Decision ID: 09a7ed4e-8b24-5aa5-be92-005b28246c27
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
A._ (il ricorrente), cittadino italiano nato il ... 1954, già ..., sposato
dal ... 1985 con una cittadina ... che vive in Ticino, provvista di un
permesso di domicilio “C” UE/AELS, e che percepisce una rendita di
vecchiaia con prestazioni complementari, senza figli, ha soggiornato in
Svizzera a più riprese, la prima volta durante il periodo protrattosi
dall’ottobre 1976 all’agosto 1992.
Il 7 aprile 1989, la Corte delle assise correzionali (CAC) del Tribunale
penale del Canton Ticino ha riconosciuto il ricorrente colpevole di infrazione
aggravata e ripetuta contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti
in relazione all’acquisto, alla detenzione, all’importazione, alla vendita e al
consumo di circa 192 gr. di cocaina, condannandolo ad una pena detentiva
di due anni e quattro mesi senza la condizionale (fatti: gennaio 1985 –
febbraio 1989).
Il 25 marzo 1992, il Ministero pubblico del Canton Ticino (MPCT) ha inflitto
al ricorrente una pena detentiva di tre giorni, sospesa condizionalmente
durante un periodo di prova di due anni, per furto di tre boccette di profumo
in un negozio (fatto: febbraio 1992).
B.
Il 14 settembre 2001, il ricorrente si è trasferito in Svizzera per la seconda
volta.
Il 2 dicembre 2003, la CAC l’ha condannato ad una pena detentiva di dodici
mesi, sospesa condizionalmente durante un periodo di prova di due anni,
per infrazione e contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti,
ossia il trasporto di 253.9 gr. di cocaina e l’acquisto di almeno 12 gr. di
cocaina destinati al consumo personale (fatti: giugno 2001).
Il 19 gennaio 2004, al ricorrente è stato notificato un divieto d’entrata in
Svizzera e nel Liechtenstein, valido da subito e di “durata illimitata a motivo
del suo comportamento e per motivi di ordine e di sicurezza pubblici
(ripetuta infrazione aggravata e ripetuta contravvenzione alla legge
federale sugli stupefacenti e furto)”.
Il 6 dicembre 2004, il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) ha
dichiarato inammissibile il gravame del ricorrente contro il divieto d’entrata,
e ciò per mancato pagamento dell’anticipo spese.
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C.
Il 15 aprile 2005, il MPCT ha inflitto al ricorrente una pena detentiva di
trenta giorni, sospesa condizionalmente durante un periodo di prova di
quattro anni, per aver infranto in modo ripetuto, entrando due volte in
Svizzera nonostante il divieto d’entrata del 2004, la legislazione federale
sugli stranieri, nonché una multa di fr. 1'000.– (fatti: aprile 2005).
Il 28 novembre 2006, il MPCT ha riconosciuto il ricorrente colpevole di
avere violato la legislazione federale sugli stranieri, per essersi recato in
Svizzera a più riprese nonostante il divieto d’entrata del 2004, e sugli
stupefacenti, per avere venduto 1 gr. di cocaina e acquistato due palline
della stessa sostanza destinate al consumo personale, condannandolo ad
una pena detentiva di sessanta giorni da espiare (fatti: giugno e novembre
2006).
Il 13 dicembre 2007, il ricorrente è stato condannato in Italia ad un mese di
arresto, sostituito da un’ammenda di EUR 1'140.–, e ad un’ammenda di
EUR 338.–, per guida in stato di ebbrezza (fatto: luglio 2007).
D.
Il 22 aprile 2010, su istanza del ricorrente, intenzionato a raggiungere sua
moglie in Ticino, l’allora Ufficio federale della migrazione (UFM) ha
revocato con effetto immediato il divieto d’entrata di durata illimitata.
Il 26 gennaio 2011, il ricorrente si è quindi ristabilito a ..., usufruendo di un
permesso di dimora “B” UE/AELS finalizzato al ricongiungimento familiare.
E.
Il 7 gennaio 2014, mediante decreto d’accusa, il MPCT ha comminato al
ricorrente una pena pecuniaria di trenta aliquote giornaliere, sospesa
condizionalmente durante un periodo di prova di due anni, e una multa di
fr. 300.– per guida in stato di inattitudine, sotto l’influsso di alcol (0.69 –
1.26 gr. per mille) e di cocaina, nonché contravvenzioni alla legislazione
federale sulla circolazione stradale, non avendo rispettato un semaforo
rosso, e sugli stupefacenti, avendo detenuto 0.6 gr. di cocaina e consumato
almeno 6 gr. della stessa sostanza (fatti: ottobre 2010 – ottobre 2013). Il
decreto d’accusa è cresciuto in giudicato incontestato.
Il 27 aprile 2015, su appello, è stata confermata una condanna italiana del
ricorrente a quattro anni e due mesi di reclusione, senza la condizionale,
nonché ad una multa di EUR 20'000.–, per detenzione e vendita illecite di
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sostanze stupefacenti in modo continuato, con l’interdizione dai pubblici
uffici per cinque anni (fatti: luglio 2009 – marzo 2010).
F.
Il 30 dicembre 2016, l’Ufficio della migrazione del Canton Ticino (UMCT)
ha comunicato al ricorrente, detenuto nel carcere di ... per espiare la
condanna del 27 aprile 2015, che “il permesso di dimora “B” UE/AELS
concesso a suo tempo è da considerarsi decaduto”.
G.
Il 3 maggio 2018, dichiarato colpevole di violazione delle disposizioni
italiane sulla detenzione domiciliare, al ricorrente è stata inflitta una pena
di otto mesi di reclusione (fatto: maggio 2018).
H.
Dal 1° gennaio 2019 il ricorrente percepisce una rendita ordinaria di
vecchiaia svizzera di fr. 527.– mensili.
I.
Il 9 aprile 2019, ricevuto l’incarto del ricorrente dall’UMCT, la Segreteria di
Stato della migrazione (SEM), subentrata all’UFM il 1° gennaio 2015, l’ha
informato di essere intenzionata ad emettere nei suoi confronti un divieto
d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein, fissandogli un termine di un mese
per esprimersi in proposito.
J.
Il 1° maggio 2019, per il tramite del suo legale, il ricorrente ha comunicato
alla SEM di aver ormai espiato la pena di reclusione italiana del 27 aprile
2015, e di volere ritornare in Svizzera per continuare a convivere con sua
moglie, precisando che non si può pretendere da quest’ultima, che abita
da anni in Ticino, che si trasferisca in Italia.
Il 31 maggio 2019, su richiesta della SEM, il ricorrente le ha trasmesso un
certificato dei carichi pendenti del 25 maggio 2019, scevro di iscrizioni, una
“Dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà”, non datata, e una copia della
sua carta d’identità italiana. Il ricorrente ha confermato alla SEM di
prefiggersi di rientrare da sua moglie in Ticino, sottolineando che egli “lebt
bekanntlich bereits seit sehr vielen Jahren in der Schweiz. In Italien hat er
sich nur für den Vollzug der Strafe aufgehalten, wo er aber weit weniger
gut verwurzelt ist als in der Schweiz”.
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K.
Il 23 luglio 2019, preso atto delle osservazioni del ricorrente, la SEM ha
adottato nei suoi confronti un divieto d’entrata di dieci anni in Svizzera e
nel Liechtenstein, valido da subito (23.7.2019 – 22.7.2029), togliendo nel
contempo l’effetto sospensivo ad un eventuale ricorso.
In sostanza, passando in rivista le condanne subite dal ricorrente in
Svizzera e in Italia, la SEM mette in risalto i reati in materia di sostanze
stupefacenti, per concludere che egli rappresenta “una grave minaccia
reale ed attuale per l’ordine, la sicurezza e la sanità pubblici della
Svizzera”. Riguardo ai possibili effetti del divieto d’entrata sulla vita privata
e familiare del ricorrente, la SEM considera essenzialmente che egli, “non
coabitando più con la moglie dalla sua incarcerazione in Italia, non si può
prevalere di una relazione stretta, intatta ed effettivamente vissuta con
quest’ultima”, e che, ad ogni modo, la coppia potrebbe continuare a
convivere in Italia.
L.
Il 6 settembre 2019, dopo aver ottenuto una copia del suo incarto dalla
SEM, il ricorrente, rappresentato dal suo legale, ha adito il Tribunale
amministrativo federale (TAF), chiedendo, previa restituzione dell’effetto
sospensivo al ricorso, che il divieto d’entrata sia annullato (cfr. ricorso,
“Rechtsbegehren”, pag. 2). Sebbene non lo formuli nel petito, il ricorrente
chiede, nel caso in cui il divieto d’entrata non possa essere annullato, che
la sua durata sia ridotta a due anni (cfr. ricorso, punto 7, pag. 8). Al gravame
il ricorrente ha allegato i documenti 01 a 10, dei quali si dirà, per quanto
necessario, in prosieguo.
In sunto, il ricorrente sostiene che il decreto d’accusa del 7 gennaio 2014,
alla luce della pena pecuniaria di trenta aliquote giornaliere, gli è stato
comminato per dei reati bagatellari (“Delikte im Bagatellbereich”), e che la
condanna su appello italiana del 27 aprile 2015 gli è stata inflitta per dei
fatti che rappresentano, in linea di principio (“grundsätzlich”), una minaccia
per l’ordine e la sicurezza pubblici, ma che risalgono tuttavia (“jedoch”) al
periodo da luglio 2009 a marzo 2010 (cfr. ricorso, pag. 5). Il ricorrente
continua che, durante questa fase, egli era nell’attesa della revoca del
divieto d’entrata da parte dell’UFM, e che, non riuscendo a trovare un
lavoro ed essendo separato da sua moglie, si sentiva senza prospettive
(“Perspektivlosigkeit”), ciò che l’ha condotto a breve termine a spacciare
sostanze stupefacenti (“war er kurzfristig im Handel mit Betäubungsmittel
tätig, um Geld zu verdienen”; cfr. ricorso, pag. 5). In aggiunta, il ricorrente
fa valere che i suoi reati più gravi (“die schwersten Verfehlungen”) datano
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già (“bereits”) di nove anni fa, che le previsioni sulla sua condotta in futuro
sono da ritenersi favorevoli (“günstige Prognose”), e che un divieto
d’entrata in sé, tanto più della durata di dieci anni, complicherebbe la sua
vita familiare in modo eccessivo (“übermässige Beschränkung”), illegittimo
(“nicht legitim”) e sproporzionato (“unverhältnismässig”), concludendo che,
al massimo, sarebbe concepibile un divieto d’entrata di due anni (cfr.
ricorso, pagg. 7 e 8).
M.
Il 12 novembre 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha
respinto, dopo avere sentito la SEM, la domanda di restituzione dell’effetto
sospensivo al gravame, invitando il ricorrente a versare un anticipo
equivalente alle presunte spese processuale di fr. 1'200.– entro un mese
dalla notifica della decisione, ciò che è avvenuto puntualmente il 18
novembre successivo.
N.
Il 6 febbraio 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al
ricorso, proponendo, in base agli argomenti già sviluppati nella decisione
impugnata, di respingerlo.
O.
Il 19 marzo 2020, il ricorrente ha inoltrato la replica, alla quale ha allegato
un certificato medico del 16 marzo 2020, riportante la diagnosi di stato
ansioso-depressivo e di ipertensione arteriosa, con la corrispondente
terapia, nonché la nota d’onorario del suo legale. Il ricorrente sottolinea che
il suo stato di salute non è buono e che non vi sono motivi per proibirgli di
entrare in Svizzera.
P.
Il 27 aprile 2020, la SEM ha presentato la duplica, riaffermando la necessità
di rigettare il ricorso e di confermare la decisione impugnata.
Q.
Il 2 giugno 2020, questo Tribunale ha fatto pervenire al ricorrente, per
conoscenza, una copia della duplica, ponendo nel contempo termine allo
scambio degli scritti, riservate eventuali ulteriori misure istruttorie o
memorie delle parti.
R.
Il 31 marzo 2021, questo Tribunale ha informato il ricorrente, a sua
richiesta, sullo stato della procedura.
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Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del
17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro
le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968
sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità
menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata
del 23 luglio 2019, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF,
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo
Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di
grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con
l’art. 11 §§ 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea, nonché
i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno
1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002, nonché l’art.
83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF,
RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale federale 2C_270/2015
del 6 agosto 2015 consid. 1).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese
processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4
PA).
In concreto, il ricorrente ha impugnato la decisione della SEM, di cui è il
destinatario, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla
legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto. Ne deriva che il ricorso è
ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.
2.
Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
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l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).
Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle
parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio,
siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)
o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1
a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph
Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das
Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA).
Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del
ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).
3.
Il presente litigio verte sulla decisione del 23 luglio 2019, pronunciante un
divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di dieci anni (23.7.2019 –
22.7.2029), di cui il ricorrente chiede l’annullamento o la riduzione della
durata a due anni.
4.
L’ALC è applicabile ratione temporis, ratione personae e ratione materiae
alla fattispecie, nella misura in cui il ricorrente, in quanto cittadino italiano,
è titolare dei diritti in esso consacrati (libertà di circolazione), i quali
consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC e art. 1 § 1 allegato I ALC)
nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti (art. 4 ALC e artt.
6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 ALC e artt. 12 a 16 allegato
I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e artt. 17 a 23 allegato I ALC)
e per le persone che non esercitano un’attività economica (art. 6 ALC e art.
24 allegato I ALC).
La presente procedura concerne principalmente il diritto d’ingresso in
Svizzera, di cui la decisione impugnata restringe l’esercizio da parte del
ricorrente (deroga alla libertà di circolazione). Di conseguenza, bisogna nel
prosieguo verificare se la SEM, nel pronunciare il divieto d’entrata in sé e
nel fissarne la durata a dieci anni, si sia conformata alle esigenze poste
dall’ALC, secondo il quale i diritti da esso conferiti, in particolare il diritto
d’ingresso, possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi
di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 1 e 5
§ 1 allegato I ALC).
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5.
Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in
quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno
svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione
europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio
2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle
persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati
membri (OLCP, RS 142.203). È quindi applicabile la legge federale sugli
stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), che regola i divieti d’entrata all’art.
67, la quale è stata, con effetto dal 1° gennaio 2019, ridenominata legge
federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20).
6.
6.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o
espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero
(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la
SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione
personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStrI). Se un divieto d’entrata si
giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata
può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale
provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).
Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza
pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002
concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha
sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto
sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine
pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza
dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile
della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa
l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita,
salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è
violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono
commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni
delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto
pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).
6.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque
anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato
costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv.
3 LStrI).
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6.3 Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni)
risulta dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della
direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16
dicembre 2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione
europea L 348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è
determinata tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di
ogni caso e che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere
superiore ai cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una
grave minaccia per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza
nazionale (cfr. la nota a piè di pagina n. 147 relativa all’art. 67 LStrI; cfr.
anche DTF 139 II 121 consid. 5.1 e 6.3).
6.4 Le nozioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità,
secondo l’art. 5 § 1 allegato I ALC, vanno intese nel senso definito dalla
direttiva 64/221/CEE del Consiglio del 25 febbraio 1964 e dalla relativa
giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal
1° dicembre 2009, la Corte di giustizia dell’Unione europea [CGUE]),
precedente la sottoscrizione dell’ALC (art. 5 § 2 allegato I ALC in relazione
con l’art. 16 § 2 ALC). Così, le deroghe alla libera circolazione garantita
dall'ALC devono essere interpretate in modo restrittivo. Al di là della
turbativa insita in ogni violazione della legge, il ricorso di un'autorità
nazionale alla nozione di ordine pubblico presuppone il sussistere di una
minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse
fondamentale per la società. In quest’ottica, una condanna penale può
essere considerata per limitare i diritti conferiti dall'ALC soltanto se, dalle
circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale
costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (cfr. DTF 134 II 10
consid. 4.3, 130 II 176 consid. 3.4.1, 129 II 215 consid. 7.4, con i rinvii alla
giurisprudenza della CGUE). A dipendenza delle circostanze, già la sola
condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una
simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della
minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero
commetterà altre infrazioni in futuro; d'altro lato, per rinunciare a misure di
ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia
praticamente nullo. La misura dell'apprezzamento dipende in sostanza
dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare
importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva
(cfr. la sentenza del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011
consid. 4.3.2 e DTF 136 II 5 consid. 4.2).
6.5 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla
giurisprudenza della CGUE, il Tribunale federale rileva che, per potere
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Pagina 11
pronunciare un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo nei confronti
di un cittadino di un paese terzo non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli
rappresenti un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri
(livello I). Invece, per potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni
al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC,
che gode quindi della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli
costituisca una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza
pubblici svizzeri, ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa
in pericolo degli stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto
d’entrata superiore a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva,
anche fino a venti anni: cfr. DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò
indipendentemente dall’applicazione dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva
2008/115/CE), bisogna che il cittadino in questione rappresenti una grave
minaccia, ossia un “pericolo qualificato” (“menace caractérisée”), per
l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello II; cfr. DTF 139 II 121 consid.
5 e 6).
Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce
l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere
esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC
SPESCHA, in: Spescha et al. [editori], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67
LStr, n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction
d’entrée prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA
7/2018, pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico
in pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la
salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di
criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83
§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione
consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta
di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del
numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro
eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr.
DTF 139 II 121 consid. 6.3).
6.6 È ancora pertinente sottolineare che, secondo una giurisprudenza
consolidata, l'autorità amministrativa non è, in virtù del principio della
separazione dei poteri, vincolata dalle considerazioni del giudice penale.
Tenuto conto delle finalità differenti perseguite dalla sanzione penale e dal
divieto d'entrata, in linea di massima indipendenti l’una dall’altro, entrambe
le misure possono coesistere ed applicarsi ad una medesima fattispecie.
Un divieto d'entrata può essere adottato anche in assenza di un giudizio
penale, sia per la mancata apertura di un procedimento penale, sia a causa
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della pendenza dello stesso. È sufficiente che l'autorità amministrativa,
fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi di prova, giunga alla
conclusione che le condizioni per emanare un divieto d'entrata siano
soddisfatte. Pertanto, l'autorità amministrativa valuta sulla base di criteri
autonomi se l'allontanamento dalla Svizzera di uno straniero sia necessario
ed opportuno, e può quindi giungere a conclusioni differenti da quelle
ritenute dal giudice penale (cfr., tra le altre, DTF 140 I 145 consid. 4.3 e
137 II 233 consid. 5.2.2, nonché la sentenza TAF C-2463/2013 del 7
maggio 2015 consid. 8.4).
7.
In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto
d’entrata in sé (minaccia almeno di una certa gravità) fossero adempiute il
23 luglio 2019 (cfr. le sentenze del Tribunale federale 2C_66/2018 del 7
maggio 2018 consid. 5.3.1 e 2C_784/2014 del 24 aprile 2015 consid. 3.2
in fine); nell’affermativa, bisognerà precisare l’intensità della gravità della
minaccia (minaccia solo di una certa gravità o minaccia grave). È doveroso
puntualizzare che, nel caso in cui tra la decisione amministrativa e la sua
verifica giudiziaria trascorra del tempo, bisogna tenere conto, per valutare
il presupposto della minaccia attuale, anche di eventuali elementi di fatto
successivi al rilascio del divieto d’entrata (cfr. DTF 137 II 233 consid. 5.3.1;
cfr. anche la sentenza del Tribunale federale 2C_173/2019 del 31 luglio
2019 consid. 5.2.1, con il rinvio alla sentenza CGCE del 29 aprile 2004,
Orfanopoulos e Oliveri, C-482/01 e C-493/01, nn. 77 a 79).
7.1 Come si può evincere dai documenti disponibili, il ricorrente è stato
colpito da un primo divieto d’entrata di durata illimitata nel 2004, e ciò per
aver infranto la legge federale sugli stupefacenti in modo grave e ripetuto,
trafficando (acquisto, vendita, consumo) circa 192 gr. di cocaina dal 1985
al 1989, rispettivamente 253.9 gr. della medesima sostanza nel 2001, che
hanno dato luogo a una pena detentiva di due anni e quattro mesi nel 1989,
e di dodici mesi nel 2003. Il ricorrente non si è tuttavia conformato al divieto
d’entrata, recandosi in Svizzera a suo piacimento, in diverse occasioni, nel
2005 e 2006, dove ha, per giunta, spacciato un grammo di cocaina ed
acquistato due palline della stessa sostanza per il proprio consumo, motivi
per i quali è stato sanzionato con una pena detentiva di sessanta giorni
senza la condizionale. A questo si aggiunge che il ricorrente ha subito in
Italia un mese d’arresto, commutato in una multa, per avere guidato in stato
di ebbrezza nel 2007.
Così, in totale, il ricorrente ha cumulato sei condanne a pene detentive dal
1989 al 2007, di cui cinque in Svizzera, compresa quella per furto del 1992,
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due delle quali dopo il rilascio del divieto d’entrata, ed una in Italia (cfr.
consid. A, B e C).
Ora, a sé stanti, e malgrado la loro gravità oggettiva che è funzione della
loro pericolosità per la salute pubblica, si deve riconoscere che questi fatti,
considerata la loro lontananza nel tempo, non erano più suscettibili di
influire sull’attualità della minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici
svizzera il 23 luglio 2019, data del divieto d’entrata, e tanto meno è loro
attribuibile un influsso del genere al momento della pronuncia della
presente sentenza. Eppure, riguardo all’apprezzamento globale della
condotta del ricorrente nel solco del tempo, essi rimangono pertinenti,
specialmente nella misura in cui danno uno spaccato del suo dispregio
delle decisioni amministrative e giudiziarie (cfr., mutatis mutandis, la
sentenza del Tribunale federale 2C_993/2015 del 17 marzo 2016 consid.
5.3.1).
7.2 Dopo aver ottenuto la revoca del divieto d’entrata il 22 aprile 2010, il
ricorrente non ha cessato di interessare la giustizia, né in Svizzera, né in
Italia (cfr. consid. D e E).
Nel 2014, in Ticino, al ricorrente è stata inflitta una pena pecuniaria di trenta
aliquote giornaliere per avere guidato sotto l’influsso di alcol e di cocaina,
bruciando un semaforo rosso nel 2013, nonché per il possesso di 0.6 gr. e
il consumo di almeno 6 gr. di cocaina dall’ottobre 2010 all’ottobre 2013.
Nel 2015, in relazione a fatti accaduti in Italia dal luglio 2009 al marzo 2010,
il ricorrente è stato condannato, su appello, a quattro anni e due mesi di
reclusione e ad un’ammenda di EUR 20'000.–, con l’interdizione dagli uffici
pubblici durante cinque anni, per detenzione e vendita illecite di sostanze
stupefacenti.
7.3 Tirando le somme, si possono accertare, sul lungo periodo dal 1989 al
2015, nove sanzioni penali contro il ricorrente, ovvero sei in Svizzera e tre
in Italia, tre durante la validità del divieto d’entrata dell’UFM e tre dopo la
sua revoca, due in materia di circolazione stradale, due in materia di diritto
degli stranieri e cinque in materia di sostanze stupefacenti, con tre pene
detentive senza la condizionale nel 1989, 2006 e 2015, alle quali bisogna
aggiungere una multa ed un’ammenda. Queste condanne si rapportano a
fatti raggruppabili in tre grandi periodi approssimativi: 1985 – 1992, 2001 –
2007 e 2009 – 2018.
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Da questo quadro risulta che le infrazioni in questione non si presentano
come degli atti isolati, ma si caratterizzano per continuità e persistenza,
palesando una propensione del ricorrente a trasgredire la legge, senza che
riesca a cambiare il suo comportamento o che riconosca la necessità di
emendarsi. A questo proposito, né il divieto d’entrata del 2004, né il
permesso di dimora “B” UE/AELS del 2011 (cfr. consid. B e D), sono riusciti
ad inibire la proclività a delinquere del ricorrente, il quale ha recidivato nei
reati contro la sicurezza stradale, la sicurezza migratoria e la salute
collettiva.
7.3.1 In relazione alla sicurezza stradale occorre sottolineare che, secondo
una giurisprudenza consolidata, “guidare in stato di ubriachezza mette
gravemente in pericolo la vita del conduttore e degli altri utenti della strada”
(sentenza del Tribunale federale 2C_452/2017 del 2 luglio 2018 consid. 4.4
con i rinvii).
Ora, il ricorrente è stato condannato in Italia, nel 2007, ad un mese
d’arresto, sostituito da un’ammenda di EUR 1'140.–, per avere guidato “in
stato di ebbrezza” (cfr. consid. C). Dal canto suo, il MPCT ha inflitto una
pena pecuniaria al ricorrente nel 2014, dato che egli aveva condotto il suo
veicolo a motore “in stato di ebrietà con una concentrazione qualificata di
alcol nell’alito o nel sangue” (alcolemia: 0.69 – 1.26 gr. per mille), e “in stato
di inattitudine alla guida per altri motivi” (cocaina; cfr. art. 91 cpv. 2 lett. a e
b della legge federale sulla circolazione stradale del 19 dicembre 1958
[LCStr, RS 741.01]). Questo significa che il ricorrente ha infranto
“gravemente le norme della circolazione”, causando “un serio pericolo per
la sicurezza altrui” od assumendo “il rischio di detto pericolo” (art. 90 cpv.
2 LCStr), materializzatosi nell’inosservanza di un semaforo rosso (cfr.
consid. E). Stando così le cose, né la gravità delle potenziali infrazioni alla
LCStr (e alle corrispondenti normative di altri Stati), né il rischio di ulteriori
recidive vanno minimizzati e, tantomeno, negati. Si aggiunga che se il
ricorrente non è più incorso in violazioni delle regole sulla circolazione
stradale durante il periodo che si estende, in modo approssimativo, dal
2015 al 2019, questo è dovuto anche al fatto che egli stava espiando la
pena italiana del 27 aprile 2015 a quattro anni e due mesi di reclusione (cfr.
consid. E e G).
Ne discende che il ricorrente rappresentava e continua a rappresentare
una grave minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici sotto il profilo della
circolazione stradale.
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7.3.2 Sul piano della sicurezza migratoria bisogna puntualizzare che, in
accordo con una giurisprudenza costante, l’entrata e il soggiorno illegali in
Svizzera, nonché l’esercizio di un’attività lucrativa senza autorizzazione,
rappresentano una violazione grave del diritto degli stranieri (cfr., tra le
altre, la sentenza TAF F-1438/2019 del 16 settembre 2020 consid. 7.2 con
i riferimenti; cfr. anche il consid. 6.1).
Ora, il ricorrente non si è conformato a più riprese, nel 2005 e 2006, al
divieto d’entrata da cui è stato colpito nel 2004, e ciò scientemente (cfr.
consid. B e C). Questa disinvoltura induce a credere che egli non considera
necessario attenersi ad un divieto d’entrata, essendo abituato a fare di
proprio arbitrio, da cui un rischio concreto di recidiva.
Ne deriva che il ricorrente costituiva e continua a costituire una minaccia
per l’ordine e la sicurezza pubblici, almeno di una certa gravità, anche
nell’ottica della sicurezza migratoria.
7.3.3 Dal punto di vista della salute collettiva importa evidenziare che, in
conformità ad una giurisprudenza consolidata, i reati in materia di sostanze
stupefacenti rappresentano, di per sé, un pericolo serio e concreto per un
interesse fondamentale della società, ossia la lotta al traffico di droga e al
diffondersi del suo consumo, essendo precisato che questa visione delle
cose è condivisa con la Svizzera da tutti gli Stati membri dell’Unione
europea (cfr. DTF 139 II 121 consid. 5.3 e 129 II 215 consid. 7.3 con i
numerosi riferimenti).
Ora, è opportuno innanzitutto rivolgere l’attenzione alla sentenza italiana
del 2015, la più recente, che ha inflitto al ricorrente quattro anni e due mesi
di reclusione, nonché una multa di EUR 20'000.–, per vendita e detenzione
illecite di sostanze stupefacenti (cfr. consid. E). La notevole misura di
questa pena, senza la condizionale, impressiona e, malgrado la mancanza
di ulteriori dettagli sui fatti delittuosi che l’hanno generata, riflette l’indubbia
pericolosità per la salute pubblica dell’agire del ricorrente. Si osservi che,
nell’impugnativa, quest’ultimo propende a minimizzare la portata della
sentenza del 2015, contentandosi di affermare, verosimilmente con
riferimento all’estratto del suo casellario giudiziale italiano, che la
medesima concerne la vendita e la detenzione di sostanze stupefacenti, e
che i fatti incriminati si sono svolti tra il luglio 2009 e il marzo 2010 (cfr.
ricorso, pag. 5). In proposito, nulla avrebbe impedito al ricorrente di esibire
la sentenza in questa sede e di commentarla con perspicacia, se avesse
reputato di poterne ricavare qualcosa a suo favore. Non avendo proceduto
in questo modo, non rimane che constatare l’importanza della pena
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italiana, con la precisazione che i fatti sanzionati non sono né vicini nel
tempo, né remoti.
La seconda condanna più recente per traffico di sostanze stupefacenti è
quella del dicembre 2003, con la quale la CAC ha comminato al ricorrente
una pena detentiva di dodici mesi, sospesa condizionalmente, in relazione
al trasporto di 253.9 gr. di cocaina e all’acquisto di 12 gr. di cocaina per il
proprio consumo, fatti avvenuti nel 2001 (cfr. consid. B). Come risulta dalla
sentenza, il ricorrente sapeva o doveva presumere che, trasportando 253.9
gr. di cocaina, poteva mettere direttamente o indirettamente in pericolo la
salute di molte persone (cfr. art. 19 cpv. 2 lett. a della legge federale sugli
stupefacenti del 3 ottobre 1951 [LStup, RS 812.121]). Al riguardo, si noti
che, secondo la giurisprudenza, lo spaccio di 18 gr. di cocaina bastano per
mettere in pericolo la salute di venti persone (cfr. DTF 145 IV 312 consid.
2.1.1 e 109 IV 143 consid. 3b, nonché la sentenza TAF F-6368/2019 del
26 ottobre 2020 consid. 6.4.1). Se si paragona la soglia minima di 18 gr. di
cocaina con la quantità di 253.9 gr. di cocaina trasportata dal ricorrente, la
misura della minaccia per la salute pubblica risalta nitidamente. A partire
da questa constatazione si deve aggiungere che, se il fatto incriminato è
assai lontano nel tempo, esso si inserisce, come già ampiamente mostrato,
in una lunga storia di delinquenza i cui episodi, nel loro susseguirsi ad
intervalli può o meno lunghi, rafforzano la loro rispettiva rilevanza. Tra
questi episodi non si possono sottacere, per importanza, quelli che hanno
condotto, nel 1989, alla condanna della CAC ad una pena detentiva di due
anni e quattro mesi senza la condizionale (cfr. consid. A).
Ne consegue che la presenza del ricorrente in Svizzera comportava e
continua a comportare una grave minaccia per l’ordine e la sicurezza
pubblici dal punto di vista della salute collettiva.
7.4 Alla luce delle considerazioni che precedono, la valutazione della SEM
che il ricorrente costituiva, nel luglio 2019, una minaccia grave attuale per
l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, ai sensi della legge e della
giurisprudenza (cfr. consid. 6), non presta il fianco a critiche, con la
conseguenza che l’adozione di un divieto d’entrata superiore a cinque anni
era giustificata (art. 67 cpv. 3 LStrI). Peraltro, dal momento del rilascio del
divieto d’entrata, non sono intervenute circostanze che possano far
credere ad un venir meno, anche solo parziale, dell’attualità della grave
minaccia.
8.
Si tratta ora di fissare, in accordo con il principio di proporzionalità, la durata
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Pagina 17
del divieto d’entrata in funzione del complesso delle circostanze del caso,
nel quadro del diritto del ricorrente alla libera circolazione garantito
dall’ALC (cfr. consid. 4), nonché, se del caso, del suo diritto al rispetto della
sua vita privata e familiare secondo l’art. 8 § 1 della Convenzione europea
dei diritti dell’uomo (CEDU, RS 0.101).
8.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse
ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione
federale/Cost., RS 101). Da un punto di visto analitico, il principio della
proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la
proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246
consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone
che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse
pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda
che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui
diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola
della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla
ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse
privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle
circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).
8.2 A proposito dell’art. 8 § 1 CEDU bisogna precisare che, benché non
garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145
consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso estende la sua
protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita privata, anche alle
eventuali attività professionali e commerciali di chi se ne prevale (cfr.
sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna [Grande Camera], n.
56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c. Germania, n. 13710/88, 16
dicembre 1992, n. 29). Secondo il Tribunale federale, dal punto di vista del
diritto al rispetto della vita familiare, chi si richiama alla protezione dell’art.
8 § 1 CEDU deve, in generale, intrattenere una relazione stretta, effettiva
ed intatta, con una persona della sua famiglia che beneficia di un diritto di
presenza duraturo in Svizzera (cfr., tuttavia, la sentenza CorteEDU –
Mengesha Kimfe c. Svizzera, n. 24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo
senso, sono protetti, segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché quelli
tra genitori e figli minorenni che vivono in comunione; eccezionalmente, se
sussiste un particolare rapporto di dipendenza tra loro, sono presi in
considerazione anche i rapporti tra genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129
II 11 consid. 2). Nondimeno, l’art. 8 § 2 CEDU permette un’ingerenza
statale nell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e della vita
familiare, se tale ingerenza è prevista dalla legge ed è necessaria, in
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particolare, alla sicurezza pubblica e alla prevenzione dei reati in una
società democratica.
8.3 In concreto, come diffusamente esposto in precedenza, il ricorrente ha
violato gravemente, a più riprese e su un lasso di tempo molto lungo, sia
in Svizzera che in Italia, l’ordine e la sicurezza pubblici in relazione alla
circolazione stradale, alla migrazione e al traffico di sostanze stupefacenti.
In questo contesto un divieto d’entrata di dieci anni, finalizzato a prevenire
la commissione di ulteriori reati in Svizzera, soddisfa le esigenze del
principio di proporzionalità riguardo alla sua idoneità, alla sua necessità e
alla sua preponderanza per la difesa dell’ordine e della sicurezza pubblici.
Questa durata rientra, mutatis mutandis, nel ventaglio, che spazia grosso
modo da sette a quindici anni, di quelle fissate in materia di traffico di
sostanze stupefacenti (acquisto, detenzione, vendita, trasporto, consumo)
dalla giurisprudenza federale in relazione a persone coperte dall’ALC (cfr.,
tra le altre, le sentenze del Tribunale federale 2C_387/2017 del 29 maggio
2018 e 2C_832/2015 del 22 dicembre 2015, nonché le sentenze TAF F-
215/2018 dell’11 febbraio 2020, F-2522/2015 del 2 giugno 2017 e C-
2758/2013 del 6 agosto 2015). Tuttavia, è ancora necessario verificare se
un divieto d’entrata di dieci anni sia compatibile, per quanto applicabile,
anche con l’art. 8 CEDU.
8.4 A questo proposito non vi sono dubbi che il ricorrente può invocare l’art.
8 § 1 CEDU, considerato che il divieto d’entrata costituisce un’ingerenza
statale nell’esercizio del suo diritto al rispetto della sua vita privata e
familiare.
Sul piano della sua vita privata (professionale) il ricorrente non ha però, e
non fa valere, interessi particolari da tutelare, tanto più che percepisce
ormai una rendita ordinaria di vecchiaia svizzera (cfr. consid. H). In questo
senso egli non può ricavare nulla dall’art. 8 § 1 CEDU riguardo ad
un’eventuale riduzione della durata del divieto d’entrata.
Sul piano della vita familiare si deve notare che la moglie del ricorrente,
cittadina ... provvista di un permesso di domicilio “C” UE/AELS, vive da
anni in Ticino. È quindi indubbio che il divieto d’entrata, sia esso di dieci
anni o di una durata inferiore, interferisce ed interferirà nella vita di coppia,
fermo restando che la ragione principale che ha condotto alla separazione
fisica dei coniugi, che non hanno figli, è il decadimento del permesso di
dimora del ricorrente (cfr. consid. F), che implica che egli non può più
continuare a vivere in Svizzera. Tuttavia, per rimediare agli effetti del divieto
d’entrata, appare esigibile che la coppia si trasferisca in Italia, ad esempio
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nella zona di confine, se il ricorrente, nato e cresciuto nella vicina Penisola,
e sua moglie lo reputano più pratico per la loro relazione coniugale, anche
per poter sostenersi vicendevolmente in momenti difficili (cfr. ricorso, pag.
7). Beninteso, questa soluzione non è di per sé evidente, se si tiene conto
che la moglie del ricorrente percepisce delle prestazioni complementari alla
sua rendita ordinaria di vecchiaia, le quali ammontavano a fr. 1'926.–
mensili nel 2019, con in più il premio forfettario per l’assicurazione malattia
di fr. 517.– al mese (cfr. ricorso, doc. 9). Stabilendosi in Italia, la moglie del
ricorrente perderebbe il diritto alle dette prestazioni complementari (cfr. artt.
4 cpv. 1 lett. a e 5 cpv. 1 della legge federale sulle prestazioni
complementari all’assicurazione per la vecchiaia, i superstiti e l’invalidità
del 6 ottobre 2006 [LPC, RS 831.30]), per cui la sua situazione finanziaria
ne risentirebbe tangibilmente. Ad ogni modo, bisogna considerare che le
prestazioni complementari sono versate “per coprire il fabbisogno
esistenziale” in Svizzera (art. 2 cpv. 1 LPC), e che il medesimo fabbisogno
in Italia è notoriamente meno elevato in termini pecuniari. Inoltre, alla
moglie del ricorrente resterebbe la rendita ordinaria di vecchiaia, di cui non
si conosce l’importo, e al ricorrente la propria rendita, pari a fr. 527.– mensili
nel 2019 (cfr. consid. H), le quali sono infatti esportabili in Italia (cfr. art. 8
lett. d ALC). Vale la pena aggiungere, per terminare, che il ricorrente non
può che rimproverare sé stesso se si ritrova presentemente, da poco
pensionato, a dover risolvere questo dilemma esistenziale.
8.5 Così, sulla scorta di quanto precede, la ponderazione dell’interesse
pubblico della Svizzera a tenere lontano dal suo territorio il ricorrente e
l’interesse privato di quest’ultimo ad usufruire della libera circolazione
secondo l’ALC, essenzialmente facendo uso del suo diritto d’ingresso in
Svizzera per intrattenere la sua relazione coniugale (cfr. art. 1 § 1 allegato
I ALC e art. 8 § 1 CEDU), permette di concludere che la durata del divieto
d’entrata di dieci anni, benché possa sembrare troppo severa al ricorrente,
è proporzionata.
9.
Di conseguenza, pronunciando un divieto d’entrata di dieci anni, la SEM
non ha infranto il diritto applicabile (LStrI, ALC, CEDU), compreso il
principio di proporzionalità nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento
(art. 49 lett. a PA). Stando così le cose, in accordo con le considerazioni
sopraesposte, il ricorso deve essere respinto, e la decisione impugnata
confermata.
10.
Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte
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Pagina 20
soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv.
1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del
regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS
173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e
della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della
situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).
In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso, le spese processuali
di fr. 1’200.– sono poste a carico del ricorrente e prelevate sull’anticipo,
dello stesso importo, da lui già versato.
Per la medesima ragione al ricorrente non sono assegnate indennità per
spese ripetibili (art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi
ancora che la SEM, in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità
a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-TAF).
(dispositivo alla pagina seguente)
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