Decision ID: ef9d9745-174e-5179-9283-f760bdd6ce7f
Year: 2015
Language: it
Court: TI_TRAC
Chamber: TI_TRAC_006
Canton: TI
Region: Ticino
Law Area: civil_law

ritenuto
in fatto: A.
Il 10 agosto 2011 la RE 1 (in seguito RE 1), in qualità di mutuante, e la CO 1 in veste di mutuataria, hanno sottoscritto un contratto di mutuo (“
loan agreement
”) di durata determinata, in forza del quale la prima si è impegnata a trasferire alla seconda
€
3'000'000.– entro cinque giorni, da rimborsare entro tre anni. Le parti hanno convenuto un tasso d’interesse del 2% superiore a quello Euribor a sei mesi, ma comunque non inferiore al 3% annuo. Con tale prestito la mutuataria si è impegnata a estinguere i debiti (precedentemente) assunti con la stipulazione di un contratto di acquisto di azioni con la società I_ (con sede a _) “a beneficio” della K_ _ di _ (in seguito K_). Secondo il contratto di mutuo la mutuante era altresì autorizzata in ogni momento, entro tre anni dalla sottoscrizione dello stesso, a convertire l’intero importo mutuato e gli interessi nel frattempo maturati in una partecipazione del 15% al capitale azionario della K_.
Alfine di garantire l’adempimento delle obbligazioni da parte della CO 1, le parti hanno inoltre previsto che la società cipriota Y_ avrebbe messo in pegno il 15% delle sue quote azionarie (pari al 50%) nella K_
, ciò che è avvenuto il 9 settembre 2011 con la conclusione di un contratto di pegno d’azioni (“
share pledge agreement
”) tra la RE 1 e la Y_. Per quanto concerne la restituzione della somma prestata, il contratto prevedeva – nel caso in cui l’importo mutuato non fosse stato usato per l’acquisto delle azioni della K_ – che il mutuo sarebbe dovuto essere rimborsato entro 15 giorni lavorativi dalla data di scadenza del contratto. Il giorno successivo alla sottoscrizione del contratto di mutuo, la RE 1 ha versato a favore della CO 1 fr. 3'000'000.– su un suo conto presso la banca _ di _.
B.
A seguito di due solleciti di pagamento inviati alla debitrice per gli interessi scaduti, in cui la mutuante aveva reso attenta la mutuataria che in caso di mancata corresponsione degli stessi, il contratto sarebbe stato disdetto e l’intero importo preteso, con scritti del 6 e del 30 giugno 2014 la RE 1 ha quindi sciolto il rapporto contrattuale con la CO 1 chiedendo alla debitrice la restituzione della somma mutuata e i relativi interessi, per un totale di
€
3'242'647.25.
C.
Con istanza 18 dicembre 2014 diretta contro la CO 1 la RE 1 ha chiesto alla Pretura della Giurisdizione di Mendrisio-Sud di decretare il sequestro: a) del
“conto no. _ presso _ _, intestato a CO 1 e ogni altro conto, deposito o bene depositato presso _ _, inclusi conti intestati o di cui è avente diritto economico l’ADE della società CO 1, signor D_
”; b) di altri conti e beni intestati alla CO 1 e a D_ o solo a quest’ultimo – quale avente diritto economico – presso la _ di _, così come “
le azioni, i certificati azionari, certificati di incorporazione o ogni bene o documento che attesti e incorpori la proprietà della società CO 1 (...) intestata a D_
”
presso la società T_ Ltd di _, e di ogni altro bene di cui risulta proprietario o avente diritto economico, il tutto fino a concorrenza di
€
3'242'647.25, pari a fr. 3'893'900.–, oltre agli interessi e alle spese
.
Quale titolo del credito e causa del sequestro (art. 271 cpv. 1 n. 4 LEF) l’istante ha indicato il contratto di mutuo (“
loan agreement
”) sottoscritto con la debitrice il 10 agosto 2011.
D.
Con decreto dello stesso giorno
il Pretore ha accolto integralmente l’istanza
e ordinato il sequestro di quanto richiesto, oltre alla prestazione di una garanzia bancaria di fr. 400'000.– posta a carico della sequestrante in virtù dell’art. 273 cpv. 1 LEF. Essendo il sequestro stato eseguito l’indomani dagli Uffici d’esecuzione di Zurigo 1 e 2, con istanza del 29 dicembre 2014 la CO 1 ha presentato opposizione al decreto di sequestro al medesimo giudice. All
’
udienza di discussione del 16 marzo 2015, la parte debitrice ha confermato la sua opposizione, mentre la controparte ha concluso per la reiezione della stessa e la conferma del decreto di sequestro.
E.
Statuendo con decisione 10 aprile 2015 il Pretore ha parzialmente accolto l’opposizione e confermato il sequestro limitatamente ai conti e agli altri beni o depositi intestati alla CO 1 presso le banche _ di Chiasso e _ di Zurigo, ponendo le spese processuali di fr. 1'500.– a carico delle parti in ragione di metà ciascuno, compensate le ripetibili.
F.
Contro la sentenza appena citata la RE 1 è insorta
a questa Camera
con un reclamo 23 aprile 2015 per ottenerne l’annullamento, la reiezione integrale dell’opposizione al sequestro e la totale conferma dello stesso. Con decreto del 24 aprile 2015 il presidente della Camera ha dichiarato irricevibile la richiesta di concessione dell’effetto sospensivo postulata dalla reclamante. Nelle sue osservazioni del 21 maggio 2015, la CO 1 ha concluso per la reiezione del reclamo.

Considerando
in diritto: 1.
La sentenza impugnata – emanata in materia di opposizione al sequestro – è una decisione di prima istanza finale e inappellabile (art. 309 lett. b n. 6 CPC), contro cui è dato esclusivamente il rimedio del reclamo (art. 319 lett. a CPC e 278 cpv. 3 LEF) alla
Camera di esecuzione e fallimenti (CEF) del Tribunale d’appello (art. 48 lett. e n. 1 LOG)
.
1.1
Pronunciata in procedura sommaria (art. 251 lett. a CPC), la decisione è impugnabile con reclamo entro dieci giorni dalla notificazione (art. 321 cpv. 2 CPC).
Presentato il 23 aprile 2015 contro la sentenza notificata al patrocinatore della reclamante il 13 aprile, in concreto il reclamo, inoltrato l’ultimo giorno del termine, è tempestivo.
1.2
Ci si potrebbe chiedere se la CO 1 avesse davvero un interesse personale degno di protezione a interporre opposizione al sequestro dei beni intestati a D_ (v. in proposito la sentenza della CEF 140.2014.14-15 del 24 novembre 2014, consid. 6). Non risulta però dagli atti che il sequestro sia stato comunicato a D_ né, di conseguenza,
ch’egli abbia avuto modo di opporvisi – anzi si evince il contrario dallo scritto dell’Ufficio d’esecuzione di Zurigo 2 del 19 dicembre 2014 (doc. 3 accluso all’opposizione). Nelle predette circostanze si può quindi considerare che la CO 1 fosse legittimata a opporsi al sequestro anche a tutela dei beni di D_ per evitargli danni di cui egli avrebbe potuto poi ritenerla responsabile
.
1.3
La Camera esamina solo le censure esplicitamente formulate e motivate in modo sufficiente, i requisiti al riguardo, che discendono dall’art. 321 cpv. 1 CPC, imponendo al reclamante di formulare delle conclusioni chiare, di designare dettagliatamente sia i punti contestati della sentenza impugnata sia i documenti sui quali fonda la sua critica e di spiegare perché la motivazione della decisione sarebbe erronea, e non (solo) perché le sue opinioni sarebbero pertinenti (DTF 138 III 375, consid. 4.3.1 e sentenza del Tribunale federale 5A_247/2013 del 15 ottobre 2013, consid. 3.3).
1.4
Secondo l’art. 320 CPC con il reclamo possono essere censurati sia l’applicazione errata del diritto sia l’accertamento manifestamente errato dei fatti.
a)
La giurisdizione cantonale superiore ha lo stesso potere di cognizione del giudice di prima istanza e verifica quindi sotto l’angolo della semplice verosimiglianza se i presupposti del sequestro sono realizzati, riesaminando liberamente e sommariamente l’applicazione del diritto (art. 320 lett. a CPC; sentenza del Tribunale federale 5A_925/2012 del 5 aprile 2013, consid. 9.3).
b)
La Camera decide in linea di principio in base agli atti di causa della giurisdizione inferiore (art. 327 cpv. 1 e 2 CPC), ma le parti possono far valere fatti e mezzi di prova nuovi (art. 278 cpv. 3 LEF e 326 cpv. 2 CPC),
verificatisi sia prima che dopo l’emanazione della sentenza di primo grado (cfr. sentenza della CEF 14.1999.82 del 10 aprile 2000, consid. 1.5/e) fino alla chiusura dello scambio degli allegati (sentenza della CEF 14.1999.3 del 5 luglio 1999, consid. 3). È ammessa solo la produzione di documenti (art. 254 cpv. 1 CPC; DTF 138 III 639 consid. 4.3).
L’accertamento dei fatti e l’apprezzamento delle prove possono essere censurati unicamente se sono manifestamente errati o arbitrari (art. 320 lett. b CPC; DTF 138 III 234 consid. 4.1). Ove la correzione del vizio sia suscettibile d’influire sull’esito della causa, la Camera interviene, quindi, soltanto se il giudice di prime cure non ha manifestamente capito il senso e la portata di un mezzo di prova, ha omesso, senza motivi oggettivi, di considerare prove pertinenti o ha tratto deduzioni insostenibili dagli elementi raccolti (cfr. per analogia: sentenza del Tribunale federale 5A_739/2012 del 17 maggio 2013, consid. 2.2 e i rinvii;
Jeandin
in: CPC commenté, 2011,
n. 5-6 ad art. 320 CPC con rimandi).
2.
In virtù dell’art. 272 cpv. 1 LEF, il sequestro è concesso purché il creditore renda verosimile l’esistenza del suo credito (n. 1), di una causa di sequestro (n. 2) e di beni appartenenti al debitore (n. 3).
2.1
I fatti sono resi verosimili quando il giudice, fondandosi su indizi oggettivi – che risultano dagli atti (art. 254 cpv. 1 CPC) – sufficienti a costituire un “inizio di prova”, ne ricava l’impressione che i fatti pertinenti si siano realizzati, senza dover escludere la possibilità che si siano svolti in altro modo (DTF 138 III 233 consid. 4.1.1; RtiD 2012 II 927 consid. 1.3). In particolare egli deve convincersi che la pretesa vantata dal sequestrante esiste per l’importo enunciato ed è esigibile. Per quanto attiene al fondamento giuridico dell’istanza, il giudice procede a un esame sommario, cioè né definitivo né esaustivo, al termine del quale emana una decisione provvisoria (DTF 138 III 638-9 consid. 4.3.2), a questo stadio senza contraddittorio (per garantire l’effetto sorpresa).
2.2
Il decreto di sequestro (art. 274 cpv. 2 LEF) può essere contestato dal debitore o dai terzi toccati nei propri diritti con opposizione (art. 278 LEF) allo stesso giudice che l’ha pronunciato. Egli riesamina tutti i presupposti del sequestro – purché contestati – con un potere di cognizione immutato, ma in contraddittorio, quindi alla luce anche degli argomenti dell’opponente. Il giudice non agisce d’ufficio (art. 58 cpv. 2 CPC) e decide unicamente in base ai fatti allegati (art. 55 cpv. 1 CPC) e resi verosimili, salvo che siano stati ammessi o non contestati dalla controparte non contumace oppure siano notori (art. 150 cpv. 1, 151 e 254 CPC; sentenza della
CEF
14.2011.113
dell
’8
settembre 2011
,
consid. 6.5
)
. Sono inammissibili censure dirette non contro il decreto di sequestro ma contro gli atti di esecuzione del sequestro (art. 275 LEF), affidati all’ufficio d’esecuzione (art. 274 cpv. 1 LEF). Esse vanno fatte valere con ricorso all’autorità di vigilanza nel senso dell’art. 17 LEF (DTF 129 III 207 consid. 2.3).
3.
Nella decisione impugnata, fondandosi sul contratto di mutuo sottoscritto dalle parti il Pretore ha anzitutto ritenuto verosimile l’esistenza del credito vantato dalla reclamante e della causa del sequestro di cui all’art. 271 cpv. 1 n. 4 LEF, mentre egli non ha considerato che il credito fosse garantito da pegno, rilevando come le azioni della K_ costituite in pegno in ragione del 15% a favore della sequestrante non abbiano praticamente (più) alcun valore, come dimostra la pesante situazione debitoria della società e il fatto che il resto del pacchetto azionario è stato venduto per € 2.– il 26 dicembre 2013. Giudicando sprovvista di ogni credibilità la valutazione di parte prodotta dall’opponente, secondo cui il valore della società supererebbe € 10'000'000.–, il Pretore ha confermato il sequestro su questo punto.
Per contro egli ha seguito la CO 1, laddove essa ritiene che il sequestro dei beni di proprietà dell’avente diritto economico D_ debba essere revocato.
A mente del primo giudice, infatti, la sequestrante non ha dimostrato – neppure dal profilo della verosimiglianza – che la debitrice abbia abusivamente
intestato e trasferito dei beni al suo preteso avente diritto economico allo scopo di renderli inaccessibili ai creditori. E d’altronde, rileva il Pretore, la RE 1 si è liberamente impegnata – con tutti i rischi possibili – con una società panamense, sottoscrivendo un contratto di cui D_ non era parte. Per questo motivo, non ravvisando nel caso di specie un’eccezione al concetto d’indipendenza giuridica tra la società e il suo preteso beneficiario economico
(“Durchgriff”)
, non avendo la sequestrante reso verosimile un (quantomeno apparente) comportamento abusivo né della CO 1 né di D_, il Pretore ha ritenuto che il sequestro, in quanto tocca beni che non sono di pertinenza della debitrice, andava revocato.
4.
Nel reclamo, la RE 1 si duole essenzialmente che il primo giudice non abbia riconosciuto l’esistenza di un caso di
Durchgriff
– da essa invocata in prima sede – malgrado che, a suo modo di vedere, gli indizi forniti e la documentazione prodotta con l’istanza
rendessero “altamente verosimile” che l’unico intento della società panamense debitrice era di celare gli averi del suo avente diritto economico. Al proposito, la reclamante denuncia un’abusiva
sottrazione di capitale, facendo valere che la CO 1 è stata costituita unicamente per svolgere il ruolo di “
parafulmine
” a favore del suo avente diritto economico (ciò che, a suo dire, al momento della sottoscrizione del contratto di mutuo, non le era nota), e che, ad oggi, i conti depositati presso la banca _ sui quali era stato inizialmente versato l’importo del mutuo non esistono più. Ora, a suo parere, l’opponente non ha portato alcun elemento tale da sconfessare questa tesi, motivo per cui il Pretore avrebbe dovuto respingere in toto l’opposizione al sequestro.
5.
Nelle osservazioni al reclamo, la CO 1 ribadisce che la questione del
Durchgriff
(che si potrebbe tradurre in italiano con le espressioni di “trasparenza” o di “rimozione del velo corporativo” usate in francese e in inglese) dev’essere esaminata alla luce del diritto dello Stato in cui è registrata (art. 154 LDIP), ossia del diritto panamense.
Essa misconosce, tuttavia, che il quesito da risolvere in questa sede non è quello, di merito, di sapere se accanto alla debitrice risponde del debito pure il suo preteso avente diritto economico, bensì se il sequestro può anche colpire beni formalmente intestati a nome di
D_, ancorch’e
gli non sia menzionato quale debitore sul decreto di sequestro. Occorre, insomma, distinguere tra trasparenza in tema di responsabilità
(“Haftungsdurchgriff“)
e trasparenza patrimoniale (cfr. in materia di pignoramento: DTF 105 III 112 consid. 3a; in materia di sequestro: sentenza della CEF 14.2003.47 del 7 agosto 2003, RtiD 2004 II 769 n. 91c, consid. 3.2).
Orbene, il secondo aspetto ha natura puramente esecutiva ed è quindi disciplinato esclusivamente dalla LEF (cfr. art. 18 LDIP). Certo, il diritto civile applicabile cui riferirsi per determinare il proprietario o il titolare di un determinato attivo è stabilito dalla LDIP, ma sta invece al diritto esecutivo dello Stato in cui si svolge la procedura coatta – nella fattispecie la LEF – definire i casi eccezionali in cui è possibile sequestrare beni seppure formalmente intestati a terzi.
6.
Ora, per costante giurisprudenza del Tribunale federale il sequestro (a modo del pignoramento) può colpire soltanto beni di proprietà del debitore o crediti di cui egli è titolare (art. 272 cpv. 1 n. 3 LEF; DTF 105 III 112 consid. 3a), essendo al riguardo determinante in linea di principio la realtà giuridica e non quella economica (DTF 107 III 104 consid. 1 e 106 III 89 consid. 2, con rinvii): sono quindi esclusi dal sequestro, in quanto considerati beni di terzi, tutti quelli che secondo le regole del diritto civile appartengono a una persona fisica o giuridica diversa dal debitore sequestrato. Soltanto in casi eccezionali si può tenere conto dell
’
identità economica fra il debitore escusso e il terzo (DTF 105 III 112 consid. 3a, 102 III 173 consid. II.3). Pertanto, nella misura in cui i beni di cui è chiesto il sequestro si trovino in possesso di un terzo o figurino a nome di un terzo, il creditore sequestrante deve rendere verosimile che quei beni appartengono in realtà al debitore sequestrato (art. 272 cpv. 1 n. 3 LEF
;
Messaggio concernente la revisione della LEF dell
’
8 maggio 1991, in: FF 1991 III pag. 119;
Stoffel
in: Basler Kommentar, SchKG III, 2
a
ed. 2010,
n. 53-55 ad art. 271 e n. 31-33 ad art. 272 LEF), oppure che essi sono stati trasferiti al terzo con un atto manifestamente abusivo (art. 2 cpv. 2 CC) o comunque revocabile (art. 285 segg. LEF) tendente a danneggiare i creditori o a favorirne alcuni a scapito di altri (sentenza della CEF 14.2005.67 del 18 ottobre 2005, consid. 3.3; RtiD 2006 I 770 n. 83c, consid. 3.4).
6.1
Da quanto appena esposto si evince che l’identità (o unità) economica tra due persone (nel senso di un dominio economico dell’una sull’altra, v.
Monsch/von der Crone
, Durchgriff und wirtschaftliche Einheit, SZW/RSDA 2013 pagg. 452 segg. ad 3 e 457 ad IV) non giustifica da sola il sequestro di beni appartenenti giuridicamente a terzi. Ciò può avvenire soltanto in casi eccezionali, quando l’indipendenza giuridica della società è invocata in modo abusivo, ovvero quando si è in presenza di vere e proprie macchinazioni che hanno causato un danno qualificato a terzi
(sentenza del Tribunale federale 5A_330/2012 del 17 luglio 2012, consid. 3.1, 3.2 e 5.3 con rinvii)
. Secondo la giurisprudenza già citata di questa Camera (CEF 14.2003.47, consid. 3.3 e 3.4, con diversi rinvii), l’invocazione dell’indipendenza giuridica della società rispetto al suo
dominus
economico (o viceversa) diventa manifestamente abusiva ove la società sia stata creata o utilizzata per trasferirle beni del
dominus
all’unico scopo di porli al riparo del creditore sequestrante oppure, al rovescio, quando la società (ma può anche essere una persona fisica) trasferisce al
dominus
(o a un parente) i propri beni per impedirne il sequestro e il pignoramento.
6.2
In concreto, la sequestrante non ha reso verosimile e invero neppure allegato – come le incombeva – che la CO 1
avrebbe trasferito a D_ i beni di cui è ora chiesto il sequestro allo scopo di sottrarsi indebitamente ai propri obblighi nei confronti della RE 1. La sua tesi è invece che D_ avrebbe abusivamente costituito la CO 1 quale “parafulmine” tra lui e la RE 1 all’unico scopo di ottenere la somma mutuata per il tramite della “sua” società, mantenendo al riparo i propri averi privati (reclamo, pagg. 5-6).
a)
Così argomentando, tuttavia, la reclamante allude in realtà a un’estensione a D_ della responsabilità per il rimborso del mutuo. Coerentemente con le proprie allegazioni, essa avrebbe però dovuto dirigere l’istanza di sequestro anche contro il preteso avente diritto economico e non solo contro i suoi beni. Solo convenendo anche
D_ la reclamante
sarebbe stata legittimata a chiedere il sequestro di qualsiasi bene di lui limitandosi a renderne verosimile l’appartenenza, senza riguardo all’esistenza di pregressi trapassi abusivi (v. DTF 105 III 112 consid. 3a e sentenza della CEF 14.2003.47, consid. 3.2/a, citate sopra al consid. 5).
L’istante non poteva eludere tale esigenza semplicemente chiedendo di estendere il sequestro richiesto contro la CO 1 ai beni di D_. Sotto questo profilo il reclamo si rivela infondato.
b)
Nemmeno giova alla RE 1 affermare che la chiusura del conto della convenuta presso la banca _ di _ sul quale era stato versato l’importo stabilito nel contratto di mutuo dimostrerebbe l’esistenza di distrazioni o sottrazioni di capitale abusive (reclamo, pag. 6 ad b). La reclamante pare così dimenticare che lo stesso contratto di mutuo prevedeva che l’importo mutuato sarebbe dovuto essere impiegato dalla mutuataria per estinguere i debiti (precedentemente) assunti con la stipulazione di un contratto di acquisto di azioni (doc. 1 accluso all’istanza, art. 2).
Pacifico, quindi, che l’importo in questione non sarebbe rimasto a lungo sul conto della convenuta.
D’altronde, la sequestrante non ha reso verosimile – e invero neppure allegato – che su quel conto (o su altri) vi fossero al momento della sottoscrizione del mutuo altri fondi che sarebbero poi stati distratti a favore di D_.
Poco importa al riguardo che la convenuta non abbia, a mente della RE 1, apportato indizi o prove che infirmino la tesi di quest’ultima, l’onere dell’allegazione e della prova (al grado della verosimiglianza) non potendo essere ribaltato sulla controparte (sentenza del Tribunale federale 5A_925/2012 del 5 aprile 2013, consid. 9.5.1). In definitiva, la reclamante è ben lungi dall’avere dimostrato errori manifesti del Pretore nell’accertare i fatti da lei allegati. Infondato, il reclamo va respinto.
c)
Per abbondanza, non è inutile aggiungere, ad ogni modo, che anche la pretesa estensione a D_ della responsabilità per il rimborso del mutuo non è stata resa verosimile. Ch’egli potesse disporre a suo piacimento della CO 1 è già perlomeno discutibile, il valore indiziario della dichiarazione di V_, cui rinvia la reclamante, non apparendo superare quello di semplici allegazioni di parte, dal momento ch’egli ammette di essere figlio di _, il quale pare controllare la creditrice sequestrante ed essere all’origine del mutuo (doc. 14 accluso all’istanza di sequestro, pag. 3). Quanto all’argomentazione proposta dalla sequestrante nel memoriale di risposta (ad 3a), si fonda su uno schizzo a mano della stessa sequestrante (doc. B accluso alle osservazioni all’opposizione) e su relazioni interpersonali tra D_, _ e _, che però non forniscono ancora indizi su quali fossero i rapporti di proprietà in seno alla CO 1.
Ma soprattutto la reclamante non ha fornito neppure un inizio di prova del fatto che, contrariamente a quanto figura nel contratto, il mutuo sarebbe stato destinato a D_ personalmente né che la mutuataria fosse solvibile al momento della conclusione del contratto e che lo stesso D_ l’abbia poi svuotata. Non risulta neppure dagli atti che la CO 1 sia stata costituita all’unico scopo di fare ottenere il mutuo a D_, siccome la sua fondazione risale al 2006 (doc. L allegata all’opposizione) mentre il contratto è stato concluso solo nel 2011. In realtà la RE 1
pare essersi liberamente impegnata a conferire il mutuo a una società panamense e non al suo preteso avente diritto economico, senza pretendere da lui garanzie personali, pur sapendo che la mutuante
“entrava a far parte del costrutto di società offshore facenti capo a D_” (reclamo, pag. 5). In queste circostanze, sia come sia non apparirebbero quindi date quelle circostanze eccezionali che avrebbero potuto giustificare di renderlo responsabile del debito vantato dalla RE 1
.
7.
La tassa del presente giudizio, stabilita in applicazione degli art. 48 e 61 cpv. 1 OTLEF (RS 281.35), e le ripetibili,
determinate in virtù dell’art. 11 cpv. 1-2 RTar (
RL 3.1.1.7.1
) per il rinvio del
l’art. 96 CPC
, seguono la soccombenza della reclamante (art. 106 cpv. 1 CPC).
Circa i rimedi esperibili sul piano federale (art. 112 cpv. 1 lett. d LTF), il valore litigioso, di fr. 3'893'900.–, supera agevolmente la soglia di
fr. 30'000.– ai fini dell’art. 74 cpv. 1 lett. b LTF
.