ritrovati;
 alle cifre d’affari summenzionate sono poi stati aggiunti i ricavi derivanti dal prezzo di entrata al « C._ ». Infatti, secondo le dichiarazioni elencate nel PFV del 15 giugno 2015, nei periodi di massima affluenza, ossia dal gennaio 2008 al febbraio 2012, l’entrata al « C._ » era a pagamento, il venerdì e il sabato sera. Tali ricavi, non risultando dagli scontrini di cassa sequestrati, sono stati stimati dalla DAPI come segue. Secondo le dichiarazioni, il prezzo d’entrata era di 15 franchi a persona, per una media di 80-120 persone a sera. Prudenzialmente la DAPI ha così stimato una media di 100 persone paganti a sera, per 8 serate paganti mensili, per un ammontare complessivo di 12'000 franchi mensili (= fr. 15 x 100 x 8). Nello specifico, alle cifre d’affari summenzionate sono stati aggiunti 84’000 franchi (= fr. 12'000 x 7) per l’anno 2011 e 24’000 franchi (= fr. 12'000 x 2) per l’anno 2012.
L’autorità inferiore ha poi indicato che, per l’anno 2011 la cifra d’affari del
« C._ » da lei presa in considerazione ammonta a
889'871.10 franchi (= fr. 805'871.10 + fr. 84'000), mentre per l’anno 2012 a
231’594 franchi (= fr. 207’594 + fr. 24'000). Da tale cifra d’affari sono poi
stati dedotti (cfr. PVF, punti n. 3.2.2.10 e 3.2.2.11):
 costi di acquisto merci, stimati al 10% dei ricavi ed arrotondati per eccesso, sulla base del rapporto costo acquisto merci / ricavi registrato negli anni precedenti;
 stipendi e costi del personale, affitto e noleggio stimati ed arrotondati per eccesso, sulla base degli importi non contabilizzati negli anni precedenti;
 manutenzione, assicurazioni, energia, tasse e altri costi stimati ed arrotondati per eccesso, sulla base delle pezze contabili rivenute, i cui importi per l’anno 2011 sono trascritti nel file excel « B._ calcolo costi 2011 »;
 costi amministrazione stimati a favore del ricorrente.
In sunto, il calcolo dei ricavi non contabilizzati è il seguente:
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Ricavi 01.06 – 31.12.2011 fr. 889'871.10 Ricavi 01.01 – 28.02.2012 fr. 231'594.00 ./. Costi acquisto merce 2011 fr. 90'000.00 ./. Costi acquisto merce 2012 fr. 25'000.00 ./. Costi del personale 2011 fr. 180'000.00 ./. Costi del personale 2012 fr. 50'000.00 ./. Affitto e noleggi 2011 fr. 65'000.00 ./. Affitto e noleggi 2012 fr. 20'000.00 ./. Manutenzione 2011 fr. 10'000.00 ./. Manutenzione 2012 fr. 2'000.00 ./. Assicurazioni 2011 fr. 1'000.00 ./. Assicurazioni 2012 fr. 0.00 ./. Energia e pulizia 2011 fr. 10'000.00 ./. Energia e pulizia 2012 fr. 2'000.00 ./. Costi amministrazione 2011 fr. 10'000.00 ./. Costi amministrazione 2012 fr. 2'000.00 ./. Tasse 2011 fr. 1'000.00 ./. Tasse 2012 fr. 0.00 ./. Altri costi 2011 fr. 20'000.00 ./. Altri costi 2012 fr. 4'000.00
Totale ricavi non contabilizzati fr. 629'465.10
Per finire, l’autorità inferiore ha precisato che benché, come indicato, la
ripresa nel PVF del 15 giugno 2015 della DAPI risulti superiore di
3'199.90 franchi (cfr. PVF, punto n. 3.2.3), essa non ritiene necessario
scostarsi da quanto previsto – tra l’altro in favore del ricorrente – nella sua
prima decisione del 29 aprile 2016 (cfr. decisione impugnata, con-
sid. 3.1.1). In tale contesto, l’autorità inferiore ha dunque ritenuto che
durante il periodo fiscale dal 1° giugno 2011 al 28 febbraio 2012 la
B._ avrebbe erogato ai propri azionisti delle prestazioni valutabili in
denaro nella forma di distribuzioni dissimulate di utile per un importo totale
pari a 629'465.10 franchi (cfr. decisione impugnata, considd. 3.1.1 e 3.1.3).
7.3.2
7.3.2.1 Visti gli atti dell’incarto – in particolar modo il PVF del 15 giugno
2015 e i relativi allegati – quanto ritenuto dall’autorità inferiore e dalla DAPI
appare non solo plausibile, ma del tutto convincente, sicché il Tribunale
non può che confermare le loro conclusioni. La ricostruzione delle cifre
d’affari della DAPI ripresa dall’autorità inferiore – così come appena espo-
sta poc’anzi (cfr. consid. 7.3.1 del presente giudizio) – appare infatti qui
convincente, la stessa fondandosi sui documenti giustificativi a disposizio-
ne, le testimonianze delle varie persone ivi impiegate, nonché la contabilità
esistente. All’epoca della decisione impugnata, tutti gli elementi a disposi-
zione dell’autorità inferiore erano tali ch’essa poteva partire dal presup-
posto ch’effettivamente la B._ non aveva contabilizzato nei propri
rendiconti i ricavi provenienti dalla gestione dell’esercizio pubblico nella
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« C._ », detto elemento non essendo di per sé stato contestato
dettagliatamente dal ricorrente a quel preciso momento. A suo tempo, il
ricorrente si era infatti limitato a contestare in maniera generica l’esistenza
dei ricavi non contabilizzati nonché il calcolo alla sua base. Più
precisamente, il ricorrente si era limitato a ritenere la ricostruzione come
approssimativa, censurando che il calcolo del numero di avventori sarebbe
basato unicamente sulle dichiarazioni e che non vi sarebbero prove gli
avventori dovessero pagare l’entrata. Sennonché – come già rilevato dal
Tribunale (cfr. consid. 7.2 del presente giudizio) – viste le lacune nella
contabilità della B._ e l’impossibilità di entrare in possesso di pezze
giustificative inequivocabili, l’autorità inferiore non poteva che procedere
ad una tassazione d’ufficio per stima, come da lei giustamente indicato
(cfr. decisione impugnata, consid. 3.1.2). In assenza di errori manifesti, la
stima effettuata dall’autorità inferiore risulta dunque corretta.
Dinanzi al Tribunale, nel suo ricorso 22 novembre 2017, il ricorrente –
riferendosi invero per errore alla ricostruzione della cifra d’affari delle
società che hanno gestito la « G._ » – contesta nuovamente la
stima dell’autorità inferiore, sollevandone l’arbitrarietà e sottolineando che
l’autorità inferiore non avrebbe indicato in base a quale criteri sono stati
scelti questi parametri (cfr. citato ricorso, pagg. 19 seg.). Sennonché, né
con il suo ricorso, né con i suoi successivi allegati, il ricorrente ha prodotto
documenti o giustificativi a sostegno delle sue allegazioni, rispettivamente
indicato quali elementi sarebbero sbagliati e per quali motivi. In tali
circostanze, come già sottolineato dal Tribunale (cfr. consid. 5.3 del pre-
sente giudizio), si deve dunque considerare che anche in questo caso si
tratta di mere contestazioni di natura generale, non sostanziate da elementi
probatori tali da mettere in dubbio la correttezza della ricostruzione delle
cifre d’affari della DAPI, poi ripresa dall’autorità inferiore. Contrariamente a
quanto ritenuto dal ricorrente, gli elementi su cui si fonda la ricostruzione
delle cifre d’affari della B._ per gli anni 2010 e 2011 – peraltro
effettuata a favore del ricorrente – non risulta arbitraria. Come visto
(cfr. consid. 7.3.1 del presente giudizio), gli elementi su cui essa è fondata,
così come i calcoli alla base della ricostruzione, sono chiari ed esposti in
maniera trasparente dall’autorità inferiore nella decisione impugnata
(cfr. citata decisione, consid. 3.1.1): per ogni elemento considerato nella
ricostruzione, l’autorità ha indicato il documento su cui essa si è fondata,
rinviando altresì per i dettagli al PVF del 15 giugno 2015 della DAPI
(cfr. PVF, punti n. 3.2.1 segg.).
7.3.2.2 In tale frangente, in assenza altresì di errori manifesti, il Tribunale
non intravvede alcun valido motivo per attardarsi ulteriormente al riguardo
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e procedere ad un esame più approfondito della predetta ricostruzione
delle prestazioni valutabili in denaro erogate dalla B._, rispet-
tivamente per discostarsene (cfr. consid. 6.5.2 del presente giudizio). Si
deve pertanto concludere che è a giusta ragione che l’autorità inferiore – e
prima di lei, la DAPI – ha ritenuto la sussistenza di cifre d’affari conseguite
e non contabilizzate dalla B._ nel periodo fiscale dal 1° giugno 2011
al 28 febbraio 2012, per un importo pari a 629'465.10 franchi.
7.4 Da ultimo, il Tribunale deve ora verificare l’attribuzione delle prestazioni
valutabili in denaro ai relativi beneficiari operata dall’autorità inferiore. Più
concretamente, si tratta di stabilire se l’autorità inferiore – e prima di lei, la
DAPI – poteva attribuire al ricorrente il 78% delle prestazioni valutabili in
denaro in oggetto e il restante 22% al signor F._.
7.4.1
7.4.1.1 Al riguardo, nella decisione impugnata, l’autorità inferiore ha indica-
to di non essere stata in grado di determinare esattamente quanto avreb-
bero incassato il ricorrente e il signor F._, da lei ritenuti beneficiari
delle prestazioni valutabili in denaro in oggetto, nella loro qualità di azionisti
dalle B._ e delle altre società interessate. Per tale motivo, essa
indica di essersi fondata su una ricostruzione dell’azionariato per stabilire
in che misura ciascuno di essi avrebbe beneficiato dell’indebito profitto,
ossia dei ricavi non contabilizzati dalle varie società interessate, così come
determinata dalla DAPI durante la sua inchiesta, basandosi sulle azioni
ritrovate e le dichiarazioni dei testi. A mente dell’autorità inferiore, questa
sarebbe infatti l’indicazione più probante per determinare in che misura il
ricorrente sia assoggettato al pagamento posticipato dell’imposta
preventiva ex art. 12 cpv. 2 DPA (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.3).
7.4.1.2 Più concretamente, tenuto conto del medesimo « modus operan-
di » adottato dalle varie società anonime che si sono succedute nella
gestione del « C._ » e della « G._ » tra il 2005 e il 2012, la
DAPI ha attribuito una quota del 22% al signor F._ e una quota del
78% al ricorrente, per tutte le società coinvolte e dunque anche B._.
Questo dato si baserebbe in particolare sulle seguenti constatazioni. In
data 8 marzo 2012 e 13 aprile 2012, la DAPI avrebbe constatato
l’esistenza di 22 azioni detenute dal signor F._ per le società
T._, AA._, W._, S._ (azioni sequestrate a
casa sua) e U._ (azioni ritrovate in una cassetta di sicurezza di sua
appartenenza (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.3). L’8 marzo 2012 e
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Pagina 40
il 20 marzo 2013 il signor H._ avrebbe dichiarato di essere solo
l’amministratore unico di paglia di varie società, tra cui DD._,
EE._, forse U._, V._, W._, FF._,
Q._ SA, R._ e S._. Egli avrebbe allestito la
contabilità e compilato le dichiarazioni fiscali di tali società a seguito di
mandati conferitegli dal ricorrente e il signor F._, nonché registrato
la contabilità in base ai giustificativi portatigli di regola dal signor
F._. Il signor H._ ha pure dichiarato che il ricorrente avrebbe
preso una parte delle azioni al portatore per garantirsi l’affitto delle società
mentre il signor F._ l’altra parte per garantirsi lo stipendio. In tali
occasioni e soprattutto il 27 giugno 2013, il signor H._ avrebbe
altresì dichiarato che per ogni società coinvolta, 22 azioni sarebbero state
detenute dal signor F._ a titolo di garanzia dello stipendio, mentre
le restanti 78 azioni dal ricorrente a titolo di garanzia del pagamento
dell’affitto. Qualcuna sarebbe stata presa da lui e qualcuna conservata
nell’incarto della società presso la fiduciaria. Dopo l’avvio dell’inchiesta, il
signor D._ avrebbe ritirato le azioni. Egli ha pure indicato che
« comunque le azioni era di A._ », salvo poi correggersi che non
sapeva se le azioni erano del ricorrente, ma che comunque erano da lui
detenute a garanzia dell’affitto. Il signor H._ ha pure precisato che
il ruolo del signor D._ sarebbe stato solo quello di costituire le
società e di occuparsi di consulenza e gestione esterna. Tale ripartizione
avrebbe trovato poi conferma nelle analisi patrimoniali del signor
F._ e del ricorrente svolte dalla DAPI in rapporto ai redditi da loro
conseguiti (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.3).
In tale contesto, l’autorità inferiore ha poi sottolineato che dall’inchiesta
condotta dalla DAPI relativa alle attività della « G._ », sarebbe
emerso che le azioni delle varie società coinvolte detenute dal signor
D._ non avrebbero mai realmente appartenuto a quest’ultimo,
bensì al ricorrente e al signor F._. Di fatto, il signor D._
avrebbe funto unicamente da presta nome a beneficio del ricorrente e del
signor F._ che non desideravano essere ricollegati alle loro società.
Egli, dietro compenso, avrebbe costituito delle società (all’epoca 30-40
società), delle quali spesso sarebbe risultato essere l’amministratore unico
o azionista di facciata. Tuttavia, il signor D._ non avrebbe avuto
nessun vero ruolo nella gestione della società, né tantomeno nella
decisione dell’impiego degli utili correnti. Tale evenienza sarebbe stata
confermata dal signor H._ (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.3).
Visto quanto precede, tenuto conto altresì della ricostruzione del patrimo-
nio del ricorrente di cui al « classificatore I._ » confermante la
A-6694/2017
Pagina 41
plausibilità di detta proporzione, l’autorità inferiore ha dunque deciso di
prendere in considerazione la proporzione 78%-22% e di attribuire al
ricorrente il 78% delle prestazioni valutabili in denaro e la parte restante
22% al signor F._ (cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.3).
7.4.2
7.4.2.1 In proposito, il Tribunale è di avviso che gli elementi evocati
dall’autorità inferiore (cfr. consid. 7.4.1 del presente giudizio) per ripartire
le prestazioni valutabili in denaro tra il ricorrente e il signor F._, in
base alla proporzione 78%-22% risultante dalla ricostruzione della
composizione dell’azionariato delle varie società interessate, siano
plausibili e sensati. In assenza di altri elementi, il Tribunale è infatti di avviso
che l’autorità inferiore – e la DAPI prima di lei – era legittimata a fondarsi
sull’ipotetica composizione dell’azionariato delle varie società, per stabilire
in che proporzione il ricorrente e il signor F._ abbiano percepito
dette prestazioni.
Più nel dettaglio, il Tribunale osserva come dall’incarto risulti che il capitale
azionario delle varie società era suddiviso in azioni al portatore. In tale
contesto, appare ovvio come l’identificazione degli azionisti risulti alquanto
difficoltosa, se non addirittura impossibile, dette azioni – per definizione –
non essendo nominali. Ora come visto (cfr. consid. 7.4.1 del presente giu-
dizio), per la ricostruzione, la DAPI si è basata sul ritrovamento di 22 azioni
di varie società presso l’abitazione del signor F._ e in una cassetta
di sicurezza, nonché sulle dichiarazioni del signor H._ secondo cui
il signor F._ avrebbe detenuto dette 22 azioni a titolo di garanzia
dello stipendio e il ricorrente le restanti 78 azioni a titolo di garanzia
dell’affitto. Tenuto conto del ruolo di « uomo di paglia » dei vari
amministratori unici, nonché della posizione particolare del ricorrente e del
signor F._ nella gestione del « C._ » e della « G._ »,
il Tribunale è di avviso che, in assenza di altri elementi circa il numero
esatto di azioni detenute dalle persone interessate, la DAPI e l’autorità
inferiore potevano partire dal presupposto ch’effettivamente il 22% era
detenuto dal signor F._ e il restante 78% dal ricorrente (cfr. PVF,
punti n. 4.4.10 e n. 4.7). Ebbene, al di là della questione a sapere se il
ricorrente poteva o meno essere considerato quale azionista della
B._ e delle altre società, non si può negare che tutti gli elementi
dell’incarto potevano fare comunque presumere che il ricorrente e il
F._ fossero persone vicine alle varie società (cfr. consid. 7.1 del
presente giudizio). Come detto (cfr. consid. 6.4.2 del presente giudizio), ciò
è sufficiente per ritenere gli stessi come beneficiari delle prestazioni
valutabili in denaro in oggetto. Che l’autorità inferiore – e prima di lei, la
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Pagina 42
DAPI – si sia fondata su tale ripartizione per determinare in che misura
avrebbero beneficiato delle prestazioni valutabili in denaro non è di per sé
scioccante. In questa prima fase del suo esame, il Tribunale giunge dunque
alla conclusione che l’autorità inferiore poteva partire dal presupposto che
il signor F._ e il ricorrente fossero i beneficiari delle prestazioni non
contabilizzate dalle varie società, nella proporzione 22% / 78%.
7.5 In definitiva, visto quanto precede, il Tribunale è di avviso che sia a
giusto titolo che l’autorità inferiore – e prima di lei, la DAPI – ha ritenuto nel
caso della B._ la sussistenza di prestazioni valutabili in denaro nella
forma di distribuzioni dissimulate di utile al ricorrente, in ragione del 78%,
soggette all’imposta preventiva ai sensi l’art. 4 cpv. 1 lett. b LIP in
combinato disposto con l’art. 20 cpv. 1 OIPrev.
8.
Ciò constatato, si tratta ora per il Tribunale di esaminare in dettaglio se
sulla base di tutte le censure e gli elementi probatori presentati dal ricor-
rente in questa sede, lo stesso è riuscito a produrre la controprova infician-
te l’analisi dell’autorità inferiore e della DAPI (cfr. consid. 6.4.2 del presente
giudizio). Al riguardo, è qui doveroso ribadire che benché le riprese fiscali
siano qui recisamente contestate dal ricorrente, lo stesso – per i dieci
incarti paralleli che lo concernono – si è tuttavia limitato a censurare la base
imponibile all’imposta preventiva nonché la sua ricostruzione, solo in ma-
niera generale, ovvero senza indicare per quali motivi essa non sarebbe
corretta (cfr. considd. 5.3 e 7.3.2 del presente giudizio). Certo, il ricorrente
contesta in dettaglio i calcoli contabili proposti dall’amministrazione fiscale
segnatamente nel « classificatore I._ ». Tuttavia, come lo si vedrà
nell’ambito dell’esame di dette censure (cfr. considd. 10.1.1 e 10.1.3 del
presente giudizio), questa perizia non è stata direttamente utilizzata per
determinare la base imponibile, ovvero la base imponibile nel contesto
della tassazione d’ufficio. Questi elementi del « classificatore I._ »
sono serviti anzitutto a rendere plausibile l’imposizione e a dimostrare che
il ricorrente deve aver beneficiato delle prestazioni da parte delle varie
società coinvolte – tra cui la B._. Di fatto, il ricorrente contesta
dettagliatamente solo la sua qualità di azionista occulto e/o di organo di
fatto della B._ e delle altre nove società che si sono susseguite
nella gestione della « G._ » e del « C._ », negando di aver
percepito gli asseriti ricavi che dette società avrebbero omesso di
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Pagina 43
contabilizzare. Egli non avrebbe mai occupato e/o ricoperto, direttamente
o indirettamente, alcun ruolo in seno a dette società. In tali circostanze, per
il Tribunale si tratta dunque di verificare unicamente se il ricorrente è
riuscito a dimostrare di non poter essere considerato in alcun modo quale
persona vicina o azionista della B._, rispettivamente quale
beneficiario delle prestazioni imponibili da lei erogate.
In estrema sintesi, a comprova della sua posizione, in sede ricorsuale il
ricorrente ha sottolineato che le dichiarazioni dei vari imputati, testimoni e
persone informate sui fatti agli atti, nonché le dichiarazioni giurate da lui
prodotte con ricorso dei signori O._ e N._ (cfr. doc. E), come
pure la sentenza della Corte di appello e di revisione penale ticinese del
29 novembre 2012 (cfr. doc. D), il contratto fiduciario/ di cessione delle
azioni della Q._ SA (cfr. doc. F prodotto con replica nell’inc. A-
6691/2017) e il contratto fiduciario/di cessione delle azioni della U._
(cfr. doc. E prodotto con ricorso nell’inc. A-6685/2017), smentirebbero
quanto ritenuto dalla DAPI e dall’autorità inferiore, poggiatosi su una parte
delle dichiarazioni dei signori H._ e O._, di cui contesta la
valenza probatoria. Gli azionisti diretti e indiretti della B._ sarebbe
altre persone. Di fatto, dette autorità avrebbero mal interpretato le
testimonianze agli atti. Dagli anni 2000, il ricorrente avrebbe gestito
unicamente gli immobili detenuti dalle sue società, incassando i proventi
delle locazioni degli stabili e occupandosi altresì della loro compravendita.
In particolare, dalle varie società qui interessate nell’attività di gestione
della « G._ » e del « C._ » egli avrebbe ricevuto unicamente
prestazioni a carattere puramente commerciale, e meglio il corrispettivo per
la locazione dello stabile di sua proprietà, ove aveva luogo detta attività
(affitto/pigione).Tale evenienza troverebbe conferma altresì in due diverse
perizie fiscali: il parere M._ (cfr. doc. I prodotto con replica
nell’inc. A-6686/2017) e la perizia L._ (cfr. doc. L prodotto con
replica nell’inc. A-6686/2017). Più concretamente, a mente del ricorrente,
il parere M._ inficerebbe la ricostruzione degli investimenti
immobiliari effettuata dalla DAPI nel cosiddetto « Rapporto A._ »,
secondo cui il ricorrente avrebbe investito almeno 3'500'000 franchi in
immobili di sua spettanza, dimostrando che gli averi presenti sui suoi conti
deriverebbero unicamente dalla locazione degli immobili di sua proprietà,
nonché dalla sua attività di compravendita immobiliare (cfr. ricorso
22 novembre 2017, pag. 6 segg.). Quanto a lei, la perizia L._
smentirebbe invece la ricostruzione patrimoniale del ricorrente effettuata
dalla DAPI nel cosiddetto « classificatore I._ » (cfr. replica 30 luglio
2018, pagg. 8 segg.). Ad ulteriore comprova di quanto precede, il ricorrente
ha postulato a più riprese l’allestimento da parte del Tribunale di una perizia
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Pagina 44
fiscale e l’audizione di vari testi ([nome dei testi], ecc.; cfr. ricorso
22 novembre 2017, pagg. 22 segg.; replica 30 luglio 2018, pag. 16; scritto
16 agosto 2018; triplica 12 dicembre 2018, pag. 25).
In tale contesto, per il Tribunale si tratta concretamente di esaminare se il
ricorrente è riuscito ad inficiare le prove testimoniali (cfr. consid. 9 del
presente giudizio) e le perizie contabili (cfr. consid. 10 del presente
giudizio) su cui l’autorità inferiore – e prima di lei, la DAPI – si è fondata.
9.
In merito alle censure sollevate dal ricorrente in rapporto alle prove
testimoniali, qui riprese in dettaglio, il Tribunale osserva quanto segue.
9.1 Innanzitutto, circa le censure relative alla validità di determinate
dichiarazioni di teste – in particolar modo quelle del signor O._
dell’8 marzo 2012 e tutte quelle del signor H._, che avrebbe
rilasciato delle false dichiarazioni – nonché del PVF del 15 giugno 2015 il
Tribunale ribadisce come tali censure siano qui irricevibili (cfr. per i dettagli,
consid. 3.2.2 del presente giudizio), sicché non vi è luogo di entrare in
merito al riguardo. Ciò sancito, il Tribunale non può però fare a meno di
osservare come il ricorrente non sia coerente e lineare nella sua argomen-
tazione: se da un lato egli contesta la validità delle dichiarazioni del signor
H._, sottolineando che quest’ultimo sarebbe inaffidabile poiché
avrebbe mentito a più riprese, d’altro lato si appoggia anch’esso alle sue
dichiarazioni per quanto a lui favorevoli. Analogo discorso vale per il PVF,
da lui richiamato a sostegno della sua tesi, ma nel contempo contestato su
altri punti. Ora, l’argomentazione frammentaria e a tratti contradditoria del
ricorrente, non giova a quest’ultimo, poiché rende poco credibili le sue
asserzioni, oltre a complicare la comprensione della sua argomentazione.
9.2 Riguardo invece alla censura secondo cui l’autorità inferiore avrebbe
erroneamente apprezzato e interpretato le dichiarazioni dei vari testi, il
Tribunale osserva quanto segue.
9.2.1 Di fatto, il ricorrente sostiene che, contrariamente a quanto asserito
dall’autorità inferiore, nessuno dei testi avrebbe mai asserito ch’egli fosse
azionista delle società interessate e tantomeno ch’egli avrebbe incassato i
ricavi di dette società. Egli indica poi che dai verbali d’interrogatorio dei
signori D._, H._, GG._ e O._, nonché in
particolar modo dalla sentenza della Corte di appello e di revisione penale
ticinese del 29 novembre 2012 e dai documenti da esso prodotti,
risulterebbe invero che gli azionisti diretti e indiretti sarebbero state altre
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Pagina 45
persone. A suo avviso, sarebbe in ogni caso a torto che l’autorità inferiore
si sarebbe fondata unicamente sulle prime dichiarazioni rilasciate nel 2012
dai vari testi, senza tenere conto di quelle successive che avrebbero
rettificato e precisato le prime, provando che il ricorrente non può essere
considerato in alcun modo quale azionista e organo di fatto delle varie
società, rispettivamente quale beneficiario dei ricavi conseguiti dalle varie
società (cfr. ricorso 22 novembre 2017, pagg. 4-5 e 22; replica 30 luglio
2018, pagg. 5-8; triplica 12 dicembre 2018, pagg. 2, 6 e 23 seg.).
9.2.2 In proposito, il Tribunale osserva come l’autorità inferiore si sia
effettivamente fondata sulle prime dichiarazioni rilasciate l’8 marzo 2012
da una serie di persone coinvolte nella vicenda e tutte collegate in qualche
modo alle società interessate, tutte concordanti tra di loro (cfr. decisione
impugnata, consid. 6.3.2.3). Dette prime dichiarazioni – tenuto conto delle
altre risultanze dell’incarto – hanno permesso di ritenere la sussistenza di
indizi lascianti pensare ch’effettivamente il ricorrente e il signor F._
erano coloro che gestivano le due attività di affittacamere e di bar per il
tramite delle società: il ricorrente lo stabile ove aveva luogo la prostituzione
e l’adescamento dei clienti, il signor F._ il personale attivo in detto
stabile. Alcuni di loro, hanno peraltro indicato di presumere che gli azionisti
fossero il ricorrente e il signor F._ (cfr. PVI O._ dell’8 marzo
2012, pag. 3; PVI D._ dell’8 marzo 2012, pagg. 4 e 6; PVI
H._ dell’8 marzo 2012, pag. 4), rispettivamente ch’essi
incassavano i ricavi (cfr. PVI P._ dell’8 marzo 2012, pag. 3). Un
teste, ha persino indicato di ritenere il ricorrente quale persona di
riferimento (cfr. PVI HH._ dell’8 febbraio 2013, pag. 3). Ora, le
dichiarazioni dei testi che hanno portato l’autorità inferiore a ritenere il
ricorrente quale beneficiario delle prestazioni valutabili in denaro e
azionista – rispettivamente persona vicina – alle varie società sono da lei
state esposte in maniera trasparente nella sua decisione impugnata. Esse
sono peraltro state riprese dal Tribunale al consid. 7.1.1.3 del presente
giudizio, a cui si rimandano le parti per i dettagli.
Ciò posto, s’effettivamente, come già accennato dal Tribunale (cfr. con-
sidd. 7.1.3 del presente giudizio), non vi è agli atti alcuna prova diretta che
il ricorrente fosse azionista delle predette società, ciò non esclude tuttavia
che – sulla base degli elementi a sua disposizione – l’autorità inferiore
potesse qualificarlo perlomeno di persona vicina e di beneficiario delle pre-
stazioni valutabili in denaro. Può darsi che formalmente gli azionisti e
amministratori di fatto fossero altre persone, tuttavia ciò non esclude che il
beneficiario delle prestazioni valutabili in denaro possa essere invero una
persona vicina alle società. Ad esempio, nel caso della U._,
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Pagina 46
l’autorità inferiore aveva motivo di ritenere che il signor D._,
detentore delle azioni di detta società, fosse un « prestanome »
(cfr. decisione impugnata, consid. 6.3.3; consid. 7.4.1.2 del presente
giudizio), ciò a prescindere da quanto risultante dal doc. E prodotto con
ricorso dal ricorrente nell’inc. A-6685/2017 – la cui attendibilità non è però
chiara, vista l’assenza delle firme dei diretti interessati – circa i possessori
delle azioni al portatore. Analogo discorso vale per quanto concerne il
doc. F prodotto con replica dal ricorrente nell’inc. A-6691/2017, sulla base
del quale quest’ultimo ritiene che le azioni della Q._ SA sarebbero
relegabili ai signori H._ e F._. In tale contesto, che la
sentenza della Corte di appello e di revisione penale ticinese del
29 novembre 2012 citata dal ricorrente (cfr. doc. D del ricorrente) designi o
meno quali azionisti o organi di fatto delle società che hanno gestito la
« G._ » e il « C._ » i signori P._, O._ e
H._, non inficia la validità dell’analisi della DAPI e dell’autorità
inferiore nell’ambito dell’imposta preventiva. Da un lato, come indicato
dall’autorità inferiore, detta decisione è il frutto di un’indagine penale meno
approfondita e non avente nulla a che fare con le riprese fiscali in oggetto
e dunque con l’imposta preventiva, la stessa essendo diretta verso il signor
O._. D’altra parte, lo si ricorda ancora, nell’ambito delle prestazioni
valutabili in denaro in materia d’imposta preventiva, il beneficiario può
essere non solo un amministratore di fatto o un azionista di fatto, ma anche
una persona vicina (cfr. consid. 6.2.3 del presente giudizio). Che le
conclusioni della DAPI e l’autorità inferiore non collimino con quelle della
Corte cantonale non ha dunque nulla di sorprendente.
9.2.3 Ciò sancito, da un’analisi delle dichiarazioni dei testi successive alle
prime, il Tribunale osserva come alcuni di essi abbiano improvvisamente
cambiato versione, rispettivamente corretto e smentito le loro prime dichia-
razioni a favore del ricorrente, ad esempio indicando di non sapere chi
fossero gli azionisti, rispettivamente che non potevano affermare con
certezza che il ricorrente fosse azionista di dette società. A titolo
esemplificativo, si cita il caso del signor O._ che in un primo
momento ha dichiarato di presumere che erano il signor F._ e il
ricorrente gli azionisti della B._ e delle altre società (cfr. PVI
O._ dell’8 marzo 2012, pagg. 3 e 5):
« [...] Avevo dei dubbi, non sono sorpreso, proprio per questo motivo ho tenuto i documenti. E anche il fatto che loro (preciso F._ e A._) mi chiedevano continuamente di distruggere i documenti. Loro (preciso F._ e A._, presumo sono i due azionisti principali delle società (di tutte le società), ma non ne ho le prove) sono sempre stati al corrente che io ero in possesso dei documenti. Erano F._ e A._ che comandavano e decidevano per le società. Preciso che non so se vi fossero altri azionisti. Io presumo fossero loro gli azionisti perché parlavo sempre con loro. Le decisioni
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di assumere o licenziare personale erano prese da F._ e A._ [...] A._ gli ha chiesto se i documenti relativi alle varie società fossero stati eliminati ed era preoccupato per questo [...]. Non sa se esiste contabilità doppia o in nero. Faceva tutto H._ [...] Presumo F._ e A._, così pure per le altre società, perché erano loro che decidevano e davano gli ordini. Decidevano anche gli stipendi. Ci sono due camerieri che erano lì da una vita e possono confermare quando sto dicendo ([...]) [...] ».
Successivamente, il signor O._ ha poi riconsiderato tale
affermazione a favore del ricorrente (cfr. PVI O._ del 21 febbraio
2013, pagg. 2 e 4):
« [...] Non so chi fossero gli azionisti. Ho parlato con H._ e F._ perché non vi erano mai riunioni e volevo capire cosa capitava, mi dissero gli azionisti non volevano e pertanto diedi le mie dimissioni perché non sapevo cosa succedeva nelle società per le quali ero Amministratore [...] Mi ricordo che portavo le buste contenenti i soldi a F._ nell’ufficio di H._. Se F._ non era in ufficio io consegnavo questa busta a H._. La busta era sigillata. Non capitava mai che in ufficio ci fosse solo A._. Non ho mai dato buste relative all’incasso a A._. Per contro ho consegnato buste di corrispondenza a A._ o buste non contenenti soldi provenienti da H._. H._ sapeva che A._ era spesso allo stabile G._ e quindi era più probabile che lo incontrassi io per consegnargli i documenti [...] ».
Ciò, si è pure verificato nel caso del signor D._ che in un primo
tempo ha indicato, per sentito dire, che gli azionisti fossero il ricorrente e il
signor F._ (cfr. PVI D._ dell’8 marzo 2012, pagg. 4, 6 e 8;
PVI D._ del 27 giugno 2013, pag. 4), per poi indicare a distanza di
ben due anni di escludere che le azioni da lui ritrovate appartenessero al
ricorrente e al signor F._ (cfr. PVI D._ del 14 novembre
2014, pagg. 2 seg.)
Sennonché, a mente del Tribunale, non si può escludere che queste suc-
cessive dichiarazioni – come quelle degli altri testi – siano state potenzial-
mente « inquinate » in qualche modo dal contatto intercorso tra le varie
persone coinvolte, vista la loro vicinanza al ricorrente e al signor
F._. Del resto, detto rischio di collisione è già stato sollevato
dall’autorità inferiore dinanzi al Tribunale penale federale, il quale si era
all’epoca chinato sulle censure sollevate dal ricorrente in merito alla
valenza probatoria delle testimonianze e alle richieste di complementi
istruttori da lui sollevati (cfr. decisione del TPF BV.2014.49 del
30 settembre 2014 consid. 3.2):
« [...] gran parte delle persone interrogate [...] si sono rilevate dei “prestanomi” con problemi personali o finanziari, tanto da essere facilmente influenzabili e spinti ad effettuare dichiarazioni inveritiere, come emerso dal confronto delle dichiarazioni rese in presenza e in assenza del [ricorrente] [...] ».
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In tale frangente, che l’autorità inferiore si sia fondata in primis sulle prime
dichiarazioni dell’8 marzo 2012 non ha nulla di sorprendente e appare qui
giustificato. Il Tribunale ritiene dunque che sia a giusta ragione che l’auto-
rità inferiore e la DAPI non hanno sempre tenuto conto delle successive
dichiarazioni laddove in completa contraddizione con le prime.
9.3 Per quanto attiene poi alle dichiarazioni giurate dei signori O._
e N._ prodotte in sede ricorsuale dal ricorrente (cfr. doc. E del ricor-
rente), il Tribunale non può che constatare come le stesse siano qui prive
di valenza probatoria. Oltre al fatto che si tratta di dichiarazioni potenzial-
mente « inquinate » dal legame di vicinanza con il ricorrente, non vi è infatti
chi non veda come le stesse rilasciate a ben più di 5 anni di distanza dalle
prime, possano difficilmente essere prese in considerazione. Peraltro, le
stesse avrebbero potuto essere già rilasciate al momento dei primi interro-
gatori avvenuti nel 2012. Che i due testi precisino ora delle circostanze di
fatto a favore del ricorrente, non gli è qui di alcun soccorso.
9.4 Quanto alle richieste di audizione di ulteriori testimoni a comprova del
fatto ch’egli non sarebbe azionista delle società, rispettivamente ch’egli
non avrebbe percepito le prestazioni valutabili in denaro (cfr. ricorso 22 no-
vembre 2017, pagg. 22 segg.; replica 30 luglio 2018, pag. 16; scritto
16 agosto 2018, triplica 12 dicembre 2018, pag. 25), il Tribunale non ritiene
che vi siano gli estremi per assumere detti ulteriori mezzi probatori. Non si
vede infatti come le persone citate dal ricorrente potrebbero apportare
nuovi elementi probatori a suo favore, a distanza di ben oltre 8 anni dall’a-
pertura dell’inchiesta penale amministrativa. Detti testi avrebbero semmai
dovuto essere sentiti nell’ambito dell’inchiesta penale amministrativa
dinanzi alla DAPI. Non si tratta infatti di nuovi mezzi probatori scoperti
successivamente dal ricorrente, bensì di potenziali testi a lui già ben noti.
In ogni caso, quand’anche detti testi dovessero deporre a favore del
ricorrente, difficilmente potrebbero apparire credibili. Come ben sottoli-
neato dall’autorità inferiore dinanzi Tribunale penale federale (cfr. con-
sid. 9.2.3 del presente giudizio), il rischio concreto di collisione è alto. Per
tale motivo, anche applicando l’apprezzamento anticipato delle prove
(cfr. circa l’apprezzamento anticipato delle prove, [tra le tante] sentenza del
TAF A-3056/2015 del 22 dicembre 2016 consid. 3.1.4 con rinvii), la
richiesta del ricorrente va qui respinta.
9.5 Visto quanto precede, il Tribunale ritiene che il ricorrente non è stato in
grado di inficiare la validità delle prove testimoniali e degli elementi presi in
considerazione dalla DAPI e dall’autorità inferiore per ritenerlo quale
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persona vicina alla B._ e alle altre società. Su questo punto, il
ricorso del ricorrente va pertanto respinto.
10.
[cfr. sentenza del TAF A-6685/2017 del 12 maggio 2021 consid. 10, avente
lo stesso contenuto].
11.
Visto tutto quanto suesposto, il Tribunale giunge dunque alla conclusione
che sulla base di tutti gli elementi agli atti – segnatamente, delle testimo-
nianze (cfr. consid. 9 del presente giudizio) e della ricostruzione del patri-
monio del ricorrente di cui al « classificatore I._ » (cfr. consid. 10
del presente giudizio) – l’autorità inferiore (e prima di lei, la DAPI) poteva
considerare il ricorrente quale beneficiario delle prestazioni imponibili in
oggetto, e meglio delle prestazioni valutabili in denaro erogate dalla
B._ nel periodo fiscale dal 1° giugno 2011 al 28 febbraio 2012, così
come ricostruite da detta autorità (cfr. consid. 7.3.1 del presente giudizio).
Il ricorrente non è infatti riuscito ad apportare la controprova di quanto
sostenuto dall’autorità inferiore, sicché su questo punto il suo ricorso va
pertanto respinto.
12.
Ciò sancito, da ultimo, rimane da esaminare se quanto asserito dal
ricorrente è tale da far ritenere che è a torto che l’autorità inferiore ha
attribuito al ricorrente il 78% delle prestazioni valutabili in denaro della
B._.
12.1 In concreto, il ricorrente critica l’attribuzione del 78% delle prestazioni
valutabili in denaro alla sua persona, da lui ritenuta del tutto arbitraria in
assenza di un qualsiasi documento attestante la ripartizione dell’azio-
nariato decisa dalla DAPI e confermata dall’autorità inferiore, allorquando
egli non ha mai fatto parte delle società qui interessate (cfr. ricorso 22 no-
vembre 2017, pagg. 7, 15, 16 seg. e 19 segg.; replica 30 luglio 2018,
pag. 22; triplica 12 dicembre 2018, pag. 25). A comprova di ciò sottolinea
ad esempio il fatto che il signor F._ sarebbe azionista al 100% della
società Q._ SA, come risultante dal doc. F prodotto con replica
nell’inc. A-6691/2017 (cfr. replica 30 luglio 2018, pag. 6; triplica
12 dicembre 2018, pag. 24). Il ricorrente sottolinea altresì che, per stessa
ammissione dell’autorità inferiore, solo il signor F._ sarebbe stato
trovato in possesso di certificati azionari di azioni al portatore, ovvero di
22 azioni di tutte le società che hanno gestito la « G._ » e il
« C._ ». Le rimanenti 78 azioni non sarebbero mai state ritrovate.
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In ogni caso, il ricorrente indica di non sapere dove esse siano, in quanto
lui non sarebbe mai stato titolare di tali azioni, come del resto dichiarato
anche dal signor H._ nel PVI dell’11 dicembre 2014 (cfr. ricorso
22 novembre 2017, pagg. 21 segg.)
12.2 Sennonché non vi è nulla di arbitrario in detta attribuzione, tant’è che
le allegazioni del ricorrente non permettono di inficiarla. Più nel dettaglio, il
Tribunale ribadisce che per stabilire la ripartizione 78%/22% delle presta-
zioni valutabili in denaro, l’autorità inferiore si è fondata sugli elementi pro-
batori a sua disposizione, in particolar modo sulla ricostruzione della DAPI.
Nello specifico, la DAPI si è fondata sull’ipotetica ricostruzione dell’aziona-
riato delle società in base ai ritrovamenti delle azioni al portatore presso il
signor F._ per una quota del 22%, nonché alle dichiarazioni di alcuni
testimoni (cfr. consid. 7.4.1.2 del presente giudizio, per i dettagli). Tale
valutazione – tenuto altresì conto della difficoltà legata alla presenza di
azioni al portatore, il cui il suo legittimo titolare risulta difficile se non addirit-
tura impossibile da determinare con certezza – appare qui sensata e
plausibile. Che la DAPI si sia fondata su un’ipotetica ripartizione dell’azio-
nariato per determinare le quote di spettanza del ricorrente e del signor
F._ appare qui adeguato, ciò a prescindere dalla questione a
sapere chi siano gli azionisti delle società interessate. Poco importa
dunque la questione a sapere se nel caso della società Q._ SA il
signor F._ fosse o meno azionista al 100%, come sostenuto dal
ricorrente. Analogo discorso vale per quanto concerne l’asserzione
secondo cui solo il signor F._ sarebbe stato ritrovato in possesso di
22 azioni delle varie società. In effetti, il fatto che il ricorrente possa essere
considerato o meno azionista delle predette società non ha alcuna
importanza, dal momento che – come già rilevato in precedenza
(cfr. consid. 7.1.3 del presente giudizio) – lo stesso può in ogni caso essere
considerato quale persona vicina a dette società. Tenuto altresì conto della
ricostruzione del patrimonio del ricorrente effettuata dalla DAPI e poi
ripresa dall’autorità inferiore, esaminata in dettaglio dal Tribunale in questa
sede (cfr. consid. 10 del presente giudizio), tale proporzione appare qui
plausibile. Ne discende che anche questa ricostruzione va qui confermata,
sicché è a giusto titolo che l’autorità inferiore ha attribuito al ricorrente il
78% delle prestazioni imponibili. Anche su questo punto, il ricorso del
ricorrente va dunque respinto.
13.
Ciò sancito, riguardo alla cerchia delle persone tenute al pagamento della
predetta ripresa d’imposta preventiva, qui contestata dal ricorrente, il Tribu-
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nale rileva quanto segue. In presenza di una presunta sottrazione di impo-
sta come nel caso in disamina, ovvero di un’infrazione alla legislazione
amministrativa federale, la riscossione posticipata dell’imposta preventiva
elusa è retta dall’art. 12 DPA (cfr. consid. 6.7.1 del presente giudizio). In
virtù dell’art. 12 cpv. 2 DPA assoggettati al pagamento retroattivo sono
indubbiamente la B._ – che ha omesso di dichiarare le prestazioni
valutabili in denaro – nonché il ricorrente e il signor F._, quali
persone che hanno fruito dell’indebito profitto, ovvero dei ricavi non
contabilizzati da detta società (cfr. art. 10 cpv. 1 LIP in correlazione con
l’art. 14 cpv. 1 LIP e l’art. 12 cpv. 2 DPA; consid. 6.7.2 del presente
giudizio). In tale contesto, non è richiesta una colpa, sicché non vi è motivo
di approfondire ulteriormente tale questione. Poco importa dunque sapere
se al ricorrente possa essere imputata una colpa o meno. Nella misura in
cui, come già rilevato in precedenza, la B._ è stata tuttavia a suo
tempo radiata dal Registro di commercio, nei confronti di quest’ultima una
ripresa fiscale appare chiaramente impossibile. Si deve dunque ritenere
che gli unici rimasti assoggettati al pagamento posticipato dell’imposta
preventiva sono il signor F._ e il ricorrente, così come giustamente
rilevato dall’autorità inferiore.
14.
In definitiva, alla luce dei considerandi che precedono, il Tribunale giunge
alla conclusione che il ricorso del ricorrente, per quanto qui ricevibile
(cfr. consid. 3.2 del presente giudizio), va respinto. Ne consegue che la
decisione impugnata va qui integralmente confermata.
15.
15.1 In considerazione dell’esito della lite, giusta l’art. 63 cpv. 1 PA, le
spese di procedura qui fissate a 8'500 franchi andrebbero di principio poste
a carico del ricorrente qui parte integralmente soccombente (cfr. art. 1
segg. del regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese
ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF,
RS 173.320.2]). Poiché il ricorrente è tuttavia stato posto a beneficio
dell’assistenza giudiziaria con il beneficio del gratuito patrocinio con
decisione incidentale del 13 marzo 2018, in concreto lo stesso è esonerato
dal pagamento delle predette spese giudiziarie (cfr. art. 65 cpv. 1 PA;
sentenza del TAF A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 8.1).
15.2 Vista la sua soccombenza, il ricorrente non ha poi diritto a
un’indennità di spese ripetibili (cfr. art. 64 cpv. 1 PA in combinato disposto
con l’art. 7 cpv. 1 TS-TAF e contrario). Per contro, nella misura in cui, con
decisione incidentale del 13 marzo 2018, l’avv. Francesco Barletta è stato
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designato quale avvocato d’ufficio del ricorrente, allo stesso va concessa
un’indennità di gratuito patrocinio, a carico della cassa del Tribunale
(cfr. art. 65 cpv. 2 PA in combinato disposto con l’art. 8 segg. TS-TAF;
sentenze del TAF A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 8.2; A-
6903/2015 del 25 aprile 2016 consid. 10; A-5172/2014 dell’8 gennaio 2015
consid. 14.2; A-3403/2013 del 17 novembre 2014 consid. 5.3)
Nel caso concreto, l’avv. Francesco Barletta ha presentato una nota
particolareggiata delle spese complessiva per le dieci cause parallele in
data 29 ottobre 2019. In tale contesto, va dunque tenuto conto di quanto
indicato dall’avvocato, considerando altresì che si tratta di dieci cause
parallele (cfr. art. 14 cpv. 1 TS-TAF, in merito alla determinazione delle
spese ripetibili). In virtù dell’art. 12 TS-TAF, in combinato disposto con
l’art. 8 cpv. 2 TS-TAF e l’art. 10 cpv. 1 TS-TAF, l’indennità di gratuito
patrocinio (così come nel caso dell’indennità a titolo di spese ripetibili) non
deve coprire ogni spesa, bensì unicamente le spese necessarie (cfr. sen-
tenze del TAF A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 8.2; A-6903/2015 del
25 aprile 2016 consid. 10; A-5172/2014 dell’8 gennaio 2015 consid. 13.5).
Ne consegue che occorre qui valutare se la richiesta dell’avvocato appare
qui adeguata. Ora l’importo complessivo di 44'042.50 franchi (IVA non
inclusa) richiesto dall’avvocato per le dieci cause parallele a titolo di
onorario, di spese e di esborsi – tenuto conto dell’insieme delle circostanze
della fattispecie, della complessità della vertenza, del lavoro effettivo e
necessario svolto in qualità d’avvocato d’ufficio – appare qui adeguato. Ne
discende che per le dieci cause parallele va concessa all’avvocato un’in-
dennità di gratuito patrocinio pari all’importo da lui richiesto che, incluso il
supplemento IVA ai sensi dell’art. 9 cpv. 1 lett. c TS-TAF, comporta un
importo complessivo di 47'473 franchi, da ripartire in maniera in propor-
zionata sulle dei dieci cause parallele. Per quanto concerne la presente
causa, si giustifica dunque la concessione a quest’ultimo di un’indennità di
gratuito patrocinio pari a 4'747.30 franchi.
Al riguardo, il ricorrente è reso attenti al fatto che, giusta l’art. 65 cpv. 4 PA,
qualora esso dovesse ritornare a miglior fortuna, lo stesso sarà tenuto a
rimborsare al Tribunale la predetta indennità versata al suo avvocato
d’ufficio (cfr. sentenze del TAF A-458/2017 del 23 agosto 2018 consid. 8.2;
F-1472/2016 dell’8 dicembre 2017 considd. 9.5 e 9.7; A-6903/2015 del
25 aprile 2016 consid. 10).
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