Document ID: 31997R2155

REGOLAMENTO (CE) N. 2155/97 DEL CONSIGLIO del 29 ottobre 1997 che istituisce dazi antidumping definitivi sulle importazioni di alcuni tipi di calzature con tomaie di materie tessili originarie della Repubblica popolare cinese e dell'Indonesia e che riscuote in via definitiva il dazio provvisorio imposto
IL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA,
visto il trattato che istituisce la Comunità europea,
visto il regolamento (CE) n. 384/96 del Consiglio, del 22 dicembre 1995, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di paesi non membri della Comunità europea (1), in particolare l'articolo 9, paragrafo 4,
vista la proposta presentata dalla Commissione dopo aver sentito il comitato consultivo,
considerando quanto segue:
A. MISURE PROVVISORIE
(1) Con il regolamento (CE) n. 165/97 della Commissione (2) (in appresso denominato «regolamento sui dazi provvisori») sono stati istituiti dazi antidumping provvisori sulle importazioni nella Comunità di alcuni tipi di calzature con tomaie di materie tessili di cui ai codici NC 6404 19 10 ed ex 6404 19 90 originarie della Repubblica popolare cinese e dell'Indonesia.
B. FASE SUCCESSIVA DEL PROCEDIMENTO
(2) Dopo l'istituzione delle misure antidumping provvisorie, alcune parti interessate hanno comunicato per iscritto le loro osservazioni.
(3) Le parti che ne hanno fatto richiesta hanno ottenuto la possibilità di essere sentite dalla Commissione.
(4) La Commissione ha continuato a chiedere e a verificare tutte le informazioni ritenute necessarie ai fini delle risultanze definitive.
(5) Le parti sono state informate dei fatti e delle considerazioni essenziali in base ai quali si intendeva raccomandare l'imposizione di dazi antidumping definitivi e la riscossione definitiva degli importi depositati a titolo di dazi provvisori. È stato inoltre concesso loro un lasso di tempo entro il quale comunicare le loro osservazioni dopo aver ricevuto le informazioni in questione.
(6) Le osservazioni comunicate oralmente e per iscritto dalle parti interessate sono state esaminate e, ove ritenuto opportuno, prese in considerazione ai fini delle risultanze definitive della Commissione.
C. PRODOTTO IN ESAME E PRODOTTO SIMILE
1. Prodotto in esame
(7) Ai fini delle conclusioni preliminari, la Commissione ha considerato un'unica categoria di prodotti le calzature «non per lo sport» con suole esterne di gomma o di materia plastica e con tomaie di materie tessili, per uso interno o esterno (di cui ai codici NC 6404 19 10 ed ex 6404 19 90). A questo proposito, alcune parti interessate hanno sostenuto che le pantofole e le calzature per l'esterno erano troppo diverse, in particolare dal punto di vista dell'uso, per appartenere alla stessa categoria di prodotti.
In particolare, le parti interessate hanno sottolineato che per valutare se le calzature per l'interno e per l'esterno possano essere considerate un'unica categoria di prodotti si dovrebbe effettuare una duplice «verifica di intercambiabilità»: se una calzatura per uso esterno possa sostituirne una per uso interno e, in secondo luogo, se una calzatura per uso interno possa sostituirne una per uso esterno.
(8) Per quanto riguarda il primo caso, vale la pena di rilevare che alcune calzature leggere per uso esterno del tipo in esame possono sostituire le pantofole per uso interno. Le pantofole invece, data la loro scarsa robustezza, non sembrano generalmente adatte per la maggior parte degli usi esterni. Tale distinzione pare altresì confermata dal modo in cui i consumatori percepiscono i due prodotti. Si deve dunque concludere che la seconda «verifica di interscambiabilità» - e cioè la possibilità di sostituire calzature per uso esterno con calzature per uso interno - non è soddisfatta, e che pertanto le pantofole e le calzature per uso esterno non possono essere considerate un'unica categoria di prodotti. Tale conclusione significa anche che nei risultati dell'inchiesta si deve operare una distinzione tra le pantofole e le calzature per uso esterno.
Informati di questa conclusione, i rappresentanti dell'industria comunitaria denunziante, pur indicando che non condividevano totalmente questo parere, non si sono opposti all'esclusione delle pantofole dall'ambito del procedimento.
(9) Per quanto riguarda l'esclusione, nella fase provvisoria, di alcuni tipi di calzature dette anche «espadrilles», varie parti interessate hanno chiesto, con diverse motivazioni, che fossero esclusi dall'ambito del procedimento anche altri prodotti, a ragione della loro notevole specificità. Tali richieste sono analizzate qui di seguito.
a) Scarpette di neoprene
(10) Alcuni importatori hanno chiesto che fossero esclusi alcuni tipi di calzature dette anche «scarpette per immersione subacquea», fatte di neoprene e utilizzate per alcuni sport acquatici quali l'immersione subacquea. In effetti, quando viene utilizzato per la fabbricazione di calzature il neoprene è generalmente rinforzato con un rivestimento di tessuto, cosicché la materia tessile è il materiale che copre la maggior parte della superficie esterna della tomaia e quindi le calzature in questione possono essere classificate alla voce NC 6404. Inoltre, dato che alcuni sport acquatici, come appunto l'immersione subacquea, non sono espressamente considerati «attività sportive» in base alla nomenclatura combinata, le scarpette di neoprene in questione, si sosteneva, erano classificabili al codice NC 6404 19 90, benché un prodotto così specifico non appartenesse all'unica categoria di prodotti in esame.
(11) Avendo esaminato più a fondo la questione, la Commissione ha rilevato che le scarpette di neoprene sono vendute nei negozi di attrezzature per gli sport acquatici e non nei negozi di calzature e che appartengono chiaramente a un mercato distinto. Le loro caratteristiche fisiche e l'uso cui sono destinate ne fanno, agli occhi del consumatore, un prodotto chiaramente diverso da quelli appartenenti all'unica categoria delle «calzature non per lo sport con tomaie di materie tessili» in esame.
(12) Interpellati al proposito, i rappresentanti dell'industria comunitaria denunziante non hanno sollevato obiezioni, ma hanno precisato che la loro principale preoccupazione era che, se si fosse concessa un'esclusione, la descrizione delle calzature in esame fosse abbastanza precisa da evitare elusioni dei dazi.
(13) Per tutti i motivi sopra esposti e in considerazione del fatto che le calzature in questione sono chiaramente identificabili ad opera delle autorità doganali, si ritiene che le scarpette di neoprene dette anche «scarpette da immersione subacquea» o «scarpette per sport acquatici» debbano essere escluse dall'ambito del procedimento.
b) «Scarpe da trekking»
(14) In base alla nomenclatura combinata, il «trekking» non è considerato un'attività sportiva e dunque le scarpe da trekking con tomaie di materie tessili ricadono generalmente nel codice NC 6404 19 90. Alcune parti hanno chiesto che questo prodotto fosse escluso dall'ambito del procedimento per due motivi. La prima argomentazione si basava sul fatto che il prodotto in questione fosse venduto a un prezzo elevato e non fosse oggetto di dumping. Alcuni importatori hanno inoltre sostenuto che essi avrebbero potuto legittimamente aspettarsi che le scarpe da trekking non fossero soggette a misure in quanto nella versione spagnola dell'avviso di apertura (3) le parole «cross-country ski footwear» sono state tradotte, nell'elenco delle esclusioni, «botas de senderismo», e cioè l'equivalente spagnolo di «scarpe da trekking».
(15) Per quanto riguarda la prima argomentazione, va osservato che le informazioni fornite dagli esportatori che hanno collaborato e utilizzate dalla Commissione per l'indagine sul dumping non hanno confermato l'assenza di dumping per questo tipo di calzature.
(16) Quanto alla seconda argomentazione, e cioè l'asserita legittima aspettativa di alcuni importatori che le scarpe da trekking non fossero assoggettate a misure (derivante dal fatto che nella versione spagnola dell'avviso di apertura erano state tradotte erroneamente le parole «cross-country ski footwear»), tale obiezione non può essere accettata per i motivi di seguito elencati.
Anzitutto, si deve fare riferimento alla giurisprudenza della Corte di giustizia causa 250/80 (Anklagemyndigheden/Schumacher e altri, sentenza del 27 ottobre 1981) (4), in base alla quale, in caso di divergenze tra le varie versioni linguistiche delle disposizioni, esse devono essere interpretate nel loro contesto e tenendo particolarmente conto dei loro obiettivi.
Le istituzioni comunitarie hanno tradizionalmente seguito l'impostazione di stabilire un elenco chiuso delle cosiddette «attività sportive» nell'ambito della nomenclatura combinata. Più specificamente, era ben chiaro che la formulazione dell'avviso di apertura altro non era che una citazione delle disposizioni della nota di sottovoce 1.b) del capitolo 64 della nomenclatura combinata, nella cui versione spagnola le parole «ski-boots and cross-country ski footwear» sono tradotte con le parole «calzado para esquiar» e non con le parole «botas da esquí, senderismo».
(17) Infine, va sottolineato che le calzature con tomaie di materie tessili del tipo detto «scarpe da trekking» sono ampiamente prodotte nella Comunità, erano ricomprese nell'oggetto della denuncia e ricadevano chiaramente nell'ambito dell'inchiesta. In effetti, la maggior parte di questi prodotti possono anche essere utilizzati, e di fatto lo sono, a fini diversi da quello «tecnico» cui sono teoricamente destinati, il che conferma la loro appartenenza all'unica categoria di prodotti in esame.
Si ritiene pertanto che le cosiddette «scarpe da trekking» debbano rimanere nell'ambito del procedimento.
c) Scarpe per uso medico
(18) Le scarpe ortopediche, cioè le scarpe destinate a correggere un'anormalità fisica o una disabilità specifica e permanente, appartengono al capitolo 90 della Nomenclatura combinata e non sono oggetto dell'inchiesta in corso. Il prodotto contemplato dal codice NC 6404 19 90 per il quale si chiedeva un'esclusione è una calzatura per uso medico del tipo venduto in farmacia non al paio ma «a piede», che non è specificamente adattato a una determinata persona, ma è destinato a chiunque abbia, ad esempio, una caviglia rotta o slogata. Questa obiezione è stata presentata in base al fatto che un prodotto così specifico non poteva appartenere alla singola categoria di prodotti in esame.
(19) È chiaro che le scarpe per uso medico in questione appartengono a un mercato diverso (non sono vendute nei negozi di calzature, ma in farmacia). Esse sono inoltre commercializzate in un modo molto specifico («al piede» e non al paio, e con forme particolari per calzare un gesso, anziché un piede), il che ne fa, agli occhi del consumatore, un prodotto chiaramente distinto da quelli appartenenti alla singola categoria di prodotti in esame.
(20) Interpellati in proposito, i rappresentanti dell'industria comunitaria denunziante hanno dichiarato che nella Comunità c'è una certa produzione di calzature per uso medico, ma non si sono opposti alla conclusione che le scarpe in questione erano sufficientemente specifiche, dal punto di vista delle caratteristiche fisiche e degli usi, da farle escludere dalla categoria delle «calzature non per lo sport con tomaie di materie tessili» in esame.
(21) Per tutti i motivi sopra esposti (e tenendo conto del fatto che un prodotto così specifico è chiaramente identificabile ad opera delle autorità doganali), si ritiene che le calzature per uso medico del tipo venduto in farmacia, non al paio ma «al piede», vadano escluse dall'ambito del procedimento.
d) Pantofole «usa e getta»
(22) Le «scarpette da spiaggia» sono calzature la cui tomaia si limita a una striscia di materia tessile, unita su entrambi i lati di una spessa suola di plastica leggera alveolare. Alcune parti interessate hanno sostenuto che questo prodotto dovrebbe essere escluso dall'ambito del presente procedimento in quanto sarebbe troppo specifico per appartenere all'unica categoria di prodotti in esame. Si è affermato inoltre che questo prodotto non era più fabbricato nella Comunità.
(23) Interpellati in proposito, i rappresentanti dell'industria comunitaria denunziante hanno ammesso che, sebbene esista ancora una certa produzione di queste calzature nella Comunità, essa ha un'importanza marginale. I rappresentanti dell'industria comunitaria hanno inoltre convenuto che, a condizione che tale esenzione si limitasse ad un prodotto che non può essere utilizzato per camminare in luoghi diversi da una spiaggia o da una piscina, e che esso potesse essere distinto da altri tipi di calzature, il prodotto in questione poteva essere escluso dall'ambito del presente procedimento.
(24) Per i motivi sopra indicati, si ritiene che le cosiddette «ciabatte da spiaggia» debbano essere escluse dall'ambito del procedimento.
2. Prodotto simile
a) Argomentazioni basate sull'esistenza di diversi metodi di produzione
(25) Alcune parti interessate hanno riproposto la questione delle calzature vulcanizzate, già sollevata nella fase dell'inchiesta provvisoria (cfr. punto 18 del regolamento sui dazi provvisori). In particolare, si è ripetuto che l'industria comunitaria non produrrebbe scarpe con suole vulcanizzate in quantitativi sufficienti e che la sua produzione si concentrerebbe piuttosto sullo stampaggio per iniezione. I risultati delle ulteriori indagini eseguite sono i seguenti.
(26) Benché sia chiaro che il processo di vulcanizzazione è diverso da quello dello stampaggio per iniezione, è bene ricordare che i principali criteri da applicare ai fini della determinazione del «prodotto simile» riguardano le caratteristiche tecniche o fisiche generali e sull'impiego o sulle funzioni dei prodotti, e non i metodi utilizzati per la loro produzione. Di conseguenza, le piccole differenze derivanti da diversi processi di produzione sono generalmente ignorate.
(27) Per quanto riguarda le argomentazioni tecniche sollevate da varie parti, in particolare il fatto che vulcanizzazione significa gomma, mentre iniezione significa, tra l'altro, PVC, e pertanto differenze di accesso alla materia prima, differenze visive (il PVC è più «brillante» della gomma) e di odore (la gomma ha un tipico odore, mentre il PVC è inodore) e diverse proprietà di soluzione e di fusione, è innegabile che le reazioni chimiche e fisiche che si verificano nel corso del processo di fabbricazione di questi tipi di calzature siano diverse. Tuttavia, si dovrebbe tenere presente che in generale nella fabbricazione delle calzature si utilizza gomma sintetica. Indipendentemente dal processo di produzione, quindi le materie prime impiegate in questi processi - la gomma sintetica e il PVC - sono tutti derivati del petrolio.
(28) La gomma sintetica è infatti disponibile in tutto il mondo, e trova una delle principali applicazioni nell'industria dei pneumatici. Non si può dunque considerare pertinente l'argomentazione secondo la quale i produttori di calzature vulcanizzate dei paesi in via di sviluppo hanno un migliore accesso alle materie prime, dato che ciò può rendere il processo di produzione più efficiente in termini di costi, ma non incide sul fatto che il prodotto in questione sia simile al prodotto comunitario. Va altresì notato anche che, per differenziare le scarpe in questione, le parti hanno dovuto appellarsi a criteri che si discostano ampiamente dai criteri usuali. Se è vero che il PVC, a differenza della gomma, fonde, ciò avviene sopra gli 80 °C, ben al di sopra delle temperature che si possono verificare nelle normali condizioni d'uso. Analogamente, in condizioni normali è molto improbabile che i consumatori effettuino una prova di soluzione prima dell'acquisto.
(29) Per quanto riguarda il preteso calo della produzione di scarpe vulcanizzate nella Comunità, occorre sottolineare che questo argomento è stato sollevato da alcuni importatori in una fase molto avanzata del procedimento. Gli elementi di prova sin qui raccolti, tuttavia, dimostrano che questo processo di produzione è ancora in uso nella Comunità (ad esempio in Spagna, dove vari produttori hanno dichiarato che potrebbero ancora produrre complessivamente 22 milioni di paia all'anno di questo tipo di scarpe) e che nella Comunità vi sono numerosi produttori in grado di produrre calzature vulcanizzate e pronti a farlo.
L'inchiesta ha inoltre dimostrato che, contrariamente a quanto sostenuto da varie parti, le calzature vulcanizzate importate dalla Repubblica popolare cinese e dell'Indonesia sono a volte vendute come prodotto di marca, confezionate in una scatola di cartone e vendute in negozi di scarpe specializzati, mentre le calzature a stampaggio per iniezione prodotte nella Comunità possono essere vendute come prodotto senza marca, in sacchetti di plastica e nei magazzini a prezzi scontati.
(30) La conclusione da trarre da quanto precede è che, nonostante le differenze tecniche tra i processi di produzione utilizzati, le calzature vulcanizzate sono in diretta concorrenza con le calzature fabbricate tramite stampaggio per iniezione. Questi tipi di calzature, anzi, sono talmente simili da qualsiasi punto di vista che il consumatore medio non sarebbe in grado di distinguerle.
Non c'è dunque motivo di ritenere che le calzature vulcanizzate prodotte nella Repubblica popolare cinese e in Indonesia ed esportate nella Comunità non siano un prodotto simile alle calzature fabbricate tramite stampaggio per iniezione prodotte nella Comunità, a norma dell'articolo 1, paragrafo 4 del regolamento (CE) n. 384/96 (in appresso denominato «il regolamento di base»).
b) Argomentazioni basate sulla pretesa esistenza di diversi «segmenti di prodotto»
(31) Alcune parti hanno nuovamente sostenuto che le calzature importate e quelle prodotte nella Comunità appartengono a segmenti di prodotto diversi che non sono in concorrenza tra loro. A loro dire, infatti, le calzature importate a un prezzo superiore alla media, non sarebbero simili, a norma dell'articolo 1, paragrafo 4 del regolamento di base, alle calzature importate a un prezzo pari o inferiore alla media.
(32) Questa questione è stata all'origine di ripetute e apparentemente contraddittorie dichiarazioni degli importatori, dato che alcuni sostenevano di importare calzature di bassa qualità che semplicemente non riuscivano a trovare nella Comunità, mentre altri sostenevano di ordinare nella Repubblica popolare cinese o in Indonesia prodotti sofisticati fabbricati in base alle proprie specificazioni, ai propri disegni e a volte con le loro materie prime.
Questa contraddizione dimostra semplicemente che la Repubblica popolare cinese e l'Indonesia sono effettivamente in grado di produrre, di fatto producono ed esportano nella Comunità, l'intera gamma dei prodotti in offerta sul mercato, anche se ciò non emerge dalle statistiche sulle importazioni in quanto i prezzi medi dipendono dalla massa delle importazioni che comprende appunto le calzature a basso prezzo. Le importazioni in questione e i prodotti fabbricati dall'industria comunitaria sono pertanto simili ai sensi dell'articolo 1 paragrafo 4 del regolamento di base.
c) Conclusioni
(33) Alla luce di quanto sopra, si conferma che le calzature oggetto del presente procedimento prodotte nella Repubblica popolare cinese e in Indonesia ed esportate nella Comunità sono un prodotto simile alle calzature prodotte nella Comunità, a norma dell'articolo 1, paragrafo 4 del regolamento di base. Analogamente, le calzature oggetto della presente inchiesta prodotte in Indonesia sono un prodotto simile alle calzature prodotte ed esportate dalla Repubblica popolare cinese nella Comunità.
D. DUMPING
1. Indonesia
a) Valore normale
(34) Gli esportatori indonesiani hanno contestato l'impiego, fatto dalla Commissione nella ricostruzione del valore normale, di un margine di utile stabilito sulla base delle vendite remunerative di un'azienda a livello nazionale per un prodotto diverso dal prodotto in esame, nella fattispecie calzature con tomaie di pelle o di plastica. Questo margine di utile, a detta di tali esportatori, era eccessivo e non era rappresentativo del settore.
Inoltre, poiché detto margine di utile era stato utilizzato nella ricostruzione del valore normale per tutte le aziende indonesiane del campione, si è obiettato che i valori normali e di conseguenza i margini di dumping erano eccessivi e non erano equi. Secondo i suddetti esportatori, infatti, si sarebbe dovuto utilizzare il margine di utile del 7 % ritenuto accettabile dalla Commissione nel caso dell'industria comunitaria.
(35) Questo argomento non può essere accolto. Anzitutto, l'articolo 2, paragrafo 6, lettera b) del regolamento di base prevede che, qualora non vi siano vendite del prodotto in esame sul mercato interno dell'esportatore, le spese generali, amministrative e di vendita (SGAV) e i profitti da utilizzare nella ricostruzione del valore normale possano essere stabiliti sulla base degli importi effettivamente sostenuti dall'esportatore o dal produttore in questione nel mercato interno del paese d'origine per la produzione e la vendita di prodotti appartenenti alla stessa categoria generale. Questa è stata la metodologia applicata nel caso dell'azienda di cui al considerando 34 del presente regolamento.
Nel caso delle due aziende comprese nel campione che non avevano vendite sul mercato interno del prodotto in esame, né della stessa categoria generale di prodotti, si è dovuto stabilire il valore normale a norma dell'articolo 2, paragrafo 6, lettera c) del regolamento di base, e cioè con qualsiasi altro metodo ragionevole. Date le circostanze della presente inchiesta, si è ritenuto che il metodo più ragionevole fosse quello di utilizzare le SGAV e i profitti riscontrati per l'azienda di cui al considerando 34 del presente regolamento.
In secondo luogo, il margine di utile del 7 % utilizzato nel calcolo di un prezzo non pregiudizievole per l'industria comunitaria è il minimo che la Commissione considera necessario per eliminare il pregiudizio subito dall'industria comunitaria e pertanto non ha nulla a che vedere con il margine di utile utilizzato nella ricostruzione del valore normale, che deve basarsi sugli utili effettivamente ottenuti nel mercato indonesiano. A questo proposito, va notato che la Corte di giustizia delle Comunità europee ha costantemente indicato che nella ricostruzione del valore normale si deve privilegiare l'uso dei margini di utile effettivi.
(36) Una delle imprese indonesiane comprese nel campione ha obiettato che, nel calcolare i suoi valori normali, la Commissione avrebbe dovuto utilizzare le stime dei costi da essa fornite nel corso della verifica in loco. A questo proposito, va osservato che l'impresa in questione non aveva un sistema di contabilità dei costi e disponeva unicamente delle stime dei costi utilizzate per presentare offerte di prezzi a potenziali clienti. Queste ultime erano i costi riportati nella risposta al questionario.
Si è dovuto respingere questa richiesta in quanto l'azienda non è stata in grado di dimostrare la correttezza delle stime dei costi. Per alcuni modelli, inoltre, non era disponibile alcuna informazione relativa ai costi e per nessun modello era disponibile alcuna informazione oltre ai costi materiali diretti. Si conferma pertanto l'impostazione adottata nel regolamento sui dazi provvisori, consistente nel ricalcolare i costi ripartendo il costo complessivo delle vendite, escluse le SGAV e gli utili, tra i modelli interessati utilizzando il fatturato risultante dalla contabilità dell'impresa stessa, in quanto è stato giudicato il metodo più adeguato per stabilire i costi di ciascun modello di calzature.
b) Prezzo all'esportazione
(37) In assenza di osservazioni sulla determinazione dei prezzi all'esportazione, si confermano le conclusioni provvisorie.
c) Confronto
(38) L'esportatore indonesiano le cui vendite remunerative sul mercato nazionale sono state utilizzate nella ricostruzione del valore normale per l'Indonesia e di cui al punto 34 ha sostenuto che la Commissione non avrebbe tenuto conto di un fattore che incideva sulla comparabilità dei prezzi, come previsto all'articolo 2, paragrafo 10 del regolamento di base, non concedendo un adeguamento del valore normale per tener conto del costo dei crediti. Avendo accertato che tale adeguamento era stato effettivamente omesso, la Commissione ha rivisto di conseguenza i suoi calcoli. Poiché le SGAV di questa impresa sono state utilizzate nella ricostruzione del valore normale per le altre imprese indonesiane comprese nel campione, si è dovuto ridurre anche il valore normale di queste ultime per tener conto dell'adeguamento concesso. Tutti i calcoli del dumping sono stati corretti di conseguenza.
(39) L'impresa di cui al considerando 36 del presente regolamento ha obiettato che il margine di dumping era stato ottenuto facendo la media dei costi dei singoli modelli e applicando un margine di profitto artificialmente elevato nella ricostruzione nel valore normale. A suo parere, infatti, l'uso delle medie significava che i valori normali erano gonfiati e che tutte le esportazioni a basso prezzo risultavano oggetto di dumping. L'impresa sosteneva inoltre che se si fossero utilizzati i singoli valori normali da essa forniti e se si fosse applicato un utile ragionevole si sarebbe giunti alla conclusione che non vi era alcun dumping.
Alla luce delle circostanze di cui al considerando 36 del presente regolamento, la Commissione ha ritenuto che, per giungere a un calcolo ragionevolmente preciso dei costi, non aveva alternative se non quella di ricalcolarli utilizzando le registrazioni contabili dell'impresa stessa e ripartire il costo totale delle vendite, esclusi le SGAV e gli utili, tra i modelli in esame.
d) Margini di dumping
(40) Le metodologie utilizzate per calcolare i margini di dumping definitivi sono le stesse che sono state utilizzate per il calcolo dei margini di dumping provvisori. I margini di dumping, tuttavia, sono stati modificati per tener conto dell'adeguamento del valore normale concesso come indicato nel considerando 38 del presente regolamento.
i) Imprese comprese nel campione che hanno collaborato
(41) I margini in tal modo stabiliti ed espressi in termine di percentuale del prezzo cif franco frontiera comunitaria sono i seguenti:
- PT Dragon: 4,0 %
- PT Emperor Footwear: 0,0 %
- PT Sindoll Pratama: 24,9 %
ii) Produttori/esportatori che hanno collaborato, non sottoposti all'inchiesta
(42) Tenuto conto dei suddetti cambiamenti apportati ai margini di dumping delle imprese che hanno collaborato comprese nel campione, il margine stabilito per le due imprese che hanno collaborato, non sottoposte all'inchiesta, espresso in percentuale del prezzo cif franco frontiera comunitaria, è ora stabilito definitivamente al 14,2 %.
iii) Margine di dumping residuo
(43) Tenuto conto dei suddetti cambiamenti apportati ai margini di dumping delle imprese che hanno collaborato comprese nel campione e tenendo debitamente conto della restrizione relativa ai prodotti di cui al considerando 8, il margine stabilito ai fini delle conclusioni definitive, espresso in percentuale del prezzo cif franco frontiera comunitaria, è ora del 39,7 %.
2. Repubblica popolare cinese
a) Trattamento individuale
(44) Gli esportatori cinesi hanno sostenuto che la Commissione non aveva motivato a sufficienza il rifiuto di concedere il trattamento individuale richiesto dagli esportatori cinesi che hanno collaborato e hanno rinnovato la richiesta di trattamento individuale per le conclusioni definitive.
Va ricordato che, per i paesi non retti da economie di mercato, la politica della Commissione consiste nel calcolare un unico dazio per tutto il paese, tranne i casi in cui le imprese possono dimostrare la loro indipendenza dallo stato. Nessuna delle imprese in questione è stata tuttavia in grado di dimostrare adeguatamente tale indipendenza, in quanto tutte erano legate allo stato cinese, direttamente o tramite le autorità municipali o provinciali. In mancanza di ulteriori informazioni in proposito, si confermano le conclusioni provvisorie relative alla mancata accettazione delle richieste di trattamento individuale.
b) Valore normale
(45) Gli esportatori cinesi hanno detto di aver ricevuto informazioni insufficienti dalla Commissione in merito alle scarpe indonesiane utilizzate per il confronto con i modelli cinesi esportati; in particolare, le informazioni fornite in relazione alle materie prime utilizzate e ai processi di produzione impiegati nella fabbricazione delle scarpe indonesiane sarebbero state insufficienti per poter chiedere adeguamenti per le caratteristiche fisiche diverse.
A questo riguardo va notato che, per effettuare il confronto più oggettivo possibile tra modelli, la Commissione ha ripetutamente cercato di ottenere informazioni dagli esportatori cinesi rispetto al disegno e alla conformazione dei modelli da essi esportati nella Comunità e ai materiali utilizzati, ma gli esportatori cinesi si sono limitati a fornire informazioni molto parziali. La Commissione ha quindi dovuto effettuare la sua valutazione della comparabilità sulla base delle informazioni disponibili e, come già per le misure provvisorie, i modelli indonesiani utilizzati sono stati quelli ritenuti simili o, in assenza di modelli simili, quelli più vicini ai modelli cinesi esportati nella Comunità dalle imprese cinesi comprese nel campione. Tutte le informazioni sulle quali si è basato il confronto sono state fornite agli esportatori cinesi.
c) Prezzo all'esportazione
(46) In assenza di osservazioni sulla determinazione dei prezzi all'esportazione si confermano le conclusioni provvisorie.
d) Confronto
(47) Poiché l'Indonesia era il paese analogo utilizzato per determinare il valore normale per la Repubblica popolare cinese, anche il margine unico per la Repubblica popolare cinese è stato ridotto in funzione dell'adeguamento concesso ai valori normali indonesiani per tener conto dei costi dei crediti di cui al punti 38 e 40 del presente regolamento.
e) Margine di dumping
(48) In alcuni casi gli esportatori cinesi hanno contestato il fatto che la Commissione abbia messo a confronto la media ponderata dei valori normali con i prezzi all'esportazione cinesi delle singole operazioni di esportazione nella Comunità. Essi sostenevano che le differenze dei prezzi all'esportazione relative ai diversi acquirenti non erano sufficienti e che pertanto, a norma dell'articolo 2, paragrafo 11 del regolamento di base, sia il prezzo all'esportazione, sia il valore normale andrebbero confrontati sulla base della media ponderata. Avendo riesaminato i propri calcoli, la Commissione ha accertato che le differenze di prezzo erano modeste e che, ai fini delle conclusioni definitive, si dovrebbero effettivamente mettere a confronto la media ponderata dei valori normali con la media ponderata dei prezzi all'esportazione.
In base a quanto precede, e tenendo debitamente conto della restrizione relativa ai prodotti di cui al punto 8, si è concluso che il margine di dumping unico calcolato per la Repubblica popolare cinese, espresso in percentuale del prezzo cif franco frontiera comunitaria, è del 133,2 %.
E. INDUSTRIA COMUNITARIA
(49) Alcune parti hanno ribadito e ampliato le loro affermazioni secondo le quali la Commissione ha omesso di accertare il carattere rappresentativo dell'industria comunitaria che ha fornito elementi di prova del pregiudizio. Tale affermazione si basava su una pretesa scarsa attendibilità della cifra utilizzata per la «produzione comunitaria complessiva» e presupponeva una critica della tecnica di campionamento applicata dalla Commissione. Si è inoltre contestata la giustificazione del «trattamento anonimo» concesso ad alcuni produttori comunitari.
1. Produzione comunitaria complessiva
(50) Va ricordato che il livello del sostegno della denuncia è stato verificato prima dell'apertura dell'inchiesta. Il volume stimato della produzione comunitaria complessiva del prodotto simile, rispetto al quale si è verificata la posizione dei 68 produttori comunitari denunzianti, è stato successivamente riesaminato (per il periodo 1991-1994) presso le sedi delle federazioni nazionali dei calzaturieri e se ne è confermata la precisione.
Si deve inoltre sottolineare che la cifra della «produzione complessiva» del prodotto simile, rispetto alla quale si è valutata la posizione, è stata fissata pari alla massima produzione possibile nella Comunità. In mancanza di dati attendibili, infatti, non si sono potute svolgere analisi per stabilire, in base alle disposizioni dell'articolo 4, paragrafo 1, lettera a) del regolamento di base, se si dovesse escludere il volume della produzione di alcuni produttori non denunzianti dalla cifra della «produzione complessiva», in quanto la loro attività principale sarebbe stata l'importazione piuttosto che la produzione all'interno della Comunità.
Questi presunti produttori comunitari, alcuni dei quali hanno notoriamente effettuato consistenti importazioni, risultano anche produrre una quantità abbastanza ingente di calzature nella Comunità. Se fossero state fornite informazioni sufficienti al riguardo, probabilmente una parte di questo volume di produzione comunitaria sarebbe stata esclusa dalla cifra della produzione complessiva. La verifica dell'«attività principale» è stata invece effettuata per le 28 imprese del «primo gruppo», definito in base al punto 6 del regolamento sui dazi provvisori, e si è riscontrato (come illustrato nel punto 55 del regolamento sui dazi provvisori) che avevano tutte la loro attività principale nella Comunità.
(51) Si conferma pertanto il carattere rappresentativo dell'industria comunitaria sottoposta all'inchiesta, accertata in modo ragionevole e sulla base di cifre pienamente adeguate.
2. Campionamento
a) Inchiesta iniziale
(52) A questo proposito, va ricordato che, dato il grandissimo numero delle potenziali parti del procedimento, l'avviso di apertura del presente procedimento diceva esplicitamente che l'inchiesta si sarebbe potuta svolgere tramite campionamento. Di conseguenza, fin dall'inizio dell'inchiesta è stato invitato a collaborare (tramite le federazioni nazionali) un numero limitato di produttori comunitari scelti tra le 68 imprese che hanno sostenuto la denuncia.
Si sono ottenute risposte significative da 28 produttori, nove dei quali sono stati scelti a fine di verifica. Le risposte di questi ultimi sono state sottoposte a verifiche approfondite in loco (nel regolamento sui dazi provvisori quest'ultimo gruppo è denominato «il campione per la verifica»).
Le 28 imprese del primo gruppo rappresentano poco più del 25 % della produzione comunitaria del prodotto simile e quindi si qualificano, in mancanza di manifesta opposizione alla denuncia, come industria comunitaria.
b) Sviluppi successivi
(53) Come indicato al punto 8 del presente regolamento, si è deciso di restringere il campo di applicazione del presente procedimento alle calzature destinate ad uso esterno e di escludere le pantofole. Si è pertanto ritenuto necessario esaminare separatamente le informazioni relative esclusivamente alle calzature per uso esterno oggetto del presente procedimento. Da tale esame è risultato che 17 dei suddetti 28 produttori comunitari del primo gruppo e 8 dei 9 produttori comunitari del campione di verifica producono calzature destinate all'uso esterno. Si è stabilito che, secondo i criteri utilizzati per valutare la rappresentatività del primo gruppo (cfr. punto 59 del regolamento sui dazi provvisori), i 17 produttori di cui sopra sono altrettanto rappresentativi dell'industria comunitaria produttrice di calzature per uso esterno. Il fatto che questi 17 produttori comunitari siano risultati rappresentare il 22,3 % della produzione comunitaria del prodotto simile, la cui definizione era stata ristretta nel corso della presente inchiesta, non inficia la suddetta conclusione sulla rappresentatività dell'industria comunitaria.
In una situazione come quella attuale, in cui il numero dei produttori comunitari è tale da giustificare il ricorso al campionamento, è infatti quasi inevitabile che il campione selezionato, pur essendo rappresentativo dell'industria comunitaria, non raggiunga la soglia del 25 %.
(54) Per quanto riguarda la rappresentatività dell'industria comunitaria oggetto dell'inchiesta, si deve sottolineare che le conclusioni relative al pregiudizio si sono basate su informazioni verificate raccolte da diverse fonti adeguate, tutte rappresentative dell'industria comunitaria:
- la produzione, le vendite, la quota di mercato e l'occupazione nella Comunità sono state determinate al livello di ciascuna federazione nazionale dei calzaturieri e coprono quindi l'intera produzione comunitaria del prodotto simile. Questo contraddice chiaramente quanto sostenuto da una parte interessata successivamente alla pubblicazione definitiva, vale a dire che dalla determinazione degli indicatori del pregiudizio complessivo erano stati omessi i dati relativi alla federazione dei calzaturieri italiana;
- le tendenze generali relative ai prezzi, ai costi e alla remuneratività sono state determinate al livello dei produttori del primo gruppo che hanno collaborato;
- il calcolo della sottoquotazione e delle vendite sottocosto è stato eseguito sulla base di dati pienamente verificati sui prezzi e sui costi raccolti dalle imprese comprese nel campione per la verifica, che sono rappresentative dal punto di vista delle dimensioni e della gamma di prodotti e hanno sede nei principali Stati membri produttori.
3. Trattamento anonimo delle imprese comprese nel campione di verifica
(55) Alcune parti hanno ribadito e ampliato la loro obiezione che la Commissione avrebbe concesso ingiustificatamente il «trattamento anonimo» alle imprese comprese nel campione per la verifica. Dette parti hanno sostenuto che le industrie nazionali denuncianti dovrebbero essere disposte a esporsi a qualsiasi tipo di «rappresaglia commerciale» e hanno chiesto che fossero comunicati almeno i nomi delle imprese del primo gruppo.
(56) A questo proposito, va ancora una volta sottolineato che il trattamento anonimo in questione è stato concesso perché le minacce formulate andavano ben oltre quanto si potrebbe considerare «normale» nelle relazioni commerciali. La limitata protezione in tal modo garantita è stata per di più considerata particolarmente opportuna nel contesto di un'operazione di campionamento, in cui alcune imprese prescelte sono particolarmente esposte pur rappresentando un gruppo molto più vasto, e agendo a vantaggio di tale gruppo.
(57) Per quanto riguarda le imprese del primo gruppo, in generale le ragioni sociali cui si riferivano le risposte non riservate ai questionari erano state sostituite da un codice di identificazione e la maggior parte delle federazioni nazionali dei calzaturieri (che hanno trasmesso le risposte) avevano elencato a parte i nomi delle imprese che avevano risposto, senza ovviamente rivelare la corrispondenza tra i codici di identificazione e i nomi dell'elenco. Va pertanto sottolineato che tutte le parti interessate avevano avuto accesso ai dati non riservati forniti dai produttori del primo gruppo e, in un dossier a parte, ai dati verificati e confermati delle imprese comprese nel campione per la verifica.
(58) Dato che le risposte al questionario delle imprese del primo gruppo e gli elenchi compilati dalle federazioni erano stati messi a disposizioni di tutte le parti prima che la Commissione venisse a conoscenza delle pressioni di cui sopra, si è ritenuto che i dossier in questione, che consentivano di identificare la maggior parte delle imprese non potessero essere resi anonimi a posteriori e dovessero pertanto continuare ad essere accessibili nella stessa forma immutata. Poste queste premesse, si è ritenuto opportuno comprendere, nella comunicazione finale inviata a tutte le parti, l'elenco delle imprese del primo gruppo, mentre non si è comunicato il nome delle imprese del campione per la verifica.
F. PREGIUDIZIO
1. Valutazione cumulativa degli effetti delle importazioni oggetto di dumping
(59) Alcune parti hanno sostenuto che l'impatto delle importazioni dalla Repubblica popolare cinese e dall'Indonesia non dovrebbe essere valutato cumulativamente. In particolare, si è sostenuto che non erano soddisfatte due condizioni indispensabili per rendere possibile il cumulo.
(60) Anzitutto, si è sostenuto che per determinare, ai fini dell'applicazione dell'articolo 3, paragrafo 4 del regolamento di base, se il margine di dumping riscontrato in relazione alle importazioni di ciascun paese (per il quale si considera l'ipotesi di cumulo con altri) non era irrilevante, le istituzioni non dovrebbero tener conto dei margini residui, ma dovrebbero basarsi piuttosto basarsi sui margini accertati per gli esportatori che hanno collaborato. Tale affermazione non può essere accettata, in particolare tenuto conto dello scarso livello di cooperazione ottenuto dagli esportatori indonesiani. Va inoltre notato che i margini di dumping riscontrati per i due esportatori indonesiani che hanno collaborato (dei tre selezionati nel campione) non erano irrilevanti.
(61) In secondo luogo, si è sostenuto che determinate differenze relative alle condizioni di concorrenza (che sarebbero state dimostrate dai prezzi d'importazione medi al paio, notevolmente superiori nel caso dell'Indonesia rispetto a quelli della Repubblica popolare cinese) erano tali da rendere il cumulo ingiustificato. A questo proposito, sebbene le pretese differenze siano in certa misura confermate dai dati Eurostat, si è ritenuto che:
- tali differenze non siano tali da consentire una netta distinzione tra le politiche dei prezzi indonesiana e cinese (in particolare se si confrontano i prezzi medi dell'Indonesia e della Repubblica popolare cinese con quelli degli altri paesi terzi che riforniscono il mercato comunitario, che sono molto superiori ai prezzi medi di entrambi i paesi in esame);
- da un esame particolareggiato delle informazioni disponibili emerge che le importazioni dall'Indonesia e quelle dalla Repubblica popolare cinese coprono l'intera gamma dei prezzi; e
- in base alle informazioni disponibili, la spiegazione più plausibile della differenza esistente è un mix di prodotti leggermente diverso, più che una politica dei prezzi chiaramente distinta.
(62) Oltre all'esclusione delle pantofole dall'unica categoria di prodotti in esame, si sono riesaminate le conclusioni sulla giustificazione della valutazione cumulativa delle importazioni dai due paesi. Nel 1994, il volume delle calzature importate alla voce NC 6404 19 90 e originarie della Repubblica popolare cinese è stato di 101,1 milioni di paia, e quello delle calzature originarie dell'Indonesia 24 milioni di paia. Le quote di mercato di queste importazioni oggetto di dumping nello stesso periodo sono state rispettivamente del 50,5 % e del 12 %.
Inoltre sono stati confermati sostanziali margini di dumping in relazione a questi prodotti, e si sono potute confermare le conclusioni di cui al punto 68 del regolamento sui dazi provvisori relative alle condizioni di concorrenza sul mercato anche dopo l'esclusione delle pantofole dall'ambito del procedimento. Poste queste premesse, si è ritenuto che la valutazione cumulativa degli effetti delle importazioni oggetto di dumping di calzature per uso esterno dai due paesi in questione fosse giustificata. Vanno pertanto confermate, per la categoria ristretta delle calzature per uso esterno, le conclusioni provvisorie a tale riguardo (di cui ai punti 64-69 del regolamento sui dazi provvisori).
(63) Il volume complessivo delle importazioni di calzature per uso esterno dalla Repubblica popolare cinese e dall'Indonesia considerate nell'insieme è aumentato da 65,4 milioni di paia nel 1991 a 125,1 milioni di paia nel 1994, con un notevole incremento superiore al 90 %. Ciò corrisponde ad un aumento della quota di mercato combinata dal 40,5 % del 1991 al 62,4 % del 1994.
2. Calcolo della sottoquotazione
(64) Si è sostenuto che, ammesso che vi sia stata sottoquotazione, essa non è sempre stata praticata al livello indicato nel regolamento sui dazi provvisori. Nel corso delle udienze alcune parti hanno mostrato dei campioni di modelli a loro dire comparabili per i quali i modelli importati (generalmente fabbricati secondo le specificazioni e i disegni dell'importatore) erano più costosi di quelli prodotti nella Comunità.
Sebbene in alcuni casi particolari tali obiezioni possano essere vere, va sottolineato che non hanno trovato conferma a livello più generale nell'inchiesta sui prezzi degli esportatori per determinare modelli, né nei prezzi di Eurostat. Di conseguenza, la Commissione ha ritenuto opportuno, nel trarre le sue conclusioni definitive, continuare a basarsi esclusivamente sulle informazioni specifiche e/o globali raccolte (e per quanto possibile verificate) nel corso dell'inchiesta, in base alle quali è stata positivamente accertata l'esistenza di una sottoquotazione dei prezzi.
(65) Si è sostenuto che l'adeguamento per le differenze di stadio commerciale era insufficiente e avrebbe dovuto essere rivisto. In particolare, si sono forniti elementi di prova a dimostrazione del fatto che l'adeguamento del 13 % concesso nella fase provvisoria per tener conto delle differenze di stadio commerciale tra importatori e clienti dei produttori comunitari copriva unicamente il trasporto all'interno della Comunità e altri costi accessori.
Si è pertanto eseguita una nuova analisi, concentrandosi sugli importatori per i quali erano stati forniti dati documentati relativi a tale adeguamento, e cioè i cinque importatori che hanno collaborato citati nel regolamento sui dazi provvisori. Detti importatori erano stati oggetto di una visita di verifica e rappresentavano complessivamente il 2,5 % del volume delle importazioni in questione nel periodo dell'inchiesta.
Si è potuto verificare che tre di loro non si erano approvvigionati in misura significativa del prodotto in esame da produttori comunitari nel periodo dell'inchiesta, ma avevano anzi gli stessi clienti dei produttori comunitari. Si è dunque concluso che, per poter essere confrontati in modo corretto, si dovevano adeguare i prezzi all'importazione tenendo conto dei costi sostenuti tra l'importazione e il punto in cui i prodotti raggiungevano effettivamente i clienti, nonché di un ragionevole utile. A tal fine, si è tenuto conto di tutti i costi che potevano essere attribuiti al prodotto in esame, fatta eccezione per quelli che risultavano far parte dei costi di produzione (quali le materie prime fornite dall'importatore al produttore nel paese di esportazione) e che erano pertanto stati compresi nel valore in dogana delle merci registrato da Eurostat.
Due dei cinque importatori sono invece risultati clienti dei produttori comunitari, cosicché si è tenuto conto unicamente dei loro costi dallo stadio CIF a quello dei prodotti allo stadio «reso sdoganato» (delivered duty paid, DDP) ai loro magazzini, corrispondente allo stadio commerciale al quale erano stati determinati i prezzi e i costi dei produttori comunitari.
Per ciascun importatore, si è esaminato il rapporto tra il prezzo medio all'importazione per il prodotto in esame e i costi di cui sopra. Da questa analisi è emerso che, per adeguare il prezzo cif a uno stadio commerciale paragonabile a quello delle forniture dei produttori comunitari, si doveva tener conto di due elementi. Benché una parte dei costi possa essere considerata proporzionale al valore delle merci, infatti, si è riscontrato che un adeguamento corretto richiedeva anche una cifra fissa per ogni paio di calzature, per tener conto dei costi inevitabilmente sostenuti per ogni importazione, indipendentemente dal valore delle merci.
(66) In base agli elementi di prova esaminati, si è rilevato che, per poterlo correttamente confrontare con i prezzi e i costi dei produttori comunitari, il prezzo cif all'importazione del prodotto in esame doveva essere aumentato del 20 %, e quindi di 0,2 ecu al paio, più la normale aliquota di dazio.
(67) I calcoli sono stati modificati di conseguenza, e hanno confermato l'esistenza delle pratiche di sottoquotazione accertate nel regolamento sui dazi provvisori. In base ai dati Eurostat relativi agli esportatori che hanno collaborato soggetti a un dazio antidumping provvisorio, i margini medi di sottoquotazione, espressi in percentuale dei prezzi dell'industria comunitaria, sono risultati superiori al 7 % per l'Indonesia e al 18 % per la Repubblica popolare cinese.
3. Fattori generali di pregiudizio
(68) Poiché nessuna delle parti interessate ha presentato nuove osservazioni in merito alla determinazione provvisoria dei fattori generali di pregiudizio (quali, tra l'altro, il consumo del mercato comunitario, la produzione, le vendite, la remuneratività e l'occupazione nell'industria comunitaria), non si è proceduto ad alcun riesame delle conclusioni in questione.
(69) Tuttavia, essendo state escluse le pantofole dall'unica categoria di prodotti in esame, si riportano in appresso le principali conclusioni relative al mercato e all'industria comunitaria produttrice di calzature per uso esterno, non specificate nel regolamento sui dazi provvisori:
- il consumo complessivo comunitario è aumentato da 161,3 milioni di paia nel 1991 a 200,4 milioni di paia nel 1994;
- la produzione è diminuita da 40,4 milioni di paia nel 1991 a 30,8 milioni di paia nel 1994, con un calo del 24 %;
- nello stesso periodo le vendite hanno registrato una riduzione del 45 % in termini di volume e del 32 % in termini di valore, corrispondente a un calo della quota di mercato dal 20,8 % al 9,2 %;
- la redditività delle vendite di calzature per uso esterno delle imprese del primo gruppo ha registrato una diminuzione dal 12,3 % del 1991 al 2,8 % del 1994, e la tendenza al ribasso è confermata da quelle accertate in relazione alle imprese comprese nel campione di controllo;
- per quanto riguarda l'occupazione e le chiusure di imprese, dato che la maggior parte delle imprese del settore è in grado di produrre sia calzature per uso interno, sia calzature per uso esterno, non sono state accertate nel corso dell'inchiesta cifre assolute relative unicamente alla produzione di calzature per uso esterno. Tuttavia, alla luce degli indicatori di cui sopra, paragonati a quelli accertati nel regolamento sui dazi provvisori, si sono potute confermare la tendenza negativa dell'occupazione e il consistente numero di chiusure di imprese per quanto riguarda l'industria comunitaria produttrice di calzature per uso esterno.
4. Conclusioni relative al pregiudizio
(70) Alla luce di quanto sopra e in assenza di altre osservazioni, si conferma che, come accertato nel punto 84 del regolamento sui dazi provvisori, per l'industria comunitaria produttrice di calzature per uso interno ed esterno, l'industria comunitaria ha subito un pregiudizio grave a norma dell'articolo 3 del regolamento di base.
G. CAUSALITÀ
(71) La maggior parte degli esportatori e degli importatori ha riproposto il caso delle importazioni dal Vietnam, che sarebbero state all'origine del pregiudizio subito dall'industria comunitaria. A questo proposito, si deve sottolineare che all'epoca in cui è stata sporta la denuncia la quota di mercato delle calzature per uso esterno del Vietnam risultava relativamente limitata. L'aumento verificatosi in seguito si poteva già notare nel periodo dell'inchiesta, durante il quale la quota di mercato dei prodotti originari del Vietnam è stata, comunque, molto più limitata di quella dei prodotti cinesi. Ne deriva che gli effetti delle importazioni dal Vietnam non possono aver interrotto il nesso di causalità accertato tra le importazioni oggetto della presente inchiesta e il pregiudizio subito dall'industria comunitaria.
(72) Poiché non sono stati ipotizzati, con elementi di prova documentati, altri potenziali motivi di pregiudizio, si confermano le conclusioni provvisorie a questo proposito illustrate nei punti 85-95 del regolamento sui dazi provvisori. Alla luce delle tendenze di cui sopra, inoltre, si ritiene che le suddette conclusioni si applichino nella stessa misura alle calzature per uso esterno.
H. INTERESSE DELLA COMUNITÀ
1. Impatto sui consumatori
(73) Sebbene non si siano ricevute osservazioni né da consumatori, né da organizzazioni di consumatori successivamente alla pubblicazione del regolamento sui dazi provvisori, alcune parti hanno sostenuto che le misure antidumping avrebbero gravi ripercussioni sui consumatori comunitari, e in particolare su quelli con i redditi più bassi.
Questa tesi relativa al prevedibile impatto delle misure sul prezzo di acquisto per i consumatori è stata esaminata a fondo. I risultati di tale esame sono i seguenti.
a) Impatto in termini assoluti
(74) Anzitutto, per quanto riguarda il prezzi delle calzature per i distributori, è probabile che l'industria comunitaria - che ha una quota di mercato del 9,2 % e un prezzo medio di 5,1 ecu al paio - non possa aumentare i suoi prezzi più del 4,2 % necessario per raggiungere il ragionevole profitto definito ai sensi del regolamento sui dazi provvisori (punto 106) senza rischiare di aggravare la netta tendenza al peggioramento in termini di quota di mercato in atto. Le importazioni da paesi non interessati al presente procedimento rappresentano inoltre il 28,4 % del mercato del prodotto in esame e si prevede che i produttori di questi paesi terzi non siano intenzionati né in condizioni tali da imporre significativi aumenti di prezzo.
Per quanto riguarda l'Indonesia, va ricordato che il livello di eliminazione del pregiudizio previsto per questo paese è notevolmente inferiore a quello della Repubblica popolare cinese, dato che il prezzo medio all'importazione è di 2,57 ecu al paio. Dato che la quota di mercato delle calzature originarie della Repubblica popolare cinese è del 50,5 % (con un prezzo medio di 1,83 ecu al paio), e tenuto conto dell'aliquota di dazio proposta, il massimo impatto medio prevedibile delle misure proposte sul complesso del mercato delle calzature in esame è di 0,5 ecu al paio.
Pertanto, solo se la distribuzione decidesse di mantenere inalterati i propri margini e scaricare tutto l'aumento dei costi sui consumatori questi ultimi dovrebbero a loro volta pagare l'importo corrispondente di 0,5 ecu al paio. Dato che il consumo medio pro capite delle calzature in questione nella Comunità è inferiore al paio per persona all'anno, l'impatto delle misure proposte per i consumatori rimane chiaramente marginale.
b) Impatto in termini relativi, effetto dei prezzi sul consumo
(75) In termini relativi, i calcoli si sono basati sul prezzo medio delle calzature in questione allo stadio di consegna al magazzino del distributore, vale a dire 3,6 ecu al paio, che tiene conto, per le importazioni, dell'adeguamento per le differenze di stadio commerciale di cui al punto 65 del presente regolamento. Utilizzando il ricarico più basso rilevato tra i canali di distribuzione analizzati qui di seguito, e cioè il 125 %, si stima che il prezzo medio per il consumatore del prodotto in esame sia superiore a 8,1 ecu al paio. Di conseguenza, l'impatto sul prezzo al consumatore dei dazi totalmente scaricati sull'acquirente sarebbe inferiore al 6,5 %.
Questa percentuale, come si è visto, andrebbe esaminata alla luce del valore assoluto dell'aumento (0,5 ecu al paio) e dell'andamento generale dei prezzi. In effetti, nell'arco dei quattro anni esaminati, e a causa della penetrazione delle importazioni oggetto di dumping, il prezzo medio di mercato allo stadio di consegna al magazzino del distributore è diminuito in termini nominali, con un calo superiore al 16 % se si tiene conto del tasso generale d'inflazione.
(76) In assenza di altri elementi o reazioni da parte delle organizzazioni dei consumatori, si è dunque concluso che l'impatto delle misure proposte sui consumatori delle calzature in esame sarebbe probabilmente irrilevante. Si è potuto pertanto concludere che non era prevedibile alcuna significativa contrazione della domanda a seguito di un'eventuale decisione di scaricare sul prezzo praticato al consumatore l'intero ammontare del dazio.
2. Impatto sulla distribuzione
a) Impatto sul complesso della distribuzione
(77) Si è detto che l'imposizione delle misure avrebbe un forte impatto negativo sugli importatori. A livello più globale, si sono espresse opinioni divergenti sulla situazione dell'intera catena di distribuzione che, si è detto, era un'attività molto più significativa nella Comunità che la produzione di calzature, in termini di fatturato e di occupazione.
Si ricordi anzitutto che, per sua stessa natura, dato un quantitativo di calzature, il canale di distribuzione avrà sempre un fatturato superiore a quello delle imprese manifatturiere dalle quali si approvvigiona, per il semplice effetto del suo margine di distribuzione. In secondo luogo, non si possono confrontare le cifre relative all'occupazione nella distribuzione delle calzature in generale, che vende tutti i tipi di calzature, con quelle della produzione comunitaria relativa unicamente al prodotto in esame.
Poiché i consumatori non acquistano scarpe in quantitativi significativi al di fuori della Comunità, eventuali conseguenze negative dei dazi antidumping per la distribuzione nel suo complesso potrebbero derivare solo da una significativa riduzione dei consumi e quindi del fatturato o da una pressione al ribasso sui margini di distribuzione finalizzata a minimizzare l'aumento dei prezzi al consumo (e un calo dei consumi).
Come si è già spiegato, alla luce dell'impatto prevedibile delle eventuali misure sui consumatori del prodotto in esame, si può ritenere estremamente improbabile che il consumo del prodotto in esame subisca una flessione significativa, anche se il settore della distribuzione non dovesse mantenere i suoi attuali margini.
Nel complesso, si può dunque concludere che gli effetti delle eventuali misure sulla distribuzione, saranno molto limitati. Ci si è tuttavia sforzati di svolgere un'analisi approfondita alla luce della struttura della distribuzione delle calzature nella Comunità.
b) Struttura della distribuzione delle calzature nella Comunità
(78) Nell'ambito della distribuzione delle calzature nella Comunità, si individuano generalmente quattro diversi canali di vendita al cliente finale: le catene di marca, i dettaglianti indipendenti, i supermercati non specializzati e, quarta categoria, gli altri tipi di distribuzione generalmente non specializzata (ad esempio i negozi di abbigliamento e i grandi magazzini in generale).
i) I dettaglianti indipendenti
(79) Il canale di distribuzione tradizionale consiste nei dettaglianti indipendenti, che generalmente si riforniscono dai grossisti. Nell'evoluzione della distribuzione, però, i grossisti tendono a scomparire, in quanto i dettaglianti stringono rapporti più stretti con un numero più limitato di produttori o tendono a raggrupparsi in associazioni di acquirenti pur mantenendo la loro indipendenza.
Per quanto riguarda i dettaglianti, essi devono far fronte a una situazione concorrenziale difficile sia per la loro individuale mancanza di controllo sui prezzi nei confronti dei fornitori, sia per gli alti margini di cui hanno bisogno per coprire i costi abbastanza elevati dei centri cittadini in cui generalmente operano (dal 150 al 200 %). Di fatto, in un certo numero di Stati membri i dettaglianti hanno perso terreno rispetto alle forme più recenti di distribuzione raggruppate nelle altre tre categorie, in particolare le catene di marca.
Grazie alla loro forte presenza in alcuni altri Stati membri e alla loro collocazione all'estremità superiore del mercato, in cui mantengono una relazione commerciale continuativa con i loro clienti, va comunque notato che i dettaglianti costituiscono tuttora, se non altro in termini di valore aggiunto e di occupazione (più di 250 000 addetti), il canale di distribuzione più importante della Comunità, anche se probabilmente non il primo in termini di quota di mercato (in volume).
ii) Le catene di marca
(80) Queste catene, in alcuni casi coinvolte in un'attività di produzione nella Comunità, sono generalmente di proprietà di una o due grandi aziende in ciascun paese, che possiedono varie marche e operano su tutta la gamma del mercato. Tali aziende operano a partire da supermercati o negozi a prezzi scontati (discount) fuori dal centro cittadino in grado di resistere, grazie al volume del fatturato, ai prezzi e alla specializzazione, alla pressione dei supermercati non specializzati.
Le catene di marca vendono anche tramite negozi nel centro cittadino che sostituiscono i dettaglianti indipendenti con negozi meno costosi e standardizzati che rispondono all'esigenza di alcuni clienti di trovare un ambiente di acquisto alternativo curato rispetto ai discount. Grazie al loro potere d'acquisto, al loro accesso a forniture a livello mondiale (importano direttamente dall'estero) e ai margini relativamente bassi con cui operano, generalmente attorno al 25 % del costo delle vendite per il canale commerciale centrale e al 100 % in media per i negozi, una volta entrate nel mercato queste catene in grado di guadagnare rapidamente quote di mercato e di registrare tassi di crescita superiori al 5 % l'anno.
iii) I supermercati non specializzati
(81) Importanti in termini di volume, ma non altrettanto in termini di valore rispetto al mercato complessivo delle calzature a causa del basso prezzo delle loro vendite, i supermercati non specializzati hanno una forte influenza sull'estremità inferiore del mercato. Benché a volte acquistino direttamente i prodotti da fornitori extracomunitari, di solito si affidano a importatori specializzati per le loro importazioni, che costituiscono una parte consistente delle loro vendite di calzature. Il loro ricarico è generalmente attorno al 100 %, ma può andare dal 60 % circa per le operazioni promozionali a più del 130 % per alcune produzioni comunitarie. Dati il passaggio supplementare dell'importatore e la parte dei costi fissi sostenuti, le importazioni dai paesi in esame tramite questo canale commerciale raggiungono generalmente il cliente finale ad un prezzo di tre volte superiore al livello CIF.
iv) Altri canali commerciali
(82) Gli altri canali commerciali, quali le società di ordinazioni per corrispondenza o i grandi magazzini di abbigliamento, hanno acquistato una certa importanza in alcuni Stati membri, ma nessuno di questi canali è individualmente riuscito ad imporsi a livello comunitario. In alcuni Stati membri, società specializzate nelle ordinazioni per corrispondenza hanno una struttura dei costi analoga a quella delle catene di marca. Anche le catene di «piccoli» negozi di abbigliamento presenti in tutta la Comunità introducono le calzature nei loro magazzini come articoli di moda di marca, generalmente con margini superiori a quelli dei loro articoli tradizionali. Dato il loro collegamento con la moda, queste vendite sono in concorrenza per le catene di marca, anche se in misura minore rispetto ai grandi magazzini situati nel centro delle città.
c) Specifico impatto delle misure proposte sui vari canali di vendita
(83) Per quanto riguarda i dettaglianti indipendenti, che costituiscono ancora la maggiore fonte di occupazione nella distribuzione comunitaria di calzature, la conclusione generale esposta nel punto 77 del presente regolamento è rafforzata dal fatto che generalmente nel caso dei dettaglianti solo una piccola percentuale delle forniture del prodotto in esame è originaria dell'Indonesia o della Repubblica popolare cinese. Va poi aggiunto che i dettaglianti sono raggruppati in una confederazione che comprende otto Stati membri a livello rappresentativo e che né da questa fonte, ne da altre, è stata presentata alcuna osservazione contraria all'eventuale imposizione di misure antidumping.
(84) Le imprese proprietarie di catene di marca hanno contestato, da parte loro, l'esigenza di istituire misure antidumping. Sebbene le conclusioni generali siano applicabili anche a tali imprese, il fatto che alcune di loro dipendano più dei dettaglianti indipendenti dalle importazioni oggetto di dumping per i loro approvvigionamenti del prodotto in esame spiega come mai, nell'ambito della distribuzione, esse possano temere un effetto negativo delle misure sulla loro situazione concorrenziale relativa.
L'effetto diretto delle eventuali misure sulla situazione finanziaria di queste aziende sarà trascurabile se l'intero ammontare dei dazi sarà scaricato sui consumatori. Ci si potrebbero aspettare effetti finanziari indiretti unicamente se, a causa di tale aumento di prezzo, i consumatori riducessero in misura significativa i loro acquisti del prodotto in esame. Qualora ciò dovesse verificarsi, tuttavia, ciò avverrebbe solo in misura limitata, come illustrato al punto 76.
Il prodotto in esame, inoltre, non è mai venduto separatamente in negozi specializzati e, dati i prezzi particolarmente bassi, rappresenta meno del 10 % del fatturato delle imprese che hanno collaborato e che gestiscono catene di marca. Date queste premesse, anche una lieve contrazione della domanda del prodotto in esame, che sembra improbabile, avrebbe un impatto trascurabile sul complesso delle imprese, in particolare se la domanda fosse almeno in parte riorientata verso calzature di prezzo superiore, con un probabile margine superiore in termini assoluti.
(85) Per quanto riguarda i supermercati non specializzati o altri negozi non specializzati, alla luce dell'incidenza ancora inferiore del prodotto in esame sulle loro vendite, la loro situazione non dovrebbe risentire dell'istituzione di misure anche nel caso di un'evoluzione del mercato come quella sopra ipotizzata.
(86) Si è esaminata la situazione degli importatori che riforniscono questi canali di distribuzione non specializzati, dato che in alcuni casi importavano una percentuale maggiore del loro fatturato dai paesi in questione rispetto ai loro clienti. Queste imprese sono generalmente gestite con una struttura molto limitata e flessibile, che consente loro di vendere solo quando il margine commerciale previsto copre i costi sostenuti. La loro esperienza nel mercato e la loro capacità di progettare e vendere non risentono in alcun modo del paese di origine delle merci. Poiché le misure antidumping si ripercuotono su tutta la distribuzione di calzature, questi importatori potranno beneficiare di qualsiasi situazione del mercato e continuare a rifornire i loro clienti di importazioni cinesi o indonesiane, o di qualsiasi prodotto non oggetto di dumping, nonché di calzature prodotte nella Comunità.
(87) In conclusione, non si è potuto accertare che l'istituzione di misure antidumping in relazione alle calzature in esame sarebbe tale da ripercuotersi in misura significativa sulla situazione finanziaria della catena di distribuzione delle calzature nel suo complesso o su una parte di detta distribuzione.
3. Impatto sull'industria comunitaria e sui suoi fornitori
(88) È stata riproposta la tesi in base alla quale le misure non avrebbero alcun effetto positivo sulla situazione dell'industria comunitaria in quanto sposterebbero gli approvvigionamenti verso altri paesi terzi. Si è inoltre sostenuto che la situazione dell'industria calzaturiera tessile a questo proposito sarebbe paragonabile a quella dei produttori di borsette sintetiche e che quindi anche nel presente caso il Consiglio dovrebbe astenersi dal prendere misure (5).
Il trasferimento delle fonti di approvvigionamento da un paese all'altro costituisce già da tempo una caratteristica saliente del mercato delle calzature. A questo proposito, va notato che l'industria comunitaria è riuscita, tramite l'automazione e la razionalizzazione, a compensare in parte, aumentando a sua volta le esportazioni, il continuo avvicendarsi dei paesi dai quali venivano importati nella Comunità volumi sempre diversi di prodotti. Questo tuttavia non è stato possibile nel caso del massiccio incremento delle importazioni oggetto di dumping dai due paesi in esame nel presente procedimento. Per quanto riguarda l'asserito parallelismo tra il presente procedimento e il caso delle borsette sintetiche va sottolineato che la notevole quota di mercato detenuta tuttora dall'industria comunitaria denunziante nel presente caso, la natura dei detentori del capitale nella maggior parte delle imprese esportatrici, oltre all'importante investimento industriale necessario per produrre calzature, esclude chiaramente ogni ragionevole e significativo paragone tra le due industrie. Il Consiglio dunque non può accettare che in nome della coerenza debba astenersi dal prendere misure nel presente caso.
(89) Si è nuovamente sostenuto che l'eventuale imposizione di misure avrebbe conseguenze negative sui produttori di macchinari per la fabbricazione di calzature, le cui forniture all'Indonesia e alla Repubblica popolare cinese sarebbero limitate.
Per quanto riguarda i fornitori di macchinari, si noti che l'industria comunitaria sta chiaramente investendo nell'automazione, e in particolare nel processo di iniezione. Tale automazione è collegata agli investimenti in macchinari e in forme di stampa prodotti nella Comunità, che continuano a creare un circolo virtuoso di miglioramenti tecnologici. Non sono invece stati forniti elementi di prova del fatto che gli esportatori dell'Indonesia e della Repubblica popolare cinese siano importanti clienti dei produttori di macchinari comunitari.
(90) Non essendo stati forniti ulteriori elementi di prova in relazione a queste tesi, si confermano le conclusioni illustrate nei punti 99 e 104 del regolamento sui dazi provvisori.
4. Conclusioni relative all'interesse della Comunità
PER LA CONTINUAZIONE DEL TESTO VEDI SOTTO NUMERO: 397R2155.1
(91) In conclusione, ed avendo esaminato tutti i vari interessi in causa, si ritiene che non vi siano ragioni convincenti per non procedere nei confronti delle importazioni oggetto di dumping in questione. Si confermano pertanto le conclusioni di cui al punto 105 del regolamento sui dazi provvisori.
I. MISURE ANTIDUMPING
1. Livello necessario per eliminare il pregiudizio
a) Considerazioni generali
(92) Si ricordi che i calcoli utilizzati nella fase provvisoria del procedimento al fine di determinare il livello necessario per eliminare il pregiudizio si basavano su due diverse serie di confronti dei prezzi. Per quanto riguardava gli esportatori che hanno collaborato, si sono confrontati i prezzi dei modelli più esportati con i corrispondenti prezzi non pregiudizievoli dell'industria comunitaria sulla base di una suddivisione in 16 «famiglie» di calzature di cui 13, relative alle calzature per uso esterno, sono state prese in considerazione ai fini delle conclusioni definitive. Per la grande maggioranza delle importazioni, in mancanza di collaborazione da parte di qualsiasi esportatore, si è dovuto invece calcolare il livello di eliminazione del pregiudizio in base alla media dei codici NC in questione, seguendo l'impostazione del confronto «categoria per categoria».
(93) Si è sostenuto che, nell'effettuare tali confronti, la Commissione non ha tenuto conto delle pretese differenze tra calzature vulcanizzate e calzature fabbricate tramite stampaggio per iniezione. Oltre a quanto si è già spiegato nei punti 26-30 del presente regolamento, si ritiene che non esistano differenze tra calzature vulcanizzate e calzature fabbricate tramite stampaggio per iniezione tali da incidere in maniera significativa sui confronti globali tra i prezzi.
In effetti, la differenza tra i processi produttivi utilizzati per la fabbricazione delle suole di due modelli comparabili non si produce in una diversa percezione del consumatore. Per quanto riguarda gli esportatori che hanno collaborato, nel caso in cui si sono messi a confronto i modelli vulcanizzati d'importazione con la calzature fabbricate tramite stampaggio per iniezione prodotte nella Comunità in quanto erano i modelli più simili che si sono trovati, si è data agli esportatori la possibilità di presentare le loro osservazioni sulla base dei documenti e dei dossier non riservati a loro disposizione, e nessuno di loro ha contestato il confronto effettuato.
(94) Alcuni esportatori della Repubblica popolare cinese hanno sostenuto che gli elementi descrittivi dei modelli prodotti nella Comunità utilizzati a fini di confronto erano insufficienti. A questo proposito, si ricorda che agli esportatori sono state fornite copie dei dossier non riservati, che riportavano fotografie dei modelli prodotti nella Comunità e utilizzati come riferimento per ciascuna famiglia, in aggiunta alle spiegazioni scritte fornite e alle tabelle di calcoli incluse nei documenti pubblicati.
(95) A seguito delle osservazioni presentate dagli importatori, e per effettuare il confronto tra i prezzi nel calcolo del livello necessario per eliminare il pregiudizio, i prezzi cif all'importazione sono stati adeguati per tener conto del livello dei prezzi allo stadio di reso sdoganato al cliente utilizzando la metodologia di adeguamento impiegata per la valutazione della sottoquotazione e illustrata nel punto 66 del presente regolamento.
(96) Alcuni importatori hanno sostenuto che, ammesso che si verificasse un dumping pregiudizievole in relazione alle calzature con un prezzo di importazione inferiore a tre USD, ciò non avveniva per le calzature più sofisticate. Secondo gli importatori in questione, a queste ultime calzature si dovrebbe riconoscere un livello di eliminazione del pregiudizio dello 0 %.
A questo proposito si ricorda che, benché grandi volumi di calzature per uso esterno siano effettivamente importati a meno di 2,5 ecu (pari a 3 USD), tali calzature costituivano, nel campione delle operazioni degli importatori esaminato, solo il 45 % in valore delle importazioni in questione. Il fatto che la maggioranza del fatturato delle importazioni fosse superiore al preteso limite di prezzo dimostra che in realtà le importazioni del prodotto in esame - benché effettuate a prezzi estremamente bassi rispetto ai prezzi che si dovrebbero registrare se prevalessero normali condizioni di concorrenza - si distribuiscono su una vasta gamma di prezzi.
Inoltre, anche i livelli dei prezzi non pregiudizievoli stabiliti per i produttori della Comunità sottoposti all'inchiesta erano sia inferiori, sia superiori al preteso prezzo limite, adeguato per tener conto dell'appropriato stadio di consegna al cliente (3,7 ecu), a secondo del tipo di scarpe. In assenza di qualsiasi altro elemento di prova relativa a questo aspetto del mercato, la contestazione deve essere pertanto respinta.
(97) Non essendo state presentate altre osservazioni, è dunque confermata la metodologia generale per il calcolo del livello di eliminazione del pregiudizio stabilita nei punti 106-112 del regolamento sui dazi provvisori.
La riduzione dell'ambito dei prodotti contemplati dal procedimento e la modifica dell'adeguamento relativo allo stadio commerciale comporta tuttavia un cambiamento delle conclusioni provvisorie, come di seguito indicato.
b) Indonesia
(98) Conformemente alla metodologia illustrata nel regolamento sui dazi provvisori, i livelli corretti di eliminazione del pregiudizio per le imprese indonesiane che hanno collaborato comprese nel campione, espressi in percentuale del prezzo cif all'importazione, andavano dallo 0 al 31,5 %, con una media applicabile alle imprese che hanno collaborato non comprese nel campione del 14,1 %. Per quanto riguarda il calcolo del margine residuo di eliminazione del pregiudizio si è ritenuto che, nel caso di un paese ad economia di mercato come l'Indonesia, la base più ragionevole fosse utilizzare il livello medio emerso dai dati verificati accertati per gli esportatori che hanno collaborato compresi nel campione, vale a dire il 14,1 %.
c) Repubblica popolare cinese
(99) Conformemente alla metodologia illustrata nel regolamento sui dazi provvisori, il singolo livello di eliminazione del pregiudizio corretto per la Repubblica popolare cinese è risultato del 49,2 %.
2. Dazio
(100) Una delle imprese indonesiane che hanno collaborato non compresa nel campione ha contestato il fatto che le fosse stato attribuito un dazio basato sulla media ponderata dei margini di dumping accertati per il campione.
Non si è potuto accogliere tale obiezione in quanto l'articolo 9, paragrafo 6 del regolamento di base dispone che, se la Commissione ha svolto un esame limitato a norma dell'articolo 17, il dazio antidumping imposto alle imprese che hanno collaborato non comprese nel campione non supera la media ponderata del margine di dumping stabilito per le parti inserite nel campione. Come indicato nel punto 23 del regolamento sui dazi provvisori, inoltre, si ricorda che le imprese indonesiane interessate avevano accettato questa metodologia.
(101) Poiché il livello di eliminazione del pregiudizio residuo per l'Indonesia e per la Repubblica popolare cinese, nonché il singolo livello per la ST Sindoll Pratama, sono inferiori ai margini di dumping corrispondenti, il dazio antidumping dovrebbe basarsi su tali livelli. Per gli altri esportatori indonesiani che hanno collaborato, il dazio antidumping dovrebbe basarsi sui margini di dumping sopra stabiliti.
(102) Le aliquote di dazio antidumping applicabili al prezzo netto, franco frontiera comunitaria, prima del dazio dovrebbero pertanto essere le seguenti:
SPAZIO PER TABELLA
J. RISCOSSIONE DEI DAZI PROVVISORI
(103) Data l'entità dei margini di dumping accertati per i produttori e i paesi esportatori e in considerazione della gravità del pregiudizio arrecato all'industria comunitaria, si ritiene necessario che gli importi depositati a titolo di dazi antidumping provvisori a norma del regolamento (CE) n. 165/97 siano definitivamente riscossi in ragione dell'aliquota di dazio istituita in via definitiva. Tuttavia, nella misura in cui si possa accertare, in maniera giudicata sufficiente dalle autorità doganali, che le importazioni si riferivano a calzature di cui al codice NC 6404 19 10 (pantofole) o a calzature escluse dall'applicazione del presente procedimento, come indicato all'articolo 1, paragrafo 3, lettere b), c) e d) del presente regolamento, gli importi depositati a titolo di dazio antidumping provvisorio dovrebbero essere interamente liberati,
HA ADOTTATO IL PRESENTE REGOLAMENTO:
Articolo 1
1. Sono istituiti dazi antidumping definitivi sulle importazioni di calzature di cui al codice NC ex 6404 19 90 (codice Taric 6404 19 90 *90) originarie della Repubblica popolare cinese e dell'Indonesia, fatta eccezione per le calzature di cui al paragrafo 3.
2. L'aliquota del dazio antidumping definitivo applicabile al prezzo netto franco frontiera comunitaria, dazio non corrisposto, è la seguente:
SPAZIO PER TABELLA
3. L'aliquota di dazio non si applica:
a) alle cosiddette «espadrilles», che, ai fini del presente regolamento, sono scarpe con tomaie di tela e suole di corda intrecciata, anche rinforzate con gomma o plastica su una superficie variabile, senza tacco, e con suola di spessore non superiore a 2,5 cm (codice Taric 6404 19 90 *10);
b) alle cosiddette «scarpette da immersione subacquea» o «scarpette per sport acquatici», che, ai fini del presente regolamento, sono scarpe con tomaie di neoprene, laminate su una o entrambe le superfici con materie tessili, in cui lo spessore del neoprene è uguale o superiore a 2,5 mm, che coprono interamente il piede, con suola resistente all'abrasione, e destinate ad alcuni sport acquatici quali l'immersione subacquea (codice Taric 6404 19 90 *20);
c) alle cosiddette «scarpe per uso medico», che, ai fini del presente regolamento, sono scarpe che, sebbene non siano fabbricate in base alle esigenze mediche di una singola persona, sono destinate a facilitare il recupero nel corso o a seguito di una terapia o di un'operazione, quali ad esempio le scarpe per camminare con un piede ingessato o bendato. Dette scarpe non coprono interamente il piede ed hanno una grande apertura che permette di infilarvi anche un piede bendato. Non sono vendute a paia ma individualmente e presentano al tempo stesso più di una delle seguenti caratteristiche:
- il dispositivo di chiusura può essere adattato alle dimensioni della fasciatura o del gesso;
- si possono inserire speciali suole o cuscinetti interni a scopo medico;
- la struttura della suola è tale da impedire contatti pericolosi del piede con il suolo, ma al tempo stesso impedisce un uso della scarpa diverso da quello medico;
- la struttura è funzionale e non fa uso di decorazioni o altri accessori di moda
(codice Taric 6404 19 90 *30);
d) le calzature dette «scarpette da spiaggia» che, ai fini del presente regolamento, sono calzature la cui tomaia si limita a una striscia di materia tessile, unita su entrambi i lati di una spessa suola di plastica leggera alveolare, in contatto con il piede e con il suolo. Questa striscia di materia tessile lascia scoperta la parte anteriore e la parte posteriore del piede, e la sua ampiezza non supera un terzo della lunghezza della calzatura. Poiché la calzatura non avvolge la parte posteriore del piede, il calcagno di chi la calza si solleva dalla suola quando si cammina. Le scarpette da spiaggia sono destinate ad essere calzate con i piedi bagnati o insabbiati sulla spiaggia o ai bordi delle piscine, e la loro conformazione ne esclude qualsiasi uso pratico per camminare su distanze più lunghe (codice Taric 6404 19 90 *40).
4. Salvo diversa indicazione, si applicano le norme vigenti in materia di dazi e altre prassi doganali.
Articolo 2
1. Gli importi costituiti a titoli di dazi antidumping provvisori a norma del regolamento (CE) n. 165/97 sono riscossi a titolo definitivo in ragione del dazio istituito a titolo definitivo, fatta eccezione per gli importi per i quali si può dimostrare, in maniera ritenuta sufficiente dalle autorità doganali, che si riferivano a importazioni di scarpe di cui al codice NC 6404 19 10 o delle calzature di cui all'articolo 1, paragrafo 3, lettere b), c) e d) del presente regolamento che sono interamente liberati.
2. Gli importi depositati sono svincolati nella parte eccedente l'aliquota del dazio antidumping definitivo.
Articolo 3
Il presente regolamento entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee.
Il presente regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.
Fatto a Bruxelles, addì 29 ottobre 1997.

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