Decision ID: 1080832f-9d49-589f-b687-7e9e2075f708
Year: 2004
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_006
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto:
A.
Con istanza 18 dicembre 2001 diretta contro AO 1, Malta-_ (in seguito AO 1), AP 1., GB-_ (in seguito AP 1), ha chiesto al Pretore _, a concorrenza di fr. 6'091'785.-- (pari a US$ 3'735'000 al tasso di cambio del 17 febbraio 2001), il sequestro ai sensi dell’art. 271 cpv. 1 n. 4 LEF di "ogni avere patrimoniale di qualsiasi natura depositato al nome e/o per conto di AO 1 presso il _ in Lugano, ed in particolare ogni avere patrimoniale depositato presso il conto n. _ intestato a AO 1 ".
In sostanza, l'istante ha esposto di avere, il 15 novembre 1991, firmato con AO 1, per la durata di 4 anni, un contratto di noleggio di un'imbarcazione di lavoro denominata "_". Mentre il costo del noleggio dovuto da AP 1 era stato determinato durante le trattative in US$ 2'500 al giorno, esso fu aumentato a US$ 7'500 al giorno nel testo finale del contratto. La sequestrante pagò le rate riferite al periodo dal 27 novembre 1991 a fine 1993, per un importo complessivo di US$ 5'675'000, sul conto oggetto del sequestro. Da procedimenti penali condotti dalla Procura della Repubblica di Milano nel corso del 1992 e del 1993 contro dirigenti di AP 1 nonché contro terzi, emerse poi che AO 1 trattenne per sé soltanto US$ 2'500 al giorno, mentre la rimanenza di US$ 5'000, per un importo complessivo di US$ 3'735'000 pari alla somma pretesa dalla sequestrante, fu periodicamente riversata su due conti presso una banca di Ginevra e un'altra di Vaduz, per poi pervenire a terze persone che ne disposero nell'interesse proprio o di altri.
L'istante ha rimproverato agli organi di AO 1 di aver concorso intenzionalmente al perfezionamento di siffatta illecita operazione ai danni di AP 1. Ha pertanto vantato un credito pari a US$ 3'735'000 a causa d'inadempienza contrattuale, rispettivamente di atto illecito, allegando che lo stesso non fosse ancora prescritto, valendo la prescrizione penale più lunga degli art. 148 vCP/146 CP poiché il comportamento della debitrice sarebbe qualificabile come truffa.
B
. Lo stesso giorno, il Pretore _, ha ordinato il sequestro come richiesto, indicando alla voce "causa del sequestro" la dicitura "inadempienza contrattuale, rispettivamente atto illecito".
C.
Il 20 dicembre 2001, AO 1 ha interposto opposizione al sequestro, contestando l'esistenza di qualsiasi credito a favore della sequestrante.
All’udienza di contraddittorio dell'11 marzo 2002, l'opponente ha, in sintesi, evidenziato come i rapporti d'affari tra AO 1 e AP 1 si siano definitivamente chiusi il 30 marzo 1994 a seguito della vendita della nave "_" (già "_") alla sequestrante per US$ 923'000, ad un momento in cui i presunti atti illeciti di cui AP 1 sarebbe rimasta vittima erano integralmente noti a quest'ultima, ciò che risulta dalla corrispondenza tra le parti in vista di tale vendita. Si potrebbe pertanto dedurre che con la compravendita della nave le parti hanno a ragion veduta e definitivamente regolato ogni loro rapporto di dare e avere. D'altronde, agli amministratori o aventi diritto economico di AO 1 non sarebbe mai stato comunicato il nominativo dei beneficiari dei conti sui quali è stata versata l'eccedenza, essendo loro invece lasciato intendere che lo scopo perseguito era quello di costituire fondi occulti, non noti alle autorità fiscali inglesi. Non sussisterebbe quindi alcuna violazione contrattuale, AO 1 avendo regolarmente eseguito il contratto di noleggio e un'eventuale azione per indebito arricchimento o atto illecito sarebbe prescritta, siccome una persona giuridica non può rendersi colpevole di un reato penale. AO 1 comunque non si sarebbe arricchita, avendo riversato l'intera eccedenza. Infine, l'opponente ha rilevato come il sequestro avesse colpito beni di terzi.
D.
Con sentenza 3 febbraio 2004, il Pretore _, ha accolto l’opposizione.
In sostanza, il primo giudice ha considerato che nessuna violazione contrattuale potesse essere addebitata a AO 1, in quanto gli accordi intercorsi tra le parti erano stati ossequiati alla lettera. Inoltre, AP 1, pur in piena cognizione delle irregolarità commesse a suo danno, con il perfezionamento del contratto di vendita della "chiatta" ad un prezzo pari alla differenza tra, da una parte, l'investimento effettuato da AO 1 per il suo acquisto e il suo noleggio alla sequestrante e, dall'altra, i canoni di locazione incassati in cambio, avrebbe inteso chiudere ogni pendenza con l'opponente a dipendenza del contratto di noleggio.
La giudice di prime cure ha d'altronde ritenuto che non si potesse rimproverare all'opponente alcun illecito, poiché la richiesta di maggiorazione dei canoni di noleggio e di riversamento dell'eccedenza su conti di terzi proveniva da organi di AP 1 e non di AO 1, la quale non avrebbe potuto immaginare che si trattasse di una truffa ordita dagli stessi organi della sequestrante a danno di quest'ultima; la tesi della costituzione di fondi occulti non dichiarati alle autorità fiscali inglesi apparirebbe al contrario del tutto plausibile, anche per il fatto che AO 1 non ha tratto alcun beneficio dall'operazione.
Infine, seppur accogliendo l'opposizione siccome la sequestrante non aveva reso verosimile l'esistenza del credito da essa vantato, la giudice ha precisato che gli altri presupposti apparivano realizzati.
E.
Con l’appello, AP 1 ribadisce l'esistenza di una violazione contrattuale per il fatto che il canone giornaliero realmente pattuito per il noleggio della nave sarebbe stato di US$ 2'500 e non di US$ 7'500. Non sarebbe quindi potuto sfuggire a AO 1, cognita del mercato dei noli marittimi, che chi negoziò per AP 1, nell'indicare il nolo maggiorato e i conti sui quali versare l'eccedenza, non agiva affatto nell'interesse di AP 1, interesse che non poteva certo essere quello di pagare oltre all'effettivo nolo per l'imbarcazione, ben US$ 5'000 al giorno senza alcuna controprestazione. Visto il carattere tutt'altro che usuale dell'operazione, l'aver accettato di porla in esecuzione senza indugi né richieste di spiegazioni, configurerebbe un atto di complicità attiva – o comunque un dolo eventuale – nella truffa perpetrata a danno di AP 1. Lo scopo illecito sotteso al contratto di noleggio ne determinerebbe la nullità parziale, limitatamente alla parte riferita al nolo maggiorato di US$ 5000 al giorno. Ne risulterebbe un obbligo di restituzione a carico di AO 1, indipendentemente da un suo attuale arricchimento. In diritto italiano, applicabile al contratto di nolo secondo la clausola 21 lett. b dello stesso contratto (doc. C), l'azione di ripetizione dell'indebito a seguito di nullità del contratto si prescrive in 10 anni (cfr. i combinati art. 1422, 2033 e 2946 CCit.), sicché in concreto l'azione non sarebbe ancora prescritta per gli importi versati dopo il 17 dicembre 1991, l'istanza di sequestro del 17 dicembre 2001 avendo interrotto il decorso della prescrizione (art. 2942 CCit.).
L'appellante si fonda poi su un documento (doc. T), prodotto per la prima volta in appello, per dimostrare che accanto al contratto (simulato) di nolo di cui al doc. C ve ne era un altro, dissimulato, privo di nomi e di firme (su richiesta di AO 1), che prevedeva una durata di locazione ridotta a tre anni e un'opzione per l'acquisto dell'imbarcazione ad un prezzo pari alla differenza tra l'investimento effettuato da AO 1 e l'importo incassato dalla stessa attraverso i canoni di nolo. Orbene, è tesi dell’appello che fu il contratto dissimulato ad essere eseguito, siccome la vendita della nave intervenne dopo solo tre anni alle condizioni fissate in quella convenzione. AP 1, che si sarebbe trovata in una situazione di estrema debolezza, disponendo – a quel momento – unicamente di un pezzo di carta non firmato e senza indicazione di contraenti, ovvero insufficiente per far valere il suo "diritto d'opzione", avrebbe sottoscritto la compravendita per evitare di perdere definitivamente la nave, senza con ciò voler liquidare ogni reciproco rapporto di dare-avere. Se ne fosse stato il caso, le parti non si sarebbero limitate alla stipula di un contratto di compravendita standard, rispettivamente AO 1 avrebbe preteso l'inclusione di una specifica clausola liberatoria.

L'appellante asserisce inoltre di disporre di una concorrente pretesa di risarcimento per atto illecito, siccome gli organi di AO 1 non potevano in buona fede ignorare lo scopo illecito del contratto simulato, posto che la persona giuridica risponde civilmente per l'agire illecito dei propri organi e amministratori verso i terzi danneggiati, sia in diritto svizzero (cfr. i combinati art. 55 CC et 41 CO) che in quello italiano (art. 2049 CCit.). Il comportamento degli organi di AP 1 configurando anche una truffa, tornerebbe applicabile la prescrizione penale decennale degli art. 148 vCP, risp. 146 nCP (art. 60 cpv. 2 CO e 2947 CCit.).
Infine, l'appellante evidenzia come titolare del conto sequestrato sia AO 1. Sarebbe irrilevante ai fini del sequestro l'indicazione, nei documentari bancari, di un terzo quale avente diritto economico.
F.
Delle osservazioni della parte appellata si dirà, nella misura necessaria ai fini del presente giudizio, nei considerandi seguenti.
Considerando
in diritto: 1.
Questioni procedurali
1.1.
La decisione del giudice del sequestro – sia essa di annullamento o di conferma del sequestro (cfr.
Reiser
,
Basler Kommentar zum SchKG, vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998,
n. 44-45 ad art. 278) – che statuisce sull’opposizione (ai sensi dell’art. 278 cpv. 1 LEF) interposta dal debitore sequestrato o da un terzo può essere impugnata entro dieci giorni davanti all’autorità giudiziaria superiore (art. 278 cpv. 3 primo periodo LEF), nel Cantone Ticino la Camera di esecuzione e fallimenti con il rimedio dell’appello (art. 22 LALEF nonché 14 e 22 lett. c LOG), qualora il valore litigioso sia pari o superiore a fr. 8’000.--. L’autorità superiore deve verificare – sulla base delle allegazioni e dei documenti prodotti dalle parti ed eventualmente anche dei fatti nuovi di cui le stesse si possono avvalere (art. 278 cpv. 3 secondo periodo LEF) – se nel caso concreto in relazione al realizzarsi delle condizioni del sequestro addotte dal creditore – e contestate dalle controparti – è raggiunto il grado di verosimiglianza necessario per il mantenimento del provvedimento conservativo, atteso che in caso negativo annullerà la decisione del giudice di prime cure che ha confermato il sequestro rispettivamente confermerà la decisione che lo ha annullato, riservate soluzioni intermedie (cfr.
Amonn/Walther,
Grundriss des Schuldbetreibungs- und Konkursrechts, 7a ed., Berna 2003, n. 74 ad § 51;
Reeb
, Les mesures provisoires dans la procédure de poursuite, in: ZSR 1997/II, p. 482).
1.2.
a)
Le decisioni in materia di sequestro, in tutte le istanze, sottostanno alla procedura sommaria (art. 25 n. 2 lett. a LEF). Le norme cantonali che reggono tale tipo di procedura devono rispettare la massima dispositiva, il principio attitatorio nonché le massime di celerità e di concentrazione (cfr. J.
Piégai
, La protection du débiteur et des tiers dans le nouveau droit du séquestre, tesi Losanna 1997, p. 213 ss. con rif.; Y.
Artho von Gunten
, Die Arresteinsprache, tesi Zurigo 2001, p. 73 ss.). Detto altrimenti, il giudice non agisce d'ufficio, esamina solo ciò che è stato allegato e decide unicamente in base alle prove addotte dalle parti e che possono essere assunte seduta stante, salvo che il fatto allegato sia stato ammesso o non contestato dalla controparte non contumace (
Vogel/Spühler
, Grundriss des Zivilprozessrechts, 7a ed., Berna 2001, n. 24 ad cap. 6 e n. 12 ad cap. 10).
Il giudice può accontentarsi della semplice verosimiglianza dei fatti ed esaminare sommariamente i punti di diritto nella misura compatibile con l'esigenza di celerità (cfr.
Hohl
, La réalisation du droit et les procédures rapides, tesi Friborgo 1997, n. 453;
Gilliéron
, op. cit., p. 138, B;
Piégai
, op. cit., p. 212;
Artho von Gunten
, op. cit., p. 85 ss.). Il giudice apprezza liberamente le prove (art. 20 cpv. 5 LALEF).
b)
I principi di celerità e di concentrazione impongono in particolare alle parti alte esigenze di motivazione per poter giungere ad un giudizio sollecito. Il giudice del sequestro non deve ricercare tra tutti i documenti prodotti quelli che potrebbero essere determinanti a sostegno delle allegazioni della parte. Quest'ultima non può limitarsi ad indicare tesi descrittive – sia fattuali che in diritto – ma deve sostanziarle con riferimenti puntuali e d'immediato riscontro nei documenti che considera determinanti.
c)
Vi è verosimiglianza quando esiste una certa probabilità che i fatti allegati corrispondano al vero (
Piégai
, op. cit., n. 792, p. 173). Secondo questa Camera, la verosimiglianza è data a due condizioni cumulative (cfr. CEF
15 maggio 2002 [14.2002.6], cons. 1.5d):
●
vi è un “inizio di prova” (“commencement de preuve”, DTF 107 III 36, 39 e 40, cons. 3 e 5;
Stoffel
, Basler Kommentar zum SchKG, vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998, n. 3 ad art. 272), ossia indizi oggettivi e concreti a conforto della tesi del sequestrante;
●
dall’esame degli allegati e mezzi di prova si ricava l’impressione che i fatti rilevanti per il giudizio si siano comunque realizzati, pur senza poter escludere la probabilità nello stesso ordine di grandezza di una realtà di segno opposto; detto altrimenti, si ha verosimiglianza (semplice) quando sono possibili anche altre soluzioni altrettanto probabili; viceversa, un fatto è da ritenere inverosimile, quando si ha la netta impressione che i fatti si siano svolti diversamente da quanto affermato dal sequestrante.
d)
In virtù dell'art. 278 cpv. 3, 2. periodo LEF, le parti possono, nell'ambito del ricorso contro la decisione su opposizione, avvalersi di fatti nuovi. Secondo la giurisprudenza di questa Camera (CEF 10 aprile 2000 [14.1999.82], cons. 1.5.e; 30 ottobre 2001 [14.2001.75], cons. 1.5e) sono ricevibili sia i fatti, prove ed eccezioni nuovi che si sono verificati dopo l'emanazione della sentenza di primo grado (cosiddetti "echte Nova" o "nova in senso proprio") che quelli verificatisi prima (fatti e allegazioni " o "nova in senso improprio").
Per evidenti ragioni pratiche, riconducibili al principio di celerità, i di ogni tipo possono essere addotti solo fino alla fase dello scambio degli allegati (CEF 5 luglio 1999 [14.1999.3], cons. 3).
2.
Giusta l’art. 272 cpv. 1 LEF,
il sequestro viene concesso dal
giudice
del luogo in cui si trovano i beni, purché il creditore renda verosimile l'esistenza:
1. del credito;
2. di una causa di sequestro;
3. di beni appartenenti al debitore.
Nel caso concreto, a questo stadio della procedura, sono litigiose solo le questioni dell’esistenza e dell’esigibilità del credito posto a fondamento del sequestro e dell'appartenenza dei beni sequestrati.
3.
In concreto, l'appellante fonda il suo asserito credito in particolare su un obbligo di AO 1 di restituire le somme che avrebbe indebitamente percepito in virtù di un contratto ritenuto parzialmente nullo, ossia relativamente alla maggiorazione del nolo di US$ 5000 al giorno. AP 1 disporrebbe pertanto di un'azione di ripetizione dell'indebito, che si prescrive secondo il diritto italiano in 10 anni (art. 1422, 2033 e 2946 CCit.) (cfr. appello, cifra 7).
3.1.
La parte appellata, nelle sue osservazioni (p. 6 s., ad b), ritiene che l’appellante confonda l’istituto giuridico della restituzione dell’indebito arricchimento e quello della restituzione del provento da atto illecito. In realtà, l’appellante deduce il suo asserito credito in restituzione della parte maggiorata del nolo quale conseguenza della pretesa nullità parziale del contratto di noleggio, sia dal profilo dell’art. 20 CO che dell’art. 1345 CCit. e tratta di un eventuale obbligo di risarcimento per atto illecito in una sezione diversa (ad III, cifre 10 ss.). Orbene, sia in diritto svizzero che in diritto italiano le prestazioni fornite in base ad un contratto nullo in linea di massima costituiscono per il destinatario un indebito arricchimento, che dà titolo a chi le ha fornite per chiederne la restituzione con l’azione prevista agli art. 62 ss. CO (cfr. ad es.
Engel
, Traité des obligations en droit suisse, 2a ed., Berna 1997, p. 588), rispettivamente 2033 ss. CCit. (cfr. G.
Cian/
A.
Trabucchi
, Commentario breve al Codice civile, 6. ed., Padova 2002, n. 14 ad art. 2033-2040 e n. 2 ad art. 2033), salvo nei casi di cui all’art. 66 CO, rispettivamente 2035 CCit.
3.2.
In virtù dell'art. 128 cpv. 1 LDIP, le pretese derivanti da indebito arricchimento sottostanno al diritto regolatore del rapporto giuridico, esistente o presunto, in base al quale è avvenuto l'arricchimento. Come rettamente rilevato dall'appellante, il diritto applicabile al rapporto contrattuale in esame è quello italiano, in virtù della clausola 21 lett. b del contratto – simulato – di "locazione a scafo nudo" (doc. C); il contratto dissimulato non modifica quello simulato su questo punto. Il diritto italiano si applica pertanto anche alla questione di un'eventuale ripetizione dell'indebito.
3.3.
A livello di verosimiglianza, fondandosi sugli accertamenti contenuti nella sentenza 15 luglio 2003 della Seconda Sezione penale del Tribunale Ordinario di Milano (cfr. doc. R, p. 130 i.f. e 131 a.i., dove "P_ " sta per P_), si può ammettere – come sostiene l'appellante – che essa sia rimasta vittima di una truffa (o/e amministrazione infedele) orchestrata da certi suoi organi o/e terzi, consistente nel far pervenire su conti controllati da P_ parte dei pagamenti eseguiti a favore di AO 1 per prestazioni fatturate a costi enormemente gonfiati. Questo reato è stato commesso mediante la conclusione del contratto di nolo di cui al doc. C, che perseguiva quindi, almeno in parte, uno scopo illecito (e addirittura penalmente reprensibile). Di conseguenza, il contratto in questione è verosimilmente parzialmente nullo ai sensi dei combinati art. 1343, 1418 e 1419 CCit. e AP 1 è legittimata a chiedere la restituzione della parte maggiorata del nolo in base alle norme sull’indebito arricchimento (la conclusione non sarebbe d’altronde diversa volendo applicare il diritto svizzero).
a)
Allega tuttavia la parte appellata che non sarebbe giuridicamente sostenibile che l'appellante abbia potuto essere vittima di un inganno astuto, quando essa stessa per il tramite dei propri organi ha concorso alla formazione della volontà che si pretende criminosa e lesiva del proprio patrimonio (osservazioni, p. 7). In realtà, accertata penalmente l’esistenza di un reato patrimoniale a danni di AP 1, le cui conclusioni civili sono del resto state accolte (cfr. il dispositivo della sentenza _, doc. R), è giocoforza ritenere che gli organi (di diritto o di fatto), singolarmente o con il concorso di terzi, abbiano, in parte, ecceduto il proprio potere di rappresentanza, pattuendo un contratto che parzialmente esulava dallo scopo sociale di AP 1 (cfr. doc. R, p. 131, ad 1° i.f.: “[...] reati relativi alla effettuazione di pagamenti per finalità diverse da quelle propriamente aziendali”). Di conseguenza, non sembra possibile addebitare alla società il disegno illecito dei propri organi (fosse stato il caso sarebbe svanita l’ipotesi di reato penale invece confermata dai giudici _). A rigor di logica giuridica, andrebbe, certo, constatato come il contratto di nolo sia in parte inesistente, siccome il consenso degli organi di AP 1 non vincola quest’ultima. La conseguenza giuridica è però la stessa nei due casi: l’appellante è titolare di un credito in restituzione dell’indebito arricchimento.
Per il medesimo motivo, non appare applicabile l’art. 2035 CCit. (l’equivalente dell’art. 66 CO), siccome la società in quanto tale non poteva avere lo scopo di autoledersi.
b)
È poi irrilevante in questa sede che non tutti gli organi di AP 1 siano stati condannati penalmente, con particolare riferimento ad _ (cfr. osservazioni all'appello, p. 8). A parte il fatto che il proscioglimento penale non significa necessariamente che il prosciolto non sia responsabile dei propri atti dal profilo civile, si evince chiaramente dalla sentenza penale milanese che AP 1, è stata vittima di un reato penale, che già per questo solo motivo rende nullo l’atto giuridico con cui il reato è stato commesso.
c)
E nemmeno la revoca del sequestro penale ginevrino del conto di AO 1 oggetto del sequestro in esame è determinante, siccome il magistrato penale non si è pronunciato sul merito della vertenza ma si è limitato a constatare che i fondi litigiosi non si trovavano più da tempo su detto conto e che gli averi sequestrati a titolo conservativo erano senza relazione con i fatti all'origine della denuncia penale, il nuovo avente diritto economico (dal 1998) apparendo estraneo a detti fatti (cfr. doc. 39 e 40 allegati alle osservazioni all'appello, già prodotti da AO 1 dopo l'udienza di discussione, con scritto 19 febbraio 2003).
3.4.
Appare inoltre fuori di dubbio che AO 1 abbia partecipato alla truffa commessa a danno di AP 1, poiché ha sottoscritto il contratto con cui è stato compiuto il reato e non poteva in buona fede – e comunque non avrebbe dovuto – mettere in esecuzione un contratto che la obbligava a riversare a terzi sconosciuti cospicue somme pagate da AP 1 senza (apparente) controprestazione, prescindendo dal sincerarsi che i conti accreditati fossero effettivamente riconducibili all'appellante. D'altronde, contrariamente a AP 1, l'opponente non allega di essere stata abusata dai propri organi, visto che essa difende la tesi della validità del contratto. Risulta del resto dalla sentenza penale che AO 1 facesse parte del “sistema P_” (cfr. doc. R, p. 130 s.).
3.5.
Argomenta ancora la parte appellata che già nel 1994 tra le parti era stata raggiunta una transazione che avrebbe definitivamente regolato ogni rapporto tra loro, sorto in relazione alla vicenda del noleggio della nave (osservazioni p. 10 ss. ad c).
Occorre tuttavia osservare come il contratto concluso nel 1994 si sia limitato a regolare la questione della vendita della nave, il prezzo di vendita essendo stato calcolato quale differenza tra l'investimento complessivo di AO 1 per l'acquisto della nave e il totale dei canoni di locazione effettivamente incassati, ossia US$ 2'500 – e non 7'500 – al giorno (cfr. doc. E, F e nota di debito sub doc. H). Non vi è per contro traccia di accordo quanto alla sorte degli importi supplementari versati a favore di P_, seppure il problema sia stato sollevato dall'avv. T_ nel suo scritto 18 giugno 1993 (doc. 17). Da tale silenzio si potrebbe sì dedurre che l'appellante ha tacitamente rinunciato a chiederne la restituzione, ma è anche possibile sostenere al contrario che nessun accordo sia intervenuto su quel punto. Le due tesi apparendo ugualmente probabili, si può ritenere che il credito vantato dalla sequestrante sia stato sufficientemente reso verosimile (cfr. supra cons. 1.5d).
3.6.
In sede d’appello, la parte appellata non invoca esplicitamente l’eccezione di prescrizione dell’azione di restituzione dell’indebito arricchimento (solleva tale eccezione solo in merito alla pretesa di risarcimento per atto illecito, osservazioni p. 10 ad b).
In ogni caso, il termine di prescrizione dell’azione di restituzione dell’indebito arricchimento in diritto italiano è di 10 anni (art. 1422 e 2946 CCit.;
Cian/Trabucchi
, op. cit., n. 9 ad art. 2033-2040).
3.7.
L’appellante ha pertanto reso verosimile l’esistenza e l’esigibilità del credito sul quale fonda il sequestro.
4.
Nelle sue osservazioni (a p. 13 s.), la parte appellata ha ribadito che il sequestro andava revocato in quanto colpiva un bene di un terzo, ossia un conto inequivocabilmente detenuto da AO 1 a titolo fiduciario per conto di un terzo, tale _, come risulta dal contratto fiduciario sub doc. 37.
4.1.
Il sequestro può colpire soltanto beni di proprietà del debitore rispettivamente crediti di cui egli è titolare (cfr. art. 272 cpv. 1 n. 3 LEF; DTF 105 III 112), atteso che secondo la costante giurisprudenza del Tribunale federale determinante è in linea di principio la realtà giuridica e non quella economica (DTF 107 III 104 cons. 1;
Amonn/Gasser
, op. cit., n. 7 ad §51): sono quindi esclusi dal sequestro, in quanto considerati beni di terzi, tutti quelli che secondo le regole del diritto civile appartengono ad una persona fisica o giuridica diversa dal debitore sequestrato (DTF 106 III 89, 105 III 112). Soltanto in casi eccezionali si può tenere conto dell’identità economica fra il debitore escusso e il terzo (DTF 105 III 112-113, 102 III 165 ss.). Pertanto, nella misura in cui i beni di cui è chiesto il sequestro si trovino in possesso di un terzo o figurino a nome di un terzo, il creditore sequestrante deve rendere verosimile che quei beni appartengono in realtà al debitore sequestrato (cfr. art. 272 cpv. 1 n. 3 LEF; Messaggio concernente la revisione della LEF dell’8 maggio 1991, in: FF 1991 III p.1 19;
Stoffel
, op. cit., n. 61 ss. ad art. 271 LEF, n. 25 e 26 ad art. 272 LEF).
4.2.
Nel caso di specie, non vi sono contestazioni sul fatto che, dal profilo giuridico, titolare del credito (conto) sequestrato presso la banca è AO 1, così come risulta dal doc. 35 (dichiarazione all'atto dell'apertura del conto) e indirettamente dal doc. 36 (determinazione dell'avente diritto economico nella persona di _). Del resto, la parte appellata ammette di essere diventata titolare del credito sequestrato in nome proprio, seppur per conto del fiduciante (cfr. osservazioni, p. 14 ad C).Certo, in casi eccezionali si può tenere conto dell’identità economica fra il debitore sequestrato e il terzo, quando l'invocazione dell'indipendenza giuridica di questi ultimi è costitutiva di abuso di diritto (cfr. DTF 85 II 114, cons.
3; 102 III 169 s., cons. II.1; 105 III 113; 108 II 214 s., cons. 3; 113 II 36 s., cons.
2c; 121 III 321, cons. 5a/aa ; SJ
2001 I 165 ss ; CEF 5 luglio 2000 [14.00.8], cons. 2.3). Invece, né il debitore né il terzo opponenti possono prevalersi dell'appartenenza economica del bene sequestrato all'uno o all'altro (cfr. DTF 121 III 321, cons.
5a/bb e cc, con rif.; Roland
Ruedin
, Droit des sociétés, Berna 1999, n. 711; Arthur
Meier-Hayoz/P
eter
Forstmoser
, Schweizerisches Gesellschaftsrecht, 9. ed., Berna 2004, n. 36 ad § 2, con rif.).
Possono sempre, senza abuso, vedersi opporre le conseguenze della forma giuridica che hanno loro stesso scelto. Pertanto, anche il terzo presupposto per la concessione del sequestro appare realizzato.
4.3.
Pur volendo ammettere che il fiduciante sia giuridicamente titolare del credito sequestrato, va ricordato che secondo la giurisprudenza di questa Camera (cfr. CEF 10 ottobre 2003 [14.03.64]; 9 gennaio 2004 [14.03.80], cons. 5.2), è irricevibile per carenza di gravamen (carenza d'interesse giuridico) l'opposizione contro un decreto di sequestro, risp. il ricorso contro la decisione su opposizione, quando l'opponente/ricorrente, in qualità di debitore sequestrato, si limita a contestare di essere proprietario dei beni sequestrati senza rendere verosimile di subire pregiudizi concreti dal blocco di beni (asseritamente) altrui. Trattandosi di presupposto processuale, l'esistenza di un interesse giuridico dell'opponente va esaminato d'ufficio. Orbene, AO 1, se il credito sequestrato non fosse suo, non avrebbe reso verosimile di essere pregiudicata nei suoi interessi personali, attuali e concreti.
5.
L’appello è pertanto da accogliere.
La tassa di giustizia e le indennità di appello seguono la soccombenza.
Richiamati gli art. 271 ss.
LEF, 20, 62, 66 CO, 1343, 1418, 1419, 1345, 1422, 2033, 2035, 2946 CCit., 128, 133, 158 LDIP, 48, 49, 61 e 62 OTLEF,