Decision ID: a59b1505-4d61-51dd-9b21-0658d75eaaa6
Year: 2021
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_002
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto: A.
Con un contratto denominato “
di collaborazione
” sottoscritto il 29 dicembre 2010 AO 1 è stato assunto dalla AP 1 quale consulente e intermediatore assicurativo del servizio esterno a partire dal 1° gennaio 2011. Il contratto prevedeva quale corrispettivo per l’attività esercitata il versamento di “
una percentuale su base annua
” del 50% “
delle commissioni generate dal portafoglio
” del consulente per i rami assicurativi generali, vita collettiva e di persone, rispettivamente di una “
provvigione unica
” del 60% “
sulle commissioni delle assicurazioni vita individuali
” (doc. C, art. 5 e allegato 1). Al termine della collaborazione attiva il consulente aveva diritto a “
un’indennità annuale
” del 30% delle commissioni generate dal suo portafoglio clienti per tutti i rami assicurativi per la durata di 5 anni (doc. C, art. 10 e allegato 1).
B.
Il 30 aprile 2014 AP 1 ha disdetto il contratto di collaborazione con AO 1 per il 31 luglio successivo, termine prorogato in seguito al 31 agosto 2014 (doc. D, E) e il 3 aprile 2015 gli ha inviato il conteggio finale delle provvigioni per il periodo gennaio 2013 – dicembre 2014, dal quale risultava un importo complessivo a favore della datrice di lavoro di fr. 3.79 (fr. 3'439.67 di provvigioni 2013 + fr. 94'556.54 di provvigioni 2014 ./. fr. 98’000.- di acconti versati nel 2014, doc. G).
C.
Con petizione 18 aprile 2018 AO 1, al beneficio della necessaria autorizzazione ad agire (doc. H), ha convenuto in giudizio AP 1 innanzi alla Pretura del Distretto di Lugano, per ottenere la sua condanna al pagamento di fr. 15'286.09 oltre interessi al 5% dal 3 marzo 2015. A suo dire, per il periodo di validità del contratto di collaborazione dal 1° gennaio al 31 agosto 2014 egli avrebbe diritto al 50%, rispettivamente al 60% delle commissioni incassate dalla convenuta in tale periodo (pari a un importo di fr. 87'500.05 per i rami assicurativi generali e di fr. 12'860.85 per il ramo assicurativo vita individuale, calcolati sulla base dei dati di cui al doc. F), mentre per il periodo successivo alla disdetta (1° settembre – 31 dicembre 2014) le provvigioni ammonterebbero al 30% dei premi incassati in quel periodo per tutti i rami assicurativi (fr. 9'459.36, rispettivamente fr. 26.16), per un importo complessivo di fr. 109'846.42. A tale somma andrebbero aggiunti fr. 3'439.67 (pari al saldo delle provvigioni del 2013) e dedotti gli anticipi ricevuti per il 2014 (di fr. 98’000.-), per un saldo in suo favore di fr. 15'286.09.
D.
Con risposta 22 maggio 2018 AP 1 si è integralmente opposta alla pretesa attorea, contestando il calcolo delle provvigioni. A suo dire, esse andrebbero determinate partendo dalla totalità delle commissioni da lei incassate per l’intero 2014, risultanti dal doc. F (fr. 206'531.30 per i rami assicurativi generali, pari a una provvigione del 50% di fr. 103'265.65; rispettivamente fr. 21'521.94 per l’assicurazione vita individuale pari una provvigione del 60% di fr. 12'913.16), e calcolate
pro rata temporis
per gli 8 mesi durante il quale il dipendente ha lavorato alle sue dipendenze. La provvigione 2014 ammonterebbe pertanto a fr. 68'843.77 (fr. 103'265.65 : 12 x 8) per i rami assicurativi generali rispettivamente a fr. 8'608.78 (fr. 12'913.16 : 12 x 8) per il ramo assicurazione vita individuale, per un importo complessivo di fr. 77'452.54. A tale somma andrebbero aggiunti fr. 3'439.67 (pari al saldo delle provvigioni del 2013) e fr. 17'103.99 (pari all’indennità per fine collaborazione attiva per il periodo settembre – novembre 2014) e dedotti gli anticipi versati nel 2014 di fr. 98’000.-, per un saldo negativo a carico del lavoratore di fr. 3.79. La convenuta ha inoltre contestato di dovere un’indennità del 30% per il mese di dicembre 2014 siccome i clienti del portafoglio dell’attore non sarebbero rimasti presso di lei.
E.
Esperita l’istruttoria di causa e raccolti gli allegati conclusivi delle parti, il Pretore aggiunto, con decisione 20 maggio 2020 qui impugnata, ha accolto la petizione e condannato AP 1 al pagamento di fr. 15'286.09, oltre interessi al 5% dal 3 marzo 2015, in favore di AO 1, senza prelevare oneri processuali e obbligando la convenuta a rifondere alla controparte fr. 2’600.- a titolo di ripetibili.
F.
Con appello 28 maggio 2020 la convenuta chiede la riforma del giudizio impugnato nel senso di respingere la petizione, protestando le spese giudiziarie di entrambe le sedi. Con risposta 16 luglio 2020 l’attore si è opposto integralmente al gravame, protestando spese e ripetibili di appello.
E considerato

in diritto: 1.
L’art. 308 cpv. 1 lett. a CPC prevede che sono impugnabili mediante appello le decisioni finali di prima istanza, posto che in caso di controversie patrimoniali il valore litigioso secondo l'ultima conclusione riconosciuta nella decisione sia di almeno fr. 10'000.- (cpv. 2). In concreto, la decisione impugnata è una decisione finale in una controversia dal valore superiore ai fr. 10'000.-. Pacifica è dunque l’appellabilità del giudizio impugnato entro il termine di 30 giorni (art. 311 CPC). Nella fattispecie, la decisione 20 maggio 2020 è stata recapitata all’appellante il 25 maggio seguente (v. tracciamento dell’invio doc. C dell’appello), per cui l’appello 28 maggio 2020 è tempestivo, così come lo è la risposta inoltrata dall’attore nel termine di 30 giorni ai sensi dell’art. 312 cpv. 2 CPC.
2.
Nella decisione impugnata il Pretore aggiunto, premesso che tra le parti era litigiosa la questione riguardante le modalità di calcolo delle provvigioni rivendicate dall’attore per il 2014 in seguito alla conclusione del rapporto di lavoro e ritenuto che agli atti non vi erano prove in merito alla reale e comune volontà delle parti, ha proceduto a un’interpretazione oggettiva delle loro dichiarazioni di volontà contenute nel contratto di collaborazione (doc. C). Sulla base del chiaro tenore delle relative clausole contrattuali e in assenza di altre circostanze che avrebbero permesso di giungere a un diverso risultato, il primo giudice ha concluso che il senso che in buona fede le parti potevano e dovevano ragionevolmente attribuire alle pertinenti clausole contrattuali disciplinanti il diritto alle provvigioni fosse quello secondo cui fino allo scioglimento del contratto il consulente aveva diritto alle provvigioni calcolate secondo l’art. 5 e l’allegato 1 fino a quella data e secondo l’art. 10 e l’allegato 1 per il periodo successivo. Il Pretore aggiunto, accertato che l’attore aveva cessato ogni attività lavorativa per la convenuta a partire dal 31 agosto 2014 e che almeno fino alla fine del 2014 il suo portafoglio clienti era rimasto presso di lei, ha ritenuto adempiute le condizioni per l’ottenimento della provvigione al termine della collaborazione attiva ai sensi dell’art. 10 e dell’allegato 1 del contratto. Il primo giudice ha pertanto concluso che le pretese vantate dall’attore erano conformi alla menzionata interpretazione oggettiva. Considerato che sia l’ammontare delle provvigioni per il 2014 e degli ulteriori importi aggiunti o sottratti fino a raggiungere il saldo di fr. 15'286.09 sia gli interessi moratori non erano stati contestati dalla controparte, egli ha infine accolto la petizione.
3.
Con l’appello la convenuta contesta l’interpretazione delle clausole contrattuali eseguita dal Pretore aggiunto e ribadisce la tesi secondo cui l’attore avrebbe diritto al 50%, rispettivamente al 60% delle commissioni da lei incassate durante l’intero 2014, calcolato tuttavia
pro rata temporis
per gli 8 mesi durante i quali egli ha svolto la propria attività. Il consulente esterno avrebbe diritto a ricevere una provvigione su tutte le commissioni generate dal suo portafoglio clienti durante tutto l’anno, da adeguare tuttavia alla durata effettiva dei servizi da lui forniti, ritenuto che il diritto alla provvigione sarebbe correlato alle prestazioni fornite dal consulente in suo favore e non all’incasso delle commissioni.
4.
In concreto non è contestato che il rapporto contrattuale è da qualificare come un contratto di lavoro ai sensi degli art. 319 seg. CO e che le parti, quale remunerazione del collaboratore, hanno pattuito il versamento di una provvigione. Controversa in appello è l’interpretazione del Pretore aggiunto delle clausole contrattuali riguardanti le modalità di calcolo della provvigione a seguito dell’interruzione del rapporto di lavoro a fine agosto 2014.
5.
Nel diritto svizzero la questione di sapere se le parti hanno concluso un accordo è sottoposta al principio della priorità della volontà soggettiva sulla volontà oggettiva (
DTF 144 III 93
consid. 5.2.1;
123 III 35
consid. 2b). Il giudice deve quindi in un primo tempo ricercare la reale e comune volontà delle parti, se del caso sulla base di indizi. Costituiscono indizi in questo senso non solo il tenore delle dichiarazioni di volontà, ma tutte le circostanze che permettono di scoprire la reale volontà delle parti, sia che si tratti di circostanze anteriori alla conclusione del contratto o dei fatti posteriori alla stessa, in particolare il comportamento ulteriore delle parti che stabilisce quale era all'epoca la concezione dei contraenti. L'apprezzamento di questi indizi concreti da parte del giudice, secondo la sua generale esperienza di vita, costituisce un accertamento di fatto (
DTF 144 III 93
consid. 5.2.2, con rinvii).
Se il giudice non riesce a determinare la volontà reale e comune delle parti - per mancanza di prove o perché quest'ultime non sono concludenti - o se constata che una parte non ha capito la volontà espressa dall'altra quando è stato concluso il contratto, egli deve ricorrere all'interpretazione normativa (o oggettiva) e cioè stabilire la volontà oggettiva delle parti, determinando il senso che, secondo le regole della buona fede, ognuna di esse poteva ragionevolmente dare alle dichiarazioni di volontà dell'altra. Si tratta di un'interpretazione basata sul principio dell'affidamento, che è una questione di diritto (
DTF 144 III 93
consid. 5.2.3).
6.
Il Pretore aggiunto ha dapprima ritenuto che agli atti non vi erano prove della reale e comune volontà delle parti in merito alle modalità di calcolo della provvigione dovuta al lavoratore nel caso in cui il rapporto di lavoro fosse terminato nel corso dell’anno. L’appellante ritiene invece che la reale e concorde volontà delle parti sarebbe emersa dalle risultanze istruttorie. Al riguardo rinvia all’audizione testimoniale di _ C_ (membro del consiglio di amministrazione della convenuta fino a settembre 2014 e successivamente amministratore delegato della stessa fino al mese di agosto 2016, doc. 7) nonché agli interrogatori di _ G_ (presidente del consiglio di amministrazione della convenuta dal 2013, doc. 7) e _ R_ (direttore della convenuta dal 2013, doc. 7). A prescindere dal limitato valore probatorio di tali audizioni, stante la vicinanza del teste alla convenuta, e l’assenza di ulteriori mezzi di prova suffraganti le dichiarazioni degli interrogati, dalle stesse non emerge alcun elemento da cui poter dedurre quale fosse all’epoca della sottoscrizione del noto contratto la concezione del consulente, limitandosi il teste e gli interrogati a riportare il punto di vista della datrice di lavoro, né emerge alcunché in merito alle trattative condotte tra le parti per giungere alla stipulazione dell’accordo nel 2010, a cui nessuno dei verbalizzati ha partecipato. In assenza di ulteriori elementi oggettivi, ad esempio di conteggi di altri consulenti attestanti le modalità di calcolo della provvigione nel caso di interruzione del contratto di collaborazione nel corso dell’anno o la loro audizione, la semplice dichiarazione del presidente del CdA e del direttore della convenuta, rispettivamente di un teste a lei vicino, secondo cui la modalità di calcolo della provvigione proposta dalla datrice di lavoro sarebbe stata la “
prassi
”, non è sufficiente per potere ammettere l’esistenza di una concorde soggettiva volontà. La clausola contrattuale va di conseguenza interpretata secondo il principio dell’affidamento, come ha giustamente ritenuto il Pretore aggiunto.
Per completezza giova osservare che, contrariamente a quanto pretende l’appellante, in concreto non può in ogni caso essere rimproverata al Pretore aggiunto una violazione del diritto alla prova per non avere tenuto conto dell’audizione del teste e degli interrogatori della parte. Ciò potrebbe semmai costituire un errato apprezzamento delle prove o una violazione del diritto per non avere rispettato i principi di interpretazione, ciò che come visto non è tuttavia il caso.
7.
L’appellante ritiene che anche secondo un’interpretazione oggettiva l’unico senso che le parti potevano in buona fede attribuire alle pertinenti clausole contrattuali fosse quello secondo cui in caso di interruzione del rapporto di collaborazione durante il corso dell’anno, il consulente sarebbe stato pagato in base alle commissioni generate dal suo portafoglio durante tutto l’anno civile nella misura del 50%, rispettivamente del 60% a dipendenza del ramo assicurativo, ma unicamente per il periodo in cui egli aveva effettivamente fornito le sue prestazioni, ritenuto che per il periodo successivo egli non avrebbe più fornito alcuna attività di consulenza e di gestione delle polizze. La datrice di lavoro non avrebbe infatti avuto alcun interesse a riconoscere una remunerazione al consulente senza nessuna controprestazione in cambio. Il fatto di considerare, nel calcolo dell’importo complessivo, le commissioni incassate dopo l’interruzione del rapporto di lavoro, terrebbe conto dell’interesse del consulente di vedersi comunque remunerata l’attività di acquisizione e di intermediazione fornita anche nel caso in cui la commissione fosse incassata da AP 1 in una parte dell’anno in cui il rapporto di collaborazione era già terminato.
8.
In base al contratto di collaborazione sottoscritto dalle parti, l’attore è stato assunto dalla convenuta con il compito di svolgere “
attività di consulenza e intermediazione nell’ambito assicurativo
”. Ai sensi dell’art. 5, “
quale corrispettivo per l’attività esercitata
” le parti hanno pattuito il versamento di “
una percentuale su base annua delle commissioni generate dal portafoglio
” del consulente “
per i rami assicurativi generali, vita collettiva e di persone
” (del 50%, allegato 1), rispettivamente una “
provvigione unica sulle commissioni delle assicurazioni vita individuali
” (del 60%, allegato 1). Il diritto alla provvigione nasceva con il pagamento del premio e veniva versata al consulente tramite un acconto mensile con conguaglio entro il 31 marzo dell’anno successivo. Il contratto prevedeva inoltre che “
al termine della collaborazione attiva
” il consulente aveva diritto a un’“
indennità annuale di portafoglio
” del 30% per 5 anni (art. 10 e allegato 1). Dal tenore del contratto si deduce dunque che il consulente quale remunerazione per l’attività svolta aveva diritto a una provvigione da determinare sulla base delle commissioni generate dal suo portafoglio nell’anno precedente il conguaglio, in funzione di una percentuale differenziata a dipendenza del tipo di collaborazione e/o dell’affare concluso. Nel caso di collaborazione attiva la percentuale ammontava al 50%, rispettivamente al 60% a dipendenza del ramo assicurativo, mentre successivamente la stessa sarebbe stata del 30% per un massimo di 5 anni per tutti i rami assicurativi. Dal tenore del contratto non è oggettivamente possibile dedurre che in caso di interruzione del rapporto di lavoro la provvigione andava calcolata sulle commissioni incassate in un anno ma solo pro rata per i mesi in cui il consulente era stato attivo. Una tale interpretazione è contraria alla natura della provvigione intesa quale remunerazione per l’attività che il lavoratore ha (già) svolto e grazie alla quale è stato validamente concluso l’affare, e non quale corrispettivo in funzione del tempo impiegato. Secondo costante dottrina e giurisprudenza, infatti, ai sensi dell'art. 322b cpv. 1 CO, di natura relativamente imperativa (art. 362 CO), se per determinati affari è convenuta una provvigione del lavoratore, essa è dovuta allorché l'affare è stato validamente concluso con il terzo, rispettivamente allorché la rata o la prestazione diventa esigibile per i casi e alle condizioni dell’art. 322b cpv. 2 CO, e se tra l’attività del lavoratore e la conclusione dell’affare vi è un nesso causale (DTF 128 III 174;
Streiff/von Kaenel/Rudolph
, Arbeitsvertrag Praxiskommentar zu Art. 319-362 OR, 7
a
ed., n. 2 seg. ad art. 322b CO). L’interpretazione e la conseguente modalità di calcolo proposta dall’appellante produrrebbe di fatto un’illecita riduzione della percentuale pattuita contrattualmente quale provvigione calcolata sulle commissioni generate dal portafoglio dell’attore durante l’anno precedente e già incassate dalla datrice di lavoro al momento dello scioglimento del contratto. L’interpretazione delle clausole contrattuali ritenuta dal Pretore aggiunto non può nemmeno essere rimessa in discussione dal fatto che non terrebbe conto dell’interesse della datrice di lavoro a remunerare il consulente, dopo l’interruzione del contratto di collaborazione, “
solo per l’attività effettivamente fornita
”. In tal caso, la provvigione sarebbe da determinare in applicazione dell’art. 10 e dell’allegato 1, che prevede una percentuale inferiore pari al 30% e limitata nel tempo, proprio per tenere conto del fatto che il consulente dopo lo scioglimento del rapporto di lavoro non fornisce più alcuna attività di consulenza e di gestione delle polizze. Tale disposto tiene d’altra parte conto anche dell’interesse del consulente a vedersi riconosciuta la remunerazione per l’attività di acquisizione e di intermediazione svolta prima dell’interruzione della collaborazione anche se la relativa commissione è incassata dalla datrice di lavoro successivamente. Da ultimo
occorre aggiungere che l’interpretazione delle clausole contrattuali proposta dall’attore e confermata dal Pretore aggiunto è rafforzata pure dal fatto che la datrice di lavoro stessa, per i mesi immediatamente successivi allo scioglimento del rapporto di lavoro, ha versato al consulente le provvigioni nella misura del 30% in applicazione dell’art. 10 e allegato 1 (doc. 12).
Ne discende che il senso oggettivo che le parti potevano in buona fede attribuire alle pertinenti clausole contrattuali era che la provvigione sarebbe stata determinata sulla base delle commissioni incassate dalla datrice di lavoro nell’anno civile precedente il conteggio finale, che sarebbe stato allestito alla fine del mese di marzo successivo per tenere conto di eventuali ristorni, ritenuto che la data di interruzione del rapporto di collaborazione avrebbe determinato l’applicazione di una percentuale differente sulle commissioni incassate nel rispettivo periodo.
9.
L’appellante ritiene infine che in ogni caso nessuna provvigione sarebbe dovuta all’attore per il mese di dicembre 2014 siccome egli non si sarebbe adoperato a mantenere il suo portafoglio clienti presso la datrice di lavoro. A suo dire, la clausola contrattuale riguardante il diritto alla provvigione al termine della collaborazione attiva ai sensi dell’art. 10 non mirava “
a garantire all’ex collaboratore una remunerazione di qualche mese durante i quali quest’ultimo avrebbe trasferito l’intero portafoglio
”. La tesi dell’appellante non può essere seguita. Come visto precedentemente, il disposto citato mira infatti a riconoscere all’ex collaboratore una provvigione sulle commissioni generate dal suo portafoglio riconducibili all’attività da lui fornita prima dello scioglimento del rapporto di lavoro ma incassate dalla datrice di lavoro successivamente. Il tenore della clausola è chiaro: fintanto che il portafoglio clienti sarebbe rimasto presso la datrice di lavoro, generando delle commissioni in suo favore (grazie al lavoro di acquisizione e fidelizzazione del cliente svolto dal consulente durante il rapporto di lavoro), l’ex collaboratore avrebbe avuto diritto a una provvigione del 30% per un massimo di 5 anni. Dal momento in cui il portafoglio clienti sarebbe stato trasferito, egli non avrebbe più potuto pretendere alcunché. Contrariamente a quanto sembra reputare l’appellante, dalla clausola in questione non è possibile dedurre un obbligo del consulente di lasciare (definitivamente) il portafoglio alla convenuta per gli anni successivi al termine della collaborazione né un impegno a rinunciare a qualsiasi altra attività concorrenziale. Posto che l’appellante non contesta l’accertamento pretorile, secondo cui almeno fino alla fine del 2014 il portafoglio dell’attore era restato alla datrice di lavoro, le condizioni per pretendere la provvigione al termine della collaborazione attiva ai sensi dell’art. 10 e allegato 1 sono adempiute.
10.
In assenza di ulteriori censure in merito all’ammontare delle provvigioni riconosciute all’attore, la decisione impugnata va confermata.
11.
Ne discende la reiezione del gravame e la conferma del giudizio di prime cure (art. 318 cpv. 1 lett. a CPC). Trattandosi di una causa derivante da un rapporto di lavoro con un valore litigioso inferiore a fr. 30'000.- (art. 114 lett. c CPC), non si prelevano spese processuali. Le ripetibili, calcolate su un valore litigioso di fr. 15'286.09, seguono la soccombenza (art. 106 cpv. 1 CPC). Esse, determinate in base all’art. 11 cpv. 1, cpv. 2 lett. a e cpv. 5 RTar, vanno nondimeno opportunamente ridotte per tenere conto dei paralleli incarti (12.2020.66, 12.2020.67 e 12.2020.69) dall’analogo contenuto e del relativo dispendio complessivo per la trattazione delle procedure.
12.
Il valore di causa supera la soglia di fr. 15'000.- prevista all’art. 74 cpv. 1 lett. a LTF per un eventuale ricorso in materia civile al Tribunale federale.