Decision ID: afb971c4-d293-5a20-9b15-bc08262fdd49
Year: 2020
Language: it
Court: CH_BVGE
Chamber: CH_BVGE_001
Canton: CH
Region: Federation
Law Area: 

Visto:
la domanda d’asilo che l’interessato ha presentato in Svizzera il 7 luglio
2020,
i verbali relativi al rilevamento delle generalità del 13 luglio 2020 (cfr. atto
11/9) al colloquio Dublino del 16 luglio 2020 (cfr. atto 16/2) ed alle audizioni
del 4 agosto 2020 (cfr. atto 22/11) e del 18 agosto 2020 (cfr. atto 25/14),
la bozza di decisione negativa sull’asilo del 26 agosto 2020 ed il relativo
parere redatto il giorno seguente dalla Protezione giuridica (cfr. atto 28/1),
la decisione della SEM del 28 agosto 2020 (notificata il giorno medesimo;
cfr. atto 32/1) per il cui tramite detta autorità ha respinto la domanda d’asilo
dell’interessato pronunciando nel contempo il suo allontanamento dalla
Svizzera nonché l’esecuzione dello stesso siccome lecita, esigibile e
possibile,
la rinuncia al mandato di rappresentanza da parte della Protezione
giuridica (cfr. atto 33/1),
il ricorso del 25 settembre 2020 (cfr. tracciamento degli invii) con cui
l’interessato, assistito da un nuovo mandatario, ha postulato
l’annullamento della decisione impugnata e il riconoscimento della qualità
di rifugiato; in subordine di essere ammesso provvisoriamente; il tutto con
protestate spese e ripetibili,
la decisione incidentale del Tribunale amministrativo federale (di seguito: il
Tribunale) del 29 settembre 2020 che, in assenza di motivi particolari,
invitava l’insorgente a versare un anticipo a copertura delle presunte spese
processuali, somma poi tempestivamente confluita nelle casse del
Tribunale,
i fatti del caso di specie che, se necessari, verranno ripresi nei considerandi
che seguono,

e considerato:
che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla
LTF, in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti
(art. 6 LAsi),
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che fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in
virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5
PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF,
che la SEM rientra tra dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato
costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 PA,
che il ricorrente è toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse
degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa
(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA), per il che è legittimato ad aggravarsi contro di
essa,
che i requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi e art. 10
dell’Ordinanza sui provvedimenti nel settore dell’asilo in relazione al
coronavirus [RS 142.318]), alla forma e al contenuto dell’atto di ricorso (art.
52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti,
che occorre pertanto entrare nel merito del gravame,
che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono,
sono decisi dal giudice in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un
secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è motivata soltanto
sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi),
che ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, si rinuncia allo scambio degli scritti,
che con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la
violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti
giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli
stranieri, pure l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26
consid. 5),
che il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né
dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle
argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2),
che il richiedente, cittadino turco di etnia curda originario di Şahinbey
(Gaziantep) è giunto illegalmente in Svizzera il 7 luglio 2020 depositando
una domanda d’asilo il giorno medesimo (cfr. atti 1/2 e 11/9),
che questi ha dichiarato di essersi avvicinato alle idee socialiste ed al
Partito della Libertà e della Solidarietà (ÖDP),
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che si sarebbero quindi susseguite diverse vicissitudini, di cui si riporta di
seguito quanto di rilievo per la domanda d’asilo (cfr. atti 22/11 e 25/14):
– nel 2014 dei poliziotti avrebbero messo in guardia degli studenti quanto alla pericolosità
dell’interessato e di altri membri della sua formazione politica;
– nel 2015 l’insorgente sarebbe stato fermato dalle forze dell’ordine (nel corso del verbale
sarebbe intervenuta anche la squadra antiterrorismo) e costretto ad ammettere di aver
imbrattato un muro, azione che sarebbe tuttavia da imputare a dei suoi amici; avrebbe
subito percosse;
– nell’ottobre del medesimo anno, durante la partecipazione ad una manifestazione,
avrebbe avuto luogo un’esplosione e la consequenziale morte di un suo amico attivista,
– nel 2017 mentre rientrava dalla sede dell’ÖDP il ricorrente sarebbe stato avvicinato da
dei membri della formazione nazionalista “Lupi Grigi” subendo un pestaggio ed
omettendo di sporgere denuncia a causa della scarsa fiducia nelle autorità e nonostante
gli fosse stato rilasciato un certificato medico attestante dei traumi e la visita di un
poliziotto durante la degenza in ospedale;
– duranze la frequentazione dell’Università di Istanbul (2017 – 2018) egli avrebbe subito
dei controlli da parte degli addetti alla sicurezza del Campus in quanto membro dei
“giovani oppositori” dell’ÖDP, abbandonando in seguito l’ateneo;
– il 13 giugno 2018, i fatti alla base del fermo del 2015 si sarebbero tradotti in una
condanna a dieci mesi di reclusione per danneggiamenti, pronuncia divenuta definitiva
il 13 settembre 2019 con sentenza d’appello, poi tramutata in sanzione pecuniaria già
versata allo Stato dal ricorrente; che ciò avrebbe comportato un successivo difficile
rapporto con le forze di sicurezza, che lo fermavano spesso per identificarlo,
– il 1° dicembre 2019, mentre rientrava al domicilio, l’insorgente avrebbe udito delle
persone inveire nei confronti del comunismo e degli spari; si sarebbe quindi messo in
salvo sul retro di un palazzo; giunto al domicilio, avrebbe scoperto che la giacca che
indossava presentava un foro di proiettile; temendo per la sua incolumità, si sarebbe
rifugiato nella casa di vacanza dei genitori sino all’espatrio, anche in quel caso senza
rivolgersi alle autorità,
che la Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le
disposizioni della LAsi (art. 2 LAsi); che l’asilo comprende la protezione e
lo statuto accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di
rifugiato; che esso include il diritto di risiedere in Svizzera,
che giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiati le persone che, nel Paese di
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origine o di ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della
loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo
sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di
essere esposte a tali pregiudizi; che sono pregiudizi seri segnatamente
l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché
le misure che comportano una pressione psichica insopportabile (art. 3
cpv. 2 LAsi),
che il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito all’art.
3 LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in rapporto
con la situazione reale, e un elemento soggettivo; che sarà quindi
riconosciuto come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente
riconoscibili da terzi (elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo)
d’essere esposto, in tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, ad una
persecuzione (cfr. DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5): che
sul piano soggettivo, deve essere tenuto conto degli antecedenti
dell’interessato, segnatamente dell’esistenza di persecuzioni anteriori,
nonché della sua appartenenza ad una razza, ad un gruppo religioso,
sociale o politico, che lo espongono maggiormente ad un fondato timore di
future persecuzioni; che infatti, colui che è già stato vittima di persecuzione
ha dei motivi oggettivi di avere un timore (soggettivo) di nuove persecuzioni
più fondato di colui che ne è l’oggetto per la prima volta (DTAF 2010/57
consid. 2.5 e relativi riferimenti); che sul piano oggettivo, tale timore deve
essere fondato su indizi concreti e sufficienti che facciano apparire, in un
futuro prossimo e secondo un’alta probabilità, l’avvento di seri pregiudizi ai
sensi dell’art. 3 LAsi; che non sono sufficienti, quindi, indizi che indicano
minacce di persecuzioni ipotetiche che potrebbero prodursi in un futuro più
o meno lontano (cfr. DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi riferimenti),
che nella querelata decisione, l’autorità inferiore ha considerato irrilevanti i
motivi d’asilo addotti dall’insorgente; che l’aggressione di cui sarebbe stato
vittima il 1° dicembre 2019 non costituirebbe una persecuzione mirata nei
suoi confronti; che lo scontro del 2017 con i “Lupi Grigi” configurerebbe un
fatto isolato e per il quale vi sarebbe stato modo di richiedere la protezione
statale; che la militanza nell’ÖDP ed il fatto che le autorità si siano
interessate alle sue attività non permetterebbe di riconoscere un fondato
timore di persecuzione ai sensi della giurisprudenza in capo al ricorrente,
che con ricorso l’insorgente avversa la valutazione di cui al provvedimento
querelato; che egli sarebbe un membro riconosciuto dell’ÖDP; che la
sparatoria occorsa nel dicembre del 2019 e gli slogan nazionalisti proferiti
sarebbero stati chiaramente diretti verso la sua persona; che il fatto di non
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aver sporto denuncia nel 2017 non sarebbe sufficiente per ritenere che
quello stesso Stato che avrebbe mostrato disinteresse nei suoi confronti,
costringendolo a firmare un verbale contro la sua volontà, lo avrebbe
protetto dalle azioni di terzi; che sarebbe così pienamente comprensibile
che l’insorgente, privo di fiducia negli organi statali, abbia rinunciato a
sporgere denuncia, tanto più che le autorità sarebbero state a conoscenza
della sua appartenenze all’ÖDP; che il pestaggio e le minacce ad opera
della squadra antiterrorismo lascerebbero trasparire un fondato timore di
persecuzioni future, vista anche la sua schedatura,
che la tesi ricorsuale va disattesa,
che in primis, si constati come il procedimento avviato a carico del
ricorrente per danneggiamento della pubblica proprietà risulta risolto; che
avendo pagato la pena pecuniaria, l’insorgente non ha carichi pendenti (cfr.
atto 24/2, pag. 12),
che dipoi, nel contesto turco la sola appartenenza ad un partito legale così
come la partecipazione ad attività organizzate da tali raggruppamenti non
giustifica un timore fondato di esposizione a persecuzioni con rilevanza per
l’asilo (cfr. tra le tante sentenza del Tribunale D-5460/2016 del 10 aprile
2018 consid. 6.3),
che lo scopo dell’asilo non è quello di garantire protezione a tutte le vittime
di ingiustizie, ma solo a coloro che hanno subito una violazione della loro
libertà o integrità fisica di una certa intensità (cfr. WALTER STÖCKLI, Asyl, in:
Peter Uebersax/Beat Rudin/Thomas Hugi Yar/Thomas Geiser [ed.]
Ausländerrecht, Handbücher für die Anwaltspraxis, Band VIII, 2a ed. 2009,
p. 530); che le misure, per essere assimilabili a dei seri pregiudizi ai sensi
dell’art. 3 LAsi, debbono rendere l’esistenza nel paese d’origine
oggettivamente non sopportabile (cfr. DTAF 2010/28 consid. 3.3.1.1;
sentenze del Tribunale D-20/2018 del 5 giugno 2018 consid. 5.3 e E-
6571/2012 del 12 agosto 2014 consid. 6.2),
che le asserite azioni delle autorità turche nei confronti dell’insorgente,
ch’egli riconduce al suo ruolo nell’ÖDP, non paiono d’acchito poter essere
considerate tali da rendere impossibile – o difficile oltre i limiti del
sopportabile – la continuazione dell’esistenza nel paese d’origine; che si
tratta invero di misure alle quali ogni persona di origine curda può essere
confrontata nel paese d’origine, segnatamente se attiva politicamente, e
che non ossequiano alle condizioni sopra citate (cfr. sentenze del Tribunale
D-791/2018 del 1° novembre 2018; D-3007/2018 del 5 luglio 2018),
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che per quanto concerne poi la presunta aggressione del 2017, va
osservato come il timore di essere perseguitato presupponga l’esistenza di
minacce attuali e concrete,
che in tal senso, tra i pregiudizi e la fuga deve intercorrere un nesso
causale temporale; che quest’ultimo è da considerarsi decaduto, in regola
generale, allorquando tra l’ultima persecuzione subita e l’espatrio è
trascorso un lasso di tempo relativamente lungo; che a norma della
giurisprudenza, la qualità di rifugiato non può quindi più essere riconosciuta
quando la fuga medesima interviene dai sei a dodici mesi dopo la fine delle
persecuzioni (cfr. DTAF 2011/50 consid. 3.1.2.1; DTAF 2009/51 consid.
4.2.5); che oltre al nesso causale temporale, l’attualità e la concretezza
delle minacce implica altresì la persistenza di un legame di causalità
materiale entro queste ultime ed il bisogno di protezione, il quale fa difetto
se, al momento dell’espatrio, il fondato timore di essere perseguitato sia
originato da cause che non siano riconducibili alle persecuzioni subite sino
ad allora (cfr. WALTER KÄLIN, op. cit., pag. 129 e, a titolo esemplificativo,
sentenza del Tribunale D-2243/2015 del 15 dicembre 2017 consid. 8.4.1),
che in casu, il preteso attacco da parte dei “Lupi grigi” risale a circa tre anni
prima l’espatrio risultando così troppo distante nel tempo per giustificare
un timore di persecuzione; che secondo il senso di quanto verbalizzato,
tale episodio non risulta del resto nemmeno essere stato il motivo alla base
della fuga,
che dipoi, sia per quanto concerne tale aggressione che la successiva
sparatoria del dicembre 2019, va altresì rilevato che le persecuzioni che
sono dovute a terzi e non ad organi governativi, non rivestono un carattere
determinante per il riconoscimento della qualità di rifugiato se non nel caso
in cui lo Stato in questione non accordi la protezione necessaria al
richiedente; che infatti, secondo il principio della sussidiarietà della
protezione internazionale in rapporto alla protezione nazionale, di cui
all’art. 1 della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 28 luglio 1951 (RS
0.142.30), si può esigere da un richiedente asilo che egli abbia dapprima
esaurito nel suo Paese d’origine, le possibilità di protezione contro delle
eventuali persecuzioni non statali, prima di sollecitare la stessa da parte di
uno Stato terzo (cfr. DTAF 2013/11 consid. 5.1 con riferimenti citati; DTAF
2011/51 consid. 6.1; cfr. fra le altre anche: sentenza del Tribunale E-
6009/2017 del 4 luglio 2018 consid. 3); che in una pari eventualità, le
autorità d’asilo sono di principio tenute a verificare unicamente l’effettività
della protezione offerta da parte dello stato d’origine; che secondo prassi,
l’effettiva protezione nel Paese d’origine non è d’altro canto da intendersi
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quale garanzia di protezione individuale a lungo termine contro
persecuzioni non-statali: nessuno Stato ha la capacità di garantire ovunque
e in qualunque momento l’assoluta sicurezza ai propri cittadini; che occorre
al contrario che vi sia a disposizione una struttura di protezione funzionante
ed accessibile e che si possa ragionevolmente esigere che l’interessato vi
faccia capo (cfr. DTF 138 II 513 consid. 7.3, DTAF 2013/11 consid. 5.1 con
riferimenti citati; DTAF 2011/51 consid. 6.1; cfr. fra le altre anche la
sentenza del Tribunale E-6009/2017 del 4 luglio 2018 consid. 3),
che alle autorità turche è per principio riconosciuta capacità di protezione
(cfr. sentenza di riferimento del Tribunale E-1948/2018 del 12 giugno 2018
consid. 4; cfr. anche sentenze D-6290/2018 del 20 giugno 2020 e E-
5271/2013 del 13 marzo 2015 consid. 5.4.1),
che in concreto l’interessato non aveva inoltre motivi sufficienti per non farvi
capo, visto che le circostanze specifiche del caso in disamina non
permettono di concludere che la protezione gli sarebbe stata rifiutata (cfr.
sentenze del Tribunale D-6290/2018 del 20 giugno 2020 e D-3326/2015
del 30 dicembre 2016 consid. 8.4),
che per sovrabbondanza, v’è altresì da constatare come, a prescindere
della possibilità di far capo alla protezione statale, l’evenienza del dicembre
2019 non paia tale da giustificare il riconoscimento di un fondato timore di
persecuzione ai sensi dei presupposti delimitati supra; che trattasi invero
di un singolo episodio i cui autori non sono noti e che non si può
determinare con certezza se fosse rivolto direttamente alla persona
dell’insorgente; che se è vero che gli slogan proferiti possano lasciar
intendere ad un attacco a sfondo politico, è altresì innegabile che
l’interessato non è certo l’unica persona ad avere militanza di sinistra nel
Paese anatolico; che in questo senso, anche l’esplosione della bomba nel
corso della manifestazione a cui l’interessato aveva partecipato nel 2015
dimostra l’esistenza di azioni generalizzate nei confronti dei militanti
socialisti, e meglio, di una contrapposizione con gli ambienti di estrema
destra,
che pertanto, non vi sono sufficienti indizi concreti che lascino presupporre,
in un futuro prossimo e secondo un’alta probabilità, il realizzarsi di seri
pregiudizi nei confronti del qui ricorrente,
che per quanto concerne il riconoscimento della qualità di rifugiato e la
concessione dell’asilo la decisione impugnata va pertanto confermata,
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che se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM
pronuncia, di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina
l’esecuzione; che tiene però conto del principio dell’unità della famiglia
(art. 44 LAsi),
che l’insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM
avrebbe dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla Svizzera
(art. 14 cpv. 1 seg., art. 44 LAsi nonché art. 32 dell’ordinanza 1 sull’asilo
relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311];
cfr. DTAF 2013/37 consid. 4.4; 2011/24 consid. 10.1),
che questo Tribunale è pertanto tenuto a confermare la pronuncia
dell’allontanamento,
che l’esecuzione dell’allontanamento è regolamentata, per rinvio
dell’art. 44 LAsi, dall’art. 83 della legge federale sugli stranieri (LStr,
RS 142.20), giusta il quale l’esecuzione dell’allontanamento dev’essere
possibile (art. 83 cpv. 2 LStr), ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStr) e
ragionevolmente esigibile (art. 83 cpv. 4 LStr),
che nella decisione impugnata, la SEM ha ritenuto l’esecuzione
dell’allontanamento ammissibile, ragionevolmente esigibile e possibile,
che nel proprio gravame, l’insorgente ritiene che anche tale conclusione
debba essere disattesa,
che tuttavia, anche agli occhi del Tribunale, non vi sono in casu elementi
ostativi all’esecuzione dell’allontanamento del ricorrente verso la Turchia,
che anzitutto il ricorrente non può, per i motivi già enucleati, prevalersi del
principio del divieto di respingimento (art. 5 cpv. 1 LAsi) né di un rischio
personale, concreto e serio di essere esposto ad un trattamento proibito,
in relazione all’art. 3 CEDU o all’art. 3 della Convenzione contro la tortura
ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del
10 dicembre 1984 (Conv. tortura, RS 0.105),
che inoltre, nonostante attualmente la congiuntura in Turchia risulti essere
piuttosto tesa (cfr. sentenza del Tribunale D-5396 del 29 luglio 2016 consid.
9.4.1), non si può concludere che nel paese viga una situazione di guerra,
guerra civile o violenza generalizzata che coinvolga l’insieme della
popolazione nella totalità del territorio nazionale; che fatte salve le
provincie di Hakkari e Sirnak, al confine con Siria e Iran, si può oggi come
prima partire dal presupposto che l’esecuzione dell’allontanamento verso
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la Turchia sia ragionevolmente esigibile anche per le persone di etnia curda
(cfr. DTAF 2013/2 consid. 9.5 – 9.6 e tra le tante sentenza del Tribunale D-
7523/2015 del 12 febbraio 2018, consid. 6.5); che pertanto, l’esecuzione
dell’allontanamento del ricorrente, che proviene dalla provincia di
Gaziantep, ovvero da una regione non contemplata nella summenzionata
giurisprudenza, e che non può nemmeno avvalersi di motivi ostativi
individuali (cfr. decisione impugnata, III.2), è da considerarsi pure
ragionevolmente esigibile,
che infine, nemmeno risultano impedimenti sotto il profilo della possibilità
dell’esecuzione del provvedimento,
che di conseguenza, anche in materia di esecuzione dell’allontanamento
la decisione dell’autorità inferiore va confermata,
che pertanto, con la decisione impugnata la SEM non ha violato il diritto
federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non ha
accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti
(art. 106 cpv. 1 LAsi), altresì, per quanto censurabile, la decisione non è
inadeguata (art. 49 PA),
che visto l’esito della procedura le spese processuali di CHF 750.– che
seguono la soccombenza sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1
e 5 PA nonché art. 3 lett. b del del regolamento sulle tasse e sulle spese
ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del
21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]) e prelevate sull’anticipo spese
di medesimo importo versato il 2 ottobre 2020,
che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con
ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83
lett. d cifra 1 LTF),
(dispositivo alla pagina seguente)
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il Tribunale amministrativo federale pronuncia:
1.
Il ricorso è respinto.
2.
Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico del ricorrente e
prelevate sull’anticipo spese di medesimo importo versato il 2 ottobre 2020.
3.
Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità
cantonale.
Il giudice unico: Il cancelliere:
Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli