Decision ID: 76f07c73-37cc-5d73-90f9-f78231c34181
Year: 2021
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Fatti:
A.
Nel dicembre 1989, A._ (il ricorrente), nato in Turchia il ... 1984, di
nazionalità turca e di confessione musulmana, celibe, è giunto con la sua
famiglia in Svizzera, dove, dopo avere depositato una domanda d’asilo, poi
ritirata, ha continuato a vivere grazie ad un permesso di soggiorno per
motivi umanitari ottenuto nel marzo 1991, frequentando le scuole in Ticino
fino a conseguire la maturità professionale commerciale (N.B.: in base
all’incarto non si può stabilire se al ricorrente è stato in seguito concesso
un altro tipo di permesso).
B.
Il 15 febbraio 2006, il ricorrente ha inoltrato all’allora Ufficio federale della
migrazione (UFM) una domanda di naturalizzazione ordinaria.
Il 26 settembre 2007, l’UFM ha rilasciato l'autorizzazione federale di
naturalizzazione e, il 10 marzo 2008, le autorità competenti ticinesi hanno
concesso al ricorrente la cittadinanza svizzera.
C.
C.a Il 25 maggio 2016, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC)
ha aperto un’istruzione penale nei confronti del ricorrente in relazione
all’art. 260ter (organizzazione criminale) del Codice penale (CP, RS 311.0),
e all'art. 2 della legge federale del 12 dicembre 2014 che vieta i gruppi “AI-
Qaïda” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate (LAQSI, RS
122), in vigore dal 1° gennaio 2015.
Il 22 febbraio 2017, il ricorrente è stato arrestato e, il 24 febbraio seguente,
è stato incarcerato preventivamente.
Il 12 maggio 2017, il MPC ha accolto le richieste del ricorrente di procedere
nei suoi confronti con il rito abbreviato, rispettivamente di porlo in regime
di esecuzione anticipata della pena, ciò che è avvenuto con effetto dal 19
maggio successivo.
C.b Il 12 luglio 2017, il MPC ha comunicato al ricorrente l’atto d’accusa,
facente stato della violazione dell’art. 2 cpv. 1 e 2 LAQSI per avere
segnatamente, a partire almeno da ... 2014 e fino al ... 2017, “con
coscienza e volontà, organizzato”, in Ticino, in Italia e in Turchia, “azioni
propagandistiche e proselitistiche assumendo il ruolo di indottrinatore e
radicalizzatore a sostegno del gruppo “Jabhat Al-Nusra” e dei suoi obiettivi,
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nel quale [egli] si identifica, gruppo affiliato ad “Al-Qaïda” e che per quanto
riguarda condotta, obiettivi e mezzi vi corrisponde”, nonché per avere, da
... ad ... 2015 e nel ... 2015, in Ticino e in Turchia, “con coscienza e
volontà, facilitato due combattenti – foreign fighters – a raggiungere il
territorio di guerra siro-iracheno e il gruppo armato dell’ISIS, promuovendo
così in altro modo le attività del gruppo – Stato islamico –”. Il MPC ha quindi
proposto una pena detentiva di due anni e sei mesi, di cui sei mesi da
espiare, dedotto il carcere preventivo, con un periodo di prova di tre anni.
C.c Il 26 luglio 2017, il ricorrente ha accettato l’atto d’accusa del MPC,
firmando di proprio pugno la dichiarazione seguente: “Accetto
irrevocabilmente l’atto d’accusa con il dispositivo di sentenza (proposta di
conclusione del procedimento) del 12 luglio 2017 nell’ambito della
procedura abbreviata e rinuncio esplicitamente ai mezzi di ricorso”.
D.
Il 18 agosto 2017, in base all’atto d’accusa con il fascicolo del MPC e dopo
aver esperito il dibattimento pubblico, la Corte penale del Tribunale penale
federale (TPF) ha accertato, mediante sentenza passata in giudicato
seduta stante (SK...), la conformità del rito abbreviato al diritto,
l’opportunità del medesimo, la concordanza dell’accusa con le risultanze
del dibattimento e con gli atti di causa, nonché l’adeguatezza delle sanzioni
proposte dal MPC vista “la colpa già grave in capo all’imputato, e ciò alla
luce delle fattispecie ripetute e protrattesi nel tempo”. Il TPF ha dunque
riconosciuto il ricorrente colpevole di un’infrazione all'art. 2 cpv. 1 e 2
LAQSI, come pure, per quanto riguarda i fatti accaduti prima del 1° gennaio
2015, all'art. 2 cpv. 1 e 2 della previgente ordinanza dell'Assemblea
federale del 23 dicembre 2011 che vieta il gruppo “AI-Qaïda” e le
organizzazioni associate (OAQ, RU 2012 1), infliggendogli la pena
proposta dal MPC.
Il 30 agosto 2017, il TPF ha trasmesso per raccomandata alla Segreteria
di Stato della migrazione (SEM), a richiesta di quest’ultima, una copia della
sentenza SK..., con la relativa attestazione di passaggio in giudicato. La
SEM ha ricevuto la sentenza del TPF il giorno susseguente.
E.
Il 15 febbraio 2019, la SEM, succeduta all’UFM dal 1° gennaio 2015, ha
informato il ricorrente di avere l’intenzione di revocargli la nazionalità
svizzera, invitandolo a pronunciarsi in proposito entro il 30 aprile 2019.
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F.
Il 26 aprile 2019, senza chiedere di poter consultare l’incarto allestito dalla
SEM, il ricorrente ha presentato a quest’ultima le sue osservazioni per il
tramite del suo legale. In sostanza, egli ha rilevato che la condanna penale
pronunciata dal TPF nei suoi confronti “non è certo sufficiente a giustificare
la revoca della cittadinanza”, che costituisce una misura dalla
“straordinarietà assoluta”, come dimostrano i “casi, anche eclatanti, di
efferati criminali svizzeri muniti di doppia cittadinanza. Da Günther
Tschanun [...]; a Gabor Bilkei [...]; o Fabrice Anthamatten [...]; oppure il
sedicente “guaritore” di Berna; o ancora Aldo Baragiola (anche noto come
Alvaro Lojacono) [...]”, ai quali non è stata tuttavia revocata la nazionalità
svizzera. Egli ha precisato che “le sue azioni, che hanno portato alla
condanna [...] non sono comunque di una gravità tale da poter
compromettere gli interessi o la buona reputazione della Svizzera [...] non
ha infatti svolto alcuna attività terroristica, di estremismo violento, o di
criminalità organizzata e le sue azioni non possono essere considerate alla
stregua di quelle di coloro che attivamente hanno deciso di militare tra le
fila di organizzazioni terroristiche o di combattere nel nome di qualsivoglia
ideologia estremista”. In aggiunta, egli ha asserito di essersi limitato a
manifestare “il proprio pensiero e i propri convincimenti religiosi, tentando
inoltre di spiegare a terze persone le differenze che esistono tra diverse
ideologie radicali islamiche, ma non per spronare qualcuno a commettere
atti di violenza, che invece ha sempre condannato, e nemmeno per
sostenere il terrorismo jihadista internazionale. Al contrario, [...] ha sempre
voluto prendere distanza da qualunque atto di violenza fine a sé stesso,
denunciando gli atroci attentati compiuti dall’ISIS, ed ha tentato di
convincere anche i suoi interlocutori a fare lo stesso”.
G.
L’11 settembre 2019, preso atto delle osservazioni del ricorrente, la SEM
gli ha revocato, dopo aver ottenuto il consenso del Consiglio di Stato del
Cantone Ticino, la cittadinanza svizzera, la cittadinanza cantonale ticinese
e l'attinenza di Lugano.
La SEM motiva la decisione di revoca nel modo seguente. In primo luogo,
allo scopo di illustrare la natura terroristica del gruppo “Jabhat Al-Nusra”,
la SEM cita per estenso il proprio rapporto interno “Gefährdungsevaluation
Jabhat Al-Nusra/Hayat Tahrir al Sham” del 1° marzo 2019 (rapporto JAN),
di due pagine e mezzo con tredici note di piè di pagina, nel quale conclude
che “wie bereits erwähnt wird Jabhat Al-Nusra / Hayat Tahrir al Sham (HTS)
weiterhin sowohl von der EU wie auch von der UNO als zu Al-Qaïda
zugehörige terroristische Gruppierung gelistet resp. sanktioniert”. In
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seguito, riferendosi alla sentenza del TPF, in particolare rispetto alla gravità
della colpa imputata al ricorrente, la SEM evidenzia che egli “ha partecipato
attivamente alle attività terroristiche ed ha preso parte ad un importante
ingranaggio nella macchina da guerra del gruppo [“Jabhat Al-Nusra”]. Il
fatto che [egli] non abbia visitato la zona di guerra irachena e siriana e non
abbia partecipato personalmente ai combattimenti, non significa che il suo
ruolo di indottrinatore e facilitatore sia motivo per sottovalutare l’accaduto.
Ammettere il contrario significherebbe in qualche modo esonerare gli attori
chiave del terrorismo che, per motivi personali e per non dover combattere
loro stessi, hanno preferito mandare a combattere terze persone”
(decisione impugnata, pag. 6). La SEM è inoltre del parere che il ricorrente,
“in considerazione del suo comportamento, rispettivamente nel sostenere
gruppi terroristici come “Jabhat Al-Nusra”, costituisca una seria minaccia
per i rapporti con i vari Stati interessati da questa problematica” (decisione
impugnata, pag. 6). In quest’ottica, la SEM sostiene che “l’assenza di una
ferma decisione o di un forte segnale che dimostri quanto la Svizzera sia
impegnata con la massima fermezza nei confronti degli abusi commessi
da queste persone, avrebbe inevitabilmente conseguenze negative sulle
relazioni bilaterali con i Paesi che lottano contro questi gruppi terroristici
armati” (decisione impugnata, pag. 6). In aggiunta a ciò, la SEM rimprovera
al ricorrente di avere “violato gravemente il principio costituzionale della
neutralità della Svizzera [...], incitando cittadini svizzeri a partire per
combattere la jihad in zona siro-irachena” (decisione impugnata, pag. 6).
La SEM conclude così che il ricorrente, nella misura in cui “condivide
l’ideologia del gruppo terrorista “Jabhat Al-Nusra” e sostiene il radicalismo
religioso alla base dell’ideologia di tale gruppo, elementi contrari ai valori
costituzionali e democratici della Svizzera, [...] ha di fatto, e per suo volere,
rinunciato alla cittadinanza svizzera” (decisione impugnata, pag. 6). Per
finire, la SEM non manca di osservare che, a suo avviso, “la decisione di
revoca della cittadinanza svizzera è proporzionata alla fattispecie in quanto
[il ricorrente] ha mantenuto dei legami stretti con il suo secondo Paese
d’origine, nel caso concreto la Turchia, essendo ivi proprietario di un
immobile (luogo nel quale ha ospitato un certo numero di jihadisti) e
parlando la lingua locale” (decisione impugnata, pag. 6).
H.
Il 16 settembre 2019, per il tramite del suo legale, il ricorrente ha chiesto
alla SEM di potere consultare l’incarto completo del suo procedimento.
Il 18 settembre 2019, la SEM gli ha trasmesso gli atti “secondo gli articoli
26 e 27 PA (legge federale sulla procedura amministrativa del 20 dicembre
1968, RS 172.021)”, invitandolo a restituirli entro la fine del mese (cfr.
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l’elenco degli atti dell’incarto SEM, da cui risulta che il rapporto JAN [doc.
15] è stato classificato come confidenziale e il suo contenuto essenziale è
stato riassunto per il ricorrente [doc. 16]).
Il 20 settembre 2019, il ricorrente si è lamentato dalla SEM che gli atti gli
siano “stati trasmessi solo in parte e censurati. Contesto tale modo di
procedere, che viola manifestamente il diritto di essere sentito [...]”,
esigendo, da un lato, “di ricevere una formale decisione motivata, che
indichi quali pretesi interessi la SEM intenderebbe in questo modo tutelare
[...]” o “comunque di volermi comunicare le fonti e il contenuto essenziale
degli atti ai quali intendereste negarmi l’accesso (art. 28 PA)”, e
deplorando, dall’altro lato, “l’occultamento dei nomi dei funzionari o degli
organi delle autorità coinvolte nella procedura”.
Il 24 settembre 2019, la SEM ha risposto al ricorrente, puntualizzando, in
sostanza, di avere “limitato la consultazione di documenti confidenziali e di
note interne, al fine di salvaguardare un interesse pubblico importante della
Confederazione, in particolare la sicurezza interna ed esterna di
quest’ultima”, ma di avergli trasmesso “l’integralità degli elementi utilizzati
nel contesto della decisione di revoca della cittadinanza svizzera” e
riassunto “il contenuto dei documenti non presenti nell’incarto”, invitandolo
per finire a “sottoporre le [sue] eventuali osservazioni nell’ambito della
procedura di ricorso”.
I.
Il 16 ottobre 2019, rappresentato dal suo legale, il ricorrente ha adito il
Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo che la decisione della
SEM sia annullata per motivi tanto formali quanto sostanziali.
Sul piano formale, il ricorrente rimprovera alla SEM di avere violato il suo
diritto di essere sentito per non avere motivato la decisione e non avergli
concesso di prendere conoscenza dell’incarto. Quanto al primo aspetto
(motivazione), egli pretende che la SEM non abbia esaminato “le molteplici
argomentazioni” da lui esposte in occasione della sua audizione
preliminare (cfr. consid. F), non spiegando soprattutto “cosa distinguerebbe
il [suo] caso dai casi ben più gravi riguardanti efferati criminali riportati nelle
osservazioni, che non hanno tuttavia giustificato la revoca della
cittadinanza, né in cosa consisterebbe nel caso di specie l’interesse
pubblico ricercato tramite la revoca della cittadinanza” (ricorso, § 8.1).
Riguardo al secondo aspetto (visione degli atti), il ricorrente sostiene che
“il preteso interesse pubblico importante della Confederazione, che
giustificherebbe la censura degli atti, [...], non è chiaro e non è verosimile”,
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la SEM avendo omesso di “spiegare a quale improbabile minaccia” egli
esporrebbe la sicurezza interna ed esterna della Svizzera (ricorso, § 8.2).
In particolare, egli si lamenta che non gli sia stata trasmessa una copia del
rapporto JAN, considerando inoltre insufficiente il “riassunto dell’atto [che]
menziona unicamente che si tratta di note interne generali tra i
collaboratori” sul gruppo “Jabhat Al-Nusra” (ricorso, § 8.2).
Dal punto di vista sostanziale, il ricorrente contesta essenzialmente che gli
atti imputatigli dal TPF costituiscano un crimine grave, pretendendo di non
essere stato riconosciuto colpevole di partecipazione ad un’organizzazione
criminale ai sensi dell’art. 260ter CP, ed aggiunge che, “ad ogni modo, non
si può certo considerare che [egli] abbia danneggiato gravemente gli
interessi e la reputazione della Svizzera”, in particolare sotto il profilo
dell’art. 296 CP (ricorso, §§ 3, 9 a 9.4 e 10.4). Il ricorrente fa pure valere,
da un lato, una violazione del divieto di discriminazione in base al numero
di cittadinanze detenute, negando che “il fatto di possedere un’altra
nazionalità oltre a quella svizzera sia un criterio pertinente per poter
giustificare un trattamento diverso tra cittadini svizzeri con una sola
nazionalità (“puri”)”, nonché, dall’altro lato, la lesione della sua libertà di
movimento, della sua libertà economica e della garanzia dei suoi diritti
politici, poiché la perdita della cittadinanza svizzera implicherebbe la loro
limitazione o la loro privazione (ricorso, §§ 10.1 e 10.2). Per finire, il
ricorrente tematizza ancora la questione della proporzionalità, asserendo
che “la revoca della [sua] cittadinanza non è certo atta a sanare un
qualsivoglia danno agli interessi elvetici”, nella misura in cui la “Svizzera
ha già [...] provveduto a istruire l’inchiesta penale, la quale ha portato alla
condanna [del TPF]”, per cui la “revoca della cittadinanza, oltre a non
essere atta allo scopo, non è nemmeno necessaria” (ricorso, §10.5).
J.
Il 22 ottobre 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha
invitato il ricorrente a versare un anticipo equivalente alle presunte spese
processuali di fr. 1’500.– entro il 21 novembre successivo. Il 25 ottobre
2019, il ricorrente ha versato l’importo richiesto.
K.
Il 9 gennaio 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al
ricorso, proponendone il rigetto con la conferma della decisione impugnata.
Riguardo alla questione dell’accesso agli atti, la SEM sottolinea di essersi
“fondata sulla parte del rapporto interno [JAN] che è stata inserita nella
decisione [impugnata] ed è quindi stata resa nota all’interessato”, al quale
ha trasmesso “tutti i documenti utilizzati per statuire sulla revoca della
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cittadinanza”. Rispetto al merito della causa, la SEM sostiene che il
ricorrente, “in virtù della sua appartenenza al fronte “Jabhat Al-Nusra”,
rappresenta una minaccia per la sicurezza interna ed esterna della
Svizzera, minacciando a lungo termine le buone relazioni della Svizzera
con i diversi Stati colpiti da questo flagello [...]. In effetti, le estorsioni
commesse (soprattutto in Iraq e Siria) contro le popolazioni e il patrimonio
locale, nonché il ruolo importante svolto dai gruppi terroristici nella
destabilizzazione della geopolitica regionale e globale e la questione del
ritorno dei jihadisti svizzeri (con doppia cittadinanza) o europei nelle loro
terre d’origine, sono fonte di crescenti tensioni tra i vari Stati interessati
[...]”. La SEM argomenta inoltre che la “Siria è una nazione riconosciuta a
tutti gli effetti”, e che, partecipando al gruppo terroristico “Jabhat Al-Nusra”,
affiliato ad “Al-Qaïda”, il ricorrente, “detentore della cittadinanza svizzera,
compromette le relazioni internazionali che intrattiene la Svizzera con la
Siria”. A comprova dell’affiliazione di “Jabhat Al-Nusra” ad “Al-Qaïda”, la
SEM ha riprodotto per estenso due documenti delle Nazioni Unite, ossia
un comunicato stampa del 5 giugno 2018, nonché una risoluzione del 26
giugno 2019, indicando i rispettivi hyperlink.
L.
Il 12 marzo 2020, come richiesto da questo Tribunale, il ricorrente ha
replicato alla SEM, ribadendo gli argomenti e le conclusioni formulati con
l’impugnativa. In particolare, egli pretende di non avere mai appartenuto a
“Jabhat Al-Nusra”, di essere “stato condannato per aver spiegato a delle
persone quale fosse l’ideologia del gruppo [in questione] e di come i suoi
obiettivi fossero focalizzati sulla difesa e sul soccorso del popolo islamico
nel contesto limitato della guerra civile siriana [...]”, nonché di avere “sì
manifestato il proprio pensiero e i propri convincimenti religiosi, ma
solamente nel tentativo di far desistere i suoi interlocutori dalle loro
ideologie estreme e dalla loro volontà di unirsi ai combattenti dell’ISIS”.
M.
Il 13 maggio 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha presentato la
duplica, nella quale riafferma di avere rispettato il diritto di essere sentito
del ricorrente, dato che l’estratto del rapporto JAN, inserito nella decisione
impugnata, “contiene tutti gli elementi sulla quale la SEM si è fondata” per
statuire, e che lo stesso rapporto JAN “si fonda principalmente su delle fonti
accessibili a chiunque”. La SEM prosegue che, alla luce della condanna
del ricorrente pronunciata dal TPF, “l'occultamento di nominativi come
anche la sottrazione di alcuni documenti confidenziali non utilizzati nella
presa di posizione della SEM, sono perfettamente giustificati al fine di
preservare l'integrità delle istituzioni, dei propri collaboratori e dei relativi
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partner”. Riguardo all’appartenenza del ricorrente a “Jabhat Al-Nusra”, la
SEM considera, da un canto, che “il fatto di condividere l'ideologia di un
gruppo terrorista, affermando che tale gruppo si trovi nel giusto, di
trasmetterla a terzi e di sostenerla indipendentemente dal modo, permette
di concludere che l'interessato aderisce in tal modo al suddetto gruppo”, e,
dall’altro canto, in relazione all’abbandono, da parte del MPC, del capo
d’accusa di partecipazione ad un’organizzazione criminale ai sensi dell’art.
260ter CP, che “non è vincolata dalle conclusioni delle autorità penali”. Su
questa scia, la SEM aggiunge che “il fatto di sostenere un'organizzazione
terroristica a scapito di un'altra non esclude la gravità degli atti commessi
dal [ricorrente]”. Per concludere, la SEM sottolinea che, alla luce delle
azioni, sanzionate dal TPF, che il ricorrente ha compiuto “a sostegno di
un'organizzazione terroristica della quale i valori sono inconciliabili con i
valori democratici presenti nella Costituzione svizzera, la misura di revoca
della cittadinanza è da considerarsi assolutamente proporzionale”.
N.
Il 2 giungo 2020, questo Tribunale ha trasmesso al ricorrente una copia
della duplica della SEM, dandogli facoltà di inoltrare eventuali osservazioni
entro il 2 luglio seguente.
O.
Il 16 giugno 2020, il ricorrente ha preso atto della duplica della SEM,
affermando che “non vi è la benché minima prova che [egli] aderisca o
appartenga al fronte “Jabhat Al-Nusra”. Le affermazioni in tal senso della
SEM sono consapevolmente false”.
P.
Il 22 luglio 2020, questo Tribunale ha fatto pervenire alla SEM, per
conoscenza, una copia dell’ultimo scritto del ricorrente, concludendo nel
contempo lo scambio degli scritti, riservate eventuali ulteriori misure
istruttorie o memorie delle parti.
Q.
Il 19 marzo 2021, questo Tribunale ha inviato al ricorrente, per conoscenza,
una copia del rapporto JAN, con annerita l’abbreviazione del nome del suo
redattore, concedendogli la facoltà di esprimersi in proposito entro il 24
marzo, termine poi prorogato fino al 20 aprile successivo ad istanza di
parte.
R.
Il 19 aprile 2021, il ricorrente ha preso posizione sul rapporto JAN. Da un
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lato, egli rileva sostanzialmente che esso non contiene “alcun elemento
che possa averne giustificato la censura”, trattandosi di un “riassunto di
informazioni di dominio pubblico reperite su internet”, da cui la necessità di
annullare la decisione impugnata. Dall’altro lato, rinviando al ricorso, egli
ribadisce di non avere mai appartenuto né al gruppo “Jabhat Al-Nusra” né
“a nessun’altra organizzazione terroristica”, concludendo che la revoca
della sua cittadinanza svizzera “è priva di qualsiasi fondamento”.

Diritto:
1.
1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del
17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro
le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA, emanate dalle autorità menzionate all'art.
33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF. La procedura di ricorso è
retta dalla PA (art. 37 LTAF).
La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e la revoca della
cittadinanza svizzera del ricorrente, pronunciata l’11 settembre 2019, che
non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, costituisce una decisione
ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo Tribunale è competente a
giudicare il presente ricorso. Siccome riguarda la revoca della cittadinanza,
materia che non pertiene alla naturalizzazione ordinaria (cfr. 83 lett. b della
legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, RS 173.110]), la
presente sentenza può essere impugnata davanti al Tribunale federale
mediante ricorso in materia di diritto pubblico (cfr. THOMAS HÄBERLI, in:
Basler Kommentar – Bundesgerichtsgesetz, 3a ed., 2018, n. 50 ad art. 83
LTF).
1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi
all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e
ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione
della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro
trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e
contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma
del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la
decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52
cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese
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processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4
PA).
In concreto, il ricorrente, destinatario della decisione impugnata, ha adito
questo Tribunale tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla
legge, versando inoltre l'anticipo di fr. 1’500.–, relativo alle presunte spese
processuali, nel termine impartitogli. Ne discende che il ricorso è
ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.
2.
2.1 Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della
decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha
un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso
l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto
o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di
principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).
2.2 Questo Tribunale accerta d'ufficio i fatti, con l'ausilio, dove necessario,
dei mezzi di prova previsti dalla legge, ossia documenti, informazioni delle
parti, informazioni o testimonianze di terzi, sopralluoghi e perizie (art. 12
PA: massima inquisitoria), le parti dovendo comunque cooperare in diversi
modi (artt. 13 cpv. 1, 49 e 52 cpv. 1 PA). Esso procede spontaneamente a
constatazioni fattuali complementari rispetto a quanto risulta dagli atti
solamente se indicato, e ammette le prove offerte dalle parti se paiono
idonee a chiarire i fatti, apprezzandole liberamente (artt. 19 e 33 cpv. 1 PA
in combinato disposto con gli artt. 37 e 40 della legge federale del 4
dicembre 1947 di procedura civile [PC, SR 273]).
2.3 Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni
delle parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del
litigio, siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in
melius”) o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art.
62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in:
Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz
über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62
PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi
del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto
o iura novit curia).
3.
Il presente litigio verte sulla revoca (in tedesco: “Entzug”; in francese:
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“retrait”) della cittadinanza svizzera del ricorrente, decisa l’11 settembre
2019 dalla SEM.
4.
Si pone innanzitutto la questione del diritto applicabile ratione temporis alla
revoca della cittadinanza svizzera del ricorrente.
4.1 Da un lato, va considerata la vecchia legge federale sull’acquisto e la
perdita della cittadinanza svizzera del 29 settembre 1952 (vLCit), che è
rimasta in vigore dal 1° gennaio 1953 al 31 dicembre 2017 (RU 1952 1119).
L’art. 48 vLCit (revoca) sanciva che “l’Ufficio federale può, con il consenso
dell’autorità del Cantone d’origine, revocare la cittadinanza svizzera, la
cittadinanza cantonale e l’attinenza comunale a una persona che possiede
anche la cittadinanza di un altro Stato, se la sua condotta è di grave
pregiudizio agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera”.
L’art. 57 vLCit (irretroattività) prevedeva che: “l’acquisto e la perdita della
cittadinanza svizzera sono retti dal diritto vigente nel momento in cui è
avvenuto il fatto determinante”. Secondo la giurisprudenza, tale è lo stato
di fatto che deve essere valutato giuridicamente e che, se del caso,
produce la conseguenza giuridica consistente nella revoca della
cittadinanza svizzera (cfr., a titolo esemplificativo, DTF 130 V 156 consid.
5.2).
Si noti che il Consiglio federale, nonostante l’art. 54 cpv. 1 vLCit
(esecuzione), non ha mai concretizzato la vLCit con un’apposita ordinanza,
se si eccettua l’ordinanza del 23 novembre 2005 sulle tasse riscosse in
applicazione della legge sulla cittadinanza (RU 2005 5239), in vigore fino
al 31 dicembre 2017.
4.2 Dall’altro lato, vi è la nuova legge federale sulla cittadinanza svizzera
del 20 giugno 2014 (LCit, RS 141.0), entrata in vigore il 1° gennaio 2018,
abrogando la vLCit (art. 49 LCit e cifra 1 del relativo allegato; RU 2016
2561).
L’art. 42 LCit (revoca), esattamente come l’art. 48 vLCit, sancisce che “la
SEM può, con il consenso dell’autorità del Cantone d’origine, revocare la
cittadinanza svizzera, la cittadinanza cantonale e l’attinenza comunale a
una persona che possiede anche la cittadinanza di un altro Stato, se la sua
condotta è di grave pregiudizio agli interessi o alla buona reputazione della
Svizzera”.
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Pagina 13
L’art. 57 cpv. 1 LCit (irretroattività) stabilisce che l’acquisizione e la perdita
della cittadinanza svizzera sono retti dal diritto vigente nel momento in cui
è avvenuto il fatto determinante.
Si osservi che il Consiglio federale, in conformità all’art. 48 LCit
(esecuzione), ha concretizzato la LCit con l’ordinanza sulla cittadinanza
svizzera del 17 giugno 2016 (OCit, RS 141.01), anch’essa in vigore dal 1°
gennaio 2018.
4.3 Nella sua decisione la SEM giunge alla conclusione che si debba
applicare la LCit. In un primo tempo, la SEM riconosce, da un lato, che
l’intera fattispecie si è svolta quando era in vigore la vLCit, e constata,
dall’altro lato, che la procedura relativa alla revoca della cittadinanza
svizzera è stata formalmente introdotta il 15 febbraio 2019, con la notifica
al ricorrente dell'apertura della procedura di revoca, cosicché “i fatti,
considerati nel loro insieme, non sono avvenuti solo sotto il diritto
previgente” (decisione impugnata, pagg. 2 e 3). In un secondo frangente,
la SEM afferma che l’art. 30 OCit pone “condizioni restrittive in merito alla
revoca della cittadinanza svizzera e presuppone, in particolare, una
condanna passata in giudicato. A differenza dell'art. 42 LCit, per l'art. 48
vLCit non esistevano disposizioni, a livello di ordinanza, che ne regolassero
l'applicazione. Ne consegue che, qualora si volesse applicare l'art. 48 vLCit
alla presente fattispecie, il margine di manovra della SEM risulterebbe, a
fortiori, maggiore e, pertanto, meno favorevole all'amministrato” (decisione
impugnata, pag. 3). In un terzo momento, prendendo spunto dalla sentenza
TAF F-612/2016 del 1° febbraio 2018 (annullamento della naturalizzazione
agevolata), la SEM sostiene che, siccome la vLCit si applica ai
procedimenti avviati prima dell’entrata in vigore della nuova LCit il 1°
gennaio 2018, quest’ultima regge anche la presente procedura che è stata
iniziata nel 2019. Infine, la SEM esprime l’opinione che “tenuto conto del
principio della certezza del diritto e del principio dell'applicazione del diritto
più favorevole, nonché della natura della revoca della cittadinanza, la
quale, a seconda delle circostanze, può intervenire anche anni dopo i fatti
contestati (nessun termine di prescrizione), nel caso in esame è applicabile
la legge del 20 giugno 2014 sulla cittadinanza, entrata in vigore il 1°
gennaio 2018” (decisione impugnata, pag. 3).
4.4 Ora, è assodato che tutti i fatti del caso, accertati dal MPC e sanzionati
dal TFP, si sono svolti dal ... 2014 al ... 2017 (cfr. consid. C), ossia nel
tempo in cui vigeva la vLCit. E il fatto “determinante” (cfr. artt. 57 vLCit e
57 cpv. 1 LCit), che ha condotto la SEM a revocare al ricorrente la sua
cittadinanza svizzera, è la condanna pronunciata dal TPF contro di lui,
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cresciuta in giudicato incontestata il 18 agosto 2017, di cui la SEM ha avuto
conoscenza il 31 agosto 2017 (cfr. consid. D). Stando così le cose, si deve
concludere, a questo stadio, che è la vLCit, in virtù del principio
d’irretroattività, che si applica in concreto, più precisamente la sua versione
in vigore dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2017 (cfr., in questo senso,
la sentenza del Tribunale federale 1C_82/2018 consid. 2).
La SEM non ha però optato per questa soluzione, avanzando i motivi
esposti al consid. 4.3. Per quanto riguarda l’eventuale applicazione del
diritto vigente al momento della notifica al ricorrente dell’apertura della
procedura amministrativa, il 15 febbraio 2019 (cfr. consid. E), il problema
neanche sorgerebbe se i fatti determinanti e la notifica fossero intervenuti
quando era in vigore lo stesso diritto (vLCit o LCit), come nella sentenza
TAF F-612/2016 menzionata dalla SEM. Nondimeno, a prescindere da
questa constatazione, se il momento della notifica fosse veramente il
momento determinante per individuare il diritto applicabile, non si capisce
per quale motivo il legislatore stesso non abbia direttamente introdotto
nella legge questo criterio generale, chiaro e valido indipendentemente
dalle peculiarità di ogni fattispecie. A ciò bisogna aggiungere che, in
concreto, la SEM è comunque venuta a conoscenza della fattispecie
penale relativa al ricorrente il 31 agosto 2017, quando la vLCit era ancora
in vigore. Per quanto concerne il “principio dell’applicazione del diritto più
favorevole”, la SEM si riferisce al fatto che, secondo l’art. 30 cpv. 2 OCit,
per revocare la cittadinanza è necessaria una condanna passata in
giudicato. A questo proposito va rilevato che la LCit non contempla una tale
condizione e che, in questo rispetto, è più che legittimo chiedersi se
quest’ultima, data la sua natura di norma primaria, non oltrepassi l’ambito
dell’incarico di eseguire la legge formulato all’art. 48 vLCit. Comunque sia,
in concreto, la sentenza del TPF è cresciuta in giudicato, dimodoché la
questione del diritto più favorevole, sotto questo profilo, non si pone.
Ciò detto, l’art. 30 cpv. 1 OCit precisa la nozione di “grave pregiudizio agli
interessi o alla buona reputazione della Svizzera” (artt. 48 vLCit e 42 LCit),
riferendosi alle categorie di reati che sono il genocidio e i crimini contro
l’umanità (titolo dodicesimobis del CP [in vigore dal 15.12.2000, con
modifica in vigore dal 1.1.2011]), i crimini di guerra (titolo dodicesimoter del
CP [in vigore dal 1.1.2011]), i crimini o delitti contro lo Stato e la difesa
nazionale (titolo tredicesimo del CP [in vigore dal 1.1.1942, con modifica in
vigore dal 1.1.2007]) e i crimini o delitti che compromettono le relazioni con
gli Stati esteri (titolo sedicesimo del CP [in vigore dal 5.1.1951]). In questo
senso, si può senz’altro affermare che il Consiglio federale, adottando l’art.
30 cpv. 1 OCit, ha inteso inserire nell’ordinanza le dette categorie di reati
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Pagina 15
allo scopo di facilitare e canalizzare l’evasione delle procedure di revoca
della cittadinanza. Considerato che il CP già contemplava una parte delle
categorie di reati in questione addirittura prima che la vLCit entrasse in
vigore il 1° gennaio 1953, e che le restanti sono state introdotte quando la
vLCit era ormai in vigore, non sussistono ragioni per credere che la nozione
di “grave pregiudizio agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera”
non debba interpretarsi, laddove indicato, in funzione delle dette categorie
di reati anche in applicazione della vLCit, nonostante la mancanza di una
corrispondente ordinanza. Tanto più che i fatti rilevanti, in concreto, si sono
svolti dal 2014 al 2017, quando tutte le categorie di reati in questione erano
punibili secondo il CP. Questo per dire che, diversamente da quanto
sembra reputare la SEM, il suo margine d’apprezzamento non sarebbe
(stato) più ampio in virtù della vLCit rispetto alla LCit, senza contare che,
anche se si volesse ammettere tale ipotesi, il margine di manovra più
ampio non risulterebbe necessariamente in una maggiore severità nei
confronti del ricorrente.
4.5 In conclusione, ritenuto che i fatti rilevanti, accertati dal MPC, sono
accaduti durante il periodo protrattosi dal ... 2014 al ... 2017 (cfr. consid.
C.b), e sono sfociati nella sentenza del TPF del 18 agosto 2017, cresciuta
in giudicato incontestata, di cui la SEM ha saputo il 31 agosto successivo
(cfr. consid. D), sentenza che deve essere identificata, propriamente, come
il fatto determinante ai sensi dell’art. 57 vLCit (irretroattività), alla procedura
di revoca della cittadinanza del ricorrente si applica ratione temporis la
vLCit (cfr. anche, su questa tematica, la sentenza TAF F-1034/2019 del 7
dicembre 2020 consid. 3 [annullamento della naturalizzazione agevolata]).
Si aggiunga che, benché l’OCit non sia formalmente applicabile, ratione
temporis, alla fattispecie, vi si riferirà comunque, in prosieguo, nella misura
in cui essa precisa la nozione di “grave pregiudizio agli interessi o alla
buona reputazione della Svizzera”, nozione che si ritrova, in modo identico,
in entrambi gli artt. 48 vLCit e 42 LCit.
5.
Prima di entrare nel merito del ricorso è necessario trattare le censure
formali che solleva il ricorrente (cfr. consid. I). Fondandosi sull’art. 29 cpv.
2 della Costituzione federale (Cost., RS 101) e sull’art. 6 par. 1 (diritto a un
equo processo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU, RS
0.101), egli pretende che la SEM non abbia motivato a sufficienza la
decisione impugnata e che non gli abbia concesso di accedere all’incarto
nella misura dovuta (violazione del diritto di essere sentito).
F-5427/2019
Pagina 16
5.1 A proposito dell’art. 6 par. 1 CEDU occorre subito puntualizzare che le
questioni in materia di cittadinanza (acquisizione e perdita della nazionalità
o del passaporto) non appartengono alla sfera dei diritti e dei doveri di
carattere civile ("droits et obligations de caractère civil", "civil rights and
obligations"), come intesi dall'art. 6 par. 1 CEDU (cfr. la decisione della
Corte europea dei diritti dell’uomo [CorteEDU] – Sergey Smirnov c. Russia,
n. 14085/04, 6 luglio 2006: “[...] The Court notes that neither a right to
citizenship nor a right to a passport is a civil right, given that it is not of a
pecuniary or otherwise of a private character [see Šoć v. Croatia (dec.), no.
47863/99, 29 June 2000; Karassev and family v. Finland, no. 31414/96,
Commission decision of 14 April 1998; Peltonen v. Finland, no. 19583/92,
Commission decision of 20 February 1995]. It follows that this part of the
application is incompatible ratione materiae with the provisions of the
Convention [...]”; cfr. la sentenza TAF F-1719/2018 del 2 settembre 2020
consid. 4.2).
Ne consegue che, siccome l’art. 6 par. 1 CEDU non è applicabile alla
fattispecie, il ricorrente non può prevalersene per fondare le sue censure
formali relative al diritto di essere sentito.
5.2 Il diritto di essere sentiti, che fa parte delle garanzie procedurali
generali previste all'art. 29 Cost., è consacrato espressamente dall’art. 29
cpv. 2 Cost., e comprende il diritto, per la persona interessata, di prendere
conoscenza dell'incarto, di esprimersi in merito agli elementi rilevanti prima
che una decisione sia emanata nei suoi confronti, di produrre delle prove
pertinenti, di ottenere che sia dato seguito alle sue offerte di prove
pertinenti, di partecipare all'amministrazione delle prove essenziali o
almeno di poter esprimersi sul suo risultato, se ciò può influenzare la
decisione da emanare. Nel quadro della procedura amministrativa, il diritto
di essere sentito è previsto agli artt. 26 a 28 (diritto di esaminare gli atti),
29 a 33 (diritto di essere sentito in senso stretto) e 35 PA (diritto di ottenere
una decisione motivata).
In merito a quest'ultima esigenza, la giurisprudenza ha dedotto dal diritto
di essere sentiti l'obbligo per l'autorità di motivare la sua decisione, così da
permettere ai destinatari, e a tutte le persone interessate, di comprenderla,
eventualmente di impugnarla, in modo da rendere possibile all'autorità di
ricorso, se adita, di esercitare convenientemente il suo controllo (cfr. DTF
139 V 496 consid. 5.1, 139 IV 179 consid. 2.2 e 138 I 232 consid. 5.1). Si
è in presenza di una violazione del diritto di essere sentiti se l'autorità non
soddisfa al suo obbligo di esaminare e di trattare i problemi rilevanti. Per
adempiere a queste esigenze è sufficiente che l'autorità menzioni, almeno
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Pagina 17
brevemente, i motivi sui quali ha fondato la sua decisione, in modo da
permettere all'interessato di apprezzare la portata di quest'ultima e di
impugnarla in piena conoscenza di causa. In questo senso l'autorità non è
tenuta a discutere esplicitamente ogni fatto ed ogni argomento giuridico
sollevato, ma può limitarsi agli aspetti essenziali per la decisione (cfr. DTF
141 II 28 consid. 3.2.4 e 126 I 97 consid. 2b).
È ancora importante evidenziare che, se è possibile porre rimedio,
eccezionalmente, ad una violazione del diritto di essere sentiti, una
violazione grave, anche tenendo conto delle esigenze di economia
processuale, non può essere sanata (cfr. DTF 138 III 225 consid. 3.3 e 137
I 195 consid. 2.2 e 2.3.2; DTAF 2013/46 consid. 6.3.7, 2012/24 consid. 3.4
con i riferimenti).
5.2.1 In concreto, rispetto alla motivazione della decisione impugnata, il
ricorrente rimprovera alla SEM, apparentemente nell’ottica di un’eventuale
disparità di trattamento, di non avere spiegato perché mai la cittadinanza
svizzera non sia stata revocata, a differenza del suo caso, alle persone
menzionate nelle osservazioni che egli ha formulato in sede di audizione
preliminare (cfr. consid. F).
Ora, il fatto che la SEM non abbia ritenuto opportuno commentare gli
argomenti sviluppati dal ricorrente paragonando la sua situazione con
quelle delle persone in questione, non può essere interpretato come una
violazione dell’obbligo di apprezzare “tutte le allegazioni rilevanti prodotte
dalla parte in tempo utile” (art. 32 PA), e ciò per più ragioni. Innanzitutto, il
ricorrente stesso si limita ad evocare i casi delle dette persone in un modo
chiaramente appellatorio, senza dettagliare le similitudini e le differenze
rispetto alla sua situazione, non sostanziando così la sua censura che egli
rapporta, indistintamente, tanto al principio della parità di trattamento,
quanto al diritto di essere sentito. In secondo luogo, si deve notare che ogni
caso è, per definizione, particolare e che, di conseguenza, i paragoni di
fattispecie simili possono assumere un valore tutt’al più indicativo, ma non
permettono di trarre conclusioni generalizzabili. In terzo luogo, sulla scia di
quanto appena precisato, i casi di cronaca nera che il ricorrente evoca a
grandi linee, accontentandosi di farne un elenco, concernono reati la cui
commissione, malgrado la loro efferatezza, non è suscettibile, in linea di
principio, di implicare un “grave pregiudizio agli interessi o alla buona
reputazione della Svizzera”.
5.2.2 Pertanto, tutto sommato, si deve constatare che la SEM ha esposto
i motivi della sua decisione in modo sufficientemente circonstanziato, e ciò
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Pagina 18
con particolare riguardo alla nozione fondamentale di “grave pregiudizio
agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera” (cfr. decisione
impugnata, pagg. 4 a 6), in conformità alle esigenze poste dalla
giurisprudenza (cfr. consid. 5.2). Questo si rispecchia, del resto, nelle
censure formali e sostanziali che il ricorrente ha, perlopiù, ampiamente
dettagliato nell’impugnativa.
Ne discende che, sotto questo aspetto, la censura formale relativa alla
pretesa violazione del diritto di essere sentito del ricorrente per motivazione
insufficiente della decisione impugnata, è infondata.
5.3 In relazione alla questione dell’accesso all’incarto (artt. 26 a 28 PA), il
ricorrente critica la SEM per non avergli trasmesso una copia integrale del
rapporto JAN (cfr. consid. F, G e H).
In proposito bisogna sottolineare, per cominciare, che il ricorrente,
rappresentato dal suo legale, non ha chiesto alla SEM, in fase di audizione
preliminare, di poter consultare gli atti, ciò che gli avrebbe permesso di
prendere conoscenza, già a quel momento, dell’esistenza del rapporto JAN
e di provare a chiederne una copia prima dell’emanazione della decisione
impugnata. In secondo luogo, la parte essenziale del rapporto JAN è stata
riprodotta al punto 7 della decisione impugnata. Il resto del rapporto JAN,
non comunicato al ricorrente, gli è stato riassunto attraverso la frase “Note
interne generali tra i collaboratori relative al gruppo Jabhat Al-Nusra”: esso
riguarda la questione del diritto applicabile al gruppo “Jabhat Al-Nusra”, la
questione della minaccia, in generale, che il terrorismo islamico fa pesare,
secondo valutazioni non meglio precisate del Servizio delle attività
informative della Confederazione (SIC), anche sulla Svizzera in quanto
parte integrante dell’Occidente, e, in conclusione, il modo di procedere al
fine di valutare individualmente ogni fattispecie.
Stando così le cose, non si può che constatare, da un lato, che il ricorrente
sembra avere ritenuto superfluo, in fase di audizione preliminare, disporre
dell’incarto per prendere posizione sulle intenzioni della SEM di revocargli
la cittadinanza svizzera. In questo rispetto, si noti comunque che le sue
osservazioni del 26 aprile 2019 contenevano già, perlomeno in nuce, la
maggior parte delle censure e degli argomenti essenziali poi sviluppati nel
ricorso. Dall’altro lato, come affermato e ribadito dalla SEM (cfr. consid. K
e M), il ricorrente ha effettivamente preso conoscenza, con la notifica della
decisione impugnata, della parte rilevante e determinante del rapporto
JAN, sulla quale egli ha potuto esprimersi compiutamente in questa sede.
Pertanto, anche se si volesse ammettere un’eventuale violazione del diritto
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Pagina 19
di essere sentito del ricorrente per non essersi pronunciato, qualunque
siano le ragioni a lui imputabili (rinuncia o negligenza), sul rapporto JAN
prima dell’emanazione della decisione impugnata (audizione preliminare),
essa sarebbe stata senz’altro sanata nel corso della presente procedura in
virtù del pieno potere d’esame di cui gode questo Tribunale (cfr. consid.
2.1). Ad ogni modo, il ricorrente ha ottenuto in questa sede, peraltro senza
un’esplicita richiesta da parte sua, una copia integrale del rapporto JAN,
con anneriti il nome e il cognome abbreviati del redattore dello stesso, sul
quale egli ha preso posizione con il suo scritto del 19 aprile 2021 (cfr.
consid. Q e R), di cui si terrà conto, per quanto necessario, nell’esame del
merito del litigio.
Ne consegue che, anche sotto questo profilo, la censura relativa alla
pretesa violazione del diritto di essere sentito è infondata.
5.4 In conclusione, la SEM non ha disatteso il diritto di essere sentito del
ricorrente durante il procedimento amministrativo tendente alla revoca
della sua cittadinanza svizzera.
6.
Si tratta in seguito di verificare se la revoca della cittadinanza svizzera del
ricorrente è conforme al diritto che regge la materia in questione.
7.
Conviene per prima cosa esaminare la censura che il ricorrente solleva con
riferimento all’art. 8 cpv. 2 Cost. (uguaglianza giuridica), lamentandosi di
essere vittima di una discriminazione come cittadino svizzero binazionale,
nella misura in cui ai cittadini svizzeri mononazionali “non può essere
revocata la cittadinanza”. In proposito si deve osservare quanto segue.
Posto che è apolide “una persona che nessuno Stato considera come suo
cittadino nell’applicazione della sua legislazione” (art. 1° cpv. 1 della
Convenzione del 28 settembre 1954 sullo statuto degli apolidi, in vigore per
la Svizzera dal 1° ottobre 1972 [RS 0.142.40]), è utile ricordare che, sul
piano internazionale, vige un consenso sul fatto che l’apolidia non è un
fenomeno auspicabile (cfr. l’art. 15 par. 1 della Dichiarazione universale dei
diritti umani delle Nazioni Unite, del 10 dicembre 1948 [“Ogni individuo ha
diritto ad una cittadinanza”], che non è tuttavia vincolante per la Svizzera
[cfr. la sentenza del Tribunale federale 2C_169/2008 del 18 marzo 2008
consid. 4.1. con i riferimenti], nonché l’art. 7 par. 3 della Convenzione
europea sulla nazionalità del Consiglio d’Europa, del 6 novembre 1997,
non ratificata dalla Svizzera [“Un Etat Partie ne peut prévoir dans son droit
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Pagina 20
interne la perte de sa nationalité ... si la personne concernée devient ainsi
apatride,...”]). In questo senso, le autorità nazionali sono tenute ad evitare
di creare casi di apolidia, anche se un divieto assoluto dell’apolidia non
esiste (“Die nationalen Behörden sind gehalten, Staatenlosigkeit zu
vermeiden. Ein absolutes Verbot der Straatenlosigkeit besteht allerdings
nicht, [...]”; ULRICH HÄFELIN/WALTER HALLER/HELEN KELLER/DANIELA
THURNHERR, Schweizerisches Bundesstaatsrecht, 10a ed., 2020, n.
1311a).
Sul piano interno, la Svizzera si conforma all’imperativo di non creare casi
di apolidia, come si può evincere, per esempio, dall’art. 5 LCit, il quale
prevede che “se è annullato il rapporto di filiazione con il genitore che gli
ha trasmesso la cittadinanza svizzera, il figlio la perde, salvo che con la
perdita diventi apolide”. Così, per evitare che una persona non diventi
apolide (“Vermeidung von Staatenlosigkeit”), la perdita della cittadinanza
svizzera è concepibile fondamentalmente soltanto nei riguardi di cittadini
binazionali (“Der Verlust des Schweizer Bürgerrechts kommt grundsätzlich
nur bei Doppelbürgern infrage”; HÄFELIN/HALLER/KELLER/THURNHERR, op.
cit., n. 1321). Altrimenti detto, la cittadinanza non può essere revocata ai
cittadini svizzeri mononazionali per il motivo che, nel caso contrario, gli
stessi diventerebbero apolidi.
Alla luce di questa ratio legis (prevenzione dell’apolidia), il fatto che la
cittadinanza non possa essere revocata ai cittadini svizzeri mononazionali,
ma soltanto ai cittadini svizzeri bi- o plurinazionali, non costituisce una
violazione del divieto di discriminazione (cfr. art. 8 cpv. 2 Cost.).
Di conseguenza, la censura sollevata dal ricorrente in questo rispetto si
rivela infondata.
8.
“Ha la cittadinanza svizzera chi possiede una cittadinanza comunale e la
cittadinanza di un Cantone” (art. 37 cpv. 1 Cost.). “La Confederazione
disciplina l’acquisizione e la perdita della cittadinanza per origine,
matrimonio e adozione. Disciplina inoltre la perdita della cittadinanza
svizzera per altri motivi” (art. 38 cpv. 1 Cost.).
Commentando queste norme, alla luce dei principi che “tutti sono uguali
davanti alla legge” e che “nessuno può essere discriminato” (art. 8 cpv. 1 e
2 Cost. [uguaglianza giuridica]), la dottrina evidenzia che la Costituzione
non opera alcuna distinzione tra Svizzeri che hanno ottenuto la
cittadinanza per legge (“von Gesetzes wegen”) oppure per decisione di
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Pagina 21
naturalizzazione da parte dell’autorità (“durch behördlichen Entscheid
[Einbürgerung]”), riconoscendo fondamentalmente a tutti gli Svizzeri gli
stessi diritti e doveri, e questo a prescindere dal modo in cui hanno ottenuto
la cittadinanza (“unabhängig vom Erwerbsgrund des Bürgerrechts”; RENÉ
SCHAFFHAUSER, in: Daniel Thürer/Jean-François Aubert/Jörg Paul Müller
[editori], Verfassungsrecht der Schweiz – Droit constitutionnel suisse,
2001, § 19, n. 40).
È interessante qui riferire che, in seno alle Camere federali, il Consiglio
federale ha ribadito la validità di questa interpretazione “a più riprese [...]
in risposta a vari interventi parlamentari”, reiterando che la “distinzione tra
cittadini che hanno acquisito per legge la cittadinanza svizzera e quelli che
l’hanno acquisita per decisione dell’autorità è contraria alla Costituzione
federale e al diritto internazionale. Tutti gli Svizzeri devono avere i
medesimi diritti e doveri” (https://www.parlament.ch/it/ratsbetrieb/suche-
curia-vista/geschaeft?AffairId=20173284).
L’assenza di distinzione tra acquisizione della cittadinanza per legge e
acquisizione per decisione dell’autorità implica che anche la revoca della
cittadinanza può essere pronunciata nei confronti di tutti gli Svizzeri, salvo
in caso di conseguente apolidia, indipendentemente dal modo in cui sono
divenuti cittadini di questo Paese (cfr. il contenuto degli artt. 48 vLCit e 42
LCit, che si rapporta ad “una persona che possiede anche la cittadinanza
di un altro Stato”, senza introdurre alcuna disuguaglianza giuridica in base
al modo in cui la cittadinanza è stata ottenuta).
9.
Premesso che non sussiste alcun diritto di ottenere la cittadinanza
(nazionalità) svizzera (cfr. THOMAS HÄBERLI, op. cit., n. 48 ad art. 83 lett. b
LTF: “Mangels eines Rechtsanspruchs auf Einbürgerung [...]”), e che la
sua natura giuridica (“Rechtsnatur”) è di per sé controversa, l’elemento
essenziale che la contraddistingue è il riconoscimento della qualità di
cittadino con i relativi diritti e doveri che questo statuto comporta (“[...]
wesentlich ist, dass das Bürgerrecht den Status der Staatsangehörigkeit
und damit verbundenen Rechte und Pflichten vermittelt”; FELIX
HAFNER/DENISE BUSER, in: Ehrenzeller/Mastronardi/Schweizer/Vallender
[editori], Die schweizerische Bundesverfassung – Kommentar, 2a ed.,
2008, n. 6 ad art. 37 Cost.).
Chi non possiede la cittadinanza svizzera è, per definizione, uno straniero,
il cui statuto in Svizzera è regolato principalmente dalla legge federale sugli
stranieri e la loro integrazione del 16 dicembre 2005 (LStrI, RS 142.20),
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Pagina 22
nonché dal diritto internazionale, in primis dall’Accordo tra la Svizzera e la
Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione
delle persone del 21 giugno 1999 (ALC, RS 0.142.112.681), in vigore dal
1° giungo 2002. In questo contesto, come sottolinea il Tribunale federale,
“die Erteilung des Schweizerbürgerrechts verschafft dem eingebürgerten
die Stellung eines schweizerischen Staatsbürgers [...]. Mit der Erteilung
des Schweizerbürgerrechts fällt die persönliche Eigenschaft als Ausländer
dahin, selbst wenn damit eine doppelte Staatsangehörigkeit verbunden
sein sollte. Die eingebürgerte Person untersteht nicht mehr dem
Ausländerrecht” (DTF 135 II 1 consid. 3.3 e 3.4).
Se i cittadini svizzeri godono della libertà di domicilio e del diritto di lasciare
la Svizzera nonché di entrarvi (art. 24 Cost.), e sono protetti contro
l’espulsione, l’estradizione e il rinvio forzato (art. 25 Cost.), gli stranieri non
beneficiano, salvo eccezioni, di questi diritti. Questo vale, a maggior
ragione, per i diritti politici, ossia fondamentalmente il diritto di voto e
l’eleggibilità, come pure il diritto di lanciare e firmare iniziative popolari e
referenda (cfr. artt. 34, 39 e 136 Cost.; cfr. ANDREAS AUER/GIORGIO
MALINVERNI/MICHEL HOTTELIER, Droit constitutionnel suisse, volume I,
L’Etat, 2a ed., 2006, nn. 404 a 413).
9.1 La SEM può, con il consenso dell’autorità del Cantone d’origine,
revocare la cittadinanza svizzera, la cittadinanza cantonale e l’attinenza
comunale a una persona che possiede anche la cittadinanza di un altro
Stato, se la sua condotta è di grave pregiudizio agli interessi o alla buona
reputazione della Svizzera (art. 48 vLCit; in tedesco: “wenn sein Verhalten
den Interessen oder dem Ansehen der Schweiz erheblich nachteilig ist”; in
francese: “si sa conduite porte une atteinte grave aux intérêts ou au renom
de la Suisse”). Per scrupolo di chiarezza è opportuno sottolineare che la
pronuncia della revoca della cittadinanza, diversamente dall’annullamento
della naturalizzazione, sia essa ordinaria o agevolata, non è limitata da
alcun termine temporale legale, né relativo né assoluto, e può dunque
intervenire, in linea di principio, in qualsiasi momento (cfr. art. 41 cpv. 1bis
vLCit).
Secondo il Consiglio federale, “la revoca della cittadinanza svizzera
presuppone una condotta che sia di grave pregiudizio agli interessi o alla
buona reputazione della Svizzera. Con ciò la soglia è posta molto in alto,
per cui la disposizione non concerne comportamenti che non siano
gravemente pregiudizievoli. La revoca della cittadinanza interviene
pertanto quale ultima ratio. Dall’entrata in vigore della legge sulla
cittadinanza, nel 1953, non si è verificato nessun caso di revoca della
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cittadinanza svizzera ai sensi dell’articolo 48 LCit vigente. La disposizione
è stata concepita soprattutto in caso di guerra (ad es. revoca della
cittadinanza svizzera di una persona con doppia cittadinanza resasi
colpevole di crimini di guerra o di alto tradimento). La disposizione va
tuttavia mantenuta in quanto oggigiorno potrebbe essere applicata ad
esempio a cittadini svizzeri che si rendano colpevoli di atti terroristici”
(Messaggio concernente la revisione totale della legge federale sulla
cittadinanza svizzera del 4 marzo 2011, FF 2011 2567, pagg. 2606 e 2607).
9.2 In accordo con l’art. 30 cpv. 1 OCit, arreca grave pregiudizio agli
interessi o alla buona reputazione della Svizzera chi: a) commette un
crimine o un delitto secondo gli artt. 266, 266bis, 272–274, 275, 275bis e
275ter CP; b) commette un grave crimine nel quadro di attività terroristiche,
di estremismo violento o di criminalità organizzata; c) commette un
genocidio (art. 264 CP), un crimine contro l’umanità (art. 264a CP), una
grave violazione delle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 (art.
264c CP) o un altro crimine di guerra (artt. 264d–264h CP); d) oltraggia un
altro Stato compromettendo in tal modo durevolmente i buoni rapporti della
Svizzera con tale Stato (art. 296 CP). In base al cpv. 2 della stessa norma,
la revoca presuppone una condanna passata in giudicato. Sono eccettuati
i casi in cui un procedimento penale sarebbe impossibile poiché lo Stato in
cui sono stati commessi i reati non ha la volontà o la capacità di portare a
termine un procedimento penale o ossequiare una domanda estera di
assistenza giudiziaria segnatamente in quanto il sistema giudiziario
indipendente nel suo insieme o parte rilevante di esso è incapace di
funzionare.
Nelle sue spiegazioni relative al progetto sull’OCit, la SEM ha rilevato che
la revoca della cittadinanza è un provvedimento “nato dal desiderio di
tutelare la neutralità, ovvero la sovranità della Svizzera. La pertinente
disposizione di legge poggia originariamente su un’ordinanza urgente del
Consiglio federale risalente alla Seconda Guerra mondiale, con cui è stata
creata per la prima volta, a fronte della minaccia nazionalsocialista, la
possibilità di revocare la cittadinanza svizzera di persone con doppia
cittadinanza (RU 56 2027). Il provvedimento è stato adottato segnatamente
nei riguardi di persone che avevano agito contro gli interessi della Svizzera
mettendo in pericolo la sicurezza del Paese” (Rapporto esplicativo relativo
al disegno di ordinanza sulla cittadinanza svizzera, aprile 2016, pag. 33,
reperibile sul sito internet della SEM, all’indirizzo: www.sem.admin.ch).
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Pagina 24
9.3
9.3.1 Secondo l’art. 1° LAQSI, i gruppi e le organizzazioni seguenti sono
vietati: (a) il gruppo «Al-Qaïda»; (b) il gruppo «Stato islamico»; (c) i gruppi
che succedono al gruppo «Al-Qaïda» o al gruppo «Stato islamico» o che
operano sotto un nome di copertura nonché le organizzazioni e i gruppi
che, per quanto riguarda condotta, obiettivi e mezzi, corrispondono al
gruppo «Al-Qaïda» o al gruppo «Stato islamico» o operano su loro
mandato. Ai sensi dell’art. 2 cpv. 1 LAQSI, chiunque partecipa sul territorio
svizzero a uno dei gruppi o a una delle organizzazioni vietati secondo l’art.
1 (in particolare, i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico”), mette a
disposizione risorse umane o materiale, organizza azioni propagandistiche
a loro sostegno o a sostegno dei loro obiettivi, recluta adepti o promuove
in altro modo le loro attività, è punito con una pena detentiva sino a cinque
anni o con una pena pecuniaria.
Si osservi che l’art. 2 cpv. 1 e 2 OAQ, non più in vigore, aveva lo stesso
tenore dell’art. 2 cpv. 1 LAQSI, senonché prevedeva, oltre alla pena
pecuniaria, una pena detentiva massima di tre anni, nella misura in cui non
fossero applicabili disposizioni penali più severe.
Dal canto suo, l’art. 260ter cifra 1 CP sancisce che chiunque partecipa a
un’organizzazione che tiene segreti la struttura e i suoi componenti e che
ha lo scopo di commettere atti di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi
criminali (cpv. 1), chiunque sostiene una tale organizzazione nella sua
attività criminale (cpv. 2), è punito con una pena detentiva sino a cinque
anni o con una pena pecuniaria.
9.3.2 Nel suo messaggio relativo alla proroga della validità della LAQSI,
del 22 novembre 2017, il Consiglio federale ha precisato che “per quanto
riguarda il rapporto tra l’art. 2 [LAQSI] e l’art. 260ter CP, il Tribunale penale
federale ha ritenuto che il primo, in quanto disposizione speciale più
recente, ha la preminenza sul secondo (sentenza TPF del 5 giugno 2016
[SK.2016.9] consid. 1.15). In altre parole, l’art. 2 [LAQSI] assorbe l’art.
260ter CP e il concorso è soltanto apparente (imperfetto)” (Messaggio sulla
proroga della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico”
nonché le organizzazioni associate, FF 2018 71, pag. 84).
Per più dettagli sul rapporto tra l’art. 260ter CP e l’art. 2 cpv. 1 LAQSI, si
rinvia ai paragrafi 1.11 a 1.15 della sentenza del TPF SK.2016.9, citata dal
Consiglio federale. Di particolare rilievo per la presente causa è la
conclusione del par. 1.15: “Das Al-Qaïda/IS-Gesetz ist im Vergleich mit Art.
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260ter Ziff. 1 Abs. 2 StGB das speziellere und jüngere. Beide Tatbestände
wollen die öffentliche Sicherheit schon im Vorfeld einer Straftat schützen
und zielen zu diesem Zweck bereits auf die Verbrechensorganisationen
[...]. Soweit eine Handlung sowohl Art. 260ter Ziff. 1 Abs. 2 StGB als auch
Art. 2 Abs. 1 des Al-Qaïda/IS-Gesetzes erfüllt, geht demzufolge das
jüngere Spezialgesetz vor”.
9.4
9.4.1 Gli interessi nazionali della Svizzera (cfr. art. 48 vLCit) si rapportano,
come evidenziato dalla SEM, alla sua sovranità, la cui difesa è un compito
che pertiene alla politica di sicurezza, sia sul piano interno che esterno.
La legislazione sulla sicurezza della Confederazione (RS 1/12) permette di
comprendere che la nozione di “sicurezza interna ed esterna” concerne la
tutela di “interessi nazionali importanti” (art. 2 della legge federale sulle
attività informative del 25 settembre 2015 [LAIn, RS 121]), tra cui, in primis,
i “fondamenti democratici e costituzionali della Svizzera” nonché la “libertà
della sua popolazione” (art. 2 della legge federale sulle misure per la
salvaguardia della sicurezza interna del 21 marzo 1997 [LMSI, RS 120]).
Questi interessi nazionali importanti sono minacciati, in particolare, dal
“terrorismo”, dallo “spionaggio”, dalla “proliferazione di armi nucleari,
biologiche o chimiche”, da “attacchi ad infrastrutture critiche” e
dall’“estremismo violento” (art. 6 cpv. 1 lett. a LAIn).
Il Consiglio federale ha tematizzato la questione, precisando che la
minaccia alla sicurezza interna ed esterna della Svizzera include
“segnatamente la minaccia della priorità statale in materia di prerogative
militari e politiche. Ciò comprende, ad esempio, la minaccia mediante
terrorismo, estremismo violento, attività vietata di servizio d’informazione,
criminalità organizzata, atti o tentativi volti a compromettere gravemente le
relazioni della Svizzera con altri Stati o a modificare mediante la violenza
l’ordine dello Stato” (Messaggio dell’8 marzo 2002 concernente la LStr, FF
2002 3327, pag. 3429), come pure “fatti e sviluppi all’estero suscettibili di
compromettere l’autodeterminazione della Svizzera, i fondamenti della
democrazia e dello Stato di diritto, di arrecarle gravi danni nel campo della
politica di sicurezza o danni di altra natura o di pregiudicare la capacità di
agire delle sue autorità” (Messaggio del 19 febbraio 2014 concernente la
LAIn, FF 2014 1885, pag. 1922).
9.4.2 La buona reputazione della Svizzera in seno alla comunità
internazionale è, ufficialmente, funzione della sua neutralità, della sua
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Pagina 26
politica dei buoni uffici, i quali le permettono di “costruire ponti dove altri
non riescono, poiché non fa parte dei centri del potere e non persegue
un’agenda occulta”, come pure della sua politica di promozione della pace
e dei diritti dell’uomo (cfr. https://www.eda.admin.ch/eda/it/dfae.html, alla
rubrica “Politica estera”).
Altrimenti detto, la buona reputazione della Svizzera si delinea, da una
prospettiva ufficiale, come una costante storica, caratterizzata da una
diplomazia di equidistanza dalle grandi potenze, che le ha garantito e le
garantisce credibilità ed affidabilità come attore e mediatore sulla scena
internazionale (cfr. la sentenza F-2303/2019 del 23 febbraio 2021 consid.
8.2.3 con i numerosi rinvii, di cui è prevista la pubblicazione nella collezione
DTAF).
10.
Sebbene non esista una definizione univoca del terrorismo sul piano
internazionale, l’art. 2 cifra 1 lett. a e b della Convenzione internazionale
per la repressione del finanziamento del terrorismo, con il relativo Allegato
(CRFT, RS 0.353.22), conclusa a New York il 9 dicembre 1999, e in vigore
per la Svizzera dal 23 ottobre 2003, ha permesso al legislatore svizzero,
che lo ha trasposto all’art. 260quinquies CP, di circoscriverne i contorni in modo
relativamente preciso.
Dall’art. 260quinquies cpv. 1 e 3 CP si può inferire che sono terroristici tutti gli
“atti di violenza criminali volti a intimidire la popolazione o a costringere uno
Stato o un’organizzazione internazionale a fare o ad omettere un atto”, ad
eccezione degli atti volti “a instaurare o ripristinare la democrazia o lo Stato
di diritto oppure a permettere l’esercizio o il rispetto dei diritti dell’uomo”.
Commette altresì un reato di terrorismo chiunque partecipa in quanto
complice, organizza la perpetrazione o contribuisce alla perpetrazione di
un atto di terrorismo (cfr. art. 5 CRFT; cfr., per più dettagli, GERHARD FIOLKA,
in: Niggli/Wiprächtiger [editori], Basler Kommentar Strafrecht II, 4a ed., nn.
1 a 60 ad art. 260quinquies CP).
11.
Ai fini della presente procedura è opportuno ora caratterizzare, a grandi
linee, le organizzazioni “Al-Qaïda”, “Jabhat Al-Nusra” e lo “Stato islamico”
(cfr. atto d’accusa del MPC [consid. C]), il cui denominatore comune è,
come si vedrà, la perpetrazione di atti terroristici ai sensi del CRFT e del
CP (N.B.: tutti i siti internet menzionati in questo considerando sono stati
consultati, l’ultima volta, il 21 aprile 2021).
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Pagina 27
11.1 “Al-Qaïda”, un’organizzazione islamista d’ispirazione salafista
jihadista (cfr., per una breve definizione di queste due nozioni, il consid.
11.2), fondata nel 1987 nel contesto dell’occupazione sovietica
dell’Afghanistan, è stata designata come “Foreign Terrorist Organization”
(FTO), conformemente alla sezione 219 dell’“Immigration and Nationality
Act” (INA), dal “Department of State” degli Stati Uniti (DoS) il 10 agosto
1999 (cfr. https://www.state.gov/foreign-terrorist-organizations/).
In seguito agli attentati terroristici contro il “World Trade Center” a New
York, perpetrati l’11 settembre 2001, “Al-Qaïda” è stata vietata in Svizzera
con effetto dall’8 novembre 2001 (cfr. l’ordinanza del 7 novembre 2001 che
vieta il gruppo «Al-Qaïda» e le organizzazioni associate [RU 2001 3040];
cfr. art. 1° lett. a LAQSI). Dal canto suo, il Tribunale federale ha avuto modo
di accertare che “Al-Qaïda” costituisce un’organizzazione criminale, di
stampo terroristico, ai sensi dell’art. 260ter CP (cfr. la sentenza del Tribunale
federale 1A.194/2002 del 15 novembre 2002 consid. 3.7).
11.2 “Jabhat Al-Nusra”, che si è manifestato pubblicamente per la prima
volta tramite un video trasmesso su un forum internet di “Al-Qaïda” il 23
gennaio 2012, rivendicando un attentato suicida sanguinoso a Damasco
perpetrato il 23 dicembre 2011, è stato designato dal DoS come FTO, in
quanto “new alias” (nome di copertura) di “Al-Qaïda in Iraq” (AQI), l’11
dicembre 2012, con la motivazione seguente: “Since November 2011, al-
Nusrah Front has claimed nearly 600 attacks – ranging from more than 40
suicide attacks to small arms and improvised explosive device operations
– in major city centers including Damascus, Aleppo, Hamah, Dara, Homs,
Idlib, and Dayr al-Zawr. During these attacks numerous innocent Syrians
have been killed. Through these attacks, al-Nusrah has sought to portray
itself as part of the legitimate Syrian opposition while it is, in fact, an attempt
by AQI to hijack the struggles of the Syrian people for its own malign
purposes” (cfr. https://2009-
2017.state.gov/r/pa/prs/ps/2012/12/201759.htm). Per quanto riguarda le
Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza ha introdotto “Jabhat Al-Nusra” nella
sua “Al-Qaida Sanctions List of Individuals and Entities Subject to the
Assets Freeze, Travel Ban and Arms Embargo” il 30 maggio 2013 (cfr.
https://www.un.org/press/en/2013/sc11019.doc.htm). Facendo seguito alle
Nazioni Unite, l’Unione europea ha aggiunto “Jabhat Al-Nusra” alla propria
lista contenuta nella “Council Regulation (EC) No 881/2002 imposing
restrictive measures against certain persons and entities associated with
the Al Qaida network” il 28 giugno 2013
(https://www.europarl.europa.eu/sides/getAllAnswers.do?reference=P-
2013-008210&language=EN). Dal canto suo, l’“Home Office” britannico ha
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Pagina 28
iscritto “Jabhat Al-Nusra”, ispirandosi all’esempio del DoS, nella propria
lista denominata “Proscribed Terrorist Organisations” nel luglio 2013 (cfr.
https://assets.publishing.service.gov.uk/government/uploads/system/uplo
ads/attachment_data/file/901434/20200717_Proscription.pdf).
Sviluppatosi inizialmente come un ramo di “Al-Qaïda” e dello “Stato
islamico d’Iraq in Siria/nel Levante” (ISIS/ISIL), “Jabhat Al-Nusra” è
un’organizzazione salafista jihadista e, nello stesso tempo, un gruppo
insurrezionale contro il regime alauita del clan Assad in Siria. In quanto
organizzazione salafista, “Jabhat Al-Nusra aims to purify and restore a
perceived initial form of the Islamic faith”. In quanto organizzazione
jihadista, “Jabhat Al-Nusra” esprime il suo credo ideologico in questi
termini: “[...] We perform jihad (guerra santa) for the sake of establishing
the governorship of the Shari’ah (legge islamica) until Fitna (divisione,
scisma) disappears, the religion of Allah reigns supreme across the Earth
and the glory and dignity of our Ummah (comunità dei musulmani) is
restored [...]. We perform jihad by the hand and the tongue, as well as the
money, body, heart and possessions until Allah makes it victorious or we
die defending it”. In quanto gruppo insurrezionale, “the main strategic and
political goal of Jabhat Al-Nusra is the establishment of an Islamic
Caliphate in Greater Syria [...] which includes the modern states of Syria,
Lebanon, Jordan, Israel and the territory controlled by the Palestinian
Authority”. Nel corso del 2013 e del 2014, “Jabhat Al-Nusra” ha avuto degli
aspri conflitti con lo “Stato islamico”, anche sul terreno, per essersi rifiutato
di riconoscerne il primato nel campo dell’ideologia salafista jihadista e per
il controllo di altre organizzazioni jihadiste in Siria, ribadendo la propria
fedeltà ad “Al-Qaïda”. Cionondimeno, nel 2016, “Jabhat Al-Nusra” ha rotto
i suoi legami con “Al-Qaïda” ed ha mutato la propria denominazione,
diventando dapprima il “Fronte per la conquista del Levante” (Jabhat Fateh
al-Sham/JFS), e quindi “Hay’at Tahrir al-Sham” (HTS; cfr. Ioannis E.
Kotoulas, National & Kapodistrian University of Athens, Turkish and
Modern Asian Studies, Adjunct Lecturer in Geopolitics, “Ideological
Principles of Jabhat Al-Nusra in Al Risalah Magazine”, dicembre 2018,
articolo scaricabile all’indirizzo: https://www.researchgate.net/; cfr. anche,
per più dettagli, Charles Lister, Senior Fellow and Director of the Syria and
Countering Terrorism and Extremism Programs at the Middle East Institute,
“Profiling Jabhat al-Nusra”, luglio 2016, articolo scaricabile all’indirizzo:
https://www.brookings.edu).
11.3 Lo “Stato islamico”, le cui radici affondano almeno nel 1999, è
un’entità che ha subito molteplici mutamenti da allora, e ciò in funzione
degli attentati da esso perpetrati, per cominciare in Giordania, e delle sue
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conquiste territoriali in Medio Oriente (Iraq e Siria), venendo così
identificato dapprima come “Al-Qaïda in Iraq” (AQI), quindi come “Stato
islamico d’Iraq in Siria/nel Levante” (ISIS/ISIL) e, per finire, come “Stato
islamico” (“Islamic State”/IS) senza ulteriori precisazioni.
Lo “Stato islamico” è stato designato dal DoS come FTO, in quanto “Islamic
State of Iraq and the Levant (formerly al-Qaida in Iraq)”, il 17 dicembre
2004 (cfr. https://www.state.gov/foreign-terrorist-organizations/). Passati
dieci anni, nel luglio 2014, il DoS affermava che lo “Stato islamico” non è
più una mera organizzazione terroristica “[...] it is a full-blown army”, anche
con riferimento al ruolo assunto dai cosiddetti “foreign fighters”, tenuto
conto che, secondo dati statistici di quell’anno, “there are likely to be at
least 15'000 foreign fighters in Syria and Iraq from at least 90 different
countries. Considering the unprecedented scale of this foreign flow, the
issue of “blowback” – or citizens returning to their home countries to carry
out terrorist attacks – has generated a great deal of attention” (cfr. Charles
Lister, “Profiling the Islamic State”, novembre 2014, articolo scaricabile
all’indirizzo: https://www.brookings.edu/research/profiling-the-islamic-
state/).
Dal canto suo, la Svizzera ha vietato lo “Stato islamico” con effetto dal 1°
gennaio 2015 (cfr. artt. 1° lett. a e 4 LAQSI).
12.
Per quanto riguarda la minaccia terroristica di “Al-Qaïda”, di “Jabhat Al-
Nusra” e dello “Stato islamico” all’indirizzo della Svizzera dal 2014 al 2017
(periodo coprente l’attività del ricorrente sanzionata dal TPF), e fino ad
oggi, è utile riferirsi ai rapporti annuali del SIC “La sicurezza della Svizzera”,
liberamente disponibili su internet anche al grande pubblico (cfr.
https://www.vbs.admin.ch/it/home.html, alla rubrica “Servizio delle attività
informative della Confederazione”).
12.1 Nel suo rapporto del 2014, il SIC constatava che la minaccia
terroristica alla sicurezza interna ed esterna della Svizzera “è originata
soprattutto dal terrorismo di matrice jihadista, cioè dal movimento con
finalità globali ispirato all’ideologia di Al-Qaïda”, precisando che “in Siria il
gruppo jihadista Fronte Al-Nusra [è] ufficialmente affiliato al nucleo Al-
Qaïda e all’origine di gravi attentati sul suolo siriano [...]” (SIC 2014, pagg.
25 e 28). Riguardo alla diffusione del jihadismo su internet in Svizzera, il
SIC sottolineava “la radicalizzazione di singoli individui [...] un’evoluzione
in cui la rete Internet svolge un ruolo centrale”, nonché “l’intensificazione
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Pagina 30
della propaganda jihadista in Internet, in particolare nei social network quali
facebook e youtube” (SIC 2014, pag. 30).
12.2 Nel suo rapporto del 2015, il SIC notava che, nonostante
l’indebolimento del suo nucleo in seguito all’apparizione dello “Stato
islamico” e all’uccisione di Osama Bin Laden, “Al-Qaïda” continuava la sua
attività terroristica grazie alle sue “numerose emanazioni locali”, tra cui “il
Fronte Al-Nusra in Siria” (SIC 2015, pag. 21). Il SIC evidenziava che “il
modus operandi dello – Stato islamico – in parti dell’Iraq e della Siria
polarizza il movimento jihadista e implica una rivendicazione di fatto del
ruolo di guida ideologica in seno a tale movimento. Il nucleo di Al-Qaïda è
sotto pressione: il suo potenziale di minaccia immediato si situa in primo
luogo a livello di propaganda. I vertici del nucleo di Al-Qaïda continuano a
invocare in tutto il mondo il ricorso alla violenza in nome della jihad,
ispirando e motivando aspiranti jihadisti” (SIC 2015, pag. 30). Su questa
scia, il SIC aggiungeva che “la disputa in corso tra il nucleo di Al-Qaïda e
lo – Stato islamico – per il ruolo di guida ideologica in seno al movimento
jihadista internazionale rende più elevata la minaccia terroristica anche per
il nostro Paese. Attentati in Occidente ad alto impatto mediatico potrebbero
servire a simpatizzanti o membri delle due organizzazioni come utile
strumento di posizionamento” (SIC 2015, pag. 35).
12.3 Nel suo rapporto del 2016, il SIC rilevava che “il terrorismo di matrice
jihadista costituisce a tutt’oggi una grave minaccia nelle zone di conflitto a
presenza jihadista, ma anche all’interno di Stati occidentali, di Paesi
musulmani e di altre Nazioni ancora” (SIS 2016, pag. 33). Il SIC identificava
due forme di tale minaccia, una costituita da persone radicalizzate recatesi
in zone di conflitto a presenza jihadista e poi rientrate in Svizzera, l’altra
“rappresentata da individui radicalizzati che soggiornano in Stati
occidentali e che non hanno l’intenzione di recarsi in aree di
combattimento. Simili individui possono sostenere potenziali attentatori
durante i preparativi di un attentato o dopo la sua esecuzione” (SIC 2016,
pag. 39). Il SIC confermava inoltre che “lo – Stato islamico – ha di fatto
assunto il ruolo di guida del movimento jihadista”, aggiungendo che “il
nucleo di Al-Qaïda ha ancora l’intenzione di perpetrare attentati nei Paesi
occidentali al fine di mantenere un ruolo di rilievo nel movimento jihadista.
Siccome però non dispone quasi più dei mezzi necessari per compiere un
attentato, il nucleo di Al-Qaïda dipende in modo crescente dal sostegno di
una delle sue emanazioni” (SIC 2016, pag. 44).
12.4 Nel suo rapporto del 2017, il SIC riaffermava che “in Svizzera la
minaccia terroristica rimane elevata. La minaccia è dovuta soprattutto allo
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– Stato islamico – e a singoli individui o piccoli gruppi che ne seguono le
istruzioni o che ad esso si ispirano. La minaccia rappresentata dal gruppo
terroristico Al-Qaïda rimane invariata” (SIC 2017, pag. 36). Il SIC
osservava che “gran parte degli utenti individuati in Svizzera nel quadro
della sorveglianza di siti internet jihadisti simpatizza per il nucleo di Al-
Qaïda e le sue diramazioni”, e che “nell’estate 2016 il Fronte Al-Nusra
(Jabhat al-Nusra), operativo in Siria, si è staccato ufficialmente dal nucleo
di Al-Qaïda”, diventando “il JFS [che] combatte principalmente contro il
regime siriano del presidente Bashar al-Assad e intende costituire uno
Stato islamico in Siria” (SIC 2017, pagg. 37 e 38). In relazione alla
pericolosità dello “Stato islamico”, il SIC riferiva che “tra i possibili obiettivi
di attentati sul suolo svizzero figurano in particolare gli interessi di Stati che
partecipano alla coalizione militare contro lo – Stato islamico – nonché
interessi russi, ebraici/israeliani e arabi” (SIC 2017, pagg. 48 e 49). Quanto
a “Jabhat al-Nusra” (JFS, in seguito HTS [cfr. consid. 11.2]), il SIC rilevava
che il “cambiamento di denominazione è probabilmente dovuto a motivi
tattici e non comporta modifiche a livello ideologico o riguardo agli obiettivi
perseguiti in Siria. La minaccia derivante da questa organizzazione non è
dunque sostanzialmente cambiata. L’ulteriore evoluzione della minaccia
dipenderà in gran parte dall’esito dei combattimenti in Siria. Il JFS non ha
finora esortato a commettere attentati in Occidente, ma potrebbe assumere
anche posizioni ostili all’Occidente se dovesse essere esposto a maggiori
pressioni in Siria” (SIC 2017, pag. 49).
12.5 Per quanto concerne i rapporti del SIC relativi agli anni 2018, 2019 e
2020, successivi quindi all’attività del ricorrente sanzionata dal TPF, ma utili
per illustrare la persistenza del fenomeno del terrorismo sul piano
internazionale, da essi risulta che il livello della minaccia jihadista per la
Svizzera ha continuato e continua ad essere “elevato”, e che “la minaccia
più probabile è rappresentata da attacchi caratterizzati da un dispendio
logistico modesto, eseguiti da autori isolati o piccoli gruppi”. Il grado della
minaccia era ed è correlato alla diffusione dell’ideologia jihadista via
internet, che è “indipendente da vincoli territoriali” e che permette di
radicalizzare, tramite la propaganda jihadista, anche quelle persone,
cosiddette “homegrown jihadisti”, che non hanno mai intrapreso e non
hanno nemmeno l’intenzione d’intraprendere viaggi all’estero a scopo
d’indottrinamento estremista (cfr. SIC 2018, 2019 e 2020 passim).
13.
13.1 In concreto è necessario, per prima cosa, sgomberare il campo dal
malinteso a cui il ricorrente dà adito quando afferma che non è stato
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Pagina 32
condannato dal TPF per violazione dell’art. 260ter CP (cfr. consid. I). Infatti,
se è vero che non è stato sanzionato in base all’art. 260ter CP, egli è stato
dichiarato colpevole di un’infrazione agli artt. 2 cpv. 1 LAQSI e 2 cpv. 1 e 2
OAQ, che il legislatore ha concepito come leges speciales rispetto all’art.
260ter cifra 1 cpv. 2 CP (cfr. consid. 9.3), e questo per aver organizzato
azioni propagandistiche e proselitistiche a favore del gruppo “Jabhat Al-
Nusra”, che il MPC e il TPF hanno considerato essere notoriamente affiliato
ad “Al-Qaïda”, la quale è vietata in Svizzera dall’8 novembre 2001 (cfr.
l’ordinanza del 7 novembre 2001 che vieta il gruppo «Al-Qaïda» e le
organizzazioni associate, già menzionata al consid. 11.1).
Pertanto, a differenza di quanto sembra voler intendere il ricorrente, egli è
stato propriamente condannato per avere sostenuto un’organizzazione
criminale, e ciò sulla base degli artt. 2 cpv. 1 LAQSI e 2 cpv. 1 e 2 della
previgente OAQ, i quali, come visto, si applicano al posto dell’art. 260ter CP
in quanto disposizioni di leggi speciali.
13.2 A questo punto bisogna rimarcare che l’atto d’accusa del MPC e la
sentenza del TPF sembrano aver dato per scontata, come un fatto notorio,
l’affiliazione di “Jabhat Al-Nusra” ad “Al-Qaïda” durante il periodo rilevante,
che si estenda da ... 2014 a ... 2017. In proposito, come mostrato sopra,
l’affiliazione di “Jabhat Al-Nusra” ad “Al-Qaïda” (“entity associated with”) nel
corso di questo lasso di tempo è stata accertata dalla comunità
internazionale e non può quindi che essere riconosciuta in questa sede. In
aggiunta a ciò, benché l’affiliazione non implichi necessariamente che
l’organizzazione affiliata sia anche un’organizzazione terroristica, nel caso
di “Jabhat Al-Nusra” riveste una particolare importanza, sotto il profilo del
diritto della cittadinanza (e del diritto degli stranieri), il fatto che perlomeno
due dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite, ossia gli Stati Uniti e il Regno Unito, l’avevano classificato, sul piano
nazionale, anche come un’organizzazione terroristica già nel 2012,
rispettivamente nel 2013 (cfr. consid. 11.2).
Dimodoché, a partire dalle chiare constatazioni che emergono dai consid.
11 e 12, questo Tribunale esprime il proprio convincimento che, ai fini della
presente procedura, “Jabhat Al-Nusra” (JFS/HTS), la cui affiliazione ad “Al-
Qaïda” è indubbia, debba essere inoltre riconosciuto, con un alto grado di
verosimiglianza, come un’organizzazione criminale dedita, parallelamente
alla sua lotta insurrezionale contro il regime alauita del clan Assad, anche
al terrorismo.
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Pagina 33
14.
Ciò posto, è fondamentale in prosieguo determinare in che misura l’attività
criminale del ricorrente sia stata e sia eventualmente ancora in grado, a
causa della sua importanza, di arrecare un “grave pregiudizio agli interessi
della Svizzera”, ossia di minare in modo riconoscibile la sicurezza interna
ed esterna del Paese, e/o un “grave pregiudizio alla buona reputazione
della Svizzera” in seno alla comunità internazionale. In quest’ottica si deve
ricordare, da un lato, che il Consiglio federale ha precisato che la revoca
della cittadinanza è una misura che può essere “applicata ad esempio a
cittadini svizzeri che si rendono colpevoli di atti terroristici”, e, dall’altro lato,
che commette un reato di terrorismo chiunque partecipa in quanto
complice, organizza la perpetrazione o contribuisce alla perpetrazione di
un atto di terrorismo (cfr. art. 48 vLCit nonché i consid. 9.1, 9.4 e 10).
15.
I fatti accertati dal MPC, riconosciuti dal ricorrente e ripresi, tali e quali,
nella sentenza del TPF, sono pacifici. Essi rivelano due aspetti della
vicenda: da un lato, il ricorrente ha organizzato, a decorrere da ... 2014 e
fino a ... 2017, azioni di propaganda, proselitismo, indottrinamento e
radicalizzazione per “Jabhat Al-Nusra”; dall’altro lato, egli si è adoperato,
da ... ad ... 2015 e nel ... 2015, per facilitare a due “foreign fighters”
l’accesso al territorio siro-iracheno occupato dallo “Stato islamico” (cfr.
consid. C.b).
15.1 In relazione a questa attività a sostegno di “Jabhat Al-Nusra” occorre
puntualizzare che, diversamente da quanto sembra pensare il ricorrente
(cfr. ricorso, § 3, e replica, § 2 [consid I e L]), essa equivale, volens nolens,
ad appartenere a questo gruppo terroristico, anche soltanto sotto il profilo
dell’identificazione allo stesso. In proposito, l’appartenenza ad un gruppo
terroristico non è solitamente, salvo per le personalità di spicco che lo
costituiscono, di dominio pubblico, ma si manifesta piuttosto in modo
dissimulato. Prova ne è, in concreto, che il MPC ha dovuto procedere ad
un’istruzione penale nei confronti del ricorrente prima di poter arrestarlo ed
emanare l’atto d’accusa (cfr. consid. C).
15.2 Nella sua analisi del caso, tendenzialmente improntata al diritto
penale, il ricorrente sostiene (“si può inoltre dedurre”) che la SEM si è
riferita, al punto 9 della sua decisione, perlomeno implicitamente, all’art. 30
cpv. 1 lett. b OCit (grave crimine nel quadro di attività terroristiche), e,
esplicitamente, all’art. 30 cpv. 1 lett. d OCit (oltraggio ad uno Stato estero
[art. 296 CP]), per concluderne che “queste due ipotesi non sono però
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Pagina 34
realizzate e di conseguenza l’art. 42 LCit non trova applicazione” (cfr.
ricorso, § 9 [consid. I]).
Con riferimento all’art. 30 cpv. 1 lett. b OCit, il ricorrente ipotizza che la sua
attività a sostegno di “Jabhat Al-Nusra” non possa essere considerata
come un grave crimine, poiché la pena comminatagli non ha superato i tre
anni (cfr. ricorso, § 9 [consid. I]). In questo rispetto, si deve innanzitutto
rilevare che l’OCit non si applica, formalmente, alla fattispecie, e che,
soprattutto, il contenuto dell’art. 30 cpv. 1 lett. b OCit, in quanto norma
d’esecuzione dell’art. 48 LCit, è problematico (cfr. consid. 4.4 e 4.5). In
secondo luogo, la gravità di cui si parla nella legge formale, ossia all’art. 48
vLCit (art. 42 LCit), si riferisce al pregiudizio che la persona interessata
causa agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera, e non alla sua
condotta, che non viene di per sé qualificata. Altrimenti detto, la gravità del
pregiudizio e la gravità della condotta non devono necessariamente
equivalersi. In terzo luogo, e soprattutto, la gravità del pregiudizio causato
agli interessi e alla buona reputazione della Svizzera deve essere valutata,
come ha fatto la SEM, nella prospettiva del diritto, amministrativo, della
cittadinanza, in modo autonomo rispetto al diritto penale (cfr., mutatis
mutandis, DTF 140 I 145 consid. 4.3, tra le tante; cfr., per l’analisi della
gravità del pregiudizio agli interessi nazionali e alla buona reputazione della
Svizzera, i consid. 15.3 e 15.4 seguenti).
In relazione all’art. 296 CP, si deve convenire con il ricorrente che la
fattispecie da esso prevista non è sovrapponibile, nemmeno lontanamente,
alla fattispecie della presente causa. A questo proposito però, al contrario
di quanto suppone il ricorrente, non è possibile, né al punto 9, né altrove
nella decisione impugnata, pretendere che gli argomenti sviluppati dalla
SEM per motivarla siano riconducibili, in base al loro contenuto, alla
nozione di oltraggio ad uno Stato estero secondo l’art. 296 CP. In questo
senso, il riferimento, certo incongruente, all’art. 31 cpv. 1 lett. d OCit non
comporta, a prescindere dall’inapplicabilità di questa norma, conseguenze
sul piano della pertinenza dell’analisi giuridica effettuata dalla SEM
nell’ottica del diritto della cittadinanza, senza contare che questo Tribunale
applica, comunque, il diritto d’ufficio (cfr. consid. 2.3).
15.3
15.3.1 Riguardo al primo aspetto della vicenda all’esame, importa
sottolineare, anche se ciò può sembrare un’evidenza, che il ricorrente,
diversamente da quanto traspare dalla sua replica (cfr. consid. L), non è
stato condannato dal TPF per un cosiddetto “reato d’opinione”. Infatti, le
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Pagina 35
sue esternazioni ideologiche e religiose, riportate nell’atto d’accusa del
MPC, sono state proferite in una logica di proselitismo, indottrinamento e
radicalizzazione implicanti persone concrete, in periodi e località precisi, e
ciò nel contesto, sopra descritto, del terrorismo internazionale incarnato
principalmente da “Al-Qaïda”, con i suoi “alias”, e dallo “Stato islamico”.
Vale la pena citare le esternazioni più salienti del ricorrente: “[...] la morte
da martire nell’islam è considerata la morte migliore poiché è scritto nel
Corano e il martire che muore combattendo in nome di Allah raggiunge il
paradiso [...]”; “[...] un musulmano non può negare la jihad armata,
altrimenti commetterebbe un atto di miscredenza siccome è previsto dal
Corano (che bisogna seguire alla lettera piegando il proprio volere ad Allah)
[...]”; “[...] secondo l’Aqidah (credo), anche il combattere, e pertanto la jihad
armata, può divenire un’adorazione [...]”; “[...] nell’islam esiste il concetto
di – occhio per occhio, dente per dente – [...]”; e “[...] un musulmano
quando fa da’wa (insegnamento dell’Islam ai non musulmani) lo fa anche
con le azioni, pertanto la parola data ad Allah bisogna mantenerla e
bisogna mettere in atto quanto detto e promesso in nome di Allah, pena di
peccare di ipocrisia [...]”. In questo contesto di fede salafista jihadista, il
ricorrente fa l’apologia di “Jabhat Al-Nusra” che contrappone, sul piano
della jihad armata, allo “Stato islamico”: “[...] il gruppo Jabhat al-Nusra è
nel giusto poiché i suoi obiettivi e le sue attività in territori di guerra sono
volti a liberare la popolazione oppressa dal regime di Bashar al Assad e
dall’ISIS che uccide i – fratelli – nell’islam, tra cui anche gli stessi
combattenti appartenenti ai gruppi ribelli come Jabhat al-Nusra [...]”; “[...]
contrariamente a quanto fa l’ISIS compiendo attentati in Europa e nel
mondo, la terra per combattere e fare jihad armata sono i paesi come la
Siria e l’Iraq in cui i musulmani sono oppressi e bisogna aiutare a liberare
la popolazione perché nell’islam è un diritto e un dovere difendersi
dall’oppressore, esattamente come sta facendo il gruppo Jabhat al-Nusra
[...]”.
Come riassume l’atto d’accusa del MPC, il ricorrente ha insegnato o tentato
di insegnare, nel modo che si palesa nelle sue esternazioni appena citate,
e ricorrendo pure ai “nasheed (canti di propaganda jihadista ove vengono
incitate le persone ad unirsi alla jihad armata)”, una “visione radicale
dell’islam riconducibile ai principi del gruppo Jabhat al-Nusra”, e ciò non
soltanto in Svizzera, ma anche in Italia. In particolare, il ricorrente è riuscito
a diventare, per due persone, un “punto di riferimento per la fede islamica
radicale”, tanto da farle “sentire in dovere di chiedergli [...] l’approvazione
per partire a combattere in territorio siro-iracheno”.
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Pagina 36
Stando così le cose, questo Tribunale prende atto che l’azione di
propaganda religiosa e ideologica del ricorrente, esercitata sia in Svizzera
che in Italia, era senz’altro mirata a formare dei musulmani radicali
(salafisti) e, potenzialmente, dei jihadisti, detti anche “foreign fighters” (cfr.
consid. 15.4), in conformità al credo di “Jabhat Al-Nusra”, e ciò allo scopo
di rinforzare le fila di quest’ultimo in Siria (cfr. consid. 11.2). In questo
senso, poco importa che il ricorrente distingua “Jabhat Al-Nusra” dallo
“Stato islamico” sul piano delle modalità e delle finalità della jihad armata,
nella misura in cui la medesima implica l’esecuzione, in una forma o in
un’altra, di atti di terrorismo.
15.3.2 Dal punto di vista degli interessi nazionali della Svizzera (sicurezza
interna ed esterna [cfr. consid. 9.4.1]), non vi sono dubbi che l’agire del
ricorrente, protrattosi sull’arco di tre anni e terminatosi soltanto grazie
all’intervento del MPC, ha pregiudicato la sovranità e la neutralità del
Paese. Infatti, formare dei musulmani radicali (salafisti) in Svizzera,
potenzialmente pronti a mutarsi in jihadisti per combattere all’estero
(“foreign fighters”), sia come guerriglieri, sia come truppe paramilitari o in
altro modo ancora, è assimilabile, in definitiva, ad una forma di
reclutamento non ufficiale, ciò che rappresenta una sfida ai poteri pubblici
ed una violazione del monopolio che lo Stato svizzero detiene sull’esercizio
legittimo della forza, in particolare armata (cfr., in proposito, gli artt. 58 cpv.
3, 60 cpv. 1, 173 cpv. 1 lett. d e 185 cpv. 4 Cost.), come pure una violazione
della sua neutralità (cfr. artt. 173 cpv. 1 lett. a e 185 cpv. 1 Cost.). Questa
compromissione della sovranità, e anche della neutralità della Svizzera,
deve essere considerata, per sua intrinseca natura, come grave, in quanto
intacca i fondamenti stessi dell’esistenza e della continuità dello Stato.
Peraltro, la gravità di questa compromissione è accresciuta dal fatto che il
ricorrente ha sfidato e violato il monopolio statale dell’esercizio legittimo
della forza non soltanto in Svizzera, ma pure in Italia, e magari anche in
Turchia. A ciò bisogna aggiungere, come risulta chiaramente dalle
valutazioni del SIC (cfr. consid. 12), che un musulmano radicale (salafista)
disposto ad intraprendere la jihad armata in paesi esteri in guerra, per
esempio in Siria, può pure essere disposto ad effettuare degli atti terroristici
in Svizzera o altrove in Europa, in particolare nello spazio Schengen, dove
la Svizzera funge, è bene ricordarlo, da garante (“Sachwalter”) degli
interessi degli altri Stati membri (cfr. DTAF 2001/48 consid. 6.1). Anche
questa dimensione dell’agire del ricorrente contribuisce a moltiplicare
l’intensità della minaccia per la sicurezza nazionale della Svizzera.
Dal punto di vista della buona reputazione della Svizzera in seno alla
comunità internazionale (cfr. consid. 9.4.2), il fatto che il ricorrente, come
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Pagina 37
cittadino svizzero (binazionale), si sia dedicato alla formazione di
musulmani radicali (salafisti), potenzialmente pronti a mutarsi in jihadisti
per combattere o effettuare atti terroristici all’estero, in primo luogo nel
Medio Oriente, ma anche, a dipendenza delle circostanze, nello spazio
Schengen o in altre zone del mondo, ha senz’altro inflitto un pregiudizio,
che perdura, al prestigio della Svizzera sul piano diplomatico. Questo
pregiudizio deve essere qualificato, per sua intrinseca natura, come grave,
in quanto concerne i cardini della diplomazia ufficiale svizzera, ossia la
neutralità, i buoni uffici e la promozione della pace e dei diritti dell’uomo. In
proposito, poco importa che il caso del ricorrente non abbia creato uno
scandalo internazionale, compromettendo le relazioni diplomatiche della
Svizzera con un altro Stato o con più Stati. Poco importa anche che all’agire
del ricorrente non si possa attribuire un influsso tangibile, misurabile, sul
terreno in Siria o altrove, come è invece possibile, ad esempio, per chi ha
concepito ed eseguito gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti o
del 7 gennaio 2015 in Francia. Quello che conta è che l’azione del
ricorrente, a prescindere dal suo impatto reale sul divenire del movimento
jihadista, è precisamente incompatibile con l’immagine ufficiale che la
Svizzera, principalmente mediante la sua diplomazia, proietta di sé stessa
sulla scena internazionale, e con la percezione che ne ha la comunità degli
Stati.
15.4 Riguardo al secondo aspetto della vicenda, ossia il fatto di avere
facilitato a due “foreign fighters” l’accesso al territorio siro-iracheno
occupato dallo “Stato islamico”, buona parte delle riflessioni esposte al
consid. 15.3.2, conservano, mutatis mutandis, la loro validità.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nella sua risoluzione 2170 del
15 agosto 2014, affermava di condannare “the recruitment by ISIL, ANF [Al
Nusrah Front] and all other individuals, groups and entities associated with
Al-Qaida of foreign terrorist fighters, whose presence is exacerbating
conflict and contributing to violent radicalisation”, ribadendo “its decision
that States shall prevent the direct o indirect supply, sale, or transfer to ISIL,
ANF [...] of arms and related material of all types [...]” (risoluzione 2170,
§§ 7 e 10). Nel susseguente rapporto del 14 novembre 2014 (S/2014/815),
sottoposto al Consiglio di sicurezza dal gruppo d’esperti da esso incaricato,
è notato che “[...] foreign terrorist fighter networks within ISIL and ANF
already threaten a range of other States [other than Iraq and Syria]”
(rapporto, § 24). Nel rapporto è rilevato che “the threat beyond the region
derives from three primary strands. The first of these are the large and
diverse networks of foreign terrorist fighters, primarily associated with ISIL
but also present within ANF [...]. The second is the power of the toxic
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ideology of ISIL and ANF, neatly packaged in digital propaganda available
in varying forms and many languages [...]. ISIL is taking full advantage of
a plural and decentralized social media environment. Using a crowd-
sourcing strategy, ISIL produces digital propaganda in greater frequency
than other groups [...]. The third threat derives from operational innovation
that has taken place during the fighting in Iraq and the Syrian Arab Republic
[...]” (rapporto, §§ 27, 28, 30 e 32). Dal canto suo, l’esperto Charles Lister,
già citato ai consid. 11.2 e 11.3, valutava a fine 2014 che “the chance that
a foreign fighter might choose to return home to carry out an attack is quite
unpredictable and should be treated as plausible. Judging by data from
1990 – 2010, approximately 11% of foreign fighters have become active
security threats after returning home – not a small number” (Charles Lister,
op. cit., pag. 34).
Ora, alla luce di queste constatazioni del Consiglio di sicurezza, del gruppo
di esperti da lui incaricato e di Charles Lister, le quali sono determinanti per
il periodo che interessa la presente causa (2014 – 2017), appare chiaro
che l’agire del ricorrente ha causato, indipendentemente dal suo risultato
concreto, un pregiudizio agli interessi nazionali della Svizzera, nella misura
in cui ha messo in pericolo la sua sicurezza interna ed esterna. Questo
pregiudizio deve essere considerato, per sua intrinseca natura, come
grave, in quanto si rapporta alla sovranità e alla neutralità della Svizzera,
che costituiscono due colonne portanti della continuità del suo ordinamento
giuridico statale. Affermare il contrario significherebbe minimizzare, a priori,
la propaganda, il proselitismo, l’indottrinamento, la radicalizzazione e la
facilitazione dell’invio di “foreign fighters” all’estero, azioni la cui gravità
potrebbe quindi essere accertata, in definitiva, soltanto dopo l’esecuzione
di un atto di terrorismo. Ora, una concezione del genere non è palesemente
conciliabile con l’obbligo di garantire la sicurezza interna ed esterna dello
Stato, la quale, per essere effettiva, deve realizzarsi, nel limite del
possibile, preventivamente (cfr., a titolo illustrativo, la sentenza del TPF
SK.2016.9, citata al consid. 9.3.2: “[...] die öffentliche Sicherheit schon im
Vorfeld einer Straftat schützen [...]).
15.5 In definitiva, tenendo conto di tutti gli argomenti e di tutte le riflessioni
esposti in precedenza, questo Tribunale deve constatare che la condotta
del ricorrente, sanzionata dal TPF, è stata di grave pregiudizio agli interessi
e alla buona reputazione della Svizzera, così come intesi dall’art. 48 vLCit.
È pertanto a giusta ragione che la SEM ha proceduto alla revoca della
cittadinanza svizzera del ricorrente, in conformità agli artt. 41 cpv. 1bis e
48 vLCit.
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Pagina 39
16.
È necessario in seguito verificare se la revoca della cittadinanza svizzera
del ricorrente è anche conforme al principio della proporzionalità, e ciò in
funzione del complesso delle circostanze della fattispecie nonché, se del
caso, del diritto del ricorrente al rispetto della sua vita privata e familiare
secondo l’art. 8 par. 1 CEDU.
Per procedere a questo esame è indispensabile ricordarsi che lo scopo
d’interesse pubblico perseguito dall’art. 48 vLCit con l’opzione della revoca
della cittadinanza svizzera, è quello di evitare che un cittadino svizzero bi-
o plurinazionale arrechi o continui ad arrecare, con la sua condotta, un
grave pregiudizio agli interessi nazionali e/o alla buona reputazione della
Svizzera. In concreto, si tratta della protezione della società e dello Stato
dalla minaccia del terrorismo. In questa prospettiva è pertinente la condotta
passata del ricorrente (accertata), ma pure, se del caso, la sua condotta
presente (accertabile) e la sua condotta futura (fondatamente prevedibile)
devono essere prese in considerazione.
17.
17.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse
ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 Cost.). Da un punto di
visto analitico, il principio della proporzionalità viene suddiviso in tre regole:
l'idoneità, la necessità e la proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I
17 consid. 4.4, 135 I 246 consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40
consid. 3e). La prima impone che la misura scelta sia atta al
raggiungimento dello scopo d'interesse pubblico fissato dalla legge (cfr.
DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda che, tra più misure idonee, si
scelga quella che incide meno fortemente sui diritti privati (cfr. DTF 130 II
425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola della preponderanza
dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla ponderazione tra
l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse privato,
valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle circostanze (cfr.
DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).
17.2 In concreto, per prima cosa, è opportuno osservare che, dal punto di
vista del diritto della cittadinanza, il ricorrente, naturalizzato svizzero, ha
tradito gravemente la fiducia in lui riposta dalle autorità della Svizzera
sostenendo il terrorismo nella maniera descritta ai considerandi precedenti.
In base a questo dato di fatto, si può senz’altro affermare che, se avesse
inoltrato la sua domanda di naturalizzazione dopo avere commesso gli atti
per i quali è stato condannato dal TPF (o anche solo durante il
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Pagina 40
procedimento penale), il ricorrente non avrebbe ottenuto, con ogni
probabilità, la cittadinanza svizzera. Peraltro, non sembra fuori luogo
supporre, anche con riferimento al principio dell’uguaglianza giuridica, che
uno straniero residente legalmente in Svizzera, al quale fossero imputati
degli atti simili a quelli commessi dal ricorrente, rischierebbe di destare
l’attenzione delle autorità amministrative competenti ad applicare la LStrI.
Rispetto all’idoneità della revoca della cittadinanza svizzera a raggiungere
lo scopo d’interesse pubblico fissato dall’art. 48 vLCit, essa deve essere
ammessa per il motivo che è stata prevista espressamente dal legislatore.
In questo senso, privare il ricorrente della sua cittadinanza svizzera non ha
soltanto una funzione riparatoria indiretta del grave pregiudizio causato agli
interessi nazionali e alla buona reputazione della Svizzera, ma è pure
presumibile che abbia, nel migliore dei casi, un effetto deterrente sulla sua
condotta presente e futura, a salvaguardia dei detti interessi fondamentali
dello Stato. Infatti, il ricorrente ritroverà la sua situazione di straniero, a cui
sarà nuovamente applicabile la LStrI (cfr., per analogia, DTF 135 II 1, già
citata, consid. 3.4: “Gleichzeitig wird [die eingebürgerte Person] wieder zu
einem Ausländer, für den das Ausländerrecht erneut anwendbar ist. Die
betroffene Person wird insofern in den Zustand vor der Einbürgerung
zurückversetzt”). Bisogna però precisare che il ripristino del suo statuto
giuridico (tipo di permesso), anteriore alla sua naturalizzazione, non sarà
automatico (cfr., per analogia, la sentenza del Tribunale federale
2C_814/2020 del 18 marzo 2021 consid. 4.2).
Riguardo alla necessità della revoca della cittadinanza per raggiungere lo
scopo d’interesse pubblico fissato dall’art. 48 vLCit, si deve constatare che
non vi sono misure legali di minore incisività, e ciò secondo il principio “o
tutto o niente”: la revoca della cittadinanza non può essere parziale o
modulabile in funzioni di determinati criteri. Sotto questo profilo, la revoca
della cittadinanza si distingue, per esempio, dai divieti d’entrata, la cui
durata può essere ridotta, diventando così meno pregiudizievole, e i quali,
inoltre, possono lasciare il passo, se del caso, ad un ammonimento (cfr.
artt. 67 e 96 LStrI). Fatta questa premessa, la revoca della cittadinanza è
comunque lungi da implicare l’allontanamento dalla Svizzera, corredato da
un corrispondente divieto d’entrata per l’intero spazio Schengen, dato che
le autorità competenti dovranno innanzitutto rifiutare o, se del caso,
annullare il permesso di cui il ricorrente era titolare al momento della sua
naturalizzazione (permesso di soggiorno per motivi umanitari [sic],
permesso B o permesso C [cfr. consid. A]), e ciò mediante una decisione
formale impugnabile che presuppone, in particolare, un esame della
proporzionalità (cfr. artt. 64 cpv.1 lett. c e 96 LStrI; cfr. DTF 135 II 1, già
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Pagina 41
citata, consid. 3.4 e, per esempio, la sentenza del Tribunale federale
2C_37/2014 del 15 agosto 2014 consid. 4.1).
In relazione alla ponderazione dello scopo d’interesse pubblico fissato
dall’art. 48 vLCit e degli interessi privati che il ricorrente può derivare dalla
titolarità della cittadinanza svizzera, si osservi quanto segue. Alla luce della
vicenda di cui il ricorrente è stato il protagonista, l’interesse pubblico a
prevenire ulteriori gravi pregiudizi alla sicurezza interna ed esterna e/o alla
buona reputazione della Svizzera prevale manifestamente sul suo
interesse privato a potere beneficiare delle prerogative che discendono dal
possesso del passaporto svizzero, in primis l’esercizio dei diritti politici (cfr.
art. 39 Cost.). La gravità del tradimento della fiducia in lui riposta dalle
autorità esecutive svizzere, implica che il ricorrente non è più meritevole di
beneficiare della cittadinanza svizzera, tantomeno per esercitare i diritti
politici, soprattutto l’eleggibilità e il diritto di voto, che la caratterizzano e
che sono assimilabili, in un certo modo, ad un “bene voluttuario”, ritenuto
che il fatto di non goderne non impedisce ad uno straniero di organizzare
la sua vita privata e familiare come l’intende.
17.3 Se ne deve concludere che la revoca della cittadinanza del ricorrente
soddisfa le esigenze del principio di proporzionalità riguardo alla sua
idoneità, alla sua necessità e alla sua preponderanza per la difesa della
sicurezza nazionale, in senso lato, della Svizzera. Tuttavia, è ancora
necessario esaminare se la revoca sia compatibile, per quanto applicabile,
anche con l’art. 8 CEDU.
18.
Secondo l’art. 8 par. 1 CEDU, ogni persona ha diritto al rispetto della
propria vita privata e familiare. Il par. 2 della medesima norma permette
un’ingerenza statale nell’esercizio di questo diritto se la relativa misura è
prevista dalla legge ed è necessaria, in particolare, alla sicurezza
nazionale, alla pubblica sicurezza e alla prevenzione dei reati in una
società democratica.
19.
In merito al rapporto tra il diritto al rispetto della propria vita privata e
familiare e la revoca della cittadinanza occorre richiamare l’attenzione
sull’evoluzione della giurisprudenza della CorteEDU.
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Pagina 42
19.1 La CorteEDU ha osservato che “les organes de la Convention ont
pendant longtemps systématiquement rejeté comme étant incompatibles
ratione materiae avec les dispositions de la Convention les requêtes
portant sur des cas de perte de la nationalité, que celle-ci fût acquise ou
de naissance, au motif que la Convention ne garantissait pas pareil droit
(voir, par exemple, X c. Autriche, no 5212/71, décision de la Commission
du 5 octobre 1972). Ces dernières années, toutefois, (...) la Cour a dit que
bien que le droit à la nationalité ne soit pas en tant que tel garanti par la
Convention ou par ses Protocoles, il n’est pas exclu qu’un refus arbitraire
de la nationalité puisse dans certaines conditions poser un problème au
regard de l’article 8 de la Convention à raison de l’impact que pareil refus
peut avoir sur la vie privée de la personne concernée (...). À la vérité, la
plupart des affaires de nationalité qui ont été portées devant la Cour depuis
l’évolution susmentionnée de la jurisprudence concernaient des requérants
qui revendiquaient le droit d’acquérir une nationalité et se plaignaient d’un
refus de reconnaissance de cette nationalité (voir, par exemple, Karassev
c. Finlande (déc.), no 31414/96, CEDH 1999‐II) et non des requérants qui
se plaignaient d’avoir été déchus d’une nationalité acquise ou de
naissance. Néanmoins, la Cour estime que la perte d’une nationalité
acquise ou de naissance peut produire un effet identique (voire un effet
plus important encore) sur la vie privée et familiale de la personne
concernée. Il s’ensuit que rien ne justifie d’opérer une distinction entre les
deux situations et que c’est le même critère qui doit s’appliquer. Ainsi, une
déchéance arbitraire de nationalité pourrait dans certaines circonstances
poser un problème au regard de l’article 8 de la Convention du fait de son
impact sur la vie privée de l’intéressé. Par conséquent, il y a lieu en
l’espèce de rechercher si les décisions prises par les autorités maltaises
présentaient pareil caractère arbitraire et si elles ont produit des
conséquences de nature à soulever des questions au regard de l’article 8
de la Convention” (sentenza CorteEDU – Ramadan c. Malta, n. 76136/12,
17 ottobre 2016, §§ 84 e 85).
In una decisione più recente, nella sola versione ufficiale inglese, la
CorteEDU ha precisato che “in determining whether a revocation of
citizenship is in breach of Article 8, the Court has addressed two separate
issues: whether the revocation was arbitrary; and what the consequences
of revocation were for the applicant. In determining arbitrariness, the Court
has had regard to whether the revocation was in accordance with the law;
whether it was accompanied by the necessary procedural safeguards,
including whether the person deprived of citizenship was allowed the
opportunity to challenge the decision before courts affording the relevant
guarantees; and whether the authorities acted diligently and swiftly [...].
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The Court recalls that in assessing the decision to deprive the applicant of
his British citizenship, it must apply a standard of “arbitrariness” [...], which
is a stricter standard than that of proportionality” (decisione CorteEDU – K2
c. Il Regno Unito, n. 42387/13, 9 marzo 2017, §§ 49, 50 e 61).
19.2 In concreto, la revoca della cittadinanza svizzera del ricorrente è stata
pronunciata dalla SEM in conformità all’art. 48 vLCit (art. 42 LCit), che è
una norma di una legge formale dal contenuto chiaro e comprensibile. La
SEM ha agito celermente, dal momento in cui ha preso conoscenza della
sentenza definitiva del TPF, ed ha sentito il ricorrente prima di emanare la
propria decisione, che ha fondato sui fatti accertati dal MPC e dal TPF (cfr.
consid. C a G). Il ricorrente ha impugnato la decisione della SEM davanti a
questo Tribunale. Peraltro, la presente sentenza è suscettibile di ricorso
davanti al Tribunale federale.
Ne deriva che, fino a questo stadio, la procedura di revoca non si è svolta
in modo arbitrario ai sensi della giurisprudenza della CorteEDU.
20.
Secondo la CorteEDU, la revoca della cittadinanza costituisce
un’ingerenza statale nel diritto al rispetto della propria vita privata, nella
misura in cui implica la perdita di un elemento della propria identità
costitutivo della vita di ogni persona. Per contro, la revoca della
cittadinanza in sé lascia intatto il diritto al rispetto della propria vita
familiare.
20.1 In una sentenza recentissima, pubblicata nella sola versione ufficiale
francese, la CorteEDU ha infatti accertato che “si l’éloignement d’un
étranger d’un pays dans lequel se trouvent ses proches est susceptible de
porter atteinte à son droit au respect de sa vie familiale (voir, par exemple,
Moustaquim c. Belgique, 18 février 1991, § 36, série A no 193), [...] un
décret portant déchéance de la nationalité française n’a pas d’effet sur la
présence sur le territoire français de celui qu’il vise. Par ailleurs, les
requérants, qui ont déposé des demandes de cartes de séjour « vie privée
et familiale », disposent de ce fait de récépissés leur permettant de vivre
en France. Le cas échéant, ils pourront contester devant le juge
administratif le rejet de ces demandes ainsi que les mesures d’éloignement
qui suivraient, sur le fondement notamment de leur droit au respect de leur
vie familiale. Il en résulte que la déchéance de nationalité qui touche les
requérants n’est pas constitutive d’une ingérence dans l’exercice de leur
droit au respect de leur vie familiale” (sentenza CorteEDU – Ghoumid e
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altri c. Francia, n. 52273/16, 25 giugno 2020, divenuta definitiva il 16
novembre 2020, § 42).
Tuttavia, la CorteEDU ha continuato che “quant aux conséquences de ces
décisions [de déchéance de la nationalité] sur la vie privée des requérants,
il est vrai que leur capacité à rester en France s’en trouve fragilisée [...] les
requérants peuvent désormais faire l’objet d’une mesure d’éloignement. Or
une mesure de ce type serait susceptible d’avoir des incidences sur leur
vie privée en ce qu’elle pourrait notamment provoquer la perte de leur
travail, leur séparation de leurs proches et une rupture des liens sociaux
qu’ils ont pu développer en France. Toutefois, en l’état du dossier, dès lors
qu’aucune mesure d’éloignement n’a été prise, la conséquence de la
déchéance de nationalité sur la vie privée des requérants tient à la perte
d’un élément de leur identité [...] la Cour estime que la décision de déchoir
les requérants de la nationalité française n’a pas eu des conséquences
disproportionnées sur leur vie privée” (sentenza CorteEDU – Ghoumid e
altri c. Francia, §§ 49 e 51).
20.2 In concreto, bisogna innanzitutto sottolineare che la decisione di
revoca della cittadinanza svizzera non ha trasformato il ricorrente in una
persona apolide, e ciò per la ragione che egli detiene pure la cittadinanza
turca. A partire da questa situazione iniziale è legittimo chiedersi se la
revoca della cittadinanza svizzera del ricorrente rappresenti un’ingerenza
tangibile nell’esercizio del diritto al rispetto della sua vita privata. In effetti,
come mostrato sopra, se privato della sua cittadinanza svizzera, il
ricorrente riacquisirà, in linea di principio, il tipo di permesso di soggiorno
di cui disponeva prima di essere naturalizzato. Inoltre, la revoca della
cittadinanza è, di per sé, lungi da implicare l’allontanamento del ricorrente
dalla Svizzera e il divieto di ritornarvi, questioni la cui risoluzione perterrà,
se del caso, alle autorità cantonali competenti e alla SEM, fatta salva la
competenza delle autorità giudiziarie federali. Senza dimenticare che il
nucleo duro dei diritti connessi alla cittadinanza è costituito dalla titolarità
dei diritti politici, i quali, per loro natura, non interferiscono con incisività
nell’organizzazione della vita privata come intesa dall’art. 8 par. 1 CEDU.
Nondimeno, sulla scia della sentenza Ghoumid e altri c. Francia (§§ 49 e
51), citata al paragrafo precedente, questo Tribunale è dell’avviso che la
revoca della cittadinanza svizzera del ricorrente debba essere qualificata
come un’ingerenza statale, di cui bisognerà valutare la proporzionalità, che
può avere conseguenze tangibili sulla sua vita privata, in particolare se
accompagnata dall’obbligo di lasciare la Svizzera. In effetti, la presenza in
Svizzera del ricorrente è resa fragile (“fragilisée”) dal fatto che, privato della
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cittadinanza, quindi di un elemento della sua identità, non gode più della
protezione contro l’espulsione (cfr. art. 25 cpv. 1 Cost.), per cui egli si ritrova
in una situazione che, anche soltanto da un punto di vista soggettivo e
psicologico, si contraddistingue per una certa precarietà. Occorre dunque,
come detto, verificare se questa ingerenza, che è prevista dalla legge (cfr.
artt. 48 vLCit [42 LCit]), è “necessaria alla sicurezza nazionale” (art. 8 par.
2 CEDU) della Svizzera in senso lato, specialmente per proteggere la
società e lo Stato dalla minaccia del terrorismo (proporzionalità).
Ora, se si considera, da un lato, che la revoca della cittadinanza ha un
effetto immediato limitato sulla vita privata del ricorrente, e se si tiene conto,
dall’altro lato, dell’attività che quest’ultimo ha effettuato durante tre anni,
dal 2014 al 2017, a sostegno del terrorismo, così come accertata dal MPC
e dal TPF (cfr. consid. C.a e 15), la revoca della sua cittadinanza,
attribuitagli nel 2008, non è sproporzionata rispetto allo scopo preminente
che consiste nel proteggere la società e lo Stato, in modo preventivo, dalla
minaccia del terrorismo (cfr., per analogia, la decisione K2 c. Il Regno
Unito, §§ 62 e 66, sopra citata). Tanto più che, alla luce della detta attività
di sostegno al terrorismo, un maggiore rigore (“fermeté renforcée”)
s’impone nel valutare il vincolo di fiducia, lealtà e solidarietà (“lien de
loyauté et de solidarité”) del ricorrente con la Svizzera come Stato che gli
ha concesso la cittadinanza (cfr. la sentenza Ghoumid e altri c. Francia, §
45, sopra citata). In quest’ottica non si può fare a meno di constatare che
il ricorrente ha rotto insanabilmente, di sua iniziativa, questo particolare
vincolo che costituisce la condizione sine qua non per l’ottenimento e il
mantenimento della cittadinanza.
20.3 Ne deriva che l’ingerenza statale nell’esercizio del diritto al rispetto
della vita privata del ricorrente è necessaria ai sensi dell’art. 8 par. 2 CEDU,
ed è quindi giustificata.
20.4 Sulla scorta di tutto quanto precede, la ponderazione dell’interesse
pubblico, nazionale, della Svizzera a privare il ricorrente della cittadinanza
svizzera per garantire la protezione preventiva della società e dello Stato
dalla minaccia terroristica, e l’interesse privato del ricorrente ad usufruire
delle prerogative che discendono dal possesso della cittadinanza svizzera,
permette di concludere che la revoca, benché possa sembrare una misura
troppo severa al ricorrente, è proporzionata alle circostanze del caso.
21.
Di conseguenza, pronunciando la revoca della cittadinanza svizzera del
ricorrente, la SEM non ha violato l’art. 48 vLCit e nemmeno il principio di
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proporzionalità nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett.
a PA e art. 8 CEDU). Stando così le cose, in accordo con le considerazioni
sopraesposte, il ricorso deve essere respinto e la decisione impugnata
confermata.
22.
Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte
soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv.
1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del
regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle
cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS
173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e
della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della
situazione finanziaria delle parti (art. 63 cpv. 4bis PA e art. 2 cpv. 1 TS-
TAF).
In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso, le spese processuali
di fr. 1’500.– sono poste a carico del ricorrente e prelevate sull’anticipo,
dello stesso importo, da lui già versato.
Per lo stesso motivo, al ricorrente non si assegnano ripetibili per le spese
necessarie derivanti dalla causa (art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-
TAF). Si osservi ancora che la SEM, in quanto autorità federale, non ha
diritto a un'indennità a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-TAF).
(dispositivo alla pagina seguente)
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