Decision ID: 80f91142-7e17-5b4d-88dc-bd82e00fafce
Year: 2011
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_001
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

in fatto: A.
AP 1 (1953) e AO 1 (1956), cittadini bosniaci, si sono sposati il 27 ottobre 1972 a _ (Bosnia ed Erzegovina). Dal matrimonio sono nati S_ (1973) e S_ (1976). Il primogenito è arrivato in Ticino nel 1991, seguito l
'
anno dopo dalla madre e dalla sorella. AP 1 ha raggiunto la famiglia nel 1994. Il 13 aprile 1996 è venuta alla luce M_. I coniugi vivono separati dal 1° giugno 1997, quando moglie e figli hanno lasciato l
'
abitazione coniugale. Il 29 luglio 1997 AO 1 si è rivolta al Pretore della giurisdizione di Mendrisio Nord con una “richiesta di misure provvisionali” per ottenere l'affidamento di M_. Statuendo due giorni dopo senza contraddittorio, il Pretore ha accolto l
'
istanza, riservando al padre “il più ampio diritto di visita”. Il 19 dicembre 2002 i coniugi hanno concordato dinanzi alla Commissione tutoria regionale 2 un diritto di visita minimo a M_ consistente in un fine settimana ogni quindici giorni, il sabato dalle ore 10 alle 20 e la domenica dalle ore 10 alle 17.
B.
Il 14 maggio 2003 AO 1 ha introdotto davanti al medesimo Pretore un'azione unilaterale di divorzio fondata sull'art. 114 CC, rivendicando
–
tra l
'a
ltro
–
l'affidamento di M_. Identica richiesta essa ha sollecitato già in via provvisionale. Con decreto cautelare emesso l
'
11 giugno 2003 senza contraddittorio il Pretore ha autorizzato i coniugi a vivere separati e ha affidato la figlia alla madre. Il 6 agosto 2003 M_ è stata sentita da una specialista e il 2 settembre 2003 il Pretore ha invitato l
'
Ufficio del servizio sociale di _, su consiglio della specialista, a sorvegliare le relazioni personali tra padre e figlia.
C.
Nel corso di un incontro con il padre, il 7 gennaio 2004, M_ avrebbe raccontato a quest'ultimo, mentendo, di essere stata costretta dal compagno della madre a inginocchiarsi per punizione su una porzione di ceci. Ne è sorto un violento alterco fra AP 1, adirato, e la moglie, terminato con l'intervento della polizia. Il 15 gennaio 2004 l
'
Ufficio del servizio sociale di _ ha sospeso a tempo indeterminato il diritto di visita a M_ e il 27 gennaio 2004 il Pretore ha invitato il Servizio medico-psicologico di _ a chiarire le condizioni psicologiche della figlia e i suoi rapporti con il padre. Il 14 maggio 2004 il Ser
vizio medico-psicologico ha consegnato il proprio referto e il 27 ot
tobre
2004
lo psicologo responsabile è stato sentito dal Pretore.
D.
Con risposta del 9 gennaio 2006 alla petizione di divorzio AP 1 ha aderito allo scioglimento del matrimonio e all'affidamento di M_ alla moglie, rivendicando però un ampio diritto di visita. L
'at
trice con replica del 10 febbraio 2006 e il convenuto con duplica dell
'
11 maggio 2006 hanno ribadito le rispettive domande. L
'
udienza preliminare si è tenuta il 2 giugno 2006 e
l'istruttoria è cominciata immediatamente. La figlia è stata sentita l
'
11 e il 24 agosto 2006 dallo psichiatra e psicoterapeuta dott. _, che il 12 febbraio 2007 ha incontrato AP 1. Chiusa l
'
istruttoria, le parti hanno rinunciato al dibattimento finale, limitandosi a conclusioni scritte dell
'
8 giugno 2007. Nel proprio memoriale l
'
attrice ha reiterato le sue domande e chiesto la sospensione del diritto di visita. Nel suo allegato il convenuto ha confermato le proprie richieste e postulato l
'
istituzione di una curatela educativa in favore della figlia.
E.
Statuendo il 27 luglio 2007, il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha affidato la figlia alla madre e ha dichiarato “sospeso” il diritto di visita paterno. La tassa di giustizia di fr. 1400.– e le spese di complessivi fr. 3706.05 sono state poste a carico dei coniugi in ragione di metà ciascuno, compensate le ripetibili. Entrambe le parti sono state ammesse al beneficio dell
'
assistenza giudiziaria.
F.
Contro la sentenza appena citata AP 1 è insorto a questa Camera con un appello del 4 settembre 2007 per ottenere – previa concessione dell
'
assistenza giudiziaria – un diritto di visita alla figlia e l
'
istituzione di una curatela educativa o, in subordine, l
'
obbligo per AO 1 di sottoporre la figlia a una psicoterapia. Nelle sue osservazioni del 2 ottobre 2007 l
'
attrice
propone di respingere l
'
appello
, postulando anch
'
essa il beneficio dell
'
assistenza giudiziaria.
G.
Il 30 giugno 2009 il presidente della Camera ha incaricato il dott. _, che già aveva sentito padre e figlia su incarico del Pretore, di
diagnosticare lo stato di salute di AP 1 e _, di esaminare il loro rapporto personale e la possibilità di ripristinare il diritto di visita. Lo specialista ha consegnato il suo referto il 30 novembre 2009. Un
'
istanza di delucidazione presentata dell
'
appellante è stata respinta il 18 febbraio 2010 dal presidente della Camera, che ha chiamato le parti a formulare conclusioni. L'appellante ha comunicato il 26 marzo 2010 di rinunciare a osservazioni, rimettendosi al giudizio della Camera. Nel suo memoriale del 22 marzo 2010 AO 1
propone nuovamente di respingere l
'
appello
.

Considerando
in diritto: 1.
Litigioso rimane unicamente, in appello, il diritto di visita alla figlia M_ con – subordinatamente – l'istituzione di una curatela educativa. Tutto il resto, a cominciare dal principio del divorzio, è passato in giudicato e ha assunto carattere definitivo (art. 148 cpv. 1 CC; RtiD II-2004 pag. 576 consid. 1).
2.
La sentenza impugnata è stata emessa con la procedura ordinaria dell'art. 419 cpv. 3 CPC ticinese e poteva essere appellata entro venti giorni (art. 423
b
cpv. 1 CPC ticinese). La decisione del Pretore è pervenuta a AP 1 lunedì 30 luglio 2007. Il termine d'impugnazione è cominciato a decorrere così, per effetto delle ferie giudiziarie, giovedì 16 agosto 2007 (art. 133 cpv. 1 lett. b CPC ticinese) ed è scaduto martedì 4 settembre 2007. Consegnato alla posta quello stesso 4 settembre 2007 (data del timbro postale sulla busta d'invio), l'appello in esame è ricevibile.
3.
Nelle sue osservazioni all'appello del 2 ottobre 2007 AO 1 postula l
'
audizione delle parti e dei figli maggiorenni (pag. 2 in basso), come pure l'esecuzione di una perizia sullo stato di salute del convenuto e sulle sue capacità genitoriali (pag. 9 in alto).
Ricevibili (art. 138 cpv. 1 prima frase CC e 423
b
cpv. 2 CPC ticinese),
le richieste sono state accolte – per quanto di rilevo ai fini del giudizio – con l'assunzione dell'aggiornamento peritale affidato al dott. _. Non avrebbe avuto senso, invece, interrogare un'altra volta AO 1 o i figli maggiorenni, il problema consistendo nei rapporti interni tra il padre e la figlia minorenne, sui quali si è nuovamente inquisito facendo capo alle conoscenze dello specialista. Ciò premesso, nulla osta alla trattazione dell'appello.
4.
In concreto il Pretore ha “sospeso” il diritto di visita paterno a
tempo indeterminato fondandosi sul rapporto consegnato il 19 ot
tobre 2006 dal Servizio medico-psicologico. Questo aveva accertato che AO 1 non si opponeva di per sé al diritto di visita, mentre M_ voleva assolutamente evitare il padre, tant'è che gli incontri le provocavano una marcata sofferenza. Secondo lo specialista, AP 1 avrebbe dovuto rinunciare “per qualche anno” a vedere M_, la quale da parte sua avrebbe dovuto seguire una psicoterapia “per elaborare il suo disagio e individuarsi dagli altri membri della famiglia”. Nell'attesa che fossero date le condizioni “per un (...) ripristino come esposto dal perito”, il Pretore ha sospeso così le relazioni personali tra padre e figlia (art. 274 cpv. 2 CC). Quanto all'istituzione di una curatela educativa (art. 308 CC), egli l'ha scartata perché la funzione di un curatore è quella di vigilare sulle relazioni personali tra il genitore non affidatario e il figlio, non quella di (ri)avvicinare l'uno all'altro (DTF 126 III 219). Se il genitore non affidatario è senza diritto di visita, la finalità di una curatela educativa viene meno, ciò che rende inutile il provvedimento (sentenza impugnata, consid. 3.3.2).
5.
Il genitore non affidatario e il figlio minorenne hanno il vicendevole diritto di conservare le relazioni personali indicate dalle circostanze (art. 273 cpv. 1 CC). T
ale diritto può tuttavia essere negato o revocato
se
pregiudica il bene del figlio, se i genitori se ne sono avvalsi in violazione dei loro doveri o non si sono curati seriamente del figlio o sussistono “altri gravi motivi” (art. 274 cpv. 2 CC).
Decisivo per la concessione, l'estensione e la regolamentazione del diritto di visita è il bene del figlio, inteso non solo in senso fisico, ma anche psichico, morale e spirituale. L'autorità valuta ogni singolo caso in base alle circostanze concrete, tenendo conto dell'età del figlio, del suo sviluppo fisico e psichico, dell'opinione di lui, del suo legame con il genitore non affidatario, del carattere di quest'ultimo, della distanza tra le abitazioni dei genitori, dei desideri espressi dai genitori medesimi, di eventuali conflitti tra padre e madre, della frequenza con cui le visite sono state esercitate in precedenza e così via
.
Nel suo apprezzamento essa non è vincolata, in virtù del principio inquisitorio illimitato che governa il diritto di filiazione, né alle dichiarazioni delle parti
né alle prove offerte (
I CCA, sentenza inc. 11.2005.101 del 27 ot
tobre 2006, consid. 4 con rimandi).
6.
L
'appellante rievoca la cronistoria dei suoi rapporti con la figlia sin dal 2002, ricordando di non avere più avuto modo di esercitare il diritto di visita dopo il gennaio del 2004. Egli riconduce tale stato di cose all'increscioso episodio del 7 gennaio 2004, che ha indotto nella figlia il rimorso di avergli mentito, e alle paure che la madre e i fratelli maggiori hanno infuso a M_ raccontandole di comportamenti paterni autoritari e maneschi (dovuti anche all'abuso di alcol) durante gli anni difficili trascorsi in patria. Onde il risentimento nei suoi confronti per il contegno da lui tenuto verso la famiglia. L'appellante chiede pertanto che la figlia segua “un percorso terapeutico” nella prospettiva di ripristinare i diritti di visita, definiti importanti dallo stesso dott. _ per il futuro di M_ ai fini soprattutto di una buona evoluzione psichica. Né AO 1 né il suo compagno né i figli maggiorenni essendo disposti a vincere le resistenze opposte da M_, l'appellante auspica un intervento d'autorità di un “terzo garante”, chiamato a operare nell'interesse di tutte le parti coinvolte, in modo che gli incontri possano riprendere almeno “sotto modalità controllata”. Da parte sua, AP 1 si dichiara pronto “a qualsiasi sacrificio” pur di riallacciare i contatti con la figlia. Quanto all'istituzione di una curatela educativa, essa sarebbe provvida per il bene della ragazza, il curatore dovendo essere incaricato di far seguire a M_ la psicoterapia di sostegno auspicata dal dott. _, provvedimento che in caso contrario la figlia non rispetterebbe.
7.
In un primo rapporto del 14 maggio 2004 il Servizio medico-psicologico di _ aveva rilevato – in sintesi – che M_, presa nel mezzo del conflitto tra genitori, aveva scelto di stare dalla parte della madre “per soffrire meno”. “Schierarsi risolutamente da una parte – esso aveva soggiunto – è meno costoso, soprattutto se facendo questa operazione si sceglie poi di ‘eliminare’ l'altro genitore dalla propria esperienza e dal confronto diretto che comporterebbe un nuovo contatto con questo genitore”. Il Servizio medico-psicologico proponeva in tali circostanze di prendere tempo,
da un lato lasciando che la madre e la figlia maggiore favorissero il riavvicinamento di M_ al padre, dall'altro ripristinando gradualmente il diritto di visita sospeso nel gennaio del 2004. Tutt'al più – esso ha soggiunto – si sarebbe potuto ideare “un accompagnamento terapeutico” per aiutare la minorenne a elaborare le difficoltà in seno alla famiglia (memoriale dello psicologo e psicoterapeuta _, nella rubrica “referti e atti accessori di causa”, pag. 7 a 9).
Sentito dal Pretore in udienza il 27 ottobre 2004, _ ha dichiarato di avere incontrato M_ altre volte dopo la stesura del referto di avere constatato che essa rifiuta con fermezza ogni incontro con il padre. Non senza definire tale determinazione “sorprendente”, egli ha detto di non poterne individuare la cause con certezza, ma ha ritenuto che, così come stavano le cose, M_ doveva “essere lasciata in pace”, seppure ciò potesse ferire profondamente il padre. Anche un sostegno specialistico a M_ non appariva indicato – secondo lo specialista – poiché la ragazza avrebbe rischiato di pensare che qualche cosa non funzionasse in lei. Utile sarebbe risultata se mai una terapia familiare, a condizione che fosse accettata da tutti, M_ compresa (verbali, pag. 3 a 5).
8.
Nella successiva valutazione psichiatrica del 19 ottobre 2006 il Servizio medico-psicologico ha confermato che la figlia non intendeva assolutamente prestarsi al diritto di visita, sia per il trauma subìto in esito alla violenta reazione del padre durante il penoso episodio del 7 gennaio 2004, sia per le continue domande poste dal genitore riguardo alla madre, al compagno di quest'ultima e alla sorella maggiore, ciò che la costringeva a rivelare fatti altrui. Incontrare nuovamente il padre sarebbe costato alla ragazza “un enorme sforzo in termini di utilizzo di meccanismi difensivi”, causandole sofferenza. D'altro lato – ha continuato il dott. _, autore del referto – il categorico rifiuto della figlia a ogni incontro con il genitore non lasciava spazio alla programmazione di alcun diritto di visita, nemmeno in ambiente protetto o sotto osservazione. Tanto più che la figlia non recedeva dalla sua posizione, nonostante lo specialista le raccomandasse di mitigare la sua posizione, anche per evitare pesanti sensi di colpa. In condizioni del genere il Servizio medico-psicologico ha espresso la convinzione che andasse “consigliato al padre di rinunciare ancora per qualche anno a incontrare la figlia per evitare di farla ulteriormente soffrire” e che a M_ andasse consigliato “di intraprendere una psicoterapia per elaborare il suo disagio e individuarsi dagli altri membri della famiglia” (memoriale del dott. _, nella rubrica “referti e atti accessori di causa”, 2° e 3° foglio).
In un resoconto al Pretore del 28 marzo 2007 lo stesso dott. _
ha poi riferito di avere incontrato una volta ancora AP 1, il quale non negava di “consumare discreti quantitativi di bevande alcoliche”, ma assicurava di essersi sempre presentato sobrio agli incontri con la figlia. Lo specialista ribadiva che il ripristino del diritto di visita costituiva “un obiettivo da perseguire a medio termine per una buona evoluzione psichica
della minore” e rilevava che le condizioni di salute di AP 1
apparivano in declino, sicché occorreva agire con sollecitudine, ma riconosceva che prima di riprendere le visite M_ avrebbe dovuto “elaborare la sua posizione attraverso un percorso psicoterapeutico finalizzato ad aiutarla a superare la posizione di rifiuto” (lettera nella rubrica “referti e atti accessori di causa”).
9.
Gli ultimi accertamenti del caso risalendo a due
anni addietro, il presidente di questa Camera ha affidato il 30 giu
gno 2009 allo stesso dott. _ il compito di verificare se fosse finalmente possibile riavvicinare padre e figlia, diagnosticando la possibilità di ripristinarne le relazioni personali. Nel suo referto del 30 novembre 2009 lo specialista ha appurato che M_ sta bene, ma appare più determinata che mai a non riallacciare rapporti con il padre, il quale a suo avviso “non è un buon padre, non la può aiutare, consolare, non c'entra e non deve c'entrare niente, (...) si è ubriacato troppo”. Nonostante i discreti tentativi del padre di incontrarla, anche portandole doni, e nonostante lo specialista abbia accennato alla ragazza il precario stato di salute del genitore (peggiorato rispetto al 2006, anche per effetto dell'alcol) e quanto possa essere importante concedere uno spazio di relazione a un uomo malato, la figlia rimane inflessibile, rigidamente arroccata su una sua (malintesa) “questione morale”. Reputa che il padre sarebbe stato una brava persona se non si fosse “bruciato il cervello” con l'alcol, giudica spiacevole e non costruttivo il diritto di visita, non mostra alcun “sentimento pietoso”. A parere dello specialista, l'unica via d'uscita resta quella di proporre alla figlia “un intervento psicoterapeutico finalizzato all'elaborazione del vissuto (...) nei confronti del padre”, perdonando il male che crede di avere subìto. Una ripresa coatta del diritto di visita va per contro esclusa (memoriale del 30 giugno 2009, nella rubrica “perizia” nel carteggio di appello).
10.
Da quanto precede si evince che in linea di principio – come ha ripetuto il dott. _ – la ripresa delle relazioni personali rimane nell'interesse della figlia, seppure “l'interiorizzazione della figura paterna” sia più importante per lo sviluppo psicofisico di una bambina che di un'adolescente (referto del 30 giugno 2009, punto 5). D'altro lato la figlia risulta irremovibile – ora come allora, se non più di allora – nel rifuggire ogni approccio paterno, sia pure condotto con accortezza e discrezione (si pensi all'infruttuoso tentativo di attendere la figlia in un ristorante di fronte alla scuola per salutarla e consegnarle un regalo: referto del 30 giugno 2009, punto 3). Al punto che M_ ricorre all'aiuto di un'amica per nascondersi quando il padre tenta di incontrarla (referto citato, punto 2). Ora, l'opposizione di un figlio minorenne al diritto di visita non è da sé sola determinante per limitare o negare le relazioni personali con il genitore non affidatario, decisivo restando pur sempre il bene del ragazzo correttamente inteso (nel cui interesse rientrano, per principio, adeguate relazioni con entrambi i genitori: DTF 127 III 298 consid. 4a in fine). Ove tuttavia il figlio opponga una strenua resistenza agli incontri, non è lecito nemmeno procedere con la coartazione. Tant'è che nella fattispecie l'unico rimedio indicato dallo specialista per superare la renitenza della figlia resta quello prospettato nell'ottobre del 2006, ovvero di convincere la ragazza a seguire “un intervento psicoterapeutico finalizzato all'elaborazione del vissuto (...) nei confronti del padre”, perdonando il male che crede di avere subìto dal padre (sopra, consid. 9 in fine).
11.
Il problema è che nel caso specifico la figlia continua a respingere in partenza l'idea di entrare in contatto con un esperto, sebbene al momento dell'aggiornamento peritale ordinato da questa Camera avesse 13 anni compiuti. Allo specialista incaricato essa non ha mancato di far notare in effetti, “amareggiata e risentita”, che i suoi amici non devono andare dallo psicologo (psichiatra) perché hanno un padre con il vizio dell'alcol (referto del 30 giugno 2009, punto 2). L'appellante sostiene che la figlia reagisce così a causa di un blocco interiore, ma l'ipotesi va scartata d'acchito. La figlia non rivela “alcun sintomo ascrivibile alla nosografia psichiatrica”: non denota sintomi della sfera psicotica né disturbi della personalità né patologie a carico della sfera affettiva. Anzi, M_ presenta un quadro di normalità normo-nevrotica (referto citato, punto 1). Consapevole dell'inamovibile riluttanza della figlia a incontrare qualsivoglia esperto, l'appellante auspica “l'
intervento d'autorità di un ‘terzo garante’, chiamato a operare nell'interesse di tutte le parti coinvolte”, il quale faccia capire alla figlia che la ripresa delle relazioni personali con il padre è per il suo bene. A parte il fatto però che imporre alla figlia un “intervento d'autorità” costituirebbe un obbligo male accetto ed equivarrebbe in definitiva a forzare le relazioni personali, lo specialista ha spiegato che ciò sarebbe inteso dalla ragazza come un'anteposizione degli interessi del padre ai propri (“il piacere del padre è da perseguire nonostante il dispiacere della figlia”: referto citato, punto 6, pag. 5 in fondo). In ultima analisi risulterebbe quindi controproducente.
12.
L'appellante definisce utopico sollecitare l'accordo della figlia a “un percorso di psicoterapia” quando nessuno spiraglio essa ha dato a divedere negli ultimi cinque anni. L'assunto non è privo di pertinenza, ma poco sussidia. Che la figlia continui a opporre una totale chiusura a “un percorso di psicoterapia”, il quale potrebbe aiutarla a evitare sensi di colpa (sopra, consid. 8) e a ristabilire un minimo di relazioni personali con il padre, suo unico vero problema (secondo le sue stesse affermazioni: referto del 30 giugno 2009, punto 1), ancora non giustifica un provvedimento coercitivo. L'appellante deve comprendere – suo malgrado – che di fronte a una figlia, la quale ha deciso per convenienza psicologica in un conflitto tra genitori di schierarsi unilateralmente a fianco della madre, di “eliminare” idealmente la figura del padre (rapporto 14 maggio 2004 del Servizio medico-psicologico: sopra, consid. 7) e di sopprimere nei confronti di lui ogni sentimento di rammarico o di commiserazione, il tutto compendiato in una rigida “questione morale” da lei stessa concepita e ribadita davanti a uno specialista a distanza d'anni, soccorrono ormai “gravi motivi” per prescindere da un diritto di visita (art. 274 cpv. 2 CC). Il bene della figlia non può essere perseguito attraverso la suggestione o – peggio – la coartazione. Spetta in simili circostanze alla figlia assumere di fronte a sé stessa la responsabilità delle proprie scelte.
13.
Si aggiunga ad ogni buon conto che, quand'anche in concreto la figlia mostrasse disponibilità a rivedere la propria inflessibile posizione, l'appellante ancora non potrebbe pretendere di intrattenere relazioni personali incondizionate. Davanti allo specialista designato da questa Camera egli ha ammesso in effetti “che continua a bere bevande alcoliche e non intende nasconderlo” (referto del 30 giugno 2009, punto 4). Non potendosi seriamente convincere la figlia a incontrare un etilista, nel caso in cui M_ dovesse mostrare adeguata comprensione e considerare la graduale ripresa delle visite, l'appellante dovrà sottoporsi a regolari controlli medici o di laboratorio che sotto il profilo alcolemico attestino uno stato di salute entro i limiti della normalità. A quel momento, potendosi programmare finalmente una certa disciplina delle relazioni personali, potrà anche entrare in linea di conto – come ha rilevato il Pretore (DTF 126 III 219) – l'istituzione della curatela educativa (art. 308 CC) che l'appellante auspica in subordine.
14.
Se ne conclude che la sentenza del Pretore va confermata, nel senso che all'appellante non possono concedersi – riservate future azioni di modifica, sempre possibili – diritti di visita alla figlia. G
li oneri del giudizio odierno seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CPC). AP 1 dovrà rifondere inoltre all
'
attrice, che ha formulato osservazioni all'appello per il tramite di un patrocinatore, un
'equa
indennità per ripetibili.
La richiesta di assistenza giudiziaria presentata dell
'
appellante merita accoglimento. AP 1 versa in ristrettezze finanziarie (percepisce una rendita intera AI e prestazioni complementari: doc. 4 prodotto con la risposta del 9 gennaio 2006, doc. 2 accluso all'istanza del 3 settembre 2003; perizia, pag. 4). È verosimile altresì che, sprovvisto di cognizioni giuridiche, egli dovesse farsi assistere da un legale per potersi adeguatamente difendere (art. 3 cpv. 1 e 14 cpv. 2 Lag del 2002). Il suo appello, poi, non poteva definirsi d
'
acchito sprovvisto di buon diritto, gli ultimi accertamenti del Pretore risalendo a due anni addietro (art. 14 cpv. 1 lett. a Lag). Infine si può presumere che una persona di condizioni agiate, posta nella medesima situazione, non
avrebbe ragionevolmente rinunciato a ricorrere solo per i costi di procedura (art. 14 cpv. 1 lett. b Lag; sulla nozione:
Corboz
, Le droit constitutionnel à l'assistance judiciaire, in: SJ 125/2003 II 81 in basso con rinvii).
Visto l
'
esito dell'appello, va ammessa all'assistenza giudiziaria anche AO 1, che con un reddito mensile netto di fr. 3486.35 (doc. S: salario del gennaio 2006, incluso l
'
assegno familiare) può sopperire al proprio fabbisogno minimo di circa fr. 2790.– (minimo esistenziale del diritto esecutivo per genitore affidatario fr. 1250.–, costo dell
'
alloggio fr. 520.–
[già dedotta la quota compresa nel fabbisogno in denaro della figlia]
, premio della cassa malati fr. 321.20, assicurazione per l
'
economia domestica e la responsabilità civile fr. 14.35, assicurazione dell
'
automobile fr. 152.35, imposta di circolazione fr. 25.–, carburante fr. 200.–, imposte fr. 45.25: doc. P, S e T), ma non a quello in denaro di M_ (fr. 1735.– mensili), nemmeno con l
a
tredicesima e la rendita completiva AI per la figlia (fr. 141.– mensili: doc. U), la quale non riceve dal padre alcun contributo alimentare. L'attribuzione di congrue ripetibili renderebbe invero la richiesta di assistenza giudiziaria senza oggetto, ma le presumibili difficoltà d'incasso dovute alla disagiata situazione economica in cui si trova l'appellante giustifica nondimeno il beneficio richiesto (DTF 122 I 322).
15.
Per quanto riguarda i rimedi giuridici esperibili sul piano federale (art. 112 cpv. 1 lett. d LTF), la presente sentenza
può formare oggetto di ricorso in materia civile senza riguardo a questioni pecuniarie (art. 74 cpv. 1 lett. b LTF), poiché litigioso è
il diritto di visita a una figlia, controversia manifestamente priva di valore litigioso.